25 LUGLIO - 8 SETTEMBRE
CHE GRAN PASTICCIO !!!
IL DOCUMENTO RITROVATO
Retroscena delle trattative con gli Alleati che condussero alla firma della resa l’8 settembre 1943



BADOGLIO E IL RE D’ITALIA
PERSERO ANCHE L’ARMISTIZIO


di ALESSANDRO D’ALESSANDRO

Questo studio è stato tratto dal numero 17-20 (marzo-giugno 1963) della rivista CRITICA D’OGGI, mensile di politica, economia e cultura della Società editrice democratica, Roma
Chi si accinge a studiare le trattative che portarono all'armistizio dell'8 settembre si porrà certamente una domanda: come mai furono necessari al governo Badoglio 45 giorni per sottoscrivere un armistizio che dettava le stesse condizioni conosciute fin dalla Conferenza di Casablanca, nel gennaio del 1943?

Era stato, infatti, lo stesso Roosevelt che, a conclusione della Conferenza, aveva annunciato la decisione di imporre alle potenze del Tripartito la resa incondizionata, vincendo le resistenze di Churchill che aveva proposto per l'Italia la formula della «pace di compromesso». In altri termini, che scopo avevano le dimissioni di Mussolini se il mutamento non doveva comportare la fine della guerra? E se è vero, com'è vero, che tale mutamento si andava preparando da tempo, perché il 25 luglio non si giunse preparati a risolvere anche il problema della guerra?

Scrive l'ambasciatore inglese Hoare: «Credevo che contemporaneamente alla revoca di Mussolini, re Vittorio Emanuele avrebbe dichiarato che l'Italia si arrendeva militarmente agli Alleati: questa sarebbe stata per lui non soltanto la via giusta, ma la più saggia da seguire» (1).
Abbiamo diversi documenti che comprovano come già nel 1942 in alcuni ambienti si pensasse a mutar rotta. Ne accenna il maresciallo Caviglia nel suo Diario, in data 13 ottobre 1942:
«Corrono molte voci dopo il colloquio fra il portavoce di Roosevelt, Miron Taylor, e il Papa circa la sistemazione da dare all'Europa dopo la vittoria. Gli anglo-americani sono sicuri che l'Asse cadrà presto. Nelle sfere del Vaticano c'è chi suggerisce per l'Italia un passaggio graduale per evitare un capitombolo, e pensa che si potrebbe chiamare al governo in un primo tempo Federzoni o De Stefani. Taylor avrebbe risposto: niente fascismo, nessun fascista al governo » (2).

Né possono sembrare casuali gli articoli dei giornali inglesi, come ad esempio Life, che in una corrispondenza da Londra, il 14 dicembre scriveva:
«Le netta tendenza in seno al regime fascista è di liberarsi di Mussolini e dei filotedeschi, ma di conservare il sistema. Oggi questa è l'idea dei grandi industriali italiani, condotti, a quanto viene riferito, da Ciano, dal conte Volpi, dal senatore Pirelli. In altre parole, un cambiamento del fascismo protedesco in un fascismo proalleati. I gerarchi fascisti sono molto impressionati dal fortunato voltafaccia di Darlan da Vichy verso gli alleati ».

E spiegava meglio il Daily Mail del 27 novembre:
«L'ultima circostanza (la designazione di Darlan) è destinata a suscitare calcoli segreti qui (a Londra) e lì (a Roma). Se le cose volgessero al peggio, non potrebbe forse essere salvata una parte del sistema fascista, gettando a mare Mussolini eventualmente col suo consenso, nonché la parte filogermanica del suo partito? Se Eisenhower ottenesse il controllo di Biserta, più di un dignitario romano si esaminerebbe senza dubbio segretamente allo specchio per trovare qualche rassomiglianza coll'ammiraglio Darlan».


Né, infine, possono sembrare casuali le dichiarazioni di Churchill il 25 novembre:
«Qualora l'Italia non fosse in grado di resistere ai continui attacchi cui verrà sottoposta dall'aviazione e subito dopo, confido, da operazioni anfibie, il popolo italiano dovrà scegliere tra un governo sotto qualcuno come Grandi, o negoziare una pace separata, o l'occupazione tedesca che aggraverebbe soltanto la durezza della guerra».

E' vero che nel frattempo era avvenuto l'esperimento nord-africano: chiamando il fascista Darlan a collaborare, gli Alleati indicavano il modello che in un prossimo futuro poteva essere imitato altrove. Se dobbiamo prestar fede a Caviglia, le parole di Churchill trovano un'eco favorevole negli ambienti di Casa Savoia: «So da più parti che a Casa Savoia vedono vicina, più vicina che non si pensi, una soluzione. Pare che il Re studi cosa dovrà fare. Probabilmente lascerà il ministero com'è e metterà a capo del governo Federzoni o Grandi. Sarà un governo di transizione per venire a una soluzione normale con le elezioni, tra le pressioni dei vari partiti e dei non pochi pretendenti» (3)

Ma intanto si erano mossi anche alcuni ambienti fascisti. Nel novembre del 1942, all'ambasciata d'Italia a Berlino, retta da Alfieri, si era esaminato il problema dell'uscita dalla guerra, giungendo alla conclusione che era necessario agire d'accordo con i governi di Ungheria, Romania e Bulgaria. Alfieri riferì queste conclusioni a Ciano, che però rispose essergli impossibile prospettare la questione a Mussolini.

