8 SETTEMBRE
L'AMBIGUO ARMISTIZIO
LA RESA E LA FUGA
(Chieti "CITTA' APERTA" ......un inferno - IO C'ERO > > > > > > )

Eppure, cosi' nel 1939 aveva parlato il Re....

"Nessun dubbio sfiora la mia mente....."

Re d'Italia

(richiede plug-in RealAudio® o RealPlayer®)

(SUO NONNO, VITTORIO EMANUELE II, NEL 1859)
"La mia sorte è congiunta a quella del popolo italiano; possiamo soccombere, tradire mai!
I Solferino e San Martino, riscattano tal volta le Novara e Waterloo, ma le apostasie dei Principi sono irreparabili. Io potrò dunque restar solo nella grande lotta in cui la M. V. aveva cominciato per darmi la mano: ma resterò. Perocché se la M. V., forte dell’ammirazione del suo popolo, non ha nulla a fare per la riconoscenza della simpatia dell’alleanza del popolo italiano, io sono commosso nel profondo dell’anima mia dalla fede, dall’amore che questo nobile e sventurato popolo ha in me riposto; e piuttosto che venirgli meno, spezzo la mia spada e getto la mia corona come il mio augusto genitore")

 

Avevamo lasciato Re, Generali e Badoglio a Roma, tutti rosi dal dubbio di cosa sarebbe accaduto alla lettura in radio del comunicato della resa.

8 SETTEMBRE(ore 9)- Il Re riceve l'ambasciatore tedesco RUDOLF RAHN. Hitler vuole sapere cosa bolla in pentola, ma il re VITTORIO EMANUELE III, gli ribadisce la fedeltà e la lealtà nei confronti dell'alleato (dà una parola d'onore falsa, che durerà meno di 10 ore)
"Dica al Furher che l'Italia non capitolerà mai, 
è legata alla Germania per la vita e per la morte" 

(Ma il giorno 3 settembre il "tradimento" era già stato consumato. Considerato "tradimento" perchè l'Italia "dimenticò" di dichiarare guerra alla Germania (che era giuridicamente sua alleata).
(tutte le vittime dei bombardamenti nelle città che continuarono dal 3 fino al 9 settembre morirono sotto le bombe "amiche", come a Frascati).
Badoglio intanto si era premunito, e aveva spedito figlia e nuora due giorni prima a Losanna.
Il testo sotto l'immagine: "La figlia e la nuora del Maresciallo Badoglio a passeggio in una via di Losanna, dove, come risulta dai giornali svizzeri, sono arrivate, direttamente dall'Italia, fin da martediì 7 settembre, cioè esattamente un giorno prima che il Popolo Italiano avesse notizia della capitolazione".

Risulta inoltre agli atti del processo al governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini, celebrato nel dicembre del '44, che Badoglio durante il suo governo abbia ritirato "in quattro distinti prelevamenti gran parte dei 24 milioni depositati dalla presidenza del Consiglio"; somma che era a disposizione dell'ex capo del governo Mussolini, senza che ne dovesse rispondere a chicchessia. I primi due prelievi finirono anch'essi in Svizzera, gli ultimi due non si sa quale destinazione presero, o meglio lo si intuisce da un documento eccezionale. Durante l'agitata notte tra l'8 e il 9 settembre, quando era stato deciso la fuga e l'abbandono di Roma, Badoglio fu visto che aveva con se una valigetta, che andò "misteriosamente perduta". (Chi ci vuol credere è libero di farlo).

Del contenuto sarà lo stesso Badoglio a fornire più tardi in una lettera autografa scritta a Bonomi, il 12 giugno 1944. "Quella sera io avevo con me una valigia contenente oltre le mie sostanze anche le seguenti somme dello Stato: 10 milioni di lire italiane, 800.000 Franchi svizzeri in contanti e un vaglia di 200.000 sempre in Franchi svizzeri. Nella confusione della partenza io ho dimenticato la valigetta. Che per fortuna fu ritirata da mio figlio Mario, disgraziatamente rimasto a Roma e in seguito catturato. Nel frattempo queste somme in gran parte erano state spese in sussidi ai profughi e ai partigiani come io stesso avevo fatto arrivare l'ordine a mio figlio. Io Chiedo al governo che sia atteso il ritorno di prigionia di mio figlio per avere dati più sicuri e una documentazione approssimativa dell'impiego di detto denaro".
Ma sembra che nessuna spiegazione fu invece fornita nè al ritorno di Mario, né mai. E sappiamo da Badoglio (ma lo disse solo lui) che aiutò i partigiani. Ma quali? Nessuno ha mai ammesso e riferito di aver ricevuto denari da Badoglio.

Ma c'è dell'altro. Di tutto il maneggio dell'armistizio il Paese non seppe nulla. Ma non è che era un segreto la firma del 3 settembre. Molti che non avevano bisogno di esserlo vennero informati.
Nulla seppero invece i menbri del Consiglio dei Ministri. Badoglio informò de Courten e Sandalli, ma non Sorice. Badoglio mandò figlia e nuora in Svizzera ma si "dimenticò" di mettere in salvo l'intera riserva aurea custodita nella Banca d' Italia in via Nazionale: 118 tonnellate di oro, che pochi giorni dopo - il 20 settembre- furono prelevate dai tedeschi e presero una misteriosa destinazione.

Nessuna comunicazione fu fatta agli alti comandi militari periferici. Attilio Tamaro (nell'opera più volte qui citata) afferma di aver incontrato Asquini il 4, ed ebbe da lui come sicura la notizia, che il dì precedente era stato firmato l'armistizio. Bonomi dice di essere stato informato dal colonnello Rusca, dal generale Zanussi e da un'altra personalità. Benedetto Croce (Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 5) afferma che ricevette la notizia attraverso la Banca Commerciale: il che è molto grave, poiché si vede che quella Banca (fondata dai tedeschi !!) ebbe il privilegio di conoscere i segreti di Stato e di provvedere sulla loro base e a tempo le opportune operazioni finanziarie, connesse a così grave avvenimento.
Informatissimo lo era anche il generale Ambrosio, il Capo di Stato Maggiore, che il giorno martedi 7 settembre non era a Roma alla vigilia di quella che già per molti (banche comprese, come abbiamo visto) era la sventura che si stava abbattendo sull'Italia; ma era a Torino, per mettere al sicuro i preziosi mobili e quadri di casa sua. Nella stessa sera a notte fonda, a Roma giungeva il generale Maxwell Taylor per esaminare con i generali dello Stato Maggiore e con Badoglio le condizioni dell'aviosbarco e le misure da prendere per renderne possibile l'esecuzione. Mentre già al largo di Salerno si stavano concentrando i mezzi da sbarco.

8 SETTEMBRE (ore 17,30) Radio Algeri - prima al mondo - trasmette il testo dell'Armistizio alla radio.
"Qui è il gen. Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”.

A Berlino apprendono e chiedono notizie a Roma; Vogliono conferma da Rahn. Ma non è nemmeno necessaria la sua risposta, alla stessa ora un flash della Reuter rende pubblico il testo di Eisenhower in tutto il mondo.

L'arrivo della notizia a Roma ha del comico. Mentre in tutto il mondo va in radio il comunicato, Eisenhower poche ore prima aveva inviato allo Stato Maggiore italiano
un fono cifrato con il testo della resa; ma dopo un'ora non era stato ancora decifrato, fin quando nella sala di riunione presente il Re, entrò un giovane maggiore, Marchesi,  che gelò il sangue ai presenti, "mi riferiscono che da oltre un'ora il comunicato di Eisenhower  è già stato letto alla radio". Quindi la resa dell'Italia la conoscono già in tutto il mondo.
 
Il Re e Badoglio devono sostenere l'infuriato assalto di Rahn. Ora non ci sono più dubbi del comportamento dell'Italia. Rhan  nell'informare Hitler e Goebbels si sfoga: "é tradimento",  e la stessa frase la ripete ai presenti con Ambrosio che fa l'offeso, ma lui precisa "non dico del popolo italiano, ma chi lo comanda". (Il Re?, Badoglio? O chi? )

"NON DICO DEL POPOLO ITALIANO MA CHI LO COMANDA"!!

Mentre Hitler, nel suo bunker commenta "da "questi" italiani me l'aspettavo".
Qualcosa Hitler sapeva da tempo, e temeva che le divisioni dell'esercito italiano avrebbero disarmato le sue uniche 2 divisioni tedesche presenti in Italia: la 3a Panzerdivision corazzata a nord di Roma, la "Fallshirmdivision a sud, e un battaglione di paracadustisti appena giunto dalla Francia in Italia ed erano accasermati alla meglio sul litorale. Poca cosa insomma.
KESSELRING (lo racconta lui nelle sue memorie) alle 3 di notte dello stesso giorno ricevette un fono da Hitler. "Tieniti pronto a rientrare, dall'Italia smobilitiamo, e arretriamo, non voglio farmi prendere in trappola." (ritorna valido il piano di Rommel, che era quello di fortificarsi sulla "Linea Gotica".
Questo perché Hitler non sa ancora cosa sta succedendo a Roma. KESSELRING neppure, ma temporeggia. (E chissà perché). Sa benissimo che il piano Alarico al Brennero è pronto, ma nel piano non è mica stato previsto di oltrepassare la linea appenninica tosco-emilana. Apprendendo anche lui dalla radio la resa, tuttavia risponde Achse, parola in codice che dovrebbe far scattare il "Piano Alarico" preparato dall'OKW da tempo". (che voleva dire occupare l'Italia settentrionale, disarmarne l'esercito, e affondare le navi italiane, se necessario a cannonate - Quello che poi avvenne a Trieste).

A torto o a ragione poco importa (lasciamolo alle varie interpretazioni degli italiani dei due schieramenti), i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio "atto di tradimento". Il paradosso che si veniva a creare era il seguente: che l'Italia meridionale era in mano del nuovo "ex nemico anglo-americano" ma non belligerante contro l'"ex amico del tedesco"  (perchè l'Italia era disarmata); mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato tedesco non ancora "nemico", e quindi insieme vera forza belligerante contro l'altra metà dell'Italia e contro gli anglo-americani.
(ricordiamoci che nessuno delle due Italie del resto, e tantomeno quella del Sud, aveva dichiarato guerra alla Germania! Badoglio e il re si ricordarono di farlo il 13 ottobre. Dall'8 settembre, per 35 giorni, sotto il profilo giuridico, l'Italia aveva rivolto le sue armi contro il suo stesso alleato. E da quando esistono le guerre, questo è "tradimento".

Ammettiamo pure che l'allontanamento del Re e di Badoglio capo del Governo, anche se era un errore, era naturale e necessaria. Ma è il modo in cui fu eseguito, all'ultimissimo momento, alla fuggiasca, trascinandosi dietro un codazzo di generali, lasciando così tutti senza avvisi e senza ordini. Fu questo che diede a quello che era forse un atto necessario, l'aspetto di una fuga vergognosa.

L'errore (o la vergogna) più macroscopico fu quello di partrire rompendo tutti i collegamenti coi comandi periferici e con quelli fuori della frontiera, proprio in un momento in cui l'averlo strettamente in mano rappresentava, se non la salvezza, certo l'unico mezzo per coordinare un'azione di resistenza, per impedire il caos, e non ultimo per tenere alto il morale.

Alcuni storici ribaltando la situazione del "tradimento", hanno fatto affermazioni che sono piuttosto frutto di congetture e non risultanze documentali; che cioè i tedeschi, non volendo trasferire da Livorno al Sud alcune truppe (avrebbero dovuto smobilitare la Toscana), per primi erano stati loro a "barare abilmente", e non mantenendo fede ai patti, i primi a tradire erano stati loro.
Si vuole qui confondere il disegno strategico tedesco con l'ipocrisia italiana. I tedeschi avevano tutte le ragioni di non spostare le truppe che erano presenti in Toscana, perchè queste dovevano far fronte alle diverse azioni che gli anglo-americani potevano allora muovere dal Nord-Africa, quindi dalla Sardegna fare uno sbarco in Toscana. Hitler al Sud preferì inviare altre truppe, ma non quelle della Toscana. Ma questo l'avrebbe fatto qualsiasi modesto generale nella stessa situazione.

Quanto all'atteggiamento, nel caso che l'Italia avesse abbandonato la Germania per unirsi agli Anglo-americani, Hitler era deciso a riservare all'ex alleato la stessa politica che Churchill aveva adottata contro la Francia dopo l'armistizio separato, l'inglese rispose facendo la guerra al governo di Petain. Mandò a distruggere la flotta francese a Mers-el-Kebir che aveva rifiutato di arrendersi; malgrado una sanguinosa resistenza s'impadronì delle navi da guerra e delle grandi navi mercantili che si trovavano nei porti inglesi, colò a picco l'incrociatore "Rigault", cannoneggiò la corazzata "Richelieu", bombardò Dakar e Marsiglia e altre città del suo ex alleato. Anche se i francesi avevano agito senza mistificazioni, e tenuto gli inglesi al corrente delle loro intenzioni.( Cfr. Thouvenin, Une annèe d'historie de France, pp.141-170)

Ma non solo i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio tradimento:
"...Altrettanto, l'opinione pubblica inglese riteneva che l'armistizio era "uno sporco tradimento nei confronti della Germania e riusciva a stento ad ammetterlo come conseguenza di un'incapacità dell'Italia a continuare la guerra". (Degli Espinosa, Il Regno del Sud, pag.48)

" Scriverà  Montanelli: "Quello che io, con la mia flebile voce, ho sempre contestato e continuo a trovare vergognoso, fu il nostro modo di arrenderci. Noi eravamo un Paese vinto, che non si batteva più nemmeno per difendere il proprio suolo. Gli anglo-americani avevano preparato lo sbarco in Sicilia come un assaggio o prova generale di quello che si apprestavano a fare in Normandia. E ad accoglierli trovarono invece della gente che gli batteva le mani e gli chiedeva scatolame, cioccolata e sigarette. Cos’altro poteva fare, se non arrendersi, il governo di un popolo che si era già arreso?
Solo che la resa potevamo farla in due modi: alle spalle e all’insaputa dell’Alleato, oppure avvertendolo che lo avremmo fatto perché non avevamo alternativa. Scegliendo la seconda strada, noi non avremmo salvato nulla, come nulla salvammo scegliendo la prima. Nulla, meno una piccola cosa, a cui noi italiani non diamo mai alcun peso: l’onore.
Vinti sì, come può capitare a qualsiasi esercito e a qualsiasi popolo. Traditori, no. Fra le tante critiche mosse al Re e a Badoglio per il modo in cui condussero quella vicenda, non viene mai citata la parola d’onore che il Maresciallo dette all’Ambasciatore di Germania il 7 settembre, quando l’armistizio di Cassibile era ormai firmato, con cui il nuovo governo attestava la sua ferma volontà di continuare a battersi.
Della nostra condizione politica e militare, nulla - intendiamoci - sarebbe cambiato. I tedeschi avrebbero ugualmente occupato quanto potevano occupare della Penisola, forse avrebbero arrestato il Re e Badoglio e disarmato le nostre truppe. E noi saremmo stati un Paese che, riconoscendosi vinto, deponeva le armi, e basta. Quello che ci disonorò fu il nostro passaggio nel campo nemico alle spalle dell’alleato, e quello che ci ridicolizzò fu la nostra pretesa, alla fine della guerra, di sedere al tavolo dei vincitori." (Indro Montanelli, in una risposta a un lettore in una delle sue "Stanze" sul Corriere della Sera del 17 novembre 2000)
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Inoltre c'è da aggiungere che il "tradimento" non consisteva solo nell'armistizio, ma stava dentro quella funesta richiesta fatta da Badoglio ai nuovi alleati; quella di voler rivolgere le armi italiane contro i tedeschi, senza neppure dichiarargli guerra !!! Senza preavvertire l'alleato, aveva manovrato non soltanto per concludere un armistizio ma anche brigato per volgere le proprie armi contro l'alleato stesso. Badoglio (e ci si meraviglia che un generale potesse far questo) voleva passare dall'alleanza con la Germania nazista, al fronte della coalizione antinazista "senza pagare dazio".

Quando il 9 settembre mattina, reparti che erano stati ex fascisti (come la Centauro, la ex Milizia Fascista -come vedremo più avanti) a Roma, iniziarono a circondare e a sparare per primi sui tedeschi a Porta San Paolo, quel pezzo di carta che doveva essere un armistizio (cessazione di ostilità sui due fronti) diventò di fatto (né formale, né quindi giuridico) una palese dichiarazione di guerra e, di fatto una proditoria aggressione al proprio alleato.
So di entrare in una annosa polemica; ma se vogliamo narrare i fatti, dobbiamo ben distinguere le "risultanze documentali" dalle "interpretazioni di parte".

E ci basta citare che la dichirazione di guerra alla ex alleata Germania fu fatta il 13 ottobre; fra l'altro in un modo poco diplomatico. Fu consegnata a un fattorino dell'ambasciata tedesca. E dubbio è anche il valore giuridico, giacchè il Governo del Sud ha agito non autonomamente e nell'esercizio della propria sovranità, che non aveva! essendo "vero e proprio "organo" delegato dalle autorità "alleate" e coi soli poteri giurisdizionali da queste assegnatigli, come sanciva l'armistizio lungo all'art. 22 "Il Governo e il popolo italiano eseguiranno prontamente ed efficacemente tutti gli ordini della Nazioni Unite".
La dichiarazione di guerra presentata da Badoglio era carta straccia.
(prova ne sia che a quella dichiarazione di guerra non è mai seguita una pace con la Germania. Se veramente fosse stata valida, oggi noi continuiamo ad essere in guerra con la Germania).

In conclusione, l'Italia meridionale ed insulare era in mani del "nemico" non ancora cobelligerante; mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato non ancora "nemico".
Ma c'è da dire che anche in tutto il perido armistiziale, gli italiani per gli Anglo-americani erano i "nemici" e tali sono giuridicamente rimasti fino alla conclusione del trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, giacchè la cosiddetta "cobelligeranza" (alcuni generali anglo-americani si mettevano a ridere nel nominarla) "nulla ha innovato", come del resto si affrettò a comunicare Maxwell D. Taylor il 18 ottobre 1943 al Governo di Pietro Badoglio:" ....i rapporti di cobelligeranza tra i governi d'Italia e delle Nazioni Unite non possono di per se stessi influire nelle clausole armistiziali recentemente firmate che conservano tutta la loro piena efficacia". Insomma l'Italia per gli Anglo americani
restava pur sempre un paese nemico; tanto che i soldati italiani continuavano ad essere prigionieri di guerra nei campi di concentramento del "nuovo" alleato.

In tutt'altro modo fu invece fatto l'armistizio della Finlandia alleata con i tedeschi, nei confronti della Russia.
"Il Presidente Ryti, il maggior responsabile dell'accordo con Hitler, in base al quale i finlandesi non avrebbero concluso una pace separata senza il consenso tedesco, si dimise improvvisamente, e il Parlamento ignorando la procedura normale, approvò una legge che conferiva poteri presidenziali al Maresciallo Mannerheim (pur essendo considerato questi fino allora "la belva fascista").
Mannerheim informava il 17 agosto, Keitel, capo dell'OKW, che l'accordo Ryti-Ribbentrop era annullato. Il ministro finlandese consegnava il 25 agosto, all'ambasciatore sovietico Kollontaj, una nota che chiedeva  di ricevere una delegazione d'armistizio. Il Governo russo acconsentì, purchè la Finlandia  annunciasse pubblicamente la rottura con la Germania e chiedesse il ritiro di tutte le truppe tedesche, entro 25 giorni. Se i tedeschi si opponevano, i finlandesi li avrebbero disarmati e consegnati agli alleati.
Alla fine i finlandesi non fecero gran che per "disarmare" i tedeschi e non risulta che vi siano stati effettivi combattimenti fra loro e i tedeschi. Avvenne difatti, che questi si ritirarono spontaneamente dalla maggior parte della Finlandia, anche se nel farlo bruciarono città e villaggi"
L'armistizio sottoscritto dai finlandesi parlava chiaro all'Articolo 2 "La Finlandia si impegna a disarmare le Forze Armate tedesche di terra, di mare e dell'aria, consegnandone i membri, in qualità di prigionieri, al Comando sovietico" Punto 5 "Rotti i rapporti con la Germania, la Finlandia si impegna a romperli allo stesso modo anche con i satelliti della Germania....". (Arrigo Petacco. La seconda Guerra Mondiale, V vol, pag 1774-1775)

8 SETTEMBRE - (ore 19,42) Badoglio parla alla radio (col disco però, che ripete ogni 15 minuti la "filastrocca"). Eisenhower, come abbiamo già letto, temendo rinvii, lo ha già fatto alle 18.30, anche se alle ore 17,30, nei vari comandi - compresi quelli tedeschi- tutti già sapevano dell'armistizio da Radio Algeri. Infatti, alle ore 18 ROMMEL si muove dal Brennero e scende in Alto Adige con l'appoggio di HOFER, il capopopolo dei 250 mila altoatesini, in attesa fin dal 25 luglio di questo "tradimento" temuto e dai vari servizi segreti tedeschi annunciato. Il disimpegno italiano in Sicilia non era certamente sfuggito nemmeno a loro (del resto bastava leggere gli articoli sul Times).
Alle 18 i tedeschi al Brennero che hanno ascoltato Radio Algeri; alle 18,15 sono già nelle caserme di Vipiteno, alle 18,30 a quelle di Bressanone, alle 19 a Bolzano, alle 19,30 a Merano.

