29 OTTOBRE 1922
LA MARCIA SU ROMA

I PREPARATIVI - SBANDO A ROMA - IL RE E LO STATO D'ASSEDIO -
LA MARCIA SU ROMA - IL GOVERNO MUSSOLINI -
IL DISCORSO DEL "BIVACCO" - MUSSOLINI A LOSANNA
LOTTA FRA RAS E ONDATA DI REVISIONISMO DEL FASCISMO

 

Lanciato il 27 mattina dal Quadrunvirato il Proclama che abbiamo letto nelle pagine del nostro ultimo capitolo, nel pomeriggio precedente, il 26, a Roma i ministri, riunitisi al Viminale fino a notte tarda, dopo che era trapelata la notizia della annunciata Marcia su Roma per il 28 o il 29, presero gli opportuni provvedimenti e la stessa mattina del 27, diramarono le disposizioni poi a cose fatte avvisarono il Re che quel giorno era assente dal Quirinale.

Lo stesso pomeriggio, alle ore 19 del 27 giunse allarmato da San Rossore, Vittorio Emanuele III, al quale, più tardi (alle ore 21) l'on. Facta (in considerazione delle notizie che arrivavano, piuttosto allarmanti, e che proseguirono per tutta la notte) rassegnò le dimissioni del Ministero. Ma per fronteggiare la prevista situazione d'emergenza, Facta il mattino dopo (il 28) alle ore 8,30 aveva già allertato tutte le prefetture delle province del Regno, di tenersi pronti a partire dalle ore 12, e aveva già inviato nelle varie caserme di Roma una specie di stato d'assedio. E a tutti i prefetti d'Italia giunse il seguente proclama:

“Manifestazioni sediziose avvengono in alcune province d' Italia, coordinate al fine di ostacolare il normale funzionamento dei poteri dello Stato e tali da gettare il Paese nel più grave turbamento. Il Governo, fino a quando era possibile, ha cercato tutte le vie di conciliazione, nella speranza di ricondurre la concordia negli animi e di assicurare la tranquilla soluzione della crisi.
Di fronte ai tentativi insurrezionali, esso, pur dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l'ordine. E questo dovere compierà per intero, a salvaguardia dei cittadini e delle libere istituzioni costituzionali. Intanto i cittadini conservino la calma ed abbiano fiducia nelle misure di pubblica sicurezza che sono state adottate. Viva 1' Italia ! Viva il Re ! -
Firmato, Facta, Schanze, Amendola, Taddei, Alessio, Bertone, Paratore, Soleri, De Vito, Annile, Riccio, Bertini, Rossi, Dello Sbarba, Fulci, Lucani”

La stessa mattina del 28, l'on. Facta, dopo aver cercato negli archivi un vero e proprio proclama di “stato d’assedio” (sembra che nessuno fosse in grado di farlo) ne scovò uno del 1898 (lo stesso che permise al generale Beccaris, di stroncare a cannonate i tumulti di Milano), e dopo averlo aggiornato e già dato alla Stampa e alle stampe per diffonderlo nel Paese, lo sottopose al Sovrano per la firma; ma il Re si rifiutò di firmarlo, non ritenendo il provvedimento né serio né opportuno (forse si ricordò pure per quale motivo morì suo padre - come ci è noto, la strage di Beccaris a Milano fu poi vendicata da Bresci).
Il Presidente del Consiglio, poco dopo mezzogiorno, dovette, per mezzo dell’agenzia Stefani, comunicare alle autorità militari e politiche ed alla stampa, cui il decreto era già stato annunziato, ch'esso non aveva più corso.
A questo punto Mussolini aveva già vinto. Tutto quello che poi seguì furono soltanto delle formalità. Se già prima era inconciliabile uno stato d’assedio emanato da un governo dimissionario; dopo la revoca, la situazione divenne grottesca per non dire ridicola. Possiamo immaginare cosa capirono i prefetti delle varie città d’Italia; molti si barcamenarono convinti che a Roma c'era più caos che nelle loro città.

Infatti, mentre questi fatti accadevano a Roma, l'azione rivoluzionaria si svolgeva con prontezza e decisione. A Perugia, dove il 27 erano giunti i quadrunviri Bianchi, Balbo e De Bono, nella notte il prefetto consegnò i poteri ai fascisti. In tutte le città d'Italia la mobilitazione si effettuò con precisione. A fianco delle squadre fasciste scesero in campo le sezioni degli Arditi di Guerra e le squadre nazionaliste dei “Sempre pronti”.
Quasi dappertutto le autorità, prese alla sprovvista (molti già filo-fascisti fecero finta di nulla e se ne andarono a caccia di quaglie) cedettero i poteri, ma in alcuni centri avvennero conflitti con la forza pubblica o con i sovversivi e si lamentarono morti e feriti.
Morti e feriti per altri incidenti vi furono a Brescia, a Cremona, a Bologna, a Ozzano, a Novara, a Parma, a Firenzuola, a Rimini, a Rovigo, a Castian, a Torino, a Verona, a Catania, a Caserta, ad Andria, alle Alfonsine, e a Milano, dove s'innalzarono barricate; perfino la sede della Casa del Fascio in via San Marco a Milano dov’era Benito Mussolini in attesa degli eventi fu protetta da barricate di ogni genere sormontate da una grande bandiera tricolore. Alcuni feriti si registrarono a Bergamo, a Genova, a Sestri Ponente, a Mantova e in qualche altro città. Una furiosa battaglia con morti e feriti si accese a Civitavecchia, dove furono catturati circa 90 “arditi del popolo”; alcuni morti subì la colonna Bottai; qualche fascista, subito vendicato, cadde nelle vicinanze di Roma.

Nella Capitale il Governo Facta aveva già predisposto e ordinato ai militari la difesa, facendo porre cavalli di Frisia alle porte nei punti strategici e cannoni su Monte Mario. La sera del 28, fascisti e nazionalisti romani improvvisarono una pacifica ed entusiastica dimostrazione al Sovrano, cercando di simpatizzare anche con l'esercito.
Intanto il Re, desideroso di risolvere presto la crisi di governo, dava incarico a Salandra di formare il nuovo gabinetto; e Salandra telegrafava e invitava Mussolini a far parte del Ministero, assicurando quattro ministeri ai fascisti. Mussolini, interpellato telefonicamente, rispondeva che : “Non valeva la pena di mobilitare l'esercito fascista, di fare una rivoluzione, di avere dei morti, per una soluzione Salandra-Mussolini e per quattro portafogli. Non accetto”.

Il 29 mattina Salandra declinava l' incarico della formazione del Ministero; a quel punto il Sovrano inviò un telegramma a Benito Mussolini invitandolo a Roma –questa volta- per incaricarlo ufficialmente di costituire il Governo.
Il capo del Fascismo partì da Milano la sera del 29, buona parte dei ministri li scelse durante il viaggio in treno; il 30 mattina giunse a Roma, mentre migliaia di Camice nere erano già alle porte della capitale; nel tardo pomeriggio si recò dal Re, a cui disse: “Porto a V. M. l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalle nuove vittorie”; indi sottopose al Sovrano la lista già pronta del nuovo Gabinetto.

