1943
25 luglio - 8 settembre
CHE GRAN CONFUSIONE !!!

 

MARIA JOSE' - I PROCLAMI - VIA I TEDESCHI: MA COME?

L'ARMISTIZIO "CORTO"
* "VOGLIO IL BAMBINO!" GRIDAVA HITLER
< ERA SOLO LEI, A NON AVER  PAURA DI HITLER
< " UNA IDEALE REGGENTE " - AMATA DA TUTTI
MA E' BADOGLIO CHE ASPIRA ALLA REGGENZA

25 LUGLIO - La notizia delle dimissioni di Mussolini, raggiunse Berlino e  l'apprese Hitler.
Mackensen leggendogli il fono giunto da Roma, che il Re aveva dato l'incarico a Badoglio di formare il nuovo governo avendo il Duce "abbandonato" il suo posto, Hitler guardandolo frastornato fece una pausa "cosa significa "abbandonato"?... Sono convinto che quello straccione di Re lo ha fregato. A questo punto, mando Rommel, la divisione paracadutisti di Student e do' ordine di occupare Roma e di arrestare tutta la baracca:... il Re, il governo e tutto quel marciume.... E prima di tutti il principino ereditario.... Voglio il bambino.... sì il bambino prima di tutti" , e Keitel confermo' gridava, "Sì, il bambino é piu' importante del vecchio!".

Hitler temeva questa mossa più di ogni altra. Gridava come un ossesso "Voglio il bambino!!! La prima cosa da fare, é catturare il bambino il piccolo Vittorio Emanuele!!!. Mettete subito le mani sul bambino!!!"
Mai più immaginava che ce l'aveva a portata di mano. Bastava mandarci un piccolo drappello e il "bambino" era suo. Era in Piemonte a pochi chilometri dal confine italiano, in val d'Aosta (ma lo leggeremo più avanti).

Hitler si era dimostrato più lucido di tutta Casa Savoia - Cosa temeva Hitler? Che il Re potesse abdicare a favore del bambino con sua madre Maria Josè reggente. E che gli italiani, sentimentali e mammisti come sono, si sarebbero stretti attorno al piccolo e alla madre (di sconfinata bellezza, intelligenza ed acume politico come pochi dentro casa Savoia, ma anche nel resto d'Italia) e gli italiani fascisti o antifascisti avrebbero ricompattato non solo l'esercito ma ricreata l'unità nazionale, davanti a un ipotetico pericolo tedesco.

Il "bambino" per Hitler, psicologicamente - come ostaggio- valeva e gli era più utile di cinque divisioni che stava già ammassando sui confini, ma se poi quel bambino riceveva la corona dal nonno, e con reggente la madre MARIA JOSE' (notoriamente antitedesca, addirittura nemmeno monarchica, ma repubblicana come intelligenza e formazione, e democratica di fatto) in Italia il bambino e la madre per "sconfiggerli" a Hitler non gli sarebbero bastate nemmeno trenta divisioni! Avrebbe dovuto fare fagotto. Gli italiani non si sarebbero arresi tanto facilmente; ma non per la nuova regina anche se era pur sempre (diventata) una Savoia (e si prese nel maggio del '45 tante ingiurie destinate a loro, marito compreso, senza aver riguardo per lei) ma per quella donna dalla faccia così pulita, non compromessa nè con Mussolini, nè con Hitler, e nemmeno con gli stessi Savoia, di cui lei non aveva minimamente nessun timore reverenziale. 

Di inesauribile energia e forza di volontà era lei "l'uomo in famiglia" scrisse Elio Vittorini.  Lei era una democratica non solo di formazione ma lo era di natura, quindi di fatto, era nel suo DNA. La giustizia, la democrazia, l'uguaglianza, la spontanea solidarietà gli era innata. Basti ricordare che aiutò perfino la resistenza (comunisti, repubblicani, socialisti, liberali)  esponendosi di persona, portando ai ribelli (vestendosi da contadina, viaggiando sui treni fra Chiasso e Milano) perfino armi e soldi, fino al punto che i partigiani di ogni formazione ideologica  la volevano avere tra le loro file a combattere, farne la loro eroina.

Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto in quel 8 settembre, ma anche il 9 maggio del 1946, se il suocero si fosse deciso ad abdicare a favore non del figlio ma del nipotino e con reggente proprio Maria Josè. 

Non esagerava allora Hitler! Nè esagera chi sta qui scrivendo a descriverla come la definì Croce "La ideale reggente". Con molte, ma molte più chances del marito. Ho davanti a me i giornali e le riviste dell'epoca. Appare ovunque, ma non nelle feste mondane, ma nei salotti letterari, artistici, di geologia, archeologia, paleontologia, ma non a fare presenza, ma come esperta, come studiosa; così nei salotti musicali (a 14 anni diede il suo primo concerto di violino e con il pianoforte accompagnò il provetto violinista Albert Einstein). Poche donne in Italia potevano lontanamente stargli alla pari. In più aveva una grazia stupenda, una eleganza raffinata, una incantevole bellezza.
La madre di chi scrive qui (piemontese) che la incontrò alcune volte,  la descriveva come una fata. E non gli sembrava vero il poterci parlare.

Infatti era una fata ma non faceva incantesimi, ma si intratteneva con le persone semplici e, parlava addirittura a loro! In Piemonte, a Torino, dicevano che a memoria d'uomo nessun sabaudo si era mai rivolto a parlare con un popolano, lo facevano solo quando andavano negli ospedali a visitare i feriti. Marià Josè invece girava per Torino come una donna qualsiasi, anche se non era una donna qualsiasi, era semmai straordinaria, se non unica. 

Tutti amavano incondizionatamente in Italia Maria Josè; negli ambienti culturali perchè nutriva mille interessi; negli ambienti sportivi perchè praticava con naturalezza molti sport; negli ambienti politici perchè sapeva tenere testa a suo suocero, a Mussolini, e a tante mezze tacche della politica italiana, quella di regime ma anche  quella in opposizione al regime, spesso inconcludente; e tener testa anche a quella categoria colta come Croce, Einaudi, Marchesi;  era tanto amata dalla gente comune perchè stupiva quando con la massima indifferenza lasciava i salotti della nobiltà o le sale di concerto e guidando personalmente l'auto s'immergeva nel  mondo contadino o in quello operaio per essere veramente vicina o per capire meglio "in trincea" le  problematiche sociali, dove più che fare opere di beneficenza e distribuire doni, era la sua gentilezza la cosa più preziosa che portava ed elargiva a piene mani; e fece scalpore (soprattutto a corte quando si trasferì a Roma) e iscrisse la sua primogenita Maria Pia, alla scuola pubblica più vicina al Quirinale; semplicemente  "per averla vicina a due passi per continuare - disse - a essere una vera madre, a tempo pieno, come tante altre madri.

Del resto dov'era nata, l'anticonformismo e la democraticità  era di casa. Sua madre nella grande guerra (in un'ora molto sofferta), per crearci ospedali requisì i grandi alberghi. Prodigandosi con tanta energia anche nelle piccole cose, pur essendo anche lei di classe, molto considerata e ammirata da tutti i suoi sudditi per la sua immensa cultura. E altrettanto il padre Alberto di cui ci vorrebbero molte pagine solo per descrivere la grande personalità di questo primo moderno vero "monarca repubblicano" d'Europa.

Una cosa é certa. Nel 1946 al referendum sulla scelta fra Monarchia o Repubblica, quel piccolo scarto di voti non ci sarebbe stato; e il "bambino" VITTORIO EMANUELE (IV) con reggente la madre Maria Josè, avrebbe vinto! Eccome!!!

A proposito; la democratica Maria Josè, "al Referendum Monarchia-Repubblica votò scheda bianca. Mentre alla Costituente dichiara ancora oggi di aver votato per Saragat (Intervista di sua figlia Maria Gabriella di Savoia, su Storia Illustrata del marzo 1996, pag.10)
Esiste anche un aneddoto: quando lasciò l'Italia che amava  "gli augurò il sol dell'avvenir".

Ad affossare dunque la monarchia sabauda non furono gli italiani, ma fu lo stesso sabaudo. Con nessuna considerazione per il figlio Umberto, e tanto meno per la nuora e il nipotino.
La reggenza data a Maria Josè, non avrebbe avuto paragoni a confronto con la luogotenenza data poi all'impacciato Umberto che in una intervista a Cascais ( riportata da Storia illustrata n. 308, del luglio 1983) raccontava: "In quel 25 luglio, io non sapevo nulla di quanto stava per accadere. Non fui informato da nessuno. Non dovevo assolutamente essere immischiato, o quanto mai immischiarmi, in questioni politiche. Ebbi conoscenza dell'accaduto il giorno successivo. Me ne parlò brevemente, dapprima Acquarone, nell'anticamera di mio padre. Fu la prima e unica volta che entrai nello studio di mio padre, il re, senza chiedere l'autorizzazione né attendere di essere chiamato. Lui sedeva alla scrivania, e prima che io potessi aprir bocca, mi disse. "Mussolini non c'è più, però le cose sono complicate. Fatti spiegare tutto da Acquarone" e mi congedò" Non riuscivo mai a parlare con mio padre, come volevo io. Credo che si sarebbe dovuto ascoltare con maggior attenzione il conte Grandi. Io avrei voluto conoscerlo ascoltarlo. Mi fu negato.
Mio padre affidò il governo a Badoglio. Io non fui consultato né avvertito. Badoglio venne fuori con quella infausta comunicazione "La guerra continua", Un annuncio, sottolineò il conte Grandi parlando con Acquarone, che rendeva diffidenti gli "alleati" tratti a ritenere che non era il "fascismo" a volere la guerra bensì l'intero popolo italiano. Inoltre, insospettiva pure i comandi tedeschi, i quali non avrebbero data soverchia credibilità alla "volontà" italiana di seguitare la guerra, e avrebbero senz'altro preparato le rappresaglie. Come, difatti, avvenne.
Ci voleva poco a capire che si era sul punto di gettare il Paese in un mare di sciagure. Non ho mai potuto stabilire perché si agì in quel modo, confuso e precipitoso".


