
NIETZSCHE
"COSI' PARLO' ZARATHUSTRA"
"Un libro per tutti e per nessuno"



Sils Maria - (Engadina)
La casa di Nietzsche

L'Aquila impettita!!! Davanti alla sua casa a Sils Maria
<< "AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE"
INTRODUZIONE
Quando Zarathustra ebbe compiuto trent'anni, lasciò la sua patria e il lago della sua patria e andò a ritirarsi nelle montagne.
Là per dieci anni, senza stancarsi, godette la compagnia del suo spirito e della sua solitudine.
Ma un giorno il suo cuore mutò
e subì un grande mutamento: un mattino si alzò con l'aurora, avanzò
si mise davanti al sole e così gli parlò:
"O grande astro! Cosa sarebbe mai la tua felicità se tu non avessi
coloro a cui inviare la tua luce?
Per dieci anni tu salivi fin quassù alla mia caverna; certamente ti saresti
stancato della tua luce e del cammino da percorrere senza di me, senza la mia
aquila e il mio serpente
Ma noi ti aspettavamo qui tutte le mattine, tu ci davi la tua ricchezza e ne
ricevevi in cambio le nostre benedizioni.
Vedi! Sono nauseato della mia saggezza, come l'ape che ha fatto troppa provvista
di miele; ho bisogno di mani che si tendano verso di me.
Io vorrei denaro da elargire, finché i saggi tra gli uomini si rallegrassero
di nuovo della loro follia e i poveri della loro ricchezza.
Per giungere a questo debbo discendere: come fai tu, quando a serà tramonti
dietro il mare e porti la tua luce nel regno dei morti, tu, astro pieno di ricchezza
e di vita!
Io debbo, come te, tramontare, come dicono gli uomini, verso i quali io voglio
discendere.
Perciò benedicimi, occhio tranquillo, che puoi contemplare senza invidia
anche una gioia troppo grande!
Benedici il calice che vuol traboccare, finché ne scaturisca l'acqua
dorata che porti ovunque il riflesso della tua gioia!
Guarda: il calice vuole di nuovo vuotarsi, e Zarathustra vuole di nuovo essere
uomo."
Così cominciò la discesa di Zarathustra.
2
Zarathustra scese solo giù
dalla montagna e nessuno lo incontrò. Ma quando fu nella foresta, improvvisamente
vide davanti a sè un vecchio, che aveva lasciato la sua capanna per cercare
radici nella foresta. E così il vecchio parlò a Zarathustra:
"Non mi è nuovo, questo viandante: molti anni fa passò di
qui; ma ora egli è molto mutato.
Allora portavi la tua cenere sulla montagna: ora vuoi forse portare il tuo fuoco
nella valle? Non hai timore del castigo che attende gli incendiari?
Sì, io riconosco Zarathustra. Puro è il suo sguardo, e nella sua
bocca non si annida alcun ribrezzo. Non avanza egli come un danzatore?
Zarathustra è cambiato, Zarathustra è divenuto un bambino, Zarathustra
si è svegliato: cosa vuoi tu fare con gli addormentati?
Come in mezzo al mare tu vivevi in solitudine, e il mare ti portava sul suo
seno. Ahimè, ora vuoi tu scendere a terra? Vuoi tu trascinare il tuo
corpo da te stesso?"
Zarathustra rispose: "Io amo gli uomini."
"Qual è la ragione" disse il santo "per cui mi sono ritirato
nella foresta e in solitudine? Non è, forse, perché anch'io ho
amato troppo gli uomini?
Ma ora io amo Dio: non amo più gli uomini. L'uomo è cosa troppo
imperfetta per me. L'amore degli uomini mi ucciderebbe."
Zarathustra rispose: "Ma io non parlavo d'amore! Io porto un regalo agli
uomini."
"Non dar loro nulla," disse il santo "togli piuttosto loro qualcosa
e portala via con loro; sarà la cosa migliore che potrai loro fare: purché
faccia del bene anche a te!
E se vuoi dar loro qualcosa, non dar più di un'elemosina, e attendi che
ti invochino perché tu gliela dia!"
"No," ribatté Zarathustra "io non do elemosine. Non sono
abbastanza povero per farlo."
Il santo rise di Zarathustra e replicò: "Allora vedi un po' se accettano
i tuoi tesori! Sono diffidenti verso gli eremiti e non credono che la nostra
missione sia dl distribuire loro doni.
I nostri passi risuonano troppo solitari per le vie. E come quando di notte,
stando nei loro letti, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga,
certamente si domandano: dove va quel ladro?
Non recarti tra gli uomini! Rimani nella foresta!
Va' piuttosto tra gli animali! Perché non vuoi tu essere come me, orso
tra gli orsi, uccello tra gli uccelli?"
"E che fa mai il santo nella foresta?" chiese Zarathustra.
Il santo rispose: "Compongo canzoni e le canto, e quando compongo canzoni,
rido, piango e borbotto fra me stesso. Così innalzo le mie lodi a Dio.
Cantando, piangendo e rimuginando fra me, io lodo quel Dio, che è mio
Dio. Ma tu qual regalo ci porti?"
A questo punto Zarathustra salutò il santo e disse:
"Che cosa posso darvi? Lasciatemi andare, piuttosto, prima che vi tolga
qualcosa!" Così si separarono l'uno dall'altro, il vecchio e l'uomo,
sorridendo come sorridono due fanciulli.
Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò al suo cuore: "E
mai possibile? Questo vecchio santo nella sua foresta non sa ancora che Dio
è morto."
3
Quando Zarathustra venne nella città
più vicina , situata al confine della foresta, vi trovò molta
folla adunata sul mercato: poiché era giunta notizia che un funambolo
vi avrebbe dato spettacolo. E Zarathustra così parlò al popolo:
"Io vi annunzio il Superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere
superato. Che cosa avete voi fatto per superarlo?
Ogni essere sinora ha creato qualcosa sopra se stesso: e voi volete essere il
riflusso di questo gran flusso e ritornare alla bestia, anziché superare
l'uomo?
Che cosa mai è la scimmia per l'uomo? Una risata, una penosa vergogna.
Questo deve essere l'uomo per il Superuomo: una risata, una penosa vergogna.
Finora avete percorso la via che va dal verme all'uomo, e molto è in
voi ancora verme. Una volta eravate scimmie, e anche oggi l'uomo è più
scimmia di qualunque scimmia.
Chi tuttavia è fra voi il più saggio, non è che un essere
disarmonico, un ibrido fra la pianta e il fantasma. Vi dico io forse di divenire
piante o fantasmi?
Guardate, io invece vi insegno a diventare il Superuomo!
Il Superuomo ecco il vero senso della terra. E così il vostro volere
dica: il Superuomo diìventi il senso della terra!
Vi scongiuro, o miei fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a coloro
che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono degli avvelenatori, consapevoli
o meno: Sono spregiatori della vita, gente che sta morendo, avvelenati essi
stessi da se stessi: la terra è stanca di loro: possano per sempre scomparire!
Una volta il crimine contro Dio era il più grande peccato; ma Dio è
morto, e con lui sono morti anche i colpevoli di quel crimine. Oggi la colpa
più orribile è peccare contro la terra, e tenere in più
alto pregio le viscere dell'impenetrabile che, il senso della terra!
Una volta l'anima guardava con dispregio il corpo: e questo dispregio era il
più alto valore: essa lo voleva magro, orrido, affamato. Così
immaginava di sfuggire al corpo e alla terra.
Ahimè, era l'anima stessa che era magra, orrida, affamata: e la crudeltà
era la sua voluttà!
Ma anche voi, fratelli miei, ditemi: che dice il vostro corpo della vostra anima?
Non è essa meschinità e sozzura e tristo piacere?
L'uomo è veramente un fiume melmoso. Bisogna essere un mare per accogliere
un fiume così sudicio senza rimanerne insudiciati.
Ascoltate, io vi insegno il Superuomo: egli è questo mare, in esso può
sprofondare il vostro grande disprezzo.
Qual è la massima esperienza che potete vivere? L'ora del grande disprezzo.
L'ora nella quale anche la vostra gioia diventa uno schifo, così la vostra
ragione e la vostra virtù.
L'ora nella quale voi dite: ‘Che me ne importa della mia felicità!
È una cosa povera e sporca e un misero conforto. Proprio la mia felicità,
dovrebbe da sola bastare a giustificare l'esistenza!’
L'ora nella quale vol dite: 'Che me ne importa della mia ragione! Forse avete
fame di sapienza come il leone ha fame del suo cibo? Ma non è che cosa
povera e sporca e un misero conforto!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia vlrtù! Essa
non è riuscita ancora a farmi immpazzire! Come sono stanco del mio bene
e dei mio male! Tutto ciò non è che povero e sporco e un misero
conforto!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia giustizia! Io non vedo
ch'io sia ancora divenuto un carbone ardente. Ma il giusto è un carbone
ardente!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia compassione! Non è
compassione la croce alla quale viene inchiodato colui che ama gli uomini? Ma
la mia compassione non è una crocefissione'.
Avete già parlato in questo modo? Avete già urlato in questo modo?
Ah, se vi avessi udito già gridare in questo modo!
Non il vostro peccato; è la vostra contentezza soddisfatta che grida
vendetta al cospetto del cielo, la vostra avarizia stessa che nel vostro peccato
grida vendetta al cospetto del cielo!
Dov'è il fulmine che vi abbia lambito con la sua lingua? Dove la follia
della quale voi abbiate dovuto essere vaccinati?
Vedete, io vi insegno il Superuomo: egli è questo fulmine, egli è
questa follia!"
Quando Zarathustra ebbe parlato così, uno del popolo gridò: "Abbiamo
sentito abbastanza parlare del funambolo; fatecelo finalmente vedere!"
E tutto il popolo rise di Zarathustra. Ma il funambolo, che credette che il
discorso fosse fatto per lui, cominciò a prepararsi.
4
Zarathustra tuttavia guardò
il popolo e si meravigliò. Allora parlò in questo modo:
"L'uomo è una corda, tesa tra l'animale e il Superuomo, una corda
sopra un precipizio:
Un pericoloso oltrepassamento, un pericoloso andamento, un pericoloso volgersi
indietro, un pericoloso trasalire ed arrestarsi.
Ciò che è grande nell'uomo, è che egli è un ponte
e non una mèta: ciò che può venire amato, è che
egli è un transito e una catastrofe.
Amo coloro che non sanno vivere, sia pure come decadenti, perché sono
coloro che vanno oltre.
Amo i grandi dispregiatori, perché sono i grandi adoratori e le grandi
frecce della nostalgia verso l'altra riva.
Amo coloro che non cercano al dl là delle stelle una ragione per naufragare
e sacrificarsi: ma si sacrificano alla terra, onde far sì che la terra
sia un giorno del Superuomo.
Amo colui che vive per riconoscere, e che vuol conoscere, onde far sì
che un giorno viva il Superuomo. E così vuole il proprio tramonto.
Amo colui che lavora e scopre, onde costruire la casa del Superuomo, e preparargli
il terreno, gli animali e le piante: perché è uno che vuole la
propria rovina.
Amo colui che ma la sua virtù: perché la virtù è
una volontà di naufragio e una freccia dl nostalgia.
Amo colui che non trattiene per sé goccia alcuna di spirito, ma vuole
essere interamente lo spirito della sua virtù; perché è
uno che avanza come spirito sopra il ponte.
Amo colui che fa della sua virtù la stia inclinazione e il suo destino:
perché è uno che a causa della sua virtù vuole e non vuole
più vivere.
Amo colui che non vuole avere molte virtù. Una virtù è
più virtù di due, perché è maggiormente un nodo
a cui si appende un destino.
Amo colui la cui anima si spende generosamente; e non vuole essere ringraziato,
e neanche ringrazia: perché è uno che sempre dona e non si preoccupa
della propria conservazione.
Amo colui che si vergogna quando il dado della sorte cade in suo favore, e allora
chiede a se stesso: sono forse un falso giocatore? Poiché è uno
che vuole inabissarsi.
Amo colui che fa precedere le sue azioni da parole d'oro, e sempre mantiene
più di quanto promette: perché vuole la sua rovina.
Amo colui che giustifica i posteri ed è un compimento per i trapassati:
perché è uno che vuole che il presente lo distrugga.
Io amo colui che maltratta il proprio Dio, perché è uno che ama
il suo Dio, e dovrà andare in rovina per l'ira del suo Dio.
Io amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita, e può
andare a fondo anche per un piccolo evento: perché è uno che passa
volentieri sopra il ponte.
Io amo colui la cui anima trabocca, tanto da dimenticare se stesso, e tutte
le cose sono in lui: tutte le cose divengono la sua rovina.
Io amo colui che ha libero spirito e libero cuore: così che la sua testa
è soltanto un viscere del suo cuore, ma il suo cuore lo sospinge verso
l'abisso.
Io amo tutti coloro che sono gocce pesanti che cadono ad una ad una dal nembo
oscuro che pende sugli uomini: e annunciano che il fulmine arriva, e come annunciatori
vanno verso la loro rovina.
Vedete, io sono un annunciatore del fulmine e una goccia pesante del nembo:
ma il fulmine si chiama Superuomo.
5
Quando Zarathustra ebbe pronunciato
queste parole, guardò di nuovo la gente e tacque. "Eccoli lì,"
disse al suo cuore "ridono: non mi comprendono, io non sono una bocca adatta
per orecchi.
Sarà prima necessario spezzar loro gli orecchi, perché imparino
ad udire con gli occhi? Sarà necessario far fracasso come i timpani e
i predicatori di penitenze? O credono solo a coloro che balbettano?
Hanno in se qualcosa di cui sono orgogliosi. Ma come la chiamano? Cultura la
chiamano che li distinguono dai caprai.
Perciò ascoltano malvolentieri l'espressione di 'disprezzo', indirizzata
ad essi. E allora io parlerò al loro orgoglio.
Parlerò loro della cosa più, spregevole di tutte: che è
l'ultimo uomo."
E così parlò Zarathustra al popolo:
"È tempo che l'uomo definisca la sua mèta. E tempo che l'uomo
pianti il seme della sua più alta speranza.
A ciò il suo terreno è ancora abbastanza ricco. Ma esso diverrà
un giorno povero e debole e nessun albero di alto fusto vi crescerà più.
Guai! Viene il tempo nel quale l'uomo non scaglierà pii la freccia della
sua nostalgia al di là dell'uomo; in cui il crine del suo arco non saprà
più vibrare.
Io vi dico che bisogna avere ancora in se stessi il caos, per poter generare
una stella danzante. Io vi dico che avete ancora il caos in voi.
Ma guai! Viene il tempo in cui l'uomo non avrà più stelle da generare.
Guai! Viene il tempo dell'uomo giunto all'estremo limite della sua spregevolezza,
che non saprà più neanche disprezzarsi.
Ecco! Io vi mostro l'ultimo uomo.
Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è nostalgia?
Che cosa è stella? Così chiedé l'ultimo uomo e ammicca.
La terra allora sarà divenuta piccola, e su di lei andrà saltellando
l'ultimo uomo, che renderà tutto piccino. La sua schiatta è indistruttibile
come la pulce di terra; l'ultimo uomo è quello che vive più a
lungo di tutti.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c'è
bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché
c'è bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare è per essi peccato: e si va avanti guardinghi.
Pazzo chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Ogni tanto un po' di veleno: esso fa sognare gradevolmente. E alla fine molto
veleno, per gradevolmente morire.
Si lavora ancora, poiché il lavoro è un modo di passare il tempo.
Ma si cerca di fare in maniera che questo divertimento non danneggi.
Non si è più poveri o ricchi: entrambe le situazioni sono troppo
impegnative. Chi vuole ancora dominare? Chi vuole ancora obbedire? L'una e l'altra
cosa sono troppo impegnative.
Non un pastore e il suo gregge! Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è
uguale; chi sente altrimenti, va diritto al manicomio.
In altri tempi tutti erano pazzi, dicono i più raffinati e ammiccano.
Si è saggi e si sa tutto ciò che è accaduto: così
non si finisce mai di sorridere. C'è ancora chi s'arrabbia; ma ci si
rappacifica presto per non sciuparsi lo stomaco.
