PAVOLINI - LA MINCULPOP - IL PROCESSO DI VERONA - 
Il colto e raffinato gerarca fascista finì fucilato a Dongo
 Il dottor 
  ALESSANDRO PAVOLINI  

di PAOLO DEOTTO

Stiamo guardando una fotografia scattata a Milano nella primavera del 1944. E' il plumbeo periodo della Repubblica sociale, lo stato voluto da Hitler e presieduto da un duce spento, lo stato a cui negò il riconoscimento anche la Spagna franchista, che pur verso il fascismo aveva grossi debiti di gratitudine.

La foto ritrae alcuni militi della Brigata nera "Aldo Resega", con il loro comandante, Vincenzo Costa. Vicino al comandante c'è un uomo piccolo di statura, coi baffetti, che indossa una strana divisa, un misto di uniforme militare e tenuta ginnica. I calzoni a sbuffo infilati negli stivali, un cappellino a visiera, e come il Costa un cinturone con la pistola infilata dentro alla bravaccia, senza neanche una fondina.

Quest'uomo, che potrebbe sembrare uno dei tantissimi armati del guazzabuglio che fu l'organizzazione militare della RSI, è ALESSANDRO PAVOLINI, classe 1903, segretario del Partito Fascista Repubblicano, Comandante generale delle Brigate Nere, già ministro della Cultura Popolare (la famosa MILCUPOP) dal 1939 al 1943, scrittore e giornalista apprezzato in Italia e all'estero, forse il più "irriducibile" dei fascisti del crepuscolo.

 

L'VIII Brigata nera Aldo Resega era nata in Brianza, comandata Vincenzo Costa, già federale di Milano. Questa brigata presta giuramento il 25 luglio 1944. Si doterà anche di un giornale "La Brigata nera “Aldo Resega". I contenuti stavano nel motto "punizioni per tutti i traditori - per la gloria del Fascismo, d'Italia e de Milan". Le azioni messe in atto: i rastrellamenti e le retate che avevano come obiettivo la cattura di renitenti e disertori. Ma anche azioni repressive nei vari paesi contro il mercato nero e l'accaparramento, ma che spesso - per procurarsi loro dei generi alimentari - finivano in pretestuose requisizioni, e proprio per questo procurarono forti avversioni delle popolazionI locali.

Perché ci siamo fermati su questa fotografia? Perché fa specie vedere un uomo, il cui livello intellettuale e culturale fu da tutti riconosciuto, ridotto quasi ad una tragica maschera di guerriero da rivoluzione messicana. Fa ancora più specie ove si pensi che questa riduzione da nessuno fu imposta, ma fu una libera scelta dell'interessato. E in quell'uniforme sciatta e un po' ridicola ci sembra di vedere il simbolo dell'enigma e della tragedia che fu quest'uomo, Alessandro Pavolini, gerarca poco studiato, che non ha potuto lasciare memoriali, perché in modo rocambolesco la sua avventura finì a Dongo il 28 aprile del 45, quando venne catturato e fucilato dai partigiani.

Federale di Firenze a 26 anni, deputato a 31, ministro a 36, Pavolini non fu mai uno dei tanti profittatori del regime. Non si mosse per danaro, o per tornaconto personale. Ma a un certo punto quest'uomo imboccò la strada del suicidio: non il suicidio veloce di chi si spara una revolverata in testa, ma quello fatto giorno per giorno, con scelte ingiustificabili, almeno sotto il profilo del buonsenso, in un uomo intelligente. E il suicidio è sempre segno di una malattia: malattia di un uomo, o malattia di un'epoca, che vide, assieme al proliferare di profittatori, avventurieri, sadici, doppiogiochisti, anche il sacrificio inutile di una generazione ingannata, illusa, fondamentalmente tradita.

UN RAGAZZO MOLTO PER BENE

Alessandro Pavolini nasce a Firenze il 27 settembre del 1903. E' di ottima famiglia altoborghese: suo padre, Paolo Emilio, che diventerà anche Accademico d'Italia, è un indianista e orientalista di fama internazionale. Alessandro fin da giovanissimo manifesta la sua vocazione per l’attività letteraria. A dodici anni fonderà un giornaletto scolastico in cui scriverà (1915) articoli interventisti. E' studente brillante, si laurea in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, frequentando due atenei, quello di Firenze e quello di Roma.
E proprio a Roma, per ragioni di studio, il giovanotto si trova nel giorno "fatale" del 28 ottobre del 1922. Si accoda alle colonne fiorentine di camicie nere per la parata finale, quando Mussolini ha già ricevuto la nomina a Primo Ministro: e la sua marcia su Roma del giovanotto è tutta qui.

I richiami allo squadrismo che Pavolini farà poi, nel periodo repubblichino, sono di tipo puramente intellettuale e morale: squadrista, nel senso effettivo e violento del termine, non fu mai. Del resto, tra lui e l'armata brancaleone che "marciò" su Roma c'era un abisso: lo stesso abisso che separava i due tronconi del fascismo a Firenze, quello popolare di Tullio Tamburini (che aveva tra i suoi fedeli anche elementi come Amerigo Dumini), e quello aristocratico e altoborghese, guidato da Dino Perrone. Compagni che, pur con i suoi poco onorevoli precedenti (famoso come donnaiolo, ex-ufficiale di cavalleria, era stato degradato per debiti di gioco), aveva pur sempre un titolo di marchese, pur se la sua fama di "viveur" lo rendeva popolare anche tra i ciompi di Tamburini.

