1943
25 LUGLIO - MUSSOLINI DESTITUITO
POI L'AMBIGUO 8 SETTEMBRE

(L'ARMISTIZIO)

20 LUGLIO - Visto il discreto successo dello sbarco in Sicilia, gli strateghi anglo-americani, rinunciano al "piano Brimstone" (invasione della Sardegna) e iniziano ad organizzare uno sbarco sulla costa fra Napoli e Salerno; luogo ideale per sbarcare uomini sulle spiagge salernitane, per l’ampiezza del porto di Napoli, e per la vicinanza di questa città a Roma. L'intenzione è quella di far poi risalire la 5a Armata comandata dal gen. Clark, verso la capitale, con in appoggio un'eventuale sbarco di anfibi sulla costa laziale o un audace aviosbarco di paracadutisti sugli aeroporti di Roma.

IL 22 LUGLIO L'efferatezza dei bombardamenti su Roma aveva già ripagato subito il nemico. Infatti la situazione si andò rapidamente aggravando. Si ebbe la sensazione in tutta Italia, che si era non all'ultima crisi, ma ormai sull'orlo del precipizio. Questi momenti drammatici fecero accelerare il crollo del regime fascista e prima ancora di questo lo stesso Mussolini. Da più parti in queste ore di smarrimento oltre che di dolore per i morti e le distruzioni, se ne invocava la destituzione, l'arresto, e qualcuno pensò perfino di assassinarlo. E non solo in Italia...

... ma in Inghilterra il Capo del "Bomber Command" Harris, già il 13 luglio 1943, aveva concepito l'idea di usare i suoi bombardieri non per la solita missione per polverizzare città e paesi (lui si riteva nel farlo un "artista") ma usare il suo squadrone di "Lancaster" (617) per uccidere una singola persona: Mussolini.
(i due documenti sono conservati al Public Record Office di Londra)

Denominata "Operazione Dux" , questa era una incursione da farsi in pieno giorno su Roma per distruggere Palazzo Venezia e Villa Torlonia mentre -se non in uno nell'altro edificio- era sicuramente presente il Duce. Harris era convinto che morto Mussolini, l'Italia si sarebbe fortemente demoralizzata e le possibilità di piegare l'Italia fortemente aumentate. Dei monumenti romani ad Harris non importava nulla, e in quanto a perdite civili non si era mai preoccupato (lui disse un giorno che "era pagato per ammazzare la gente").


La proposta di Harris sconcertò il pur cinico Churchill, mentre già mister Bomber e il suo comandante sir Portal, nella notte del 14 e 15 luglio avevano scelto per la missione il capitano Maltby e avevano trasferito i "Lancaster" a Blida in Algeria, Churchill preso da alcuni scrupoli, volle consigliarsi immediatamente con il suo delfino e pupillo Antonhy Eden ( ministro degli Esteri); che gli rispose con una minuta già il giorno dopo:


"Mi avete chiesto consiglio, ebbene la cosa non mi piace. La possibilità di uccidere Mussolini sono sicuramente assai scarse e quelle di "demoralizzare il Paese" non molto grandi. Se noi non riuscissimo ad ucciderlo, non diminuiremmo certo il suo prestigio e potremmo perfino rilanciare la sua declinante popolarità. Inoltre corremmo il rischio di essere odiati per aver colpito la parte più antica della Città e causato perdite tra i civili senza aver realizzato alcun risultato militare. L'obiettivo è troppo difficile per giustificare un tentativo sul piano militare, mentre sul piano psicologico andrebbe a nostro svantaggio se non fosse di successo al 100 per cento".

Churchill su questa minuta tracciò un "Sono d'accordo"; ma la non autorizzazione all'impresa non raggiunse subito Harris, che infatti nell'andata (in Algeria) il 16 e il 18 luglio inviò sull'Italia due squadriglie di bombardieri per un totale di 42 aerei per un primo bombardamento strategico in Lombardia in Liguria e in Emilia. Per il giorno 19 luglio con gli stessi aerei di ritorno sarebbe poi partita da Blida la "missione" con un carico di 85 tonnellate di bombe destinate a Roma per l'"Operazione Dux".
Ma fra i colpiti, gli abbattuti e gli sfasciati nell'atterraggio, gli aerei disponibili non erano più 42 ma erano rimasti 33. Oltre questa decimazione ad Harris era inoltre arrivato da Churchill la non autorizzazione alla delicata missione. Che sarebbe fallita comunque, perchè quel giorno -19 luglio- Mussolini era assente da Roma per incontrarsi con Hitler a Feltre. Il dubbio di Eden quindi si rivelò fondato.

Mentre i "Lancaster" di Harris restavano a terra inoperosi, gli americani presero in contropiede gli inglesi. Decisero infatti loro di fare per la prima volta un bombardamento sulla Capitale italiana. Dalla Tunisia, la USAAF fece partire con obiettivo Roma 159 "Fortezze Volanti" e 112 "Liberator" che colpirono il mattino gli scali ferroviari Littorio e San Lorenzo, e il pomeriggio altri 321 bombardieri (B 25. B 26, e P 38) fecero terra bruciata attorno a Ciampino, rovesciando sulla città 682 tonnellate di bombe su 44 punti chiave, ma che purtroppo distrussero gravemente i quartieri popolari di Prenestino, Tiburtino e Latino (questo terrificante bombardamento l'abbiamo narrato nelle pagine precedenti).

Harris rimase solo per poche ore inoperoso. La sera del 24 luglio, rispedì in Inghilterra gli aerei. Li caricò di frutta prelibata algerina, e ci aggiunse le 85 tonnellate di bombe che non aveva utilizzate nella "Operazione Dux". In questo viaggio di ritorno, incaricò i suoi piloti di rilasciare il carico su una importante città italiana. La scelta della sfortunata città fu Livorno, che nella notte del 24-25 luglio subì il micidiale bombardamento: 320 edifici andarono distrutti, migliaia le abitazioni lesionate, e diverse centinaia le vittime; con gran soddisfazione di Harris.
Proviamo a immaginare questo stesso carico rovesciato in Piazza Venezia: oggi il Campidoglio e il Colosseo non sarebbero che un cumulo di macerie.
Destino vuole che proprio in quella stessa notte livornese, in quelle stesse ore, si stava svolgendo un burrascosa seduta a Palazzo Venezia. Mussolini -tornato da Feltre- anche senza il bombardamento del Palazzo, stava cadendo in disgrazia comunque, non veniva eliminato fisicamente da Harris, ma politicamente dai suoi "amici" e "parenti"..

Mussolini un giorno era stato premonitore "se agli italiani gli distruggono un monumento, o perdono un Giotto, si metteranno a piangere e alzeranno le mani".

Ma i motivi non erano solo questi: gli italiani, il popolo, la borghesia, i militari tutti, erano stanchi di questa guerra. E nè Mussolini, né (come vedremo) il suo sostituto Badoglio, potevano più indurre gli italiani a combattere. Inoltre erano assenti le idee chiare sul da farsi, mancava un piano d'azione per come sganciarsi dai tedeschi e di conseguenza era inesistente quella necessaria strategia per non aggravare la situazione militare. Chi invece (prevedendo l'aria che tirava) aveva già pronti i piani erano i tedeschi che in più in regalo ricevettero i successivi 45 giorni (fino all'8 settembre) per organizzarsi ancora meglio.

Badoglio giocò la sua partita doppia pensando che fossero i tedeschi così tanto sciocchi da lasciarsi menare per il naso. Questi con quella "infausta comunicazione" (la definizione è di Unmberto I di Savoia)"La guerra continua" non avrebbero dato molta credibilità alla "volontà" italiana di proseguire la guerra e avrebbero senz'altro preparato le rappresaglie. E rendeva inoltre diffidenti quelli che dovevano diventare i nuovi "alleati"; questi con quella frase potevano ritenere che non era né Mussolini né il "fascismo" ad aver voluto la guerra ma bensì l'intero popolo italiano e che ora voleva continuarla.
Tutti davano la colpa agli italiani plagiati da Mussolini di aver voluto e aver iniziato la guerra, ed ora? Anche senza Mussolini, la guerra proseguiva ?!!!

Tuttavia a Washington e a Londra il "25 luglio" era stato interpretato come il primo passo per una richiesta di pace. Nello stesso pomeriggio, ora di Washington, di quello stesso giorno, Roosevelt scriveva a Churchill, e contemporaneamente Churchill scriveva a Roosevelt, che il cambiamento di Governo italiano lasciava prevedere trattative di pace separatamente dalla Germania. E già avevano abbozzato un piano (ottimistico) che prevedeva l'occupazione dell'Italia almeno fino alla linea Ancona-Livorno entro il mese di novembre.(Roosevelt and Churchill, op. cit., pag. 356, doc. 324)

Invece non solo il 25 luglio, ma ancora fino all'8 settembre (quando già l'armistizio era stato firmato) il Re d'Italia confermava a Rahn "la decisione di continuare a combattere fino alla fine a fianco della Germania,.... e dica al Fuhrer che l'Italia non capitolerà mai, è legata alla Germania per la vita e per la morte". Mentre a sua volta Badoglio aggiungeva "...A Berlino non si può e non si deve ignorare che la parola data da Badoglio non si presta ad alcun equivoco".

Non si possono poi dare grosse colpe agli anglo-americani, se nel corso di alcuni contatti (fra l'altro non ufficiali e affidati a due sconosciuti mediatori - e perfino uno all'inasputa dell'altro) erano diffidenti con l'Italia e gli negavano attenzioni e utilissimi appoggi, visto che il comportamento degli uomini politici italiani
era di una incredibile faciloneria e altrettanta era l'ambiguità. Potevano anche dire quelle frasi in pubblico, farle pure scrivere sui giornali, ma almeno potevano mandare a dire al "nemico" "ci stiamo comportando così, ma stiamo barando, e queste sono invece le nostre vere intenzioni... ecc. ecc." elencandole una a una".. Nulla!

22 LUGLIO - La cosa più ridicola o se vogliamo piuttosto ambigua, è che il gen. Vittorio Ambrosio, capo di Stato Maggiore Generale, dopo l'incontro di Feltre, chiede al Comando tedesco l’invio in Meridione di alcune divisioni tedesche e il trasferimento dalla Calabria alla Sicilia della 29a divisione motorizzata tedesca. Qualcuno al Quartiere generale tedesco non fu così ingenuo, pensò che era una diabolica trappola; se ci fosse stato -come era nell'aria- uno sbarco nelle coste laziali o in quelle campane, le armate tedesche si sarebbero trovate con la strada sbarrata della ritirata e quindi intrappolate.

E avevano buone ragioni di pensarlo, e quindi di diffidare, perché, come leggeremo più avanti, il gen Ambrosio, già il 16 luglio, quindi prima di Feltre, si era già incontrato con il Re per studiare come destituire Mussolini, e come sganciarsi dai tedeschi (Ma senza prendere nessuna iniziativa per rendere informati gli anglo-americani)
Abbiamo detto ridicola e piuttosto ambigua perchè dopo si disse che ci fu "l'invasione tedesca" dell'Italia, mentre a chiamare gli "alleati tedeschi" furono gli stessi generali italiani per respingere dall'Italia e soprattutto in Sicilia gli anglo-americani, che nei bollettini di guerra fino all'8 e 9 settembre (compreso) leggiamo erano i "nemici". Ovviamente se i tedeschi non scendevano in soccorso, gli italiani avrebbero detto in tal caso che nel momento del bisogno (per fermare l'invasione anglo-americana), erano stati traditi dall'"alleato".


IL 24 LUGLIO (ore 17) - Si riunisce il Gran Consiglio (28 partecipanti); si discute sull'Ordine del giorno presentato da DINO GRANDI. Si invita Mussolini a lasciare l'esecutivo e a rimettere tutti i suoi poteri nelle mani del Re (secondo l'art. 5 dello Statuto del Regno, che attribuisce al Re la suprema iniziativa di decisione). Mussolini calmo, ascolta, poi prospetta il drammatico scenario in cui verrebbe a trovarsi il Paese. E' convinto, quasi sicuro (ma qui sbaglia) di una sommossa dei suoi fedeli, ma teme anche, che la sua estromissione sarebbe traumatica nell'alleato Hitler (e qui non sbaglia) che potrebbe rivolgere le armi immediatamente contro quelli che lui riterrebbe a torto o ragione dei traditori. Mussolini sa benissimo che l'Alto Adige é già circondato dalle armate tedesche, pronte a invadere le due vallate bolzanine e quindi scendere verso Verona. " e a voi che rimanete cosa credete che vi succeda, che sarete risparmiati, no, "cari signori", non sarete risparmiati. L'Italia cadrà nel caos piu' terribile".

L'ordine del giorno era il seguente:

Il Gran Consiglio del Fascismo
riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra
proclama
il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano;
afferma
la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
invita
il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.

 


Il documento originale



Rileggendolo bene, nell'iniziativa di Grandi (seguita poi dal voto favorevole di coloro che erano vicini a questa sua linea) c'è la esplicita volontà di riportare in primo piano l'autorità della Corona e lo Statuto Albertino, e di conseguenza di accantonare la leadership mussoliniana.
Ma non c'è nessuna volontà di cancellare il regime di cui proprio i proponenti sono gli ex esponenti di primo piano. E neppure c'è il sospetto (o il timore) di essere gli strumenti e complici dell'iniziativa del re.

Risposero SI (cioè misero la loro firma sul documento): Grandi (Presidente della Camera), Federzoni (Presidente dell'Accademia), De Bono (quadrumviro), De Vecchi (quadrumviro), Ciano (membro a titolo personale), De Marsico (Ministro della Giustizia), Acerbo (Ministro delle Finanze), Pareschi (Ministro dell'Agricoltura) , Cianetti (Ministro per le Corporazioni), Balella (Confederazione dei datori di lavoro dell'Industria), Gottardi (Confederazione dei lavoratori dell'Industria), Bignardi (Confederazione degli agricoltori), De Stefani, Alfieri, Rossoni, Bottai (membri a titolo personale), Marinelli (ex-segretario amministrativo del Partito fascista), Albini (Sottosegretario agli Interni) e Bastianini (Sottosegretario agli Esteri).
I due ultimi non facevano parte del Gran Consiglio e furono invitati alla seduta pensando probabilmente Mussolini di poter contare su di essi.

Risposero NO (cioè non firmarono): Scorza (Segretario del Partito fascista), Biggini (Ministro dell'Educazione), Polverelli (Ministro della Cultura Popolare), Tringali Casanova (Presidente del Tribunale Speciale), Frattari (Confederazione dei datori di lavoro dell'agricoltura), Buffarini (membro a titolo personale), Galbiati (Comandante della Milizia). Si astenne Suardo (Presidente del Senato). Farinacci (membro a titolo personale) che aveva preparato un suo ordine del giorno di difesa del regime, si astenne di presentarlo e anche lui non firmò.
Badoglio (in L'Italia nella seconda guerra mondiale, p. 73) asserisce che i principali gerarchi avevano pensato a un triumvirato, ma non sembra esatto. Graziani (Ho difeso la patria, p. 303 e segg.) narra avergli detto Grandi che Mussolini non andava più, doversi quindi salvare quel poco che si poteva del fascismo, e De Bono ritenersi egli e i suoi amici traditi da Grandi. Giovannini nel settimanale «Oggi» (del 14 marzo 1948, art. La repubblica di sangue e di lacrime), probabilmente avutane comunicazione da Scorza, ricorda che nel tragitto da palazzo Venezia a Villa Torlonia di ritorno dal Gran Consiglio, Mussolini ruppe un lungo silenzio per dire, quasi esprimendo a voce alta un rovello interiore: «Anche Ciano, Albini e Bastianini...». Di Albini era già stato detto in un gruppo di senatori che stava al governo come uomo di fiducia della Corte. Di Bastianini persona a lui vicino faceva credere che fosse il solo del Gran Consiglio a conoscere i segreti disegni del Re, ma non fu confermato finora. Secondo Monelli (Roma '43, p. 134) Bastianini preconizzava un governo di concentrazione nazionale. Quanto a Ciano, i motivi dello sconcerto di Mussolini erano abbastanza immaginabili, e dovevano essere pari a quelli di Cesare "anche tu figlio mio!").

Il Re gioca gli uni e gli altri, giacchè non difende il regime, come Grandi e i suoi amici (firmatari e no) vorrebbero, né si batte per il rapido ritorno alle libertà costituzionali e alla democrazia parlamentare e partitica come chiedono le forze raccolte intorno a Bonomi. Si preoccupa invece di instaurare una dittatura militare - quella di Badoglio- con l'intento di "restaurare" una effettiva monarchia (che in venti anni pur seduta sul trono non ha mai regnato ma ha sempre detto sì al caporale quando doveva dire no e sempre no quando doveva dire si. La Corona si era messa fuori gioco fin dalla Marcia su Roma); cioè il passaggio da una dittatura mussoliniana a una dittatura del sovrano con militari a lui più vicini. Insomma, cogliere al volo il grosso favore fattogli dai congiurati.

Ciò che è singolare è la scarsa consapevolezza dei firmatari, che votando contro Mussolini, non si rendono conto che danno il via a un processo che avrebbe portato in poco tempo al rovesciamento non solo di Mussolini ma del fascismo come regime. Anzi si illudono che trattando con le istituzioni tradizionali (è patetica la comunicazione di Grandi ad Aquarone) parteciperanno al cambiamento e saranno chiamati dal sovrano a controllarlo.
Non si resero conto che la monarchia li avrebbe solo utilizzati per l'obiettivo suo di dividere le proprie responsabilità da quelle della dittatura e apparire agli italiani come l'unica autorità costituzionale

Ci fu anche l'O.d.G. di Scorza (il vecchio squadrista asceso qualche mese prima quasi d'improvviso alla segreteria del Partito) che respingendo la formula di Grandi, difendeva l'opera di Mussolini; ma non fu nemmeno messo ai voti. Quella di Scorza fu l'ultima -e anche inutile- manifestazione d'intransigenza del vecchio Partito fascista che aveva a quel punto le ore contate.

Sia i firmatari che gli altri, e ci mettiamo pure Mussolini, avevano perduto il realismo politico (più realistici semmai lo furono tra il 1922 e il 1925). Tutti ebbero una valutazione del tutto errata della situazione politica interna oltre che internazionale.
Ingenua poi la convinzione che il partito e le organizzazioni fasciste, avrebbero avuto la capacità di difendere il regime. Poche ore dopo fu messo fuorilegge e nessuno reagì, anzi alcuni gerarchi si misero subito a disposizione di Badoglio e del Re.

IL 25 LUGLIO
(ore 2,40) Mussolini ostentando insieme sicurezza e indifferenza (qualcuno disse poi "rassegnazione", ma conoscendo Mussolini, sappiamo che una certa dose di fatalismo faceva parte della sua personalità) viene messo in minoranza dal Gran Consiglio del fascismo. 19 voti per appello nominale su 28 gli sono contrari, 8 a favore, 1 astenuto (Suardo). L' O.d.G. Grandi viene approvato. Mussolini deve lasciare l'esecutivo e rimettere il mandato al re. (Cianetti che aveva votato in seduta con i congiurati, nella tarda mattinata dello stesso 25 luglio, si dissociò e inviò una lettera a Mussolini dichiarandosi a suo favore - gesto che gli salvò la vita. Al processo di Verona fu l'unico ad evitare la condanna alla fucilazione. Si prese 30 anni di reclusione)

IL 25 LUGLIO (Domenica ore 4) - GRANDI, a poco più di un'ora dal voto, riferisce l'esito della riunione al ministro della real casa ACQUARONE ( un ex ufficiale d'ordinanza del maresciallo Badoglio e ricordiamo che fu Ciano a suggerire a suo tempo al re il nome di Acquarone per quel posto), affinché informi il sovrano del voto di sfiducia a Mussolini; e che toccava al Re trarne le conseguenze, ossia cambiare il governo e porre fine alla guerra.
Grandi gli riferì pure che aveva già un piano pronto: a) comunicare ai tedeschi che l'Italia cessava le ostilità; b) far sapere agli anglo-americani che l'Italia era "amica" (alleata); c) indicava come capo del Governo il generale barone RAFFAELE CAVIGLIA (Ambasciatore presso la Repubblica Turca) e ALBERTO PIRELLI ministro degli esteri per i suoi molti contatti all'estero.

Grandi non é per nulla favorevole alle intenzioni espresse dal re di mettere BADOGLIO, che considera ambiguo per i troppi legami, prebende e ogni genere di onori ricevuti dal fascismo mussoliniano. Grandi, muovendosi molto bene nei rapporti con gli americani da' anche alcune indicazioni su come avviare delle trattative ufficiali (nulla era stato fatto in tal senso prima) per ottenere un eventuale armistizio onorevole. Nulla da fare. Il re ha gia fatto le sue scelte! (sappiamo oggi che fin dal 16 luglio Badoglio si era incontrato con il Re, con il generale Ambrosio, e che il Maresciallo propose un suo Governo (militare). Inoltre già il 24 mattina aveva ricevuto una visita di Acquarone, di Ambrosio e Castellano, per riferire quanto sarebbe accaduto nella notte e il giorno dopo. E fu di Ambrosio e Castellano l'idea di arrestare Mussolini dopo il colloquio del pomeriggio con il Re. Mentre Badoglio già pensava ai futuri arresti (e con ingratitudine, compresi gli autori della destituzione. Un "golpe" dentro il "golpe").

Infatti, Mussolini defenestrato dai suoi stessi gerarchi, questi (firmatari e no) non solo non sono chiamati nel nuovo governo (soprattutto i primi - come Grandi, e il cinico- ma ingenuo- Ciano - che ci speravano), ma fra poche ore saranno tutti presi dal terrore di essere -come Mussolini- arrestati. Non su ordine di Mussolini per il subito tradimento (che qualche fedele gerarca a Mussolini suggeriva di fare) ma con un mandato con precise disposizioni impartite da Badoglio per arrestare sia gli uni che gli altri. Alcuni nella notte che seguì si salvarono saltando la finestra di casa per non essere catturati, altri fuggirono e ripararono all'estero, Ciano andò a rifugiarsi da un amico (lo arresteranno il 5 agosto). Insomma, capirono tutti in poche ore di essere stati solo usati oltre che raggirati.

IL 25 LUGLIO (ore 11) - Il maresciallo Badoglio riceve in anticipo dal re il mandato di Capo del Governo (lui poi si schernirà, dicendo che non ne sapeva nulla fino a poche ore prima), poi fa scattare sull'intero Paese un piano operativo con severe disposizioni ai vertici dell'esercito e della polizia (oltre che il controllo di tutti le fonti di informazione- radio, telefoni, giornali).

IL 25 LUGLIO (ore 17) - Mussolini viene convocato dal re; lo informa della sua destituzione (il Re dimentica il suo "io saro' sempre al suo fianco") e nell'accomiatarsi gli fa trovare fuori in giardino (pur sempre casa sua!) i carabinieri per arrestarlo ("per la sua incolumità" dirà poi il re). Ma l'arresto dell'ospite in casa reale, scandalizzò perfino la stessa regina ELENA.


Ecco il suo racconto, fatto in una intervista nel marzo 1950,
pubblicata su "Storia illustrata" del luglio 1983:

 

"Eravamo in giardino. A me non aveva ancora detto nulla. Quando un emozionato Acquarone ci raggiunse, e disse a mio marito "Il generale dei carabinieri desidera, prima dell'arresto di Mussolini, l'autorizzazione di Vostra Maestà". Io restai di sasso. Mi venne, poi da tremare quando sentii mio marito rispondere "Va bene. Qualcuno devi prendersi la responsabilità. Me l'assumo io". Poi salì la scalinata con il generale. Attraversavo l'atrio quando Mussolini arrivò. Andò incontro a mio marito. E mio marito gli disse "Caro duce, l'Italia va in tocchi...", Non lo aveva mai chiamato così, ma sempre "eccellenza". Io nel frattempo salii al piano superiore, mentre la mia dama di compagnia, la Jaccarino attardandosi nella saletta era rimasta giù e ormai non poteva più muoversi. Più tardi mi riferì tutto. Mi narrò che mio marito aveva perso le staffe e si era messo a urlare contro Mussolini, infine gli comunicò che lo destituiva e che a suo posto metteva Badoglio. Quando poi la Jaccarino mi raggiunse, dalla finestra di una sala, vedemmo mio marito tranquillo e sereno, che accompagnava sulla scalinata della villa, Mussolini, Il colloquio era durato meno di venti minuti. Mussolini appariva invecchiato di vent'anni. Mio marito gli strinse la mano. L'altro mosse qualche passo nel giardino, ma fu fermato da un ufficiale dei carabinieri seguito da soldati armati. Il dramma si era compiuto. Mi sentivo ribollire. Per poco non sbattei contro mio marito, che rientrava. "E' fatta" disse piano, lui. "Se dovevate farlo arrestare" gli gridai a piena voce, indignata "..questo doveva avvenire fuori casa nostra. Quel che avete fatto non è un gesto da sovrano...". Lui ripetè "Ormai è fatta" e cercò di prendermi sotto braccio, ma io mi allontanai di scatto da lui, "Non posso accettare un fatto del genere" dissi "mio padre non lo avrebbe mai fatto" poi andai a rinchiudermi nella mia camera".

Qui invece lasciamo il racconto al protagonista.

