NASCE
LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA


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27 SETTEMBRE - Mussolini dopo aver annunciato il 18 settembre da radio Monaco la costituzione del nuovo partito, rientrato in Italia riunisce per la prima volta il governo dello “Stato Repubblicano d’Italia”. Era infatti questo il nome originario del regime di Salò, cui seguirono il nome di “Stato Fascista Repubblicano”, “Stato Nazionale Repubblicano” e, dal 25 novembre 1943, “Repubblica Sociale Italiana”, adottato per sottolineare il carattere "socialisteggiante" del nuovo Stato e il suo legame con le parole d’ordine del fascismo delle origini. Un programma che allarmò molto i comunisti, che non volevano certo concorrenti dentro le masse dei lavoratori. E se prima i fascisti erano già malvisti, da quel momento diventò la "bestia nera", da spazzare via; dal 1° ottobre la parola d'ordine fu una sola: "a morte ai fascisti".

Una delle prime Brigate d'assalto ("Garibaldi") costituiscono a fine ottobre-inizio novembre, il primo comando a Milano. Le "brigate" sono formazioni di una cinquantina di uomini, con un comandante militare e un commissario politico, organizzate dal PCI.
Si costituiscono pure i GAP (Gruppi d'Azione patriottica). Piccole formazioni di tre o quattro elementi. pure queste organizzate in prevalenza dal PCI. Compito principale: azioni di guerriglia e sabotaggi contro i tedeschi. Ma soprattutto dare la caccia ai fascisti, eliminarli fisicamente.

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La scelta dei ministri nella RSI era stata fatta sotto la supervisione dell’ambasciatore tedesco Rahn. Pavolini e Buffarini Guidi rientrati in Italia dalla Germania alcuni giorni prima di Mussolini provvidero alla riorganizzazione del partito e alla formazione del governo. Oltre agli stessi Pavolini e Buffarini, rispettivamente segretario del partito e ministro dell’interno, gli uomini più influenti del gruppo dirigente repubblicano erano il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della Difesa, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare, e Domenico Pellegrini Giampietro, ministro delle Finanze. Altri ministri furono l’ex presidente del Tribunale Speciale, Antonio Tringali Casanova (Giustizia), che morì a novembre e fu sostituito dall’avvocato Piero Pisenti; Carlo Alberto Biggini (Educazione nazionale); Silvio Gai (Economia corporativa), sostituito nel gennaio 1944 da Angelo Tarchi; Edoardo Moroni (Agricoltura); Augusto Liverani (Comunicazioni). Sottosegretario e poi ministro alla presidenza fu nominato Francesco Maria Barracu.

Il ministero degli Esteri fu assunto personalmente da Mussolini, che nominò sottosegretario Serafino Mazzoleni, un fascista di provenienza nazionalista entrato in diplomazia nel 1928.
Filippo Anfuso fu nominato ambasciatore a Berlino, dove fu trasferito, dopo essere stato richiamato dalla sede di Budapest.
Quanto al Maresciallo Graziani che si assunse il difficile compito di Ministro della difesa, non solo non era lui stesso disposto ad assumere quella carica, ma esistevano ancora degli attriti con Mussolini. Prima del 25 luglio, tra i due era sembrata impossibile una riconciliazione. Alcuni si ricordavano che Mussolini per gli errori che il Maresciallo aveva commessi in Africa, si sarebbe dovuto fucilarlo, e c'era anche chi ricordava le violenti ingiuri che Graziani indirizzava al Duce, facendolo responsabile di quanto gli era accaduto (ricordando le ostilità e le umiliazioni riservatigli da Badoglio).

Ma poi venne il 25 luglio, e Graziani fu l'uomo che pur non facendo parte del Gran Consiglio, e quindi del voto pro o contro l'O.d.G. di Grandi, il mattino di quel drammatico giorno per il Capo del Fascismo, (temendo quello che sarebbe accaduto il pomeriggio) con un atto di devozione, per mezzo del suo segretario dott. Bocca, si mise a disposizione di Mussolini. Che però dopo poche ore andava incontro al suo destino
Poi nei 45 giorni, Graziani aveva cambiato parere, anzi più volte aveva espresso soddisfazione per la fine di Mussolini e fedeltà al Re ( non si era ancora all'8 settembre).
Nel ricostituire il governo, non solo pensarono a lui Barracuda e Mezzasoma, ma anche Rahn (forse su suggerimento di Hitler) che accanto a Mussolini voleva un uomo di alta statura, molto popolare, energico.
Mohlhausen (in La carta perdente, pag 101), afferma che a Rahn, appariva necessario un governo forte e rispettato "per porre un freno alla dilagante illegalità delle truppe tedesche, che, inferocite in seguito agli avvenimenti e dalla dura propaganda antinazista (i giornali che invitavano a cacciare i tedeschi dall'Italia, e già c'erano i primi atti di sabotaggio - Ndr), minacciavano sfuggire al controllo dei capi e mettere l'Italia a sacco".
I due gerarchi presero contatti con Graziani, che rispose con un rifiuto. Ma i due non si scoraggiarono, armeggiarono e riuscirono a portare Graziani all'ambasciata tedesca (Graziani, Ho difeso la Patria, pag. 376 e seg.). Anche davanti a Rahn - che non era un maniacale nazista ma un serio diplomatico- Graziani rifiutò l'incarico; ma quello gli dipinse a tinte fosche la situazione, che anche lui faceva fatica a dominare i germanici, che il furore scatenatosi sarebbe cresciuto di intensità, e che l'Italia sarebbe diventata ben presto paese di preda bellica, come la Polonia. Cercò di convincerlo che era "nel supremo interesse dell'Italia accettare, e che mancavano poche ore per dare il comunicato del costituito nuovo governo di Mussolini.
Graziani a quel punto accettò, "desideroso di combattere per riscattare la vergogna della resa e del tradimento (lo scrive nel suo libro, che però è una narrazione autoapologetica).
Forse è più verosimile che accettò per l'odio, da cui era animato contro Badoglio. Infatti, quando andò a Roma il 25 settembre a fare il suo discorso per chiamare gli italiani alle armi, si scagliò con veemenza inaudita contro Badoglio. In un crescendo di invettive gli imputò tutte le colpe, tutti gli errori, tutti gli inganni, l'accusa di "tradimento", di "aver disonorato davanti al mondo il nome dell'Italia, e trascinato alla rovina il Paese. Se un armistizio bisognava concluderlo, bisognava procurarlo secondo le leggi internazionali, d'accordo con gli alleati, denunziando lealmente ad essi la nostra impossibilità di continuare la lotta, e tutto il mondo ci avrebbe compresi. Badoglio -disse- non progettava un armistizio, lui voleva all'ultimo momento salire sul carro del vincitore, per poi passare alla Storia che lui aveva sconfitto i tedeschi. I nostri soldati ancora combattevano sanguinavano e morivano a fianco dei commilitoni alleati tedeschi, e già lui aveva deciso e firmato che i nostri soldati ad un dato momento avrebbero dovuto attaccare con frode gli stessi commilitoni"
Questo discorso di Graziani, fatto al Teatro Adriano e trasmesso da Radio Roma vale la pena di riportarlo integralmente. E' di parte, ma è pur sempre una pagina di storia nel periodo più tragico della storia d'Italia. Nel ripercorrere tutti i fatti, dal 25 luglio in poi, Graziani pronunciò una solenne accusa, contro Badoglio, contro il Re, contro tutti i traditori.)
(*) Quello di Graziani fu pronunciato il giorno dopo che il Re aveva diffuso un appello contro "l'illegittimo governo di un passato regime, fomentatrice di guerra".
Dentro l'appello, non proprio regale, il Re metteva espressioni contrarie alle verità, storciture e come se lui innocente era sceso da un altro pianeta; espressioni che riempivano l'animo di molti italiani (che sapevano invece la realtà) di profonda tristezza e insieme anche irritazione.


Italiani!

Nella speranza di evitare più gravi offese a Roma, città eterna, centro e culla della cristianità ed intangibile capitale della Patria, mi sono trasferito in questo libero lembo dell'Italia peninsulare, con mio figlio e gli altri principi che mi hanno potuto raggiungere.

Mi è accanto il mio governo, presieduto dal Maresciallo Badoglio
(che consisteva in tre ministri), sono con me le nostre valorose truppe (non vi era invece un solo soldato che combatteva contro i tedeschi) che con rinnovato entusiasmo combattono per scacciare dal sacro suolo della Patria la furia devastatrice dell'inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà (!!!)

Ogni giorno mi raggiungono, chiamati dalla voce dell'onore e fedeli al giuramento a me prestato
(perfino alcuni Collari dell'Annunziata stavano facendo la fronda al Re), quanti riescono a sottrarsi al tradimento del nemico ed alle lusinghe dei rinnegatori della Patria; l'eroica aviazione è qui riunita (non vi era più un aereo ma solo qualche cicogna scassata) e non ha mai interrotto il suo cammino di onore e di gloria; la nostra flotta, dopo la prova di cosciente fedeltà e di disciplina voluta dall'armistizio, solca nuovamente il mare della Patria portando alto come sempre il tricolore. (era invece alla fonda a Malta e ad Alessandria, dopo la totale consegna agli anglo-americani, avvenuta proprio il giorno prima)

Da qui, dove batte il cuore della Nazione, io parlo a voi italiani che in paese occupato o sparsi per il mondo seguite con appassionata ansia il travaglio della Patria. Sono profondamente amareggiato per quanto una esigua minoranza di persone nate in Italia tenta di tramare ai danni della nostra terra, Madre e culla comune, istiuendo una illegittima parvenza di governo attorno ad un passato regime che volontà di popolo e libera decisione degli stessi suoi dirigenti ha definitivamente condannato.

L'inqualificabile condotta di qualche già valoroso soldato, di pochi cittadini che, gli uni tradendo il giuramento prestato, gli altri dimenticando le ripetute assicurazioni di fedeltà a me personalmente date, fomentando la guerra civile, incitando gli italiani a combattere i propri fratelli, può ferire il mio cuore di Re, ma non diminuire la mia assoluta certezza negli immancabili destini della Patria.

Ogni tradimento sarà sventato, ogni viltà verrà smascherata, ogni difficoltà sarà vinta; ritornerà presto a risplendere la luce eterna di Roma e d'Italia.

Ne dànno sicuro affidamento il valore delle nostre truppe
(di cui gli anglo-americani diffidavano, e non volevano a fianco - le usavano come facchini al porto) la cosciente entusiastica fedeltà della popolazione, il reale poderoso apporto delle forze alleate (lui le chiama alleate, una parola che dava invece fastidio soprattutto agli inglesi. L'armistizio lungo, come sappiamo, come contenuto era tenuto segreto, Churchill spazientito e avverso ai partiti del CLN, non ne poteva più, finchè il 14 luglio del 1944, "si sfogò" affermando "noi pensiamo che sia venuto il momento di rendere pubblici i lunghi patti della resa" (Document of American foreign relations, VII, p. 161, nota 3 e 174, e nota 2).

Non appena possibile, il governo, cui ora il Maresciallo trasfonde tutta la sua anima di fedele ed invitto soldato (
fedele ? il 24 ottobre Badoglio spregiudicatamente lo inviterà a dimettersi e farsi nominare reggente del piccolo Vittorio Emanuele), seguendo le mie precise direttive, allargherà le sue basi (Badoglio, lo farà presto in Sicilia, stroncando con la repressione la democratica tendenza indipendentistica) in modo che tutti possano partecipare alla vita politica del Paese come ora tutti ne seguono e ne condividono il duro travaglio (Badoglio impedì con la repressione il formarsi dei partiti)

Italiani, ascoltate la voce del Vostro Re; nessuno sia sordo all'appello della Patria. Il sacro suolo d'Italia deve essere al più presto liberato dal secolare nemico
(!!! come Benedetto Croce, che pur essendo uno storico, dimenticava che fin dai Comuni, i Lombardi mandavano suppliche al Barbarossa, e che suo nonno entrò a Roma nel 1870 grazie al favore dei Prussiani) che non ha potuto nascondere l'innato istinto di oppressione e di odio.

Tutti uomini e donne d'Italia, portino il loro contributo di passione e di fede a quest'opera sacra di liberazione obbedendo al Governo del Maresciallo Badoglio interprete della mia volontà
(così interprete che sta proponendo ai suoi colleghi di "far fuori" il Re e tutta la sua dinastia), Italiani, come nel lontano 1917 ancora una volta il vostro Re si rivolge a voi e vi chiama a raccolta: l'ora che incombe sul nostro Paese è grave, sarà certamente superata se tutti ritroveranno la via dell'onore, se tutti sapranno dimenticare nel supremo interesse della Patria ogni propria personale passione.

Facciamo che la Patria viva e risorga; ogni nostro sentimento, ogni nostro pensiero, ogni nostro sforzo sia teso a questo compito sacro. Seguitemi: il vostro Re è oggi, come ieri, come sempre con voi, indissolubilmente legato al destino della nostra Patria immortale.