Se Vittorio Emanuele III quella reggenza l'avesse concessa fin dal 1943, l' Italia avrebbe voltato pagina subito, e molto cose - le "badogliate" - non sarebbero mai accadute. Avrebbe buttato a mare Badoglio (che poi a Brindisi lo sconcertò, voleva lui prendere il suo posto come reggente) e avrebbe salvato pure la dinastia. ( (*) Vedi NOTA più avanti)

Che i Savoia e lo stesso Badoglio a Roma non pensassero come Hitler (ma nemmeno ai propri familiari) ci viene da questo episodio che ha perfino dell'incredibile. Dal 25 luglio e fino all'8 settembre nessuno in casa Savoia né tanto meno Badoglio e C. avevano pensato a Maria Josè e ai suoi figli. Nel momento in cui veniva irradiato il messaggio alla radio della "resa incondizionata " (detta da noi armistizio - 9 settembre) che provocò il noto dramma in tutto il Paese, e nel momento che nonno e soprattutto il padre dei suoi figli e suo consorte si stavano nella notte preparando alla nota fuga,  nessuno si ricordò che Maria Josè e i suoi 4 bambini e quindi anche l'erede al trono -"il bambino" Vittorio Emanuele- erano in quel momento -  fin dall'estate- a soggiornare in Val d'Aosta, al castello de La Sarre. Cioè in una zona già di influenza tedesca, ma che -qualche ora dopo l'annuncio - di fatto diventò tutta tedesca. Come lo era pure Torino-S. Anna Valdieri dove vi era la loro seconda residenza dei periodi estivi.
Maria Josè, come l'ultimo caporale sorpreso nelle caserme in questa drammatica notte dell'8 settembre, il messaggio anche lei lo apprese per radio, assieme al colonnello Arena sua guardia del corpo, che per la confidenza naturale che gli concedeva questa sovrana democratica, espresse subito un giudizio a caldo poco lusinghiero nei confronti dei suoi parenti "quelli o si sono arresi o hanno tagliato la corda e ci hanno mollato qui".

Non sbagliava! Ma non perse il sangue freddo, si attaccò al telefono tutta la notte per chiamare Roma, dove in quelle ore qualcuno stava proprio preparando le auto per "tagliare la corda" verso Chieti; Arena fece appena in tempo a parlare con Acquarone, il ministro della Real Casa (non l'usciere) e l'unica cosa che si sentì dire fu quella di "scappate anche voi, raggiungete in qualche modo la Svizzera".

Non conosciamo nei particolari come avvenne questa drammatica fuga, ma possiamo benissimo immaginare che fu molto drammatica. Ai passi c'erano i tedeschi, e a valle si stava scatenando il finimondo; la tragedia dell'8 settembre!

(La stessa cosa accadde a MAFALDA, la secondogenita del Re. La lasciarono partire da Roma il 28 agosto per recarsi a onorare il cognato Boris di Bulgaria (si dice fatto uccidere da Hitler per non essersi schierato con la Germania). Il 7 settembre Mafalda riparte da Sofia per l'Italia; l'8 settembre è a Budapest. Dall'Italia nessuno la mette in allarme per l'armistizio, il mattino del 9 settembre forse qualcuno la informa che la Casa Reale è a Chieti. Si appresta quindi a prendere un aereo di fortuna per raggiungere la località abruzzese, dove però apprende l'avvenuta fuga. Infatti, atterrata a Chieti Scalo il 12, non trova nessuno, mentre i tedeschi di KESSELRING sono impegnati alla liberazione di Mussolini, l'aeroporto è già in mano ai tedeschi e le strade da Pescara a Roma sono sorvegliatissime. Potrebbe fuggire, come hanno fatto tanti, ma ha i figli a Roma, e quindi riparte per la capitale ormai in mano tedesca. Per fare quei duecento chilometri impiega dieci giorni. Giunge infatti a Roma con mezzi di fortuna il 22, e fa appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da un certo Montini (futuro Papa VI); poi il 23 mattina, all'improvviso, è chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una chiamata telefonica del marito da Kassel in Germania. E' un tranello. E' subito arrestata e, messa su un aereo, la sua destinazione è un lager in Germania.
E' gravemente ferita nel Lager di Buchelwald" alle 4 del pomeriggio del 24 agosto 1944 da una incursione di bombardieri anglo-americani, nella baracca n. 15, dove è stata rinchiusa per 11 mesi col nome di Frau von Weber.
Estratta dal cumolo di macerie, gravemente ferita, i capelli bruciati, scottature in tutto il corpo, fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del campo, dove, dopo una affrettata visita, fu abbandonata sola in una stanza del postribolo. Dopo quattro giorni nei tormenti delle piaghe, cessò di vivere la notte del giorno 28.
Per andare al comando tedesco, si era vestita - pensando che si trattasse di un impegno di pochi minuti- con un modesto vestito nero. Con quello fu arrestata, con quello partirà, e per undici mesi nel lager avrà solo quel lugubre vestito addosso, e con quello -la più sfortunata principessa di casa Savoia- ci morirà. Il cadavere - uscito dall'infermeria del postribolo- fu inumato in una fossa comune, con il cartello "N. 262 eine enberkannte fraue" (donna sconosciuta). Solo grazie ad alcuni italiani scampati al lager a fine del conflitto, fu ritrovata la salma, poi inumata a Konberg dove oggi si trova).


Torniamo in Italia. Se Hitler avesse saputo che il "bambino" era in Piemonte!!!! Lui lo credeva a Roma.
Ma questi due episodi - che hanno dell'incredibile- lasciano un dubbio "ma stavano proprio scappando verso sud?"
Anche perchè Chieti e Pescara erano in mano tedesca e più volte furono selvaggiamente bombardate dagli anglo-americani, non solo dopo ma anche prima dell'8 settembre. (vedi più avanti)

Il Re  aveva pensato solo a una cosa, di mandare con un treno tedesco, in Svizzera i  41 vagoni ferroviari zeppi di tesori, di opere d'arte, di documenti e di suppellettili: destinazione Ginevra.
(Questo tesoro non arrivò mai a destinazione - FINI' DAL RIGATTIERE ! (VEDI)
Mentre i Savoia si stavano giocando la fine della dinastia in quel un modo così  irrazionale e disonorevole, Hitler era molto più lucido. Infatti, se puntava sul bambino, era per un motivo semplice: conosceva gli italiani meglio dei Savoia. In quanto al proclama (impegno) del re, Hitler  "non ci aveva mai creduto che Vittorio Emanuele III, lo avrebbe onorato". (leggeremo nella prossima pagina di cosa si trattava).

(*) NOTA - Far abdicare il Re, far rinunciare al trono il figlio, e mettere il bambino con un reggente, a qualcuno l'idea gli venne. Fu a Brindisi, quando Badoglio il 24 ottobre si rivolse al Re con una lettera (riprodotta tra i documenti, in Jo di Benigno, in Occasioni mancate, pag 218 e seg.) destinata a convincere il Re della necessità di abdicare, e abbastanza chiaramente fra le righe (affermando che era il CLN a chiederlo) si proponeva lui come reggente del bambino.