IN POLITICA CON I FASCISTI

Fu la parte aristocratica a prevalere, ed infatti il federale di Firenze sarà un altro marchese, Luigi Ridolfi. E fu proprio quest'ultimo a introdurre Pavolini nella politica attiva, chiamandolo al suo fianco nel 1927 come vice-federale. Era una naturale cooptazione tra personaggi della Firenze-bene, chiusa ed esclusiva, in cui l'emergente giovanotto, elegante, ottimo giocatore di tennis, brillante conversatore, aveva il suo giro di amici (tra cui anche Carlo e Nello Rosselli). Collaboratore di riviste letterarie, scrittore di saggi politici, si cimentò anche nel romanzo e nel 1928 ottenne un primo buon successo con "Giro d'Italia".

Nel 1929 il marchese Ridolfi lascia la carica di federale, passando il testimone a Pavolini che diviene così, a soli ventisei anni, la massima autorità fascista di Firenze. Fu un federale anomalo: mentre il fascismo procedeva sulla strada del totalitarismo, entrando in tutta la vita degli italiani, regolandola dalla nascita alla morte, mentre Achille Starace, segretario nazionale del partito, imperversava con i suoi alluvioni di buffonate (fu uno dei più infaticabili creatori di uniformi sempre più complesse e, fanatico dello sport, impose all'Italia, gerarchi in testa, un salutismo a dir poco ridicolo), mentre il regime diveniva sempre più appannatore delle coscienze, Pavolini manteneva una sorta di aristocratico distacco, convinto di una supremazia comunque indiscutibile della cultura e dell'arte.

Firenze, con il giovane Pavolini federale, conobbe un grande impulso alle manifestazioni artistiche e di costume. La mostra degli artigiani di Ponte Vecchio, l'annuale rievocazione della partita di calcio in costume, innumerevoli mostre d'arte, furono tra le molte iniziative di questo gerarca.

Un'altra delle sue creature, il "Maggio musicale fiorentino" è tutt'oggi una delle più importanti rassegne artistiche a livello internazionale. E' sempre in questo periodo che Pavolini fonda anche una rivista settimanale, "Il Bargello", ufficialmente organo della federazione giovanile fascista, di fatto rivista letteraria: il federale non chiede la tessera ai suoi collaboratori, convinto com'è che l'arte sia sufficiente a distinguere l'individuo.

TENDENZA ALLA FRONDA

Non si tratta ancora di fronda, ma comunque è già un grande atto di distinzione rispetto alla corsa al consenso: non scordiamoci infatti che ormai, come notavamo sopra, il fascismo era dittatura consolidata. Mussolini, dopo il delitto Matteotti, dopo le intemperanze delle squadre d'azione (che proprio a Firenze avevano creato gravi disordini sul finire del 1924), col discorso del 3 gennaio del 25 aveva posto le basi per quella conquista dello Stato di cui la marcia su Roma non fu che un episodio.

Quando Pavolini inizia ad assumere le prime responsabilità politiche (nel 27, come vedevamo sopra) il fascismo è ormai consolidato come partito-stato, il bavaglio alla stampa è già imposto, sono già state emanate le norme sulla revisione dei passaporti, sulla cittadinanza, è già stato istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, è già stata abolita l’elettività nelle amministrazioni dei comuni con meno di 5000 abitanti (ed entro il 1929 il "podestà" di nomina governativa sarà imposto a tutti i comuni d'Italia).

In questo clima in cui, con antico vizio nazionale, i consensi aumentavano via via che aumentava la potenza del vincitore, Pavolini si distingue appunto come elemento anomalo, anche se non si porrà mai in chiara antitesi con il Duce, anche se non aspirerà mai a guidare una sorta di "opposizione interna" sul tipo di quella del ras di Cremona, il bollente Roberto Farinacci.

Pavolini fascista è sostanzialmente pavoliniano. Per la sua estrazione sociale, non può che essere ai vertici della società, e la società è fascista. Per la sua preparazione culturale (che lo distanzia di molto dalla media dei gerarchi fascisti) e per le sue doti non può che essere un isolato.

E’ un isolato che però si è fatto un nome e a Firenze è divenuto estremamente popolare: nel 1932, a soli 29 anni viene chiamato a far parte del Direttorio Nazionale del Partito, iniziando così" le sue frequentazioni a Roma, dove si trasferirà nel 1934, eletto deputato. E nella capitale Pavolini incontrerà un altro giovane "emergente" del fascismo, con cui stringerà una grande amicizia: GALEAZZO CIANO.

UN’AMICIZIA DAL FUTURO TRAGICO

Un incontro che segnerà profondamente la vita di Pavolini perché, come vedremo più avanti, Ciano divenne poi la vittima sacrificale nell'agonia del regime, avendo (a Salo e a Verona) come carnefice proprio il suo più caro amico.
Ma nel 1932 Ciano è lanciatissimo: da due anni ha sposato Edda Mussolini, è quindi genero del Duce, una posizione di enorme vantaggio per valorizzare le doti di intraprendenza e di intelligenza che, comunque, il giovanotto mostra di avere, oltre ad essere (il che non guasta mai) "figlio d'arte": suo padre Costanzo è una delle figure più eminenti del fascismo, nonché eroe della Grande Guerra.
Anche Ciano, che è coetaneo di Pavolini, ha fatto qualche esperienza giornalistica giovanile, dedicandosi poi alla carriera diplomatica, nella quale brucerà le tappe, divenendo, trentatreenne, ministro degli esteri.
Anche Ciano, come Pavolini, è una figura "anomala", anche se la sua posizione familiare gli consente, al più, un moderato scetticismo, non certo un'opposizione al Duce.

