1943

Il 15 maggio 1943, il Re medita seriamente
di sganciarsi dai tedeschi;

* percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso;
* prevede le prossime mosse degli anglo-americani;
* intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze;
* capisce che sull'arrivo di nuove forze tedesche nemmeno su quelle si può contare;
* avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani;
* invita a fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani;
ed infine che...
* ...la situazione militare non è davvero lieta e dà molto da pensare".


"15 MAGGIO 1943 - APPUNTO SOPRA N. 1
"STATI A NOI ALLEATI
"1) Germania nel suo quinto anno di guerra è stanca e sfiancata: in Russia ha forze molto meno numerose di quelle sovietiche; occupa Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Polonia, Jugoslavia e Grecia; - se nell'estate 1943 farà un'offensiva a fondo verso la Russia, succederà come nel 1942, e in proporzioni maggiori, dato il maggiore logoramento dell'esercito tedesco - Fallita una nuova offensiva verso la Russia, potrebbe crollare il fronte interno tedesco.
2) Slovacchia e Croazia vivranno se l'Asse vince; sono di nessun aiuto nella presente guerra.
3) Ungheria e Rumenia sono militarmente a terra; - molto incerta è la situazione interna rumena; - in Ungheria si sviluppano forti correnti antitedesche.
4) La Bulgaria teme la Russia; - il suo esercito è scarso di artiglierie, e sarebbe solo utile per combattere contro la Turchia.
5) II Giappone è totalmente occupato in E. stremo Oriente e in India; - non sembra che possa o voglia agire contro la Russia.

PAESI OCCUPATI DALLE FORZE DELL'ASSE.
1) In Polonia non è finita la lotta dei partigiani contro i tedeschi.
2) La Jugoslavia è in piena insurrezione.
3) La Grecia è pronta a insorgere.
4) In Francia, in Belgio e in Olanda avvengono attentati contro i tedeschi;
forse questi paesi insorgerebbero contro i tedeschi se vi sbarcassero forze angloamericane.

E TERMINA

"15 MAGGIO 1943 - APPUNTO N. 3

"Si deve ora far di tutto per tenere il
paese unito, e non fare discorsi rettori-
ci e a sfondo solo fascista.
Bisogna mantenere stretti contatti
con l'Ungheria, la Rumenia, e la Bulgaria
che amano poco i tedeschi. Non
si dovrebbe dimenticare di fare le
possibili cortesie agli uomini dei
governi dell'Inghilterra e dell'America.
Bisognerebbe pensare molto seriamen-
te alla possibile necessità di
sganciare le sorti dell'Italia da
quelle della Germania, il cui
crollo interno potrebbe essere
improvviso come il crollo dell'Im-
pero Germanico nel 1918.
V.E."

Dalla "Vita Italiana" - Dicembre 1944

Nei sei fogli che seguono, il Re medita seriamente di sganciarsi dai tedeschi; percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani (sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dalla lontana isola; bombarderanno invece le città italiane, forse faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare; avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani; medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani; e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e da' molto da pensare".....

Pur con questa pessimistica visione (non lontana dal vero) V.E. III e Badoglio credettero di poter dominare la difficilissima situazione (con e dopo due mesi, il 25 luglio) senza però aver fatto grandi passi ("le cortesie") con gli anglo-americani: il Sovrano e il Maresciallo affrontano così in un modo forse troppo superficiale per non dire irresponsabile: a) la caduta di Mussolini e del regime fascista; b) lo sganciamento dai Tedeschi; c) e sperano solo -perchè non si sono ancora mossi- in un armistizio onorevole con i nemici; d) hanno la pretesa alla firma di Cassible (dopo aver consegnato le armi, la marina e l'aviazione) di passare nelle file dei vincitori; e) illudendosi iniziano a chiamare i nemici Alleati (mentre invece l'Italia rimase "nemica" fino al 10 settembre 1947 - senza sconti resistenziali- ."..Italy, having surrendered unconditionally" - cioè "si è arresa incondizionatamente").

TORNIAMO INDIETRO DI QUALCHE ANNO (IL DODICENNIO CHE PRECEDE L'8 SETTEMBRE) E ANALIZZIAMO MOLTI ASPETTI DI UNA SITUAZIONE CHE INIZIA DA MOLTO LONTANO, E SONO:
I RAPPORTI DEL RE CON MUSSOLINI; LA SUA FIGURA DI CAPO DEL GOVERNO RISPETTO ALLA MONARCHIA; LE PRIME GELOSIE; IL GRANDE SUCCESSO IN LIBIA DELLA POLITICA MUSSOLINIANA; L'ANTIPATIA DEL RE PER I TEDESCHI; GLI OTTIMI RAPPORTI DEL RE CON CIANO: L'IDEA DI SGANCIARSI GIA' NEL 1939-1940; INFINE IL GRAN "PASTICCIO" DEL 25 LUGLIO E IL TRAGICO 8 SETTEMBRE.

Per questa lunga carrellata, ci appoggiamo a uno dei più interessanti biografi del Re:
Alberto Consiglio, autore della biografia "Vittorio Emanuele III, il re silenzioso".
( Pubblicata in 11 puntate sul settimanale "Oggi" nei mesi dell'anno 1950 )

 

La domanda iniziale che ci poniamo e Alberto Consiglio ci fornisce una sufficiente risposta, è questa: In che modo e in che misura il re influì su Mussolini? Noi abbiamo ragione di ritenere che, per tutto il periodo di cui si tratta, egli fu il principale e insuperabile ostacolo che impedì a Mussolini di spingere alle estreme conseguenze la sua politica personale. I due uomini, praticamente soli, perché sapevano di non poter contare su coloro che si dicevano fedeli, si sorvegliavano attentamente. Ognuno attendeva il proprio momento.

Che cosa attendeva il re? Che la stella di Mussolini tramontasse. Non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti, in un momento in cui appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi. Bisognava evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona.
Intanto, bisognava rallentare l'espansione del suo potere personale. Mussolini istituisce, sì, la carica di "capo del governo", ma è sempre il sovrano che lo nomina e lo congeda. Il decreto col quale si accettano le dimissioni del capo del governo dovrà però essere controfirmato dal suo successore: si tenga presente questo particolare quando il 25 luglio 1943 succede il "fattaccio", con il sovrano che nascondendosi dietro un dito, manda avanti i "congiurati", ottiene da loro quello che vuole, poi li butta a mare (non è lui ad arrestarli, ma l'uomo che lui ha chiamato al governo - e che per poco non butta a mare anche lo stesso sovrano)

Mussolini ottenuta la carica di Capo del Governo, il gran consiglio del fascismo diventa organo costituzionale e prepara la lista dei successori alla carica di capo del governo; tuttavia, questa lista non sarà vincolante per la corona. Alcuni dei componenti del gran consiglio erano membri di diritto: potevano, quindi, sfuggire al controllo personale del dittatore (come accadde poi il 25 luglio con l'Ordine Grandi). Infine, la Camera dei deputati, dopo l'adozione del sistema maggioritario col premio, aveva partorito una nuova riforma di carattere plebiscitario: cioè, presentazione di un'unica lista di quattrocento candidati scelti dal governo, e solo nel caso che non si raccogliesse la maggioranza dei voti, si sarebbe proceduto ad un rinnovamento delle elezioni col sistema proporzionale.

Le cose sappiamo come andarono al plebiscito: per il Duce fu un successo pieno, complice la sua abile mossa del Concordato con la Chiesa, che lo indicò al mondo come "l'uomo della Provvidenza".
E allora cosa attendeva Mussolini? Che il tempo consolidasse il suo potere, che la fortuna gli offrisse qualche successo così clamoroso, da porre il suo prestigio al di sopra di quello del re, che Vittorio Emanuele morisse (l'anno prima il 12 aprile 1928 a Milano, qualcuno volle perfino accellerare i tempi con un attentato). Intanto, egli procedeva con cautela, osservando un certo rispetto delle forme e girando intorno alle prerogative sovrane. In politica estera, egli seguiva una via maestra senza ombre: l'amicizia inglese, costante, immutabile (egli sapeva che il re credeva nella lealtà britannica); rapporti acri e tempestosi con la Francia (egli sapeva che il re non amava la Francia); energica e combattiva politica antitedesca (egli sapeva che il re odiava la Germania); generosità per l'Austria verso la quale il re aveva sempre manifestato simpatia.

Ma dove il re voleva avviarlo? Non certo verso una caduta clamorosa. Mussolini chiedeva un successo trionfale: celebrasse pure il trionfo, pensava il re, ma ne approfittasse per restaurare la normalità costituzionale. In fondo all'animo di Mussolini, però, c'era troppo bolscevismo: egli non poteva sinceramente perseguire un fine di restaurazione borghese. Inoltre si era illuso di poter esercitare la propria influenza su un fascismo tedesco che in quegli anni con Hitler stava sorgendo.

A Venezia, nel suo primo incontro con Hitler, vide subito quale forza si preparasse dietro quell'uomo dall'aspetto così modesto. Vide, soprattutto, che l'espansione della Germania nazista verso il sud e l'assorbimento dell'Austria, in quel momento, avrebbero inferto un colpo mortale al fascismo. Con energia, sbarrò la strada ad Hitler e prese l'iniziativa di quella politica di collaborazione e di sicurezza che venne chiamata "di Stresa". In questa sede, si procurò le adesioni e i consensi necessari per l'impresa etiopica. Quelli francesi di Laval, furono più espliciti. Quelli inglesi, rimasero nel vago.

Mussolini aveva bisogno di un successo militare, per sentirsi veramente sicuro. Riconquistata la Libia, scelse come obiettivo l'Etiopia. La scelta era fatta con notevole abilità. Non era certo sopito il ricordo dell'umiliante disfatta di Adua. L'impresa, inoltre, sarebbe stata popolare nell'Italia meridionale e insulare, e avrebbe offerto vasti sbocchi al nostro lavoro e alla nostra produzione.
C'era da scatenare un putiferio diplomatico. Ma in definitiva, le grandi potenze, che non muovevano un dito contro la Germania inadempiente, avrebbero mosso guerra all'Italia per difendere l'Etiopia? Si trattava, dunque, di condurre l'impresa con energia e con rapidità. La situazione non era molto diversa da quella che Giolitti affrontò e risolse tra il 1911 e il 1912. Di veramente nuovo, c'era la Società delle Nazioni, e dal Lago di Lemano, infatti, si levò un clamore che invase e assordò il mondo per quasi un anno.
Le sanzioni furono un errore psicologico. In sostanza, esse si risolsero in una burletta. Nessuno le prese sul serio. I Paesi che le avevano più energicamente propugnate, furono quelli che fecero con l'Italia fascista i più cospicui affari. Ma le sanzioni impressionarono fortemente il popolo italiano, e con una demagogica propaganda, giovarono immensamente al consolidamento della dittatura mussoliniana, presentandole come un tentativo di soffocamento dell'Italia da parte dei "Paesi plutocratici".

In quale clima si svolgesse l'impresa, si può vedere nel messaggio di solidarietà che V. E. Orlando indirizzò a Mussolini. E quali fossero le mire del dittatore, si può vedere nel messaggio che D'Annunzio gli inviò e che si intitolava "Al Capo d'Italia". Tutti i titoli e i nomignoli che gli davano, o che egli si faceva dare, tendevano a ribadire il concetto che lui, solo lui, fosse il capo supremo della nazione. In un clima di esaltazione come fu quello della dichiarazione dell'Impero, a Mussolini tutto gli divenne facile.

In un Paese che attribuisce notevole importanza alle apparenze, tra un uomo come Mussolini, ammalato di una morbosa vanità, e un uomo come Vittorio Emanuele, ammalato di una non meno morbosa ritrosia, era il primo che aveva il gioco più facile.
Tuttavia se qualcuno ci desse la prova che Vittorio Emanuele non fu contrario all'impresa etiopica, nella speranza (come già detto) che il trionfo avrebbe saziato il dittatore, predisponendolo ad una politica di pacificazione, non ci stupiremmo affatto. Noi non abbiamo né documenti, né testimonianze veramente attendibili sui rapporti tra il re e Mussolini in questo dodicennio. Ma sappiamo che tutte le manifestazioni regali ebbero, in questo periodo, un aspetto di particolare solennità. Che il fascismo e lo stesso Mussolini amplificarono.

