SECONDA GUERRA MONDIALE - ANNO 1943-1944

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MA L'ORDINE ERA : "CHIETI KAPUT"

memorie di un bambino ospite
per 6 anni nel dramma infernale di Chieti
Ma che lezione di vita !!!

GRAZIE CHIETI !!!!

 

In altre pagine dell'anno'43 ( vedi > > ) ho già narrato la famosa fuga a Chieti del Re e di tutto lo Stato Maggiore dell'esercito.

QUI in qualche riga forse mi ripeto, ma è perchè voglio riassumere in un unica pagina, non solo i ricordi di un dramma da me vissuto a Chieti, ma cosa ha rappresentato per me Chieti, nella mia adolescenza, nella mia gioventù e per tutto il resto della mia successiva avventurosa vita. E qui mi scuso se l'intera storia POI assumerà una sorta di personale autobiografia.

Infatti dopo i fatti nudi e crudi, i drammi e le sofferenze, narro come e perchè io arrivai a Chieti e che cosa ha poi rappresentato per me Chieti. Quando ancora oggi ne sento il nome, si tende la corda nella profondità della mia anima, anche se dalla stessa corda viene fuori molta tristezza simile a quel miserere di quei violini che accompagnano la Via Crucis di Chieti. Perchè a Chieti ho sofferto molto, non solo fisicamente, ma moralmente; perchè ho visto le brutture dell'animo umano che già a 8-9-10 anni mi hanno sconcertato e di conseguenza segnato la vita nei successivi anni. Sono esperienze che ti lasciano il segno non solo nella carne ma nell'anima.
Esperienze dove mi facevano più impressione i vivi che non i tanti morti. E questi vivi non erano per nulla esseri umani, ma solo marionette impazzite con un terribile vuoto negli occhi.
E con certe esperienze si cresce in fretta, e si crede sempre meno alle storielle morali, filosofiche e religiose inventate dagli uomini "saggi"; realtà che spesso ti portano a una amara conclusione, quando - memore di quanto hai visto, hai vissuto, vicino a certi uomini-bestie - ti chiedi con il necessario distacco, agnosticamente, che senso ha la vita. Quella breve vita che molti credono eterna e che invece é solo un soggiorno su questo pianeta di appena 1000 mesi > .
(che se vissuti intensamente sono tanti, ma sono pochi per chi invece li spende in una apatica ed effimera esteriorità).

 

COMUNQUE GRAZIE CHIETI !!!!!!
PER ME SEI STATA GRANDE !!!!!!!! E.... TI DEVO MOLTO !!!!!!!
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Abitavo con i nonni e gli zii, nell'edificio appoggiato a Palazzo Mezzanotte, con l'entrata in Via Arcivescovado numero 6. (oggi questa casa è stata sostituita da un condominio - Il Palazzo Mezzanotte oggi termina al N.4).
E in questa casa che ho assistito a tre grossi eventi. La fuga del re e di tutto lo Stato Maggiore da Roma; l'arrivo poi a Palazzo Mezzanotte del Comando tedesco; ed infine l'arrivo del comando americano dopo l'avvenuta liberazione.
Ma partiamo dall'inizio. Dal famoso 9 settembre 1943, quando iniziò la famosa fuga da Roma dei reali e di tutto lo Stato Maggiore dell'esercito e giunse a tarda mattinata proprio a Chieti a Palazzo Mezzanotte.

Mentre i Sabaudi proseguivano per Crecchio ospiti di una nobile, aspettando un segnale per andare a Pescara ad imbarcarsi; gli altri (nobili e alti ufficiali (circa 200) dello Stato Maggiore) rimasero tutto il giorno a Palazzo Mezzanotte con il cuore in gola, visto che da Roma e dal Brennero giungevano notizie poco rassicuranti. I tedeschi si erano impossessati della capitale e 22 divisioni tedesche stavano scendendo dalla Val d'Adige verso il centro Italia.
Poi verso le ore 14, i reali da Crecchio e gli altri fuggiaschi che erano a Palazzo Mezzanotte, si diressero a Pescara dove era previsto l'arrivo della nave della fuga. (qui é descritta il via vai a Pescara http://www.reumberto.it/bufera4.htm

Ma a Pescara ebbero la brutta notizia che la nave non solo non c'era, ma era in alto mare né si sapeva quando sarebbe arrivata (sembra che fosse ancora ad Ancona). A quel punto la carovana fece ritorno a Chieti, circa un centinaio nuovamente a Palazzo Mezzanotte mentre i Reali nuovamente a Crecchio.
(qui é descritto nei particolati la famosa giornata a Crecchio dei Reali http://www.reumberto.it/bufera3.htm )

Badoglio rimase invece a Pescara in attesa della torpediniera "Baionetta". Avrebbe poi avvisato quando sarebbe arrivata. Che però solo a tarda serata attraccò a Pescara; Badoglio ritenne opportuno avvisare i fuggiaschi sia di Chieti che di Crecchio, di non scendere a Pescara ma di andare verso mezzanotte a imbarcarsi ad Ortona.
Quando a tarda serata arrivò la notizia che a Pescara non sarebbe più arrivata la torpediniera per prenderli tutti a bordo per fuggire a Sud, scoppiò il finimondo; tutti si sentirono traditi
. Quelli più lesti e più furbi e senza dir niente agli altri (una cinquantina) con le loro macchine partirono per Ortona per imbarcarsi pure loro. (infatti al Porto di Ortona ci fu poi una ressa per salire a bordo).
Fra tutti quelli che stavano aspettando, si susseguirono notizie vaghe, molti erano agitati e pochi sapevano cosa dovevano fare. Ma rimanere dentro Palazzo Mezzanotte - con le allarmanti notizie che giungevano da Roma - qualcuno intuì che quel rifugio stava diventando una trappola. Era quasi una certezza che i tedeschi avrebbero in malo modo reagito per il tradimento sabaudo-badogliano che si stava concretizzando proprio in quelle ore, a Roma e a Chieti.

Poi partite a sera tardi solo alcune macchine che dovevano andare a Crecchio a prelevare re e familiari per imbarcarli non più a Pescara ma a Ortona l
a tensione verso mezzanotte salì ai massimi gradi, e alcuni - capita o no la situazione - non si preoccuparono più di avere notizie che erano sempre più vaghe, ma con avvedutezza pensarono Nobili e Regi Ufficiali di salvare almeno la pelle, sgaiattolando via con molto poca nobiltà, scappando nella notte come dei ladri.


A
Palazzo Mezzanotte la Fuga di mezzanotte diventò una scena pietosa !! I nobili (pieni di ori e di averi) che avevano seguito la fuga del Re, della Regina e del figlio Umberto e da tutto lo Stato Maggiore, si sentirono abbandonati, traditi. Di Badoglio, che a Chieti tutti aspettavano, non si era fatto più vivo e nessuno sapeva dov'era. Intrappolati, disperati, non sapendo dove andare, anche perchè molte macchine non avevano più carburante nè lo si trovava in giro.
Scene non proprio nobili, fra gridi, pianti, recriminazioni, accuse molto molto pesanti. Gli alti ufficiali si disinteressarono di loro, si tolsero le divise, si vestirono in borghese, abbandonarono perfino nel palazzo quanto si erano portati dietro - pacchi di documenti, cartelle, borse, divise, che ora diventavano compromettenti e rappresentavano una fastidiosa zavorra per la fuga - poi visto che molte di quelle belle macchine non si muovevano perchè mancava il carburante, le abbandonarono e molti di loro si dileguarono nella notte pure loro a piedi, pure come ladri.
E molti soldati italiani lasciati allo sbando li imitarono abbandonando esercito e caserme per darsi alla macchia in montagna.

A mezzanotte nell'intero palazzo non c'era più nessuna anima viva. Nei grandi garage sotto il palazzo (si entra dal n.4 ma erano collegati anche al n.6, la nostra casa) vi erano rimaste alcune macchine, tutte abbandonate. Non vi era più in giro una sola persona.
Da casa nostra questo silenzio assordante, dopo la enorme confusione che c'era stata per tutto il giorno e fino a un'ora prima, era piuttosto inspiegabile. I miei zii e nonni non riuscivano a darsi una spiegazione.
Dato che per tutto il giorno e per tutta la sera io ero stato sempre nel Palazzo in mezzo a questi fuggiaschi, a quell'ora tarda di notte, i miei nonni e zii mi pressarono "Franchino, vai a vedere cosa è successo, a te ti conoscono e come al solito a te non dicono niente".
Così a quell'ora notturna, c'era solo un bambino che girava in un palazzo rimasto deserto, con in ogni angolo, casse e pacchi dal contenuto più vario, piene di cartelle di documenti, di fotografie, pacchi di lastre fotografiche avvolte in carta oleata, e tante tante divise con sulle spalline tanti gradi d'oro e d'argento; tutto abbandonato.

E quel bambino era il sottoscritto che qui scrive. Che poi rivisse la stessa scena, quando poi 10 mesi dopo, in un'altra concitata notte, i fuggiaschi di Palazzo Mezzanotte furono questa volta quelli del comando tedesco incalzati l'8-9 giugno del '44 dagli americani.
Alla Mezzanotte del 9 settembre, usciti gli ultimi fuggiaschi da Palazzo Mezzanotte ormai deserto, nella stessa ora cadeva pure l'immunità per la fuga di chicchessia, anche perchè con quella "fuga a sud", i tedeschi ebbero la chiara sensazione che erano stati traditi.


E scattò il piano d'occupazione tedesco della città. Chi non si diede alla macchia, in città o lungo quelle insidiose strade dei colli chietini, fu catturato e deportato. Forse i più fortunati furono quelli che rimasti senza benzina, erano fuggiti a piedi in alcuni casali, giù dalla "ripa" prospiciente il Palazzo; lì salvarono la vita e qualche cofanetto di ori e denari, le uniche cose che si erano portati dietro.... in abbondanza.... perchè di coraggio ne avevano molto poco.
Perfino gli innocenti duchi di Bovino che avevano per due volte nell'arco della giornata dato alloggio al re nella loro casa a Crecchio, non furono risparmiati; infatti il giorno dopo il loro castello fu distrutto e incendiato e gli stessi duchi dovettero fuggire per non finire deportati  in Germania. Il re e Badoglio non avevano lasciato a loro quell'immunità tedesca per la fuga, che valeva -ovviamente- solo per loro.
E su questo ne possiamo essere certi.

Riflettiamo ancora su un singolare particolare. Il Re fugge, Umberto fugge, Badoglio fugge, tutti fuggono da Roma. Sanno benissimo (firmato l'armistizio, loro non hanno fiducia in un aviosbarco-intervento americano sulla programmata liberazione di Roma) che se si schierano subito contro i tedeschi, questi reagiranno oltre che a Roma anche in tutto il Nord.


