IL NOVECENTO E GLI AUTORI DEL SOSPETTO

ALLE ORIGINI DEL SECOLO BREVE
LA FALSA COSCIENZA E METODO DI INTERPRETAZIONE -
GLI AUTORI DEL SOSPETTO
PAUL RICOEUR E "I MAESTRI DEL SOSPETTO" - KARL MARX - FRIEDRICH NIETZSCHE - SIGMUND FREUD

NIETZSCHE, FREUD, MARX

INFLUSSI E INFLUENZE A FINE SECOLO XIX

di LUCA MOLINARI
UN OMAGGIO A STORIOLOGIA

INTRODUZIONE

Affrontare in modo organico e in un'ottica multidisciplinare una triade di autori, Marx, Freud e Nietzsche, che hanno segnato la storia dell'Europa e, di conseguenza dell'intera umanità.
È questo l'obiettivo che mi pongo nella stesura di questo elaborato che, nelle tre sezioni dedicate ad ognuno dei personaggi citati, cercherà di mettere in evidenza gli influssi e le influenze che questi uomini hanno avuto nelle diverse discipline umanistiche in cui hanno trovato applicazione i loro studi.
Autori fondamentali per capire la crisi dell'Europa di fine XIX secolo. E' proprio questo l'elemento che li accomuna.

Sia Marx, sia Freud e, in modo particolare, lo stesso Nietzsche, mettono in risalto la crisi di un ordine costituito e le conseguenti trasformazioni della società nel corso degli anni e, soprattutto, nei primi decenni del XX secolo.
Sono pensatori il cui operato mette in crisi e scardina dall'interno la struttura sociale, economica e culturale in cui si trovarono a vivere.

MARX mette in crisi la struttura economica esistente e pone le basi per la successiva affermazione di diversi modelli di vita e di interpretazione dell'economia e della società.

FREUD arriva là dove nessuno era mai giunto prima. Va a scavare nel ventre della psiche umana, dando un ordine a ciò che fino a lui non era altro che una serie di intuizioni che spesso avevano preso le mosse da antichi miti o da paure ataviche e che, altrettanto spesso avevano finito con il degenerare in paure ancestrali da cui erano scaturiti inutili pregiudizi.
Freud dà un metodo e una regola a questa miriade di elementi elevandoli al rango di scienza. Una nuova scienza che si chiama "psicologia" e che permetterà di disarticolare l'uomo in quanto monolite mettendo in evidenza e sottolineando quali siano i suoi aspetti più profondi da cui nascono quelle pulsioni che guidano l'istinto e l'azione degli individui e la cui interpretazione fino al medico viennese non era altro che lasciata al caso o alla tradizione.

NIETZSCHE è, dei tre, l'autore più complesso. In realtà la sua opera è stata troppo manipolata (dalla sorella che, fervida sostenitrice del nazismo, utilizzò gli scritti del fratello per dare un substrato culturale e filosofico alla più grande barbarie dell'Umanità contemporanea e non solo).
Ciò che sicuramente si può dire è che gli scritti nietzchiani mettono in crisi la morale così come si era codificata nei secoli precedenti all'autore.
Una morale non più basata su riferimenti etici, così come la Riforma protestante e Kant ci avevano insegnato, ma che si basa su un ritorno del "mito della volontà". Una morale in cui la libertà non si manifesta più quando, come in Kant, si è "liberi da", ossia quando si agisce indipendentemente e non condizionati da passioni, pulsioni e egoismi di cui si conosce a priori l'errore, ma quando si agisce secondo la propria morale intima che corrisponde poi con quella universale.
Con Nietzsche la vera morale è la rottura della morale tradizionale con l'affermazione di chi sa andare "oltre l'uomo", ossia chi sa proporre se stesso e le proprie ambiziose pulsioni come regolo della propria esistenza e, quindi di conseguenza, elemento condizionante della società e dell'umanità stessa.

Rottura del quadro socio-economico, rottura dell'equilibrio interno all'uomo e rottura della morale. È proprio la parola "rottura" ciò che assimila Marx, Freud e Nietzsche. In più a questa rottura segue una "trasformazione" dell'esistente.
Sono questi, in sintesi, gli elementi comuni ai tre autori presi in considerazione e di cui vogliamo, nelle prossime pagine, affrontare le conseguenze, le implicazioni e le influenze nelle diverse aree disciplinari umanistiche.

APRILE 1912:
CON IL TITANIC AFFONDANO LE SPERANZE DELL'800

L'orchestra continuò a suonare fino alla fine. Nessuno dei musicisti, tutti in impeccabile frac nero, abbandonò il proprio posto. Le musiche, dolci ma che lasciavano trasparire la drammaticità del momento, erano le stesse che accompagnavano le serate di gala nelle e la vita mondana di tutte le grandi città d'Europa, da Vienna a Parigi, da Berlino a Mosca. In questa surreale, ma cruda cornice, il 14 aprile del 1912 affondava il Titanic.
Oltre 1.600 uomini e donne perirono nella tragedia. I più poveri erano stati rinchiusi nelle stive. Non dovevano contendere ai più ricchi il posto sulle poche scialuppe di salvataggio. Neanche nella morte vi è uguaglianza tra ricchi e poveri.
Nel freddo Mare del Nord, al largo delle coste britanniche, una collisione con un iceberg faceva colare a picco il transatlantico che da solo rappresentava il trionfo della tecnologia e con essa le speranze e i sogni di un intero secolo, l'800.
Speranze e sogni che in quella fredda mattina di primavera del 1912 affondavano anch'esse aprendo le porte ad un secolo tra i più turbolenti della storia umana, ma anche più ricco di rapide trasformazioni nella vita e nei costumi degli uomini.
Con più di dieci anni di ritardo rispetto alle date riportate sui calendari, si concludeva definitivamente il XIX secolo, il secolo della "belle epoque", periodo di stabilità politica ed indiscussa supremazia europea che era troppo a lungo sopravvissuta a se stessa.
Centinaia di migliaia di tonnellate di acciaio, saloni e cabine arredate con lo stile e con la ricchezza di stucchi e di preziose tende e raffinato mobilio che caratterizzavano le corti ed i teatri di tutto il Vecchio Continente. Gli scaloni e i ponti facevano invidia alle scalinate ed ai ballatoi di Versailles o dei migliori teatri viennesi. Le pietanze preparate nelle cucine di bordo e i vini conservati nelle stive gareggiavano tranquillamente con i cibi e le bevande servite nei più raffinati ristorati di Roma e di Parigi.
Come l'Oriente Express, il Titanic simboleggiava il predominio incontrastato della meccanica e della scienza. Incarnava, così, il simbolo del pensiero positivista ottocentesco per il quale la scienza e la tecnologia avrebbero tutti i problemi degli uomini arrivando, per alcuni, anche a sconfiggere la morte. Giuste speranze e giusti riconoscimenti allo sviluppo degenerati da fede granitica nel progresso a una sorte di delirio collettivo.
Bastarono pochi metri cubi di ghiaccio per porre fine a tutto ciò.

Lo choc nelle coscienze europee fu enorme. Ciò che rappresentava tutti i valori in cui si era fino a quel momento creduto senza dubbi o remore naufragava miseramente in balia delle forze della natura portandosi dietro le vite di centinaia di uomini rimasti imprigionati nel ventre della nave.

Il Titanic anticipò solo di un paio di anni quella frattura nella storia europea che nella primavera del 1914 avrebbe definitivamente spazzato via intere nazioni e causato la Prima Guerra Mondiale.

Infatti, a soli 24 mesi dal naufragio del transatlantico ritenuto inaffondabile, i popoli europei si combatterono gli uni con gli altri ponendo fine ad un equilibrio tra le nazioni che senza troppi scossoni era resistito fina dai giorni del Congresso di Vienna quando, le teste coronate dell'Ancien Regime avevano riportato il proprio predominio sul continente dopo i terremoto giacobino e la furia napoleonica.

Come ha scritto qualcuno, dopo "Nulla fu più come prima".
Tecnologia e scienza non furono più usate per migliorare e allungare la vita degli uomini, ma per creare armi di distruzione di massa e di sterminio collettivo.
Ciò che fino ad allora era stato la speranza dell'umanità divenne il suo peggiore incubo.
Anche la cartina dell'Europa uscì completamente ridisegnata dal conflitto.
Tre millenari imperi, Impero d'Austria - Ungheria, Impero ottomano, Impero zarista, cesseranno di esistere e saranno smembrati.
L'Austria diventerà una piccola ed ininfluente repubblica, con una capitale, Vienna, ridotta al rango di grande città per un piccolo stato. Una testa senza corpo. La Turchia perderà ogni influenza nel vecchio continente dove conserverà solo un piccolo istmo di terra e non riuscirà mai a giocare un ruolo veramente influente nella politica mediorientale.
Ma le trasformazioni più profonde avverranno in Russia dove, sulle note dell'Internazionale trionferà la Bandiera Rossa con l'affermazione del comunismo bolscevico leninista.