Con il 1943 sopraggiungono la vittoria sovietica a Stalingrado, la fine della campagna in Africa, gli scioperi del marzo nelle zone industriali dell'Italia settentrionale. I tempi, dunque, stringono e bisogna affrettarsi a trovare una soluzione. Così la principessa di Piemonte prende l'iniziativa di far eseguire confidenzialmente a Lisbona da parte di uomini di Stato portoghesi, dei sondaggi presso gli Alleati per conoscere le loro intenzioni qualora l'Italia esca dalla guerra. I sondaggi rimangono senza risultati pratici (5)

Parallelamente si muovono i fascisti. Il sottosegretario agli Esteri, Bastianini, all'insaputa di Mussolini, incarica Giovanni Fummi, rappresentante della Banca Morgan, di recarsi a Lisbona e proseguire quindi per Londra allo scopo di prendere contatto con il governo inglese e, se possibile, di sondare il terreno sulle possibilità e sulle condizioni per una soluzione pacifica della questione italiana. Ma, arrivato a Lisbona, Fummi si vede negato il permesso di ingresso in Gran Bretagna. Mussolini, intanto, procede nel febbraio ad un rimpasto governativo: fra gli estromessi è Ciano che viene inviato come ambasciatore presso la S. Sede. Tale nomina coincide, vedi caso! con l'arrivo in Vaticano del cardinale Spellman. Ormai il via è preso e le due parti cercano, ognuna per proprio conto, di arrivare ad una soluzione. Il re, in un appunto del 15 maggio, scrive:
«Bisogna mantenere stretti contatti con l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria che amano poco i tedeschi; e non si dovrebbe dimenticare di fare le possibili cortesie agli uomini dei governi dell'Inghilterra e dell'America. Bisognerebbe pensare molto seriamente alla possibile necessità di sganciare le sorti dell'Italia da quelle della Germania».
(Le 6 pagine autografe del Re sono QUI PRESENTI > >


Ci sembra, però, che questi appunti del sovrano indichino più uno stato d'animo momentaneo che una vera e propria convinzione. Il 26 maggio Acquarone diceva, infatti, a Bonomi che il re non voleva sentire parlare di armistizio e aggiungeva: «Sarebbe imprudente accennargIi a trattative che egli, nella sua lealtà per l'alleato, non può ammettere».
Il 10 luglio avviene lo sbarco alleato in Sicilia, secondo i piani stabiliti nella Conferenza di Casablanca. Il 16 luglio è reso noto il messaggio di Roosevelt e Churchill al popolo italiano: «The sole hope for Italy's survivallies in honorable capitulation to the overwhelming power of the military forces of the United Nations…The time has now for you, tre Italian people, to consult own self-respect and your own desire for a restoration of national dignity, security and peace. The time has come for you to decide whether Italians shall die for Mussolini and Hitler or live for Italy and for civilization».

A Berlino, intanto, l'ambasciatore Alfieri riprende l'idea che nel novembre scorso aveva lasciato cadere. Il 14 luglio scrive a Bastianini: «Viene a ripresentarsi, con drammatica attualità, il quesito che ho già lumeggiato in alcuni miei precedenti rapporti: fino a quando l'Italia stremata di forze ed attaccata da tutte le parti potrà accompagnare e seguire l'alleata Germania nel suo cammino di resistenza che si delinea prolungato nel tempo?» (6).

Bastianini, tre giorni dopo, si rivolge al cardinale Maglione con un appunto che non sappiamo se considerare ingenuo o frutto di una mente pazza:
«Qualora la situazione militare in Italia dovesse ancora peggiorare, la sola persona in grado di convincere Hitler a far abbandonare il territorio italiano dalle truppe tedesche è il Duce. Di qui la necessità che l'Inghilterra e l'America non pongano la pregiudiziale immediata dell'allontanamento del Duce e ciò nel loro stesso evidente interesse…. L'Italia ha una sua particolare posizione nella regione danubiana-balcanica di cui gli avversari debbono tener conto… ». (7).

Le speranze di un passo di Mussolini presso Hitler erano riposte nel Convegno di Feltre, che doveva aver luogo il 19 luglio. Queste speranze, come d'altronde era da attendersi, andarono deluse perché l'incontro si risolse in un soliloquio di Hitler. Non restava, dunque, ormai che arrivare alle estreme conseguenze. I gerarchi fascisti, attraverso la presentazione e l'approvazione del noto ordine del giorno, offrirono al re e ai militari un valido pretesto. Si arriva cosl al 25 luglio. Quel giorno, prima di recarsi a Villa Savoia, Mussolini riceve l'ambasciatore del Giappone a Roma, Hidaka, al quale comunica che egli «…aveva deciso di compiere nel corso della settimana ventura un energico passo presso il Führer, per attirare tutta la sua più seria attenzione sulla situazione che era venuta a determinarsi negli ultimi tempi e per indurre il Fiihrer stesso, come già altre volte egli aveva tentato, a far cessare le ostilità sul fronte orientale, giungendo ad un componimento con la Russia». (8).
Ma se pure ne ebbe l'intenzione, non ne ebbe il tempo perché poche ore dopo il re gli comunicava la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio. La sera, alle 22,45, la radio annunciava che il re aveva assunto il comando supremo delle forze armate e Badoglio il governo del Paese con pieni poteri. La radio trasmetteva pure un proclama di Badoglio, che conteneva una frase che a molti sembrò paradossale: «La guerra continua». Perché allora cambiare Mussolini?