Pavolini deputato, grazie alla sua fama di scrittore e di organizzatore culturale, viene chiamato a presiedere la Confederazione Professionisti ed Artisti.
E con questa carica istituisce i "LITTORIALI", una specie di olimpiade della cultura e dell'arte, che diverranno presto anche il luogo di espressione di quel poco di fronda e di dissenso che era possibile in Italia. Non mancano, da parte dei fascisti più ortodossi, le lamentele per il carattere spesso ambiguo dei Littoriali, nei quali si metteranno in luce anche alcuni futuri antifascisti, e queste lamentele ne alimentano delle altre, quello sullo snobismo di Pavolini, visto da molti gerarchi come l'uomo presuntuoso, che si bea di se stesso, non nascondendo (ad esempio) il suo profondo disprezzo per ACHILLE STARACE, il segretario del Partito, ingenuo e ignorante, tutto teso nello sforzo di essere più mussoliniano di Mussolini.

L’AVVENTURA MILITARE IN AFRICA

La carica consente a Pavolini anche di scrivere sul giornale più importante, il Corriere della Sera, lasciando il Popolo d'Italia, giornale fascistissimo mussoliniano per eccellenza, ai mestieranti del regime o ai giovani alle prime prove.
Ma il livello dei suoi scritti è sempre alto. Pavolini è arrivato al "Corriere" perché è diventato un gerarca importante: ma comunque fornisce al "Corriere" ottimo materiale. Lo scrittore e giornalista, presidente della Confederazione professionisti ed artisti, sente però il richiamo dell'avventura militare e parte volontario per la guerra d'Africa: proprio col suo amicissimo Galeazzo Ciano comanderà una squadriglia aerea cui viene dato il nome di una squadra d'azione famosa a Firenze ai tempi della marcia su Roma: la Disperata.

Durante la guerra Pavolini trova anche il tempo di mandare corrispondenze al Corriere della Sera, e dall'esperienza bellica in Africa trarrà il suo secondo libro: "La Disperata".

Finita l’avventura africana, mentre Ciano diviene Ministro degli Esteri, Pavolini, che è ormai entrato definitivamente nelle grazie di Mussolini, diventa una specie di "inviato speciale" del regime. Viaggia in tutto il mondo, inviando al "Corriere" corrispondenze che poi raccoglierà in volume.

Sono probabilmente gli anni migliori di Pavolini, che può dare il massimo sfogo alla sua passione giornalistica, che riceve apprezzamenti anche dai colleghi della stampa estera, che vive insomma cavalcando il fascismo, con la coscienza del fatto che è il regime ad avere bisogno di lui, mentre lui stesso ha le doti che gli darebbero comunque il successo anche senza il fascismo.

In questo periodo inizia la sua relazione con l'attrice DORIS DURANTI, una delle "maliarde" del cinema italiano, concorrente di Clara Calamai in un certo ritorno al cinema muto (nel senso che una bella donna che si spoglia non ha in genere bisogno di pronunciare molte parole).

MINISTRO DELLA CULTURA POPOLARE

Il 31 ottobre 1939, in uno dei molti rimpasti governativi in cui alcuni ministri apprendevano il giorno dopo, dalla stampa, che "le loro dimissioni erano state accettate da S. M. il Re e Imperatore", Alessandro Pavolini (che di lì a poco darà alle stampe con successo il suo ultimo romanzo, "Scomparsa d'Angela") diventa Ministro della Cultura Popolare: è il vero potere, probabilmente la posizione più importante dopo quella del duce.

Per chiarire questa affermazione, conviene fermarsi un attimo sulla natura e le attribuzioni di questo ministero. Il Ministero della Cultura Popolare, istituito il 1° settembre del 1937, come sviluppo del sottosegretariato alla Stampa e del successivo Ministero della Stampa, è la più poderosa arma del Partito Fascista per il controllo delle coscienze degli italiani. Già da diversi anni il regime, con le norme definitive sull'Ordine dei Giornalisti e sull'Albo Professionale (a cui devono essere iscritti obbligatoriamente i direttori responsabili delle testate) ha iniziato il controllo della stampa, efficacemente spiegato dallo stesso Mussolini il 10 ottobre del 28 ad un raduno dei direttori di giornale: "il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime: è libero perché, nell'ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione".

Possiamo notare un concetto di libertà a dir poco originale. D'altra parte il Duce, giornalista egli stesso, aveva intuito l'importanza vitale, per la gestione del potere, del controllo di quelli che oggi chiamiamo "mass-media".

E infatti il Ministero della Cultura Popolare è strutturato in sei direzioni generali, per la stampa estera, per quella nazionale, per la propaganda, per il cinema, per il turismo e il teatro, più una per i servizi amministrativi. Sotto la sua vigilanza operano, tra gli altri, l'EIAR (l'attuale RAI), la SIAE (Società Italiana Autori ed Editori) ed altri enti, tra cui addirittura anche l'Automobile Club. Inizia per i giornali la stagione delle famose "veline", ossia, senza eufemismi, delle direttive su cosa scrivere e cosa tacere, oppure sul come fornire determinate informazioni.