Ammettiamo che temono i tedeschi, quindi dato che ora sono alleati degli anglo-americani
(ma Taylor aveva molti dubbi "hanno più paura di noi che dei tedeschi") la miglior cosa sarebbe stata quella di andare in un territorio occupato già dai nuovi alleati; invece cosa fanno? Vanno a Chieti, città scelta da alcuni giorni da KESSELRING per insediarvi il comando strategico per fermare Montgomery che da sud si dirigeva verso la valle del Sangro.
Poi, ma solo il mattino quando erano già a Chieti via radio chiesero una motonave al porto di Ancona da far giungere a Pescara, poi qualcosa accadde e i fuggiaschi decisero di non rimanere a Chieti ma andare a sud verso
Brindisi dove gli anglo-americani vi erano quasi giunti.
Da notare che i reali il mattino non si erano fermati a Chieti, ma come già detto soppra si erano diretti al castello di Bovino ospiti inattesi dai duchi. Qui pranzarono poi il primo pomeriggio ripassarono da Chieti e con il resto dei fuggiaschi andarono a Pescara per imbarcarsi. Inutilmente perché la motonave non era ancora arrivata a Pescara ma era ancora in alto mare e ne era prevista l'arrivo solo nella tarda serata. Essendo pericoloso rimanere a Pescara, i reali a quel punto rifecero la stessa strada e tornarono a Bovino in attesa; gli altri fuggiaschi ritornarono a Chieti, mentre Badoglio si fermò a Pescara ad aspettare la motonave... Che a tarda serata arrivò, vi si imbarcò per dirigersi a sud, a Ortona; ma a Chieti gli altri fuggiaschi non lo sapevano, anzi pensarono di essere stati abbandonati.

Tutto il nord Adriatico fino a Ortona era in mano tedesca; infatti perchè mai gli anglo-americani avrebbero il 31 agosto (8 giorni prima dell'8 settembre) e poi ancora il 14 settembre bombardato due volte e raso al suolo Pescara con 4.000 morti?
Eppure i fuggiaschi partendo da Roma dove vanno? Vanno a Pescara! (o meglio a Chieti, che è a circa 7 km in linea d'aria, su un cocuzzolo, come un grande fortificato naturale castello - e proprio come tale verrà poi strenuamente difeso dai tedeschi per sbarrare il passo a Montgomery, e questi a farlo bombardare per aver via libera al Nord e verso Roma).

Poi è possibile che Umberto lascia moglie e quattro figli (fra cui il principino Vittorio Emanuele) disinformati della fuga?
Addirittura "li dimentica" (!?), Erano in vacanza in Val D'Aosta dove il territorio era da tempo già in mano tedesca. Senza possibilità di fuga, salvo mettersi a fuggire scalando il Monte Bianco. Sia al passo del Piccolo che al Grande S. Bernardo (a Martigny c'era un blocco tedesco) ci sono le armate tedesche già allertate e anche a Ivrea, Cavaglià e a Greggio (per raggiungere la Svizzera) non si passa. Ebbene, sua moglie Maria Josè e il suo aiutante capitano Arena appresero, l'"armistizio", la "resa",  la "fuga", il "tradimento", anche loro dalla radio. (vedi qui la storia Maria Josè > > > (Arena che era in confidenza con Maria José, alla notizia commentò "qui ci hanno abbandonati" e - temendo il peggio - si diede molto da fare per salvae la pelle a lei e ai principini).

Un'altra figlia Mafalda l'8 settembre (anche lei ignara dell'armistizio e della fuga) dopo aver partecipato a un funerale, si appresta a rientare a Roma da Budapest. Dall'Italia però qualcuno la informa che la Casa Reale ha lasciato la capitale e si è rifugiata a Chieti. Il 9 sera prende a Budapest un aereo di fortuna e atterra di notte a Pescara per raggiungere Chieti, dove qui giunge il 10; ma solo allora apprende poi anche l'avvenuta fuga a Brindisi fatta durante la notte .
Potrebbe fuggire anche lei a sud, come hanno fatto tanti, ma lei ha i figli a Roma; è costretta a fermarsi qualche giorno a Chieti, poi finalmente (anche se fu dissuasa, dicendole che i figli erano al sicuro) il 22 trova un mezzo di fortuna e raggiunge la capitale ormai da giorni in mano tedesca. Fa appena in tempo a rivedere i figli, poi il 23 mattina è chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una chiamata telefonica del marito da Kassel in Germania (dove qui era stato arrestato perchè considerato traditore). E' un tranello. Viene subito arrestata, messa su un aereo con destinazione un lager in Germania, dove ci morirà (vedi la sua triste storia nel link appena indicato
sopra)


Molti storici si sono chiesti sempre, come mai la fuga dello Stato Maggiore e del Re da Roma non fu contrastata dai tedeschi? Cosa veramente accadde in quella notte che pochi italiani conoscono? Risponde chi scrive che era presente, visto che abitava con i suoi nonni e zii quasi dentro Palazzo Mezzanotte, una adiacente costruzione adibita un tempo alla servitù dei nobili che la abitavano e che (oggi demolita) faceva
corpo e sovrastava l'intero cortile interno.

 


1 Palazzo Mezzanotte - 2 Terrazzo e Casa dell'autore di Storiologia

 

 

 
L'autore l'8 settembre 1943.
Nello sfondo il Palazzo di Giustizia
Quella dietro è una delle finestre di Palazzo Mezzanotte.

(oggi l' edificio che faceva corpo con Palazzo Mezzanotte
non esiste più, vi sorge un condominio.)

Da questo nostro terrazzo si vedeva tutta Chieti Scalo, la valle del Pescara, e.... il Gran Sasso !!!

 

I grandi magazzini dove furono messe tutte le macchine dei fuggiaschi erano tutti sotto casa nostra, al numero 2-4 e 6 di via Arcivescovado -una laterale all'edificio- e tutti comunicanti con il Palazzo. E quelle belle e lussuose macchine - tuttte fuori serie - chi scrive se le ricorda tutte. Non è facile dimenticarle, perchè prima di allora macchine così non le aveva mai viste. Inoltre il nonno seguitava ad indicargli questo o quel noto personaggio, che aveva visto sopra i cavalli bianchi nelle prime pagine illustrate quando gli sfogliava la collezione della Domenica del Corriere. (ma i commenti di mio nonno, in questa occasione erano di disprezzo).

L'appoggio (o passiva copertura) dei tedeschi alla fuga era più che palese. Visto che a casa nostra da quattro giorni  ci avevano requisito le due stanze che davano sul terrazzo con vista su Chieti Scalo e verso il gran Sasso (perche? perché ormai anche i polli a Chieti sapevano che Mussolini era al Gran Sasso).

Erano un gruppetto di 4 ufficiali della III armata corazzata tedesca, tutti collegati via radio - piazzata nella stanza matrimoniale dei miei nonni - con Rastenburg in Prussia Orientale, dove in quel momento
Hitler aveva il suo Quartier Generale.
Fra questi ufficiali c'era un certo Priebke (diventato poi famoso per l'eccidio delle Fosse Ardeatine) che saputo dai gitanti chietini (fatti sloggiare in montagna) che tornavano dal Gran Sasso che a Campo Imperatore c'era Mussolini, si procurò a Chieti una topolino e si vestì in borghese - con un pastrano datogli da mio nonno - per andare a vedere di persona l'illustre prigioniero.
Come un qualsiasi turista arrivò alla partenza della funivia e riuscì pure a salire a Campo Imperatore dove incontrato un ignaro pastore questi gli confermò la presenza dell'illustre prigioniero dentro l'albergo. Ebbe Priebke cosi il modo di vedere e quindi di disegnare su un foglio i dintorni dell'albergo, la planimetria del terreno; notizie che poi portò con se a Roma dove si stava progettando la liberazione di Mussolini con un colpo di mano alla base della funivia; ma il sopraluogo di Priebke (che considerò: "lassù se ci sono arrivato io può arrivarci chiunque") fece abbandonare quell'intervento considerato troppo pericoloso e architettare una liberazione dal cielo con l'atterraggio di un aereo a Campo Imperatore previa la copertura di alcuni alianti.

Fin dalla mezzanotte del 9 sera, comunicando l'elenco dei potenti personaggi - sovrano compreso - e l'intero Stato Maggiore che a Chieti si erano rifugiati e poi avevano preso la strada del Sud, al Furher la situazione gli apparve qual'era: perfino incredibile!  l'alleato non solo gli aveva voltato le spalle con l'armistizio,  ma aveva lasciato l'intero esercito a Roma e nel resto d'Italia allo sbando, visto che erano tutti lì, tutta l'alta gerarchia dello Stato Maggiore militare, tutti a Chieti, e da lì nel corso della notte del 9 improvvisamente tutti fuggiti a Sud.
Cose da non credere non solo per Hitler e tutti i tedeschi ma incredibile anche per gli italiani!!!
Nelle prime ore della serata. Hitler dopo aver ascoltato alla radio la brutta notizia, dell'armistizio e dello sbarco
a Salerno degli anglo-americani, prevedendo anche un loro un aviolancio nei pressi di Roma, alle ore 3 di notte del 9 settembre rivolgendosi a Goering espresse l'intenzione di far ritirare subito le forze tedesche dal suolo italiano "altrimenti ci mettono in trappola".
Ma anche Kesserling a Roma - alla stessa ora - era della stessa idea. Alcuni ufficiali avevano giù ricevuto l'ordine di abbandonare la capitale. Qualche comando aveva già bruciato documenti vari; alle 3 di notte del 9, una colonna alla guida Rahn era uscita precipitosamente da Roma ed aveva raggiunto quasi Firenze.
.
Ma la clamorosa notizia (della fuga a Sud) partita da Chieti, arrivò a Rastenburg (Q.G. di Hitler) e rimbalzò immediatamente a Firenze per ordinare a Rahn la "marcia indietro".
A Palazzo Mezzanotte gli ordini arrivarono la notte stessa (3-5 del mattino del 10) ed erano quelli di occupare la città di Chieti, anch'essa lasciata senza un comando badogliano, e quindi rivolgere le armi verso tutti coloro che avrebbero disertato dalle file dell'esercito italiano (quello che del resto nelle stesse ore accadde a Roma)


Il contatto radio da casa nostra era "non stop", continuo, minuto per minuto, perchè solo da Chieti più che da Roma in quelle ore Hitler aveva
veramente la visione globale dell'intera situazione italiana. Prevista, ma di questa grossa portata del tutto imprevista, tuttavia già da tempo p
ronto - se gli italiani avessero tradito - a far scattare il Piano Alarico e mettere in movimento le 22 divisioni che erano in attesa al Passo del Brennero, al Passo Resia e a Dobbiaco (ma, come già detto, la sera prima già allertate e quindi nella notte stessa del 9 e all'alba del 10 una buona parte erano già giunte a Bolzano e a Verona). (il mio futuro suocero, fece appena in tempo a sfuggire alla retata, fatta subito prima nelle caserme, e poi ammassate dentro lo stadio di Bolzano, per poi deportarli in germania ai campi di lavoro.)
Ma il
Piano Alarico era stato fatto quando non era stato messo in conto lo sbarco a Salerno nè il tanto temuto aviosbarco a Roma. Nè tantomeno potevano immaginare l' esercito italiano allo sbando e la fuga del Re e di tutto il Quartier Generale.
Hitler dovette rivedere le mosse che aveva previsto. E le nuove mosse era di prendere posizione e asserragliarsi in Italia e soprattutto a Roma e a Chieti, dove quest'ultima era un valido baluardo alle truppe di Montgomery che stavano risalendo la penisola.