Vittorio Emanuele III,
Re d'Italia
Re d'Albania e Imperatore d'Etiopia ( !!!! )
Bari 24 Settembre 1943

Irritazione anche per gli inglesi; infatti, alla radio, forse per errore, il sovrano prima dell'annuncio fu presentato coi titoli oltre che Re d'Italia, anche Re d'Albania e Imperatore d'Etiopia. Subito alcuni ufficiali inglesi si recarono da Badoglio affermando che quei titoli erano del tutto inamissibili. Polemica la susciutò il Times, nel riportare l'appello mettendo l'indice su quei titoli, che provocò incidenti alla Camera dei Comuni. D'ora in avanti -al massimo- il sovrano poteva soltanto usare il titolo di Re d'Italia (anche se la sua Italia era ridotta di un sesto, ed anche in questa era contestato dai partiti antifascisti presenti nel Sud, oltre che -come abbiamo visto- dall'intera Sicilia, e da Badoglio - come leggeremo in altro documento - che lo invitava a dimettersi "per il bene della Patria", proponendosi lui come "reggente").
Il governo del Re, del Sud, non era sovrano né di diritto né di fatto, non era legittimo, anzi non era nemmeno un governo (il Re nella fuga trascinato via dai paurosi generali aveva lasciati i ministri -esclusi tre- tutti a Roma, né in qualche modo li aveva richiamati). Non lo era né di diritto né di fatto, perchè legato a tutte le servitù dell'armistizio e soggetto a un vero supergoverno della Commissione Alleata. Non contava insomma nulla. Inoltre sia lui che Badoglio, sapevano che l'Italia seguitava a rimanere una nazione nemica, alla mercè dell'ex nemico.
Semmai era più libero il Governo mussoliniano, che fece -pur sorvegliato dai tedeschi- non poche cose contro la volontà dei tedeschi, mentre quello badogliano non fece mai nulla contro la volontà degli anglo-americani.
E' lo stesso Badoglio a confessarlo "io e il mio governo siamo davvero ridotti ad essere semplici strumenti ed esecutori delle decisioni alleate". (Doc, - Augenti- Mastino Del Rio- Carnelutti, Il dramma di Graziani, pp.63-64)
"Inoltre non era legittimo, essendo emerso da un colpo di stato rivoluzionario di un piccolo gruppo, non convalidato poi da nessun voto popolare o parlamentare. Anzi, Corona e Gabinetto avevano riassunto a Brindisi tutti i poteri ignorando il solenne Statuto Albertino. E lo volevano esercitare pure questo potere, pur non essendo consentito dalle antiche norme dello stesso Statuto. Avrebbero fatto meglio a dire che il governo di Brindisi era rivoluzionario, se veramente Badoglio e il Re volevano rompere con in passato. (Bibliog. Balladore Pallieri, La nuova costituzione italiana, p.5).
Infine quel proclama del re conteneva tante falsità.
A parte i rancori, e certe rivalse, forse Graziani nell'accettare l'incarico, fu convinto dai cupi argomenti di Rahn; argomenti che erano all'incirca quelli usati (e sempre minacciati) da Hitler per piegare Mussolini.
Comunque la formazione di questo governo "repubblichino", non fu gradito nè a Hitler, nè a KESSELRING , nè a Wolf, anche se le ragioni espresse da Rahn erano piuttosto realistiche. I soldati tedeschi - e con loro molti ufficiali- con tanta rabbia in corpo, erano decisi a mettere a sacco l'Italia settentrionale. E di questo se ne era reso conto anche Mussolini.
Paradossalmente a riconoscere la validità della nascita della RSI, fu più tardi lo stesso Vittorio Emanuele III: "Altrimenti l'Italia del nord sarebbe caduta in mano in breve tempo alle orde tedesche"
Tuttavia, Graziani nel prendere questa decisione, come militare del Regio Esercito (che nessuno aveva sciolto, e sarebbe bastato al Re prima della fuga, un decreto per smembrarlo e probire su tutto il regno ogni servizio militare, come aveva fatto Luigi XVIII prima di abbandonare le Tuileres davanti a Napoleone) aveva espresso a Rahn il problema del giuramento, segno evidente che ne era turbato. Tuttavia si decise, anche perché il suo passaggio alla parte repubblicana, se egli la stimava rivendicatrice dell'onore nazionale, equivaleva all'azione degli uomini politici di tutti i partiti, al Nord come al Sud, che allora abbandonavano e rinnegavano il Re, rifiutando di collaborare con lui, tra i quali vi erano alcuni che fino a pochi giorni prima avevano sfoggiato il Collare dell'Annunziata e si pavoneggiavano di essere "cugini del Re".
Anche nel referendum molti militari senza essere sciolti dal giuramento da Re medesimo, diventarono tutti spergiuri. Ma non per questo all'indomani furono accusati di "tradimento".
Lo abbiamo già scritto: con la sua decisione Graziani assumeva una posizione moralmente simile a quella di De Gaulle, cioè del generale ribellatosi alla sconfitta accettata dai governanti.
"Si era in tempi rivoluzionari: se qualcuno, in mezzo alla bufera che squassava non solo le istituzioni, ma tutte le strutture della vita nazionale, manteneva il suo giuramento, compiva atto nobilissimo, però nessuno aveva più il diritto di imporre quella fedeltà, poichè, mentre le impalcature crollavano, la facciata si mutava, i vincoli di ogni sorta si spezzavano, i concetti poilitici si pervertivano e le parole politiche, perdevano il loro potere di magia e di seduzione, ognuno era rimesso alla propria coscienza.
E se Graziani nello schierarsi contro il Re lo si poteva dichiarare spergiuro e traditore, non è che gli altri dall'altra parte della barricata erano in una posizione migliore". (A. Tamaro, op. cit.)
Graziani non era mai stato un santo, nè lo fu nel periodo repubblichino, tuttavia nel Governo come militare si comportò da vero militare. Il guaio è che dentro quel Governo la parte politica era tarata dalla presenza di personaggi legati da obblighi e da corrotto servilismo agli arroganti e infuriati tedeschi e che misero presto a loro disposizione il campo principalissimo della politica interna (Il trio più disastroso, quello di Buffarini (interni), Pavolini (segretario del Partito), Ricci (capo della Milizia).
Quando poi Graziani andò a Roma pochi giorni dopo, non è che trovò persone migliori. Perfino i tedeschi avevano avversione per certi fascisti; il capo di stato maggiore generale Stahel, comandante di Roma, mostrava di aver perduto ogni stima nei fascisti e fu lapidario: "sono tigri assetate di vendetta e di danaro".
In effetti certi brutti ceffi che stavano ricostituendo il fascio di Roma davano questa cattiva impressione. L'astio dei tedeschi -per il voltafaccia- poteva essere anche giustificato militarmente, ma quello dei fascisti romani era invece livore alimentato da irrazionale rancore, odio, vendetta.

Comunque a comandare militarmente quasi tutto il Nord Italia, é RAHN, nominato plenipotenziario del Reich, insieme al comandante delle SS KARL WOLFF. Il successo di questo nuovo e immediato ricompattamento italo-tedesco fu dovuto per le ragioni sopra esposte e per il caos che l'Italia stava vivendo in quei giorni, dove il potere non sembrò solo vacante ma si era subito dimostrato ambiguo, e stava trascinando l'Italia in una guerra civile. E non solo nel Nord (vedi nel Sud e in modo particolare in Sicilia). Il nuovo Governo del Sud fu oggetto di molte contestazioni sia nei riguardi del Re e dello stesso arrogante Badoglio, che contro gli avversari agì con la dura repressione, carceri e condanne, pur avendo pochissimi poteri. E spesso le repressioni furono immotivate e del tutto arbitrarie. Sconcertavano perfino i nuovi alleati per lo spropositato rancore che alcuni gruppi avevano nei confronti degli altri, pur parlando tutti di democrazia.

Se questa riaggregazione dentro la RSI -soprattutto nel Nord- che avvenne nelle file del vecchio regime per combattere i ribelli, era abbastanza atipica, non altrettanto chiara fu l'aggregazione dei cosiddetti partiti antifascisti. Qui entrarono in azione i GAP, le Brigate d'Assalto Garibaldi organizzati dal PCI a Milano, per azioni di guerriglia all'interno delle città e dei paesi del Nord per contrastare con ogni mezzo l'occupazione o accelerare la prevista ritirata dei tedeschi; ci furono atti di audacia, sprezzo del pericolo, ma anche tragiche ritorsioni da entrambi le parti. Dopo alcuni fulminei attacchi, gli uni e gli altri reagivano con reazioni violente, con le vendette; i primi spinti dall'istinto agivano illegalmente, gli altri, tedeschi e repubblichini, agivano invece col diritto, era infame, ma era diritto, perché i partigiani non erano un esercito regolare.
La Magistratura, giudicando in base alle norme del diritto internazionale, ha poi affermato che:
"...i combattenti della Repubblica sociale italiana avevano le qualità di belligeranti, e contestualmente ha negato che siffatta qualifica spettasse ai membri delle formazioni partigiane"
(Tribunale Supremo Militare di Roma, sentenza 26 aprile 1954, cit. motivazione, pp.861-863)
Ma iniziò ugualmente l'escalation. Questo perché in entrambi i due schieramenti nessuno voleva farsi trucidare i propri uomini (che erano entrambi italiani!) Anche se giuridicamente la rappresaglia degli occupanti - affiancati dei repubblichini, era contemplata dalle varie convenzioni per chi commetteva atti di sabotaggio o attacchi omicidi contro le truppe d'occupazione.
Mussolini era piuttosto preoccupato. Fin dal rientro alla Rocca delle Caminate, le ingerenze illecite dei comandi militari tedeschi erano numerose. Con la scusa di proteggerlo, lo opprimevano; S.S. alla porta della Rocca; S.S. in giardino; S.S. al centralino telefonico. Davano ordini ai militari italiani, ai funzionari delle istituzioni, alla Polizia, ai vari enti. Toglievano insomma alle autorità civili e militari, l'autonomia necessaria .
A quel punto Mussolini non voleva essere il loro fantoccio; e quando iniziò una serie di trasformazioni nel campo della politica interna, e le ingerenze illecite si fecero più numerose, screditando lui e il suo governo, scrisse una lettera a Hitler.
L'abbiamo rintracciata questa "nervosissima" lettera di Mussolini, addirittura l'abbozzo autografo. Sono 8 pagine digitalizzate.

E' una lettera angosciata, diversa da quelle del suo collega del Sud, che mandava ai vincitori, Badoglio, elemosinando, facendo finta di non ricordarsi cosa aveva firmato.
Ed anche se entrambi erano impegnati a ricomporre l'unità dell'azione, che differenza di stile, di dignità, di passione.
Deciso a ripristinare la situazione conforme all'alleanza, il 4 ottobre, Mussolini scriveva questa lettera a Hitler; consegnata poi il 10 ottobre a Graziani, in partenza per la Germania, affinchè

Mussolini fa il reclamo per le troppe ingerenze illecite dei comandi militari tedeschi, che screditavano lui e il suo Governo e toglievano alle autorità civili italiane l'autonomia necessaria.
Deciso a ripristinare la situazione conforme all'alleanza, il 4 ottobre, scriveva questa lettera a Hitler, consegnata poi il 10 ottobre a Graziani, in partenza per la Germania, affinchè gliela recapitasse a mano.



" Fuhrer,
approfitto della visita del Maresciallo Graziani per ragguagliarvi brevemente, ma esattamente sulla situazione italiana, così come mi appare dopo il mio ritorno dalla Germania. Situazione grave, e potrei dire tragica. Le ragioni non v'è bisogno di esporvele. Le immaginate facilmente. Ma più grave ancora della situazione materiale, è quella morale. Le grandi masse della popolazione sono ancora come stordite dagli avvenimenti che si sono svolti fra il 25 luglio e 1'8 settembre e sono oscillanti fra la volontà di ripresa e una specie di rassegnato fatalismo.
Come avrete visto, il Governo fascista-repubblicano ha tenuto la sua prima seduta e fatto dichiarazioni di carattere programmatico che hanno fatto una buona impressione. E' la figura del Maresciallo Graziani che dà un carattere al Governo

e suscita vaste speranze e simpatie.
Come ebbi già occasione di dirvi, Fuhrer, nei colloqui al vostro Q. G quando mi accordaste dopo la mia liberazione una così cameratesca ospitalità, i compiti fondamentali del mio Governo erano e sono:
a) riordinare la vita civile del Paese in modo che il retrofronte sia tranquillo e offra ogni possibile collaborazione ai comandi tedeschi;
b) preparare il nuovo esercito repubblicano.
Su questo punto B. il Maresciallo Graziani vi farà una esposizione sintetica e precisa che - sono sicuro - attirerà la vostra attenzione.
Per quanto riguarda il punto A. se si vuole riordinare la vita civile del Paese, occorre che il nuovo


Governo da me formato, abbia l'autonomia necessaria per governare, cioè per dare gli ordini alle autorità civili che da lui dipendono. Senza questa possibilità, il governo non ha prestigio, è screditato e quindi destinato a finire ingloriosamente. Questo non è nell'interesse comune; anzi ciò sarebbe fonte di gravi conseguenze e alimenterebbe le tendenze verso il governo - ora ricostituito - del traditore Badoglio.
Ho il dovere di segnalarvi, Fuhrer, le cause che impediscono una sollecita riorganizzazione della vita italiana e sono, Fuhrer, le seguenti:
a) i comandi militari tedeschi emanano ordinanze a getto continuo, in materie che interessano la vita civile.
Spesso queste ordinanze sono in contrasto


dall'una all'altra provincia. Le autorità civili italiane vengono ignorate e la popolazione ha l'impressione che il Governo fascista repubblicano non ha alcuna autorità, nemmeno in materie assolutamente estranee all'attività militare. Spesso le ordinanze del Comando nord sono in contraddizione col Comando sud. Potrei citarvi un'ampia documentazione, ma non è necessario. In tre province dell'Emilia Piacenza, Parma, Reggio le autorità militari tedesche si sono sostituite alle civili amministrative ed emanato un ordine per cuiogni domanda dei cittadini italiani dev'essere accompagnata dalla traduzione tedesca, il che, in province di contadini, come quelle, è praticamente impossibile. Lasciatemi dire, Fuhrer, che un Comando Unico eliminerebbe questi inconvenienti.