LA LETTERA DI BADOGLIO INTEGRALE

Brindisi 24 ottobre 1943

Maestà,
nell'ultimo colloquio che ho avuto con Vostra Maestà, ho brevemente accennato alle idee ed ai propositi manifestati dagli elementi più rappresentativi dei gruppi politici che si sono costituiti da tempo in Italia.
Ora ho avuto altre notizie più precise da un funzionario degli Esteri, giunto dalla capitale, e posso quindi svolgere più ampiamente questa per me veramente angosciosa questione.
I gruppi politici sono il Liberale, il Cristiano Sociale, il Partito d'Azione, il Partito Socialista, il Comunista. Questi gruppi si sono riuniti in un fronte unico che ha distaccamenti in tutte le principali città.
Loro intendimento preciso è il seguente:
1) Assumere essi il governo designando, essi stessi, i singoli ministri.
2) Abdicazione di V.M. e rinuncia di S.A.R. il Principe di Piemonte di salire al trono.
3) Elevazione a Re del figlio di S.A.R. il Principe di Piemonte con un reggente.
Circa il modo di raggiungere questi risultati, mi consta che essi, per ora, hanno manifestato l'intenzione di creare senz'altro un Governo ed una Costituente non appena liberata Roma dai tedeschi e prima che Vostra Maestà, col Governo regolare, possa giungervi.
Soggiungo ancora, per non tacere nulla a Vostra Maestà, che è loro intenzione, e me lo ha confermato il conte Sforza, che sia io ad assumere la carica di Reggente. (!!!!! Ndr.)
La questione così formulata è, secondo il mio avviso, di una gravità veramente eccezionale. Il sorgere di questo nuovo Governo verrebbe a gettare lo scompiglio in tutte le forze che si sono schierate contro i tedeschi, dando -per contro - vigore e motivo per un'attiva campagna propagandistica al pseudo governo fascista repubblicano.
Come contenersi se questa circostanza si avvera?
Non mi sembra ammissibile di ricorrere agli anglo - americani, dato poi che essi aderiscano, perché allora Vostra Maestà ed il Suo Governo avrebbero ricorso alle armi straniere per restare al potere. Né ritengo prudente far sincero affidamento sulle nostre forze, dato che troppi fermenti esistono in esse, sì che la loro compagine è quanto mai precaria.
Confesso, Maestà, che, per quanto io mi affatichi per trovare una via di uscita, non mi è ancor dato di averla trovata.
Rimanderò quel funzionario a Roma con questa missione:
1) Convincere i dirigenti dei partiti a non far nulla sino a che
il Governo di Vostra Maestà non sia a Roma.
2) Non appena a Roma, io, in esecuzione della dichiarazione fatta
nel proclama di guerra alla Germania, li avrei chiamati per sentire
precisamente le loro idee circa la formazione del governo.
3) Che qualora essi fossero decisi a non collaborare con me come
Capo del Governo, io avrei presentato le dimissioni a Vostra Maestà.
4) Che Vostra Maestà, dopo, avrebbe preso quelle decisioni che reputava migliori.
Se si riuscisse ad ottenere ciò si eviterebbero scosse violente e, ad ogni modo, si avrebbe una maggiore parvenza di legalità.
Ma questa non é che una mia proposta, che non so quale seguito possa avere. Ad ogni modo in settimana vedrò ancora il conte Sforza ed insisterò presso di lui perché induca i capi partito ad attenersi a quanto proposto.
Vostra Maestà, nella Sua alta saggezza, prenderà le Sue decisioni, e mi darà, per conseguenza, le Sue direttive.
lo, che come Vostra Maestà ben sa e da molto tempo, sono devotamente affezionato sia a Vostra Maestà sia all'Istituto Monarchico, ho solo il preciso obbligo morale d'informarLa che il conte Sforza, che pur ritiene necessaria l'esistenza della Monarchia per l'unità della Patria, mi ha recisamente dichiarato che il rifiuto di Vostra Maestà potrebbe portare, di conseguenza, la caduta della Monarchia.
lo non ho ancora toccato con il generale Eisenhower questi argomenti. So però, perché me ne ha francamente parlato, che il colonnello Rosbery, capo dell'Intelligence Service Politico ne é perfettamente al corrente.
Ed io attendo gli ordini di Vostra Maestà per sapere se debbo o meno intervenire presso il generale Eisenhower ed in quali termini.
Quanto sopra io ho scritto con un dolore gravissimo,
ma convinto di compiere interamente il mio dovere.
Di Vostra Maestà devotissimo PIETRO BADOGLIO



Appena si seppe della lettera, a Brindisi si parlò di tradimento e si accusò Badoglio di voler buttare subito a mare il Sovrano per salvare se stesso
(cit. anche in Degli Espinosa, Il Regno del Sud, pag. 173).
Vittorio Emanuele ne ebbe una triste impressione: sospettando nel Maresciallo l'ambizione d'aver la reggenza, lo avvertì che, secondo lo Statuto, ciò era impossibile, dovendo essere il reggente un principe della Casa Reale; e detto questo per parecchio tempo evitò di rivolgergli la parola. Forse scoprì in ritardo chi era veramente Badoglio; indubbiamente il 25 luglio si era fatto giocare.
A voler abbattere la monarchia non era solo Badoglio, a sostenerlo a spada tratta c'era Sforza. Questi in un comizio a New York seguito poi da varie interviste si era scagliato contro il Re "...c'è bisogno di un colpo di scopa... se gli italiani mi seguono faremo un esercito cromwelliano"
(The Times 28 settembre, e 19 ottobre 1943).
Tornato in Italia, interviste dello stesso tenore apparvero anche sui giornali italiani; si presentò come avversario del Re e andò a parlare con Badoglio, poi a convincere Croce (che in quel momento per la sua autorevolezza era la "tromba" più ascoltata) di buttare a mare il Re e il Principe Umberto. Infatti dopo un colloquio Croce scriveva: "Il Badoglio si mostra disposto ad assumere la reggenza del Principe di Napoli"
(B. Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 152) - (ricordiamo che il piccolo Vittorio Emanuele, allora aveva 6 anni).

Eppure, Sforza il 25 luglio aveva approvato il manifesto di Badoglio che era ispirato a fedeltà dinastica; aveva dichiarato criminale ogni tentativo di ostacolare l'azione del Maresciallo e del Re; non aveva opposto alcuna contrarietà alle parole di Churchill concernenti Badoglio e il Re. Ed ora negava tutti gli impegni, la parola d'onore, le promesse.(Churchill lo accuserà di non essere "gentleman", e lui sarcastico disse che l'inglese "aveva il cervello di una cimice" (Degli Espinosa, op. cit. pag 178).
Sforza era convinto di poter contare sugli americani, che abituati a fare a meno di Re, pensavano che la sua era una soluzione felice. (Ma poi la costituzione della RSI, e i nuovi buoni rapporti con i russi, fece cambiare i piani agli americani).

Poi c'era Badoglio: lui nei suoi proclami si era dichiarato fedelissimo al Re "immagine vivente della Patria", ed ora era disposto ad abbatterlo, a prenderne il posto, sfruttando da una parte i piccoli gruppi politici del CLN che proprio lui aveva per due mesi disprezzato e combattuto, e dall'altra ascoltando due uomini gonfi del loro rancore, privi di ogni delegazione rappresentativa. Sforza andava dicendo a New York che rappresentava 45 milioni di italiani, mentre giunto in Italia 45 milioni di italiani non sapevano nemmero chi era Sforza. Il "Daily Express" del 4 novembre fu più preciso: "pretende l'abdicazione della Corona a nome di 45 milioni di italiani, che non lo conoscono e che lui non conosce".
Se lo ricordavano semmai solo gli italiani che avevano lunga memoria. Anno 1920, quando se n'era dovuto andare vergognosamente, trascinando il suo ministero nella sua caduta (cedette Porto Baros alla Jugoslavia ingannando deliberatamente il Parlamento).

Ad attenderlo in Italia come un duce, era un gruppo di politici di sinistra, non comunisti, che rappresentavano poco più di se stessi.
Su Croce, stendiamo un velo pietoso usando le sue stesse parole: "Mi pare dunque di essere fallito in ogni mia azione politica e mi torna il dubbio...circa le mie attitudini politiche"
(B. Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 32).
In sostanza tutti e tre si dicevano monarchici e tutti e tre ora volevano buttare a mare la Monarchia.

Di lasciare il trono (ora ha capito finalmente con chi ha che fare !!) il Re non ha la minima intenzione. Sarà pur stato per motivi di senile egocentrismo, ma non possiamo nemmeno escludere che con un alto senso di responsabilità abbia voluto superare da solo una situazione tanto carica di incognite e di pericoli. Non voleva inoltre piegarsi all'intimazione di uomini politici, dei quali nessuno sapeva quanto e quale séguito avessero (vedi Sforza). E l'avessero pure avuto grande, non era lecito per rispetto a se stesso e della sua sovranità, farsi cacciare dai rappresentanti di alcuni partiti con accuse di carattere morale.

L'abdicazione doveva essere un fatto volontario, dettato al Re dalla sua coscienza: un'imposizione poteva venire soltanto dalla maggioranza del popolo. Nel conflitto tra Vittorio Emanuele e i partiti, fu il Re a stare sul terreno dei principi democratici: gli altri non sostenuti da una consultazione popolare, priva di ogni mandato, agendo in conto proprio, per furia (Croce) o per fanatismo (Sforza) o per altra ragione questi pochi uomini rimasero nel campo dell'arbitrio antidemocratico.

La situazione era aggravata dal fatto, che non si chiedeva al Re soltanto la sua abdicazione, ma anche l'ingiusto stroncamento del Principe Ereditario, con ciò la rottura della successione legittima e la consegna della dinastia ai grandi rischi di una reggenza circondata da intrighi, da passioni, da ambizioni, da pericoli d'ogni genere, priva di prestigio, senza precedenti nel Regno, probabile vittima delle tempeste politiche.
Insomma anche se il re sbagliava a rimanere, il Re doveva rimanere RE, questo si disse fra sè Vittorio Emanuele.

Badoglio a un certo punto dovette comprendere che la volontà degli inglesi non gli avrebbero permesso di assecondare Sforza e Croce (anche se il fine era suo e i due li stava solo sfruttando). Al primo lo disse chiaro e tondo, che se agiva con misure energiche sarebbe saltato subito. Molto probabilmente venne a sapere di una lettera proveniente dal Re d'Inghilterra, che assicurava a Vittorio Emanuele l'appoggio britannico. Inoltre aveva saputo da Roma che anche Bonomi, invitato a collaborare con lui, aveva rifiutato, e lo stesso Sforza non voleva più entrare nel suo governo.
Infine arrivò la "mazzata" da Mosca , che dopo la conferenza del 19-30 ottobre sulla politica concernente l'Italia, con una "dichiarazione" che conteneva 7 punti...