Quando alle 19,47 esatte è appena finita la prima "filastrocca" di Badoglio alla radio, il quadro a Bolzano é da circa due ore già sconvolgente. Con precisione cronometrica sono stati attaccati tutti i presidi italiani (in molti casi sparando a cannonate); vengono disarmati tutti i reparti nelle caserme nelle varie valli, a Malles, Silandro, Merano, Bressanone, Vipiteno, Dobbiaco. Infine Bolzano: bloccando via Resia, via Guncina, e via Augusta - le tre uniche entrate della città, dove sorgono anche le tre grandi caserme -  Bolzano è chiusa come in una morsa, l'intera città si trasforma in una trappola senza scampo.
(Su questi fatti le fonti sono il vissuto dell'autore che scrive, che viveva a Chieti, e il vissuto di suo suocero che abitava proprio in Via Claudio Augusta a Bolzano, accanto alla ferrovia e all'aeroporto di S. Giacomo. E riuscì per una manciata di secondi a svignarsela e a non farsi catturare.- Inoltre - io stesso - per quattro anni essendo in un reparto speciale, ha vissuto in tutte queste caserme delle valli altoatesine, raccogliendo non poche testimonianze).
Già alle ore 19,30 (è trascorsa appena un'ora e mezza) sui binari della ferrovia di Bolzano, provenienti dal Brennero iniziano a transitare uno dietro l'altro interminabili convogli stipati di automezzi, carri armati e armi varie, diretti a Verona, in attesa di essere smistati nelle varie direttrici della penisola. 50 treni di 40-50 vagoni caduno, nell'arco di poche ore varcano il confine per riversarsi non ancora nel centro Italia ma a Verona. Alle spalle i tedeschi hanno la solida difesa che è il budello della Val d'Adige. Da duemila anni questa è sempre stata la strategia degli invasori: quella di fermarsi a Verona e dintorni, in attesa, nel famoso "quadrilatero".
Hitler ha preso questi primi provvedimenti, ma non sa ancora cosa veramente sta accadendo in Italia. Vuole solo essere pronto a dilagare nella pianura e formare il baluardo alla "Linea Gotica" (sull'Appennino Tosco-Emiliano). Non era stata ancora presa la decisione di creare e rafforzare la "Linea Gustav".

L'intero battaglione Saluzzo di Bolzano alle ore 2 (abbiamo detto ore 2 di notte !!!) del 9 settembre é già disarmato e viene richiuso dentro lo stadio di Bolzano circondato dalle mitragliatrici.
Ancora più tragica la sorte dei reduci dalla Russia, che -dopo il rientro- moltissimi erano stati convogliati nelle grandi caserme di  Via Palade a Merano a Maia Bassa. Sono circondati dalle autoblindo alle ore 3 di notte, e dalla vicina ferrovia (a 200 metri)  all'alba alle ore 5 sono stipati nei vagoni e deportati in Germania nei campi di lavoro.
Intervento di un lettore:
"Mi ha molto colpito il resoconto di quanto avvenuto in Trentino Alto Adige: mio nonno materno comandava la stazione dei carabinieri di Egna (subito a sud di Bolzano) e come riportato nelle drammatiche cartoline fortunosamente "inviate" alla moglie a Friola, la sua caserma veniva circondata dai tedeschi equipaggiati di carro armato e mitragliatrici proprio alle ore 3 di notte, in perfetta sincronia con quanto da lei riportato. Mio nonno non tornò mai più a casa: morì in campo di concentramento, come molti altri nostri connazionali" Giorgio Rigon


La Carnia, il Friuli, la Venezia Giulia alle ore 6 del mattino sono già sotto il controllo dei tedeschi. Si aggiungono gli Slavi Titini (un cinico provvidenziale -in questo caso paradossale - aiuto ai tedeschi!)  che danno la caccia agli italiani "fascisti" (ma indistintamente a tutti i militari italiani) occupanti il loro territorio. Gli italiani sono quindi fra due fuochi devono guardarsi dai tedeschi e dagli slavi. 15.000 italiani sono catturati, disarmati, moltissimi di loro  buttati dentro le profonde voragini del Carso (le foibe) ancora vivi. Una carneficina. A Trieste 100.000 italiani sono catturati dai tedeschi con le armi spianate e vengono subito deportati in Germania mentre nel porto a cannonate fanno colare a picco tutte  le navi italiane alla fonda; alcune senza riguardo con dentro gli interi equipaggi.
Saranno alla fine 615.000 i soldati italiani catturati e deportati in Germania a partire da questo infausto 8-9 settembre.

Ricapitoliamo: Quando venne diffuso per radio il discorso, BADOGLIO con una ambigua frase (pari a quella del 25 luglio)  aveva chiuso il proclama  facendo seguire a  "....ogni atto di ostilità contro le forse anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.."  una frase che costerà agli italiani presi in trappola, migliaia di morti e butterà nel caos il Paese: "...esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Avrebbe tranquillamente potuto dire se voleva essere chiaro e conciso  "...a ogni attacco tedesco" e gli italiani avrebbero capito in modo chiaro e di conseguenza avrebbero agito! Ed erano in grado di farlo in quelle ore! E molti -autonomamente- lo fecero, anche senza ordini, perfino reparti di ex fedelissimi fascisti.
(ci viene in mente gli italiani sul Piave il 7 novembre del 1917, quando pur nella tragedia della disfatta di Caporetto e la drammatica ritirata, persa la testa i loro generali, presero loro l'iniziativa con un impeto d'orgoglio, che in poche settimane, pur laceri, senza armi e spesso guidati da un semplice sergente, misero in difficoltà Below e il poderoso esercito di due Imperi - Uno smacco per gli inconcludenti e litigiosi generali italiani).

Nell'esercito italiano gli ufficiali  dopo l'annuncio badogliano sono proprio loro i primi a non capire (o a capire benissimo; sono infatti i primi a scappare, cominciando dai superiori - colonnelli e generali). Interi reparti restano senza ordini, senza comandanti, alla mercé dei pochi tedeschi. Alcuni di questi reparti dentro le caserme, con i comandi deserti, avuto il sentore che qualcosa non andava, e che quello che stava accadendo era sospetto ma anche piuttosto eloquente, riescono ad abbandonare le caserme, e fuggendo per le campagne si mettono in salvo (senza una guida, ma non sapendo più chi era il nemico cosa potevano altro fare?)  alcuni fuggono con ogni mezzo, ma soprattutto a piedi. Camminando per molte notti alla macchia, molti se ne tornano a casa vivendo nella clandestinità; ma dopo i bandi, le perquisizioni e quando -subito dopo- inizia la caccia ai disertori, molti (chi non aveva legami familiari)
fuggono sui monti, evitando le rappresaglie tedesche che ritengono l'armistizio un tradimento.
(da notare che sullo stesso giornale del 9 mattina, c'è:  il titolo dell'armistizio concluso con le forze anglo-americani, ma a fianco c'è il bollettino di guerra 1201, che con enfasi riporta "l'affondamento e l'abbattimento di navi e aerei delle forze anglo-americane".
  VEDI 
LA DOPPIEZZA SUI GIORNALI 



Un armistizio simile (l'abbiamo visto sopra) avvenne in Finlandia; ma fu comunicato formalmente, e non ci furono rappresaglie. I tedeschi evacuarono la penisola, anche se nel farlo fecero terra bruciata alle spalle (ma questo lo fanno tutti gli eserciti quando si ritirano - Badoglio pur non ritirandosi, per prendere Adis Abeba aveva fatto di peggio, lasciava dietro morte e distruzione, facendosi precedere dai gas).

Eppure a Bologna pochi giorni prima, nella villa di  Federzoni, c'era stato un ennesimo incontro italo-tedesco, al quale parteciparono per l'Italia, i generali ROATTA e Francesco ROSSI e, per la Germania, il maresciallo ROMMEL e il generale JODL (lo stratega). Durante il colloquio, assai teso, in risposta a una domanda di Jodl riguardante la verità a proposito dell'atteggiamento italiano piuttosto ambiguo e con le varie notizie che circolavano, Roatta rispose "risentito": "Noi non siamo sassoni, non passiamo al nemico durante la battaglia". Un accenno storico fuori posto, e anche falso, poiché al nemico in quelle ore  c'erano già passati, e per di più erano anglo-sassoni.
E fra poche ore saranno proprio loro "dei fuggiaschi" a casa di chi sta scrivendo queste note. Proprio Roatta giunto a mezzanotte (dopo che gli altri erano lì da diciotto ore in trepida attesa), si tolse la divisa, cercò di farsi dare un abito borghese, tolse a un inebetito uomo della milizia il suo mitra, poi nella notte se la diede a gambe levate. Lui! il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano!
(Mio nonno davanti a quella vergogna, seguitava a ripetere una sola frase: "qui ci voleva Cadorna!!!- qui ci voleva Cadorna!!!
- Anni dopo, ho capito cosa voleva dire!)

Altri reparti, gruppi, caserme, presidi, anche se in molti casi con uomini più numerosi dei tedeschi, furono facilmente disarmati, subito ammassati e deportati in Germania; quelli che si opponevano (o che erano su altri fronti esterni a combattere a fianco dei tedeschi) non solo furono arrestati ma anche fucilati per tradimento.

Hitler sapeva fin dal 30 agosto cosa sarebbe accaduto in Italia da un'ora all'altra. A KEITEL (mentre Castellano stava firmando la resa a Cassibile) diede precise direttive il 3 settembre per il territorio italiano. Primo compito: all'ora X, disarmare in ogni luogo dov'era possibile (!) l'esercito italiano, subito! e "con ogni mezzo". Poi l'Alto Comando il 7 agosto aveva già fatto recapitare a tutti i comandi tedeschi dislocati nel resto di mezza Europa la stessa direttiva.

Ma attenzione!!! Lo sapevano in un modo ambiguo anche tutti i comandi italiani, che avevano ricevuto il 2 settembre una direttiva segreta dall'Alto Comando Italiano, nella quale senza parlare di armistizio (diventerà famosa come la Memoria 44 op ) si precisava il "contegno da tenere per reagire ad eventuali atti aggressivi del nemico". Ma non aveva precisato molto bene chi era il nemico. Le interpretazioni furono diverse: qualcuno lo decifrò come un incitamento a combattere contro gli anglo-americani (era in quel momento nella logica di quella guerra); altri pensarono contro i tedeschi; e altri ancora ipotizzarono prevedibili azioni di guerriglia da parte dei comunisti.

(Sulla famosa Memoria 44 op essendosi distrutto l'originale (ne era stata ordinata la distruzione delle copie ai comandi che le avessero ricevute) il Corona (in La verità sul 9 settembre, pag. 54 e seg.), stimò di aver ritrovato il contenuto (o da questo derivato) del segretissimo op 44, in un ordine del giorno del generale Lerici comandante del IX corpo d'armata, emesso il 5 settembre. Il generale infatti, nomina in Oggetto: Memoria 44.
"1) Sono prevedibili azioni delittuose dei comunisti in accordo coi fascisti (una nota in fondo avvertiva: comunisti significa tedeschi).
2) Bisogna premunirsi.
3) Agire, solo se provocati: in seguito ad ordine dello S.M.R.E. quando si riceva un telegramma o marconigramma così concepito: "Attuare misure ordine pubblico memoria 44" o di iniziativa se collegamenti interrotti.
4) Provvedimenti da prendersi: a) eliminare elementi aeronautici; b) distruggere depositi carburanti; c) tagliare collegamenti; d) metter fuori uso elementi isolati o sparsi.
Megli prevedere poche imprese ma organizzate bene. Se possibile assumere schieramenti adatti per impedire avanzata colonne comuniste.
5) In particolare per il IX C. d'A.: Difendere ad oltranza la piazza di Taranto con le divisioni Piceno e Legnano e, qualora si potesse disporre di altre unità, provvedere analogamemte per Brindisi.
6) Assicurare i collegamenti.
7) Sempre armati e avere al seguito munizioni e dotazioni individuali.
Solo ordini verbali ai dipendenti. GENERALE LERICI.


Il generale Rossi, in seguito, non smentì ciò che riferì il Corona, ma anzi secondo lui la detta "Memoria op 44", da lui ben conosciuta, ampliava le prescrizioni e ordinava:
- di interrompere le ferrovie e le principali rotabili;
- di agire con grandi unità contro truppe tedesche a cavallo delle linee di comunicazione;
- di raggruppare le rimanenti truppe in posizioni centrali ed opportune;
- di passare all'azione offensiva d'insieme, appena chiarita la situazione".


Di tutto questo (dove sembra trasparire fiducia di poter sostenere un attacco tedesco) non fu fatto nulla. I generali del S.M.R.E.
il 9 mattina non fecero nessuna azione preventiva, non usarono grandi unità, non distrussero i depositi di carburanti, non tagliarono i collegamenti, ma erano fuggiti tutti con i reali e il capo del Governo a Chieti, lasciando l'esercito allo sbando.
Da notare inoltre che nella op 44, vi era contraddizione di tutta la politica fatta da Badoglio nell'incontro nella notte del 7-8 settembre con Taylor, dichiarando l'assoluta impossibilità di far combattere le forze armate che lui aveva a disposizione; che i depositi di carburante erano vuoti e che gli aeroporti erano occupati dai tedeschi (gli uni e gli altri i tedeschi li occuparono il 10 settembre, quando Calvi di Bergolo consegnò loro Roma ed emise il proclama che erano considerati nemici della Patria chi non giurava e non si univa ai tedeschi).

I tedeschi confesseranno in seguito, di aver creduto difficile l'operazione del disarmo e la cattura degli italiani ribelli, e non "così facile". Nessuno poteva immaginare che un esercito con decine di migliaia di uomini sul suolo della loro stessa patria potesse crollare e disperdersi in un solo giorno non per una battaglia perduta -perchè non fu nemmeno iniziata- ma per il rifiuto (dei superiori) di combattere o per la paura del potenziale ex alleato aggressore; che aveva all'incirca due sole divisioni, dentro una trappola come Roma - con gli Appennini alle spalle da superare - dove basta una buona carica esplosiva per far venire giù una banalissima frana per tagliare in due l'Italia. 
Fu invece per l'Italia una Caporetto dieci volte più grande. Ma questa volta anche con due milioni di italiani oltre i confini a fianco degli ex "alleati",  improvvisamente diventati "nemici" e quindi alla loro mercè, visto che l'effettivo comando di molti reparti italiani era stato affidato già da tempo a ufficiali tedeschi.

8 SETTEMBRE (ore 20) - Altra tempestività dei tedeschi. - Mentre le operazioni di sbarco anglo americano a Salerno sono già iniziate, l'intera flotta della Marina italiana DALLE ORE 14 a La Spezia sta attendendo dagli alti comandi della capitale l'ordine di salpare per contrastare le navi degli anglo americani già avvistate al largo del golfo di Napoli. Da Roma (e qui si sapeva cosa sarebbe accaduto alla ore 19-20) Bergamini senza essere informato dell'armistizio-resa, lasciò la capitale per raggiungere La Spezia. Viene rimandata più volte la partenza per Napoli; fin quando giunse un fono alle ore 20, quando ormai tutti avevano già ascoltato alla radio "la nuova situazione". Il fono (sembra una barzelletta!) dà l'ordine di annullare la missione programmata (!) e fra lo sconcerto dei comandanti,  di far salpare l'intera flotta con destinazione Malta per  consegnare le navi ai "nuovi alleati".

Alla sera dell'8 dopo concitati incontri dei tre ammiragli, BERGAMINI,  De COURTEN e SANSONETTI; questi ultimi due riescono a convincere il primo (orientato verso l'autoaffondamento - ma di questa eventualità  in certi ambienti che sapevano cosa bolliva in pentola si era già parlato il 7 settembre) di attenersi agli ordini del fono. (Ricordiamo che De Courten, era uno dei pochi a essere stato informato della resa, fin dal 4 settembre. Ma anche lui fu dibattuto nella coscienza fino a notte inoltrata del giorno 8).

Alcuni vorrebbero affondare le navi, mentre altri vivono il dramma: disonorevole è consegnarsi al nemico di ieri, ma anche infamante è non ubbidire agli ordini del Re e di Badoglio che loro credono sovrani effettivi e in pieni poteri (non sanno ancora che stanno preparandosi a fuggire da Roma); e altrettanto sofferta  per certi vecchi ammiragli è la decisione di affondare le proprie navi. 

Il dramma più che un tentennamento su cosa fare è una vera e propria disperazione che ha tre facce. Nel giro di poche ore si è passati dalla decisione di affrontare gli anglo-americani a Salerno, all'ipotesi di autoaffondamento, o a consegnarsi al "nemico" ora diventato "amico". Ma consegnare le navi non significa allearsi, significa arrendersi senza condizioni, e questo a molti addetti che hanno fatto l'Accademia appare giuridicamente molto chiaro ed è l'origine di tanti turbamenti interiori.

Tuttavia, dentro questa tenaglia che sta stritolando le loro coscienze di vecchi soldati della Patria, con un sofferto "obbedisco" alle ore 2 della notte del 9 settembre  Bergamini parte con tutte le sue navi, ma con direzione La Maddalena, in Sardegna, quindi non direttamente per Malta.

Ma mentre la flotta è quasi giunta alle Bocche di Bonifacio  alle ore 14,41 arriva un altro ordine, di MAUGERI....:

(IN UN SECONDO TEMPO RACCONTEREMO L'INCREDIBILE STORIA DI QUESTO UFFICIALE - CI FU UN FAMOSO PROCESSO NEL DOPOGUERRA CON TANTE AMBIGUITA' - MAI CHIARITE -  RIPORTEREMO SEMPLICEMENTE IL PROCESSO - E COME FINI' (a tarallucci e vino!) -  I COMMENTI LI LASCEREMO AI LETTORI)

 ... "...dirigersi verso Bona (Algeria), perchè la Maddalena - si afferma nell'ordine- era stata nel frattempo già occupata dai tedeschi.  Alle 14,55 le navi italiane sono intercettate dagli aerei tedeschi. "Intercettate" si fa per dire,  perchè è la stessa squadriglia di aerei che avrebbe dovuto affiancare gli italiani e insieme alle navi italiane di Bergamini impedire lo sbarco anglo-americano a Salerno).
  
Le nuovissime bombe-razzo teleguidate  lanciate da bombardieri tedeschi da quota 5000 metri, quindi fuori tiro dalle contraeree navali, prima con un attacco alle ore 15,37, poi con un secondo alle 15,50 colpiscono le navi italiane; l'ammiraglia, la Roma, la più  bella corazzata italiana, 41 mila tonn. comandata proprio dall'ammiraglio BERGAMINI, centrata da due bombe alle 16,11 si spezza in due tronconi e affonda in pochi minuti con i suoi 1253 uomini su un equipaggio di 1849. Scompare in mare tutto il Comando in Capo della squadra, compreso l'ammiraglio Bergamini. La tempestività di questo attacco, e la precisione dei tiri, hanno lasciato molti dubbi. Voleva forse Bergamini consegnarsi ai tedeschi? Riparare in Spagna? Fu Maugeri a segnalare che erano fuori rotta?

Di questo si parlò al famoso processo dopo il 1946-50. Con Maugeri che era diventato nel frattempo Capo di Stato Maggiore della Marina Italiana; poi messo a riposo durante questo clamoroso processo, per una frase ambigua apparsa in un suo libro stampato in America "...che prima dell'8 settembre era solo dentro un servizio di controspionaggio, ma non capo, come  invece lo divenne improvvisamente dopo l'8 settembre".