IL GOVERNO MUSSOLINI

Benito Mussolini prendeva per sè la presidenza del Consiglio e i portafogli dell' Interno e degli Esteri; affidava la Guerra al generale ARMANDO DIAZ, la Marina all'ammiraglio PAOLO THAON DI REVEL, le Finanze all'on. ALBERTO DE STEFANI, il Tesoro all'on. VINCENZO TANGORRA, le Poste e Telegrafi all'on. COLONNA DI CESARÒ, la giustizia all'on. ALDO OVIGLIO, l'Assistenza Pensioni all'on. CESARE MARIA DE VECCHI, le Colonie all'on. LUIGI FEDERZONI, le Terre Liberato all'on. GIOVANNI GIURIATI, l’Istruzione al prof. GIOVANNI GENTILE, l'Agricoltura all’on.. GIUSEPPE DE CAPITANI D'ARZAGO, i Lavori Pubblici all'on. GABRIELE CARNAZZA, l’Industria all'on. TEOFILO ROSSI, il Lavoro e la Previdenza sociale all'on. STEFANO CAVAZZONI.
I sottosegretari furono GIACOMO ACERBO, ALDO FINZI, CARLO BONARDI, COSTANZO CIANO, PIETRO LISSA, ALFREDO ROCCO, FULVIO MILANI, GIOVANNI MARCHI, UMBERTO MERLIN, DARIO LUPI, OTTAVIO CORGINI, ALESSANDRO SARDI, GIOVANNI GRONCHI, SILVIO GAI.

Nel nuovo gabinetto avevano la prevalenza i fascisti con sei portafogli e sette sottoportafogli; due portafogli ciascuno avevano i popolari e i democratico-sociali e uno ciascuno i democratici, i liberali e i nazionalisti; mentre altri due ministri, quelli di Diaz e Revel potevano quasi considerarsi fascisti.
Da notare l’assenza di Badoglio; nella sfilata di Roma, alcuni gridarono "Abbasso Badoglio", "Badoglio traditore".
Bruciavano ancora le affermazioni fatte in precedenza (vedi nelle pagine degli scritti e discorsi) e per aver anche detto a Facta in previsione dello stato d’assedio “"Io quelli con una decina di arresti al massimo e con un azione energica risolverei subito la questione".e in precedenza aveva anche detto
"Al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". -
Ma poi a cose fatte, pur essendo un’autorità dell’Esercito Regio, Mussolini “se lo tolse dai piedi” (così dissero i maligni, o chi vedeva più in là) e lo destinò come ambasciatore in Brasile.
Badoglio ricomparirà con una lettera contrita e accorata alla fine del 1925, e riuscì (pur con forti polemiche - furono rivangate le sue responsabilità nella rotta di Caporetto) essendo molto vicino al Re, a farsi nominare Capo di Stato Maggiore. (Al Re gli era certo vicinissimo il 25 luglio 1943, era in prima fila a prendere il posto di Mussolini, dopo aver aspettato vent’anni per vendicarsi
(vedi qui una pagina di mussolini premonitrice )

Da notare inoltre, che nel mettere dentro nel suo governo due Popolari, Mussolini non aveva preso nessun contatto con Don Sturzo (l'antipatia fra i due è reciproca; e per Mussolini "il Partito Popolare è religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo"...non sarà per caso don Sturzo l'antipapa ed uno strumento di satana?" ).

Mussolini aveva sì scelto due popolari VINCENZO TANGORRA e STEFANO CAVAZZONI ma solo perché giudicati idonei e qualificati a collaborare con lui, ma non intendeva riconoscerli quali mandatari del gruppo di Don Sturzo cui appartenevano. Né volle in seguito incontrare il prete siciliano (fin quando, "per desiderio della Santa Sede" diede le dimissioni dal PPI (Sturzo al cardinale Bourne, 15 giugno 1925; citato da P.Alatri, "Luigi Sturzo nel centenario della nascita", in SS XIII (1972), p. 211) (vedi anche l'articolo di Mussolini su Il Popolo d'Italia, in scritti e discorsi di M.: "Noi e il Partito Popolare")

Il mattino del 31 ottobre il nuovo Gabinetto prestò giuramento nelle mani del Re. Quel giorno stesso i fascisti concentrati intorno a Roma entrarono nella capitale e alcune Squadre, o perché provocarono o perché furono provocati, dovettero sostenere degli scontri con i sovversivi nei quartieri popolari. Vengono inoltre invase e devastate sedi di vari giornali tra cui Il Paese, L'Epoca, Il Comunista, dato l'assalto alla direzione del Partito Socialista e alla Casa del popolo.

Le squadre riunite, furono passati in rivista da Mussolini, poi andarono in corteo a rendere omaggio all'Altare della Patria e alla tomba del Milite Ignoto. Infine sfilarono sotto il Quirinale, al cui balcone per nulla dispiaciuto, era affacciato il Sovrano con la sua consorte.
La medesima sera del 31 ottobre lasciarono Roma i primi scaglioni di fascisti. Lo stesso Mussolini si recò alla stazione Termini affinché alle partenze non nascessero altri incidenti. Alcuni esaltati furono portati al forte di Monte Mario per essere puniti con la disciplina fascista. Mussolini voleva evitare qualsiasi incidente che avrebbe gravemente compromesso questa sua clamorosa vittoria ottenuta con la piena legalità.

Tre giorni dopo il Governo fascista lanciava al Paese un proclama nella ricorrenza del 4 novembre:
“Nel ricordo e nella celebrazione della grande vittoria delle nostre armi, la Nazione tutta ritrovi se stessa e adegui la sua coscienza alla dura necessità del momento. Il Governo intende governare e governerà! Tutte le sue energie saranno dirette ad assicurare la pace interna e ad aumentare il prestigio della Nazione all' Estero. Solo con il lavoro, la disciplina e la concordia la Patria supererà definitivamente la crisi per marciare verso una epoca di prosperità e di grandezza”.

All’improvviso i fascisti fin dalla “prima ora del trionfo romano” si moltiplicarono come per incanto. Ci fu la corsa al tesseramento nelle vari sedi dei Fasci. Fino al punto che già in gennaio, un ordine della direzione del Partito imponeva di sospendere le nuove iscrizioni; purtroppo in molti Fasci nelle province, questa disposizione rimase lettera morta. I dirigenti locali -piccoli e grandi ras- volendo fare bella figura agli occhi di Mussolini, per salire di grado, e ovviamente per ricevere ambite cariche ministeriali o locali, distribuirono a dritta e a manca secondo il loro capriccio, tessere, oppure nominavano “fascisti ad honorem” gente di tutte le risme, o a quelli che mutarono bandiera e camicia nel medesimo giorno del trionfo delle camice nere.
Nell'ottobre 1922 il PNF aveva 300.000 iscritti, alla fine del 1923 erano diventati 783.000. E già nel successivo 1924 alle elezioni politiche il listone fascista fu votato da 4.305.936 italiani.

