la camerata

NILDE JOTTI
tessera fascista n. 1105040

Il certificato fu rilasciato per partecipare al concorso
per essere ammessa come insegnante nelle scuole fasciste

in divisa di fascista partecipa alla riunione del regime
---------------------------------------

 

I FASCISTI ROSSI

“FASCISTI ROSSI”
E “NAZIONAL-COMUNISTI”:

È utile soffermarsi sui fatti che Paolo Buchignani ha portato a conoscenza del più ampio pubblico con il testo “Fascisti rossi – Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica – 1943-1953”( Milano, Mondadori 1998), e in tre saggi apparsi sui numeri 1 e 3 del 1998 e sul 4 del 1999 della rivista “nuova Storia Contemporanea” (Roma, Luni Editrice).

In questi testi è documentata la vicenda dei cosiddetti “fascisti rossi” e dei loro rapporti politici con il Partito Comunista Italiano nell’immediato secondo dopoguerra.

La “storia ufficiale” del PCI – e della CGIL, per quanto ad essa compete – ha steso un discreto velo di silenzio sui passaggi storici che qui richiamiamo. Il che ci obbliga a soffermarci sui fatti, non sufficientemente noti nella loro esatta portata finanche a moltissimi compagni. Ciò non toglie che la nota che segue non è semplicemente una (utilissima) ricognizione di carattere storiografico, perché invece vuole essere ed è uno strumento di battaglia politica che guarda con attenzione al passato perché è direttamente rivolta al presente e al futuro.


Antefatto

Si facilita l’inquadramento storico-politico della questione richiamando un antefatto decisivo, citato velocemente da Buchignani e oggetto di approfondimento specifico nel libro di Pietro Neglie “Fratelli in camicia nera – Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948)” ( Bologna, Il Mulino 1996).

Il lavoro di Neglie illustra gli sviluppi che ebbero origine dalla cosiddetta “direttiva entrista” – approvata dal VI Congresso della Terza Internazionale del luglio-settembre del 1928 – contenente l’indicazione per i comunisti italiani di penetrare nelle organizzazioni di massa del fascismo (con essenziale riferimento al sindacato).

Il VI Congresso dell’Internazionale Comunista è notoriamente caratterizzato dalla linea che, in quella fase, individuava come compito prioritario quello di combattere come nemico principale la socialdemocrazia; mentre l’indicazione di infiltrare le organizzazioni fasciste appariva piuttosto come un corollario secondario rivolto agli italiani.

Se, però, la cosiddetta “teoria del socialfascismo” ebbe vita breve, prima di venire rigirata in pochi anni nell’opposta indicazione del popolar-frontismo senza limiti, l’indicazione di penetrare le organizzazioni fasciste conobbe invece un seguito durevole e significativo.

Ciò in quanto la sua concreta applicazione, di lì a breve e come conseguenza del generale corso degenerativo del movimento comunista internazionale, venne a manifestarsi con modalità e contenuti che contraddicono ogni reale politica comunista che in determinate fasi sia tenuta ad agire nell’ambito di organizzazioni di massa reazionarie.

Sicché si deve dire, con riferimento al “dialogo” tra “fascisti rossi” e PCI poi concretizzatosi nell’immediato dopoguerra, che sono stati per primi i “comunisti” del PCd’I di Togliatti a rivolgersi ai “fratelli in camicia nera”.
Stiamo parlando, beninteso, del PCd’I che sin dal congresso di Lione del gennaio del 1926, con il supporto autorevole dei deliberati dell’Internazionale in via di avanzante stalinizzazione, aveva messo fuori gioco la corrente di sinistra di Amadeo Bordiga, largamente maggioritaria nel partito sin dal congresso di fondazione di Livorno nel 1921.

Dunque parliamo di un PCd’I in via di mutazione del DNA delle origini e di involuzione verso quel “partito nuovo” che negli anni successivi avrebbe modificato sostanzialmente e apertamente il proprio programma (tra l’altro italianizzando in modo significativo il nome e introducendo il tricolore nel simbolo: il nome originario di Partito Comunista d’ Italia – Sezione della Internazionale Comunista fu trasformato in quello di Partito Comunista Italiano dopo il giugno del 1943, quando Stalin e compagnia approvarono lo scioglimento dell’Internazionale Comunista su richiesta e come omaggio e pegno di fedeltà ai neo-alleati governi statunitense e inglese).