Ma per occupare un posto del genere, delle buone credenziali doveva pur averle. E quali potevano essere? che prima aveva egregiamente collaborato con gli anglo-americani, e mentre comandava le navi italiane collaborava nello stesso tempo con i tedeschi. - Inoltre dato che fu sempre lui a fare i trasferimenti via mare di Mussolini; lui era a conoscenza dove si trovava l'importante prigioniero. E se due più due fanno quattro, dov'era Mussolini lo sapevano sia i tedeschi sia gli angloamericani)

Dopo l'Esercito, e dopo la Marina, stesso dramma delle coscienze dentro i reparti dell'Aviazione Italiana, che si spacca in due tronconi, una parte si mette a disposizione dei tedeschi (in seguito al governo RSI nel Nord), l'altra a disposizione (si fa per dire, i patti armistiziali erano che dovevano "consegnarli" gli aerei) dei nuovi "alleati".. In pratica entrambe non rispettano gli ordini della famosa Memoria op 44. Entrambe dovrebbero consegnare gli aerei agli ex nemici, che un bel mattino Badoglio e C. ha detto loro che sono diventati amici, ma che per molti sono ancora nemici. Da soli gli uomini delle Forze Armate (e gli ambigui ordini hanno fatto il resto) non sono riusciti a "girare l'interruttore" di quell'aggressività che era stato il "verbo" inculcato da quando erano nati, e in massicce dosi elargite quando era iniziata la guerra.

Una obiettiva analisi la fa Giannuzzi (uno scrittore molto antitedesco) in "L'esercito vittima dell'armistizio", pag. 37:

" ... l'improvviso armistizio determinò quindi nella massa degli ufficiali e dei soldati una crisi di coscienza al pensiero repentino di dover considerare ostili quelli, con i quali si era assieme combattuto per tre anni contro gli stessi nemici, affrontando gli stessi rischi e pericoli. Se molto deboli o addirittura inconsistenti erano i vincoli di affinità e di simpatia che ci legavano al soldato tedesco, vi era pur sempre nel nostro spirito un qualche cosa, che spingeva a considerarlo, sia pure di malavoglia, un compagno d'arme, col quale bisognava continuare, volenti o nolenti, a combattere assieme la guerra, dividendo con esso lo stesso fatale destino, la buona o la cattiva sorte. I nostri combattenti. che avevano ogni giorno l'avversario di fronte, che respiravano l'aria della battaglia. che ricordavano i loro morti e sentivano che non si poteva tradirli, volevano bensì che si uscisse dalla guerra, ma giudicavano nello stesso tempo che la si combattesse degnamente e cavallerescamente fino a che restavano spiegate le nostre bandiere. Essendo venuta a mancare l'adeguata preparazione spirituale (sia pure con ogni cautela, non potè non manifestarsi, specie nei comandanti più elevati in grado, una comprensibile perplessità sull'atteggiamento da assumere nei confronti dei tedeschi, tanto più in quanto, nella loro adamantina coscienza di soldati, non poterono di colpo spogliarsi da un superstite senso di cavalleresca lealtà verso un alleato, ch'era non più tale, ma neppure nemico, perché non aveva ancora apertamente compiuto atti di ostilità".


Ma diciamo anche quest'altra verità: molti soldati italiani, compresi ufficiali di ogni grado, istintivamente sentivano la realtà della situazione. In tre anni, su ogni fronte, l'avevano toccata con mano la povertà delle loro armi rispetto a quelle del loro alleato tedesco e in particolare negli ultimi mesi. Inoltre non bisogna credere che nei 45 giorni gli uomini non avevano pensato, anzi avevano osservato attentamente attori e cose, quindi l'idea di una guerra contro i tedeschi in quelle condizioni era una follia. Erano certi di uscirne battuti. Altrettanta follia continuarla con gli ingenti mezzi di distruzione che avevano gli anglo-americani. E nessun proclama (vedi lo stesso Napoleone) può portare al combattimento uomini convinti d'essere già sconfitti.

Quanto all'onore di battersi, essendo questo il cemento indispensabile all'unità delle armi, bisognava come minimo non suscitare nell'esercito uno di quei terremoti che distruggono il cemento stesso.
Con l'armistizio tutti si aspettavano una pace; nessuno poteva credere che i generali al potere preparassero invece un'altra guerra. E con chi? E contro chi? Proprio contro quell'esercito germanico, di cui per tre anni proprio loro quegli stessi generali (o cosiddetti "acciaisti") avevano esaltata l'efficienza, la potenza, l'assoluta superiorità di mezzi e di organizzazione.

9 SETTEMBRE ore 07.00  (da un'ora il re e l'intero stato maggiore è già in fuga da Roma, verso Pescara) - Uno dei tanti (moltissimi) reparti italiani sparsi nello scacchiere, che non hanno ricevuto ordini precisi nè hanno capito cosa sta accadendo ascoltando solo il radio di Badoglio, stanzia a Cefalonia (vedi il link alla pagina iniziale) con a fianco gli alleati tedeschi. Questi ultimi hanno invece capito benissimo cosa sta succedendo; gli ordini di Hitler che vi giungono sono precisi, e la parola codice Achse è arrivata anche su quest'isola. Chiedono ai reparti italiani il disarmo. Il comandante italiano generale Gandin, seguendo l'ambigua prima direttiva di Badoglio rifiuta, anzi, poche ore dopo, ne arriva un'altra direttiva: che incita: "a resistere!!").
 (" N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore").
Resistere:
pur sapendo che non avrebbero potuto mandargli alcun aiuto, e che l'abbondanza di aerei tedeschi nella zona avrebbero ben presto avuto ragione del presidio italiano.
Badoglio e C. sapevano che -se resistevano, nella situazione giuridica in cui si trovavano - ed erano su un isola- erano ("senza dubbio" vedi più avanti) passibili di fucilazione, ma ciò non gli impedì di inviare il drastico ordine di "resistere".
Gandin, era un galantuomo, ligio al dovere, ma l'indecisione di molte ore gli costò cara. Come tanti nel suo Paese, anche lui fu tormentato dalla sua coscienza. Lui aveva lavorato molto in Germania, ed era stato sempre amico dei tedeschi. Quelli che erano a Cefalonia (circa 1800) li aveva chiamati proprio lui per rinforzare la difesa dell'isola.

Prima con il rifiuto, poi per guadagnare tempo (anche perchè nei suoi reparti si erano formate due fazioni pro e contro
una resistenza contro i tedeschi ) Gandin ha non solo creato una ostile fatale diffidenza, ma dando a loro tempo, permette alle forze germaniche di far giungere dalla Grecia i rinforzi necessari . Circondati, gli italiani sono costretti ad arrendersi; ma sono poi barbaramente sterminati, passati tutti per le armi. 4000 soldati e 512 ufficiali si devono mettere 8 alla volta al muro per farsi fucilare. Quelli delle isole dell'Egeo, di Lero (vedi il link alla pagina iniziale) e di Rodi non hanno maggior fortuna. Di 12.000 ne rimarranno vivi 1500. Qualcuno si appellò alla Convenzione di Ginevra, ma i tedeschi risposero "alla lettera", che quelli non erano prigionieri,  ma disertori e traditori. L'armistizio loro non l'avevano firmato e l'Italia formalmente non aveva dichiarato guerra alla Germania. Per i tedeschi l'Italia era un alleata, e chi disertava, quella era la "regola", così era (è) scritto molto chiaro nella convenzione di Ginevra, che non hanno firmato solo i tedeschi, ma tutte le nazioni.

Il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avvenne a Cefalonia una "lotta pazzesca e inutile". E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con il turbato Eisenhower, ci fu il seguente acchiacciante e cinico colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio". (!!!!!)
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".



 
Cosa che nessuno fino allora in Italia aveva fatto. Molti soldati non sanno da giorni e giorni se con i tedeschi si è in guerra, se si è in pace, o cos'altro. Ma anche una dichiarazione di guerra formale dell'Italia (dell'Italia badogliana) alla Germania non era giuridicamente valida, perchè il governo italiano era "prigioniero" di un esercito (l'anglo-americano
) che "giuridicamente" era considerato nemico-occupante: (si verificò ciò che era avvenuto in Francia nel 1940. La volontà del governo francese di schierarsi con gli occupanti tedeschi, sia a Londra che a Washington fu considerata non valida, perchè fatto da un governo "prigioniero" degli occupanti (tedeschi), quindi non in piena autonomia. Tuttavia prima di fare l'armistizio con i tedeschi, i francesi avvisarono gli Inglesi. "Reynaud ci ha chiesto se possiamo liberarla (ossia, la Francia) dall'obbligo di non concludere una pace separata con la Germania" (Lettera di Churchill a Roosevelt del 15 e 20 maggio, 12 e 14 giugno 1940. Loewenhem-Langlesy-Jonas, "Roosevelt and Churchill", p.95, doc. 8)

Dunque una situazione paradossale e ipocrita, grazie a Badoglio, al re e a tutti i generali, ormai in fuga e al sicuro con i loro averi - da due ore. E ipocrita anche da parte di Eisenhower.
Ritorniamo quindi indietro di due ore: a Roma.

TORNIAMO ORA AL CAPO DI STATO MAGGIORE

9 SETTEMBRE (ore 5,15) - Il capo di S.M. ROATTA prima della fuga lascia un ordine in lapis su un foglietto (diventato famoso come il 5,15) che escludeva esplicitamente la difesa di Roma; infatti dava l'ordine di far ripiegare il Corpo d'Armata Motocorazzato della capitale a est, direzione Tivoli,  e nello stesso tempo (in contrasto) lasciava il comando di tutte le altre truppe dislocate a Roma al generale CARBONI, un uomo che contava molto poco nello S.M. In pratica Roatta lascia potenzialmente a KESSELRING una città vuota, senza i comandanti di truppe (che c'erano, e anche in abbondanza, infatti a fuggire a Chieti c'erano due dozzine di generali e una dozzina di colonnelli ); il comandante tedesco quasi non credeva ai propri occhi.

Al processo per la mancata difesa di Roma, Badoglio disse "per non fare diventare i reparti italiani bersaglio dei bombardieri (anglo-americani)". Falso, perchè sapeva benissimo (da Taylor, la sera prima) che gli alleati non avrebbero bombardato Roma e nemmeno era previsto un grande sbarco nelle vicinanze (e anche quello a Salerno era inferiore rispetto a quello assicurato a Castellano - che dirà in seguito "se lo avessi saputo non firmavo"). Taylor aveva intenzione e messo in programma per il giorno 8 solo un aerosbarco di paracadutisti per impossessarsi innanzitutto degli aeroporti romani; la cosa più importante, era quella di provocare un forte effetto psicologico alle truppe italiane. Sapere che erano piombati dal cielo gli americani a Roma (in qualche modo, poco o tanti), l'effetto sarebbe stato non solo incoraggiante ma dirompente, si sarebbe sentito protetto anche il romano più fifone.

Inoltre, se era psicologicamente incoraggiante per gli italiani non lo era affatto per i tedeschi; infatti, tutto lo stato maggiore tedesco dopo la fuga delle alte cariche dello Stato italiano, pensò a due cose solo: la prima, che allora era in previsione un grande sbarco anglo-americano sulle coste laziali; la seconda di abbandonare Roma e il Lazio per non farsi mettere in trappola da reparti italiani circa tre volte ai tedeschi superiori, oltre le supposte forze anglo-americane sbarcate che si sarebbero unite.

RAHN,  durante la notte (dall'8 al 9 dopo aver ricevuto il fono da Hitler che abbiamo già citato) in fretta e furia, bruciando tutti i documenti del comando, con i suoi reparti aveva già abbandonato la capitale ed era giunto a Firenze, alcuni Reparti addirittura quasi a Bologna.
"Rientravo da Pratica a Mare con Skorzeny, a Roma, quando arrivammo a Via Veneto ci trovammo in mezzo a una folla che inneggiava la pace. Seppi così dell'armistizio. Raggiunsi al comando Kappler che assieme ad altri ufficiali distrussero codici e documenti, fecero a pezzi le radio ricestrasmittenti scaraventandole dalle finestre e, in colonna con cinque sei automobili, infilata la via Cassia abbandonammo Roma, dirigendoci verso monte Soratte" (memorie di Priebke; Mario Spataro, Dal caso Priebke ai nazi gold; Ed Settimo Sigillo, 1999, pag. 340)

Ma il mattino del 9 (mentre Re e C. fuggivano) tutti fecero marcia indietro e ritornarono a Roma per dare man forte a KESSELRING rimasto nella capitale, contando sui rinforzi che sarebbero giunte a valanghe dal Brennero. L'"Alarico" come abbiamo letto sopra (al Brennero) era già scattato alle ore 18, della sera del giorno prima. Da Verona bastava raggiungere la Romea, e di qui proseguire con l'Adriatica fino a Pescara e quindi Roma

I tedeschi di Rahn, riaffluirono in forze sulla capitale, presero posizione, disarmarono le caserme (queste non avevano ancora capito il dramma che andavano incontro), affrontarono alcuni gruppetti di insorti, ed ebbero il giorno dopo (il 10) in "regalo" l'occupazione incontrastata della capitale che durerà fino al 5 giugno del 1944. Eppure sia Roatta, Badoglio e il Re sapevano benissimo dall'americano Taylor fin dalla sera prima, che le truppe americane non sarebbero sbarcate a ovest di Roma ma a Salerno. Ed erano stati proprio loro due a scoraggiare l'aviosbarco sulla capitale giungendo perfino a suggerire di rinviare lo sbarco a Salerno. L'aviosbarco fu annullato da Taylor oltre che per la diffidenza nei confronti di Badoglio, anche perché era solo una missione di supporto. Mica però potevano gli anglo-americani fermare lo sbarco di Salerno ormai già operativo in alto mare - Una richiesta del genere da un generale come Badoglio era piuttosto ingenua oltre che priva di acume militare.
 
Dunque per la fuga, Re, Badoglio e tutto lo Stato Maggiore, trovarono conveniente affidarsi più ai tedeschi che agli americani. TAYLOR era stato del resto profeta all'incontro con Badoglio che tergiversava; infatti, l'americano fu perfino sarcastico  "sembra che avete più paura di noi che dei tedeschi". Gli erano bastati pochi minuti per capire con chi aveva a che fare. Ma non immaginava  che Badoglio sarebbe arrivato fino a quel punto. Cioè che  da lì a poche ore avrebbe preso la via della fuga, con tutti i generali che aveva a disposizione a Roma.
Badoglio e Carboni sconsigliarono Taylor di fare l'aviosbarco sugli aeroporti perchè dissero "sono pieni di tedeschi". Mentre oggi sappiamo dalle memorie di KESSELRING "...diedi l'ordine a tutti gli automezzi che avevo a disposizione di andare avanti e indietro continuamente per dare l'impressione che eravamo in tanti; e il trucco a quanto pare funzionò".
Un generale farsi prendere in giro così, è perfino grottesco

9 SETTEMBRE (ore 5,40) - L'intero stato maggiore, ministri, generali, conti, marchesi, duchi e in prima fila i reali, fuggono da Roma. Raggiungono Chieti (a casa dell'autore che scrive - che viveva quasi dentro) a Palazzo Mezzanotte) .....

 


Piazza Grande a Chieti. A destra il Palazzo Mezzanotte,
che accolse i fuggiaschi il 9 settembre per 18 ore

 

... mentre i reali con Badoglio al bivio Brecciarola (a un migliaio di metri dal Palazzo) deviano verso la tenuta dei duchi di Bovino, e attraversando Bucchianico e Pretoro arrivano a Crecchio alle ore 11 e qui a mezzogiorno pranzano.

La storia che ci viene raccontata è questa, che:
"" a Crecchio i Sovrani restano in attesa di imbarcarsi (falso!) su una nave, la Baionetta, che dovrebbe (falso!) arrivare a Pescara nelle prime ore del pomeriggio; ed infatti hanno inviato Acquarone in avanscoperta, che rientra alle 12.40 a Crecchio con buone notizie, tali da far decidere il gruppo a muoversi alle ore 13 verso Pescara, passando da Chieti".
(Non "dovrebbe", perchè la Baionetta nessuno l'ha ancora chiamata)
 
A Chieti nel frattempo per tutto il giorno sono affluiti a Palazzo Mezzanotte, un centinaio di personaggi di alto lignaggio e all'Albergo Sole due dozzina di generali (l'intero Stato Maggiore Italiano), trascinandosi dietro sulle loro lussuose macchine tutti i loro beni e valori
, ma non certo la dignità di uomini e di soldati.

Ma stavano già fuggendo verso Ortona e Brindisi ? O volevano aqquartierarsi a Chieti (in mano tedesca) per farne la nuova sede di governo?

Chi scrive, sa che giunti a Palazzo Mezzanotte, lì volevano restare. Tutte le prime auto con targa militare furono messe nei grandi garages sottostanti il palazzo (sotto casa mia!) . La folla che iniziò a gremire la piazza, sbalordita riconosceva fra gli ufficiali tutti i nomi delle più alte cariche dell'Esercito. Contemporaneamente affluivano nella piazza alcuni reparti della ex Milizia fascista (come già detto, ora inquadrata nell'esercito badogliano) e si diffondevano le più strane e difforme notizie:...
...che a Palazzo Mezzanotte si sarebbe insediato il nuovo governo e poco lontano a Crecchio il Sovrano.
La confusione in piazza fu così tanta, e i curiosi pure (chi aveva capito la "codardia" non risparmiò qualche ingiuria) che la locale Prefettura faceva suonare il segnale d'allarme aereo per renderla deserta, e poter così svolgere indisturbati quei loschi movimenti che stavano ingiuriando l'Italia e gli Italiani.

Ma tutto questo non lo dice solo chi scrive:
"Alcuni ufficiali, appena scesi dalle macchine, prendevano contatto con la Questura per predisporre a Chieti gli alloggi occorrenti ad alcune personalità militari del Quartiere Generale delle Forze Armate". (Angelo Meloni, in Chieti città aperta, relazione storica, pubblicata a Pescara nel 1947; con autografo di S.S. Pio XII)- (ne abbiamo una copia).
Se avevano intenzione di fuggire a Brindisi, perchè allora predisporre alloggi a Chieti?

Poi cambiò improvvisamente il programma. A Chieti e Pescara accadde qualcosa. Non al porto ma all'aeroporto. Aquarone e Badoglio erano andati il mattino sì a Pescara in avanscoperta, poi erano tornati a Crecchio per avvisare il Re per l'imbarco a Pescara.
Il re percorse con affanno l'andata nella polverosa strada saliscendi  delle colline di Tollo, Miglianico, Ripa Teatina e Chieti raggiungendo (non il porto) l'aeroporto di Pescara (che in realtà è a Chieti Scalo, a circa 5 chilometri da Chieti e altrettanti da Pescara) dove, proprio nella stessa mattinata erano atterrati oltre 50 aerei che, insieme all'altra cinquantina già presenti all'aeroporto (in mano tedesca!) formavano un numero elevato di velivoli mai registrato nel campo. Qui alcuni alti ufficiali italiani cercarono di convincere il principe Umberto a tornare a Roma, o almeno a non imbarcarsi per il Sud. Badoglio fu fermo nella decisione di coinvolgere nella fuga a Sud anche Umberto, e il Re suo padre gli negò pure lui il permesso.
Volare con un aereo a Sud con i caccia anglo-americani nei paraggi, era piuttosto pericoloso. Fu quindi predisposta la fuga sulla torpediniera
Baionetta. Ma prima con un fono e poi con un aereo mandato in perlustrazione sull'Adriatico, questo informò (alle ore 16,30) che la nave era ferma ancora ad Ancona (attenzione: acque territoriali tedesche fino ad Ortona - quest'ultimo porto verrà conquistata da Montgomery solo a fine dicembre). Tempo previsto di arrivo a Pescara: mezzanotte circa.
(E' possibile che tutti (il fior fiore degli "strateghi" d'Italia) fuggendo da Roma non abbiano già predisposto il mezzo per fuggire a Sud se questa era la iniziale intenzione? La Baionetta era ancora nel porto di Ancora quando i fuggiaschi giunsero a Chieti!)