IL DISCORSO "DEL BIVACCO" ALLA CAMERA

Il 16 novembre il Duce presentò alla camera il nuovo Gabinetto. Prima di esporre con il famoso discorso (“del bivacco”) i propositi del Governo, dichiarò che “avrebbe difeso e potenziato al massimo grado la rivoluzione della Camice nere, inserendola come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione”. Poi proseguì:

“Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ti abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Le dichiarazioni del presidente del Consiglio su quello che il Governo si proponeva di fare, furono brevi e chiare. Per la politica estera:
“I trattati di pace, buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati, vanno eseguiti”.... “valgono più ai fini della ricostruzione economica europea, i trattati di commercio a due, base delle più vasto relazioni economiche fra i popoli, che le macchinose e confuse conferenze plenarie, la cui lacrimevole istoria ognuno conosce. Per ciò che riguarda l’Italia noi intendiamo seguire una politica di dignità e di utilità nazionale”.... “L'Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così, per molte ragioni di ordine politico, economico e morale, non intende abbandonare gli alleati di guerra”…, ma “o l'Intesa, sanando le sue angustie interne, le sue contraddizioni, diventerà veramente un blocco omogeneo, equilibrato, egualitario di forze - con eguali diritti ed eguali doveri - oppure sarà suonata la sua ora e l'Italia, riprendendo la sua libertà d'azione, provvederà lealmente con altra politica alla tutela dei suoi interessi”.... “Noi vogliamo seguire una politica di pace non una politica di suicidio”…”Quanto al problema economico finanziario l'Italia sosterrà nel prossimo convegno di Bruxelles che debiti e riparazioni formano un binomio inscindibile”…. “Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economia, lavoro, disciplina. Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare con la maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese; aiuto a tutte le forze produttive della Nazione; fine di tutte le residuali bardature di guerra”…“I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno circolare; tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante, che è il cattolicesimo; le libertà statutarie non saranno vulnerate; la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.
Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe più alcuna giustificazione”....“Io non voglio, finché mi sarà possibile, governare contro la Camera; ma la Camera deve sentire la sua particolare posizione che la rende passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni”... “Prendiamo impegno formale e solenne di risanare il bilancio e lo risaneremo. Vogliamo fare una politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere”.

Il giorno 17 si svolse la discussione sulle comunicazioni del Governo. Questo accettò l'ordine del giorno TERZAGHI-DI SCALEA-CAMERA, così concepito: “La Camera fiduciosa nelle sorti della Patria, udite le dichiarazioni del Governo, le approva”.
Il risultato della votazione fu il seguente: presenti 429; votanti 422, maggioranza 212.
Mussolini con soli 35 deputati alla Camera, ottenne la maggioranza di 306 a favore, 116 contrari e 7 astenuti.

Il giorno dopo, prima missione all'estero, partì per Losanna, per la conferenza indetta per sistemare la questione turca. Nell'Hotel dove alloggiava, dalla finestra, con sarcasmo, indicò ai funzionari elvetici un punto; "guardate, sotto quelle arcate del ponte, mi avete fatto arrestare come vagabondo ed espulso. Ora eccomi qui a ricevere il vostro benvenuto come capo di un governo".
Indubbiamente fu una bella soddisfazione di rivalsa per il più giovane (39enne) presidente del Consiglio Italiano.
E un'altra grossa soddisfazione fu il rientro trionfale in Italia con il treno presidenziale che fece tappa in tutte le città attraversate, con le popolazioni accorse alle stazione parate tutte a festa e per vedere MUSSOLINI.
Questa fu la prima, ma le stesse scene si ripeteranno per vent'anni. Anche se poi gli italiani, dissero in coro, che nessuno era stato mai fascista!

INIZIA L' ITALIA FASCISTA

La storia di quel fascismo che poi fu conosciuto in Italia e fuori d’Italia, per oltre vent'anni, ebbe inizio così, il 30 ottobre, con una singolare presa del potere, pur essendo un partito di minoranza, che aveva solo 35 deputati alla Camera.
Se tutto ciò accadde, fu dovuto non solo perché alla Camera vi erano seduti degli “onorevoli” che si erano distaccati dal Paese reale, ma anche perché la stessa Nazione era ormai ridotta in uno stato pietoso; nell’economia perché, o languivano le riforme coraggiose o quelle estremamente necessarie venivano accantonate; e nelle autorità del Paese, la cui autorevole influenza dei preposti a tali delicati incarichi da qualche tempo era stata lasciata alle iniziative personali e non sempre legate alle direttive di governo, che spesso non era nemmeno più in grado di darle, talmente era screditato. E lo si è poi visto nei giorni della Marcia su Roma. Ognuno agì di sua iniziativa, creando non poche drammatiche e gravi situazioni di ordine pubblico su un territorio che -quanto a autorità- era ormai a macchia di leopardo.

Ad un inesperto Mussolini che non aveva mai avuto alcuna esperienza di governo in posizione subalterna, occorreva – se voleva sopravvivere al caos- fare quello che non era stato fatto, rifare quel ch'era stato fatto male, correggere, integrare, rinnovare, sviluppare, disciplinare, creare insomma un'Italia nuova. Ovviamente proprio perché inesperto non era un'impresa facile.
Cominciò con il collegare il Partito al Governo istituendo il Gran Consiglio Fascista (avrebbe dovuto forse ancora affidarsi a delle congreghe di inetti?) presieduto da Mussolini stesso e formato di ministri, di alcuni sottosegretari, dei quadrunviri, del segretario generale delle corporazioni, del segretario dei fasci all'estero, del direttorio del Partito e dei capi della Milizia. Fu attuata la fusione del Nazionalismo col Fascismo. Fu sciolta la Guardia Regia (se c’erano dentro tanti altri Badoglio, cosa sarebbe accaduto?). Vennero sciolte anche le squadre fasciste d'azione e creata, nel mese di gennaio del 1923, la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, presidio del Regime e della Rivoluzione, che fu incaricata dell'istruzione premilitare dei giovani e costituì sezioni ferroviarie, portuali, postelegrafoniche, forestali, confinarie, stradali.

Furono poi frenati i ras provinciali; accresciuta l'autorità ai prefetti; epurato il Partito dagli elementi eterogenei, allontanando dalle sue file specialmente i massoni (*) contro i quali si sferrò una lotta accanita terminata con lo scioglimento di tutte le associazioni segrete; furono radicalmente modificati i rapporti fra lo Stato e la Chiesa, che portarono poi alla Conciliazione; venne attuata, per opera di Giovanni Gentile, la riforma scolastica (fu uno dei primi provvedimenti del nuovo governo), che rinnovò metodi e anima all'insegnamento, e troverà un validissimo aiuto e quasi una necessaria integrazione nell' istituzione dell'Opera Nazionale Balilla (di cui parleremo ancora nei prossimi anni).
La frequenza scolastica fu rigorosamente imposta; e mise termine non solo all’analfabetismo, ma eliminò centinaia di migliaia di sfaccendati e sporchi “monelli” dalle strade.