CANE DA GUARDIA DELLA STAMPA

La base giuridica per il bavaglio alla stampa è rappresentata dall'art. 5 del R.D. 26/2/28 num. 384, che al secondo capoverso recita: "Non possono in alcun caso essere iscritti (all'Albo dei Giornalisti) e, qualora vi si trovino iscritti devono essere cancellati, coloro che abbiano svolto attività in contraddizione con gli interessi della nazione".
Le domande di iscrizione sono prese in esame da una commissione composta di cinque membri, nominati dal Ministro della Giustizia, di concerto con quelli per l'Interno e per le Corporazioni. La commissione esprime il giudizio dopo aver ricevuto dalla Prefettura un'attestazione sulla "condotta politica" del richiedente.

Il "MINCULPOP", come veniva chiamato, divenne il regolatore delle coscienze degli italiani, stabilendo cosa si doveva sapere e cosa no. E se spigoliamo qua e là, dall'ottimo libro di Ricciotti Lazzero "Il Partito Nazionale Fascista" (Rizzoli, 1985), troviamo "veline" anche divertenti per quella mancanza di senso del ridicolo che caratterizza ogni dittatura e ogni censura.

Qualche esempio: 28/6/35: vietato pubblicare le fotografie di Carnera a terra. 14/8/37: il Duce ha fatto un viaggio in Sicilia. Vietato pubblicare le foto che lo ritraggono mentre danza. 26/8/38: revisionare attentamente le foto di parate militari e premilitari: pubblicare solo quelle dalle quali risultano allineamenti impeccabili. 13/6/39: ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo paese. Criticare invece sempre e comunque l'Inghilterra. Non prendere per buona nulla che ci venga da quel paese. 13/7/39: vietato pubblicare foto di donne in costume da bagno. Eccetera eccetera. Potremmo continuare con mille esempi.

Ma torniamo al nostro protagonista, che il 31 ottobre del 1939 diventa il dominus di questo apparato col quale la Storia non esiste più, venendo sostituita da ciò che il Regime decide che deve essere filtrato, interpretando, ignorando, modificando o, se del caso, anche inventando. Tutto indurrebbe a pensare che Alessandro Pavolini, intellettuale che, come vedevamo sopra, non disdegnava di assumere posizioni centrifughe e molto personali, dovesse provare una naturale ripugnanza per uno strumento repressivo della libertà di espressione. Ma evidentemente Mussolini conosceva i suoi uomini, o almeno era capace di quelle intuizioni che si rivelano molto più efficaci del ragionamento.

VERSO LA METAMORFOSI FATALE -

E infatti Pavolini inizia con l'incarico ministeriale la sua metamorfosi, perché diviene di fatto il principale responsabile dell'alluvione di bugie con il quale il popolo italiano viene avviato alle armi e ad una tragedia che non poteva essere peggiore. Quando il brillante giornalista fiorentino assume l'incarico ministeriale il mondo è ormai in fermento, perché l'aggressiva politica hitleriana e le incertezze di Francia e Inghilterra sono già al punto di non ritorno; è chiaro che difficilmente l'Italia potrà mantenersi estranea (anche per la sua posizione geografica) alla bufera che sta per travolgere l'Europa.

A differenza di altri paesi, in Italia la corrispondenza di guerra non è sottoposta alla censura militare: è sempre l'onnipotente Minculpop a indirizzare e a stabilire anche le terminologie: iniziano così le preparazioni in armi che sono "entusiastiche".
Quando si parla di sconfitte alleate, non bisogna parlare di "catastrofi" per non svalutare le successive battaglie. Ben presto inizieranno anche gli "arretramenti sulle posizioni prestabilite" (eufemismo per indicare una ritirata dopo una sconfitta).

Tutto ciò in una nazione dove comunque tutto va bene, per cui alla cronaca nera si stabilisce che vada dedicata al massimo una colonna in quinta pagina. In Italia, viene ribadito dal Minculpop, non esistono suicidi, nè esistono problemi con il razionamento, perché siamo pieni di inventiva e alternative valide, anzi, abbiamo addirittura dei vantaggi alimentari se, al posto del caffè, iniziamo ad usare vari surrogati le cui virtù erano state finora poco sfruttate.
E se le città conoscono la tragedia dei bombardamenti, niente paura: la prima cosa da fare è stendere strisce di nastro adesivo sui vetri delle finestre, per impedirne la rottura, e queste strisce possono mettersi sia in orizzontale che in verticale, o addirittura possono essere l'occasione per formare disegni ornamentali.
Noi ci occupiamo di storia e non vogliamo quindi troppo indugiare in indagini che esulano dal nostro campo. Ma una domanda urge inevitabilmente: come può un uomo di cultura divenire ad un certo punto l'organizzatore dell'inganno di tutta una nazione?

IL RIBELLE PLAGIATO DA MUSSOLINI

E' francamente difficile immaginare un Pavolini succube del Duce. Troppo forte era la personalità del fiorentino per pensarlo come un docile strumento nelle mani di Mussolini. Viene più da pensare che con la Guerra Pavolini abbia trovato finalmente la sua dimensione. E se la guerra d'Africa (in cui comunque Pavolini si era comportato da valoroso) era stata veloce, limitata e di esito abbastanza scontato, qui invece ci si avvia, finalmente, ad una Guerra Totale, ad una sorta di lavacro sacrificale in cui confluiscono tutte le tensioni, le angosce, gli smarrimenti spirituali del novecento, il secolo del futurismo, ma anche del decadentismo, di D'Annunzio e di Nietzsche, del crollo delle certezze mai sostituite da altri punti fermi.