b) Ho poi il dovere di dirvi che la nomina di un Commissario supremo di Innsbruck per le province di Bolzano, Trento, Belluno ha suscitato una penosa impressione in ogni parte d'Italia. Anche il distacco delle autorità giudiziarie italiane di quelle province dalla Corte d'Appello di Venezia - già ordinato dal Commissario - ha suscitato molte induzioni che non mancheranno di essere sfruttate dalla propaganda nemica, particolarmente attiva in questo momento. E il solo a profittarne, sarà il traditore Badoglio.
Il Governo repubblicano che ho l'onore di dirigere, ha un solo desiderio, una sola volontà: far sì che l'Italia riprenda il suo posto di combattimento il più presto possibile, ma per

raggiungere questo scopo supremo, è necessario che le Autorità militari germaniche limitino la loro attività al solo campo militare e per tutto il resto lascino funzionare le autorità civili italiane, le quali - naturalmente - presteranno la loro collaborazione alle autorità germaniche sempre e dovunque tale collaborazione sia richiesta.
Se questo non dovesse realizzarsi, l'opinione italiana e quella mondiale giudicherebbe il governo, come un governo incapace di funzionare e il governo stesso cadrebbe nel discredito e peggio ancora nel ridicolo.
lo sono sicuro, Fuhrer, che

voi, vi renderete conto della importanza delle considerazioni che vi ho esposto, della gravità dei problemi che io debbo affrontare e la cui soluzione rappresenta non soltanto un interesse italiano, ma anche tedesco.
Ed ora, Fuhrer, vi prego di ascoltare quanto vi esporrà il Maresciallo Graziani. Le sue idee sono chiare e sopratutto realizzabili. Anche in questo campo bisogna lasciare al Maresciallo Graziani e ai suoi collaboratori Ammiraglio Legnani e Colonnello Botto dell'Aviazione, la facoltà di raccogliere e inquadrare le forze che desiderano di tornare a combattere sotto le bandiere dell'Asse e bisogna sopratutto dare credito a questi uomini che hanno bruciato i vascelli dietro di sé

e sono soldati convinti del nuovo Stato repubblicano e amici sinceri della Germania nazional-socialista

Tante volte vi siete gentilmente interessato della mia salute. Nel complesso non va male, salvo la vista che va progressivamente indebolendosi.
Vi prego, Fúhrer, di accogliere insieme coi miei più cordiali saluti l'espressione del mio fedele cameratismo. -
MUSSOLINI "
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La risposta non si conosce; ma di solito a questo tipo di lettere di Mussolini, Hitler rispondeva.
Sappiamo però che subito dopo, Rommel lasciò l'Italia, e il comando anche per tutte le truppe tedesche, fu unificato nelle mani dell'ambasciatore Rahn, nominato "Plenipotenziario del Reich". Diplomatico di carriera, di grande capacità, prudente- non era un fanatico hitleriano come viene descritto dagli antifascisti- Rahn era entrato spesso in contrasto con le autorità militari tedesche, che dopo il caos dell'8 settembre, si arrogavano il diritto di spadroneggiare in un modo selvaggio; i superiori non meno della truppa.
Assunto il comando, Rahn riuscirà a sgombrare questi contrasti e accontentare spesso i desideri che Mussolini esprimeva nella sua lettera a Hitler. Ai suoi dipendenti ripeteva spesso che era dannoso alla condotta della guerra in Italia, assumere certi comportamenti e che le angherie e le irrazionali distruzioni non favorivano la collaborazione dei cittadini italiani. Fra l'altro fu uno degli oppositori a certe tendenza sorte nel Reich, che volevano trasferire mezzi di produzione e forze lavoratrici in Germania.

Tuttavia, Rahn non riuscirà a fermare lo zelante generale Wolff, comandante delle S.S. (e per ordine di Hitler guardiano di Mussolini), né a eliminare certe arbitrii del generale Toussaint, capo dell'amministrazione militare e tanti altri ufficiali superiori e spesso anche inferiori, di fare il comodo loro, rendendosi così responsabili di gravi malesseri e continui incidenti.
Questo perchè gli ordini esecutivi diramati a questi ufficiali, provenivano da capi nazisti, che a Berlino, erano divisi da insanabili dissidi (Himmler, Ribbentrop, Gobbels e altri .
(Ricordiamo qui, che Rahn nell'aprile del '45, fu il promotore delle trattative che portarono alla resa delle truppe tedesche in Italia, siglata a Caserta il 29 aprile 1945. A Norimberga, comparve come testimone. Gli altri finirono con il cappio al collo, lui se la cavò con qualche mese di prigione, poi tranquillo tornò alla vita privata a scrivere libri sulla guerra).

Gli stessi dissidi esistevano pure in Italia, con alcuni fascisti filo-tedeschi, pronti con la faziosità ad assecondare l'ala più intransigente germanica, e perfino a complottare contro Mussolini; o ad emettere comunicati, bandi, proclami, e dare disposizioni vergognose, come le rappresaglie. Oppure facevano discorsi, inopportuni, fuori della realtà, come Pavolini : "...noi diciamo agli italiani: volgete lo sguardo a ricordare come nella rivoluzione dell'ottobre 1922 uscì una Italia che costituisce appunto la nostra indeclinabile fierezza, una Italia, grande, prospera, rispettata".
Chi ascoltava, volgendo lo sguardo attorno, vedeva fame, miseria, sofferenze, borsa nera, un alleato propotente, tante rovine, e allo sfascio tutto ciò che s'era costruito. Del passato la gente non voleva nemmeno più sentirne parlare. E, guardando quegli uomini colmi di livore, che volevano far rinascere gli entusiasmi, non poteva dimenticare che erano tutti tarati, tutti invischiati in responsabilità personali.

Parlavano di riscattare l'onore, parlavano di sacrifici, proprio quelli che il 25 luglio erano falliti, incapaci di fare nessun sacrificio per difendere il loro Capo o le loro idee.

Non è che -nel criticarli - mancasse gente di coraggio; perfino dentro lo stesso nuovo fascismo. Pistoni, su
"Il Fascio" del 18 dicembre 1943, così definiva il vecchio fascismo: "....quel sistema di governo che non governava, mentre il potere era esercitato da camorre manifeste o segrete, con o senza aquile in testa, ma sempre con un grosso conto corrente in banca...quel sistema di governo a grosso ingranaggio burocratico, ove più nessuno aveva il senso di una responnsabilità personale, quel sistema di gente che solo mirava ad avere uno stipendio e tradiva, e se ne fregava, e organizzava la disorganizzazione nei servizi e nelel coscienze e negli animi...".

Tuttavia, mirando a un grande movimento di riconciliazione, Eugenio Montesi (uscito dal carcere), pubblicava un manifesto, nel quale, pur reclamando la punizione di tutti i traditori affermava la "necessità di un'assoluta fratellanza fra gli italiani, senza distinzione di partito" e il "dovere di ricordare gli errori per ripararli, non per ricriminare o maledire"..."Di fronte a Dio e al Popolo noi tendiamo tutti fraternamente la mano, con cuore puro, giurando che abbiamo dimenticato ogni torto, come pensiamo lo abbiamo dimenticato tutti, perchè la Patria continui a vivere ad di sopra degli egoismi e delle passioni di parte, perché l'olocausto dei Caduti non sia stato vano, per non meritare la maledizione dei patrioti, dei grandi, dei martiri che ci hanno dato l'Italia e di fronte ai quali dovremo rispondere". Montesi si diede da fare, anche nei fatti, liberando dalle carceri ebrei e antifascisti; poi a Venezia convocò un'adunanza, alla quale parlarono liberamente uomini d'ogni partito, anche il comunista Giaquinto, discutendo la formazione di un fronte unico nazionale, che se realizzato certamente avrebbe mutato la situazione generale degli italiani settentrionali.



Aderirono i fasci del Veneto; il federale di Pisa che in una accorata lettera al prefetto scrisse "Da troppo tempo dura la tragedia delle famiglie italiane, perché nuovi dolori e nuove angoscie, oltre a quelli già gravi della Patria, siano loro arrecati". Stesse idee il federale di Verona.
L'Arena, diretta da Castelletti, sostenne la medesima tendenza; gli si affiancò Giorgio Pini tornato al Resto del Carlino. Fascisti e antifascisti di Modena giunsero ad un accordo simile a quello di Venezia. Bruno Bianchi da Savona espresse le stesse idee. Infine Carlo Borsani, a Milano, pur dirigendo "Repubblica fascista", mai nei suoi articoli nominerà il fascismo, ma solo la Patria.

Tutti costoro criticarono l'annunciata costituzione dei Tribunali Speciali (puri strumenti di vendetta) e tutti pensavano che il popolo aveva bisogno di distensione, bisogno di trovare un cemento per unirlo e aiutarlo a risorgere, e non a incitarlo a vendette, attendersi negli angoli delle strade.
Perfino il ministro Biggini, con le stesse idee, rimetteva al suo posto Concetto Marchesi (noto antifascista, comunista) come rettore all'Università di Padova. (Mazzolini, Diario, inedito, 30 ottobre 1943)

Purtroppo questo movimento fu combattuto e stroncato da Farinacci (fermo ai suoi metodi del 1925) e da Pavolini che voleva fare piazza pulita di questi "fascisti pensanti". Entrambi volevano ritornare al sistema totalitario, combattivo, intransigente e rivoluzionario in modo spietato (nel puro stile squadristico farinacciano - quello che Mussolini, temendolo, aveva allora stroncato).

Pavolini insorse pure il 5 ottobre, inviando alle federazioni un'ordine contro i pacificatori.
"In materia di politica interna e di rapporti con gli avversari ed ex avversari, è per lo meno inutile che si continui a fare eco qua e là alle prese di posizioni già verificatisi nel Fascismo di alcune province fin dai primi giorni della ricostruzione" Prese alla lettera quanto aveva detto a caldo Mussolini al primo Consiglio dei Ministri circa le "severe sanzioni per i traditori" e continuava " E' ormai intervenuta la dichiarazione del Duce; essa serve da orientamento per tutti i Fasci Repubblicani, senza bisogno di chiose estensive e di troppo generici appelli all'abbraccio universale".

Mezzasoma (ministro della Cultura Popolare), pure lui fra gli intransigenti, pochi giorni dopo diede disposizioni ai giornali perché non publicassero più appelli alla pacificazione degli animi, definendoli "manifestazioni pietistiche e pusillamini"
(Amicuzzi, I 600 giorni di Mussolini. p. 122). Gli estremisti di Milano, Roma, Bologna, Torino, si affiancarono alla line dura dei tre gerarchi, incitando a far giustizia sommaria dei "traditori", gridando "Al muro! Al muro". Che era poi lo slogan che seguitava a gridare e a ripetere ogni giorno radio di Monaco.

Il 22 ottobre 1943, "
Fascio" organo del fascismo milanese scriveva: "Chi parla di dimenticare o accenna al pietismo e all'abbraccio universale commette un delitto di lesa Patria e un secondo tradimento verso il Fascismo. Non è questa l'ora della penna, ma della spada. Niente rispetto né tolleranza con gli assassini, niente indulgenza verso gli arricchiti elargitori del premio della cosiddetta libertà. Operando con energia si salveranno le nostre case, le nostre famiglie, il nostro onore e la Patria stessa".

Non si fermarono solo ai giornali, ai proclami, alle disposizioni; tanto livore, sete di vendette e dura intransigenza, venne fuori poi al Congresso di Verona. Non solo verso i "fascisti pensanti" pacifisti, ma anche contro gli avventurieri piombati attorno al Governo, contro Buffarini Guidi (ministro degli Interni), e si gridò perfino di marciare su Gargnano, e non si risparmiò lo stesso Mussolini a causa della sua relazione con la Petacci.

Erano convinti di costruire così il futuro. Sicuri non della loro energia, delle loro idee, del loro programma, ma sicuri della vittoria della Germania. La Patria, insomma, l'avrebbe fatta lo straniero, non loro.

Fu il solito Farinacci a creare l'abisso fra il popolo italiano e il fascismo della Repubblica Sociale. Contestando la politica sociale del nuovo fascismo, disse che "se si doveva andare incontro al popolo, anche il popolo doveva andare incontro al fascismo. Che non meritava quanto ora gli si prometteva".

Purtroppo il popolo aveva davanti a sè quello spettacolo, che Mussolini stesso disse poi che "era stata una bolgia vera e propria". (e non aveva visto il dopo !! )

 

Nulla a che vedere con il suo progetto di un nuovo Stato, che non era disprezzabile; fino al punto che l'ex fronda fascista di sinistra ne era entusiasta. I principi del programma sociale, molto conforme al carattere dei tempi, poteva essere accettato dai fascisti e dagli antifascisti. C'erano postulati contrari al capitalismo, concessioni ampie nel campo sociale, la convocazione e il programma di una Costituente, non si parlava più di corporazioni, il vecchio sindacalismo fascista veniva liquidato. Quel nuovo fascismo sembrava perfino comunismo!!

Il "Popolo Repubblicano" di Pavia del 5 novembre, dimenticando la sua fede antibolscevica scriveva "bolscevicamente": "Noi siamo animati dal proposito di fare gradatamente tabula rasa del capitalismo antiquato e sfruttatore, tabula rasa della borghesia flaccida corrotta...".
Ancora più "bolscevico" esplicito e radicale "Il Fascio" di Milano, del 26 novembre: "Certo è che in ogni caso il sistema capitalistico deve pur sempre venire distrutto dalle fondamenta, essendo la Repubblica Sociale Fascista anche disposta, se costretta dalla carenza di lavoratori, ad applicare lo statismo comunista, ma mai giungere a compromessi col capitalismo...La lotta di classe deve cessare con l'annientamento e l'assorbimento della classe pcapitalistica, e noi fascisti siamo disposti ad andare anche col diavolo per non riaccenderla...".

Quest'aria "bolscevica-fascista" toccò il culmine a dicembre con "La nostra lotta" (comunista) di dicembre , che riportava le frasi di ammirazione per la Russia, del segretario del sindacato fascista, davanti agli scioperanti di Torino, e affermava e assicurava che "anche in Italia la si sarebbe finita coi plutocrati e si sarebbe introdotta la socializzazione".
Ed uscirono anche nello stesso mese due fogli, "Stella Rossa" e "Prometeo", di tendenza comunistoide, ma che si ritennero pubblicati da fascisti di estrema sinistra.