(*) C'erano però anche nello stesso fascismo i massoni; con due correnti (entrambe durante la guerra si erano schierate su posizioni interventiste): facevano parte della massoneria di Palazzo Giustiniani, tra gli altri, i generali Capello e Ceccherini, fra i ras Farinacci, Lupi, Starace, Dudan; in quelli di Piazza del Gesù, Rossi, Balbo, Perrone, Torre, Acerbo, Terzaghi, Capanni, C. Ciano, Bottai, Rossoni, Capanni, Lanfranconi. Ma non mancavano dentro il fascismo elementi ostili alla massoneria, come Giuriati, De Stefani, Preziosi. Mussolini in queste ostilità buttava acqua sul fuoco, non volendo trasformare in una forza nemica, quella che invece poteva spianare al fascismo la strada del potere, anche quando iniziò a prendere accordi con la destra clerico-moderata. In seguito le due correnti massoni divennero meno ostili con alcuni atteggiamenti di riserva, ma pur sempre di appoggio.

Infine ci fu la restituzione dell'ordine interno; come la fine degli scioperi che paralizzavano la vita della Nazione (le ore di lavoro perdute passarono da 7.337.000 del periodo Nov ’21,ott. ’22, a 247.000 nel corrispondente periodo 1922-23).
Ci fu è vero anche la scomparsa delle opposizioni municipali e provinciali, ma anche queste per motivi ideologici e demagogici avevano paralizzato del tutto con il terrore le sopravviventi “ottocentesche” e “feudali” burocrazie locali, piuttosto clientelari. Pur calando la disoccupazione da 381.968 unità nel dicembre 1922, a 150.449 nel dicembre ’24, fu eliminato moltissimo personale dall’amministrazione statale pari a 65.274 unità, di cui 46.566 erano addetti alle ferrovie che era la più grande industria del Paese, e che nonostante il forte taglio degli addetti, i treni iniziarono a funzionare meglio di prima).

Davanti all'opera del Governo Fascista, dapprima ci fu un periodo d'incertezza e di attesa da parte degli oppositori e degli pseudo-fiancheggiatori che credevano il Fascismo un fenomeno transitorio; sfumate presto le speranze di un rapido tramonto del nuovo Regime, cominciarono nuovamente ad affiorare le opposizioni.
Prima ancora che dalle sinistre gli ostacoli furono messi da alcune correnti cattoliche.
Il Congresso popolare, tenutosi a Torino nell'aprile del 1923, si rivelò ambiguamente antifascista e le conclusioni furono ovviamente respinte da Mussolini, che avendo nel suo ministero due ministri Popolari, chiese a Don Sturzo di non essere ambiguo e di fare chiarezza; ma rimanendo il prete siciliano sulle sue posizioni, l’atteggiamento ostile provocarono le dimissioni dei ministri popolari (vedi negli "scritti e discorsi", "Noi e il Partito Popolare"; fu un durissimo attacco a Don Sturzo).

Il risultato fu la spaccatura dei cattolici. Infatti, un gruppo (dandosi il nome di Cattolici Nazionali) erano favorevoli a dare l’appoggio al governo di Mussolini. Era una piccola fazione ma più che sufficiente a Mussolini (abile com’era in queste cose) per propagandare che “anche i cattolici d’Italia erano a favore del fascismo”. Il 10 luglio Don Sturzo -messo sotto pressione dagli stessi cattolici- fu costretto a seguire il consiglio giunto dall’alto; cioè a ritirarsi dalla guida del PPI. L'Osservatore Romano -pur ritenendosi estraneo alle pressioni- tuttavia plaudì a queste dimissioni, affermando che esse "potevano contribuire alla pacificazione degli animi”. Un trionfo per Mussolini, presso le ostili parrocchie, che iniziarono a guardare l'uomo cui diedero poi il titolo di "Uomo della Provvidenza".

Ma i veri nemici del Fascismo, i più pericolosi, erano nelle stesse file del Partito: erano irriducibili massoni, erano liberali, erano ex-sindacalisti e socialisti, erano avventurieri e profittatori, che, per interesse proprio o per interesse delle loro cricche, volevano far deviare il Fascismo o asservirlo o scompaginarlo; c'erano i revisionisti, che si scagliavano contro il Fascismo provinciale –il rassismo- e volevano far sorgere un mussolinismo, che scavasse la fossa allo stesso Fascismo della prima ora, piuttosto eterogeneo, indefinito.
Paradossalmente i perdenti della Marcia su Roma furono proprio gli squadristi dei ras provinciali; per i loro gusti Mussolini era troppo parlamentare e poco rivoluzionario; e Mussolini fece non poca fatica a neutralizzarli, improvvisandosi domatore dello squadrismo più agitato e insofferente.
Ma alcuni se li trascinerà dietro fino al 25 luglio del 1943!

La tesi del revisionismo divenne l'ossessione di molta parte della stampa italiana, in mezzo alla quale spiccavano per l'insistente opera, il Corriere della Sera e La Stampa. Contemporaneamente, negli ultimi mesi del 1923 e nei primi del 1924, ricominciarono in Italia le aggressioni ai fascisti, seguite da altrettante rappresaglie, ed ebbero pure inizio all'estero alcune aggressioni ad alcuni fuorusciti, che trovando larga ospitalità, specie in Francia e in Svizzera e generosi aiuti da governi, sètte e partiti, erano accusati di fare propaganda disfattista in Italia.

Con questo risveglio dell’antifascismo, si arrivò infine al 6 aprile del 1924, cioè alle elezioni politiche; che terminarono con una grossa vittoria fascista (64,9% - anche se dobbiamo far notare che nelle quattro grandi regioni dell’Italia settentrionale, gli oppositori ebbero più consensi dei fascisti: 1.317.117 voti contro 1.194.929).
Fu una vittoria contestata alla Camera da Matteotti, cui seguì il mese dopo l’ efferato delitto del deputato riformista del PSI. L’Italia percorsa da un’ondata di indignazione, sembrò intenzionata a togliere la fiducia a Mussolini, ma anche nelle varie fronde si parlò di una sua destituzione; tutto il fascismo e lo stesso Mussolini, si trovarono a dover fronteggiare una gravissima crisi.

Ma di questi avvenimenti parleremo qui sottoi.
Restiamo a questo anno 1922, e prima di scorrere gli scritti e i discorsi di Mussolini fatti nel corso di questo fatidico anno, vogliamo riportare, e quindi appoggiarci ad un’altra panoramica dell’anno 1922, scritta da un uomo che era molto vicino al Re, autore di una interessante biografia: “Vittorio Emanuele III, il re silenzioso”, prendendo da questa alcuni passi.