RELAZIONE DI MUSSOLINI DEL COLLOQUIO COL RE
(Articolo pubblicato postumo dal " Meridiano d'Italia', - il 6 aprile 1947)

«Del re ero sicuro: non avevo motivo di dubitare di lui. Il colloquio, a Villa Savoia, durò circa venti minuti. Si iniziò con una mia succinta relazione sulla situazione politico-militare e sull'incontro a Feltre. Vittorio Emanuele, dimostrando vivo interessamento a quanto gli andavo esponendo, domandò precisazioni e fece qualche obiezione. Gli parlai, poi, della situazione in Sicilia, della minaccia diretta contro l'Italia meridionale, della seduta del Gran Consiglio, facendogli presente la necessità di agire energicamente per stroncare l'offensiva dei nemici esterni ed interni. Fu allora che il re, infiorando come sua consuetudine le frasi con qualche parola piemontese, mi disse che era inutile far progetti per l'avvenire, perché la guerra era ormai da considerarsi irrimediabilmente perduta, che "il popolo non la sentiva, che l'Esercito non voleva battersi".
«Specialmente gli alpini non vogliono più battersi per voi- disse acre, levandosi in piedi.
- « Si batteranno per voi, Maestà» - ribattei.
«Fu in quel momento che mi accorsi di trovarmi di fronte un uomo col quale ogni ragione era impossibile».
« - Tutto è inutile ormai; - soggiunse il re - l'avvenire della Nazione è ora affidato alla Corona. Le mie decisioni sono già state prese. Nuovo Capo del Governo è il Maresciallo Badoglio e virtualmente è già entrato in funzione. Sarà bene che vi mettiate a sua disposizione ».
« Era nel suo pieno diritto licenziare il suo Primo Ministro, ma ciò nonostante ero e rimanevo il capo del Fascismo. Questo gli dissi e mi avviai per uscire ».
« Il re mi trattenne: - Cercate di starvene tranquillo - soggiunse. - Sul vostro nome sarà meglio che non si faccia dello scalpore ».
« - Se ne è già fatto abbastanza: - risposi ».
Mussolini dopo averlo salutato si avvia all'uscita per risalire sulla sua auto.


RELAZIONE DI MUSSOLINI SUL SUO ARRESTO

(Articolo pubblicato postumo dal " Meridiano d'Italia', - il 20 aprile 1947)

« Discendendo la scalinata di villa Savoia, fui sorpreso di non trovare la mia macchina ad attendermi. Con il pretesto che l'udienza si sarebbe protratta a lungo e che occorreva lasciare libero il piazzale, essa era stata avviata in un viale adiacente.
« Mi arrestai a metà dello scalone e chiesi al maggiordomo di Casa reale di far avanzare la mia vettura. Nello stesso istante sopraggiungeva una autoambulanza della Croce Rossa. Un colonnello dei carabinieri, staccandosi da un plotone formato da ufficiali e da militi, mi si avvicinò:
« Eccellenza - mi disse - vi prego salire nell'autoambulanza.
Sorpreso, protestai. Il colonnello rispose che quello era l'ordine.
« Devo proteggere la vostra vita, eccellenza - soggiunse, manifestamente astenendosi di usare il termine duce. - Quindi intendo eseguire l'ordine ricevuto.
Compresi di essere caduto in una trappola. Ma non c'era nulla da fare. Bisognava inchinarsi davanti alla forza. Salii dunque sull'autoambulanza: lercia, ve lo assicuro. (l'ambulanza era lorda di sangue, per aver poco prima trasportato feriti del bombardamento - Ndr). Non vi nascondo che in quel momento malignamente pensai che i traditori intendessero in tal modo offendermi, adeguando secondo loro il contenente al contenuto. Con me salirono il colonnello, due carabinieri in borghese e due in divisa. Tutti armati di fucile mitragliatore.
L'autoambulanza partì a strappo e attraversò i quartieri di Roma a tale andatura, che ad un certo momento pregai l'ufficiale di dar l'ordine di moderare la corsa.
« Qui finiremo con l'investire qualche disgraziato e con lo sfasciarci contro un muro - dissi.
« Ci arrestammo nel cortile della caserma Podgora, dei carabinieri, in via Quintino Sella. Fui fatto scendere e sostare per circa un'ora, strettamente sorvegliato, nella stanza attigua al corpo di guardia. Alla mia richiesta di spiegazioni, l'ufficiale che mi aveva accompagnato rispose: - E' stato necessario prendere delle misure per proteggervi dal furore popolare. Bisognerà far perdere le vostre tracce ».


IL 25 LUGLIO (ore 22,47)
L'Italia a quest'ora (è Domenica) ancora alzata esplode, quella già a letto viene strattonata e svegliata con un grido "E' caduto il Duce", "Hanno liquidato Mussolini!"; poi tutti insieme gli italiani si riversano nelle piazze, quando il comunicato radiofonico annuncia la caduta di Mussolini e la nomina di Badoglio.

Già si levano in alto le grida di Viva la Pace, é finita la guerra, ma subito dopo si smorzano le grida in gola. I due proclami che seguono sono molto chiari. Il primo, quello del Re, informa di avere assunto il comando delle forze armate (ma se andiamo a ritroso, nel giugno del 1940, non aveva mai cessato di essere il capo delle Forze armate - vedi Biografia di Badoglio) e ordina di riprendere i posti di combattimento.


Il secondo proclama, quello di Badoglio, é ancora piu' chiaro:
" Assumo il governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua".


il manifesto


Iniziano i 45 giorni più ambigui e ipocriti della storia d'Italia. Hitler é lapidario "da certi italiani me lo aspettavo" e non volle incontrarsi con questi "nuovi italiani" (sempre alleati) e discutere il nuovo quadro politico né le future operazioni militari. Anche quando ricevette il giorno 27 il telegramma di Badoglio che gli ribadiva che manteneva fede alla parola data, Hitler nemmeno gli rispose. Gli sembrava assurdo che Badoglio nel destituire Mussolini, facesse un salto nel buio, e che quindi aveva già trattato la resa con i nemici. Hitler non aveva più bisogno di capire cosa volesse dire "la guerra continua" aveva capito ben altre cose.
Badoglio -ostentando ipocrisia- aveva perfino inviato il generale Marras a Berlino per invitare Hitler in un convegno con lui e il Re, da tenersi in Italia. Ma se i due italiani non andavano a Berlino perchè erano certi (e lo dissero esplicitamente) che non sarebbero più tornati, nemmeno Hitler cadde nel tranello nè volle mettere a rischio la sua vita nel venire in Italia. A Berlino erano molti a pensare che dopo aver arrestato Mussolini i badogliani volessero -mentre era in Italia- impadronirsi anche del Fuhrer.

Il popolo nel frattempo non aveva ancora capito proprio nulla. Qualcuno si mise a festeggiare che era caduto Mussolini quindi il fascismo. Del resto quando cade l'uomo di un regime, cade anche il suo sistema. Ma poi riflettendoci, vedendo nuovamente ai vertici gli uomini che dal fascismo avevano avuto tutto, titoli, onori e averi (e Badoglio era uno di questi) non diedero molta importanza ad alcune manifestazioni antifasciste (queste furono scarse e solo a Roma, mentre a Milano le dimostrazioni furono un po' diverse da quelle romane popolaresche e... isteriche (perchè ben manovrate); nel capoluogo lombardo comparvero più comunisti, con veri uomini politici che esposero programmi precisi; importanti -come quelli di Roveda, appena uscito da prigione, in piazza del Duomo- perchè contenevano l'annuncio di quella che divenne in seguito la vera azione del partito comunista. Che intendeva (o almeno così faceva credere) rimanere unito in un fronte nazionale d'azione con tutti i partiti dell'antifascismo, dai democratici ai cattolici, e trarre dalle masse popolari gli elementi decisivi per la soluzione delle crisi italiana.

Si formavano intanto altre concentrazioni di carattere rivoluzionario, come il Patto d'unità dei socialisti col partito cristiano sociale o l'unione dello stesso partito col Movimento comunisti d'Italia e col Partito repubblicano del lavoro in una Federazione repubblicana sociale ("L'Azione", clandestino, 10 novembre 1943), Il Partito Cristiano Sociale cercava un credo politico sentimentale tra Maritain e Bergiaief; il Repubblicano del lavoro aveva due pregiudiziali, la repubblica e la rivendicazione di tutti i diritti e di tutti i doveri del popolo lavoratore; il Movimento Comunista (che aveva per organo clandestino "Bandiera Rossa") era avversario deciso del PCI, accusando la sua politica d'essere un "arcanum imperii", affatto impenetrabile al proletariato, riservata a una vasta burocrazia e al professionalismo politico dei capi. (Cfr. Dipiero, Storia critica dei partiti italiani, pag. 261-264).

Gli anglo-americani guardavano con meraviglia, e alcuni con disprezzo, questi uomini, così piccoli dinanzi all'immensità degli avvenimenti mondiali, arrabbattarsi per questioni inattuali e non essenziali, mentre l'Italia sanguinava e soffriva, orrendamente percossa da una bufera di sangue e lacrime.
Inoltre si divertivano pure, nel vedere degli illusi che volevano -perfino con arroganza- mutare le leggi del vincitore, sempre rafforzate, mai allentate (fino al 10 febbraio 1947). Si accapigliavano e ringhiavano tutti nell'agone, non rispettando gli avversari, spesso infamandoli, e dimenticavano di essere senza alcuna libertà sotto il duro governo della Missione Alleata (poi in seguito AMGOT).

Torniamo ai fatti. In queste manifestazioni festevoli con canti e sbandieramenti che si videro suppergiù uguali in altre città anche se in minor misura, qualcosa di strano nell'aria c'era; acclamavano il Re e Badoglio ma di Mussolini nessuno più ne parlava, silenzio assoluto. Quindi non era un normale passaggio di poteri dopo una crisi costituzionale, ma era un vero e proprio brutale colpo di Stato. Il popolo bue è ignorante, ma di certe cose sporche ne sente subito... la puzza. E quella era una vera e propria puzza di cospirazione. Fra l'altro di pochi; infatti non era una rivoluzione nazionale di popolo (anche perché non esisteva ancora un'organizzazione di massa o di partito capace o in grado di organizzarsi per farla), ma semmai era una restaurazione di pochi disgiunti dalle moltitudini. Una corrente cospirativa con dentro di tutto: individui che erano fascisti e antifascisti, gruppetti legati alla monarchia, generali che obbedivano ai loro interessi personali alle loro ambizioni e ai loro odii, alcuni ex gerarchi fascisti che accantonate le vecchie passioni si mettevano a disposizione del Re e di Badoglio. Erano in sostanza tutti uomini incapaci di creare o adeguarsi al nuovo, e giocavano solo la propria carta per restare a galla.

E questi uomini chiamarono perfino il popolo a giurare su di loro, proprio loro che erano spergiuri, volendo ancora una volta dividere le responsabilità di un'altra guerra; quella che per il Paese fu ancora più sanguinosa oltre che più vergognosa perchè come se quella di fuori non bastasse, fu fatta in Italia da italiani, per mesi e mesi a scannarsi sul pianerottolo o nel cortile di casa.

C'è sconcerto e angoscia in mezzo ai veri fascisti, ma non è che negli altri l'inquietudine era inferiore.
Il mattino dopo, il giorno 26 LUGLIO in entrambi i due schieramenti le perplessità erano ancora moltissime, nonostante fosse presente la tanta voglia di lottare per riottenere la libertà.
Un manifesto emanato il 26 mattina e affisso in tutto il Paese, dal nuovo Comandante del Corpo d'Armata di Roma, sgombrò -a chi le aveva- ogni perplessità: e fu l'ordine del coprifuoco.




Ne seguì un altro, il medesimo giorno, dello stesso tenore, firmato dallo stesso Badoglio:

 


PROCLAMA DI BADOGLIO

Roma 26 Luglio 1943

"Italiani !
Dopo l'appello di S.M. il Re Imperatore agli italiani e il mio proclama, ognuno riprenda il suo posto di lavoro e di responsabilità.
Non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni, che non saranno tollerate.
L'ora grave che volge impone a ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatti di dedizione ai supremi interessi della Nazione.
Sono vietati gli assembramenti,
e la forza pubblica ha l'ordine di disperderli inesorabilmente".


Badoglio


Due manifesti ambigui; che senza usare la frase, proclamava lo "stato d'assedio" e imponeva il coprifuoco dal tramonto all'alba. Il primo non si vedeva in Italia da trent'anni; mentre il secondo era una cosa sconosciuta nella storia del Regno. E quell' "inesorabile" non era molto diverso da quello minaccioso di stampo hitleriano.
Raccapricciante poi la Circolare alle truppe


QUI RIPORTIAMO (vedi)

I DUE PROCLAMI DEL RE E DI BADOGLIO


IL MANIFESTO DELLO STATO D'ASSEDIO E DEL COPRIFUOCO


Comando del Corpo d'Armata di Roma
______________
Attuazione dello "Stato di Guerra"
nella Provincia di Roma

Assunzione dei poteri per la tutela dell'ordine pubblico

I poteri per la tutela dell'ordine pubblico sono passati alle autorità militari. E' stata pertanto ordìnata l'affissione del seguente manifesto da parte dei comandanti di Corpo d'Armata e di Difesa territoriale competenti:

Assunzione dei poteri per la tutela dell'ordine pubblico

In virtù delle facoltà conferitemi dalla dichiarazione dello stato di guerra e dall'art. 217 e seguenti del Testo Unico delle leggi di P. S., assumo la direzione della tutela dell'ordine pubblico nel territorio di questa provincia.

Allo scopo di conservare inalterato l'imperio della legge, faccio pieno affidamento sull'alta coscienza del dovere civico e sul patriottismo di tutti i cittadini, sull'impiego della forza ovunque si renda necessario per ridurre alla ragione chiunque contravvenga alle leggi, alle ordinanze delle autorità costituite, alle consuetudini del dovere civile.

Ordino

1 - Tutte le Forze Armate dello Stato e di polizia residenti nella provincia, Le milizie delle varie specialità, i corpi armati cittadini e le guardie giurate passano alle mie dipendenze. I rispettivi comandanti si presenteranno al Comando del Corpo d'Armata per ricevere ordini.

2 - Coprifuoco. - Dal tramonto all'alba, con divieto di circolazione dei civili, eccezion fatta per i sacerdoti, medici, levatrici, appartenenti a società di assistenza sanitaria nell'esercizio delle rispettive funzioni.
Fino a che perdurerà il servizio notturno dei treni in arrivo e in partenza dalle stazioni ferroviarie, i civili che vi si rechino o ne provengano dovranno essere muniti di regolare biglietto ferroviario.
I pubblici esercizi di ogni categoria, i teatri di varietà, i cinematografi, i locali sportivi e similari resteranno chiusi nelle ore del coprifuoco.

3 - E' fatto tassativo e permanente divieto di riunioni in pubblico di più di tre persone, di tenere, anche in locali chiusi, adunate, manifestazioni, conferenze e simili; di vendita di armi e di munizioni di ogni specie; di circolazione di autoveicoli, di motoscafi e velivoli di ogni tipo, eccezion fatta per quelli adibiti a servizi pubblici e militari; (i conduttori di questi ultimi dovranno essere forniti di apposito foglio di circolazione, rilasciato dalle autorità civili e militari alle quali fanno capo); di affissione di stampati, di manoscritti, di inviti di qualunque specie in luogo pubblico, escluse le chiese di confessione cattolica, per quanto ha tratto al normale svolgimento del culto; di uso di qualsiasi segnalazione ottica o luminosa.

4 - Fino a nuovo ordine sono considerati decaduti i permessi di porto d'armi di qualsiasi specie concessi avanti la pubblicazione del presente manifesto.
Le autorità competenti sospenderanno il rilascio dei porto d'arma in corso.
I detentori di armi regolarmente denunciate sono responsabili della conservazione delle medesime nell'interno della propria abitazione, senza possibilità di uso da parte di chicchessia.

5 - Tutti i cittadini che abbiano necessità di uscire di casa dovranno portare seco i documenti di identità, con fotografia, con l'obbligo di esibirli a qualsiasi richiesta degli agenti dell'ordine e dei comandanti di truppa.

6 - Stampa. - E' ammessa per i quotidiani una sola edizione giornaliera, con le prescrizioni attualmente in vigore.

7 - Fabbricati. - Gli accessi alla pubblica via dei fabbricati, limitatamente all'ingresso principale, devono restare aperti giorno e notte e illuminati secondo le disposizioni in vigore circa l'oscuramento. Le finestre di tutti gli edifici devono avere le persiane chiuse durante le ore del coprifuoco.
Le truppe, le pattuglie, gli agenti della forza pubblica e dell'ordine, comunque alle mie dipendenze, sono incaricati della imposizione, occorrendo anche con le armi, degli ordini sopra specificati.
I trasgressori saranno senz'astro arrestati e giudicati dai Tribunali militari.

Badoglio



LA CIRCOLARE
DI BADOGLIO ALLE TRUPPE


Comando del Corpo d'Armata di Roma
______________
1) Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell'ordine pubblico, anche minimo e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento e può condurre, ove non represso, a conseguenze gravissime.
Qualunque pietà e qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto un delitto.

2) Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine.
3) Siano assolutam,ente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni e la persuasione e non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe o intorno alle armi in postazione.

4) I reparti debbono assumere e mantenere sempre grinta dura ed atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio di ordine pubblico in sosta od in movimento, abbiano fucile a pronti e non a bracciarm.

5) Muovendo contro gruppi di individui che turbino l'ordine pubblico o non si attengano alle prescrizioni dell'autorità militare, si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai ed artiglierie senza preavvisi di sorta,
come se si procedesse contro truppe nemiche.
Medesimo procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzanti.

6) Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento.

7) Massimo rigore nel controllo ed attuazione di tutte le misure stabilite dal manifesto già noto. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermano all'intimazione.

8) I caporioni e istigatori del disordine, riconosciuti come tali, siano senz'altro fucilati, se presi sul fatto; altrimenti siano giudicati immediatamente dal tribunale di guerra sedente in veste di tribunale straordinario.

9) Chiunque anche isolatamente compia atti di violenza o ribellione contro le forze armate o di polizia o insulti le stesse e le istituzioni venga immediatamente passato per le armi.

10) Il militare impiegato in servizio d'ordine pubblico che compia il minimo gesto di solidarietà con i dimostranti o si ribelli o non obbedisca agli ordini o vilipenda superiori ed istituzioni venga immediatamente passato per le armi.

11) Il comandante di qualsiasi grado che non si regoli secondo gli ordini di cui sopra venga immediatamente deferito al tribunale di guerra che siederà e giudicherà nel termine di non oltre 24 ore.

Confido che i comandanti in indirizzo consci della gravità dell'ora e che da falsa pietà, lentezza e irresoluzione potrebbe derivare la rovina della Patria dovranno e faranno dare la più ampia assicurazione a quanto sopra disposto. Si tratta di imporsi subito con rigore inflessibile.

Badoglio

 

Gli ordini erano di straordinaria severità: un governo dittatoriali non li avrebbe dati più duri.
Tutti i poteri civili passavano alle autorità militari, tutti i locali pubblici dovevano chiudere all'ora del coprifuoco; era fatto tassativo divieto di riunione pubblica, di adunate e di manifestazioni, di circolazione agli autoveicoli privati, di affissione di stampati; vietato uscire di casa, vietato chiudere i portoni, vietato tenere le persiane aperte. Ai giornali (pur cambiando i direttori) fu permessa un'unica edizione, e la censura preventiva divenne ancora più severa. I trasgressori di questi ordini sarebbero stati senz'altro arrestati e giudicati dai tribunali militari. Continuando con le tanto criticate "veline", si davano disposizioni alle redazioni dei giornali su cosa scrivere. Alcuni giornali già in macchina, eliminarono le cose "sgradite" a Badoglio, e continuarono a stampare con gli spazi bianchi (che ebbero un'effetto peggiore della notiza eliminata). Il satirico giornale Marco Eurelio, ci fece anche la caricatura. Un analfabeta con in mano un giornale con gli spazi bianchi leggeva e diceva "Finalmente hanno pensato anche a noi, e possiamo leggere qualcosa"

Eppure in mezzo a tanta severità, alcune squadre scorazzavano istericamente nelle strade delle città più importanti distruggendo tutte le sedi del fascio, e altre strutture sportive, ricreative, dopolavoristiche (che poi erano edifici dello Stato) e i vari simboli del littorio. E, di già che c'erano, svaligiarono alcuni negozi di noti fascisti, distrussero sedi di partito, aggredirono qualche malcapitato) senza che la polizia (ex fascista) intervenisse. Pazienza gli emotivi umori nelle masse (che in effetti erano gruppi guidati) ma che la forza pubblica non reagisse alle distruzioni di cose e alle violenze anche sulle persone, non era normale, sembrava tutto questo già concertato in precedenza. Ma da chi? Chi ne era il regista?

Altri, meno isterici, tuttavia vedendo queste scene, erano ottimisti, si stavano convincendo che se il fascismo era dunque caduto, la guerra che Mussolini aveva iniziata, dunque cessava. Ma non era così. La guerra continuava e sempre a fianco del vecchio alleato (o almeno cosi pareva, leggendo i bollettini di guerra, e leggendo quella sibillina frase nel proclama di Badoglio: " l'Italia mantiene fede alla parola data".

Quando poi, personalità, prefetti, generali, alti funzionari (tutti nominati dal fascismo) si precipitarono a inviare (e a far sapere a tutti che li avevano inviati) comunicati a Badoglio e al Re dichiarando di essere al loro fianco, e nel tempo stesso andavano invocando una concordia nazionale (ovviamente per mantenere il proprio posto), l'impressione che era caduto il fascismo non esisteva proprio. Tutti quelli che veramente contavano erano tutti al loro posto, cioè tutti quelli che fino alle ore 22 e quarantasette minuti si erano dichiarati sempre fascisti di "provata fede".
Solo alcuni, che avevano con Badoglio rapporti non idilliaci o esistevano vecchi rancori, dovevano guardarsi da certi manipolati gruppetti, e da alcune disposizione che aveva emanato Badoglio (che guarda un po', richiama al suo posto di Capo della polizia Senise - E come vedremo più avanti, pure lui usato, poi consegnato ai tedeschi).

I personaggi potenzialmente più pericolosi erano il generale ENZO GALBIATI, capo di stato maggiore della MILIZIA (alle sue dipendenze c'erano più di trecentomila uomini) e il capo della polizia RENZO CERICA (che poteva mobilitare agenti di Pubblica Sicurezza ma anche reparti di Carabinieri). Entrambi gli alti funzionari erano fascistissimi di provata fede. Il generale Galbiati era anche membro del Gran Consiglio e aveva partecipato alla seduta, votando contro l'ordine del giorno di Grandi; ma anche lui fece atto di sottomissione.
Dalle ore 20 di domenica 25 luglio -quando il piccolo Re aveva già esautorato Mussolini, nominato Badoglio nuovo capo del Governo e proceduto alle altre nomine più urgenti - iniziò la corsa alla fedeltà. Fedeltà al Re, beninteso.

Il responsabile di ogni male, era il regime abbattuto, a Mussolini gli si scaricava ogni colpa. Mentre gli uomini corresponsabili a titolo uguale, giocando i bussolotti del colpo di Stato, facevano sparire le loro gravi colpe. Tutti vollero far credere d'essere stati contrari all'intervento in guerra e contro Mussolini; di non aver delirato con lui alla conquista dell'Impero; di non averlo mai applaudito quando ci fu la dichiarazione di guerra alla Francia-Inghilterra, alla Grecia, alla Russia, e agli Stati Uniti d'America; negavano e in più infangavano la memoria di tanti caduti che - guidati al macello proprio da loro - si erano tuttavia comportati da eroi.
Insomma si rivoltavano, contribuivano a far rivoltare gli animi, e si riciclavano.

Il generale Galbiati si affrettò ad emanare una circolare a tutti i comandi della Milizia: in sintesi: "non fate nulla, siate fedeli al Re, come fedelissimo al Re è il vostro comandante".
Il dottor Cerica si mise disciplinatamente a disposizione del nuovo capo della Polizia, CARMINE SENISE (che aveva già ricoperto la medesima carica fino al 14 aprile di quello stesso anno, quando era stato messo alla porta da Mussolini "perchè arrestava troppe camice nere", ma che fu richiamato in questa circostanza (divenne utile); ma fu poi... il giorno prima della "grande fuga" ...messo prima in galera (paradossalmente perchè antiamericano) poi ancora più paradossalmente lasciato in mano ai tedeschi con la precedente accusa di "antifascismo-nazismo" e finì deportato a Dachau).

E i "Moschettieri del Duce?" La divisione "M" di provata fede? I moschettieri erano i più scelti fedeli fra i fedeli della Milizia fascista. Erano l'equivalente, per Mussolini, di ciò che erano i Corazzieri per il Re: la guardia personale, i preretoriani. Essere nominato Moschettiere era un privilegio, una patente di indiscutibile fede. Comandare i Moschettieri era un privilegio conteso dai più bei nomi della nobiltà. Infatti il loro comandante era un nobile, il marchese ACHILLE d'HAVET: ma che alla notizia della destituzione del Duce si affrettò a far professione di obbedienza e fedeltà al Re. Un bel quadretto!
L'Italia fu piena di "quaglie"; quanti "salti"!!


In seguito dissero tutti; "per evitare luttuosi eventi, in una situazione che era già fin troppo luttuosa per ragioni belliche". Le stesse cose poi dissero (e fu una tragedia maggiore) l'8 settembre.
Cioè che era meglio battersela che battersi. I Re, i capi di Stato maggiore, ecc. ecc. in testa !!
l' "Avanti Savoia" diventò un "indietro Savoia" ed infine un "si salvi chi può".

E il Segretario del partito CARLO SCORZA? Rimasto senza Duce cosa fa? Cerica gli comunica che Mussolini è agli arresti, e che anche lui è nella lista. Scorza chiede di essere lasciato in libertà "sulla parola" per poter fare opera di pacificazione dentro i fascisti, temendo rivolte di piazza degli ex squadristi. Ma Scorza in poche ore si rende conto che non c'è niente da pacificare perchè pare che non ci siano più fascisti in Italia.
E così anche lui fa il "salto" e si mette a disposizione del nuovo governo "per sacro dovere di soldato". E nessuno più si ricorda di arrestarlo. Finirà in prigione due mesi dopo, ma saranno i fascisti di Salò ad arrestarlo. Già, perché c'era anche un mistero da chiarire: poco dopo le ore 20 di domenica 25 luglio 1943 (quindi appena avuto notizia della rimozione del Duce) con un tempismo eccezionale, era partito da Roma un telegramma circolare che smobilitava tutte le Federazioni Fasciste e le Guardie ai Labari (cosa che semmai doveva fare o il Re o Badoglio). Il telegramma era firmato "Scorza", ma questi negò la paternità del messaggio davanti ai giudici repubblichini, che il 15 aprile 1944 lo processarono ma poi lo assolsero per diretto intervento di Mussolini.