PUBBLICHIAMO I 2 PUNTI PIU' IMPORTANTI

Bonomi, in Diario di un anno, pag. 133, riporta questo testo:

"Il Comitato di Liberazione Nazionale, di fronte agli ultimi sviluppi della situazione e alle preannunciate dimissioni di Badoglio, che intende ritirarsi non appena Roma avrà ripreso il suo compito di capitale:

1° dichiara che il popolo italiano dovrà, appena sia liberato il territorio nazionale, esprimere la sua volontà circa le forme istituzionali dello Stato. A questo diritto che discende dal principio democratico e che ha avuto il suo riconoscimento anche negli accordi interalleati di Mosca, il popolo italiano non può in alcun modo rinunziare. Pertanto il problema istituzionale dovrà essere sottoposto nella sua interzza, non pregiudicabile da sostituzioni di persona, al sovrano giudizio di tutto il paese;

2° conferma la necessità, già espressa nel proprio ordine del giorno 16 ottobre, che il nuovo Governo assuma tutti i poteri costituzionali per dare finalmente al paese quella guida sicura che è mancata finora, e che è indispensabile per condurre, con ferma decisione e nell'unione di tutti gli italiani, la guerra liberatrice e per preparare, nella solidarietà di tutti i partiti antifascisti, le forme politiche economiche sociali del nuovo Stato"



....e chiedeva che tutto quanto costituiva il fascismo o ne derivava doveva essere distrutto: le istituzione e le organizzazioni creato da esso si dovevano sopprimere, rimuovere da ogni ufficio di carattere pubblico tutti gli elementi che con il fascismo vi erano entrati. Ed infine al settimo punto richiedeva l'arresto e la consegna alla giustizia, dei fascisti e dei generali dell'esercito italiano denunciati come criminali di guerra o sospettati di esserlo. Tito dalla Jugoslavia aveva fatto perfino i nomi fra i quali Ambrosio e Roatta.

Singolare era il secondo punto: nel quale si rendeva obbligatorio in Italia la libertà di parola, di culto, di pubblica riunione, e di associazione politica, e la consultazione popolare come volontà nazionale.
Abbiamo detto singolare, ma potremmo aggiungere poco credibile, perchè Molotov costringeva ad esercitare tutte queste libertà in Italia, quando il medesimo governo sovietico le rifiutava completamente ai popoli russi e in seguito agli Stati che nella spartizione saranno legati a Mosca (uno dei tanti la Cecoslovacchia)

Ma il punto che fece allarmare Badoglio, fu il primo capoverso, che affermava essere essenziale la formazione di un governo più democratico, con uomini sempre stati noti antifascisti. Badoglio e quelli del suo governo erano stati tutti fascisti, e gli antifascisti noti in Italia erano solo i comunisti.
E se i primi e i secondi stimavano di guadagnarsi la simpatia degli alleati attaccando il re, s'ingannavano a fondo. Le potenze alleate non guardavano di certo a sinistra, anzi verso l'altra parte, e con la Monarchia e Badoglio volevano soltanto un governo che fosse docile strumento del loro dominio, ritenendoli insostituibili garanti dell'armistizio (o della resa).

Che esistesse un profondo divario nei riguardi di Badoglio, tra Roosevelt e Churchill, era noto. L'americano fin dall'armistizio, aveva chiesto all'inglese che si limitassero gli scopi e l'autorità del governo Badoglio e si sospendesse il potere della corona. Roosevelt e i suoi consiglieri lo stimavano solo adeguato (faceva comodo) a firmare i termini della resa, ma non a governare l'Italia. Badoglio e C. avevano insomma i giorni contati per sparire dalla scena (ecco perchè Sforza era sbarcato in Italia con la sicurezza di poter seppellire la monarchia).
Ma il ritorno di Mussolini e l'annunciata formazione di un ministero fascista, fece mutare parere agli americani e giungere alla conclusione. Inglesi e americani potevano benissimo fare a meno di un governo italiano (del resto così avevano fatto in Sicilia con l'AMGOT- anzi qui avevano proibito la formazione e l'attività dei partiti, commettendo un crimine di lesa libertà democratica).
Però, se a Nord si formava un governo, diventava indispensabile formarne uno a Sud, se non altro per far apparire illegittimo e usurpatore il primo; inoltre non bisognava dare l'impressione ai meridionali di avere (sotto l'Amgot) meno libertà dei nordisti, quindi un governo "di paglia" era l'ideale.

Ecco perchè il 21 settembre, Churchill da Londra (cambia registro) ebbe parole di lode per Badoglio, e agli italiani affermò la necessità che si raccogliessero attorno al loro "legittimo governo", e ai partiti liberali e di sinistra (lo farà poi anche Togliatti) di sostenere il Re e Badoglio (anche se questi partiti dichiaravano quel governo antidemocratico).

A Churchill, Badoglio gli era stato già utile l'8 settembre per mettere le mani sulla flotta, ora gli veniva utile un'altra volta per dare al suo uomo di paglia un legittimo riconoscimento di una autorità, che però non poteva esercitare. Badoglio si era solo illuso di esercitarla. Anzi a Malta pochi minuti dopo aver firmato l'armistizio lungo, sorridente e scodinzolando, si mise a dare perfino consigli bellici agli ex nemici; lo interruppe Alexander in persona, con un "Tutto quello che lei dice non ci interessa".
Impertinente il Maresciallo chiese che gli fossero fornite di tanto in tanto informazioni sulle operazioni belliche, la risposta di Alexander fu ancora più disarmante "Non ne vediamo il perché".
Ma il Maresciallo non si arrese e tornò alla carica il 13 ottobre dichiarando grottescamente guerra all'alleato tedesco e tentò di acquisire meriti agli occhi degli angloamericani costituendo di sua iniziativa corpi di volontari che dovevano favorire l'avanzata delle truppe dei nuovi alleati. L'iniziativa abortì per mancanza di adesioni ma anche perché gli angloamericani non volevano avere pegni da pagare a fine guerra.
I pochi soldati che Badoglio riuscì a mettere insieme, gli anglo-americani li usarono come forza ausiliaria, per i servizi, a scaricare le navi, fare i trasporti, mestieri vari, ma non a usarli come militari (solo il 18 aprile del '44, fu poi costituito il Corpo Italiano di Liberazione, con circa 24.000 uomini, ma sempre agli ordini degli anglo-americani)

Così scriveva un corrispondente del Times il 14 ottobre 1943:
"Ovunque si vedono sparpagliati i resti dell'esercito italiano [...]. Molti soldati, ancora indossando l'uniforme, fanno la coda, ansiosamente, ogni mattina, nella speranza di ottenere qualche lavoro casuale dalle forze alleate. Centinaia hanno trovato occupazione temporanea aiutando a scaricare le navi e a caricare gli automezzi di rifornimenti ed alcuni conducono veicoli da trasporto; ma sono una piccola percentuale dello sgocciolio apparentemente senza fine di uomini lungo le strade".

Se vogliamo essere obiettivi, paradossalmente più legittimato era il governo del Nord. Graziani investito dalla carica di Ministero per la Difesa Nazionale, assumeva una posizione moralmente simile a quella di De Gaulle, il generale che si ribellò alla sconfitta accettata dai governanti (in mano ai nemici) e che dichiararono fuori legge e traditore il generale rifugiatosi a Londra a costituire la resistenza.
Dunque, non si poteva dire che Graziani avesse tradito lo Stato e il Re in guerra. Anzitutto perchè lo Stato era spezzato in due, e quello di sotto non aveva nessuna possibilità di funzionare a difesa dei cittadini di sopra; poi perchè il Re non aveva ancora dichiarato la guerra alla Germania, quindi la guerra contro i tedeschi giuridicamente non esisteva. Ma esisteva invece un giuramento e se quelli di sopra consideravano nemici gli angloamericani (e tali erano in base all'armistizio (resa del "nemico"); e l'Italia nemica rimase fino al 10 febbraio 1947) come dovevano comportarsi con il giuramento, quando la stessa fonte della fedeltà, cioè la Maestà del Re era in mano ai nemici?

Con l'Italia spezzata in due, con due governi di fatto, ma aspramente avversi l'un l'altro, ogni italiano proprio in omaggio alla libertà predicata dai democratici, diventava libero di scegliersi il suo posto, ad ognuno si doveva lasciare la facoltà di schierarsi dove preferiva.
E se traditori del Re erano quelli del Nord che si erano fatti repubblicani ignorando il sacro giuramento, traditori erano pure tutti quelli del Sud (partiti, funzionari, generali e soldati) che volevano pure loro ignorare il giuramento, farsi repubblicani e cacciare il Re e affossare la Monarchia.
Alcuni generali, ignorarono i giuramenti e passarono perfino nelle file dei comunisti.

Abbiamo rintracciato la giustificazione che poi diede il Generale di divisione Francesco Zani, sul giornale "Il Progresso d'Italia" (vedi sotto la pagina digitalizzata) Era stato accusato di essere stato sempre un lacchè della monarchia, e di aver invocato l'aiuto del fascismo per avere le promozioni, pur essendo un comunista mascherato, quindi un traditore della Patria mentre operava come alto ufficiale dell'Esercito Regio (Zani aveva comandato fino a 22.000 uomini in Albania. In guerra si era guadagnato le più alte decorazioni)
La sua una giustificazione è singolare, piuttosto emblematica e ricorrente in tutti coloro che ricevettero l'accusa di essere dei voltagabbana, e di essere saliti sul carro del vincitore solo all'ultima ora.
Disse fra l'altro che "....nessuno tradisce il Paese col non amare la monarchia. Si entra nelle Accademie perchè si ama la vita militare, indipendentemente dalla monarchia o dalla repubblica"...."Inoltre anche ammesso che fossi monarchico, è più che legittimo che di fronte alle colpe e alle vergogne della monarchia, io mi sia posto fra i milioni di uomini che le sono contrari".
Insomma un qualsiasi generale, alzandosi il mattino, è lui con i suoi uomini a decidere con chi schierarsi.
Lui a dire ai suoi soldati quando, è o non è, valido un giuramento

La singolare "Risposta" (a futura memoria, così i militari sapranno come comportarsi) la riportiamo interamente..

