MUSSOLINI IN PARLAMENTO
DISCORSO DI APERTURA E SEGUENTI
FINO ALLA CRISI DI GOVERNO
E ALLA VIGILIA DELLA MARCIA SU ROMA

La battaglia elettorale che portò Benito Mussolini alla Camera rappresentò una clamorosa rivincita sulla sconfitta del 1919, che lo aveva escluso dal Parlamento, fra il giubilo palese dei socialisti e la malcelata soddisfazione degli stessi liberali.
Nel 1919, la lista col "Fascio del Littorio" aveva riportato nella circoscrizione di Milano 4795 voti e Mussolini, capolista, aveva raggiunto con i voti di preferenza la sola cifra di 9064.

Contemporaneamente, i suoi avversari più diretti, i socialisti, riportavano 170.305 voti di lista, i popolari 73.951, i liberali 44.284, i combattenti 21.819.

Non fu solo una umiliante sconfitta, ma la propaganda disfattista, dopo la chiusura delle urne, portò all'arresto di Mussolini che venne condotto in questura e processato (per aver creato un "covo" di ribelli) poi rimesso il libertà per l'intervento del direttore del Corriere d.S. Albertini, che ritenne che i miseri 4795 voti presi dal suo collega - nonché capo dei tanto celebrati Fasci di combattimento- "politicamente è finito". A Nitti che avrebbe voluto lasciarlo in galera, Albertini gli consigliò di non farlo, "Mussolini è un rudere. E' uno sconfitto, non occorre farne un martire".

Più che per l'arresto, Mussolini era soprattutto avvilito per il clamoroso insuccesso e la figuraccia che aveva fatto dopo tanto agitarsi, dopo tanti articoli, tante riunioni, tanti discorsi.
L'Avanti! impietoso, mise sul giornale due righe nella cronaca nera: "Ripescato dentro il naviglio un corpo; sembra che si tratta di Benito Mussolini". E altri suoi nemici bontemponi improvvisarono un virtuale funerale con la sua effige.
Se vogliamo credere alla Sarfatti, Mussolini preso da un momento di sconforto, voleva mollare tutto, il giornale, la politica, le lotte: "so fare altri mestieri, il muratore, il pilota, e so suonare anche il violino, farò il magnifico mestiere del rapsodo errante".

Nelle elezioni del 15 maggio 1921, invece, la concentrazione delle forze - capitanate dal Fascismo mussoliniano, - ottenne 124.918 voti, con Mussolini capolista (cifra elettorale 194.670) a grande distanza dal secondo della lista (155.819). I socialisti, non ancora, nella Lombardia, sbandati dai dissensi interni e dall'offensiva esterna, riportarono 251.844 voti di lista, i popolari 101.131, i comunisti 21.472.
Il 21 giugno entrano in Parlamento i 35 deputati fascisti, e per il primo discorso parlamentare del "combattente" Benito Mussolini, sul quale convergevano ormai gli sguardi, entusiasti, corrucciati ma anche ostili di molti Italiani, l'attesa fu grande. Non già che il suo pensiero non fosse conosciuto, chè il Popolo d'Italia lo aveva, in articoli quasi quotidiani, sufficientemente diffuso: ma altra cosa era sentire la sua voce dalla tribuna parlamentare, per la vasta risonanza che essa ha sempre avuto, e per le prevedibili ripercussioni politiche.

Nella Camera, gremita in ogni settore e in ogni tribuna, le dichiarazioni nette, taglienti, recise di Mussolini produssero una forte impressione. Era sì lo squillo di battaglia preannunziatore di una sua prossima completa vittoria, ma insieme era anche una offerta di un ponte a tutti gli uomini di buona volontà, disposti a fare ammenda degli errori commessi, a riconoscere il profondo, radicale mutamento avvenuto nella pubblica opinione, a spogliarsi delle stupide incrostazioni politicantiste che li tenevano prigionieri di formule viete e sorpassate; in modo particolarissimo, delle formule di Montecitorio di quel periodo.

Rileggendo questo, come altri interventi di Mussolini in Parlamento, si resta stupiti della ostinata cecità di cui i suoi avversari hanno dato prova.
Il turbamento prodotto su tutti dal discorso fu ben palese, così durante il suo svolgimento nell'aula, come dopo, negli animatissimi commenti fatti nel salone dei passi perduti, nelle sale di scrittura, nei corridoi, nelle trattorie frequentate dai deputati. (Sono questi i famosi « Circoli Politici » di cui si parla al lontano pubblico delle province!). Uno per uno, i Partiti vennero dalla parola di Mussolini posti di fronte alle responsabilità che avevano accumulato. Il discorso, forte ma equilibrato, era soprattutto una novità perché usciva dalle linee inspirate alle esigenze del politichese dei « corridoi » parlamentari, e affrontava rudemente e decisamente « l'aula », parlando, più che ai deputati, (lui che era un abile giornalista) alla Nazione.

L'influenza dei corridoi agiva, d'abitudine, sugli oratori dei Partiti nel senso di smussare e di ovattare; e se apparivano toni energici, spesso erano già anticipatamente convenuti, perché legati a trattative a patteggiamenti a combinazioni a preparativi a tentativi, elaborati dietro alle quinte: miravano, in genere, allo scopo di abbattere il Ministero per far largo alle ambizioni insoddisfatte di chi non era ancora salito, o a quelle amareggiate da una sconfitta e anelanti alla rivincita; oppure miravano allo scopo più modesto, per l'oratore, di mettersi intanto in vista per essere « papabile» alla prima occasione.

Il discorso Mussolini era certamente fuori dello stile abituale di Montecitorio; e potremmo dire una nota di assoluta schiettezza nell'ambiente parlamentare (lui la chiamò "tesi reazionaria"). Di fronte a questo, rimase taciturna quell' estrema sinistra, che non aveva fino allora permesso affermazioni un po' forti contro alle proprie tesi, e nella precedente legislatura con urli e schiamazzi aveva spesso impedito agli avversari di parlare.

La prima parte del discorso é una critica alla politica italiana dell'Alto Adige, e alla politica estera complessiva del conte Sforza; la seconda parte precisa la posizione del Partito fascista di fronte agli altri, e a proposito di quello popolare afferma l'importanza enorme di Roma come centro dell'idea «universale» cattolica. (Mussolini, l'anticlericale fino a ieri, fa una inversione di marcia, e inizia a mandare messaggi criptici oltre Tevere).

L'ultima parte esaminando i conflitti cruenti tra fascisti e socialisti, richiama gli avversari al disarmo del loro spirito, come condizione necessaria per la pace interna.

Ne riportiamo qui, l'inizio - saltiamo la critica sull'Alto Adige - e continuiamo con la seconda parte.

MUSSOLINI.
""" Non mi dispiace, onorevoli colleghi, di iniziare il mio discorso da quei banchi dell'estrema destra dove, nei tempi in cui lo spaccio della Bestia trionfante aveva le sue porte spalancate ed un commercio avviatissimo, nessuno osava più sedere.
Vi dichiaro subito, con quel sovrano disprezzo che ho di tutti i nominalismi, che sosterrò nel mio discorso tesi reazionarie.
Sarà quindi il mio un discorso non so quanto parlamentare nella forma, ma nettamente antidemocratico e antisocialista nella sostanza (Approvazioni all'estrema destra), e quando dico antisocialista, intendo dire anche antigiolittiano (Ilarità) perché non mai come in questi giorni fu assidua la corrispondenza d'amorosi sensi tra l'onorevole Giolitti e il gruppo parlamentare socialista. Oso dire che fra di essi esiste il broncio effimero degli innamorati, non già l'irriconciliabilità irreparabile dei nemici.
Ciò non ostante ho la immodestia di affermare che il mio discorso può essere ascoltato con qualche utilità da tutti i settori della Camera. In primo luogo dal Governo, il quale si renderà conto del nostro atteggiamento verso di lui; in secondo luogo dai socialisti, i quali dopo sette anni di fortunose vicende vedono innanzi a sè nell'atteggiamento orgoglioso dell'eretico l'uomo che essi espulsero dalla loro chiesa ortodossa. D'altra parte essi mi ascolteranno perché, avendo io tenuto nel pugno le vicende del loro movimento per due anni, forse nel loro cuore sono anche delle segrete nostalgie. (Commenti).

Potrò essere ascoltato con interesse anche dai popolari e da tutti gli altri gruppi e partiti. Infine, poiché io mi riprometto di precisare alcune posizioni politiche e oserei dire storiche, di quel movimento così complesso e così forte che si chiama fascismo, può darsi che il mio discorso provochi conseguenze politiche degne di qualche rilievo.
Vi prego di non interrompermi perché io non interromperò mai nessuno, e aggiungo fin da questo momento che farò un uso assai parco in questo ambiente della mia libertà di parola.

E vengo all'argomento.
(inizia con la situazione in Alto Adige - che qui tralasciamo non essendo di grande importanza in questa specifica ricostruzione di politica interna).

Passo alla politica interna.
Vengo cioè a precisare la posizione del fascismo di fronte ai diversi partiti. (Segni di attenzione).

Comincio dal partito comunista.
Il comunismo, l'onorevole Graziadei me lo insegna, é una dottrina che spunta nelle epoche di miseria e di disperazione. (Commenti).

Quando la somma dei beni é decimata, il primo pensiero, che balza alla mente degli umani, é quello di mettere tutto in comune, perché ce ne sia un po' per tutti. Ma questa non é che la prima fase del comunismo, la fase del consumo: dopo vi é la fase della produzione, che é enormemente difficile, tanto difficile che quel grande, quel formidabile artista (non già legislatore) che risponde al nome di Wladimiro Ulianoff-Lenin, quando ha dovuto foggiare il materiale umano, si é accorto che esso é più refrattario del bronzo e del marmo. (Approvazioni - Commenti).

Conosco i comunisti. Li conosco perché parte di loro sono i miei figli... intendiamoci... spirituali (Ilarità - Commenti) ...e riconosco, con una sincerità che può parere cinica, che io per primo ho infettato codesta gente, quando ho introdotto nella circolazione del socialismo italiano un po' di Bergson mescolato a molto Blanqui.
C'é un filosofo al banco dei ministri, ed egli certamente m'insegna che le filosofie neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo fra la metafisica e la lirica, sono perniciosissime per i piccoli cervelli. (Ilarità).
Le filosofie neo-spiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato... ma bisogna digerirle! (Ilarità).
Codesti miei amici o nemici... (VOCI ALL'ESTREMA SINISTRA. Nemici! Nemici!)
... questo é pacifico, dunque!...