Ed infatti a Chieti, un aereo, uno Junker 88 partito da Chieti Scalo (già occupato dai tedeschi) - l'intera notte sorvolò spesso Palazzo Mezzanotte, poi da Ortona seguì la Baionetta con i fuggiaschi fino a Brindisi (lo conferma anche Badoglio nelle sue "Memorie") e dall'Adriatico seguitò a mantenere il contatto con il Centro Radio di Palazzo Mezzanotte. A
Rastenburg, quindi sapevano insomma tutto. Ed erano increduli.

Tutti i presidi tedeschi in Italia erano già stati informati fin dal 3 settembre, che il "golpe" del "tradimento" era nell'aria. (ma mai più pensavano che lo Stato Maggiore avrebbero lasciato allo sbando l'esercito intero).
I tedeschi che avevamo da due giorni in casa nostra, giunti i fuggiaschi da Roma, loro si mantennero in disparte e parlarono di tanti lasciapassare firmati da KESSELRING (infatti di blocchi stradali i fuggiaschi da Roma ne superarono almeno 20-30, per arrivare a Chieti. (lo scrive e lo conferma anche Badoglio nelle sue "Memorie").
(per motivi di lavoro mio zio era andato il giorno 7 a Roma; aveva dovuto superare ben una ventina di posti di blocco tedeschi).
Ma i lasciapassare per i fuggiaschi di Roma, erano per arrivare fino a Chieti, dove avevano fatto credere ai tedeschi che qui si sarebbero fermati. Non per nulla, appena arrivati, requisirono tutte le stanze dell'albergo Sole e lo stesso Palazzo Mezzanotte.

L'intera arteria fin dalle ore 18 della sera precedente (dopo l'annuncio di Algeri) era stata presidiata dai tedeschi; sulla direttrice, ad Avezzano c'era già in funzione fin dalla fine agosto un quartier generale di KESSELRING. Non era una strada qualunque, ma la più strategica di tutto il centro Italia, come dimostreranno i fatti dei successivi dieci mesi. E Chieti per la sua posizione quasi aerea, dominante, era stata scelta dai tedeschi per insediarvi il comando logistico-militare che avrebbe dovuto vigilare e con dei reparti scelti contrastare l'avanzata anglo-americana, dominando così da una parte a nord la valle del Pescara e dall'altra parte a sud le valli verso il Sangro (da dove voleva penetrare Montgomery). Per fermare il generale inglese non esisteva una migliore posizione strategica come quella di Chieti (ed infatti la scelta di Kesserling si rivelò esatta - a fine dicembre Montgomery era fermo ancora sul Sangro. E fermo lì per altri sei mesi vi rimase dal 1° gennaio in poi anche il suo sostituto gen. Leese).


A Chieti non intervennero i tedeschi se non al mattino all'alba del 10
quando paralizzarono tutta la città,
dopo l'avvenuta fuga nella notte del Re e di tutto lo S.M. a Brindisi.
E quando intervennero erano furibondi per il subìto "tradimento" dell'alleato.
Quella della permanenza a Chieti era stato solo un pretesto, ma dopo poche ore
la fuga nella notte fece sconcertare i già allarmati pochi tedeschi presenti a Chieti.

Tanto più che fin dal 27 agosto sui giornali erano comparsi questi titoli:
"Via i tedeschi dall'Italia!" .

Poi il 9 settembre l'invito era ancor più deciso:
" Non più un soldato tedesco in Italia ! "
oltre a " Morte ai fascisti traditori !"


Lo stesso giorno 9 nella grande piazza davanti Palazzo Mezzanotte e nei pressi, durante la giornata, nelle ore contemporaneamente alla presenza dei fuggiaschi, erano affluiti migliaia di fascisti "di provata fede" (la divisione Legnano).
Non dimentichiamo che Badoglio aveva sciolto il PNF il 28 luglio! Perchè mai furono allora concentrati a Chieti tutti questi elementi fascisti appartenenti alla vecchia Milizia?
Fu detto loro che dovevano proteggere il Re e lo Stato Maggiore e che Chieti sarebbe diventata la nuova sede del governo e della casa reale. A tale scopo, nella stessa mattina del 9 erano già state requisite tutte le stanze dell'Albergo Sole per lo stato maggiore militare e del governo. Mentre requisito fu anche Palazzo Mezzanotte, questo - dissero - sarebbe diventata la residenza del Re.
(Non dimentichiamo che Chieti era la più monarchica città italiana. E anche dopo il conflitto, al Referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica ottenne a Chieti solo 3.973 voti, mentre la Monarchia 14.248 voti, pari al 78%).

Nei progetti in questo stesso giorno (9 settembre) doveva essere "prelevato" Mussolini a Campo Imperatore (era Badoglio che l'aveva lì trasferito!! e solo lui poteva prelevarlo). Ma questa operazione poi, fu fatto solo due giorni dopo e non fu più un "prelevamento" di Mussolini da parte di Badoglio, ma una "liberazione" fatta invece dai tedeschi alle ore 14 del 12 Settembre, quando erano già passate 36 ore dal passaggio a Chieti di Badoglio & C..
Ed erano passate anche 24 ore dalla consegna di Roma ai tedeschi, già fatta (ma guarda un po'!) dal genero del Re, Calvi di Bergolo (con trattative già in corso il giorno 9 !!!!! (il giorno della fuga!!?? ). (per Roma i particolari VEDI QUI > >


(*) LA CONSEGNA DI MUSSOLINI AGLI INGLESI


Il Corriere della Sera, del "Pomeriggio" 16-17 settembre, pubblicò questa corrispondenza dall'estero.


Berlino 16 settembre. - I primi particolari sulle intenzioni che gli alleati avevano in animo verso Mussolini prigioniero si apprendono dalla Berliner Borse Zettung di giovedì mattina per tramine del corrispondente da Lisbona: "La liberazione di Mussolini è avvenuta tre, quattro ore prima che il Duce dovesse venir consegnato agli Stati Uniti. Da fonte degna di fede ho appreso i seguenti particolari sul progetto di consegna di Mussolini agli alleati, consegna che faceva parte essenziale delle clausole d'armistizio sottoscritto da Badoglio. Pochi giorni dopo il 25 luglio allorché Re Vittorio Emanuele e Badoglio avevano imprigionato Mussolini, opparve a Lisbona, a bordo di un aereo postale, il generale Castiglione e si mise in contatto con l'Ambasciata inglese e la Legazione degli Stati Uniti. La conversazione decisiva fra l'italiano e gli inglesi e americani ebbe luogo in un albergo a Manfra a circa 30 chilometri da Lisbona.

Alcuni giorni più tardi Castiglione ricevette l'invito di consegnare Mussolini agli Stati Uniti entro un termine stabilito da Roosevelt. La consegna, secondo il piano elaborato personalmente da Roosevelt doveva costituire un grosso colpo di scena politico simboleggiante la vittoria degli Stati Uniti sul fascismo e in pari tempo un trionfo capitale nella propaganda elettorale di Roosevelt. Una missione militare degli Stati Uniti avrebbe preso sotto la sua protezione Mussolini alla presenza di operatori cinematografici, fotografi, radiocorrispondenti e giornalisti. Mussolini doveva essere trasportato in aereo, dopo una sosta in Sicilia e a Gibilterra, direttamente a Nuova York e di là a Washington.

Roosevelt intendeva accogliere come prigioniero Mussolini alla Casa Bianca e alla presenza di Churchill in questa occasione avrebbe tenuto un radiodiscorso. L'arrivo a Nuova York era previsto per il 16 settembre. L'organizzazione di questo progetto richiese più tempo del previsto. Stimando erroneamente il valore delle contromisure tedesche di fronte alla capitolazione di Badoglio, non si diede alcuna importanza decisiva al fattore tempo".

Insomma fallì, perchè furono preceduti dai tedeschi.

 

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TORNIAMO INDIETRO DI QUALCHE GIORNO A ROMA -  Badoglio (pur essendoci le condizioni per farlo) sconsigliò l'aviosbarco su Roma organizzato da Taylor. Insomma secondo Badoglio gli americani se volevano conquistare Roma se la dovevano conquistare da soli. E questo era molto strano per Taylor. Pensava, a ragione, l'ufficiale americano, che anche un modesto sbarco a Roma di paracadutisti (già pronti sugli aerei a Licata) avrebbe psicologicamente dato agli italiani quell'entusiasmo necessario per cacciare via da Roma e dal Lazio i pochi tedeschi; se questa era la vera intenzione di Badoglio e del Re.
(e i tedeschi a Roma erano veramente pochi!! Poche migliaia (e non proprio tutti in armi) contro 75.000 italiani (tutti in armi).
All'aeroporto (dove voleva puntare Taylor con i paracadutisti) vi erano solo qualche centinaio di tedeschi, ma che poi Kesserling con un bella beffa fece sembrare molto di più; nelle sue memorie racconterà in seguito "prevedendo la mossa degli anglo-americani, per allarmarli e farli desistere dall'aviosbarco feci andare e venire di continuo dei camion chiusi perchè dessero l'impressione che stavamo trasferendo molte nostre forze all'aeroporto".
E a quanto pare la beffa funzionò benissimo. Beffarono e terrorizzarono Badoglio !! Ed infatti fu lui a scoraggiare Taylor, dicendo che l'aeroporto di Roma era pieno di tedeschi. E nello stesso tempo furbescamente cominciò a pensare alla fuga con l'aiuto dei tedeschi.

Infatti alla fine del colloqui con Badoglio, scoraggiato Taylor
alle 3 di notte telegrafò (ma senza dirlo a Badoglio) a Licata annullando l'aviosbarco; infatti sugli aerei - in attesa - si erano già inbarcati i paracadutisti, pronti per dare l'assalto all'aeroporto di Roma.
Nella capitale, Badoglio e il re fino all'alba del 9 settembre vanno ripetendo "finiremo con la gola tagliata, tutti". Poi indubbiamente i fatti (o meglio dire degli oscuri compromessi) che accadranno dobbiamo intendere che trovarono nella fuga la "strada della salvezza". (Calvi di Bergolo nelle stesse ore stava nel frattempo consegnando Roma ai tedeschi- vedi il link già indicato sopra).
Eppoi ci si mette in viaggio (così lungo) con 20-30 posti di blocco tedeschi da Roma a Pescara?

I giochi di prestigio a Roma fino allora condotti erano finiti, le furberie pure, quindi non rimaneva che un'unica strada mettersi d'accordo con i tedeschi e riuscire ad allontanarsi alla spicciolata da Roma. L'ultima furbizia! Ma anche questa con un doppio gioco, uno subito, e l'altro in un secondo momento; ovviamente secondo le circostanze. E le circostanze a Chieti apparvero subito nere per i fuggiaschi.

La furbizia era questa: se i tedeschi di Kesserlring fossero riusciti a respingere gli sbarcanti anglo-americani loro erano salvi perchè (sgaiattolando) avevano contribuito alla presa di Roma, che Hitler voleva tenere ad ogni costo. Inoltre avrebbero prelevato e consegnato ai tedeschi Mussolini.
(ecco perchè vanno il 9 in Abruzzo!!)
Se invece gli anglo americani da soli conquistavano Roma erano salvi lo stesso, anzi potevano rientrare da vincitori per aver firmato con loro l'armistizio e per non aver aiutato i tedeschi. In più (ecco perchè vanno il 9 in Abruzzo!!) consegnavano agli americani Mussolini, prelevandolo al Gran Sasso nello stesso giorno 9 (Piano diabolico quasi perfetto!!!).

