1933-1936

LO STATO MADRE, PADRE
MA ANCHE
GRANDE FRATELLO
( nasce anche l' OND )


1) ASSISTENZIALISMO - Uno strumento di civiltà nato da molti anni
ma difficile e pericoloso da usare

2) ASSISTENZIALISMO - Le leggi per la protezione e il benessere
dei lavoratori furono un merito del fascismo. Però…

(PREMESSA - Testo dai libri di scuola superiore dell'anno 1936)

"Un popolo ascende in quanto sia numeroso" ripeteva spesso questo slogan Mussolini. "Per questo motivo il Governo Fascista protegge e incoraggia in tutti i modi l'aumento della popolazione. Esso colpisce con una tassa i celibi; favorisce con l'esenzione dalle tasse e con premi di varie specie le famiglie numerose; esalta la famiglia, primo nucleo della società umana e scuola dei sentimenti più delicati: ha creato e va diffondendo sempre più l'Opera  nazionale per la protezione e l'assistenza alla maternità e all'Infanzia (ONMI).

Questa istituzione benefica ha creato cliniche, case di riposo e di convalescenza per le madri; colonie climatiche marittime e montane, scuole all'aperto, preventori e sanatori per i figlioli; essa prodiga l'assistenza sanitaria e i soccorsi economici; combatte in modo speciale la tubercolosi che miete tante vittime in giovine età. Nel primo decennio della sua esistenza (1925-1926) l'Opera ha speso per la sua attività  oltre un miliardo di lire; soltanto nell'anno 1935 furono assistite 1.713.978 persone, fra madri, bambini, fanciulli e adolescenti; e vennero concessi 3.686.220 provvedimenti assistenziali.
Ogni cento abitanti ne vennero assistiti una media di 3,87 nell'Italia settentrionale; 4,68 nell'Italia centrale; 4,08  nell'Italia meridionale: 4,68 nell'Italia insulare.

Sempre nell'interesse nazionale, il nostro Governo frena l'emigrazione, che sottrarrebbe ai nostri campi, alle nostre officine e al nostro esercito braccia valide; studia tutti i mezzi per restituire all'agricoltura coloro che hanno improvvidamente abbandonato la terra nativa, attratti dal miraggio di una vita meno disagiata e più avventurosa fra il tumulto delle città Questi provvedimenti, applicati con fermezza, giovano e gioveranno alla sanità e alla potenza della Nazione.

Il lato più importante della profonda rivoluzione fatta dal Fascismo negli ordinamenti italiani è quello sindacale e corporativo. Qui il Fascismo ha cominciato con il riorganizzare moralmente, socialmente ed economicamente il popolo italiano; quindi ha inserito la nuova organizzazione nell'ordine costituzionale. - I passati governi consideravano come affari privati, estranei alla loro attività, il lavoro in tutte le sue forme e i rapporti fra capitale e lavoro, ossia fra datori e prestatori d'opera. 

Lo Stato doveva, secondo la loro teoria, limitarsi a garantire le libertà individuali nell'ordine. Essi assistevano indifferenti a scioperi e a serrate, senza considerare che, se il conflitto interessava singole categorie, il danno che ne derivava colpiva tutta la nazione. La dottrina fascista parte da un principio opposto; essa considera i cittadini, non come enti particolari ed autonomi, ma come parti organiche e solidali di un tutto che è lo Stato; perciò afferma il diritto, anzi il dovere dello Stato di intervenire con tutta la sua autorità, per mantenere non solo l'ordine, ma anche l'armonia e la giustizia fra le classi sociali.

Ciò non già per gli interessi egoistici e materiali dei singoli, bensì l'interesse supremo complessivo della nazione, ch'è non solo economico ma anche morale e politico. A tale scopo si sono organizzati e inquadrati tutti i cittadini, secondo l'affinità dei loro interessi e professioni, in dindacati, ossia in associazioni giuridicamente riconosciute. I sindacati fascisti sono dunque organi dello Stato.

Ogni sindacato fascista rappresenta una categorie di persone, cioè tutti coloro che esercitano una certa attività produttiva in una certa zona; e stipula contratti collettivi di lavoro, che diventano obbligatori per tutta la categoria.

I sindacato si raggruppano in NOVE CORPORAZIONI così distribuite:
due confederazioni (una di datori di lavoro e una di lavoratori).per ciascuno dei seguenti settori di attività:
AGRICOLTURA, INDUSTRIA, COMMERCIO, CREDITO;
 inoltre una sola confederazione  dei Professionisti ed Artisti.
Fin qui, datori di lavoro e lavoratori sono separati nella tutela dei rispettivi interessi. Ma sopra gli interessi individuali stanno quelli della collettività nazionale, ossia dello Stato. Perciò i rappresentanti dei sindacati, così dei datori di lavoro come dei lavoratori, vengono riuniti assieme nelle CORPORAZIONI, le quali comprendono il tal modo tutti i fattori della produzione.

Le Corporazioni sono 22; i sindacati vi sono distribuiti secondo il ciclo produttivo: ossia ogni corporazione comprende tutti i sindacati di un grande ramo di produzione. Si hanno così i tre gruppi seguenti:

a) Corporazioni a ciclo produttivo agricolo, industriale e commerciale.
b) Corporazioni a ciclo produttivo industriale e commerciale.
c) Corporazioni per le attività produttrici di servizi

Le Corporazioni armonizzano, nell'interesse della collettività, gli interessi a volte divergenti delle varie categorie. Perciò il nostro è uno STATO CORPORATIVO.
La nostra organizzazione suscita ormai lo studio e la simpatia di tutto il mondo civile, ed è in parte imitata da altre nazioni.