Codesti miei nemici hanno mangiato Bergson a venticinque anni, e non l'hanno digerito a trenta.
Mi stupisco molto di vedere fra i comunisti un economista della forza di Antonio Graziadei, col quale io ho lungamente polemizzato quando egli era ferocemente riformista... (Ilarità) e aveva buttato sotto il tavolo Marx e le sue dottrine. Finché i comunisti parleranno di dittatura proletaria, di repubbliche più o meno preziose assurdità, fra noi e loro non ci potrà essere che il combattimento. (Interruzioni ,all'estrema sinistra, Commenti, Rumori).
La nostra posizione varia, quando ci poniamo di fronte al partito socialista. Anzitutto ci teniamo bene a distinguere quello che é movimento operaio da quello che é partito politico. (Commenti all'estrema sinistra).

Non sono qui per sopravvalutare l'importanza del movimento sindacale. Quando si pensi che i lavoratori del braccio sono 16 milioni in Italia, dei quali appena 3 milioni sindacati, e sindacati in una Confederazione generale del lavoro, in una Unione sindacale italiana, in una Unione Italiana del lavoro, in una Confederazione dei sindacati economici italiani, in una Federazione bianca e in altre organizzazioni, che non sono in questo quadro, e queste organizzazioni aumentano o diminuiscono secondo i momenti; quando pensate che i veramente evoluti e coscienti, che si propongono di creare un tipo di civiltà, sono un'esigua minoranza, avete subito l'impressione che noi siamo nel vero, quando non sopravvalutiamo l'importanza storica del movimento operaio.

Riconosciamo, però, che la Confederazione generale del lavoro non ha tenuto di fronte alla guerra il contegno di ostilità, tenuto da gran parte del partito socialista ufficiale.
Riconosciamo anche che, attraverso la Confederazione generale del lavoro, si sono espressi dei valori tecnici di prim'ordine, e riconosciamo ancora che, per il fatto che gli organizzatori sono a contatto diuturno e diretto con la complessa realtà economica, sono abbastanza ragionevoli. (Interruzioni all'estrema sinistra - Commenti).

Noi, e qui ci sono dei testimoni che possono dichiararlo, non abbiamo mai preso aprioristicamente un atteggiamento di opposizione contro la Confederazione generale del lavoro.

Aggiungo che il nostro atteggiamento verso la Confederazione generale del lavoro potrebbe modificarsi in seguito, se la Confederazione stessa, ed i suoi dirigenti lo meditano da un pezzo, si distaccasse dal partito politico socialista, che é una frazione di tutto il socialismo politico, e che é costituito da gente che forma i quadri e che ha bisogno, per agire, delle grosse forze, rappresentate dalle organizzazioni operaie.

Ascoltate, del resto, quello che sto per dire. Quando voi presenterete il disegno di legge delle otto ore di lavoro, noi voteremo a favore. (Commenti all'estrema sinistra - Interruzioni).
Non ci opporremo e voteremo anzi a favore di tutte le misure e dei provvedimenti, che siano destinati a perfezionare la nostra legislazione sociale. Non ci opporremo nemmeno ad esperimenti di cooperativismo: però vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione! (Commenti).

Ne abbiamo abbastanza del socialismo di stato ! (Applausi all'estrema destra e su altri banchi, Commenti all'estrema sinistra, Interruzioni).
E non desisteremo nemmeno dalla lotta, che vorrei chiamare dottrinale, contro il complesso delle vostre dottrine, alle quali neghiamo il carattere di verità e soprattutto di fatalità.
Neghiamo che esistano due classi, perché ne esistono molte di più; neghiamo che si possa spiegare tutta la storia umana col determinismo economico. (Applausi all'estrema destra - Approvazioni).
Neghiamo il vostro internazionalismo, perché é una merce di lusso che solo nelle alte classi può essere praticato, mentre il popolo é disperatamente legato alla sua terra nativa. (Applausi all'estrema destra).

Non solo, ma noi affermiamo, e sulla scorta di una letteratura socialista recentissima che voi non dovreste negare, che comincia adesso la vera storia del capitalismo, perché il capitalismo non é solo un sistema di oppressione, ma è anche una selezione di valori, una coordinazione di gerarchie, un senso più ampiamente sviluppato della responsabilità individuale. (Approvazioni).
Tanto é vero che Lenin, dopo aver istituito i Consigli di fabbrica, li ha aboliti e vi ha messo i dittatori; tanto é vero che dopo aver nazionalizzato il commercio egli lo ha ricondotto al regime di libertà e (lo sapete voi, che siete stati in Russia), dopo aver soppresso, anche fisicamente, i borghesi, oggi li chiama da tutti gli orizzonti, perché senza il capitalismo, senza i suoi sistemi tecnici di produzione, la Russia non si rialzerebbe mai più. (Applausi all'estrema destra - Commenti).

E permettetemi che vi parli con franchezza, e vi dica quali sono stati gli errori che avete commesso immediatamente dopo l'armistizio.
Errori fondamentali che sono destinati a pesare sulla storia della vostra politica: voi avete prima di tutto ignorato e disprezzato le forze superstiti dell'interventismo. (Approvazioni). Il vostro giornale si coprì di ridicolo, tanto che per mesi non ha mai fatto il mio nome, come se con questo fosse possibile eliminare un uomo dalla vita o dalla cronaca. (Commenti). Voi avete incanaglito nella diffamazione della, guerra e della vittoria. (Vive approvazioni all'estrema destra).

Avete agitato il mito russo, suscitando un'aspettazione messianica enorme. (Approvazioni all'estrema destra).
E solo dopo, quando siete andati a vedere la realtà, avete cambiato posizione con una ritirata strategica più o meno prudente! (Si ride).
Solo dopo due anni vi siete ricordati di mettere accanto alla falce, nobilissimo strumento, e al martello, altrettanto nobile, il libro, che rappresenta l'imponderabile, i diritti dello spirito al di sopra della materia, diritti che non si possono sopprimere o negare (Bene! Bravo!) diritti che voi, che vi ritenete alfieri di una nuova umanità, dovevate per i primi incidere nelle vostre bandiere! (Vivi applausi all'estrema destra).

E vengo al partito popolare.
Ricordo ai popolari che nella storia del fascismo non vi sono invasioni di chiese, e non c'é nemmeno l'assassinio di quel frate Angelico Galassi, finito a revolverate ai piedi di un altare. Vi confesso che c'é qualche legnata e che c'é un incendio sacrosanto di un giornale, che aveva definito il fascismo una associazione a delinquere. (Commenti - Interruzioni al centro - Rumori).

Il fascismo non predica e non pratica l'anticlericalismo. Il fascismo, anche questo si può dire, non é legato alla massoneria, la quale in realtà non merita gli spaventi da cui sembrano pervasi taluni del partito popolare. Per me la massoneria é un enorme paravento dietro al quale generalmente vi sono piccole cose e piccoli uomini. (Commenti - Si ride).

Ma veniamo ai problemi concreti.
Qui é stato accennato al problema del divorzio. Io, in fondo in fondo, non sono un divorzista, perché ritengo che i problemi di ordine sentimentale non si possono risolvere con formule giuridiche; ma prego i popolari di riflettere se sia giusto che i ricchi possano divorziare, andando in Ungheria, e che i poveri diavoli siano costretti qualche volta a portare una catena per tutta la vita.
Siamo d'accordo con i popolari per quel che riguarda la libertà della scuola; siamo molto vicini a essi per quel che riguarda il problema agrario, per il quale noi pensiamo che, dove la piccola proprietà esiste, é inutile sabotarla, che dove è possibile crearla, é giusto crearla, che dove non é giusto crearla perché sarebbe anti-produttiva, allora si possono adottare forme diverse, non esclusa la cooperazione più o meno collettivista.

Siamo d'accordo per quel che riguarda il decentramento amministrativo, con le dovute cautele: purché non, si parli di federalismo e di autonomismo, perché dal federalismo provinciale e così via di seguito, per una catena infinita, l'Italia ritornerebbe a quella che era un secolo fa.

Ma vi é un problema, che trascende questi problemi contingenti e sul quale io richiamo l'attenzione dei rappresentanti del partito popolare, ed è il problema storico dei rapporti che possono intercedere, non solo fra noi fascisti e il partito popolare, ma tra l'Italia e il Vaticano. (Segni di attenzione).

Tutti noi, che dai 15 ai 25 anni ci siamo abbeverati di letteratura carducciana, abbiamo odiato « una vecchia vaticana lupa cruenta », di cui parlava Carducci, mi pare, nell'ode « A Ferrara »; abbiamo sentito parlare di « un pontefice fosco del mistero » al quale faceva contrapposto un poeta «Vate dell'augusto vero e dell'avvenire »; abbiamo sentito parlare di una tiberina «sazia di nere chiome» che avrebbe insegnato le macerie di una ruina senza nome al pellegrino avventuratosi verso San Pietro.
Ma tutto ciò che, relegato nel campo della letteratura, può essere brillantissimo, oggi a noi fascisti, spiriti eminentemente spregiudicati, sembra alquanto anacronistico.
Affermo qui che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi é rappresentata dal cattolicismo. (Approvazioni).

Se, come diceva Mommsen, 25 o 30 anni fa, non si resta a Roma senza una idea universale, io penso e affermo che l'unica idea universale che oggi esista a Roma, è quella che s'irradia dal Vaticano. (Approvazioni).

Sono molto inquieto, quando vedo che si formano delle Chiese nazionali, perchè penso che sono milioni e milioni di uomini, che non guardano più all'Italia e a Roma. Ragione per cui io avanzo questa ipotesi; penso anzi che, se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici - e credo che sia già su questa strada - l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perché lo sviluppo del cattolicismo nel mondo, l'aumento dei 400 milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma, é di un interesse e di un orgoglio anche, per noi che siamo italiani. (In Vaticano si pulirono le orecchie, per sentire meglio !!!)

Il partito popolare deve scegliere: o amico nostro o nostro nemico o neutrale. Dal momento che io ho parlato chiaro spero che qualche oratore del P. P. parlerà altrettanto chiaro.