Infatti Badoglio aveva in mano Mussolini e quindi per ingraziarseli, non avrebbe esitato a consegnarlo agli Alleati (questo è del resto quello che c'era scritto nelle condizioni di resa) "vivo"; oppure morto - ma quest'ultima (uccidere Mussolini) era una delle tante disposizioni di Badoglio date a Gueli il custode di Mussolini su al Gran Sasso, se il Duce fosse caduto in mano ai tedeschi.

SKORZENY che doveva liberare Mussolini, lo doveva fare contemporaneamente alla fuga del Re e di Badoglio il giorno 9. Da Pratica di Mare si era levato in volo il mattino dell'8 settembre con un trimotore e aveva individuato (dice lui ) la zona della operazione sul Gran Sasso e l'albergo che ospitava il Duce. Dice il falso perché non era un mistero; perfino i villeggianti fatti sgomberare dall'albergo lo sapevano; tutta Chieti lo sapeva! e ne era a conoscenza anche  KAPPLER a Roma, che lo aveva saputo dal Capo della polizia SENISE dopo che aveva ricevuto un fono dal Gran Sasso da GUELI (che era un uomo di Senise  ma nello stesso tempo lo erano -fino a quel momento - entrambi anche di Badoglio).- Non dimentichiamo che era stato Badoglio a reintegrare Senise esonerato da Mussolini.

Il "prelevamento" doveva dunque scattare il giorno 9,  proprio mentre la carovana dei fuggiaschi era già giunta a Chieti. Ma il "Piano Mayer", così ben studiato,  saltò tutto in aria, perché il giorno 8 pomeriggio, a Pratica di Mare per poco non morì (vi rimase ferito) lo stesso KESSELRING nel furioso bombardamento sull'aeroporto. E subito dopo il bombardamento atterrò proprio l'aereo pilotato dal comandante GERLACH con a bordo SKORZENY che doveva prendere da KESSELRING (o da Badoglio? il giorno 8 Badoglio era ancora a Roma!) gli ultimi ordini per "prelevare" (non "liberare")  Mussolini, dopo aver compiuto il sopraluogo sul Gran Sasso.
Solo dopo (con le notizie di
Priebke dette sopra) si ricorse agli alianti, e solo quando si temette che la liberazione sarebbe stata forse contrastata, e che qualcuno (il traditore Badoglio?) avrebbe forse preelevato e consegnato Mussolini agli americani, o rivelando loro dov'era il rifugio.



Del resto Churchill, alla Camera dei Comuni, poi nel corso di una dichiarazione  a proposito della succesiva liberazione del Duce ad opera dei tedeschi disse: "Avevamo ogni ragione di credere che Mussolini si trovasse in luogo sicuro e ben custodito, ed era certo nell'interesse del Governo Badoglio di non farselo scappare. Mussolini stesso, a quel che si dice, avrebbe dichiarato che credeva di venir consegnato agli Alleati. Questa era l'intenzione e si sarebbe anche realizzata, se non fossero intervenute circostanze del tutto indipendenti da noi...Il colpo fu molto audace... Non credo che ci fosse trascuratezza da parte del Governo Badoglio il quale, però ( ! ), si era tenuto un'altra carta da giocare: i carabinieri di guardia avevano avuto l'ordine di sparare su Mussolini nel caso si tentasse di liberarlo, ma questi - perchè abbandonati - vennero meno alla consegna".

Vennero meno perchè per tre giorni (il 9 sera e il 10 e l'11) i carcerieri (Gueli e C.) non sapevano più cosa fare, i referenti Badoglio e Re erano scappati a sud senza lasciare a loro alcun ordine.
(fra l'altro proprio Gueli era contrario alla consegna di Mussolini agli americani - ma sicuramente non gli avrebbe sparato)

Solo il 12 settembre leggiamo il comunicato dell'Agenzia Stefani: "Il Deutsches Nachrichten Bureau ha diramato il seguente comunicato straordinario: "Dal Quartier Generale del Fuehrer. Reparti di paracadutisti e di truppe di sicurezza germanici, unitamente a elementi delle SS, hanno oggi condotto a termine una operazione per liberare il Duce che era tenuto prigioniero dalla cricca dei traditori. L'impresa è riuscita. Il Duce si trova in libertà. In tal modo è stata sventata la progettata sua consegna agli anglo-americani da parte del governo Badoglio". (chiaro?)

E cosa scrisse il generale Carboni nelle sue Memorie?: "Nel giorno della loro fuga Badoglio e il Re avrebbero prelevato Mussolini da Campo Imperatore (era Badoglio e il re che lo avevano messo agli arresti, e Badoglio e il re potevano anche prelevarlo!) - se i tedeschi conservavano Roma - per consegnarlo a loro, e giustificandosi con Hitler, avrebbe dato la colpa della mancata difesa e loro fuga da Roma al tradimento del Generale Cavallero col suo piano eversivo (il famoso memoriale) antitedesco".
Se invece Roma veniva liberata dagli americani il 9, Badoglio da Chieti avrebbe "prelevato" Mussolini per consegnarlo agli americani - com'era nei patti, e tutti sarebbero rientrati a Roma. Ma Roma già il 9 sera era in mano tedesca, e così anche Pescara e Chieti, quindi con niente americani a Roma il piano di "prelevamento" badogliano fallì.
Badoglio e il Re nella stessa notte del 9, abbandonarono al suo destino Mussolini
e se ne andarono a Sud, a Brindisi, prima che qualche tedesco tagliasse loro la gola già a Chieti".

 

Mussolini e i suo custodi al Rifugio di Campo Imperatore, il giorno dopo, il 10 mattina, seppero della fuga dei reali e del governo fuggito a Brindisi e appresero alla sera dalla radio che fra le clausole dell'armistizio era compresa la consegna del Duce agli inglesi (* vedi in fondo). Ma per due giorni a Campo Imperatore non arrivò nessun ordine. A chi dunque dovevano ora ubbidire i custodi (Gueli e C.) visto che tutti erano uccel di bosco? Con Senise a Roma ormai incastrato da Badoglio e messo in mano ai tedeschi.

Mussolini alle ore 3 di domenica 12 mattina, perse forse ogni speranza, terrorizzato di essere consegnato agli inglesi (molte cose sarebbero cambiate!!!)  cadde nella disperazione. Prima (che strana richiesta) chiese una pistola al tenente Faiola
(lettera autografa del Tenente Alberto Faiola) poi al suo rifiuto Mussolini si svenò, lievemente, con una lametta di rasoio. Forse non proprio con l'intenzione di morire ma di avere da parte dei carcerieri compassione o un po' di solidarietà. In fin dei conti lui era Mussolini e un po' di carisma lo aveva ancora.
Faiola, proprio costui che era "un arnese di Badoglio", il 12 mattina cambia anche lui atteggiamento e dice a Mussolini "vi giuro sulla testa dei miei figli che non vi consegnerò mai agli inglesi". Ma se dice queste cose, vuol dire che qualcosa sa (e che semmai - è sottinteso- lui lo avrebbe consegnato solo ai tedeschi).

Questo il racconto del maresciallo Osvaldo Antichi: "...entrando nella stanza del Duce, lo trovai seduto sulla sponda del letto con le braccia abbandonate e gli occhi sbarrati. Dai polsi, gli scendeva un rigagnolo di sangue. Sul comodino  una lametta da barba. Con dello spago gli legai strettissimi gli avambracci per bloccare l'emorragia. Faiola corse con la cassetta di pronto soccorso poi con una garza gli medicammo le ferite".(Arrigo Petacco e Sergio Zavoli, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso, Rizzoli, Milano, 1973).
(
In molte foto che seguirono alla liberazione del Duce, si vede benissimo il suo polso fasciato)

TORNIAMO A CHIETI

 

- Dunque all'alba del 10 nella grande piazza  grande (prospiciente Palazzo Mezzanotte)  grande confusione, e chi non voleva attenersi alle nuove disposizioni badogliane ("la guerra continua" diceva l'armistizio senza specificare se continuava contro l'alleato tedesco o il nemico anglo-americano - lo dicevano solo i giornali visti sopra), o era in contrasto non volendo stare a fianco dei tedeschi, furono subito disarmati, caricati sui camion, mandati a Chieti Scalo, messi sui treni, destinazione Campo di concentramento di Via Resia a Bolzano, l'anticamera prima di essere deportati in Germania. (quello fu il percorso di un nostro improvvido parente e di tanti chietini).
A Chieti, chi si schierò contro e non volle presentarsi al vicino comando tedesco di Palazzo Mezzanotte, riuscendo provvidelzialmente a fuggire in queste fatidiche ore, fu costretto poi a vivere dieci mesi in clandestinità pressato dai famigerati rastrellamenti tedeschi guidati da un altrettanto famigerato fascista chietino.

Questo gerarca della zona, in mezzo alla Piazza nel caricare i camion  si aggirava come un duce; con i pugni sui fianchi inveiva contro chi non voleva schierarsi con i tedeschi poi gridava e minacciava i renitenti: "Lo avete tradito? Adesso pagherete!". 
(se la mia memoria non ha buchi, mi sembra si chiamasse costui Cascatella. Fece poi una brutta fine il 9 giugno alla Liberazione. Lo catturarono verso sera. lo misero su una barella che attraversò tutto il Corso, raccogliendo sputi, calci e bastonate da un ala di folla inferocita).
(ricevo via e-mail : "Che sorpresa leggere di quel tale, Cascatella, citato da mio padre in più episodi. Mi aveva narrato dei suoi rastrellamenti, in uno dei quali era caduto anche lui, nonostante ostentasse al braccio la fascia di appartenenza alla Croce Rossa. Veniva, in seguito, rilasciato grazie all'intervento di un mio zio. E mi aveva raccontato del giorno in cui Cascatella fu catturato e della folla infuriata, lo stesso mio padre sgomitando riuscì ad avvicinarsi per tirargli un calcio e vendicarsi della cattura". Non lo uccisero, ma lo bastonarono così tanto che nei successivi anni della sua vita camminò con l'aiuto di due bastoni).

Aveva questo Cascatella il dente avvelenato fin dal 25 luglio, quando alla caduta del fascismo, una gran folla si riversò in piazza san Giustino; lì in fondo alla piazza c'era la sede del Fascio di Chieti (mi sembra oggi esserci il Comune). La folla incontenibile salì le scale del palazzo e dopo aver invasa la sede iniziò a buttare dalle finestre prima i ritratti e i busti del Duce, poi gli schedari, poi si fecero prendere la mano e buttarono giù tutto, gli scaffali, le scrivanie, le sedie, tutto, e ne fecero un gran falò che bruciò nella piazza tutta la notte fino al mattino seguente. E dato che della Piazza ero un po' onnipresente", io e i miei coetanei ci divertimmo un mondo a buttare da quei balconi pacchi di fogli come coriandoli, schede e quant'altro.
Mentre adesso il Ras, ora che aveva l'appoggio dei tedeschi, si vendicava, e dopo essere salito su una macchina, con con i pugni ai fianchi, ("alla Mussolini")
sbraitava verso quei pochi che erano ancora rimasti in piazza, circondati dai tedeschi "Lo avete tradito? Adesso pagherete!".