Con quell'enorme ritardo, a Pescara era troppo pericoloso attendere tutte quelle ore. Re e famiglia, spazientiti, attraverso la stessa strada polverosa, nuovamente
tornarono a Crecchio. Mentre al porto di Pescara rimase Badoglio. 
(non dimentichiamo che Pescara aveva subito pochi giorni prima, il 31 agosto, un ferocissimo bombardamento, che aveva distrutto quasi l'intera città, provocato 3000 morti.
E un altro bombardamento fu poi fatto (per vendetta?) il 14 settembre, due giorni dopo la liberazione di Mussolini, cher provocò altri 1000 morti.
E Il Re, Badoglio, e tutta la compagnia sceglie proprio Chieti come Base del nuovo governo??)


Intanto a Chieti, a Palazzo Mezzanotte e all'Albergo Sole, dove da Roma erano confluiti tutti gli altri fuggiaschi, le vaghe notizie che si susseguivano - piuttosto allarmati - aspettavano il da farsi; ma dentro questo palazzo qualcuno intuì che stava diventando una trappola. Furono 18 lunghe ore, drammatiche e angoscianti per tutti, stipati nel grande cortile e negli scantinati dove sostavano le macchine con i loro tesori, guardati a vista per alcune ore; poi per bisogni fisiologici o per avere notizie -che arrivavano sempre più vaghe oltre che drammatiche- rimasero perfino incustodite, o solo con gli autisti che cercavano in giro affannosamente carburante per rimettersi in viaggio. Cinquanta macchine di quella cilindrata, giunte da Roma, che avevano poi scorrazzato per i colli chietini, al porto e all'aeroporto di Pescara, erano ormai senza benzina, e diventò un grosso problema procurarsela a Chieti dove da mesi non circolava un'auto proprio per irreperibilità di carburante. La tensione verso notte salì ai massimi gradi, e molti - capita o no la situazione- non si preoccupavano più degli averi ma di salvare almeno la pelle (vedi sotto ore 24)

La nuova situazione l'ha resa molto chiara il generale Zanussi (in Guerra e catastrofe d'Italia, II vol. pag.201) giunto con i "fuggiaschi" a Chieti, disse chiaro e tondo ai suoi colleghi "Fin qui è stata una fuga, da qui è un tradimento". Lo Stato Maggiore, fuggendo da Chieti verso Brindisi con atto di tradimento subito denunciato dallo Zanussi, non solo privò del comando superiore e centrale l'Esercito nel momento in cui più ne aveva bisogno, ma non preparò neppure un posto, donde un sostituto del suo capo o un organo centrale avrebbe potuto distribuire ordini e direttive e mantenere i collegamenti ( ma è proprio cosi?)

TORNIAMO UN ATTIMO A ROMA

9 SETTEMBRE (Ore 9) il CLN che si stava costituendo, anche se in forma clandestina (Badoglio aveva messo al bando tutti i partiti) era convinto dopo il messaggio così confuso della sera prima (ma ritenuto criptico), che era suo dovere intervenire in un ora così drammatica. Sentiva il dovere di assumere le funzioni di un organo nazionale rappresentativo e direttivo. Nel corso della notte del 8-9 aveva deciso di presentarsi il mattino al Quirinale per parlare di un eventuale appoggio al re e a Badoglio con i vari movimenti; di coordinarli in una forza, e se era il caso anche guidarla per cacciare i tedeschi; ma trovarono i "palazzi" vuoti. Erano scappati tutti. Ma proprio tutti. Con Roma senza una difesa, mentre alcuni gruppi non ben definiti della popolazione civile romana già combattevano per le strade uomo a uomo contro i tedeschi. Ma senza un piano prestabilito. Allo sbaraglio!
Si rivolsero allora a Carboni, ma questi pur dando ascolto ad una eventuale difesa di Roma, aveva già iniziato trattative segrete per la consegna di Roma ai tedeschi (lo leggeremo più avanti).

9 SETTEMBRE - (ore 12) Infatti, a Roma erano rimasti alcuni ufficiali minori, fra cui Carboni, Calvi di Bergolo Montezemolo, e un anonimo ufficiale, il ten. col. Giaccone. Convocati da KESSELRING precipitatosi in città, cosa fanno? Fanno l'accordo. Ma comandato dai suoi due superiore, firmerà il più basso di grado !!! Giaccone - Che rimase per qualche istante sconcertato, ma poi firmò ("tanto non vale niente la mia firma") Ritorneremo più avanti su questo argomento e leggeremo pure il famigerato accordo.

E chi (dopo la fuga del Re) ha assunto il comando della città? Il generale Calvi di Bergolo!
E chi era? Era il genero del Re lasciato appunto a Roma.
Che su richiesta e a nome dei tedeschi, ordina con un PROCLAMA a tutti i militari italiani sbandati di presentarsi nelle caserme per consegnare ai comandi (ora tedeschi) le armi individuali o di qualsiasi altro tipo in possesso.
Volendosi attenere alle intenzioni (?) di Badoglio e del Re, come avrebbero potuto gli italiani cacciare i tedeschi senza armi in mano, quando lo stesso genero del Re invitava a consegnare le armi?


Questo è il "Proclama", ma l'accordo firmato da Giaccone non fu diffuso.
In seguito è sparito da ogni libro di storia. Noi l'abbiamo fortunatamente rintracciato e lo leggeremo più avanti (capiremo perchè è quasi introvabile e poco citato).


PROCLAMA
ITALO TEDESCO PER ROMA

Premesso che le trattative iniziate ieri (giorno 9 - Ndr) tra le autorità militari italiane e tedesche si sono concluse il 10 settembre alle ore 16 con l'accettazione di un accordo, secondo il quale viene stabilito che le truppe tedesche debbono sostare ai margini della città aperta di Roma, salvo l'occupazione della sede dell'Ambasciata germanica, della stazione radio di Roma 1a e della centrale telefonica tedesca; che quale comandante della città aperta di Roma ho alle mie dipendenze una divisione di fanteria per il mantenimento dell'ordine pubblico, oltre a tutte le forze della polizia; che i Ministri rimangono in carica per il normale funzionamento dei rispettivi dicasteri.

Dispongo:

1. • Le truppe del presidio di Roma e le forze di polizia a mia disposizione per il presidio della città aperta di Roma costituiranno posti di blocco in corrispondenza della linea delimitante la città aperta di Roma.

2. - Tutti i militari di qualunque grado che si trovano a Roma appartenenti ai depositi, forti, enti militari vari, debbono presentarsi al più presto alla rispettiva caserma con l'armamento individuale e con i mezzi che hanno in consegna: tempo 24 ore, trascorse le quali saranno denunciati al Tribunale Militare di Roma.

3. - Il Tribunale Militare di Roma sederà in permanenza.

4. - La popolazione della città deve attendere alle sue normali occupazioni, conservando perfetto ordine, calma ed obbedienza alle disposizioni delle autorità militari.
Tutti coloro che detengono armi devono versarle ai Commissariati di P.S. del rispettivo rione. I trasgressori saranno immediatamente tradotti al Tribunale di Guerra.

5. - Valgono le disposizioni di ordine pubblico già in vigore, pubblicate con il manifesto dal Comando del Corpo d'Armata di Roma.
Il coprifuoco rimane fissato alle ore 21,30.

Roma, 11 settembre 1943.
F.to: il Generale di Divisione
CALVI Di BERGOLO


9 SETTEMBRE (ore 24) Nel frattempo a Chieti a Palazzo Mezzanotte e in parte all'Albergo Sole, dove sono confluiti tutti i fuggiaschi, arriva (presente chi scrive) trafelato il Capo di S.M. generale ROATTA. Fuggito anche lui da Roma (Carbone lo stava cercando inutilmente a Tivoli, poi pure lui aveva tentato la fuga) aveva raggiunto Pescara; e appreso che la Baionetta oltre che in ritardo non si sarebbe fermata (invece era poi attraccata! e vi era salito Badoglio) Roatta a mezzanotte era salito a Chieti convinto di trovarvi il Re. Giunto a Palazzo Mezzanotte fece gelare il sangue a tutti: comunicò ai presenti che la "nave della salvezza" non sarebbe mai arrivata a Pescara ma che si stava dirigendo verso Ortona.
Qui in alto mare avrebbe aspettato una piccola unità in partenza dal molo, il Littorio,  ma ci potevano salire per portarli in "salvo" solo il re, la sua famiglia e pochi altri, al massimo una decina.
La scena che seguì fu drammatica, urli, pianti e recriminazioni d'ogni sorta. La frase che circolava era una sola "Badoglio ci ha traditi !"

ROATTA poi si vestì in borghese, si fece dare un paio di mitra non senza discussione dalle ex camice nere che assistevano alla incomprensibile scena, disse loro che era un ordine del re, promise che presto Mussolini sarebbe stato liberato (ma allora sapeva! e ha quindi ragione Carboni a consegnare al genero del Re,
Roma ai tedeschi) e se la diede pure lui a gambe levate verso Crecchio per dare la nuova notizia alla famiglia reale lasciando tutti nel panico e in una fuga senza meta per le colline chietine dove conti, marchesi, duchi, ministri e due dozzine di generali di tre e quattro stelle e altre due dozzine di colonnelli, persero l'onore e la dignità.

A Ortona di fuggiaschi se ne imbarcarono poi 57 - con circa trenta generali e colonnelli - gli altri a terra dopo gli spintoni e le gomitate, stavano tentando l'arrembaggio della piccola unità, quando De Courten fece chiudere il barcarizzo e levare le ancore. 
Il Re non avendo visto all'imbarco Badoglio (non sapeva ancora che si era imbarcato a Pescara e che era già a bordo della Baionetta) chiedendo al prefetto di Pescara
dove fosse il Maresciallo gli sfuggì un'amara espressione "Che ci abbia traditi?". E nel vedere quel vergognoso arrembaggio
di ufficiali, forse gli ritornò un po' l'orgoglio di "soldato"; espresso amaramente quando poi si vide davanti Roatta e che apostrofò "Ma lei qui cosa ci fa?".

Agli altri disperati rimasti a terra fu detto di far ritorno a Chieti, per poi imbarcarsi il giorno dopo a Pescara. Solo alcuni raggiunsero quelli che erano rimasti "scornati" a Chieti, che nel frattempo avevano già abbandonato Palazzo Mezzanotte cercando rifugi di fortuna, non prima (i militari) di essersi procurati affannosamente abiti borghesi.

Lasciare Chieti in piena notte, senza un'anima viva in giro, e con le strade della fuga piene di tedeschi, non era facile, era semmai pericoloso. Per tutti, visto che non si sapeva ancora chi era il vero nemico.

A Palazzo Mezzanotte la Fuga di mezzanotte diventò una scena pietosa !! I nobili (pieni di ori e di averi) che avevano seguito la fuga del Re, della Regina e del figlio Umberto, si sentirono abbandonati, traditi (con Badoglio, che a Chieti non si era fatto più vivo e nessuno sapeva dov'era), intrappolati, disperati, non sapendo dove andare. Scene non proprio nobili, fra gridi, pianti, recriminazioni, accuse molto molto pesanti. Gli ufficiali si disinteressarono di loro, si tolsero le divise, si vestirono in borghese (basterebbe solo questo atto per mandarli davanti a un plotone di esecuzione!) , abbandonarono perfino nel palazzo quanto si erano portati dietro -pacchi di documenti, cartelle, borse, divise, che ora diventavano compromettenti e fastidiosa zavorra per la fuga- poi visto che alcune macchine non si muovevano, alcuni si dileguarono nella notte perfino a piedi, come dei ladri.
Per la cronaca, a quell'ora di notte così singolare, c'era solo un bambino che girava in un palazzo deserto, con in ogni angolo, casse e casse dal contenuto più vario, piene di cartelle di documenti, di fotografie e pacchi di lastre fotografiche avvolte in carta oleata, tutto abbandonato. E quel bambino era il sottoscritto che qui scrive. Che rivisse la stessa scena, quando poi 10 mesi dopo, in un'altra concitata notte, i fuggiaschi furono i tedeschi.

Alle ore 2 del mattino del 10, uscito gli ultimi fuggiaschi da Palazzo Mezzanotte ormai deserto, nella stessa ora cadeva pure l' immunità per la fuga di chicchessia, ma anche perchè con quella "fuga a sud", i tedeschi ebbero la chiara sensazione che erano stati traditi. E scattò il piano d'occupazione tedesco della città. Chi non si diede alla macchia, sul posto o lungo quelle insidiose strade dei colli chietini, fu catturato e deportato. Forse i più fortunati furono quelli che rimasti senza benzina, fuggirono a piedi in alcuni casali, giù dalla "ripa" prospiciente il Palazzo; lì salvarono la vita e qualche cofanetto di ori e denari, le uniche cose che si erano portati dietro in abbondanza e che purtroppo pesavano.
Perfino gli innocenti duchi di Bovino che avevano per due volte nell'arco della giornata dato alloggio al re nella loro casa a Crecchio, non furono risparmiati; infatti il giorno dopo la loro casa fu incendiata e gli stessi duchi finirono deportati  in Germania. Il re e Badoglio non avevano lasciato a loro quell'immunità tedesca per la fuga, che valeva -ovviamente- solo per loro.

Riflettiamo ancora su un singolare particolare (che sarebbe inquietante se visto da un'altra angolazione più realistica). Il Re fugge, Umberto fugge, Badoglio fugge, tutti fuggono da Roma. Sanno benissimo che se si schierano contro i tedeschi, questi reagiranno oltre che a Roma soprattutto nel Nord. Ammettiamo che temono i tedeschi, quindi dato che ora sono amici (ma Taylor come abbiamo visto ha molti dubbi) degli anglo-americani la miglior cosa sarebbe stata quella di andare in un territorio occupato già dai nuovi alleati; invece cosa fanno? Scelgono Chieti (città scelta da alcuni giorni da KESSELRING per insediarvi il comando strategico per fermare Montgomery nella valle del Sangro), e poi (improvvisamente) si dirigono a Brindisi dove gli anglo-americani non sono ancora giunti. Tutto l'Adriatico è battuto da aerei tedeschi; infatti perchè mai gli anglo-americani avrebbero bombardato e raso al suolo Pescara? Eppure i fuggiaschi dove vanno? Vanno a Pescara! (o meglio Chieti, che è a circa 10 km, su un cocuzzolo, come un grande castello).

Poi è possibile che Umberto lascia moglie e quattro figli (fra cui il principino Vittorio Emanuele) disinformati della fuga?
Addirittura "li dimentica" (!?) in Piemonte dove il territorio è da tempo già in mano tedesca. E senza possibilità di fuga, salvo mettersi a fuggire scalando il Monte Bianco. Sia al passo del Piccolo che al Grande S. Bernardo (a Martigny c'è un blocco tedesco) ci sono le armate tedesche già allertate e anche a Ivrea e a Cavaglià e a Greggio (per raggiungere la Svizzera) non si passa. Ebbene, sua moglie Maria Josè e il suo aiutante capitano Arena appresero, l'"armistizio", la "resa",  la "fuga", il "tradimento", anche loro dalla radio.

Lo storico Giorgio Bocca, Montanelli e molti altri si sono chiesti sempre nelle loro memorie, come mai la fuga non fu contrastata dai tedeschi. Cosa veramente accadde in quella notte che pochi italiani conoscono. Risponde chi scrive che era presente, visto che abitava con i suoi nonni e zii quasi dentro Palazzo Mezzanotte, una adiacente costruzione adibita un tempo alla servitù dei nobili che la abitavano e che faceva (allora, oggi è stata demolita) corpo e sovrastava l'intero cortile interno. Ma nei grandi magazzini dove furono messe tutte le macchine dei fuggiaschi erano tutti sotto casa nostra, al numero 2-4 e 6 di via Arcivescovado -una laterale all'edificio- e tutti comunicanti con il Palazzo. E quelle belle e lussuose macchine chi scrive se le ricorda tutte. Non è facile dimenticarle, perchè prima di allora macchine così non le aveva mai viste. Inoltre il nonno seguitava ad indicargli questo o quel noto personaggio, che aveva visto sopra i cavalli bianchi solo nelle prime pagine quando gli sfogliava la Domenica del Corriere.

L'appoggio dei tedeschi era più che palese. Visto che a casa nostra, da quattro giorni  (perché ormai anche i polli a Chieti sapevano che Mussolini era al Gran Sasso) c'era un gruppo di ufficiali della III armata corazzata tedesca, tutti pronti e collegati via radio con Rastenburg in Prussia Orientale, dove in quel momento aveva il suo Quartier Generale, Hitler
. Il contatto era "non stop", continuo, minuto per minuto, perchè solo da Chieti più che da Roma in quelle ore Hitler aveva veramente la visione globale dell'intera situazione italiana (prevista, ma di questa grossa portata del tutto imprevista), e quindi p
ronto a far scattare il Piano Alarico e mettere in movimento le divisioni che erano in attesa al Passo del Brennero, al Passo Resia e a Dobbiaco (ma come già detto la sera prima già giunte a Verona).
Non solo, ma un aereo, uno Junker 88 partito da Chieti Scalo - l'intera notte seguì la Baionetta con i fuggiaschi fino a Brindisi e seguitò a mantenere il contatto con il Centro Radio di Palazzo Mezzanotte .

Tutti i presidi in Italia erano già stati informati fin dal 3 settembre. Il "golpe" del "tradimento" era nell'aria.
I tedeschi che avevamo in casa, si mantennero in disparte e parlarono di lasciapassare firmati da KESSELRING (infatti di blocchi stradali i fuggiaschi ne superarono almeno 30, il mattino durante la fuga verso Chieti e poi verso Ortona). L'intera arteria fin dalle ore 18 della sera precedente (dopo l'annuncio di Algeri) era stata presidiata dai tedeschi; sulla direttrice, ad Avezzano c'era già in funzione da agosto il quartier generale di KESSELRING . Non era una strada qualunque, ma la più strategica di tutto il centro Italia, come dimostreranno i fatti dei successivi dieci mesi. E Chieti per la sua posizione quasi aerea, dominante, era stata scelta dai tedeschi per insediarvi il comando che avrebbe dovuto vigilare, dominando da una parte a nord la valle del Pescara e dall'altra parte a sud le valli verso il Sangro.

Non intervennero se non al mattino all'alba del 10 alle ore 2, quando paralizzarono la città di Chieti dopo la fuga. Nella grande piazza davanti Palazzo Mezzanotte e alla cattedrale di San Giustino e nei pressi, durante le 18 ore di attesa, erano affluiti circa 10.000 fascisti "di provata fede". (Non dimentichiamo che Badoglio aveva sciolto il PNF il 28 luglio! Perchè mai furono allora concentrati a Chieti 10.000 elementi fascisti appartenenti alla vecchia Milizia?). Era stato detto loro che dovevano proteggere il Re e lo Stato Maggiore e che Chieti sarebbe diventata la nuova sede del governo e della casa reale.(Non dimentichiamo che Chieti era la più monarchica città italiana. E anche dopo il conflitto, al Referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica ottenne a Chieti solo il 37,6% dei voti)

All'alba sulla grande piazza  (prospiciente Palazzo Mezzanotte)  grande confusione, e chi non voleva attenersi alle nuove disposizioni ("la guerra continua con l'alleato"), ed era in contrasto con altri che invece non volevano rimanere a fianco dei tedeschi, furono subito disarmati, caricati sui camion, mandati a Chieti Scalo, messi sui treni, destinazione Campo di concentramento di Via Resia, Bolzano, prima di essere deportati in Germania. A Chieti, in quella piazza, chi si schierò contro e non volle presentarsi al vicino comando tedesco di Palazzo Mezzanotte, pur riuscendo a fuggire in queste fatidiche ore, dovette vivere dieci mesi in clandestinità pressato da famigerati rastrellamenti.

Un gerarca della zona in mezzo alla Piazza nel caricare i camion  si aggirava come un duce; con i pugni sui fianchi inveiva contro chi non voleva schierarsi con i tedeschi poi gridava e minacciava i renitenti: "Lo avete tradito? Adesso pagherete!". (se la mia memoria non ha buchi, mi sembra si chiamasse costui Cascatella)

A Chieti in poche ore fecero la prima "pulizia". Chi riuscì a capire gli eventi con qualche minuto di anticipo sugli altri, riuscì a fuggire, a nascondersi e a salvarsi; fascisti e non fascisti.
Lo stesso comandante dei 10.000 ex fascisti di "provata fede",  la sera prima con i suoi uomini si era messo a disposizione di Badoglio, di Roatta e del Re, ma la mattina dopo alcuni uomini erano già passati nelle file dei tedeschi, lui compreso.