Perchè si può essere spergiuri.
la lettera del generale si commenta da sola


"Tradimento io? Fu semmai il re a tradire".
Ma come la mettiamo? quelli che sono andati sui monti, (i partigiani) potrebbero dire "fuga io? no, io ho agito secondo coscienza!". Cioè, uno si alza la mattina gira il rubinetto della coscienza collettiva e decide lui con chi stare. Eppure lui ha fatto un giuramento di ubbidienza, o pensa che quelle mostrine che ha sul bavero sono solo una etichetta come il "sale e tabacchi"?
Dice "L'esercito? l'esercito non è monarchico!"
E lo dice dopo?
Qui si cade in grosso guaio: si giustifica, per il passato come per il futuro la diserzione, il sabotaggio militare, il venir meno al giuramento di fedeltà; allora ognuno è giustificato se interpreta il dovere verso la patria secondo le sue opinioni o i suoi interessi personali.
Se uno ha il diritto di piantare un reparto militare, un altro ha il diritto di piantare un altro reparto militare, per andare a casa, alla macchia, sui monti o a Salò conta poco. Ma allora dove finiscono le distinzioni morali, civili, penali, tra repubblichini e patrioti?



Torniamo ai fatti. I comunisti e i socialisti sempre attivi, in quella grande confusione dove ringhiavano un po' tutti, divisi da beghe personali, da interessi locali, videro aumentare i loro proseliti non solo al Nord ma anche nell'Italia meridionale. Ma evidentemente la politica di un patto di unità d'azione era rispondente a un fine rivoluzionario e alle direttive della politica russa, che come abbiamo visto già indicava il nuovo assetto dell'Europa.
L'Avanti dell'8 novembre, fu molto chiaro "La guerra di Badoglio e del Re contro la Francia e contro la Grecia era la loro guerra, questa contro la Germania è la guerra dei socialisti e degli altri partiti popolari".

Ma il Re volle dare una prova tangibile quali fossero i veri sentimenti delle masse nel Mezzogiorno. A novembre andò a Napoli (in quel momento una delle città più martoriate dai bombardamenti, sfasciata dai tedeschi prima di andarsene, e Clark vi era entrato il 1° novembre).
Fu accolto da grandi manifestazioni di popolo acclamante. Sforza ebbe il pessimo gusto di organizzare all'Università una manifestazione contro il sovrano (in "l'Italia libera" 11 novembre 1943).
La scena fu penosa; gli studenti di Napoli erano sì molto divisi, ma quando Omodeo tenne un discorso nell'Ateneo violentemente ostile al Re, provocò dimostrazioni monarchiche. Fu un fallimento di chi diceva di rappresentare il popolo, fingevano di essere suoi interpreti, invece gli antimonarchici si rivelarono una minoranza esile e isolata. Vollero voltare la testa a quegli applausi e grida affettuose al sovrano e vollero fare finta di non essersene accorti. Più attenti invece gli stessi comunisti, perfino nella lontana Mosca, dove c'era Togliatti, prima che irrompesse a Salerno a fare la "svolta".

All'estero ridevano, e trovavano assurdo la pretesa di questi partiti nell'invocare l'aiuto degli alleati, mentre seguitavano ad esprimere una politica contradditoria, oltre che fuori della realtà. Perfino i laburisti di Londra - teneri con gli antifascisti- criticheranno aspramente Sforza e la sua politica priva di scrupoli (che non era politica ma rancore personale). Un noto giornalista, lo attaccherà con parole taglienti: "Dopo tutto l'importanza di Sforza è basata sul fatto, che egli è una figura dell'oltre tomba. Egli ha vissuto fuori d'Italia negli ultimi vent'anni e la sua mentalità pare piuttosto una sopravvivenza storica, che una forza politica attiva" (Daily Telegraph, 17 novembre 1943).
(ciononostante fu poi investito della carica di Ministro degli Esteri, lui a firmare per l'Italia il Patto Atlantico)

Il 28 e 29 gennaio del 1944, al teatro Piccinni di Bari (goffamente presieduto, fra l'ilarità dei presenti, da quel Tito Zaniboni che aveva attentato alla vita di Mussolini nel 1925 - Badoglio lo aveva chiamato affidandogli la neonata Commissione per l'epurazione dei fascisti) si tenne un congresso interpartitico fra le nascenti forze politiche italiane.
Il momento più imbarazzante del convegno si ebbe quando uno dei presenti chiese ingenuamente la verifica dei mandati dei presenti: fu un istante di generale costernazione, perchè bisognava confessare pubblicamente che tutti i presenti rappresentavano solo se stessi in quanto non erano stati delegati da nessuno. Era insomma del tutto assente la sovranità popolare. (La divertentissima descrizione di queste ridicole due giornate è contenuta nelle Memorie del duca di Càrcaci, pagg. 48-58 e 75)

(Ricordiamo qui che poi alle consultazioni Monarchia-Repubblica, Napoli votò a favore della prima con 902.770 preferenze, contro 241.778 a sfavore. Favorevole al Re fu del resto l'intero meridione.
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TORNIAMO AL MESSAGGIO DI BADOGLIO


IL 26 LUGLIO l'Italia é in festa. Manifestazioni di giubilo sono accompagnate da molte distruzioni di sedi del fascismo, che sono invase, distrutte, buttando dalle finestre mobili, suppellettili, schedari. Vengono sbriciolati con i picconi i monumenti a Mussolini, o i fasci che troneggiavano nelle numerose costruzioni realizzate dal regime. Si impossessa della folla (ma in effetti erano manipoli, che coinvolgevano alcuni cittadini, che non erano né folla e tantomeno popolo ) una mania distruttiva su ogni simbolo che ricordava il fascismo. Eppure nessuno aveva ancora detto che il fascismo era caduto. Nessuno aveva sciolto la Camera dei Fasci e delle Corporazioni (come abbiamo visto, Badoglio lo farà solo il 30 luglio). Quasi tutti i prefetti fascisti erano al loro posto. La polizia (e la milizia, aggregata all'esercito badogliano) pure. Tutto questo appariva molto strano.


TORNIAMO ALL'ASPETTO PIU' IMPORTANTE
ALL'INDOMANI DEL 25 LUGLIO !!!

Reazioni dei fascisti (che si temevano) non ce ne furono (nessun grave incidente); la maggior parte sembrò accettare l'evento fra la rassegnazione e la fine di una situazione che aveva messo negli ultimi tempi in discussione molte di quelle certezze che facevano parte del credo fascista. Soprattutto per le mancate vittorie promesse; che messe in fila erano diventate tutte, una dietro l'altra, umilianti sconfitte con i nemici, ma anche mortificanti imprese davanti all'alleato "caporale" tedesco. L'Italia per qualche giorno sembrò non essere stata mai fascista!
Anche lo spettacolo che diedero i ceti borghesi non fu edificante perchè i più negarono subito di essere stati fascisti, dichiarandosi vìttime di costrizione morali o di necessità di famiglia. La classe più stravolta ma la più rapidamente convertita fu quella della burocrazia. Gli ingrati funzionari diedero pure loro una mano a sfasciare le immagini della "nutrice" che li aveva, allattati, nutriti e promossi ai loro posti.

Mussolini era stato, da buon giornalista, un premonitore "Basterà un titolo sul giornale e in 24 ore ti ritrovi nella polvere". Di busti di Mussolini nella polvere in ventiquattrore  ne finirono a migliaia. I quadri alle pareti nei vari uffici e locali pubblici volati dalle finestre e distrutti furono milioni. Subito rimpiazzati dall'immagine dei due nuovi protagonisti "senza macchia" (sic!) che dovevano far "rinascere il Paese".
Ma anche molte case private, si liberarono di quadri e quadretti, e di ogni cosa che aveva attinenza al fascismo. Con l'aria badogliana che tirava, non c'era da fidarsi a tenere in casa ricordi e ricordini vari.
Fu così radicale la pulizia a Roma, che quando poi il 10 settembre riaprirono la sede del Fascio, non si trovava in giro nemmeno una fotografia di Mussolini da mettere in cornice.

Una cosa apparve evidente: salvo qualche intemperanza e qualche scontro verbale, il 26 luglio non era proprio per nulla scoppiata tra gli italiani una faida sanguinaria tra ex veri, ex falsi fascisti e antifascisti. Solo qualche ferito per le bastonatura di qualche teppista. Dunque un progetto politico serio, alternativo e chiaro, avrebbe avuto la possibilità di ricompattare facilmente tutto il Paese. Purtroppo questa eventualità che appariva più che fattibile, visto che non era accaduto nulla di grave come si temeva in un primo momento, non fu afferrata dai poco lungimiranti governanti poco attenti agli umori del Paese. E poco tempestivi sul da farsi.