Inizia quel "secolo breve" descritto dallo storico inglese Eric Hobsmawn, caratterizzato dall'avvento sulla scena della grande politica delle masse che, con la concessione del diritto di voto a suffragio universale furono così indennizzate per il grande sacrificio subito durante la Grande Guerra.
Masse che solo parzialmente erano pronte alla vita politica attiva. Solo la classe operaia, egemonizzata e guidata pedagogicamente dai partiti socialisti e socialdemocratici, aveva una certa coscienza di se e un graduale preparazione all'esercizio del potere nelle democrazie parlamentari.
I ceti medi e quelli rurali, arrivarono al palcoscenico della politica attiva, senza alcuna formazione politica di riferimento precostituita e con il timore di rimanere schiacciati, come tra l'incudine e il martello, da un lato dai grandi potentati industriali e dall'altro dal sempre più forte proletariato industriale urbano. Piccoli borghesi e contadini spaventati che il credo socialista si diffondesse a macchia d'olio sconvolgendo definitivamente quel loro "piccolo mondo antico" ormai consegnato agli annali di storia.

L'Europa fu sconvolta dal conflitto che segnò l'inizio di un'epoca di incertezze che sfocerà nei tre grandi totalitarismi (fascismo, nazismo e stalinismo).

Totalitarismi nati e fortificati dalla paura e che faranno sì, come ha scritto lo storico tedesco Momsen, che le due Guerre Mondiali, in realtà non siano solo che la prima e la seconda parte di una lunga guerra civile europea che raggiungerà l'apice con la Seconda Guerra mondiale alla fine della quale l'Europa troverà un nuovo equilibrio e la più lunga epoca di pace e benessere diffuso della propria esistenza, ma perderà la propria centralità a vantaggio delle due nuove superpotenze: gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica.

Superpotenze che determineranno un equilibrio basato sulla reciproca paura, rafforzata dal deterrente dell'uso di quell'arma nucleare la cui forza distruttiva si era vista all'opera all'ombra del "fungo atomica" di Hiroshima e i cui guasti durano nel tempo tanto da essere ancora ben visibili nei corpi di molti giapponesi.

Dopo il 1945 si è nel cuore del "secolo breve". Un secolo che ha sì prodotto le grandi e sanguinarie tragedie, ma che ha evoluto le coscienze degli uomini al punto che gli uomini stessi hanno condannato queste barbarie.
Cuore del "secolo breve" caratterizzato dalla pace europea e dallo economico e dal miglioramento delle condizioni di vita dei popoli dell'Europa occidentale. Sviluppo e benessere diffuso che furono considerati come migliore antidoto alla diffusione anche in occidente del modello sovietico. Possiamo quindi affermare con forze che i popoli dell'Est europeo, vissuti fino al 1989 sotto il giogo della dittatura sovietica, hanno pagato con la loro libertà il nostro benessere. L'Occidente ha così contratto con loro un debito morale del cui risarcimento ci si è cominciati ad interrogare dopo quel 1989 che con l'abbattimento del Muro di Berlino e la fine delle democrazie popolari ha segnato la fine del "secolo breve" e l'inizio di una nuova era di incertezze in cui non è ancora stato trovato un nuovo equilibrio internazionale.
Tutto, però, era stato anticipato in quel freddo aprile del 1912 dalla tragedia del Titanic e dei suoi passeggeri, ignaramente divenuti simboli viventi e morenti di una di quelle svolte radicali che influenzano lo scorrere impetuoso del fiume della storia.

GLI AUTORI DEL SOSPETTO

Da quando l'uomo ha affidato alla scrittura il proprio sapere e la propria produzione letteraria, esiste l'interpretazione. Ciò, secondo lo scrittore Michel Focault è sintomo di come l'uomo covi, nel proprio profondo, un sospetto intrinseco nel linguaggio.
Sospetto determinato dalla possibilità di poliedrica interpretazione che il linguaggio offre. Si sospetta che la parola scritta non dica esattamente e realmente ciò che dice. Vi è un secondo significato, nascosto e recondito che è difficile da trovare a prima lettura.
Si arriva al paradosso per il quale ciò che si legge è, in realtà, meno importante rispetto a ciò che non è detto e che "sta sotto", a ciò che è contenuto nelle viscere del testo.
Si potrebbe segnare un limite temporale, una data in cui questa recondita paura e specifica pulsione umana trova una sua affermazione pubblica passando da semplice casualità a reale modello di comportamento pubblica.

Ci riferiamo al pensiero di Galileo Galilei e alla disputa sull'interpretazione della Bibbia. Per giustificare la sua scoperta scientifica secondo cui è la Terra a girare - nonostante il "Fermati o Sole!" di Geremia - attorno al Sole e non viceversa, lo scienziato pisano sostenne che nella Bibbia vi erano due livelli di interpretazione, l'uno superficiale, alla portata di tutti legato alle singole parole e l'altro profondo e interno accessibile solo a menti più preparate.
Nel campo della letteratura questa tendenza si è presentata fin dall'antichità, creando un filo che lega gli antichi Greci agli autori moderni e contemporanei. Sono tanti, in realtà, le differenze storiche tra i differenti periodi temporali, ma le analogie e le somiglianze costituiscono una fitta rete di punti in comune di cui non si può tralasciare l'importanza.
Seguendo questa logica l'interpretazione è diventata il vero scopo di tutti coloro che operano sui testi in una funzione diversa rispetto a quella dell'autore.

Con ogni interpretazione si realizza un discorso che intende svelare ciò che ci "si nasconde" nel testo, ed ogni epoca ha inteso questo svelamento in un'ottica peculiare e in un modo diverso. Sono nate, quindi, le definizioni di allegoria, analogia e analisi.

In sintesi si può affermare che ciò che lo svelamento vuole affermare è sempre un senso. Si vuole svelare il "vero" senso del testo. Si vuole portare alla luce un senso, un'idea e come tale indimostrabile; si può aderire ad un'interpretazione, la si può rifiutare, ma ciò che essa dice, in fondo, ci convince solo perché già lo abbiamo compreso, anche se in modo inconsapevole ed inconscio.
Trattandosi di un dibattito inerente alle idee, l'opera di interpretazione è praticamente senza fine. Un'attività infinita e senza reali margini di conclusione che si sviluppa con il procedere della storia. Anzi, per essere più precisi, l'interpretazione è essa stessa una parte importante della storia del sapere umana. Ne è, in ultima istanza, il motore, è ciò che ha fatto muovere, fa muovere e farà muovere la storia del sapere umano.
L'interpretazione in molti casi stabilisce che direzione debba prendere il fiume della storia. Un fiume infinito pronto a cambiare direzione e senso di marcia: quando qualcuno si fa interprete di un discorso (discorso del testo) non chiude un discorso, ma in realtà ne apre uno (discorso sul testo).
Questo modo di "leggere" ha forgiato la nostra cultura ben più profondamente di quanto si possa pensare e immaginare.
L'idea del doppio (o anche triplo o quadruplo) senso del linguaggio - soprattutto "poetico" - ha condizionato e modificato tutti i nostri comportamenti culturali.

E' lecito, quindi, affermare che la "cultura del sospetto", sempre per rimanere nel recinto dell'immagine foucoltiana, ha creato conseguenze ben più profonde: la convinzione che tutto ciò che ha senso nasconda un doppio senso. Per fare un esempio che già conosciamo si può riprendere il discorso prima citato relativamente all'interpretazione della Bibbia.
Nel Tardo Medioevo e per tutto il Rinascimento, si instaurò la concezione della Natura come testo (il "libro scritto dal dito di Dio") che la accomunava ai fenomeni che veicolano informazioni, come lo sono tutti i linguaggi.

Per il poeta Dante e per lo scienziato Galileo, la Natura era un libro che comunicava le proprie leggi rimaste fino ad allora nascoste ad aspettare chi fosse in grado di scovarle. Leggi nascoste dall'apparenza delle sensazioni, attraverso il dominio di un linguaggio che andava rigorosamente studiato sia che si trattasse della teologia, sia della matematica.

Siamo sicuri di non esagerare nel dire che tutta la storia della filosofia e della letteratura è una storia delle teorie interpretative dette anche Ermeneutiche.

Con la fine del XIX secolo tre grandi pensatori dell'800 si riuscì a svelare definitivamente questo mistero. Ci stiamo ovviamente riferendo a Marx, Nietzche e, da ultimo ma solo dal punto di vista cronologico, Freud.
Con questi tre intellettuali l'atteggiamento interpretativo si è definitivamente radicalizzato e la cultura del sospetto insito nella nostra cultura occidentale si è inserita in modo inestinguibile e in maniera estrema e moltiplicata all'ennesima potenza nella nostra mentalità e nel nostro agire quotidiano.
La cosa che nasconde un altro senso, ossia ciò che deve essere interpretato, ma ciò che deve essere interpretato non sono più soltanto le parole e gli scritti, ma è l'uomo stesso.