Questa colonna che fuggiva, inconsapevolmente tracciò con l'itinerario del suo viaggio (Roma, Sulmona, Chieti, Ortona) il primo approssimativo confine (la "Gustav") fra le due Italie, che per tanti mesi dovevano considerarsi straniere l'una all'altra e assistere, sanguinando da mille ferite, allo scontro fra due poderosi eserciti nemici e alla lotta fratricida tra i propri cittadini schierati in campi opposti.

Inoltre a Chieti, con quella fuga, s'iniziò a chiudere, nella più grande tristezza il più o meno glorioso periodo sabaudo dell'Italia Unita, e lasciava espiare con colpe non sue gli italiani; un popolo che cominciava proprio da Chieti la nuova dolorosa vita, e se aveva perso la guerra sul campo di battaglia, ora la perdeva sul piano morale e politico.

Pochi giorni dopo, giunse a Chieti il tenente colonnello Caruso (un italiano, lo stesso che venne poi giustiziato a Roma; collaborazionista dei tedeschi e carceriere di Regina Coeli). Giunse in città con alcuni ufficiali nazisti e con una squadra di uomini che imbracciavano i mitragliatori; si presentarono alle Banche e alle oreficerie cittadine per fare un diligente rastrellamento dei fondi di cassa e di tutti gli oggetti d'oro bloccati presso gli orefici. Una "requisizione", dicendo che era per evitare che queste ricchezze cadessero nelle mani degli anglo-americani.

Il 26 settembre i tedeschi prendevano possesso di Chieti, stabilivano il Comando nello stesso Palazzo Mezzanotte, e issavano sull'edificio la bandiera uncinata. Come prima disposizione, dato che la popolazione dimostrava una sorda ostilità, misero il coprifuoco alle ore 18, e pochi giorni dopo fu portato addirittura alle 17, con le conseguenze facilmente immaginabili per la vita cittadina.

Ma questo era ancora poca cosa. Nello stesso giorno le batterie delle artiglierie e i bombardamenti degli anglo-americani iniziarono
a martellare la città quasi ogni giorno. Furono alla fine contati 59 giorni di bombardamenti di artiglieria.
Poca cosa anche questi, il terrore, la miseria, le tragedie, dovevano ancora venire.
IL 27 ottobre l'intera città fu bloccata da alcune compagnie tedesche, e dopo aver piazzato mitragliatrici in quasi tutti gli angoli delle strade, scattò l'operazione di un terribile rastrellamento, perquisendo tutti gli appartamenti della città, senza alcun riguardo per malati, chiese o conventi.
Da Chieti (che è su un cocuzzolo a 330 m.s.l.m,) non è facile abbandonare la città, nè si può fuggire in montagna; bisognava prima scendere al piano; cosa che era praticamente impossibile. Chieti ha tutta attorno una strada che la cinge, una scende a Chieti scalo, l'altra scende verso il mare, e controllandole entrambe è come assediarla. Ed è quello che fecero i tedeschi.
Poi alla città venne imposto il 18 dicembre lo sfollamento forzato. Chieti doveva essere completamente distrutta. "Kaput", per "ragioni belliche". Mancò poco che diventasse una nuova Montecassino.
Il dramma fu che dall'8 settembre al 18 dicembre a Chieti (che contava allora poco più di 30.000 abitanti) vi erano nel frattempo sfollati oltre 100.000 abitanti dei paesi vicini a sud, dove si prevedeva il grande scontro con l'VIII armata inglese, e quindi nel distruggerli si voleva far trovare a Montgomery terra bruciata.
Lo spettacolo di quest'esodo (fatto a piedi e con qualche carretto al seguito) sotto l'imperversare del maltempo, sotto la pioggia e la neve, fu desolante e disumano; e per Chieti in un periodo com'era stato quello precedente, con tre anni di razionamenti, e con i prodotti della campagna solo ai piani, quindi irragiungibili, la situazione alimentare oltre quella igienica divenne molto critica.
Tutti i 30.000 chietini furono encomiabili e diedero il massimo della solidarietà. Ogni famiglia ospitò chi 2-3 e chi anche 6-5 (come noi) parenti o amici. Il guaio era il fabbisogno alimentare e questo era erogato con le tessere annonarie. Il Comune anche'esso solidale, distribuì circa 50.000 tessere, ma solo a chi le richiedeva; ma dovendo dare nome e cognome molti temevano di essere individuati e messi alla porta, insomma mandati via. (quello che due mesi dopo accadde). Cosicchè i 30.000 ospitanti e 50.000 ospitati clandestini dovettero fare purproppo la fame. Nerissima, in pieno inverno.
Ma ne parleremo ancorain altre pagine. Pagine nere, di miseria, di bombardamenti, di lutti, di disperazione. Chi ha vissuto quei giorni, sa cos'è l'istinto di conservazione. Ma sa anche cos'è la guerra. E l'una cosa e l'altra non è facile dimenticare per tutto il resto della vita. Ad ogni piccolo spreco di oggi, ti vengono in mente quei giorni. E' impossibile dire a noi stessi "non ci pensare", è passato.
Si acquisisce però un vantaggio. Quando sei davanti a qualche difficoltà tutto ti sembra superabile, i problemi sciocchezzuole. Me la sono cavata lì, vuoi adesso cedere qui.



Su queste singolari ore, giorni, settimane (e soprattutto sulla "fuga") molti storici hanno scritto pagine con grosse lacune. E le hanno scritte perché a Piazza Grande a Chieti non c'erano, come chi scrive. Certo potrebbero dire che sono fantasie. Ma dato che nella piazza c'erano migliaia di ex fascisti (oltre la popolazione chietina) e dato che molti non erano solo vecchi di ottanta anni, sarebbe bastato andare a chiedere a quelli che sono ancora vivi, che cosa ci faceva tutta quella folla, e cosa accadde a Chieti in quelle ore a Piazza Grande (davanti a Palazzo Mezzanotte con i "fuggiaschi" dentro), e cosa accadde poi nei successivi mesi. Nessuna città in Italia soffrì così tanto. E noi la racconteremo presto con i documenti e le drammatiche immagini.

VEDI " CHIETI CITTA' APERTA" io c'ero > > > > > > >


LA LIBERAZIONE DI MUSSOLINI
LA RESA DI ROMA

Verso mezzanotte del 9 sera, comunicando l'elenco dei potenti personaggi -sovrano compreso- e l'intero stato maggiore che a Chieti si erano rifugiati e poi avevano preso la strada del Sud, al Furher la situazione gli apparve qual'era: perfino incredibile!  l'alleato non solo gli aveva voltato le spalle con l'armistizio,  ma aveva lasciato l'intero esercito allo sbando visto che erano tutti lì, tutti a Chieti, e da lì nel corso della notte improvvisamente fuggiti a Sud.
A quel punto, partì l'ordine di Hitler a Rahn (che aveva già abbandonato Roma in fretta e furia (convinto anche lui di un massiccio sbarco di americani) ordinandogli di non  lasciare l'Italia, ma di tornare velocemente nella capitale  per occuparla. Contemporaneamente sul litorale adriatico si sarebbe portato subito Rommel (che infatti il giorno dopo facendo scendere precipitosamente dal Brennero e dalla Val d'Adige le armate tedesche, raggiunsero Chieti per metterci il quartier generale; nello stesso Palazzo Mezzanotte, che poche ore prima era stato il rifugio dei "fratelli codardi d'Italia").



Piazza Grande (San Giustino), a Chieti,
il Palazzo Mezzanotte è quello in due blocchi a sx in fondo
nel retro-ala dello stesso abitava l'autore di Cronologia



Dunque qualcosa era andato non per il verso giusto in questa fuga, che molti storici sorvolano perché non sanno. Anche se chi scrive qui, ha cercato di prendere inutilmente contatti con loro.
Possibile che nessuno storico è andato a Chieti a informarsi cosa accadde quel giorno? La piazza prospiciente Palazzo Mezzanotte, tutto il giorno e tutta la notte fu piena di gente. E tutti sanno cosa accadde il mattino dopo. Scattò il rastrellamento di tutti gli uomini civili disponibili, oltre a disarmare e deportare tutti i militari che non si erano uniti ai tedeschi.

Gli ufficiali tedeschi avevano assolto prima un compito, quello di copertura e di appoggio ai fuggiaschi (a che prezzo?). E avevano da alcuni giorni installato pure un efficiente  ponte radio, che non era piccolo, visto che diventò già la sera stessa del 10 il Centro Operativo Tedesco del Centro-Sud; per dieci mesi, baricentro della famosa Linea Gustav  che doveva contrastare (e contrastò)  l'avanzata della 8a armata di Montgomery nella Valle del Sangro. Un Centro con poi frequenti presenze dello stesso organizzatore della difesa, KESSELRING (comandante delle forze tedesche in Italia) e di Rommel (che arrivò subito dopo con la sua divisione corazzata, prima ancora di assumere il comando del Nord). Dal terrazzo di casa nostra (l'unico a disposizione a Palazzo Mezzanotte (oggi non esiste più) , si dominava l'intera valle del Pescara, cioè Chieti Scalo (che era in effetti l'aeroporto di Pescara - a circa cinque chilometri dal porto).


1 Palazzo Mezzanotte - 2 Terrazzo e Casa dell'autore di Storiologia

 
L'autore l'8 settembre 1943. Quelle dietro sono le finestre del Palazzo Mezzanotte.
(oggi l' edificio che faceva corpo con Palazzo Mezzanotte non esiste più)


Questo terrazzo, oltre che essere l'unico, era il miglior punto di osservazione verso la Valle del Pescara (l'Aeroporto) e verso il Gran Sasso.
Dietro quella finestra che si vede nella foto, c'era il Comando Tedesco. Poi divenuto il centro di coordinamento della lunga (10 mesi) resistenza del Sangro (linea Gustav) per fermare la VIII armata di Montgomery.
Che non fu arrestata dai tedeschi, ma molto più semplicemente Churchill personalmente il 31 dicembre, la notte di Capodanno, venne a prendersi Montgomery per fargli preparare lo sbarco in Normandia, e lasciò al generale Leese a fare melina fino a Maggio a Orsogna, a fronteggiare a vista (a nemmeno 1000 metri) i tedeschi per quasi sei mesi.


Fin dal 5 settembre (!!!) ci era stata requisita la parte nord della casa, compreso il terrazzo che abbiamo appena visto in foto. (Il motivo fu poi chiaro, ma solo il 12, quando Mussolini fu -con un ritardo di tre giorni- liberato).

Ed ecco la ragione della presenza quasi in incognito in casa nostra degli ufficiali tedeschi, che coprirono e videro ogni cosa quella notte della fuga dei "grandi" dalle nostre finestre, ma non intervennero mai (!!!). Quel giorno (9 settembre) doveva essere liberato Mussolini a Campo Imperatore. Ma questo blitz poi, con grande agitazione, fu fatto solo due giorni dopo. Infatti liberarono Mussolini alle ore 14 del 12 Settembre. Erano passate appena 36 ore dal passaggio di Badoglio. 18 ore dal suicidio (!?) di Cavallero a Roma. E solo 24 ore dalla consegna di Roma ai tedeschi, fatta (ma guarda un po'!) dal genero del Re: Calvi di Bergolo (con trattative già in corso il giorno 9 !).

Mussolini era stato mandato inspiegabilmente proprio il 3 settembre a Campo Imperatore, e a sorvegliarlo" (?!?) in modo molto blando c'era l'ispettore di Polizia GUELI, un uomo scelto (guarda caso!!!) proprio da SENISE e da BADOGLIO. Questo ispettore (Gueli) non ostacolerà affatto la liberazione di Mussolini, anzi dalle sue memorie (con tanta retorica) era pronto a farlo lui (piuttosto che consegnarlo agli americani - com'era contemplato nell'armistizio-resa). Quindi la fuga a Chieti non era casuale, né era casuale Palazzo Mezzanotte. Visto che c'era il potente ed efficiente Centro Ascolto tedesco che coordinava le operazioni dello spettacolare "prelevamento" già predisposto da alcuni giorni, e che avrebbe dovuto -subito dopo- organizzare e coordinare la resistenza tedesca contro Montgomery, che occupando il Sangro divise poi in due la penisola per oltre dieci mesi.

L'autore che scrive non ha trovato nessuna traccia storica di questo fatto. In nessun libro! E' del tutto ignorato. Ha scritto ad alcuni storici, ma non hanno nemmeno risposto! All'anagrafe della Storia l'hanno battezzata "fuga a Pescara", e di Chieti dove accadde di tutto, non sanno nulla. Le notizie che partirono da palazzo Mezzanotte a Chieti, a "mezzanotte" del 9, dirette a Berlino, fecero invece cambiare tutti i piani dei tedeschi; l'invasione dal Brennero era stata anche prevista, ma non si aspettavano i tedeschi la fuga dell'intero Stato Maggiore a Sud, né lo sbandamento dell'intero esercito italiano (600 generali, e migliaia di ufficiali decine di migliaia di soldati) pur mettendo in conto un'eventuale sbarco nei pressi di Roma degli anglo-americani.  Del resto anche Rahn aveva abbandonato Roma per lo stesso motivo.
Ma la clamorosa notizia partita da Chieti, arrivò a Rastenburg (Q.G. di Hitler) e rimbalzò immediatamente a Firenze per ordinare a Rahn la "marcia indietro". A Palazzo Mezzanotte gli ordini arrivarono la notte stessa (3-5 del mattino del 10) ed erano quelli di occupare la città, anch'essa lasciata senza un comando badogliano, e rivolgere le armi a coloro che avrebbero disertato dalle file dell'esercito tedesco (come del resto nelle stesse ore accadde a Roma)

La logica per Hitler fu molto semplice: se tutto lo stato maggiore aveva abbandonato Roma, la capitale era senza un comando operativo. Cioè lasciata allo sbando (o premeditato alcune ore prima con KESSELRING per favorire i tedeschi? Per avere la strada sgombra per raggiungere Pescara? E poi.....(? )


SKORZENY che doveva liberare Mussolini, lo doveva fare contemporaneamente alla fuga del Re e di Badoglio il giorno 9. Infatti si era levato in volo proprio l'8 settembre con un trimotore e aveva individuato (dice lui - vedi nota più avanti *) la zona della operazione sul Gran Sasso e l'albergo che ospitava il Duce. Dice il falso perché non era un mistero; perfino i villeggianti fatti sgomberare dall'albergo lo sapevano; tutta Chieti lo sapeva! e ne era a conoscenza anche  KAPPLER a Roma, che lo aveva saputo dal Capo della polizia SENISE (indubbiamente solo quando Badoglio lo spinse nelle sue braccia come "traditore" poche ore prima di fuggire), dopo che aveva ricevuto un fono dal Gran Sasso da GUELI (che era un uomo di Senise  ma nello stesso tempo lo erano -fino a quel momento - entrambi anche di Badoglio).- Non dimentichiamo che era stato Badoglio a reintegrare Senise esonerato da Mussolini.

Il "prelevamento" doveva scattare il giorno 9,  proprio mentre la carovana dei fuggiaschi era già giunta a Chieti. Ma il "Piano Mayer", così ben studiato,  saltò tutto in aria, perché il giorno 8, a Pratica di Mare per poco non morì (vi rimase ferito) lo stesso KESSELRING nel furioso bombardamento. E subito dopo il bombardamento atterrò proprio l'aereo pilotato dal comandante GERLACH con a bordo SKORZENY che doveva prendere da KESSELRING (o da Badoglio? il giorno 8 Badoglio era ancora a Roma!) gli ultimi ordini per "prelevare" (non "liberare")  Mussolini, dopo aver compiuto il sopraluogo sul Gran Sasso.
Solo dopo si ricorse agli alianti, e solo quando si temette che la liberazione sarebbe stata forse contrastata, e che qualcuno (Badoglio?) avrebbe forse consegnato Mussolini agli americani, rivelando loro dov'era il rifugio.

Non dimentichiamo poi che GERLACH nella missione successiva (quella poi fatta con gli alianti) prese nell'andata a bordo il generale comandante del corpo metropolitano di Roma FERNANDO SOLETI, ed era anche lui un uomo fedele al Re e a Badoglio, come lo era GUELI (prima della fuga di Badoglio di poche ore dopo) e lo era SENISE (**); rispettivamente uno Ispettore dei carabinieri (piuttosto filotedesco) e l'altro capo della Polizia. Quest'ultimo, lo abbiamo più volte accennato, prima che abbandonasse Roma  proprio Badoglio lo mise agli arresti con una motivazione singolare "perché non aveva onorato gli alleati col "dovuto" rispetto". (mesi prima era stato invece esonerato per la non collaborazione con i tedeschi!). Poi prima di fuggire lo liberò e lo diede in pasto ai tedeschi (ma che strano, Badoglio lascia in mano ai tedeschi Senise? pur sapendo che costui sa dove è prigioniero Mussolini?).
"Appena libero, non feci in tempo a prendere l'ascensore, che fui fermato da militari delle S.S. e da paracadutisti armati e messo in mano al capitano Priebke delle S.S.". Così Senise finì deportato a Dachau. Non fece la fine di Cavallero e di  Muti perchè forse collaborò. Infatti il giorno 10 telefona a Gueli (rimasto senza ordini superiori - dopo la grande fuga) ricordandogli le severe disposizioni, ma il 12 ritelefona con tutto un altro tono, raccomandandogli prudenza.
 (Ma come lo sapeva tutta Chieti che Mussolini era a Campo Imperatore, lo sapevano anche gli anglo-americani. Le radio clandestine funzionavano anche a Chieti).

(*) Se questa presenza del Duce a Campo imperatore era a conoscenza di tutti, era anche ben conosciuta a Roma. La "liberazione" del Duce fatta da SKORZENY era solo un dettaglio, anche se sembrò -la sua- una grande impresa. SKORZENY  senza Priebke non avrebbe saputo cosa fare a Campo Imperatore. E anche i suoi voli di perlustrazione sono delle millantatrici storielle.
Fin dal primo confino di Mussolini a Roma i tedeschi sapevano benissimo dov'era Mussolini.
(Ma lo sapevano anche gli anglo-americani. Perchè non dimentichiamo che in entrambi i due "traslochi"  prima da Ponza, poi dalla Maddalena, a prenderlo a bordo della propria nave c'era l'ammiraglio Maugeri. Che a quanto pare (venne fuori dopo, nel processo) era a contatto con il controspionaggio anglo-americano, pur essendo contemporaneamente "capo" del controspionaggio italiano al servizio dei tedeschi prima dell'8 settembre. Lui a dare gli ordini alla flotta a La Spezia, e sempre lui a tenere poi contatti con Bergamini; che trasgredendo gli ordini fu poi mandato a picco dai tedeschi (che guarda caso seppero dopo pochi minuti dove Bergamin stava dirigendosi. Ma da chi? Da Maugeri?! che il giorno dopo diventa capo del controspionaggio anglo-americano. Gli diedero perfino la medaglia. Ma poi al processo lo misero in riposo, per aver rilasciato una intervista a un giornalista americano, piuttosto imbarazzante per gli Alleati). (il singolare processo fatto nel dopoguerra lo abbiamo rintracciato nelle annate della rivista Oggi, dell'anno 1950)

(**) SENISE capo della Polizia era stato accusato di essere troppo clemente con gli antifascisti, e severo con certi fascisti. Quattro mesi prima il 14 aprile 1943 era stato addirittura esonerato proprio da Mussolini. Poi il 25 luglio -forse faceva comodo un tipo del genere- era stato reintegrato dal Re e da Badoglio, affidandosi ai suoi rancori e quindi per fare pulizia delle tante teste calde che il capo della polizia conosceva benissimo. Ma indubbiamente proprio per quel suo carattere e quei precedenti quasi antifascisti ( Disprezzava quelli che più gli erano vicini nella gerarchia politica" e gli stessi gerarchi fascisti non gli volevano affatto bene), Senise rappresentava dopo l'8 settembre un pericoloso concorrente come Muti e Cavallero.
Non così Gueli (di cui parleremo più avanti) che lo troviamo a ricevere la custodia di Mussolini da Badoglio, lo troviamo a mantenere rapporti con Kappler a Roma, e lo ritroviamo poi .... (vedi più avanti)


Mussolini bisognava "prelevarlo", secondo i tedeschi (fino al giorno 9) con una missione di paracadutisti alla partenza e all'arrivo della funivia (ma nella notte del 9-10, tutto il programma era già cambiato. La fuga a Brindisi da Chieti (fuga a Sud) non era stata prevista dai tedeschi, anzi per loro fu una sorpresa.
Priebke tre giorni prima, il 7 settembre, vestito in borghese come un turista, con la sua Topolino 500, era arrivato come un qualsiasi turista alla base della funivia di Campo Imperatore, dove c'era un ingorgo di turisti sloggiati dall'albergo-rifugio. L'osteria alla base era piena di gente, e tutti parlavano che su, al rifugio c'era Mussolini. Poi con uno stratagemma Priebke riuscì a salire fino all'albergo.
Parlando con i turisti a valle ma soprattutto con un valligiano gobbo a monte, quest'ultimo a Priebke gli fece notare dov'erano dislocate le sentinelle, non proprio tali. Inoltre Priebke si mise a fare una piantina del luogo, studiando bene il terreno per un eventuale atterraggio di un aereo. Rientrato a Roma lo "schema" dell'operazione per "prelevare" Mussolini fu consegnato a KAPPLER indi a SKORZENY che non pensava ancora all'impiego degli alianti. Li impiegò invece quando i tedeschi seppero della fuga. (forse già temendo che il luogo era già stato individuato dagli americani (e la base della funivia forse presidiata poteva diventare inaccessibile), o che, agli stessi americani, il prigioniero poteva essere consegnato da emissari di Badoglio).
Badoglio e il Re una volta in salvo il giorno 10 a Brindisi, il minimo che potevano (e dovevano) fare (era contemplato nell'armistizio) era quello di comunicare agli anglo-americani dov'era Mussolini. Bastava solo andarlo a prelevare, i carcerieri di Mussolini, erano, lo abbiamo visto tutti suoi uomini.
Ma se a Roma prima c'era il contatto Kappler-Senise e Gueli, dopo la fuga (della notte del 9-10) questo contatto era venuto a mancare; e gli uomini a Campo Imperatore erano stati abbandonati al loro destino. O forse no.