Nella confusione ingenerata, infatti molti italiani non hanno ancora capito il drammatico significato del messaggio dei due proclami. Si crede che la pace sia vicina, che la guerra è finita con la caduta di Mussolini; ma la frase che concludeva il proclama di Badoglio, smorzava ogni speranza: "La guerra continua". Qualcuno si chiese, lo abbiamo già accennato: "ma la guerra contro chi?". Altri capiscono che il nemico è sottinteso per non allarmare i tedeschi; altri ancora sono più che sicuri che da un momento all'altro arriverà il segnale, forse nell'imminenza di uno sbarco anglo-americano; qualcuno dice in Sardegna, altri dicono a Napoli, e altri ancora nella costa laziale; del resto pensare di fare una guerra con i pochi mezzi che si avevano contro i tedeschi sarebbe stata una vera e propria follia; si sarebbe trasformata in un massacro in casa e fuori, dove due milioni di italiani erano a fianco dei tedeschi. Se questo lo afferrava l'uomo della strada poteva forse sfuggire allo stato maggiore italiano e a quello tedesco?

Lo scopo, pensa qualcuno, dovrebbe essere questo: prendere tempo per sganciarsi dai tedeschi mentre si sta facendo una pace separata con gli anglo-americani. Ma il tempo lo utilizzano bene solo i tedeschi; loro si preparano con il "piano Alarico" ammassando divisioni al Brennero, mentre l'Italia non sa cosa fare, ufficialmente e nemmeno ufficiosamente non ha ancora preso contatto con i diffidenti anglo-americani; non ha un progetto, né con i tedeschi e neppure con gli alleati (vedremo poi a Roma, il 6-7 settembre, quante ambiguità e pretesti di Badoglio con Taylor).
Nessun rappresentante delle più che note forze antifasciste sono state chiamate al governo, anzi addirittura c'è il divieto badogliano di costituire partiti e perfino la proibizione di portare distintivi di qualsiasi partito e quella di riunirsi anche in casa propria. Un dittatore è uscito dalla porta, un altro è entrato dalla finestra. E come il solito il Re sonnecchia. Guarda solo al suo trono con egocentrismo, o forse per una di quelle ragioni -più interiori- che il "Re silenzioso" non ha mai voluto spiegare. Certo che se in quel clima giustizialista, lui moriva assassinato, la cosa a qualcuno non sarebbe stata poi tanto sgradita, anzi sarebbe stata più che utile.

Ora per quale causa combattono i soldati italiani all'estero nessuno lo sa e sembra che nessuno se lo chieda. Si cade nella completa indifferenza. Totale abbandono. Nel fatalismo. E non solo l'italiano comune, ma perfino chi aveva molte responsabilità politiche e militari; coloro che avevano in mano il destino di tanti uomini, appendevano le loro vite al filo delle ipocrisie. Con cinismo molti che avevano queste responsabilità fecero gli agnostici, pensando che le cose si sarebbero messe a posto da sole, e pensando prima di ogni altra cosa a come riciclarsi nell'eventuale cambiamento di bandiera; una evenienza (questo voltafaccia) che in giro già si mormorava da qualche tempo.
Già il 2 agosto, un giornale italiano riprese un articolo pubblicato dal Daily Express, che a sua volta era un dispaccio proveniente da Washington: si riferivano in anteprima le condizioni che si sarebbero imposte all'Italia in un armistizio. Il giornale italiano lo titolò "Pretese nemiche", ma intanto portò a conoscenza i sette punti delle condizioni, e indirettamente anticipò una capitolazione a breve termine.

Non servì questo incorniciato ipocrita trafiletto di 5 righe pubblicato in tutte le prime pagine dei giornali del giorno 29 luglio: "Continuano a circolare e a diffondersi false voci di avvenimenti sensazionali. Si invitano gli italiani a non prestare attenzione a tali voci messe in circolazione da elementi antinazionali al solo scopo di turbare l'ordine pubblico".
 
Il più "antinazionale", il più ipocrita, il più falso era chi aveva dato ordine di mettere questo trafiletto su tutti i giornali, mentre era impegnato a trescare i cosiddetti prossimi "avvenimenti sensazionali".

Guardando non alle libertà che il Paese sta già esprimendo con i vari rappresentanti dei Comitati delle opposizioni, ma anche all'interno dello stesso ex regime, l'Italia si trova immediatamente davanti a un'altra dittatura: a quella militare. Infatti, pur rimettendo in libertà alcuni detenuti politici, non fu per nulla ripristinata la libertà di associazione, e quindi tutte le forze democratiche (Badoglio è molto sbrigativo, le chiama tutte "estremiste") che avrebbero dovuto, subito, dopo il 25 luglio, ricostituirsi, furono lasciate fuori dalla porta. Anzi dovettero vivere in semi-clandestinità e nel terrore come prima.
Cos'era allora cambiato? Politicamente nulla!
Farà più morti il governo Badoglio con la repressione, che non tutto l'intero periodo fascista.
Disfattisti
non furono chiamati solo chi parlava male della Germania, ma anche chi osava parlare bene degli inglesi o degli americani. Invocare un loro intervento portava diritto in galera.

L'unica amara prospettiva per gli italiani, era solo quella di dibattersi nel dubbio: giurare o no a chi era già spergiuro. E se i capi palesamente lo erano, perchè poi accusare e dare la caccia a chi aveva giurato fedeltà a queste stesse persone che però ora -all'improvviso- ne chiedono un altro di giuramento? Con quale diritto? E come potevano pensare di imporre questa nuova fedeltà?
Il cittadino comune deve sempre ubbidire, ma non era facile all'improvviso dare un calcio a una coscienza formatasi giorno dietro giorno durante un'intera generazione. La coscienza, o se vogliamo dire l'imprinting, non è che si chiude come un un rubinetto!
Inoltre, fino allora, quelli che dovevano essere i "liberatori" seguitavano a comportarsi come "gangster" disseminando con i loro bombardamenti "a tappeto", lutti e distruzioni ormai in quasi tutte le città italiane, distruggendo case, chiese, ospedali, scuole, asili e perfino il Cottolengo.
Non erano dubbi da poco. Il dovere sì, ma la coscienza?

Perfino gli "esperti" (come Grandi, come Ciano ecc. che credevano di aver agito con coscienza) erano ingenuamente convinti che sarebbero stati chiamati a far parte del nuovo governo. Illusi! . Anzi Ciano (mentre Grandi si ecclissva) venne a trovarsi in un vicolo cieco. Se il 25 luglio votava a favore di Mussolini gli avrebbe dato la caccia (come fece con gli altri) Badoglio. Votando contro lo condannarono a morte i suoi vecchi amici e lo stesso suocero.

26 LUGLIO - Dopo la "festa", a spazzare via ogni dubbio ci pensa il nuovo Capo di Stato maggiore Roatta, che emana una circolare nella quale ordina a tutti i presidi di reprimere nella maniera più decisa, anche sparando, ogni manifestazione, corteo, comizio o assembramento che turbi l'ordine pubblico. E la forza pubblica badogliana mise subito in pratica la repressione. In cinque giorni in Italia ci furono 83 morti, centinaia di feriti, e 1500 arresti. Il Tribunale Speciale fascista fu poi abolito da Badoglio solo il 28, quindi non si capisce chi operò in questa circostanza, e chi erano i giudici e i giustizieri di questi 83 morti che chiedevano di poter agire come aveva tempestivamente scritto nel suo opuscolo (20.000 copie distribuite) la Democrazia cristiana intenzionata a organizzare una Democrazia rappresentativa  basandosi "sul rispetto dei diritti inviolabili della persona umana e di ogni libertà civile".

 Il Consiglio dei Ministri di Badoglio abolì sì il Tribunale Speciale, ma lo sostituì con il Tribunale Militare; questa fu la prima deliberazione. Di ripristinare la normale Giustizia, nemmeno parlarne. E i "congiurati", e con loro, pure gli oppositori al fascismo dalla padella caddero nella brace.
Alla manifestazione antifascista e antitedesca di Bari, ci furono 23 morti.

Il giorno 26 luglio, sui muri apparvero questi manifesti ....


Milano 26 Luglio 1943

Manifesto del Comando Territoriale di Milano

"L'autorità militare ha assunto tutti i poteri. La consegna del Capo del Governo Maresciallo Badoglio è chiara ed esplicita e sarà da me fatta osservare ad ogni costo.
Confido nella collaborazione delle autorità civili e nello spiccato senso patriottico dei cittadini per il raggiungimento degli alti scopi tracciati nel proclama di S.M. il Re Imperatore.
Sono vietati gli assembramenti e la circolazione di qualsiasi corteo, squadra o drappello.
E' vietato il porto di qualsiasi arma, bastone o corpo contundente.
Sono revocati fino a nuovo ordine tutti i permessi di porto d'arma.
Le autorità di pubblica sicurezza sono autorizzate a porre le limitazioni che riterranno necessarie alla circolazione tranviaria e agli orari degli esercizi pubblici.
I contravventori saranno puniti a termne di legge.
Viva l'Italia, Viva il Re.

Il Generale di Corpo d'Armata Comandante
Antero Canale


A decidere questa linea "durissima" non furono gli alleati, ma Badoglio. Il maresciallo poi, già il 16 agosto compila un promemoria inquietante contro i partiti e contro il Re stesso mentre sta trattando la sofferta resa-armistizio. Il documento (autografo di Badoglio) passò agli atti, che i "fuggiaschi" forse per una dimenticanza non riuscirono nè a nascondere nè a distruggere. O forse fu volutamente lasciato agli atti. (come il famoso memoriale di Cavallero).

In questo "promemoria", Badoglio compila un vero e proprio progetto dittatoriale (accenna anche a una "repressione delle indegne pubblicazioni dei Democratici, Repubblicani ecc.) vi è previsto nessun futuro proprio a quel Re che lo ha chiamato per liquidare il regime; è insomma un tentativo fatto per sganciarsi dalle responsabilità o per non chiudersi tutte le porte alle spalle.