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UN'ALTRA ANALISI SULL'ASCESA DI MUSSOLINI
(di Alberto Consiglio)


ERRORI DEI GIOLITTIANI - DE NICOLA RIFIUTA - TRATTATIVE CON MUSSOLINI
LA MARCIA SU ROMA - STATO D'ASSEDIO - ATTEGGIAMENTO DELL'ESERCITO
MUSSOLINI AL POTERE

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"La personalità di Mussolini era veramente un fatto nuovo nella società politica italiana. Nel partito socialista egli difettava quasi, completamente delle virtù, che rendevano ammirabili, anche agli avversari, uomini come Treves, Turati, Modigliani, Prampolini, Caldara; ma possedeva in abbondanza le qualità di cui questi illustri personaggi difettavano. La sua cultura era scarsa e superficiale, appena sufficiente per un buon giornalista di provincia. Possedeva largamente la virtù giornalistica di afferrare con estrema rapidità i più disparati problemi; ma era inadatto ad approfondirli. D'ogni questione egli pensava quel tanto che gli era necessario per un articolo o per un corsivo, e per simulare, agli occhi dello sprovveduto lettore, una larga competenza. Aveva un grande gusto per l'azione; ma lo esplicava soprattutto nella polemica giornalistica ed oratoria. A differenza di molti socialisti autorevoli, che provenivano dalla borghesia, egli era uscito dal proletariato. Aveva, quindi, un acuto senso della massa.

ERRORI DEI GIOLITTIANI

Mussolini capì però che delle due rivendicazioni, quella nazionalista e quella proletaria, bisognava fare una formula unica. In fondo, le grandi masse che seguivano il socialismo chiedevano la stabilità economica e temevano la disoccupazione e la diminuzione del tenore di vita conquistato durante la guerra. Solo un governo autoritario che avesse largamente promosso l'intervento dello Stato nella vita economica del Paese, poteva rispondere alle esigenze delle masse.
Che cosa voleva, all'altro estremo dello schieramento politico, la gioventù borghese e nazionalista? Anche questa era bisognosa di decorose occupazioni: la naturale aspirazione dei giovani laureati e diplomati del nostro Paese agli impieghi statali, si faceva sempre più larga e pressante. D'altra parte, tutta la borghesia attiva, industriale, commerciale e agricola, che per tradizione appoggiava il moderatismo giolittiano, non poteva non vedere senza apprensione il ritorno alla politica del "piede di casa" proposto da Giolitti.

Naturalmente, solo una grande superficialità giornalistica poteva tentare una formula di conciliazione tra queste due opposte esigenze. Ma Mussolini non si preoccupò eccessivamente delle facili e fondate critiche degli esperti e colti politici della democrazia giolittiana.
Lui era prima di tutto un istintivo, non proveniva da quell'ambiente dei compromessi, era pur sempre un socialista uscito dal proletariato, si era fatto una esperienza di giornalista spesso scomodo a Trento come a Forlì, era uno dei tanti che erano tornati dalla guerra, infine aveva solo 39 anni!! ma aveva carisma dentro il suo nutrito gruppo del movimento dei Fasci. Dalla sconfitta elettorale del novembre 1919, per nulla scoraggiato era riuscito, dopo poco più di un anno, alle elezioni del maggio 1921 a portare dentro la Camera 35 suoi deputati. Una minoranza, ma piuttosto agguerrita.
Nell'anno 1922 il progresso compiuto dal Fascismo nell'organizzazione - su basi nazionali- fu addirittura imponente. A favorirne una ulteriore ascesa venne poi il clamoroso fallimento dello "Sciopero legalitario" di agosto proposto dal sindacalismo della sinistra, con la precisa intenzione di fare pressioni sul governo, mentre questo, ancora una volta, si dibatteva dentro in una profonda crisi di partiti e di uomini incapaci di riportare il Paese nella legalità e alla pace sociale.

L'Italia era stanca di scioperi, e attendeva solo un governo capace di essere all'altezza della grave situazione in cui era precipitato il Paese. E guardò con simpatia, o come al male minore, al fascismo, nonostante le violenze che alcune squadre esercitavano. Violenze che Mussolini in più di una occasione giustificò essere "necessario" per riportare l'ordine. Un prezzo da pagare, insomma, per uscire dal vicolo cieco in cui si era. Perfino Nitti scrivendo ad Amendola fu dell'opinione che "Bisogna che l'esperimento fascista si compia indisturbato: nessuna opposizione deve venire da parte nostra".

La democrazia giolittiana, da parte sua, non comprese l'importanza disgregatrice di questo movimento. Con un'ingenuità senza pari, essa si pose, tra fascisti e comunisti, nella stessa posizione di indulgente moderatrice che aveva presa di fronte agli agrari e ai socialisti della fine del secolo scorso. Ad un certo punto, in quel vecchio tempo, i Marcora e i Bissolati si erano distaccati dalla sinistra rivoluzionaria e i Saracco, i Sonnino, i Salandra dalla destra reazionaria, e tutti insieme erano saliti al potere con Giolitti, per instaurare il rispetto della legge e l'ordinato progresso nella legge.

Così si sperava che, ad un certo punto, Mussolini e Turati sarebbero andati al governo con Giolitti e con Salandra e che insieme avrebbero messo in prigione Gramsci e Farinacci!
Invece, in un crescendo sanguinoso di risse e di omicidi, che spingevano sempre più perfino gli amanti del quieto vivere verso la prepotenza fascista, si arrivò alla metà del 1922. La situazione si poteva riassumere in poche parole: coloro che avevano il diritto di vivere in pace, si domandavano se il governo era in grado di difendere la vita e la proprietà dei cittadini. Chi poteva dare una risposta favorevole a questa domanda? Era, dunque, naturale che non solo gli sfrontati ma anche i timidi si volgessero speranzosi verso il fascismo.
Ma questo era proprio il punto culminante che la democrazia giolittiana attendeva. Furono i popolari e i socialisti che determinarono, sulla questione dell'ordine pubblico, la caduta del ministero Facta.

Ma per la prima volta, dopo Peschiera, rientrò in scena il re; il "Re silenzioso", tuttavia attento a sondare gli animi; anche nella guerra era sempre rimasto in disparte, non aveva mai interferito; ma che poi a Peschiera minimizzò Caporetto, quando tutti i suoi generali erano già nella disperazione; per non dire sconfitti come uomini e come soldati.

Appena cessate le ostilità della Grande Guerra, il parlamentarismo aveva ripreso tutte le sue funzioni. Le crisi determinate dalla caduta dei ministeri Orlando, Nitti, Giolitti e Bonomi, non avevano presentato difficoltà per il re: rovesciato un ministero dal voto della Camera, i gruppi parlamentari, gli ex-presidenti del consiglio e i presidenti delle due assemblee avevano sempre designato un parlamentare capace di radunare sul suo nome la necessaria maggioranza. Invece, col 25 luglio '22 si iniziava, più che una crisi ministeriale, la crisi del parlamentarismo italiano.