La Guerra è quindi un fatto positivo in sè stesso, a prescindere dalle reali possibilità di vittoria, dal sacrificio che comporterà, dalle vite umane che spezzerà. E' un fatto estetico che trova in se stesso la sua ragion d'essere. Se Pavolini fu fascista pavoliniano, e comunque fascista anomalo, in tempo di pace, ora, in tempo di guerra, diviene fascistissimo. Perché il Duce gli ha dato lo strumento che ancora gli mancava: la Guerra.

Non pretendiamo che la nostra analisi sia indiscutibile. Ci sembra però interessante proporre all'attenzione del lettore una valutazione di Pavolini su Hitler (espressa sul finire degli anni 30, quando il riarmo della Germania era completato e le mire belliche del dittatore tedesco erano chiare): "l'oscuro milite... che si oppone a tutto un mondo tramontante e a tutto un mondo mal neonato... un uomo solo, diverso fin nello stile mentale... apparizione nuova e sorprendente in mezzo alle facce lardose e sfocate della dirigenza democratica e a quelle sigillate, d'acciaio, del prussianesimo tradizionale e vetusto..."

L’INTELLETTUALE IN REGRESSIONE

Forse non scorgiamo già in questo giudizio un distacco dalla realtà delle cose? Pavolini si sofferma su valutazioni "filosofiche" della figura di Hitler, il quale rappresentava di sicuro una novità nel panorama politico; ma si trattava della novità che stava trascinando il mondo nella tragedia: e probabilmente anche questo, o soprattutto questo, fa parte del suo fascino, superando gli aspetti deteriori dell'uomo fondamentalmente ignorante, circondato da una corte di figuri senza scrupoli, di quello stesso stampo che avrebbe, qualche anno prima, disgustato l'esteta.
Ma Pavolini è ormai la Guerra. E difende la Guerra contro ogni evidenza: infatti quando Pietro Badoglio, che non poté o non volle distogliere il Duce dall'intervento a fianco dei tedeschi, ha finalmente, nel novembre del 1940, un risveglio di coscienza di fronte alla tragedia dei soldati italiani massacrati inutilmente in Grecia e si rivolge per uno sfogo proprio al Ministro della Cultura Popolare, questi fa una "spiata" in piena regola a Mussolini, che destituisce immediatamente il Maresciallo "disfattista" dalla carica di Capo di Stato Maggiore Generale.

Di menzogna in menzogna il popolo italiano vede aumentare il suo martirio; ormai è difficile tenere nascosta una realtà che è di sfacelo e il 5 febbraio del 1943 Mussolini tenta l'ultima carta per porre riparo al discredito in cui era ormai caduto il partito: un ampio rimpasto governativo, in cui le teste più illustri che cadono sono proprio quelle di Ciano (relegato a fare l'ambasciatore presso la Santa Sede) e di Pavolini (al quale viene assegnata la direzione del quotidiano "Il Messaggero").

Pavolini riprende così il suo vecchio mestiere di giornalista, portandovi tutto il suo impeto bellicista, e il Messaggero diviene subito un foglio di battaglia. Ma i tempi del redde rationem sono vicini. Il 25 luglio di quello stesso anno avviene l'incredibile: il Gran Consiglio del Fascismo si trasforma da assemblea di "yes-men" nell'organo che esautora Mussolini: l'ordine del giorno proposto da Dino Grandi ottiene, con diciannove voti, la maggioranza.
Il giorno dopo il dittatore viene arrestato ed inizierà le sue peregrinazioni carcerarie che lo porteranno a Pobza poi a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, mentre l'incarico di governo viene affidato al Maresciallo Badoglio.

 MISTER "BRIGATA NERA" 

 

8 SETTEMBRE 1943 - Nella confusione che seguirà (favorita anche dal primo infelicissimo proclama del nuovo capo del governo, con la famosa frase "la guerra continua"...) l'ordine di Badoglio (ha il conto greco da saldare) di arrestare Pavolini non viene eseguito: e questi riesce a riparare in Germania. A Konigsberg si incontrerà col figlio del duce, Vittorio, e con gli altri gerarchi che avevano scelto la stessa via di fuga.
Da una radio tedesca Pavolini e Vittorio Mussolini si affannano a spiegare al mondo che il fascismo non è morto, finché il 15 settembre 1943 gli italiani sentono di nuovo provenire dall'etere la voce inconfondibile del Duce, liberato dalla prigionia del Gran Sasso da un colpo di mano dei paracadutisti tedeschi. Ha così inizio l'ultima atto della rappresentazione: dalla commedia brillante degli anni 30, al dramma della guerra, ora siamo passati alla tragedia.

La Repubblica sociale Italiana non fu altro che uno dei vari protettorati tedeschi: come già hanno osservato molti storici, insieme agli avventurieri, ai profittatori, ed insieme alla grande massa di chi semplicemente non poteva scegliere, ci fu anche chi aderì alla Repubblica sociale per motivi ideali rispettabilissimi, o anche solo perché disgustato dalla penosa figura del Re in fuga e dai voltafaccia badogliani.