Insomma, come scriveva in quei giorni Ruinas (in Pioggia sulla repubblica, p.81) "La parola socialismo per tanti anni bandita o incatenata alla rupe delle cose proibite, volava da levante a ponente come un'aquila liberata, e con un fascino davvero irresistibile, non spaventava più nessuno".
I lavoratori rimasero a guardare un po' scettici, più che le parole aspettavano i fatti; altri ceti pur con un sentimento di avversione (non ai principi, ma perché credevano poco a questa rivoluzione) prestarono qualche attenzione; inoltre sostengono alcuni cronisti, che la maggioranza degli uomini al nord, democratici, repubblicani e socialisti, si mostrarono favorevoli a una collaborazione. E i veri credenti fascisti? Qualcuno dice che non furono molti.

Pochi o molti, nella "bolgia" veronese, oltre ai vari Buffarini, Pavolini, Farinacci, che eccitavano gli animi dei loro seguaci all'"ora della spada", piombò la notizia dell'uccisione del Federale di Ferrara, Gisellini. L'assemblea insorse gridando "a Ferrara!". Si formò subito una squadra punitiva, per "colpire i mandanti morali" come disse proprio Pavolini. I "giustizieri" piombati a Ferrara nella stessa notte del 15, compiono una serie di violenze, contro antifascisti, ebrei, e comuni cittadini. Catturano 17 persone, con la fama di antifascisti, le assassinaro per rappresaglia, portarono i loro cadaveri dinanzi al monumento dei Caduti fascisti, scrissero sulle lapidi col loro sangue "morte ai traditori" e lì li lasciarono. Non contenti, catturarono numerose persone della borghesia, annunciandone l'uccisione di dieci al giorno, finchè non fosse stato denunciato il nome dell'assassino di Ghisellini.
(NOTA: in seguito si appurerà che è stato ucciso per una vendetta interna da elementi dello stesso partito. Si rivelò quindi falsa e gratuita l'attribuzione agli antifascisti, ai comunisti, agli azionisti)
Il massacro fece orrenda impressione. La Repubblica Sociale prima di nascere falliva già a Verona. Il Manifesto (che "voleva andare verso il popolo") non riuscì a sgombrare la luce sinistra su un certo tipo di fascismo, risorgente. Perfino Mussolini, irritatissimo, definì l'episodio "un atto stupido e bestiale". "Questo episodio ci dice il punto estremo della situazione nella quale siamo giunti. Ormai in Italia vige la legge della foresta, cioè delle belve. Dobbiamo ringraziare Badoglio che l'ha voluta" (Dolfin)

l solito ottuso Farinacci non era d'accordo. Due giorni dopo su "Il Regime fascista" del 17 novembre, sostenne che "La rappresaglia di Ferrara avrebbe fatto capire che ogni aggressione consumata a danno dei camerati o dei tedeschi, si sarebbe pagata a carissimo prezzo. E che appena avessero funzionato i plotoni d'esecuzionel la gente visto che si faceva sul serio, sarebbe rientrata nella nomalità".

A quel punto - anche se c'erano già state alcune violenze- si scatenarono a catena gli attentati seguite dalle rappresaglie, e fu una continua e lunga "notte di San Bartolomeo", con le stesse antiche barbarie. Si azzannarono fascisti e antifascisti con inesorabile ferocia. Gli uni era ovvio si difendessero attaccando; gli altri era umano che si difendessero attaccando. Difficile trattenere entrambi dalla violenza.
L'errore gravissimo fu fatto dai loro capi, che non dovevano attizzare con l' "ora della spada" il fratricidio. Nè predicare e poi perfino guidare la guerra civile.
Ma i capi erano anche livello alto, internazionali, e forse era proprio quello che volevano:
che gli italiani si eliminassaro da soli.
Da una parte si cominciò a diventare benemeriti ammazzando un fascista. E dall'altra di diventava eroi ammazzando un ribelle (partigiano). Ma quest'ultimo partiva svantaggiato: perchè le rappresaglie erano concesse dagli usi internazionali al nemico in territorio occupato, in nessun caso ai cittadini italiani contro cittadini italiani.
Questi entrambi però occorreva resistere; e cosa studiarono i "grandi capi"? Da una parte bisognava accettare il martirologio, e agire in nome della "giustizia".

Ogni minimo gruppo degli antifascisti che si vantava di rappresentare il popolo, condannava a morte "per giudizio popolare" questo o quell'altro fascista, spesso soltanto perchè era stato fascista.
Mentre i fascisti condannavano a morte questo o quell'altro ribelle con la legge in mano, "in nome del popolo".

"La prima grande operazione dei G.A.P. per i fatti di Ferrara, fu quella ai primi di dicembre, quando fu assassinato il colonnello Gobbi, capo del distretto militare di Firenze" (Cfr. I Gap, a Firenze, in "Rinascita" ottobre 1945, n.206). Ma anche qui la rappresaglia fu spietata, cinque innocenti che erano in carcere furono giustiziati. Pochi giorni dopo (il 18) a Milano cadeva assassinato Aldo Resega, federale di Milano. La rappresaglia fascista fu: altri 8 prelevati dalle carceri e fucilati.

Gli attentati a catena, iniziarono, le rappresagli pure.
Tutte in nome del popolo italiano.

TORNIAMO ALLA RESISTENZA

Come abbiamo già visto sopra, alcune terribili pagine della Resistenza sono state scritte nei primi dieci mesi dopo l'8 settembre nel centro Italia, soprattutto negli Abruzzi. Qui le vittime furono moltissime e le rappresaglie ai civili - per aver dato ricovero o appoggi logistici a questi primi partigiani - furono di una crudeltà inaudita. Di piccole Boves e Marzabotto, in Abruzzo ve ne furono molte, purtroppo molti paesi pur avendo subito la stessa ferocia non sono nemmeno ricordati nei libri di storia. Forse perchè la "resistenza" abruzzese, fu spontanea, non aveva ancora colore politico, e quindi non la si poteva storicamente strumentalizzare con una ideologia a qualcuno comoda. Soprattutto poi nel dopoguerra.
Il podestà di Teramo ne è un esempio: era un fascista, ma davanti a una infame richiesta dei tedeschi poco mancò di finire lui fucilato per difendere degli italiani, che erano italiani e basta, non mise a repentaglio la vita chiedendo prima la tessera.
(in un prossimo aggiornamento li passeremo in rassegna uno per uno questi fatti. La documentazione l'abbiamo tutta; paese per paese, con nomi e cognomi. In entrambe le due barricate).
27 SETTEMBRE - Mentre le truppe anglo-americane (V Armata di Clark) si stanno avvicinando a Napoli (hanno già circondato il Vesuvio) mettendo nello scompiglio i tedeschi, la popolazione di Napoli insorge dopo che gli occupanti hanno iniziato a saccheggiare negozi, a requisire i mezzi pubblici di trasporto, a rastrellare migliaia di cittadini da inviare al lavoro coatto. La scintilla scocca nel pomeriggio quando l’ennesimo saccheggio provoca la reazione dei napoletani.
Si verificò l’episodio che può essere considerato l’inizio delle QUATTRO GIORNATE. Nelle strade si scontrarono violentemente napoletani e tedeschi. I morti furono parecchi, d’ambo le parti.
A questo punto gli insorti nella notte si organizzarono. E dall'alba del 28 fino al 1° ottobre si combatté aspramente nelle strade, piazze, cortili, fondaci e campagne. Stranamente, gli avvenimenti ripercorsero l’itinerario delle precedenti rivolte, da Masaniello alle barricate del 1799 e a quelle del 1848.

TORNIAMO IN SICILIA

Nello stesso giorno, il 27 SETTEMBRE - a Brindisi si incontrano i generali alleati Bedell Smith, Mac Millan e Murphy con i delegati italiani Badoglio, Ambrosio, Acquarone per mettere a punto l’incontro che il capo del governo italiano Badoglio avrà con Eisenhower a Malta per la firma dell’“armistizio lungo”.
Fin dal 13 settembre, nelle quattro province che componevano il "Regno del Sud" (Taranto, Lecce, Brindisi e Bari), fu riservato un trattamento diverso da quello delle altre invase, che erano amministrate dall'AMGOT (Allied Military Government Occupied Territories): vennero infatti poste alle dirette dipendenze della Missione Militare Alleata, installatasi proprio a Brindisi, guidata dal generale inglese Frank Mason Mac Farlane e del generale americano Taylor (che già conosciamo; Badoglio l'aveva incontrato a Roma alla vigilia dell'8 settembre).
Come primo biglietto da visita, questa Missione Militare Alleata, fece sloggiare immediatamente dall'Albergo Internazionale lo Stato maggiore italiano e il Re per alloggiarvisi. Non sappiamo se era per avvilire quella specie di governo e quel piccole re fuggiasco, ma resta il fatto che i due generali si presentarono al Re, in camiciola, scollacciati, in pantaloncini corti, e le gambe nude.

Dissero che alla Missione avrebbero partecipato organi italiani, ma ciò non rappresentava ancora un riconoscimento del governo Badoglio, poichè la Missione Militare costituiva un vero e proprio governo, e quello italiano diventava "un puro organo esecutivo, in un certo senso con Badoglio uomo di paglia" (Espinosa, Il Regno del Sud, p. 60), o meglio il servitore che poteva risparmiare molte noie.

Molto diverso era invece l'Amgot creata in Sicilia, con un'amministrazione che aveva instaurato un regime di assurda durezza. E dato che i siciliani (memori di un passato) non ne volevano sapere di andare a finire nuovamente sotto i Sabaudi, lo sviluppo dell'idea separatista stava prendendo idea in tutta l'isola nei vari partiti, rappresentati da numerose personalità eminenti, ma anche da elementi di ogni altro ceto (e come abbiamo già accennato in altre pagine, anche da comunisti e socialisti, poi decisamente sconfessati dalle direzioni nazionali dei rispettivi partiti, non appena queste si costituirono). A tale proposito, ricordiamo che il 18 dicembre 1943 ci fu la visita di Andrei Wischinsky, ministro degli Esteri di Stalin, che era a capo di una missione sovietica sull'Isola e s'incontrò segretamente con Montalbano, capo dei comunisti siciliani. Ma anche durante il pubblico incontro con Tasca, svoltosi a Palzzo Pretorio, Wischinsky ebbe cura di sottolineare che l'Urss avrebbe favorito il passaggio dell'isola dall'amministrazione dell'Amgot a quella del governo Badoglio e si sarebbe fermamente opposta alla concessione dell'indipendenza alla Sicilia. Una conferma questa, del fatto che i comunisti speravano che il "vento del Nord" di ispirazione partigiana potesse avvolgere tutta l'Italia, comprese Sicilia e Sardegna.
A guadagnarci furono poi i democristiani, costituendo il Fronte unitario siciliano (esponenti di spicco La Loggia, Restivo, Mattarella). Subito appoggiato da Badoglio prima da Bari poi da Salerno, anche se non rientrava della sua sfera territoriale.
Più tardi - forse per consolarsi - lo stesso Montalbano, in un suo scritto del 1950 (Citato in Marcello Cimino, Fine di una nazione, ed. Fraccovio, Palermo 1977, pag. 17) affermò che "la Sicilia deve essere riconoscente all'Unione Sovietica se non è stata staccata dal resto dell'Italia per servire alle mire degli imperialisti americani".
In effetti non erano gli americani a sollecitare l'indipendentismo; e poichè le relazioni tra i separatisti e gli inglesi erano intense e amorevoli, si affermò che il governo britannico favorisse il movimento antitaliano. Eden lo negò in modo manifesto ai Comuni.
La verità era che la questione siciliana rientrava in un quadro di complessi equilibri internazionali, e l'isola sarebbe servita come moneta di scambio fra gli interessi occidentali (l'isola sarebbe diventata una zona franca al centro del Mediterraneo - progetto non nuovo da Napoleone in poi) e gli interessi sovietici che non la volevano staccare dalle comunisteggianti regioni d'Italia centrale e settentrionale dove credevano che la rivoluzione era cosa fatta.
Già "i comunisti italiani distribuivano in buona fede le immaginette dell'ex seminarista georgiano, annunciandone esultanti l'imminente "venuta" (ANDREOTTI in "L'URSS vista da vicino").
Insomma che il "baffone" una volta arrivato in Italia avrebbe messo a posto tutto lui, trasformando l'Italia in un'America!

Ma la guerra non era finita, e per i "tre grandi" che stavano spartendosi il mondo intero, la questione siciliana era poca cosa, e fu presto dimenticata. Lasciata in mano alle locali lotte intestine.
Nel 1964 Guglielmo di Càrcaci, che fu presidente della Lega giovanile separatista si espresse nel corso di un'intervista rilasciata al quotidiano palermitano l'Ora: "E' vero che gli alleati subito dopo lo sbarco in Sicilia favorirono lo sviluppo del movimento indipendentista. Ma ad un certo punto, d'improvviso, fu come se non ci conoscessero più".
Addirittura all'inizio girò la voce che in Sicilia gli Usa avrebbero fatto sventolare la stella del 49° Stato.
Anzi girava già il distintivo


E addirittura fu stampata in America una rivista in Italiano per la Sicilia, con un nome abbastanza singolare "Nuovo Mondo".
Il nuovo "Colombo" (all'incontrario) era Poletti, fu lui a "scoprire" la Sicilia!



Che ci sia stata una per lo meno iniziale simpatia degli anglo-americani verso le posizioni separatiste, ce lo confermano due esponenti comunisti, Franco Grasso e Giuseppe Montalbano, che accusarono il colonnello Poletti di proteggere sfacciatamente il movimento separatista (cfr. Orazio Barrese e Giacinta D'Agostino, in La guerra dei sette anni, ed Rubettino, Messina 1997, pagg. 28 e 29).
Che gli Alleati incoraggiassero i siciliani verso l'indipendenza è un fatto innegabile. Alti ufficiali baciavano fervorosamente la bandiera della Trinacria tra la folla di Palermo.

E concedevano allora agli indipendentisti protezione e larghi mezzi.