Possiamo, però, intuire la natura dei rapporti tra i due uomini, sia tenendo presente la personalità di Vittorio Emanuele III quale si è manifestata prima del 1925, sia da un documento posteriore al 1936: il Diario di Galeazzo Ciano. Le annotazioni che il genero di Mussolini, prima ministro della stampa e propaganda e poi ministro degli esteri, andava prendendo quasi quotidianamente nei suoi quaderni, sono un prezioso materiale di studio. Attendibili, perchè di certo non era prevista una pubblicazione postuma a così breve scadenza.

Il nome del re vi ritorna continuamente, non solo a proposito delle udienze per la firma, ma negli sfoghi che, ogni tanto, Mussolini faceva al genero.
Da una lettura attenta di questo Diario risulta che i rapporti tra il re e il duce erano perennemente tesi. Lungi dall'essere una piccola creatura debole e innocua, trincerata dietro la grande figura del dittatore, il sovrano è un uomo franco e aggressivo che non tralascia occasione per dire a Mussolini il fatto suo, per enunciare il suo pensiero, per chiarire e ribadire il suo dissenso.
Dobbiamo prestar fede al Diario di Ciano? Noi crediamo di sì. Che questo Diario, nella stesura che conosciamo, non fosse destinato alla pubblicazione, è evidente: la figura dell'autore vi appare in tutta la sua realtà e in tutta la sua limitatezza. Egli comincia, nel 1937, come una fedele ed entusiastica creatura del duce: la vita di questo giovane non ha altra luce, non ha altra ispirazione se non il "genio" del suocero e maestro, al quale deve tutto. A poco a poco egli si lascia conquistare dall'ambiente signorile e snobistico di Palazzo Chigi. Si sente soprattutto "diplomatico", cioè partecipe di una casta chiusa, che ha le sue leggi, i suoi costumi, il suo gergo. Dopo qualche anno di permanenza al ministero degli esteri, Ciano comincia ad essere conteso tra due mondi: quello di Mussolini, che è il mondo dell'avventura, e quello del re, che è il mondo della tradizione e della conservazione. Il primo di questi due mondi è affascinato dal mito della potenza germanica, che appare come una colossale forza di rottura destinata a frantumare la società borghese. Il secondo sente con tutto il suo istinto che l'occidente è l'ultimo baluardo della civiltà alla quale gli italiani, per tradizione e per costume, appartengono.

Ciano non poteva rimanere lungamente in bilico tra i due mondi. Con una consapevolezza molto limitata, egli fu, a Salisburgo e dopo, il portavoce della politica del re.
Scontri seri tra Mussolini e il re si ebbero a proposito del viaggio di Hitler in Italia. La visita di Hitler fu oggetto di lunghi e minuziosi preparativi. Hitler aveva fatto sapere, a mezzo di Rudolf Hess, che non voleva essere ospite del Re, quindi di non voler soggiornare nel Quirinale. E' la prima dichiarazione di antipatia del Fúhrer per il re d'Italia: I nazisti avevano potuto vedere negli archivi che duro e provato antitedesco fosse Vittorio Emanuele III; essi si fideranno di Mussolini, e dimostreranno con questo di conoscere tutta la inconsistenza del suo carattere; non si fideranno del re, e con questo gli faranno onore. Ma Hitler era il capo dello Stato: la visita doveva essere fatta al capo dello Stato italiano, cioè al re, che avrebbe dovuto restituirgliela.
Mussolini disse che non amava quel "doppione" di visite. Aggiunse testualmente: "Questa è un'occasione nella quale la monarchia si rivela una soprastruttura inutile" . Fu in questa circostanza che il re raccomandò a Ciano per la prima volta di "guardarsi dai tedeschi. Nel passato, Berlino è sempre stata la cancelleria più infida".
Una delle conseguenze dopo il ritorno di Mussolini dal suo viaggio in Germania, fu il "
passo romano", che era una scimmiottatura del "passo dell'oca". Il re protestò, e Mussolini disse al genero: "Non ho colpa io se il re è fisicamente una mezza cartuccia. È naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo".
Ma il sovrano coglieva ogni occasione per seminare nell'animo di Ciano l'odio per i tedeschi. Il 15 marzo 1938 il ministro degli esteri è invitato a colazione a corte e il re gli "parla male di Berlino" e gli raccomanda di "diffidare dei tedeschi che, a suo avviso, mancano sempre di lealtà e sono mentitori costanti".
Alla fine di quello stesso mese, Mussolini sferra un colpo alla monarchia. Pronuncia un discorso al Senato sull'ordinamento delle forze armate. Da poco egli ha dovuto subire l'Anschluss, e vuol manifestare, almeno a parole, una certa energia. Impartisce, quindi, una lezione di strategia e annuncia che, in caso di conflitto, egli sarà l'"unico" comandante di tutte le forze armate. Il Senato, con azione predisposta, gli conferisce per acclamazione il titolo di primo maresciallo dell'impero. Naturalmente egli voleva, con questo, occupare di fatto il rango di capo della nazione. Fu Federzoni che si incaricò di ricordargli che nessuno poteva avere un grado militare superiore a quello del re. Il decreto che istituiva il nuovo grado portò, infatti, due nomi: quello di Vittorio Emanuele III e quello di Mussolini.
Ma la cosa non finì lì. Il re volle essere informato sulla legalità di quella iniziativa del Senato: il consiglio di Stato dette parere favorevole a Mussolini. Il 2 aprile il duce si sfogava in questi termini col genero: "Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. Mi dispiace che quanto avete fatto mercoledì sia stato perfetto dal punto di vista legale".
A queste parole, Ciano aggiunge di suo: "Ho risposto che potremo andare più in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del principe". Il duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: "Finita la Spagna ne riparleremo... ".

Era, dunque, evidente che nel viaggio in Germania che precedette la visita di Hitler in Italia, Mussolini doveva aver deciso di sbarazzarsi della monarchia. Ma questo proposito non era nato solo dall'invidia che in lui destava Hitler, capo supremo del suo popolo. Dev'essere stato proprio Hitler a incitarlo e a lusingarlo. I nazisti avevano compreso che un'Italia tutta di Mussolini sarebbe stato un più facile e docile dominio. Infatti, Ciano annota nel suo Diario che il re, durante il soggiorno di Hitler al Quirinale, Mussolini aveva detto al genero: "C'è voluta tutta la mia pazienza, con questa monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il re ha settant'anni e spero che la natura mi aiuti".
Goebbels, attraverso i saloni del Quirinale, aveva esortato indicando il trono: "Conservate quel mobile di velluto e d'oro. Ma metteteci sopra il duce. Quello lì - indicava il re - è troppo piccolo".

C'era un piano per la liquidazione della monarchia. Morto il re, nessuno poteva opporsi alla legittima successione del principe di Piemonte. La legge sul gran consiglio, che molti citavano ad orecchio, prevedeva solo che il gran consiglio dovesse essere chiamato a decidere su tutti i casi di successione al trono sui quali erano competenti la Camera e il Senato. Cioè, morte del re senza eredi e incapacità del re a regnare o del principe ereditario a succedere. Ora, si attendeva la morte di Vittorio Emanuele III per eccepire un qualsiasi motivo di presunta incapacità del principe di Piemonte. A questo fine, si impartivano istruzioni per arginare e distruggere la crescente popolarità del principe di Piemonte, e si preparava a Palazzo Venezia un dossier, con ogni sorta di dicerie, che però diventavano un castello di carte con infamanti accuse.

Se i rapporti tra il re e Mussolini sono così tesi, in un periodo in cui non solo il prestigio personale di Mussolini era immenso in Italia, ma cominciava ad essere fortissimo anche nel mondo, quali dovevano essere negli anni precedenti, tra il 1925 e il 1930, quando il re era meno vecchio, la posizione di Mussolini molto più debole, sia in Italia che all'estero, e ancora giovane e vigorosa la generazione che aveva fatto la guerra e che rimaneva sentimentalmente legata al sovrano?
Non era certamente Mussolini, gelosissimo del suo potere assoluto, l'uomo che poteva lasciarsi andare a confidenze sui suoi rapporti personali col re. Noi possiamo solo fare assegnamento sulla sua impulsività di romagnolo: in certi momenti, il dittatore non ne può più e sbotta. Scrive Ciano il 28 novembre del 1938: "Trovo il duce indignato col re. Per tre quattro volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al duce che prova una "infinita pietà per gli ebrei". Ha citato il caso di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e di ferite, deve rimanere senza domestici. Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il re ha detto che è tra quelli. Poi il re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della quarta divisione alpini. Il duce era molto violento nelle espressioni contro la monarchia. Medita sempre più il cambiamento del sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante dei presidio ha reagito contro il federale che aveva dato il saluto al duce e non quello al re".

Precedentemente, in una cerimonia sull'Altare della Patria, il sovrano aveva energicamente investito il capo del governo perché all'elevazione era stata suonata Giovinezza e non la Marcia reale. Si era ai ferri corti. In realtà, Mussolini non ha che dei propositi e, di tanto in tanto, degli scatti di ribellione. E' evidente che qualche istruzione, a mezzo di Starace, è stata impartita ai federali più zelanti, nel senso di deprimere il prestigio del re e di esaltare quello del duce. Benché pochi se ne accorgano, il re lavora con estrema sottigliezza e con estrema cautela.

Agli inizi del 1939, il sovrano si sbarazza del ministro della real casa, Cora, e prega anzi Ciano di incaricarsi della ingrata bisogna. Vittorio Emanuele ha messo gli occhi sul giovane ministro degli esteri. Costui è ancora tutto preso dal fascino di Mussolini: tuttavia, il vecchio re insiste. Egli cerca di sviluppare il senso critico nel giovane, e finirà per riuscirvi (l'ingenuo non avrà tentennamenti nel mettere il suo si all'ordine del giorno Grandi). Quasi in ogni udienza, gli parla male dei tedeschi, con un giudizio, con un aneddoto. Un giorno, mentre firmava i decreti, il re disse a Mussolini di aver ricevuto un suo parente, il principe Conrad di Baviera: "Sapete? - disse il maligno vecchietto - in Germania vi chiamano il gauleiter d'Italia!". Chi ricorda la smisurata superbia del romagnolo, può immaginare l'effetto che avevano su di lui queste feroci frecciate.

Il sovrano aveva scelto come ministro della real casa il conte, poi duca, Acquarone. Chi era costui? Un ex ufficiale d'ordinanza del maresciallo Badoglio. La scelta non era stata fatta a caso. Il nuovo dignitario disse a Ciano che voleva "rinnovare" l'aria della Corte; ma che era necessario badare molto alla forma, perché se si toglieva la forma, non rimaneva un bel nulla. Era un modo molto sottile per far capire che la gara di preminenza tra il re e il duce doveva cessare. Le parole di Acquarone erano ammantate di una certa ipocrita umiltà.
Il 30 novembre del 1938 si ebbe la famosa seduta della Camera, in cui, dopo il discorso di Ciano sulle "naturali aspirazioni" dell'Italia, i consiglieri nazionali si erano levati in piedi gridando Nizza, Corsica, Tunisi, e via dicendo. Mussolini non voleva tanto. La dimostrazione era stata opera dello zelante Starace, e forse anche di Ciano. La stessa sera, il dittatore fece, in gran consiglio, un cicchetto ai suoi luogotenenti. Si può immaginare in che misura questo "rimprovero" dovesse rimaner segreto. Viceversa, il re, lagnandosi con Ciano della dimostrazione, disse che anche Mussolini l'aveva deplorata in gran consiglio (qualche talpa l'aveva indubbiamente messa dentro)..