Dopo che con la rivoluzione copernicana di Kant, l'uomo aveva dato le proprie regole nella lettura e nella decifrazione scientifica delle leggi della natura, ora è l'uomo stesso a interpretare l'uomo. Questo rischia di essere sicuramente un discorso contorto e, a prima lettura di difficile interpretazione.
In realtà si lega perfettamente alle considerazioni prima enunciate. La necessità di scovare il senso nascosto dietro la realtà è cresciuto a tal punto non è più né possibile, né tantomeno pensabile, evitare di mettere in discussione sé stesso. Questa opera di disvelamento dell'uomo è condotta su tre diversi livelli e campi d'azione da parte degli autori: Marx analizza la falsa coscienza e il ruolo dell'uomo nella società e nella economia.
Con Marx nasce l'interpretazione economicista della storia e della realtà che ci accompagna tuttora. Come vedremo in seguito l'economia è tutto, la struttura su cui si basa la società e che determina i diversi cambiamenti della storia. Il resto (cultura, religione, ecc. …) non è altro che una serie di sovrastrutture. Sovrastrutture importanti, ma che sono subalterne alla struttura, l'economia per l'appunto.

Nietzche, invece, procede all'analisi della morale e ricerca l'elemento intrinseco e nascosto che è rappresentato dalla volontà di potenza fino ad allora nascosto e censurato da una serie di comportamenti che l'autore giudica frutto di un'ipocrisia dominante. Ipocrisia da cui era derivata un'arrendevolezza della società stessa.

Ma è con molta probabilità Freud l'autore a compiere il balzo in avanti più importante. L'analisi più specifica e dirompente. Infatti il medico viennese indaga e mette alla luce ciò che è nascosto nella mente degli uomini. Indaga e riporta alla luce la vera essenza psichica dell'uomo che era stata nascosta in quanto risultato di un processo psichico di rimozione che nasconde sotto il velo della cultura istinti naturali e pulsioni inconsce inaccettabili per l'ordine sociale.

Da tutte queste scoperte derivarono poi altrettante "rotture" e "fratture" importanti per la mutata idea che l'uomo ha di se stesso e per lo stesso andamento della storia umana. Non a casa seguì il '900, quello stesso XX secolo epoca tra le più cupe (nella prima metà), ma poi tra le più prospere (al seconda metà, dalla II Guerra Mondiale in poi) dell'Umanità. Epoca di grandi passioni, a cui sono seguite delusioni altrettanto grandi, di grandi tragedie e grandi scoperte.

PAUL RICOEUR E
"I MAESTRI DEL SOSPETTO"

Nel 1966 in Francia apparve il saggio filosofico di Paul Ricoeur, massimo esperto di epistemologia dell'epoca, "Della interpretazione del Saggio di Freud (questo è il titolo della traduzione italiana del 1967). Il pensatore francese si pose l'obiettivo di reinterpretare tutto il pensiero occidentale alla luce di Marx, Nietzche e Freud.
Per fare ciò, però, era necessario depurare il pensiero dei tre filosofi citati da ogni "inquinamento" derivato da interpretazioni errate e deviate di cui erano stati vittime.
Da questa nuova forma di interpretazione deriva un nuovo compito per la filosofia: non più costruire teorie metafisiche, ma ascoltare e interpretare il senso della vita che perviene attraverso le tracce del passato, dai discorsi, dall'arte e dal mito.
Nello "smontare" l'interpretazione corrente che era stata data dei tre filosofi, Ricoeur individua che, soprattutto Marx e Nietzche erano stati vittime di letture sbagliate e fuorvianti.

Nietzche, il filosofo più letto e amato dopo Schopenauer, ma anche il più incompreso, fu la prima e maggiore vittima di ciò. La sua volontà di potenza viene semplificata fino a farla sembrare semplicemente un inno al super uomo (e non, come in realtà voleva il filosofo tedesco, all'oltre uomo). Tutto è ricondotto ad un semplicistico dominio, o per meglio dire volontà di dominio, sulla natura biologica. Una grave forma di violenza e di supremazia frutto di un'arroganza intellettuale pronta a degenerare in un'estasi dell'irresponsabilità. Un peana alla forza bruta, benché raffinata, di cui il massimo responsabile in campo italiano fu Gabriele D'Annunzio.

Nietzche divenne (suo malgrado?) il simbolo di un nichilismo cosmico da cui prese le mosse il peggior conservatorismo europeo, relativista e chiuso in se stesso.
Lo stesso Marx subì un'analoga, seppur di minore entità e danno, opera di deviante interpretazione. Per quanto riguarda il filosofo di Treviri si trattò più semplicemente di una reclusione al solo campo dell'economia. Una grave limitazione che non teneva conto dell'importante impatto di Marx anche nel campo della sociologia, della storia e delle altre scienza umane e sociali.

Miglior sorte tocco a Freud per il quale, secondo Ricoeur, non si può parlare di errate letture e deviate interpretazioni, ma più correttamente di "dissidenze scientifiche", ossia errori di applicazione scientifica sviluppatisi, però, all'interno di una corretta interpretazione. Massimo responsabile di questo errore fu Karl Gustav Junger che ridusse tutto l'universo mentale dell'inconscio sotto le leggi di una biologia meccanicistica in quanto privilegiò, nell'interpretare i simboli i soli impulsi sessuali.
Denunciate le false interpretazioni Ricoeur passa alla costruzione della sua legge interpretativa, della filosofia.
Pone come punto di partenza della sua analisi il paradigma fondamentale della filosofia moderna: il modello cartesiano e razionalista.

Secondo questo principio si può dubitare di tutto, di ciò che si legge, si pensa, si vede, si sogna o si considerare reale. Ma l'unica cosa che non si può mettere in discussione e di cui non si può dubitare è il dubbio stesso.
Nel momento stesso in cui dubito di una cosa sono certo di una cosa: io penso. L'Io come coscienza è un elemento fondamentale di ogni conoscenza.
Comincia cioè a farsi strada la consapevolezza che qualcosa in me precede la mia coscienza, pensa, ossia, prima di me e mi condiziona.

Marx, Nietzche e Freud ebbero il merito di certificare questa realtà, questa scelta consapevole di affacciarsi alla, e quindi, all'interpretazione del mondo.
Non sono tre scettici che invitano a diffidare di tutto, ma tre maestri che si pongono in modo radicale il problema del sapere il reale e attuale significato del pensiero, della ragione e perfino della fede.
Essi, rompendo gli schemi esistenti, ricercano un nuovo sapere. Ricercano il sapere interno e nascosto dietro a ciò che noi affrontiamo.
Fondano, in breve, un nuovo criterio di verità non più basato sulla conoscenza, ma sull'interpretazione e sulla decifrazione delle espressioni.
L'interpretazione non è più cercare di applicare schemi al pensiero e alla realtà, ma decifrare le espressioni che realtà ci propone, ci offre e che, comunque, sono insite nella realtà stessa.

Conoscere e interpretare vuole, quindi dire lasciare venire alla luce. La coscienza non è più un giudice che regola la realtà alle proprie regole, ma un qualcosa che si adatta alla realtà medesima.
L'uomo, per capire se stesso, ha bisogno di interpreti. Figure che permettono all'uomo di comprendere se stesso attraverso la loro opera di studio.

Attraverso le tre figure di interpreti generate dal pensiero di Marx, Nietzche e Freud, quali il rivoluzionario, il poeta e lo psicanalista si ha un'opera di demistificazione della realtà e della coscienza da cui deriva una ripresa di valore dell'aspetto umano. Simultaneamente, ridimensionandola e umanizzandola, si produce un potenziamento della coscienza stessa.

La critica dell'ideologia di Marx non è altro che un ritorno all'ambito umano e reale del conflitto, la volontà di potenza di Nietzche è un modo per aumentare le responsabilità dell'uomo in quanto uomo e non in quanto credente a cui si giunge attraverso la critica dei valori fino ad allora ritenuti validi, imperanti e condivisi. Infine la decifrazione dei propri impulsi umani reconditi portata avanti da Freud è un modo per superare le proprie paure dell'inconscio liberandosi da ciò che ci angoscia nel profondo. Solo così si può guarire e tornare, finalmente, alla felicità.
Se, prima di passare nei successivi capitoli allo studio dei singoli filosofi, si volesse raccogliere il tutto in una sola sintetica battuta, si potrebbe dire che i maestri del sospetto e i loro insegnamenti sono il trionfo dell'umano contro ogni trascendenza.

KARL MARX

Karl Marx nasce a Treviri nel 1818 e muore a Londra nel 1873.
È, senza ombra di dubbio uno dei più grandi filosofi contemporanei e ha rivoluzionato il pensiero politico dando le fondamenta ideologiche e filosofiche al pensiero politico più diffuso del XX secolo.
Seguì studi di filosofia nell'ambito della scuola hegeliana accostandosi alla Sinistra hegeliana partendo dalle tesi di Feuerbac.
Fin da giovanissimo partecipò alle lotte politiche più radicali e venne espulso dalla Germania.
Rifugiatosi in Francia si trasferì a Parigi dove entrò in contatto con gli elementi più radicali del socialismo. Successivamente riparò in Gran Bretagna e a Londra conobbe Engels che lo indirizzò allo studio della problematica economica e sociale.
Proprio in collaborazione con Engels nel 1848 diede alle stampe il "Manifesto del Partito Comunista", libro più stampato, venduto e letto dopo la Sacra Bibbia.
Fondò la Prima Internazionale, organizzazione che univa tutti i movimenti politici di sinistra, socialisti, repubblicani, anarchici e radicaldemocratici. Vi aderivano e ne erano leader anche Mazzini e Bakunin.
Proprio i dissapori e le diversità di linea politica tra i tre portarono allo scioglimento della Prima Internazionale.
La summa del suo pensiero politico è contenuto ne "Il capitale".