Del resto: "Ogni siciliano notava che la Carta Atlantica stabiliva che Gran Bretagna e Stati Uniti non desideravano mutamenti territoriali che non fossero d'accordo i desideri, liberamente espressi, delle popolazioni interessate. Dunque, i mutamenti territoriali erano permessi, previsti, possibili, anzi natutali. Chiederli non era un sacrilego. Ottenerli, un diritto. E ognuno concludeva: dunque con un plebiscito si finiva sotto il controllo degli Alleati". (Cfr. Luca Cosmerio, Quel che si pensa in Sicilia (ed Saes, Catania 1947, pagg. 2 e 3).

Sappiamo però che i principi stabiliti dalla Carta Atlantica erano anche propaganda: si pensi al cinismo con cui gli Alleati lasciarono poi tutta l'Europa orientale nelle mani sovietiche contro la volontà dei popoli interessati (Polacchi, Cechi, Ungheresi, Rumeni, ecc. Ma mettiamoci anche i Siciliani, che pure loro s'ispirarono al principi della Carta Atlantica, e nemmeno prendevano in considerazione di essere venduti a Badoglio, "il peggiore dei loro nemici". Del resto si sentivano protetti dagli anglo-americani che erano sbarcati sull'Isola. I primi fin dall'inizio Ottocento (Guerre Napoleoniche) già puntavano sulle risorse siciliane ed erano andati molto vicini all'indipendenza dell'isola, ma poi alla restaurazione si adeguarono alla geopolitica della coalizione, soprattutto austriaca.
I secondi invece non dispiaceva affatto utilizzare l'isola come una preziosa base strategica nel Mediterraneo.
Ma poi, con Stalin che faceva la voce grossa (temendo un'ingerenza nel vicino Adriatico e quindi nei Balcani) questi appoggi all'indipendentismo, sia gli Inglesi che gli Americani ufficialmente attraverso la stampa e la "Voce dell'America", li smentirono (loro volevano solo tranquillità nelle retrovie del fronte, inoltre volevano dimostrare a Stalin il disinteresse per la Sicilia - c'era ben dell'altro ancora in gioco). Giunsero perfino a far emettere un comunicato dall'Amgot, affermando che "qualsiasi movimento separatista se causava intralci nella collaborazione dell'Italia in guerra, avrebbe approvato qualsiasi provvedimento del governo italiano per stroncarlo; perfino l'arresto e la fucilazione dei sobillatori".
Insomma della questione indipendentista siciliana, se ne lavarono le mani come Pilato,
Passarono pochi settimane, e il 12 febbraio 1944, il generale Alexander, acconsentiva a trasferire la Sicilia sotto la giurisdizione amministrativa italiana (Governo Badoglio), pur confermando i poteri della Commissione Alleata di Controllo (che dall'isola si trasferì subito dopo a Roma in Via Veneto).
Finocchiaro Aprile, scrivendo ad Alexander, definì la sua decisione "sciagurata". Forte che poche settimane prima (il 30 novembre) Charles Poletti indetta una riunione a Catania all'Hotel Bristol, ben sette dei nove prefetti dell'isola avevano sconsigliato alle autorità d'occupazione la restituzione della Sicilia all'Italia (i soli due favorevoli furono il prefetto di Ragusa, Cartia, e quello di Caltanissetta, Cammarata (Cfr. Sandro Attanasio, Gli anni della rabbia, pag. 104).
Amaramente Finocchiaro Aprile pochi giorni dopo al Teatro Massimo di Palermo pronunciò un aggressivo discorso, accusando di tradimento gli Alleati "Non ci aspettavamo di essere consegnati al governo Badoglio, il peggiore dei nostri nemici" ... "e se ci si vuole spingere alla lotta, noi accetteremo il combattimento a oltranza". (Citato nelle Memorie del duca di Càrcaci, pag. 62 e 63).
Inizia la lunga battaglia degli indipendentisti, con il nuovo stato italiano che ne porterà alla sbarra oltre 2000 (promotori, organizzatori, affiliati e capi - famosa la banda di Avila e di Giuliano) , il 7 marzo del 1946, sotto l'imputazione di insurrezione armata contro i poteri dello stato, distruzione di opere e mezzi dello stato, cospirazione politica mediante associazione, banda armata, istigazione, omicidi e tentati omicidi aggravati, associazione per delinquere, rapina, sequesto di persona, estorsione, occultamento di cadavere.
Insomma ancora una volta gli indipendentisti siciliani furono marchiati come "briganti", con una parola però più moderna: "banditi".
In effetti - dopo che l'amministrazione americana a Palermo, distaccata da quella inglese a Catania, aveva dato ai siciliani una specie di autogestione, priva di burocrazia e ricca di iniziative commerciali e industriali (il business fu astronomico) che avevano ravvivato la vita dell'isola - il ritorno dell'amministrazione italiana (per di più sotto l'odiato Badoglio) suscitava sgomento (fra l'altro con l'Italia continentale in bilico fra monarchia e repubblica, frantumata dalla litigiosità dei partiti, e pateticamente debole, visto che stava vivendo dell'elemosina dei vincitori.

Fu così che Badoglio riuscì ad avere mano libera anche sulla Sicilia. E il 19 ottobre del '44, a mandarci il suo nuovo esercito con le divise cachi regalate dagli angloamericane ritinte in verde, a fare una strage in una manifestazione che più che politica era di ribellione per la fame, visto che ancora una volta la Sicilia per oltre un anno fu dimenticata, lasciata in mano all'anarchia e nella disperazione della fame.
Ufficialmente i morti furono una trentina, e oltre 150 feriti, ma altre fonti affermano che furono molto di più, oltre 100 i primi e diverse centinaia i secondi.
Badoglio volle perfino formare il primo nucleo di combattenti, con uomini siciliani, che però rifiutarono di rispondere alla chiamata alle armi del Regno del Sud. A dar loro una mano scesero le loro donne in piazza con il "Non si parte!". Ne nacque una rivolta con interventi dell'esercito che in pratica mise contro anche qui italiani contro italiani . E questo infiammò gli appartenenti al movimento separatista che però si trasformarono (in base alla legge del Regno del Sud) in ribelli, cioè in "banditi".
Il 5 gennaio a Comiso era già stata proclamata una Repubblica Siciliana che nel corso del mese organizzò una propria forza armata, l'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia (ovviamente i reparti di questo esercito, furono chiamati dai badogliani: "bande".

E FINOCCHIARO APRILE? Proprio per aver dato vita a questa organizzazione armata fu arrestato, e inviato al confino a Ponza. Tuttavia dopo la fine della guerra, con Badoglio silurato, l'anno successivo fu eletto all'Assemblea costituente. Poi il 14 febbraio 1947 durante il dibattito per la fiducia al nuovo governo, dai banchi parlamentari sferrò un violento attacco contro i democristiani accusandoli di ricoprire incarichi incompatibili a quelli di deputato; di essersi spartite e distribuite in Sicilia alcune cariche pubbliche esageratamente superpagate. Fece anche nome e cognomi. Fu costituita una Commissione d'indagine, che alla fine dei lavori scagionò completamente gli accusati.
Persa questa ultima battaglia, Finocchiaro Aprile sparì dalla scena politica. Non sparirono invece le "bande" in Sicilia.

Da notare che alle successive elezioni svoltesi il 20 aprile 1947 (così nella Costituente) il movimento indipendentista siciliano (che in questo fine '43 aveva circa 500.000 aderenti) contava ancora 170.000 suffragi. Si affermò il Blocco del Popolo, costituito da PCI, PSI, Pd'A, con il 30,4 %, rispetto al 20,5% della DC.
Pochi giorni dopo questo risultato, il 1° maggio ci fu la strage di Portella delle Ginestre. La "banda" del "bandito" Giuliano (ex colonnello dell'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia) attaccò una manifestazione di lavoratori riunitisi per festeggiare il 1° maggio. Si contarono 8 morti e una trentina di feriti. L'episodio sucitò viva impressione. La Cgil proclamò uno sciopero generale. La DC non partecipò alla protesta e la considerò un'ingerenza nella sfera della politica.
Il 23 giugno, il governo pone una taglia di 3 milioni su Giuliano e dichiara che intende stroncare ogni forma di "banditismo politico" in Sicilia.
Ci fu poi il "mistero" della morte di Giuliano e la storia della Sicilia da quel momento prese un altro corso. Una Sicilia che ottenne poi da Roma il suo formale Statuto Speciale che però era molto simile a una indipendenza di fatto. In pratica l'idea del Finocchiaro fu fatta uscire dalla porta e fatta rientrare dalla finestra, anche se in un altro modo e con altri personaggi. Roma del resto -volente o dolente- doveva sdebitarsi dell'apporto dato dai siciliani allo sbarco degli anglo americani.

29 SETTEMBRE - A Malta, viene firmato il già accennato testo definitivo dell'Armistizio (detto Armistizio lungo) con alcune condizioni che non verranno rivelate fino alla fine del conflitto. Comunque quelle applicate non sono di un armistizio, ma sono di una "resa senza condizioni". Nei vari articoli, figura il controllo politico e militare del governo in carica, le forniture logistiche dell'Italia per proseguire la guerra contro i tedeschi e gli aiuti necessari esterni (anglo-americani, poi messi in conto) per sostenerla. Sotto l'amministrazione degli alleati va il controllo delle banche, i cambi, le relazioni commerciali, le comunicazioni, radio, telefoni, stampa, cinema, teatri. Tutte le attività del Paese. Nessuna esclusa. E con il governo Badoglio a tenere il moccolo.
E' lo stesso Badoglio a confessarlo "... io e il mio governo siamo davvero ridotti ad essere semplici strumenti ed esecutori delle decisioni alleate".
"...Persino nelle province, anche il più modesto funzionario alleato poteva sospendere o neutralizzare provvedimenti adottati dalle massime autorità italiane...." (cioè lui! Ndr)- "...Per ordine del comando supremo alleato, il governo italiano non poteva comunicare direttamente con nessuna potenza alleata o neutrale; ma doveva solo comunicare per tramite della commissione di controllo" (Doc. - Augenti- Mastino Del Rio- Carnelutti, Il dramma di Graziani, pag. 281-289).
Sempre a Malta, Eisenhower, impressionato dalle vicende italiane (la caccia al tedesco) mise sul tappeto la questione della dichiarazione di guerra e ci fu il seguente colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio".
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".
Pochi giorni dopo (l'11 Ottobre), Badoglio comunicò all'ambasciatore Paulucci ch'era a Madrid, di consegnare ai tedeschi la dichiarazione di guerra:
"Vostra eccellenza è incaricato da S.M. il Re di comunicare all'Ambasciatore di Germania a Madrid, affinchè lo partecipi al suo Governo, che di fronte ai continui intensificarsi atti di guerra compiuti contro gli italiani dalle forze armate tedesche, l'Italia si considera dalle ore 15 (ora di Greewich) del giorno 13 ottobre in stato di guerra con la Germania".
Non fu facile a Paulucci consegnare questa dichiarazione. All'ambascita tedesca nessuno voleva riceverlo. Lui la diede in mano ad un usciere e si allontanò in fretta, ma costui dopo averla letta o fatta leggere, lo rincorse per restituirla, ma davanti al rifiuto di Paulucci, furtivamente gliela mise in tasca e si allontanò in fretta.
La conclusione dell'ambasciatore italiano fu questa: "vuol dire che l'hanno letta, e quindi il contenuto della dichiarazione di guerra la conoscono".
Questa guerra ai tedeschi, nelle zone occupate dagli anglo-americani (con più nessun tedesco in giro) la notizia fu accolta dalle popolazioni con indifferenza, e non puntavano a una rivoluzione, e per mantenere una certa unità nei CLN erano costretti a continui compromessi.
Ma per il resto d'Italia, o per i sentimenti che alcuni ancora nutrivano verso il fascismo, o perchè avevano le divisioni tedesche in casa, quella era oltre che una dichiarazione di guerra all'ex alleato (che gli ex fascisti chiamarono "un perfezionamento del tradimento", mentre i gruppi politici antifascisti un "perfezionamento della lotta antinazista e antifascista" e nonostante chi l'aveva dichiarata (che odiavano) l'approvarono perchè era un avallo alle loro azioni), era però anche la dichiarazione di guerra civile, che ora coinvolgeva le masse e mettevano a rischio di bombardamenti le città (cosa che poi in effetti si verificò per oltre 18 mesi).
Per tutti questi motivi la decisione del Re (che però inizialmente si era opposto) e di Badoglio, inasprì in crescendo l'odio dei repubblichini e dei tedeschi. E, dato che giungeva tardiva, servì ai gruppi politici antifascisti a promuovere una violenta campagna contro di essi; servì per rifiutare qualunque appoggio al Re e a Badoglio; servì a promuovere la formazione di un governo straordinario di salute pubblica con mezzi straordinari, per condurre la guerra contro i tedeschi e cacciarli dall'Italia, per condurre la guerra in Italia contro i fascisti per eliminarli tutti, ed infine per condurre la guerra politica contro il Re e Badoglio per dare vita a un governo democratico ("perché non hanno diritto si esserne a capo; nè un governo democratico può essere formato e diretto da militari").
Ispiratore dell'O.d.G. fu La Malfa. Il Partito d'Azione approvò, il CLN pure, e il PCI con un appello ai lavoratori dichiarava che mai guerra -contro il nazismo e il fascismo- era stata "più sacrosanta, più giusta e necessaria" e che tutti dovevano impugnare le armi per battersi con le Nazioni Unite, dove stava anche l'Unione Sovietica, per riconquistare l'indipendenza e la libertà".

L'Avanti il giorno 19 ottobre pubblicava le deliberazioni prese dal PSIUP (piuttosto dure e con tanto livore) e dal CLN con la firma del PL, DC, Partito d'Azione, PSIUP, Democrazia del Lavoro, e il PCI (che nella presente circostanza si dimostrava il partito più moderato).

Le intenzioni erano valide, ma le due citazioni ai lati, piacevano solo ai russi, non certo agli anglo-americani. - Yalta poi risolse tutto, con le spartizioni.
In Italia nel caso di una insurrezione, Stalin non avrebbe mosso un dito; come non lo mosse in Grecia (Churchill ebbe carta bianca - "...e perchè mai avrebbe dovuto intervenire? il nostro prezzo l'avevamo pagato!"