Chi era che fin da quel 1938, così infausto per le grandi democrazie, già parteggiava per il re, pur essendo dentro il supremo consesso fascista? Tre certamente si erano schierati per l'antigermanesimo del sovrano, ed erano Balbo, De Bono e Federzoni. Si possono aggiungere, a questi tre, Grandi e, per quel che poteva valere, De Vecchi.
Acquarone era molto attivo, specialmente in Senato. Nel mese di marzo, l'astuto prefetto di palazzo fa una mossa. Va da Ciano e gli comunica che il re vorrebbe fare "un gesto per il duce": un titolo nobiliare o la nomina a cancelliere dell'impero. La duplice offerta venne rifiutata dal Duce. Ma come si accorda questo proposito, col tono acre ed aggressivo che il re continuava ad avere con Mussolini? Gli ambienti più vicini al dittatore pensarono che il sovrano volesse prevenire una "iniziativa" della Camera, o del Senato, del genere di quella del "maresciallato" dell'impero.
Forse si mirava ad un fine più sottile. Negli ambienti politici si era parlato del cancellierato, ma anche della presidenza del consiglio a Ciano. In questo modo si sarebbe raggiunta, sia pure nominalmente, una vera e propria divisione di poteri, tra genero e suocero. Mussolini era, ormai, già troppo compromesso col nazismo: sarebbe stato un grande vantaggio per gli antitedeschi se la presidenza del consiglio fosse stata assunta da un giovane, facilmente influenzabile.
I nascosti disegni di Mussolini non erano ignoti al re. Lo si vede in una visita della principessa di Piemonte a Mussolini: Maria José, con una ben congegnata ingenuità, domandò al dittatore che cosa significasse, nella legge, che il gran consiglio doveva pronunciarsi nelle questioni inerenti alla successione al trono. Fin dal varo di quella legge, molti dissero che quella legge era "una pistola puntata su Umberto").

A questo punto è opportuna una domanda. Non quella solita: perché il re non si è sbarazzato di Mussolini, prima che avvenisse l'irreparabile? C'è un'altra domanda, più ovvia, che non è stata ancora posta: perché Mussolini non si è sbarazzato del re? Nessuno vorrà credere che il dittatore avrebbe incontrato grandi difficoltà a spazzare via la monarchia e quel che rimaneva del suo apparato.

Ma era un calcolo grossolano. Quelli che conoscono bene il carattere di Mussolini, quelli che lo hanno molto e intensamente odiato, quelli che conoscevano le possibilità concrete del nostro Paese, non si rendono conto dell'immenso prestigio che egli aveva conquistato. Il partito conservatore inglese, che era certamente il più potente e illustre organismo politico del mondo, non aveva esitato ad allontanare dal governo Anthony Eden, che l'opinione pubblica mondiale considerava come l'avversario personale di Mussolini.
Chi può dimenticare i particolari dell'arbitrato di Monaco? Oggi, noi sappiamo che la puerile vanità di Mussolini servì di schermo alla politica di Hitler, il quale lasciò al socio le momentanee soddisfazioni personali, e ottenne per sé l'assorbimento senza colpo ferire della Cecoslovacchia, un notevole aumento del suo potenziale bellico e un altro anno di intensa preparazione militare. Eppure, Mussolini era stato invocato, supplicato, ringraziato, benedetto dalle grandi democrazie. Dopo Monaco si levarono in ogni angolo d'Europa il grido che Mussolini era "l'uomo della pace".

Gli stranieri, del resto, erano così poco al corrente delle cose fasciste (che poi erano note anche a gran numero di italiani estranei alle sfere ufficiali), che un diplomatico francese di gran valore, André Frangois Poncet, ambasciatore a Berlino, chiese di essere trasferito a Roma, perché era sicuro che la mente direttiva dell'Asse fosse Mussolini.
Ciononostante, dinanzi al vecchio re il dittatore mordeva il freno. A proposito dell'Albania, il sovrano gli pose per iscritto che l'impresa era una stoltezza e che non valeva la pena di correre un qualsiasi rischio per "quattro sassi", e gli ricordò tutti i precedenti, che avevano sempre reso impossibile agli italiani di impiantarsi stabilmente sulla sponda orientale del canale d'Otranto. Durante la cerimonia del conferimento al re d'Italia della corona di Albania, Mussolini rilevò con compiacenza lo stupore degli skipetari innanzi allo strano spettacolo di quel piccolo vecchio sul trono, con quell'omaccione ai suoi piedi. Tuttavia, si limitava a brontolare.
Quando la delegazione della camera dei fasci e delle corporazioni si recò al Quirinale per l'"indirizzo di risposta", Mussolini annunciò al genero che quella era l'ultima sfilata delle berline reali. Ma quando venne conclusa l'alleanza con la Germania, fu lui stesso che incaricò Ciano di preparare lo scambio di telegrammi tra il re e il Fuhrer, per evitare "maligne insinuazioni". Cioè, che l'accordo si facesse tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler e non tra il regno d'Italia e il Reich germanico. Come era, in effetti, nelle intenzioni dei due capi e come andavano già dicendo gli antitedeschi, presaghi del funesto avvenire.

C'era, senza dubbio, in Mussolini un notevole complesso di inferiorità, lo stesso che gli aveva sempre impedito di prendere provvedimenti contro un uomo come Croce. Ma doveva esserci, in questa esitazione, anche un grossolano e male inteso calcolo politico. In fondo, Mussolini ammirava, temeva, imitava, invidiava Hitler, ma lo odiava segretamente. Egli sapeva, sebbene lo ammettesse raramente, di non essere che un satellite. Comprendeva anche che, in gran parte, la sorte della sua dittatura era legata a quella di Hitler, e che la caduta del nazismo avrebbe messo in gravissime difficoltà il fascismo. Senza avere il coraggio di dare forma veramente totalitaria al regime con la eliminazione della monarchia, egli non si nascondeva il pericolo della concentrazione antitedesca che andava formandosi intorno al re. Era comprensibile, dunque, che nell'eventualità, nient'affatto esclusa, di un crollo del nazismo, egli volesse compromettere la monarchia nella stessa misura in cui si comprometteva lui.

Del resto, anche il margine di indipendenza che egli lasciava a Ciano, aveva uno scopo. Prima di Ciano, gli ambienti di corte avevano corteggiato, carezzato, lusingato Balbo. Il fastoso proconsole della Libia, oltre a mantenere relazioni molto amichevoli coi principi di Piemonte, aveva ricevuto con eccezionale solennità il sovrano, ostentando la sua devozione e il suo lealismo. Questa, in fondo, era la ragione principale del sospetto in cui Mussolini teneva il quadrumviro: era evidente che la corte cercava, per i giorni futuri, l'Antimussolini. Che l'uomo di fiducia del Quirinale diventasse il genero, poteva persino far comodo a Mussolini, dato che non gli era possibile far piazza pulita del monarchismo.

Alla vigilia della guerra, non bisogna credere, tuttavia, che Mussolini avesse un orientamento preciso. Egli ondeggiava tra l'odio per Hitler, il desiderio di fare qualcosa che lo mantenesse su un piede di parità e la paura di mancare alle regole dell' "onore". Anche lui, soprattutto lui, temeva il mito dell'Italia dei "giri di valzer" e del "tradimento". Soprattutto lui si lasciava dominare da questo complesso di inferiorità, tipicamente italiano, assolutamente inspiegabile in un mondo di nazioni giovani e vecchie di cui nessuna, esattamente nessuna, ha mai combattuto o posto a repentaglio la propria sicurezza per ragioni che non derivassero direttamente dai propri vitali interessi. Nessuna nazione al mondo ha mai esitato a rompere un'alleanza, in pace o in guerra, quando era cessato il tornaconto nazionale.

Fu principalmente per merito di Ciano se, pochi mesi innanzi lo scoppio del conflitto, il governo nazista aderì agli accordi segreti, che modificavano sostanzialmente il Patto d'Acciaio e, riconoscendo che l'Italia aveva bisogno di un certo numero d'anni per completare la sua preparazione, stabilivano che la Germania non avrebbe creato nuove situazioni che potessero implicare un pericolo di conflitto prima del 1942.

Il re manifestò il proposito di premiare il conte Ciano col titolo di marchese. Mussolini si oppose, perché il gesto avrebbe fatto cattiva impressione alle "masse fasciste". II ministro degli esteri ebbe, però, un telegramma di congratulazioni del sovrano, il quale gli rivelò di non aver mai indirizzato un telegramma ad un ministro, dopo quello inviato a Saracco subito dopo la morte di Umberto. E aggiunse che « i tedeschi finché avranno bisogno di noi, saranno cortesi e magari servili, ma alla prima occasione si riveleranno quei mascalzoni che sono". Dunque, le congratulazioni andavano alla tregua, che si era ottenuta con gli accordi segreti.

Successivamente il re volle conferire a Ciano il collare dell'Annunziata, e dovette vincere qualche riluttanza di Mussolini, al quale questa onorificenza pareva una "compromissione". Era evidente in Vittorio Emanuele il proposito di sottolineare nel modo più palese la sua adesione alla politica antitedesca del conte Ciano. Tante più che i nazisti, mentre l'inchiostro degli accordi era ancora fresco, già preparavano apertamente l'aggressione alla Polonia.
Ciano già al suo ritorno dalla Germania aveva annotato nel suo Diario: "Torno a Roma disgustato della Germania, dei suoi capi, del loro modo di agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un'avventura che non abbiamo voluta e che può compromettere il regime e il paese. Il popolo italiano fremerà di orrore quando conoscerà l'aggressione contro la Polonia e , caso mai, vorrà prendere le armi contro i tedeschi. Non so se augurare all'Italia una vittoria o una sconfitta germanica"

Hitler stava già invadendo la Polonia. Mussolini ebbe un momento di incertezza e autorizzò Ciano a sollecitare un nuovo incontro con Ribbentrop, in cui "chiarire definitivamente e senza dubbi la posizione italiana". Ma Ribbentrop, molto semplicemente, non si rese disponibile, perché troppo impegnato. Hitler aveva fissato l'invasione della Polonia per il 26 agosto, ma purtroppo il risultato dei colloqui di Ciano e Mussolini fu la classica soluzione all'italiana, che non servì che a ritardare di qualche giorno le operazioni militari tedesche e a portare alla dichiarazione di non belligeranza.  
Infatti il 25 agosto Mussolini fece pervenire al Führer una lettera in cui gli spiegava che l'Italia non poteva in ogni caso intervenire a fianco della Germania, perché troppo sprovvista di mezzi bellici e di materie prime. Era mancato il coraggio per lo sganciamento, e di fatto si rimandava il problema. Mussolini si chiuse in un lungo silenzio
, solo in un 'incontro con le gerarchie del fascismo bolognese (la cosiddetta Decime Legio) fu piuttosto esplicito: "In questo momento burrascoso per l'Europa e per il mondo intero, è bene che il pilota non sia disturbato, chiedendogli ogni momento notizie sulla rotta che sta seguendo... Se e quando apparirò al balcone e convocherò il popolo italiano ad ascoltarmi, non sarà per prospettargli esami della situazione, ma per annunciargli decisioni, dico decisioni, di portata storica...".


Purtroppo, il pilota si affacciò il 10 giugno 1940 per dire "Popolo italiano, corri alle armi".


A Sant'Anna di Valdieri, il re disse a Ciano di aver fatto trentadue ispezioni sulla frontiera francese e di essersi persuaso che i francesi sarebbero entrati in Italia come e quando avessero voluto. I fatti dimostreranno, nel giugno 1940, che il giudizio tecnico del re era esatto.

Questa era la strana, assurda, disperata situazione del nostro Paese. Nessuno nel mondo era meno preparato alla guerra. Nessuno nel mondo aveva una politica estera più dinamica e più bellicosa e, quel che è peggio, una politica estera ché si lasciava guidare da preoccupazioni "ideologiche". Così il regime spagnolo repubblicano era da combattersi perché "antifascista". L'Inghilterra e la Francia erano, per palazzo Venezia, soprattutto "antifasciste".
Ecco perché Mussolini non era un uomo di Stato, un uomo, cioè, le cui concezioni sapessero aderire all'interesse permanente della nazione. Se egli fosse stato un vero uomo di Stato, si sarebbe servito del fascismo fino al momento giusto. Si sarebbe avveduto, cioè, che il fascismo, che gli era stato utilissimo fino alla conquista dell'Etiopia, cominciava ad essere non inutile, ma pericoloso, proprio per le disperate solidarietà internazionali che implicava. Era il momento, quello, per modificare, con opportuni accorgimenti, la struttura del regime, per avviarlo a forme rappresentative, che non si fossero trovate in troppo acerbo contrasto coi regimi democratici.
D'altra parte, come abbiamo veduto, il suo "fascismo" non era un vero regime totalitario, costruito col rigore di quello nazista o di quello sovietico. Il difetto fondamentale della personalità di Mussolini è nella mancanza di una vera fede. Egli non credeva in nulla. Soprattutto, non credeva ai fautori dell'intervento immediato.