Quanto alla democrazia sociale, essa ci appare molto equivoca. (Si ride). Prima di tutto non si capisce perché si chiami sociale. Una democrazia é già necessariamente sociale; pensiamo, perciò, che questa democrazia sociale sia una specie di cavallo di Ulisse, che rechi nei suoi fianchi un uomo (Allude a Nitti - Ndr) che noi combatteremo continuamente. (Commenti).

Sono all'ultima parte dei mio discorso, e voglio toccare un argomento molto difficile, e che, dati i tempi, é destinato a richiamare l'attenzione della Carnera. Parlo della lotta, della guerra civile in Italia.
Non bisogna prima di tutto esagerare, anche di fronte allo straniero la vastità e le proporzioni di questa lotta. I socialisti hanno pubblicato un volume di 300 pagine; domattina ne esce uno nostro di 300 (I due volumi: da una parte «Fascismo» e dall'altra «Barbarie rossa» elencavano gli atti dl violenza compiuti dalle due parti in lotta).

D'altra parte tutte le nazioni d'Europa hanno avuto un po' di guerra civile. C'é stata in Ungheria, c'è stata in Germania, c'é oggi in Inghilterra, sotto forma di un colossale conflitto sociale. C'é stata anche in Francia, quando Jouhaux lanciò le sue famose « ondate », che furono infrante da un Governo che aveva più coraggio degli uomini che sono ora a quel posto.

E' inutile che Giolitti dica che vuole restaurare l'autorità dello Stato. Il compito é enormemente difficile, perché ci sono già tre o quattro Stati in Italia, che si contendono il probabile, possibile esercizio del potere.
D'altra parte, per salvare lo Stato, bisogna fare un'operazione chirurgica. Ieri l'on. Orano diceva che lo Stato é simile al gigante Briareo, che ha cento braccia. Io credo che bisogna amputarne 95; cioè bisogna ridurre lo Stato alla sua espressione puramente giuridica e politica.

Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell'attività privata dell'individuo. Se voi volete salvare lo Stato, dovete abolire lo Stato collettivista (Bene!), così come c'è stato trasmesso per necessità di cose dalla guerra, e ritornare allo Stato manchesteriano.
La guerra civile si aggrava anche per questo fatto: che tutti i partiti tendono a formarsi, a inquadrarsi in eserciti; quindi l'urto, che se non era pericoloso quando si trattava di partiti allo stato di nebulosa, è molto più pericoloso oggi che gli uomini sono nettamente inquadrati, comandati e controllati. D'altra parte é pacifico, ormai, che nel terreno della violenza le masse operaie saranno battute. Lo riconosceva molto giustamente Baldesi, ma non ne diceva la ragione profonda; ed é questa: che le masse operaie sono naturalmente, oserei dire santamente, pacifondaie, perché rappresentano sempre le riserve statiche delle società umana, mentre il rischio, il pericolo, il gusto dell'avventura sono stati sempre il compito, il privilegio delle piccole aristocrazie.

E allora, o socialisti, se voi convenite e ammettete e confessate che su questo terreno noi vi batteremo (Rumori all'estrema sinistra) ... allora dovete concludere che avete sbagliato strada. (Interruzioni all'estrema sinistra).
La violenza non é per noi un sistema, non é un estetismo, e meno ancora uno sport, é una dura necessità alla quale ci siamo sottoposti (Commenti). E aggiungo anche che siamo disposti a disarmare, se voi disarmate a vostra volta, soprattutto gli spiriti.

Nell'Avanti! del 18 giugno, edizione milanese, è detto: « Noi non predichiamo la vendetta come fanno i nostri avversari. Pensiamo alla ascesa maestosa dei popoli e delle classi con opera pacifica e feconda pur nelle inevitabili, anzi necessarie, lotte civili. Se questo é il vostro punto di vista, o signori, sta a voi illuminare gl'incoscienti e disarmare i criminali. Noi abbiamo già detto la nostra parola, abbiamo già compiuta la nostra opera.

Ora io ribatto che anche voi dovete illuminare gli incoscienti, che ritengono che noi siamo degli scherani del capitalismo, degli agrari del Governo; dovete disarmare anche i criminali, perché abbiamo nel nostro martirologio 176 morti. Se voi farete questo, allora sarà possibile segnare la parola fine al triste capitolo della guerra civile in Italia.

Non dovete pensare che in noi non vibrino sentimenti di umanità profonda. Noi possiamo dire come Terenzio: siamo umani è niente di quanto è umano ci é straniero.
Ma il disarmo non può essere che reciproco. Se sarà reciproco, si avvererà quella condizione di cose che noi ardentemente auspichiamo, perché, andando avanti di questo passo, la Nazione corre serio pericolo di precipitare nell'abisso. (Commenti).
Siamo in un periodo decisivo; lealtà per lealtà, prima di deporre le nostre armi, disarmate i vostri spiriti.

Ho parlato chiaro; attendo che la vostra risposto sia altrettanto alta e chiara.
Ho finito.
(Vivissimi e reiterati applausi all'estrema destra - Commenti prolungati - Molte congratulazioni).

I commenti cui diede luogo il discorso furono assai ampi, tali da accrescerne l'importanza. Il Corriere della Sera, giornale che aveva in un primo tempo incoraggiato il movimento fascista e poi se ne era allontanato e gli era divenuto ostile, si affannava a dimostrare come illusoria «la pretesa fascista di assalire e soverchiare i partiti che corrispondono a nette demarcazioni di principii e di scuola ». Questa, che il Corriere della Sera chiamava « illusione », divenne poi rapidamente realtà. E quanto alle « nette demarcazioni », basti ricordare, a ignominia del sistema parlamentaristico di quei tempi, che la Camera ebbe persino, contemporaneamente, un «Partito democratico liberale » e un « Partito liberale democratico ». E gli àuguri di questi due Partiti, solennemente installati negli scanni di Montecitorio, non ridevano contemplandosi reciprocamente!

L'Avanti!, che aveva lungamente affettato di ignorare - per un singolare capriccio del suo direttore - l'esistenza di Mussolini, e ne parlava meno che poteva, questa volta fu quasi costretto a discutere la tesi del temibile avversario che aveva davanti. Non c'è più modo di far finta che non esista! In complesso i commenti del giornale socialista furono improntati a riflessione. Tuttavia mise in dubbio la affermazione dell'Oratore, che il discorso «avrà ripercussioni politiche»: il dubbio vorrebbe pertanto solo cercar di diminuire la personalità che aveva di fronte.
Ma le ripercussioni politiche si manifestano vivamente e immediatamente. A sei giorni di distanza del discorso, Giolitti rassegna le dimissioni, mentre, interrompendo l'on. Baratono il 21 giugno, aveva detto che il proprio Governo rappresentava « la grande maggioranza dell'Italia ».

E Mussolini, commentando la caduta, sul Popolo d'Italia, scrive: « L'essenziale é che la Camera abbia liquidato nella maniera più clamorosa la politica vile e suicida del conte Sforza, tramata in gran parte di nascosto, al di fuori di ogni controllo parlamentare e popolare ».

SARZANA

Poi accaddero il 21 luglio i tragici fatti di Sarzana.

Il 21 luglio, circa 600 fascisti toscani, radunatisi a Marina di Carrara, si presentavano davanti a Sarzana, dove secondo loro ancora imperavano i sovversivi, col proposito di far mettere in libertà dieci loro camerati carraresi, detenuti nelle carceri di Sarzana dopo una spedizione punitiva in Val di Magra, e col proposito di rinvigorire il movimento fascista nella città, ostacolato dalla prevalenza delle forze avverse. Alla stazione, un gruppo di carabinieri si opposero all'ingresso dei fascisti in città, e, tentando questi di passare a viva forza, fecero fuoco. I fascisti si dispersero lasciando alcuni morti e feriti, ma furono nelle campagne intorno a Sarzana inseguiti dal sovversivi, che ne massacrarono selvaggiamente parecchi. Il triste bilancio si chiuse con 18 morti e oltre 30 feriti.
Di fronte a questo episodio Mussolini, nel timore di un isolamento del fascismo, decide di riprendere le trattative per giungere a un patto con i socialisti.

Nella seduta in Parlamento del 22 luglio l'on. Bombacci aveva confermato i propositi di lotta « aspra ma leale » contro i partiti conservatori, e l'on. Turati aveva trovato modo di lanciare una frecciata personalistica, dicendo: « sarebbe ingenuo immaginare che, se l'onorevole Mussolini, o chi per esso, trovando che non é molto comodo l'accoppiamento fra la sua situazione parlamentare e la funzione di capo delle bande armate, diventasse un Maddaleno pentito, per questo solo fatto il fenomeno potesse completamente cessare ».

In fine di seduta l'on. Mussolini domanda al Presidente del Consiglio informazioni sui fatti di Sarzana. L'on. Bonomi si limita a rispondere di non avere « notizie precise intorno ai particolari dei fatti di Sarzana », a dire che i rinforzi inviati sul posto « hanno ristabilito completamente la calma », e ad assicurare che « l'ordine pubblico verrà ristabilito in Lunigiana ».

E l'on. Mussolini replica pertanto al Presidente del Consiglio:

""" Non posso assolutamente dichiararmi soddisfatto delle informazioni dateci dall'onorevole presidente del Consiglio e credo che gran parte della Camera sarà della mia opinione. Evidentemente siete in difetto di informazioni. Quelle informazioni sono troppo scheletriche. E' una versione assolutamente telegrafica e dopo 48 ore da quegli avvenimenti tragici un Governo, che si rispetti, dovrebbe essere meglio e più minutamente informato.
Ma giacchè l'onorevole Bonomi ha ripreso il tema della pacificazione, io debbo fare alcune dichiarazioni abbastanza gravi.