E i prefetti tutti nominati dal fascismo perchè di "provata fede" ? - Salvo alcuni, quelli invisi a Badoglio e al Re, pochi i prefetti rimossi, mandati in pensione; eppure quelli nominati sempre nel fascismo avevano fatto la loro carriera. Ma sia gli uni che gli altri diedero un superlavoro alle poste e telegrafi. Partirono una montagna di telegrammi il cui testo era sempre più o meno questo: "riconfermo assoluta fedeltà a S.M. il Re".
Quindi se il pericolo era rappresentato dai fascisti, i fascisti come abbiamo visto non ce n'erano più!
Quanta amarezza deve aver provato Mussolini! Quando il Duce s'informò che cosa era accaduto nelle strade e nelle piazze dopo l'annuncio, qualcuno imbarazzato gli disse "Nulla!". E lui chiese "ma... ma anche quelli della mia Milizia?" (i 150.000 di provata fede), "si ! anche quelli ! se la sono tutti squagliata ! e tutti i capi stanno mandando i telegrammi al Re e a Badoglio!".

I battaglioni "M" erano accampati allo stadio Mussolini, pronti a menar le mani se Pollastrini, il capo dello squadrismo romano, rompeva gli indugi con un cenno. Invece al momento critico quelli non si mossero, anzi Pollastrini si sentì minacciato, e preferì consegnarsi alla polizia, farsi mettere in cella, per sfuggire ad un eventuale linciaggio o all'ira di alcuni gruppetti che giravano in città intenzionati a fare i "giustizieri".
Badoglio ne approfittò subito, e sul Messaggero del 27 luglio, aveva fatto aggiungere cinque scarne righe in un angolino:

E così anche i 150.000 (fedelissimi) furono attaccati al carro badogliano, con i comandanti in prima fila che fecero buttare via emblemi e distintivi vari ai loro uomini, gli misero un paio di stellette e col nome di divisione "Centauro", furono inquadrati in blocco nel nuovo esercito di Badoglio.

(da notare che poi (vedi) alla "Difesa di Roma", il 9 settembre, prima contrastarono insieme agli altri i tedeschi, poi il giorno 10, la divisione Centauro si unì a quelle tedesche -- Ma non c'era nulla di strano, perchè Calvi di Bergolo (genero dello stesso Re), parlando al proprio esercito, dopo aver consegnato Roma ai tedeschi, aveva detto anche lui come il suocero "
L'ora grave che volge impone a ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatti di dedizione ai supremi interessi della Nazione". E disse pure che "era non solo patriottico ma era un onore entrare e giurare dentro l'esercito di Hitler")

Il terrore si impadroni dei fascisti di "provata fede", questo perché Badoglio nella Gazzetta del Popolo del 30 luglio, con un altro piccolo trafiletto aveva fatto un po' paura ai fascisti più "in vista".
E non sereni erano pure gli anti-fascisti in galera (soprattutto i comunisti) che per liberarli si "richiedeva inevitabilmente del tempo".
Si voleva insomma fare a meno degli uni, e non avere subito tra i piedi gli altri.


Solo due uomini furono di provata fede: MANLIO MORGAGNI, presidente dell'Agenzia Stefani; nella suo redazione chiamò accanto a sé tutti i collaboratori, disse a ognuno "grazie" e divise fra loro i suoi averi; tutti credevano che -come gli altri- sarebbe fuggito, invece entrò nel suo ufficio, compilò un breve messaggio "Il Duce non c'è più. La mia vita non ha più scopo. Viva Mussolini!" e si sparò una revolverata in testa. Lo stesso insano gesto fece il conte Frontini, gerarca del Partito, amministratore di beni della famiglia Ciano.

Fu poi varata la Commissione per l'inchiesta sugli elleciti arricchimenti di gerarchi e pubblici funzionari che si erano avvicendati in 20 anni. Furono migliaia gli inquisiti. E cosa abominevole, tutti potevano fare le denunzie. Fra le libertà conquistate c'era prima di tutto quella di fare la delazione.


Se c'era ancora qualcuno che aveva dubbi che il Governo Badoglio era una grande restaurazione, furono sgombrati questi dubbi il 27 LUGLIO dall'annuncio ufficiale della nomina dei nuovi ministri del Gabinetto compilata il giorno prima.

BADOGLIO conservava il titolo fascista di Capo del Governo, Primo Ministro. Agli Esteri fu insediato l'ambasciatore GUARIGLIA, già rappresentante dell'Italia fascista; agli Interni il prefetto FORNACIARI, ex prefetto fascista prima di Trieste poi di Milano; alle Colonie il generale GABBA, senatore di nomina fascista; alla Giustizia AZZARITI, un alto magistrato ignoto; alle Finanze il provveditore generale dello Stato BARTOLINI, che portava nel volto le tracce della violenza infertagli il giorno prima da un gruppo di scalmanati, perché tipico esponente del regime fascista; alla Guerra il generale SORICE, da molti anni stretto collaboratore di Mussolini; alla Marina il contrammiraglio De COURTEN, a cui la parte più giovane della Marina stessa guardava come a un maestro ed era noto come caldo fautore dell'alleanza con la Germania; all'Aviazione il generale SANDALLI, distintosi molto nella guerra etiopica; all'Educazione nazionale il professor SEVERI, funzionario devotissimo al regime caduto e "doppiogiochista" insigne; ai Lavori pubblici il dott. ROMANO, capo di gabinetto del suo predecessore fascista; all'Agricoltura il prof. BRIZI, senatore di nomina fascista e capogabinetto di Acerbo; alle Comunicazioni il generale AMOROSO; alle Corporazioni il dott. PICCARDI, consigliere di stato di nomina fascista; alla Cultura Popolare, l'ambasciatore ROCCO, dal 1936 direttore generale della Stampa estera allo stesso Ministero fascista; agli Scambi e Valute il direttore generale della Banca d'Italia ACANFORA; alla Produzione bellica il generale FAVAGROSSA, capo dello stesso dicastero nell'ultimo Gabinetto mussoliniano. Fu nominato anche un sottosegretario alla Presidenza nella persona del dott. Baratono, ex Alto Commissario fascista di Napoli.

Erano dunque tutti tecnici, burocrati e militari, un gruppo di persone che nulla rappresentavano nel Paese. Senza nessuna esperienza politica né avevano le capacità per risolvere i complicati problemi. Il primo era la guerra in corso, il secondo era la minaccia di una guerra di tedeschi e anglo-americani in casa, il terzo una guerra civile nel Paese. Ma proprio per queste incapacità erano uomini utili a Badoglio, che rispetto a loro, lui si sentiva l'eminenza grigia; affiancato da un solo uomo, Aquarone, perchè rappresentante della Real Casa, ma pure lui un impreparato alla politica.

Badoglio si sentiva ma non era una eminenza grigia, l'Italia fu data in mano a un militare inesperto di politica. Un Paese che in quel momento aveva bisogno di risolvere problemi politici tutti inestricabili e difficilissimi e assai poco tecnici. Le qualità militari del Maresciallo avrebbero potuto contare, se la guerra continuava, ma quelli che avevano indicato o accettato Badoglio, dopo la caduta di Mussolini, volevano la fine sollecita della guerra, anche se non immediata. Quindi dello stratega non c'era bisogno. Fra l'altro anche le sue virtù di soldato venivano molte discusse. Essendo stato capo di Stato Maggiore dal 1926 al 1940, lo si riteneva, non a torto, responsabile dell'impreparazione militare che aveva causato tante sventure. Fascisti e antifascisti gli rimproveravano che all'inizio della guerra lui doveva dimettersi e che il suo gesto avrebbe impedito la guerra. A queste accuse lui rispondeva che gli sarebbe parso tradimento. Ma rimanendo al suo posto non è che gli servì a evitare errori, anzi in molti casi fu lui a dare il benestare a quelli che commettevano i più grossi errori.
Nessuno aveva poi dimenticato Caporetto dove dalla sciagura (proprio sulla linea del suo corpo d'armata era stato rotto il fronte) uscì non imputato bensì vice capo di stato maggiore. Litigò con Diaz per aver scatenato in pieno autunno l'offensiva su Vittorio Veneto, ma poi ne trasse la gloria.
Fu avverso all'Impresa di Etiopia, poi vi accorse, e quindi la fece quella guerra ricavandone altra gloria, titoli e ricchezze (che ne era entusiasta basta leggere le sue memorie "La guerra d'Etiopia", che furono pubblicate con tempismo, in molte edizioni, di cui alcune in carta pregiata con la sua firma autografata, quindi molto costosa).

Aveva nel 1922, asserito nel corso della Marcia su Roma, che se munito di pieni poteri, in ventiquatto ore avrebbe liquidato il fascismo: in seguito dentro il fascismo ottenne tutti i favori, gli onori e tutti i vantaggi che ambizione umana potesse desiderare.

Era come già detto, corresponsabile della sciagurata impreparazione dell'esercito, della campagna in Grecia e dei malanni che ne derivarono; eppure ora se ne avvantaggiava.

Partendo per l'Etiopia aveva affermato che vi andava per "servire la causa dell'Italia fascista", poi espresse riconoscenza al "Duce magnifico", esaltandone "l'infallibile politica", e riconobbe che la vittoria era del "fascio di spiriti che si chiamava la Nazione fascista".(citazioni prese dallo stesso: Badoglio, "La guerra d'Etiopia").


Della Spagna disse che vi si era combattuto eroicamente "in nome dei più alti ideali della civiltà fascista". Nel Maggio del 1940 si prosternò ancora a Mussolini: "Se orgoglio io ho, è quello di avere sempre servito fedelmente con devozione illimitata, Voi, Duce". e poi prese l'iniziativa per fargli dare dal Re il supremo comando delle Forze Armate (Mussolini, nell'opera che abbiamo già citata).
Arricchitosi straordinariamente durante l'epoca fascista, fascisti e antifascisti lo consideravano come un vero approfittatore del regime (ora invece a quelli come lui dava la caccia e invitava pure la popolazione a fare delazione)
.
Aveva partecipato alle trattative dell'alleanza politica e militare fra l'Italia e la Germania; poi era stato prima contrario all'intervento in guerra, poi mutò parere. "L'ora delle grandi decisioni si avvicina. Noi che dobbiamo l'unità della Patria all'atto di suprema audacia del piccolo Piemonte, che osò dichiarare guerra al grande impero Austro-Ungarico, non possiamo disertare la storia, ma affrontare la guerra con suprema audacia". (queste frasi sono in una lettera che Mussolini fece pubblicare nella "Corrispondenza Repubblicana" del 19 ottobre 1943 - Per ricordare a Badoglio che quella guerra l'aveva anche lui desiderata, voluta e propagandata).
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Quattro giorni dopo, il giorno 29-30 LUGLIO i giornali titolano "Il Popolo italiano restituito alla libertà. Scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni".


Restituito alla libertà !! Ma come potevano gli italiani esseri liberi, se l'Italia e il suo governo non lo erano? Con una guerra "che continuava" e che seguitava a paralizzare il Paese e con in giro già il fantasma della disfatta? La Libertà erano forse ancora rovine e macerie?
Riflessioni e domande senza risposte. In questo stesso giornale, erano stati precipitosamente eliminati alcuni articoli perchè non graditi al Governo, e la prima pagina uscì con gli spazi bianchi (nel primo a sinistra - nell'articoletto "Siamo in guerra" furono eliminate delle frasi, mentre a fondo pagina fu eliminato un intero articolo, rimase solo il titolo che era "Saggia progressiva liquidazione" (possiamo immaginare di chi).
Come inizio di libertà c'era da stare allegri.


Il Corriere della Sera, scriverà poco dopo, il 5 settembre: "Quale libertà? Se ne parla molto, ma bisogna tener presente che l'elogiare la libertà non coincide con l'attuarla e neppure col porne le prime premesse. Perché la libertà ha un suo proprio ritmo, un respiro, che dev'essere assecondato e facilitato, senza di che c'è la dissoluzione anarchica della libertà, comodo pretesto a tutte le reazioni. Oggi ci viene data la libertà di parlare male di Mussolini e dei gerarchi di ieri, magari di progettare i più complicati piani per l'avvenire, dimenticando le concrete situazioni presenti e i problemi che sono veramente tali"

Infatti, nello stesso tempo i giornali del 30 luglio titolavano in prima pagina:
"Divieto di costituzione di qualsiasi partito politico"
.



Inoltre c'era quell'altra frase sibillina; "la guerra continua" il "nemico" ci minaccia, calpesta il nostro suolo, ha invaso le nostre città". 
Ma il nemico chi era?
(ce lo dirà Badoglio solo l'11 settembre, quando ormai era al sicuro a Brindisi)


Che Badoglio e i giornali nell'indicare il "nemico" si riferissero agli invasori anglo-americani in Sicilia, apparentemente non ci sono dubbi, perchè nella stessa pagina dei proclami, ci sono altri titoli inequivocabili come il bollettino di guerra N.1160 (vedi il primo giornale) che afferma "Aspri combattimenti in Sicilia. Sei mercantili colpiti, dodici apparecchi abbattuti"; e nel testo "I bombardieri germanici hanno conseguito "favorevoli risultati".

Gli "avversari", i "nemici colpiti" erano inequivocabilmente gli anglo-americani




Ma a che gioco giochiamo allora? si dissero chi credeva di aver capito qualcosa.

(Ma il giornale dell'8 settembre fu ancora più ambiguo, con il "bollettino 1201" )

Mentre usciva il mattino del 9 questo giornale, tutto lo Stato Maggiore e il RE erano già n fuga.
NELLA STESSA PAGINA, SI PARLA DI ARMISTIZIO (CHE ERA POI UNA RESA INCONDIZIONATA E NON UNA SOSPENSIONE) E POI SI PARLA DI "FORMAZIONI AVVERSARIE",  "ABBATTUTI DALLA CACCIA ITALO-TEDESCA",  "REPARTI ITALIANI E GERMANICI HANNO RITARDATO L'AVANZATA DELLE TRUPPE BRITANNICHE".

UN ITALIANO IN ARMI COSA POTEVA CAPIRE SULLA STESSA PAGINA DI GIORNALE ?
CON CHI GLI ITALIANI DOVEVANO "REAGIRE" ?
GOLDONIANO ANCHE L'ARTICOLO A FIANCO; PARLA DI "CONCRETO"! PIU' IRREALE DI COSI'!
A LEGGERLO SI SCOPPIA DAL RIDERE, ANCHE SE C'ERA DA PIANGERE!

è la pagina più assurda e falsa della storia d'Italia!

  Inoltre il testo diramato da Eisenhower nel mondo era ben diverso 
da quello di un "Armistizio"

" The Italian Government has surrendered its Armed Forces unconditionally"
"Il Governo italiano ha dato ordine alle sue forze armate di arrendersi senza condizioni"
Non parla di alzare solo le classiche mani, ma parla di consegnare armi, navi e aerei!

(Questo discorso di Eisenhower lo abbiamo in originale)

Se poi qualcuno sbagliava a comperare il giornale, i dubbi erano tanti; gli ALLEATI chi erano, i "NEMICI" che sbarcavano in Calabria, che bombardavano Frascati ancora l'8 settembre oppure gli altri?


una farsa! dentro una tragedia che andava a compiersi. L'armistizio era stato firmato da cinque giorni, ma i "nemici" erano gli anglo-americani. E davanti a questi atteggiamenti, gli anglo-americani avevano le loro buone ragioni ancora il giorno 8 settembre a bombardare Frascati e altre città. Volevano far capire che non scherzavano a chi li menava per il naso).

Oltre quelle di Badoglio, generici erano gli atteggiamenti anche i giornali: Il Popolo d'Italia (fascista per eccellenza) in un suo editoriale affermava: "Oggi più che mai occorrono fermezza d'animo, armonia di sentimenti e sempre più tenace volontà di combattere"; L'Unità: "La volontà popolare sta oggi gettando tutto il proprio peso sulla bilancia...e nella fase attuale della situazione bisogna che la volontà popolare sia rispettata"; Il Corriere della Sera: "La voce del dovere deve risuonare limpida e imperiosa nelle coscienze, dando il massimo del vigore al nostro sentimento di disciplina, di collaborazione incondizionata e operante. Obbedire, essere accanto all'uono che deve guidare la nazione in un così grave momento"; La Stampa: "L'Italia non può perire, e l'Italia non perirà se sapremo stringerci con ferrea decisione, con impegno totale, con abnegazione senza riserve attorno al grande, canuto vegliardo Re, che impersona l'anima immortale e l'istinto vitale di tutto il popolo".

Insomma, tante belle parole, ma nessuno indicava una strada ben precisa; anche perchè "la tenace voglia di combattere" non c'era; la "volontà popolare" non era rappresentata, la "collaborazione operante" mancava; e l' "istinto vitale" era fiaccato. Né i cittadini di questa Italia badogliana, sapevano
chi dovevano seriamente combattere e per quale motivo. Anche se tutti lo sapevano, ma non potevano dirlo - per non prendersi una denuncia di disfattismo; cioé se si parlava male dei tedeschi - e le "veline" in proposito ai giornali (in puro stili mussoliniano) non mancarono; inoltre i prefetti avevano ricevuto l'ordine di stroncare ogni manifestazione paficista oltre che... anti-tedesca.

Solo un giornale estero fu molto chiaro (oltre che profetico) l'inglese Daily Express: "Badoglio vuole continuare la guerra... continuare nella politica bellica di Mussolini. Ma chi difenderà l'Italia? Probabilmente Badoglio si occuperà del Sud, Hitler del Nord...(le armate alleate sono ancora lontane). Chi dunque potrà allontanare dall'Italia del Nord i tedeschi? I cittadini di Milano e di Torino hanno ora l'opportunità di cacciare i tedeschi prima che questi trasfomino le loro città in tante Varsavie. Questa opportunità non l'avranno a lungo: se non coglieranno a volo il momento propizio, l'Italia del Nord diventerà una piazzaforte tedesca, e la penisola subirà il marchio feroce del passaggio dell'esercito germanico".

Badoglio e il Re, rimasero a chiedersi cosa fare per 45 giorni, facendo sfumare l'"opportunità" e regalando tempo prezioso ai tedeschi. Poi si diedero alla fuga. Passi pure la motivazione di Badoglio (che ascrisse a malafede e livore politico l'espressione "fuga") che si giustificò "per governare meglio dal Sud l'Italia", e che "i capi di Stato che hanno avuto il Paese invaso si sono in tempo recati all'estero"; ma dimentica di dirci che nessun capo di Stato e Sovrano si è trascinato dietro tutto lo Stato Maggiore lasciando l'esercito allo sbando senza ordini. Questo era un atto da corte marziale!

Quasi alla fine dei 45 giorni, PIETRO BADOGLIO, con il consenso del re inizia le difficili trattative di armistizio con i "nemici" abbattuti" e "colpiti" (nei giornali sopra) che dovrebbero trasformarsi come per incanto in alleati, e con gli altri "alleati tedeschi" in casa, che "conseguono favorevoli risultati" far finta di nulla mentre trescano. L'Italia ha nel frattempo 2 milioni di soldati al fronte con i tedeschi, 52 divisioni a combattere al loro fianco, e che hanno a loro volta ammassato 22 divisioni ai tre confini (Francia, Austria, Iugoslavia) e, presagendo il tradimento sono già tutte allertate fino al più piccolo distaccamento. Pronti a far scattare l'Operazione Alarico: cioè l'occupazione della penisola.
Hitler prima del fatidico 8 settembre interromperà addirittura l'"Operazione Cittadella" nella
"grande battaglia di giganti" a Kurks lasciando Manstein -l'unico generale tedesco che era riuscito a sfondare le 8 cinture difensive dei russi - praticamente circondato e a tentare di cavarsela da solo, per inviare decine di divisioni al Brennero pronte ad entrare in Italia.
Una mossa di Hitler anche questa fatale.

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IL FAMOSO ARMISTIZIO DELL'8 SETTEMBRE

12-13 AGOSTO - Il gen. Giuseppe Castellano parte in treno per Madrid dove incontrerà l’ambasciatore inglese in Spagna cui deve esporre la situazione militare italiana, ascoltare le intenzioni (se ve ne sono) degli Alleati e soprattutto dire che l’Italia non può sganciarsi dall’alleato tedesco senza il loro aiuto.
(vedi le trattative di Castellano).
La prima tappa è Madrid, dove Castellano incontra l’ambasciatore inglese in Spagna sir Samuel Hoare. Dopo alcuni giorni Castellano viene fatto proseguire per Lisbona.
Contemporaneamente si apre a Quebec la Conferenza "Quadrant", cui partecipano Roosevelt, Churchill, il premier Canadese MacKenzie King e i rispettivi capi di Stato Maggiore.
Vengono prese le decisioni per le future operazioni contro la Germania: approvata l'invasione dell'Europa nord-occidentale ("Overlord") che resta fissata al 1° maggio 1944; approvati i piani d’invasione della penisola italiana (operazione "Avalance") dopo che Patton conquistando Messina il giorno stesso (17 agosto), ha più solo davanti a sé lo stretto; circa 60-70 mila dell'esercito dell'Asse, in ritirata, sono riusciti ad attraversare e a trasbordare sul continente.
Nel corso della conferenza di Quebec, giunge da Lisbona la notizia della missione di Castellano.

Roosevelt e Churchill, autorizzano il gen. Eisenhower a inviare due suoi rappresentanti a Lisbona per trattare l'armistizio chiesto del governo Badoglio, tramite Castellano, inviato semiufficiale, che però non potrà decidere nulla, ma deve solo riferire a Roma le condizioni dettate dagli anglo-americani.
Giuseppe Castellano che ha già raggiunto Lisbona, conferirisce prima con l’ambasciatore inglese in Portogallo, Ronald Campbell, poi il giorno 18 sono presenti i due interlocutori ufficiali inviati da Eisenhower, il gen. Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore di Eisenhower, e il gen. Kenneth Strong, capo del Servizio Informazioni del comando alleato nel Mediterraneo.
I colloqui terminano il giorno 20 agosto. Gli anglo-americani esigono la resa incondizionata dell’Italia. A Castellano si danno 10 giorni di tempo per comunicare le decisioni al suo governo.
Alla scadenza (30 AGOSTO !!! ) il governo italiano non ha ancora preso una decisione. Tramite l’ambasciatore inglese in Vaticano, D’Arcy Osborne, il gen. Castellano viene convocato in Sicilia dagli Alleati, a Cassibile nei pressi di Siracusa. Tuttavia i colloqui tergiversano, l'Italia chiede garanzie contro le eventuali reazioni tedesche nel momento della firma dell’armistizio, che gli anglo-americani vogliono sia proclamato contemporaneamente allo sbarco sulla penisola italiana.
Castellano anche in questa occasione non ha nessun potere per decidere e rientra a Roma per riferire, ed avverte i governanti:

“Se il governo italiano insiste nel non voler proclamare la cessazione delle ostilità nello stesso giorno dello sbarco in forze, contrariamente a quanto il gen. Eisenhower ha stabilito con l’approvazione di Londra e di Washington, non avrà più in avvenire alcun potere per trattare con i militari, e quindi per concludere l’armistizio. Se ciò avvenisse, meno favorevolmente disposti nei nostri riguardi, ci imporrebbero poi condizioni ben più gravi”
.
Sotto questa minaccia, il giorno 1° settembre, il governo italiano invia un fono al Comando Alleato in cui si annuncia implicitamente l’accettazione dell’armistizio: “La risposta est affermativa ripeto affermativa. In conseguenza nota persona arriverà mattinata giovedi 2 settembre ora et località stabilita. Punto. Prego confermare”.
Giunto a Cassibile, alle ore 17, nella grande tenda della mensa dello Stato Maggiore, presente il gen. Eisenhower, il gen. Giuseppe Castellano firma le tre copie dell”’armistizio corto”, “per delega del maresciallo Badoglio”. Per gli Alleati firma il gen. americano Bedell Smith. L’armistizio diverrà effettivo l’8 settembre.

Nello stesso giorno (2-3 SETTEMBRE) l’8a armata inglese del gen. Montgomery sbarca sulle coste della Calabria tra Reggio e Villa San Giovanni: ha inizio la risalita delle truppe alleate lungo la penisola che si concluderà - con gli italiani a vivere un grande tragico dramma - 19 mesi dopo.
In effetti Montgomery non ha sferrato un vero e proprio attacco, l'intenzione è invece quella di attirare nel sud le truppe tedesche, per poi intrappolarle con lo sbarco anglo-americano a Salerno (con l'"operazione Avalanche” che inizierà il giorno 5 SETTEMBRE, salpando dall’Africa settentrionale).
Il comandante delle forze tedesche nell’Italia meridionale, non cade nel tranello, e mentre Montgomery risale la penisola attraverso la Calabria e la Puglia, Kesselring inizia a fortificare la linea Gustav (Da Pescara a Roma - e come vedremo più avanti, sul Sangro, Montgomery a dicembre verrà bloccato).

Torniamo indietro di alcuni giorni.
Al 15 AGOSTO.

A Bologna si tiene un incontro italo-tedesco per discutere le rispettive strategie E' un incontro fra militari e guidano le delegazioni il feldmaresciallo Erwin Rommel e il gen. Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. La discussione si svolge in un clima estremamente teso a causa dei sospetti dei tedeschi sui movimenti di truppe italiane dal Sud al Nord dell’Italia e reciproche accuse che non sono propriamente quelle di due alleati.
Il convegno si conclude in un clima di velate ostilità con i tedeschi che hanno poco fiducia negli italiani.
Nel frattempo per indurre il governo Badoglio alla resa, i dintorni di Roma subiscono un pesante attacco aereo britannico compiuto da 106 B-17, 102 B-26 e 66 B-25. Bombe per un totale di 500 t devastano la città.

IL 13 AGOSTO -Numerosi bombardamenti su altre città italiane, molte le vittime, enormi le distruzioni, ma nessuna incursione turba il grande concentramento di divisioni tedesche ai confini del Brennero. I tedeschi le contraeree le hanno, e piuttosto efficienti. Nessun aereo anglo-americano si avventura dentro la valle dell'Adige.