Il re era di nuovo solo, terribilmente solo. E aveva varcato i settant'anni. Fino all'ultimo giorno, egli litigò con Mussolini, insistendo per la neutralità, cercando di ritardare l'intervento. L'altro, che diveniva insolente, gli mandò a dire, a mezzo di Soddu, che doveva rinunciare al comando supremo delle forze armate, perché lui, solo lui, poteva essere il capo del popolo in guerra (su questa storia, vedi Biografia di Badoglio, e le rivelazioni di Mussolini in "
L'anno del bastone e la carota", quando afferma che fu Badoglio a spingerlo ad assumere il comando della guerra)

Il piccolo e vecchio sovrano oppose una resistenza tenacissima. L'urlo lacerante degli "Stukas", la veloce corsa delle divisioni corazzate, la calata dei paracadutisti, il clima da Apocalisse che andava diffondendosi su tutta l'Europa, non valsero a intimidirlo. Rispose no. Mussolini insistette personalmente. Il re oppose lo Statuto, e propose un compromesso che salvasse il principio della sua autorità suprema. Ad un certo punto, il dittatore si convinse di aver piegato il sovrano alla sua volontà, e inflisse a Ciano l'umiliazione di annunciare in un pubblico discorso che lui sarebbe stato il "solo" capo della guerra.

Il primo giugno, Vittorio Emanuele III riassunse a Ciano la tesi che egli invano aveva tentato di fare comprendere a Mussolini. A parte la totale impreparazione militare, che poteva trovare un'obbiezione nell'opinione generalmente diffusa che la Germania avesse già praticamente vinta la guerra, e che all'Inghilterra non rimanesse che tentare una pace di compromesso, esistevano, secondo il re, delle gravi incognite. La Francia e l'Inghilterra avevano sì incassato dei colpi tremendi; ma l'intervento americano, che non poteva mancare, avrebbe mutata la situazione.
Comunque, il Paese entrava in guerra senza entusiasmo: c'era sì una propaganda interventista ben orchestrata, ma mancava assolutamente lo slancio del 1915. (il 23 dicembre di quello stesso anno, dopo il fiasco del fronte francese, la batosta di Sidi el Barrani e l'umiliazione subita in Grecia, Mussolini dirà: "Devo pure riconoscere che gli italiani del 1914 erano migliori di questi d'oggi. Non è un bel risultato per il regime, ma è così". Il re concludeva il suo colloquio con Ciano:
"Si illudono coloro che parlano di guerra breve e facile".
La questione del comando supremo era la risposta mussoliniana alla fallita manovra con la quale il re aveva tentato di liquidare la sua dittatura: se il sovrano avesse subìto, la questione istituzionale sarebbe stata praticamente risolta a vantaggio del dittatore. Ma il 5 giugno Vittorio Emanuele scrisse una lettera a Mussolini, in cui gli comunicava che manteneva, in base allo Statuto, il comando supremo delle forze armate, delegandogli solo la direzione politica e militare della guerra. Era giusto che la responsabilità di quella guerra fosse assunta da Mussolini che l'aveva voluta e imposta. Così era giusto che il re conservasse il potere supremo, cioè quello di revocare il capo del governo in qualsiasi momento. Mussolini ebbe un accesso di cieco furore, ma non reagì.

Qui poniamo la domanda fatale: poteva e doveva il re opporsi al fascismo con mezzi più energici e decisivi? Poteva, nei momenti cruciali - nell'ottobre 1922, nel giugno 1924, nel gennaio 1925, nel giugno 1940 - imporre la sua volontà a Mussolini? Certo, poteva per lo meno tentarlo, se fosse stato un altro uomo, se la sua concezione della monarchia costituzionale e dei compiti del sovrano fosse stata diversa. Ma quale era, in definitiva, questa concezione? -
Ivanoe Bonomi, un uomo che in seguito pronunciò un giudizio molto severo su Vittorio Emanuele, riferisce che, nel giugno 1943, respingendo una sua proposta di governo politico-militare da sostituire alla dittatura di Mussolini, di fronte alla descrizione dei pericoli che la monarchia correva ritardando il suo intervento o intervenendo in modo diverso, narra che il sovrano disse: "La nazione può sempre fare quello che vuole".

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"La nazione può sempre fare quello che vuole".
Questa frase che abbiamo appena letta nella precedente pagina, è la chiave di volta per comprendere la personalità di Vittorio Emanuele.

Tra il 1919 e il 1925 noi assistiamo in Italia ad una crisi senza precedenti: è il governo espresso dalla maggioranza parlamentare che non adempie al suo primo dovere, che è quello di far rispettare la legge; è il governo che tollera gli illegalismi di sinistra, e poi quelli di destra; è la maggioranza parlamentare che vota le leggi che restringono gradatamente le libertà civili fino a sopprimerle del tutto. In conclusione, non era il sovrano che tentava di estendere il suo potere e di abolire le libertà costituzionali, ma erano rappresentanti del popolo che, per incoscienza, per debolezza, per deliberato proposito, andavano liquidando queste libertà.
Nell'ipotesi che la costituzione sia un contratto che ambedue gli organi si impegnano a rispettare e a far rispettare, il sovrano avrebbe dovuto dunque "costringere" il socio inadempiente a rispettare le clausole del contratto. Ma questo "socio" non era una persona fisica: era il popolo stesso, attraverso l'espressione della sua volontà sovrana, cioè il parlamento!

D'altra parte la monarchia in Italia esprimeva non solo la volontà liberale dalla quale era sorta e nella quale si era consolidata, ma anche quella unitaria. Era, dunque, inevitabile che la crisi delle istituzioni liberali ponesse Vittorio Emanuele III innanzi a un grave dilemma: la difesa delle istituzioni liberali implicava il rischio di una guerra civile; ma in che misura la guerra civile avrebbe posto in pericolo l'unità del Paese? Noi abbiamo visto che i liberali e i democratici che dissentivano, su questo punto, dal re, erano una minoranza esigua. Fino al secondo semestre del 1924 a tutti, anche ad uomini come Giolitti e Croce, l'offuscamento e la soppressione delle libertà civili parve la jattura meno grave della guerra civile. Nell'ottobre 1922 non altra condizione pose il re alla sua permanenza sul trono, che l'unità del Paese. Se questa unità si fosse comunque frantumata nella guerra civile, la monarchia perdeva di colpo le sue fondamenta.

Dopo il 1925, Vittorio Emanuele ha lungamente atteso che la nuova generazione risentisse e ripensasse la libertà, e che la condanna della dittatura mussoliniana fosse pronunciata dalla nuova classe dirigente, dal fascismo stesso. L'attesa fu vana. Per un ventennio, salvo un piccolo, sporadico movimento liberale nel 1932 e, negli ultimi anni, del gruppo di "Giustizia e Libertà", non vi fu altra opposizione organizzata, alla dittatura di Mussolini, che il comunismo.
In questo spaventoso deserto, l'azione di quel piccolo vecchio solitario diventa patetica. Un grande umanista, Concetto Marchesi (Pci) , diceva un giorno all'autore di queste pagine: "Quando la classe dirigente è incapace o inganna il popolo, il re costituzionale deve trasformarsi in "principe"; e imporre la sua volontà". Giusto. Ma questi erano, appunto, i limiti della personalità di Vittorio Emanuele III: egli era un re costituzionale, e non era e non poteva essere un "principe". Questa concezione, di un re che tiene lo Statuto sul capezzale e il Principe di Machiavelli nel comodino da notte, concezione cara in Italia anche agli uomini di sinistra, sembrerà stravagante a molti stranieri.
Fedele alla norma fondamentale "la nazione può sempre fare quello che vuole", mentre attendeva che la volontà della nazione si manifestasse nel senso della libertà, il re vedeva il primo conservatore delle più antiche libertà politiche d'Europa, Winston Churchill, inchinarsi al dittatore italiano, a quell'uomo che lui, soprattutto lui, conosceva nella sua vera natura.

La guerra, di fatto e di diritto, era cominciata. Piacesse o non piacesse, la nazione era in guerra. Il vecchio re, ormai stanco, scelse il suo posto non nella quiete amara dell'abdicazione e dell'esilio, ma accanto a coloro i quali si illudevano che i vincitori avrebbero distinto tra fascismo e popolo italiano, e che avrebbero pagato amaramente questa illusione. Se noi avessimo la prova della sua fiducia nel fascismo, se obbiettivi giudici potessero dimostrare che egli, in qualsiasi momento, aveva considerato il fascismo come una base della monarchia, la condanna sarebbe severa e inappellabile.

Senonché, né gli italiani, né gli stranieri hanno mai saputo quello che noi oggi sappiamo per numerose, inconfutabili testimonianze, che egli, cioè, aveva sempre avversato il fascismo e il suo dittatore, che egli considerava esiziale la politica di Mussolini, anche quando la fortuna lo assisteva, anche quando eminenti personalità degli Stati Uniti, dell'Inghilterra e della Chiesa lo lodavano e lo benedicevano. Nei momenti più calmi, lo considerò provvisorio, e non perse mai la speranza che si manifestasse, alfine, una qualche concreta forza politica sulla quale appoggiarsi per tentare un intervento con probabilità di successo.
Qui sorge ancora una domanda: Perché, dunque, egli non lasciò il trono, in un momento qualsiasi del ventennio? Se egli comprendeva tante cose, anche nei momenti in cui nessuno vedeva giusto, perché non ha sottratto la dinastia alle ultime fatali responsabilità? Egli sarebbe ritornato in trionfo. Sì, ma quando? Dopo la disfatta? Avrebbe, forse, costituito un governo in esilio, e sarebbe ritornato, dopo la disfatta, tra le salmerie dei vincitori, per essere restaurato, come Luigi XVIII, dalle baionette straniere? E quale Talleyrand gli avrebbe risparmiato di diventare l'esecutore del dettato di pace?