Alessandro Pavolini aderì alla Repubblica Sociale con tutto se stesso e fu proprio lui, il neo segretario del neo costituito Pfr (Partito fascista repubblicano) a sollecitare un Mussolini stanco, riluttante, probabilmente più che cosciente della sconfitta totale, ad assumere la guida del nuovo regime, essendone "il capo naturale".

E' ormai la stagione del degrado definitivo dell'intellettuale Pavolini: come nel romanzo di Stevenson, il dottor Jeckyll ha perso ormai il controllo di mister Hyde: ma probabilmente ciò è accaduto perché mister Hide era il più forte. Ci sono fondamentalmente quattro eventi significativi in questo ultimo periodo della vita di Alessandro Pavolini: il congresso di Verona, costitutivo del Pfr, il processo di Verona contro i "traditori" del 25 luglio, la costituzione delle Brigate nere e il 25 aprile.

Il 14 novembre del 43, tra le mura di Castelvecchio, il già raffinato scrittore, l'uomo accusato a suo tempo di snobismo intellettuale, griderà ai congressisti: "lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita... e chi è stato squadrista una volta lo è sempre!". Il congresso di Verona fu una disordinata assemblea in cui venne fuori di tutto. Mussolini non aveva voluto neanche parteciparvi.

NELLA SPIRALE DEL FANATISMO

Nell'accozzaglia di proposte politiche, che andavano dal veterofascismo fino ad aspirazioni confusamente comunistoidi, una promessa venne chiaramente espressa da Pavolini: "I traditori del 25 luglio dovranno pagare!". Un concetto, questo, che era già per altro espresso nei punti fondamentali del nuovo Stato, annunciati per radio da Mussolini due mesi prima. Forse il duce pensava di dare un contentino verbale ai più fanatici, confidando poi sulla sua capacità di "addormentare" il problema: sapeva bene che il 25 luglio, ora che Grandi era fuggito in Portogallo, si identificava soprattutto in Galeazzo Ciano, nel marito di Edda, la sua figlia amatissima.

Pavolini invece la vendetta la voleva realmente, e lo dimostrerà coi fatti due mesi dopo, al processo. Durante il congresso di Verona vi fu anche il feroce intermezzo della spedizione punitiva a Ferrara, dove era stato assassinato il federale Ghisellini: undici antifascisti prelevati dalle carceri pagarono con la vita, fucilati per rappresaglia per un delitto di cui non si scoprì mai il colpevole.

Dalla sua posizione di potere (di fatto era secondo solo a Mussolini, ma soprattutto riscuoteva la fiducia dei veri padroni, i tedeschi) Pavolini frantumò subito le speranze di chi vagheggiava una Repubblica "Sociale" proprio per tentare una riconciliazione degli italiani. Il solco era scavato, era profondo, e andava riempito col sangue. Quel distacco dalla realtà, unito ad un sempre più chiaro desiderio di autodistruzione, di cui accennavamo sopra, si va palesando in tutte le successive scelte del segretario del Pfr. La vicenda del processo di Verona è significativa in tal senso.

La Repubblica sociale con una mostruosità giuridica (il decreto 11/11/43, di fatto una norma penale con effetti retroattivi) aveva voluto dare la formalizzazione giuridica alla vendetta, costituendo per l'occasione anche un tribunale destinato solamente a giudicare coloro che avevano approvato l'ordine del giorno di Dino Grandi, i "traditori" del 25 luglio 43.

PADRONE DELLA REPUBBLICA DI SALO’

Peraltro solo sei dei diciannove ricercati erano stati arrestati: gli altri era riusciti a sottrarsi alla polizia fascista, che aveva però potuto mettere le mani sul personaggio più ambìto, Galeazzo Ciano, che non aveva esitato a cercare rifugio in Germania, convinto com'era che la sua parentela col Duce gli avrebbe assicurato l’impunità.
Pavolini aveva personalmente compilato la lista dei giudici per sottoporla all'approvazione del Duce: e già questa lista era significativa perché i giudici, come del resto era previsto dalle norme istitutive del Tribunale Speciale, dovevano essere "fascisti di provata fede" e in particolare erano da scegliersi fra quanti "avessero avuto a patire per la loro fedeltà all'idea".

L'esito del processo era dunque scontato, nè ci interessano le tre giornate di dibattimento, vuote dal punto di vista giuridico e anche sotto il profilo sostanziale. Cinque condanne a morte, per Ciano, Marinelli, Gottardi, De Bono e Pareschi e una condanna a trent'anni per Cianetti (che salvò la pelle per aver ritrattato il giorno successivo la sua adesione all'ordine del giorno Grandi) conclusero una cupa farsa giudiziaria.

E' piuttosto interessante vedere cosa successe dopo, la notte del 10 gennaio del 1944, quando le autorità della Repubblica Sociale si trovarono tra i piedi un ostacolo che non avevano previsto: le domande di grazia. Mancava, nel decreto istitutivo del Tribunale Speciale, la stessa previsione delle domande di grazia: a chi andavano dunque rivolte, qual'era l'autorità che poteva ancora decidere della sorte dei cinque condannati? L'avvocato Cersosimo, istruttore del processo, suggerì a Pavolini, per analogia con le norme che regolavano il funzionamento del vecchio Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, di sottoporre le domande di grazia alla massima autorità militare territoriale, il generale Piatti del Pozzo, comandante dell'esercito a Padova. Questi però, con l'appoggio di un consulente legale, respinse seccamente l'incombenza e Pavolini, che aveva con sè le domande di grazia, iniziò una strana peregrinazione in compagnia di Cosmin, prefetto di Verona, di Fortunato, p.m. al processo e del capo della polizia Tamburini.