I lavoratori non sono più considerati come semplici forze da sfruttare; non sono più abbandonati a se stessi, quando hanno finito la dura fatica quotidiana. Lo Stato riconosce l'utilità e la nobiltà della loro opera; vuole che la loro casa sia comoda e pulita; vuole che il loro riposo sia allietato da onesti svaghi. 
Si moltiplicano ovunque le case popolari. L'OPERA NAZIONALE DOPOLAVORO,  creata nel 1925, "cura l'elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport, l'escursionismo, il turismo, l'educazione artistica, la cultura popolare, l'assistenza sociale, igienica, sanitaria, ed il perfezionamento professionale".  come sempre, le iniziative del Governo Fascista hanno, accanto allo scopo sociale, economico, politico, un altissimo fine educativo. Ormai l'Opera Nazionale Dopolavoro conta milioni di iscritti".


(Testo dai libri di scuola superiore dell'anno 1936)

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1) ASSISTENZIALISMO - Uno strumento di civiltà nato da molti anni
ma difficile e pericoloso da usare

LO STATO PADRE
MA ANCHE GRANDE FRATELLO


di PAOLO DEOTTO


Lo "stato assistenziale" è uno degli argomenti di discussione che maggiormente hanno impegnato politici, economisti, sindacati in quest'ultimo decennio. Ma se le discussioni riguardano la misura di certe prestazioni, gli impegni finanziari dello Stato, inevitabilmente condizionati dalle implacabili leggi della matematica, non è posto in discussione il fatto che la previdenza, l'assistenza, la tutela del cittadino siano dei cardini essenziali della nostra convivenza civile.

Pur in clima di revisione non siamo per fortuna arrivati (né probabilmente arriveremo mai) agli eccessi di altri paesi dove, imperante il neo liberismo, può capitare ad esempio che una donna con le doglie del parto si senta chiedere, all'accettazione dell'ospedale, di esibire la sua polizza di assicurazione sanitaria o di effettuare un congruo versamento alla cassa; oppure può capitare che un operaio addetto a un lavoro pericoloso sia tutelato contro gli infortuni solo se provvede a pagarsi di sua tasca la copertura assicurativa. Dicevamo che probabilmente non arriveremo mai a questi eccessi perché nel nostro paese l'assistenza (intesa nel senso più estensivo) ha radici antiche.

Senza voler andare troppo indietro (potremmo ricordare il banchiere napoletano Luigi Tonti, che nel XVII secolo inventò quella che si può definire come la prima forma di assicurazione sulla vecchiaia, la cosiddetta "tontina", per alimentare la quale si richiedeva anche l'intervento delle casse dello Stato), l'inizio del nostro secolo vede un fiorire e un consolidarsi di iniziative mutualistiche e previdenziali, espressioni per lo più di due mondi, quello socialista e quello cattolico che, divisi spesso più formalmente che sostanzialmente, perseguivano entrambi finalità di solidarietà sociale.

Veramente il panorama da esaminare sarebbe vastissimo, comprendendo tutte le iniziative volte a tutelare la persona in caso di disoccupazione, malattia, maternità, indigenza, vecchiaia; le Congregazioni di carità, le Opere Pie, il movimento cooperativistico (che comprende anche una nuova visione dell'attività finanziaria e assicurativa), sono le principali risposte che i movimenti di più alta sensibilità politica e sociale diedero alle situazioni prima elencate. Ma si trattava comunque di iniziative che possiamo definire "private", almeno sotto il profilo giuridico. Teniamo conto che ancora all'inizio del secolo la partecipazione alla gestione politica dello Stato era davvero un "affare per pochi", considerando il numero esiguo degli aventi diritto al voto.

L'Italia dei notabili, nella quale poco più di un milione di cittadini poteva votare, portava in Parlamento solo i personaggi che esprimevano, appunto, una élite di potere che non era in grado, per sua stessa natura, di avere una visione sociale dello Stato. Solo nel 1911 la riforma elettorale voluta proprio dal notabile dei notabili, Giolitti, estese il diritto di voto a oltre otto milioni di cittadini; era quasi il suffragio universale, in un clima politico che aveva già visto, con le elezioni del 1909, un consistente incremento della presenza socialista e una massiccia partecipazione dei cattolici, che avevano avuto 24 deputati, nonostante il "non expedit" ancora formalmente in vigore (ma di fatto abrogato dal possibilismo di Papa Pio X).

Il tramonto dei notabili, l'estensione del suffragio, la presenza consistente di forze politiche rappresentative anche degli interessi delle classi più umili, tutte queste condizioni avrebbero potuto dare inizio ad una "legislazione sociale". Ma la prima risposta alle richieste delle classi più deboli, quelle che per sfuggire la fame erano sovente costrette anche all'emigrazione, fu in linea con i residui della mentalità ottocentesca: bisognava conquistare la "quarta sponda", cioè la Libia e la Tripolitania, terre nuove dove non sarebbero più sbarcati dei miseri emigranti, ma dei soldati colonizzatori, a ciò sospinti anche dal guazzabuglio ideologico messo in piedi da personaggi come D'Annunzio, Marinetti, Corradini (che coniò la frase "imperialismo operaio", da contrapporre a quello capitalistico).

Quando nell'ottobre del 1912 la sovranità italiana sulla "quarta sponda" fu consolidata il lavoratore italiano era povero come prima, non tutelato come prima, ma in compenso aveva avuto la soddisfazione di potersi illudere di far parte di una grande nazione colonizzatrice. Ma l'etica dell'eroismo cantata da D'Annunzio o la filosofia dell'azione predicata da Marinetti avrebbero presto avuto una palestra ben più seria e tragica in cui misurarsi: l'Europa scivolava verso la Guerra e le revolverate di Serajevo non furono che l'occasione attesa da tutto un vecchio apparato di potere che, non sapendosi rassegnare alla propria estinzione, trascinò con sé milioni di vite umane.