No, egli non poteva che rimanere. Egli era esattamente l'unico italiano che non poteva sottrarsi al destino che investiva il Paese. Egli non aveva mai agito in funzione della dinastia. Aveva imparato, da giovane, ad essere soprattutto un soldato. E "soldato", per lui, non fu un vocabolo simbolico: accettò, silenziosamente, di dividere la sorte del più umile cittadino richiamato. Era stato con loro quando la guerra era giusta e la vittoria era in tutti i cuori e in tutte le menti. Sarebbe stato con loro, ora che un presagio di sventura gelava il suo vecchio cuore.
Tutto quello che egli aveva previsto, si avverava. L'esercito non riuscì nemmeno a vincere la resistenza delle poche forze di copertura della già prostrata Francia. La guerra, annunciata come breve, fu lunghissima. I "quattro sassi" dell'Albania ci riserbarono la più cocente umiliazione. L'America intervenne, e il suo intervento fu decisivo.
Senonché, tutto ad un tratto, i suoi sfoghi con Ciano cessarono. Improvvisamente egli divenne "ottimista". Egli aveva delegato la direzione politica e militare a Mussolini. Solo a costui egli poteva esprimere i suoi giudizi e le sue apprensioni: con gli altri, egli aveva il dovere di essere "ottimista". Ciano, nel suo Diario, rileva con irritazione questo "ottimismo ufficiale".
Secondo il suo solito, ogni giorno faceva un'ispezione. Nulla gli sfuggiva. Che cosa fosse divenuta l'Italia, in vent'anni di fascismo, può essere documentato dal confronto tra un episodio della prima guerra mondiale e un episodio della seconda.
La disfatta di Caporetto aveva fatto cadere nelle mani del nemico la quasi totalità delle nostre artiglierie. La nostra situazione era così disperata, che il nuovo ministro della guerra, Zupelli, si precipitò a Genova per consultare i dirigenti dell'Ansaldo. In quanto tempo la nostra industria di guerra avrebbe potuto fabbricare i nuovi cannoni? I fratelli Perrone condussero Zupelli nei depositi dell'Ansaldo e gli mostrarono una selva di cannoni già pronti: quei due generosi italiani non avevano esitato a fabbricare, oltre le artiglierie che lo Stato commetteva, un gran numero di bocche da fuoco a loro rischio e pericolo, e non solo dei tipi adottati dal nostro esercito, ma anche di tipo più recente, che il ministro della guerra non aveva ancora preso neppure in esame.
Quando, dopo la vittoria, la vecchia classe dirigente riprese il potere, venne saldato il conto anche ai fratelli Perrone. La Banca Italiana di Sconto, che era sorta nel 1914 per neutralizzare l'influenza della Banca Commerciale Italiana, il grande Istituto di Credito fondato dai tedeschi nel quadro della Triplice Alleanza, venne letteralmente assalita e crollò. Era la banca che aveva finanziato l'industria di guerra e specialmente l'Ansaldo. In sede di concordato, la Sconto rimborsò i creditori al cento per cento. Tutto questo risultò dal processo, in cui anche i fratelli Perrone dovettero sedere sul banco degli accusati. In America o negli Stati Uniti sarebbero stati messi alla testa della ricostruzione e segnalati alla riconoscenza nazionale. Nell'Italia di Giolitti e di Bonomi, se la cavarono con una sentenza anche se di assoluzione.

Veniamo all'altro episodio. Nel dicembre dei 1940, l'Italia fascista aggredì la Grecia. Il nemico più micidiale fu il freddo: a migliaia i nostri ragazzi ritornarono con le gambe congelate. Come mai? Il nostro esercito non aveva né calzettoni di lana, né equipaggiamenti invernali. E la nostra industria? La nostra industria che il governo fascista aveva protetto, arricchita, potenziata? La nostra industria laniera lanciava con grande successo, proprio in quell'inverno 1940-41, la moda dei calzettoni di lana per signora: mentre i più validi giovani perdevano le gambe in Albania, le belle d'Italia giravano nel dolce clima di Roma e di Napoli coi polpacci fasciati di morbida lana. Questa, la guerra fascista.

Ma l'aspetto già tragico di quell'orribile conflitto fu che, nonostante tutto, si finì per combattere. Giovani che credevano nei miti bugiardi di quella guerra, ce n'erano. Il valore di coloro che combattevano, in quelle condizioni, era persino più meritorio del valore di coloro che avevano combattuto nella prima guerra mondiale ("sono degli eroi a salire su quelli che chiamano carri armati, e sono eroi quel piloti che volano con quelle bari volanti"-
Rommel, Memorie)

Comunque, pochi mesi dopo l'intervento, gli italiani più riflessivi cominciarono a persuadersi che la Germania non avrebbe vinta la guerra. Svaniva, quindi, anche l'umiliante e materialistica prospettiva di essere, in un mondo generalmente nazificato, il primo satellite con titolo onorifico di "alleato". Perché questa, ormai, era tutta la gloria alla quale poteva aspirare il genio di Mussolini.
In conclusione, che cosa si poteva fare? Ormai, per il re non c'era che una realtà: la guerra. Fino a che la decisione rimaneva incerta, il re non poteva far nulla. Poteva ammonire il capo del governo e il capo di stato maggiore, poteva contestare tutte le circostanze che gli cadevano sotto gli occhi. Ma questo, che forse gli salvava l'anima, non aveva alcun rilievo politico.
L'ora dell'Italia scoccò tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943. Il re sapeva nel modo più preciso che il nostro esercito era ridotto a poche divisioni, tre o quattro, solo discretamente efficienti, e ad una congerie di uomini male armati, mal vestiti, male istruiti, mal nutriti, che non erano in grado di opporre nessuna resistenza all'invasore; che la nostra flotta, quasi del tutto priva di carburante, non poteva che lasciarsi gloriosamente affondare; che la nostra aviazione era ridotta a poche squadriglie e non sempre efficienti.
I fenomeni di scontento popolare, gli scioperi che si ebbero a Torino agli inizi del 1943, le grida dei genovesi che invocavano la pace, durante una visita del re, non avrebbero avuto grande importanza, come non ne ebbero nel 1916 e nel 1917, se la nazione in guerra avesse conservato delle possibilità di resistenza e di vittoria. Ma nel primo semestre del 1943, la disfatta militare era, ormai, già acquisita.

La vitalità e la combattività del Reich erano, invece, tutt'altro che diminuite, in quel primo semestre del 1943. Anzi, la preparazione avanzata delle "armi segrete" non escludeva la possibilità di un miglioramento radicale della situazione. Tuttavia, mentre Mussolini vedeva approssimarsi il giorno in cui il compito di difendere il regime fascista sarebbe stato assunto dalla SS., il re sapeva che la perdita della nostra forza militare avrebbe significato la soppressione della indipendenza politica del nostro Paese.
Per queste ragioni, già nel gennaio del 1943, il re decise di intervenire per trarre il Paese dalla tragica situazione nella quale andava precipitando. Era evidente, ormai, che lo stesso regime fascista andava disgregandosi. I reduci dalla Russia tennero un'adunanza in Roma, nel teatro Quirino, e pubblicamente attaccarono le alte gerarchie del partito, accusandole di corruzione.
Il mito dì Mussolini decadeva rapidamente sotto il peso delle sconfitte. Fallita, dunque, la direzione politico-militare della guerra, la decisione ultima spettava al re, comandante supremo delle forze armate.
Questi pensieri e questi propositi del sovrano trapelarono. Essi furono accortamente diffusi dall'Acquarone, specialmente nell'ambiente del Senato, allo scopo di sommuovere le acque, e di promuovere qualche riviviscenza di forze politiche diverse da quella fascista. Molto contribuì, alla ripresa dell'agitazione antifascista, l'attività dei principi di Piemonte. Tanto Umberto che Maria José, a Roma come a Torino, cominciarono ad ascoltare personaggi politici della vecchia classe dirigente, e qualche antifascista della nuova generazione. Particolarmente attiva la principessa ereditaria, che dalla sua generosa e civilissima patria di origine e dalla sua vasta e moderna cultura traeva simpatie molto vive per il liberalismo storico di Benedetto Croce, per il partito d'azione e per il socialismo, sebbene queste due ultime correnti si manifestassero nettamente repubblicane.

Le vecchie personalità dell'antifascismo uscirono dai loro rifugi e dai loro studi, per stringersi intorno ad Ivanoe Bonomi: erano i liberali e giolittiani Einaudi e SoIeri, i popolari De Gasperi, Spataro e Gronchi, il senatore Casati, il venerando Vittorio Emanuele Orlando. In verità, non c'erano che due formazioni clandestine veramente organizzate ed efficienti: íl partito comunista e il partito d'azione, che poteva contare su potenti appoggi del ceto dei dirigenti industriali. Tutte queste forze eterogenee, nel primo semestre del 1943, si raggrupparono in un comitato di agitazione in cui presero posto i liberali, i popolari, che ora si denominavano democratici cristiani, i vecchi riformisti che, con alcuni radicali e massoni, presero
il nome di democrazia del lavoro, i socialisti e i comunisti.
Questo raggruppamento, attraverso Bonomi, entrò in contatto con Badoglio (che per il suo alto grado militare aveva la possibilità di vedere il re), e, sul comodo terreno del Senato, con l'Acquarone e col vecchio ammiraglio Thaon de Revel.
L'acuto "prefetto -di palazzo" conosceva a menadito la psicologia del re. Egli sapeva che bisognava creare una certa agitazione politica, per dare al sovrano la concreta sensazione che i suoi propositi corrispondevano a una reale corrente d'opinione. Vittorio Emanuele ascoltò alcuni di questi uomini. L'opinione degli altri gli venne riferita da Badoglio e da Acquarone. A tutti egli dette l'impressione di una estrema diffidenza. In realtà, egli attendeva il momento giusto. Questo momento non poteva essere che l'imminenza -perduta la Sicilia- dell'invasione dell'Italia continentale.
Alle sollecitazioni di ascoltare direttamente la voce delle opposizioni antifasciste, e di concordare con loro l'azione necessaria, il re obbiettò l'impossibilità di mantenere, in Italia, il segreto di una così vasta e grave congiura. Egli non ignorava che i tedeschi erano presenti in ogni ministero, in ogni pubblico ufficio con la loro quinta colonna. Egli non ignorava che i tedeschi in borghese a Roma erano molte migliaia e che in poche ore potevano trasformarsi in una organizzata forza di specialisti. Per questa ragione, non solo egli era molto cauto, ma intervenne, ad un certo punto, per imporre la stessa cautela ai principi di Piemonte. Si narrava a Roma che un giorno, a pranzo, egli avesse ordinato alla nuora di non interessarsi ulteriormente di politica. Anzi, la principessa venne allontanata dalla capitale.
Del resto, le trattative e i maneggi delle opposizioni non erano gran che interessanti e allettanti.

Nella coalizione, i più pratici e realisti erano, naturalmente, i comunisti che, messa da parte ogni considerazione ideologica, erano pronti a collaborare con chiunque fosse disposto a combattere contro i nazisti e i fascisti: erano loro, appunto, che propugnavano l'unità d'azione e la convenienza di promuovere l'iniziativa del re. Ci volle il bello e il buono per persuadere i giovanotti del partito d'azione a "servirsi" della monarchia.

In principio, i sei gruppi congiurati accettarono la tesi di Acquarone: un governo militare presieduto da Badoglio e composto di funzionari che, nello spazio di pochi giorni, doveva "liquidare" il regime fascista, per essere poi sostituito da un governo presieduto da Bonomi e composto dagli esponenti dei sei gruppi, col mandato di concludere alla svelta la pace separata con gli alleati.
Successivamente, si adottò una tesi più spinta: presidenza Badoglio e vice presidenza Bonomi con ministri Einaudi, Casati, Soleri, De ' Gasperi, Comandini, un socialista, un comunista e via dicendo.
Finalmente, ai primissimi di giugno il re acconsentì a ricevere Bonomi. Il vecchio sovrano non aveva mai avuta una comunicativa facile. Il colloquio, tuttavia, ebbe molti aspetti umani, alcuni dei quali persino patetici. Bonomi, che non lo vedeva da moltissimi anni, lo trovò molto invecchiato e malandato. Il re, viceversa, trovò l'ex presidente del consiglio molto florido e prestante. Cominciò col lagnarsi dei reumatismi, della vista che gli diminuiva e degli acciacchi della vecchiaia. Ostentava la sua
decrepitezza, quasi si lamentasse di quella pretesa che gli sorgeva intorno insistente: la pretesa che proprio lui, così vecchio e così solo, dovesse prendere un'iniziativa che avrebbe dovuto toccare ad uomini più giovani e vigorosi.

Bonomi ebbe l'impressione che il re volesse sfuggire agli argomenti concreti. Ma egli sapeva molto bene che cosa l'ex presidente del consiglio avrebbe finito per dirgli. Gli antifascisti non avevano mutato avviso: Badoglio presidente, Bonomi vice presidente con ministri liberali, democristiani, demolaburisti, azionisti, socialisti e comunisti. Bisognava, secondo gli antifascisti, che il governo avesse un chiaro, inequivocabile carattere politico, tale da costituire di per se stesso la più netta sconfessione del fascismo e la più solida garanzia per gli alleati ai quali si sarebbe dovuto chiedere la pace separata. La prospettiva di una immediata reazione germanica, lungi dal preoccupare gli antifascisti, apriva, secondo loro, la maggiore prospettiva di essere gettati nel campo degli alleati, non più come nemici sconfitti, ma come cobelligeranti, sia pure di fatto.
Il re non rispose, non espresse giudizi, né favorevoli, né sfavorevoli; Bonomi comprendeva che questo silenzio significava rifiuto, e non esitò ad avvertire il sovrano che ogni rinvio, ogni diverso indirizzo avrebbe compromesso, forse irrimediabilmente, la dinastia. Fu a questo punto che Vittorio Emanuele III rispose, freddamente, che "la nazione poteva fare sempre quello che voleva».