Quanto alla conquista della democrazia, i russi furono gli ultimi a conquistarla, ma a fine secolo!!

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SU SALO' UNA PAGINA
DI PAOLO DEOTTO

L'ESERCITO DEL DUCE DI SALÒ
AL GUINZAGLIO DI HITLER

Quattro divisioni italiane addestrate in Germania (1943) per battersi contro gli
anglo-americani diretti al nord. Ma furono mandate a dar la caccia ai partigiani

"Viva è l'attesa per l'entrata in linea delle grandi unità dell'esercito repubblicano. Pur essendo stato generalmente rilevato il saldo spirito militare e l'entusiasmo di questi nostri soldati provenienti dai campi di addestramento germanici, da più parti ci si augura che vengano adottate le necessarie precauzioni affinché queste granitiche unità siano preservate dal contagio che potrebbe derivare da un prolungato contatto con le nostre popolazioni permeate da uno spirito di rassegnazione, di sfiducia e di rinunzia".
"… l'opinione dei più è che la vicinanza di queste nostre truppe a popolazioni stanche e sfiduciate possa deprimerne lo spirito che la permanenza e la preparazione in Germania hanno così mirabilmente temprato".


Questi che abbiamo appena letto sono due brani estratti dai molti rapporti che l'Ufficio Situazione della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) indirizzava, quasi quotidianamente, ai vertici della RSI (Repubblica sociale Italiana). I rapporti, redatti sulla base delle informative che pervenivano dai diversi comandi provinciali, sono rimasti come preziosa testimonianza del tentativo di riorganizzazione militare operato nell'ultimo periodo del fascismo. In particolare, i due estratti sopra citati riguardano la III Divisione fanteria di marina San Marco e la IV Divisione alpina Monte Rosa, due delle quattro divisioni che, sottoposte al meticoloso e durissimo addestramento in Germania, avrebbero dovuto costituire il nerbo delle nuove forze armate fasciste repubblicane. E in quei due estratti viene subito messo in luce il problema centrale di quelle unità militari, lo stesso problema che afflisse tutta la breve storia della RSI: il distacco dalla realtà civile e sociale, il tentativo di costruire una struttura statale, di cui le Forze Armate sono una delle componenti più importanti, contro la volontà di una popolazione ormai stremata, desiderosa solo di pace, disillusa del fascismo.


Una cartolina di propaganda della Repubblica sociale italiana


Il contrasto tra la retorica ufficiale, amplificata nei campi di addestramento tedeschi, e la triste realtà ritrovata al rientro in Patria fu il primo dramma vissuto dai 57.000 uomini, gli effettivi delle quattro Divisioni, le già citate San Marco e Monte Rosa, la I Divisione bersaglieri Italia e la II Divisione granatieri Littorio. 57.000 uomini che furono l'ultima illusione di riscatto militare del fascismo e che pagarono un durissimo prezzo alla volontà frenetica di Hitler, debolmente contrastata da un Mussolini spento e da un Graziani, Ministro della Difesa della RSI, tanto ricco di retorica quanto povero di effettivo potere. Vorremmo quindi ripercorrere la strada, breve nel tempo ma altamente significativa, di queste quattro divisioni. Rileggeremo una vicenda non solo politica e militare, ma anche umana, atto finale del dramma di una generazione tradita.
Dobbiamo, per inquadrare correttamente il nostro studio, fare una sia pur breve panoramica sulla riorganizzazione militare, che fu uno dei primissimi problemi che il nuovo stato, la Repubblica sociale Italiana, dovette affrontare. Partiamo dalla sera del 18 settembre 1943, quando gli italiani risentirono, trasmessa dalla stazione radio di Monaco di Baviera, la voce inconfondibile che per ventuno anni li aveva guidati.
(Il discorso lo riportiamo a fondo pagina)

Mussolini, (liberato sei giorni prima con un colpo di mano dei paracadutisti tedeschi dalla strana prigionia in cui si trovava a Campo Imperatore), dopo una lunga serie di rievocazioni e recriminazioni su ciò che era accaduto dopo il 25 luglio, enunciava i punti fondamentali su cui si sarebbe fondata l'attività del nuovo Stato repubblicano che egli intendeva instaurare. Il primo punto, "riprendere le armi al fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati", conduceva inevitabilmente al secondo: "preparare la riorganizzazione delle Forze Armate".
Ma per procedere a questa riorganizzazione andavano risolti due quesiti fondamentali. In primis, le forze armate dovevano essere costituite da personale di leva o da volontari? Secondo problema (secondo solo in ordine di enunciazione): si doveva ricostituire un esercito apolitico, o la forza armata doveva avere una chiara connotazione di Milizia di partito?
Tre giorni prima (il 15 settembre) il reaparecido Duce aveva firmato cinque ordini del giorno, nei quali, tra l'altro, ordinava la ricostituzione di tutti i reparti della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), e ne nominava comandante il quarantasettenne Renato Ricci, fascista inossidabile, già legionario fiumano, fondatore del fascio di Carrara, console generale della Milizia, parlamentare dal 1924, presidente dell'Opera Nazionale Balilla, eccetera.
Nelle sue primissime enunciazioni in materia, Mussolini sembrava propendere per un esercito di partito: "... preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia: "solo chi è animato da una fede e combatte per un'idea non misura l'entità del sacrificio".
Ricci, che già in cuor suo si considerava comandante in capo dell'esercito, parlava pubblicamente di una Milizia composta di "due grandi branche. Una, la Milizia Legionaria, assorbirà tutti i giovani di leva... L'altra si chiamerà Milizia Legionaria Giovanile e arruolerà i ragazzi dai 18 ai 22 anni che si presenteranno volontari entro il 31 ottobre..."
Dunque, nella visione di Renato Ricci, si doveva costituire chiaramente un esercito di partito, comunque dotato di una base formata da personale di leva.

Di visione opposta era però il neo ministro della Difesa Nazionale, il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. Nato nel 1882, militare di carriera, era divenuto ministro quasi per caso, o, più propriamente, per mancanza di altri personaggi presentabili, non invisi ai tedeschi, e disposti ad assumersi una tale grana. Graziani non aveva dato brillanti prove di sé. I galloni di maresciallo se li era guadagnati, nel 1936, nella (non certo invincibile) campagna etiopica, ma il suo nome era poi rimasto legato, quale comandante in capo delle forze italiane in Africa settentrionale, alla perdita dell'intera Cirenaica (5 gennaio 1941). Nel febbraio del 41, sostituito dal generale Gariboldi, Graziani si era ritirato a vita privata nella sua villa di Arcinazzo (Roma). E qui era stato raggiunto, il 22 settembre del 43, dal sottosegretario Barracu, che lo aveva invitato ad assumere la carica di ministro della Difesa nazionale nel governo della Repubblica Sociale Italiana. Dapprima riluttante, Graziani poi accettò, anche dietro le pressioni dell'ambasciatore tedesco Rahn.

Contrario, come la maggior parte degli ufficiali di carriera, alle abborracciate milizie di partito, il neo ministro della difesa nazionale esprimeva, sin dalla prima riunione del governo di Salò (27 settembre 1943) l'intenzione di costituire "un esercito a base nazionale, apolitico, con quadri esclusivamente volontari e truppe in gran parte volontarie, inquadrate in uno Stato il più possibile liberale e democratico", rincarando poi la dose con un memorandum del 3 ottobre, nel quale diceva a Mussolini: "La Milizia è odiata e deve essere disciolta immediatamente... L'esercito deve essere nazionale e apolitico, inoltre assolutamente unitario: finirla con la molteplicità delle creazioni militari che ci avevano portato all'impotenza".

Di entrambi i contendenti possiamo notare una scarsa aderenza alla realtà: Graziani, in una repubblica puntellata da Hitler, parla di uno Stato "liberale e democratico"; Ricci, in una situazione militare che presentava già tutti i sintomi della disfatta, pretende, riesumando quella parodia di forza armata che era la Milizia, di opporsi alla schiacciante superiorità degli Alleati in uomini, mezzi e tecnologie.
Ma tutto ciò non stupisce: la Repubblica Sociale fu piena di personaggi persi in un sogno, o quasi protesi a vivere un cupo crepuscolo senza vie d'uscita, con un atteggiamento mentale che impediva loro di valutare appieno la realtà. Se però in Graziani poteva giocare anche una preoccupazione di predisporsi qualche credenziale democratica (invocando un esercito "apolitico", uno Stato "liberale e democratico") in vista dell'inevitabile - e non lontanissimo -
redde rationem, Ricci era invece uno dei migliori esempi di quei fascisti di assoluta fede che nel tramonto restarono disperatamente affezionati a idee di una impossibile riscossa. I tedeschi (che si apprestavano a rendere agli italiani il tradimento dell'8 settembre, avviando trattative segrete in Svizzera con Allen Dulles, capo dei servizi segreti americani) apprezzavano i personaggi come Ricci, considerandoli affidabili cani da guardia.

Tornando invece alla diatriba, e all'uomo che in ultima analisi doveva risolverla, Mussolini, quest'ultimo, come era del resto suo costume, non decise né per l'una né per l'altra posizione. L'antica tendenza al compromesso come strumento di potere su tutti era aggravata dallo stato d'animo del Duce, stanco e sfiduciato e ben conscio di esercitare ormai un potere limitato e comunque soggetto al controllo (se non addirittura agli ordini) dei tedeschi. Dal discorso radio del 18 settembre Mussolini inizia a pencolare tra Graziani e Ricci fino a giungere, nella riunione di gabinetto del 20 novembre, all'istituzione della GNR, ottimo esempio di soluzione di pasticciato compromesso.
La GNR era arma combattente, in quanto quarta forza armata dello Stato (assieme ad esercito, marina e aeronautica). Non dipendeva però dal ministero della Difesa, ma dal partito, tramite Renato Ricci, che era stato nominato comandante generale di questa nuova formazione. Era però anche forza di polizia, come specificato dallo stesso decreto istitutivo. Era formata dalla MVSN (Milizia volontaria per l,a sicurezza nazionale), dai Carabinieri e dalla PAI (Polizia dell'Africa Italiana).
Ricci non poteva quindi arruolare i giovani di leva, che restavano di competenza dell'esercito apolitico di Graziani, anche se quest'ultimo (favorevole, come vedevamo sopra, a privilegiare una ferma volontaria) da subito aveva manifestato tutte le sue perplessità sui richiami alle armi, convinto che avrebbero creato più danni politici che vantaggi. Lo stesso Mussolini temeva che la coscrizione obbligatoria fosse inopportuna e difficile da realizzare, che potesse trasformarsi in un boomerang che da subito avrebbe messo in luce, in caso di elevata renitenza, la scarsa o nulla autorità che veniva, di fatto, riconosciuta al nuovo stato repubblicano fascista.

Le autorità fasciste potevano discutere tra loro quanto volevano, ma i veri padroni, i tedeschi, decidevano. In una riunione a Rastenburg, il 13 ottobre 1943, Graziani esprime le sue perplessità a Hitler, che era accompagnato dal generale Jodl e dal feldmaresciallo Keitel. Il Ministro della Difesa di Salò propone che siano costituite le prime quattro divisioni del nuovo esercito repubblicano attingendo volontari dai 600.000 soldati italiani internati nei lager tedeschi dopo l'8 settembre. Ma Hitler è irremovibile, appoggiato dai suoi generali: i soldati italiani internati non sono affidabili, hanno il morale a terra, sono Badogliotruppen. I tedeschi vogliono che il governo di Salò richiami alle armi i giovani delle classi 1924, 25, 26 e 27, da inviare in Germania per l'addestramento. Dopo lunghe discussioni, tutto ciò che Graziani riesce ad ottenere è che 12.000 volontari (tremila per ogni divisione) vengano tratti dai lager. Dovranno essere scelti tra ufficiali, sottufficiali e soldati anziani e serviranno come istruttori per le reclute italiane, che inizieranno ad affluire in Germania dal gennaio 1944 per l'addestramento. In tal senso il 16 ottobre 1943 il segretario generale dell'esercito, Emilio Canevari, sigla con il generale Buhle, capo di Stato Maggiore di Keitel, gli "accordi fondamentali per la ricostituzione delle forze armate italiane".

E qui conviene fare un attimo di sosta per riflettere su quanto abbiamo letto. La Repubblica Sociale nasce come mera dipendenza germanica e da subito i tedeschi, imponendo il loro placet per la nomina dei ministri, chiariranno che il rapporto di "alleanza" è di fatto un rapporto di vassallaggio. Ciò era tanto più vero per ogni decisione in materia militare, perché le nuove autorità di Salò potevano discutere quanto volevano, ma dovevano fare i conti anche con la realtà, rappresentata dalla gigantesca rapina effettuata dai tedeschi dopo l'8 settembre. Con la scrupolosa passione per l'ordine amministrativo che lo caratterizzava (anche nelle attività sulle quali sarebbe stato meglio stendere il silenzio) il generale Alfred Jodl, capo Ufficio operazioni del Comando Supremo elencava il seguente bottino sottratto all'alleato italiano: 1.255.660 fucili, 38.383 mitragliatrici, 9.986 pezzi di artiglieria, 15.000 automezzi, 6.760 muli e cavalli, vestiario per mezzo milione di uomini. Ai fascisti di Salò non fu restituito nulla; i tedeschi vedevano la ricostituzione dell'esercito italiano come un fastidio, necessario da sopportare per ragioni politiche, ma che non avrebbe avuto alcun peso sotto il profilo militare. A maggior ragione quindi i materiali di equipaggiamento dovevano restare sotto il loro controllo.