(Altro oscuro e kafkiano episodio è quello dell'ex
Capo della Polizia CARMINE SENISE. Fatto dimettere da Mussolini il 14 aprile perchè poco fascista, il 25 luglio Badoglio lo reintegra al suo posto, e si serve di lui solo per fare pulizia. Ci resta fino all'8 settembre poi viene arrestato e accusato di essere anti anglo-americano(!). Poi stranamente viene lasciato anche lui (come Cavallero) libero il 9 settembre (in una Roma allo sbando) e dopo poche ore Senise (come Cavallero) viene arrestato dai tedeschi e finisce deportato a Dachau).
Badoglio più che combattere i tedeschi sta eliminando i suoi ex amici, sta creandosi il vuoto attorno, vuole restare solo lui a brillare in queste oscure notti di tragedie.

Usciti dal "mostro" di una dittatura, agli italiani si ripresentarono coloro che in effetti quel "mostro" proprio loro l'avevano partorito, allevato e ossequiato; Mussolini lo avevano utilizzato, lo avevano usato, e apparentemente servito per servirsene, mentre ora (questa era la prova più lampante) caduto il mito non volevano essere trascinati nella polvere con lui, ma sopravvivere ancora; anzi prendere il suo posto (erano idee e progetti covati da anni - Badoglio ci stava pensando da 21 anni!).

Una grande disillusione che mise subito in discussione il colpo di Stato. Si stava bene quando si stava peggio cominciò a dire qualcuno. Non per nulla che in questa ambiguità, in questo interrogarsi molti erano nuovamente pronti a ritornare sui propri passi: chi a riesprimere il fascismo inteso come ordine (del resto prefetti, polizia, carabinieri erano pur sempre pedine fasciste) e chi a ritornare sulle barricate ideologiche rivoluzionarie, nuovamente riportate in luce -forse- nel peggiore dei modi.

L'indignazione -di rivedere ancora certe facce e di dover catalizzare solo su quelle la propria rabbia (rabbia su tutto ormai - per fame, morti, distruzioni, disagio interiore, che era ormai angoscia)- era tanta, ma poi resisi conto che era impossibile buttare all'aria questa categoria di arroganti voltagabbana ancora tutti ai loro posti a fare i registi della nuova situazione, gli italiani la rabbia la trasferirono tra di loro; non si resero conto di essere delle marionette in mano a chi -per i suoi fini- non aveva scrupoli di metterli uno contro l'altro (una pratica questa da secoli non nuova in Italia, dal tempo dei Comuni, Signorie, Ducati ecc).

L'espressione di questo nuovo potere assoluto di Badoglio, si fece subito sentire nella repressione più dura contro le forze di opposizioni durante le varie dimostrazioni popolari, che in alcuni casi erano solo delle proteste per il carovita, ma che il governo Badoglio e soci colpirono con estrema durezza.
Vi furono tanti morti (ma non si seppe mai la cifra giusta) diverse centinaia di feriti, migliaia di arresti e migliaia di condanne: e fra questi, molti suoi ex amici che nel passato avevano detto una frase di troppo o espresso giudizi poco lusinghieri al nuovo capo del governo; insomma questi diede sfogo alla vendette personali covate da anni.

Era stata compilata sì una lista di circa 850 gerarchi, prefetti, capi della polizia, da arrestare subito dopo il 25 luglio. Ma pochi di questi furono arrestati. Al massimo collocati a riposo (i loro nomi nella già citata Gazzetta del Popolo del 30 luglio).

Badoglio colpì soltanto coloro che erano stati i suoi nemici nel corso del conflitto, come il generale Cavallero, che aveva preso il comando nella guerra greca albanese quando Badoglio fu accusato (si badi all'interno dell'esercito, molto meno dagli italiani che nonostante tutto amavano Badoglio) di essere il responsabile della impreparazione, dei tempi e quindi della sconfitta.
Un siluramento che aveva rappresentato per Badoglio (dopo tanta fama, onori e prestigio), la fine della sua vita pubblica; ma non una fine nei vari ambienti ostili al regime dove Badoglio iniziò a sguazzare e (ma fin dall'inizio, dal 1922) a remare contro l'ingenuo Mussolini.
Cavallero (qui anticipiamo un po' gli eventi) accusato da Badoglio di cospirazione e anti anglo-americanismo (ma tutti i generali fino a quel momento erano formalmente e di fatto a fianco dei tedeschi quindi tutti anti anglo-americani) fu imprigionato il 22 agosto a Forte Boccea. Qui Cavallero per difendersi si mise a scrivere una memoriale contro Mussolini e contro i tedeschi (forse sperando anche lui di riciclarsi presso gli alleati, come certi suoi colleghi), e che poi a mo' di difesa consegnò (e fu un grave errore) proprio a Badoglio. Inspiegabilmente (come Senise) Cavallero venne liberato l'8 settembre, prima della fuga di Badoglio da Roma il 9 mattina.

Ma  Badoglio prima di darsi alla fuga con il Re, con cinico machiavellismo lasciò sbadatamente in bella mostra sopra la sua scrivania il compromettente memoriale, che fu subito ritrovato dai tedeschi e consegnato a KESSELRING che ovviamente dopo aver letto le prime pagine convocò Cavallero al suo comando e lo trattenne in cella, dove però vi morì subito dopo in circostanze misteriose. Suicidio (24 ore dopo la fuga di Badoglio, 12 ore dopo l'avvenuta liberazione di Mussolini) con una pallottola nella tempia destra, lui che non aveva in vita sua mai impugnato una pistola con la mano destra; era infatti mancino.

Intanto il suo (sbadato) accusatore marciava verso la fuga con una "polizza assicurativa", con un buon "lasciapassare" (*) dello stesso KESSELRING dopo avergli consegnato una Roma disarmata e in pratica Cavallero stesso. Se andava male poteva sempre dire che prima della fuga aveva liberato Cavallero e Senise, che aveva utilizzati fino all'ultimo momento. Un doppio gioco, diabolico, per salvarsi comunque in ogni caso la pelle.
(*) L'autore che qui scrive, abitava a Chieti, in quel Palazzo Mezzanotte dove poi arrivarono i fuggiaschi. Suo zio (il tipografo che stampava i manifesti e il giornale Teatino) la notte precedente (notte del 7-8) tornando a Chieti da Roma, sul famoso percorso aveva dovuto superare 30 posti di controllo tedeschi. La Roma-Pescara, non era una strada qualsiasi, ma era in quel periodo la via di comunicazione  più strategica dell'intera penisola. Il baricentro della già da tempo programmata  Linea Gustav. Come vedremo più avanti. 

CARBONI, l'unico generale rimasto a Roma, nelle sue memorie scrive "Se la fuga non fosse riuscita, Badoglio avrebbe liberato Mussolini da Campo Imperatore (era Badoglio e il re che lo avevano messo agli arresti e Badoglio e il re potevano anche prelevarlo) e avrebbe dato la colpa della disfatta e la mancata difesa di Roma al tradimento del Generale Cavallero col suo piano eversivo (il memoriale) antitedesco".
E KESSELRING che aveva in mano il memoriale sarebbe stato il principale accusatore con Cavallero vivo o morto.
Carboni dice in buona fede parte della verità. Quando Badoglio piombò con tutti i fuggiaschi a Chieti, aveva predisposto che lo attendessero 10.000 ex "fascisti" di provata fede (anche se il fascismo era decaduto da quasi due mesi). 
Piazza Grande, davanti Palazzo Mezzanotte, per tutto il giorno e la sera inoltrata del 9 (per 18 ore)  rimase piena di ex fascisti che non sapevano cosa fare. Solo quando tutti, dopo mezzanotte, fuggirono, dissero a loro di disperdersi e diedero (dando l'esempio) il "si salvi chi può". Ma molti non capendo cos'era accaduto, nonostante fossero fascisti (di provata fede)  finirono per essere catturati il mattino dopo. Non tutti i fascisti (anche di provata fede) volevano tradire gli italiani per andare con i tedeschi. E se qualcuno lo fece fu per salvarsi o dalla deportazione o per salvare la pelle (e quella dei propri familiari che lasciava a casa).

Infatti quello che non sa Carboni è che a Chieti a Palazzo Mezzanotte oltre ai fascisti, c'erano anche i tedeschi. E la liberazione di Mussolini doveva avvenire proprio nello stesso giorno. (Lo leggeremo più avanti)

2 AGOSTO - Se prima, durante e dopo il 25 luglio le idee non erano ancora chiare, e nessuno aveva preso contatti con i nemici per avviare delle trattative di armistizio, ancora all'inizio di agosto nessuno si era ancora mosso. Ma anche quando iniziarono i primi passi, questi furono fatti con una superficialità incredibile e mai con un incarico ben preciso. Il 2 fu inviato a Lisbona un ex capo di gabinetto del ministero degli esteri, Biasco Lanza D'Aieta per sondare gli inglesi; pochi giorni dopo parte da Roma un altro diplomatico per recarsi a Tangeri per una missione analoga; e il giorno 12 a muoversi verso Lisbona è un altro funzionario del ministero degli esteri, il generale Giuseppe Castellano, senza alcuna facoltà di trattare, ma solo ascoltare per poi riferire a Roma. Ovviamente tutte queste missioni, che dovevano essere importanti iniziative per avviare delle trattative serie, dagli alti comandi militari e politici anglo-americani furono giudicate dimostrazioni di scarsa volontà italiana di uscire dal conflitto.