Ma in cosa consiste esattamente il pensiero di Karl Marx?
Innanzi tutto è bene fare una precisazione. Con la parola "marxiano" si intende il pensiero proprio elaborato da Marx. Invece con "marxista" sin definiscono tutte le dottrine successive al filosofo tedesco che si rifanno al suo pensiero, ma che sono state enunciate da altri pensatori.
Il nucleo del pensiero politico-economico di Marx è costituito dalla concezione materialistica della storia: la base reale della società è la struttura economica, mentre le istituzioni politiche, lo Stato, le idee religiose, filosofiche e morali, sono sovrastrutture che servono a consolidare politicamente e a giustificare il dominio della classe più forte.

Le ideologie politiche e sociali sono le costruzioni intellettuali con le quali la classe dominante maschera il proprio potere sotto un velo di false interpretazioni della realtà.

Marx divide la società essenzialmente in due classi: il proletariato e la borghesia.
Quest'ultima è la classe dominante che ha sconfitto e sostituito la nobiltà feudale. Lo scontro storico e le dinamiche in atto, secondo Marx, dovranno portare all'affermazione della classe operaia, ossia del proletariato.

Attraverso quella che chiama "lotta di classe", il proletariato si impadronirà del potere dando vita ad una nuova società la cui principale caratteristica e distinzione rispetto alla realtà esistente è che saremo di fronte ad una società "senza classi".
La lotta di classe porterà all'affermazione del proletariato che costituirà la propria dittatura sulla società. Dalla "dittatura del proletariato" si passerà ad una società senza classi in cui, per usare le parole dello stesso Marx "Ognuno riceverà secondo i propri bisogni e produrrà secondo le proprie capacità".
Non si tratta però di un'utopia. Anzi Marx è il primo "socialista scientifico" che supera le vane e vacue speranze dei "socialisti utopici" alla Owen e alla Saint Simon che l'avevano preceduto perché nella sua analisi utilizza metodi e dinamiche scientifiche.
In ogni epoca Marx evidenzia uno strumento o una categorie di persone simbolo del predomino e del conseguente sfruttamento di una classe su quelle subalterne. Lo schiavo nell'età romana e il mulino in quella medioevale sono la semplificazione dello sfruttamento della nobiltà parassitaria e feudale sul resto della società.

Con la rivoluzione industriale e con l'illuminismo la borghesia ha sconfitto la nobiltà e si è affermata. Simbolo del suo dominio e del suo sfruttamento sulla società è la fabbrica.
Quando il proletariato avrà preso coscienza della propria importanza e del proprio ruolo nella storia esso potrà agire e, attraverso la lotta di classe (che non necessariamente, anzi quasi per nulla, deve essere per forza un atto di violenza, ma è sufficiente che sia una rottura rispetto al passato) arrivare al potere controllando tutti i mezzi di produzione che, per necessità, andranno collettivizzati.
Come si deduce da questo discorso alla base dell'interpretazione della storia e della vita, per Marx vi è l'economia. Sono i mutamenti dell'economia che hanno determinato i cambiamenti negli altri settori. È per questo che il resto è una sovrastruttura.
Solo l'unità di tutti i membri della classe operai può per mettere di arrivare ad una società senza classi, da qui il motto "Proletari di tutto il mondo unitevi!".

Bisogna puntualizzare il rapporto tra Marx e la religione. Da più parti si è indicato in Karl Marx un acceso sostenitore dell'ateismo in virtù del suo "La religione è l'oppio dei popoli". In realtà l'ateismo era già imperante ed insito nella cultura positivista delle borghesie dominati dell'800. Quella stessa classe dirigente che amava annegare le proprie angosce nell'uso di sostanze stupefacenti, molto costose quanto ambite. Marx afferma che la classe operaia non può acquistare questi stupefacenti e, quindi, si lascia cullare dalla religione e dalla sua speranza in un mondo migliore e futuro in cui sperare una situazione più florida (e perché no anche ambire ad una "ricompensa"?) rispetto alla drammatica situazione in cui si vive.

L'importante del pensiero di Marx, in sintesi, è la necessità di evidenziare come per il filosofo di Treviri tutto appartenga alla sfera della materialità e della storia. Una materialità che è in divenire nell'ottica di uno scontro all'interno della catena produttiva tra chi lavora e chi possiede i mezzi di produzione.

Da qui la definizione del pensiero marxiano come di un pensiero "materialista, storico e dialettico". In quel "dialettico" vi è il recupero del pensiero hegeliano e della sua dinamica relativa alla dialettica servo-padrone in cui si affermava la superiorità del servo che, avendo mantenuto i rapporti con il lavoro e con la produzione materiale, era destinato a subentrare al padrone spodestandolo in quanto questo era ormai incapace di pensare a se stesso perché si era di troppo staccato dalla realtà contingente.
Così in Marx la borghesia aveva surclassato la nobiltà e i proletariato era ormai pronto, avendo presa coscienza di se, a prendere il posto della borghesia stessa.
La vera novità del socialismo marxiano rispetto alle altre forme socialistiche ottocentesche è che non si individua nella proprietà il male della società (come nel "La proprietà è un furto" di Proudhon o nel discorso "dell'uomo e del palo" contenuto nel "Contratto sociale" di Rosseau), ma nel fatto che la proprietà e il controllo dei mezzi di produzione non coincida e non corrisponda con chi materialmente produce.

Il pensiero di Karl Marx ebbe influenti riscontri e riflessi sia nella sociologia, sia nella pedagogia. La ricerca, tra le cause di un fenomeno in una data società non può prescindere dalla ricerca del dato economico relativo a quale classe è dominante e quali sono i valori dominanti che essa propone.
Così nella pedagogia vista in ottica marxiana è affermato come il bambino stesso sia un esempio di "forza lavoro" e tenda a essere plasmato a immagine e somiglianza della realtà in cui vive. Infatti gli schemi che la società propone si riproducono in maniere inconscia e vengono assoggettati a se stessi dai singoli che li assimilano in maniera inconscia.
Spezzare questa catena ed insegnare nuovi schemi alla classe operaia è uno dei principali aspetti della pedagogia socialista. Attraverso l'insegnamento le classi subalterne possono emanciparsi dando vita a modelli di collaborazione collettiva in grado di rafforzare l'elemento di classe comune velocizzando, così, il percorso storico e dialettico di affermazione del proletariato.
La scuola diventa, quindi, un momento importante ed è per questo che essa deve essere popolare e gratuita in quanto permette l'accesso a tutti e insegnare a tutti un corretto modo di vita. Corretto modo di vita che vuole dire lavorare collettivamente alla costruzione di un mondo liberato e privo di sfruttamento e di subordinazione.

Sono questi gli aspetti principali della pedagogia marxista. Tutto il marxismo è intrinsecamente pedagogico perché ha come compito l'elevare l'uomo-proletario dandogli gli strumenti per capire la propria situazione e il proprio ruolo storico emancipatore mettendo così in moto l'azione della storia.
In tutto questa assume grande importanza la figura dell'intellettuale, cioè colui che, conformemente alle discipline filosofiche, ha gli strumenti e le capacità per condurre una serrata critica alla società capitalistica esistente proiettando la via e gli strumenti per l'affermazione della classe operaia.
Rispetto al marxismo classico si ebbe così una inversione di tendenza. La cultura non era più un'inutile sovrastruttura frutto delle dinamiche economiche, ma diventava essa stessa struttura sottoponendo a se tutto il resto, compresa l'economia.

Questa dinamica è ben presente in Antonio Gramsci, pensatore politico e martire dell'antifascismo italiano che a Livorno nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia (poi Pci, Partito Comunista Italiano).
La cultura e la corretta lettura delle dinamiche sociologiche sottese in ogni società assumono la priorità sul resto.
Nel suo pensiero Gramsci cerca di creare qualcosa di nuovo che non può prescindere dalla parte più avanzata del pensiero liberale e che cerchi di superare la questione del rapporto con pensieri politici di stampo religioso cattolico-democratico che, per il pensatore torinese, sono destinati a miscelarsi e a fondersi con il pensiero progressista portando in dote la loro forza e intelligenza che lo stesso Gramsci riconosce.
Ogni prodotto dell'umanità, dice Gramsci va analizzato nei suoi singoli aspetti, evidenziando, così il lavoro e il conseguente sfruttamento subito da chi lo ha prodotto. In questo Antonio Gramsci è essenzialmente e fortemente marxiano, oltre che marxista.