14 AGOSTO - Il Comando Supremo anglo-americano vara il piano navale per la operazione per la nuova offensiva in Italia. Viene diramata la direttiva finale segreta per lo sbarco a Salerno il 4-5 settembre (operazione “Avalanche”, con la V Armata americana al comando del gen. Clark).

17 AGOSTO - Le truppe anglo americane - con l'entrata del generale Patton a Messina-  hanno occupato l'intera isola siciliana e quindi lo stretto, mentre quelle tedesche sono costrette ad arretrare in Calabria. Le bellissime relazioni inviate al Duce dai generali italiani in missione che indicavano ottime difese sull'isola si rivelano tutte fasulle.
C'è già nell'aria il disimpegno, che non solo i tedeschi già chiamarono "tradimento", ma anche i Siciliani. Fin dall'11 luglio pomeriggio (14 giorni prima del 25 luglio!)  sull'isola (in Augusta e Priolo- punto chiave dell'intera isola) "gli italiani alleati sono scomparsi"; questo il contenuto del telegramma che il comandante tedesco Schmalz inviava al comando supremo germanico. E il generale Rintelen il giorno dopo, il 12 luglio, informava e chiedeva spiegazioni a Roma: "Sino ad oggi nessun attacco nemico ha avuto luogo contro Augusta. Gli inglesi non ci sono mai stati. Ciononostante il presidio italiano ha fatto saltare cannoni e munizioni e ha incendiato un grande deposito di carburante. L'artiglieria contraerea in Augusta e Priolo ha gettato in mare tutte le munizioni e poi ha fatto saltare i cannoni. Già il giorno 11 luglio, nel pomeriggio, nessun ufficiale e soldato italiano si trovava nella zona. Molti ufficiali avevano già abbandonato le loro truppe e con ogni mezzo si erano recati a Catania e oltre. Molti soldati isolati o in piccoli gruppi si aggirano per la campagna; taluni hanno gettato le armi, le uniformi e indossato abiti civili".

Ma non solo i tedeschi, scrive il gen Zanussi (Guerra e catastrofe d'Italia, II vol, pag.25) che "nella piazza di Siracusa-Augusta, parecchio tempo prima che gli anglo-americani vi ponessero piede, il presidio faceva saltare i cannoni e le munizioni e incendiava un grande deposito di carburante".
 
Chi ha dato quest'ordine sembra che nessuno ne sia a conoscenza.
Roma (e Mussolini) non aveva dato nessun ordine, e nei quartieri generali non ne sapevano proprio nulla, e l'uno e gli altri promettono di aprire un inchiesta.
Il 14 luglio Mussolini inviò una nota al capo di stato maggiore generale (4 giorni dopo lo sbarco) ponendo molte domande ("inquietanti") su quanto era accaduto. Perchè il tedesco sopra diceva la verità. Il nemico accusava perdite insignificanti, mentre ben 12.000 prigionieri erano caduti nelle sue mani, tutti gli altri nel caos, e nel caos anche i civili.

Ma già il 15 luglio con il promemoria n. 28, Supermarina giustificava l'"anomalia" e ammetteva che lo sgombero era in effetti avvenuto, che era stato "forse" (!?) prematuro e anche fatto in un modo disordinato (cioè una fuga!).

Ma chi lo aveva comandato questo sgombero? Mistero. Eppure un responsabile ci doveva pur essere!
Sembrò la prova generale dell'8 settembre. Dalla Sicilia tutti fuggivano, capi militari, funzionari.
E quando sbarcarono gli americani, quelli rimasti, si spellarono le mani ad applaudire i "liberatori".
Tutta la stampa mondiale apparve sorpresa dalla scarsa opposizione allo sbarco nemico.

Il Times (quindi organo dei "nemici")  così commentava il giorno 18: "Gli eserciti dell'Asse in Sicilia crollano. Non si è verificata nessuna difesa delle truppe italiane, mentre era lecito supporre che avrebbero raddoppiato la loro volontà di resistenza quando si sarebbe trattato di difendere il suolo natio. Questo invece non sembra che si sia verificato. Forse le truppe italiane non vedono alcun scopo nel combattere per affidare il loro paese al dominio tedesco. Gli americani dicono di avere riscontrato una disposizione generale alla resa. Alcuni reparti starebbero ritirandosi disordinatamente verso nord, mentre altri aspettano pacificamente di essere catturati e mandati nei campi alleati per prigionieri".
Jack Belden, corrispondente di guerra della rivista statunitense Life allo sbarco a Pachino così descrisse la scena: " "Attraverso la folla che ci dava il benvenuto, una colonna di soldati italiani che si erano arresi e fatti prigionieri. marciavano su un lato della strada con le braccia alzate sulla testa. Ne vidi uno che ci guardava rabbiosamente. Un altro soldato camminava con le lacrime che gli scorrevano lungo la faccia… Mai avevo visto uno spettacolo più pietoso. Questi soldati italiani, mentre passavano attraverso la folla dei loro connazionali che acclamavano i soldati di un altro paese, fino a poche ore prima "nemici", devono essersi sentiti veramente umiliati. Eravamo a Giacalone, un paesino nei pressi di Monreale. Era il 21 luglio 1943".

(NOTA: Quando questi prigionieri italiani arrivarono ai "Campi di concentramento", li dovettero separare dagli altri, altrimenti finivano linciati, tanto fu il disprezzo degli italiani verso questi "disertori" (così furono poi chiamati dal "Giornale di Sicilia" - Che leggeremo più avanti. Ma questi poveri cristi cos'altro potevano fare, quando i loro stessi capi avevano preso il largo, scappati, lasciati i reparti allo sbando?).

Era la prova generale dell'8 settembre! Il Times era un giornale nemico, ma non aveva affatto esagerato. Molte relazioni di funzionari testimoni oculari degli avvenimenti (alcuni erano stati inviati apposta da Roma), tornarono nella capitale, portando i rapporti al Re e al Quartier generale, ed erano tutti dello stesso tenore. Cioè, che qualcosa non funzionava. C'erano segni di sfiducia nei reparti delle forze armate, disorientamento, aspettative depresse, mentre i giornali non dicevano la verità di quanto stava effettivamente accadendo. Cioè che gli italiani, e in prima fila gli ufficiali non avevano più fiducia nei tedeschi e preferivano l'invasione dei "nemici"; e molti come racconta il "Giornale di Sicilia" avevano già lasciato il comando e l'isola con mille pretesti, lasciando la Sicilia nel "fango", e a sbrigarsela da sola. Lo stato italiano prima ancora dell'occupazione, si dissolse nella vergogna del "si salvi chi può".

Insomma l'Italia aveva abbandonato la Sicilia, e fino a quando arrivarono effettivamente le truppe americane a occupare l'intera isola, era diventata terra di nessuno. Molti italiani fuggirono, molti furono fatti (facilmente) prigionieri dagli anglo-americani, e se prendiamo atto dell'opinione pubblica e della realtà dell'isola, in Sicilia riemergeva una straripante adesione all'indipendentismo.
Già il 22 LUGLIO, il Giornale di Sicilia, davanti allo squallido spettacolo della mancata difesa, usciva con una domanda inquietante? "CHI SONO I DISERTORI?"

Nel frattempo nella penisola l'Unità del PCI, parlava fin troppo chiaro, e i suoi titoli dovevano pur arrivare a mettere nel sospetto i tedeschi in Italia, compresi quelli a Berlino; ecco il foglio del 22 agosto.

 

 

 

Poi quello del 9 settembre, dopo l'armistizio, era ancora più aperto alle ostilità nei confronti dei tedeschi, ma le cui mani nude degli italiani non erano sufficienti per affrontarli. Ci volevano armi e unità d'azione, non chiacchiere!

 

 

Ma più tardi, in ottobre, oltre che "fuori i tedeschi dall'Italia", l'invito del giornale partigiano "Il Combattente", era piuttosto inequivocabile e radicale nell'azione:
"a morte i fascisti traditori"
. Questa volta il livore era più esplicito, i tedeschi fuori, i fascisti a morte.
Se Churchill voleva che gli italiani si azzannassero tra di loro, era perfettamente riuscito nell'opera.
I padri iniziarono a dare la caccia ai figli che avevano allevato, e i figli a dare la caccia ai padri che li avevano traditi dopo aver loro insegnato contro chi bisognava -per fare l'Italia forte- "combattere e morire".

C'era dunque -se a Roma questo desideravano- tutto il tempo (e uomini sufficienti) per far terminare subito l'"avventura" con i tedeschi (ancora poco numerosi - 2 divisioni contro 8 italiane). Sarebbe bastato solo un segnale chiaro. Che non arrivò mai. E quando arrivò dopo venti giorni (l'8 settembre) fu ancora più ambiguo di quello del 25 luglio, e purtroppo anche più drammatico, e per come evolveranno le cose anche più tragico. Una tragedia che si prolungò purtroppo per quasi due anni.
Resta però a molti un dubbio; ed è quello che qualcuno "volle e favorì questa situazione" per il proprio tornaconto. Gli anglo-americano erano sbarcati in Sicilia, sicuramente non per andare a Berlino.

IL 22 AGOSTO - Come già accennato sopra, con una strana accusa di cospirazione BADOGLIO fa arrestare il suo ex collega generale UGO CAVALLERO (ex Capo di S.M.) ed ETTORE MUTI (nuovo segretario del PNF da pochi mesi prima dello scioglimento). Il primo, l'abbiamo letto sopra la dinamica della sua fine (il memoriale, l'arresto dei tedeschi, il "suicidio" con un colpo di pistola alla tempia destra, lui che era mancino) mentre il secondo non arrivò neppure al carcere di forte Boccea, fu ucciso con un pretesto: nel corso di un incidente si era dato alla fuga durante il trasferimento, ma su una strada che non era quella che conduceva al carcere, ma nei viottoli della pineta di Fregene. E guarda caso, nessun altro ne uscì ferito, ma solo lui morto con due colpi...... sparati a... bruciapelo, in...fronte (piuttosto singolare per uno che fugge).

I due, Cavallero e Muti, erano due potenziali capipopolo, forse capaci e in grado di riunire la piazza; il primo quella militare, il secondo con i compagni di partito; entrambi il carisma l'avevano per ottenere questo risultato, quindi dovevano essere "liquidati". Non dovevano intralciare i piani di Badoglio.
E cosa molto curiosa Badoglio utilizza Senise, il capo della Polizia, ancora per poche ore nelle grazie di Badoglio. E' lui che lo ha reintegrato al suo posto, ma poi è lui a farlo arrestare, e lo rilascia prima di "scappare", e Senise finisce "in braccio" ai tedeschi.


 

 

Un messaggio scritto da Badoglio al nuovo capo della polizia Senise, poi ritrovato, è di questo tenore: «Muti è sempre una minaccia, il successo è possibile solo con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra eccellenza mi ha perfettamente compreso».

 

 

 

IL 28 AGOSTO In segreto ma non troppo, fu deciso da Badoglio e il Re il trasferimento di Mussolini dall'isola della Maddalena a Campo Imperatore. Questo "strano" trasferimento in questa "strana" località non passò proprio per nulla inosservato. Avvenne nel momento in cui nella zona c'erano turisti di Pescara, di Chieti, de L'Aquila e dintorni, e che con tanto malumore furono fatti sloggiare. Il trasferimento di Mussolini avvenne attraverso le località di Paganica, Tempera, Camarda, Assergi (Mussolini sostò nella villa della contessa Rosa Mascitelli - non è un caso!) alla base del Gran Sasso, poi il 3 settembre il "prigioniero", con la funivia, fu fatto salire al Rifugio-albergo di Campo Imperatore, a quota 2112 metri, costringendo i turisti a sloggiare.
Che Mussolini era a Campo Imperatore, era un segreto di Pulcinella. Non tutti ma quasi tutti a Chieti il giorno 3 settembre sapevano chi c'era all'albergo-rifugio. Negli alti pascoli lo sapevano pure i pecorari, e uno di questi s'intrattenne a parlare perfino con Mussolini.

 Nello stesso giorno Castellano ha davanti a sè il grande dilemma: deve firmare l'armistizio, al buio, incondizionato - prendere o lasciare. (Che non è un armistizio, ma una "resa" senza condizioni)
Ma dal Brennero, a Roma, non arrivano notizie "rassicuranti": le truppe tedesche stanno concentrando ai confini del Brennero 22 divisioni pronte a scendere su Verona e a un segnale convenuto - con KESSELRING responsabile comandante (che ha già collocato il suo quartier generale  a Massa d'Albe Fucense,) pronte a dilagare verso il centro Italia, e portarsi dove? Ma a Chieti e a Pescara per costruire la cosiddetta "Linea Gustav", la "Winter Line" che, seguendo il fiume Sangro, attraverso le montagne tra l'Abruzzo e il Molise, e lungo il Liri e il Garigliano, fino a Cassino, forma un  unico fronte dall'Adriatico al Tirreno.
E se dalla Sicilia fin quasi al Sangro l'avanzata di Montgomery fu abbastanza rapida e facile, su questa linea trovò invece dal settembre un forte ostacolo; i tedeschi crearono un formidabile sbarramento per oltre dieci mesi. Il comando di queste operazioni? Palazzo Mezzanotte, a Chieti. A casa di chi sta scrivendo queste note (altre le leggeremo più avanti).
E dove fuggono i Sovrani, i Nobili, e tutti i generali del Quartier Generale, all'alba del 9 settembre ?
Ma a Chieti, a Palazzo Mezzanotte !!!
E a Roma chi lasciò il Re ? Suo genero Calvi di Bergolo, che dopo neppure 24 ore consegnerà ai Tedeschi Roma e l'esercito (lo leggeremo più avanti).

IL 31 AGOSTO - Che qualcosa di grosso stia succedendo appare evidente a tutti gli italiani attenti agli sviluppi. Sia nemici che amici. 
Nello stesso giorno, con un bombardamento a tappeto si ebbe la quasi totale distruzione della città di Pescara, già preceduta dalla distruzione di Sulmona avvenuta quattro giorni prima, il 27 (con 99 morti). Questi due primi due bombardamenti furono poi seguiti da altre 81 incursioni.
Il paese e la città furono quasi rase al suolo. A Pescara, su quel grande viale centrale che congiunge oggi la stazione alla balconata sul mare non esisteva più il muro di un palazzo, ma soltanto enormi cumuli di macerie. Così il grande ponte che divide in due la città nuova dalla vecchia, dove passava sopra l'Adriatica e altrettanto in cenere la vicina stazione, quasi polverizzata. Fu il più distruttivo bombardamento di tutta la guerra.

(QUI RIFLETTIAMO, e FACCIAMO ATTENZIONE ALLE DATE: dopo lo sbarco del 9 luglio in Sicilia e la conquista dell'isola, la divisione tedesca "Goring" viene spostata a nord incalzata dagli anglo-americani, e si ferma all'altezza della cosiddetta "Linea Gustav (o Winter-line) per formare un unico fronte dall'Adriatico al Tirreno.
L'avanzata degli alleati fu abbastanza rapida e facile fino alla valle del Sangro, ma proprio qui in Abruzzo la VIII armata di Montgomery, trovò lo sbarramento della Gustav, e qui dovette fermarsi (e qui rimase per dieci mesi!).
Con questo grosso ostacolo, gli anglo-americani iniziarono le prime azioni per operare uno sfondamento già a metà agosto.
Il 27 agosto bombardano Sulmona che è sulla Tiburtina Valeria. Il 31 agosto Pescara. E negli stessi giorni  Massa d'Alba Fucense Avezzano (sempre sulla Tiburtina) poichè Kesserlin vi ha collocato il quartier generale, provvisorio, infatti vuole mettere (e lo metterà) un comando strategico per rinforzare la Linea Gustav, a Chieti a Palazzo Mezzanotte.

E dove fugge il 9 settembre mattina il Re e tutto lo stato maggiore? A Chieti (non a Pescara, che molti fuggiaschi non videro mai! (lo leggeremo più avanti). Fuggono a Chieti a Palazzo Mezzanotte 

IL 2 SETTEMBRE - Il Comitato nazionale delle opposizioni (immagina già quanto sta per accadere) chiede al governo di distribuire armi alla popolazione per difendere la capitale. La richiesta non viene accolta da BADOGLIO (Qualcosa gli italiani volevano fare!). Badoglio ha altri progetti. I suoi! Stessa richiesta verrà fatta a Trieste la sera dell'8 subito dopo l'annuncio (anche qui hanno capito cosa accadrà l'indomani). Il comandante del presidio rifiuta dicendo che non ha la chiave dell'armeria.(!!!! Sembra una barzelletta!!) I tedeschi così nella stessa notte e all'indomani dell'8 settembre, disarmarono in poche ore, e catturarono e deportarono in Germania 100.000 italiani.

IL 3 SETTEMBRE - Mentre gli anglo americani stanno risalendo la penisola e sono già quasi in Puglia, il rappresentante del "Governo Badoglio", generale CASTELLANO, a Cassibile, dopo settimane di segrete trattative (ma non molto segrete per Hitler) ha già firmato l'armistizio con gli alleati con una
 resa incondizionata dell'Italia e consegna delle tre armi, Esercito, Marina, Aviazione. 
(altro che armistizio, è una resa! Una "Capitolazione"!). 
Castellano la portò poi a Roma con l'anticipata firma del 3 settembre, ma da diffondere l'8 settembre.

Questo il testo in 13 punti dell'ARMISTIZIO "CORTO":
SHORT MILITARY ARMISTICE

Lì 3 settembre 1943
Le seguenti condizioni di armistizio sono presentate dal generale Dwight D. Eisenhower, Generale Comandante delle Forze armate alleate, il quale agisce per delega dei Governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, e nell'interesse delle Nazioni Unite, e sono accettate dal Maresciallo Badoglio, Capo del Governo italiano.

1)
Immediata cessazione di ogni attività ostile da parte delle Forze Armate Italiane.

2)
L'Italia farà ogni sforzo per sottrarre ai tedeschi tutti i mezzi che potrebbero essere adoperati contro le Nazioni Unite.

3)
Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite saranno rilasciati immediatamente nelle mani del Comandante in Capo alleato e nessuno di essi dovrà essere trasferito in territorio tedesco.

4)
Trasferimento immediato in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato, della Flotta e dell'Aviazione italiane con i dettagli del disarmo che saranno fissati da lui.

5)
Il Comandante in Capo alleato potrà requisire la marina mercantile italiana e usarla per le necessità del suo programma militare navale.

6)
Resa immediata agli Alleati della Corsica e di tutto il territorio italiano sia delle isole che del Continente per quell'uso come basi di operazioni e per altri scopi che gli Alleati riterranno necessari.

7)
Immediata garanzia del libero uso di tutti i campi di aviazione e dei porti navali in territorio italiano senza tener conto del progresso dell'evacuazione delle forze tedesche dal territorio italiano. Questi porti navali e campi di aviazione dovranno essere protetti dalle forze armate italiane finché questa funzione non sarà assunta dagli Alleati.

8)
Tutte le forze armate italiane saranno richiamate e ritirate su territorio italiano da ogni partecipazione alla guerra da qualsiasi zona in cui siano attualmente impegnate.

9)
Garanzia da parte del Governo italiano che, se necessario, impiegherà le sue forze armate per assicurare con celerità e precisione l'adempimento di tutte le condizioni di questo armistizio.

10)
Il Comandante in Capo delle forze alleate si riserva il diritto di prendere qualsiasi provvedimento che egli riterrà necessario per proteggere gli interessi delle forze alleate per il proseguimento della guerra; e il Governo italiano s'impegna a prendere quelle misure amministrative e di altro carattere che il Comandante in Capo richiederà, e in particolare il Comandante in Capo stabilirà un Governo militare alleato su quelle parti del territorio italiano che egli giudicherà necessario nell'interesse delle Nazioni alleate.

11)
Il Comandante in Capo delle forze armate alleate avrà il pieno diritto d'imporre misure di disarmo, smobilitazione e demilitarizzazione.

12)
Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario a cui l'Italia dovrà impegnarsi ad eseguire, saranno trasmesse in seguito.
FIRMATARI
Per il Maresciallo Pietro Badoglio Capo del Governo Italiano f.to GIUSEPPE CASTELLANO. Gen. di Brigata addetto al Comando Supremo Italiano
Per Dwight Eisenhower, generale dell'Esercito degli S.U.A., Comandante in Capo delle Forze Alleate f.to WALTER B. SMITH, Magg. Gen. dell'Esercito degli S.U.A. Capo di Stato Maggiore.
PRESENTI
On. HAROLD MACMILLAN, Ministro Residente britannico presso il Quartier Generale delle Forze Alleate - ROBERT MUTPHY, rappresentante personale del Presidente degli Stati Uniti - ROYER DICK, Commodoro della Reale Marina britannica, Capo di Stato Maggiore del Comandante in Capo del Mediterraneo - LOWELL. W. ROOKS, Magg. Gen. dell'Esercito degli S.U.A. Sottocapo di Stato Maggiore, C-3, presso il Quartier Generale delle Forze Alleate.
FRANCO MONTANARI, interprete ufficiale italiano - Brigadiere KENNETH STRONG,
Sottocapo di Stato Maggiore, G-2, presso il Quartier Generale delle Forze Alleate.

Cassibile, 3 Settembre 1943

 

 Si tiene ancora segreto l'accordo, mentre proprio nello stesso giorno, al mattino, BADOGLIO tranquillizza il preoccupato ambasciatore tedesco RAHN: "Sono il piu' vecchio generale d'Italia, mi chiamo Badoglio, mi riesce incomprensibile la diffidenza di Hitler; vi do' la mia parola d'onore (!!!!) che marceremo con voi fino in fondo, abbiate fiducia". (!!!)

Nel momento che viene firmato l'armistizio, Badoglio e Carboni convincono gli alleati a non fare un grande sbarco su Roma nord; poi s'inventano mille scuse per rimandare l'annuncio della resa, che Eisenhower invece vorrebbe irradiare contemporaneamente al lancio di paracadustisti su gli aeroporti di Roma e lo sbarco di Salerno. TAYLOR -dopo un viaggio avventuroso- era giunto a Roma il 7, per coordinare l'aviolancio, ma si trovò davanti a mille ostacoli ed ebbe il sospetto (!) che sia CARBONI (che non sa ancora bene le intenzioni del maresciallo) che BADOGLIO fossero dei "disfattisti e che stavano cercando di condurre un ignobile doppio gioco". L'ufficiale, non è che si lasciò convincere a non fare l'aviosbarco, ma prese la decisione di non farlo per non mettere a repentaglio i suoi uomini.

La stessa impressione ha poi il giorno dopo, l'8 SETTEMBRE, alle ore 18,30, il gen. Eisenhower
, quando da Algeri rompe il silenzio e comunica al mondo la notizia dell’armistizio intervenuto tra gli Alleati e gli italiani: "non indugiai a rendere pubblico l'armistizio, non mi fidavo più della parola datami da Badoglio". (dalle sue memorie. La crociata in Europa).
Per convincere che si faceva sul serio, nello stesso giorno 8 settembre (quindi dopo 5 giorni dalla firma dell'armistizio) mentre l’operazione "Avalanche” era in pieno svolgimento con i convogli americani in vista di Salerno (Alle 3,30 del mattino del 9, il gen. Mark Clark sbarcava sulla costa italiana presso Salerno) gli anglo-americani bombardarono Frascati...

E la difesa di Roma? - Carboni e Badoglio, nell'incontro notturno del 7, segnalarono a Taylor, che le truppe italiane erano senza mezzi e carburante; (ma non era vero, infatti - i depositi pieni - verranno requisiti dai tedeschi solo nella tarda notte dell'8 settembre) e che era impossibile la difesa di Roma (anche questo non era vero, perchè si era rifiutato di armare chi voleva combattere). Affermava che gli aeroporti erano pieni di tedeschi: ma nemmeno questo era vero! O almeno non era informato. KESSELRING nelle sue memorie scrive: "Noi tedeschi eravamo proprio messi male! E allora giocai d'astuzia. Dissi a tutti gli autisti di  camion, autovetture, autoblindo, moto ecc, di continuare a girare, a fare la spola aeroporti-Roma, e Roma-aeroporti avanti e indietro, continuamente. A quanto pare il trucco riuscì benissimo. Nessuno si accorse che erano sempre gli stessi automezzi".

 Badoglio sconsiglia dunque l'aviosbarco organizzato da Taylor. Insomma secondo Badoglio gli americani se volevano conquistare Roma se la dovevano conquistare da soli. E questo era molto strano per Taylor. Pensava, a ragione, l'ufficiale americano, che anche un modesto sbarco a Roma di paracadutisti avrebbe psicologicamente dato agli italiani quell'entusiasmo necessario per cacciare via da Roma e dal Lazio i tedeschi; se questa era l'intenzione.
Nella capitale, Badoglio e il re fino al mattino del 9 settembre vanno ripetendo "finiremo con la gola tagliata, tutti". Poi indubbiamente i fatti che accadranno fanno intendere che trovarono nella fuga la "strada della salvezza". Chi del resto si mette in viaggio (così lungo) con 30 posti di blocco tedeschi da Roma a Pescara?
I giochi di prestigio fino allora condotti erano finiti, le furberie pure, non rimaneva che un'unica strada mettersi d'accordo con i tedeschi e riuscire a scappare. L'ultima furbizia! Ma anche questa con un doppio gioco, uno subito, e l'altro in un secondo momento; ovviamente secondo le circostanze.

La soluzione era questa: se i pochi tedeschi di Kesserlring fossero riusciti a respingere gli anglo-americani loro erano salvi perchè avevano contribuito alla presa di Roma che Hitler voleva tenere ad ogni costo. Se invece gli anglo americani da soli conquistavano Roma erano salvi lo stesso, anzi potevano rientrare da vincitori per aver firmato con loro l'armistizio e per non aver aiutato i tedeschi. (Piano diabolico perfetto!!!).