Abbiamo voluto fare questo breve excursus storico per capire meglio come la legislazione sociale non riesca ancora a prendere forma all'inizio del secolo. La fine della Grande Guerra portò poi nel nostro paese un periodo di convulsioni sociali e politiche ben noto, che spianarono la strada ad un uomo che di idee ne aveva poche, ma le aveva fortissimamente, e soprattutto ne aveva una: arrivare al potere. E restarci. Primo Ministro a 39 anni, e dittatore nel 1925, quando seppe gestire con grande astuzia politica il delitto Matteotti, Mussolini sapeva bene che il popolo italiano poteva essere blandito con roboanti richiami alla grandezza di Roma, ma soprattutto aveva bisogno di tranquillità e di sicurezze.
Il Duce aveva davanti agli occhi il fallimento di una classe politica, quella che trovò il suo apice e la sua fine nel giolittismo, e si rendeva conto che un "regime" può durare solo con una base di consenso popolare. E se la repressione, il controllo poliziesco, possono essere dei corollari necessari, non sono però sufficienti. Né si può scordare che l'origine politica e culturale del giovane Mussolini era socialista.

E' difficile fare gli storici restando sempre e solo dei puri cronisti. Ma è anche disonesto voler fare gli storici senza guardare, comunque, ai dati di fatto. E se è vero che il fascismo portò l'Italia alla rovina, non il 10 giugno del 40, con l'entrata in guerra, ma già prima, il 22 maggio del 39, quando con la firma del patto d'acciaio legò le sorti del paese alla follia nazista, è altrettanto vero che negli anni del suo consolidamento e del crescente consenso popolare il regime fascista diede all'Italia una legislazione ampia e articolata in materia di previdenza, assistenza e tutela del cittadino.

Ogni azione dell'uomo, anche la più meritevole, può senza dubbio nascere da cause non altrettanto nobili. La legislazione sociale del fascismo forse nacque da un sincero desiderio di Mussolini di migliorare le condizioni di vita delle classi più umili, oppure dall'intuizione che l'assistenzialismo è una delle più formidabili armi di controllo delle masse. Riteniamo che entrambi i fattori abbiano giocato.

Che Mussolini fosse "figlio del popolo" non è solo retorica fascista, è vero. E' anche vero che Mussolini doveva consolidare il potere e, come dicevamo sopra, sapeva bene che un potere si consolida solo col consenso. Ma qui vorremmo fermarci sulle analisi, per passare all'esame, appunto, dei fatti, limitandoci a sottolineare un ultimo concetto: l'ideologia fascista, che peraltro andò formandosi con la gestione del potere, perché il fascismo iniziale ne aveva ben poca, al di là dei richiami all'Italia "di Vittorio Veneto" e al valore dell'azione in sé stessa, era comunque un'ideologia totalitaria, che concepiva lo Stato come soggetto che interviene in tutti gli aspetti della vita dei consociati, regolandoli verso uno scopo comune. In tal senso è ovvio che lo Stato prenda sotto la sua tutela i cittadini dalla nascita alla morte, organizzando finanche, come vedremo, il tempo libero.

Poiché la materia da prendere in esame è ampia e complessa ci conviene procedere per capitoli, esaminando prima la legislazione a tutela della famiglia e della maternità, per poi passare alle iniziative di assistenza e beneficenza; vedremo poi la legislazione più propriamente previdenziale (tutela del lavoratore) ed infine ci soffermeremo su una istituzione che per la sua complessità e per i suoi aspetti più propriamente politici merita un esame particolare: l'Opera Nazionale Dopolavoro.

Il R.D. 24-12-34 num. 2316 istituiva l'ONMI - Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia. L' ONMI, organizzata territorialmente in Federazioni Provinciali e in Comitati di Patronato comunali, aveva per compiti "provvedere alla protezione e assistenza delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate, dei bambini, lattanti e divezzi fino al 5° anno di età, appartenenti a famiglie che non possono prestar loro tutte le necessarie cure per un razionale allevamento, dei fanciulli di qualsiasi età appartenenti a famiglie bisognose, e dei minorenni fisicamente o psichicamente anormali, oppure materialmente e moralmente abbandonati, traviati e delinquenti, fino al compimento del 18° anno...

Favorire la diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e infantile nelle famiglie... organizzare, in concorso con gli altri enti interessati, l'opera di profilassi antitubercolare nell'infanzia e la lotta contro le altre malattie infettive... vigilare sull'applicazione delle disposizioni legislative e regolamentari in vigore per la protezione della maternità e dell'infanzia, promuovendo anche, ove opportuno per il miglioramento fisico e morale dei fanciulli e degli adolescenti, la riforma di tali disposizioni..."

 

Inoltre l'ONMI era investita del potere di vigilanza e controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private di assistenza per madri e fanciulli, provvedendo anche, ove necessario, a sovvenzionare istituzioni private meritevoli ma con scarse risorse patrimoniali.

Le norme più importanti sulla cui applicazione l'ONMI doveva vigilare erano quelle concernenti la tutela della maternità delle lavoratrici (RDL 22-3-34 num. 654), l'assistenza e tutela degli illegittimi abbandonati (RDL 8-5-27 num. 798 - RD 29-12-27 num. 2822), la mutualità scolastica (L. 3-1-29 num. 17) e la tutela del lavoro della donna e del fanciullo (L. 26-4-34 num. 653).