Si è detto che una rottura immediata con i tedeschi avrebbe provocato delle reazioni violente da parte di questi ultimi. Questa tesi è smentita dagli stessi generali: «La dichiarazione dell'armistizio sarebbe stata molto opportuna il 25 luglio scrive il generale Rossi In tale giorno quattro divisioni tedesche erano impegnate in Sicilia e poteva essere loro impedito, con mezzi della marina, che passassero in continente» (9).

Si è detto che si cercava di
negoziare l'armistizio. Pure questa tesi non regge perché era stato già dichiarato che l'unica condizione era la resa incondizionata.
Del resto lo confermava Roosevelt il 27 luglio: «Le nostre condizioni all'Italia sono ancora le stesse condizioni che facciamo alla Germania e al Giappone: resa incondizionata ».
E lo stesso giorno scriveva a Churchill: «La mia idea è che si debba avvicinarsi quanto più è possibile a una resa senza condizioni, seguita da un buon trattamento nei riguardi delle masse popolari italiane» (10).

La realtà è che il 25 luglio era stato preparato non dagli antifascisti, ma dal re e dai gerarchi fascisti, preoccupati soltanto di salvare la loro posizione e i loro privilegi. Se gli avvenimenti presero poi un altro indirizzo, fu loro malgrado. Che gli stessi tedeschi si aspettassero non una semplice sostituzione di persona è stato recentemente confermato da una velina inviata dall'ufficio propaganda di Goebbels ai giornali francesi, con la quale si suggeriva di scrivere che si aveva buon motivo di ritenere che, dopo i risultati della campagna di Sicilia, Mussolini ed Hitler avevano constatato l'impossibilità per l'Italia di proseguire la guerra e che la scelta di Badoglio come successore provava che l'Italia avrebbe tentato di negoziare la sua neutralità (11). Anche Goebbels era di questo avviso, tanto che il 27 luglio scriveva nel suo Diario:
«Il Führer è fermamente convinto che Badoglio ha già negoziato con il nemico prima di compiere il passo decisivo. L'asserzione del suo proclama che la guerra continua non significa assolutamente nulla».

Per comprendere l'atteggiamento del re e di Badoglio basterebbe ricordare il promemoria del sovrano: 1) il governo deve essere composto di militari e tecnici, con esclusione di politici; 2) nessuna recriminazione circa il passato, nessuna persecuzione contro gli ex fascisti; 3) a nessun partito deve essere consentito di organizzarsi palesemente e di manifestarsi con pubblicazioni.
Aveva ben ragione Hopkins, consigliere di Roosevelt, a diffidare del re e di Badoglio: «Mi fido poco, tanto del re come di Badoglio. Certamente, nessuno dei due, neanche mettendoci tutta la buona volontà, può essere considerato come il rappresentante d'un governo democratico. Riconoscerli è facilissimo ma in seguito sarà spaventosamente difficile buttarli a mare. Certamente non mi garba l'idea che questi ex nemici mutino opinione quando sanno che stanno per essere battuti e passino dalla nostra parte per ottenere d'essere aiutati a mantenere il potere politico» (12).

Nonostante questo severo giudizio di Hopkins, il messaggio del generale Eisenhower al popolo italiano si compiace con Casa Savoia per essersi liberata di Mussolini e così prosegue: «You want peace; you can have peace immediately, and peace under the honourable conditions which our Governments have aIready offered you. We are coming as liberators. Your part is to cease immediately any assistance to the German military forces in your country. 1f you do this, we will rid you of the Germans and deliver you from the horrors of war.» (17).
Giungeva intanto a Roma, da Ankara dove era ambasciatore, il nuovo ministro degli Affari Esteri, Guariglia. Appena arrivato a Roma, egli si rivolgeva al cardinale Maglione perché lo mettesse in contatto con l'ambasciatore di Gran Bretagna presso la S. Sede, Osborne. Questi contatti ebbero luogo ma si dimostrarono infruttuosi: Guariglia aveva chiesto ad Osborne di comunicare al suo governo che l'Italia desiderava iniziare le trattative per l'armistizio. Osborne rispondeva che non era possibile esaudire la richiesta perché il cifrario dell'ambasciata era noto ai tedeschi né poteva essere utile l'ambasciata degli Stati Uniti perché non possedeva addirittura cifrario.
Fallito questo tentativo, Guariglia, il 2 agosto, inviava a Lisbona, quale consigliere di legazione, il marchese Blasco Lanza d'Ayeta. Scelta molto infelice perché il d'Ayeta era stato capo gabinetto di Ciano. A Lisbona il funzionario italiano prendeva contatto con l'ambasciatore inglese, Campbell, per metterlo al corrente della situazione italiana e per presentare alcune raccomandazioni del governo italiano:
«1) che questo primo contatto cogli Alleati fosse inteso in tutta la sua serietà al fine di poter predisporre di comune accordo, su di un terreno politico e soprattutto militare, tutte le misure in vista di creare le condizioni necessarie per fare uscire l'Italia dal conflitto;
2) che a tutti i fini era auspicabile cessassero gli attacchi e le insinuazioni contro il sovrano e il governo Badoglio allo scopo di facilitare il loro arduo compito all'interno e di impedire che un estremismo caotico di cui si erano avuti alcuni sintomi potesse pregiudicare tanto il normale ritorno a delle forme costituzionali di governo quanto, e soprattutto, facilitare, suscitando un giustificabile disordine spirituale fra gli italiani, la calata germanica;
3) che fossero cessati i bombardamenti aerei non resi necessari da precise esigenze belliche sulle città italiane, ma ciò con opportune finte per non favorire i sospetti tedeschi. Tale appello del governo particolarmente si riferiva alla capitale ed alle città del Nord dove, oltre che le popolazioni maggiormente preparate nella loro organizzazione borghese e operaia ad una nuova Italia liberale, gli attacchi aerei colpivano i tradizionali centri italiani di resistenza ai tedeschi».