Si possiede la piccola gioiuzza per il giorno e il piccolo piaceruzzo per la
notte: ma si rispetta la salute.
Abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano."
E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che è detto anche
"prologo", perché a questo punto lo interruppe lo schiamazzo
e l'allegria della folla. "Daccelo, quest'ultimo uomo, o Zarathustra"
gridarono; "fa' che noi siamo questi ultimi uomini! Il tuo Superuomo te
lo regaliamo!" E tutto il popolo giubilava e schioccava la lingua.
Ma Zarathustra divenne triste e disse al suo cuore:
"Non mi comprendono: io non sono una bocca adatta per le loro orecchie.
Ho vissuto troppo a lungo nelle montagne, e troppo ho ascoltato la voce dei
ruscelli e degli alberi: ora io parlo loro come fanno I caprai.
Incrollabile è la mia anima, e chiara come la montagna nell'ora che precede
il meriggio. Ma essi credono che io sia freddo e che non sappia che irridere
con scherzi atroci.
E mi guardano e ridono: e mentre ridono continuano ad odiarmi. Nel loro riso
è il gelo."
6
Ma ecco che accadde qualcosa che
fece ammutolire ogni bocca e rese fisso e immobile ogni occhio. Il funambolo
aveva cominciato la sua opera: era uscito da una piccola porta e stava avanzando
sul filo, che era teso fra due torri; sospeso lassù in alto, stava sopra
il mercato e la folla. Quando giunse a metà del suo cammino, la piccola
porta si aprì ancora, e un suo compagno verzicolore, simile ad un buffone,
ne saltò fuori e a passi rapidi lo seguì: "Avanti, piedi
dolci," gridò la sua voce terribile "avanti, poltrone, contrabbandiere,
viso pallido! Vorrei farti assaggiare il mio calcagno! Che cosa stai facendo
qui fra le torri? Dentro la torre devi stare, ti dovrebbero mettere in gattabuia,
tu che impedisci il passaggio a chi è migliore di te!" E ad ogni
parola che diceva, gli si avvicinava sempre più: ma quando fu giunto
ad un passo da lui, accadde la cosa più spaventosa, che fece ammutolire
tutti e restare con gli occhi incantati: sibilò in aria un grido come
di diavolo e quell'individuo spiccò un salto oltrepassando colui che
gli impediva il passaggio. Questi, quando si vide sopravanzato dal suo compagno,
perse la testa e la corda; lanciò via la stanga e precipitò, più
rapido di lei, come un viluppo di braccia e gambe nello spazio. Il mercato e
la folla sembrarono il mare quando la tempesta lo sommuove: fu tutto un rimescolio
e un accavallarsi, soprattutto nel punto dove il corpo doveva cadere.
Ma Zarathustra rimase fermo al suo posto, e proprio accanto a lui cadde il corpo,
ridotto a maipartito e spezzato, ma non ancor morto. Dopo un poco tornò
la coscienza al disgraziato, che scorse Zarathustra in ginocchio accanto a sé.
"Che fai tu lì?" disse finalmente; "io sapevo da molto
tempo che il diavolo mi avrebbe dato un calcio. Ora mi trascina all'inferno:
vuoi vedere se ti opponi a lui?"
"In realtà, amico," rispose Zarathustra "non esiste ciò
che tu dici: non c'è né diavolo né inferno. Morirà
più presto la tua anima del tuo corpo: non avere paura di nulla!"
L'altro lo guardò con diffidenza: "Se tu dici la verità,"
esclamò "allora io non perdo nulla perdendo la vita. Non sono molto
più di un animale, a cui è stato insegnato a danzare a forza di
percosse e di bocconcini".
"Ma no" disse Zarathustra; "tu hai fatto del pericolo la tua
professione, e su questo non c'è niente da dire. Ora tu muori in seguito
alla tua professione: e io per mia parte ho intenzione di seppellirti con le
mie mani."
Quando Zarathustra disse questo, il morente non rispose più; ma mosse
la mano, come se cercasse la sua mano per ringraziarlo.
7
Intanto era venuta
la sera, e il mercato si nascose nell'oscurità: la gente cominciò
ad andarsene, perché anche la curiosità e l'orrore si stancano.
Ma Zarathustra sedeva accanto al morto che giaceva in terra, immerso in pensieri:
per modo che aveva dimenticato il tempo. Infine si fece notte, e un vento freddo
soffiò sul solitario. Allora Zarathustra si alzò e disse al suo
cuore:
"Veramente Zarathustra ha fatto oggi una buona pesca! Non ha pescato un
uomo, ma un cadavere.
L'essere umano è strano e senza senso: un buffone può divenire
per lui fatale.
Voglio insegnare agli uomini il senso del loro essere: chi è il Superuomo,
il lampo che scoppia dalla nuvola oscura uomo.
Purtroppo sono ancora lontano da loro, e il mio senso non parla ai loro sensi.
Sono ancora per gli uomini qualcosa di mezzo fra un pazzo e un cadavere.
Scura è la notte, tenebrosi sono i sentieri di Zarathustra. Vieni, compagno
freddo e rigido! Ti porterò via e ti seppellirò con le mie mani."
8
Dopo che
Zarathustra ebbe detto questo al proprio cuore, si caricò la salma sulle
spalle e si pose in cammino. Non era ancora andato avanti cento passi, che un
uomo gli si fece incontro e gli sussurrò all'orecchio qualcosa... ed
ecco! Colui che parlava era proprio il buffone della torre. "Va' via da
questa città, Zarathustra" gli diceva; "qui sono in troppi
ad odiarti. Ti odiano i buoni e i giusti, e ti chiamano nemico e spregiatore;
ti odiano i credenti della retta fede, e ti chiamano pericolo pubblico. La tua
fortuna era che si ridesse di te: e a dire il vero tu parlavi loro come un buffone.
La tua fortuna era che ti accompagnavi a questa carogna; umiliandoti in tal
modo, ti sei salvato per oggi; ma ora esci da questa città, altrimenti
domani io salto su di te come un vivo sopra un morto."
E quando ebbe detto questo, scomparve; ma Zarathustra continuò ad andare
per i vicoli scuri.
Alla porta della città, si imbatté nei becchini: essi gli misero
le fiaccole vicino al volto, riconobbero Zarathustra e lo schernirono: "Zarathustra
porta via il cane morto: bene, Zarathustra è divenuto un becchino! Le
nostre mani sono troppo pulite per questo arrosto. Forse Zarathustra vuoi sottrarre
al diavolo il suo boccone? Va bene così! Buon appetito! Purché
il diavolo non sia un ladro migliore di lui! Allora li acchiappa entrambi e
se li mangia!" E ridevano tutti insieme e complottavano.
Zarathustra non disse parola e continuò per la sua strada. Quando fu
andato avanti per due ore, lungo foreste e paludi, dopo aver tanto, udito l'ululo
affamato dei lupi, venne fame anche a lui. Si fermò allora ad un casolare
solitario, in cui ardeva un lume.
"La fame mi sopraffà" disse Zarathustra "come un brigante.
Mi sopraffà nelle foreste - e nelle paludi, nella notte fonda.
Strani capricci ha la mia fame. Spesso mi prende dopo il pasto; invece oggi
non è venuta per tutto il giorno: dove se ne è stata?"
Così pensando, Zarathustra batté alla porta della casa. Apparve
un vecchio che portava in mano la lampada, e chiese: "Chi viene da me a
trovarmi durante il mio cattivo sonno?"
"Un vivo e un morto" disse Zarathustra. "Datemi da mangiare e
da bere, perché io ho dimenticato di farlo di giorno. Colui che dà
da mangiare all'affamato porge sollievo all'anima sua: così parla la
sapienza."
Il vecchio uscì, ma tornò subito offrendo a Zarathustra pane e
vino. "È una brutta zona per affamati" disse; "perciò
io abito qui. Animali e uomini vengono da me, il solitario. Ma dì' pure
anche al tuo compagno di mangiare e di bere, perché è più
stanco di te." Zarathustra rispose: "Il mio compagno è morto,
sarà difficile convincerlo." "Questo non mi riguarda"
disse il vecchio di cattivo umore; "chi batte alla mia casa deve anche
prendere ciò che io gli offro. Mangiate e statevi bene!"
Zarathustra continuò il suo cammino ancora per due ore, fidandosi della
strada e della luce delle stelle: perché era abituato a camminare di
notte e amava vedere in volto tutti coloro che dormivano. Ma quando cominciò
a ingrigire, si ritrovò in una profonda foresta, senza più alcuna
traccia di strada. Allora mise il morto nel tronco cavo di un albero dietro
il suo capo - poiché voleva proteggerlo dai lupi affamati - e si distese
per terra sul muschio. Subito si addormento, stanco morto, ma con l'animo saldo.
9
Zarathustra dormì a lungo,
non solo l'aurora passò sul suo viso ma anche mattino. Infine aprì
gli occhi: sorpreso, Zarathustra scorse la foresta e il silenzio; sorpreso,
scorse il suo intimo. Poi si alzò rapido, come un navigatore che scopre
d'un tratto terra, ed esultò: perché vide una nuova verità.
E così parlò allora al suo cuore:
"Una luce si è accesa in me: ho bisogno di compagni, e vivi; non
compagni morti e cadaveri, da portare con me ovunque io voglia.
Ma viventi compagni, che mi seguano, perché voglion seguire se stessi,
e proprio là dove io voglio.
Una luce si è accesa in me: non alla folla deve parlare Zarathustra,
ma a del compagni! Zarathustra non deve diventare pastore e cane di un gregge!
Io sono venuto per strappare molti al gregge. La folla e il gregge mi devono
avere in odio: pei pastori Zarathustra vuole essere un brigante.
Dico pastori, ma essi si dicono i buoni e i giusti.
Dico pastori: ma essi si chiamano credenti della retta fede. Guardali lì,
i buoni e i giusti! Chi odiano essi di più? Colui che infrange le loro
tavole di valori, il distruttore, l'assassino: ma questi è appunto il
creatore.
Guardali lì, i credenti di tutte le fedi! Chi odiano essi di più?
Colui che infrange le loro tavole di valori, il distruttore, l'assassino: ma
questi è appunto il creatore.
Compagni cerca il creatore, compagni del raccolto: perché tutto è
in lui maturo per il raccolto. Ma a lui mancano le cento falci: e così
egli strappa le spighe ed è inquieto.
Compagni cerca il creatore, coloro che sanno affilare le loro falci. Si suole
chiamarli annientatori e spregiatori del bene e del male. Ma essi sono i mietitori
e coloro che fanno festa. Collaboratori cerca Zarathustra, che mietano e festeggino
con lui: che ha mai egli a spartire con greggi e pastori e cadaveri?
E tu, mio primo compagno, statti bene! Io ti ho ben seppellito nel tuo albero
cavo, mettendoti bene al riparo dai lupi. Ma ora mi separo da te, perché
il tempo è passato. Fra l'una e l'altra aurora è giunta a me una
nuova verità.
Non pastore io debbo essere, né seppellitore di morti. Non voglio parlare
più con la folla: per l'ultima volta ho parlato con un morto.
Voglio attirare a me i creatori, i mietitori, i banchettanti: voglio loro mostrare
l'arcobaleno, e tutte le gradinate del Superuomo.
Ai solitari canterò il mio canto e a coloro che vivono a coppie; e chi
ha ancora orecchi per l'inaudito, a quegli voglio rendere pesante il cuore con
la mia gioia.
Io voglio andare per il mio cammino verso la mia mèta: saltando sulla
testa di coloro che indugiano e si tirano volentieri da parte. Il mio passo
sia la loro rovinà!"
10
Questo aveva detto Zarathustra al
suo cuore, quando il sole stava a mezzogiorno: guardò allora con sguardo
interrogativo il cielo, perché udiva su di lui il grido acuto di un uccello.
Ed ecco! Un'aquila roteava in larghi giri per l'aria, e ad essa stava appeso
un serpente, non come una vittima, ma come un amico: perché si teneva
attorcigliato al suo collo.
"Sono i miei animali!" esclamò Zarathustra, e si rallegrò
nel cuore.
"L'animale orgoglioso sotto il sole e quello più astuto sotto il
sole; ecco ché essi vanno in cerca di novità.
Vogliono informarsi se Zarathustra viva ancora. Sono io tuttora realmente vivo?
Fu più pericoloso per me vivere tra gli uomini che tra gli animali. Sentieri
pericolosi percorre Zarathustra. Possano condurmi i miei animali!"
Quando Zarathustra ebbe detto questo, pensò alle parole del santo nella
foresta, sospirò e parlò così al suo cuore:
"Potessi essere più saggio! Potessi essere interamente saggio, come
il mio serpente!
Ma io voglio l'impossibile: e prego il mio orgoglio di andare sempre d'accordo
con la mia saggezza!
E se un giorno mi abbandonerà la saggezza - ahimè, essa ama volar
via! - che il mio orgoglio possa ancora volare insieme con la mia follia!"
Così cominciò la discesa di Zarathustra.
I DISCORSI DI ZARATHUSTRA
DELLE TRE METAMORFOSI
"Io voglio annunciarvi tre
metamorfosi dello spirito: come lo spirito diventa cammello, e da cammello un
leone, e da leone un bambino.
Molte cose sono gravose per lo spirito; per lo spirito forte, paziente e rispettoso
per natura: il suo vigore ha desiderio di difficoltà e di cose estremamente
pesanti.
Che cosa è pesante? chiede lo spirito paziente, mentre si inginocchia
al pari di un cammello e desidera essere ben caricato.
Qual è la cosa più pesante, o voi eroi? chiede lo spirito paziente;
che io la prenda su di me rallegrandomi del mio vigore.
Non è forse ciò un umiliarsi per far male al proprio orgoglio?
Lasciar risplendere la propria stoltezza, per beffarsi della propria sapienza?
O è questo: abbandonare la propria causa, quando questa sta per trionfare?
Sugli alti monti salire, e tentare il tentatore?
O è questo: nutrirsi di ghiande e d'erba della scienza e per amore dl
verità soffrire la fame dell’anima?
O è questo: essere annullati e mandare via i consolatori e stringere
amicizia con i sordi, che giammai possono udire ciò che tu vuoi?
O è questo ancora: scendere nell'acqua putrida quando è l'acqua
della verità, e non allontanare da sé né i freddi ranocchi
ne i rospi impetuosi?
O è questo: amare coloro che ci disprezzano, e tendere la mano al fantasma,
quando ci vuoi far paura?
Tutte queste cose pesanti lo spirito paziente vuol sopportare: poi come il cammello
che carico va a passo veloce lungo il deserto, anche egli s’incamminana
verso il suo deserto.
Ma nel deserto solitario avviene la seconda metamorfosi: lo spirito diviene
leone, vuole catturare la propria libertà ed essere padrone del suo deserto.
Va così in cerca del suo ultimo signore: vuole divenirne il nemico come
del suo ultimo dio, e ottenere vittoria lottando con il grande drago.
Che cosa è il grande drago, che lo spirito non vuoi più chiamare
suo signore e Dio? 'Tu devi' si chiama fl drago. Ma lo spirito del leone dice:
'Io voglio'.
'Tu devi' gli sbarra la via; sfavillando d'oro l'animale coperto di scaglie
cornee e su ognuna delle quail riluce in oro: 'Tu devi!'
Millenari valori splendono su quelle scaglie; e così parla il più
possente del draghi: 'Ogni valore delle cose riluce sul mio corpo'.
'Ogni valore è già stato creato e ogni valore creato sono io stesso.
In realtà, non deve più alcun io voglio esistere!' Così
parla il drago.
Fratelli miei, perché c'è bisogno del leone in ispirito? Non è
forse sufficiente il paziente animale che rinuncia ed obbedisce?
Crear nuovi valori, questo non lo può fare neanche il leone: ma conquistarsi
la libertà per nuove opere, questo egli può fare.
Conquistarsi la libertà significa dire un sacro no di fronte all'obbligazione:
ecco, miei fratelli, per che cosa necessario il leone.
La facoltà dl affermare valori nuovi: questo è ciò che
appare un orribile sopruso agli spiriti pazienti e sottomessi. In realtà,
sembra loro una rapina e azione da animale rapace.