 

Cercheremo di estrapolare, da questa notevole quantità di atti legislativi, le disposizioni più significative. In particolare veniva sancito il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici madri e il periodo di "licenza" ante parto e successivo.
Venivano altresì previsti i permessi obbligatori per allattamento e l'obbligo per le aziende con più di 50 operaie di adibire un locale a camera per allattamento. Tutte le lavoratrici dipendenti (con la sola esclusione di quelle la cui retribuzione superava le lire 800 mensili) erano di diritto assicurate per "l'evento maternità" presso l'Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (togliete, per ovvie ragioni storiche, la parola "fascista", e otterrete "INPS"), che versava alla madre un assegno di lit. 300, di cui la prima metà andava pagata entro la prima settimana di puerperio e l'altra metà al termine del periodo di riposo. Scopo di questa indennità era la compensazione parziale della perdita economica che la lavoratrice subiva, essendo il datore di lavoro tenuto a pagare l'intero stipendio per il primo mese di permesso per gravidanza e parto, mentre per i due mesi successivi previsti dalla legge la retribuzione era dimezzata.

In caso di aborto (ovviamente solo naturale) la lavoratrice riceveva dall' INFPS la somma di lit. 100. Altre disposizioni importanti erano quelle riguardanti la promozione, nelle scuole elementari, della conoscenza delle norme di igiene e l'assistenza agli scolari gracili e predisposti a malattie, anche tramite il loro invio in luoghi di cura. Infine bisogna segnalare la complessa normativa che tutelava il lavoro nelle donne e nei fanciulli, inibendo ad essi alcune mansioni particolarmente gravose o pericolose e subordinando la possibilità di assumere minori all'adempimento degli obblighi scolastici (che doveva risultare dal libretto di lavoro), nonché stabilendo, per alcune categorie d'aziende, l'obbligo di periodici controlli medici.

L'orario di lavoro per alcune mansioni faticose o insalubri doveva sempre risultare inferiore a quello consentito per i lavoratori adulti, ed essere interrotto da periodi di riposo intermedio. Per terminare questa panoramica sulle norme a tutela della famiglia e della maternità dobbiamo ricordare le agevolazioni fiscali per le famiglie numerose (L. 14-6-28 num. 812), la concessione dei premi di natalità e di nuzialità ai dipendenti pubblici, l'estensione degli assegni familiari (erogati dall' INFPS) ai dipendenti di aziende private e l'istituzione dei prestiti di nuzialità e di natalità, che vale la pena esaminare un attimo da vicino.

Il funzionamento e la gestione di tali prestiti, entrati in vigore il 1° luglio del 37, spettava alle Provincie. L'ammontare del prestito poteva variare da lit. 1.000 a it. 3.000, per coniugi di età non superiore ai 26 anni. La restituzione iniziava dopo il primo anno di matrimonio; la nascita del primo figlio comportava un abbuono del 10%, e successivamente, per altri figli, l'abbuono poteva arrivare fino al 40%. E qui fermiamoci un attimo; mentre i nostri amici lettori riprendono un po' di fiato, forse frastornati dalla selva di norme, leggi e regolamenti che abbiamo citato.

Abbiamo visto come il regime avesse organizzato una serie di tutele sulla cui bontà ci sembra difficile che possano esservi dubbi. Conviene quindi esaminare un'altra iniziativa, che potremmo definire parallela, sempre volta alla gioventù: l'Opera Nazionale Balilla, creata con L. 3-4-26 num. 2247 era un "ente morale per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù".

L'iscrizione all'Opera non era obbligatoria, ma erano riservati ai soli soci i numerosi servizi offerti, tra cui spiccavano le attività sportive, i campeggi e l'invio alle colonie montane e marine; ed anche elioterapiche, e per i bambini bisognosi di cure specifiche.
L' ONB inoltre, con RD 20-11-27 num. 2341, assumeva l'incarico dell'insegnamento dell'educazione fisica nelle scuole, materia che divenne obbligatoria dalla terza elementare in su. I giovani venivano inquadrati, in uniforme, come balilla e piccole italiane (dagli 8 ai 14 anni) e come avanguardisti e giovani italiane (fino ai 18 anni). Se sull'utilità dei servizi offerti non si può discutere, l' ONB si poneva chiaramente come il soggetto il cui scopo era l'inquadramento dei giovani, in chiara concorrenza con le organizzazioni giovanili dell'Azione Cattolica.

Il Concordato con la Santa Sede non era stato ancora firmato, ma anche dopo la data dell'11-2-29 la "concorrenza" tra fascismo e Chiesa Cattolica nel campo dell'educazione dei giovani fu aspra. Due anni dopo la creazione dell' ONB infatti due RD, 9-1-28 num. 25 e 9-4-28 num. 696, ordinarono lo scioglimento e la fusione nell' ONB di tutte le organizzazioni giovanili non fasciste, creando così un curioso "caso", poiché, almeno formalmente, l' ONB era un ente morale e non un organo di partito. Solo con la firma del Concordato verrà garantita la libera attività delle associazioni di Azione Cattolica, ma come dicevamo sopra la concorrenza ci sarà sempre, perché il regime aveva ben chiaro che l'inquadramento della gioventù e il tentativo di spegnere in essa ogni senso critico rappresentava un formidabile investimento per il futuro.

D'altra parte è innegabile che i giovani traevano notevoli vantaggi dalla partecipazione all' ONB: e infatti i soci saranno nell'ordine dei milioni di ragazzi, e molti di essi potranno usufruire di cure, vacanze, campeggi che altrimenti non avrebbero potuto avere; ma la contropartita era il lavaggio del cervello.

L' ONB non era ufficialmente, come dicevamo, un organo di partito, ma un ente dipendente dal Ministero dell'Educazione Nazionale. A presiederla fu però chiamato Renato Ricci, deputato fascista, vicesegretario del PNF, console della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), uno dei molti "fascistissimi" che, non a caso, entrerà in conflitto con un altro "fascistissimo", ACHILLE STARACE; quest'ultimo otterrà che l'ONB, assorbita dalla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), passi alle dirette dipendenze del Partito (RDL 27-10-37 num. 1839).