Proprio la figura di Antonio Gramsci permette di affrontare, seppur succintamente, gli impatti del pensiero di Marx sulla storia.
Impatti che, sia ben chiaro, hanno comportato un forte e radicale cambiamento in tutto il '900.
A partire dalla codificazione del "Manifesto del Partito Comunista", si cominciarono a diffondere in tutta Europa, partiti di ispirazione socialista e socialdemocratica che ambivano a rappresentare ed a monopolizzare la classe operaia.
I primi casi di formazione di partiti socialisti sono quello francese e quello tedesco, entrambi risalenti agli anni '80 del 1800.
Ad opera di Lasalle in Germania e di Jaures in Francia vedono la luce rispettivamente la Spd (al congresso di Ghota) la Sfio (a Parigi) partiti socialisti dei rispettivi paesi che, partendo dall'unificazione e dal dare rappresentanza politica alle leghe operaie di mutuo soccorso, ben presto assumeranno un ruolo di primaria importanza nel panorama politico tedesco e francese.
Soprattutto in Germania vi è un terreno fertile per la diffusione del socialismo e per la egemonizzazione di questo nella classe operaia, nonostante le leggi repressive e antisocialiste volute dal conservatore cancelliere Bismarck che, attraverso una forma di paternalismo detto "socialismo di stato", aveva cercato di concedere riforme alla classe operaia pur di non vedere diffuso il socialismo. Anzi, le leggi antisocialiste rafforzarono la Spd che divenne ben presto il primo partito tedesco raccogliendo un terzo dei voti.

Il 15 agosto del 1892 a Genova venne fondato il Partito Socialista Italiano. Anche l'Italia aveva la sua forza proletaria e socialista che si dotava di sindacati, cooperative, leghe di mutuo soccorso, ecc.. proprio come nel resto d'Europa.
E proprio come negli altri stati europei anche il Psi era diviso in due correnti. Quelle due correnti affermatesi per la prima volta in Germania ad opera di Berstain (riformisti) e Kausty (massimalisti).
Essenzialmente i primi volevano arrivare a modificare la società in maniera graduale, anche attraverso l'accordo con le forze più avanzate della borghesia liberale.
In una qualche maniera si rifacevano ancora a Marx, quel Marx che nel "Manifesto" affermava che mai i proletari avrebbero dovuto separarsi dai democratici. In Italia il leader del riformismo fu Filippo Turati che, per oltre un quindicennio, giocò di sponda con il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti dando all'Italia monarchica di inizio '900 un'età di sviluppo economico, civile e sociale.
Fu grazie questo dialogo che, però (purtroppo) non divenne mai collaborazione di governo in un esecutivo di coalizione, che gli operai italiani si videro riconosciuto il diritto di sciopero ed ottennero la pensione, la malattia e l'invalidità.

I massimalisti, invece, chiedevano che, subito, si arrivasse al massimo delle riforme. Non è tanto nella diversità degli strumenti usati (entrambi, sia i massimalisti, sia i riformisti riconoscevano l'importanza della lotta politica democratica e parlamentare e avevano ormai da tempo accettato il confronto nelle aule dei Parlamenti dei rispettivi Paesi) che si giocava la differenza fra i due schieramenti. Tale differenza stava nei "gradi" di socialismo che si volevano raggiungere. Tutto e subito i massimalisti, ciò che è possibile e gradualmente i riformisti.

I partiti socialisti si diedero una organizzazione sovranazionale per coordinarsi meglio nella loro azione. Nasceva la II Internazionale che, però, non potè sopravvivere ai colpi della Prima Guerra Mondiale scoppiata nel 1914 per l'omicidio dell'erede al trono di Austria-Ungheria di cui fu responsabile un terrorista serbo.
Da un lato Austria-Ungheria, Turchia e Germania. Dall'altro Francia, Russia, Gran Bretagna, Italia (anche se inizialmente alleata dell'Austria e della Germania) e, infine il determinante aiuto degli Stati Uniti d'America.
I partiti socialisti dei singoli paesi adottarono linee nazionali di appoggio ai governi in tempo di guerra dopo che il tentativo di azioni internazionali per la pace erano fallite. Finiva così, in un sostanziale fallimento, miseramente la II Internazionale.

Ma proprio dalla Russia arrivò la novità assoluta (e poi, con Stalin e molte versioni orientali e asiatiche più criminale, violenta e fallimentare) del socialismo: il comunismo.
Nel 1917 sotto la guida di Lenin in Russia vi fu una Rivoluzione che segnò la presa di potere dei comunisti bolscevici che portarono il paese fuori dalla guerra e diedero il via ad un'opera di nazionalizzazioni e collettivizzazioni forzate e totali che si scontrarono con le forze zariste e reazionarie (i cosiddetti "bianchi") usciti poi sconfitti dalla guerra civile. Lenin apportò modifiche al marxismo. La classe operaia non era ancora pronta per governare così prima di arrivare alla dittatura del proletariato bisognava passare per un'altra fase: la dittatura sul proletariato da parte del Partito Comunista.
Negli anni '20 del XX secolo i partiti socialisti si spaccarono dando origine ai Partiti Comunisti che guardavano all'Urss come modello.

Nel 1921 nacque il Partito Comunista d'Italia che, però, assunse una linea peculiare soprattutto grazie all'opera di Palmiro Togliatti che seppe, partendo dal pensiero di Gramsci (incarcerato e morto a causa delle persecuzioni del fascismo allora al governo durante la dittatura di Mussolini), creare un partito nazionale. Quella via nazionale al socialismo che ha fatto del Pci uno dei protagonisti, insieme a socialisti, democristiani e laici, della liberazione dalla dittatura nazifascista durante la II Guerra Mondiale e poi della nascita e della crescita della democrazia nell'Italia repubblicana.
Le spaccature nei partiti socialisti favorirono, in Italia e in Germania, l'avvento al governo di dittature di destra quali il fascismo e il nazismo guidate rispettivamente da Benito Mussolini e da Adolf Hitler.
La ritrovata unità sia tra i partiti di sinistra, sia con tutti gli altri partiti democratici (liberali, democristiani e conservatori) permise di vincere la Guerra e le singole guerre partigiane di liberazione e dare, seppur nella divisione tra est (sotto l'egemonia sovietica e collettivistica) e ovest (sotto l'influenza americana capitalista e liberale) un lungo periodo di pace e di grande sviluppo che fu più evidente (per quanto riguarda i diritti civile, e, in molti casi anche quelli umani) solo in occidente.

Dopo il 1989 si è assistito alla crisi del modello comunista orientale e tutti i paesi dell'ex blocco sovietico sono passati alla democrazia occidentale (in molti casi come in Russia e nell'ex Jugoslavia con pesanti rinascite di nazionalismi che hanno portato a drammatiche guerre nel cuore dell'Europa).
Ma continuano ad esserci partiti socialisti (molti dei quali frutto del cambiamento di ideologia da parte di ex partiti comunisti come nel caso italiano del Pci diventato Pds), forti e in molti casi al governo sia all'est, sia all'ovest, simbolo di come sia ancora necessario, per un buon funzionamento della democrazia, di una coesistenza ed una cooperazione (spesso nell'alternanza) di partiti di destra conservatrice, liberale e democratica e partiti socialisti e operai di sinistra.
Il comunismo ha avuto senza dubbio grandi pagine nere, segnate dalla soppressione violenta della libertà come nel periodo staliniano nell'Urss anni'30-'50 o in feroci dittature in Asia come nella Cambogia di Pol Pot.

Proprio la figura di Palmiro Togliatti ci permette di analizzare un caso emblematico come lo scontro tra il leader comunista e lo scrittore Elio Vittorini del rapporto tra marxismo e letteratura.
Premettiamo che molta parte sia della letteratura, sia della critica letteraria (ad esempio Lucak) è stata influenzata dal marxismo nelle sue varie forme. Letteratura attenta ai temi chiave della società operaia, della lotta della classe operaia per emanciparsi da situazioni di subalternità cominciando con denunciare le condizioni di sfruttamento. Così in campo italiano gli scritti di Paolo Volponi sulla condizione dei lavoratori delle grandi fabbriche.
Molti dei libri e degli autori italiani legati alla Resistenza (da Fenoglio a Pavese) furono influenzati dal marxismo.
Così come, in ambito filosofico lo fu il francese Jan Paule Sarte che, elaborando una propria dottrina filosofica diede vita dell'esistenzialismo. Paura di vivere e necessità di capire ciò che sottende alla vita ed all'esistenza. Sartre è sicuramente il più classico esempio di come la cultura dell'intellettuale diventi una forma di opposizione verso il potere dominante del capitalismo. Si vede come la cultura abbia avuto una funzione di contrasto e di opposizione rispetto al potere economico e sociale.
Ma, come vedremo nell'analisi dello scontro Togliatti-Vittorini i rapporti tra gli intellettuali e i dirigenti dei partiti marxisti non sono sempre stati idilliaci perché a una forte eguaglianza il comunismo ha fatto corrispondere una restrizione della libertà che veniva subordinata alle esigenze del partito rappresentante degli interessi della classe operaia.
Restrizione della libertà che ha comportato inevitabili scontri, di cui nelle prossime righe forniremo un chiaro esempio partendo da un caso concreto.

SCONTRO TOGLIATTI-VITTORINI

La polemica tra Togliatti e Vittorini segue di poco la pubblicazione da parte dello scrittore di una rivista, "Il Politecnico" in cui si affrontano temi legati alla letteratura e al fine ultimo dell'intellettuale.
La polemica prende le mosse da un articolo di Mario Alicata, dirigente di primo piano del Pci, su "
Rinascita" in cui si stilano i punti principali di quelli che devono essere i compiti di un intellettuale comunista. Egli, dice Alicata, deve cercare di avvicinare le masse agli intellettuali e cercare di convincere gli altri intellettuali ad aderire al marxismo. La critica che viene mossa a Vittorini è di essere rimasto ad un livello di cultura solamente elitaria e di puro stampo illuminista.
Complice di questa accusa è il fatto che lo scrittore e autore de "Il Politecnico", si è troppo interessato alla letteratura americana a cui i comunisti italiani riconoscono sì un ruolo importante, ma sempre all'interno dell'area liberal-illuministica e non rivoluzionaria.