Una volta egli amava il 'tu devi' come la più sacra delle cose: ora gli
è necessarto trovare la follia e l'arbitrio anche nella cosa più
sacra, onde sottrarsi al proprio amore e conquistare la sua libertà:
il leone occorre per attuare questa rapina.
Ma ditemi, fratelli miei, che potrà dunque fare il fanciullo, che già
il leone non fece? Perché dunque il leone predatore dovrà ancora
ritornare fanciullo?
Il fanciullo è innocenza e dimenticanza, ritorno al principio, gioco,
ruota che da sé gira, movimento iniziale, sacra affermazione.
Sì, per il gioco della creazione, o fratelli miei, un sacro dir di sì
alle cose: ecco, lo spirito vuole la propria volontà, chi ha perduto
l'universo vuole conquistare il suo universo.
Di tre metamorfosi dello spirito io v'ho parlato: come lo spirito divenne cammello,
e il cammello si fece leone e il lèone, infine, fanciullo."
Così parlò Zarathustra. Allora egli viveva nella città
che è chiamata: La vacca variopinta.
DELLE CATTEDRE DELLA VIRTÙ
Si celebrava davanti
a Zarathustra un saggio, che sapeva parlare bene del sonno e della virtù:
e che, per questo, era molto stimato e ricompensato; e tutti i giovani si assiepavano
intorno alla sua cattedra. Zarathustra si recò da lui e con gli altri
giovani si sedette davanti alla sua cattedra.
Così parlò il saggio:
"Onore e rispetto per il sonno! Questa è la prima cosa! E sfuggite
tutti coloro che dormono male e stanno svegli di notte!
Davanti al sonno, è timoroso anche il ladro. Egli si insinua sempre durante
la notte silenziosamente. Al contrario la ronda notturna è sfacciata,
suona senza pudore il suo corno. -
Dormire non è arte da poco: intanto è necessario stare svegli
tutto un giorno senza interruzione.
Dieci volte al giorno dovrai vincere te stesso: ciò produce infine una
buona spossatezza ed è un buon papavero per lo spirito.
Dieci volte al giorno dovrai inoltre fare la pace con te stesso; dato che la
vittoria su se stessi è amarezza; e chi non si è riconciliato
con se stesso dorme in malo modo.
Dieci verità al giorno tu dovrai discoprire; altrimenti anche durante
la notte tu andrai cercando la verità, e lo spirito tuo sarà inquieto.
Dieci volte al giorno dovrai ridere ed essere allegro; altrimenti durante la
notte ti darà fastidio lo stomaco, che è il padre di ogni tribolazione.
Pochi sanno ciò: ma bisogna possedere tutte le virtù per dormire
bene. Testimonierò io forse il falso?
Commetterò adulterio?
Desidererò per me la donna del mio prossimo? Tutte queste cose non si
accordano con un buon sonno. Ma anche quando possedessimo tutte le virtù,
bisogna altresì saper fare un'altra cosa: mandare al tempo giusto a dormire
anche le virtù.
Perché non litighino tra loro, quelle donnette a modo! E sul conto tuò,
infelice!
Pace con Dio e col prossimo: questo ci vuole per un buon sonno. E in pace anche
col demonio del 'prossimo! Altrimenti durante la notte verrà a infastidirti.
Onore e rispetto per le autorità, e anche verso l'autorità corrotta!
Questo vuole il buon sonno. E che colpa ne ho io, se l'autorità cammina
spesso e volentieri a gamba zoppa?
Il miglior pastore, per me, sarà sempre colui che guiderà le sue
pecore verso il più verde pascolo: questo si accorda con un buon sonno.
Non voglio molti onori, né grandi tesori: fanno infiammare la milza.
Ma male si dorme senza una buona reputazione ed un piccolo tesoro.
Una compagnia piccola mi è più grata di una maligna: tuttavia
deve saper andare e venire al momento opportuno. Questo soltanto si accorda
con un buon sonno.
Molta soddisfazione mi danno i poveri di spirito: essi mi conciliano il sonno.
Sono gente contenta, specialmente quando si dà loro sempre ragione.
Così passa la sua giornata l'uomo virtuoso. Quando poi scende la notte,
mi guardo bene dall'invocare il sonno! Perché il sonno, che è
il padrone delle virtù, non vuole essere invocato!
Invece torno col pensiero a ciò che ho fatto e detto durante il giorno.
Rimuginando, interrogo me stes. so, paziente come una mucca: quali sono oggi
state le dieci vittorie che hai riportate su te stesso?
E quali sono state le dieci rappacificazioni e le die, cl risate, con cui ho
fatto felice il mio cuore?
Così pensando e cullato da quaranta pensieri, d'un tratto il sonno mi
sopraffà, non invocato, lui, il padrone delle virtù.
Il sonno batte ai miei occhi, ed essi divengono pesanti. Il sonno mi palpa la
bocca; ed essa rimane aperta.
Veramente giunge a me con passo leggero, come un ladro amatissimo, e trafuga
i miei pensieri, così che io rimango lì in piedi, sciocco come
questa cattedra.
Ma non a lungo resto così: ecco che già mi sdraio."
Quando Zarathustra ebbe udito il saggio dire queste cose, rise nel suo cuore:
perché una luce si era fatta in lui. E così parlò al suo
cuore:
"Un pazzo mi senbra questo saggio con i suoi quaranta pensieri: ma tuttavia
credo che del dormire proprio se ne intenda.
Beato chi vive nella vicinanza di questo saggio!
Un sonno tale è contagioso e penetra anche attraverso uno spesso muro.
Un incanto si annida nella sua cattedra. E non per nulla i più giovani
si sono seduti intorno al predicatore di virtù.
La sua saggezza si chiama: stare svegli, per poi dormire bene. E in realtà,
se la vita non avesse alcun altro senso, e io dovessi scegliere un non-senso,
questo mi sembrerebbe il non senso più degno dl essere scelto.
Ora comprendo ciò che una volta veniva ricercato oltre ogni cosa, quando
si cercava un maestro di virtù. Un buon senso e virtù papaveracee!
Per tutti questi tanto declamati saggi, la sapienza aveva il significato di
un sonno senza sogni: la vita non aveva per loro miglior senso di questo.
Anche oggi ve ne sono taluni, e non sempre così onesti come questo: ma
la loro ora è ormai suonata. E non a lungo rimarranno in piedi: presto
saranno a terra.
Felici coloro che hanno sonno: perché chineranno la testa e si addormenteranno
presto."
Così parlò Zarathustra.
DI COLORO CHE VIVONO FUORI DEL MONDO
Un giorno anche Zarathustra volle
gettare la sua follia al di là degli uomini, come tutti quelli che vivono
fuori del mondo. Allora Il mondo gli parve l'opera di un Dio sofferente e tormentato.
Il mondo mi sembrò il sogno e la poesia di un Dio; nebbia colorata agli
occhi di un divino malcontento.
Bene e male, gioia e dolore, io e tu: nebbia variegata mi sembrarono davanti
allo sguardo del creatore. Il creatore aveva voluto distogliere gli occhi da
se stesso; e così aveva creato il mondo.
Per colui che soffre, distogliere l'occhio dal suo dolore e dimenticare se stesso
è gioia inebriante. Gioia inebriante e oblio mi apparve un giorno il
mondo.
Questo mondo, perennemente imperfetto, immagine di eterna contraddizione, copia,
e imperfetta copia, gioia inebriante per il suo imperfetto creatore: così
mi apparve un giorno il mondo.
E così anch'io una volta lanciai la mia follia oltre l'umanità,
come tutti i trascendentaliti. Ma proprio al di là dell'umanità?
Ahimè, fratelli miei, quel Dio, che io creavo, era opera di un uomo e
follia, come tutti gli dèi!
Era un essere umano! un misero frammento di umanità e di io: era sorto
dalla mia cenere e dalla mia passione, un fantasma, e veramente! no, egli non
proveniva dall'aldilà!
Che cosa accadde, fratelli miei? Io superai me stesso, me misero, portai le
mie ceneri sulla montagna, e inventai per me stesso una fiamma più splendente.
Ed ecco! Il fantasma scomparve ai miei occhi!
Ora che ho raggiunto la guarigione, mi sarebbe dolore e tormento credere a fantasmi
di questo genere: dolore e avvilimento. Così io parlo ai sognatori dell'aldilà.
Il dolore e l'incapacità crearono ogni aldilà e quella breve follia
della felicità, che solo colui che più soffre conosce.
La stanchezza, che con un balzo vorrebbe raggiungere l'ultima mèta, sì,
con un balzo mortale, quella misera, ignorante stanchezza, che non può
più nemmeno volere: essa creò tutti gli dèl e l'aldilà.
Credetemi, o miei fratelli! fu il corpo, che disperò del corpo, e con
le dita dello spirito infatuato andava cercando le pareti estreme.
Credetemi, fratelli miei! Fu il corpo, che disperò della terra, ed ascoltò
parlare il ventre dell’essere.
E allora volle penetrare con la testa attraverso le estreme pareti, e non solo
con la testa, per giungere 'all'altro mondo'.
Ma 'l'altro mondo' è molto ben nascosto agli esseri della terra, quel
mondo inumano e disumano, che non è che un celestiale Nulla; e il ventre
dell'essere non parla all'uomo, se non come uomo.
In verità, è molto arduo dimostrare ogni essere, è difficile
indurlo a parlare. Ditemi, fratelli, non è forse più facile dimostrare
la più strana delle cose?
Sì, questo Io, con le sue contraddizioni e confusioni, è ancora
il più adatto ad affermare il suo essere, questo Io che crea, che vuole,
che giudica, e che è la misura e il valore delle cose.
E questo Essere dabbene, questo Io, non ci parla che del corpo, e non vuole
che il corpo, anche quando medita e fantastica e svolazza con le ali infrante.
Sempre più onestamente impara ad esprimersi, questo Io: e quanto più
impara, tanto più trova parole e onore per il corpo e la terra.
Il mio Io mi insegnò un nuovo orgoglio, e io lo insegno all'umanità:
non introducete più la testa nella sabbia delle cose divine, ma portatela
libera ed alta, questa vostra testa terrena, che crea il senso della terra!
Una nuova volontà io insegno all'umanità: seguite consapevoli
questa strada, che l'umanità ha seguito ciecamente, e abbiatela cara,
e non cercate di strisciare in disparte, come i malati e i moribondi!
Malati e moribondi furono coloro che ebbero in disprezzo il corpo e la terra
e scovarono il paradiso e le gocce di sangue redentrici: ma anche quei dolci
e loschi veleni li trassero dal corpo e dalla terra!
Volevano sfuggire alla propria miseria, e le stelle erano per loro troppo in
alto. Allora sospirarono: 'Oh, se esistessero delle vie celesti, per penetrare
in un'altra esistenza, in un'altra felicità!' E così inventarono
le astuzie e le loro piccole bevande di sangue!
Credettero così di essersi liberati dei loro corpi e della terra, ingrati!
Ma a chi dunque dovevano il tormento e la delizia dei loro rapimenti? Alloro
corpo e a questa terra.
Zarathustra è benevolo con i malati. In verità, non lo irritano
le loro arti consolatrici né la loro ingratitudine. Possano essi guarire
e superare se stessi e generare un corpo più forte!
Né Zarathustra s'adira con il convalescente, quando guarda con tenerezza
alla sua illusione e nel mezzo della notte si aggira intorno alla tomba del
suo Dio: ma le sue lacrime restano per me malattia e corpo malato.
Molte persone malate sempre vi furono tra coloro che fanno poesia e cercano
Dio; e odiano selvaggiamente chi anela sapere e la più giovane delle
virtù, che si chiama: sincerità.
Si volgono sempre indietro verso i tempi oscuri: certamente allora follia e
fede erano un'altra cosa; l'annebbiata ragione era un modo di somigliare a Dio,
e il dubbio peccato.
Molto bene conosco quelli che si credono simili a Dio: ed essi pretendono che
si creda loro, e che dubitare sia peccato. So molto bene a quale cosa essi credono
di più.
In realtà, non al trascendente né alle gocce di sangue redentrici,
bensì soprattutto al corpo, mentre il loro corpo è per essi la
vera cosa in sé.
Il guaio è che esso è malato: e desidererebbero uscir fuori dalla
loro pelle. Perciò ascoltano con piacere i predicatori della morte e
predicano essi stessi l'aldilà.
Ascoltate piuttosto o fratelli, ciò che dice il corpo sano: che una parola
più sincera e più pura.
Il corpo puro e sano, perfetto e ben quadrato, parla con maggiore sincerità:
parla dal senso stesso della terra."
Così parlò Zarathustra.
DEI DISPREGIATORI DEL CORPO
"Agli sprezzatori del corpo
voglio dire la mia parola.
Non serve a me che essi cambino le parole o i loro insegnamenti, ma che si stacchino
finalmente davvero dal loro corpo; e divengano muti.
'Sono corpo e anima' dice il bambino. E perché non dovremmo parlare come
i bambini?
Ma lo sveglio, l'esperto, dice: io sono tutto corpo e niente altro tranne questo,
e l'anima non è che una parola per esprimere qualcosa che è sostanzialmente
corporea.
Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un senso unitario,
guerra e pace, gregge e pastore.
Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, o fratello, che
tu chiami 'spirito', piccolo strumento e gioco della tua grande ragione.
'Io', tu dici, e vai fiero di questa parola. Ma la cosa più grandiosa
è - anche se non vuoi crederlo - il tuo corpo e la tua grande ragione:
questa non dice Io, ma è Io.
Ciò che il senso percepisce, ciò che lo spirito intende, non ha
mai fine in se stesso. Ma senso e spirito desidererebbero convincerti di essere
il fine di ogni cosa: così sciocchi essi sono.
Strumenti e giocattoli sono senso e spirito: dietro di loro è nascosto
il vero Sé. Il Sé ricerca anche con gli occhi del senso,ascolta
anche con le orecchie dello spirito.
È sempre il Sé che ascolta e ricerca: conforta, costringe, conquista,
distrugge. Comanda ed è anche il signore dell'Io.
Dietro ai tuoi pensieri e sentimenti, fratello mio, sta un forte dominatore,
un saggio sconosciuto: è il Sé.
Nel tuo corpo dimora, è il tuo stesso corpo.
C'è più senno nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza. E
perché mai il tuo corpo avrebbe dunque bisogno della tua migliore saggezza?
Il tuo Sé ride del tuo Io e dei suoi orgogliosi sobbalzi. 'Che cosa mai
sono per me questi salti e voli del pensiero?' dice fra sé. 'Un circolo
vizioso per giungere al mio scopo. Io sono la briglia dell'io e il suggeritore
dei suoi pensieri.'
Il Sé dice all'Io: 'Ecco, avverti il dolore!' E quello soffre e pensa
come riuscire a liberarsi dal dolore; e proprio per ciò deve pensare.
Il Sé dice all'Io: 'Ecco, senti il piacere!' E quello gode e pensa come
gustare quel piacere; e proprio per questo deve pensare.
A coloro che disprezzano il corpo io voglio dire una parola. È il loro
disprezzare che costituisce il loro apprezzamento. Chi creò l'apprezzamento
e il disprezzo e il valore e il volere?
Il Sé creatore creò l'apprezzare e il disprezzare, e la felicità
e il dolore. Il corpo creatore creò lo spirito come una lunga mano del
suo volere.
Anche nella vostra follia e disprezzo, o dispregiatori del corpo, servite al
vostro Sé. Io vi dico: è il vostro stesso Sé che vuol morire
e si volge via dalla vita.
Non può più fare quello che gli è più caro: creare
al di là di se stesso. Questo è ciò che vorrebbe fare con
tanta passione, questo è tutto il suo fervore. Ma ormai è troppo
tardi: perciò il vostro Sé vuol morire, o dispregiatori del corpo.
Tramontare vuole il vostro Sé, ed è perciò che voi siete
divenuti dispregiatori del corpo! Poiché non riuscite più a superare
voi stessi.
E perciò siete in collera con la vita e con la terra.
Una stupida invidia traluce nel fosco sguardo del vostro disprezzo.