Ogni dubbio, anche formale, era risolto. Lo Stato si occupa di assistere e tutelare i giovani; ma lo stato è fascista, e il fascismo è lo Stato: il Partito diviene anche l'educatore, un padre generoso ma severo, che pretende dai figli una fedeltà e un'obbedienza totali, come è ben espresso nel giuramento che i giovani pronunciavano all'atto dell'iscrizione all'ONB: "Giuro di eseguire senza discutere tutti gli ordini del Duce, e di servire con tutte le mie forze, e se necessario col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista".

Per concludere quindi questo primo capitolo, non possiamo disconoscere al fascismo il merito storico di una legislazione decisamente avanzata per l'epoca, avendo realizzato delle tutele che hanno indubbiamente costituito la base, anche dopo la caduta del regime, per una sempre miglior regolamentazione del lavoro giovanile, dei diritti delle madri lavoratrici, del sostegno sociale alle famiglie indigenti, dell'aiuto alla maternità. Inoltre la GIL costruì palestre, piscine e case di vacanze per un patrimonio stimato, nel 1942, in 600 milioni.

Ma questa legislazione era pur sempre opera di un regime che aveva già provveduto, tra il 1925 e il 26, a gettare le basi della dittatura, in particolare con la creazione dei podestà, con l'ampliamento dei poteri del capo del governo, con le nuove norme sulla cittadinanza, con la revisione di tutti i passaporti e con la creazione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato.

Successivamente (nel 28 e nel 29) l'istituzione del Gran Consiglio del Fascismo quale organo dello Stato e le norme che prevedevano l'approvazione per Regio Decreto dello Statuto del Partito e della nomina del segretario del PNF (la cui carica era parificata a quella di Ministro) avevano completato l'identificazione tra Partito e Stato. In quest'ottica l'attività dell'Opera Nazionale Balilla (poi Gioventù Italiana del Littorio), che pur offriva ai giovani anche svago, attività sportiva e assistenza, diveniva un ingranaggio essenziale nella macchina del consenso.

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2) ASSISTENZIALISMO - Le leggi per la protezione e il benessere
dei lavoratori furono un merito del fascismo. Però…

ALLA FINE MUSSOLINI SCOPRI'
CHE GLI ITALIANI PREFERIVANO
IL "DOPOLAVORO" ALLA GUERRA


di PAOLO DEOTTO

Abbiamo visto, nella precedente puntata, come il regime fascista attuò la tutela della famiglia e della maternità, con un complesso di provvedimenti di legge tra i quali spiccavano l'istituzione dell'ONMI (Opera nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia) e dell' Onb (Opera Nazionale Balilla), quest'ultima in particolare con funzioni che potremmo definire "propedeutiche" alla preparazione del cittadino fascista.

Passiamo ora al capitolo dell'assistenza e beneficenza. Il regio decreto 3-3-34 num. 383 (testo unico della legge Comunale e Provinciale) provvedeva al riordino delle attività di assistenza materiale e sanitaria per i poveri e per l'infanzia abbandonata (anche in concorso con l' Onmi), ripartendola tra i due enti territoriali, definiva le competenze in materia di profilassi delle malattie infettive e di vaccinazioni obbligatorie, istitutiva il servizio delle farmacie comunali e dei dispensari per la profilassi e la cura gratuite delle malattie veneree.

Precedentemente (con regio decreto 30-12-23 num. 284) erano stati creati gli Enti Comunali di Assistenza (Eca), con compiti di "coordinamento di tutte le attività, pubbliche o private, volte al soccorso degli indigenti, provvedendo, se necessario, alle loro cure, o promuovendo ove possibile l'educazione, l'istruzione e l'avviamento alle professioni, arti e mestieri".

In materia sanitaria un'attività incisiva fu svolta nella lotta contro la tubercolosi, malattia ancora molto diffusa all'inizio del secolo, sia per carenze alimentari che per scarsa conoscenza delle norme igieniche. La costituzione dei Consorzi Provinciali Antitubercolari, decisa con legge 23-6-27 num. 1276, segnava l'inizio di un'attività a largo raggio, sia di propaganda che di prevenzione e cura, che si estendeva dalle scuole elementari sino ai luoghi di lavoro. Oggi sembra incredibile e quasi ridicolo, ma all'epoca fu svolta, ad esempio, un'intensa attività per sradicare una delle più inveterate (e incivili) abitudini popolari: quella di sputare per terra. Chi non è più giovanissimo ricorderà ancora nei bar il cartello "E' vietato sputare per terra". L'esposizione di questo invito così poco fine era obbligatorio per legge, e anche questo contribuì non poco a debellare la tremenda malattia causata dal bacillo di Koch, che poteva facilmente essere trasmesso nell'aria dai residui essiccati di uno sputo. L'assistenza e la ospedalizzazione dei malati di tubercolosi era gratuita ed obbligatoria per gli ospedali e le cliniche attrezzati allo scopo, e doveva essere svolta indipendentemente da ogni competenza territoriale degli ospedali stessi.

Anche contro il vaiolo, la malaria, la pellagra e la rabbia furono svolte intense azioni di profilassi e cura, migliorando nettamente anche le condizioni di vita dei coloni, degli operai agricoli e di quanti comunque interessati all'attività contadina.

Nell'anno 1935 le attività di assistenza e beneficenza svolte dai Comuni, dalle Province e dagli Eca si sintetizzavano in queste cifre: numero persone assistite: 1.600.000; contributi totali dello Stato: lit. 413 milioni. Se in campo sanitario il regime fascista agì bene e in modo articolato, bisogna comunque notare che agì sulla base di una linea generale comune a tutte le nazioni occidentali. Il Novecento è il secolo dei più grandi progressi nel campo della ricerca medica, per sua natura non legata ad una nazione, ma posta al servizio di tutti. Ciò non toglie che una nazione in buona parte agricola, con grandi sacche di povertà e con zone, come la Calabria, dove l'analfabetismo si attestava ancora attorno al 40%, ricevette una spinta decisa ad un miglioramento generale di vita; è significato il fatto che la curva della mortalità infantile registra una netta discesa proprio sullo spirare degli anni Venti, divenendo sempre più patrimonio comune la conoscenza dell'igiene, la diffusione delle vaccinazioni, l'opera di profilassi.