Sul n. 8 dell’agosto 1936 di “Lo Stato Operaio”(rivista teorica del PCd’I) venne così pubblicato, in uno slancio di “entrismo”, un manifesto-appello “agli italiani”, dal titolo “Per la salvezza dell’Italia, riconciliazione del popolo italiano!”, firmato da tutti i principali dirigenti comunisti, con Togliatti primo firmatario.

Ne riportiamo di seguito i passaggi salienti:

“Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma...

Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere insieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano.

Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono... Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso la riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute.

Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro gli altri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.”

Al riguardo osserviamo che in questo appello la penetrazione nelle organizzazioni di massa del fascismo viene tradotta in solenne accettazione del suo programma politico e che ciò avviene in un contesto di ragionamento in cui gli interessi dei lavoratori da difendere vengono associati a quelli della nazione (con la n maiuscola) da liberare.

Vediamo ancora che i secondi inevitabilmente fanno del tutto premio sui primi, soprattutto se a tal fine i “comunisti” si dicono disposti non solo a “riconciliarsi” ma a lottare “con chiunque”.
Altri – allora e, chissà!, forse ancor oggi – potranno apprezzare la “penetrante saggezza tattica” di questo appello.

Noi vi vediamo invece il ribaltamento di una prospettiva e la confusione di ogni limite di demarcazione tra programmi nati per contrapporsi e combattersi, se i “comunisti” possono far proprio quello fascista del 1919!

Vi vediamo che nel nuovo programma dei “comunisti” è spuntata, alla data del 1936 e per l’Italia che – con la sanguinosa occupazione dell’ Etiopia – veleggia verso “l’Impero”, la questione della nazione da liberare da “parassiti e pescicani che la dissanguano e opprimono” (svilimento dei contenuti della reale e unica oppressione di classe con un linguaggio che ne sposta il merito sul tema della nazione e ciò in assenza di riferimenti a eventuali minacce straniere cui reagire – che, pur ci fossero, beninteso, non sposterebbero di un grammo il nostro asse comunista –).

Vi leggiamo che a tal fine viene dichiarata, accettata, offerta la disponibilità per ogni frontismo politico (dunque non mero e necessario entrismo dei comunisti nell’organizzazione sindacale fascista) e per qualsivoglia alleanza interclassista (“con chiunque!”).

Indubbiamente in questo appello c’è la difficoltà del PCd’I ad organizzare la propria azione politica in Italia, la ridottissima agibilità in tal senso e – proprio al massimo di ogni plausibile benevola considerazione...– la tenacia a non voler abbandonare il campo.

Ciò, però, non spiega e non giustifica l’evidente snaturamento di una prospettiva e di un programma che non sono più comunisti, se ci si rivolge ai fascisti, vecchi e giovani, in nome della nazione da salvare.

Una politica che, su queste basi, non ha (non ha più) un programma comunista proprio cui riferirsi, perché inalbera in modo penoso e ridicolo il programma fascista!
Invece l’insoddisfazione dei giovani che nelle organizzazioni del regime si mostravano sensibili ai temi sociali e ai proclami pseudo-rivoluzionari agitati dal fascismo – insoddisfazione che il vertice togliattiano del futuro PCI puntava ad intercettare, con mille ossequi ed attenzioni a non criticare troppo o a non criticare affatto direttamente il fascismo – avrebbero avuto bisogno di tutt’altro programma e del corrispondente linguaggio, posto che quelle inquietudini affondavano le radici in una fase storica di profonda crisi del capitalismo tuttora irrisolta, e soprattutto resa cupa alla data del 1936 dalla sconfitta – peraltro recente e dunque non ancora a quella data definitiva – della rivoluzione proletaria che aveva tentanto di uscirne a sinistra, con il conseguente incubarsi, in difetto del rilancio della prospettiva internazionalista di classe, di altre paurose guerre fratricide all’orizzonte"
.