6 AGOSTO - I rappresentanti dell’Italia e della Germania si incontrano a Tarvisio, al confine italo-austriaco, per chiarire in maniera definitiva i rapporti tra i due paesi dopo la grande "sorpresa" del 25 luglio. Al convegno, sollecitato dai tedeschi, partecipano il nuovo ministro degli Esteri Guariglia. Presente con le stesso incarico Ribbentrop e i capi di Stato Maggiore gen. Ambrosio (ancora lui !) e Keitel. I due rappresentanti italiani smentiscono categoricamente le voci secondo cui il nuovo governo avrebbe intavolato trattative segrete con gli Alleati.
Inutile dire che l'incontro termina in un clima di sfiducia. Che nei tedeschi è una non tanto celata ostilità.
Stesso clima all'incontro fissato a Bologna il 15 agosto (vedi).

7 AGOSTO - Mentre in Sicilia gli anglo-americani sono alle ultime battaglie per il possesso dell'intera isola, nelle grandi città del Nord Italia iniziano i giorni infernali. Milano viene bombardata 4 volte dagli aerei della RAF (916 aerei si alternano) che sganciano sulla città 4000 t di bombe: 11.700 fabbricati sono completamente distrutti, 15.000, più o meno gravemente danneggiati; su Torino i bombardieri britannici (alternandosi 380 aerei) compiono tre rovinose incursioni causando danni gravissimi e molte vittime; Genova viene devastata durante un attacco portato da 73 aerei; anche qui ingente il numero delle vittime.
Nella notte del 13 agosto un altro devastante bombardamento su Milano: 504 bombardieri inglesi sganciano sulla città 1252 t tra bombe e spezzoni incendiari: è il più pesante bombardamento subito da una città italiana.

8 AGOSTO - Mussolini che il giorno della destituzione era finito esiliato a Ponza, viene traferito e confinato nell’Isola della Maddalena nei pressi della costa nord-orientale della Sardegna.

L'11 AGOSTO - PCI, PSI e Pd'A riuniti a Milano chiedono la cessazione della guerra e sono contrari al governo Badoglio. Si affiancano gli operai con grandi scioperi in Piemonte e Lombardia. ROATTA Capo di SM (uno di quelli che poi fuggirà il 9 settembre a Chieti) ordina di reprimere nella maniera più dura queste manifestazioni turbative, se necessario anche sparando.
Mentre Gedda dei cattolici propone a Badoglio di sostituire i quadri delle organizzazioni giovanili, culturali e assistenziali fasciste con esponenti dell'Azione Cattolica. Comincia - per mettere le mani sulle istituzioni e le organizzazioni - a nascere l'antagonismo fra cattolici e comunisti. Entrambi puntano sulle masse popolari, i primi nelle parrocchie i secondi nella fabbriche.

IL LUNGO CAMMINO DELL'ARMISTIZIO


12-13 AGOSTO - Il gen. Giuseppe Castellano parte in treno per Madrid dove incontrerà l’ambasciatore inglese in Spagna cui deve esporre la situazione militare italiana, ascoltare le intenzioni (se ve ne sono) degli Alleati e soprattutto dire che l’Italia non può sganciarsi dall’alleato tedesco senza il loro aiuto.
La prima tappa è Madrid, dove Castellano incontra l’ambasciatore inglese in Spagna sir Samuel Hoare. Dopo alcuni giorni Castellano viene fatto proseguire per Lisbona.
Contemporaneamente si apre a Quebec la Conferenza "Quadrant", cui partecipano Roosevelt, Churchill, il premier Canadese MacKenzie King e i rispettivi capi di Stato Maggiore.
Vengono prese le decisioni per le future operazioni contro la Germania: approvata l'invasione dell'Europa nord-occidentale ("Overlord") che resta fissata al 1° maggio 1944; approvati i piani d’invasione della penisola italiana (operazione "Avalance") dopo che Patton conquistando Messina il giorno stesso (17 agosto), ha più solo davanti a sé lo stretto; circa 60-70 mila dell'esercito dell'Asse, in ritirata, sono riusciti ad attraversare e a trasbordare sul continente.
Nel corso della conferenza di Quebec, giunge da Lisbona la notizia della missione di Castellano.

Roosevelt e Churchill, autorizzano il gen. Eisenhower a inviare due suoi rappresentanti a Lisbona per trattare l'armistizio chiesto del governo Badoglio, tramite Castellano, inviato semiufficiale, che però non potrà decidere nulla, ma deve solo riferire a Roma le condizioni dettate dagli anglo-americani.
Giuseppe Castellano che ha già raggiunto Lisbona, conferirisce prima con l’ambasciatore inglese in Portogallo, Ronald Campbell, poi il giorno 18 sono presenti i due interlocutori ufficiali inviati da Eisenhower, il gen. Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore di Eisenhower, e il gen. Kenneth Strong, capo del Servizio Informazioni del comando alleato nel Mediterraneo.
I colloqui terminano il giorno 20 agosto. Gli anglo-americani esigono la resa incondizionata dell’Italia. A Castellano si danno 10 giorni di tempo per comunicare le decisioni al suo governo.
Alla scadenza (30 AGOSTO !!! ) il governo italiano non ha ancora preso una decisione. Tramite l’ambasciatore inglese in Vaticano, D’Arcy Osborne, il gen. Castellano viene convocato in Sicilia dagli Alleati, a Cassibile nei pressi di Siracusa. Tuttavia i colloqui tergiversano, l'Italia chiede garanzie contro le eventuali reazioni tedesche nel momento della firma dell’armistizio, che gli anglo-americani vogliono sia proclamato contemporaneamente allo sbarco sulla penisola italiana.
Castellano anche in questa occasione non ha nessun potere per decidere e rientra a Roma per riferire, ed avverte i governanti:

“Se il governo italiano insiste nel non voler proclamare la cessazione delle ostilità nello stesso giorno dello sbarco in forze, contrariamente a quanto il gen. Eisenhower ha stabilito con l’approvazione di Londra e di Washington, non avrà più in avvenire alcun potere per trattare con i militari, e quindi per concludere l’armistizio. Se ciò avvenisse, meno favorevolmente disposti nei nostri riguardi, ci imporrebbero poi condizioni ben più gravi”
.
Sotto questa minaccia, il giorno 1° settembre, il governo italiano invia un fono al Comando Alleato in cui si annuncia implicitamente l’accettazione dell’armistizio: “La risposta est affermativa ripeto affermativa. In conseguenza nota persona arriverà mattinata giovedi 2 settembre ora et località stabilita. Punto. Prego confermare”.
Giunto a Cassibile, alle ore 17, nella grande tenda della mensa dello Stato Maggiore, presente il gen. Eisenhower, il gen. Giuseppe Castellano firma le tre copie dell”’armistizio corto”, “per delega del maresciallo Badoglio”. Per gli Alleati firma il gen. americano Bedell Smith. L’armistizio diverrà effettivo l’8 settembre.

Nello stesso giorno (2-3 SETTEMBRE) l’8a armata inglese del gen. Montgomery sbarca sulle coste della Calabria tra Reggio e Villa San Giovanni: ha inizio la risalita delle truppe alleate lungo la penisola che si concluderà - con gli italiani a vivere un grande tragico dramma - 19 mesi dopo.
In effetti Montgomery non ha sferrato un vero e proprio attacco, l'intenzione è invece quella di attirare nel sud le truppe tedesche, per poi intrappolarle con lo sbarco anglo-americano a Salerno (con l'"operazione Avalanche” che inizierà il giorno 5 SETTEMBRE, salpando dall’Africa settentrionale).

Il comandante delle forze tedesche nell’Italia meridionale, non cade nel tranello, e mentre Montgomery risale la penisola attraverso la Calabria e la Puglia, Kesselring inizia a fortificare la linea Gustav (Da Pescara a Roma) - e dove sul Sangro, Montgomery a dicembre verrà bloccato).

Torniamo indietro di alcuni giorni.
Al 15 AGOSTO.

A Bologna si tiene un incontro italo-tedesco per discutere le rispettive strategie E' un incontro fra militari e guidano le delegazioni il feldmaresciallo Erwin Rommel e il gen. Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. La discussione si svolge in un clima estremamente teso a causa dei sospetti dei tedeschi sui movimenti di truppe italiane dal Sud al Nord dell’Italia e reciproche accuse che non sono propriamente quelle di due alleati.
Il convegno si conclude in un clima di velate ostilità con i tedeschi che hanno poco fiducia negli italiani.
Nel frattempo per indurre il governo Badoglio alla resa, i dintorni di Roma subiscono un pesante attacco aereo britannico compiuto da 106 B-17, 102 B-26 e 66 B-25. Bombe per un totale di 500 t devastano la città.

IL 13 AGOSTO -Numerosi bombardamenti su altre città italiane, molte le vittime, enormi le distruzioni, ma nessuna incursione turba il grande concentramento di divisioni tedesche ai confini del Brennero. I tedeschi le contraeree le hanno, e piuttosto efficienti. Nessun aereo anglo-americano si avventura dentro la valle dell'Adige.

14 AGOSTO - Il Comando Supremo anglo-americano vara il piano navale per la operazione per la nuova offensiva in Italia. Viene diramata la direttiva finale segreta per lo sbarco a Salerno il 4-5 settembre (operazione “Avalanche”, con la V Armata americana al comando del gen. Clark).

Il resto sono più soltanto operazioni militari che - grazie all'ambiguità -
si protarranno purtroppo per altri 20 mesi, fino al 25 aprile 1945. .

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