Torniamo alla fuga: I fuggiaschi a Palazzo Mezzanotte a Chieti, e i reali a Crecchio, accaduto l'imprevisto, fuggirono a notte fonda del giorno 9, e l'operazione "liberazione del Duce" con grande agitazione, ne fu sconvolta. A questo punto dai tedeschi fu ripresa l'operazione con un altro programma domenica 12 settembre; e il programma non era più il "prelevamento" ma la "liberazione".
Ricordiamo ancora una volta cosa scrisse il generale Carboni nelle sue Memorie: "Se la fuga a Brindisi non fosse riuscita, Badoglio avrebbe prelevato Mussolini da Campo Imperatore (era Badoglio e il re che lo avevano messo agli arresti, e Badoglio e il re potevano anche prelevarlo!) e giustificandosi con Hitler, avrebbe dato la colpa della disfatta e la mancata difesa (dagli anglo-americani) di Roma al tradimento del Generale Cavallero col suo piano eversivo (il memoriale) antitedesco".
Della prigionia di Mussolini a Campo Imperatore ne parleremo più avanti.

Ma vogliamo subito qui ritornare sulla figura di Gueli; fin dal 1942 guidava a Trieste l'Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, costituito dal Ministro degli Interni, il cui scopo principale era la repressione dell'attività antifascista. Aveva sede in via Bellosguardo 8, l'edificio per la sua efferata attività di repressione era noto come la "Ville triste". Gueli era poi andato a Roma, l'ispettorato sciolto. Ma dopo la sorveglianza e la liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, dove lo ritroviamo Gueli seguito dai suoi uomini? A Trieste a ricostituire l'Ispettorato Speciale. Un corpo di 180 uomini formalmente alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno della Repubblica di Salò, anche se in effetti era sottoposto al diretto controllo del comando delle SS tedesco di Trieste.

 

RITORNIAMO SULLA RESA DI ROMA

Le cose invece a Roma andarono abbastanza bene per i germanici. Il pomeriggio del giorno 10 settembre, il genero del Re, Calvi di Bergolo, consegnava Roma ai tedeschi. La tanto celebrata battaglia nelle strade di Roma non fu poi così tanto epica, com'è spesso narrata, ma durò solo poche ore, e solo in alcuni quartieri. Alla sera i ritrovi e i cinema erano aperti e affollati, come se nulla fosse accaduto.
Il Comitato Nazionale dei Partiti Antifascisti, per la sera, alle ore 18, a piazza Colonna, con un manifestino aveva invitato i cittadini romani a intervenire "per inneggiare al nostro glorioso esercito che si batte contro i tedeschi". Si presentarono solo gli organizzatori. I romani rimasero a casa.
Quanto all'esercito una parte non si battè, ma su invito del genero del Re, si unì ai tedeschi.

La sera stessa del 10, l'agenzia Stefani, pubblicò un comunicato che mise particolarmente in vista l'atteggiamento del popolo che "....scettico, freddo, scanzonato ed incredulo più di quanto non si voglia generalmente ammetere e non si sappia, sembra oggi più che mai, esser rimasto e voler rimanere spiritualmente in margine agli avvenimenti, che pur strappano le carni alla sua Patria, con una mentalità ed un atteggiamento non soltanto di diffidenza, di sfiducia, di ostilità generale, ma perfino con un assenteismo, quasi disinteresse alla fase attuale della sua storia".

Del resto cacciare i tedeschi e difendere Roma, mancando ogni soccorso, persino aereo degli alleati, era tecnicamente impossibile; volerla fare senza che intorno a Roma ci fosse un largo campo trincerato o un valido sistema di fortificazioni armate di tutto punto, era un piano folle oltre che ridicolo. Inoltre mancavano i.... generali.

Badoglio e Roatta prima della fuga, e Carboni rimasto solo e senza i rinforzi promessi da Roatta, che abbiano reso più difficile la situazione per la difesa di Roma non ci sono dubbi. Ma che ci sia stata un sollevazione di tutta la città a battersi fino all'ultimo sangue col fermo proposito di cacciare e resistere ai tedeschi, non è neppure vero. Attivi furono soprattuto alcuni elementi dei gruppi di sinistra, con alcuni reparti di soldati che però non avevano ordini precisi dai loro comandanti (i pochi rimasti, fedeli alle consegne, e quindi in maggior parte filo-fascisti) che a loro volta erano indecisi cosa fare...

(in particolare a Porta san Paolo)......mentre la maggior parte del popolo romano rimase nelle case, fra l'apatia e l'indifferenza.
In questa difesa, che in sostanza era una cacciata dei pochi tedeschi che i "fuggiaschi" avevano lasciato a Roma, i nibelungi si difesero con violenza forse anche atroce, causando molti lutti. Ma siamo obiettivi: i tedeschi, "barbari" o no, avevano le loro buone ragione di reagire; anche un popolo mite, sentendosi addosso repentinamente come nemico il suo alleato, avrebbe reagito con violenza animalesca; Badoglio li aveva cacciati in una tremenda trappola.
La politica aveva reso nemici quelli che fino a poche ore prima nelle caserme erano camerati e kameraten. Inoltre l'armistizio -così ambiguo- non parlava di "dare la caccia" ai tedeschi, ma parlava di sospensione delle ostilità con gli anglo-americani, e se vogliamo interpretarlo giuridicamente, neppure aboliva nei confronti dei tedeschi il rapporto di alleanza (lo abbiamo già detto, non c'era il minimo accenno di una dichiarazione di guerra alla Germania); né aboliva nei confronti degli anglo-americani il rapporto di nemico a nemico. I giornali riportavano anche il giorno dopo l'annuncio
dell'armistizio i bollettini di guerra indicando con soddisfazione che in Sicilia "gli aerei, le navi dei nemici e i nemici stessi, erano stati abbattuti, affondati, respinti in mare".

Alcuni comandanti di ben 8 divisioni che erano nella capitale ("Sassari", "Granatieri" (il comandante Solina era un fascista; eppure con accanimento combattè a Roma e ad Ardea contro i tedeschi, ma fu fra i primi che poi passarono nelle file dell'Esercito repubblichino), "Piave" (idem, in 400 passarono nell'altra barricata), "Ariete", "Centauro" (la ex Milizia, era passata in blocco all'esercito badogliano, ma senza i carri armati, affidati pochi giorni prima ai tedeschi), "Piacenza", due divisioni costiere, oltre i reparti dei carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia e della P.A.I. (polizia Africa Italiana). Erano circa 60.000 uomini, più o meno armati, più o meno bene comandati dagli ufficiali inferiori, e si erano -nonostante tutto- dati da fare sparando qualche colpo contro le uniche due divisioni tedesche (PanzerGranadieren al nord -circa 24.000 uomini; alcuni reparti nei dintorni dei Castelli Romani -circa 12.000 uomini; e, giunti da poco dalla Francia accasermati ad Ostia, circa 14 mila paracadutisti).
Ma nonostante atti di valore della improvvisata resistenza e perfino attacchi, ad ogni istante gli improvvisati comandanti si domandavano, che cosa si dovesse poi fare, e dove dirigersi, e soprattutto da chi prendere ordini.

Calvi di Bergolo, "sparito" Carboni dalla circolazione, assunse il comando di questa strana armata; ma prima di allora Calvi non aveva mai avuto grandi responsabilità decisionali come generale di divisione, era un personaggio in vista ma solo perchè era il genero del Re. Inoltre in quello stesso giorno lui stava già patteggiando con i tedeschi la resa (o la consegna?) di Roma.

Gli italiani in questa strana lotta, non seguono una strategia coerente, le loro forze si sono frazionate, una parte consistente è in trasferimento ad est della città, mentre il centro della battaglia si trova tra l'Ardeatina e l' Ostiense. E' evidente che agli italiani manca una efficace azione di comando sostenuta da un sistema di collegamento affidabile. I comandanti di divisione, ma anche quelli minori, di battaglione, di compagnia, debbono agire d'iniziativa perchè privi di informazioni sull'andamento complessivo della battaglia, mentre i tedeschi si muovono in modo coordinato, a contatto tra loro attraverso gli apparecchi di comunicazione portatili e soprattutto hanno un quartier generale operativo.

Risultato: trascorse poche ore, la maggior parte di questi soldati italiani non si difesero, non andarono all'attacco, e si lasciarono subito disarmare; anzi due battaglioni della ex Milizia passarono subito ai tedeschi. E se alcuni -spinti dalla loro coscienza sabotavano la guerra detta "fascista-nazista", altri allo stesso modo sabotavano la guerra detta "antifascista-nazista". Prove di ardimento le diedero comunque entrambi, ognuno credendo di agire bene per l'amor di Patria (leggeremo più avanti il singolare secondo comunicato di Calvi di Bergolo, e dove abitava l'amor di Patria).

Cosicchè, in breve, a Roma regnò la confusione. Carboni era sparito (disse poi che era andato in cerca di Roatta, il Capo di Stato Maggiore, che in quel momento era già a Chieti. Ma altre versioni affermano che anche lui si era messo sulla strada per raggiungere i fuggiaschi (portando con sé la cassa del SIM). E che fu fermato dai tedeschi a Tivoli e quindi costretto a rientrare a Roma).
Quelli che dovevano provvedere alle necessità militari erano latitanti. Chi doveva comandare la piazza era a colloquio con i tedeschi. I capi degli antifascisti che forse avrebbero potuto organizzare una difesa tenevano invece comizi. Mentre i soldati erano allo sbando; e quelli rimasti, alcuni accusavano gli altri di "tradimento", e questi di rimando li accusavano di "vigliaccheria".
Alla fine, alcuni ricevettero l'ordine di ritirarsi a Tivoli ma si sbandarono più della metà; altri senza ordini abbandonarono i reparti per andarsene da tutte le parti. Altri ancora si unirono ai tedeschi per poi sparare sugli italiani chiamandoli "traditori della Patria", e altri disertando dalla file, creando delle bande di guerriglieri si misero a sparare pure loro sugli italiani chiamandoli pure loro "traditori della Patria". Era il primo atto, di una lunga serie. Ma chi era il capo dei "salvatori della Patria" e da che parte stava? Nessuno lo sapeva (ci pensò poi Calvi di Bergolo, a chiarire il dilemma (!! - vedi il suo comunicato più avanti).

Solo ventiquattrore prima, tutti, tedeschi, italiani, civili nelle caserme avevano brindato fino a notte inoltrata la fine della guerra, l'avvento della pace, il ritorno a casa. Che fregatura si presero!!!

Ad un certo punto Calvi di Bergolo decise di sciogliere l'armata che era ai suoi ordini e di iniziare con Carboni (nel frattempo tornato a Roma) serie trattative con i tedeschi. Che dettarono le condizioni e chiesero la firma della resa di Roma, che però i due non vollero assumersi la responsabilità, firmò "allegramente" un loro sottoposto, il tenente colonnello LEANDRO GIACCONE, che davanti a KESSELRING asserì "tanto, giuridicamente la mia firma essendo io di grado inferiore non ha nessun valore".

Significa che oltre commettere una disonestà, si opponeva una firma illegittima a un documento così importante, che toglieva ogni diritto di protestare, quando i tedeschi violeranno in seguito l'accordo resa-carta-straccia.
Il documento era non solo umiliante, ma vergognoso. Forse per questo che Calvi e Carboni non lo firmarono, tuttavia non firmandolo lo avallarono, anche se scaricarono le responsabiltà a Giaccone.
(Ricordiamo che Giaccone era il comandante della "Centauro", i cui reparti non si erano dati alla fuga, anche perché, la Centauro era la ex Milizia Fascista).

Il testo firmato da GIACCONE e accettato passivamente dai due suoi superiori, non venne allora pubblicato ed è generalmente ignoto. Apparve solo in un opuscolo oggi introvabile; ma fu fortunatamente inserito da Musco, in Agguato a Roma, pag. 22. Ripreso poi da Attilio Tamaro, in Due anni di storia, 1943-1945, pubblicato nel 1948 (opera che abbiamo in originale).

E' un documento disonorevole e umiliante (molto di più dello stesso armistizio di Cassibile) perchè invitava truppa e ufficiali italiani a passare sotto le bandiere tedesche, giurando fedeltà a Hitler, e a sentirsene onorati.

Ecco il testo:

Roma, 10 settembre 1943


ACCORDO PER LA RESA DI ROMA

IL COMANDANTE SUPERIORE DEL SUD
Comando Tattico, lì 10-9-1943
Ore 16.
ACCORDO tra il Comandante superiore tedesco del sud ed il Comandante delle truppe italiane intorno a Roma.

1. - Per evitare ulteriore spargimento di sangue fra le truppe italiane e tedesche e per salvare l'onore delle armi italiane, le truppe italiane al comando del generale comandante del Corpo d'Armata motocorazzato dislocate da 50 km. a nord fino a 50 km. a sud di Roma, si arrendono con le seguenti condizioni. Deve essere comunicato alle truppe italiane che, in caso di rottura degli accordi, contro loro sarà agito con i più severi mezzi fino alla loro distruzione.

2. - In particolare si determina:

a) ESERCITO.
1) Le truppe italiane depongono subito le armi sotto la direzionere responsabile dei loro comandanti. Le armi vengono riunite per divisioni e vengono per ora prese in consegna dalle truppe del Comandante superiore sud. Deve essere vietata severamente qualsiasi distruzione di armi. Le truppe devono essere licenziate alle loro case.

2) Dalla consegna delle armi sono esclusi i reparti, le unità ed i soldati che prestano giuramento al Furhrer del Reich germanico e sono pronti a combattere al lato tedesco fino alla vittoria finale. Il comando tedesco emanerà un proclama in cui sarà reso noto che i militari italiani che dichiarano di voler entrare nelle Forze Armate tedesche dovranno prestare giuramento al Furhrer. In questo riguardo sarà fatta differenza tra i soldati che vogliono combattere fino all'ultimo e italiani cui sarà data la possibilità di lavorare per le Forze Armate in compagnie di lavoratori. Per gli ufficiali italiani è particolarmente onorevole di partecipare ulteriormente alla lotta per distanziarsi così ufficialmente dal tradimento del governo. Il proclama deve essere portato a conoscenza di tutti i soldati italiani.

3) Tutti gli automezzi, ad eccezione di quelli dei reparti che interamente passeranno alle truppe tedesche, devono essere riuniti e consegnati secondo ordine particolare.

4) Deve essere disposto subito che su due itinerari potranno essere avviati alle truppe tedesche combattenti nell'Italia meridionale dei treni di rifornimento - specie treni di carburanti. Pertanto devono essere messi a disposizione un sufficiente numero di macchinisti.

5) Deve essere assicurata l'immediata messa in efficienza della centrale telefonica di Roma per tutte le necessità delle Forze Armate tedesche. La centrale telefonica passerà sotto governo tedesco.


6) Devono essere immediatamente consegnati intatti tutti gli impianti radio.

7) Il comandante italiano della piazza di Roma sarà messo alle dipendenze del comandante superiore sud. A lui sarà affiancato un comandante tedesco di Roma. Del resto per ora a Roma saranno occupate solo la centrale telefonica di Roma, la centrale radio e l'Ambasciata tedesca. Non saranno effettuate, fin dove la situazione lo permetterà, altre occupazioni. Deve essere disposto che ufficiali medici tedeschi e personale tedesco di sanità tornino ad avere libero ingresso agli ospedali militari di Roma. Per mantenere l'ordine pubblico saranno messi alle dipendenze del comandante della piazza di Roma tre battaglioni italiani senza armi pesanti, con alcune autoblinde.

b ) AVIAZIONE.

1) Consegna a comandi di batterie tedesche di tutte le batterie e materiali c.a. italiani e tedeschi, intatti e con munizioni.

2) Consegna incolume di tutti gli aerei e di tutto il materiale di aviazione dei campi di aviazione intorno a Roma. Con effetto immediato divieto di decollo per tutti gli aerei italiani.

3) Consegna del campo d'aviazione di Guidonia ad un comando di aviazione tedesco, con tutti gli impianti intatti.

4) Consegna di un elenco di tutto il materiale della aviazione e c.a., compresi gli aerei.

5) Per conservare l'onore delle armi italiane agli ufficiali italiani sarà lasciata l'arma individuale. Il licenziamento delle truppe potrà effettuarsi con bandiere spiegate e le bande reggimentali.

6) Il console generale Walter Wuestr rappresenterà nell'Ambasciata tedesca gli interessi tedeschi.

7) Il presente accordo entra in vigore con la sua firma. Da parte tedesca sarà incaricato della sua esecuzione il generale comandante dell'Xl corpo d'armata della aviazione, Student.

Firmati:
Gen. di brigata Stecetu WESTPHAL
Capo di S.M.del Comandante superiore del sud
Ten. Col. LEANDRO GIACCONE
Capo di S.M. della Divisione Leg. Cr. «Centauro »


Seguì poi il primo proclama di Calvi di Bergolo il giorno 10.
(notare che l'articolo inizia con "le trattativa iniziate ieri", cioè il 9, il giorno della "fuga").

Notare la situazione alle ore 10: "...la vita si svolge col ritmo consueto e normale"....
Poi il giorno 11, l'ordinanza di KESSELRING ; che affermava che non solo Roma, ma tutto il territorio italiano era dichiarato territorio di guerra, soggetta alle leggi di guerra della Germania. L'Italia è dichiarata una grande retrovia del fronte dove tutto va considerato al servizio della Wehrmacht.
Inoltre proibiva gli scioperi, le manifestazioni, ammoniva i sabotatori ecc.

Roma 11 settembre 1943

Il Comandante in Capo tedesco del sud, Mar.llo KESSELRING
ha emanato la seguente

ORDINANZA:

1) Il territorio dell'Italia a me sottoposto è dichiarato territorio di guerra. In esso sono valide le leggi tedesche di guerra.
2) Tutti i delitti commessi contro le Forze Armate tedesche saranno giudicati secondo il diritto tedesco di guerra.
3) Ogni sciopero è proibito e sarà giudicato dal tribunale di guerra.
4) Gli organizzatori di scioperi, i sabotatori ed i francotiratori saranno giudicati e fucilati per giudizio sommario.
5) Sono deciso a mantenere la calma e la disciplina e a sostenere le autorità italiane competenti con tutti i mezzi per assicurare alla popolazione il nutrimento.
6) Gli operai italiani i quali si mettono volontariamente a disposizione dei servizi tedeschi saranno trattati secondo i principii tedeschi e pagati secondo le tariffe tedesche.
7) 1 Ministeri amministrativi e le autorità giudiziarie continuano a lavorare.
8) Saranno subito rimessi in funzione il servizio ferroviario, le comunicazioni e le poste.
9) E' proibita fino a nuovo ordine la corrispondenza privata. Le conversazioni telefoniche, che dovranno essere limitate al minimo, saranno severamente sorvegliate.
10) Le autorità e le organizzazioni italiane civili sono verso di me responsabili per il funzionamento dell'ordine pubblico. Esse compiranno il loro dovere solamente se impediranno ogni atto di sabotaggio e di resistenza passiva contro le misure tedesche e se collaboreranno in modo esemplare con gli uffici tedeschi.