A Chieti in poche ore fecero la prima "pulizia" dei "ribelli" . Chi riuscì a capire gli eventi con qualche minuto di anticipo sugli altri, riuscì a fuggire, a nascondersi e a salvarsi; fascisti e antifascisti. (per i primi c'erano i campi di lavoro, per i secondi la deportazione).
Lo stesso comandante degli ex fascisti di "provata fede", giunto da Roma con i fuggiaschi, ma che la sera prima con i suoi uomini si era messo a disposizione di Badoglio, di Roatta e del Re, la mattina dopo lui e alcuni suoi uomini erano già passati nelle file dei tedeschi, per dare la caccia ai ribelli, poi
diventati
partigiani nascondendosi nei luoghi più impensati

Questa colonna delle alte gerarchie che fuggiva, inconsapevolmente tracciò con l'itinerario del suo viaggio (Roma, Sulmona, Chieti, Ortona) il primo approssimativo confine (la "Gustav") fra le due Italie, che per tanti mesi (10) dovevano considerarsi straniere l'una all'altra e assistere, sanguinando da mille ferite, allo scontro fra due poderosi eserciti nemici, ma assistere anche alle tante ambiguità tra gli italiani schierati nei due campi opposti, ognuno con ideologie diverse.

A Chieti, con quella fuga, si iniziò a chiudere, nella più grande tristezza il più o meno glorioso periodo sabaudo dell'Italia Unita, e lasciava espiare con colpe non sue gli italiani; che cominciavano proprio da Chieti la loro triste angosciante vita nei rimanenti 18 mesi fino alla fine della guerra.

Pochi giorni dopo, giunse a Chieti il tenente colonnello Caruso (un italiano, lo stesso che venne in seguito giustiziato in malo modo a Roma (buttato e fatto affogare nel Tevere; collaborazionista dei tedeschi e carceriere di Regina Coeli). Giunse in città con alcuni ufficiali nazisti e con una squadra di uomini che imbracciavano i mitragliatori; si presentarono a tutte le Banche e alle oreficerie cittadine per fare un rigoroso rastrellamento del denaro e di tutti gli oggetti d'oro esistenti presso gli orefici. Una "requisizione" - dissero - per evitare che queste ricchezze cadessero nelle mani dei nemici anglo-americani".
Ma non requisirono solo i valori ma anche molte provviste alimentari dai negozi e magazzini per i numerosi tedeschi che stavano affluendo su Chieti.


Il 26 settembre i tedeschi prendevano ufficialmente pieno possesso di Chieti, stabilivano il Comando nello stesso Palazzo Mezzanotte, e issavano sull'edificio la bandiera uncinata. Come prima disposizione, dato che la popolazione dimostrava una certa ostilità, misero il coprifuoco alle ore 18, e pochi giorni dopo fu portato addirittura alle 17, con le conseguenze facilmente immaginabili per la vita cittadina. Che fra l'altro con le proprie case dovevano - a causa delle incursioni aeree anglo-americane rigorosamente rimanere al buio.
Erano nel frattempo spariti dalla circolazione anche tutti gli uomini, quelli che avevano abbandonato l'esercito senza comandanti; ma erano spariti anche tutti coloro che erano in grado di lavorare, e che i tedeschi davano la caccia affiancati dai ras fascisti di pessima fama che conoscevano la città e i suoi abitanti quindi in grado di fare i delatori.

I tedeschi oltre che dare la caccia ai traditori per punirli e mandarli in Germania, avevano bisogno di uomini per i vari lavori. A una messa della domenica, a sorpresa in pieno assetto di guerra si schierarono lunga la gradinata della cattedrale per arrestare gli uomini che ne uscivano. Dentro la cattedrale ci fu il panico, alcuni sgaiattolarono in ogni anfratto della chiesa, cripta e cella campanaria compresa. Ottenuto poco successo, i tedeschi nello stesso giorno iniziarono poi un rastrellamento perquisendo casa per casa.
Il "duce" dei fascisti chietini (Cascatella) aveva con se gli elenchi comunali delle tessere, con i relativi nomi e i componenti la famiglia, andava quindi a colpo sicuro nelle case. In queste se non erano stati previdenti a far allontanare i loro uomini scendeva il terrore e l'incubo.


Ma questo era ancora poca cosa. Nello stesso giorno le batterie delle artiglierie degli anglo-americani iniziarono
a martellare la città all'inizio della notte, e ogni notte. Furono alla fine contati sulla città 59 giorni di bombardamenti di artiglieria. A questi bisogna aggiungere i diversi bombardamenti aerei, e le mitragliate improvvise in pieno giorno, sul Corso Marrucino, alla Villa, in Piazza Grande.

 


Per cacciar via i tedeschi, gli anglo americani non si facevano degli scupoli a uccidere a casaccio gli inermi chietini!! Buttavano bombe e granate alla rinfusa soprattutto per terrorizzare.

Alla sera alle ore 18-19, e così tutte le sere, suonava l'allarme, si correva nei puzzolenti rifugi e lì si aspettava fin verso la mezzanotte (ma alcune volte fino alle 4 del mattino) che finisse lo scempio di case e chiese.
Se per gli anglo-americani quel bombardamento serale era una semplice loro "dopocena", per noi era l'incubo "durante la nostra cena", seguito dal terrore nel corso della notte. Del resto sapevamo cos'era accaduto a Pescara non di notte ma in pieno giorno. E prima o poi la stessa sorte poteva essere riservata a Chieti e a tutti noi. In una delle tanti notti. O anche di giorno! All'improvviso !!

Sul piazzale dietro il Palazzo di Giustizia i tedeschi piazzarono dei grandi fari e le contraeree per impedire i bombardamenti. Ma servì a poco, appena si faceva buio, iniziavano a cadere sulla città i colpi delle artiglierie, e colpi dietro colpi distruggevano case e seminavano morte e terrore.

Alcuni cittadini dopo l'allarme scendevano subito nei rifugi; una esperienza terribile. Anziani e bambini piangenti che ammorbavano la poca aria che c'era dentro quei cunicoli sottoterra.
Altri come noi, solo dopo il primo colpo che sentivamo all'inizio della serata, scendevamo nella massicce e capaci cantine di Palazzo Mezzanotte. Spesso per passarci l'intera notte, dormendo per terra su giacigli di fortuna.
Fin quando una sera, il frastuono della cannonata al primo colpo fu molto vicino; infatti la bomba colpì la cattedrale nella parte absidale. Noi (nel soggiorno, stavamo cuocendo sul focolare in un tegame, peperoni secchi con uova - certe cose restano impresse nel cervello a fuoco!!) a quel punto saltammo il mangiare, e affrettandoci, spaventati, eravamo in parte appena scesi in cantina, con mio zio attardatosi ancora sulle scale esterne, quando l'esplosione della seconda granata centrò proprio il cortile di Palazzo Mezzanotte che era quasi comunicante con casa nostra. Dopo il tremendo schianto non vedendo arrivare mio zio, mia nonna già si disperava per la sua sorte, poi fu rassicurata quando dopo alcuni interminabili minuti lui riapparve sulla porta tutto bianco perchè ricoperto di calcinacci, ma salvo.

Pur provocando un boato terrificante, la bomba non causò al palazzo Mezzanotte molti danni, perchè era piuttosto massiccio, ma casa nostra fu letteralmente scoperchiata, e dentro nelle stanze vi erano centinaia di schegge grandi come una mano, e proprio dove stavamo cucinando i peperoni c'era uno spezzone di ghisa grande come un braccio e come soffitto c'era rimasto il cielo. Se eravamo dentro e la granata cadeva più in qua di soli 8-10 metri, saremmo finiti tutti al creatore. E al creatore ci finirono quelli a 50 metri da noi, la terza o quarta granata colpì in pieno sventrandola dal tetto una casa vicina che aveva a pianterreno anche un grande magazzino di giocattoli; prese tutto fuoco; per due giorni la massa di travi, mobili e giocattoli seguitò a bruciare, pur avendola trascinata giù nella prospiciente "ripa".

 

A noi ci andò ancora bene, ma eravamo ora anche noi come tanti altri chietini senza casa.

Antistante il piazzale, davanti a noi e a Palazzo Mezzanotte, quella mezza costa verso la valle del Pescara, (la cosiddetta "ripa") non era piena di costruzioni ....come oggi.....

.....allora vi era nulla, solo campagna con molti ulivi, rarissime erano le costruzioni, e una di questa era di un agricoltore, della famiglia Di Bartolomeo....- Una sua figlia trattava articoli di terracotta al mercato in piazza san Giustino, e a lei sotto casa nostra avevamo concesso un piccolo ripostiglio-magazzino. Con la ns. casa senza soffitti furono poi gentili ad accoglierci in casa loro, e lì ci siamo appunto rifugiati per alcune sere... scendendo sempre attraverso una piccola stradina....

.... una provvidenziale casa dove poi in seguito spesso noi ci approviggionavamo, visto che lui - il Di Bartolomeo - aveva di tutto, polli, galline, uova, conigli, maiali, farina, frutta, verdura ecc. Fu la casa Di Bartolomeo ad ospitarci per il tempo necessario per rimettere a posto i tetti di casa nostra. Lui aveva tre belle figlie sui 20-25 anni. Una di queste, Ines, prese simpatia per mio zio Cesare Di Paolo, allora 30enne, la simpatia fu ricambiata, fino al punto che si fidanzarono e finita la guerra si sposarono pure; ebbero due belle figlie, Giovanna e Pinuccia, ma purtroppo mio zio morì con le bimbe ancora in tenerissima età, in seguito a un avvelenamento da piombo tipografico. Peccato che non abbiano potuto conoscere il loro papà. Io mi sono sentito quasi sempre in colpa, per aver io solo ricevuto - in 6 anni - dal loro padre non solo l'affetto ma anche l'imprinting più importante, quello della mia adolescenza, fra l'altro in condizioni drammatiche come quelle della guerra. Lui anche nel caos dei vari drammi si rivelò sempre essere un uomo intelligente, pragmatico e straordinario !!!!!!

Ho qui narrata la parte finita in bellezza e poi quella finita con un brutto destino, ma debbo qui per forza ritornare ai bombardamenti e agli incessanti colpi di artiglieria che oltre le distruzioni e il terrore seminavano a Chieti anche morti e feriti in mezzo a una popolazione che non era più solo chietina, ma vi si erano aggiunti 100.000 sfollati fatti sgombrare dai vari paesi. 100.000 !!!!!

 

Non mi risulta che nessuna città in Italia abbia subito una simile invasione. Consideriamo che Chieti aveva allora una popolazione di circa 30.000 abitanti.

 

Avevano iniziato a rifugiarsi a Chieti fra amici e parenti molti abitanti di Pescara, quando il 31 agosto avevano subìto un selvaggio bombardamento degli anglo-americani, che provocò circa 3000 morti; ci fu l'intera distruzione nel centro città (vedi l'immagine) e oltre la metà degli edifici furono resi inagibili.