L’ambasciatore Campbell faceva comprendere a d'Ayeta che i piani bellici concernenti l'Italia erano stati già da tempo predisposti dai comandi alleati e che l'atteggiamento politico delle Nazioni Unite verso l'Italia era già definito nella formula della resa incondizionata. Da parte sua, Churchill, non appena informato del colloquio, scriveva a Roosevelt: «Dalla prima parola all'ultima d'Ayeta non ha mai minimamente alluso a termini di pace, e tutta la sua esposizione non è stata che la preghiera che noi si salvi l'Italia dai tedeschi e da se stessa, e al più presto possibile».

Alle raccomandazioni italiane rispondeva prima Radio Londra accusando il governo Badoglio di voler fare il furbo e poi il bombardamento di Milano, destinato a far capire che non vi era altra scelta che la resa.
Il 4 agosto Guariglia inviava a Tangeri, sempre come consigliere di legazione, Berio, il quale doveva prendere, anche lui, contatto con il ministro di Gran Bretagna in quella città, Gascoigne, per prospettargli la situazione italiana e spiegare che «…gli Alleati avrebbero dovuto in primo luogo attenuare l'intensità dei bombardamenti sull'Italia onde rendere possibile al Maresciallo di mantenere il fronte interno. Vi era inoltre da augurarsi che gli Alleati effettuassero uno sbarco nella Francia del sud o nei Balcani, onde attirare altrove le forze tedesche dislocate in Italia e dare cosi maggiore libertà di azione al Regio Governo» (13).

Gascoigne era però assente da Tangeri e Berio dovette contentarsi di conferire con il console inglese, Watkinson, che si affrettò a riferire al suo governo. La reazione fu immediata: Gascoigne ricevette l'ordine di tornare a Tangeri e consegnare a Berio, per il governo italiano, un messaggio dei governi di Gran Bretagna e degli Stati Uniti: «It is necessary that Marshal Badoglio understand that we cannot negotiate but require unconditional surrender. This means that the Italian Government must pIace , itself in the hands of the two Allied Governments which will later advice it of their terms. CalI Signor Berio's attention to the fact that the Heads of the two Governments have already expressed their desire that Itay have a respected pIace in the new Europe as soon as the conflict is over and Gen. Eisenhower has already announced that the Italian prisoners in Tunisia and Sicily shall relesead subject to the release of alI Allied prisoners» (14).

Berio obiettava che tale messaggio non apportava nulla di nuovo e che la questione fondamentale restava che il suo governo non avrebbe potuto accettare ufficialmente una resa senza condizioni perché ciò avrebbe provocato un atto di forza da parte tedesca. La risposta a tali obiezioni non fu dissimile alla prima. Fallì cosi pure la missione Berio, anche perché, nel frattempo, era giunto a Lisbona il generale Giuseppe Castellano.

Ma prima che la questione dei contatti con gli Alleati passasse in mano ai militari, Guariglia faceva ancora un tentativo incaricando il senatore Alberto Pirelli di recarsi in Svizzera e prendere gli opportuni contatti onde accertare se il governo elvetico fosse disposto a fare un approccio presso i governi alleati per raccomandare la soluzione prospettata dall'Italia, cioè di effettuare lo sbarco nella Francia del sud o nei Balcani. La risposta del governo elvetico, come era da presumere, fu negativa.

All'interno, intanto, più pressanti si fanno le istanze per porre fine alla guerra. Il 2 agosto si riunisce a Roma il Comitato Nazionale delle correnti antifasciste (15), il quale in un ordine del giorno reclama la cessazione senza indugi della guerra ed esprime la certezza che il popolo italiano concorde affronterà i pericoli che potranno derivare da una simile decisione. Il 3 agosto l'ordine del giorno è presentato a Badoglio il quale, però, dichiara che non può discutere «una materia cosi delicata ed infiammabile».16).
Il Comitato continuerà a riunirsi anche nei giorni successivi, ma le divergenze di opinioni non consentiranno di elaborare un nuovo documento comune fino al 2 settembre, documento che, d'altra parte, non viene reso pubblico. Visti fallire i suoi tentativi, il ministro Guariglia decide di affidare la questione ai militari. Si dà l'incarico al generale Castellano, uomo di fiducia del Capo di Stato Maggiore, generale Ambrosio.
Ma a questo punto la storia si tinge di giallo. Al generale Castellano, che chiedeva istruzioni precise, credenziali ed un passaporto, veniva risposto che nulla poteva essere dato e che il suo compito era esclusivamente quello di prendere contatto con rappresentanti delle forze alleate per conoscere le «eventuali» condizioni di resa ed esporre contemporaneamente la nostra situazione militare e quindi la necessità assoluta di un immediato aiuto per far fronte alla reazione tedesca.