Io non andrò per la vostra via, o disprezzatori del corpo. Per me voi
siete ponti per il Superuomo!"
Così parlò Zarathustra.
DELLE GIOIE E DELLE PASSIONI
"Fratello mio, se tu possiedi
una virtù, e questa virtù è tua, tu non la condividi con
nessuno.
Ma tu vuoi darle un nome e carezzarla; tu vuoi tirarle le orecchie e spassartela
con lei.
Ma ecco! Così facendo, tu finisci per avere il suo nome in comune con
la solitudine e divenire tu stesso moltitudine e volgo con la tua virtù!
Meglio faresti a dire: 'Inesprimibile e senza nome è ciò che fa
il tormento e la tenerezza del mio spirito ed è la fame delle mie viscere'.
Sia la tua virtù troppo alta per la dimestichezza di un nome: e quando
parli di lei, non vergognarti di balbettare.
Dunque parla e balbetta: 'Questo è il mio bene, questo è ciò
che io amo, ciò che a me completamente piace; solamente così io
voglio il bene.
Non lo voglio come una legge di Dio, non come un regolamento e un rimedio per
l'uomo: né sia come un segnavia dell'aldilà e del paradiso.
Una virtù terrena è ciò che io amo: poca prudenza è
in lei, e ancor meno raziocinio.
Ma questo uccello si è fatto qui da me il nido: per questo lo amo e mi
sta a cuore; esso abita qui da me e cova le sue uova d'oro'.
Così tu devi balbettando elogiare la tua virtù.
Una volta tu avevi delle passioni e le dicevi cattive. Ma ora non hai che virtù:
esse sono venute fuori dalle tue stesse passioni.
Tu hai collocato la tua più alta mèta in queste passioni: e così
esse sono divenute le tue virtù e le tue felicità.
E anche se tu appartenessi alla razza dei rabbiosi o dei libidinosi o dei maniaci
religiosi o dei vendicativi:
alla fine tutte le tue passioni diverrebbero virtù e I tuoi demoni si
tramuterebbero in agnelli.
Una volta tu avevi nella tua cantina dei cani selvatici: ma alla fine si trasformarono
in uccelli e in leggiadre cantanti.
Dai tuoi veleni traesti il tuo balsamo; mungesti la mucca del tuo dolore; ed
ora tu bevi il dolce latte delle te mammelle.
E nulla di male sorgerà mai più da te, tranne il male, che sorge
dalla lotta delle tue virtù.
Fratello mio, se avrai fortuna, tu avrai una sola virtù e nulla di più:
così passerai più facilmente oltre il ponte.
È onorevole possedere molte virtù, ma è un grave destino;
e molti andarono nel deserto e si uccisero, perché erano stanchi di essere
battaglia e campo di battaglia delle virtù.
Fratello mio, sono la guerra e la battaglia un male? Ma necessario è
questo male, necessario è l'astio e la diffidenza e la calunnia tra le
tue virtù.
Vedi come ogni tua virtù desidera ciò che vi è di più
alto: essa vuole tutto il tuo spirito, che sia suo araldo, vuole tutta la tua
potenza nell'ira, nell'odio e nell'amore.
Ogni virtù è invidiosa dell'altra, e gran brutta cosa è
l'invidia. Possono le virtù per invidia andare in rovina.
Chi è avvolto dalla fiamma dell'invidia, alla fine volge, come lo scorpione,
contro se stesso il pungiglione avvelenato.
Ohimè, fratello mio, non hai tu mai veduto una virtù diffamarsi
e trafiggersi da se stessa?
L'UOMO È QUALCOSA CHE DEVE ESSERE SUPERATO; perciò devi amare
le tue virtù: poiché esse ti manderanno in rovina."
Così parlò Zarathustra.
DEL PALLIDO DELINQUENTE
"Voi non volete uccidere, giudici
e sacrificatori, prima che l'animale abbia accennato un sì con la testa?
Guardate, il pallido delinquente ha fatto cenno di sì: da quel suo occhio
parla un grande disprezzo.
'Il mio io è qualche cosa che deve essere superato: il mio io è
per me il grande disprezzo dell'uomo': questo dice il suo sguardo.
Quando egli giudicò se stesso, fu il suo attimo più sublime: non
lasciate che il sublime ridiscenda di nuovo nella bassezza della sua natura!
Non vi è liberazione per colui che soffre di se stesso, tranne una rapida
morte.
La vostra sentenza di morte, o giudici, sia di pietà e non di vendetta.
E mentre voi uccidete, cercate di giustificare voi stessi la vita!
Non basta che voi vi riconciliate con colui che uccidete. La vostra tristezza
sia amore verso il Superuomo: così soltanto potrete giustificare il vostro
sopravvivere! -
'Nemico' dovete dire, ma non 'malfattore'; 'malato' dovete dire, ma non 'mascalzone';
'pazzo' dovete dire, ma non 'peccatore'.
E tu, giudice rubicondo, se avessi il coraggio di dire ciò che hai nel
pensiero, ognuno griderebbe: 'Allontanatevi da questo sudiciume e da questa
vipera!'
Ma altro è il pensiero e altra è l'azione, altra ancora l'immagine
dell'azione. La ruota delle cause non si volge fra di loro.
Un'immagine fa ingiallire quest'uomo pallido. Quando compì la sua azione,
era pari ad essa; ma non riuscì a sopportarne l'immagine, dopo che l'ebbe
compiuta.
Prese a considerare se stesso come attore di un’azione. Per me ciò
è follia: l'eccezione di un attimo divenne la sua stessa sostanza.
La corda tiene legata la gallina; il colpo che egli ha fatto, ha legato la sua
povera ragione: io la chiamo follia dopo l'azione.
Ascoltate, voi giudici, v'è ancora un'altra follia: e questa è
prima dell'azione. Ahimè, voi non mettete abbastanza a fondo le mani
in quest'anima!
Così parla il giudice rubicondo: 'Che cosa ha ucciso in sostanza questo
assassino? In realtà ha voluto soltanto rubare'. Ma io dico a voi: la
sua anima voleva sangue, non rapina: aveva sete della voluttà del coltello!
La sua povera ragione non è riuscita a comprendere questa follia e l'ha
convinto. Gli ha detto: ‘Ma che te ne fai del sangue: non vuoi almeno
compiere una rapina? prenderti una vendetta?'
Ed egli porse l'orecchio alla sua povera ragione e come piombo la sua parola
ha pesato su di lui; allora egli ha rapinato quando ha ucciso. Non voleva vergognarsi
della sua follia.
Ed ora dl nuovo il piombo della sua colpa grava su di lui, e di nuovo la sua
povera ragione è così rigida, così paralizzata, così
pesante.
Se egli solo potesse scuotere la testa potrebbe sbarazzarsi del suo peso: ma
chi scuote la testa?
Che cos'è quest'uomo? Un mucchio di malanni, che per colpa dello spirito
si riversano nel mondo: e lì cercano la loro preda.
Che cos'è quest'uomo? Un viluppo di feroci serpenti, che raramente stanno
in pace fra loro; e allora se ne vanno ciascuno per conto proprio è cercano
vittime nel mondo.
Guardate questo povero corpo! Ciò che egli soffrì e verso cui
si tese è ciò che questa povera anima stessa immaginò;
lo immaginò come piacere di uccidere e sete della voluttà del
coltello.
Chi ora diviene malato è colui che viene sopraffatto dal maligno, che
ora è egli stesso maligno: vuoi fare del male con ciò che gli
fa male. Ma vi furono anche altri tempi ed altro male ed altro bene.
Una volta il dubbio e la volontà egoistica venivano ritenuti male. In
quel tempo il malato diveniva eretico e strega: come eretico e come strega soffriva
e voleva far soffrire.
Ma questo non entra nelle vostre orecchie: farebbe loro male, secondo voi. Ma
che me ne importa del vostro bene!
Molto del vostro bene mi ripugna, mentre non mi ripugna in realtà il
vostro male. Mi piacerebbe che essi avessero una follia che li rovinasse, come
questo pallido delinquente!
Veramente mi piacerebbe che la loro follia si chiamasse verità o fedeltà
o giustizia: ma essi hanno la loro virtù che li fa vivere a lungo, miseramente
contenti di sé.
Io sono una ringhiera sul fiume: che mi afferri chi mi vuole afferrare! Ma non
sono la vostra gruccia."
Così parlò Zarathustra.
DEL LEGGERE E DELLO SCRIVERE
"Di tutto ciò che è
scritto, io amo soltanto quello che uno scrive col sangue. Scrivi col sangue,
e apprenderai che il tuo sangue è spirito. Non è facile capire
il sangue degli altri: io odio coloro che hanno il perditempo di leggere.
Chi conosce il lettore, non fa più nulla per il lettore. Ancora un secolo
di lettori, e lo spirito stesso sparirà dal mondo.
Che ognuno ormai possa imparare a leggere è un fatto che alla lunga ammorba
non solo lo scrivere ma anche il pensare. -
Una volta lo spirito era Dio, poi divenne uomo, e ora non è ormai che
plebe.
Chi scrive in sangue e in aforismi non vuole essere letto, ma appreso a memoria.
Nelle montagne, il sentiero più breve è da vetta a vetta: ma per
percorrerlo è necessario avere lunghe gambe. Gli aforismi debbono essere
vette: e coloro a cui essi vengono detti devono essere grandi e di alta statura.
L'aria sottile e pura, il pericolo prossimo, e lo spirito pieno di una gioconda
malignità: questo è ciò che concorda bene insieme.
Voglio avere intorno a me dei coboldi, perché io sono coraggioso. Il
coraggio che allontana i fantasmi si crea dei coboldi; è un coraggio
che vuol ridere.
Il mio sentimento non va più d'accordò col vostro: questa nuvola
che vedo sotto di me, questo nero e questa pesantezza di cui io rido; proprio
questa è la vostra nuvola temporalesca.
Voi guardate in alto, quando tendete verso l'elevazione. E io guardo giù
nel profondo, perché sono già esaltato.
Chi di voi può insieme ridere ed essere esaltato?
Chi sale sugli alti monti, ride sopra tutte le tragedie e tutte le tristizie
seriose.
Occorre essere spensierati, violenti, ironici; così ci vuole la sapienza:
essa è una femmina e ama sempre solo il guerriero.
Voi mi dite: 'La vita è dura da sopportare'. Ma perché avreste
mai di mattina tanto orgoglio e a sera tanta dedizione?
La vita è dura da sopportare: ma non prendete arie da volermi intenerire!
Tutti insieme siamo dei begli asini, maschi e femmine.
Che cosa abbiamo in comune con il bocciolo di rosa che comincia a tremare perché
una goccia di rugiada vi si è posata sopra?
È vero: noi amiamo la vita, non perché siamo abituati alla vita,
ma perché siamo abituati ad amare.
C'è sempre qualche pizzico di follia nell'amore. Ma c'è anche
sempre qualche pizzico dl ragione nella follia.
Ed anche a me, che sono buono verso la vita, sembra che le farfalle e le bolle
di sapone, e gli uomini ad esse simili, siano coloro che sanno meglio che cosa
è la felicità.
Queste animule leggere, pazzerelle, graziose, mobili, svolazzano qua e là
per curiosità; e ciò induce Zarathustra a commuoversi fino alle
lacrime e al canto.
Per me io crederei solo ad un Dio che sapesse danzare.
Quando vidi il mio diavolo, scoprii che era serio, esauriente, profondo, solenne:
era lo spirito della gravità, in virtù del quale cadono tutte
le cose.
Non è con l'ira, ma con il riso che si uccide. Uccidiamo dunque lo spirito
della gravità!
Ho imparato a camminare: da allora mi lascio andare. Ho imparato a volare: da
allora non voglio più ricevere, spinte per muovermi.
Ora io sono leggero, ora io volo, ora io vedo sotto di me, ora danza un dio
in me."
Così parlò Zarathustra.
DELL'ALBERO SUL MONTE
L'occhio di Zarathustra aveva visto
che un giovane lo evitava. E quando una sera se ne andava solo per i monti che
circondano la città, che è detta "La vacca variopinta",
ecco che scorse camminando quel giovane appoggiato ad un albero, che guardava
con occhio stanco nella vallata. Zarathustra strinse l'albero presso cui il
giovane sedeva e così parlò:
"Se io volessi scuotere quest'albero con le mie mani, non vi riuscirei.
Ma il vento che non vediamo lo tormenta e lo piega dove vuole. Sono le mani
invisibili quelle che più i ci piegano e ci tormentano."
Allora il giovane si levò allarmato e disse: "Sento Zarathustra;
proprio ora pensavo a lui." Zarathustra ribatté:
"Perché ti spaventi per questo? Accade con l'uomo quello che accade
con l'albero.
Quanto più vuole crescere verso la luce, tanto più tenaci si radicano
le sue radici, nel terreno, giù, nell'oscurità, nel profondo,
nel male. "Sì, nel male!" urlò il giovane. "Come
è possibile che tu abbia scoperto la mia anima?"
Zarathustra sorrise e disse: "Taluna anima non si riesce mai a scoprirla
veramente, fosse anche un'anima da noi scoperta."
"Si, nel male!" gridò ancora il giovane. "Hai detto la
verità Zarathustra. Io non ho più fiducia in me stesso da che
voglio salire in alto, e nessuno ha più fiducia in me; com'è che
ciò accade?
Io mi muto troppo rapidamente: il mio oggi distrugge il mio ieri. Spesso salto
i gradini mentre salgo, e questo i gradini non me lo perdonano.
Poiché sono in alto, mi trovo sempre solo. Nessuno parla con me, il gelo
della solitudine mi fa tremare. Ma che cosa voglio mai in realtà lassù?
Come mi vergogno del mio salire e incespicare! Come rido del mio asmatico sbuffare!
Come odio chi vola! Come sono stanco di stare in alto!"
E qui il giovane tacque. Zarathustra guardò l'albero a cui stavano entrambi
appoggiati, e parlò così:
"Quest'albero sta qui solo sul monte; è cresciuto alto sull'uomo
e sull'animale.
Se volesse parlare, non troverebbe nessuno che lo comprenda, tanto in alto è
cresciuto.
Ora attende e attende; che cosa attende? Sta troppo vicino a dove stanno le
nuvole: attende forse il primo fulmine?"
Quando Zarathustra ebbe detto questo, il giovane gridò gesticolando:
"Sì, Zarathustra, tu dici la verità. Quando volevo salire
e salire, tendevo verso la mia dissoluzione, e tu sei il fulmine che attendevo!
Guarda, che cosa sono ío ancora da che tu sei apparso? È l'invidia
di te, che mi ha distrutto!" Così parlò il giovane, e pianse
amaramente. -Ma Zarathustra pose il suo braccio intorno a lui e lo condusse
via con sé.
Quando furono andati avanti per un buon tratto dl cammino, Zarathustra cominciò
a parlare così:
"Mi dilania il cuore. Meglio delle tue parole, il tuo occhio mi dice tutto
il pericolo che corri.
Ancora tu non sei libero; stai solo cercando la libertà. E la tua ricerca
ti ha reso pallido, stanco e insonne.
Nei liberi cieli vuoi salire, e di stelle ha sete la anima tua. Ma anche i tuoi
cattivi istinti hanno sete di libertà.
I tuoi cani selvaggi vogliono la libertà; abbaiano di gioia nella loro
cantina, quando il tuò spirito tenta aprire tutte le loro prigioni.
Tu sei per me ancora un prigioniero, che ha sete dl libertà: ahimè,
ai prigionieri della tua specie l'anima si fa saggia, ma anche amaramente astuta
e cattiva.
Anche il liberato dello spirito deve purificarsi. Molta ragione e muffa gli
è rimasta attaccata: il suo occhio deve tuttora purificarsi.
Sì, conosco il tuo pericolo. Ma ti scongiuro, per il mio amore e la mia
speranza: non gettar via il tuo amore e la tua speranza!
Tu ti senti tuttora nobile, e nobile ti sentono tuttora gli altri, che ce l'hanno
con te e ti guardano con occhio cattivo. Sappi che a tutti il nobile dà
noia.
Anche ai buoni dà noia il nobile: ed anche se lo dicono un buono, tentano
di metterlo da parte.