Il Re iniziò le consultazioni. Quale era l'opinione di Giolitti? Lo statista piemontese era a Vichy. Invece di venire a Roma per essere consultato dal re, come era suo diritto e suo dovere, egli continuò la cura delle acque. Ma scrisse, in data 26 luglio, una lettera a Olindo Malagodi, direttore della Tribuna, che era notoriamente l'interprete autorizzato del suo pensiero politico. Giolitti esprimeva il seguente giudizio: "Il governo si getterà a capofitto nella lotta contro il fascismo e porterà ad una vera guerra civile: oppure userà la necessaria prudenza e i paurosi che provocarono questa crisi, lo rovesceranno".

Era dunque proprio Giolitti che lasciava chiaramente intendere come la formazione di un governo senza i fascisti o contro i fascisti poteva significare la guerra civile.
Il re, in base alle designazioni, affidò l'incarico a Orlando. Lo statista siciliano tentò di attirare nella combinazione rappresentanti del fascismo e del socialismo. Ma, mentre i primi avrebbero aderito, i secondi opposero un rifiuto. Orlando a quel punto rinunciò.
Il Re passò al secondo nell'ordine delle designazioni, e affidò l'incarico a Bonomi. Costui tentò di formare un governo di centro-sinistra, ma i gruppi giolittiani si rifiutarono di aderire. Bonomi rinunciò pure lui.
Il sovrano si rivolse, allora, al terzo designato, che era Meda, il più autorevole rappresentante del partito popolare; ma costui declinò l'incarico perché il suo partito avrebbe sì acconsentito ad entrare in una combinazione di centro-sinistra, ma non ad assumere direttamente la responsabilità della formazione del ministero.

DE NICOLA RIFIUTA

C'era un quarto designato, il demoliberale De Nava: il suo tentativo di pacificazione e di conciliazione degli estremi fallì in poche ore. A questo punto il Re richiamò Orlando, ed era un passo logicissimo: poteva darsi che il prolungarsi della crisi avesse logorato le eccessive intransigenze e disposti gli animi ad una considerazione molto più realistica dei fatti. Orlando rispose con molto patriottismo e bruciò tutte le formule: o Mussolini e Turati; o un minore rappresentante di destra, Maury, e un minore rappresentante di sinistra, Canepa; o un ministero di centro-destra con appoggio socialista.
Niente. Anche questa volta Orlando dovette declinare l'incarico.

Allora il re si rivolse a De Nicola, che era stato auspicato da popolari e da socialisti come presidente di un governo di centro-sinistra e che si era sottratto all'incarico. Il gesto del sovrano aveva un significato chiarissimo. Si erano determinate due sole correnti d'opinione, nel corso delle consultazioni: una sosteneva l'opportunità di un governo di centro-sinistra, che avrebbe in pratica raccolto solo l'adesione dei popolari e dei socialisti, che non erano certamente tutti sinceri nel sostenere il ritorno al conclamato rispetto di una legge eguale per tutti, anche per loro che erano una delle parti in conflitto; l'altra, sosteneva la formazione di un governo di coalizione di cui avessero fatto parte fascisti e socialisti a titolo di garanzia e di avallo.

Senonché, la prima soluzione non avrebbe raccolta una stabile maggioranza ed avrebbe accentuato i pericoli di guerra civile; e nessuno dei capi gruppo si era rivelato capace di raggiungere la seconda.
Era una classica situazione di paralisi parlamentare in cui si imponeva l'intervento della Corona. Il re si rivolse non all'on. De Nicola, come autorevole rappresentante della democrazia, ma al presidente della Camera. Era evidente che solo il presidente della Camera, che godeva delle universali simpatie,
poteva assumersi la responsabilità di raggiungere una qualsiasi soluzione della crisi.
Questa era l'opinione del re. Ma De Nicola fu di diverso avviso: egli non ritenne di potersi assumere la responsabilità di risolvere la crisi; ma consigliò la Corona di riaffidare l'incarico a Facta. Costui era stato rovesciato, sì, da un voto della Camera; ma l'ordine del giorno Longinotti-Granchi concerneva la politica interna; quindi, se l'onorevole Facta abbandonava il ministero dell'interno e lo affidava ad un senatore indipendente, ad un prefetto di provata energia, egli poteva ripresentarsi alla Camera e ottenere la maggioranza!
Poteva il sovrano respingere questa soluzione? E se l'avesse respinta, a quali forze avrebbe potuto appellarsi per costituire un qualsiasi governo capace di ristabilire l'ordine e la legalità?
Non c'era che da rassegnarsi ad una riedizione riveduta e peggiorata del ministero Facta, che ebbe, incredibile a dirsi, la maggioranza.

"Noi abbiamo un documento molto serio su questo periodo, un documento freddo, obbiettivo, impressionante, che ci permette di formulare un giudizio preciso sul periodo che va dal luglio all'ottobre 1922 e sui rapporti tra Parlamento e Corona e tra i vari partiti politici. Si tratta delle Memorie del consigliere di stato EFREM FERRARIS, che fu capo di gabinetto al ministero dell'interno durante il primo e il secondo ministero Facta. L'autore non pubblica solamente le impressioni scritte giorno per giorno nel suo Diario; ma le copie di verbali, di intercettazioni telefoniche e di informazioni di polizia che, d'ordinario, vengono sepolti nel segreto degli archivi e solo dopo molti decenni vengono messi a disposizione degli studiosi. Questo documento ci consente di prescindere da tutto quello che è stato detto e scritto posteriormente sulla Marcia su Roma e sull'avvento del fascismo al potere".

TRATTATIVE CON MUSSOLINI

Risulta chiaramente che la soluzione della crisi era stata adottata in linea provvisoria. Si voleva, in quell'ultimo scorcio di estate, condurre delle trattative comode e segrete per raggiungere, verso ottobre, la soluzione definitiva. In realtà, tutti o quasi tutti pensavano che solo Giolitti poteva condurre ii fascisti al potere. Il presidente del consiglio Facta si manteneva in stretto contatto con Giolitti che, da Dronero, dirigeva le operazioni. Prefetto di Milano era il senatore Lusignoli, uomo di fiducia di Giolitti. Fu costui che, pochi giorni dopo la provvisoria soluzione della crisi, coadiuvato dall'on. Corradini, si mise in contatto con Mussolini e si fece tramite tra il capo del fascismo e il capo della democrazia per la formazione del governo di ottobre. La cosa era tanto pacifica e scoperta, che Lusignoli teneva quotidianamente al corrente il presidente del consiglio dello sviluppo delle trattative.