Maresciallo KESSELRING

Roma 11 settembre 1943

(il manifesto originale).


 


CONTEMPORANEAMENTE VENIVA DIFFUSO IL SECONDO COMUNICATO DI
CALVI DI BERGOLO
(il genero del Re, che affermava di "non far vacillare l'amor patrio"

Roma 11 settembre 1943
S.E. il Gen. Conte Calvi di Bergolo
rivolge alla cittadinanza romana il seguente messaggio:

«Romani, quale comandante responsabile della città aperta di Roma vi confermo il proclama che senza dubbio avrete letto e che ho già indirizzato alla cittadinanza.
Vi esorto a rimanere calmi e fiduciosi.
L'ora che attraversiamo è indubbiamente dolorosa e grave per tutti, ma potrebbe diventare infinitamente più grave e più dolorosa ancora, qualora il senso di responsabilità e l'amor patrio dovessero vacillare.
Le autorità responsabili stanno provvedendo con il massimo dell'energia per il ritorno della normalità in ogni aspetto della vita cittadina. Ho affrontato il problema alimentare. Tutti i servizi riprenderanno al più presto a funzionare regolarmente. Ognuno deve rimanere al suo posto ed assolvere il suo compito senza inquietudini, preoccupazioni od ansie, che non avrebbero giustificazioni.

Roma, 11 settembre 1943 - gen. Calvi di Bergolo
Calvi di Bergolo avverte con un altro breve comunicato, che chi verrà trovato con un arma (compresi i fucili da caccia) a partire dalla mezzanotte del 15 settembre sarà immediatamente fucilato (stiamo parlando di italiani contro italiani - e non di tedeschi contro italiani!)
Ci saranno incessanti e capillari rastrellamenti di militari italiani da deportare. Vengono istituiti campi di raccolta sorvegliati dalle SS nei dintorni di Roma, il principale a Pratica di Mare, in attesa dei carri bestiame ferroviari con i quali avviare, piombati, i prigionieri ai lager, gli ufficiali principalmente in Polonia, i soldati in Germania.
Le SS il 20 settembre si impadroniscono della intera riserva aurea italiana custodita nella Banca d'Italia in via Nazionale: 118 tonnellate di oro (Badoglio prima di fuggire da Roma, avrebbe tutto il tempo (dal 3 al 9) per mettere in salvo l'oro della Banca D'Italia, ma non lo fa. Ed è anche questo molto strano. In compenso però mette al sicuro (due giorni prima) i suoi averi e i suoi denari in Svizzera).
Il 26 settembre Kappler ordina alla Comunità israelitica di consegnare 50 chili d' oro entro 48 ore, altrimenti tutti gli ebrei romani saranno deportati . Ricevuto l' oro, Kappler si reca nei locali della Comunità, si impadronisce dei registri ove sono riportati nomi ed indirizzi degli ebrei romani.
Moltissimi ebrei sono arrestati, prima obbligati a lavorare sugli argini del Tevere, poi saranno deportati in germania e pochissimi faranno ritorno.


E il CLN (in formazione) nel frattempo cosa aveva fatto? Già nella stessa mattina del 9, i partiti del "comitato nazionale delle correnti antifasciste" si riuniscono per costituisi in C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale). Lo compongono: Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola e Giovanni Roveda per il Partito Comunista; Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi e Giuseppe Spataro per la Democrazia Cristiana; Pietro Nenni, Giuseppe Romita e Sandro Pertini per il Partito Socialista di Unità Proletaria, Riccardo Bauer, Ugo la Malfa e Sergio Fenoaltea per il Partito d' Azione; Manlio Brosio, Alessandro Casati e Leone Cattani per il Partito Liberale; Bartolomeo Ruini e Giovanni Persico per il Partito Democratico del Lavoro (alla riunione mancano Manlio Brosio, rappresentato da Antonio Calvi e Sandro Pertini da Mario Zagari).
Altri gruppi e movimenti si formeranno al di fuori del CLN: il Fronte Militare Clandestino, emanazione diretta del governo Badoglio insediato a Brindisi; il Movimento Comunista d' Italia che formerà con altri -socialisti, comunisti cattolici (cattolici comunisti e cristiano sociali), anarchici, repubblicani e apolitici- il raggruppamento armato Bandiera Rossa (dal nome del giornale del M.C.d'I.); altre formazioni minori che, in unione con Bandiera Rossa, riterranno irrinunciabile la pregiudiziale repubblicana, accantonata invece dalla maggioranza del CLN (tranne che dagli azionisti che manterranno la riserva sino alla liberazione di Roma e alla nomina del governo Bonomi).
Quanto alla situazione di emergenza che si era venuta a creare volevano adottare tutti i provvedimenti atti a organizzare e prolungare la resistenza di Roma; volevano armare il popolo con le armi che c'erano negli arsenali (e c'erano!), incitarlo a insorgere.

Prima scoprirono che il governo e il sovrano avevano capitolato e si erano dati alla fuga. Poi chiesero e offrirono la collaborazione a Carboni unico interlocutore (tornato a Roma dopo il tentativo di fuga). Ma Carboni con Calvi ormai era sulla strada della firma, e il Comitato non ebbe alcuna carta in mano per modificare la più che deteriorata situazione. Qualche arma la ottennero (ipocritamente) da Carboni, ma furono distribuite a chi le voleva, cioè se ne impossessarono ragazzetti, teppisti e criminali, ma anche chi voleva combattere seriamente, ma dopo, questi ultimi, di lì a qualche ora furono messi poi al bando dai comunicati che abbiamo appena letto, di Calvi di Bergolo e da KESSELRING . Molte armi, soprattutto quelle pesanti, furono abbandonate per le strade.

 




Tuttavia, autonomamente, il giorno 9, si diedero da fare, e alcuni audaci manipoli il mattino del 10 settembre sparavano ancora negli angoli delle strade in vari quartieri, e altri sparavano sui tedeschi dai tetti. Molti giovani si sacrificarono con passione, lasciando sul campo le loro giovani vite e con loro tanti cittadini coinvolti. Nel pomeriggio residui focolai, incalzati dai tedeschi si ritirarono verso l'Aventino. Alcuni di loro con tanta retorica e fuori dalla realtà, evocavano le gesta di Garibaldi, Mameli, Fratelli Bandiera, la Repubblica Romana di Mazzini nel 1849.

Paradossale è, che anche i loro compagni fascisti si rifacevano agli stessi eventi e agli stessi personaggi.
Questo è il manifesto durante la difesa di Roma

E poco dopo, altrettanto incitava a fare la nuova Repubblica Sociale Italiana
e sempre citando Garibaldi

 

Altri ancora gridavano di voler imitare Stalingrado e Mosca, difendere Roma con la "guerra di popolo" (ma quelli però avevano almeno ricevuto armi, cannoni e ottimi generali).
La bandiera bianca issata a mezzogiorno da un reparto italiano a Porta San Paolo è tolta quasi subito da altri soldati italiani che invece vogliono combattere e cacciare i tedeschi. Scontri al Testaccio, a San Saba, alla Passeggiata Archeologica, a Porta San Giovanni, a via Sannio, a Largo Brindisi, a Santa Maria Maggiore, in via Cavour, in via Nazionale, in via Gioberti. Combattimenti proseguono accaniti anche dopo la resa, firmata nel pomeriggio, alle ore 16.
Nello stesso pomeriggio uscì un giornale redatto da comunisti e socialisti "Il lavoro italiano" (vedi più avanti) affermando che tutto il popolo italiano era in armi contro i tedeschi. Ma non era vero. Alla sera del 10, a Roma, era tutto finito; il popolo mantenne la sua imperturbabile calma; nel caos gli italiani si erano egregiamente governati da soli; non era mancato il pane, e la sera i caffè, i ristoranti i bar, rimasero aperti fino a tardi, e così i cinema e i teatri. Il mattino dopo, i giornali anche se fatti male e in ritardo uscirono, ma con in prima pagina il proclama di Calvi di Bergolo e poi quello di Kesselring che abbiamo visto sopra.

Il genero del Re aveva già trattato il giorno 9, e aveva già consegnato la città di Roma a KESSELRING il giorno 10, alle ore 16. Inoltre da notare che alle ore 10, dello stesso giorno 10 l'agenzia Stefani (non più fascista ma da due mesi agli ordini di Badoglio) riferiva "la città di Roma è completamente tranquilla. La vita si svolge con il ritmo consueto e normale".

Il popolo, che non era nemmeno una folla, oltre che essere tranquillo e indifferente, scese in strada a vedere come in un film i combattimenti. C'era gente che moriva o veniva ferita, e capannelli di persone si formavano attorno a questi audaci ma poveri disgraziati. Ben vestiti, indifferenti, qualcuno fra un ferito e un morto, come se si trattasse di una banale esercitazione, guardando da un'altra parte, si fumava tranquillo pure la sigaretta.


I caduti per la difesa di Roma furono complessivamente 703, uccisi durante i combattimenti (di cui circa 70 civili e 51 donne) e 1800 feriti.
Perdite germaniche: 109 morti, 500 feriti.


Molto diverso era invece il tono del giornale...


Anche questo foglio incitava il popolo italiano in armi contro i tedeschi e il ritorno di Garibaldi.
Ma quando uscì, i tedeschi erano già padroni della situazione. Come abbiamo visto sopra, alle ore 16 del giorno 10, Calvi aveva già consegnato Roma ai tedeschi, e affermava che era "patriottico" unirsi ai tedeschi e giurare fedeltà a Hitler.
A sua difesa, c'è da dire che poi Carlo Calvi di Bergolo, invitato pure lui a giurare fedeltà alla nuova Repubblica Sociale fondata da Mussolini, rifiutò. Finì arrestato e avviato al Nord per essere deportato in Germania con altri ufficiali che avevano seguito il suo esempio.

La sera stessa del 10 settembre, in base agli accordi, Roma è riconosciuta "città aperta" da entrambe le parti. Città aperta, per risparmiarne il patrimonio monumentale e artistico e rispettarne la funzione storica e sacra di centro della Cristianità. In quanto tale, secondo i patti, rigorosamente priva di apprestamenti e contingenti militari.

L'11 mattina sui muri poi comparvero i manifesti di KESSELRING con le severe ordinanze dei tedeschi.
In due lingue !!


Iniziava così il Primo Atto della dominazione tedesca in Italia.


Il mattino dopo, il 12, il Messaggero scriveva: "Oggi Roma si sveglia da un torbido sogno".

Il giorno seguente i giornali italiani furono costretti a pubblicare le pesanti esternazioni di Hitler contro l'Italia; roventi parole sul "tradimento" del governo italiano
.

13 Settembre 1943


IL DISCORSO DI HITLER AI TEDESCHI
(parte riferita all'Italia)

"Camerati tedeschi,

Liberati dal grave peso della lunga, schiacciante attesa, vedo giunto ora il momento di parlare al popolo tedesco senza dover ricorrere ad artifizi di fronte a me stesso o di fronte al pubblico.
Il crollo dell'Italia era da prevedersi da lungo tempo, non per la mancanza di adeguate possibilità italiane per una resistenza efficace o per la mancanza del necessario aiuto tedesco. ma piuttosto per difetto, o meglio per la mancanza di volontà di quegli elementi, che ora, come conclusione del loro metodico sabotaggio, hanno provocato la capitolazione. Si è compiuto ciò verso cui da anni molti uomini tendevano: il passaggio del Comando di Stato Maggiore italiano dal Reich, alleato dell'Italia, ai comuni nemici.

Allorché l'Inghilterra e la Francia nel settembre 1939 dichiararono la guerra al Reich, l'Italia, in base ai patti, sarebbe stata costretta a dichiararsi subito solidale con la Germania; tale solidarietà era basata non solo sulle clausole del patto, ma anche sulla sorte che i nemici avrebbero riservato in futuro alla Germania così come all'Italia.

E' noto che Mussolini aveva preso la risoluzione di ordinare in Italia, secondo i patti, l'immediata mobilitazione. Le stesse forze che hanno portato oggi alla capitolazione, riuscirono ad impedire nell'agosto del 1939 l'entrata in guerra dell'Italia.
Come capo del popolo tedesco, ho dovuto avere della comprensione per tali straordinarie difficoltà del Duce.
Per tale ragione, né allora né più tardi io ho spinto l'Italia a mantenere gli obblighi dell'alleanza. Al contrario ho lasciato completamente libero il governo italiano sia di non entrare affatto in guerra, sia di entrarvi nel momento più conveniente, che esso poteva fissare liberamente.

Nel giugno del 1940 Mussolini riuscì ad ottenere quelle premesse interne necessarie per l'entrata in guerra dell'Italia a fianco del Reich.
La lotta in Polonia era altrettanto decisa in quelI'epoca quanto quella in Norvegia.
In Francia e contro le armate alleate inglesi sul continente. Nondimeno, io ho dovuto ringraziare il Duce per una presa di posizione che, come sapevo, si era potuto stabilire nell'interno solo attraverso gravi difficoltà incontrate non nel popolo italiano, ma in determinate sfere.

Da quel momento il Reich e l'Italia sostennero insieme la lotta. Su molti teatri di guerra è stato versato il sangue in comune. Nemmeno un attimo il Duce ed io abbiamo dubitato che questa lotta sarebbe stata decisiva per l'esistenza o la non esistenza dei nostri popoli.
Perciò la Germania anche di fronte ad aspri combattimenti, aiutò sempre il suo alleato fino al limite del possibile.

Molte offerte di aiuto sono state da pricipio o addirittura rifiutate dai capi militari dell'Italia, o accettate soltanto a condizioni inattuabili.
Verrà resa nota a suo tempo al pubblico la documentazione dalla quale risulta il contributo prestato dalla Germania ai suoi alleati nella lotta per i comuni destini, e che era pronta a continuare a prestare. Anche sui comuni teatri di guerra il soldato tedesco ha conservalo quell'atteggiamento che ovunque lo distingue. Perché, senza il suo intervento, l'Africa Settentrionale sarebbe stata perduta per l'Italia fin dall'inverno 1940-1941. Il nome del Maresciallo Rommel è legato in eterno a quell'azione tedesca.

Allorchè nella primavera del 1911, il Reich decise di aiutare l'Italia nei Balcani, ciò non avvenne per eseguire propositi propri, ma soltanto per aiutare un alleato per eliminare un pericolo provocato dal procedere dell'Italia che naturalmente minacciava anche la Germania.
La Germania sostenne questo sacrificio quasi nello stesso istante in cui, nella lena del gran attacco bolscevico contro tutta l'Europa, atteso di ora in ora, aveva già abbastanza da pensare a sé. Il sangue di numerosi nostri connazionali provò la fedeltà del popolo tedesco al patto con l'Italia.

II popolo tedesco ed io, come suo Capo, abbiamo potuto prendere questo atteggiamento soltanto nella coscienza del fatto che alla testa del popolo italiano si trovava uno degli uomini più rappresentativi che abbiano visto i tempi moderni, il più grande figlio del suolo italiano, dalla caduta del mondo antico. La sua incondizionata fedeltà conferì al vincolo comune la premessa di una stabilità coronata dal successo. La sua caduta, le vigliacche ingiurie scagliate contro di lui. saranno risentite un giorno dalle generazioni italiane quali una profonda onta.
Ma l'ultimo atto, che determinò il colpo di Stato, deciso da lungo tempo, è stata la richiesta da parte del Duce di più ampi poteri per una più efficace condotta della guerra.
Durissime misure contro i sabotatori palesi ed occulti della condotta della guerra, contro i nemici reazionari della giustizia sociale e con ciò della capacità di resistenza della massa del popolo italiano dovevano servire a tale scopo.

Ancora all'ultimo momento Mussolini voleva allontanare gli ostinati nemici del popolo italiano nella sua lotta per l'essere e il non essere, e per assicurare in tal modo l'avvenire dell'Italia.
E' comprensibile il dolore che io personalmente provai di fronte all'ingiustizia, unica nella storia, commessa contro quest'uomo, di fronte al trattamento indegno che gettava sul piano di un delinquente comune, lui che, per oltre 20 anni, non aveva vissuto che preoccupandosi per il suo popolo.
Sono stato e sono felice di poter considerare come mio amico questo uomo grande e leale. Del resto, io non sono abituato a cambiare o a rinnegare le mie opinioni a seconda delle circostanze. Nonostante qualche opinione contraria, io chiedo che nella vita dei popoli, come in quella dei singoli individui, la fedeltà abbia un valore inestinguibile, senza la quale la società umana finirebbe per oscillare, e le sue organizzazioni, prima o poi, si sgretolerebbero.

Cionondimeno, anche dopo quel passo ignominioso, le truppe tedesche in Sicilia, gli aviatori tedeschi, gli equipaggi dei sommergibili. delle motosiluranti, dei trasporti di ogni genere, a terra, nel cielo e sul mare, hanno continuato a fare il loro dovere al massimo grado. Per ragioni di opportunità tattica, l'avversario, oggi potrà tacerlo, ma la posterità metterà un giorno in chiaro che, fatta eccezione per alcuni valorosi reparti italiani, da quel- momento in prima linea combatterono soltanto truppe tedesche, che difendevano con il loro sangue non solo il Reich, ma anche il suolo italiano.

Che il Governo italiano si sia deciso a rompere l'alleanza, e uscire dalla guerra o a rendere in tal modo l'Italia stessa teatro della guerra, può essere da esso motivato con tutte le ragioni che crede. Ma non potrà mai scusare il fatto di non essersi messo neanche preventivamente d'accordo con i suoi alleati.

Non basta: lo stesso giorno in cui il maresciallo Badoglio aveva sottoscritto l'armistizio, egli ricevette l'incaricato d'affari germanico e l'assicurò che lui, maresciallo Badoglio, non avrebbe mai tradito la Germania, che noi dovevamo aver fiducia in lui, e che lui avrebbe dato prova colle sue azioni di essere degno di tale fiducia, e che, soprattutto, l'Italia non pensava affatto a capitolare.

Il giorno stesso della capitolazione, il Re chiamò l'incaricato d'affari tedesco e gli diede ampie assicurazioni che l'Italia non avrebbe mai capitolato, e che sarebbe rimasta fedele alla Germania nella buona e cattiva sorte.
Un'ora dopo che era stato reso noto il tradimento, il Capo dello Stato Maggiore italiano Roatta, dichiarò, di fronte al nostro plenipotenziario militare, essere quella una volgare menzogna e una invenzione della propaganda inglese.
Nello stesso momento, il delegato del Ministero degli Esteri italiano assicurava che quella notizia non era che un tipico raggiro britannico, che egli avrebbe smentito, mentre un quarto d'ora dopo doveva ammettere che la cosa era esatta e che l'Italia era effettivamente uscita dalla guerra.

Agli occhi degli aizzatori democratici della guerra mondiale, nonché a quelli degli attuali uomini di governo italiani, questo procedimento potrà sembrare un brillante esempio dell'abilità tattica della loro politica.

La storia giudicherà un giorno altrimenti e generazioni e generazioni d'italiani si vergogneranno che questa tattica sia stata applicata verso un alleato che aveva adempito col sangue e con sacrifici di ogni genere, attenendosi più di quanto bastava alla lettera dei patti.

Camerati!
Per voi che già da due anni avete avuto occasione di osservare la crescente influenza di quelle sfere reazionarie e tedescofobe, dopo la caduta del Duce non c'era più alcun dubbio sulla vera intenzione di questo cambiamento di governo.

Ho pertanto stabilito come di dovere tutte le misure che potevano essere prese in questo caso, per preservare il popolo tedesco da una sorte che il maresciallo Badoglio e la sua cricca avevano riservato non solo al Duce e all'Italia, ma nella quale volevano travolgere anche la Germania.

Gli interessi della condotta di guerra nazionale del popolo tedesco sono per noi altrettanto sacri che impegnativi. Noi sappiamo tutti che in questa lotta senza quartiere, secondo il desiderio dei nostri nemici, il soccombente verrà annientato, mentre al solo vincitore resterà la possibilità di vivere. Noi siano pertanto determinati. con fredda decisione, a prendere sempre in massima e in particolare quelle misure che siano adatte a frustrare le speranze dei nostri avversari. Ma anche numerosi italiani, gelosi del proprio onore, si sono dichiarati ora indissolubilmente legati alla lotta condotta- finora dai due popoli.