E' piuttosto nella materia previdenziale che il regime, creando un complesso sistema di tutela del lavoratore, fa riferimento esplicito alla "dottrina fascista del lavoro", teorizzata in quella "Carta del Lavoro", emanata il 21-2-1927, che si articola in una serie di Dichiarazioni. La creazione del sindacato unico (legge 3-4-26 num. 563) e l'istituzione del Ministero delle Corporazioni (regio decreto 2-7-26 num. 1131) sono le tappe necessarie per giungere ad un controllo dei lavoratori, anche se la Carta del Lavoro teorizza piuttosto un "controllo dell'economia", essendo la nazione italiana "una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato fascista". Ma teniamo conto che il regime non poté mai realizzare (né probabilmente aveva grande interesse a farlo) una economia di tipo "dirigista".

Ciò avrebbe comportato un conflitto con i grandi gruppi economici, con i quali i rapporti furono invece sempre di simbiosi mutualistica; piuttosto era importante un controllo delle masse lavoratrici e questo non si realizzava solo con la creazione del sindacato unico (l'iscrizione al quale era facoltativa, ma che era l'unico soggetto autorizzato a stipulare contratti di lavoro che avevano efficacia obbligatoria generale), ma anche creando quel consenso senza il quale, come si ricordava in apertura, nessun regime sopravvive.

E sempre per rifarci un momento alle riflessioni iniziali, non possiamo non notare che le innovazioni in materia previdenziale portarono comunque dei notevoli benefici alle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, ponendo le basi di un sistema che è quello in cui tutt'oggi viviamo. Le disposizioni più importanti che esamineremo sono quelle riguardanti le norme igieniche, le assicurazioni obbligatorie (che comportarono anche la nascita del primo sistema di pensionamento per i lavoratori privati), il contratto collettivo di lavoro e il patronato. La legge 17-4-25 num. 473 dettava le norme igieniche per le aziende, prevedendo in particolare l'obbligo di provvedere al servizio medico di fabbrica, alla segnalazione e custodia di sostanze nocive. Inoltre erano regolamentati i minimi di cubatura e altezza dei luoghi di lavoro, l'illuminazione e temperatura degli stessi, le caratteristiche dei servizi igienici, i carichi di cui potevano essere gravati i minori di anni 18 e le donne.

La vigilanza sul rispetto di questa normativa competeva all'Ispettorato Corporativo (l'attuale Ispettorato del Lavoro). Dei contratti collettivi di lavoro accennavamo già prima; giova aggiungere che i contratti nazionali di lavoro assumevano forza di legge per le parti e che il datore di lavoro poteva stipulare contratti individuali difformi da quelli collettivi solo laddove fossero previste condizioni migliori per i lavoratori. Il patronato nazionale per l'assistenza sociale, costituito con decreto 27-9-30 del Ministro delle Corporazioni, era l'organo tecnico mediante il quale le Confederazioni Nazionali Fasciste dei Lavoratori (ossia i sindacati unici) adempivano alla funzione di assistenza e tutela dei lavoratori nelle pratiche amministrative e giudiziarie relative alle assicurazioni e previdenze sociali in genere. Veniva stabilito il diritto assistenza del Patronato per ogni lavoratore, anche non iscritto al sindacato, e le prestazioni del Patronato erano gratuite.

Con diversi regio decreto emanati tra il 1927 e il 1930 veniva riconosciuta personalità giuridica alle prime Casse Mutue di malattia; ricorderemo qui le principali, quella per gli addetti al commercio, per i lavoratori agricoli e per i lavoratori dell'industria. Il contributo alla Cassa Mutua era ripartito tra datori di lavoro e dipendenti. Il regio decreto 6-7-33 num. 1033 sul riordinamento dell'Istituto Nazionale Fascista per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Infail - anche qui togliete la parola "fascista" e otterrete Inail) costituiva la base normativa per i successivi provvedimenti che rendevano obbligatorie l' assicurazione contro gli infortuni sul lavoro nell'industria e le malattie professionali e quella contro gli infortuni sul lavoro in agricoltura. In entrambi i casi il costo dell'assicurazione era a carico unicamente del datore di lavoro. L'assicurazione copriva gli eventi di morte e invalidità permanente (col versamento di una rendita al lavoratore inabile o al coniuge superstite e ai figli a carico) e inabilità temporanea al lavoro per un periodo superiore ai tre giorni (col versamento di un'indennità giornaliera).

Erano parificate agli infortuni diverse malattie professionali. Presso lo stesso Infail era costituita una speciale gestione con lo scopo di provvedere al ricovero, alla cura, alla rieducazione professionale e in genere all'assistenza materiale e morale dei "grandi invalidi" del lavoro, intendendosi così coloro che avevano subito un infortunio sul lavoro con conseguente inabilità permanente pari ad almeno quattro quinti (ossia una invalidità permanente dell '80%). Erano invece a carico dell' Infps (Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale) due assicurazioni sociali speciali: contro la tubercolosi e contro la disoccupazione involontaria.
La prima aveva per scopo di provvedere al ricovero del lavoratore in speciali luoghi di cura a tipo sanatoriale, ospedaliero - sanatoriale e post - sanatoriale. La seconda assicurazione serviva invece per corrispondere un'indennità in caso di disoccupazione involontaria per mancanza di lavoro. Ne erano esclusi i lavoratori stagionali, il personale domestico, gli impiegati con retribuzione mensile superiore a lit. 800 e il personale artistico teatrale e cinematografico. Il diritto all'indennità scattava dall'ottavo giorno di disoccupazione e poteva protrarsi fino ad un massimo di 120 giorni. La materia era regolata dal regio decreto 30-12-23 num. 3158 e successivi, e dal regio decreto legge 4-2-37 num. 463, che disponeva l'aumento del sussidio per i lavoratori con figli a carico.