Ma si rendevano conto, gli anti
fascisti, della realtà della situazione? Si rendevano conto che un ministero di cui avesse fatto parte un comunista, cioè un rappresentante dell'Unione Sovietica, avrebbe scatenato una reazione germanica così violenta, da non lasciarci il tempo di prendere un qualche utile contatto con gli alleati? Può darsi che gli alleati si sarebbero fidati più di un Bonomi che di Badoglio; ma un governo Bonomi avrebbe avuto a sua disposizione non i quarantacinque giorni del governo Badoglio, per intavolare e concludere trattative, ma pochissimi giorni e forse poche ore.

Noi oggi sappiamo, per le rivelazioni fatte dai capi responsabili degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, che, occupata la Sicilia, le Nazioni Unite non sarebbero sbarcate in Italia; ma avrebbero concentrate tutte le loro forze contro la Francia occupata e in un secondo tempo contro la penisola balcanica. Quindi, se noi ci fossimo fatti attaccare dai nazisti, istituendo un governo che avesse rivelato il nostro proposito, la Germania avrebbe avuto tutto il tempo di schiacciare il nostro Paese. Alla resa dei conti, poco ci avrebbe giovato il sacrificio personale del re e di alcuni vecchi esponenti dell'antifascismo.

I propositi di Bonomi e dei suoi amici erano, dunque, molto nobili, ma poco politici, poco pratici. Il dovere del capo dello Stato non era di cercare delle romantiche soluzioni, ma di limitare, nella misura del possibile, le conseguenze di un ventennio di colpe e di errori.
Il re si era già mosso sul campo della realtà, che era prima di tutto una realtà militare. Aveva manovrato Badoglio, che conservava, naturalmente, una forte influenza negli ambienti dello stato maggiore. Così, si ottenne l'eliminazione di Cavallero, uomo acquisito ai tedeschi; e venne messo, alla testa dello stato maggiore generale, Ambrosio, che già era capo dello stato maggiore dell'esercito, uomo rigido, sicuro, pronto ad eseguire gli ordini del re, anche in senso antifascista.
Il sovrano aveva rinnovato l'arma dei carabinieri, che era comandata da un uomo di sua fiducia, l'Hazon, e dalla quale era minutamente informato della situazione.

Mentre tutti gli esponenti dell'antifascismo concludevano che il silenzio del re significava che non si poteva più contare sulla monarchia, il sovrano attendeva il momento giusto. Il momento che egli attendeva era, esattamente, lo sbarco degli alleati in Sicilia. Da San Rossore venne immediatamente a Roma. Vide Badoglio e, per la prima volta, gli domandò esplicitamente se avrebbe accettato la successione di Mussolini. Ma quando il maresciallo gli disse che avrebbe portato con sé al governo Bonomi, Einaudi, Soleri, Orlando e via dicendo, proruppe, in dialetto piemontese: Ma sono dei fantasmi! - Anche noi, Sire, siamo dei fantasmi! . Risposta umoristica, ma non pertinente. Comunque, risposta non generosa. Veniva da quell'arido vecchio, una dolorosa protesta: "E su chi fondiamo un colpo di Stato di così vasta portata?
Sui settantenni nostri coetanei? E i giovani? Dove sono i giovani?"
Nessuno, in campo antifascista, si rendeva conto che il re aveva non solo deciso tutto, ma preparato tutto. Meglio informati erano i fascisti: quei gerarchi che avevano sempre fatta un po' di fronda contro la dittatura di Mussolini, Grandi, Ciano stesso, Bottai, Federzoni, De Vecchi, e quelle più recenti personalità che, entrate nei ranghi dopo lo stabilimento della dittatura, erano assurte alle cariche che davano accesso al Gran Consiglio. Erano esattamente quei gerarchi che nel marzo 1940 avrebbero dovuto stringersi intorno a Ciano e offrire al re la base politica per la destituzione di Mussolini.

Il più acuto e maturo di questi era, indubbiamente, Grandi. Costui si rese conto che il re, diversamente dal marzo 1940, era più temibile di Mussolini. Il gruppo degli alti papaveri non aveva via di scampo.
D'altra parte, il re non poteva eliminare Mussolini, senza eliminare, con lo stesso gesto, il regime fascista. Nessuno meno del re avrebbe potuto distinguere Mussolini dal fascismo. Infatti, l'azione degli alti gerarchi si era limitata alla mormorazione. Quando essi potevano e dovevano agire, esattamente nel marzo 1940 - ed avrebbero agito non in base a presupposti democratici ma proprio per salvare il "loro" regime, proprio per dimostrare la sua vitalità e la sua capacità di interpretare e di difendere gli interessi della nazione - si erano chinati alla volontà del dittatore. Con questo, essi si erano tagliati fuori da ogni soluzione: non erano, dunque, i loro mormorii che potevano scaricarli di una tremenda corresponsabilità.

Grandi, tuttavia, concepì un audace disegno per strappare al re l'iniziativa e per costringerlo a non escludere i gerarchi fascisti dalla soluzione. Nacque, così, in articulo mortis, il famoso ordine del giorno col quale si invitava il re a prendere in mano la situazione, cioè a privare Mussolini della suprema direzione del Paese.
Proprio in quel momento, gli ingenui gerarchi si facevano una mentalità democratica e parlamentare. Costituitasi in Gran Consiglio una maggioranza a favore dell'ordine del giorno di sfiducia, il re avrebbe dovuto affidare a questa maggioranza la soluzione della crisi: un governo Grandi o Ciano, come programma massimo, un governo Badoglio-Grandi o Badoglio-Ciano come programma minimo.

IL COLPO RIESCE - Si badi bene. Esistono numerose testimonianze di contatti e trattative tra il re e le grandi personalità politiche del vecchio regime. Nessuna traccia di accordo esiste però tra il re e i membri del Gran Consiglio. La cronaca di questa famosa seduta è nota. E desta stupore lo strano atteggiamento di Mussolini, praticamente remissivo. Ignorava tutto? I propositi del re, i maneggi degli antifascisti, la congiura dei gerarchi, il tranello dell'ordine del giorno? Sapeva tutto. La sua apparente remissività era solo una prova della sua consapevolezza. Ma sapeva pure che se avesse usato la forza della polizia contro coloro che gli chiedevano conto dei suoi misfatti, data la situazione che si era ormai creata, il vaso avrebbe potuto traboccare.
Egli aveva una sola speranza: che in definitiva il re non gli avrebbe ritirata la sua fiducia. Il vecchio sovrano era stato abilissimo. Fino al 25 luglio, infatti, nessuno di quelli che lo avevano avvicinato, né Bonomi, né Thaon de Revel, né Soleri, e nemmeno lo stesso Badoglio, potevano dire che egli avesse acconsentito al "colpo di Stato". In realtà, gli uomini che lo circondavano e i loro collaboratori, Badoglio, Ambrosio, Acquarone, Castellano, Carboni, Hazon, si erano limitati a "capire" i silenzi del re. Essi avevano agito a loro rischio e pericolo, destramente spronati e
incoraggiati dal "prefetto di palazzo", in modo che il re potesse intervenire, senza bisogno di scoprirsi, esattamente nel momento più favorevole.
Di tutti i personaggi di questa cupa tragedia, i meno consapevoli erano gli antifascisti: costoro non solo ignoravano i veri rapporti tra il re e Mussolini, ma erano persuasi che il re fosse attaccato al fascismo. I più consapevoli erano i gerarchi fascisti, proprio perché fra loro c'era Ciano, che sapeva tutto dei rapporti tra il suocero e il re.
Mussolini si recò a Villa Savoia persuaso di dovere affrontare una delle solite dispute. In definitiva, l'abituale minaccia della guerra civile sarebbe bastata a ridurre il vecchio ad un innocuo brontolio. Egli non sapeva che non c'era più materia per disputare. Non sapeva, soprattutto, di non essere già più capo del governo, primo ministro, presidente del consiglio dei ministri e cento altre cose. L'aveva fatta lui, la legge del dicembre 1925 sulle prerogative del capo del governo? In questa legge si stabiliva che il decreto di accettazione delle dimissioni del capo del governo doveva essere controfirmato dal suo successore. Le sue "dimissioni" erano un fatto compiuto, nel momento in cui entrava a Villa Savoia.

Si può formulare un'altra ipotesi sulla relativa sicurezza con la quale Mussolini si recò dal re, ipotesi che può essere fondata sulle Memorie del dittatore, apparse nel Nord-Italia, col titolo Il bastone e la carota. Egli riteneva che, al massimo, il sovrano si sarebbe attenuto alla lettera dell'ordine del giorno del Gran Consiglio, e che avrebbe assunto il supremo comando militare, lasciando naturalmente a lui la direzione politica. Alla fin dei fini, questa soluzione poteva persino apparirgli vantaggiosa, poiché lo avrebbe liberato da un carico tremendo.

Le misure militari che vennero prese intorno a Villa Savoia, per ordine del re, sono note. Il colloquio fu breve, Mussolini racconta che Vittorio Emanuele III era convulso. Possiamo credergli. La relazione che il dittatore gli fece sulla seduta del Gran Consiglio non influì minimamente sulla sua decisione, né lo scosse la notizia, vera o falsa, che una parte degli alti gerarchi era già pentita del voto. Il sovrano si limitò a comunicargli, con le consuete espressioni di rammarico, che si imponeva la necessità della sua sostituzione con Badoglio. Si limitò solo a constatare che Mussolini, ormai, non godeva più nemmeno della fiducia del fascismo. Tutte le riserve, in forma di velata minaccia, che il dittatore fece sulle conseguenze che il suo ritiro avrebbe avuto nel Paese, rimasero lettera morta. Il piccolo re lo accompagnò all'uscio, mentre Mussolini parlava ancora, quasi lo sollecitava ad uscire, dandogli delle piccole spinte. Poi appena scesa la gradinata il perentorio invito di un ufficiale dei carabinieri a salire su un'autoambulanza, dicendogli, "per la sua incolumità".

Solo dopo, nella caserma dei carabinieri di Piazza del Popolo, Mussolini si rese conto che non erano misure protettive, quelle di cui era oggetto, ma una vera propria prigionia.
Che cosa fosse rimasto della sua declinante personalità, è dimostrato dalle espressioni di patriottismo "e di augurio con le quali egli si rivolse al maresciallo Badoglio."

Alla notizia l'entusiasmo del Paese fu indescrivibile. Non ci fu da parte dei fascisti il minimo accenno di resistenza. Due sole personalità di secondo piano, si tolsero la vita.
Nemmeno, forse, nei giorni di Vittorio Veneto il re venne acclamato con tanta unanimità.
Un lato antipatico nel colpo di Stato, c'era. Non l'arresto precauzionale di Mussolini. Era indispensabile, infatti, che l'ex dittatore venisse sottratto ad ogni contatto con i nazisti.
Ma l'arresto nel domicilio privato del re: un'udienza rituale era stata trasformata in tranello. Di questo si dolse, -al momento, soltanto una donna, la regina Elena (in altre pagine il suo racconto)
.

Il proclama del re dopo il 25 luglio conteneva due concetti:
il divieto di ogni "recriminazione" e la "continuazione" della guerra. Noi sappiamo che il proclama dell'avvento al trono era tutto di pugno di Vittorio Emanuele III. Così, sappiamo che il proclama della riassunzione del comando supremo era di Orlando. Alcuni dei partiti antifascisti, i più estremisti, formularono immediatamente una serie di gravi accuse contro il re e il suo governo. Essi osservavano che il re avrebbe dovuto, con un solo colpo, sradicare tutto il fascismo, chiamare al governo i capi dell'antifascismo e proclamare, sia pure unilateralmente, la cessazione della guerra che il fascismo aveva scatenata.
Il divieto delle "recriminazioni" era interpretato come un bavaglio imposto all'antifascismo, e come un tentativo di continuazione del "regime" con uomini e nome diversi. Soprattutto, preoccupava quel "la guerra continua", che significava, secondo gli antifascisti, la continuazione del maggior crimine commesso da Mussolini e dai suoi complici.