In questo clima nasce quindi il "nuovo esercito" italiano. Imposto da Hitler come esercito di leva, sognato da Graziani come esercito "apolitico", segna la sua data di nascita col 16 ottobre 1943 (lo stesso giorno degli accordi siglati da Canevari) quando viene trasmesso per radio il comunicato di chiamata alle armi della classe 1925 e dell'ultima aliquota della classe 1924. Il 20 ottobre riprendono a funzionare gli uffici leva e il 9 novembre viene pubblicato il manifesto di chiamata, che impone la presentazione ai distretti militari tra il 15 e il 30 novembre 1943.

La specificità del nostro studio ci sconsiglia di percorrere la strada tormentata delle renitenze alla leva, delle diserzioni, della repressione, nonché del caos in cui versavano buona parte delle caserme italiane, dove mancava spesso anche il minimo equipaggiamento per vestire le reclute e farle dormire. Trasferiamoci quindi in Germania, nei campi di addestramento di Heuberg, Senne Lager, Grafenwohr e Munzingen. Qui stanno terminando il loro addestramento i 57.000 uomini delle quattro Divisioni, Italia, Littorio, San Marco e Monte Rosa. I volontari, tratti dai lager tedeschi in cui erano stati imprigionati dopo l'8 settembre, sono, in definitiva, tredicimilacento, millecento in più di quanto aveva inizialmente autorizzato Hitler. Per uscire dai lager hanno dovuto firmare due dichiarazioni d'impegno che rappresentano un duro colpo alle pretese di "apoliticità" del maresciallo Graziani. La prima dice:
"Il sottoscritto dichiara con ciò di voler combattere come
volontario con l'arma nelle formazioni italiane da costituirsi contro il comune nemico dell'Italia repubblicana fascista e della Grande Germania".
La seconda è politicamente ancora più chiara:
"Aderisco all'idea repubblicana dell'Italia repubblicana fascista e mi dichiaro volontariamente pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo esercito italiano del duce, senza riserve, anche sotto il Comando Supremo tedesco, contro il comune nemico dell'Italia repubblicana fascista del duce e del Grande Reich germanico".
Tra i volontari c'è di tutto: chi ha aderito alla RSI per fede fascista, ma anche chi ha colto al balzo l'occasione per tornare in Italia; c'è chi ha accettato per debolezza, chi per tornaconto, almeno presunto. Le successive vicende delle quattro Divisioni metteranno in luce tutte queste diverse posizioni. Altri 44.398 soldati provengono dall'Italia. Ci sono dei volontari, ma soprattutto, nella grandissima maggioranza, i precettati con le leve, poi renitenti catturati, anche partigiani "rastrellati" e perdonati. Sono giovani di 19, 20, 21 anni che hanno fatto giorni di viaggio nei carri bestiame verso la Germania, dove qualcuno non è mai arrivato, perché abbattuto dalle scorte tedesche mentre tentava di fuggire. Poi, la realtà dura dei campi di addestramento, coi sistemi tedeschi: l'addestramento deve essere durissimo, perché solo così si forma il vero combattente, rendendolo insensibile alla sofferenza propria e altrui, insegnando la disciplina in modo ferreo e assoluto. La sconfitta del 1918 e il disastro ormai palese del secondo conflitto mondiale non hanno insegnato nulla ad una casta militare che per la seconda volta in meno di trent'anni sta portando il proprio paese alla rovina. L'istruzione continua, spezza le ossa e massacra. Tredici soldati della Littorio muoiono per la fatica. Cinque alpini della Monte Rosa tentano di fuggire dal centro di addestramento di Feldstetten, sono ripresi e condannati alla fucilazione, ma prima devono scavarsi la fossa davanti ai commilitoni, per "salutare esempio".
Il rancio è quello consentito dalla situazione di fame in cui versa sempre più la Germania.
Dal diario di uno dei soldati della Monte Rosa: "Incontro spesso nella notte alpini a grufolare nelle immondizie nella ricerca di qualche buccia di patata o qualche porzione di crauti marciti…"

L'istruzione continua e intanto gli Alleati sbarcano in Normandia, i cieli della Germania sono solcati dai bombardieri anglo-americani e i pochi che ottengono licenze tornano dall'Italia portando notizie di caos e di disfatta, di città del Nord massacrate dai bombardamenti aerei, le stesse notizie che non possono arrivare con la posta, scrupolosamente censurata. Il morale dei soldati rischia di andare a picco e quindi la propaganda politica e la retorica dei giornali militari si fanno sempre più martellanti, insistendo in particolare su un punto: proprio perché l'Italia è sottoposta a prove durissime, il popolo italiano attende con ansia l'arrivo dei super-addestrati soldati delle quattro Divisioni. Nelle mani di questi uomini è riposta la speranza del riscatto nazionale, della salvezza delle famiglie rimaste nelle città, delle donne, dei bambini. Il ritorno in Italia non potrà che essere accolto con entusiasmo. Le quattro granitiche Divisioni saranno subito impiegate sul fronte Sud, per contenere e poi respingere la spinta degli Alleati.

Con queste speranze, con queste illusioni, le prime a tornare in Italia sono Monte Rosa e San Marco. Destinazione, non il fronte Sud, il combattimento contro il nemico, come promesso. Le due divisioni verranno dispiegate tra Piemonte, Liguria ed Emilia, terre calde di bande partigiane. I tedeschi diffidano comunque dell'affidabilità militare di queste unità, sebbene addestrate da loro e coi loro sistemi e preferiscono adibirle alla lotta contro i partigiani, la cui attività inizia ad essere di qualche rilievo.
E' il 20 luglio 1944 quando la IV Divisione alpina Monte Rosa parte dal campo di Munzingen per rientrare in Italia. E' composta di quasi 19.000 uomini, di cui 650 ufficiali, al comando del generale di brigata Mario Carloni, un napoletano cinquantenne, decorato con croce tedesca in oro, già comandante del VI Bersaglieri in Russia.
Qualche giorno dopo parte da Grafenwohr la III Divisione fanteria di marina San Marco. 14.000 uomini, di cui cinquecento ufficiali. Sono con loro anche un migliaio di Camicie Nere fuggite dalla Grecia l'otto settembre e 1.800 volontari provenienti dalla Decima Mas del principe Borghese. I restanti sono reclute e richiamati. Li comanda il generale di brigata Aldo Princivalle, che una ventina di giorni dopo il rientro in Italia, il 23 agosto, verrà silurato per essersi messo in urto con alcuni generali tedeschi. Verrà sostituito dal generale di brigata Amilcare Farina, bolognese di 54 anni, già distintosi nella guerra civile spagnola, da cui era tornato con tre medaglie d'argento. La propaganda di Salò cercherà di farne un personaggio ("papà Farina", così sarebbe stato per i suoi soldati). Ma, aldilà della retorica, il generale Farina, inguaribile grafomane, per lo storico ha il pregio di aver lasciato, tra diari, ordini del giorno, proclami, numerose interessantissime testimonianze scritte.

E' proprio "papà Farina" a descriverci le peripezie del rientro in Italia. Sino alla frontiera a Tarvisio il viaggio prosegue regolarmente; poi iniziano le interruzioni della ferrovia dovute ai bombardamenti alleati. "… caricare, scaricare, ricaricare. Questi atti vennero ripetuti più
volte, tra bombardamenti e mitragliamenti. Nessuno dei quindici convogli uscì indenne… "
Desenzano, Brescia, Alessandria, Acqui: in tutte queste città la ferrovia è interrotta, bisogna proseguire a piedi, non si sa mai per quanto. I soldati, abituati da mesi alla teutonica precisione tedesca, si rendono conto che le autorità militari italiane hanno predisposto poco o nulla per il loro rientro in Italia e mancano mezzi di trasporto, quasi che i bombardamenti contro le strade ferrate fossero eventi inattesi o insoliti. E quando finalmente le due Divisioni arrivano sui luoghi di attestamento (la riviera ligure di ponente, con qualche reparto nell'Acquese per la San Marco, levante e Piacentino e Parmense per la Monte Rosa) iniziano anche i problemi che sembrano irrimediabili nell'organizzazione militare italiana: irregolarità nella distribuzione del rancio, della paga, della posta.

Ma non sono le bombe o il rancio freddo o la decade che non arriva a gelare i cuori degli alpini della Monte Rosa e dei marò della San Marco. Dopo i mesi di durissimo addestramento in Germania questi uomini si attendevano un'entusiastica accoglienza in patria. E qui riprendiamo a leggere i rapporti della GNR, quelli che leggevamo in apertura, laddove si parlava del rischio di "contagio" con le popolazioni. Dove sono le adunate di popolo che acclama i soldati della nuova Italia? Desenzano, Stradella, Peschiera, Bogliasco, Genova, Savona, Asti, Vercelli, Rovigo. Da tutte queste città i rapporti della GNR contengono sempre le stesse informazioni: freddezza, silenzio nel migliore dei casi. Ma più spesso manifestazioni ostili: "scappate", "gettate la divisa", "carne da macello", "andate a casa che è meglio". Rifiuti di salutare le bandiere dei reparti. Negozianti che abbassano ostentatamente la saracinesca al passaggio delle nuove truppe repubblicane. Scritte murali offensive.

Gli alpini e i marò si aspettavano ben altro e a qualcuno saltarono i nervi. A Peschiera viene ucciso un diciottenne che aveva rivolto frasi ingiuriose agli alpini, ad Asti i marò non sparano, ma iniziano i pestaggi con la popolazione, piena di "badogliani e sabotatori". A La Spezia gli alpini prendono cittadini a caso e li costringono, con la minaccia delle armi, a cancellare dai muri alcune parole ingiuriose. Da Savona un rapporto della GNR mette in luce un problema che è solo all'apparenza secondario e che comunque la dice lunga sul comportamento da padroni che i tedeschi continuano ad avere nei confronti degli italiani: i tedeschi si accompagnano tranquillamente con le ragazze italiane, mentre ai militari italiani era assolutamente vietato, durante la loro permanenza in Germania, di avere contatti con donne tedesche. I marò vogliono rendere pan per focaccia ai tedeschi: ne nascono pestaggi tra soldati "alleati" e qualcuno, meno controllato degli altri, estrae anche la pistola, usandola.

Botte e spari: secondo alcuni fascisti è "buon segno" perché questo sta ad indicare "l'alta tensione ideale e fascista dei combattenti". Sono fascisti, ma dotati di buon senso, anche gli ufficiali dell'Ufficio Situazione della GNR, che compilano i rapporti. E torniamo ancora agli estratti che leggevamo in apertura, nei quali si prende atto di una realtà drammatica: l'ostilità non è la manifestazione di qualche piccolo gruppo di "sabotatori" o di "badogliani", ma è un sentimento generalizzato nelle popolazioni. Il morale dei soldati inizia a calare, aggravato anche dal fatto che le Divisioni vengono spezzettate in reparti con ufficiali spesso sconosciuti, con cambiamenti di compiti rispetto a quelli a cui si era stati addestrati in Germania, con una generale disorganizzazione che si traduce spesso in disastrose carenze.
Leggiamo in un rapporto di un sottufficiale della Monte Rosa, raccolto al solito dalla GNR: "… la truppa è ancora equipaggiata con tenute di tela kaki e se si pensa che alcuni reparti sono dislocati da Colle dell'Agnello a Passo Baran (3.200 metri) si comprende come sia già avvenuto qualche caso di congelamento…"
"… le operazioni di rastrellamento eseguite insieme a reparti delle Brigate Nere hanno portato la truppa a lamentare la diversa retribuzione corrisposta agli appartenenti a quelle formazioni. Questo è un motivo di grave malcontento…".


Ostilità delle popolazioni, cattivi rapporti coi tedeschi (un ufficiale di Farina, il maggiore Santoro, arriva a chiedere di essere inquadrato come soldato semplice per non subire più, in divisa da ufficiale, umiliazioni dai tedeschi), disorganizzazione. I marò e gli alpini toccano ormai con mano lo spessore delle menzogne che la propaganda aveva loro ammannito nel periodo di permanenza in Germania. Ma i guai non sono solo "esterni" alle divisioni. Sottratte alla disciplina ferrea degli istruttori tedeschi, le "grandi unità" iniziano a palesare le loro intrinseche debolezze.
Un infuriato generale Farina indirizza, il 1° ottobre 1944, un ordine del giorno diretto a tutti i reparti della Divisione. In dieci punti il comandante riassume ciò che non va nella Divisione e farebbe forse prima a dire "cosa" vada. Dalla rampogna agli ufficiali (accusati di debolezza e lassismo), allo scarso spirito combattivo contro i ribelli (partigiani), alla vergogna della cattiva manutenzione delle armi, il quadro che ne emerge è drammatico, aggravato da un fenomeno che inizia a dilagare in entrambe le Divisioni: quello delle diserzioni.

A due mesi dal rientro in Italia, San Marco e Monte Rosa iniziano già a scricchiolare. Ci sono inizialmente le diserzioni fisiologiche ad ogni reparto militare, ma c'è anche un nuovo tipo di diserzione, assolutamente nuova e spiegabile solo col caos generalizzato della Repubblica sociale. E' la diserzione per arruolarsi in altre formazioni, in genere perché elargiscono una paga migliore (è il caso delle Brigate Nere) o perché si confida in possibili imboscamenti. Il 15 dicembre 1944 il comando divisionale della Monte Rosa indirizza questa circolare a tutti i reparti: "Diffida ai militari che vanno in licenza. Si ritiene opportuno diffidare tutti i militari che vanno in licenza o per altri motivi si assentano dalla divisione, che ogni loro tentativo di arruolamento presso la GNR, Brigate Nere, enti territoriali o presso le organizzazioni del lavoro (Todt) ecc., sarà decisamente stroncato, provvedendo alla loro denuncia al Tribunale militare di guerra quali disertori".