Oggi in quest'aula sono stati pronunziati due discorsi. Ha parlato il comunista Bombacci e ha detto che fra comunisti e fascisti, fra comunisti, che vogliono l'istituzione di una repubblica federale, tipo russo, con relativo stemma sul Campidoglio, e noi, che saremmo all'avanguardia della borghesia, non ci può essere che quello che Carlo Marx scrive alla fine del suo libro sulle lotte civili in Francia: combattimenti sanguinosi o il nulla.
Ora dichiaro subito che accetto, perché essendo noi in contrasto non soltanto di interessi, ma di spirito, coi comunisti, non ci può essere, a mio avviso, transazione di sorta. Ma d'altra parte, poiché l'onorevole Bombacci ha promesso e si è impegnato per una lotta leale, sia pure di guerra, io gli domando se l'assassinio dei feriti, e l'atteggiamento degli infermieri comunisti di Sarzana possano rientrare e debbano rientrare nei limiti di quella
modesta umanità, dalla quale non esulano nemmeno le tribù più selvagge del deserto. (Approvazioni).

Più grave a mio avviso, é stato il discorso dell'onorevole Turati. Io non rilevo la sconvenienza con cui egli ha parlato di me. L'onorevole Turati mi conosce da tempo e quindi poteva risparmiarmi una fraseologia sconveniente.
Ma, a parte questo, che è un riflesso totalmente personale, e sul quale io ho troppo buon gusto per non insistere, rilevo che l'on. Turati, il quale appare l'apostolo più sollecito e indefesso dell'opera di pacificazione, oggi ha tenuto un discorso, che potrebbe pesare gravemente sul corso delle trattative future. (Allude, qui e più avanti, alle trattative che condussero al "Patto di pacificazione", di cui si dirà nel capitolo seguente).

Egli, interpretando una frase dell'amico Grandi, che doveva intendersi in un senso spirituale e intellettuale, ha dichiarato che si parlano due lingue, che apparteniamo a due razze. Se questo é, allora nei protocolli di pacificazione si appalesano fin da questo momento il ridicolo e l'assurdo.

TURATI. Siamo contro la guerra civile; siamo contro di voi, perché siete la guerra civile. (Approvazioni a sinistra - Interruzioni e rumori a destra - Scambio di apostrofi).

L'onorevole Turati dice: voi siete la guerra civile. L'onorevole Turati é ancora, se non m'inganno, socio di un partito che per due anni ha magnificato, davanti alle folle italiane, un classico esempio di guerra civile, quella che infuria nella Russia.

TURATI. Quella é la rivoluzione!

Ma, onorevole Turati, badate: mentre io, in base a criteri umani, perché è ora di finirla di dipingerci come bevitori di sangue, perché siamo uomini anche noi, in base soprattutto a criteri d'ordine nazionale, ho detto e ripeto che se non finisce si va a picco, e andiamo tutti a picco, voi mi avete tacciato di Maddalena pentita. Pessima frase. Infelicissima. Prima di tutto voi sapete che qui e fuori di qui io ho sempre accettato la responsabilità di tutte le mie azioni, di tutto quello che ho fatto e che qualche volta i miei compagni hanno fatto. Io non rinnego niente, accetto il fascismo in blocco, così come i rivoluzionari accettano la rivoluzione in blocco. E se da qualche tempo noi porgiamo il ramoscello d'olivo, non lo facciamo già perché ci sentiamo degli elementi di retroscena politici e parlamentari che ci spingano a questo, perché noi siamo alieni da queste manovre e il Parlamento ci interessa mediocremente e nel Parlamento ci sentiamo discretamente a disagio; lo facciamo per ragioni superiori di Nazione e di umanità, ragioni che l'onorevole Turati fece squillare eloquentemente in un suo discorso e che oggi evidentemente ha dimenticato, quando ha parlato di Maddalenismo, mentre invece doveva fare un riconoscimento esplicito e leale della nostra volontà di pacificazione, che deve vincere delle resistenze formidabili ed esasperate in noi e fuori di noi.
Ora noi prendiamo atto con molto piacere del voto della Confederazione generale del lavoro e soprattutto prendiamo atto che la Confederazione generale del lavoro in questo scinde nettamente la sua responsabilità dai comunisti; ed è logico che questo sia, perché un conto é la Confederazione generale del lavoro, che si propone una trasformazione graduale dei rapporti giuridici, una trasformazione graduale dell'economia nazionale, ed un conto sono invece i comunisti, i quali, attraverso ad una insurrezione armata e fortunata, pretendono d'impadronirsi del potere politico e quindi a colpi di decreti-legge di realizzare il comunismo.
Prendiamo atto anche che la Direzione del partito socialista non è aliena e che si dichiara favorevole a continuare le trattative, e dichiaro anche che le condizioni poste, almeno quelle che appaiono sui giornali, io le accetto.
Ma bisogna però, ad evitare che le trattative non portino a quella conclusione che é attesa con spiegabilissima ansia, non solo dal Parlamento ma da tutta la Nazione, affinché queste trattative concludano, che si moderi il linguaggio, che si smetta di diffamarci, e soprattutto si smetta di credere che i diversi atteggiamenti del Governo possano piegare le forze politiche e militari del fascismo (Applausi all'estrema destra).

Questo non sarà, perché vi ripeto, ed ho finito, che noi siamo disposti alla pacificazione, ma siamo anche prontissimi e disposti a continuare la lotta ed a portarla alle ultime conseguenze. (Approvazioni all'estrema destra - Commenti all'estrema sinistra).

CONTRO IL MINISTERO BONOMI
23 LUGLIO 1921

E questo il secondo discorso « politico » pronunciato in Parlamento da Benito Mussolini, accolto, come quello del 21 giugno, con vivo interesse, e seguito da lunghi commenti, in modo speciale per la chiusa, nella quale offre alle schiere socialiste e a quelle popolari di coalizzarsi col Fascismo per guidare il Paese, basando la forza dell'auspicato Governo nel fatto che si tratta di tre partiti di masse, anzi, addirittura, degli unici partiti di masse esistenti in Parlamento. Socialisti e popolari fanno orecchio da mercante. Perché l'invito di cui sopra potesse essere accolto, oltreché superare l'ostilità dei « personaggi » politici socialisti e popolari contro la persona di Mussolini, sarebbe stato necessario che il patto di pacificazione avesse effettivamente condotto alla tranquillità interna e alla cessazione completa delle violenze.

Il patto di pacificazione cui si accenna in questo discorso (e poi in quello del 1° dicembre 1921) venne firmato il 3 agosto. Trattative erano state iniziate da deputati fascisti e socialisti, in seguito alla discussione parlamentare del 21 giugno, la quale si era chiusa con l'approvazione unanime di un ordine del giorno, presentato dal popolare onorevole Tovini, invocante il disarmo degli spiriti; in tale ordine del giorno si rivolgeva un appello a tutte le forze politiche nazionali, «perché rinunzino ad ogni forma di violenza e di sovrapposizione individuale o collettiva agli organi legittimi della vita civile ». L'ordine del giorno era stato approvato il 26 giugno; ma fin dal 21 Mussolini aveva detto: « Siamo disposti a disarmare, se voi disarmerete a vostra volta, soprattutto gli spiriti ».

Il patto ebbe come arbitro supremo l'on. De Nicola Presidente della Camera, e venne firmato da rappresentanti delle direzioni dei Partiti fascista e socialista, dei rispettivi Gruppi parlamentari, della Confederazione generale del lavoro. Mussolini lo difese energicamente anche contro il malcontento e l'opposizione da parte dei suoi, e lo difese fino al novembre. Allora, Egli stesso che lo aveva sostenuto, nell'annunciarne la denuncia sul Popolo d'Italia, scriveva che il partito socialista «non ha osservato nessuna delle clausole del trattato, ma ha tentato invece una controffensiva, culminata nelle giornate di Roma»; ossia in uno sciopero generale antifascista, cagionato da conflitto tra fascisti e ferrovieri sovversivi.

Ciò premesso, ecco il testo del discorso:

""" MUSSOLINI.
Data l'ora tarda io non voglio dirvi che sarò breve, per non farvi credere esattamente il contrario.
Il Gruppo Parlamentare fascista mi ha incaricato di spiegare succintamente i motivi per cui esso nega la fiducia al Ministro Bonomi. Ma mi permetterete innanzi tutto alcune dichiarazioni che devono precisare alcuni punti venuti in discussione.
Non si deve credere, nonostante la frase da me pronunziata ieri sera alla fine del mio discorso, che la nostra volontà di pacificazione sia venuta meno. Può darsi, anzi io ammetto, che la frase possa avere in qualche parte tradito il mio intimo pensiero. (Commenti).

E a dimostrare ciò vi basti sapere (credo che la Camera ne prenderà atto con soddisfazione) che noi stiamo provvedendo energicamente, e indipendentemente dall'esito che potranno avere le trattative, dirò così diplomatiche, a ristabilire nel nostro movimento una disciplina inflessibile, con una serie di norme che dovranno essere rigorosamente seguite da tutti i nostri inscritti.

Permettetemi di documentare questa affermazione. Noi abbiamo mandata una circolare ai Fasci, e la rendiamo di pubblica ragione, perché non abbiamo nulla da nascondere, nella quale imponiamo la cessazione di ogni forma di violenza individuale che non sia giustificata da ragioni di legittima difesa, e specie quando ci sia sproporzione di numero; cessazione immediata di spedizioni punitive contro organizzazioni economiche e cooperative; ricerca delle responsabilità per coloro che hanno ordinato azioni dannose alla causa fascista.

Credo fermissimamente che una tregua giovi a tutti, e oserei dire giovi anche ai comunisti che rappresentano una parte accessoria nel gioco delle passioni politiche; e mi permetto di dire, perché io credo di non essere in errore, poiché io seguo da vicino il movimento comunista italiano, che i comunisti italiani debbano aggiornare il loro movimento alla nuova realtà russa... (Commenti).

Mi permetto di dire che voi siete alquanto in ritardo! E, badate, che con questo non voglio negare l'enorme valore storico della rivoluzione russa, che consiste appunto in questo, non cioè nell'avere instaurato un comunismo impossibile e assurdo, ma nell'avere preparato le condizioni necessariamente sufficienti allo sviluppo di una grande economia capitalistica in quel grandissimo e fecondissimo paese. (Commenti).

Ora, il nostro voto contrario al Ministro Bonomi dev'essere interpretato al giusto segno. Noi non intendiamo di dichiararci con questo voto sempiternamente contrari al Ministero dell'onorevole Bonomi, perché non abbiamo pregiudiziali di sorta, e non siamo legati da dogmi speciali ad una opposizione sistematica a tutti i Governi così detti borghesi.
Può darsi quindi che, a mutate condizioni di cose, muti necessariamente di conseguenza, il nostro atteggiamento. Ma il nostro voto contrario si parte da un duplice ordine di ragioni.