Badoglio aveva costituito un governo di tecnici e procedeva grado a grado alla liquidazione degli istituti fascisti. Ma il proclama firmato dal re rispondeva ad una seria ed obbiettiva valutazione della angosciosissima situazione. Oggi si può pronunciare un primo e sereno giudizio. Noi oggi sappiamo che le immediate reazioni naziste alla destituzione di Mussolini e ai primi passi del governo di Badoglio furono estremamente preoccupanti. In realtà, Hitler, che si riteneva legato da un patto personale col collega italiano, aveva fulminato ordini di cattura del re e della famiglia reale. Egli venne dissuaso da così grave misura solo dalla possibilità che il governo Badoglio avesse veramente e seriamente proseguita la guerra. Noi non avevamo che una sola carta per ritardare l'intervento germanico: coltivare questa certezza o questa speranza almeno in una parte delle alte gerarchie fasciste.

Alcuni antifascisti ritenevano, invece, che la esiguità delle forze germaniche stanziate in Italia ci dava la possibilità di proclamare la cessazione della guerra contro le Nazioni Unite e di annientare rapidamente le poche divisioni naziste. Ma, a prescindere dal fatto che la efficienza delle nostre forze armate non era nemmeno tale da poter assolvere questo limitato compito con certezza di rapido successo, noi oggi sappiamo che l'invasione dell'Italia continentale non era affatto nei programmi degli alleati e fu semplicemente imposta loro dallo sviluppo degli eventi.
Nessun generale inglese e americano aveva in progetto di invadere la Germania, partendo dal fondo della penisola italiana, e con in mezzo le Alpi.

In ultima analisi, la cessazione unilaterale della guerra, e il conseguente attacco ai tedeschi, presentavano alcuni gravissimi rischi. C'era la possibilità di essere schiacciati in un primo o in un secondo tempo. I nazisti avrebbero annientato non solo la monarchia, ma ogni forza politica antifascista. L'Italia, completamente dominata dal Reich, avrebbe dovuto continuare la guerra nazista fino all'ul
timo giorno e nelle più atroci condizioni.
Altro rischio, ancora più grave, andava ravvisato nella situazione della Sicilia, ove si era immediatamente delineato un movimento separatista. Se si tiene presente che la direzione politica dell'occupazione militare era tenuta dagli inglesi, e che due volte nei secolo decimonono l'Inghilterra, in occasione della crisi del 1815 e di quella del 1848, aveva tentato di promuovere e di incoraggiare la separazione della Sicilia, si vedrà che due anni di occupazione militare in assenza di qualsiasi legittimo governo italiano, avrebbero determinato una situazione veramente irreparabile.

Noi non possiamo ancora dire se questa è scienza del poi o se furono proprio queste considerazioni che consigliarono il re e Badoglio a scegliere una via normale di negoziati. Certo, il disegno di alcuni antifascisti di giocare il tutto per tutto sulla carta della immediata cessazione delle ostilità contro gli alleati e dell'apertura immediata delle ostilità contro i tedeschi, era letteralmente pazzesco. In quel momento, l'Italia aveva innanzi a sé un problema che somigliava alla quadratura del cerchio. Era, prima di tutto, indispensabile stipulare un armistizio regolare col nemico.
Naturalmente, per poter comprendere l'incalcolabile gravità della situazione, bisognava vincere tutte le suggestioni della propaganda. Teoricamente, date le premesse programmatiche delle Nazioni Unite, bastava che l'Italia avesse totalmente e sinceramente ripudiato il fascismo, perché il nostro Paese si fosse trovato automaticamente dalla parte dei Paesi democratici, con tutti i diritti e i privilegi annessi. In altri termini, se l'Italia della monarchia sabauda e del fascismo mussoliniano fosse sparita per cedere il posto, sia pure per brevissimo tempo, ad una Italia repubblicana e antifascista governata da De Nicola, da Croce, da Orlando, da Bonomi. e rappresentata all'estero da Sturzo, da Sforza, da Borgese, da Salvemini e da Toscanini, noi avremmo dovuto far parte di diritto delle Nazioni Unite e risorgere, dopo la fine della guerra, come vincitori.

La realtà, anche in quella terribile estate del 1943, appariva profondamente diversa. Gli Stati Uniti avevano già pensato, nel 1942, a costituire un Comitato di liberazione italiano da porre accanto al Comitato di De Gaulle, col carattere di governo in esilio, ed avevano fatto delle offerte concrete al conte Sforza. Costui pose delle condizioni: cioè che venissero garantite all'Italia antifascista le frontiere nazionali e coloniali del 1919 e che questo governo venisse trasferito sul primo lembo dell'Italia liberata. Queste condizioni non vennero accolte, perché ad esse si sarebbero certamente opposte la Francia, la Jugoslavia, la Grecia, che facevano parte delle Nazioni Unite, e che si riservavano di presentare delle rivendicazioni territoriali nei confronti dell'Italia. A queste difficoltà si aggiungeva quella, molto grave, della persistente ostilità inglese.
Dobbiamo, dunque, considerare come un grande successo il fatto
che il governo presieduto dal maresciallo Badoglio sia riuscito, in quarantacinque giorni, a stipulare un regolare armistizio e ad assicurare al nostro Paese la possibilità di eseguirne scrupolosamente le condizioni.


Le terribili difficoltà alle quali andavamo incontro, erano state attentamente vagliate nel re, quelli furono per lui i sei mesi più atroci della sua vita, di gran lunga più tragici dei giorni di Caporetto. Con quale profondo senso di responsabilità egli agisse nei momenti supremi del Paese, è dimostrato dalle "istruzioni" che egli impartì per iscritto al maresciallo. Il governo di Badoglio non era un ministero parlamentare, che dovesse indirizzarsi nel senso indicato dalla maggioranza del Paese; esso derivava il suo potere dalla fiducia del re, capo supremo della nazione in guerra, ed era chiamato ad assolvere un compito che interessava la vita stessa del Paese. Le istruzioni furono dettagliate e precise. Il re aveva ordinato che il governo conservasse e mantenesse in ogni sua manifestazione il carattere di governo militare enunciato nel proclama del 25 luglio, e che lasciasse ad un secondo tempo e ad una successiva formazione ministeriale l'affrontare i problemi politici; aveva ordinato altresì che venisse limitata per il momento l'eliminazione stabilita come massima di tutti gli ex-appartenenti al partito fascista, ma che si eseguisse con attenta cura la revisione delle singole posizioni, per eliminare gli indegni e i colpevoli; ordinava, inoltre, che a nessun partito politico venisse autorizzata un'organizzazione "palese".

Un'attività eccessiva delle commissioni di epurazione istituite presso ogni ministero, secondo il giudizio del re, era sfavorevolmente accolta dalla parte sana del Paese e all'estero, perché lasciava intendere che ogni ramo della pubblica amministrazione era inquinato. Quali erano le conseguenze che Vittorio Emanuele III temeva? • La massa onesta degli ex-appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata da ogni attività senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di un governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata ed offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà nelle piazze in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia.

Questo documento è del luglio 1943. Giudichi il lettore, alla luce dei posteriori avvenimenti, se il giudizio di Vittorio Emanuele III era errato.
Fino all'ultimo momento, gli alleati avevano considerato con diffidenza la politica del governo Badoglio. I "quarantacinque giorni"
si erano svolti su un filo di rasoio. Le parole rassicuranti contenute nel proclama reale, la "parola d'onore" che l'Italia non stava "trattando", data dal ministro degli esteri Guariglia a Ribbentrop nel convegno di Tarvisio, le assicurazioni date dal re al nuovo ambasciatore germanico von Rahn, avevano evitato che i tedeschi ci aggredissero, ma non avevano potuto evitare che un buon numero di divisioni tedesche entrassero, senza preavviso, in Italia.

Naturalmente, il piano del maresciallo Badoglio si fondava soprattutto sull'immediato intervento degli alleati, che avrebbero dovuto sbarcare a nord di Roma e negli aeroporti della capitale, con forze aerotrasportate. In questo modo si sarebbe salvata l'Italia meridionale e centrale e i tedeschi sarebbero stati costretti ad organizzare la difesa nella valle Padana.
Ma all'ultimo momento si apprese che gli alleati avevano annullato l'operazione di sbarco negli aeroporti di Roma e che sarebbero sbarcati non a nord della capitale, ma molto più a sud, a Salerno. Respinta la richiesta avanzata da Badoglio di un breve rinvio della pubblicazione dell'armistizio, Eisenhower comunicò al mondo che l'Italia si era arresa "senza condizioni". L'annunzio venne fatto con notevole anticipo.


La revoca dello sbarco negli aeroporti di Roma era stata fatta in conseguenza di un rapporto del generale americano Taylor, che si trovava a Roma. Costui era rimasto molto impressionato del pessimismo del generale Carboni, comandante del corpo corazzato, concentrato intorno a Roma, sull'esito dell'operazione. D'altra parte gli alleati non avevano voluto informare tempestivamente le nostre autorità del luogo dove sarebbero sbarcati. In un primo tempo, noi ritenemmo che il loro atteggiamento fosse ispirato da diffidenza nei nostri riguardi. Oggi sappiamo che non era tanto la diffidenza a consigliarli, quanto la estrema esiguità delle forze di cui essi potevano disporre per appoggiare il governo italiano.

I nostri piani vennero, in tal modo, sconvolti. Nel pomeriggio, i capi militari e politici tennero una riunione alla presenza del re. Da qualcuno venne avanzata la proposta di sconfessare l'armistizio e il generale Castellano che lo aveva stipulato, in considerazione della situazione disperata in cui ci metteva il precipitoso e singolare procedere degli alleati. Il re ascoltò attentamente. Non espresse la sua opinione. Tolse la seduta e ordinò al maresciallo Badoglio di dar corso all'armistizio.
Il nostro governo sapeva che a Roma c'erano diecimila SS. in borghese. Il re venne pregato di trasferirsi con la sua famiglia nel ministero della guerra, che era più facilmente difendibile. Il vecchio sovrano, accompagnato dalla regina, arrivò in via XX Settembre al calar della sera. I due vecchi, i due poveri vecchi, si rifugiarono nel brutto appartamento destinato ad alloggio del ministro della guerra. Il re, brontolando contro l'orribile mobilia, si raggomitolò su una poltrona e la regina sedette su un bracciuolo. Così, al buio, attesero g
li eventi.
Si aspettava che i tedeschi attaccassero. La speranza che si fossero ritirati al Nord svanì dopo poche ore. Gli attacchi cominciarono. Alle quattro del mattino il capo di stato maggiore dell'esercito giudicò che il re e il governo dovessero abbandonare la capitale. Vittorio Emanuele III, pur riconoscendo la necessità strategica e politica del movimento, si ribellò all'idea di muoversi da Roma: "Sono vecchio disse, secondo quanto riferisce Paolo Monelli nel suo bel libro su Roma nel 1943, che volete che mi facciano?"•. Ma poi si persuase.

Il movimento, che l'opinione pubblica chiamò fuga, fu certamente troppo precipitoso. Le autorità politiche e militari non provvidero a lasciare a Roma un comando chiaramente e saldamente investito, con funzioni precise ed istruzioni dettagliate. La mattina del 9 settembre Roma si svegliò praticamente senza governo e senza re. Tutto pareva abbandonato al caso. Come si poteva impedire che si diffondesse e si consolidasse nell'animo di tutti, specialmente negli uomini d'ordine, l'impressione che il re e il governo fossero fuggiti? Il re, la regina, il principe di Piemonte, e le principali autorità militari e politiche, si erano imbarcate per Brindisi, i sovrani a Ortona a Mare, gli altri a Pescara.
In diritto, per virtù della "resa senza condizione", tutto il territorio nazionale era alla mercé del vincitore. Di fatto, gli alleati lasciarono l'estrema punta della penisola salentina al governo legale. In realtà, l'unica concretezza dello Stato italiano era nell'armistizio, le cui
clausole doveva eseguire. A questa sola funzione era limitata la sua vita e la sua speranza di riconquistare la sovranità perduta. Questa vita e questa speranza erano alimentate dalla buona fede degli alleati, che avevano sinceramente il proposito di restituire gradatamente autorità e giurisdizione al nostro governo.
L'attività del governo dell'armistizio cominciò, si può dire, con una matita. Governo? Esso si riduceva al re e a Badoglio. C'erano altre autorità militari, ma autorità politiche, nessuna.