VENDETTA FEROCE: CIANO AL MURO

Andò dapprima da Pisenti, ministro della Giustizia, che disse che avrebbe subito sottoposto le domande a Mussolini: esattamente ciò che Pavolini non voleva. Disse che della faccenda si era occupato esclusivamente il partito, e che il Duce non doveva essere posto di fronte ad una alternativa così dolorosa.

Ma proprio lui, Pavolini, come massima autorità del partito, si dichiarò incompetente a respingere le domande di grazia. Fu interpellato allora anche il Ministro dell'Interno, Buffarini Guidi, il quale a sua volta ebbe la pensata di scovare un comandante militare disposto ad assumersi la responsabilità dell'esame delle domande. Dopo varie telefonate ed altre peregrinazioni, Pavolini riuscì a mettere le domande in mano al console della milizia Italo Vianini, ispettore della V Zona, e quindi competente per territorio.
Così, con una procedura contorta (le domande non furono espressamente respinte ma semplicemente "non inoltrate", e con lo stesso provvedimento Vianini ordinava l'esecuzione della sentenza) i cinque condannati furono avviati alla morte. Pavolini avrebbe potuto salvarli: nessuno, nella Repubblica sociale, sapeva di preciso dove risiedesse l’autorità. Soprattutto avrebbe potuto salvare il suo grande amico, Ciano (gli altri imputati, con l'eccezione di De Bono, erano degli sconosciuti al grande pubblico), l'uomo contro il quale era di fatto celebrato il processo.

Non si può certo ipotizzare che Pavolini nutrisse per Ciano l'odio, mai nascosto, che avevano tanti altri fascisti: il genero del Duce era considerato infatti un arrampicatore, un profittatore, tanto più meritevole di punizione ora, per i fascisti "puri e duri" della Repubblica Sociale. Assumendosi la responsabilità di accogliere le domande di grazia (era stato lui stesso a obiettare a Pisenti che "la faccenda era di competenza del partito") Pavolini avrebbe potuto mostrare che il nuovo stato fascista era in grado di punire, con la gravità della sentenza, ma anche di essere magnanimo.

LE BRIGATE NERE, ARMATA SUICIDA

Decretando di fatto la morte del suo più caro amico, Pavolini inizia a uccidere anche se stesso. Ma la sua era ormai una logica di morte, di una morte che doveva "purificare". Era la stessa logica che fu alla base della costituzione e dell’attività delle "Brigate nere". Da parte di alcuni storici si è detto che Pavolini volle costituire le Brigate nere per sete di potere, per contrapporre all'esercito di Graziani e alla milizia di Ricci il "suo" esercito personale.
Francamente ci sembra una spiegazione che non calza col personaggio. Le Brigate nere sorsero, col decreto num. 446 del 30-6-44, come trasformazione del Partito in unità militari: i commissari federali diventano comandanti di brigata. Tutti gli iscritti al Pfr, di età compresa tra i 18 e i 60 anni, possono arruolarsi nelle Brigate nere.
Da subito la totale inconsistenza militare di queste formazioni fu chiara: era del resto impensabile che fosse sufficiente stabilire con decreto che "i commissari federali assumono la carica di comandanti di brigata" per trasformare in combattenti burocrati, ex-squadristi delusi che mordevano il freno, impiegati. E tanto più questo era impensabile per un uomo intelligente come Pavolini, già ufficiale dell’Aeronautica, di sicuro conscio del fatto che la situazione militare era al collasso e che di fronte all'avanzata alleata nella Penisola le ultime tenui speranze potevano essere riposte, al più, nelle quattro divisioni italiane che stavano terminando il durissimo addestramento in Germania, e non certo in guerrieri improvvisati, dichiarati tali solo perché di sicura fede fascista.

Gli stessi compiti istituzionali delle Brigate nere erano poco chiari: in teoria dovevano essere unità combattenti, e ne veniva escluso l'impiego per azioni di polizia.

ALLE B.N. AZIONI DI BASSA MACELLERIA

Di fatto i tedeschi non le vollero mai al fronte e i combattimenti si svolsero solo contro le formazioni partigiane. Ma soprattutto le Brigate Nere divennero il punto di incontro di tutto quell'universo represso di vecchi squadristi delusi, di giovani sbandati inquieti, nonché (cosa che non deve stupire nel caos organizzativo della Repubblica sociale) anche di militari di altri corpi, che in alcuni casi erano addirittura disertori.
Poiché in ogni città dove esisteva una federazione del Pfr poteva sorgere una Brigata nera, e questo avveniva sulla base di iniziative dei vari "capi" locali, si ebbero le cose più strane: caporali che si autonominavano colonnelli, o (come avvenne ad esempio a Verona) un maresciallo di marina al comando di un reggimento.
Del resto ciò avveniva in modo "legale" perché la norma istitutiva del nuovo corpo armato prevedeva che i gradi fossero attribuiti per "assimilazione", ossia in base alle funzioni rivestite. Come dire: se ti trovi a comandare un migliaio di uomini, sei automaticamente almeno tenente colonnello.