Il nobile vuole creare il nuovo e una nuova virtù. Mentre il buono vuole
solo il vecchio, e conservare tutto ciò che è vecchio.
Non è tuttavia questo il pericolo del nobile, che egli diventi un buono,
ma che diventi un maligno, uno sprezzante, un annientatore.
Ahimè, ho conosciuto degli uomini nobili che perdettero la loro ultima
speranza. E finirono col negare ogni altra speranza."
Così parlò Zarathustra.
DEI PREDICATORI DELLA MORTE
"Ci sono dei predicatori della
morte: la terra è piena dl gente a cui occorre predicare la fuga dalla
vita.
La terra è piena di gente inutile; la vita è corrotta dalla troppa
quantità. Quanto è bene in tal caso sospingerli, col miraggio
della 'vita eterna', fuori di questa vita!
'Itterici': così vengono detti spesso i predicatori di morte, o 'uomini
neri'. Ma io ve li voglio mostrare in altri colori.
Sono in realtà esseri orrendi, che portano in loro la belva rapace, e
non hanno altra scelta che il piacere o la macerazione. E anche i loro piaceri
non sono che macerazione.
Non sono neppure diventati uomini, questi esseri schifosi: predichino dunque
pure la rinuncia alla vita e se ne vadano alla malora!
Sono i tisici dell'anima: appena nati cominciano a morire e si volgono verso
dottrine di stanchezza e di rinuncia.
Vogliono essere morti, e noi dovremmo realmente salutare con gioia questa loro
volontà! Guardiamoci bene dallo svegliare i morti e profanare i viventi
sarcofagi!
Incontrano un malato o un vecchio o un cadavere; è subito dicono: 'Ecco
la confutazione della vita!'
Ma sono essi i confutati, il cui occhio scorge soltanto un volto dell'esistenza.
Avvolti nella loro pesante gravità, vanno alla ricerca delle piccole
occasioni funebri: aspettano e digrignano i denti.
Oppure cercano lo zuccherino, e intanto si prendono .gioco del loro infantilismo:
s'attaccano alloro fuscello di vita e ridono del fatto di stare attaccati a
un fuscello.
La loro saggezza suona così: Pazzo chi resta in vita; e pazzi appunto
siamo noi! Questa è in realtà la più grande follia della
vita!'
'La vita è soltanto dolore': così dicono altri; e non mentono:
cercate dunque di smetterla! Cercate di far sì che essa si spenga, se
è soltanto dolore!
E così suoni la dottrina della vostra virtù: 'Tu devi uccider
te stesso! Ti devi sottrarre alla vita con le tue mani!'
'La volùttà è peccato', così dicono gli uni, che
predicano la morte; 'lasciateci camminare sull'orlo della strada senza generare
figlioli!'
'Generare è penoso' dico gli altri; 'a quale scopo generare ancora? Non
si generano che dei disgraziati!' E anch'essi sono predicatori di morte. -
'Occorre la compassione' dicono i terzi. 'Prendete ciò che io ho! Prendete
ciò che io sono! Tanto meno mi legherà la vita!'
Se fossero veramente uomini compassionevoli, cercherebbero di togliere la vita
al loro prossimo. Essere cattivi sarebbe infatti in tal caso la loro vera bontà.
Ma vogliono soltanto liberarsi della loro vita: e che importa loro di legarvi
tanto più agli altri con le loro catene e i loro doni!
E anche voialtri, per cui la vita e affannoso lavoro e inquietudini: non siete
stanchi della vita? Non siete maturi per la predicazione della morte? Voi tutti
che amate il lavoro accanito e la rapidità, il nuovo, l'inusato, in fondo
riuscite a sopportarvi male, la vostra laboriosità è maledizione
e volontà di dimenticarsi.
Se credeste di più alla vita vi dareste meno in preda al nomento. Ma
non avete abbastanza stoffa per saper aspettare, e neanche per saper essere
pigri! Da ogni parte risuona la voce di coloro che predicano la morte: e la
terra piena di coloro a cui è necessano predicare la morte. Oppure ‘la
vita eterna': che per me è la stessa cosa, verso cui essi si avviano
in fretta!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA GUERRA E DEGLI UOMINI DI GUERRA
"Non vogliamo essere risparmiati
dai nostri migliori nemici e nemmeno da coloro dal fondo dell'anima. Perciò
lasciate che io vi dica la verità!
Fratelli miei in guerra! Io vi amo dal profondo del cuore, io sono ed ero vostro
pari. E sono anche il vostro migliore nemico Lasciate dunque che io vi dica
la verità!
Io ben conosco l'odio e l'astio dei vostri cuori. Voi non siete sufficientemente
grandi per poter ignorare l'odio e l'astio. Ma siate almeno abbastanza grandi
per non vergognarvi di loro!
E se non potete essere santi della cognizione, siatene per lo meno i guerrieri.
Essi sonò i compagni e i precursori di tale santità.
Io vedo molti soldati: potessi scorgere molti guerrieti: 'Uni-forme' si chiama
quella che portano: potesse essere non 'uni-forme' ciò che si nasconde
sotto di essa!
Voi per me dovete essere quelli il cui occhio seinpre ricerca un nemico - il
vostro nemico. E in qualcuno di voi l'odio divampa al primo sguardo. Il vostro
nemico dovete cercarvi, la vostra guerra dovete condurre, e per i vostri ideali!
E se il vostro ideale soccombe, pur tuttavia la vostra buona fede dovrà
gridare al trionfo!
Dovete amare la pace come un mezzo per nuove guerre. E la pace breve più
che la lunga. Non vi consiglio il lavoro, ma il combattimento.
Non vi consiglio la pace, ma la vittoria.
Sia il vostro lavoro un combattimento, la vostra pace una vittoria!
Non si può tacere e starsene tranquillamente seduti, se non con la freccia
e l'arco al fianco: altrimenti si fanno chiacchiere e si litiga. La vostra pace
sia una vittoria!
Voi dite che è la buona causa che santifica la guerra. Ma io vi dico
che è la buona guerra che santifica qualunque causa.
La guerra e il coraggio hanno compiuto cose più grandi che l'amore del
prossimo. Non la vostra compassione, ma il vostro valore fino ad ora ha salvato
le vittime.
'Che cosa, è buono?' voi chiedete. Essere valoroso è buono. Lasciate
che le ragazzette dicano che essere buono è ciò che è insieme
grazioso e toccante.
Vi considerano senza amore: ma il vostro cuore è puro, e io amo il pudore
della vostra cordialità. Voi avete vergogna del vostro flusso, e altri
hanno vergogna del loro riflusso.
Siete brutti? Ebbene, fratelli miei, avvolgetevi nel sublime, che è il
mantello della bruttezza!
Quando il vostro spirito diverrà grande, diverrà anche temerario,
e nella vostra sublimità vi sarà della malvagità. Io vi
conosco.
Nella malvagità si incontrano il temerario con il debole. Ma si fraintendono
l'un l'altro. Io vi conosco.
Voi dovete avere solo nemici da odiare, non nemici da disprezzare. Dovete essere
orgogliosi del vostro nemico: allora le vittorie del vostro nemico saranno anche
le vostre vittorie.
Rivolta: questa è la distinzione dello schiavo. La vostra distinzione
sia l'obbedienza! Il vostro stesso comando sia l'obbedienza!
A un buon guerriero suona più gradito 'tu devi' che 'io voglio'. E tutto
ciò che a voi è caro, voi dovete lasciare che prima ve lo comandino.
Il vostro amore alla vita sia amore alla vostra speranza più alta: e
la vostra speranza più alta sia il più alto ideale della vita!
Ma il vostro più alto ideale voi dovete lasciarvelo comandare da me:
esso dice che l'uomo è qualcosa che deve essere superato.
Dunque, vivete la vostra vita di obbedienza e di guerra! Che importa una lunga
vita? Quale guerriero vuole mai essere risparmiato?
Io non vi risparmierò, perché vi amo dai profondo, del cuore,
o miei fratelli di guerra!"
Così parlò Zarathustra.
DEL NUOVO IDOLO
"In qualche luogo esistono
ancora popolazioni e greggi, ma non da noi, fratelli miei; noi abbiamo degli
Stati.
Stato? Che cosa è mai? Ebbene! Aprite le orecchie, perché sto
per dirvi la mia parola sulla morte dei popoli.
Stato si chiama il più freddo di tutti i freddi mostri. Freddo anche
nel mentire; una menzogna che lingueggia dalla sua bocca: 'Io, lo Stato, sono
il popolo'.
È una menzogna! Creatori erano coloro che crearono i popoli e trasmisero
in loro una fede e un amore: e così servirono la vita.
Ma distruttori sono questi che tendono trappole e le chiamano Stato e vi appendono
sopra una spada con cento avidità.
Dove esiste ancora un vero popolo, questi non ammette Stato, che anzi odia come
una iettatura e un peccato contro il costume e il diritto.
Io vi do questo segno: ogni popolo parla il suo linguaggio del bene e del male:
il vicino non lo cornprende. E quello infatti un parlare che si è inventato
da sé, secondo il costume e il diritto.
Ma lo Stato mente in tutte le lingue riguardo al bene e al male: mente, qualunque
cosa dica; e anche ciò che ha lo ha rubato.
Tutto in lui è falso; eon denti rubati morde, il mordace. Persino le
sue interiora sono false.
La corruzione delle espressioni sia del bene che del male è il contrassegno
dello Stato. Invero questo contrassegno indica volontà di morte. E in
realtà, attrae i predicatori di morte!
Molti, troppi sono stati messi al mondo: per i superflui è stato creato
lo Stato!
Guardate, dunque, come esso li alletta, i superflui! Come li inghiottisce e
li mastica e li rimastica!
'Sulla terra nulla vi è più grande di me: io sono il dito ordinatore
di Dio': così rugge la belva. E cadono in ginocchio non soltanto coloro
che hanno lunghi orecchi e vista corta!
Ohimè, anche a voi, grandi anime, mormora le sue tristi bugie! Ohimè,
individua i cuori ricchi, che si sanno prodigare!
Sì, ha individuato anche voi, o vincitori dell'antico Dio! Voi vi siete
stancati nel combattimento, e ora la vostra stanchezza serve al nuovo idolo!
'Desidera circondarsi di eroi e uomini d'onore, il nuovo idolo! Ben volentieri
si delizia della luce solare delle coscienze pulite, la fredda bestia!
Tutto vi vuole dare, se voi lo adorate, il nuovo idolo: così acquista
la magnificenza delle vostre virtù e lo sguardo dei vostri occhi orgogliosi.
E con voi egli vuole adescare le moltitudini in eccesso! È un'opera infernale
che così è stata inventata, un cavallo di morte, tintinnante nelle
guarnizioni di onorificenze divine! -
Una morìa per molti è stata così ideata, che si pavoneggia
come vita: ma in realtà è un servizio reso dal cuore a tutti i
predicatori di morte!
Ecco lo Stato, dove tutti bevono veleno, buoni e cattivi: lo Stato, dove tutti
si perdono, buoni e cattivi: lo Stato, dove il lento suicidio di tutti si chiama
'vita'.
Guardateli, questi superflui! Essi si rubano le opere degli inventori e i tesori
dei saggi: chiamano istruzione il loro furto, e tutto diviene per causa loro
malattia e sconcezza!
Guardateli, questi superflui! Sono sempre malati, vomitano la loro collera e
la chiamano 'giornale'. Si divorano l'un l'altro e non riescono neppure a digerirsi.
Guardateli, questi superflui! Si procurano ricchezze e con queste divengono
più poveri. Vogliono autorità, e prima ancora la leva del potere,
molto denaro; gli impotenti!
Guardate come si arrampicano, le agili scimmie! Si avviticchiano l'una sull'altra
e così si trascinano nella melma e nell'abisso.
Tutti vogliono giungere al trono: questa è la loro follia; come se la
felicità fosse sul trono! Spesso sul trono c'è invece la melma;
spesso anche il trono è ñella melma. -
Tutti pazzi e scimmie, tutti sovreccitati. Il loro idolo, la fredda bestia,
puzza: tutti puzzano per me, gli idolatri.
Fratelli miei, volete forse asfissiare nelle, esalazioni delle loro bocche e
della loro avidità? Piuttosto rompete la finestra e balzate all'aperto.
Fuggite sulla strada al cattivo odore! Fuggite l'idolatria dei superflui!
Fuggite sulla strada al cattivo odore! Fuggite dal vapori di questi sacrifici
umani!
Ancora oggi la terra è libera per le grandi anime.
Liberi sono anche molti luoghi per i solitari e le anime gemelle, intorno a
cui soffia l'odore di tranquilli mari.
C'è ancora una vita libera per le grandi anime. Chi poco possiede, tanto
meno è posseduto: sia lodata dunque la piccola povertà!
Dove lo Stato finisce, comincia l'uomo che non è superfluo: comincia
il canto della necessità, la melodia singolare e irrepetibile.
Là dove cessa lo Stato, guardate dunque là, fratelli miei! Non
vedete l'arcobaleno e i ponti dei Superuomini?"
Così parlò Zarathustra.
DELLE MOSCHE AL MERCATO
"Fuggi, amico mio, nella tua
solitudine! Ti vedo stordito dal rumore dei grandi uomini e punzecchiato dai
pungiglioni dei piccoli.
Il bosco e la roccia sapranno degnamente tacere con te. Sii simile all'albero
che tu ami, quello dall'ampia ramaglia: che è sospeso quieto sul mare
e silenzioso ascolta.
Dove finisce la solitudine, comincia il mercato; e dove comincia il mercato,
comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche
velenose.
Nel mondo, le cose migliori non sono utili a nulla, senza che qualcuno le rappresenti:
il popolo chiama grandi uomini i commedianti.
Il popolo capisce poco la grandezza, cioè la creazione. Ma ha senso per
tutti i commedianti e gli attori drammatici di cose grandi.
Ma il mondo fa pernio intorno agli scopritori di nuovi valori: vi gira intorno
invisibilmente. Il polo e la fama girano invece intorno agli attori orpmmatici:
così 'va il mondo'.
L'attore drammatico ha spirito, ma ha poca coscienza dello spirito. Crede sempre
in ciò con cui riesce più fortemente a far credere gli altri:
credere in se stesso!
Domani ha una nuova fede e dopodomani un'altra. Ha sensi irascibili, come il
popolo, e umore volubile.
Chiama 'dimostrare' il distruggere. E 'persuadere' il far impazzire. E il sangue
gli sembra la migliore delle ragioni.
Una verità che penetri solamente in orecchie fini la chiama bugia e nullità.
In realtà, egli non crede che agli dèi che fanno un gran rumore
nel mondo!
Il mercato è zeppo di gravi burloni, e il popolo si gloria dei suoi grandi
uomini essi sono per lui i signori dell'ora.
Ma l'ora li spinge: ed essi ti spingono a loro volta. E anche da te vogliono
un sì o un no. Ahimè, forse che tu vuoi metterti a sedere su una
sedia in mezzo al pro e al contro?
Non essere geloso di questi assolutisti e violenti, tu, amante della verità!
Giammai la verità si è appesa al braccio di un assolutista. '
Fuggi i burloni e torna indietro verso la tua sicurezza: solo sul mercato possono
aggredirti con un sì o un no.
Lento è il processo dl maturazione in tutti i pozzi profondi: bisogna
saper attendere a lungo, per sapere che cosa è caduto nelle loro profondità.
Tutte le grandi cose accadono fuori dal mercato e dalla fama: gli scopritori
di nuovi valori sono sempre vissuti lontani dal mercato e dalla fama.
Fuggi, amico mio, nella tua solitudine: io ti vedo punzecchiato dalle mosche
velenose. Fuggi lassù dove spira una forte e rude atmosfera!
Fuggi nella tua solitudine! Sei vissuto troppo a lungo vicino ai piccoli e ai
meschini. Fuggi la loro invisibile vendetta! Contro dite essi non possono se
non vendicarsi!
Mai più alzerai il braccio contro di loro! Essi sono innumerevoli, e
non è tuo compito fare lo scacciamosche. -
Innumerevoli sono i piccoli e i meschini; e più d'un superbo edificio
è crollato a causa delle gocce di pioggia e dell'erbaccia che vi cresceva
intorno.