Destinazione del generale Castellano: Lisbona. Unica credenziale era una lettera dell'ambasciatore Osborne per il suo collega di Madrid, Hoare. Infine, niente passaporto individuale, ma collettivo, viaggiando il generale sotto il falso nome di Raimondi con un gruppo di funzionari del ministero degli Affari Esteri che si recava a Lisbona. Castellano si chiese a cosa poteva servire la lettera per l'ambasciatore inglese a Madrid se la sua destinazione era Lisbona. Ma la fortuna gli venne incontro: per un errore, a Genova, il treno fu fatto proseguire via Nizza anzichè via Modane per cui la sosta a Madrid poteva essere più lunga del previsto: il generale aveva a sua disposizione un intero pomeriggio ed era questa l'unica possibilità di incontrare Hoare. Tuttavia c'era una difficoltà: Castellano non conosceva una parola d'inglese e bisognava quindi trovare un interprete. La scelta cadeva su un giovane funzionario che faceva parte del gruppo, Montanari, che da quel momento prenderà parte a tutte le trattative.

Il 15 agosto ha luogo il colloquio con Hoare, il quale ascolta quanto Castellano ha da dirgli ed alla fine assicura che invierà un telegramma a Londra per informare il proprio governo della conversazione e per chiedere che un ufficiale dello Stato Maggiore britannico raggiungesse Lisbona per incontrarvi Castellano. Un altro telegramma sarebbe stato inviato all'ambasciatore inglese a Lisbona per metterlo al corrente della questione. II governo inglese fu infatti informato immediatamente del colloquio. Churchill si trovava a Quebec per una riunione con Roosevelt, riunione nella quale fra l'altro si era decisa la condotta della guerra in Italia. Vennero allora inviate al generale Eisenhower le istruzioni di orientamento che non facevano altro che confermare la resa incondizionata. Da parte sua, Churchill scriveva al generale AIexander: «Siete senza dubbio al corrente degli approcci fatti dagli italiani e della nostra risposta. II vostro maggior pericolo è che i tedeschi entrino a Roma e vi stabiliscano un governo fantoccio con, per esempio, Farinacci. Sarebbe altrettanto inquietante che tutta l'Italia scivolasse nell'anarchia. Dubito che il governo Badoglio possa mantenersi al potere sino al giorno fissato per il nostro attacco principale, e sarà quindi di grande aiuto tutto quello che potete fare per abbreviare questo periodo senza pregiudizio del successo militare» (18). Contemporaneamente si metteva al corrente Stalin di quanto stava avvenendo (19).

E' interessante sottolineare che mentre si mandava a Lisbona il generale Castellano, si svolgeva a Bologna un convegno tra gli stati maggiori italiano e tedesco allo scopo di esaminare un piano di difesa comune della penisola! Da parte sua, l'Agenzia Stefani così commentava i risultati della Conferenza di Quebec: «Dans la phase historique actuelle l'!talie a une voie bien tracée et fìxée par un système d'alliance, de solidarité et de collaboration militaire, auquel elle n'entend pas manquer».
Né il convegno di Bologna né la nota dell'Agenzia Stefani potevano contribuire a facilitare il compito del generale Castellano e dimostrano soltanto il disorientamento del governo e degli ambienti che lo influenzavano.
Il 17 agosto, allorché il nostro plenipotenziario si incontrò con Campbell, sorsero le prime difficoltà. L'ambasciatore inglese chiese a Castellano se era fornito di credenziali e, alla risposta negativa faceva presente che il governo britannico difficilmente avrebbe potuto attribuire alla sua missione un carattere ufficiale. Tuttavia lo scoglio veniva superato, dopo che Castellano spiegava i motivi della sua missione, e si rimaneva d'accordo che Campbell avrebbe comunicato a Montanari, mediante una firma convenzionale, il giorno e l'ora dell'appuntamento.

L'incontro si svolge nella tarda sera del 19 agosto. Sono presenti, oltre a Campbell, l'incaricato d'affari americano Kennan e i generali Smith e Strong, il primo capo di Stato Maggiore e il secondo capo dell'lntelligence delle forze alleate in Mediterraneo. E' il generale Smith che prende la parola per leggere le condizioni di armistizio dettate all'Italia. Al generale Castellano, il quale dichiara di non aver alcun mandato per trattare l'armistizio ma soltanto il compito di far presente agli Alleati la situazione militare e politica dell'Italia, Smith risponde che l'ordine da lui ricevuto è quello di comunicare le condizioni di armistizio, le quali potevano essere accettate o respinte ma non discusse. La partecipazione dell'Italia alla guerra contro i tedeschi è una questione politica che non compete ai militari; egli, però, è in grado di assicurare che tale questione era stata esaminata a Quebec da Roosevelt e da Churchill con buone prospettive e a tal proposito consegna a Castellano un promemoria aggiuntivo alle condizioni di armistizio: «La misura nella quale le condizioni saranno modificate in favore dell'Italia dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra» (20).