La perdita dell'Italia ha militarmente poca importanza. La lotta in Italia è stata da mesi sostenuta soprattutto dalle truppe tedesche. D'ora innanzi noi continueremo tale lotta, liberi da ogni gravoso impedimento. II tentativo del complotto plutocratico internazionale di fiaccare come in Italia la resistenza tedesca è puerile. In questo caso essi scambiano per un altro il popolo tedesco.
I provvedimenti presi a difesa degli interessi tedeschi nei confronti degli avvenimenti in Italia sono molto duri. Per quanto riguardano l' Italia esse si svolgono già secondo i piani e sono coronati da successo. L'esempio del tradimento della Iugoslavia ci ha dato già in precedenza una salutare lezione e preziosi insegnamenti. La sorte dell'Italia, però, dovrà essere per tutti una lezione per non venir mai meno, nei momenti di maggiore bisogno, ai comandamenti dell'onore nazionale, per rimanere fedeli ai propri alleati e adempiere con cuore leale a quello che il dovere ci impone di fare.

"Die zum Schutze der deutschen Interessen angesichts des Vorganges in Italien angeordneten Massnahmen sind sehr hart. Soweit sie Italien betreffen, verlaufen sie schon jetzt planmdssig und erfolgreich. Das Beispiel des Verrates Jugoslawiens hat uns schon vorher eine heilsame Aufklarung und wertvolle Erkenntnisse gegeben. Das Schicksal Italiens selbst aber mag fur uns alle auch eine Lehre sein, um in Stunden der hartesten Bedrangnis und der bittersten Not niemals dem Gebot der Nationalen Ehre zu entsagen, trei zu unserem Bundesgenossen zu stehen und glaubigen Herzens das zu erfullen, was die Pflicht zu tun uns auferlegt...."
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Il discorso lo abbiamo in originale diffuso dalla Radio Tedesca

 

Ma lo stesso 11 settembre, dal suo rifugio a Brindisi, finalmente Badoglio lancia un messaggio agli italiani dicendo che "sono i germanici i veri nemici del Popolo italiano, come in passato" e restando sempre nell'ambiguità concluderà dicendo: "Voi italiani trarrete da ciò le debite conseguenze e regolerete su di esse il vostro pensiero e la vostra azione".

11 Settembre 1943

FINALMENTE (ORMAI LUI E' AL SICURO A BRINDISI) BADOGLIO AFFERMA CHE
i "NEMICI" dell'Italia, sono i TEDESCHI !!

MESSAGGIO DI BADOGLIO ALLA NAZIONE

L'Italia si è trovata costretta a dichiarare di non potere proseguire la lotta di fronte alla soverchiante potenza degli alleati.
Industrie distrutte, ferrovie paralizzate, interi quartieri delle nostre città ridotti a cumuli di rovine, impossibili i rifornimenti di viveri alle generose popolazioni meridionali.

La prepotenza tedesca ci toglie perfino la libertà di dichiararci vinti.

Essa opprime il Paese, obbligandolo ad essere ancora teatro di guerra, a subirne gli orrori e le rovine, esclusivamente per l'interesse germanico.

Il Popolo Italiano, le masse operaie, che credevano con l'armistizio di cominciare la laboriosa ricostruzione della Patria, vedono sul nostro Paese non solo pesare l'occupazione tedesca, ma proseguire la guerra.

La verità è che la Germania, continuando la guerra sul nostro suolo, cerca di tenerla lontana dal suo territorio.

Italiani !
i tedeschi finiranno tanto più presto di opprimervi, la guerra si allontanerà tanto più rapidamente dal nostro disgraziato Paese quanto più voi saprete reagire con energia e fermezza alla prepotenza tedesca, quanto più ostacolerete l'oppressore nei suoi disegni.

I germanici, dopo essere stati per tre anni degli alleati che hanno condotta la guerra con criteri egoistici e nel loro esclusivo interesse, sono tornati ad essere apertamente nemici, come in passato, del Popolo italiano.

Voi trarrete da ciò le debite conseguenze e regolerete su di esse il vostro pensiero e la vostra azione.

Al termine della dolorosa vicenda rimarrà negli italiani il rancore inestinguibile per tutti i soprusi e le prepotenze subite, comune retaggio, questo, a tutti i popoli che hanno dovuto subire in Europa l'oppressore germanico
.
Maresciallo Badoglio

Il 19 SETTEMBRE, Kesselring invita gli italiani ad approffittare delle "favorevoli" condizioni di lavoro in Germania. Il 21 SETTEMBRE è pubblicato il bando di precettazione al lavoro obbligatorio che prevede la chiamata di 16.400 romani. Gli appartenenti a cinque classi, dal 1921 al 1925, dovranno presentarsi entro il 25 settembre per essere avviati in Germania o impiegati in opere di apprestamento militare. Se ne presenteranno 455. Gli altri, alcuni si daranno alla macchia, altri si nasconderanno dentro la capitale, guardandosi più dagli amici (che si credevano tali) che dai nemici. Infatti le delazioni non mancheranno per motivi abbietti: per antichi odii o anche per soldi.
L' ufficio culturale dell' ambasciata tedesca, in via Tasso, diventa sede della Gestapo e delle SS al comando di Kappler, luogo di reclusione e di tortura dei detenuti politici, con le stanze adibite a cella, con le porte a spioncino (e dopo qualche giorno saranno murate anche le finestre).
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Ritorniamo al giorno 9 settembre su un altro versante: sul Gran Sasso

Mussolini e i suo custodi al Rifugio di Campo Imperatore, il giorno dopo, il 10 mattina, seppero della fuga dei reali e del governo fuggito a Brindisi e appresero alla sera dalla radio che fra le clausole dell'armistizio era compresa la consegna del Duce agli inglesi (* vedi in fondo). Ma per due giorni a Campo Imperatore non arrivò nessun ordine. A chi dunque dovevano ora ubbidire i custodi (Gueli e C.) visto che tutti erano uccel di bosco? Con Senise a Roma ormai incastrato da Badoglio e messo in mano ai tedeschi.

Mussolini alle ore 3 di domenica 12 mattina, perse forse ogni speranza, terrorizzato di essere consegnato agli inglesi (molte cose sarebbero cambiate!!!)  cadde nella disperazione. Prima (che strana richiesta) chiese una pistola al tenente Faiola, poi al suo rifiuto Mussolini si svenò, lievemente, con una lametta di rasoio. Forse non proprio con l'intenzione di morire ma di avere da parte dei carcerieri compassione o un po' di solidarietà. In fin dei conti era Mussolini e un po' di carisma lo aveva ancora.
Faiola, proprio costui che era "un arnese di Badoglio", il 12 mattina cambia anche lui atteggiamento "vi giuro sulla testa dei miei figli che non vi consegnerò mai agli inglesi". Ma se dice queste cose, vuol dire che qualcosa sa (e che semmai - è sottinteso- lui lo avrebbe consegnato solo ai tedeschi).

 Questo il racconto del maresciallo Osvaldo Antichi: "...entrando nella stanza del Duce, lo trovai seduto sulla sponda del letto con le braccia abbandonate e gli occhi sbarrati. Dai polsi, gli scendeva un rigagnolo di sangue. Sul comodino  una lametta da barba. Con dello spago gli legai strettissimi gli avambracci per bloccare l'emorragia. Faiola corse con la cassetta di pronto soccorso poi con una garza gli medicammo le ferite".(Arrigo Petacco e Sergio Zavoli, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso, Rizzoli, Milano, 1973).
(
In molte foto che seguirono alla liberazione del Duce, si vede benissimo il suo polso fasciato)
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9-10 SETTEMBRE - Tutte le forze delle varie correnti antifasciste, finora vissute in clandestinità, escono allo scoperto; danno vita al Comitato di Liberazione Nazionale cercando di coordinare gli sbandati in funzione di una (vaga, perchè nessuno si aspettava dall'esercito un così colossale sbandamento e una così grande fuga di alti ufficiali) lotta anti-tedesca di resistenza. Nascono i vari reparti, con varie connotazioni politiche, che andranno ad assumere entro breve tempo carattere militare, inizialmente inquadrati, coordinati e con un sostegno militare e finanziario dei nuovi alleati; in un secondo tempo poi questi ne smorzarono l'entusiasmo, l'autonomia, e cessarono in molti casi anche gli aiuti; in una terza fase del conflitto si scontrarono perfino, ritenendoli dannosi e di intralcio alle loro operazioni.

Ma c'era un motivo: la migliore organizzazione partigiana era comunista, e questo non era stato previsto all'inizio (e nemmeno era stato previsto dagli anglo-americani un colossale sbandamento e la fuga di tutto l'esercito italiano). Si temeva insomma un golpe della sinistra. Gli Alleati chiesero, prima con CLARK (inascoltato) poi con ALEXANDER, perfino il disarmo dei partigiani, ma i capi della Resistenza si opporranno e soprattutto in Alta Italia organizzeranno un loro governo (al di fuori di ogni validità giuridica, in base alla Convenzione ma anche in base al diktat degli Alleati) fino all'arrivo degli anglo-americani. Poi il 7 giugno '45 smobiliteranno (Ma la paura agli alleati l'avevano messa addosso eccome! E Churchill, nell'eventualità, avrebbe agito come in Grecia, senza che Stalin avesse mosse un dito. Nelle sue memorie, Churchill scrive "perchè avrebbe dovuto muoverlo? I patti della spartizione li avevamo già fatti". E l'italia pure questa ricadeva sull'influenza occidentale.

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(*) LA CONSEGNA DI MUSSOLINI AGLI INGLESI


Il Corriere della Sera, del "Pomeriggio" 16-17 settembre, pubblicò questa corrispondenza dall'estero.


Berlino 16 settembre. - I primi particolari sulle intenzioni che gli alleati avevano in animo verso Mussolini prigioniero si apprendono dalla Berliner Borse Zettung di giovedì mattina per tramine del corrispondente da Lisbona: "La liberazione di Mussolini è avvenuta tre, quattro ore prima che il Duce dovesse venir consegnato agli Stati Uniti. Da fonte degna di fede ho appreso i seguenti particolari sul progetto di consegna di Mussolini agli alleati, consegna che faceva parte essenziale delle clausole d'armistizio sottoscritto da Badoglio. Pochi giorni dopo il 25 luglio allorché Re Vittorio Emanuele e Badoglio avevano imprigionato Mussolini, opparve a Lisbona, a bordo di un aereo postale, il generale Castiglione e si mise in contatto con l'Ambasciata inglese e la Legazione degli Stati Uniti. La conversazione decisiva fra l'italiano e gli inglesi e americani ebbe luogo in un albergo a Manfra a circa 30 chilometri da Lisbona.

Alcuni giorni più tardi Castiglione ricevette l'invito di consegnare Mussolini agli Stati Uniti entro un termine stabilito da Roosevelt. La consegna, secondo il piano elaborato personalmente da Roosevelt doveva costituire un grosso colpo di scena politico simboleggiante la vittoria degli Stati Uniti sul fascismo e in pari tempo un trionfo capitale nella propaganda elettorale di Roosevelt. Una missione militare degli Stati Uniti avrebbe preso sotto la sua protezione Mussolini alla presenza di operatori cinematografici, fotografi, radiocorrispondenti e giornalisti. Mussolini doveva essere trasportato in aereo, dopo una sosta in Sicilia e a Gibilterra, direttamente a Nuova York e di là a Washington.

Roosevelt intendeva accogliere come prigioniero Mussolini alla Casa Bianca e alla presenza di Churchill in questa occasione avrebbe tenuto un radiodiscorso. L'arrivo a Nuova York era previsto per il 16 settembre. L'organizzazione di questo progetto richiese più tempo del previsto. Stimando erroneamente il valore delle contromisure tedesche di fronte alla capitolazione di Badoglio, non si diede alcuna importanza decisiva al fattore tempo".

Insomma fallì, perchè furono preceduti dai tedeschi.

 

Dunque, liberato Mussolini prigioniero a Campo Imperatore, il giorno 13 è condotto in Germania. Da Monaco raggiunge Rastenburg, la Wolfsschanz, la “Tana del lupo” al cospetto del suo liberatore Hitler. Testimonia il figlio del duce Vittorio Mussolini: “Entrambi, profondamente commossi, si strinsero a lungo la mano”. Pochi giorni dopo, il 18 settembre, Mussolini indirizzando un messaggio agli italiani conferma l'intenzione di continuare la guerra al suo fianco.
Ormai nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana” formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi. L’italia deve tuttavia cedere in amministrazione diretta alla Germania la città di Trieste, l’Istria e il Trentino-Alto Adige. Da questo momento triestini o trentini, per non finire loro stessi fucilati per disobbedienza, dovrebbero sparare ai confinanti veronesi o veneziani.
 

18 SETTEMBRE - MUSSOLINI DA MONACO


"Camicie Nere, Italiani e Italiane!
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili e che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.
Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché, dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo. La radio non ammette lunghi discorsi. Senza ricordare per ora i precedenti, vengo al pomeriggio del 25 luglio, nel quale accadde quella che, nella mia già abbastanza avventurosa vita, è la più incredibile delle avventure.
II colloquio che io ebbi col Re a Vílla Savoia durò venti minuti e forse meno. Trovai un uomo col quale ogni ragionamento era impossibile, poiché egli aveva già preso le sue decisioni. Lo scoppio della crisi era imminente.
E' già accaduto, in pace e in guerra, che un ministro sia dimissionario, un comandante silurato, ma è un fatto unico nella storia che un uomo il quale, come colui che vi parla, aveva per ventun' anni servito il Re con assoluta, dico assoluta, lealtà, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, costretto a salire su una autoambulanza della Croce Rossa, col pretesto di sottrarlo ad un complotto, e condotto ad una velocità pazza, prima in una, poi in altra caserma dei carabinieri.

Ebbi subito l'impressione che la protezione non era in realtà che un fermo. Tale impressione crebbe, quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico.
Avevo però la netta sensazione, pur essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer si preoccupava della mia sorte. Gòring mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fùhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale dell'opera di Nietzsche.
La parola "fedeltà" ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno, nell'anima tedesca, è la parola che nel collettivo e nell'individuale riassume il mondo spirituale germanico. Ero convinto che ne avrei avuto la prova.

Conosciute le condizioni dell'armistizio, non ebbi più un minimo dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell'articolo 12. Del resto, un alto funzionario mi aveva detto: "Voi siete un ostaggio".
Nella notte dall'11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C'era nell'aria limpida attorno all'imponente cima del monte, una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante, poi successivamente altri: quindi, squadre di uomini avanzarono verso il rifugio decisi a spezzare qualsiasi resistenza.
Le guardie che mi vegliavano lo capirono e non un colpo partì. Tutto è durato 5 minuti: l'impresa rivelatrice dell'organizzazione e dello spirito di iniziativa e della decisione tedesca rimarrà memorabile nella storia della guerra. Col tempo diverrà leggendaria.
Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è un ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui il governo democratico liberale e costituzionale del 25 luglio ha gettato l'intera nazione. Non credevo in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi cosi catastrofici nei confronti del partito, del regime, della nazione stessa. Ma dopo pochi giorni le prime misure indicavano che era in atto l'applicazione di un programma tendente a distruggere l'opera compiuta dal regime durante venti anni ed a cancellare vent'anni di storia gloriosa che aveva dato all'Italia un impero ed un posto che non aveva maí avuto nel mondo.
Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua noi spettatori sul nostro territorio taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità e quindi continuare nell'equivoco.

Mentre rivendichiamo in pieno la nostra responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri a cominciare dal Capo dello Stato, essendosi scoperto che, non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.
E' la stessa dinastia che, durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il Re dichiarata, è stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. II suo disinteresse all'andamento della guerra, le prudenti e non sempre prudenti riserve mentali, si prestarono a tutte le speculazioni del nemico mentre l'erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia.
Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto, preparato, organizzato anche nei minimi dettagli il colpo di stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbio che il Re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, le trattative dell'armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le due dinastie di Roma e di Londra.
E' stato il Re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso.

E' il complesso dinastico che ha premeditato ed eseguito le demolizioni del regime che pur vent'anni fa l'aveva salvato e creato il potente diversivo interno a base del ritorno dello Statuto del 1848 e della libertà protetta dallo stato d'assedio. Quanto alle condizioni dell'armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. II Re non ha fatto obbiezioni di sorta nemmeno, ben inteso, per quanto riguardava la premeditata consegna della mia persona al nemico. E' il Re che ha, con il suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l'avvenire della sua Corona, creata per l'Italia una situazione di caos, di vergogna interna, che si riassume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dalla estrema Asia all'America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di casa Savoia.
Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettata la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo, né potrebbe accadere diversamente. L'Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.
D'ora innanzi può accadere che anche nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo per il gruppo dei responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: tutto ciò viene scontato dal popolo italiano, dal primo all'ultimo dei suoi cittadini.

Dopo l'onore compromesso, abbiamo perduto, oltre i territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, ioniche, egee e francesi che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.
II regio Esercito si è quasi dovunque rapidamente sbandato. E niente è più umiliante che essere disarmato da un alleato tradito tra lo scherno della popolazione.
Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai loro camerati tedeschi su tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove soldati italiani e tedeschi riposano insieme, dopo l'ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.
La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico, in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà la minaccia permanente contro l'Italia e il caposaldo dell'imperialismo inglese nel Mediterraneo.
Solo l'aviazione ha potuto salvare buona parte del suo materiale, ma anch'essa è praticamente disorganizzata. Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate irrefutabilmente anche nel discorso del Fùhrer, il quale ha narrato, ora per ora, l'inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti che gli angloamericani, d'accordo col governo di Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell'armistizio, contro grandi e piccole città dell'Italia centrale.

Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, tanto che oggi è decaduta nelle coscienze del popolo ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa compromettere minimamente la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni, ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai monarchici, l'unità e l'indipendenza d'Italia fu voluta, contro tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini.
Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini. Nell'attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1) riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina cosi obbrobriosa nella storia della Patria;
2) preparare, senza indugio, la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l'entità del sacrificio;
3) eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico;
4) annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie Nere fedeli di tutta Italia!
lo vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi.
L'esultanza del nemico per la capitolazione dell'Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai.
Voi, squadristi, ricostituite i vostri battaglioni che hanno compiuto eroiche gesta.
Voi, giovani fascisti, inquadratevi nelle divisioni che debbono rinnovare, sul suolo della Patria, la gloriosa impresa di Bir el Cobi.
Voi, aviatori, tornate accanto ai vostri camerati tedeschi ai vostri posti di pilotaggio, per rendere vana e dura l'azione nemica sulle nostre città.
Voi, donne fasciste, riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale, cosi necessaria al popolo. Contadini, operai e piccoli impiegati, lo Stato che uscirà dall'immane travaglio sarà il vostro e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili. La nostra volontà, il nostro coraggio e la vostra fede ridaranno all'Italia il suo volto, il suo avvenire, le sue possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere, per voi tutti, una suprema certezza.
Viva l'Italia! Viva il Partito Fascista Repubblicano!


(Benito Mussolini - Monaco - 18 Settembre 1943)

23 SETTEMBRE - Mussolini dopo aver annunciato il 18 da radio Monaco la costituzione della Repubblica Sociale Italiana di Salò, rientra in Italia. Forma un governo statuale ma che ha pochissima autonomia; é un semplice paravento all'egemonia tedesca fortemente presente ora in Italia settentrionale. Ma nonostante questo ha il suo peso. Perchè Mussolini ha sempre il suo carisma. 
E per quanto limitato come potere effettivo, non fu un Governo inutile. Se non altro "è riuscito a impedire che tutta l'Italia del Nord -allo sbando- (comprese le industrie) cadesse totalmente nelle mani dei tedeschi". A dargli questo riconoscimento sarà (per la prima volta realistico) proprio Vittorio Emanuele III; è infatti suo il corsivo.
Del resto è inimmaginabile se non impossibile che il Nord se si fosse schierato contro i tedeschi fin dall'8 settembre, ne sarebbe uscito vincente. La pianura Padana, non era gli Appennini, e le forze tedesche presenti erano imponenti. Capaci di annientare in pochi giorni ogni resistenza, che nei primi mesi era piuttosto improvvisata, per nulla organizzata e quasi insignificante.

MA ALLO SBANDO FURONO MESSI TUTTI GLI ITALIANI, A NORD COME A SUD

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(Chieti "CITTA' APERTA" ......un inferno - IO C'ERO > > > > > > )

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