Sennonché il PCd’I di Togliatti a quella data aveva già archiviato il programma e il linguaggio del comunismo e, alla vigilia della nuova immane guerra imperialista (di cui erano visibilissimi i prodromi nella guerra di Spagna esplosa proprio nell’estate del 1936), non si sognava minimamente di rilanciare la battaglia internazionalista di classe e di riorientare la barra in quella direzione.
In difetto di ciò l’appello “agli italiani” ad altro non poteva preludere che al lugubre richiamo a serrare i ranghi del “fronte patriottico” per il futuro intruppamento nazionale al carro della propria borghesia nella nuova carneficina imperialista, essendo circoscritto il merito della “battaglia politica” alla scelta della composizione del fronte borghese nazionale e della coalizione imperialista cui volersi e doversi unire.

Peraltro, secondo il copione ridicolo della continua auto-smentita di se stessi (già andato in scena sulla “teoria del socialfascismo” ed espressione anch’esso dell’avvilente smarrirsi dei confini tra comunismo e ideologia borghese, questa volta sul piano del metodo), i dirigenti “comunisti” mitigarono di lì a pochi mesi la formula della “riconciliazione nazionale” lanciata con tanta enfasi nell’agosto del 1936 e, dietro sollecitazione di Mosca, ne “corressero gli eccessi” in funzione della necessità di rinsaldare, ora, un “fronte comune antifascista”.

Nondimeno possiamo concordare con Neglie nel ritenere – per quanto ci riguarda a vergogna indelebile di quel vertice– che “le conseguenze di questa fase si coglieranno compiutamente in seguito... che allora il PCd’I costruì il primo abbozzo di una identità nazionalpopolare che recupererà poi nel periodo della Resistenza, e che, già prima di esso, il partito bolscevico aveva costruito in seguito all’aggressione nazista” (Neglie, op. cit. pag. 32).

In un articolo successivo sempre de “Lo Stato Operaio” di quel 1936 a firma Grieco si diceva che “popolo e nazione” sono “termini propri della rivoluzione proletaria, la quale vince solo in quanto popolare e nazionale”(se ne veda il riferimento a pag. 32 op. cit.).

Mentre nel rapporto redatto da Gennari sulla discussione del comitato centrale di quel periodo (vedi pag. 34 op. cit.) si legge ancora che il PCd’I “rappresenta la continuità delle migliori e più pure tradizioni italiane” e che “noi facciamo nostro il programma del ’19, che è un programma di democrazia” (vedremo in seguito quando e come sarà ripresa la formula per noi significativa della “riconciliazione – con il fascismo, n.n.– sul piano della democrazia”).

Dunque si può concordare con Neglie (salva la decisiva precisazione che faremo in seguito) nel ritenere che l’appello “ai fratelli in camicia nera” segnasse in qualche modo “la trasformazione del partito comunista... al punto che ci sembra difficile dire che quando questa linea sarà abbandonata, il partito ritroverà realmente intatta la proprio fisionomia rivoluzionaria...

Non è solo il richiamo all’unità con i fascisti in buona fede sotto la bandiera del Fronte popolare a determinare questa metamorfosi; a ciò va aggiunta la riscoperta dei valori nazionali attraverso il richiamo all’Italia risorgimentale garibaldina...” (pag. 33 op. cit.).

Concludendo, la “direttiva entrista” del 1928 e l’ “appello ai fratelli in camicia nera” del 1936 sono il prodromo del dialogo tra “comunisti” e fascisti “di sinistra” che conobbe fiorente sviluppo nel mutato scenario del dopoguerra, e sin da allora ne segnano il terreno d’intesa nella comune professione dell’amor di patria, consono ai fascisti e di indelebile vergogna per pretesi “comunisti”.

Negli ultimi anni della seconda guerra e del fascismo il PCI riprese, dando seguito su queste corde, l’azione di propaganda rivolta in particolare ai giovani fascisti o comunque influenzati dal fascismo.

Fino alla liberazione ciò venne fatto attraverso “Radio Milano Libera” e quindi su “Rinascita” e su “L’Alba”(giornale dei prigionieri di guerra italiani nell’Unione Sovietica), e l’iniziativa di dialogo vide sempre impegnato direttamente il vertice del partito e in particolare Togliatti.