A Castellano, a questo punto, non rimane altro che prendere atto della situazione e dichiarare che si sarebbe fatto latore delle proposte alleate. La riunione si conclude con l'accordo che l'accettazione da parte italiana deve avvenire entro il 30 agosto e comunicata per mezzo di una radio consegnata al generale Castellano. In caso di impossibilità, l'accettazione avrebbe dovuto essere notificata all'ambasciatore Osborne con un messaggio dal testo concordato (21). Nel caso poi di accettazione italiana, il generale Castellano si sarebbe dovuto trovare a Termini Imerese alle ore 9 del 31 agosto.
Gli Alleati, però, ammaestrati dalle precedenti missioni italiane, intensificano i loro attacchi aerei sulle nostre principali città (Milano, Roma, Napoli, Genova, Bari, Taranto) convinti di poter in questo modo far leva sull'opinione pubblica e provocare, quindi, una maggiore pressione sul governo onde giungere alla fine della guerra (22).

In questa tragica situazione, a Roma si perde completamente la testa. Non avendo avuto notizie di Castellano, tale è la giustificazione ufficiale, si decide di mandare a Lisbona un altro generale, Zanussi. Da chi parta l'iniziativa ancora oggi non è chiaro, dato che nessuno se ne assume la responsabilità. Tuttavia, conoscendo l'ambiente militare, non si dovrebbe essere lontani dal vero affermando che la missione si deve al generale Carboni e soprattutto a Roatta (di cui Zanussi è l'uomo di fiducia), che vuole cosl vendicarsi di essere stato tenuto all'oscuro della missione Castellano. Zanussi arriva a Lisbona dopo che il suo collega era già partito, e la sua presenza non fa che acuire i sospetti degli Alleati, i quali però decidono di utilizzarlo consegnandogli il testo del «lungo armistizio» avvisando che si tratta di un documento della massima importanza e differente da quello già consegnato a Castellano.
Zanussi anziché inviare il documento a Roma lo mette tranquillamente in tasca e non lo consegna neanche a Castellano quando lo incontrerà a Cassibile il 31 agosto.
Il 27 agosto Castellano ritorna a Roma e riferisce a Badoglio i risultati della sua missione. Il 28 e il 29 sono due giorni di febbrili riunioni, ma nessuno, neanche il re, vuole assumersi la responsabilità di una decisione. Finalmente, la mattina del 30, comunicano a Castellano di partire e gli consegnano un appunto del ministro Guariglia da leggere agli Alleati. In sostanza questo appunto dice che «l'Italia potrà chiedere l'armistizio solo quando, in seguito a sbarchi degli alleati con contingenti sufficienti e in località adatte, cambiassero le attuali condizioni, oppure se gli alleati fossero in grado di determinare una diversa situazione militare in Europa».

Da parte sua, poi, Badoglio aggiunge delle istruzioni nelle quali si legge: «Per non essere sopraffatti prima che gli inglesi possano far sentire la loro azione noi non possiamo dichiarare accettazione armistizio se non a sbarchi avvenuti di almeno 15 divisioni, la maggior parte di esse tra Civitavecchia e La Spezia».

E' chiaro che in questo modo si vorrebbe dare agli alleati una risposta che non è né accettazione né rifiuto. In altri termini, si cerca di fare i furbi. E gli Alleati lo capiscono benissimo. Quando infatti Castellano si accinge a leggere l'appunto di Guariglia, Smith lo interrompe replicando che il governo italiano deve respingere o accettare le condizioni di armistizio cosi come sono; se le accetta, deve dichiarare la fine delle ostilità contemporaneamente allo sbarco principale degli Alleati. Se non accetta le condizioni, il governo italiano non avrà in avvenire più alcuna possibilità di trattare con i militari e di concludere, quindi, l'armistizio. Smith aggiunge che "se gli Alleati avessero disponibili per lo sbarco in Italia le 15 divisioni richieste da Badoglio non offrirebbero di certo l'armistizio".

Né migliore esito ha la richiesta italiana di dilazionare la proclamazione dell'armistizio, mentre Smith e Strong si dichiarano disposti ad inviare una divisione di paracadutisti per la difesa di Roma. Su questa base si chiude la riunione, rimanendo d'accordo che l'accettazione italiana deve essere comunicata per radio entro la mezzanotte del 1 settembre.

Castellano ritorna ancora a Roma e riferisce ancora a Badoglio. Questi convoca Ambrosio, Guariglia, Acquarone e Carboni e, convinti finalmente che non vi è ormai altra soluzione, decidono di sottoporre al re il consenso per la stipulazione dell'armistizio. Occorre però tener presente che ancora nessuno è a conoscenza delle clausole del «lungo armistizio» poiché il documento è in possesso di Zanussi (in tasca). Ottenuto il consenso reale, Badoglio telegrafa a Cassibile per annunciare l'accettazione italiana e per preannunciare l'arrivo di Castellano.

Il 2 settembre Castellano arriva dunque a Cassibile. Ma che cosa è andato a fare? Quando, infatti, Smith gli chiede se ha i poteri necessari per firmare l'armitizio, il generale italiano cade dalle nuvole: egli non ha alcun potere né a Roma gli era stato detto nulla a riguardo perché si credeva che bastasse il telegramma di Badoglio! Si può credere a questa tesi? Non vi è stata forse l'illusione che il discorso pronunciato il giorno prima da Pio XII avrebbe potuto modificare all'ultimo momento le condizioni di armistizio?