Facta, buono buono, attendeva che da Dronero gli venisse l'ordine di dimettersi. Anzi, talvolta sollecitava con impazienza il suo congedo. Ma c'era un altro uomo di Stato che riteneva di poter dire la sua parola, ed era Salandra. Costui, a mezzo di Federzoni e di De Vecchi, si mise in contatto con Mussolini, per la formazione di un governo di destra, con la partecipazione dei fascisti. Mussolini si mostrò avverso a tale soluzione, e avvertì Facta che, invece di collaborare con Salandra, avrebbe collaborato con lui. In altri termini, il capo del fascismo si manteneva aperte tre vie di compromesso, Salandra, Giolitti e Facta, mentre i suoi uomini saggiavano attentamente la capacità di resistenza dell'avversario.
Il prefetto di Milano, Lusignoli, espose a Taddei, ministro degli interni, la situazione in termini chiarissimi. Subito dopo la soluzione provvisoria della crisi, i fascisti avevano iniziato i preparativi per l'insurrezione armata e per la conquista del potere per l'ottobre. Il governo era, giorno per giorno, ora per ora, minuziosamente informato. Lusignoli avvertì che non bisognava commettere l'errore di attendere che i fascisti prendessero l'iniziativa. Essi avevano ormai una organizzazione così estesa e così approfondita, che avrebbero simultaneamente attaccato in tutte le province. Quindi, bisognava attaccare, simultaneamente, in tutte le province. Poteva il governo far questo? Mobilitare, cioè, tutto l'esercito, contemporaneamente, e scagliarlo contro il movimento fascista?

Ricordiamo la parola d'ordine lanciata da Giolitti da Vichy: "Un governo senza i fascisti e contro i fascisti significa la guerra civile•. Oggi, a distanza di anni, si afferma che lo stato d'assedio, non in quell'ultimo scorcio di estate, ma alla fine di ottobre, avrebbe spazzato i fascisti in un batter d'occhio. Non era di questo parere, nell'agosto 1922, il più autorevole parlamentare del nostro Paese. Chi esitava di più, però, era proprio Mussolini che continuava a domandarsi che cosa avrebbe fatto l'esercito. Infatti, mentre si prendevano le misure per la mobilitazione generale dei fascisti, venne intensificata la propaganda e la penetrazione nell'esercito.
Ed anche negli alti gradi - nonostante tante dicerie- sembra che nessuno volesse esporsi, ma piuttosto stare alla finestra a guardare; compreso il chiacchierato Badoglio, uomo troppo furbo per rischiare tutta la sua carriera. Si comportarono tutti come i politici, la patata bollente la misero in mano a Vittorio Emanuele.

ATTEGGIAMENTO DELL'ESERCITO

Di questo, il governo venne informato. Il ministero dell'interno, per esempio, seppe che Mussolini aveva fatto parecchi viaggi in incognito a Napoli sotto il nome di Lo Presti. Era facile comprendere che egli si era incontrato con DIAZ e forse col DUCA D'AOSTA. In quel periodo, il fascismo si costituì in milizia e si dette un regolamento di disciplina. Nei circoli militari si disse che autore di questo regolamento (molto militare) era stato l'ammiraglio THAON DE REVEL.
Insomma, da una parte e dall'altra esistevano tutti i dubbi su quello che sarebbe stato il comportamento dell'esercito nel caso che si fosse venuti ad una politica di repressione violenta.
D'altra parte i governi democràtici e giolittiani che si erano sueceduti al potere, avevano assunto un atteggiamento nettamente e ostentatamente antimilitarista e salvo quelli molto vicini al Re, gli altri anche se non li avevano potevano porsi dei dubbi.
Il governo Facta e quelli che lo avevano preceduto erano, dunque, direttamente e consapevolmente responsabili della dubbia posizione morale delle forze armate.

Le trattative Giolitti-Mussolini, per il tramite di Lusignoli, si trascinarono fino all'ottobre. Si arrivò ai particolari: Giolitti offrì quattro ministeri e cinque sottosegretariati ai fascisti. Sotto l'assillante pungolo di Michele Bianchi, si faceva però intanto strada, nell'animo di Mussolini, il disegno di impadronirsi di tutto il potere.
OLtre agli altri raduni a Udine, Cremona, MIlano, il 24 ottobre si tenne a Napoli il congresso e l'adunata delle camicie nere. La manifestazione riuscì di una tale imponenza, che dette coraggio a Mussolini e la certezza agli uomini politici che il momento era giunto. La crisi parlamentare venne scatenata da una mossa di Salandra. Costui voleva evitare la combinazione Giolitti-Mussolini, per assumere egli stesso la presidenza con gli elementi di destra e del fascismo. Egli, quindi, si recò da Facta e lo invitò a dimettersi. Giolitti, da Dronero, dette all'amico lo stesso consiglio.
Facta, dopo essersi fatto consegnare i portafogli dai colleghi, avvertì il re a San Rossore. Il sovrano arrivò a Roma la sera del 27 alle diciannove. Il giornalista Sinibaldo Tino, che era presente all'incontro di Vittorio Emanuele col presidente del consiglio, riferisce che il re, molto scuro in volto, parlò subito e distintamente di stato d'assedio. Poi iniziarono i dubbi.
Intanto, al Viminale arrivavano notizie sempre più gravi da ogni parte d'Italia. Ferraris riferisce, e le sue informazioni devono essere documentate nell'archivio del ministero dell'interno, che si trattava di "prefetture occupate, di uffici telegrafici invasi, di presidi che fraternizzavano coi fascisti fornendoli di armi, di treni che le milizie requisivano e che si avviavano carichi di armati verso la capitale".
Tutto questo prima delle ore diciannove del giorno 27. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, il ministro Taddei aveva ricevuto assicurazione dal comandante del presidio di Roma che, se fossero stati impartiti ordini precisi, cioè scritti, la capitale sarebbe stata efficacemente difesa. Senonché, alle ore 21, in considerazione delle notizie non buone che arrivavano, Facta decise di presentare le dimissioni.
Certamente, nel momento in cui presentava le dimissioni, Facta deve aver parlato al Re dello stato d'assedio.
Secondo le consuetudini, il governo rimaneva in carica per l'ordinaria amministrazione. Tuttavia, la situazione del Paese, con una insurrezione armata in atto che investiva tutto il territorio nazionale, richiedeva ben altro che un'ordinaria amministrazione. Come una mente equilibrata potesse conciliare le dimissioni del governo con il progettato stato d'assedio, è molto difficile comprendere.
Comunque, l'aiutante di campo del re, generale Cittadini, si recò al Viminale proprio mentre, alle quattro e mezzo del mattino, si iniziava la seduta del consiglio dei ministri. Il capo gabinetto Ferraris gli mostrò gli ultimi telegrammi delle prefetture: il generale Cittadini poté farsi un'idea molto precisa della situazione dei presidi, delle questure e delle prefetture.

Alle otto e mezzo del 28 l'ordine di stato d'assedio veniva diramato a tutto il Paese e affisso a Roma. Solo dopo l'inizio dell'esecuzione, Facta si recò al Quirinale per sottoporre il decreto alla firma reale. Ma Vittorio Emanuele rifiutò la sua sanzione. Non ci sarebbe bisogno d'altre informazioni e d'altri documenti, per giudicare il comportamento politico del Re. Bastavano le notizie raccolte al ministero dell'interno dal generale Cittadini per comprendere che la proclamazione dello stato d'assedio sarebbe stata una pura e pericolosa follia. O meglio non sarebbe stata una follia, ma un atto di grande saggezza, se nel 1921 Giovanni Giolitti, sciolta la Camera, avesse gettato nella stessa prigione i violenti di destra e di sinistra e avesse dimostrato, con severe misure e con severe condanne, che il governo voleva e poteva difendere il prestigio della nazione e promuovere il progresso, senza dover aprire le porte né alla rivoluzione di destra, né a quella di sinistra. Ma ciò non era stato fatto.