Fu quella una tragica giornata di agosto. Era martedì 31, ore 13,20; la spiaggia era affollata di bagnanti, i bambini giocavano felici al sole di agosto, e anche noi stavamo finendo le vacanze di agosto a Francavilla, quando all'improvviso dal mare un rumore sordo di aerei, tanti aerei sorvolarono Francavilla - 46 bombardieri salvator (sic!) - e subito dopo a 5 chilometri a nord si scatenò l'inferno. Morte e devastazione sull'intera città di Pescara. Grida in ogni angolo, in mezzo al fumo e alla polvere dei palazzi crollati, pianti e un fuggi, fuggi; ma dove fuggire? Tutto il centro dalla stazione al mare era stato sventrato ed era in fiamme.
Dalle cronache pare che abbia causato 1600-1900 vittime ed altrettanti feriti.

 


Chissà quando questi piloti rientrarono alla base com'erano contenti della loro opera di morte;
"Missione compiuta" !! Infatti Radio Londra la definì una “efficace e riuscita azione di guerra; contro un importante centro strategico della costa adriatica”.


"Quanti morti? circa 2000 !!
OK OK , Olèèè "".... e chissà come brindarono.

 

(vedi l'interessante video sui bombardamenti di Pescara > > > > - http://numistoria.altervista.org/blog/?p=131



Poi si accorsero dalle foto che avevano fallito di colpire la ferrovia di Porta Nuova, lo stesso ponte ferroviario ed anche il ponte Nuovo. (come si vede nella prima foto)

 

 

E allora - se ne fregarono dell'armistizio - subito organizzarono un altro bombardamento il 14 settembre con altre distruzioni e con altri 1000-2000 morti. I dintorni di Porta Nuova e il viale dal piazzale della stazione fino al mare era tutto un cumolo di macerie. (la foto a fianco è presa davanti alla stazione).
E nella stessa stazione rimase in piedi solo un muro di un paio di metri.

 

 

Sempre sul corso Umberto, poco prima dello sbocco sul mare, non vi era rimasto in piedi un solo edificio, solo crateri, un grande slargo fatto di soli crateri, che in seguito diventò l'ampia piazza "Salotto".

 


Due inutili massacri visto che a Pescara, il 31 agosto ma anche quello del 14 Settembre, non vi erano ancora postazioni tedesche.
Il massacro del 14 settembre fu pari a quello del 31 agosto.
Gli scampati del primo bombardamento per il timore di nuove incursioni aeree avevano già abbandonato la città rifugiandosi nei dintorni; ma poi dopo l'annuncio dell' 8 settembre - come molti italiani - erano convinti che la guerra fosse finita. Del resto era stato diffuso l'armistizio, quindi, c'era ragione che i bombardamenti cessassero. Che la guerra era finita!
Quindi - chi aveva ancora in piedi qualche muro, rientrò nelle case. Inoltre molti - il giorno 14 - saputo che alla stazione vi erano arrivati vagoni merci pieni di alimentari, l'assaltarono, ognuno cercando di portarsi a casa qualcosa. Fu fatale. Il secondo bombardamento - proprio sulla stazione - fece scempio dei pescaresi.

Già a partire dal 9 settembre - i tedeschi scesi dal Brennere piombarono al centro Italia e soprattutto sul centro nevralgico dell'Adriatico, occupando il 12 settembre proprio Pescara e Chieti dove qui poi misero il Comando a Palazzo Mezzanotte.

L'occupazione di Pescara da parte dei tedeschi, dagli anglo-americani era ben prevista; sapevano prima ancora dell'8 settembre, che al Brennero erano pronte 22 divisione corazzate di Hitler - fatte rientrare dalla Russia - alla guida di Rommel pronte ad invadere l'Italia in caso di tradimento. Ed infatti - come detto sopra - questo poi accadde: il 9 settembre sera ci fu l'invasione dell'Italia e il 12 settembre erano scesi a sud e veniva occupata anche Pescara e Chieti.
Questo allarmò gli anglo-americani; un altro stormo di una trentina di B-24 Liberator furono incaricati il 14 settembre di bombardare nuovamente Pescara, la sua ferrovia, i suoi ponti, il porto, la città tutta. E ne seguirono altri due di bombardamenti, il 17, e il 20 settembre. Altro che armistizio !!!!!
Obiettivo: far trovare terra bruciata al nemico; il calcolo dei morti di questi altri 3 bombardamenti, C.Colacito nel suo “Pescara durante la guerra (1943-1944)”, testimonia un numero oscillante tra le 600 e le 2000 persone.
Morti che a Pescara dagli anglo-americani era già stato cinicamente messo in conto.

Infatti questo tipo di bombardamenti avevano il solo scopo di fiaccare la resistenza delle popolazioni. Terrorizzarla e Ucciderla. Questo e altri successivi bombardamenti nessuna faccia di bronzo riuscirà a giustificare con un minimo di necessità militare. Ma "la guerra è così" - dissero - " tutte le guerre sono così, ingiustificabili".

A Settembre - quell'ambiguo comunicato di Badoglio - avrebbe dovuto nelle illusioni della gente essere la fine della guerra, il mese della pace così tanto agognata, addirittura tedeschi e italiani la sera dell'8 settembre tutti insieme paradossalmente si abbracciarono e brindarono, invece poi dopo solo qualche ora, diventò per colpa di capi inetti terrorizzati, datisi alla fuga, l'inizio di un periodo di lacrime e di morte per tutti gli italiani, per i tedeschi e anche per gli anglo-americani.
Ed era solo l'inizio. Che ebbe la sua tragica ora proprio a Chieti, il 9 settembre notte che abbiamo già raccontata sopra.

Dopo tale data, con l'insediamento del comando tedesco a Palazzo Mezzanotte a Chieti, con l'arrivo dal Brennero di molti reparti germanici, ci fu il piazzamento di molte batterie di contraerea a Chieti Scalo; due le piazzarono quasi sotto casa nostra nel piazzale sul retro del Palazzo di Giustizia. Poi moltissime altre postazioni furono allestite nella parte opposta rivolte a sud del capoluogo. Si sapeva che gli anglo-americani stavano risalendo la costa adriatica e tutti capirono che a sud di Chieti, a Ortona e sul Sangro, si sarebbe svolto uno dei più decisivi e importanti scontri e i più cruenti della guerra in Italia. (Ed infatti senza risparmio di colpi, tali furono, come in nessuna altra parte d'Italia).

I tedeschi intendevano fare di Chieti - che domina, da una parte a nord tutta la valle del Pescara e dall'altra a sud quella del Sangro - una luogo fortificato per resistere all'avanzamento sulla dorsale adriatica degli anglo-americani. Che, a solo poco più di un mese dallo sbarco in Sicilia, erano già giunti sul Sangro. Questa linea di sbarramento (da Roma, Montecassino, Ortona) fu denominata "Linea Gustav". Superarla voleva dire avere l'accesso al Nord e da Pescara anche la via di accesso ad ovest per liberare Roma. Questo era del resto l'obiettivo di Montgomery, lui voleva arrivare a Roma prima di Clark, al massimo a Natale. Purtroppo lui fu inchiodato sul Sangro e Clark a Montecassino, dai tedeschi, non certo per merito di Hitler ma solo per le qualità di uno dei suoi migliori generali: Kesserling.

Anzi, l'ostinato Hitler, proprio per voler fermare Montgomery qui sul Sangro con la "linea Gustav" commise uno dei suoi più grandi errori; che gli furono fatali !! A seguito dello sbarco degli anglo-americani in Sicilia (9 luglio '43) , Hitler prelevò alcune divisioni nella più grande battaglia di carri armati in Russia a Kurks (lasciando solo Manstein che era quasi riuscito a tener testa ai russi) per mandarle al Brennero pronte ad entrare in Italia ed inviarle una parte nella dorsale adriatica e un'altra in quella tirrenica.
Perse così in Russia; perse nella dorsale adriatica; perse in quella tirrenica; e quando poi in giugno ci fu lo sbarco in Normandia non aveva forze a sufficienza per contrastare l'invasione in Francia. Aveva inviato inutilmente 22 divisioni a logorarsi in Italia, anzi a suicidarsi lungo la penisola, ormai diventata una trappola.
Kesserling era l'unico ad avere delle idee strategiche buone in proposito, ma Hitler voleva lui comandare, fare lui lo stratega in Russia, lui il generale, in Italia, in Francia, in Africa. E i risultati del vanitoso "caporale" li abbiamo poi visti.

Dopo il rastrellamento del 10 settembre, il 27 ottobre un'altra volta l'intera città di Chieti fu bloccata da alcuni reparti tedeschi, che dopo aver piazzato mitragliatrici in quasi tutti gli angoli delle strade, fecero scattare un altro terribile rastrellamento, perquisendo tutti gli appartamenti della città, senza alcun riguardo per ospedali, chiese e conventi.
Occorrevano uomini !! Compresi i 18 enni !! (classe 1925 !). E guai a non presentarsi !!
Anche mio zio era un uomo nel mirino, lui non era uno di quelli che aveva abbandonato l'esercito, lui era stato esentato fin dall'inizio dal richiamo alle armi perchè unico figlio maschio di una famiglia con padre e madre anziani e 2 femmine in famiglia. Ma anche lui - pur lavorando in tipografia a fare i vari manifesti (e stampò proprio lui quello piuttosto esplicito) - temeva di essere catturato visto che i tedeschi avevano sempre bisogno di uomini validi per i lavori vari nella difesa, nelle trincee, ecc. ecc. E lui aveva 30 anni, ed era un uomo ben piantato.

La soluzione quel fatidico giorno 27 e seguenti la trovammo, facendolo entrare dentro un piccolo ripostiglio di 4mq situato dietro la stanza matrimoniale dei miei nonni (dove prima c'era la radio dei tedeschi) che paradossalmente confinava con il muro divisorio di palazzo Mezzanotte dove c'era proprio il comando tedesco. Non vi era posto più sicuro in tutta Chieti. Mettevamo davanti alla piccola porticina gli ampi capoletti del letto matrimoniale e lì dentro mio zio viveva. Poi per paura che io ai perquisitori nell'emozione dicessi involontariamente qualcosa di sbagliato o compromettente (ed era purtroppo già accaduto) decisero di rinchiudermi con mio zio.
Ci venne il cuore in gola ad entrambi, quando sentimmo i pesanti passi dei perquisitori
nel pavimento di legno dentro la stanza da letto.

Passata dopo alcuni giorni questa burrasca delle perquisizioni, lo zio trovò un banale stratagemma, si stampò in tipografia un fac-simile referto medico-ospedaliero, prese una vecchia gamba di gesso (usata anni prima da mia nonna) se l'applicò con delle bende a una delle gambe e con una vecchia carrozzella da invalidi percorrendo tutta la quasi sempre deserta via Arcivescovado, io - bambino di 8 anni - lo sospingevo fino al retro della tipografia dove poi entrava, stampava manifesti ufficiali ma anche manifestini clandestini fino a notte tarda, poi rasentando i muri della stretta e buia via Arcivescovado lo riaccompagnavo a casa. Ci andò sempre bene.


La situzione sfollati a Chieti si aggravò il 4 novembre quando le operazioni di guerra diedero inizio al grande scontro dei tedeschi con gli anglo americani di Montgomery sulla valle del Sangro. Tutti i paesi a sud di Chieti, una ventina, furono fatti sgomberare e una colonna di profughi cominciò proprio durante i giorni di incessanti piogge di novembre, a trascinarsi come randagi verso il capoluogo. Ovviamente tutti a piedi, le donne con grandi ceste sul capo, gli uomini con grossi fagotti sulle spalle, altri con sgangherate biciclette con carrozzine sovraccariche di provviste, oppure improvvisati carrettini con sopra masserizie, ma anche anziani o bambini piccoli (tanti!) mentre quelli un po' più grandi si trascinavano nel fango piangenti dalla fame e dalla stanchezza dietro a madri che non avevano neppure gli occhi per piangere. E c'era da piangere anche noi solo a vederli.