Debbo dichiarare che sono insoddisfatto delle dichiarazioni che l'onorevole Bonomi ha fatto in materia di politica estera. Siete stato insufficiente nelle dichiarazioni che avete fatto per la sorte di Fiume, assai vago ed incerto per quello che riguarda il Montenegro; ma, soprattutto, non avete detto verbo sopra una parte della politica estera che un giorno o l'altro (ed è stato già fatto dall'onorevole Treves) dovrà fornire vasto tema di discussione alla Camera italiana; cioè i rapporti economici fra i nostri alleati e con tutto il mondo.

Riguardo poi alla politica estera, io non posso accettare, onorevole Bonomi, la vostra equazione, l'equazione che avete stabilito fra un movimento come il nostro, che si parte da motivi di esasperato idealismo patriottico e che mira a ristabilire energicamente la autorità dello Stato, e un movimento contrario che si butta contro lo Stato per demolirlo. (Approvazioni all'estrema destra).

Ammetto che voi siate imparziale dal punto di vista giuridico, dal punto di vista del codice penale, dal punto di vista della repressione di tutte le violenze, siano esse compiute dai fascisti o dai comunisti; ma io mi rifiuto di accettare la vostra equazione; e voi stesso, nella vostra intima coscienza, dovrete rifiutarvi, perché non potrete stabilire identità di sorta fra un movimento sovversivo che tende a capovolgere ab imis la stessa economia politica del Paese, e noi che non vogliamo, notate bene, osservare all'infinito istituzioni che siano rese difettose o insufficienti, ma che però in questo momento rappresentano la forza, la salvaguardia dello Stato.

Voi non avete ordinata nessuna inchiesta seria sui fatti di Sarzana, e soprattutto, mi duole dirlo, non avete avuto una parola di gentilezza e di compianto per quelle vittime, molte delle quali erano adolescenti, molte altre decorati, combattenti, feriti e mutilati. (Commenti).

E' dunque per una ragione d'ordine più sentimentale che politico, che noi neghiamo la fiducia al Ministero Bonomi; ed io credo che tutta la Camera comprenderà e apprezzerà il nostro legittimo stato d'animo.

E poiché si parla di coalizione, oserei manifestare un'opinione che in questo momento può sembrare alquanto paradossale. Penso cioè che si va o presto o tardi ad una nuova e grande coalizione e sarà quella delle tre forze efficienti in questo momento nella vita del Paese.

Esistono qui dei gruppi parlamentari numerosi; ma io vi domando se la democrazia e sociale e liberale ha delle forze solidamente inquadrate nel paese, mentre tutti sappiamo che tali forze non esistono, quando si astragga dalla massa assai fluttuante che vota nel giorno delle elezioni.
Ecco perché non accetto la tesi anti-proporzionalista, in quanto essa viene sostenuta col danno che ne ricavano i partiti deboli. Se i partiti sono deboli o si rafforzano o muoiono, ma le grandi forze espresse dal Paese in quest'ora sono tre:
* un socialismo che dovrà correggersi e già comincia: notevole il voto confederale contro i comunisti, soprattutto notevole il nuovo punto di vista della Confederazione generale del lavoro per ciò che riguarda lo sciopero dei servizi pubblici;
* la forza dei popolari che esiste, che é potente, anche perché si appoggia, non so con quanto profitto per la religione, alla forza immensa del cattolicesimo;
* e finalmente non si può negare l'esistenza di un terzo movimento complesso, formidabile, eminentemente idealistico, che raccoglie la parte migliore della gioventù italiana.

Credo che a queste tre forze coalizzate sopra un programma che deve costituire il minimo comune denominatore, spetterà domani il compito di condurre la Patria a più prospere fortune. (Applausi all'estrema destra - Commenti prolungati).


CONTRO LA MOZIONE CELLI
17 Febbraio 1922

Fra le pagine di storia politica contemporanea, una delle più interessanti è certo quella che si riferisce alla mozione Celli, che rappresenta l'ultimo tentativo in Parlamento di opporsi al Fascismo, come lo sciopero generale (*) dell'agosto 1922 ne rappresenterà l'ultimo tentativo nella piazza.

(*) Questo "sciopero legalitario" come lo definì Turati, doveva aiutare la formazione di un nuovo ministero di sinistra. Ma il risultato fu l'effetto contrario: affrettò la riproposizione del debole governo Facta (26 febbraio 1922 - votarono a favore anche i fascisti) e spinse i popolari e i democratici ad abbandonare ogni ipotesi di collaborazione con i socialisti.
Ricordiamo qui, che Don Sturzo, a Firenze il 18 gennaio, nel commemorare il terzo anniversario della fondazione del Partito Popolare, aveva proclamato l'impotenza dello "Stato borghese", e aveva auspicato che "il fascismo sappia difendersi dalle insidie giolittiane e dagli abbracci democratici".

Il lavoro di preparazione della mozione Celli rimonta alla fine del 1921. Allora i deputati socialisti, battuti nelle piazze, concentrano tutti i loro sforzi e tutta la loro attività a Montecitorio, mirando a costituire un ministero antifascista. C'erano deputati che passavano le giornate nelle poltrone di Montecitorio, non muovendosi mai da Roma. Per costoro, i fili dei destini dell'Italia partivano di lì. L'imponente movimento delle giovani generazioni, animate da sentimenti nuovi, era loro ignoto. Il movimento fascista era considerato come determinato da piccoli, piccolissimi gruppi di individui violenti: sarebbe bastato l'ordine esplicito di un Ministro degli Interni, tradotto in suono di squilli da un trombettiere dei carabinieri nelle piazze, in presenza di un commissario di polizia con tanto di sciarpa tricolore a tracolla, per sgominare i fascisti e farla finita.
Nel gruppo socialista questo semplice concetto era addirittura vangelo.

In questo ambiente si creò a poco a poco l'atmosfera che servì da incubatrice per la manovra che va sotto il nome appunto di «Mozione Celli», dal nome del deputato riformista (appartenente al gruppo Bonomi) che la propose e la sostenne alla Camera.
Il retroscena era sostanzialmente questo: Democratici, Riformisti, Popolari (!!!), si erano impegnati verso il Gruppo parlamentare socialista a costituire un ministero «di sinistra». Quei tre gruppi avevano accettato le condizioni poste dai socialisti, incluse, in pieno accordo fra i contraenti, nella mozione.

La manovra mirava a isolare le destre alla Camera, creando una situazione di forze basata sulle sinistre. I socialisti, a loro volta, si erano impegnati ad astenersi dal voto, in modo che l'aritmetica parlamentare permettesse di vivere al Governo nato da questa manovra.

Quando essa si delineò, l'entusiasmo nel Gruppo parlamentare socialista fu immenso. Nessuna trovata parve più geniale e decisiva di quella. E un deputato che osò prendere la parola per gettare acqua fredda su tanto entusiasmo, per dire che la battaglia era ormai perduta e non c'era più nulla da fare, fu costretto a chiudere subito la bocca. E via allora, con i castelli in aria:
Celli farà così; don Sturzo agirà in questa direzione; Chiesa darà una mano per sollevare il pallone; le destre cascheranno nella rete opponendosi alla mozione; e, infine, i fascisti saranno messi al posto.
Fregatine di mani, allegria. Sparizione dei musi lunghi e malinconici. I deputati socialisti escono rumorosamente dalle sedute «storiche» del loro gruppo in quei giorni, e si spandono per i corridoi.

I giornalisti intervistano i soliti cinque o sei vanesi che abitualmente corrono nelle loro braccia perché il proprio nome e il proprio solenne giudizio compaiano sulle colonne dei quotidiani.
Tutto questo lavorio più o meno sotterraneo é avvertito da Mussolini, il quale, prima di seppellirlo magistralmente in Parlamento, lo denuncia sul Popolo d'Italia, ammonendo i socialisti a non sperare nell'eventualità di un Governo antifascista, e ponendo il dilemma: "O i socialisti mantengono la linea d'intransigenza fissata dai loro Congressi, e non possono pretendere dal Governo un trattamento di favore. O l'abbandonano, e ciò «sarebbe un colpo mortale inferto alla residua vitalità e alla scarsa reputazione del socialismo italiano».

Anche in questo caso, « un Ministero qualsiasi - dato che fosse possibile imbastirne uno sulla piattaforma dell'antifascismo - non potrebbe spingersi molto innanzi su questa strada senza incappare in pericoli enormi ».

Frattanto la Confederazione del lavoro, guidata da deputati socialisti, cerca di portare il proprio contributo e aveva votato a unanimità (11 gennaio) il seguente ordine del giorno:
« Il Comitato Direttivo della C. G. dei Lavoro, dopo ampia discussione sulla situazione politica e sindacale in Italia, dà mandato ai suoi rappresentanti presso la Direzione del Partito socialista ed al Consiglio Nazionale di sostenere i criteri espressi nell'ordine del giorno approvato a Roma nella precedente riunione, e cioè che al Gruppo parlamentare socialista sia lasciata facoltà di appoggio a quel Governo che dia garanzie di ripristino delle elementari libertà, e dell'attuazione di un programma che contenga i postulati proletari di carattere più immediato ».

Di quest'ordine del giorno si occupa subito Benito Mussolini, il quale osserva sul Popolo d'Italia che con ciò i socialisti avrebbero dunque un Ministero incaricato del ripristino delle pubbliche libertà. Ed aggiunge:
«Questo eufemismo sottintende una politica di reazione contro il movimento fascista. I socialisti vanno a caccia dell'assurdo. Una reazione social-governativa contro il Fascismo é praticamente impossibile, e se fosse possibile, sarebbe enormemente benefica per il Fascismo. Da questo punto di vista, noi siamo assolutamente tranquilli.
Niente si può fare contro di noi... Bisogna essere degli incoscienti, degli idioti o dei malati, per credere che alcune misure di polizia possano seriamente danneggiare o annientare un partito come quello fascista ».