Questo guazzabuglio, che ricorda più che altro il formarsi di bande di guerriglieri alla Pancho Villa, era malvisto, come dicevamo sopra, dai tedeschi, che peraltro non impedirono la nascita delle formazioni nere, convinti che servissero comunque a mantenere sotto il controllo della paura una popolazione sempre più insofferente. Le controllavano e le utilizzavano nelle operazioni di rastrellamento. Ma le Brigate nere ben presto furono malviste anche dalla popolazione, per i troppi abusi commessi da queste formazioni in cui la disciplina militare era spesso pura teoria e la cui indeterminatezza di compiti lasciava troppo spazio all'inventiva di comandanti che ricoprivano gradi ai quali erano del tutto impreparati.

Tornando quindi al loro "comandante generale", Alessandro Pavolini, ci sorge spontaneo chiederci: perché un uomo del suo livello volle costituire questa specie di caos armato, in cui si trovò a trattare con comandanti locali che spesso rappresentavano quella parte peggiore di società che il giovane letterato fiorentino aveva sempre accuratamente evitato?

L'uomo che nei tempi del fascismo trionfante era capace di dare spazio agli antifascisti, purché dotati di cultura e di doti intellettuali, ora che il fascismo crollava, perché dava spazio a ciurmaglie spesso assetate solo di vendetta e di rapina? La risposta ci sembra che sia una sola. Pavolini era già fuori dalla realtà, nè gli interessava più di tanto la vittoria militare, sulla quale non soffermava la sua riflessione.

PRIGIONIERO DI UN’ALLUCINAZIONE

Era ormai all'esito della sua avventura, prigioniero di un sogno che gli faceva scrivere:
"Le Brigate nere allineano - dai vecchi ai ragazzi - gli uomini di ogni età. O meglio: gli uomini che non hanno età, se non quella del proprio spirito.";
"Le Brigate nere anelano al combattimento contro il nemico esterno, ma sanno che in una guerra come l'attuale, guerra di religione, non c’è differenza fra nemico di fuori e di dentro...";
"Le Brigate nere sono una famiglia, questa famiglia ha un antenato: lo Squadrismo, un blasone: il sacrificio di sangue, una genitrice: l'Idea fascista, una guida, un esempio, una dedizione assoluta e un affetto supremo: MUSSOLINI."

(Queste parole venivano scritte alla fine del 44, quando ormai gli alleati erano vicini al Po). Sulla base di questi presupposti era indifferente che le Brigate Nere avessero o no un'efficienza militare. Come ogni verità fanatica, si giustificavano da se stesse. Erano in fondo l'esito logico della Guerra come fatto estetico e purificatore.

E Pavolini seppe essere coerente fino in fondo. Non si preoccupò di se stesso: organizzò la fuga in Svizzera della sua amante, e poi andò incontro al suo destino. Vaneggiò di raccogliere ventimila fedelissimi per costituire l'ultima resistenza in Valtellina: là voleva far trasportare anche le ossa di Dante, simbolo dell’italianità.

SIPARIO NERO. PAVOLINI FU

Ne trovò, di fedelissimi, solo duecento (il più illustre dei quali, il generale Graziani, seppe però abbandonare la compagnia al momento buono, consegnandosi agli alleati e salvando così la pelle) e si avviò con il Duce, il 25 aprile del 45, per l'ultimo viaggio, dalla Prefettura di Milano al lungolago di Dongo, dove venne fucilato dai partigiani della 52a brigata garibaldina, dopo un inutile tentativo di fuga a nuoto nel lago.

Aveva appena 42 anni: troppo pochi per morire, ma era un tempo in cui la vita poteva bruciarsi rapidamente. E quante vite, anche più giovani della sua, si erano bruciate, trascinate in una guerra senza speranze e senza senso, se non quello di scavare solchi di odio sempre più profondo?

Qualche giorno dopo, il 1° maggio, il suo omologo tedesco, il dottor Joseph Goebbels, Ministro della propaganda del Reich, anch'egli scrittore, anch'egli uomo di cultura raffinata divenuto Grande Ingannatore di tutto un popolo, si uccideva nel bunker di Berlino, insieme con la moglie e i sei figli. Lasciava scritto: "... preferendo terminare al fianco del Führer una vita che non potrebbe più avere alcun valore, dal momento che non potrei spenderla al suo servizio e al suo fianco".

Paolo Deotto

Ringrazio per l'articolo
Gianola direttore di
"Storia in Network"
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PAVOLINI fu catturato anche lui a Dongo dopo una rocambolesca fuga con alcuni colleghi. I partigiani diedero l'alt a un auto sospetta, questa invece di fermarsi, invertì la marcia fuggendo verso Como. Ma la vettura fu raggiunta da una scarica di mitra, proseguì per alcune centinaia di metri lungo il lago, poi fu abbandonata precipitosamente dai due occupanti che si diedero alla fuga. 
Nelle ricerche fatte subito dopo, fu catturato il primo occupante (il prefetto Porta), mentre Pavolini pur ferito aveva trovato scampo gettandosi nel lago.  Rimase semisommerso nell'acqua dietro una roccia. Rastrellando minuziosamente la zona, fu catturato solo verso sera, quasi mezzo assiderato.

Il giorno dopo, il 28, febbricitante, zoppicando per le ferite, dopo il noto sbrigativo processo sommario, assieme agli altri gerarchi,  fu portato sul lungolago e davanti al parapetto, e alle ore  17.48, fucilato.  Fu uno dei primi a cadere, e in base a una testimonianza sembra che abbia gridato Viva l'Italia. - Ndr.). 

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