Se non si considerasse che parliamo di tempi di guerra fratricida, di morte, ci sarebbe da sorridere…
Ma, a parte queste diserzioni un po' curiose, già col mese di settembre inizia a farsi preoccupante il fenomeno delle diserzioni di interi gruppi, che lasciano i reparti, spesso con l'armamento, per passare nelle file partigiane o semplicemente per sottrarsi a una guerra ormai persa. Al 15 settembre 1944 già 2.415 soldati hanno lasciato le Divisioni Monte Rosa e San Marco. Il generale Ott, ispettore dei gruppi di addestramento tedeschi presso le Divisioni italiane, annota pignolescamente che "…presso le truppe regolari e i reparti ben guidati la percentuale dei disertori è solamente del 2%, mentre Monte Rosa lamenta già il 5,5% di disertori e San Marco il 10%…" Che fare? Il generale tedesco non ha esitazioni: fucilare disertori e favoreggiatori, rappresaglie contro le famiglie. In più Ott impartisce delle disposizioni che da sole ci dicono il clima pesante, di diffidenza e di sospetto in cui già si trovano le divisioni italiane: gli ufficiali devono sorvegliare i rapporti della truppa con la popolazione, ma gli ufficiali devono a loro volta essere sorvegliati da altro personale di fiducia della Sezione "I" (informazioni). La sorveglianza totale deve essere effettuata dal comando di collegamento tedesco. La gendarmeria da campo (ex carabinieri) - che in teoria dovrebbe sorvegliare tutti e tutto - deve essere "attentamente sorvegliata".

In una catena di sorveglianza, nessuno si fida più di nessuno. E intanto le diserzioni continuano, nonostante la costituzione dei Tribunali Divisionali e le fucilazioni. Gli ordini del giorno della Monte Rosa e della San Marco riportano con sempre maggior frequenza notizie di diserzioni e, in alcuni casi, di cattura dei disertori e condanna degli stessi, alla fucilazione o a pene detentive. Nel caos degli ultimi tempi di guerra molte documentazioni andarono perse e non è possibile sapere il numero preciso dei disertori della Monte Rosa. Per la divisione San Marco è invece possibile fissare alcuni dati al 1° gennaio 1945, con lo specchio della "dislocazione e forza dei reparti" allegato al diario 1945 della Divisione. Ne risulta una forza complessiva di 9.520 uomini. Considerando le perdite (189 morti, 389 feriti e 100 dispersi) risultano "assenti ingiustificati" - eufemismo per non dire la brutta parola disertori - 3.500 marò. Considerando la forza iniziale di 14.000 uomini, in cinque mesi "papà Farina" ha perso il 25% degli uomini. Lo stesso diario storico della Divisione elenca, per il periodo 1° gennaio - 16 aprile 1945, 282 casi di allontanamento arbitrario dai reparti, spesso con le armi, ma non è dato sapere se si tratti di un dato completo.

L'infaticabile scrittore generale Farina dirama, in data 28 febbraio 1945, un ordine del giorno segreto, diffuso in sole 136 copie, in cui elenca i marò puniti o portati in giudizio, con nome, cognome e grado. "La Giustizia, il castigo - che col punire i colpevoli premia gli onesti - è stato, è, sarà sempre".
E' il disastro. Il 20 gennaio 1945 Graziani, accompagnato da Pavolini va a renderne conto a Rudolf Rahn, plenipotenziario del Reich in Italia. Il Maresciallo cerca una giustificazione nell'inedia in cui sono state lasciate le truppe e nella mancanza di equipaggiamenti. Cerca di scambiare le cause con gli effetti, poi lamenta la mancanza di assistenza da parte del generale Leyers, capo del dipartimento Armamenti e produzione bellica dell'amministrazione militare tedesca in Italia. "…Leyers continua a menarci per il naso… per vestire pochi uomini abbiamo dovuto ricorrere alla borsa nera… mandiamo al fronte "Se siete sicuro del morale delle vostre truppe, io farò di tutto per aiutarvi.
Almeno una Divisione, facciamola distruggere dal fuoco nemico, ma non facciamola morire d'inedia come adesso sta morendo". Rahn replica gelido: "Dimenticate le diserzioni?" e Graziani ammette: "Le prime due Divisioni hanno dato complessivamente cinquemila disertori…" Rahn obietta con una sola parola: "Diecimila". Poi aggiunge: "Se siete sicuro del morale delle vostre truppe, io farò di tutto per aiutarvi".

Ma sono promesse fatte ormai senza la minima convinzione: poco convinti da sempre dell'efficienza militare italiana, i tedeschi lo sono tanto più adesso. Rahn non farà nulla, come nulla ha fatto per le altre due Divisioni di cui finora non abbiamo parlato, la I Divisione bersaglieri Italia e la II Divisione granatieri Littorio.

Non abbiamo ancora parlato di queste due Divisioni perché la loro storia è ancora più breve di quella di Monte Rosa e San Marco. La Littorio rientra in Patria tra il 20 ottobre e il 1° novembre 1944, attraverso difficoltà enormi, con lunghissime marce a piedi per l'interruzione della ferrovia del Brennero in Val d'Adige. La forza è costituita da 18.500 uomini, al comando del colonnello brigadiere Tito Agosti. L' Italia, 14.000 uomini al comando del generale di brigata Guido Manardi, medaglia d'argento della Guerra di Spagna, rientra ai primi di dicembre. Per entrambe le divisioni l'impatto con la realtà è ancora più duro di quello subìto dai commilitoni di San Marco e Monte Rosa. E la realtà italiana è ormai quella della disfatta, l'insofferenza della popolazione è sempre più palese. Anche per i bersaglieri e i granatieri, come già per i marò e gli alpini, la sensazione sarà quella di essere degli estranei mal visti in una Patria che avrebbe dovuto, secondo quanto era stato detto in Germania, osannarli e accoglierli a braccia aperte.

In più l'Italia patisce anche le più gravi carenze di equipaggiamento: prima di partire dalla Germania ha dovuto cedere parte di armi e materiali ad alcune unità tedesche in costituzione per il fronte francese. Alla fine di gennaio 1945, dice Graziani in una delle sue periodiche lamentazioni con Rudolf Rahn, la Divisione bersaglieri ha ancora il 25% degli uomini disarmati. Dispiegata in Emilia, la Divisione Italia inizia a sciogliersi da subito, tant'è che il 28 gennaio il generale Manardi, in una circolare intitolata "Serriamo le file e irrigidiamo i ranghi" lamenta che "… le assenze arbitrarie cominciano ad essere in numero rilevante e rischiano di compromettere la compagine dei reparti… I comandi di corpi e i capi servizio mi facciano proposte per lo scioglimento dei reparti che hanno dimostrato di non avere la consistenza organica necessaria al particolare momento…"

Il fenomeno delle diserzioni si allarga a macchia d'olio, nell'Italia come nella Littorio e a poco valgono le fucilazioni dei disertori catturati. A febbraio 1945, secondo le stime tedesche, sono ormai sedicimila i soldati che hanno abbandonato le quattro Divisioni che dovevano, nell'illusione di Salò, permettere il riscatto militare italiano. Su consiglio del comandante tedesco della XIV Armata, generale Lemelsen, e vista l'inefficienza degli organi di polizia italiani nella ricerca e cattura dei militari disertori, viene attuata l'estrema e più odiosa delle misure: la rappresaglia contro i familiari dei soldati che si allontanino arbitrariamente dal reparto. Il Ministero degli Interni di Salò dirama una circolare a tutti i prefetti, prescrivendo le "misure di rappresaglia contro i familiari dei disertori", che possono arrivare all'internamento in campo di concentramento, al sequestro di bestiame, al ritiro di licenze commerciali, alla radiazione da albi professionali, al licenziamento in tronco per i lavoratori dipendenti.

Sono misure odiose e impopolari, che non fanno che scavare ancora più in profondità l'abisso che ormai separa la popolazione dalle autorità di Salò. I tedeschi, che le avevano consigliate e fatte attuare, pensano già concretamente al futuro, dimostrando maggior realismo dei fascisti. Già dalla fine di febbraio 1945 il comandante delle SS in Italia, generale Wolff, dà pieni poteri al suo subordinato a Milano, colonnello Rauff, per aprire col cardinale Schuster le trattative segrete per la resa. Sono le ultime settimane di vita per il governo di Salò e per il suo esercito.

Vediamo nel dettaglio la fine delle quattro Divisioni.
Il 23 aprile 1945 il Maresciallo Graziani ordina l'operazione Nebbia Artificiale. Il nome in codice sta a significare che quel che resta dell'esercito di Salò deve ripiegare sulla sinistra del Po e quindi sulla linea delle Prealpi. E' un ordine tardivo, che i soldati devono eseguire sotto la pressione del nemico e con l'insurrezione antifascista che ormai si accende dovunque. La Monte Rosa, raggiunta dall'ordine in Piemonte, dispone ancora di circa 10.000 uomini, che iniziano un ripiegamento verso Pinerolo, Torino e Ivrea. Le armi vengono deposte a Ivrea, a Lanzo e presso Cuneo, a Casteldelfino. Diversi alpini cadono negli scontri finali, altri vengono fucilati dopo la cattura. Anche la Littorio si trova in Piemonte. Il comandante Agosti ha dovuto affrontare un problema spinoso: molti dei suoi uomini, compresi diversi ufficiali, si rifiutano di effettuare operazioni di rastrellamento e di polizia. La Divisione è stata quindi trasferita al fronte, fra il Cuneese e la Val d'Aosta, su un arco molto esteso. Il 29 aprile la Littorio depone le armi a Cuneo e viene catturato anche il generale Agosti, che dichiara ai suoi uomini: "Io non lascerò che un branco di traditori mi processi". Sarà di parola: il 27 gennaio 1946 si suiciderà, impiccandosi nel carcere militare di Forte Boccea, dove era rinchiuso in attesa di processo.

La divisione Italia si arrende in Emilia, il 29 aprile, dopo un attacco vittorioso a Modena, effettuato per rompere l'accerchiamento alleato e raggiungere Fornovo di Taro. Ma poco dopo trova la va Emilia sbarrata dalla 1° Divisione Brasiliana, nelle cui mani depone le armi. Il giorno successivo anche gli ultimi reparti di bersaglieri gettano le armi a Collecchio.
Resta la Divisione San Marco, attestata tra Liguria e Piemonte. L'unità di Farina ha ancora parecchi uomini e molte armi, nonché ottanta milioni nella cassa divisionale. Nella situazione di sfacelo generale "papà Farina" non rinuncia a tenere il suo diario. Leggiamone due pagine significative:
22 aprile 1945: "Io dico ai miei ufficiali: noi siamo già al disopra di ogni avvenimento; noi siamo e restiamo, per l'Italia, l'Onore e la Fede… E ci siamo messi con la fede in Dio, dataci dalla Mamma, a corpo morto, oltre la vita, oltre tutto… Siamo degli impossibili idealisti, che pensano solo all'Italia e alla sua Gloria, che vogliamo di nuovo splendente…"
26 aprile 1945: "il comando della divisione è isolato. Le stazioni di intercettazione riescono a dare una sola idea: che in Italia si è scatenato il caos".


Il 27 la San Marco, dopo un rifiuto da parte di Farina di arrendersi al maggiore inglese Johnston, si mette in marcia per raggiungere Alessandria e il Po. E' una lunga colonna che la caccia anglo americana mitraglia e bombarda a lungo. Molti marò cadono, ma il grosso della Divisione riesce a raggiungere Alessandria e Valenza. Il 28 aprile Farina tratta la resa con il CLN di Alessandria, dopo aver constatato che non era più possibile comunicare con Graziani (che si era consegnato agli americani il giorno prima). Nella notte tra il 28 e il 29 aprile "papà Farina" lancia il suo ultimo ordine del giorno, con cui dichiara la resa della Divisione San Marco.
Le quattro Divisioni, che dovevano essere il nerbo del nuovo esercito fascista repubblicano, si arrendevano così dopo essere state sfiorate dal contatto col nemico, che di fatto si era realizzato solo, come vedevamo sopra, nelle operazioni di ripiegamento verso Nord. La loro attività era stata soprattutto di rastrellamento e di antiguerriglia; in definitiva i tedeschi le avevano utilizzate come gli altri reparti della Repubblica Sociale (GNR, Brigate Nere, più le varie "legioni" e altri gruppi "autonomi"), per coprirsi le spalle, salvo abbandonarle al loro destino quando la partita era ormai palesemente persa.
Le molte diserzioni che dissanguarono queste unità si spiegano per diversi motivi. Anzitutto e soprattutto incise il primo impatto con una popolazione ostile, l'esatto contrario di quanto propagandato nei campi di addestramento tedeschi, né la vastità di questa ostilità consentiva di attribuirla ai soliti "badogliani" e "sabotatori". Poi l'impiego nella guerra civile, addirittura rifiutato, come vedevamo, da alcuni reparti. E proprio l'antiguerriglia si rivelerà un boomerang per le autorità fasciste, perché molti dei disertori andranno ad ingrossare le fila partigiane, portandosi seco anche l'armamento. E infine, teniamo conto del fatto che queste Divisioni, e particolarmente l'Italia e la Littorio, tornarono in Italia trovando un paese ormai sconfitto, dove la prosecuzione delle ostilità era imposta dall'alleato-padrone tedesco. Ma ormai mancava ogni seria speranza di vittoria e il timore della resa dei conti rendeva sempre più scottante sulla pelle una divisa con i "fascetti" al posto delle stellette militari tradizionali.

Possiamo quindi affermare che la vicenda delle quattro Divisioni è tra le più emblematiche per comprendere, con buona pace di certa storiografia "nostalgica", che il governo di Salò non può essere considerato dallo storico un governo legittimo, perché mancò di uno dei connotati essenziali per l'esercizio legittimo del potere: il consenso dei cittadini.

PAOLO DEOTTO

BIBLIOGRAFIA
* L'esercitodi Salò, di Giampaolo Pansa - Mondadori, Milano 1970
* La generazione che non si è arresa, di Giorgio Pisanò - Edizioni FPE, Milano 1968
* L'Italia della guerra civile, di Indro Montanelli e Mario Cervi - Rizzoli, Milano 1983
* Storia dell'Italia partigiana, di Giorgio Bocca - Laterza, Bari 1966

Ringrazio per l'articolo
Gianola direttore di
"Storia in Network"

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