É necessario precisare che nella notte fatidica tra il 27 e il 28 Vittorio -Emanuele, come era suo dovere di comandante supremo delle Forze Armate, chiese il parere dei capi dell'esercito. Egli chiese specialmente ai marescialli Diaz e Pecori Giraldi quale contegno avrebbe tenuto l'esercito, nella eventualità di uno stato d'assedio. I due marescialli risposero che "l'esercito avrebbe fatto il suo dovere, ma che sarebbe stato bene non metterlo alla prova". Questa informazione capitalissima venne fornita nel 1945 al Ferraris, con lettera autografa, dal generale on. Roberto Bencivenga, che l'aveva saputa dalla viva voce del maresciallo Pecori-Giraldi. Fu in conseguenza di questa testimonianza che Bencivenga modificò il suo giudizio sull'operato del Re in quel fatale 28 ottobre.
D'altra parte, è il caso di domandarsi che cosa il re avrebbe potuto fare di diverso. In regime di stato d'assedio, ogni possibilità di collaborazione di Mussolini con i gruppi democratici sarebbe sfumata.
Chi di quegli uomini, che non avevano avuto il coraggio di assumere il potere nell'agosto, lo avrebbe assunto nell'ottobre, in regime di stato d'assedio, con la sola prospettiva di sommergere in una atroce guerra civile il regime parlamentare e la dinastia?

Il Re avrebbe dovuto rivolgersi ad un generale e ripetere il deprecato esperimento Milano 1898?. Ma con quali forze questo generale avrebbe combattuta la guerra civile? Era evidente che solo una parte dell'esercito avrebbe obbedito agli ordini del re. L'altra parte era stata già guadagnata alla causa fascista.
Questa era la situazione che la democrazia giolittiana consegnava nelle mani di Vittorio Emanuele III. Il re rifiutò di firmare lo stato d'assedio e incaricò Salandra di costituire un governo che riportasse il Paese nella legalità. Chi aveva designato Salandra? Giolitti era a Dronero. Comunque, era saggio tentare una soluzione di destra, che presentava almeno il vantaggio d'essere più parlamentare e che aveva almeno la possibilità di esercitare una certa autorità morale sui fascisti. Ma proprio per questo Mussolini avversava, più di ogni altra, proprio la soluzione Salandra. Egli, da Milano, rifiutò seccamente di intavolare trattative con lo statista pugliese; lo liquidò con un secco "Non stiamo qui facendo la rivoluzione per prendere solo quattro portafogli"..

MUSSOLINI AL POTERE

Il re, che aveva già domandato con molta ansietà se ci si poteva fidare di Mussolini, aveva posto chiaramente le sue condizioni: o il Paese ritornava nella legalità o egli avrebbe abdicato. Questa minaccia venne comunicata a Mussolini e lo rese molto perplesso. In quel momento non si trattava di sapere se il fascismo avrebbe o non avrebbe preso il potere. Era evidente che Mussolini non intendeva dividere la sua vittoria con nessuno. Il problema era un altro: bisognava adottare la tesi di Michele Bianchi, cioè la conquista violenta, o seguire una forma legale, pure approssimativa?
Mussolini, nel suo discorso a Udine e a Milano sulla monarchia aveva detto pur qualcosa ma nel discorso di Napoli, aveva ritirata la riserva repubblicana e aveva fatta una dichiarazione di monarchismo. Più che una sincera conversione, il suo fu un atto di realismo e di opportunismo. Tuttavia, apparve evidente in lui un certo timore reverenziale. Gli venne comunicato a Milano che il re intendeva consultarlo. Era un momento della prassi costituzionale: perchè nella crisi, fino allora, il sovrano non aveva ancora consultato il capo del gruppo fascista. Egli fece rispondere che in nessun caso sarebbe venuto a Roma per essere consultato, ma che attendeva che gli si desse l'incarico ufficiale: solo in questa eventualità egli sarebbe andato immediatamente a Roma per presentare la lista dei ministri che era già nella sua tasca.
Si fece ancora qualche tentativo per indurlo a più miti consigli. Alfine, Salandra declinò l'incarico e si assunse la responsabilità di consigliare al re di affidare l'incarico a Mussolini. E volle che l'invito del Re fosse scritto di suo pugno e dal generale Cittadini.

Finalmente Mussolini venne a Roma in gambali e calzoni grigio-verde, che aveva dovuto indossare appositamente, non certo perché ve lo costringessero le fatiche guerresche, e presentò al re una lista di ministri, composta di deputati e di senatori, scelta in base a suoi criteri personali, senza aver trattato né con i partiti, né con gli individui. Buona parte della lista la compilò in treno, durante il viaggio.
Vittorio Emanuele all'incontro, gli chiese prma di tutto se avesse dato gli ordini necessari per impedire che le squadre e le bande fasciste entrassero nella capitale. Mussolini rispose che il movimento di afflusso non poteva essere arrestato da un momento all'altro. Il re insistette con energia. Infine si venne ad un compromesso: i fascisti sarebbero entrati nella capitale al solo scopo di sfilare ordinatamente innanzi al Quirinale e sarebbero usciti da Roma prima di notte.
Mussolini aveva incluso nel ministero dei liberali, dei demoberali, dei democratici, dei nazionalisti, dei popolari, con l'aggiunta dei due capi della guerra vittoriosa, Diaz e Thaon de Revel. Ogni ministro partecipava al governo a titolo personale. Nessuno dei gruppi ai quali appartenevano i ministri osò sconfessarli. Il presidente del consiglio, presentatosi alla Camera, spiegò "Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti...a un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto".

La Camera, riconoscente di tanta generosità, gli votò la fiducia a grande maggioranza!
306 a favore, 116 contrari e 7 astenuti.
Avendo Mussolini in Parlamento solo 35 deputati, 271 onorevoli gli si erano affiancati.
Quasi non credeva neppure lui a un successo così facile!
Una cosa era certa: che Mussolini si era riappropriato dell'inizitiva politica.


(Alberto Consiglio)

 

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. 11 puntate su Oggi, 1950
CONTEMPORANEA - Cento anni di giornali italiani
PUBBLICAZIONE NAZIONALE UFFICIALE, Il Decennale d. Vittoria, Vallecchi, 1928
MUSSOLINI, Scritti Politici. Feltrinelli
RENZO DE FELICE, Mussolini il fascista, Einaudi, 1996
A. PETACCO, Storia del Fascismo (6 vol.) Curcio
ZEEV STERNHELL, Nascita dell'ideologia fascista, Baldini & Castoldi, 1989
+ AUTORI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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