Tu non sei una pietra, ma già sei scavato dalle molte gocce. Le troppe
gocce potrebbero spezzarti e farti scoppiare.
Io ti vedo stanco di queste mosche velenose, ti scorgo punto a sangue in cento
luoghi; e il tuo orgoglio non vuole neppure adirarsi.
Desiderano con tutta innocenza il sangue, bramano sangue le loro anime anemiche;
e così ti punzecchiano in tutta innocenza.
Ma tu; profondo, tu soffri troppo profondamente anche delle piccole ferite;
e prima ancora che tu guarisca, il medesimo Verme velenoso finisce per strisciarti
sulla mano.
Tu sei troppo orgoglioso per uccidere questi golosi. Ma bada di non dover poi
sopportare il destino della loro velenosa ingiustizia!
Ronzano intorno a te anche con la loro lode: ma la loro lode non è che
invadenza. Vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.
Ti adulano come un dio o un demonio; gemono davanti a te come davanti a un dio
o a un diavolo. Che importa? Non sono che adulatori e piagnoni.
Spesso si rivestono anche di un piacevole aspetto. Ma questa è stata
sempre la prudenza dei vigliacchi. Perché i Vigliacchi sono prudenti!
Nelle loro misere anime pensano di te molte cose, perché tu desti i loro
dubbi! Il molto pensare suscita dubbi.
Ti puniscono per tutte le tue virtù. Ti perdonano di vero cuore solo
i tuoi errori.
Poiché tu sei indulgente e giusto, e dici: 'Sono innocenti nella loro
piccola esistenza'. Ma la loro misera anima pensa: 'Colpa è ogni grande
esistenza'.
Anche quando sei indulgente con loro, essi tuttavia si sentono da te disprezzati;
e ricambiano i tuoi benefici con oscuri malefici.
Il tuo silenzioso orgoglio va sempre contro il loro gusto; sono felici, quando
tu sei una volta così modesto da mostrarti presuntuoso.
Ciò che noi riconosciamo in un uomo, lo accendiamo in lui. Guardiamoci
quindi dai piccoli!
Davanti a te essi si sentono piccoli, e la loro inferiorità cova sotto
la cenere e brucia, preparando contro dite una invisibile vendetta.
Non hai osservato come spesso sono divenuti muti, quando ti sei avvicinato a
loro, ed hanno perso ogni forza, come il fumo di un fuoco che sta spegnendosi?
Sì, amico mio, tu sei la cattiva coscienza per i tuoi vicini: perché
essi sono indegni dite. Perciò ti odiano e desidererebbero succhiare
il tuo sangue.
I tuoi vicini saranno sempre delle mosche velenose; ciò che è
in te grande è appunto ciò che li rende velenosi e li accomuna
alle mosche.
Fuggi, amico mio, nella tua solitudine, là dove spira una forte e rude
atmosfera! Non è tuo compito fare lo scacciamosche."
Così parlò Zarathustra.
DELLA CASTITÀ
"Io amo la foresta. Nella città
si vive male: là vi è troppa gente libidinosa.
Non è forse meglio cadere nelle mani dl un assassino, che nei sogni di
una donna libidinosa?
Guardate quegli uomini: il loro sguardo dice che sulla terra non c'è
nulla di meglio che stare coricato con una donna.
Melma è nel fondo delle loro anime; guai, se la loro melma possiede per
caso uno spirito!
Foste almeno interamente bestie! Ma alla bestia appartiene l'innocenza.
Forse che io vi consiglio di uccidere i vostri sensi?
Vi consiglio solo l'innocenza dei sensi.
Forse che io vi consiglio la castità? La castità in alcuni è
una virtù, ma in altri è quasi un vizio.
Taluni si astengono: ma la cagna della sensualità occhieggia con astio
da tutto ciò che essi fanno.
Persino nelle alture della loro virtù e fin nel freddo del loro spirito
li segue questa bestia con la sua inquietudine.
E come ci sa fare la cagna della sensualità nel mendicare un pezzetto
di spirito, quando le si rifiuta un pezzetto di carne!
Voi amate le tragedie e tutto ciò che spezza il cuore? Ma io nutro forti
sospetti a proposito della vostra cagna.
Voi avete occhi troppo terribili e guardate avidi i sofferenti. Forse che la
vostra libidine si è travestita e si chiama compassione?
E vi dedico anche questa allegoria: non pochi, che vollero scacciare il loro
diavolo, finirono essi stessi tra i maiali.
A colui il quale la castità riesce pesante, bisogna sconsigliarla, affinché
non divenga per lui la strada dell'inferno, della melma e della concupiscenza
dell'anima.
Parlo forse di cose sudice? Non è questa la cosa peggiore.
Non quando la verità è sudicia, ma quando essa è superficiale,
chi conosce scende di mala voglia nelle sue acque.
In realtà, vi sono alcuni che sono casti nell'intimo: ma essi sono più
indulgenti di cuore, ridono più volentieri e più spesso di vol.
Essi ridono anche della castità e si chiedono: 'Che cosa è la
castità?
Non è forse una pazzia? Ma questa pazzia è venuta a trovarci,
non siamo stati noi a cercarla.
Abbiamo dato ad essa la nostra ospitalità e il nostro cuore: ora essa
abita con noi, e può rimanervi quanto desidera!’ "
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMICO
" ‘Uno è sempre
di troppo intorno a me' pensa l'eremita. 'Sempre uno moltiplicato uno: questo
alla fine produce il due!
Io e Me siamo sempre in premuroso colloquio: come sopportare ciò, senza
un amico?'
L'amico per l'eremita è sempre il terzo: il terzo è il sughero
che impedisce che il colloquio tra i due cada nel fondo.
Ahimè tutti gli eremiti hanno troppa profondità. Perciò
bramano tanto un amico e le sue alture.
La nostra fede negli altri tradisce ciò in cui noi desideriamo credere.
La nostra brama di un amico ciò che ci tradisce.
Spesso si vuole con l'amore superare l'invidia. Spesso si finisce per aggredire
e farsi un nemico, solo per celare la nostra vulnerabilità.
'Sii almeno mio nemico!' Così parla il vero rispetto, che non osa domandare
amicizia.
Se si vuole davvero un amico, bisogna anche avere il coraggio di scendere in
guerra per lui: e per eondurre una guerra, bisogna saper essere nemio.
Bisogna onorare il proprio amico anche nel nemico.
Puoi forse avvicinarti al tuo amico senza passare dalla sua parte?
Nel proprio amico si deve avere il proprio miglior nemico. Devi essergli il
più vicino possibile con il cuore quando ti opponi a lui.
Vuoi presentarti al tuo amico senza abiti? E fare onore al tuo amico, ché
tu ti presenti a lui come sei? Egli così ti manderà al diavolo!
Chi non sa nascondere, indigna: tante sono le ragioni per nascondere la vostra
nudità! Solo se foste degli dèi avreste il diritto di vergognarvi
dei vostri abiti!
Tu non ti acconcerai mai abbastanza bene per il tuo amico: infatti tu devi essere
per lui un dardo e un desiderio ardente verso il Superuomo.
Hai mai guardato il tuo amico dormire, per conoscere come è fatto? Che
cosa è invece d'ordinario il volto del tuo amico? È il tuo proprio
volto, rispecchiato in uno specchio rozzo e imperfetto.
Hai mai guardato il tuo amico dormire? E non ti sei spaventato che avesse quell'aspetto?
Oh, amico mio, l'uomo è qualcosa che deve essere superato.
L'amico deve essere maestro nell'indovinare e nel tacere: tu non devi voler
vedere ogni cosa. Il tuo sogno ti sveli ciò che il tuo amico fa da sveglio.
L'indovinare sia la tua compassione; affinché tu sappia prima se il tuo
amico vuole compassione. Forse egli ama in te l'occhio puro e lo sguardo dell'eternità.
La compassione per l'amico si deve nascondere sotto una ruvida scorza; in lui
dovrai trovare di che romperti i denti. Così le cose appariranno dolci
e fini.
Sei tu aria pura e solitudine e pane e medicina per il tuo amico? Qualcuno non
riesce a spezzare le proprie catene, e tuttavia è un redentore per il
proprio amico.
Sei tu uno schiavo? In tal caso tu non puoi essere amico. Sei un tiranno? In
tal caso tu non puoi avere amici.
Troppo a lungo nella donna si celarono uno schiavo e un tiranno. Perciò
la donna non è ancora capace di amicizia; essa conosce solo l'amore.
Nell'amore della donna è ingiustizia e cecità per tutto ciò
che essa non ama. E anche nell'amore cosciente della donna c'è sempre,
insieme con la luce, aggressione, lampo, e notte.
La donna non è ancora capace di amicizia: le donne sono sempre gatte,
e uccelli. O, nel migliore dei casi, vacche.
La donna non è ancora capace di amicizia. Senonché, ditemi, o
uomini, chi di voi è mai capace di amicizia?
O quanta miseria in voi, o uomini, e quanta avarizia dell'anima!. Ciò
che voi date all'amico, io la darei anche al mio nemico, e non ne diverrei per
questo più povero.
Esiste il cameratismo: potesse esistere anche l'amicizia!"
Così parlò Zarathustra.
DI MILLE E UNA META
"Zarathustra vide molti paesi
e molti popoli: scoprì così molte cose buone e molte cose cattive.
Zarathustra non trovò sulla terra un potere più grande del Bene
e del Male.
Nessun popolo potrebbe vivere, se non sapesse valutare il bene e il male; ma
se vuole sopravvivere, non dovrà giudicare allo stesso modo del suo vicino.
Molte cose che da un popolo sono credute buone, da un altro sono ritenute scherno
e infamia: così ho visto. Ho visto qui molte cose ritenute cattive che
là sono circondate da purpurei onori.
Giammai un vicino comprende l'altro: sempre si stupisce nel suo animo della
follia e della malvagità del vicino.
Una tavola dei valori pende sopra ogni popolo. Ma una tavola delle proprie vittorie
su se stesso; è là voce della sua volontà dl potenza.
E per lui degno di lode ciò che gli appare arduo; egli chiama buono ciò
che è difficile e proibito: ciò che io libera dal massimo affanno,
il raro, il difficile: e lo tiene in conto di sacro.
Ciò che lo fa dominare, ciò che lo fa regnare, vincere e splendere,
con raccapriccio e invidia dei suoi vicino: questo è per lui il supremo,
la cosa prima, la misura, il senso di tutte le cose.
In realtà, fratello mio, se tu conoscessi l'affanno: di un popolo e la
sua terra e il cielo e il suo vicino: tu indovineresti di certo la legge dei
suoi valori, e perché egli salga questa scala verso le sue speranze.
'Tu devi essere sempre il primo, e superare gli altri: la tua gelosa anima non
deve amare nessuno,i tranne l'amico': ciò faceva tremare l'anima a un
greco: e così egli marciava sul sentiero della grandezza.
'Dire la verità e destreggiarsi bene con l'arco e lei frecce': ciò
sembrò al tempo stesso caro ed arduo a quel popolo [persiano] dal quale
proviene il mio nome; ii nome che mi è al tempo stesso caro e pesante.
'Onorare il padre e la madre ed essere pronto a fa re la loro volontà
fino alle radici dell'anima': que sta tavola della vittoria su se stessi se
la impose un altro popolo [ebreo], e con ciò divenne potente ed eterno.
'Dimostrare fedeltà, e per amore della fedeltà porre l'onore e
il sangue anche in cose cattive e pericolose'; con questa dottrina, un altro
popolo vinse se stesso, e così facendo divenne gruvido e pesante di grandi
speranze [rif. Al popolo tedesco].
In realtà, gli uomini offrirono a se stessi tutto il bene e tutto il
male. In realtà, essi non lo assunsero semplicemente, non lo trovarono,
non cadde loro come una voce dl cielo.
Fu l'uomo ehe pose un valore nelle cose, per sopravvivere; che per primo diede
un senso alle cose: un umano senso! Perciò egli si chiama 'uomo', cioè:
l'apprezzatore.
Stimare è creare: uditelo, o creatori! Stimare è di per sé
il tesoro e il gioiello di tutte le cose stimate. Per mezzo della stima esiste
il valore: e senza il valore il nocciolo dell'esistenza sarebbe vuoto. Uditelo,
o creatori! Permutazione di valori significa permutazione di creazione. Sempre
distrugge chi vuole essere un creatore.
Creatori furono dapprima i popoli, poi i singoli; in realtà, il singolo
stesso è l'ultima delle creazioni. Un tempo i popoli posero sopra di
sé una tavola del bene. L'amore che vuoi dominare e l'amore che vuole
obbedire si crearono insieme queste tavole.
Più antico è l'entusiasmo, per la massa, che il piacere dell'Io:
e finché la buona coscienza si chiama massa, solo la cattiva coscienza
dice: Io.
In realtà, l'Io scaltro, senza amore, che ricerca il proprio vantaggio
nel vantaggio altrui: questo Io non è l'origine della massa, bensì
il suo tramonto.
Gli amanti e i creatori crearono il bene e il male. Fuoco d'amore e fuoco d'ira
arde in tutti i nomi di virtù.
Zarathustra vide molti paesi e molti popoli: ma nessuna potenza più grande
Zarathustra trovò sulla terra che le opere degli amanti: e il loro nome
è ‘bene' e 'male'.
In realtà, una mostruosità è la potenza della lode e del
biasimo. Dite, fratelli, chi mal la soggiogherà? Dite, chi potrà
gettare il giogo su questa bestia dalle mille teste?
Mille obiettivi ci furono finora, poiché ci furono mille popoli. Solo
il giogo delle mille teste ora manca, manca l'unico obiettivo. L'umanità
è ancora senza obiettivo.
Ma ditemi dunque, fratelli miei: se all'umanità manca ancora lo scopo,
non manca anche essa stessa?"
Così parlò Zarathustra.
DELL'AMORE DEL PROSSIMO
"Voi vi affollate intorno al
vostro prossimo e in cambio ne ricevete belle parole. Ma io vi dico: il vostro
amore del prossimo non è che il cattivo amore per voi stessi.
Voi vi rifugiate presso il prossimo fuggendo voi stessi, e desiderate anche
fare di ciò una virtù: ma io intuisco il vostro 'altruismo'.
Il Tu è più vecchio dell'Io; il Tu è stato proclamato sacro,
ma l'Io non ancora: perciò l'uomo fa ressa intorno al prossimo.
Forse che io vi consiglio l'amore per il prossimo? Piuttosto vi consiglio la
fuga dal prossimo e l'amore per i più lontani!
Al di sopra dell'amore per il prossimo c'è l'amore per il più
lontano e per il futuro; al di sopra dell'amore per gli uomini, stimo l'amore
per le cose e per i fantasmi.
Questó fantasma che ti precede, fratello mio, è più bello
di te; perché tu non gli doni la tua carne e le tue ossa? Ma hai paura
di lui e corri dal tuo prossimo.
Voi non vi sopportate e non vi amate abbastanza: ed ecco che volete invogliare
il vostro prossimo all'amore e fregiarvi del suo errore.
Io vorrei che voi non andaste d'accordo col vostro prossimo e con i suoi vicini;
così sareste costretti a crearvi da voi stessi il vostro amico e il suo
cuore traboccante.
Quando volete parlar bene di voi stessi, invitate un testimone; e solo quando
lo avete indotto a pensar bene di voi, allora anche voi pensate bene di voi.
Non mente solamente colui che parla contro la sua coscienza, ma a maggior ragione,
colui che parla contro la sua incoscienza. E così voi parlate nelle vostre
relazioni e con voi ingannate anche il vicino.
Così parla il folle: 'Il rapporto con gli uomini corrompe il carattere,
soprattutto quando non se ne ha'.
L'uno va verso il prossimo perché cerca se stesso; e l'altro perché
desidera perdersi. Il vostro cattivo amore per voi stessi fa della vostra solitudine
una prigionia.
I più lontani sono coloro che pagano il vostro amore per il prossimo;
non appena vi trovate in cinque, il sesto deve sempre morire.
Io non amo neppure le vostre feste: vi scorgo troppi attori; e anche gli spettatori
spesso hanno un aspetto da attori.