I contributi erano dovuti per metà dal datore di lavoro e per metà dal lavoratore, calcolati proporzionalmente alla retribuzione. Sempre a carico dell' Infps era l'assicurazione contro l'invalidità e la vecchiaia (regio decreto 30-12-23 num. 3184), che portava la grande innovazione di garantire per legge anche ai dipendenti privati la "pensione", anche se questa denominazione esisteva ufficialmente solo per i dipendenti pubblici. Con la solita esclusione degli impiegati con retribuzione mensile superiore a lit. 800, l'assicurazione obbligatoria, i cui contributi erano a carico del datore di lavoro, del lavoratore e dello Stato, che interveniva con contributi annuali forfetari per categorie, aveva per scopo il versamento di un vitalizio (reversibile al coniuge superstite e ai figli a carico di età inferiore ad anni 15) al lavoratore di anni 65, con almeno 240 contributi quindicinali. Il vitalizio poteva essere conferito a partire da qualsiasi età in caso di invalidità permanente al lavoro, purché risultassero versati almeno 120 contributi quindicinali.
Era prevista altresì la possibilità per il lavoratore di effettuare contribuzioni volontarie e nel caso di morte dell'assicurato prima della liquidazione della pensione veniva versato al coniuge superstite un assegno mensile di lit. 50 per sei mesi.
Nel caso di categorie già coperte dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, era prevista una ripartizione degli oneri tra Infps e Infail per il conferimento del vitalizio in caso di inabilità permanente. I versamenti dei contributi si effettuavano tramite apposite marche da incollare sul tesserino che comprovava la regolarità della posizione assicurativa del lavoratore.

Chi non è più giovanissimo ricorderà la frase "assunto con le marchette", a indicare un'assunzione fatta nel rispetto della legge e non "in nero". E qui potremmo terminare la nostra panoramica sulla previdenza, assistenza e tutela del cittadino. Mussolini, chiuso, non senza fatica, il periodo del manganello e dello squadrismo, doveva dare all'Italia la sicurezza, la pace sociale, la laboriosità. E di fatto la diede, utilizzando ovviamente anche gli strumenti di uno stato totalitario e dittatoriale (e basterebbe l'imposizione del "sindacato unico" a giustificare questa affermazione).

In un decennio la legislazione sociale compì in Italia passi da gigante e anche se alcune norme, lette oggi, ci appaiono incomplete e lacunose, segnarono però l'inizio di una mentalità e di un sistema che, pur nel confusionismo all'italiana, andava verso una maggior tutela di quelle componenti della società, dalla madre al lavoratore, dal fanciullo all'inabile, che il liberalismo non aveva mai considerato, se non nella loro potenzialità produttiva. La storia condannerà senza possibilità di appello il regime fascista, quando l'Italia verrà travolta nel disastro della guerra.

Ma se vogliamo essere obiettivi, dobbiamo riconoscere che nel periodo antecedente, in un Europa che, tra l'altro, era quasi interamente dominata da regimi autoritari, l'Italia seguì un percorso, in materia di legislazione sociale, che oggi qualificheremmo senza dubbio come "di sinistra". Potremmo terminare qui, ma ci sembra utile parlare brevemente anche di un'istituzione, l'Opera Nazionale Dopolavoro (Ond), che andava a completare quell'abbraccio che il fascismo faceva al popolo; e si sa che in ogni abbraccio c'è il rischio, perché le mani di chi ci abbraccia stanno dietro la nostra schiena e quindi non le vediamo.

La storiografia fascista ci dice che il Dopolavoro nacque ufficialmente con regio decreto legge 1-5-25 num. 582, che ne fissava come segue gli scopi. "promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei lavoratori intellettuali e manuali, con istituzioni dirette a sviluppare le loro capacità fisiche, intellettuali e morali"; "provvedere all'incremento e al coordinamento di tali istituzioni, fornendo a esse e ai loro aderenti ogni necessaria assistenza... " In verità già due anni prima si pubblica a Roma un giornaletto, "Il Dopolavoro", edito da un vivace ingegnere della Westinghouse di Vado Ligure, Marco Giani. Questi ha girato il mondo, ha studiato le condizioni di lavoro nelle fabbriche americane ed inglesi, e propone la creazione di attrezzature ricreative per gli operai, aiuti personali, forme varie di assistenza che favoriscano una "maggior intesa tra le classi sociali". L'ingegner Giani, simpatizzante del fascismo, tempesta col suo giornaletto e con le sue proposte il Governo, ma nessuno gli dà ascolto.

Finalmente, per interessamento di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, viene proposto a Giani di assumere la condirezione, insieme al sindacalista fascista Armando Casalini, del nuovo mensile sindacalista "La Stirpe". e di incorporare la sua attività editoriale nella Confederazione nazionale sindacati fascisti, assumendo il nome di Ufficio Centrale per il dopolavoro.

Il fascismo si è reso conto che nelle proposte di Giani ci sono grandi possibilità da sfruttare: attirare i neutrali, se non addirittura qualche avversario, nell'area fascista, creando un organismo ufficialmente apolitico, che si propone di fornire al lavoratore e alla sua famiglia sani svaghi. Il fascismo non è ancora "regime" e i vari "dopolavori" che sorgono spontanei nel 1924 hanno ancora le caratteristiche di associazioni private, e i relativi problemi finanziari. E' lo stesso Giani che sollecita il Governo perché si arrivi a creare un ente pubblico, come tale finanziabile dallo Stato, "per un completo sviluppo delle provvidenze per la rieducazione delle masse laboriose in tutta Italia".