È proprio sul concetto di rivoluzione che Togliatti rincara la dose delle accuse a Vittorini. Esperienze critiche, dice il leader del Pci, erano già presenti nell'ultimo fascismo, quello che in realtà deve distinguere la cultura marxista è l'elemento rivoluzionario, inteso come uno strumento per porre nuove questioni e per creare una cultura nuova e duratura nel tempo.
Pur riconoscendo, seppur solo a livello formale, l'indipendenza dell'intellettuale dal partito, Togliatti invita Vittorini a mettere maggiormente al "servizio della causa" la sua opera. Senza limitarsi all'aspetto superficiale e di sola critica sterile ed elitaria.

Questo è, con molta probabilità, il passaggio più importante dell'intera vicenda. Il compito dell'intellettuale per i politici di formazione marxista non può limitarsi al solo aspetto della produzione culturale. Vi è, in sintesi, in essi stessi un elemento pedagogico che va potenziato e messo al servizio della "rivoluzione". È noto come Togliatti non pensasse possibile (e neppure auspicasse!) una rivoluzione sul modello di quella sovietica.
Per rivoluzione si intende, quindi, la capacità di creare qualcosa di nuovo, ma che sia organico e funzionale alla causa ultima del socialismo e della classe operaia. L'intellettuale non può diventare un soggetto a se che dia vita ad una casta. Deve rimanere parte integrante della società di classe.
La risposta di Vittorini è altrettanto dura e sincera.
Egli si rifiuta di "suonare il piffero della rivoluzione", rivendicando la propria indipendenza di giudizio e di comportamento.
Ciò che è davvero rivoluzionario, dice Vittorini, è saper porre attraverso la propria opera problemi nuovi e di pressante interesse per la classe operaia e per quelle subalterne.
Senza la pretesa di una totale estraneità dei politici alla cultura ed a forme di influenza sugli intellettuali, Vittorini rivendica ampiamente il fatto che la vera "rivoluzione" sta nei contenuti e nei temi e non nell'adesione formale (e forse acritica) ad un contenuto partitico. Si è, quindi, forse più rivoluzionari nel dettare l'agenda della discussione piuttosto che nel riproporre e "sbandierare" temi già fatti propri dalla classe politica.

FRIEDRICH NIETZSCHE (vedi biografia)

Friedricht Nietzsche nasce a Rocken nel 1844 e muore a Weimar nel 1900.
Fin da giovane coltivò studi di filosofia e di filologia classica. Fu impegnato anche nell'apprendimento della musica e, almeno nella fase iniziale si sentì vicino all'opera di Wagner.
Nel 1878, invece, abbandonò il legame con il maestro musicale tedesco perché ritenuto troppo legato allo schema normativo del Romanticismo.
Per Nietzsche, invece, il compito della musica era dare sfogo allo spirito vitale che è negli uomini, presente in ogni singolo uomo.
Ottenuta la laurea in filologia classica ebbe anche la cattedra di questa materia all'Università di Basilea. Purtroppo i suoi nervi e la sua personalità non erano dei più saldi.
Colpito ben presto da problemi di carattere psichici, psicologici e nevrotici fu vittima di gravi turbe intellettive e mentali che lo costrinsero ad abbandonare la cattedra e a ritirarsi in riviera, tra la riviera italiana e quella francese.
Con l'aggravarsi della malattia si trasferì a Torino dedicandosi interamente alla scrittura di aforismi e allo studio della filosofia.

Furono queste opere a renderlo famoso in tutta Europa, ma nel 1889 la malattia si aggravò.
Colpito da uno scoppio violento di follia morì dopo dieci anni di agonia accudito dalla sorella.
Il ruolo e la figura della sorella del filosofo è molto importante perché fu proprio lei a dare una ossatura organica e una stesura unitaria ai suoi scritti.
Opera di ricucitura ispirata non dalla volontà di porre raziocinio ad un'opera disordinata e turbata dalla povera instabilità di un folle, ma spinta soprattutto dalla volontà di mettere il pensiero di Nietzche al servizio del nazismo, movimento politico del quale era fervente sostenitrice.
Nella lettura di Nietzche è quindi necessario fare bene una tara, anche se alcuni punti sono ben fermi e impossibilitati di falsificazione.

Proprio su questi vogliamo soffermarci.
Il nucleo centrale della sua filosofia e della sua teoria è costituita dalla figura del "superuomo" o, per meglio dire dell'"oltre uomo", ossia colui che sa andar oltre.
Altri punti cardine sono rappresentati dall'"eterno ritorno" e dalla "volontà di potenza".
In un mondo che ha perduto la garanzia assoluta della fede in Dio, in cui cioè l'idea di una redenzione finale attraverso il provvidenziale cammino della Storia, l'uomo può esistere solo come superuomo, assumendosi cioè la responsabilità di progettare il proprio destino, di essere radicalmente padrone di se stesso.
L'uomo, dunque, smaschera i "valori" tradizionali, mostrandoli come pure e semplice istruzioni storiche, frutto della volontà di dominio dei più forti.
Quella di Nietzsche è una demitizzazione radicale di tutta la storia. Il suo insegnamento spinge l'uomo ad andare al di là del bene e del male. La verità ama nascondersi nelle maschere e il compito dell'uomo è proprio quello di smascherarla. L'uomo deve dire di sì alla vita, affrontarla e accoglierne il senso profondo e le sensazioni.
La filosofia nietzchiana vuole essere un grido di accettazione che va oltre al singolo dato sensibile, che sa cogliere cosa è l'essenza della vita che si nasconde dietro il dato apparente.

La critica di Nietzche è verso la tradizionale morale, frutto di secoli di illuminismo e di Cristianesimo. È la morale dei servi a cui contrappone la morale dei padroni, quella degli eroi che, nell'antichità sapevano dire "sì alla vita" e alle passioni.
La morale dei servi è sostanzialmente una pura accettazione del dato esteriore e della realtà apparente. Di conseguenza è un fermarsi al dato sensibile e accettare solo l'apparenza, l'esatto contrario di cosa un uomo vero deve fare. È il ritorno di Zaratustra a insegnare all'umanità come accettare i valori della vita. (Vedi l'intero testo di "Così parlò Zarathustra").
Ad essere apprezzato non è l'uomo delle certezze, ma colui che "si sporca le mani" andando oltre il dato sensibile.

È così che è nata la cultura greca classica, dall'incontro di due elementi in essa contenuti che sono l'uno l'opposto dell'altro: il dionisiaco e l'apollineo.
Il primo rappresenta l'irrazionale, la passione e l'accettazione della vita nella sua essenza. L'apollineo, invece, è l'aspetto razionale e di equilibrio.
È il dionisiaco a essere alla base della tragedia greca, massimo momento di quella cultura della vita e dell'eroe che Nietzsche apprezza, esalta e propone agli uomini.
Uomini che, per paura del caos, si sono inventati delle false certezze.

Abbandonare queste illusioni per lasciarsi trascinare e risucchiare nella vera vita dominandola con la forza di chi sa andare oltre l'uomo costruendo il superuomo. È l'affermazione del lato dionisiaco che permette di guidare i sentimenti dominando la vita. Dominio che in realtà non è altro che l'accettazione della vita stessa creando un nuovo modello di umanità basato sul superuomo.
Uno dei modelli di interpretazione del pensiero di Nietzsche è sicuramente l'aforisma che, come le figure incomplete, costringono l'uomo ad andare oltre, a completarlo con il proprio pensiero e la propria forza interiore.
Non siamo di fronte ad una filosofia che offra un sistema e una sistematicità di pensiero, ma ad un coacervo di pulsioni e di passioni la cui interpretazione passa attraverso la capacità di vivere realmente e a fondo l'essenza interna ed interiore della vita.
Non esiste nessuna verità assodata, ma tutte sono verità provvisorie che l'uomo deve assecondare per arrivare al trionfo della propria volontà in modo da ottenere quell'inversione di valori che condurrà a rinunciare ad ogni vana speranza ultraterrena per rimanere ancorati ai valori della terra e della forza dell'uomo. Tutto questo costituisce la morale dei padroni contrapposta a quello stato di repressione e di frustrazione che, invece, ha contraddistinto la morale dei servi.

Partendo dal pensiero di Nietzsche si codificarono forme di carattere letterario e culturale tipiche della fine del 1800 e dei primi decenni del 1900.
È quel periodo di "crisi" che va sotto il nome di decadentismo e che si contraddistinse per un tipo di poesia e di prosa a due caratteristiche.
Da un lato pura attenzione alla forma, una forma ricercata che stimoli i sensi in quanto nei sensi è il senso proprio della vita.