Io non vi insegno a trovare il prossimo, ma l'amico. L'amico sia per voi la
festa della terra e un presentimento del Superuomo.
Io vi insegno a trovare l'amico e il suo cuore traboccante. Ma bisogna essere
disposti a divenire una spugna, se vogliamo essere amati da cuori traboccanti.
Vi insegno a trovare l'amico, nel quale sta un mondo finito, un guscio del bene;
l'amico creatore, che ha sempre un mondo compiuto da elargire.
E come il mondo per lui rotola in pezzi, così anche si riforma in nuovi
giri, come il divenire del bene dal male, come il divenire dei fini dal caso.
Il futuro e il remoto siano la ragione del tuo oggi: nel tuo amico devi amare
il Superuomo come l'origine di te stesso.
Fratelli miei, io non vi consiglio l'amore del prossimo: io vi consiglio l'amore
del più lontano."
Così parlò Zarathustra.
DEL CAMMINO DEL CREATORE
"Fratello mio vuoi tu andare
nella solitudine che rende soli? Vuoi tu cercare da te stesso la via? Indugia
ancora qualche istante e ascoltami.
'Chi cerca, perde facilmente se stesso. Ogni isolamento è colpa': così
parla la massa. E tu appartieni da lungo tempo alla massa.
La voce della massa risuonerà ancora in te. E quando tu dirai: 'Io non
sono più una sola coscienza con voi', le tue parole risuoneranno come
un lamento e un dolore.
Vedi, questo tuo dolore lo generò la coscienza una: e l'ultimo barlume
di questa coscienza brilla ancora sulla tua malinconia.
Ma tu vuoi andare per la via della tua malinconia, che è la via verso
te stesso? Mostrami dunque il tuo diritto e la tua forza.
Sei tu una nuova forza e un nuovo diritto? Un moto primario? Una ruota che gira
da sé? Puoi anche forzare gli astri a fare perno intorno a te?
Ah, è tanta la cupidigia delle tue altitudini! Tanto lo spasimo degli
ambiziosi! Dimostrami che non sei cupido e ambizioso!
Ah, vi sono tanti altri pensieri che non fanno niente più di un mantice:
soffiano e rendono sempre più vuoti.
Tu ti dici libero? Voglio udire da te il tuo pensiero dominante e non che tu
sei sfuggito da un giogo.
Sei poi tu tale, da avere il diritto di sfuggire al giogo? Vi sono taluni che
gettano via la loro ultima opera, e con essa la loro servitù.
Libero da che cosa? Che importa ciò a Zarathustra! Chiaro me lo deve
dire il tuo occhio: libero a che scopo?
Puoi tu dare a te stesso il tuo male e il tuo bene e appendere sopra te stesso
la tua volontà come una legge? Puoi tu essere giudice di te stesso e
vendicatore della tua legge?
È terribile l'essere solo con il giudice e il vendicatore della propria
legge. Così è lanciato un astro nel desolato spazio e nel gelido
alito della solitudine.
Oggi tu soffri ancora a causa dei molti, tu, l'uno: oggi tu hai ancora tutto
il tuo coraggio e le tue speranze.
Ma un giorno l'isolamento ti renderà stanco, un giorno il tuo orgoglio
ti piegherà e il tuo coraggio si sgretolerà. Allora tu griderai:
'Io sono solo!'
Un giorno tu non vedrai più la tua altezza e sentirai troppo vicino quanto
in te è basso; la tua stessa sublimità ti farà paura come
un fantasma. Allora tu griderai: 'Tutto è falso!'
Vi sono sentimenti che cercano di uccidere il solitario; se non vi riescono,
sono condannati a morire! Ma tu sapresti essere un assassino?
Tu conosci bene, fratello mio, la parola 'disprezzo'. E l'angoscia della tua
giustizia, del dover essere giusto verso coloro che ti disprezzano?
Tu costringi molti a mutare opinione nei tuoi riguardi; di ciò ti fanno
gran carico. Tu sei giunto loro vicino, ma sei passato oltre: non te lo perdoneranno
mai.
Sei passato oltre: ma quanto più tu sali in alto, tanto più piccolo
l'occhio dell'invidia ti vede. Il trasvolatore è odiato più di
tutti.
'Come volevate essere giusti con me!' tu devi dire. 'Io eleggo la vostra ingiustizia
come la parte che mi spetta!'
Ingiustizia e sudiciume essi vomitano sul solitario: ma, fratello mio, se tu
vuoi essere un astro, non devi per questo meno illuminarli!
E guardati poi dai buoni e dai giusti! Ben volentieri essi crocifiggono quelli
che si trovano da se stessi le proprie virtù; odiano il solitario.
Guardati anche dal santo candore! Tutto ciò che non è ingenuo,
gli appare profano; gioca anche volentieri con il fuoco, con i roghi.
E guardati altresì dagli attacchi del tuo amore! Troppo velocemente il
solitario stende la mano a chi incontra.
A certi uomini tu non devi dare la mano, ma solo la zampa: e io voglio che la
tua zampa abbia anche gli artigli.
Ma il peggior nemico che tu puoi incontrare, sei sempre tu stesso; tu stesso
sei, che stai in agguato nelle caverne e nelle foreste.
Solitario, tu percorri la via verso te stesso! E la via passa davanti a te stesso,
e ai tuoi sette demoni!
A te stesso sembrerai eretico e indovino e folle e scettico e profano e cattivo.
Tu devi essere pronto a bruciare nella tua stessa fiamma: come ti puoi rinnovare
se prima non ritorni cenere?
Solitario, tu percorri la via del creatore: un dio tu vuoi crearti dai tuoi
sette demoni!
Solitario, tu percorri la via dell'amante: tu ami te stesso e perciò
ti disprezzi, come sanno disprezzare gli amanti.
L'amante vuole creare, perché disprezza! Che cosa sa dell'amore, chi
non ha dovuto mai disprezzare ciò che amava!
Con il tuo amore e con la tua creazione vai verso il tuo isolamento, fratello
mio; più tardi la giustizia ti verrà dietro zoppicando.
Con le mie lacrime vai verso il tuo isolamento, fratello mio. Io amo colui che
vuole creare oltre se stesso e così perisce."
Così parlò Zarathustra.
DELLE DONNICCIOLE VECCHIE E DI QUELLE GIOVANI
"Perché strisci così
timidamente nel crepuscolo Zarathustra? E che cosa nascondi con tanta cura sotto
il tuo mantello?
È forse un tesoro che ti fu donato? O un bambino, che è nato?
O forse tu stesso vai per la via dei ladri, tu amico dei cattivi?"
"In rèaltà, fratello
mio," disse Zarathustra "è un tesoro che mi è stato
donato: è una piccola verità, ciò che io porto.
Ma essa è ribelle come un giovane bimbo, e se io non le tenessi la bocca,
essa griderebbe clamorosamente.
Oggi, mentre me ne andavo tutto solo per la mia via, all'ora in cui il sole
discende, mi sono incontrato con una vecchia donnetta che così ha parlato
alla mia anima:
'Molte cose disse Zarathustra anche a noi donne, ma non ci parlò mai
della donna'.
Ed io le ho risposto: 'Ma della donna si deve parlare solo con gli uomini'.
'Parla anche a me della donna' ha ribattuto; 'io sono abbastanza vecchia, e
dimenticherò presto ciò che mi dirai.'
Ed io ho compiaciuto la vecchia donnetta e così le ho parlato:
'Nella donna tutto è un enigma, e tutto nella donna ha una soluzione:
questa si chiama gravidanza.
L'uomo è per la donna un mezzo: lo scopo è sempre il figlio. Ma
che cosa è la donna per l'uomo?
L'uomo vero vuole due cose: il pericolo e il gioco.
Perciò egli vuole la donna, che è il giocattolo più pericoloso.
L'uomo deve essere addestrato alla guerra, e la donna per il riposo del guerriero:
ogni altra cosa è follia.
Frutti troppo dolci il guerriero non li vuole. Perciò egli vuole la donna;
è sempre amara anche la donna più dolce.
La donna comprende i bambini meglio di un uomo, ma l'uomo è più
infantile della donna.
Nel vero uomo è nascosto un bimbo: e vuole giocare. Sù, donne,
scopritemi dunque il bambino nell'uomo!
La donna sia un giocattolo, semplice e fine, simile alla gemma, illuminata dalle
virtù di un mondo che ancora non è nato.
Il raggio di una stella brilli nel vostro amore! Sia la vostra speranza: Possa
io partorire il Superuomo!
Nel vostro amore sia l'eroismo! Con il vostro amore lanciatevi su colui che
vi fa paura.
Nel vostro amore sia il vostro onore. Altrimenti la donna poco capisce dell'onore.
Ma questo sia il vostro onore: amare più di quanto siete amate, e non
essere mai seconde.
L'uomo tema la donna, quando essa ama: essa fa ogni sacrificio, e ogni altra
cosa è per lei senza valore.
L'uomo tema la donna, quando essa odia: perché l'uomo nel profondo dell'anima
non è cattivo, ma la donna è invece malvagia.
La donna chi odia più di tutto? Così disse il ferro alla calamita:
'Io odio te più di tutto, perché tu trai a te, ma non sei abbastanza
forte per trattenere.
La felicità dell'uomo si chiama: io voglio. La felicità della
donnasi chiama: egli vuole.
Vedi, solo ora il mondo è divenuto perfetto! Così pensa ogni donna
quando obbedisce con tutto il suo amore.
E la donna deve obbedire e trovare una profondità per la sua superficie.
Superficie è l'anima della donna, una pelle mobile e impetuosa sopra
un'acqua bassa.
Ma l'anima dell'uomo è profonda, la sua corrente schiumeggia nelle caverne
sotterranee: la donna ne presente la forza, ma non la comprende.'
La donnetta vecchia mi ha risposto: 'Molte cose belle ha detto Zarathustra,
soprattutto per quelle che sono ancora abbastanza giovani.
È strano, Zarathustra conosce poco le donne, e tuttavia ha ragione in
quello che dice di loro! Questo forse avviene perché alla donna nessuna
cosa è impossibile?
E ora, per mio ringraziamento, ecco una piccola verità! Io sono abbastanza
vecchia per donartela!
Avviluppala bene e tappale la bocca: altrimenti urlerà clamorosamente,
la piccola verità.'
'Dammi, donna, la tua piccola verità!' ho esclamato. E così ha
aggiunto la vecchia donnetta:
'Tu vai dalle donne"? Non dimenticare la frusta!' "
Così parlò Zarathustra.
DEL MORSO DELLA VIPERA
Un giorno Zarathustra si era addormentato
sotto un albero di fico, poichè faceva caldo, e aveva le braccia piegate
sul viso. Una vipera passò e lo morse nel collo, così che Zarathustra
urlò dal dolore. Come ebbe tolto le braccia dal volto, guardò
il rettile: allora questi riconobbe gli occhi di Zarathustra, si contorse impacciato
e voleva fuggir via. "No" disse Zarathustra; "ancora non hai
avuto il mio ringraziamento! Tu mi hai svegliato a tempo, la mia strada è
ancora lunga." "La tua strada è ormai breve, disse cattiva
la vipera; "il mio veleno uccide." Zarathustra sorrise. "Quando
mai un drago è morto per il veleno di un rettile?" disse. "Ma
riprenditi il tuo veleno! Tu non sei abbastanza ricca, per donarmelo."
Allora la vipera si gettò di nuovo sul suo collo e gli leccò la
ferita.
Come Zarathustra, una volta, narrò ciò ai suqi discepoli, questi
gli chiesero: "E quale, o Zarathustra, è la morale di codesto racconto?"
Zarathustra così rispose:
"I buoni e i giusti mi chiamano l'annullatore della morale: il mio racconto
è immorale.
Ma se voi avete un nemico, non rendetegli bene per male: ciò lo farebbe
vergognare. Bensì dimostrategli che egli vi ha fatto qualcosa di bene.
E piuttosto andate in collera con qualcuno, che farlo vergognare! E e qualcuno
vi inveisce contro, a me non piace affatto che voi vogliate benedire. Meglio
che inveiate un po' anche voi!
E se vi hanno fatto un grosso torto, subito ricambiatelo con cinque piccoli!
È terribile lo spettacolo di colui che, tutto solo, è oppresso
dall'ingiustizia.
Sapevate già questo? Un'ingiustizia condivisa è come una mezza
giustizia. Prenda su di sé l'ingiustizia colui che può sopportarla!
Una piccola vendetta è più sopportabile che nessuna vendetta.
E se il castigo non è anche un diritto e un onore per il trasgressore,
io non so che farmene dei vostri castighi.
È più nobile darsi torto che darsi ragione, particolarmente quando
si ha ragione. Però, per far questo, bisogna essere molto ricchi.
Io non voglio la vostra frigida giustizia; dietro l'occhio dei vostri giudici,
io intravedo sempre il boia e la sua fredda mannaia.
Dite, dove si trova la giustizia che sia amore con occhi aperti?
Inventatemi dunque l'amore che sopporti non solo ogni punizione, ma anche ogni
colpa!
Inventatemi dunque la giustizia che assolva tutti, tranne il giudice!
Volete ascoltare anche questa? In colui che vuole essere giusto fin nel profondo,
anche la bugia diviene gentilezza verso gli uomini.
Ma come potrei io essere giusto fin nel profondo?
Come posso io dare a ciascuno il suo? Mi basti questo: io do a ciascuno il mio.
Infine, fratelli miei, guardatevi dal far torto agli eremiti. Come può
un eremita dimenticare? Come può contraccambiare?
Un eremita è come un profondo pozzo. È facile gettarvi dentro
una pietra; ma, quando questa è arrivata al fondo, dite, chi mai potrebbe
riportarla fuori?
Guardatevi dall'offendere l'eremita! Ma se l'avete fatto, ebbene, uccidetelo
anche!"
Così parlò Zarathustra.
DEI FIGLI E DEL MATRIMONIO
"Ho una domanda per te, fratello
mio: e getto questa domanda come uno scandaglio nella tua anima, per sapere
quanto essa sia profonda.
Tu sei giovane e desideri figli e matrimonio. Ma io ti chiedo: sei tu un uomo
che ha il diritto di desiderare un figlio?
"ei tu il vittorioso, il superatore dl te stesso, il do minatore dei sensi,
il signore delle tue virtù? Questo ti domando.
O forse parla nel tuo desiderio la bestia e la necessità? O l'isolamento?
Oppure il disaccordo con te stesso?
Io voglio che la tua vittoria e la tua libertà mirino ad un figlio. Tu
devi erigere viventi monumenti alla tua vittoria e alla tua liberazione.
Tu devi costruire al di sopra di te stesso. Ma prima devi essere costruito te
stesso, squadrato nel corpo e nell'anima.
Tu non devi solo trapiantarti, ma trapiantarti in alto! A questo aiuta il giardino
del matrimonio!
Tu devi creare un corpo superiore, un moto primario, una ruota che gira intorno
a se stessa; tu devi creare un creatore.
Matrimonio: così io chiamo il volere di due, di creare quell'uno che
è più di chi lo ha creato. Io chiamo matrimonio il rispetto reciproco
di due che vogliono questa volontà.
Questo sia il senso e la realtà del tuo matrimonio. Ma ciò che
i troppi i superflui chiamano matrimonio, ahimè, in qual modo chiamarlo?
Ahimè, la meschinità delle anime appaiate! Ahimè, la sozzura
delle anime appaiate! Ahimè, il tristo compiacimento dei due!
Chiamano tutto questo matrimonio; e dicono che i loro matrimoni sono conclusi
in cielo.
A me non importa proprio nulla di quel cielo dei superflui! No, nulla m'importa
di quelle bestie prese alla rete del cielo!
Stia lontano da me anche quel Dio che si avvicina zoppicante per benedire ciò
che non ha unito!
Non ridete di questi matrimoni! Quale figlio non ha un motivo per piangere dei
suoi genitori?
A me, per esempio, un uomo sembra meritevole e maturo per il senso della terra:
ma quando vidi la sua donna, la terra mi parve una casa di matti.
Sì, vorrei che la terra si scuotesse, quando un santo e un'oca si congiungono.