(guardate sotto, oggi in TV i profughi che fuggono dalle guerre, ma a Chieti fu ..... peggio,
si mossero verso la città contemporaneamente 100.000 persone).



Alcuni si portavano dietro ceste con dentro qualche gallina, altri si trascinavano dietro qualche pecora o capra, che misero poi nei cortili o dentro gli androni delle case ospitanti. Orti o giardini nella Chieti urbana non ne esistono, quindi possiamo immaginare il disagio di chi generosamente li ospitava. Ma era anche per gli ospitanti - almeno per i primi giorni - una occasione per mangiare qualcosa di cui si aveva solo più il ricordo.

Da un verso o dall'altro per salire a Chieti dai vari paesi Tollo, Francavilla, Orsogna, Fara, San Vito, Lanciano e molti altri, bisogna fare molti chilometri - dai 5 ai 10 - oltre ad esserci delle grandi salite; non tutti in quelle critiche condizione riuscirono ad arrivare a Chieti, molti anziani morirono per la strada e furono addirittura seppelliti lungo i cigli delle stesse.
Altri pur con tutta la buona volontà e la forza della disperazione dovettero abbandonare lungo la strada carretti pieni di bagagli, di masserizie, o le varie provviste che si erano portati inutilmente dietro.
Quelli che nonostante tutto giunsero a Chieti furono ospitati da parenti, anche da lontani parenti o da conoscenti di recente o di antica data. Altri trovarono rifugio nei più disparati luoghi dormendo anche per terra nei sottoscala (noi nella nostra ne avevamo 6) oppure nelle umide cantine, sotto qualche portico riparato, nelle chiese, nei seminari, nei conventi ecc.
Mentre l'inverno incombeva.

Altro che profughi che vediamo oggi in TV, In una sola città come Chieti, giunsero 100.000 disperati profughi !!!

Chieti a quel punto si dimostrò generosa fino all'inverosimile. La città contava allora 30.000 abitanti, da due anni tutti avevano la tessera annonaria per campare, a quei tempi non vi erano altre risorse, eppure i primi 75.000 sfollati (ma un mese dopo, a dicembre. erano già diventati 100.000) riuscirono a ottenere dai chietini un pezzo di pane e un rifugio caldo.
"Caldo"
... si fa per dire, quasi più nessuno a Chieti aveva il riscaldamento in casa, il carbone era introvabile e la legna per i camini-focolari era un oggetto prezioso; nei dintorni, perfino nella Villa alle piante ad altezza d'uomo non vi era un solo ramo, i notturni cacciatori di legna e di fascine le avevano rese nude come pali telegrafici.

Questo fino al 1945

*** LEGNA DA ARDERE - Roma, 22 Febbraio 1945- L'azienda di servizi annonari comunica che presso il competente di via degli Argonauti sono in vendita quantitativi di legna da ardere di essenza forte. Chiunque può acquistare detto combustibile, che sarà ceduto, franco mercato, a L. 340 al quintale. (Comunicato Ansa 22 febbraio 1945, ore 18.30).
Prima esisteva una carta annonaria, "tessera legna", che prevedeva la distribuzione di 2 quintali per famiglia al mese.
340 lire nel '45 corrispondeva alla paga giornaliera di un comune lavoratore.
E come sapete (o no?) due quintale li si consuma in tre-quattro giorni.



Il palazzo dell'ex Podestà (fascista ma con un grande cuore) era sempre sotto pressione per richieste di aiuto, di coperte, di pagliericci da mettere a terra dove capitava, nelle chiese, nelle canoniche, nell'arcivescovado, e come detto perfino nelle cantine. Ma soprattutto c'erano richieste di generi alimentari, in primis pane e latte per i bambini. Mio zio stampò e il Comune rilasciò altre 52.000 tessere alimentari (erano prima 24.000). Ma bisognava farne richiesta in Comune e non tutti le richiedevano perchè bisognava dare le proprie generalità e indirizzo, e molti (c.a. 50.000) avevano paura di essere poi rintracciati e fatti allontanare con un foglio di via.

E come facevano allora a campare 100.000 sfollati ? C'ERANO I CHIETINI !!!!
E ovviamente non c'erano ancora in giro dei "Salvini" (lui agli sfollati avrebbe perfino bucato le gomme delle biciclette ancora prima di partire).

Noi stessi dopo aver rimesso a posto il tetto, ospitammo 6 lontanissimi parenti di Tollo, un paese che era sulla linea di demarcazione tedesca-anglo-americana, dove dicevano sarebbe stata rasa al suolo (questa sorte toccò poi a Orsogna, dove nemmeno una casa rimase in piedi).
In città non vi era chietino che non avesse in casa qualche sfollato. La nostra vicina, la padrona del Palazzo Mezzanotte, la N.D. Maria, ospitava una consistente folla di profughi; la chiamavano tutti - per la sua ospitalità, generosità e solidarietà - la "madonna delle grazie". Correva a destra e sinistra, sotto e sopra, non faceva mancare nulla soprattutto a donne e bambini. Nobil Donna di nome e di fatto. Ne ospitava a decine e decine nei locali del palazzo lasciati liberi dai tedeschi, e cosi aveva fatto anche al seminario l'arcivescovo Venturi, di cui parleremo più avanti.

Dicevo la generosità dei chietini. Un certo giorno di dicembre, con il freddo incombente e una caduta di neve eccezionale (50cm) , fu presa una iniziativa e organizzata una raccolta di indumenti di ogni genere, ma anche di viveri allora introvabili, quali zucchero, carne, olio, farina. E qualche soldo chi lo poteva dare.
Ebbene, mai vi fu tanta gioia, tanti buon cuori, tanto impeto nel donare; si ebbe un riscontro solidale incredibile. Da banche, negozianti, comuni cittadini, ci fu una montagna di donazioni che resero tutti i chietini dei benemeriti, ma che dico, dei "nobili" quanto a solidarietà, da medaglia d'oro da appendergli non solo sul gonfalone, ma ad ognuno sul petto.
Ecco perchè l' ho titolata questa pagina "Epopea di una città". Perchè si sono svolti una serie di... fatti eroici, degni di un poema tragico. E fra questi fatti eroici, uno brillerà in particolare per sempre: aver ospitato e dato da mangiare a 100.000 persone disperate che si erano rifugiate a Chieti.
Nessuna altra città ha questo primato di solidarietà. Chieti è stata una città unica !! Di tutti i tempi, nell'intera storia d'Italia.
Una città, già con il tesseramento, già essa stessa affamata dalla guerra, sfamava 100.000 persone che stavano però peggio.

Una vera città dall'imprinting greco (non per nulla ha 3000 anni ! ), una polis che ha il carattere prevalentemente sociale come del resto dovrebbe essere - e ha dimostrato di essere - la comunità di questa città. Non votata all'estensione, alla monumentalità, alla grandezza, o peggio ancora alle ciminiere, ma un raggruppamento funzionale organizzato intorno ad un centro, all'interno di un piccolo perimetro sufficiente a rispondere ai bisogni di tutta la comunità. E che comunità !! A me la popolazione di Chieti mi dava sempre l'impressione di essere un luogo dove viveva una grande gioiosa famiglia, dove tutti erano fratelli, nonni, sorelle, zii e zie.
Anche la stessa intensa partecipazione alla vita religiosa della comunità - come la ultra secolare processione del Venerdì Santo - il singolo cittadino - anche se é ateo - si esprime e contribuisce
in misura non inferiore alle forme prettamente politiche e religiose a rinsaldare fortemente il senso di appartenenza al legame di questa singolare comunità socialmente coesa.
Così coesa che facevano a gara ad aiutare chi aveva bisogno anche se questi erano 100.000 !!!!!

E quanti ragazzini !! Senza scuola, sradicati dal loro territorio, ospitanti precari, sempre sulla strada, erano diventati tutti degli sbandati, dei solitari, e sempre col viso triste ancor più dei genitori. Io allora ero già un "capo banda" dei ragazzini di Piazza Grande, ma a quel punto mi improvvisai "generale", così riuscii a riunirli, ad aggregarli, a improvvisare mille giochi per tenerli occupati, a leggergli i giornalini per ore e ore. Poi all'Ave Maria me li portavo tutti alla funzione serale nella cripta di San Giustino (dov'ero di casa, era la mia seconda casa!! ) e lì, dentro nel vano dell'organo li coinvolgevo tutti nel coro. Abbiamo fatto per molte sere delle funzioni molto speciali, perchè in mezzo a loro scoprivamo delle voci bianche stupende, soprattutto negli assoli del rosario cantato (un idea di Venturi) . Ce ne capitò uno, che quando ci cantava l'Ave Maria, faceva venire i brividi a tutti. I parrocchiani dicevano che era un angioletto mandato giù da san Giustino a consolarci.

E a proposito di cantanti, sotto casa mia, nella casa a fianco, al n.8 dove allora c'era una osteria, con altri fuggiaschi era giunto con la famiglia piuttosto numerosa (più di una ventina e anche di più, tutti sfollati da Foggia), con un ragazzino di circa 7 anni di nome Lorenzo; qualche volta giocavamo insieme davanti casa ma più spesso in piazza grande; io nella mia banda dato che avevamo già un Renzo, essendo lui più piccolo lo chiamavo Renzino. Molti anni dopo ho saputo che a quel ragazzino, diventato famoso, a Chieti recentemente nel corso di una sua visita gli hanno fatto tante... tante tante feste. Gli hanno dato perfino la Cittadinanza onoraria. Non so per quale motivo, ma forse ... solo perchè oggi lui é famoso.
Quel Renzino era RENZO ARBORE. Un ex sfollato a Chieti, proprio in via Arcivescovado 8.
Ho - qualche anno fa - provato a scrivergli per condividere qualche ricordo di "quella vita", se si ricordava di me, ma non ho avuto il piacere di ricevere risposta. Avrà altro da fare!


Anch'io pochi anni fa, da anziano, sono ritornato a Chieti; ma parlando con alcuni giovani questi sapevano poco o nulla di quel dramma del '43-'44; parlando con quelli più maturi - sì, avevano sentito solo raccontare appena qualcosa- ; mentre parlando con quelli della mia età, questi avevano rimosso tutti quei brutti ricordi adolescenziali, non volevano parlarne e nemmeno ricordarli, altro che feste!!
I primi non avevano alcuna memoria storica, i secondi avevano persa anche quella poca appresa dai familiari, i terzi (come vergognandosi) la rinnegavano perchè disturbava la loro coscienza.

Allora? tutto da dimenticare ? Per me non è possibile !! Con figli e nipoti si sta forse zitti, perchè altrimenti si rompe il loro "mondo magico" del consumismo attuale; ma quando si vede lo spreco, vengono prepotentemente sempre in mente quei tristi giorni. Impossibile dimenticare. Anch' io prima della guerra vivevo nella bambagia, poi fu tutto diverso, tutto drammaticamente diverso. Una semplice fetta di pane con su un po' del rarissimo olio di oliva e due foglòie di basilico era il costante mio desiderio quotidiano e lo era anche per tutti i miei sempre affamati coetanei.