Fra le quinte di Montecitorio, questo armeggio determina una crisi extraparlamentare. All'on. Bonomi viene meno l'appoggio della Democrazia sociale, uno dei gruppi politici che lo avevano sostenuto, ora passato armi e bagagli nel campo dei congiurati per il Governo antifascista. Il 16 febbraio pertanto l'on. Bonomi si presenta dimissionario alla Camera, mancando una chiara designazione di successione, e chiedendola alla Camera medesima, dove la manovra combinata e preparata viene subito in luce, con la presentazione della mozione Celli, così formulata:

« La Camera, considerata la necessità di restituire al paese le condizioni indispensabili per la pacifica convivenza delle classi nel rispetto alla libertà di lavoro e di organizzazione nell'obbedienza alla legge; di mettere le classi lavoratrici in grado di assumere sempre più elevata partecipazione e responsabilità nell'andamento delle aziende, ed in grado di concorrere con le proprie rappresentanze allo sviluppo della legislazione dal lavoro; ritenuto essere la inscindibile unità dei problemi economici dell'Europa assoluta premessa alla sistemazione della vita di tutte le Nazioni ora tormentate e depresse da intransigenti egoismi e da crudeli spoliazioni; approva le dichiarazioni del Governo e passa all'ordine del giorno ».

Come appare dal testo, i socialisti, consenzienti pienamente in esso, avendo anche contribuito a formularlo, invocano il « rispetto alla legge » (alla legge esistente, borghese!) mentre il congresso di Bologna (24 gennaio 1922) aveva - con l'approvazione anche dell'ala destra - accettato il concetto della dittatura del proletariato e quello della violenza per abbattere il regime esistente. E accettato la tesi della « pacifica convivenza delle classi », mentre la « lotta di classe » rappresenta la tavola fondamentale della loro dottrina e della loro azione, fin dallo statuto del 1892 accentuato nel 1919 a Bologna.

Votando l'ordine del giorno Celli, i socialisti tuttavia preparavano la loro nuova scissione, fra transigenti, e intransigenti, quella che si verificò poi il 1° ottobre 1922 al congresso di Roma. E questo Mussolini aveva veduto e preveduto. Frattanto gli intransigenti brontolavano sotto voce, ma lasciavano fare.
Il piano era semplice: L'ordine del giorno Celli domanda ripristino della normalità e rispetto alla legge. L'appoggio dei socialisti ne accentua il colore di sinistra. La destra voterà contro, resterà isolata, apparirà come riluttante o ribelle all'impero della legge, e i fulmini di questa, saettati dal nuovo Governo di sinistra, pioveranno sopra di lei, che ne rimarrà incenerita.

In base al piano, appena presentato l'ordine del giorno, la manovra entra nel suo svolgimento. L'onorevole Modigliani, ritenuto come abile stratega parlamentare, in realtà la dirige. E tenta di infondere coraggio e coesione alle schiere variopinte, con un discorso in cui smorza ogni tonalità socialista, per far emergere soltanto la maestà della legge e la santità del rispetto alla medesima.
Ed ecco allora il discorso Mussolini il quale rappresenta l'imprevisto per i «congiurati» ; esso viene a rompere nel paniere delle sinistre le uova con tanta fatica disposte, e con tanto calore covate dagli strateghi e dai tattici della democrazia e del socialismo:

MUSSOLINI.
""" Onorevoli colleghi, io non so se al termine di questa giornata, si possa realmente dire con coscienza tranquilla che le situazioni politiche siano perfettamente chiarite. Ma dal momento che l'onorevole Cavazzoni mi ha quasi personalmente chiamato in causa mi sono deciso a prendere la parola per contribuire a chiarire questa situazione, per vedere se é possibile di chiarirla, per esaminare se sia possibile non di dare un Ministero alla nazione, ma un Governo.
(*) L'on. Cavazzoni aveva chiesto che la destra non facesse una dichiarazione unica, ma una dichiarazione «tripartita», essendo tre i gruppi che la componevano (Fascista, Nazionalista, Liberale); aveva chiesto ciò «più per quel che riguarda il futuro» ; e si era rivolto particolarmente ai colleghi del gruppo fascista, i quali miravano a darsi "un contenuto politico"

Evidentemente l'onorevole Modigliani afferma sempre più in modo brillante le sue attitudini di stratega del gruppo parlamentare socialista. Siete arrivati all'astensionismo: siete già sulla via della perdizione! (Ilarità).
Ma io richiamo i democratici e i popolari a valutare nella sua concretezza l'apporto collaborazionalista del gruppo parlamentare socialista. Non vi porta centoventidue astensioni, perché in quel gruppo fanno capo a Maffi, Vella ed altri una quarantina che io chiamo - senza intenzione di offendere - selvaggi, i quali sono ancora fermi nella posizione della vecchia intransigenza più o meno elettorale e non seguirebbero, io credo, l'altra parte del gruppo sulla strada del collaborazionalismo.

L'ordine del giorno Celli è un ordine del giorno insidioso e contraddittorio: solo attraverso dichiarazioni di voto si possono determinare le posizioni reciproche di fronte a questo ordine del giorno. Noi di quest'ordine del giorno non accettiamo la conclusione, cioè non approviamo le dichiarazioni del Governo, quindi neghiamo la fiducia al Governo dell'onorevole Bonomi.
Quando alle premesse conviene intenderci e spiegarci. Dice quest'ordine del giorno: «La Camera considera la necessità di restituire al Paese le condizioni indispensabili per la pacifica convivenza delle classi». Questo significa, se le parole hanno un senso, che le classi esistono e nessuno pensa a violentemente sopprimerle; di più, che é augurabile che fra queste classi vi sia un regime di pacifica convivenza...

 

MODIGLIANI. Quindi non la dittatura! (Ilarità - Commenti).

MUSSOLINI. Vengo anche alla dittatura. Ora io dico ai socialisti: queste parole significano che voi anche attraverso la vostra semplice astensione siete convinti che le classi devono esistere e che fra di esse ci debba essere un regime di pacifica convivenza (Commenti). Quindi non più tentativi di occupazione delle fabbriche. (Approvazioni a destra - Commenti a sinistra).
Non più scioperi generali politici; poiché tutto ciò turberebbe quel regime di pacifica convivenza, al quale voi stessi date... (interruzioni - Commenti).
La libertà del lavoro e delle organizzazioni è un principio che noi accettiamo, perché voi sapete - lo sapete benissimo - che a lato del movimento fascista è sorto un movimento sindacale (Commenti all'estrema sinistra) e non é possibile reclutare 250 mila organizzati con la violenza. (Rumori vivissimi all'estrema sinistra).

Ma c'è di più, in quest'ordine del giorno; c'é la necessità dell'obbedienza alla legge di questo Stato, di queste istituzioni; alla legge esistente, che voi oggi implicitamente riconoscete ed alla quale vi impegnate di obbedire. (Applausi all'estrema destra).
E' quindi pacifico che almeno 70 dei 122 deputati socialisti, pur semplicemente astenendosi, entrano con quest'ordine nelle rotaie della legalità monarchica. (Applausi a destra - Rumori vivissimi all'estrema sinistra).
Noi dichiariamo - e parlo in nome di tutti i gruppi della destra - che voteremo questa prima parte, dell'ordine del giorno. (Commenti).
Respingiamo invece la seconda parte dell'ordine del giorno, non tanto per quello che dice, quanto per ciò che può non dire o sottintendere. Voi sapete che il fascismo già da tre anni ha nel suo programma la costituzione dei Consigli tecnici nazionali; ragione per cui noi non ci opponiamo al secondo capoverso di questa parte dell'ordine del giorno, cioè non ci opponiamo a che le rappresentanze dirette del lavoro facciano sentire la loro voce nei consessi del lavoro.

La terza parte dell'ordine del giorno é assai vaga. Qui si rivela veramente la mentalità del riformista Celli e dei riformisti in genere. Noi non abbiamo difficoltà di votare anche questa terza parte dell'ordine del giorno, perché là dove si parla di «nazioni depresse da intransigenti egoismi e da crudeli sperequazioni » noi comprendiamo in primo luogo la nazione italiana. (Applausi a destra). Ecco perché noi fascisti non ci facciamo illusioni soverchie sui risultati della Conferenza di Genova.
Io non avevo mai assistito a Conferenze internazionali; ma mi è bastata l'esperienza di Cannes per diventare assai scettico sui risultati di queste accademie. Si tratta di vedere con quali mezzi, attraverso quali sistemi, si può arrivare a ricostruire economicamente l'Europa. Ad ogni modo il Governo che verrà dovrà tener conto che una delle nazioni che soffre, di più per queste sperequazioni, è l'Italia, e per le materie prime e per i cambi. E anche per le conseguenze politiche di una pace che, come quella di Rapallo, non ci poteva e non ci doveva accontentare.

Dopo di che io vi dico tranquillamente che dal punto di vista degli interessi della Nazione, un esperimento collaborazionista mi atterrisce, perché il socialismo dovrebbe largheggiare con la famiglia innumerevole dei suoi clienti; ma quando le casse sono vuote e l'erario è esausto, non si può largheggiare, se non facendo funzionare la rotativa dei biglietti, con l'accrescere quindi la circolazione monetaria e la miseria generale. (Approvazioni a destra - Interruzioni a sinistra).
Ma dal punto di vista dell'interesse del mio partito, io non tre vorrei vedere di ministri socialisti in quei banchi, ma cinque, perchè il giorno in cui voi sarete là, non potrete mantenere nessuna delle vostre mirabolanti promesse. (Approvazioni a destra - Interruzioni all'estrema sinistra).

E mentre voi fallirete a questo compito, avrete alla vostra sinistra i comunisti e gli anarchici, i quali approfitteranno largamente del vostro esperimento collaborazionista. Non ritornerete in 122 al la Camera (Interruzioni e rumori all'estrema sinistra), se avrete il coraggio di spingere il vostro astensionismo fino alla partecipazione diretta al potere. (Interruzioni e rumori all'estrema sinistra).

Dopo di che io ripeto l'interruzione che ho fatto al discorso dell'onorevole Modigliani (*): infine tutte queste combinazioni parlamentari ci interessano mediocremente (Interruzioni a sinistra). Noi siamo pochi qui dentro, ma abbiamo delle forze grandissime nel Paese. (Interruzioni e rumori all'estrema sinistra - Scambio di apostrofi).
(*) L'on. Modigliani aveva detto che le destre stavano per essere abbandonate da parte di quei democratici che avevano partecipato con esse ai blocchi elettorali, e Mussolini aveva risposto: - Noi ce ne infischiamo!