Nell'Italia meridionale la confusione degli spiriti era enorme. Il re e Badoglio non riuscirono a costituire che un rudimento di ministero, con un certo numero di funzionari e di tecnici qualificati "sottosegretari". Le personalità politiche, che in qualche modo rappresentavano le correnti dell'opinione pubblica, si rifiutarono di collaborare con Badoglio nella formazione di un governo politico.
Le più importanti correnti consistevano nei liberali e nei cattolici, che facevano capo ad uomini di primissimo piano come Croce e Rodinò, nel partito d'azione che contava uomini di grande rilievo, come Omodeo, e, reduci dall'esilio, come Sforza, Tarchiani e Cianca, nei socialisti e nei comunisti. L'opposizione più grave e tenace venne dai liberali e dai democristiani, che esigevano almeno l'abdicazione di Vittorio Emanuele III.
Gli alleati fecero tutto quello che era in loro potere per indurre i gruppi politici a collaborare col re. Essi non avrebbero mai ammesso che l'abdicazione del re e l'eliminazione della monarchia determinassero delle ragioni, da parte di un governo antifascista, per respingere le conseguenze della guerra perduta. Gli alleati esige
vano che la continuità legale del governo italiano proseguisse ininterrotta e indiscussa.

Quanto al re, egli fece tutto quelIo che era in suo potere per persuadere gli esponenti politici dell'Italia meridionale. Era molto vecchio e molto stanco, ma più della sua vecchiaia e della sua stanchezza, gravava terribilmente sulla situazione il suo carattere, la sua mancanza di comunicativa umana. Vittorio Emanuele. III non era "simpatico" nel senso grato agli italiani. Rude, scontroso, misantropo, taciturno, egli aveva tutte le caratteristiche sgradevoli per il gusto latino e mediterraneo.

Una sola volta egli aveva colpito ed entusiasmato la fantasia degli italiani: il 25 luglio 1943. Quel piccolo vecchio che aveva osato cacciare e arrestare quel gigante, che era ancora temuto da innumerevoli persone, che era detto dittatore e tiranno, aveva lusingato l'immaginazione del nostro popolo. Per questa stessa ragione, la "fuga di Pescara", l'immagine di questo piccolo re che fugge all'alba, abbandonando l'orgogliosa capitale, nella quale suo nonno era entrato con tanta sicurezza affrontando lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale, aveva letteralmente offeso la fantasia e il sentimento degli italiani.

Lo storico, qui, non ha niente da dire. Non c'erano in Italia, da una parte e dall'altra, che i sentimenti: sentimenti elementari. Spiegabile sentimento di offesa e di umiliazione, da parte degli italiani onesti che avevano militato nel fascismo e che si vedevano confusi e mescolati coi disonesti e coi criminali. Spiegabile sentimento di rancore da parte degli antifascisti che avevano subìto un ventennio d'oppressione, d'esili, di carceri e di confino. Spiegabile sentimento d'intransigenza da parte dei repubblicani che accusavano la monarchia delle disgrazie della patria. Spiegabile sentimento d'indignazione da parte dei monarchici, che vedevano nella monarchia non la causa della dinastia sabauda, ma quella dell'unità della patria, minacciata dalle conseguenze della disfatta. Spiegabile sentimento d'onore quello dei giovani, che avrebbero preferito combattere fino alla fine piuttosto che subire l'onta della "resa senza condizioni".

Ad ognuno di questi sentimenti, si potevano opporre le ragioni della realtà. Tutte queste ragioni consigliavano a superare ogni discordia e a concentrare ogni sforzo per costituire un governo di unione nazionale, capace di collaborare utilmente con gli alleati.
Per questo, nonostante la sua vecchiaia e la sua stanchezza, il re resistette ad ogni pressione. Egli si ostinava a rinviare ogni decisione sull'abdicazione al momento della liberazione di Roma, al momento in cui il governo italiano avrebbe avuto, sia pure di fatto, più larga giurisdizione, e il capo dello Stato avrebbe potuto meglio valutare la consistenza delle varie correnti politiche. Tutte le ragioni che si adducevano, per indurlo a tenere conto degli interessi della dinastia, lo trovarono invece sordo.

Per renderci conto dello smarrimento degli spiriti nell'Italia meridionale, basterà leggere due passi del Diario di Benedetto Croce. Scriveva l'illustre filosofo, in data 27 luglio 1943: "Del resto, anche oggi ansiosa attesa di notizie, e molta tristezza e sentimento di ribellione per le parole pronunziate contro l'Italia da statisti inglesi, che forse si apprestano a far pesare su di noi, nel nome della giustizia e della morale, la nostra guerra sciagurata. E nondimeno, nel bivio, era sempre per gli italiani da scegliere una sconfitta anziché l'apparente vittoria accanto alla qualità dì alleati che il Mussolini ci aveva imposto, vendendo l'Italia e il suo avvenire e cooperando alla servitù di tutti in Europa".

Ma il 4 di ottobre dello
stesso anno Croce scriveva: "Stamane mi sono svegliato dopo le tre e non ho potuto ripigliare sonno. Sono stato a rimuginare la guerra, il diritto internazionale e altri concetti affini, cercando, sotto la stretta della terribile passione di questi giorni, la parte da condannare moralmente; ma la conclusione è stata la rassodata conferma della vecchia teoria che la guerra non si giudica né moralmente né giuridicamente, e che quando c'è la guerra, non c'è altra possibilità né altro dovere che cercare di vincerla".
.
Il paradosso della situazione italiana fu questo: che Palmiro Togliatti, venuto dall'Unione Sovietica a porsi a capo dei comunisti, avverti che egli avrebbe "collaborato" col re, in un governo che si fosse proposto di combattere seriamente ed energicamente il nazifascismo. Il governo del re, dal canto suo, aveva formalmente dichiarato la guerra alla Germania e aveva ottenuto per il nostro Paese la situazione e la qualifica di "cobelligerante". Era un fatto che forti nuclei di forze partigiane, nell'Italia occupata dai tedeschi, erano formati da ufficiali e da soldati fedeli al re. Fedeli al re erano i marinai già morti in mare e quelli che combattevano in mare, fedeli al re i soldati che si erano fatti massacrare in Grecia e nell'Egeo.

Non c'era che un solo dovere: fare la guerra e imporre silenzio a tutte le "recriminazioni". Fu il capo dei comunisti che lanciò questo appello e venne, naturalmente, subito ascoltato. Si formò, finalmente, con la presidenza di Badoglio, un ministero politico. Si era alla fine dell'aprile 1944. Il re aveva preso l'impegno di nominare,
al momento della liberazione di Roma, il principe di Piemonte a luogotenente del regno. Del "regno", si badi, non del "re": era un modo astuto per dare modo ai repubblicani di sostenere che Umberto era, in pratica, un reggente. Infatti, la nomina sarebbe stata irrevocabile.

I ministri si presentarono al re a Ravello, dove Vittorio Emanuele III aveva posto la sua residenza, e firmarono una dichiarazione con la quale ognuno riservava il suo giudizio sulla questione istituzionale.
Un mese dopo Roma veniva liberata, e il re manteneva il suo impegno. Chiese una cosa sola: che gli venisse concesso un aeroplano per potersi recare nella capitale e firmare nel Quirinale il decreto di nomina del luogotenente. Non era una formalità. Anche quella voleva essere un'affermazione unitaria. Egli non aveva che una sola preoccupazione: quella che aveva dominata tutta la sua esistenza, tutto il suo regno, e che era l'essenza della monarchia costituzionale: l'unità d'Italia. Il re aveva mandato il duca Acquarone da Benedetto Croce, per esporgli
il suo desiderio. Il sovrano si diceva persuaso che il grande filosofo avrebbe compreso le ragioni sentimentali della sua richiesta. Acquarone riferiva anche che il re si augurava di vedere Croce alla testa del governo.

In consiglio dei ministri, Croce dovette lottare due ore per convincere i colleghi ad aderire cortesemente al "desiderio di un vecchio signore". Ne persuase dieci su sedici. Il re aveva anche chiesto che se gli alleati avessero rifiutato, il rifiuto gli fosse messo per iscritto. Senonché, mentre il consiglio dei ministri del governo di Salerno deliberava, il generale Mac Farlane si era già recato a Ravello e aveva costretto Vittorio Emanuele a firmare, tambur battente, il decreto che nominava Umberto di Savoia, principe di Piemonte, luogotenente generale del regno (vedi il documento)
In quello stesso giorno, Vittorio Emanuele III ordinò che venisse sospesa la guardia reale a Villa Sangro, sua residenza. Era una compagnia di granatieri. Volle salutare i due ufficiali il capitano Morozzo della Rocca e il tenente Giaccio. Colloquio freddo, gelido. Il re parlava del più e del meno, con un tono stanco e indifferente. Poi li congedò. Ma, accompagnandoli per qualche passo, toccò un braccio, lui così piccoletto, del più giovane dei due ufficiali e borbottò: "I miei granatieri!"

LA FINE

Il suo regno era finito. Era pronto, già nei giorni di Caporetto, prontissimo ad abdicare a favore del rivale, il duca d'Aosta. Ma non aveva voluto abdicare il 25 luglio, né sotto le pressioni di uomini autorevoli e fedeli alla monarchia, come Croce e De Nicola. Riteneva il figlio impreparato, come disse Acquarone? No. Egli sentiva, egli sapeva che con lui non finiva un sovrano, ma la monarchia costituzionale, quella che era nata nel 1860 dalla profonda coscienza dei patrioti italiani.

Si trasferì a Napoli, qualche tempo dopo, a Villa Maria Pia, come ora si chiamava la romantica Villa Rosebery, a Posillipo. Pescava: lunghe, lunghe ore di silenzio, macerate dai ricordi amari. Aveva fatto e continuava il suo calvario di uomo privato. Il destino volle che i suoi dolori di padre fossero quelli del più umile cittadino. Ad una figlia, Giovanna di Bulgaria, i nazisti avevano spento il marito col veleno; un'altra, Mafalda d'Assia, era morta atrocemente in un campo di concentramento nazista, come migliaia di altre povere donne.
Pescava in riva al mare di Posillipo, quel piccolo uomo, che era un padre come tutti gli altri, più triste, più infelice, più vecchio di tutti gli altri, più solo degli altri. Egli attendeva, innanzi a quel mare, che era stato il mare della sua giovinezza. Innanzi a quel mare era stato felice, giovane anche lui, innamorato. tutto teso a conquistare la vita. Possiamo dire che in quelle ore egli avrà disperatamente invocato la morte, perché il destino gli risparmiasse, almeno, di morire in esilio? Ma il destino fu severo. Vennero un giorno da Roma a fargli firmare un atto di abdicazione. Partì, quasi di nascosto sull'incrociatore Duca degli Abruzzi per Alessandria d'Egitto.
Egli aveva detto al figlio, consegnandogli il potere e protestando il suo costante, immutato amore per il bene della patria:
"Posso avere sbagliato".

Queste furono le sue ultime parole ufficiali. Nessuno degli uomini della sua generazione, nessuno di coloro che avevano come lui il dovere di difendere le libertà costituzionali, ha mai ammesso di avere sbagliato.
Al Cairo, dove un re amico gli fu prodigo di ospitalità e di deferenza, ebbe, un mese dopo, la notizia che la monarchia era finita in Italia. Si spense in un ospedale italiano, mentre moriva il 1947, e niente era più incerto della sorte del Paese Italia.

Fine

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