Questo fino al 1945

*** "DUE DECILITRI D'OLIO - Roma, 6 Aprile 1945 - La Sepral comunica: i normali consumatori potranno prelevare dal 10 al 25 corrente due decilitri di olio a persona presso gli esercenti scelti con la prenotazione effettuata per il quadrimestre novembre-febbraio" (Comunicato ANSA. 6 Aprile 1945 ore 13.25)
2 dcl di olio !!! - per un quadrimestre !!
Molto spesso l'olio non c'era e veniva sostituita con strutto o lardo. Il prezzo ufficiale era di 30 £ al litro, ma non c'era.
Alla borsa nera quotava circa 400-500 al litro.

 

Forse Arbore e quegli anziani avevano ragione a non voler ricordare, perchè anni fa anch'io camminando solo soletto per via Arcivescovado nel rammentare quei giorni mi sentivo dei fastidiosi groppi in gola, mi veniva da piangere. E non essendo io famoso come l'altro, nel rammentare quegli anni - nè i giovani, nè i maturi, ne gli anziani - non mi facevano di sicuro feste, anzi cambiavano discorso o scantonavano subito, perchè di quel passato non volevano più saperne. Come se fossero loro i responsabili di quelle sofferenze. E pensare che io anni dopo nel ritornare a Chieti avrei voluto abbracciarli tutti quei chietini, considerati da me come fratelli e sorelle della mia adolescenza. Peccato!!
Una delusione che proverò ancora in un modo più marcato nel 2014 quando ebbi l'infelice idea di voler essere presente nel 70° anniversario della liberazione. Che tristezza !!!

Ma si può vivere bene così nel voler mettere la testa sotto la sabbia? Scrivendo costoro un giorno la storia della loro vita, se prima non l'hanno appresa con le esperienze dei loro padri, cosa mai scriveranno? che erano impegnati solo per quell'unico godimento che è la vanità, che hanno (lo diranno ai loro figli?) lottato (sic!) solo per il vile denaro per "acquistare" solo la stima materiale altrui, oltre che per il mangiare, bere, dormire. E' questo è vivere? Questo è il nulla.
Si può anche - spesso è salutare - avere fede solo in se stessi, ma se in questa fede c'è solo il nulla, una fede del nulla non può esistere.

Si dice che i ricordi e le esperienze negative sono distruttive, non costruttive, ma io penso che più si riesce a guardare indietro nelle brutte esperienze, più si riesce meglio a proporsi di vivere fantasie migliori, magari solo da immaginare, e se pur immaginate sono senza dubbio più salutari che non fissare troppo lo sguardo su realtà che ci avevano angosciato molto.
Io ho fatto così. Capisco che c'è chi riesce a cancellare episodi spiacevoli e chi no, ma l'importante è dare il giusto peso alle cose di ieri senza temere di farsi opprimere l'oggi.
Se non sai quello che è stato, da dove viene tutto quello che c'è, non puoi trovare te stesso e costruire il futuro che ti viene incontro. Io oggi di quel tempo non proprio bello non ho - di certo - nulla da rimpiangere, anzi quei brutti momenti storici che mi hanno spesse volte profondamente turbato, mi piacerebbe poter dire: io non c'ero. Nè mi basterebbe solo dire alla Arbore "Meditate, gente! Meditate!".

Ma purtroppo c'ero, ma non me la sono presa più di tanto. Anzi in quei tempi bui, io bambino-ragazzino (senza la macchina educativa tradizionale, e solo con la curiosità di bambino - per mia fortuna ) ho acquisito cos'è la realtà della vita, scoperto le interazioni reali dell'individuo, non ho interagito con degli schermi Tv, o come fanno oggi i giovani con la rete o i social network che - sì sono connessi col mondo - ma di fatto negano "la realtà"; io ho invece toccato, annusato, afferrato, maneggiato, visto, sentito, patito, gioito, pianto: ho insomma imparato realmente che cosa è il mondo e la vita. E soprattutto ho imparato a vivere l'istante anche se sai che può durare poco. Ma se è bello, te lo godi tutto pienamente standoci dentro; ma anche se è brutto - come dopo un bombardamento - se sei uscito vivo, hai coscienza che l'istante brutto è passato e anche qui ti godi pienamente l'attimo vivo del presente.

Con quelle esperienze e i conseguenti successivi processi mentali, da allora per me il mondo è poi stato sempre un grande e bellissimo spettacolo, questo perchè dopo aver visto simili "campi di battaglie", dopo non mi ha impressionato più nulla, nè mi sono mai tirato indietro nelle "battaglie" della mia vita per superare le difficoltà, per far in modo di renderla costruttiva, interessante e piacevole. E sempre con un pizzico di ponderato ottimismo, di cui la "Dea Fortuna" quando ti è vicina ha sempre un necessario bisogno per esprimersi. Da sola la "fortuna" non va da nessuna parte.
Del resto nelle situazioni dolorose della vita é il modo in cui le affronti che ti permette di uscirne vivo.

Tutti quei piaceri che mi erano stati negati da piccolo, via via crescendo scoprii che se volevo erano disponibili, e per averli bastava guardare avanti e lottare, senza (però) mai dimenticare quel passato fatto di tanti desideri insoddisfatti. Così - ovviamente - ogni cosa mi è parsa poi sempre più bella, ogni esperienza più piacevole; nelle battaglie della mia vita ho potuto cogliere tante piacevoli vittorie. Nello scalare le mie montagne - soprattutto a rocciare guardavo e puntavo sempre alla vetta, non mi fermavo di certo a metà per paura di precipitare; nel tuffarmi da un aereo guardavo e puntavo a terra; in questo agire attivo non mi servivono dispute accademiche sui timori dell'osare. Osavo anch'io ma ponderavo e avevo accanto a me sempre l'ottimismo. Sempre!!! Una grande fede nell'ottimismo !!! Anche nell'imponderabile, che spesso è dietro l'angolo nel corso dei nostri precari 1000 mesi di vita (quando ci va bene).


15 anni fa mi diagnosticarono un brutto tumore, dissero che era in stato avanzato. Non mi disperai. Interpellati alcuni primari; c'era chi mi diceva di fare lunghe cure con la chemio, altri che ero troppo anziano per essere operato. Ne trovai uno bravissimo con già alle spalle 1200 operazioni, e fu con me molto realistico. Non mi nascose il rischio, ma disse "bisogna subito operare, ma bisogna andare dentro a vedere a cielo aperto con un bel taglio di quaranta centimetri dall'inguine allo stomaco; purtroppo sono impegnato con altre operazioni per i prossimi due mesi; ma avrei un giorno libero la prossima settimana, un venerdì 17, giorno che nessuno per scaramanzia vuole farsi operare".
Io non ci pensai due volte "professore sono uscito vivo da sotto i bombardamenti anche di venerdì 17, uscirò vivo anche dalla sala operatoria. Vada per venerdì 17 ". E così fu, dopo quattro giorni e dopo 6 ore sotto i ferri dalla sala ci uscii vivo e pimpante. Oggi quel cancro è più solo un brutto ricordo di 15 anni fa.

Certe vittorie si ottengono quindi anche con l'ottimismo; con esso poi certo si lotta anche, con la volontà, ma senza andare allo sbaraglio, lo si fa con una volontà equilibrata, che è poi efficace nel voler agire. Non caparbietà che è una forma cieca e ridicola dove si infrangono tutti i ragionamenti, ma si agisce con la ponderatezza, che è poi il buon senso. La persona ponderata, prima di agire, misura, calcola, esamina il pro e il contro di ogni cosa, poi decide e si muove; chi invece riceve tutto senza lottare e competere non solo poi fa passi incerti e falsi, ma diventa un pessimista passivo, un nulla, un parassita, un essere sterile per il suo e per il nostro mondo. E non credo proprio che costui - così demotivato - possa vivere soddifatto di se'.

E il mondo nemmeno!! Solo gli animali non hanno bisogno di ricordare il loro passato, ne' sanno cos'è il futuro. Mentre quest'ultimo assieme al presente noi lo sappiamo, perchè è l'eco e la propagazione di un passato. Un proverbio dice che l'oggi non è solo figlio di ieri, ma é anche il padre di domani.
E un'altro dice "Un popolo che non sa da dove viene, non sa neppure dove va". E in questi ultimi tempi travagliati si nota mancanza di sapere del "prima di noi" e nel contempo (soprattutto nelle giovani generazioni) mancanza del destino "futuro", il "dopo di noi" é incerto, molto incerto.
Molti hanno già il destino segnato fatto con le proprie mani; ma ricordiamoci che solo con queste si possono fare molte cose. Un maestro Zen diceva "per spostare il corso di un fiume ribelle basta con la pazienza spostare i macigni".

Alla nascita all'elettroencefalogramma il nostro recente cervello è piatto, ogni nostro neurone nella neocorteccia non ha dentro nulla. E se non gli procuriamo informazioni (conoscenze) resta piatto per tutto il resto della vita, al massimo per vivere e belare avrà usato solo quelli residenti nell'amigdala, che gli dicono di mangiare, bere, dormire, accoppiarsi. Ed è veramente un po' poco per uno che va dicendo in giro di essere un " essere superiore " .
Poi ci meravigliamo che esistono degli inetti, che alcune volte diventano pure mostri! Più belve degli animali stessi.

Dovevano essere vissuti così quegli "esseri superiori", che bombardavano e mitragliavano i bambini come me a Chieti. Erano nati, avevano ricevuto il biberon, le mille carezze e attenzioni da una mamma, erano andati all'asilo, a scuola, erano vissuti in mezzo a esseri umani che avevano alcune volte acquisito gioie ma anche sofferte esperienze, e che - ascoltandoli - avrebbero potuto scambiare con loro nuove rappresentazioni mentali, dove avrebbero così potuto elaborare in meglio le informazioni culturali ed etiche che ricevevano. Avevano alle spalle già una scellerata guerra, dove degli sciagurati avevano pagato caro il loro "viva la guerra!" e il dannunziano invito alle "radiose giornate di maggio".
Macchè, pur con quella brutta esperienza, anche quelli della generazione successiva, rimasero fermi al primo gradino dell' evoluzione, con alcuni di essi pieni di se', convinti che il loro mezzo chiletto di cultura assimilata nei banchi di scuola li rendeva "esseri superiori". Guardate poi come finirono...congelati in Russia, arrostiti in Africa, morti di fame nei campi di concentramento o tornati dalle prigionia invalidi o come spettri nelle loro case distrutte.
A rileggere i vari proclami ("vincere e vinceremo"! "ciao bella biondina vado vinco e torno") mi sembra una generazione pari a quella di oggi che con un I-pad perennemente in mano, campano; per loro è sufficiente vivere e pascolare giulivi come pecore.
Poi eccoli li - un bel giorno - trasformati in mostri a buttare giù bombe e fare 2-3000 morti come a Pescara. Oppure eccolo lì il letterato tenentino "uomo superiore" con cinismo a dare il colpo di grazia a un suo simile; eccoli tutti lì ad essere solo degli zombi, incoscienti, protagonisti di tragedie.

 

TORNIAMO A CHIETI
.........................................................continua > > > >