Dall'altra parte si assiste invece ad un senso di smarrimento generale della figura dell'uomo. Questa seconda situazione non è riconducibile direttamente a Nietzsche, ma al contesto storico dell'epoca.
Nel caso italiano appartiene a questo filone Italo Svevo che nei suoi romanzi, da "Senelità" a "La coscienza di Zeno", mette in risalto lo stato frustrazione della figura del borghese che è schiacciato tra due fuochi, l'alto capitale e il proletariato. Fine di ogni certezza e di quel mondo autoreverenziale di sicurezza e autocompiacimento che aveva caratterizzato tutto il lungo ottocento.
A influenzare questa situazione più che la filosofia di Nietzche fu la situazione storica dell'epoca a cui dedichiamo ora alcuni cenni.

Il XX secolo fu caratterizzato nei suoi primi anni dallo scoppio della Grande Guerra (1914-'18) che pose fine a imperi millenari come quello austriaco e quello turco. Anche la potenza della giovane Germania nata nel 1870 grazie all'abilità diplomatica e militare di Otto von Bismarck che seppe guidare la Prussia alla egemonia nei territori tedeschi, venne spazzata via dalla sconfitta militare.
Ma anche nei paesi vincitori si respirarono i segni della crisi e il tessuto sociale, a parte che in Gran Bretagna, fu caratterizzato dall'insorgere di fenomeni di destra, fascisti e nazisti.
Da dove traevano origine queste degenerazioni patologiche della società e della storia che, negli anni delle loro dittature e della Seconda Guerra Mondiale avrebbero condotto l'umanità alla sua più grande tragedia?

La Grande Guerra aveva per la prima volta condotto al fronte milioni di contadini e di operai: le masse facevano così il loro ingresso nella storia dalla porta di servizio, quella della guerra fratricida europea.
In più bisogna aggiungere che, come già si è visto, nel 1917 in Russia si era affermata la dittatura comunista leninista.
In tutto il primo dopoguerra fu ampia la paura della diffusione dell'ideologia e della prassi comunista nel resto dell'Europa.

Le potenze occidentali risposero favorendo la nascita di cordoni sanitari come il fascismo e il nazismo, visti come un argine al dilagare del bolscevismo.
In quest'ottica va inquadrato il no intervento anglo-francese nella Guerra Civile spagnola, scoppiata alla metà degli anni '30 quando settori ribelli dell'esercito guidati dal Generale Francisco Franco e appoggiati da ampi settori della Chiesa si ribellarono al governo di sinistra del Fronte Popolare legittimamente votato dal popolo spagnolo.
La tragedia della penisola iberica è ben narrata nelle pagine di Ernest Emingway, autore dell'indimenticabile "Per chi suona la campana".

Il fascismo e il nazismo trovarono il proprio terreno proprio in quei ceti medi spaventati dal dilagare del socialismo e pressati dall'alto dal grande capitale. Ceti medi che si sentivano in crisi ormai da decenni, pronti a sposare qualsiasi dottrina che offrisse loro una via di fuga. Fuga che si poteva avere solo con l'affermazione di un ricordo glorioso della potenza di se e dell'uomo.
In tutto questo vi è molto di Nietzsche e della sua volontà di potenza che sembrava fatta apposta per dare un substrato culturale e filosofico a queste dottrine. In realtà Nietzsche era troppo elitario per essere assimilabile al volgo plebeo e piccolo borghese in cui si generò e si diffuse il nazismo.

A rendere possibile questo innaturale connubio ci pensò la sorella del filosofo che, come abbiamo detto in precedenza, opera un vero e proprio collage sugli scritti del fratello rendendoli più confacenti agli interessi di Hitler più che a quelli di Nietzche. Opere e pensieri più utili alla causa del Fhurer che a quella dello stesso filosofo tedesco.

Dal punto di vista letterario una fiammata del pensiero edonista e volontarista di Nietzsche si ha in un autore come Oscar Wilde, il dandy londinese che cerca quotidianamente nuove esperienze. Uomo che vuole assaporare la vita senza risparmiare (e risparmiarsi nulla) tanto da creare un romanzo come "Il ritratto di Dorian Gray" (vedi, in versione integrale) in cui il protagonista, alter ego letterario dell'autore, vive ogni passione ed ogni esperienza consumando fra raffinati e gustosi piaceri la propria vita, senza accorgersi che la sta bruciando e rovinando lentamente.
Il sogno di una possibile immortalità è racchiuso in un ritratto magico su cui si riversano i danni di una vita disinibita e sfibrante.
Se non altro, come per ironia e dannazione, alla fine il ritratto rigetta tutto d'un colpo sul protagonista i guasti facendolo abbruttire di colpo nel momento della morte.
Quello di Wilde è uno scrivere raffinato in cui il protagonista è il simbolo di una elitès che non si mischia alla folla e al volgo, ma, invece, vuole vivere il gusto della vita all'insegna della ricerca edonistica del bello. Un bello fine a se stesso e senza nessuna implicazione pratica.
È in questo che la letteratura decadentista è assolutamente antitetica a quella marxista. Non vi è nessun impegno né sociale, né politico.
È un gusto di scrivere che è fine a se stesso. È un modello di cultura in cui è assolutamente assente l'elemento pedagogico. L'intellettuale decadente vive per propria volontà appartato dalla massa che anzi egli disprezza perché considera incapace di apprezzare l'essenza del gusto e della bellezza, in sintesi della vita stessa.
Attenzione alla forma, ai suoni, ai colori e alla musicalità di ciò che si scrive. Sono questi gli elementi formali che caratterizzano la produzione letteraria del Decadentismo.

Maestro in Italia ne fu Gabriele D'Annunzio, il vate (appunto) del decadentismo italiano che è passato alla storia per le sue poesie tutto forma e nessun contenuto. Massima rappresentanza di ciò è "La pioggia nel pineto", composizione in versi dal contenuto misero e scarno, ma con una forma e una musicalità lirica talmente curata e affascinante in grado di far sentire al lettore il suono melodioso della pioggia e del suo cadere scrosciante.
I romanzi e la prosa del D'Annunzio, invece, sono da tenere presente per i contenuti decadenti. Esaltazione della libido e della trasgressione della raffinatezza. Ricerca costante del bello fine a se stesso e del nuovo come esperienza da provare a tutti i costi. Un'attrazione mistica per tutto ciò che va a costituire una nuova ed esaltante esperienza.
Vi è una sorta di contraddizione, ma che in realtà costituisce una conferma, nel pensiero decadentista.
Ricerca della tradizione antica del periodo degli eroi e grande attrazione per il mito della velocità per l'epoca che vide sfrecciare le prime auto sono un binomio indivisibile e indistruttibile.

Anche D'Annunzio presenta nelle sue opere queste caratteristiche nella sua produzione letteraria.
La vita stessa del vate fu segnata da una ricerca di un superomismo personale che lo ponesse al di fuori degli schemi della normalità.
Uomo da sempre vicino e legato all'estrema destra e poi al fascismo condusse una serie di imprese "eroiche" quali il volo su Vienna durante la Prima Guerra Mondiale e, dopo il conflitto, l'occupazione di Fiume, città assegnata alla Jugoslavia, ma che egli riteneva italiana.
Proprio quella guerra, la Grande Guerra che aveva voluto e per la quale aveva manifestato. Voleva l'entrata dell'Italia nel conflitto e per ottenere ciò mobilità le piazze con la sua arte oratoria.
Fu una carneficina, quell' "inutile strage" temuta da Papa Benedetto XIV, ma che era il trionfo della volontà del singolo e della speranza di tanti novelli folli che come D'Annunzio volevano ripulire con il sangue e con la violenza il mondo dei vili per affermare, nella tragedia e nella morte la forza degli eroi.

Questo personalismo lo mise poi in rotta con il Duce del fascismo, quello stesso Benito Mussolini su cui aveva puntato molte delle sue carte al pari dei tanti altri piccoli borghesi frustrati che vedevano nel fascismo una tutela dei privilegi e della situazione esistente, mascherando il tutto come una nuova grande rivoluzione conservatrice.

Tutto questo fu vissuto da D'Annunzio con la melodrammaticità dell'eroe incompreso e sublime. Una versione italiana del dandy londinese Dorian Gray ideato e raccontato da Oscar Wilde. Versione italiana, quella di D'Annunzio in cui erano ben presenti molti elementi nietzchiani simbolo del debito pagato dal vate, e con lui da tutti gli altri decadenti, al filosofo tedesco o almeno a ciò che di lui ci è pervenuto nelle versioni modificate e che solo nel secondo dopoguerra stanno tornando a forme più simili a quelle che presumibilmente dovevano essere uscite dalla penna di Nietzsche grazie all'opera di verità storica e di depurazione condotta nell'edizione critica avviata e curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari.