Certo, la tesi di Castellano dovette sembrare paradossale a Smith e non possiamo dargli torto se la ritenne una manovra sleale da parte del governo italiano. E' lo stesso Smith che prepara il testo del telegramma da inviare a Roma, e che Castellano firma, per chiedere la necessaria autorizzazione e avvertendo che la mancata firma dell'armistizio avrebbe significato la rottura delle trattative. Le ore della notte passano, ma la risposta di Badoglio non arriva, tanto che il 3 settembre, nella prima mattinata, Castellano invia un secondo telegramma. Arriva, finalmente, un radiogramma di Badoglio, ma non è la risposta che ci si attende: il maresciallo conferma soltanto che il suo telegramma del 1 settembre «conteneva implicitamente l'accettazione delle condizioni di armistizio».

Nessuna delega, dunque, a Castellano per la firma. Gli Alleati sono ormai certi che a Roma si sta macchinando qualcosa, ma per fortuna arriva un secondo telegramma di Badoglio che autorizza il generale italiano a firmare l'armistizio e avverte che la dichiarazione che lo accredita per quella firma era stata depositata presso l'ambasciatore Osborne. Il 3 settembre, alle ore 17,30, viene firmato a Cassibile lo “Short Military Armistice”.

Ma le complicazioni non sono terminate: è stato appena firmato il documento, che Smith presenta le «clausole aggiuntive». Castellano chiede irritato di cosa si tratti, ma Smith gli comunica che il documento era stato consegnato già da tempo a Zanussi. Tuttavia precisa che tali clausole hanno un valore relativo qualora l'Italia collabori con le Nazioni Unite nella guerra contro i tedeschi.

Altre due questioni restavano da risolvere: dove e quando sarebbe avvenuto lo sbarco principale degli Alleati? Sia Zanussi che Castellano avevano fatto molte domande in proposito, sino a suscitare legittimi sospetti. Ma per quanto riguarda la località dello sbarco, se i nostri generali fossero stati più addentro alle cose militari avrebbero facilmente compreso che tale località era, in certo qual modo, obbligata: da una parte essa doveva essere compresa in un raggio di non oltre 300-400 km, tale era il raggio di autonomia della caccia alleata, e dall'altra doveva prestarsi alle operazioni con mezzi anfibi. L'unica località che rispondeva a tali requisiti era il tratto tirrenico fra Salerno ed Eboli.

Quando sarebbe avvenuto lo sbarco principale? Smith, forse per non sentirsi rivolgere altre domande da Castellano, avrebbe dichiarato che esso sarebbe avvenuto «entro due settimane». Castellano si affretta a comunicare a Roma che «da informazioni confidenziali presumo che lo sbarco potrà avvenire tra il 10 e il 15 settembre, forse il 12». (23).

Certo, c'è stata da parte di Castellano una certa leggerezza, poiché si doveva limitare a riferire testualmente le parole di Smith senza alcuna interpretazione personale, tuttavia la forma dubitativa della sua comunicazione scompare nelle disposizioni impartite dal Comando Supremo allo Stato Maggiore. In tali disposizioni, infatti, si dava per certo che l'annuncio dell'armistizio sarebbe stato dato il 12 settembre, Ma v'è di peggio: secondo Roatta, s'indicava lo sbarco vicino Roma di divisioni americane, che nessuno aveva preannunciato e che anzi, richieste da Castellano, erano state negate dagli Alleati. Si comprende, quindi, perchè l'8 settembre avvenne ciò che è a tutti noto.

Ma se il 4 settembre non era ancora possibile conoscere la data dello sbarco principale, il 6 settembre bisognava comprendere che esso non poteva ormai tardare molto. Quel giorno, infatti, i servizi della ricognizione strategica informavano che ingenti convogli navali alleati si radunavano a nord di Palermo. Anche un profano avrebbe capito che non si sarebbe esposto un naviglio cosi numeroso per lungo tempo alle minacce delle incursioni aree. Il nostro Comando Supremo non arrivò a comprendere una cosa così elementare!

La sera del 7 arriva a Roma il generale Taylor il quale comunica che l'indomani sarebbe stato annunciato l'armistizio ed egli è venuto per predisporre gli aeroporti che dovranno servire allo sbarco della divisione paracadutisti americani. La notizia crea il panico e si cerca di convincere il generale americano che lo sbarco, così come lo intendono gli Alleati (a scaglioni successivi in tre o quattro notti e in tre aeroporti diversi) non è più possibile poiché due divisioni tedesche minacciano la capitale, ma soprattutto che è indispensabile rinviare l'annuncio dell'armistizio.
Taylor spedisce allora un telegramma ad Eisenhower sia per far sospendere l'operazione della divisione paracadutisti sia per comunicare che Badoglio ritiene necessario ritardare di qualche giorno l'annuncio dell'armistizio. Al generale americano non rimane che ripartire per il Quartiere generale alleato e Badoglio lo fa accompagnare dal generale Rossi al quale è affidato il compito di spiegare ad Eisenhower tutto ciò che era stato già detto a Taylor. A Roma si è sicuri che il telegramma di Taylor e la missione di Rossi sistemeranno tutto per il meglio.