Uno andò come un eroe alla ricerca della verità, e alla fine riportò
solo una piccola, ben fatta bugia. E la chiama il suo matrimonio.
L'altro era schifiltoso nei rapporti e nelle scelte. Ma una volta e per sempre
rovinò la sua compagna: e questo fu il suo matrimonio.
Un altro cercava un'ancella con le virtù di un angelo. Ma all'improvviso
divenne l'ancella di una donna, e ora sarebbe necessario che ritrovasse il modo
di ridivenire un angelo.
Io ho sempre trovato che i compratori sono avveduti, e che tutti hanno occhi
astuti. Ma anche il più scaltro compera la sua donna nel sacco.
Molte brevi follie: ecco ciò che voi chiamate amore. E il vostro matrimonio
pone fine a queste piccole follie, trasformandole in una lunga stupidità.
Il vostro amore per la donna e l'amore della donna per l'uomo: ohimè,
potesse essere compassione verso i sofferenti e nascosti dèi! Ma di solito
non si tratta che dell'incontro di due bestie.
Sennonché, anche il vostro migliore amore è solo un'entusiastica
allegoria e una penosa passione. È solo una fiaccola, che deve illuminarvi
verso strade più alte.
Voi dovete un giorno amare voi stessi! Dunque è necessario che impariate
prima ad amare! Perciò dovete bere l'amaro calice del vostro amore.
Amarezza è anche nel calice del miglior amore: così essa si fa
anelito verso il Superuomo, così si fa tua sete, o creatore!
Sete del creatore, freccia e anelito verso il Superuomo: parla, fratello mio,
è questa la tua volontà di matrimonio?
Sacra m'è questa volontà, sacro un tale matrimonio."
Così parlò Zarathustra.
DELLA LIBERA MORTE
"Molti muoiono troppo tardi,
e alcuni troppo presto. Ancora suona strano la dottrina: 'Muori all'ora giusta!'
Muori al tempo giusto: così insegna Zarathustra.
Certo, coloro che non vissero nell'ora giusta, come potrebbero morire all'ora
giusta? Non fossero mai nati! Così io consiglio ai superflui.
Ma anche i superflui si danno grandi arie con la loro morte; e anche la noce
vuota vuole essere spezzata.
Tutti prendono sul serio la morte: ma la morte non è ancora una festa.
Gli uomini non hanno ancora imparato come si consacrano le feste più
belle.
Io vi mostro la morte che compie e risolve, ed è uno stimolo e una solenne
promessa per i viventi.
Muore vittorioso colui che realizza la sua vera morte, circondato da coloro
che sperano e da coloro che giurano.
Si dovrebbe imparare a morire così, e non dovrebbe esservi festa dove
chi muore così non consacrasse i giuramenti dei viventi!
Morire così è la miglior cosa, ma la seconda è morire in
battaglia ed esalare una grande anima.
Odiosa al combattente come al vincitore è la vostra morte sghignazzante,
che s'avvicina strisciando come una ladra, e tuttavia sopraggiunge poi come
padrona.
Io lodo anche la mia morte, la libera morte, che viene perché e quando
io la voglio.
Quand'è che la vorrò? Chi ha uno scopo e un erede vuole la morte
al tempo giusto per il suo scopo ed il suo erede.
E per rispetto allo scopo e all'erede egli non appenderà più ghirlande
secche al santuario della vita.
In realtà, io non voglio somigliare ai funaioli: essi trafilano le loro
corde per lungo, e ciò nondimeno retrocedono sempre.
Taluni divengono troppo vecchi per le loro stesse verità e vittorie;
una bocca senza denti non ha più il diritto di possedere tutte le verità.
E chi vuole aver fama deve per tempo congedarsi dagli onori e praticare la difficile
arte: al momento giusto, andarsene.
Bisogna smettere di lasciarsi mangiare, quando si ha miglior sapore: questo
sanno coloro che vogliono essere amati a lungo.
Certo, vi sono delle mele acerbe il cui destino è di aspettare fino all'ultimo
giorno d'autunno: e diventano contemporaneamente mature, gialle e appassite.
A taluni invecchia prima il cuore, ad altri lo spirito. E taluni sono vecchi
in gioventù: ma chi è giovane tardi si mantiene giovane a lungo.
La vita per qualcuno ha un destino infelice: un verme velenoso gli rode il cuore.
Così possa scorgere quanto gli è molto più facile morire.
Qualcuno non diventa mai dolce; imputridisce già durante l'estate. È
solo la vigliaccheria che lo tiene attaccato al suo ramo.
Troppa gente vive e troppo a lungo resta attaccata al suo ramo. Possa venire
una bufera, che scuota dall'albero tutti i frutti putridi e rosi dal verme!
Venissero almeno del predicatori della morte rapida! Essi sarebbero per me la
vera bufera e gli scuotitori degli alberi della vita! Ma il guaio è che
sento predicare solo la morte lenta e la pazienza verso tutte le cose 'terrene'.
Ahimè, voi predicate la pazienza verso tutte le cose terrene? Sono proprio
le cose terrene che hanno troppa pazienza con voi, sacrileghi!
Troppo presto morì quell'ebreo che predicano i predicatori della morte:
e a molti fu fatale che egli morisse troppo presto.
Egli non conosceva che le lacrime e la malinconia degli ebrei, insieme all'odio
dei buoni e dei giusti, l'ebreo Gesù: perciò lo assalì
l'ardente desiderio della morte.
Fosse rimasto nel deserto e lontano dal buono e dal giusto! Forse avrebbe imparato
a vivere, avrebbe imparato ad amare la terra, e anche il sorriso!
Credetemi, fratelli miei! Egli morì troppo presto: lui stesso avrebbe
ritrattato il suo insegnaifiento, se fosse arrivato fino alla mia età!
Era certo abbastanza nobile per avere il coraggio della ritrattazione!
Senonché, era ancora immaturo. Il giovane ama immaturamente, e immaturamente
odia l'uomo e la terra. Legati e pesanti sono ancora in lui l'animo e le ali
dello spirito.
Ma l'uomo adulto è più infantile del giovane e ha meno malinconia:
e capisce meglio la morte e la vita.
La vostra morte non sia una maledizione agli uomini e alla terra, fratelli miei:
questo io chiedo pregando al miele delle vostre anime.
Nella vostra morte bruci ancora il vostro spirito e la vostra virtù,
come un rosso tramonto discende sulla terra: o altrimenti la vostra morte non
vi è riuscita.
Così voglio morire io stesso, affinché voi, amici, per amor mio,
amiate di più la terra; e terra voglio tornare, trovando la pace in colei
che mi generò.
In realtà, Zarathustra ebbe uno scopo, che era quello di lanciare la
sua palla; voi, amici miei, siete gli eredi del mio scopo; a voi io lancio la
palla d'oro.
Più caro di tutto io ho, amici miei, vedere voi che lanciate la palla
d'oro! E perciò indugio ancora su questa terra: perdonatemi!"
Così parlò Zarathustra.
DELLA VIRTÙ DISPENSATRICE
Quando Zarathustra ebbe preso congedo
dalla città, che il suo cuore amava e il cui nome era "La vacca
variopinta", lo seguirono molti che si dicevano suoi discepoli, e lo scortarono.
Così giunsero ad un crocevia: là Zarathustra disse loro che ormai
voleva andare solo; poiché era amico dei cammini solitari. Ma i suoi
discepoli gli offrirono, nel congedo, un bastone, la cui impugnatura d'oro raffigurava
un serpente attorcigliato intorno al sole. Zarathustra fu lieto del bastone
e vi si appoggiò; poi parlò così ai suoi discepoli:
"Ditemi dunque: come l'oro è pervenuto ad essere il valore supremo?
Poiché è straordinario e inutile e lucente e tenero nel suo splendore;
e sempre si dona.
Solo in questo simbolo della suprema virtù, l'oro è pervenuto
al supremo valore. Come oro brilla lo sguardo del donatore. Lo splendore dell'oro
stringe amicizia tra la luna e il sole.
La virtù suprema è straordinaria e inutile, è lucente e
indulgente nel suo splendore: una virtù elargitrice è la suprema
virtù.
In realtà, io leggo bene in voi, miei discepoli; voi mirate, come me,
alla virtù elargitrice. Che cosa potreste avere in comune con i gatti
e i lupi?
Questa è la vostra sete; divenire voi stessi vittime e doni: e perciò
avete sete di accumulare ogni ricchezza nella vostra anima.
La vostra anima insaziata mira a tesori e a gioiellì, perché la
vostra virtù non si sazia mai di voler donare.
Costringete tutte le cose a venire verso di voi e in voi, perché esse
rifluiscano dalla vostra fonte come doni del vostro cuore.
In realtà, questo amore elargitore deve mutarsi in ladro di tutti i valori;
ma io lo chiamo egoismo sacrosanto.
Vi è un altro egoismo, misero, affamato, che vuole sempre rubare; l'egoismo
del malato, l'egoismo morboso.
Con occhio di ladro guarda tutto ciò che brilla; con l'avidità
della fame squadra colui che ha doviziosamente da mangiare; e sempre striscia
intorno alla tavola del donatore.
Una malattia, una indigestione si cela in quell'avidità; non è
che espressione di un corpo malato la furtiva avidità di questo egoismo.
Ditemi, fratelli miei: che cosa è per noi la cosa peggiore? Non la DEGENERAZIONE?
E sempre finiamo per imbatterci in una degenerazione, dove manca l’anima
donatrice.
La nostra strada va verso l'alto, dalla specie alla superspecie. Ma ci fa orrore
il senso degenerato, che dice: 'Tutto per me'.
Il nostro senso vola verso l'alto, così esso è il simbolo del
nostro corpo, il simbolo di un'elevazione. Tali simboli di elevazione sono i
nomi delle virtù.
Così passa il corpo attraverso la storia, un diveniente e un lottatore.
E lo spirito, che cosa è per lui? E l'araldo delle sue lotte e vittorie,
un compagno ed un'eco.
Simboli sono tutti i nomi del bene e del male: essi non parlano, accennano soltanto.
Stolto colui che vuole conferire loro carattere di sapere.
Attenti, fratelli miei, ad ogni ora, in cui il vostro spirito vuole parlare
in simboli: lì è l'origine della vostra virtù.
Allora il vostro corpo si sente sollevato e come risorto; con la sua grande
gioia vitale, entusiasma lo spirito a divenire creatore e apprezzatore e amante
e benefattore di tutte le cose.
Quando il vostro cuore palpita ondeggiando ampio e ricolmo, come un flume, una
benedizione e un pericolo per chi abita lunga le sue rive: lì è
l'origine della vostra virtù.
Quando vi sentite superiori alla lode e al biasimo, e la vostra volontà
vuole imporsi ad ogni cosa, come la volontà dell'amante: lì è
l'origine della vostra virtù.
Quando disprezzate le delizie e il morbido letto, e non vi sembra di coricarvi
mai abbastanza lontano dagli effeminati: lì è l'origine della
vostra virtù.
Quando il vostro volere è una sola volontà, e questa svolta di
ogni necessità e pena prende il nome delle necessità: lì
è l'origine della vostra virtù.
In realtà, è un nuovo bene e un nuovo male! Veramente, un nuovo
fremito profondo e la voce di una nuova sorgente!
Potenza è questa nuova virtù; è un pensiero dominante,
e intorno a lui un'anima saggia: un sole d'oro, e intorno a lui il serpente
della conoscenza."
2
Qui Zarathustra tacque per un istante,
e guardò con amore i suoi discepoli. Poi proseguì a dire così;
e la sua voce era mutata:
"Restate fedeli alla terra, fratelli miei, con la forza della vostra virtù!
Il vostro amore elargitore e la vostra conoscenza rivelino il senso della terra!
Così io vi prego e scongiuro.
Fate che essi non volino via dalle cose terrene per andare a sbattere le ali
contro le pareti dell'eterno!
Ahimè, quanta virtù è così volata via, perdendosi!
Riportate, come me, alla terra la virtù che è volata via; sì,
riportatela indietro verso il corpo e verso la vita: dia così alla terra
il suo senso, un senso umano!
In cento modi si sono smarriti, fino ad oggi, spirito e virtù. Ahimè,
nel nostro corpo dimorano ancora quella follia e quell'errore: sono diventati
essi stessi corpo e volontà.
In cento modi, fino ad oggi, sia lo spirito come la virtù tentarono e
si perdettero. Sì, l'uomo è stato sempre un tentativo. Ahimè,
quanta ignoranza e quanti errori sono divenuti nostro corpo!
Non solo la ragione di millenni, ma anche le loro follie prorompono su di noi
opprimendoci. È pericoloso essere eredi.
Noi lottiamo ancora a passo con il gigante che è il Caso, e su tutta
l'umanità grava, fino ad oggi, l'Irrazionale, il senza-senso.
Il vostro spirito e la vostra virtù servano al senso della terra, fratelli
miei, e il valore di tutte le cose sia di nuovo stabilito da voi! Perciò
dovete essere lottatori! Perciò dovete esere creatori!
Il sapere purifica il corpo; con la ricerca del sapere si innalza; a colui che
sa, si santifica ogni istinto; e l'anima dell'elevato si fa lieta e serena.
Medico guarisci te stesso: così guarirai anche il tuo malato. Sarà
la tua migliore cura lo scorgere con I suoi propri occhi colui che ha saputo
guarire se stesso.
Vi sono mille sentieri che non sono stati ancora calcati, mille salvezze e terre
promesse di vita nascoste. L'uomo e la terra umana sono sempre inesausti e da
scoprire.
Vegliate e ascoltate, o solitari! Dall'avvenire giungono venti con un misterioso
batter d'ali; e per le orecchie fini giunge la buona novella.
Voi solitari di oggi, voi separati, voi sarete un giorno un popolo: da voi,
che sapete eleggere voi stessi, sorgerà un popolo eletto: e da esso il
Superuomo. In realtà, la terra deve ancora divenire un luogo di guarigione!
E già un nuovo odore la circonda, un annuncio di salvezza, e una nuova,
speranza!"
3
Quando Zarathustra ebbe detto queste
parole, tacque, come uno che non ha ancora detto l'ultima parola; a lungo ondeggiò
incerto il bastone nella sua mano. Infine così parlò: e la sua
voce era cambiata.
"Ora io me ne vado da solo, o miei discepoli! Anche voi ve ne andate, e
da soli! Così voglio.
In realtà, vi consiglio; andate via da me e guardatevi da Zarathustra!
E meglio ancora: vergognatevi di lui! Forse egli vi ha ingannati.
L'uomo della conoscenza deve non solo amare i suoi nemici, ma anche poter odiare
i suoi amici.
Si ricompensa male un maestro, se si rimane sempre soltanto alunno. E perché
voi non vorreste sfrondare la mia corona?
Voi mi venerate; ma che avverrebbe, se un giorno la vostra venerazione crollasse?
Guardate che una statua non vi schiacci!
Voi dite che voi credete a Zarathustra? Ma cosa importa di Zarathustra! Voi
siete i miei credenti: ma cosa importano tutti i credenti?
Voi non avevate ancora trovato voi stessi: quand'ecco che trovaste me. Così
fanno tutti i credenti; perciò ogni credenza è così poco
importante.
Ora io vi ordino di dimenticare me e di trovare voi stessi, e solo quando voi
mi avrete rinnegato tornerò da voi.
In realtà, con altri occhi fratelli miei, io ricercherò i miei
dispersi; con un altro amore io allora vi amerò.
E dopo ridiventerete miei amici e figli di una speranza: e allora per la terza
volta io sarò con voi, per celebrare con voi il grande meriggio.
E il grande meriggio sarà questo, quando l'uomo si troverà in
mezzo del suo cammino tra la bestia e il Superuomo e celebrerà il suo
viaggio verso la sera come la suprema speranza: questa infatti è la via
per un nuovo mattino.
Allora il tramontante benedirà se stesso, perché egli è
Colui che passa oltre; e il sole della sua conoscenza starà allo zenit.
Norti sono tutti gli dei: ora vogliamo che il Superuomo viva". Questa sia
la nostra volontà nell'ora del grande meriggio".
Così parlò Zarathustra.