Inoltre Badoglio aveva in mano Mussolini e quindi per ingraziarseli, non avrebbe esitato a consegnarlo agli Alleati (questo è del resto quello che c'era scritto nelle condizioni e che volevano i nuovi alleati) "vivo o morto" (quest'ultima era una delle tante disposizioni date a Gueli il custode di MUssolini al Gran Sasso).
Del resto Churchill, alla Camera dei Comuni, nel corso di una dichiarazione  a proposito della successiva liberazione del Duce ad opera dei tedeschi disse: "Avevamo ogni ragione di credere che Mussolini si trovasse in luogo sicuro e ben custodito, ed era certo nell'interesse del Governo Badoglio di non farselo scappare. Mussolini stesso, a quel che si dice, avrebbe dichiarato che credeva di venir consegnato agli Alleati. Questa era l'intenzione e si sarebbe anche realizzata, se non fossero intervenute circostanze del tutto indipendenti da noi...Il colpo fu molto audace... Non credo che ci fosse trascuratezza da parte del Governo Badoglio il quale, però ( ! ), si era tenuto un'altra carta da giocare: i carabinieri di guardia avevano avuto l'ordine di sparare su Mussolini nel caso si tentasse di liberarlo, ma vennero meno al loro dovere". Vennero meno perchè per tre giorni (il 9 sera e il-10 e l'11) i carcerieri non sapevano più cosa fare, i referenti erano scappati a sud senza lasciare ordini.


Leggiamo il comunicato dell'Agenzia Stefani: "Il Deutsches Nachrichten Bureau ha diramato il seguente comunicato straordinario: "Dal Quartier Generale del Fuehrer. Reparti di paracadutisti e di truppe di sicurezza germanici, unitamente a elementi delle SS, hanno oggi condotto a termine una operazione per liberare il Duce che era tenuto prigioniero dalla cricca dei traditori. L'impresa è riuscita. Il Duce si trova in libertà. In tal modo è stata sventata la progettata sua consegna agli anglo-americani da parte del governo Badoglio". (chiaro? I tedeschi insomma sapevano)

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TORNIAMO AL RE

(SUO NONNO, VITTORIO EMANUELE II, NEL 1859) "La mia sorte è congiunta a quella del popolo italiano; possiamo soccombere, tradire mai! I Solferino e San Martino, riscattano tal volta le Novara e Waterloo, ma le apostasie dei Principi sono irreparabili. Io potrò dunque restar solo nella grande lotta in cui la M. V. aveva cominciato per darmi la mano: ma resterò. Perocché se la M. V., forte dell’ammirazione del suo popolo, non ha nulla a fare per la riconoscenza della simpatia dell’alleanza del popolo italiano, io sono commosso nel profondo dell’anima mia dalla fede, dall’amore che questo nobile e sventurato popolo ha in me riposto; e piuttosto che venirgli meno, spezzo la mia spada e getto la mia corona come il mio augusto genitore")

Avevamo lasciato Re, Generali e Badoglio a Roma, tutti rosi dal dubbio di cosa sarebbe accaduto alla lettura in radio del comunicato della resa.

8 SETTEMBRE(ore 9)- Il Re riceve l'ambasciatore tedesco RUDOLF RAHN. Hitler vuole sapere cosa bolla in pentola, ma il re VITTORIO EMANUELE III, gli ribadisce la fedeltà e la lealtà nei confronti dell'alleato (dà una parola d'onore falsa, che durerà meno di 10 ore)
"Dica al Furher che l'Italia non capitolerà mai, 
è legata alla Germania per la vita e per la morte" 
(Ma il giorno 3 settembre il "tradimento" era già stato consumato. Considerato "tradimento" perchè l'Italia "dimenticò" di dichiarare guerra alla Germania (che era giuridicamente sua alleata).
(tutte le vittime dei bombardamenti nelle città che continuarono fino al 9 settembre morirono sotto le bombe "amiche", come a Frascati).
Badoglio intanto si era premunito, e aveva spedito figlia e nuora due giorni prima a Losanna.

Il testo sotto l'immagine: "La figlia e la nuora del Maresciallo Badoglio a passeggio in una via di Losanna, dove, come risulta dai giornali svizzeri, sono arrivate, direttamente dall'Italia, fin da martediì 7 settembre, cioè esattamente un giorno prima che il Popolo Italiano avesse notizia della capitolazione".

Risulta inoltre agli atti del processo al governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini, celebrato nel dicembre del '44, che Badoglio durante il suo governo abbia ritirato "in quattro distinti prelevamenti gran parte dei 24 milioni depositati dalla presidenza del Consiglio"; somma che era a disposizione dell'ex capo del governo Mussolini, senza che ne dovesse rispondere a chicchessia. I primi due prelievi finirono anch'essi in Svizzera, gli ultimi due non si sa quale destinazione presero, o meglio lo si intuisce da un documento eccezionale. Durante l'agitata notte tra l'8 e il 9 settembre, quando era stato deciso la fuga e l'abbandono di Roma, Badoglio fu visto che aveva con se una valigetta, che andò "misteriosamente perduta". (Chi ci vuol credere è libero di farlo).

Del contenuto sarà lo stesso Badoglio a fornire più tardi in una lettera autografa scritta a Bonomi, il 12 giugno 1944. "Quella sera io avevo con me una valigia contenente oltre le mie sostanze anche le seguenti somme dello Stato: 10 milioni di lire italiane, 800.000 Franchi svizzeri in contanti e un vaglia di 200.000 sempre in Franchi svizzeri. Nella confusione della partenza io ho dimenticato la valigetta. Che per fortuna fu ritirata da mio figlio Mario, disgraziatamente rimasto a Roma e in seguito catturato. Nel frattempo queste somme in gran parte erano state spese in sussidi ai profughi e ai partigiani come io stesso avevo fatto arrivare l'ordine a mio figlio. Io Chiedo al governo che sia atteso il ritorno di prigionia di mio figlio per avere dati più sicuri e una documentazione approssimativa dell'impiego di detto denaro".
Ma sembra che nessuna spiegazione fu invece fornita nè al ritorno di Mario, né mai. E sappiamo da Badoglio che aiutò i partigiani. Ma quali? Nessuno ha mai ammesso e riferito di aver ricevuto denari da Badoglio.


Ma c'è dell'altro. Di tutto il maneggio dell'armistizio il Paese non seppe nulla. Ma non è che era un segreto la firma del 3 settembre. Molti che non avevano bisogno di esserlo vennero informati.
Nulla seppero i menbri del Consiglio dei Ministri. Badoglio informò de Courten e Sandalli, ma non Sorice. Badoglio mandò figlia e nuora in Svizzera ma si "dimenticò" di mettere in salvo l'intera riserva aurea
custodita nella Banca d' Italia in via Nazionale: 118 tonnellate di oro, che pochi giorni dopo - il 20 settembre- furono prelevate dai tedeschi e presero una misteriosa destinazione.

Nessuna comunicazione fu fatta agli alti comandi militari periferici. Attilio Tamaro (nell'opera più volte qui citata) afferma di aver incontrato Asquini il 4, ed ebbe da lui come sicura la notizia, che il dì precedente era stato firmato l'armistizio. Bonomi dice di essere stato informato dal colonnello Rusca, dal generale Zanussi e da un'altra personalità. Benedetto Croce (Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 5) afferma che ricevette la notizia attraverso la Banca Commerciale: il che è molto grave, poiché si vede che quella Banca (fondata dai tedeschi !!) ebbe il privilegio di conoscere i segreti di Stato e di provvedere sulla loro base e a tempo le opportune operazioni finanziarie, connesse a così grave avvenimento.
Informatissimo lo era anche il generale Ambrosio, il Capo di Stato Maggiore, che il giorno martedi 7 settembre non era a Roma alla vigilia di quella che già per molti (banche comprese, come abbiamo visto) era la sventura che si stava abbattendo sull'Italia; ma era a Torino, per mettere al sicuro i preziosi mobili e quadri di casa sua. Nella stessa sera a notte fonda, a Roma giungeva il generale Maxwell Taylor per esaminare con i generali dello Stato Maggiore e con Badoglio le condizioni dell'aviosbarco e le misure da prendere per renderne possibile l'esecuzione. Mentre già al largo di Salerno si stavano concentrando i mezzi da sbarco.

8 SETTEMBRE (ore 17,30) Radio Algeri - prima al mondo - trasmette il testo dell'Armistizio alla radio.
"Qui è il gen. Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”.
A Berlino apprendono e chiedono notizie a Roma; Vogliono conferma da Rahn. Ma non è nemmeno necessaria la sua risposta, alla stessa ora un flash della Reuter rende pubblico il testo di Eisenhower in tutto il mondo.

L'arrivo della notizia a Roma ha del comico. Mentre in tutto il mondo va in radio il comunicato, Eisenhower poche ore prima aveva inviato allo Stato Maggiore italiano
un fono cifrato con il testo della resa; ma dopo un'ora non era stato ancora decifrato, fin quando nella sala di riunione presente il Re, entrò un giovane maggiore, Marchesi,  che gelò il sangue ai presenti, "mi riferiscono che da oltre un'ora il comunicato di Eisenhower  è già stato letto alla radio". Quindi la resa dell'Italia la conoscono già in tutto il mondo.
 
Il Re e Badoglio devono sostenere l'infuriato assalto di Rahn. Ora non ci sono più dubbi del comportamento dell'Italia. Rhan  nell'informare Hitler e Goebbels si sfoga: "é tradimento",  e la stessa frase la ripete ai presenti con Ambrosio che fa l'offeso, ma lui precisa "non dico del popolo italiano, ma chi lo comanda". (Il Re?, Badoglio? O chi? )

"NON DICO DEL POPOLO ITALIANO MA CHI LO COMANDA"!!

Mentre Hitler, nel suo bunker commenta "da "questi" italiani me l'aspettavo".
Qualcosa Hitler sapeva da tempo, e temeva che le divisioni dell'esercito italiano avrebbero disarmato le sue uniche 2 divisioni tedesche presenti in Italia: la 3a Panzerdivision corazzata a nord di Roma, la "Fallshirmdivision a sud, e un battaglione di paracadustisti appena giunto dalla Francia in Italia ed erano accasermati alla meglio sul litorale. Poca cosa insomma.
KESSELRING (lo racconta lui nelle sue memorie) alle 3 di notte dello stesso giorno ricevette un fono da Hitler. "Tieniti pronto a rientrare, dall'Italia smobilitiamo, e arretriamo, non voglio farmi prendere in trappola." (ritorna valido il piano di Rommel, che era quello di fortificarsi sulla "Linea Gotica".
Questo perché Hitler non sa ancora cosa sta succedendo a Roma. KESSELRING neppure, ma temporeggia. (E chissà perché). Sa benissimo che il piano Alarico al Brennero è pronto, ma nel piano non è mica stato previsto di oltrepassare la linea appenninica tosco-emilana. Apprendendo anche lui dalla radio la resa, tuttavia risponde Achse, parola in codice che dovrebbe far scattare il "Piano Alarico" preparato dall'OKW da tempo". (che voleva dire occupare l'Italia settentrionale, disarmarne l'esercito, e affondare le navi italiane, se necessario a cannonate - Quello che poi avvenne a Trieste).

A torto o a ragione poco importa (lasciamolo alle varie interpretazioni degli italiani dei due schieramenti), i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio "atto di tradimento". Il paradosso che si veniva a creare era il seguente: che l'Italia meridionale era in mano del nuovo "ex nemico anglo-americano" ma non belligerante contro l'"ex amico del tedesco"  (perchè l'Italia era disarmata); mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato tedesco non ancora "nemico", e quindi insieme vera forza belligerante contro l'altra metà dell'Italia e contro gli anglo-americani.
(ricordiamoci che nessuno delle due Italie del resto, e tantomeno quella del Sud, aveva dichiarato guerra alla Germania! Badoglio e il re si ricordarono di farlo il 13 ottobre. Dall'8 settembre, per 35 giorni, sotto il profilo giuridico, l'Italia aveva rivolto le sue armi contro il suo stesso alleato. E da quando esistono le guerre, questo è "tradimento".

Ammettiamo pure che l'allontanamento del Re e di Badoglio capo del Governo, anche se era un errore, era naturale e necessaria. Ma è il modo in cui fu eseguito, all'ultimissimo momento, alla fuggiasca, trascinandosi dietro un codazzo di generali, lasciando così tutti senza avvisi e senza ordini. Fu questo che diede a quello che era forse un atto necessario, l'aspetto di una fuga vergognosa.

L'errore (o la vergogna) più macroscopico fu quello di partrire rompendo tutti i collegamenti coi comandi periferici e con quelli fuori della frontiera, proprio in un momento in cui l'averlo strettamente in mano rappresentava, se non la salvezza, certo l'unico mezzo per coordinare un'azione di resistenza, per impedire il caos, e non ultimo per tenere alto il morale.

Alcuni storici ribaltando la situazione del "tradimento", hanno fatto affermazioni che sono piuttosto frutto di congetture e non risultanze documentali; che cioè i tedeschi, non volendo trasferire da Livorno al Sud alcune truppe (avrebbero dovuto smobilitare la Toscana), per primi erano stati loro a "barare abilmente", e non mantenendo fede ai patti, i primi a tradire erano stati loro.
Si vuole qui confondere il disegno strategico tedesco con l'ipocrisia italiana. I tedeschi avevano tutte le ragioni di non spostare le truppe che erano presenti in Toscana, perchè queste dovevano far fronte alle diverse azioni che gli anglo-americani potevano allora muovere dal Nord-Africa, quindi dalla Sardegna fare uno sbarco in Toscana. Hitler al Sud preferì inviare altre truppe, ma non quelle della Toscana. Ma questo l'avrebbe fatto qualsiasi modesto generale nella stessa situazione.

Quanto all'atteggiamento, nel caso che l'Italia avesse abbandonato la Germania per unirsi agli Anglo-americani, Hitler era deciso a riservare all'ex alleato la stessa politica che Churchill aveva adottata contro la Francia dopo l'armistizio separato, l'inglese rispose facendo la guerra al governo di Petain. Mandò a distruggere la flotta francese a Mers-el-Kebir che aveva rifiutato di arrendersi; malgrado una sanguinosa resistenza s'impadronì delle navi da guerra e delle grandi navi mercantili che si trovavano nei porti inglesi, colò a picco l'incrociatore "Rigault", cannoneggiò la corazzata "Richelieu", bombardò Dakar e Marsiglia e altre città del suo ex alleato. Anche se i francesi avevano agito senza mistificazioni, e tenuto gli inglesi al corrente delle loro intenzioni.( Cfr. Thouvenin, Une annèe d'historie de France, pp.141-170)

Ma non solo i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio tradimento:
"...Altrettanto, l'opinione pubblica inglese riteneva che l'armistizio era "uno sporco tradimento nei confronti della Germania e riusciva a stento ad ammetterlo come conseguenza di un'incapacità dell'Italia a continuare la guerra". (Degli Espinosa, Il Regno del Sud, pag.48)

" Scriverà  Montanelli: "Quello che io, con la mia flebile voce, ho sempre contestato e continuo a trovare vergognoso, fu il nostro modo di arrenderci. Noi eravamo un Paese vinto, che non si batteva più nemmeno per difendere il proprio suolo. Gli anglo-americani avevano preparato lo sbarco in Sicilia come un assaggio o prova generale di quello che si apprestavano a fare in Normandia. E ad accoglierli trovarono invece della gente che gli batteva le mani e gli chiedeva scatolame, cioccolata e sigarette. Cos’altro poteva fare, se non arrendersi, il governo di un popolo che si era già arreso?
Solo che la resa potevamo farla in due modi: alle spalle e all’insaputa dell’Alleato, oppure avvertendolo che lo avremmo fatto perché non avevamo alternativa. Scegliendo la seconda strada, noi non avremmo salvato nulla, come nulla salvammo scegliendo la prima. Nulla, meno una piccola cosa, a cui noi italiani non diamo mai alcun peso: l’onore.
Vinti sì, come può capitare a qualsiasi esercito e a qualsiasi popolo. Traditori, no. Fra le tante critiche mosse al Re e a Badoglio per il modo in cui condussero quella vicenda, non viene mai citata la parola d’onore che il Maresciallo dette all’Ambasciatore di Germania il 7 settembre, quando l’armistizio di Cassibile era ormai firmato, con cui il nuovo governo attestava la sua ferma volontà di continuare a battersi.
Della nostra condizione politica e militare, nulla - intendiamoci - sarebbe cambiato. I tedeschi avrebbero ugualmente occupato quanto potevano occupare della Penisola, forse avrebbero arrestato il Re e Badoglio e disarmato le nostre truppe. E noi saremmo stati un Paese che, riconoscendosi vinto, deponeva le armi, e basta. Quello che ci disonorò fu il nostro passaggio nel campo nemico alle spalle dell’alleato, e quello che ci ridicolizzò fu la nostra pretesa, alla fine della guerra, di sedere al tavolo dei vincitori." (Indro Montanelli, in una risposta a un lettore in una delle sue "Stanze" sul Corriere della Sera del 17 novembre 2000)
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Inoltre c'è da aggiungere che il "tradimento" non consisteva solo nell'armistizio, ma stava dentro quella funesta richiesta fatta da Badoglio ai nuovi alleati; quella di voler rivolgere le armi italiane contro i tedeschi, senza neppure dichiarargli guerra !!! Senza preavvertire l'alleato, aveva manovrato non soltanto per concludere un armistizio ma anche brigato per volgere le proprie armi contro l'alleato stesso. Badoglio (e ci si meraviglia che un generale potesse far questo) voleva passare dall'alleanza con la Germania nazista, al fronte della coalizione antinazista "senza pagare dazio".

Quando il 9 settembre mattina, reparti che erano stati ex fascisti (come la Centauro, la ex Milizia Fascista -come vedremo più avanti) a Roma, iniziarono a circondare e a sparare per primi sui tedeschi a Porta San Paolo, quel pezzo di carta che doveva essere un armistizio (cessazione di ostilità sui due fronti) diventò di fatto (né formale, né quindi giuridico) una palese dichiarazione di guerra e, di fatto una proditoria aggressione al proprio alleato.
So di entrare in una annosa polemica; ma se vogliamo narrare i fatti, dobbiamo ben distinguere le "risultanze documentali" dalle "interpretazioni di parte".

E ci basta citare che la dichirazione di guerra alla ex alleata Germania fu fatta il 13 ottobre; fra l'altro in un modo poco diplomatico. Fu consegnata a un fattorino dell'ambasciata tedesca. E dubbio è anche il valore giuridico, giacchè il Governo del Sud ha agito non autonomamente e nell'esercizio della propria sovranità, che non aveva! essendo "vero e proprio "organo" delegato dalle autorità "alleate" e coi soli poteri giurisdizionali da queste assegnatigli, come sanciva l'armistizio lungo all'art. 22 "Il Governo e il popolo italiano eseguiranno prontamente ed efficacemente tutti gli ordini della Nazioni Unite".
La dichiarazione di guerra presentata da Badoglio era carta straccia.
(prova ne sia che a quella dichiarazione di guerra non è mai seguita una pace con la Germania. Se veramente fosse stata valida, oggi noi continuiamo ad essere in guerra con la Germania).

In conclusione, l'Italia meridionale ed insulare era in mani del "nemico" non ancora cobelligerante; mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato non ancora "nemico".
Ma c'è da dire che anche in tutto il perido armistiziale, gli italiani per gli Anglo-americani erano i "nemici" e tali sono giuridicamente rimasti fino alla conclusione del trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, giacchè la cosiddetta "cobelligeranza" (alcuni generali anglo-americani si mettevano a ridere nel nominarla) "nulla ha innovato", come del resto si affrettò a comunicare Maxwell D. Taylor il 18 ottobre 1943 al Governo di Pietro Badoglio:" ....i rapporti di cobelligeranza tra i governi d'Italia e delle Nazioni Unite non possono di per se stessi influire nelle clausole armistiziali recentemente firmate che conservano tutta la loro piena efficacia". Insomma l'Italia per gli Anglo americani
restava pur sempre un paese nemico; tanto che i soldati italiani continuavano ad essere prigionieri di guerra nei campi di concentramento del "nuovo" alleato.

In tutt'altro modo fu invece fatto l'armistizio della Finlandia alleata con i tedeschi, nei confronti della Russia.
"Il Presidente Ryti, il maggior responsabile dell'accordo con Hitler, in base al quale i finlandesi non avrebbero concluso una pace separata senza il consenso tedesco, si dimise improvvisamente, e il Parlamento ignorando la procedura normale, approvò una legge che conferiva poteri presidenziali al Maresciallo Mannerheim (pur essendo considerato questi fino allora "la belva fascista").
Mannerheim informava il 17 agosto, Keitel, capo dell'OKW, che l'accordo Ryti-Ribbentrop era annullato. Il ministro finlandese consegnava il 25 agosto, all'ambasciatore sovietico Kollontaj, una nota che chiedeva  di ricevere una delegazione d'armistizio. Il Governo russo acconsentì, purchè la Finlandia  annunciasse pubblicamente la rottura con la Germania e chiedesse il ritiro di tutte le truppe tedesche, entro 25 giorni. Se i tedeschi si opponevano, i finlandesi li avrebbero disarmati e consegnati agli alleati.
Alla fine i finlandesi non fecero gran che per "disarmare" i tedeschi e non risulta che vi siano stati effettivi combattimenti fra loro e i tedeschi. Avvenne difatti, che questi si ritirarono spontaneamente dalla maggior parte della Finlandia, anche se nel farlo bruciarono città e villaggi"
L'armistizio sottoscritto dai finlandesi parlava chiaro all'Articolo 2 "La Finlandia si impegna a disarmare le Forze Armate tedesche di terra, di mare e dell'aria, consegnandone i membri, in qualità di prigionieri, al Comando sovietico" Punto 5 "Rotti i rapporti con la Germania, la Finlandia si impegna a romperli allo stesso modo anche con i satelliti della Germania....". (Arrigo Petacco. La seconda Guerra Mondiale, V vol, pag 1774-1775)

8 SETTEMBRE - (ore 19,42) Badoglio parla alla radio (col disco però, che ripete ogni 15 minuti la "filastrocca"). Eisenhower, come abbiamo già letto, temendo rinvii, lo ha già fatto alle 18.30, anche se alle ore 17,30, nei vari comandi - compresi quelli tedeschi- tutti già sapevano dell'armistizio da Radio Algeri. Infatti, alle ore 18 ROMMEL si muove dal Brennero e scende in Alto Adige con l'appoggio di HOFER, il capopopolo dei 250 mila altoatesini, in attesa fin dal 25 luglio di questo "tradimento" temuto e dai vari servizi segreti tedeschi annunciato. Il disimpegno italiano in Sicilia non era certamente sfuggito nemmeno a loro (del resto bastava leggere gli articoli sul Times).
Alle 18 i tedeschi al Brennero che hanno ascoltato Radio Algeri; alle 18,15 sono già nelle caserme di Vipiteno, alle 18,30 a quelle di Bressanone, alle 19 a Bolzano, alle 19,30 a Merano.

Quando alle 19,47 esatte è appena finita la prima "filastrocca" di Badoglio alla radio, il quadro a Bolzano é da circa due ore già sconvolgente. Con precisione cronometrica sono stati attaccati tutti i presidi italiani (in molti casi sparando a cannonate); vengono disarmati tutti i reparti nelle caserme nelle varie valli, a Malles, Silandro, Merano, Bressanone, Vipiteno, Dobbiaco. Infine Bolzano: bloccando via Resia, via Guncina, e via Augusta - le tre uniche entrate della città, dove sorgono anche le tre grandi caserme -  Bolzano è chiusa come in una morsa, l'intera città si trasforma in una trappola senza scampo.
(Su questi fatti le fonti sono il vissuto dell'autore che scrive, che viveva a Chieti, e il vissuto di suo suocero che abitava proprio in Via Claudio Augusta a Bolzano, accanto alla ferrovia e all'aeroporto di S. Giacomo. E riuscì per una manciata di secondi a svignarsela e a non farsi catturare.- Inoltre per quattro anni essendo in un reparto speciale, ha vissuto in tutte queste caserme delle valli altoatesine, raccogliendo non poche testimonianze).
Già alle ore 19,30 (è trascorsa appena un'ora e mezza) sui binari della ferrovia di Bolzano, provenienti dal Brennero iniziano a transitare uno dietro l'altro interminabili convogli stipati di automezzi, carri armati e armi varie, diretti a Verona, in attesa di essere smistati nelle varie direttrici della penisola. 50 treni di 40-50 vagoni caduno, nell'arco di poche ore varcano il confine per riversarsi non ancora nel centro Italia ma a Verona. Alle spalle i tedeschi hanno la solida difesa che è il budello della Val d'Adige. Da duemila anni questa è sempre stata la strategia degli invasori: quella di fermarsi a Verona e dintorni, in attesa, nel famoso "quadrilatero".
Hitler ha preso questi primi provvedimenti, ma non sa ancora cosa veramente sta accadendo in Italia. Vuole solo essere pronto a dilagare nella pianura e formare il baluardo alla "Linea Gotica" (sull'Appennino Tosco-Emiliano). Non era stata ancora presa la decisione di creare e rafforzare la "Linea Gustav".

L'intero battaglione Saluzzo di Bolzano alle ore 2 (abbiamo detto ore 2 di notte !!!) del 9 settembre é già disarmato e viene richiuso dentro lo stadio di Bolzano circondato dalle mitragliatrici.
(esistono delle foto drammatiche di questa scena) 

Ancora più tragica la sorte dei reduci dalla Russia, che -dopo il rientro- moltissimi erano stati convogliati nelle grandi caserme di  Via Palade a Merano a Maia Bassa. Sono circondati dalle autoblindo alle ore 3 di notte, e dalla vicina ferrovia (a 200 metri)  all'alba alle ore 5 sono stipati nei vagoni e deportati in Germania nei campi di lavoro.