SIGMUND FREUD

Sigmund Freud nasce nel 1856 a Freiberg e muore nel 1939 a Londra.
È unanimemente riconosciuto come il padre della psicanalisi, nuova branca della scienza medica nata per indagare la parte più profonda della psiche umana.
Dopo gli studi di medicina ottenne la libera docenza in neuropatologia. Uscendo dai conformismi del suo ambiente accademico, seguì gli studi sulle malattie nervose in atto a Parigi, maturando quel concetto di inconscio che doveva rivoluzionare tutta la cultura psicologica moderna o, se si vuole essere intellettualmente onesti, dava la luce alla psicologia come noi la conosciamo, perché prima di Freud lo studio della mente umana era troppo influenzato e controllato da elementi di derivazione classicista e legato al mito.
Nel 1896 fondò il metodo terapeutico della psicanalasi, che lo condannò a un lungo isolamento scientifico in quanto dovette scontrarsi con la forza corporativa del mondo accademico, troppo prevenuto verso le novità e verso tutto ciò che non rientrava nei canoni prestabiliti.
La persona malata di mente o psichicamente instabile non era un malato, ma un pazzo. Qualcosa di più simile ad un animale che a un essere umano. Non ci si poneva in un'ottica di analisi del tipo paziente-malato, ma si era più propensi a considerare il soggetto come un pericolo per l'ordine costituito e, quindi da isolare. Il tutto accompagnato, nel migliore dei casi, da una semplice pietà di stampo, spesso, religioso e null'altro.
Con Freud tutto questo si rivoluziona e si capovolge.

Dal 1901 la vita del medico viennese viene a coincidere con quella del movimento psicanalitico che egli aveva fondato e che si andò rapidamente consolidando.
Invertendo l'ottica positivista e la visione ottocentesca dell'uomo, secondo cui solo ciò che è razionalmente spiegabile è degno di studio, Freud pose proprio i comportamenti irrazionali (inconsci) al centro della sua attenzione.
Egli poneva, accanto alla vita cosciente, le leggi dell'inconscio, decodificabili attraverso il sogno e i ricordi dell'infanzia.
Attraverso la loro interpretazione l'individuo può giungere alla liberazione dalla nevrosi e alla conquista della propria identità.
Freud ha rappresentato, così, un elemento di grande innovazione nella cultura mondiale contemporanea.
Nel 1885 esordisce a Parigi applicando l'ipnosi al caso di "Anna O.".
Scopre, nel corso della sua indagine scientifica e medica, che la paralisi agli arti inferiori della paziente non è di origine fisica, ma psichica. Il tutto è il frutto della situazione di crisi nevrotiche che possono essere curate riportando alla memorie del paziente le cause.
Una volta rimosse le cause il paziente potrà riacquistare l'uso degli arti colpiti dalla paresi. È un scoperta rivoluzionaria che cambierà la faccia e le strade della medicina.
Modifica il metodo ipnotico introducendo il modello basato sui concetti di "transfer" e "controtransfer".
Con il primo il paziente scarica sull'analista le proprie passioni prendendone coscienza. Con il secondo l'analista torna ad essere soltanto il medico e viene meno il rapporto di "amore-odio" precedentemente instauratosi. Inoltre Freud afferma che tutti i fattori nevrotici hanno un'origine di tipo sessuale.
Ogni individuo vive avendo rimosso momenti della propria esistenza che riaffiorano in determinati momenti a livello palese benché condizionati dall'inconscio.

È proprio questo andare a scavare nelle profondità dell'uomo che caratterizza la psicoanalisi che ha spinto molti autori a proporre un paragone molto ardito tra la psicanalisi e l'archeologia.
Per ragioni puramente, ma determinanti, di tipo cronologico pensiamo che non vi sia nessun possibile influenza tra le due scienze. L'archeologia vive il suo momento di gloria nel 1800, in pieno XIX, quando tutte le grandi opere di riscoperta delle città antiche sono state ultimate. Il momento massimo di questa scienza risale alla scoperta dei resti della città di Troia effettuata dal grande Wilkelmann uomo del periodo neoclassico che seppe dare organicità all'attività archeologica.

La psicoanalisi, invece, è tipicamente novecentesca, Freud è un uomo del XX che vive e opera in un contesto del tutto diverso.
Ciò che però è vero che entrambe le scienze agiscono nella stessa maniera: partendo da un'opera di scavo riescono a riportare alla luce ciò che, almeno apparentemente, era andato perduto. Si ha così la ricostruzione di un puzzler che ha influenzato ciò che è accaduto dopo in maniera tanto rilevante, quanto segreta e incisiva.
Entrambe le attività vanno a vedere i vari strati della formazione di una struttura, che sia una civiltà o una persona in carne ed ossa poco importa e nulla cambia, e vedono come questi diversi livelli abbiano interagito fra di loro.

Per tornare, e concludere, il discorso su Freud bisogna dir che il medico viennese arrivò a strutturare questo discorso sulla natura umana e sul principio di rimozione da parte della mente dell'uomo dopo aver scorporato e disarticolato in diversi livelli e diverse strutture la parte più profonda, ma più importante dell'uomo.
Inizialmente si ha una tripartizione lungo le seguenti coordinate:

CONSCIO: comprende ciò che si fa consapevolmente;

INCONSCIO: vi confluiscono desideri, passioni ed elementi destabilizzanti. È il "Wille" irrazionale, la volontà di controllare e di rimuovere che deriva appunto dall'omonimo elemento di Schopenhauer che è alla base della realtà e dell'uomo. È in questa sede che avvengono le "censure" e le rimozioni.

PRECONSCIO: vi sono quegli elementi che possono essere recuperati senza creare traumi. È qui che lo psicanalista agisce.

In un secondo momento Freud opera una nuova e più raffinata tripartizione secondo i canoni seguenti:

ES: vi è relegato tutto ciò che inconsapevolmente si vuole rimuove.

IO: è la coscienza che agisce come censore mantenendo l'equilibrio psico-fisico dell'individuo.

SUPER-IO: vi sono le norme e le regole assimilate dalla famiglia e dalla società in cui si vive e che determinano quali siano i canoni secondo i quali si procede all'operazione di censura. Infatti, secondo il medico viennese tutto ciò che è censura è il frutto di imposizioni esterne da parte della società che impone all'uomo di castrarsi e quindi si determina un momento di riduzione delle libertà. Tutte le pulsioni rimosse vengono come inscatolate e messe in un angolo per poi riaffiorare in maniere differente influenzando tutte le attività della nostra vita.

Il clima in cui Freud visse e il contesto storico dell'epoca era assai favorevole a questi fatti di crisi e di paura frutto dell'insicurezza. Abbiamo già visto nel precedente capitolo il clima tra le due guerre mondiali. Per l'Austria fu una situazione ancora più grave. Ridotta al rango di piccola repubblica dai trattati di pace di Versailles che posero fine alla Prima Guerra Mondiale, l'Austria visse la fine del suo secolare impero come un trauma. Trauma che si acutizzò nello scontro interno tra socialisti e popolari, i due principali partiti. Ma il culmine della crisi interna si raggiunse alla fine degli anni '30 quando la Germania nazista invase la piccola repubblica alpina imponendo l'Anschluss, ossia l'annessione al Terzo Reich che, fra l'altro era stata espressamente vietata dai trattati di pace del 1918-'19. La maggioranza assoluta e schiacciante degli austriaci ratificò con un referendum questa fatto. Ormai spiravano quei venti di guerra che si concretizzarono nel secondo conflitto mondiale che scoppiò pochi mesi dopo.

La psicanalisi influenzò anche la letteratura. Quell'Italo Svevo di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente è sicuramente più figlio di Freud che di Nietzche. Nelle opere di Svevo affiorano tutte le pulsioni e le degenerazioni di una mente frustrata e che ha rimosso le proprie paure.

Sempre legato all'opera di Freud vi è il principio della ricerca del passato attraverso le sensazioni. In campo letterario il maestro di questo è, benché sia cronologicamente precedente, Marcel Proust che nel suo "Alla ricerca del tempo perduto" crea un romanzo di introspezione e di riscoperta del passato partendo proprio da elementi e da sensazioni definiti "appetiti" che permettono di riscoprire le più profonde istanze dell'umanità.

Sempre sulla crisi del novecento che investe le coscienze degli uomini non si può trascurare di fare alcune considerazioni su Luigi Pirandello, il più grande scrittore dell'Italia del primo novecento che nelle sue opere mette in evidenza la crisi e la caducità degli uomini. Uomini in crisi che non sono altro che maschere, che possono, quindi, essere "Uno, nessuno o centomila". In questo Pirandello è debitore a Freud, ma nella definizione del concetto di "maschera" e di "umorismo" è erede di Nietzche.
Infatti anche per lo scrittore siciliano non esistono più certezze e la stessa morale è ormai stata smascherata: si tratta di un'invenzione, una costrizione che gli uomini si sono dati per non affrontare la realtà. È una fuga dal mondo che va smascherata attraverso l'umorismo, strumento che finisce per assumere le stesse finalità dell'aforisma nietzchiano.
Come il Leopardi de "La Ginestra", Pirandello vuole liberare l'uomo dalla falsità. Abbattendo le illusioni si vuole vedere la realtà nei suoi aspetti più veritieri, quindi più crudi.

di LUCA MOLINARI

Storiologia lo ringrazia per il dono

BIBLIOGRAFIA
Nicola Abbagnano Giovanni Fornero, Fare filosofia, (Vol. III), Paravia, Milano 2001
S. Guglielmino H. Grosser, Il sistema letterario, Novecento (2), Principato, Milano 1996
Antonio Desideri Mario Themelly, Storia e storiografia, il Novecento, Casa editrice G. D'Anna, Messina-Firenze 1997
Paul Ricoeur, Della interpretazione saggio su Freud, Casa editrice Il Saggiatore, Milano 1965

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