Nota Guariglia che l'8 settembre Badoglio lo informò della visita del generale americano e della partenza del generale Rossi «allo scopo di rappresentare al Quartiere generale alleato la situazione come la vedevano le nostre autorità militari. C'era dunque logicamente da supporre che il generale Rossi avrebbe avuto tutto il tempo necessario per prendere nuovi e decisi accordi e, conseguentemente, che le nostre autorità militari avrebbero avuto anch'esse il tempo di predisporre le corrispondenti misure» (24).

Ma l'illusione è di breve durata: giunge un telegramma di Eisenhower che avverte perentoriamente Badoglio che egli darà l'annuncio dell'armistizio all'ora indicata e che se il maresciallo non collabora, così com'è stato convenuto, il mondo intero sarebbe stato messo al corrente delle trattative. Il telegramma è chiaro e non dà adito ad equivoci, tuttavia c'è qualcuno che consiglia il re e Badoglio a non tenerne conto perché Eisenhower non avrebbe annunciato l'armistizio senza il consenso italiano.
Ma anche questa volta l'illusione dura poco: la riunione è ancora in corso quando viene annunciato il testo delle dichiarazioni lette da Eisenhower alla radio. A Badoglio non rimane ormai che fare la sua parte.

La sera dell'8 settembre, alle 19,45, la radio diffonde l'annuncio del maresciallo. Quando qualche ora più tardi il generale Rossi arrivava ad Algeri per convincere Eisenhower di rinviare l'annuncio dell'armistizio, questo era già conosciuto in tutto il mondo.

BIBLIOGRAFIA
1) S. Hoare, In missione speciale; Milano, Rizzoli, 1948, pag.189.
2) E. Caviglia, Diario; Roma, Casini, '52: pag.380.
3) E. Caviglia, op. cit., pag.390.
4) E. Faldella, L'Italia nella seconda guerra mondiale; Bologna, Cappelli, 1959.
5) R. Guariglia, Ricordi; Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1959.
6) in: A. Tamaro, Due anni di storia; Roma, Tosi, 1948-1949, vol. I, pag.71-72.
7) in: A. Tamaro, op. cit., vol. I, pag 71
8) in: A. Tamaro, op. cit., vol. I, pag.72
9) in F. Rossi, Come arrivammo all'armistizio; Milano, Garzanti, 1946, pag.293. Il gen. Rossi era sottocapo di Stato Maggiore.
10) Churchill rispondeva indirettamente il 27 luglio: «L'unico problema è di spargere la massima quantità di ferro e di fuoco sull'Italia finché non si arrenda ».
11) R. G. Nobécourt, Les sécrets de la propagande dans la France occupée; Paris, Fayards, 1962.
12) R. S. Sherwood, La seconda guerra mondiale nei documenti segreti della Casa Bianca,' Milano, Garzanti, 1949, Vol. II, pag.336.
13) R. Guariglia, op. cit.
14) A proposito dei prigionieri britannici, il governo italiano ricevette dai tedeschi l'ordine di trasferirli in Germania. Il governo britannico scatenò allora una violenta campagna di stampa, mentre Churchill inviava a Vittorio Emanuele questo telegramma: «Prime Ministre to the King of Italy. Expecty no mercy if you deliver to the Germans British prisoners now in your hand».
(15) Vi partecipano Casati (liberale), Ruini (democrazia del lavoro), De Gasperi (democrazia cristiana), Romita e Buozzi (socialisti), Amendola (comunista), Fenoaltea, Salvatorelli e Siglienti (azionisti).
16) I. Bonomi, Diario di un anno; Milano, Garzanti, 1947.
17) Testo integrale in: La seconda guerra mondiale nel carteggio di Stalin con Churchill, Roosevelt, Attlee e Truman;” Roma, Editori Riuniti, vol. I, pagg. 164-167.
18) 18 agosto 1943. La data dell'attacco principale fu anticipata dal 15 alla notte fra l'8 e il 9 settembre. Dirà Churchill alla Camera dei Comuni il 21 settembre: «La resa italiana fu come la fortunata caduta di una pera matura, ma non aveva nulla a che vedere con la data fissata per il raccolto del frutteto. La verità vera è che l'annuncio dell'armistizio fu ritardato per farlo coincidere con l'attacco, e non già il contrario ».
19)”La seconda guerra mondiale nel carteggio...”, op. cit.
20) E' il cosiddetto Documento di Quebec dal titolo «Aide-Memoire to accompany conditions of Armistice presented by Gen. Eisenhower to the Italian C. in C.» Il testo integrale e la traduzione in: Ministero degli Affari Esteri, Documenti relativi ai rapporti tra l'Italia e le Nazioni Unite (luglio-novembre 1943); Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1945.
21) Il testo diceva: «Il governo italiano protesta contro il ritardo nella comunicazione delle liste complete dei prigionieri italiani catturati in Sicilia ».
22) «Non vi è più nessuna ragione per ritardare ancora un'azione nei confronti dell'Italia. Da quando Mussolini è caduto, Badoglio ha continuato a fare lo stesso gioco del capo dell'ex fascismo. Ormai è ora di finirla ». Daily Express, 30 agosto 1943.
23) G. Castellano, Come firmai l'armistizio di Cassibile; Verona, Mondadori, 1945, pag.172 e segg.
24) R. Guariglia, op. cit., pag.703.

di ALESSANDRO D’ALESSANDRO

Ringrazio per l'articolo
Gianola direttore di
"Storia in Network"

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