Intervento di un lettore:
"Mi ha molto colpito il resoconto di quanto avvenuto in Trentino Alto Adige: mio nonno materno comandava la stazione dei carabinieri di Egna e come riportato nelle drammatiche cartoline fortunosamente "inviate" alla moglie a Friola, la sua caserma veniva circondata dai tedeschi equipaggiati di carro armato e mitragliatrici proprio alle ore 3 di notte, in perfetta sincronia con quanto da lei riportato. Mio nonno non tornò mai più a casa: morì in campo di concentramento, come molti altri nostri connazionali" Giorgio Rigon


La Carnia, il Friuli, la Venezia Giulia alle ore 6 del mattino sono già sotto il controllo dei tedeschi. Si aggiungono gli Slavi Titini (un cinico provvidenziale -in questo caso paradossale - aiuto ai tedeschi!)  che danno la caccia agli italiani "fascisti" (ma indistintamente a tutti i militari italiani) occupanti il loro territorio. Gli italiani sono quindi fra due fuochi devono guardarsi dai tedeschi e dagli slavi. 15.000 italiani sono catturati, disarmati, moltissimi di loro  buttati dentro le profonde voragini del Carso (le foibe) ancora vivi. Una carneficina. A Trieste 100.000 italiani sono catturati dai tedeschi con le armi spianate e vengono subito deportati in Germania mentre nel porto a cannonate fanno colare a picco tutte  le navi italiane alla fonda; alcune senza riguardo con dentro gli interi equipaggi.
Saranno alla fine 615.000 i soldati italiani catturati e deportati in Germania a partire da questo infausto 8-9 settembre.


Ricapitoliamo: Quando venne diffuso per radio il discorso, BADOGLIO con una ambigua frase (pari a quella del 25 luglio)  aveva chiuso il proclama  facendo seguire a  "....ogni atto di ostilità contro le forse anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.."  una frase che costerà agli italiani presi in trappola, migliaia di morti e butterà nel caos il Paese: "...esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Avrebbe tranquillamente potuto dire se voleva essere chiaro e conciso  "...a ogni attacco tedesco" e gli italiani avrebbero capito in modo chiaro e di conseguenza avrebbero agito! Ed erano in grado di farlo in quelle ore! E molti -autonomamente- lo fecero, anche senza ordini, perfino reparti di ex fedelissimi fascisti.
(ci viene in mente gli italiani sul Piave il 7 novembre del 1917, quando pur nella tragedia della disfatta di Caporetto e la drammatica ritirata, persa la testa i loro generali, presero loro l'iniziativa con un impeto d'orgoglio, che in poche settimane, pur laceri, senza armi e spesso guidati da un semplice sergente, misero in difficoltà Below e il poderoso esercito di due Imperi - Uno smacco per gli inconcludenti e litigiosi generali italiani).

Nell'esercito italiano gli ufficiali  dopo l'annuncio badogliano sono proprio loro i primi a non capire (o a capire benissimo; sono infatti i primi a scappare, cominciando dai superiori - colonnelli e generali). Interi reparti restano senza ordini, senza comandanti, alla mercé dei pochi tedeschi. Alcuni di questi reparti dentro le caserme, con i comandi deserti, avuto il sentore che qualcosa non andava, e che quello che stava accadendo era sospetto ma anche piuttosto eloquente, riescono ad abbandonare le caserme, e fuggendo per le campagne si mettono in salvo (senza una guida, ma non sapendo più chi era il nemico cosa potevano altro fare?)  alcuni fuggono con ogni mezzo, ma soprattutto a piedi. Camminando per molte notti alla macchia, molti se ne tornano a casa vivendo nella clandestinità; ma dopo i bandi, le perquisizioni e quando -subito dopo- inizia la caccia ai disertori, molti (chi non aveva legami familiari)
fuggono sui monti, evitando le rappresaglie tedesche che ritengono l'armistizio un tradimento.
(da notare che sullo stesso giornale del 9 mattina, c'è:  il titolo dell'armistizio concluso con le forze anglo-americani, ma a fianco c'è il bollettino di guerra 1201, che con enfasi riporta "l'affondamento e l'abbattimento di navi e aerei delle forze anglo-americane".

Un armistizio simile (l'abbiamo visto sopra) avvenne in Finlandia; ma fu comunicato formalmente, e non ci furono rappresaglie. I tedeschi evacuarono la penisola, anche se nel farlo fecero terra bruciata alle spalle (ma questo lo fanno tutti gli eserciti quando si ritirano - Badoglio pur non ritirandosi, per prendere Adis Abeba aveva fatto di peggio, lasciava dietro morte e distruzione, facendosi precedere dai gas).

Eppure a Bologna pochi giorni prima, nella villa di  Federzoni, c'era stato un ennesimo incontro italo-tedesco, al quale parteciparono per l'Italia, i generali ROATTA e Francesco ROSSI e, per la Germania, il maresciallo ROMMEL e il generale JODL (lo stratega). Durante il colloquio, assai teso, in risposta a una domanda di Jodl riguardante la verità a proposito dell'atteggiamento italiano piuttosto ambiguo e con le varie notizie che circolavano, Roatta rispose "risentito": "Noi non siamo sassoni, non passiamo al nemico durante la battaglia". Un accenno storico fuori posto, e anche falso, poiché al nemico in quelle ore  c'erano già passati, e per di più erano anglo-sassoni.
E fra poche ore saranno proprio loro "dei fuggiaschi" a casa di chi sta scrivendo queste note. Proprio Roatta giunto a mezzanotte (dopo che gli altri erano lì da diciotto ore in trepida attesa), si tolse la divisa, cercò di farsi dare un abito borghese, tolse a un inebetito uomo della milizia il suo mitra, poi nella notte se la diede a gambe levate. Lui! il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano!
(Mio nonno davanti a quella vergogna, seguitava a ripetere una sola frase: "qui ci voleva Cadorna!!!- qui ci voleva Cadorna!!!
- Anni dopo, ho capito cosa voleva dire!)

Altri reparti, gruppi, caserme, presidi, anche se in molti casi con uomini più numerosi dei tedeschi, furono facilmente disarmati, subito ammassati e deportati in Germania; quelli che si opponevano (o che erano su altri fronti esterni a combattere a fianco dei tedeschi) non solo furono arrestati ma anche fucilati per tradimento.

Hitler sapeva fin dal 30 agosto cosa sarebbe accaduto in Italia da un'ora all'altra. A KEITEL (mentre Castellano stava firmando la resa a Cassibile) diede precise direttive il 3 settembre per il territorio italiano. Primo compito: all'ora X, disarmare in ogni luogo dov'era possibile (!) l'esercito italiano, subito! e "con ogni mezzo". Poi l'Alto Comando il 7 agosto aveva già fatto recapitare a tutti i comandi tedeschi dislocati nel resto di mezza Europa la stessa direttiva.

Ma attenzione!!! Lo sapevano in un modo ambiguo anche tutti i comandi italiani, che avevano ricevuto il 2 settembre una direttiva segreta dall'Alto Comando Italiano, nella quale senza parlare di armistizio (diventerà famosa come la Memoria 44 op ) si precisava il "contegno da tenere per reagire ad eventuali atti aggressivi del nemico". Ma non aveva precisato molto bene chi era il nemico. Le interpretazioni furono diverse: qualcuno lo decifrò come un incitamento a combattere contro gli anglo-americani (era in quel momento nella logica di quella guerra); altri pensarono contro i tedeschi; e altri ancora ipotizzarono prevedibili azioni di guerriglia da parte dei comunisti.

(Sulla famosa Memoria 44 op essendosi distrutto l'originale (ne era stata ordinata la distruzione delle copie ai comandi che le avessero ricevute) il Corona (in La verità sul 9 settembre, pag. 54 e seg.), stimò di aver ritrovato il contenuto (o da questo derivato) del segretissimo op 44, in un ordine del giorno del generale Lerici comandante del IX corpo d'armata, emesso il 5 settembre. Il generale infatti, nomina in Oggetto: Memoria 44.
"1) Sono prevedibili azioni delittuose dei comunisti in accordo coi fascisti (una nota in fondo avvertiva: comunisti significa tedeschi).
2) Bisogna premunirsi.
3) Agire, solo se provocati: in seguito ad ordine dello S.M.R.E. quando si riceva un telegramma o marconigramma così concepito: "Attuare misure ordine pubblico memoria 44" o di iniziativa se collegamenti interrotti.
4) Provvedimenti da prendersi: a) eliminare elementi aeronautici; b) distruggere depositi carburanti; c) tagliare collegamenti; d) metter fuori uso elementi isolati o sparsi.
Megli prevedere poche imprese ma organizzate bene. Se possibile assumere schieramenti adatti per impedire avanzata colonne comuniste.
5) In particolare per il IX C. d'A.: Difendere ad oltranza la piazza di Taranto con le divisioni Piceno e Legnano e, qualora si potesse disporre di altre unità, provvedere analogamemte per Brindisi.
6) Assicurare i collegamenti.
7) Sempre armati e avere al seguito munizioni e dotazioni individuali.
Solo ordini verbali ai dipendenti. GENERALE LERICI.

Il generale Rossi, in seguito, non smentì ciò che riferì il Corona, ma anzi secondo lui la detta "Memoria op 44", da lui ben conosciuta, ampliava le prescrizioni e ordinava:
- di interrompere le ferrovie e le principali rotabili;
- di agire con grandi unità contro truppe tedesche a cavallo delle linee di comunicazione;
- di raggruppare le rimanenti truppe in posizioni centrali ed opportune;
- di passare all'azione offensiva d'insieme, appena chiarita la situazione".


Di tutto questo (dove sembra trasparire fiducia di poter sostenere un attacco tedesco) non fu fatto nulla. I generali del S.M.R.E.
il 9 mattina non fecero nessuna azione preventiva, non usarono grandi unità, non distrussero i depositi di carburanti, non tagliarono i collegamenti, ma erano fuggiti tutti con i reali e il capo del Governo a Chieti, lasciando l'esercito allo sbando.
Da notare inoltre che nella op 44, vi era contraddizione di tutta la politica fatta da Badoglio nell'incontro nella notte del 7-8 settembre con Taylor, dichiarando l'assoluta impossibilità di far combattere le forze armate che lui aveva a disposizione; che i depositi di carburante erano vuoti e che gli aeroporti erano occupati dai tedeschi (gli uni e gli altri i tedeschi li occuparono il 10 settembre, quando Calvi di Bergolo consegnò loro Roma ed emise il proclama che erano considerati nemici della Patria chi non giurava e non si univa ai tedeschi).

I tedeschi confesseranno in seguito, di aver creduto difficile l'operazione del disarmo e la cattura degli italiani ribelli, e non "così facile". Nessuno poteva immaginare che un esercito con decine di migliaia di uomini sul suolo della loro stessa patria potesse crollare e disperdersi in un solo giorno non per una battaglia perduta -perchè non fu nemmeno iniziata- ma per il rifiuto (dei superiori) di combattere o per la paura del potenziale ex alleato aggressore; che aveva all'incirca due sole divisioni, dentro una trappola come Roma - con gli Appennini alle spalle da superare - dove basta una buona carica esplosiva per far venire giù una banalissima frana per tagliare in due l'Italia. 
Fu invece per l'Italia una Caporetto dieci volte più grande. Ma questa volta anche con due milioni di italiani oltre i confini a fianco degli ex "alleati",  improvvisamente diventati "nemici" e quindi alla loro mercè, visto che l'effettivo comando di molti reparti italiani era stato affidato già da tempo a ufficiali tedeschi.

8 SETTEMBRE (ore 20) - Altra tempestività dei tedeschi. - Mentre le operazioni di sbarco anglo americano a Salerno sono già iniziate, l'intera flotta della Marina italiana DALLE ORE 14 a La Spezia sta attendendo dagli alti comandi della capitale l'ordine di salpare per contrastare le navi degli anglo americani già avvistate al largo del golfo di Napoli. Da Roma (e qui si sapeva cosa sarebbe accaduto alla ore 19-20) Bergamini senza essere informato dell'armistizio-resa, lasciò la capitale per raggiungere La Spezia. Viene rimandata più volte la partenza per Napoli; fin quando giunse un fono alle ore 20, quando ormai tutti avevano già ascoltato alla radio "la nuova situazione". Il fono (sembra una barzelletta!) dà l'ordine di annullare la missione programmata (!) e fra lo sconcerto dei comandanti,  di far salpare l'intera flotta con destinazione Malta per  consegnare le navi ai "nuovi alleati".

Alla sera dell'8 dopo concitati incontri dei tre ammiragli, BERGAMINI,  De COURTEN e SANSONETTI; questi ultimi due riescono a convincere il primo (orientato verso l'autoaffondamento - ma di questa eventualità  in certi ambienti che sapevano cosa bolliva in pentola si era già parlato il 7 settembre) di attenersi agli ordini del fono. (Ricordiamo che De Courten, era uno dei pochi a essere stato informato della resa, fin dal 4 settembre. Ma anche lui fu dibattuto nella coscienza fino a notte inoltrata del giorno 8).

Alcuni vorrebbero affondare le navi, mentre altri vivono il dramma: disonorevole è consegnarsi al nemico di ieri, ma anche infamante è non ubbidire agli ordini del Re e di Badoglio che loro credono sovrani effettivi e in pieni poteri (non sanno ancora che stanno preparandosi a fuggire da Roma); e altrettanto sofferta  per certi vecchi ammiragli è la decisione di affondare le proprie navi. 

Il dramma più che un tentennamento su cosa fare è una vera e propria disperazione che ha tre facce. Nel giro di poche ore si è passati dalla decisione di affrontare gli anglo-americani a Salerno, all'ipotesi di autoaffondamento, o a consegnarsi al "nemico" ora diventato "amico". Ma consegnare le navi non significa allearsi, significa arrendersi senza condizioni, e questo a molti addetti che hanno fatto l'Accademia appare giuridicamente molto chiaro ed è l'origine di tanti turbamenti interiori.

Tuttavia, dentro questa tenaglia che sta stritolando le loro coscienze di vecchi soldati della Patria, con un sofferto "obbedisco" alle ore 2 della notte del 9 settembre  Bergamini parte con tutte le sue navi, ma con direzione La Maddalena, in Sardegna, quindi non direttamente per Malta.

Ma mentre la flotta è quasi giunta alle Bocche di Bonifacio  alle ore 14,41 arriva un altro ordine, di MAUGERI....:

(IN UN SECONDO TEMPO RACCONTEREMO L'INCREDIBILE STORIA DI QUESTO UFFICIALE - CI FU UN FAMOSO PROCESSO NEL DOPOGUERRA CON TANTE AMBIGUITA' - MAI CHIARITE -  RIPORTEREMO SEMPLICEMENTE IL PROCESSO - E COME FINI' (a tarallucci e vino!) -  I COMMENTI LI LASCEREMO AI LETTORI)


 ... "...dirigersi verso Bona (Algeria), perchè la Maddalena - si afferma nell'ordine- era stata nel frattempo già occupata dai tedeschi.  Alle 14,55 le navi italiane sono intercettate dagli aerei tedeschi. "Intercettate" si fa per dire,  perchè è la stessa squadriglia di aerei che avrebbe dovuto affiancare gli italiani e insieme alle navi italiane di Bergamini impedire lo sbarco anglo-americano a Salerno).
  
Le nuovissime bombe-razzo teleguidate  lanciate da bombardieri tedeschi da quota 5000 metri, quindi fuori tiro dalle contraeree navali, prima con un attacco alle ore 15,37, poi con un secondo alle 15,50 colpiscono le navi italiane; l'ammiraglia, la Roma, la più  bella corazzata italiana, 41 mila tonn. comandata proprio dall'ammiraglio BERGAMINI, centrata da due bombe alle 16,11 si spezza in due tronconi e affonda in pochi minuti con i suoi 1253 uomini su un equipaggio di 1849. Scompare in mare tutto il Comando in Capo della squadra, compreso l'ammiraglio Bergamini. La tempestività di questo attacco, e la precisione dei tiri, hanno lasciato molti dubbi. Voleva forse Bergamini consegnarsi ai tedeschi? Riparare in Spagna? Fu Maugeri a segnalare che erano fuori rotta?

Di questo si parlò al famoso processo dopo il 1946-50. Con Maugeri che era diventato nel frattempo Capo di Stato Maggiore della Marina Italiana; poi messo a riposo durante questo clamoroso processo, per una frase ambigua apparsa in un suo libro stampato in America "...che prima dell'8 settembre era solo dentro un servizio di controspionaggio, ma non capo, come  invece lo divenne improvvisamente dopo l'8 settembre".

Ma per occupare un posto del genere, delle buone credenziali doveva pur averle. E quali potevano essere? che prima aveva egregiamente collaborato con gli anglo-americani, e mentre comandava le navi italiane collaborava nello stesso tempo con i tedeschi. - Inoltre dato che fu sempre lui a fare i trasferimenti via mare di Mussolini; lui era a conoscenza dove si trovava l'importante prigioniero. E se due più due fanno quattro, dov'era Mussolini lo sapevano sia i tedeschi sia gli angloamericani)

Dopo l'Esercito, e dopo la Marina, stesso dramma delle coscienze dentro i reparti dell'Aviazione Italiana, che si spacca in due tronconi, una parte si mette a disposizione dei tedeschi (in seguito al governo RSI nel Nord), l'altra a disposizione (si fa per dire, i patti armistiziali erano che dovevano "consegnarli" gli aerei) dei nuovi "alleati".. In pratica entrambe non rispettano gli ordini della famosa Memoria op 44. Entrambe dovrebbero consegnare gli aerei agli ex nemici, che un bel mattino Badoglio e C. ha detto loro che sono diventati amici, ma che per molti sono ancora nemici. Da soli gli uomini delle Forze Armate (e gli ambigui ordini hanno fatto il resto) non sono riusciti a "girare l'interruttore" di quell'aggressività che era stato il "verbo" inculcato da quando erano nati, e in massicce dosi elargite quando era iniziata la guerra.

Una obiettiva analisi la fa Giannuzzi (uno scrittore molto antitedesco) in "L'esercito vittima dell'armistizio", pag. 37:

" ... l'improvviso armistizio determinò quindi nella massa degli ufficiali e dei soldati una crisi di coscienza al pensiero repentino di dover considerare ostili quelli, con i quali si era assieme combattuto per tre anni contro gli stessi nemici, affrontando gli stessi rischi e pericoli. Se molto deboli o addirittura inconsistenti erano i vincoli di affinità e di simpatia che ci legavano al soldato tedesco, vi era pur sempre nel nostro spirito un qualche cosa, che spingeva a considerarlo, sia pure di malavoglia, un compagno d'arme, col quale bisognava continuare, volenti o nolenti, a combattere assieme la guerra, dividendo con esso lo stesso fatale destino, la buona o la cattiva sorte. I nostri combattenti. che avevano ogni giorno l'avversario di fronte, che respiravano l'aria della battaglia. che ricordavano i loro morti e sentivano che non si poteva tradirli, volevano bensì che si uscisse dalla guerra, ma giudicavano nello stesso tempo che la si combattesse degnamente e cavallerescamente fino a che restavano spiegate le nostre bandiere. Essendo venuta a mancare l'adeguata preparazione spirituale (sia pure con ogni cautela, non potè non manifestarsi, specie nei comandanti più elevati in grado, una comprensibile perplessità sull'atteggiamento da assumere nei confronti dei tedeschi, tanto più in quanto, nella loro adamantina coscienza di soldati, non poterono di colpo spogliarsi da un superstite senso di cavalleresca lealtà verso un alleato, ch'era non più tale, ma neppure nemico, perché non aveva ancora apertamente compiuto atti di ostilità".

Ma diciamo anche quest'altra verità: molti soldati italiani, compresi ufficiali di ogni grado, istintivamente sentivano la realtà della situazione. In tre anni, su ogni fronte, l'avevano toccata con mano la povertà delle loro armi rispetto a quelle del loro alleato tedesco e in particolare negli ultimi mesi. Inoltre non bisogna credere che nei 45 giorni gli uomini non avevano pensato, anzi avevano osservato attentamente attori e cose, quindi l'idea di una guerra contro i tedeschi in quelle condizioni era una follia. Erano certi di uscirne battuti. Altrettanta follia continuarla con gli ingenti mezzi di distruzione che avevano gli anglo-americani. E nessun proclama (vedi lo stesso Napoleone) può portare al combattimento uomini convinti d'essere già sconfitti.

Quanto all'onore di battersi, essendo questo il cemento indispensabile all'unità delle armi, bisognava come minimo non suscitare nell'esercito uno di quei terremoti che distruggono il cemento stesso.
Con l'armistizio tutti si aspettavano una pace; nessuno poteva credere che i generali al potere preparassero invece un'altra guerra. E con chi? E contro chi? Proprio contro quell'esercito germanico, di cui per tre anni proprio loro quegli stessi generali (o cosiddetti "acciaisti") avevano esaltata l'efficienza, la potenza, l'assoluta superiorità di mezzi e di organizzazione.

9 SETTEMBRE ore 07.00  (da un'ora il re e l'intero stato maggiore è già in fuga da Roma, verso Pescara) - Uno dei tanti (moltissimi) reparti italiani sparsi nello scacchiere, che non hanno ricevuto ordini precisi nè hanno capito cosa sta accadendo ascoltando solo il radio di Badoglio, stanzia a Cefalonia (vedi il link alla pagina iniziale) con a fianco gli alleati tedeschi. Questi ultimi hanno invece capito benissimo cosa sta succedendo; gli ordini di Hitler che vi giungono sono precisi, e la parola codice Achse è arrivata anche su quest'isola. Chiedono ai reparti italiani il disarmo. Il comandante italiano generale Gandin, seguendo l'ambigua prima direttiva di Badoglio rifiuta, anzi, poche ore dopo, ne arriva un'altra direttiva: che incita: "a resistere!!").
 (" N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore").
Resistere:
pur sapendo che non avrebbero potuto mandargli alcun aiuto, e che l'abbondanza di aerei tedeschi nella zona avrebbero ben presto avuto ragione del presidio italiano.
Badoglio e C. sapevano che -se resistevano, nella situazione giuridica in cui si trovavano - ed erano su un isola- erano ("senza dubbio" vedi più avanti) passibili di fucilazione, ma ciò non gli impedì di inviare il drastico ordine di "resistere".
Gandin, era un galantuomo, ligio al dovere, ma l'indecisione di molte ore gli costò cara. Come tanti nel suo Paese, anche lui fu tormentato dalla sua coscienza. Lui aveva lavorato molto in Germania, ed era stato sempre amico dei tedeschi. Quelli che erano a Cefalonia (circa 1800) li aveva chiamati proprio lui per rinforzare la difesa dell'isola.

Prima con il rifiuto, poi per guadagnare tempo (anche perchè nei suoi reparti si erano formate due fazioni pro e contro
una resistenza contro i tedeschi ) Gandin ha non solo creato una ostile fatale diffidenza, ma dando a loro tempo, permette alle forze germaniche di far giungere dalla Grecia i rinforzi necessari . Circondati, gli italiani sono costretti ad arrendersi; ma sono poi barbaramente sterminati, passati tutti per le armi. 4000 soldati e 512 ufficiali si devono mettere 8 alla volta al muro per farsi fucilare. Quelli delle isole dell'Egeo, di Lero (vedi il link alla pagina iniziale) e di Rodi non hanno maggior fortuna. Di 12.000 ne rimarranno vivi 1500. Qualcuno si appellò alla Convenzione di Ginevra, ma i tedeschi risposero "alla lettera", che quelli non erano prigionieri,  ma disertori e traditori. L'armistizio loro non l'avevano firmato e l'Italia formalmente non aveva dichiarato guerra alla Germania. Per i tedeschi l'Italia era un alleata, e chi disertava, quella era la "regola", così era (è) scritto molto chiaro nella convenzione di Ginevra, che non hanno firmato solo i tedeschi, ma tutte le nazioni.

Il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avvenne a Cefalonia una "lotta pazzesca e inutile". E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con il turbato Eisenhower, ci fu il seguente acchiacciante e cinico colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio". (!!!!!)
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".


Cosa che nessuno fino allora in Italia aveva fatto. Molti soldati non sanno da giorni e giorni se con i tedeschi si è in guerra, se si è in pace, o cos'altro. Ma anche una dichiarazione di guerra formale dell'Italia (dell'Italia badogliana) alla Germania non era giuridicamente valida, perchè il governo italiano era "prigioniero" di un esercito (l'anglo-americano) che "giuridicamente" era considerato nemico-occupante: (si verificò ciò che era avvenuto in Francia nel 1940. La volontà del governo francese di schierarsi con gli occupanti tedeschi, sia a Londra che a Washington fu considerata non valida, perchè fatto da un governo "prigioniero" degli occupanti (tedeschi), quindi non in piena autonomia. Tuttavia prima di fare l'armistizio con i tedeschi, i francesi avvisarono gli Inglesi. "Reynaud ci ha chiesto se possiamo liberarla (ossia, la Francia) dall'obbligo di non concludere una pace separata con la Germania" (Lettera di Churchill a Roosevelt del 15 e 20 maggio, 12 e 14 giugno 1940. Loewenhem-Langlesy-Jonas, "Roosevelt and Churchill", p.95, doc. 8)

Dunque una situazione paradossale e ipocrita, grazie a Badoglio, al re e a tutti i generali, ormai in fuga e al sicuro con i loro averi - da due ore. E ipocrita anche da parte di Eisenhower.
Ritorniamo quindi indietro di due ore: a Roma.

TORNIAMO ORA AL CAPO DI STATO MAGGIORE

9 SETTEMBRE (ore 5,15) - Il capo di S.M. ROATTA prima della fuga lascia un ordine in lapis su un foglietto (diventato famoso come il 5,15) che escludeva esplicitamente la difesa di Roma; infatti dava l'ordine di far ripiegare il Corpo d'Armata Motocorazzato della capitale a est, direzione Tivoli,  e nello stesso tempo (in contrasto) lasciava il comando di tutte le altre truppe dislocate a Roma al generale CARBONI, un uomo che contava molto poco nello S.M. In pratica Roatta lascia potenzialmente a KESSELRING una città vuota, senza i comandanti di truppe (che c'erano, e anche in abbondanza, infatti a fuggire a Chieti c'erano due dozzine di generali e una dozzina di colonnelli ); il comandante tedesco quasi non credeva ai propri occhi.