Ma soprattutto convincetevi che sarebbe la vostra totale rovina una reazione antifascista che partisse dai banchi del Governo.
(Voci all'estrema sinistra. Non vogliamo farla. - Rumori - Commenti).

Voi non la volete fare adesso, ma in pieno Congresso di Milano uno dei vostri dichiarava che avrebbe vestito volentieri la divisa di Guardia regia pur di debellare il fascismo. (Commenti).

E il vostro segreto pensiero é questo: valervi dei mezzi, delle forze armate che il Governo ha nelle sue mani per schiantare il movimento fascista. Disilludetevi: é tempo che mettiate in applicazione quella famosa mentalità marxista che non vi sorregge più evidentemente! (Rumori - Interruzioni).

Se questa mentalità marxista vi sorreggesse ancora, voi capireste che un movimento come quello fascista non è nato nel mio cervello e non si domina con misure di polizia. Tra poco vi convincerete che il movimento fascista corrisponde a una profonda trasformazione economica che si sta verificando nel paese e che tra poco sarà chiara attraverso le luci della statistica.

E giacché indicate la democrazia, sappiatelo, e lo sappiano anche i democratici, che se per democrazia s'intende facilonismo, irresponsabilità, tendenza al compromesso e alla transazione, noi siamo recisamente antidemocratici (Rumori - Commenti) e sin da questo momento vi annunciamo che non faremo più blocchi. (Commenti).

Anche se la fine dei blocchi dovesse rappresentare una fiera disgrazia elettorale per la democrazia, nell'attesa che la democrazia diventi partito. Se la democrazia non è capace di darsi una organizzazione storica nel paese, in un paese, signori, come il nostro, fin troppo democratico, vuol dire che in Italia la democrazia non ha più niente da dire e da fare. (Commenti).

Non c'é da stupirsi se il processo di chiarificazione politica é così difficile e lento. La situazione politica non è che il riflesso necessario di una situazione mondiale assai confusa ed assai incerta. Ma io penso però che se ognuno qui e fuori di qui avrà il coraggio di essere quello che deve essere, se qui e fuori di qui il borghese avrà il coraggio di essere borghese, e non falso democratico o falso riformista, (Applausi a destra - Rumori a sinistra - Commenti) le cose andrebbero molto meglio.
Una delle cause di quello che si potrebbe chiamare il malcostume politico italiano, sta nel fatto che nessuno ha mai il coraggio di mostrarsi con i suoi propri ed inconfondibili connotati politici. (Ilarità - Commenti -- Approvazioni).

Vi risparmio, data l'ora, ogni e qualsiasi perorazione. Combinate o non combinate il Ministero, fatelo o non fatelo di sinistra; questo però sia chiaro, ad evitare un pericoloso salto nel buio: che non si va contro il fascismo e che non si schiaccia il fascismo. (Applausi a destra - Congratulazioni - Rumori all'estrema sinistra - Commenti).


Il discorso colpisce in pieno il tentativo delle sinistre parlamentari e vi produce confusione e sgomento. Cade nel vuoto una irata replica di Modigliani, il quale dice ai fascisti, e alla destra in generale, che l'atteggiamento loro è «inaudito e contraddittorio» e che votando l'ordine del giorno Celli, voteranno contro sè stessi». Cade nel vuoto un tentativo dell'on. Canepa, il quale presenta un emendamento che dice: «auspicando un Governo di sinistra».
Ormai è palese che la manovra era stata demolita, e nessuno sforzo poteva più galvanizzarla.
La prima parte dell'ordine del giorno Celli dunque è votata da tutti, meno i comunisti. L'ultimo comma, riguardante la fiducia al Ministero Bonomi, è sostituito, per il voto, da un emendamento presentato dall'on. Casertano: «Ritenendo che l'attuale Gabinetto, con l'azione svolta finora, non affida per l'attuazione di questi concetti, delibera di non approvare la politica del Governo».

Votano contro a questo emendamento --- e cioè a favore del Ministero Bonomi --- riformisti e popolari (127); votano a favore dell'emendamento tutti gli altri deputati (295) e Bonomi è battuto.
Converrà aggiungere che se la mozione Celli avesse raggiunto lo scopo di isolare le destre, la vittoria sarebbe stata soltanto parlamentare: sarebbero sempre rimasti da regolare ï conti con i fascisti nel Paese!

Commentando questa battaglia parlamentare,
Mussolini osserva nel Popolo d'Italia:

"""L'ordine del giorno Celli, non era un rospo per il Fascismo, bensì un rospo di proporzioni piramidali per il socialismo italiano, quello nato a Genova nel 1892 e morto l'altra sera nell'atmosfera asfittica di Montecitorio. Vi si parla di una pacifica convivenza delle classi. Non più due classi secondo il semplicismo delle dottrine socialiste, ma venti o duecento classi. Non più la lotta tra queste classi, la lotta condotta fino all'annullamento della classe borghese da parte della classe proletaria, ma la pacifica convivenza tra le classi".

E rievocati i criteri generali cui obbedirono i deputati fascisti quando costrinsero il partito socialista a rinnegare addirittura i propri principii fondamentali (basati sulla lotta di classe), quando impedirono la resurrezione di Nitti che si profilava attraverso la mozione Celli, conclude:

"... si capisce che i sinistri avessero, a seduta finita, l'aria di cani sonoramente legnati; essi avevano fornicato in pura perdita: si erano sconciamente esibiti senza successo. Come i pifferi dl montagna: anzi della Montagna ..."-

Nel campo socialista, appena perduta la battaglia si protesta! Il direttorio del Gruppo parlamentare denuncia addirittura al proletariato... i deputati costituzionali, i quali « si abbandonano a manovre d'ogni genere per rendere impossibile un Governo... » di sinistra! Denuncia cioè al proletariato questa gente che non intende di lasciarsi battere!
Il Gruppo parlamentare, a sua volta, rileva enfaticamente che «...ogni soluzione della crisi in un senso diverso sarebbe da ritenersi come una violazione del Parlamento ».
L'Avanti! nel suo resoconto intitola il discorso Mussolini: « Una mossa fascista a scopo confusionario»; chiama il voto delle destre a favore della prima parte della mozione Celli: « suicidio politico »; dichiara, per conto suo, le destre isolate ugualmente; ritiene chiarissima ugualmente la designazione di un Governo di sinistra. Si avrà invece un ministero Facta, di democratici e popolari, con una punterella (*) a destra, e senza mozione Celli.
(*) In gergo parlamentare si chiama, punterella l'entrata di una scarsa rappresentanza di una data parte politica in un ministero.

Per uso interno, l'Avanti!, che aveva lasciato svolgersi la manovra senza opporsi, la sconfessa il giorno 20, proprio mentre si costituisce quella «Alleanza del lavoro» che doveva spostare - altrettanto infelicemente - la battaglia antifascista del Parlamento alla piazza, con lo sciopero dell'agosto 1922.
Sia l'una che l'altra manovra vennero ad affrettare la scissione fra gli elementi di destra e gli elementi di sinistra, indebolendo sempre più quel partito che per un momento sembrò avere nel pugno i destini d'Italia, e rendendo possibile la vittoria del Fascismo.

CONTRO IL MINISTERO FACTA
19 LUGLIO 1922
(ultimo discorso di M. da deputato)

DOPO il clamoroso insuccesso del febbraio, i deputati socialisti continuarono a considerare immutata la situazione politica, e tale da permettere ancora la costituzione di un Governo di sinistra. Parallelamente all'azione di piazza che l'Alleanza del Lavoro andava preparando, il Gruppo parlamentare socialista, nella sua maggioranza, continuò a lavorare per battersi ancora in base alla mozione Celli. Ma sembrando che non bastasse assicurare a un Governo l'astensione dal voto, come aveva promesso agli alleati in febbraio, fece un passo avanti. E il 1° giugno 1922 approvò un ordine del giorno col quale si dichiarava pronto ad appoggiare un Ministero «che assicuri il ripristino della legge e della libertà». In questa tesi, il Gruppo ottenne subito il consenso della Confederazione del lavoro, ma - scottati dall'esperienza amara del febbraio - ebbe contrari l'Avanti!, la direzione del partito e il Consiglio nazionale. In questo modo venne confermata l'esistenza di una netta spaccatura all'interno del gruppo parlamentare socialista. E non era il modo migliore per contrastare il fascismo.


Il ministero Facta è in crisi verso la metà di luglio, ed allora il Gruppo parlamentare socialista insiste nel concetto che la Camera doveva darsi un governo di sinistra. Quando Facta si presenta a chiedere il giudizio della Camera (19 luglio) è avvenuta l'occupazione fascista di Cremona, ed è in atto la battaglia a Novara contro lo sciopero quivi proclamato dalla Camera del lavoro, battaglia che condusse alla presa di possesso delle posizioni socialiste (Comune e Camera del lavoro devastate) come a Cremona.

Nella discussione sulle comunicazioni del Governo Facta dimissionario, interviene Benito Mussolini il quale (19 luglio 1922) parla per l'ultima volta dal suo banco di deputato, nell'estremo settore dell'estrema destra. Siamo già all'epilogo. Il tono di Benito Mussolini è ormai quello di un capo... che si permette di proclamare (all'indomani di un nuovo governo Facta, col programma "imperio della legge" 1° agosto 1922) una mobilitazione del suo apparato squadristico, ponendo un ultimatum allo Stato "sono concesse quarantottt'ore di tempo per dare prova di autorità, altrimenti le squadre fasciste si sentiranno autorizzate a una piena libertà d'azione".

MUSSOLINI.
"""" Onorevoli colleghi! La direzione del partito nazionale fascista ha invitato il gruppo parlamentare fascista a passare all'opposizione, cioè a votare contro il Ministero Facta. Io sono sicuro che tutti i miei colleghi deputati fascisti ottempereranno a quest'ordine tassativo. (Commenti).
Le ragioni che ci spingono a questa decisione, la quale può avere anche delle ripercussioni in seno a quella che si costuma chiamare la destra nazionale, sono ragioni d'ordine squisitamente politico e che prescindono, in un certo senso, dalla situazione prettamente parlamentare.
In fondo, onorevoli colleghi, mi pare che sia l'ora di diradare tutti gli equivoci, e in questa Camera di equivoci, a mio avviso, ce ne sono quattro: l'equivoco collaborazionista, l'equivoco popolare, l'equivoco Facta e l' equivoco fascista. (Commenti).