La parola "rieducazione" si presta a mille interpretazioni. Sta di fatto che Mussolini ordina subito al Ministro dell'Educazione Nazionale, Cesare Nava, di predisporre un disegno di legge, avvalendosi della consulenza dell'ing. Giani. E si arriva all'emanazione del Decreto sopra citato e alla nascita "ufficiale" del Dopolavoro.

L'OPERA NAZIONALE DOPOLAVORO.... (OND)

....nasce come fondazione parastatale e a presiederla viene chiamato da Mussolini un uomo di grande prestigio: Emanuele Filiberto, Duca d'Aosta, cugino del Re, comandante, nella Grande Guerra, della famosa Terza Armata, che poté fregiarsi del titolo di "Armata Invitta" (anche perché non investita, per ragioni geografiche, dal disastro di Caporetto). Il Duca è un bell'uomo, è popolarissimo, e la sua appartenenza alla Casa Regnante garantisce che l' Ond è un ente "super partes".

La scelta di Mussolini è quindi molto felice, anche considerando che comunque Emanuele Filiberto era considerato il più fascista tra i Savoia. L'ingegner Giani viene nominato consigliere delegato dell' Ond, mentre nei vari consigli provinciali è un accorrere di "bei nomi", a sottolineare che l' Ond favorisce una sempre maggior comprensione e collaborazione tra datori di lavoro e lavoratori, in un grande abbraccio che unisce ricchi e poveri. A Torino Edoardo Agnelli, figlio del presidente della Fiat, assume la direzione del consiglio provinciale, avendo come vice Vittorio Valletta; a Novara troviamo il conte Vitaliano Borromeo, grande proprietario terriero, a Livorno Costanzo Ciano.

L' Ond nel 1927 conta 2.800.000 aderenti (il doppio del Partito Fascista) ed è la più grossa organizzazione del regime. E il regime, che nel frattempo lo ha posto sotto la "vigilanza" del Ministero delle Corporazioni, lo tiene d'occhio, aspettando il momento giusto per fagocitarlo nel sistema, spogliandolo di ogni autonomia anche formale. Ma questo poco interessa all'iscritto all' Ond, al quale non è richiesto di essere iscritto al Pnf e che può usufruire di biblioteche, cinema, campi sportivi, gite organizzate. L'Ond partecipa anche, in concorso con gli altri enti interessati, alle campagne contro la tubercolosi, l'alcolismo, la malaria, organizza colonie montane e marine per i figli delle famiglie indigenti. I treni popolari e gli sconti sugli alberghi permettono anche all'italiano della piccola borghesia, per il quale l'automobile è ancora un lusso impensabile e la villeggiatura un bel sogno, di viaggiare e di svagarsi, mentre lo sconto sui diritti di autore viene concesso alle filodrammatiche e alle bande musicali dell' Ond per favorire i concerti in piazza e le rappresentazioni teatrali popolari. Insomma, dai tempi di Roma Imperiale, panem et circenses restano essenziali nel controllo politico della nazione.

Vengono fondati anche numerosi dopolavori per categorie (il più forte è quello dei ferrovieri) e dopolavori aziendali, tra i quali spicca quello del Lanificio Marzotto, che promuove la creazione di un villaggio operaio per 1200 dipendenti, completo di spacci aziendali a prezzi ridotti, piscina coperta, clinica e chiesa. C'è di che essere felici, e non lo diciamo solo con ironia; questo non sfugge certamente al regime, che, come dicevamo sopra, attende il momento di inquadrare definitivamente l'Ond, prima che assuma un'autonomia che potrebbe essere rischiosamente centrifuga. L' 11 novembre 1926 il segretario del Pnf, Augusto Turati, viene nominato da Mussolini alla vice-presidenza dell'ente. E' il segnale di ritirata per il Duca d'Aosta, che infatti rassegna le sue dimissioni ai primi di aprile del 27, mentre l'ing. Giani, ingenuo sostenitore della necessità di difendere la "apoliticità" dell'Ond, viene semplicemente estromesso.

L'Ond è diventata tra l'altro così grande da essere quasi ingovernabile; ma il 7-12-31 diviene segretario del Partito nazionale fascista (Pnf) un uomo dal dinamismo inarrestabile, ACHILLE STARACE, che con l'anno successivo assumerà "de iure" anche la guida dell'Ond, che passa alle dirette dipendenze del Pnf, in base all'art. 7 del nuovo statuto del partito, approvato con regio decreto 17-11-32 num. 1456.

E' la definitiva fagocitazione. Per iscriversi all' Ond non è richiesta l'iscrizione al Pnf, ma è richiesta comunque una dichiarazione di "fedeltà" e la domanda di iscrizione deve sempre essere vistata dal segretario federale del partito. L'ultima modifica, sotto il profilo giuridico, avverrà col nuovo Statuto approvato il 24-5-37, ed ha una spiegazione con connotati inevitabilmente umoristici. Il duce si è reso conto che l'Ond favorisce gli svaghi degli italiani, ma li favorisce anche troppo, e così non "tempra" il morale gioventù, né aiuta lo sforzo militaristico del Regime.

Così l'Ond viene sottratta al controllo del Pnf e posto alle dirette dipendenze di Mussolini, per temprarlo.

Ma l'italiano non aveva alcuna voglia di essere "temprato".

Dopo aver dato alla nazione una legislazione sociale avanzata, e una grande organizzazioni di giochi e svaghi, Mussolini non seppe rassegnarsi a guidare un popolo che non era come lui lo vagheggiava, e continuò a credere nella tragica bugia degli "otto milioni di baionette", che di lì a pochi anni avrebbe gettato nello scoramento una nazione.

di PAOLO DEOTTO

Ringrazio per l'articolo concesso a Storiologia
il direttore di
Storia in Net, Franco Gianola

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