Al processo per la mancata difesa di Roma, Badoglio disse "per non fare diventare i reparti italiani bersaglio dei bombardieri (anglo-americani)". Falso, perchè sapeva benissimo (da Taylor, la sera prima) che gli alleati non avrebbero bombardato Roma e nemmeno era previsto un grande sbarco nelle vicinanze (e anche quello a Salerno era inferiore rispetto a quello assicurato a Castellano - che dirà in seguito "se lo avessi saputo non firmavo"). Taylor aveva intenzione e messo in programma per il giorno 8 solo un aerosbarco di paracadutisti per impossessarsi innanzitutto degli aeroporti romani; la cosa più importante, era quella di provocare un forte effetto psicologico alle truppe italiane. Sapere che erano piombati dal cielo gli americani a Roma (in qualche modo, poco o tanti), l'effetto sarebbe stato non solo incoraggiante ma dirompente, si sarebbe sentito protetto anche il romano più fifone.

Inoltre, se era psicologicamente incoraggiante per gli italiani non lo era affatto per i tedeschi; infatti, tutto lo stato maggiore tedesco dopo la fuga delle alte cariche dello Stato italiano, pensò a due cose solo: la prima, che allora era in previsione un grande sbarco anglo-americano sulle coste laziali; la seconda di abbandonare Roma e il Lazio per non farsi mettere in trappola da reparti italiani circa tre volte ai tedeschi superiori, oltre le supposte forze anglo-americane sbarcate che si sarebbero unite.

RAHN,  durante la notte (dall'8 al 9 dopo aver ricevuto il fono da Hitler che abbiamo già citato) in fretta e furia, bruciando tutti i documenti del comando, con i suoi reparti aveva già abbandonato la capitale ed era giunto a Firenze, alcuni Reparti addirittura quasi a Bologna.
"Rientravo da Pratica a Mare con Skorzeny, a Roma, quando arrivammo a Via Veneto ci trovammo in mezzo a una folla che inneggiava la pace. Seppi così dell'armistizio. Raggiunsi al comando Kappler che assieme ad altri ufficiali distrussero codici e documenti, fecero a pezzi le radio ricestrasmittenti scaraventandole dalle finestre e, in colonna con cinque sei automobili, infilata la via Cassia abbandonammo Roma, dirigendoci verso monte Soratte" (memorie di Priebke; Mario Spataro, Dal caso Priebke ai nazi gold; Ed Settimo Sigillo, 1999, pag. 340)

Ma il mattino del 9 (mentre Re e C. fuggivano) tutti fecero marcia indietro e ritornarono a Roma per dare man forte a KESSELRING rimasto nella capitale, contando sui rinforzi che sarebbero giunte a valanghe dal Brennero. L'"Alarico" come abbiamo letto sopra (al Brennero) era già scattato alle ore 18, della sera del giorno prima. Da Verona bastava raggiungere la Romea, e di qui proseguire con l'Adriatica fino a Pescara e quindi Roma

I tedeschi di Rahn, riaffluirono in forze sulla capitale, presero posizione, disarmarono le caserme (queste non avevano ancora capito il dramma che andavano incontro), affrontarono alcuni gruppetti di insorti, ed ebbero il giorno dopo (il 10) in "regalo" l'occupazione incontrastata della capitale che durerà fino al 5 giugno del 1944. Eppure sia Roatta, Badoglio e il Re sapevano benissimo dall'americano Taylor fin dalla sera prima, che le truppe americane non sarebbero sbarcate a ovest di Roma ma a Salerno. Ed erano stati proprio loro due a scoraggiare l'aviosbarco sulla capitale giungendo perfino a suggerire di rinviare lo sbarco a Salerno. L'aviosbarco fu annullato da Taylor oltre che per la diffidenza nei confronti di Badoglio, anche perché era solo una missione di supporto. Mica però potevano gli anglo-americani fermare lo sbarco di Salerno ormai già operativo in alto mare - Una richiesta del genere da un generale come Badoglio era piuttosto ingenua oltre che priva di acume militare.
 
Dunque per la fuga, Re, Badoglio e tutto lo Stato Maggiore, trovarono conveniente affidarsi più ai tedeschi che agli americani. TAYLOR era stato del resto profeta all'incontro con Badoglio che tergiversava; infatti, l'americano fu perfino sarcastico  "sembra che avete più paura di noi che dei tedeschi". Gli erano bastati pochi minuti per capire con chi aveva a che fare. Ma non immaginava  che Badoglio sarebbe arrivato fino a quel punto. Cioè che  da lì a poche ore avrebbe preso la via della fuga, con tutti i generali che aveva a disposizione a Roma.
Badoglio e Carboni sconsigliarono Taylor di fare l'aviosbarco sugli aeroporti perchè dissero "sono pieni di tedeschi". Mentre oggi sappiamo dalle memorie di KESSELRING "...diedi l'ordine a tutti gli automezzi che avevo a disposizione di andare avanti e indietro continuamente per dare l'impressione che eravamo in tanti; e il trucco a quanto pare funzionò".
Un generale farsi prendere in giro così, è perfino grottesco

9 SETTEMBRE (ore 5,40) - L'intero stato maggiore, ministri, generali, conti, marchesi, duchi e in prima fila i reali, fuggono da Roma. Raggiungono Chieti (a casa dell'autore che scrive - che viveva quasi dentro) a Palazzo Mezzanotte) .....

... mentre i reali con Badoglio al bivio Brecciarola (a un migliaio di metri dal Palazzo) deviano verso la tenuta dei duchi di Bovino, e attraversando Bucchianico e Pretoro arrivano a Crecchio alle ore 11 e qui a mezzogiorno pranzano.

La storia che ci viene raccontata è questa, che:
"" a Crecchio i Sovrani restano in attesa di imbarcarsi su una nave, la Baionetta, che dovrebbe arrivare a Pescara nelle prime ore del pomeriggio; ed infatti hanno inviato Acquarone in avanscoperta, che rientra alle 12.40 a Crecchio con buone notizie, tali da far decidere il gruppo a muoversi alle ore 13 verso Pescara, passando da Chieti".
 
A Chieti nel frattempo per tutto il giorno sono affluiti a Palazzo Mezzanotte, un centinaio di personaggi di alto lignaggio e all'Albergo Sole due dozzina di generali (l'intero Stato Maggiore Italiano), trascinandosi dietro sulle loro lussuose macchine tutti i loro beni e valori
, ma non certo la dignità di uomini e di soldati.

Ma stavano già fuggendo verso Ortona e Brindisi ? O volevano aqquartierarsi a Chieti (in mano tedesca) per farne la nuova sede di governo?

Chi scrive, sa che giunti a Palazzo Mezzanotte, lì volevano restare. Tutte le prime auto con targa militare furono messe nei grandi garages sottostanti il palazzo. La folla che iniziò a gremire la piazza, sbalordita riconosceva fra gli ufficiali tutti i nomi delle più alte cariche dell'Esercito. Contemporaneamente affluivano nella piazza alcuni reparti della ex Milizia fascista (come già detto, ora inquadrata nell'esercito badogliano) e si diffondevano le più strane e difforme notizie:...
...che a Palazzo Mezzanotte si sarebbe insediato il nuovo governo e poco lontano a Crecchio il Sovrano.
La confusione in piazza fu così tanta, e i curiosi pure (chi aveva capito la "codardia" non risparmiò qualche ingiuria) che la locale Prefettura faceva suonare il segnale d'allarme aereo per renderla deserta, e poter così svolgere indisturbati quei loschi movimenti che stavano ingiuriando l'Italia e gli Italiani.

Ma tutto questo non lo dice solo chi scrive:
"Alcuni ufficiali, appena scesi dalle macchine, prendevano contatto con la Questura per predisporre a Chieti gli alloggi occorrenti ad alcune personalità militari del Quartiere Generale delle Forze Armate".
(Angelo Meloni, in Chieti città aperta, relazione storica, pubblicata a Pescara nel 1947; con autografo di S.S. Pio XII)- (ne abbiamo una copia).
Se avevano intenzione di fuggire a Brindisi, perchè allora predisporre alloggi a Chieti?

Poi cambiò improvvisamente il programma. A Chieti e Pescara accadde qualcosa. Non al porto ma all'aeroporto. Aquarone e Badoglio erano andati il mattino sì a Pescara in avanscoperta, poi erano tornati a Crecchio per avvisare il Re per l'imbarco a Pescara.
Il re percorse con affanno l'andata nella polverosa strada saliscendi  delle colline di Tollo, Miglianico, Ripa Teatina e Chieti raggiungendo (non il porto) l'aeroporto di Pescara (che in realtà è a Chieti Scalo, a circa 5 chilometri da Chieti e altrettanti da Pescara) dove, proprio nella stessa mattinata erano atterrati oltre 50 aerei che, insieme all'altra cinquantina già presenti all'aeroporto (in mano tedesca!) formavano un numero elevato di velivoli mai registrato nel campo. Qui alcuni alti ufficiali cercarono di convincere il principe Umberto a tornare a Roma, o almeno a non imbarcarsi per il Sud. Badoglio fu fermo nella decisione di coinvolgere nella fuga anche Umberto, e il Re suo padre gli negò pure lui il permesso.
Volare con un aereo a Sud con i caccia anglo-americani nei paraggi, era piuttosto pericoloso. Fu quindi predisposta la fuga sulla torpediniera
Baionetta. Ma prima con un fono e poi con un aereo mandato in perlustrazione sull'Adriatico, questo informò (alle ore 16,30) che la nave era ferma ancora ad Ancona (attenzione: acque territoriali tedesche fino ad Ortona - quest'ultimo porto verrà conquistata da Montgomery solo a fine dicembre). Tempo previsto di arrivo a Pescara: mezzanotte circa.
(E' possibile che tutti (il fior fiore degli "strateghi" d'Italia) fuggendo da Roma non abbiano già predisposto il mezzo per fuggire a Sud se questa era la iniziale intenzione? La Baionetta era ancora nel porto di Ancora quando i fuggiaschi giunsero a Pescara!)

Con quell'enorme ritardo, a Pescara era troppo pericoloso attendere tutte quelle ore. Re e famiglia, spazientiti, attraverso la stessa strada polverosa, nuovamente
tornarono a Crecchio. Mentre al porto di Pescara rimase Badoglio. 

Intanto a Chieti, a Palazzo Mezzanotte e all'Albergo Sole, dove da Roma erano confluiti tutti gli altri fuggiaschi, le vaghe notizie che si susseguivano - piuttosto allarmati - aspettavano il da farsi dentro questo palazzo che stava diventando una trappola. Furono 18 lunghe ore, drammatiche e angoscianti per tutti, stipati nel grande cortile e negli scantinati dove sostavano le macchine con i loro tesori, guardati a vista per alcune ore; poi per bisogni fisiologici o per avere notizie -che arrivavano sempre più vaghe oltre che drammatiche- rimasero perfino incustodite, o solo con gli autisti che cercavano in giro affannosamente carburante per rimettersi in viaggio. Cinquanta macchine di quella cilindrata, giunte da Roma, che avevano poi scorrazzato per i colli chietini, al porto e all'aeroporto di Pescara, erano ormai senza benzina, e diventò un grosso problema procurarsela a Chieti dove da mesi non circolava un'auto proprio per irreperibilità di carburante. La tensione verso notte salì ai massimi gradi, e molti - capita o no la situazione- non si preoccupavano più degli averi ma di salvare almeno la pelle (vedi sotto ore 24)

La nuova situazione l'ha resa molto chiara il generale Zanussi (in Guerra e catastrofe d'Italia, II vol. pag.201) giunto con i "fuggiaschi" a Chieti, disse chiaro e tondo ai suoi colleghi "Fin qui è stata una fuga, da qui è un tradimento". Lo Stato Maggiore, fuggendo da Chieti verso Brindisi con atto di tradimento subito denunciato dallo Zanussi, non solo privò del comando superiore e centrale l'Esercito nel momento in cui più ne aveva bisogno, ma non preparò neppure un posto, donde un sostituto del suo capo o un organo centrale avrebbe potuto distribuire ordini e direttive e mantenere i collegamenti ( ma è proprio cosi?)


TORNIAMO UN ATTIMO A ROMA

9 SETTEMBRE (Ore 9) il CLN che si stava costituendo, anche se in forma clandestina (Badoglio aveva messo al bando tutti i partiti) era convinto dopo il messaggio così confuso della sera prima (ma ritenuto criptico), che era suo dovere intervenire in un ora così drammatica. Sentiva il dovere di assumere le funzioni di un organo nazionale rappresentativo e direttivo. Nel corso della notte del 8-9 aveva deciso di presentarsi il mattino al Quirinale per parlare di un eventuale appoggio al re e a Badoglio con i vari movimenti; di coordinarli in una forza, e se era il caso anche guidarla per cacciare i tedeschi; ma trovarono i "palazzi" vuoti. Erano scappati tutti. Ma proprio tutti. Con Roma senza una difesa, mentre alcuni gruppi non ben definiti della popolazione civile romana già combattevano per le strade uomo a uomo contro i tedeschi. Ma senza un piano prestabilito. Allo sbaraglio!
Si rivolsero allora a Carboni, ma questi pur dando ascolto ad una eventuale difesa di Roma, aveva già iniziato trattative segrete per la consegna di Roma ai tedeschi (lo leggeremo più avanti).

9 SETTEMBRE - (ore 12) Infatti, a Roma erano rimasti alcuni ufficiali minori, fra cui Carboni, Calvi di Bergolo Montezemolo, e un anonimo ufficiale, il ten. col. Giaccone. Convocati da KESSELRING precipitatosi in città, cosa fanno? Fanno l'accordo. Ma comandato dai suoi due superiore, firmerà il più basso di grado !!! Giaccone - Che rimase per qualche istante sconcertato, ma poi firmò ("tanto non vale niente la mia firma") Ritorneremo più avanti su questo argomento e leggeremo pure il famigerato accordo.

E chi (dopo la fuga del Re) ha assunto il comando della città? Il generale Calvi di Bergolo!
E chi era? Era il genero del Re lasciato appunto a Roma.
Che su richiesta e a nome dei tedeschi, ordina con un PROCLAMA a tutti i militari italiani sbandati di presentarsi nelle caserme per consegnare ai comandi (ora tedeschi) le armi individuali o di qualsiasi altro tipo in possesso.
Volendosi attenere alle intenzioni (?) di Badoglio e del Re, come avrebbero potuto gli italiani cacciare i tedeschi senza armi in mano, quando lo stesso genero del Re invitava a consegnare le armi?

Questo è il "Proclama", ma l'accordo firmato da Giaccone non fu diffuso.
In seguito è sparito da ogni libro di storia. Noi l'abbiamo fortunatamente rintracciato e lo leggeremo più avanti (capiremo perchè è quasi introvabile e poco citato).

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PROCLAMA
ITALO TEDESCO PER ROMA

Premesso che le trattative iniziate ieri (giorno 9 - Ndr) tra le autorità militari italiane e tedesche si sono concluse il 10 settembre alle ore 16 con l'accettazione di un accordo, secondo il quale viene stabilito che le truppe tedesche debbono sostare ai margini della città aperta di Roma, salvo l'occupazione della sede dell'Ambasciata germanica, della stazione radio di Roma 1a e della centrale telefonica tedesca; che quale comandante della città aperta di Roma ho alle mie dipendenze una divisione di fanteria per il mantenimento dell'ordine pubblico, oltre a tutte le forze della polizia; che i Ministri rimangono in carica per il normale funzionamento dei rispettivi dicasteri.

Dispongo:

1. • Le truppe del presidio di Roma e le forze di polizia a mia disposizione per il presidio della città aperta di Roma costituiranno posti di blocco in corrispondenza della linea delimitante la città aperta di Roma.

2. - Tutti i militari di qualunque grado che si trovano a Roma appartenenti ai depositi, forti, enti militari vari, debbono presentarsi al più presto alla rispettiva caserma con l'armamento individuale e con i mezzi che hanno in consegna: tempo 24 ore, trascorse le quali saranno denunciati al Tribunale Militare di Roma.

3. - Il Tribunale Militare di Roma sederà in permanenza.

4. - La popolazione della città deve attendere alle sue normali occupazioni, conservando perfetto ordine, calma ed obbedienza alle disposizioni delle autorità militari.
Tutti coloro che detengono armi devono versarle ai Commissariati di P.S. del rispettivo rione. I trasgressori saranno immediatamente tradotti al Tribunale di Guerra.

5. - Valgono le disposizioni di ordine pubblico già in vigore, pubblicate con il manifesto dal Comando del Corpo d'Armata di Roma.
Il coprifuoco rimane fissato alle ore 21,30.

Roma, 11 settembre 1943.
F.to: il Generale di Divisione
CALVI Di BERGOLO

9 SETTEMBRE (ore 24) Nel frattempo a Chieti a Palazzo Mezzanotte e in parte all'Albergo Sole, dove sono confluiti tutti i fuggiaschi, arriva (presente chi scrive) trafelato il Capo di S.M. generale ROATTA. Fuggito anche lui da Roma (Carbone lo stava cercando inutilmente a Tivoli, poi pure lui aveva tentato la fuga) aveva raggiunto Pescara; e appreso che la Baionetta oltre che in ritardo non si sarebbe fermata (invece era poi attraccata! e vi era salito Badoglio) Roatta a mezzanotte era salito a Chieti convinto di trovarvi il Re. Giunto a Palazzo Mezzanotte fece gelare il sangue a tutti: comunicò ai presenti che la "nave della salvezza" non sarebbe mai arrivata a Pescara ma che si stava dirigendo verso Ortona.
Qui in alto mare avrebbe aspettato una piccola unità in partenza dal molo, il Littorio,  ma ci potevano salire per portarli in "salvo" solo il re, la sua famiglia e pochi altri, al massimo una decina.
La scena che seguì fu drammatica, urli, pianti e recriminazioni d'ogni sorta. La frase che circolava era una sola "Badoglio ci ha traditi !"

ROATTA poi si vestì in borghese, si fece dare un paio di mitra non senza discussione dalle ex camice nere che assistevano alla incomprensibile scena, disse loro che era un ordine del re, promise che presto Mussolini sarebbe stato liberato (ma allora sapeva! e ha quindi ragione Carboni a consegnare al genero del Re,
Roma ai tedeschi) e se la diede pure lui a gambe levate verso Crecchio per dare la nuova notizia alla famiglia reale lasciando tutti nel panico e in una fuga senza meta per le colline chietine dove conti, marchesi, duchi, ministri e due dozzine di generali di tre e quattro stelle e altre due dozzine di colonnelli, persero l'onore e la dignità.

A Ortona di fuggiaschi se ne imbarcarono poi 57 - con circa trenta generali e colonnelli - gli altri a terra dopo gli spintoni e le gomitate, stavano tentando l'arrembaggio della piccola unità, quando De Courten fece chiudere il barcarizzo e levare le ancore. 
Il Re non avendo visto all'imbarco Badoglio (non sapeva ancora che si era imbarcato a Pescara e che era già a bordo della Baionetta) chiedendo al prefetto di Pescara
dove fosse il Maresciallo gli sfuggì un'amara espressione "Che ci abbia traditi?". E nel vedere quel vergognoso arrembaggio
di ufficiali, forse gli ritornò un po' l'orgoglio di "soldato"; espresso amaramente quando poi si vide davanti Roatta e che apostrofò "Ma lei qui cosa ci fa?".

Agli altri disperati rimasti a terra fu detto di far ritorno a Chieti, per poi imbarcarsi il giorno dopo a Pescara. Solo alcuni raggiunsero quelli che erano rimasti "scornati" a Chieti, che nel frattempo avevano già abbandonato Palazzo Mezzanotte cercando rifugi di fortuna, non prima (i militari) di essersi procurati affannosamente abiti borghesi.

Lasciare Chieti in piena notte, senza un'anima viva in giro, e con le strade della fuga piene di tedeschi, non era facile, era semmai pericoloso. Per tutti, visto che non si sapeva ancora chi era il vero nemico.

A Palazzo Mezzanotte la Fuga di mezzanotte diventò una scena pietosa !! I nobili (pieni di ori e di averi) che avevano seguito la fuga del Re, della Regina e del figlio Umberto, si sentirono abbandonati, traditi (con Badoglio, che a Chieti non si era fatto più vivo e nessuno sapeva dov'era), intrappolati, disperati, non sapendo dove andare. Scene non proprio nobili, fra gridi, pianti, recriminazioni, accuse molto molto pesanti. Gli ufficiali si disinteressarono di loro, si tolsero le divise, si vestirono in borghese (basterebbe solo questo atto per mandarli davanti a un plotone di esecuzione!) , abbandonarono perfino nel palazzo quanto si erano portati dietro -pacchi di documenti, cartelle, borse, divise, che ora diventavano compromettenti e fastidiosa zavorra per la fuga- poi visto che alcune macchine non si muovevano, alcuni si dileguarono nella notte perfino a piedi, come dei ladri.
Per la cronaca, a quell'ora di notte così singolare, c'era solo un bambino che girava in un palazzo deserto, con in ogni angolo, casse e casse dal contenuto più vario, piene di cartelle di documenti, di fotografie e pacchi di lastre fotografiche avvolte in carta oleata, tutto abbandonato. E quel bambino era il sottoscritto che qui scrive. Che rivisse la stessa scena, quando poi 10 mesi dopo, in un'altra concitata notte, i fuggiaschi furono i tedeschi.

Alle ore 2 del mattino del 10, uscito gli ultimi fuggiaschi da Palazzo Mezzanotte ormai deserto, nella stessa ora cadeva pure l' immunità per la fuga di chicchessia, ma anche perchè con quella "fuga a sud", i tedeschi ebbero la chiara sensazione che erano stati traditi. E scattò il piano d'occupazione tedesco della città. Chi non si diede alla macchia, sul posto o lungo quelle insidiose strade dei colli chietini, fu catturato e deportato. Forse i più fortunati furono quelli che rimasti senza benzina, fuggirono a piedi in alcuni casali, giù dalla "ripa" prospiciente il Palazzo; lì salvarono la vita e qualche cofanetto di ori e denari, le uniche cose che si erano portati dietro in abbondanza e che purtroppo pesavano.
Perfino gli innocenti duchi di Bovino che avevano per due volte nell'arco della giornata dato alloggio al re nella loro casa a Crecchio, non furono risparmiati; infatti il giorno dopo la loro casa fu incendiata e gli stessi duchi finirono deportati  in Germania. Il re e Badoglio non avevano lasciato a loro quell'immunità tedesca per la fuga, che valeva -ovviamente- solo per loro.

Riflettiamo ancora su un singolare particolare (che sarebbe inquietante se visto da un'altra angolazione più realistica). Il Re fugge, Umberto fugge, Badoglio fugge, tutti fuggono da Roma. Sanno benissimo che se si schierano contro i tedeschi, questi reagiranno oltre che a Roma soprattutto nel Nord. Ammettiamo che temono i tedeschi, quindi dato che ora sono amici (ma Taylor come abbiamo visto ha molti dubbi) degli anglo-americani la miglior cosa sarebbe stata quella di andare in un territorio occupato già dai nuovi alleati; invece cosa fanno? Scelgono Chieti (città scelta da alcuni giorni da KESSELRING per insediarvi il comando strategico per fermare Montgomery nella valle del Sangro), e poi (improvvisamente) si dirigono a Brindisi dove gli anglo-americani non sono ancora giunti. Tutto l'Adriatico è battuto da aerei tedeschi; infatti perchè mai gli anglo-americani avrebbero bombardato e raso al suolo Pescara? Eppure i fuggiaschi dove vanno? Vanno a Pescara! (o meglio Chieti, che è a circa 10 km, su un cocuzzolo, come un grande castello).

Poi è possibile che Umberto lascia moglie e quattro figli (fra cui il principino Vittorio Emanuele) disinformati della fuga?
Addirittura "li dimentica" (!?) in Piemonte dove il territorio è da tempo già in mano tedesca. E senza possibilità di fuga, salvo mettersi a fuggire scalando il Monte Bianco. Sia al passo del Piccolo che al Grande S. Bernardo (a Martigny c'è un blocco tedesco) ci sono le armate tedesche già allertate e anche a Ivrea e a Cavaglià e a Greggio (per raggiungere la Svizzera) non si passa. Ebbene, sua moglie Maria Josè e il suo aiutante capitano Arena appresero, l'"armistizio", la "resa",  la "fuga", il "tradimento", anche loro dalla radio.
Lo storico Giorgio Bocca, Montanelli e molti altri si sono chiesti sempre nelle loro memorie, come mai la fuga non fu contrastata dai tedeschi. Cosa veramente accadde in quella notte che pochi italiani conoscono. Risponde chi scrive che era presente, visto che abitava con i suoi nonni e zii quasi dentro Palazzo Mezzanotte, una adiacente costruzione adibita un tempo alla servitù dei nobili che la abitavano e che faceva (allora, oggi è stata demolita) corpo e sovrastava l'intero cortile interno. Ma nei grandi magazzini dove furono messe tutte le macchine dei fuggiaschi erano tutti sotto casa nostra, al numero 2-4 e 6 di via Arcivescovado -una laterale all'edificio- e tutti comunicanti con il Palazzo. E quelle belle e lussuose macchine chi scrive se le ricorda tutte. Non è facile dimenticarle, perchè prima di allora macchine così non le aveva mai viste. Inoltre il nonno seguitava ad indicargli questo o quel noto personaggio, che aveva visto sopra i cavalli bianchi solo nelle prime pagine quando gli sfogliava la Domenica del Corriere.

L'appoggio dei tedeschi era più che palese. Visto che a casa nostra, da quattro giorni  (perché ormai anche i polli a Chieti sapevano che Mussolini era al Gran Sasso) c'era un gruppo di ufficiali della III armata corazzata tedesca, tutti pronti e collegati via radio con Rastenburg in Prussia Orientale, dove in quel momento aveva il suo Quartier Generale, Hitler
. Il contatto era "non stop", continuo, minuto per minuto, perchè solo da Chieti più che da Roma in quelle ore Hitler aveva veramente la visione globale dell'intera situazione italiana (prevista, ma di questa grossa portata del tutto imprevista), e quindi pronto a far scattare il Piano Alarico e mettere in movimento le divisioni che erano in attesa al Passo del Brennero, al Passo Resia e a Dobbiaco (ma come già detto la sera prima già giunte a Verona).
Non solo, ma un aereo, uno Junker 88 partito da Chieti Scalo - l'intera notte seguì la Baionetta con i fuggiaschi fino a Brindisi e seguitò a mantenere il contatto con il Centro Radio di Palazzo Mezzanotte .