Cominciamo dall'equivoco collaborazionista. Si tratta di vedere se questa famosa collaborazione sia una vescica piena di vento o un apporto concreto al Governo di domani. Dalle statistiche parlamentari, da quel che già si vede, si può arguire che la collaborazione socialista, oramai, può essere definita le nozze con i fichi secchi. (Commenti).

Non sono più di 60 i deputati socialisti disposti a votare per un Ministero che nasca con programmi di antifascismo. Ma questo Ministero, onorevoli colleghi, si troverebbe domani di fronte non solo alla opposizione fascista, ma anche alla opposizione di quel terzo partito socialista, che sorgerebbe inevitabilmente dalle assisi di Roma, quando i collaborazionisti si presentassero col fatto compiuto.
Ora vi dico brutalmente che abbiamo tutto l'interesse, giacché oramai il corso delle cose é fatale e inevitabile, che il socialismo si divida sempre più, che ne sorgano tre o trenta di partiti socialisti, perché dopo essere stato religione, dopo essere divenuto chiesa e setta e bottega, sarà più facile batterlo diviso che non unito. (Commenti).

Bisogna anche chiarire la posizione del partito popolare, il quale é travagliato da una crisi che ha già avuto delle manifestazioni significative, anche se non importanti dal punto di vista numerico.

Io non credo che tutto il partito popolare italiano possa seguire il comunismo, che é stato definito nero, dell'onorevole Miglioli. Io non credo che il mondo cattolico italiano, da distinguersi dal partito popolare, che è massone (Commenti - Rumori al centro) possa abbracciarsi con quei socialisti che sino a ieri, e anche oggi, avevano sulla loro bandiera: né Dio, né padrone!

E poi il partito popolare non può rimanere continuamente nella posizione di fortuna in cui si è trovato fino ad oggi. Il partito popolare fa delle pressioni continue sul Governo, che si possono chiamare ricatti. (Interruzioni e commenti al centro).
Non ama il partito popolare, non ha mai amato, e non ha mai sostenuto efficacemente il Gabinetto Facta. Scusate se l'immagine é un poco ordinaria: voi siete dei topi dai denti aguzzi, che state nel formaggio ministeriale per divorarvelo. (Applausi a destra, ilarità, commenti).

Quanto alla democrazia, altro equivoco, che ho incontrato per la strada, si deve dire che anch'essa non é animata dai più accesi entusiasmi per il Governo dell'onorevole Facta.
Finalmente, onorevole Facta, io vi dico che il vostro Ministero non può vivere, perché ciò é indecoroso anche dal semplice punto di vista umano; il vostro Ministero non può vivere, o meglio vegetare, o meglio ancora trascinare la sua vita, in grazia della elemosina di tutti coloro che vi sostengono, come la tradizionale corda sostiene il non meno tradizionale impiccato.
Del resto, le vostre origini, sono là ad attestare il carattere del vostro Ministero. Io scommetto che il primo ad essere sorpreso di diventare Presidente del Consiglio, siete stato precisamente voi. (Si ride - Commenti).

Tutti ricordano che alla vigilia della Conferenza di Genova occorreva che l'Italia avesse un Governo qualsiasi: così é sorto il Gabinetto Facta, il quale si é messo in una situazione di necessità. Ma noi, on. Facta, almeno teoricamente, abbiamo cercato di superare la contraddizione che ci tormenta tra il volere l'autorità dello Stato e il compiere spesso delle azioni che certamente non aumentano la forza di questa autorità.
Ed io deploro, onorevole Facta, le misure che avete preso contro i funzionari che rappresentavano il Governo a Cremona (*); perché quei funzionari hanno seguito le vostre direttive. (Commenti all'estrema sinistra).
(*) L'on. Facta, dopo l'occupazione, da parte dei fascisti, del Municipio e della Camera del Lavoro di Cremona, aveva destituito il prefetto Guadagnini.
Se non hanno ordinato di fare fuoco contro i dimostranti fascisti, evidentemente, é perché voi, e giustamente, siete contrario ad ogni effusione di sangue. (Approvazioni). Non dovevate soprattutto punire il rappresentante del potere giudiziario a Cremona, quando quei funzionari meritavano il vostro plauso.

Ed anche il vostro discorso non può piacere agli uomini che siedono da questa parte della Camera. Il punto centrale del vostro discorso é stato un aspro richiamo alla magistratura, un aspro richiamo ai funzionari in genere; con ciò avete dato l'impressione che gli organi esecutivi dell'autorità dello Stato siano insufficienti, deficienti o complici di una delle fazioni che lottano attualmente nel Paese. Io devo dire invece che la magistratura italiana é ancora una delle poche gerarchie statali contro le quali sia assai difficile elevare critiche fondate, e che non partano da presupposti di ordine personale o di partito. (Approvazioni a destra - Commenti).

E poi il Governo ha l'obbligo di coprire i suoi funzionari, di assumere esso le sue responsabilità. Il generale non punisce l'ultimo caporale. (Approvazioni - Commenti). Ci sono altri elementi di critica contro il Governo Facta, da parte nostra, e per la politica finanziaria e per la politica estera. D'altra parte la Camera deve prendere atto che il fascismo parlamentare, uscendo, come fa in questo momento, dalla maggioranza, compie un gesto di alto pudore politico e morale. Non si può essere parte della maggioranza, e nello stesso tempo agire nel paese come il fascismo é costretto per ora ad agire. (Commenti).

Il fascismo risolverà questo suo intimo tormento, dirà forse fra poco se vuole essere un partito legalitario, cioè un partito di Governo, o se vorrà invece essere un partito insurrezionale, nel qual caso non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di Governo, ma probabilmente non avrà neppure l'obbligo di sedere in questa Camera. (Vivissimi commenti).
Questo che io ho chiamato equivoco fascista, sarà risolto dagli organi competenti del nostro partito.

Ora, date queste mie dichiarazioni, voi comprendete subito che il problema della successione ci preoccupa fino ad un certo punto. Io vi dichiaro con molta schiettezza che nessun Governo si potrà reggere in Italia quando abbia nel suo programma le mitragliatrici contro il fascismo. (Interruzioni - Commenti - Applausi a destra).
Io non so neanche se questo sarà possibile, perché potrebbe darsi, anche per uno di quei paradossi assai frequenti nella politica e nella storia, che il Gabinetto il quale sorgesse sotto auspici e con origini nettamente antifasciste, fosse costretto a fare verso di noi una politica di grande liberalismo, (Commenti), perché il non farla, gli procurerebbe assai maggiori noie. (Commenti).

D'altra parte, noi nel paese abbiamo forze molto numerose, molto disciplinate, molto organizzate. Se da questa crisi uscirà un Governo che risolva il problema assillante, angoscioso nell'ora attuale, cioè il problema della pacificazione, inteso come una normalizzazione dei rapporti fra i diversi partiti, noi lo accetteremo con animo lieto, e cercheremo di adeguare tutti i nostri gregari alla necessità, sentita, del resto, intimamente da parte della nazione, alla necessità di ordine, di lavoro e di disciplina.

Ma se, per avventura, da questa crisi che ormai è in atto, dovesse uscire un Governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. (Commenti). Noi alla reazione, risponderemo insorgendo (Applausi a destra - Commenti - Rumori).
Io debbo, per debito di lealtà, dirvi che dei due casi che vi ho testé prospettati, preferisco il primo, e per ragioni nazionali e per ragioni umane. Preferisco cioè che il fascismo, che é una forza, o socialisti, che non dovete più ignorare, e non dovete nemmeno pensare di distruggere, arrivi a partecipare alla vita dello Stato attraverso una saturazione legale, attraverso una preparazione alla conquista legale.

Ma é anche l'altra eventualità, che io dovevo, per obbligo di coscienza, prospettare perché ognuno di voi, nella crisi di domani, discutendo nei gruppi, preparando la soluzione della crisi, tenga conto di queste mie dichiarazioni che affido alla vostra meditazione e alla vostra coscienza. Ho finito. (Vivi applausi all'estrema destra - Commenti prolungati).

La parte essenziale del discorso, é quella che riguarda l'aut aut che il Fascismo imponeva a sè stesso: Legalità o Rivoluzione? A questa parte i commenti dei giornali sono particolarmente indirizzati. Ad esempio, il Corriere della Sera nota che Mussolini «non è stato in grado di dichiarare se il suo partito intende per l'avvenire far parte di una maggioranza ed eventualmente assumere la responsabilità di Governo, o se intende mantenere l'attuale indirizzo alla sua azione extra-parlamentare». E ammonisce gli uomini del gruppo liberale di destra a "...rompere ogni rapporto col Fascismo, ove prevalga in questo la tesi insurrezionale".
L'Avanti! - e del resto quasi tutti i giornali - afferma a sua svolta che il Fascismo non si decide fra legalità e insurrezione.
Ma nessuno comprendeva che la legalità dello Stato debole (Facta può essere preso come simbolo per giudicare a quale punto era ridotta l'autorità statale!) non poteva essere accettata dal Fascismo.
Il ministero Facta è abbattuto lo stesso giorno, 19 luglio, con 283 voti contrari e 103 favorevoli.

Si apre così una delle più strane crisi parlamentari, poichè, nessuno volendo il potere in quelle condizioni, ed essendo falliti tentativi di Orlando e di Bonomi per comporre un ministero, tocca ancora a Facta di raffazzonarne uno qualsiasi, che, presentatosi il 1° agosto, ottiene 126 voti di maggioranza, vivendo fino alla viglia della fatidica Marcia su Roma.
Invano durante la crisi, i deputati socialisti si affannano a dichiarare che ammettono la possibilità di partecipare al Governo, malgrado i voti intransigenti dei congressi e il veto della direzione del partito.
La battaglia, più che in Parlamento, è impegnata ormai nelle piazze; il ministero Facta si trova sulle spalle, lo stesso giorno della riconferma, lo sciopero generale voluto dall'Alleanza del lavoro, stroncato non dall'energia del Governo, ma da quella delle schiere fasciste. Da allora, ogni resistenza è infranta:

Mussolini si è aperto definitivamente col Fascismo la via del potere.

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