Tutti i presidi in Italia erano già stati informati fin dal 3 settembre. Il "golpe" del "tradimento" era nell'aria.
I tedeschi che avevamo in casa, si mantennero in disparte e parlarono di lasciapassare firmati da KESSELRING (infatti di blocchi stradali i fuggiaschi ne superarono almeno 30, il mattino durante la fuga verso Chieti e poi verso Ortona). L'intera arteria fin dalle ore 18 della sera precedente (dopo l'annuncio di Algeri) era stata presidiata dai tedeschi; sulla direttrice, ad Avezzano c'era già in funzione da agosto il quartier generale di KESSELRING . Non era una strada qualunque, ma la più strategica di tutto il centro Italia, come dimostreranno i fatti dei successivi dieci mesi. E Chieti per la sua posizione quasi aerea dominante era stata scelta dai tedeschi per insediarvi il comando che avrebbe dovuto vigilare, dominando da una parte a nord la valle del Pescara e dall'altra parte a sud le valli verso il Sangro.

Non intervennero se non al mattino all'alba del 10 alle ore 2, quando paralizzarono la città di Chieti dopo la fuga. Nella grande piazza davanti Palazzo Mezzanotte e alla cattedrale di San Giustino e nei pressi, durante le 18 ore di attesa, erano affluiti circa 10.000 fascisti "di provata fede". (Non dimentichiamo che Badoglio aveva sciolto il PNF il 28 luglio! Perchè mai furono allora concentrati a Chieti 10.000 elementi fascisti appartenenti alla vecchia Milizia?). Era stato detto loro che dovevano proteggere il Re e lo Stato Maggiore e che Chieti sarebbe diventata la nuova sede del governo e della casa reale.(Non dimentichiamo che Chieti era la più monarchica città italiana. E anche dopo il conflitto, al Referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica ottenne a Chieti solo il 37,6% dei voti)

All'alba sulla grande piazza  (prospiciente Palazzo Mezzanotte)  grande confusione, e chi non voleva attenersi alle nuove disposizioni ("la guerra continua con l'alleato"), ed era in contrasto con altri che invece non volevano rimanere a fianco dei tedeschi, furono subito disarmati, caricati sui camion, mandati a Chieti Scalo, messi sui treni, destinazione Campo di concentramento di Via Resia, Bolzano, prima di essere deportati in Germania. A Chieti, in quella piazza, chi si schierò contro e non volle presentarsi al vicino comando tedesco di Palazzo Mezzanotte, pur riuscendo a fuggire in queste fatidiche ore, dovette vivere dieci mesi in clandestinità pressato da famigerati rastrellamenti.

Un gerarca della zona in mezzo alla Piazza nel caricare i camion  si aggirava come un duce; con i pugni sui fianchi inveiva contro chi non voleva schierarsi con i tedeschi poi gridava e minacciava i renitenti: "Lo avete tradito? Adesso pagherete!". (se la mia memoria non ha buchi, mi sembra si chiamasse costui Cascatella)

A Chieti in poche ore fecero la prima "pulizia". Chi riuscì a capire gli eventi con qualche minuto di anticipo sugli altri, riuscì a fuggire, a nascondersi e a salvarsi; fascisti e non fascisti.
Lo stesso comandante dei 10.000 ex fascisti di "provata fede",  la sera prima con i suoi uomini si era messo a disposizione di Badoglio, di Roatta e del Re, ma la mattina dopo alcuni uomini erano già passati nelle file dei tedeschi, lui compreso.

Questa colonna che fuggiva, inconsapevolmente tracciò con l'itinerario del suo viaggio (Roma, Sulmona, Chieti, Ortona) il primo approssimativo confine (la "Gustav") fra le due Italie, che per tanti mesi dovevano considerarsi straniere l'una all'altra e assistere, sanguinando da mille ferite, allo scontro fra due poderosi eserciti nemici e alla lotta fratricida tra i propri cittadini schierati in campi opposti.

Inoltre a Chieti, con quella fuga, s'iniziò a chiudere, nella più grande tristezza il più o meno glorioso periodo sabaudo dell'Italia Unita, e lasciava espiare con colpe non sue gli italiani; un popolo che cominciava proprio da Chieti la nuova dolorosa vita, e se aveva perso la guerra sul campo di battaglia, ora la perdeva sul piano morale e politico.

Pochi giorni dopo, giunse a Chieti il tenente colonnello Caruso (un italiano, lo stesso che venne poi giustiziato a Roma; collaborazionista dei tedeschi e carceriere di Regina Coeli). Giunse in città con alcuni ufficiali nazisti e con una squadra di uomini che imbracciavano i mitragliatori; si presentarono alle Banche e alle oreficerie cittadine per fare un diligente rastrellamento dei fondi di cassa e di tutti gli oggetti d'oro bloccati presso gli orefici. Una "requisizione", dicendo che era per evitare che queste ricchezze cadessero nelle mani degli anglo-americani.

Il 26 settembre i tedeschi prendevano possesso di Chieti, stabilivano il Comando nello stesso Palazzo Mezzanotte, e issavano sull'edificio la bandiera uncinata. Come prima disposizione, dato che la popolazione dimostrava una sorda ostilità, misero il coprifuoco alle ore 18, e pochi giorni dopo fu portato addirittura alle 17, con le conseguenze facilmente immaginabili per la vita cittadina.

Ma questo era ancora poca cosa. Nello stesso giorno le batterie delle artiglierie e i bombardamenti degli anglo-americani iniziarono
a martellare la città quasi ogni giorno.
Poca cosa anche questi, il terrore, la miseria, le tragedie, dovevano ancora venire.
IL 27 ottobre l'intera città fu bloccata da alcune compagnie tedesche, e dopo aver piazzato mitragliatrici in quasi tutti gli angoli delle strade, scattò l'operazione di un terribile rastrellamento, perquisendo tutti gli appartamenti della città, senza alcun riguardo per malati, chiese o conventi.
Da Chieti (che è su un cocuzzolo a 330 m.s.l.m,) non è facile abbandonare la città, nè fuggire in montagna; bisognava prima scendere al piano; cosa che era praticamente impossibile. Chieti ha tutta attorno una strada che la cinge e controllando questa è come assediarla. Ed è quello che fecero i tedeschi.
Poi alla città venne imposto il 18 dicembre lo sfollamento forzato. Chieti doveva essere completamente distrutta. "Kaput", per "ragioni belliche". Mancò poco che diventasse una nuova Montecassino.
Il dramma fu che dall'8 settembre al 18 dicembre a Chieti (che contava allora poco più di 30.000 abitanti) vi erano nel frattempo sfollati oltre 100.000 abitanti dei paesi vicini, dove si prevedeva il grande scontro con l'VIII armata inglese, e quindi nel distruggerli si voleva far trovare a Montgomery terra bruciata, cioè Chieti distrutta.
Lo spettacolo di quest'esodo (fatto a piedi e con qualche carretto al seguito) sotto l'imperversare del maltempo, sotto la pioggia e la neve, fu desolante e disumano; e per Chieti in un periodo com'era stato quello precedente, con tre anni di razionamenti, e con i prodotti della campagna solo ai piani, quindi irragiungibili, la situazione alimentare oltre quella igienica divenne molto critica.

Su queste singolari ore, giorni, settimane (e soprattutto sulla "fuga") molti storici hanno scritto pagine con grosse lacune. E le hanno scritte perché a Piazza Grande a Chieti non c'erano, come chi scrive. Certo potrebbero dire che sono fantasie. Ma dato che nella piazza c'erano migliaia di ex fascisti (oltre la popolazione chietina) e dato che molti non erano solo vecchi di ottanta anni, sarebbe bastato andare a chiedere a quelli che sono ancora vivi, che cosa ci faceva tutta quella folla, e cosa accadde a Chieti in quelle ore a Piazza Grande (davanti a Palazzo Mezzanotte con i "fuggiaschi" dentro), e cosa accadde poi nei successivi mesi. Nessuna città in Italia soffrì così tanto. E noi la racconteremo con i documenti e le drammatiche immagini.

Verso mezzanotte del 9 sera, comunicando l'elenco dei potenti personaggi -sovrano compreso- e l'intero stato maggiore che a Chieti si erano rifugiati e poi avevano preso la strada del Sud, al Furher la situazione gli apparve qual'era: perfino incredibile!  l'alleato non solo gli aveva voltato le spalle con l'armistizio,  ma aveva lasciato l'intero esercito allo sbando visto che erano tutti lì, tutti a Chieti, e da lì nel corso della notte improvvisamente fuggiti a Sud.
A quel punto, partì l'ordine di Hitler a Rahn (che aveva già abbandonato Roma in fretta e furia (convinto anche lui di un massiccio sbarco di americani) ordinandogli di non  lasciare l'Italia, ma di tornare velocemente nella capitale  per occuparla. Contemporaneamente sul litorale adriatico si sarebbe portato subito Rommel (che infatti il giorno dopo facendo scendere precipitosamente dal Brennero e dalla Val d'Adige le armate tedesche, raggiunsero Chieti per metterci il quartier generale; nello stesso Palazzo Mezzanotte, che poche ore prima era stato il rifugio dei "fratelli codardi d'Italia").


Piazza Grande (San Giustino), a Chieti,
il Palazzo Mezzanotte è quello in due blocchi a sx in fondo
nel retro-ala dello stesso abitava l'autore di Storiologia

Dunque qualcosa era andato non per il verso giusto in questa fuga, che molti storici sorvolano perché non sanno. Anche se chi scrive qui, ha cercato di prendere inutilmente contatti con loro.
Possibile che nessuno storico è andato a Chieti a informarsi cosa accadde quel giorno? La piazza prospiciente Palazzo Mezzanotte, tutto il giorno e tutta la notte fu piena di gente. E tutti sanno cosa accadde il mattino dopo. Scattò il rastrellamento di tutti gli uomini civili disponibili, oltre a disarmare e deportare tutti i militari che non si erano uniti ai tedeschi.

Gli ufficiali tedeschi avevano assolto prima un compito, quello di copertura e di appoggio ai fuggiaschi (a che prezzo?). E avevano da alcuni giorni installato pure un efficiente  ponte radio, che non era piccolo, visto che diventò già la sera stessa del 10 il Centro Operativo Tedesco del Centro-Sud; per dieci mesi, baricentro della famosa Linea Gustav  che doveva contrastare (e contrastò)  l'avanzata della 8a armata di Montgomery nella Valle del Sangro. Un Centro con poi frequenti presenze dello stesso organizzatore della difesa, KESSELRING (comandante delle forze tedesche in Italia) e di Rommel (che arrivò subito dopo con la sua divisione corazzata, prima ancora di assumere il comando del Nord). Dal terrazzo di casa nostra (l'unico a disposizione a Palazzo Mezzanotte, si dominava l'intera valle del Pescara, cioè Chieti Scalo (che era in effetti l'aeroporto di Pescara - a circa cinque chilometri dal porto).

   
L'autore l'8 settembre 1943. Quelle dietro sono le finestre del Palazzo Mezzanotte.
(oggi l' edificio che faceva corpo con Palazzo Mezzanotte non esiste più)


Questo terrazzo, oltre che essere l'unico, era il miglior punto di osservazione verso la Valle del Pescara (l'Aeroporto) e verso il Gran Sasso.
Dietro quella finestra che si vede nella foto, c'era il Comando Tedesco. Poi divenuto il centro di coordinamento della lunga (10 mesi) resistenza del Sangro (linea Gustav) per fermare la VIII armata di Montgomery.
Che non fu arrestata dai tedeschi, ma molto più semplicemente Churchill personalmente il 31 dicembre, la notte di Capodanno, venne in Abruzzo a prendersi Montgomery per fargli preparare lo sbarco in Normandia, e lasciò al generale Leese a fare melina fino a Maggio a Orsogna, a fronteggiare a vista (a nemmeno 1000 metri) i tedeschi per quasi sei mesi.


Fin dal 5 settembre (!!!) ci era stata requisita la parte nord della casa, compreso il terrazzo che abbiamo appena visto in foto. (Il motivo fu poi chiaro, ma solo il 12, quando Mussolini fu - con un ritardo di tre giorni - liberato al Gran Sasso).

Ed ecco la ragione della presenza quasi in incognito in casa nostra degli ufficiali tedeschi, che coprirono e videro ogni cosa quella notte della fuga dei "grandi" dalle nostre finestre, ma non intervennero mai (!!!). Quel giorno (9 settembre) doveva essere "prelevato" Mussolini a Campo Imperatore dagli uomini ddel Re e di Badoglio. Ma questa operazione poi, con grande agitazione, fu fatta solo due giorni dopo e non era più un "prelevamento".
Infatti liberarono Mussolini alle ore 14 del 12 Settembre. Ed erano passate appena 36 ore dal passaggio di Badoglio. 18 ore dal suicidio (!?) di Cavallero a Roma. E solo 24 ore dalla consegna di Roma ai tedeschi, fatta (ma guarda un po'!) dal genero del Re: Calvi di Bergolo (con trattative già in corso il giorno 9 !).

Mussolini era stato mandato inspiegabilmente proprio il 3 settembre a Campo Imperatore, e a sorvegliarlo" (?!?) in modo molto blando c'era l'ispettore di Polizia GUELI, un uomo scelto (guarda caso!!!) proprio da SENISE e da BADOGLIO. Questo ispettore (Gueli) non ostacolerà affatto la liberazione di Mussolini, anzi dalle sue memorie (con tanta retorica) era pronto a farlo lui (piuttosto che consegnarlo agli americani - com'era contemplato nell'armistizio-resa). Quindi la fuga a Chieti non era casuale, né era casuale Palazzo Mezzanotte. Visto che c'era il potente ed efficiente Centro Ascolto tedesco che coordinava le operazioni dello spettacolare "prelevamento" già predisposto da alcuni giorni, e che avrebbe dovuto -subito dopo- organizzare e coordinare la resistenza tedesca contro Montgomery, che occupando il Sangro divise poi in due la penisola per oltre dieci mesi.

L'autore che scrive non ha trovato nessuna traccia storica di questo fatto. In nessun libro! E' del tutto ignorato. Ha scritto ad alcuni storici, ma non hanno nemmeno risposto! All'anagrafe della Storia l'hanno battezzata "fuga a Pescara", e di Chieti dove accadde di tutto, non sanno nulla. Le notizie che partirono da palazzo Mezzanotte a Chieti, a "mezzanotte" del 9, dirette a Berlino, fecero invece cambiare tutti i piani dei tedeschi; l'invasione dal Brennero era stata anche prevista, ma non si aspettavano i tedeschi la fuga dell'intero Stato Maggiore a Sud, né lo sbandamento dell'intero esercito italiano (600 generali, migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati) pur mettendo in conto un'eventuale sbarco nei pressi di Roma degli anglo-americani.  Del resto anche Rahn aveva abbandonato Roma per lo stesso motivo.
Ma la clamorosa notizia partita da Chieti, arrivò a Rastenburg (Q.G. di Hitler) e rimbalzò immediatamente a Firenze per ordinare a Rahn di fare "marcia indietro". A Palazzo Mezzanotte gli ordini arrivarono la notte stessa (3-5 del mattino del 10) ed erano quelli di occupare la città, anch'essa lasciata senza un comando badogliano, e rivolgere le armi a coloro che avrebbero disertato dalle file dell'esercito tedesco (come del resto nelle stesse ore accadde a Roma)

La logica per Hitler fu molto semplice: se tutto lo stato maggiore aveva abbandonato Roma, la capitale era senza un comando operativo. Cioè lasciata allo sbando
(o premeditato alcune ore prima con KESSELRING per favorire i tedeschi? Per avere la strada sgombra per raggiungere Pescara? E poi.....(? )


SKORZENY che doveva "prelevare" Mussolini, lo doveva fare contemporaneamente alla fuga del Re e di Badoglio il giorno 9. Infatti si era levato in volo proprio l'8 settembre con un trimotore e aveva individuato (dice lui - vedi nota più avanti *) la zona della operazione sul Gran Sasso e l'albergo che ospitava il Duce. Dice il falso perché non era un mistero; perfino i villeggianti fatti sgomberare dall'albergo lo sapevano; tutta Chieti lo sapeva! e ne era a conoscenza anche  KAPPLER a Roma, che lo aveva saputo dal Capo della polizia SENISE (indubbiamente solo quando Badoglio lo spinse nelle sue braccia come "traditore" poche ore prima di fuggire), dopo che aveva ricevuto un fono dal Gran Sasso da GUELI (che era un uomo di Senise  ma nello stesso tempo lo erano -fino a quel momento - entrambi anche di Badoglio).- Non dimentichiamo che era stato Badoglio a reintegrare Senise esonerato da Mussolini.

Il "prelevamento" doveva scattare il giorno 9,  proprio mentre la carovana dei fuggiaschi era già giunta a Chieti. Ma il "Piano Mayer", così ben studiato,  saltò tutto in aria, perché il giorno 8, a Pratica di Mare per poco non morì (vi rimase ferito) lo stesso KESSELRING nel furioso bombardamento. E subito dopo il bombardamento atterrò proprio l'aereo pilotato dal comandante GERLACH con a bordo SKORZENY che doveva prendere da KESSELRING (o da Badoglio? il giorno 8 Badoglio era ancora a Roma!) gli ultimi ordini per "prelevare" (non ancora "liberare")  Mussolini, dopo aver compiuto il sopraluogo sul Gran Sasso.
Solo dopo si ricorse agli alianti, e solo quando si temette che la liberazione sarebbe stata forse contrastata, e che qualcuno (Badoglio?) avrebbe forse consegnato Mussolini agli americani, rivelando dov'era il rifugio.

Non dimentichiamo poi che GERLACH nella missione successiva (quella poi fatta con gli alianti) prese nell'andata a bordo il generale comandante del corpo metropolitano di Roma FERNANDO SOLETI, ed era anche lui un uomo fedele al Re e a Badoglio, come lo era GUELI (prima della fuga di Badoglio di poche ore dopo) e lo era SENISE (**); rispettivamente uno Ispettore dei carabinieri (piuttosto filotedesco) e l'altro capo della Polizia. Quest'ultimo, lo abbiamo più volte accennato, prima che abbandonasse Roma  proprio Badoglio lo mise agli arresti con una motivazione singolare "perché non aveva onorato gli alleati col "dovuto" rispetto". (mesi prima era stato esonerato per la non collaborazione con i tedeschi!). Poi prima di fuggire lo liberò e lo diede in pasto ai tedeschi (ma che strano, Badoglio lascia in mano ai tedeschi Senise? pur sapendo che costui sa dove è prigioniero Mussolini?).
"Appena libero, non feci in tempo a prendere l'ascensore, che fui fermato da militari delle S.S. e da paracadutisti armati e messo in mano al capitano Priebke delle S.S.". Così Senise finì deportato a Dachau. Non fece la fine di Cavallero e di  Muti perchè forse collaborò. Infatti il giorno 10 telefona a Gueli (rimasto senza ordini superiori - dopo la grande fuga) ricordandogli le severe disposizioni, ma il 12 ritelefona con tutto un altro tono, raccomandandogli prudenza.
 (Ma come lo sapeva tutta Chieti che Mussolini era a Campo Imperatore, lo sapevano anche gli anglo-americani. Le radio clandestine funzionavano anche a Chieti).

(*) Se questa presenza del Duce a Campo imperatore era a conoscenza di tutti, era anche ben conosciuta a Roma. La "liberazione" del Duce fatta da SKORZENY era solo un dettaglio, anche se sembrò -la sua- una grande impresa. SKORZENY  senza Priebke non avrebbe saputo cosa fare a Campo Imperatore. E anche i suoi voli di perlustrazione sono delle storielle.
Fin dal primo confino di Mussolini a Roma i tedeschi sapevano benissimo dov'era Mussolini.
(Ma lo sapevano anche gli anglo-americani. Perchè non dimentichiamo che in entrambi i due "traslochi"  prima da Ponza, poi dalla Maddalena, a prenderlo a bordo della propria nave c'era l'ammiraglio Maugeri. Che a quanto pare (venne fuori dopo, nel processo) era a contatto con il controspionaggio anglo-americano, pur essendo contemporaneamente "capo" del controspionaggio italiano al servizio dei tedeschi prima dell'8 settembre. Lui a dare gli ordini alla flotta a La Spezia, e sempre lui a tenere poi contatti con Bergamini; che trasgredendo gli ordini fu poi mandato a picco dai tedeschi (che guarda caso seppero dopo pochi minuti dove Bergamin stava dirigendosi. Ma da chi? Da Maugeri?! che il giorno dopo diventa capo del controspionaggio anglo-americano. Gli diedero perfino la medaglia. Ma poi al processo lo misero in riposo, per aver rilasciato una intervista a un giornalista americano, piuttosto imbarazzante per gli Alleati). (il singolare processo fatto nel dopoguerra lo abbiamo rintracciato nelle annate della rivista Oggi, dell'anno 1950)

(**) SENISE capo della Polizia era stato accusato di essere troppo clemente con gli antifascisti, e severo con certi fascisti. Quattro mesi prima il 14 aprile 1943 era stato addirittura esonerato proprio da Mussolini. Poi il 25 luglio -forse faceva comodo un tipo del genere- era stato reintegrato dal Re e da Badoglio, affidandosi ai suoi rancori e quindi per fare pulizia delle tante teste calde che il capo della polizia conosceva benissimo. Ma indubbiamente proprio per quel suo carattere e quei precedenti quasi antifascisti ( Disprezzava quelli che più gli erano vicini nella gerarchia politica" e gli stessi gerarchi fascisti non gli volevano affatto bene), Senise rappresentava dopo l'8 settembre un pericoloso concorrente come Muti e Cavallero.
Non così Gueli (di cui parleremo più avanti) che lo troviamo a ricevere la custodia di Mussolini da Badoglio, lo troviamo a mantenere rapporti con Kappler a Roma, e lo ritroviamo poi .... (vedi più avanti)



Mussolini bisognava "prelevarlo", secondo i tedeschi (fino al giorno 9) con una missione di paracadutisti alla partenza e all'arrivo della funivia (ma nella notte del 9-10, tutto il programma era già cambiato. La fuga a Brindisi da Chieti (fuga a Sud) non era stata prevista dai tedeschi, anzi per loro fu una sorpresa.
Priebke tre giorni prima, il 7 settembre, vestito in borghese come un turista, con la sua Topolino 500, era arrivato come un qualsiasi turista alla base della funivia di Campo Imperatore, dove c'era un ingorgo di turisti sloggiati dall'albergo-rifugio. L'osteria alla base era piena di gente, e tutti parlavano che su, al rifugio c'era Mussolini. Poi con uno stratagemma Priebke riuscì a salire fino all'albergo.
Parlando con i turisti a valle ma soprattutto con un valligiano gobbo a monte, quest'ultimo a Priebke gli fece notare dov'erano dislocate le sentinelle, non proprio tali. Inoltre Priebke si mise a fare una piantina del luogo, studiando bene il terreno per un eventuale atterraggio di un aereo. Rientrato a Roma lo "schema" dell'operazione per "prelevare" Mussolini fu consegnato a KAPPLER indi a SKORZENY che non pensava ancora all'impiego degli alianti. Li impiegò invece quando i tedeschi seppero della fuga. (forse già temendo che il luogo era già stato individuato dagli americani (e la base della funivia forse presidiata poteva diventare inaccessibile), o che, agli stessi americani, il prigioniero poteva essere consegnato da emissari di Badoglio).
Badoglio e il Re una volta in salvo il giorno 10 a Brindisi, il minimo che potevano (e dovevano) fare (era contemplato nell'armistizio) era quello di comunicare agli anglo-americani dov'era Mussolini. Bastava solo andarlo a prelevare, i carcerieri di Mussolini, erano, lo abbiamo visto tutti suoi uomini.
Ma se a Roma prima c'era il contatto Kappler-Senise e Gueli, dopo la fuga (della notte del 9-10) questo contatto era venuto a mancare; e gli uomini a Campo Imperatore erano stati abbandonati al loro destino. O forse no.

Torniamo alla fuga: I fuggiaschi a Palazzo Mezzanotte a Chieti, e i reali a Crecchio, accaduto l'imprevisto, fuggirono a notte fonda del giorno 9, e l'operazione "liberazione del Duce" con grande agitazione, ne fu sconvolta. A questo punto dai tedeschi fu ripresa l'operazione con un altro programma domenica 12 settembre; e il programma non era più il "prelevamento" ma la "liberazione".
Ricordiamo ancora una volta cosa scrisse il generale Carboni nelle sue Memorie: "Se la fuga a Brindisi non fosse riuscita, Badoglio avrebbe prelevato Mussolini da Campo Imperatore (era Badoglio e il re che lo avevano messo agli arresti, e Badoglio e il re potevano anche prelevarlo!) e giustificandosi con Hitler, avrebbe dato la colpa della disfatta e la mancata difesa (dagli anglo-americani) di Roma al tradimento del Generale Cavallero col suo piano eversivo (il memoriale) antitedesco".
Della prigionia di Mussolini a Campo Imperatore ne parleremo più avanti.

Ma vogliamo subito qui ritornare sulla figura di Gueli; fin dal 1942 guidava a Trieste l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, costituito dal Ministro degli Interni, il cui scopo principale era la repressione dell'attività antifascista. Aveva sede in via Bellosguardo 8, l'edificio per la sua efferata attività di repressione era noto come la "Ville triste". Gueli era poi andato a Roma, l'ispettorato sciolto. Ma dopo la sorveglianza e la liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, dove lo ritroviamo Gueli seguito dai suoi uomini? A Trieste a ricostituire l'Ispettorato Speciale. Un corpo di 180 uomini formalmente alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno della Repubblica di Salò, anche se in effetti era sottoposto al diretto controllo del comando delle SS tedesche di Trieste.

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