Ciò che accadde nel dopoguerra è una seconda puntata, che, se si avvalse dell’azione già promossa dal partito di Togliatti durante il ventennio, si svolse, però, ormai a parti invertite: nel dopoguerra furono i fascisti “di sinistra” a rivolgersi al PCI (“... eravamo noi che ne avevamo bisogno”: così in una testimonianza dello stesso Ruinas, che ora conosceremo attraverso la presentazione di Buchignani) e a voler penetrare l’organizzazione di massa del proletariato che andava (ri)costituendosi sotto le insegne di quel partito.

* * *

Fin qui l' "antefatto"... ma la ricca documentazione continua e potete conoscerla direttamente dalla fonte originale oppure dalla copia che ci siamo presi la libertà di riprodurre qui, per puro scongiuro rispetto alla censura e alla temporaneità di internet.

------

"Togliatti Guardasigilli" - Di Arturo Peregalli e Mirella Mingardo - COLIBRI Edizioni.
Documenti con la D Maiuscola.

AI PRIMI PRESIDENTI ED AI PROCURATORI GENERALI DELLE CORTI DI APPELLO:

CIRCOLARE n. 3179 (versione completa)
Roma 29 Aprile 1946

Oggetto: Procedimenti penali per reati collettivi.

Non sarà sfuggito all’attenzione delle Signorie Loro Illustrissime che, specie in questi ultimi tempi, si sono verificate in molte province del Regno manifestazioni di protesta da parte di reduci e di disoccupati, culminate in gravissimi episodi di devastazione e di saccheggio a danno di Uffici pubblici e di depositi alimentari, nonché di violenze contro pubblici funzionari ed impiegati ritenuti, a torto, responsabili dell'attuale stato di disagio in cui versa l'intero Paese.

Tali manifestazioni che di regola, nelle intenzioni dei partecipanti, dovrebbero concretarsi in una forma moderata e ragionevole di protesta collettiva, tollerabile in regime democratico, degenerano purtroppo, sovente, nel vandalismo e nella violenza sovvertitrice, e ciò per l'opera nefasta di elementi provocatori e di delinquenti comuni che, mescolandosi ai dimostranti, li istigano alla distruzione, al saccheggio ed alla ribellione ai pubblici poteri, conseguendo in tal modo i loro criminosi intenti.

Il Ministero dell’Interno ha testé reso noto di aver impartito severe istruzioni ai Prefetti affinché disordini del genere siano energicamente repressi dalle forze di Polizia, che dovranno non solo procedere all'immediato arresto ed alla conseguente denuncia all'autorità giudiziaria degli autori dei saccheggi, delle devastazioni e degli incendi, ma altresì svolgere accurate indagini dirette ad assicurare alla Giustizia i suddetti agenti provocatori e volgari delinquenti sui quali, per l'opera di sobillazione svolta, ricadono, evidentemente, le maggiori responsabilità.

Pertanto questo Ministero, pienamente convinto dell’assoluta necessità che una energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico debba essere validamente affiancata ed appoggiata dall'autorità giudiziaria, si rivolge alle signorie Loro invitandole a voler impartire ai dipendenti uffici le opportune direttive affinché contro le persone denunciate si proceda con la massima sollecitudine e con estremo rigore.

Le istruttorie ed i relativi giudizi dovranno essere esplicati con assoluta urgenza, onde assicurare una pronta ed esemplare repressione;
a tal uopo, ove il personale giudiziario destinato alla trattazione degli affari penali non sia ritenuto sufficiente a corrispondere a queste esigenze contingenti, si dovrà provvedere ad integrarlo con magistrati addetti al ramo civile, anche in pregiudizio della attività giurisdizionale civile e, se ciò non bastasse, i capi degli uffici giudiziari potranno segnalare la deficienza di personale a questo Ministero per gli opportuni provvedimenti.

Si raccomanda infine di procedere, in tutti i casi in cui la legge lo consenta, con istruzione sommaria o a giudizio per direttissima e di trasmettere gli atti all'autorità giudiziaria militare qualora ricorrano le condizioni previste nell’articolo 5 del Decreto legge 10 maggio 1944, n° 234.Si resta in attesa di urgente assicurazione.

Il Ministro di Grazia e Giustizia
Palmiro TOGLIATTI


da

http://www.geocities.ws/tensbook/antifascisti%20in%20camicia%20nera.html

 

........................

Ruolo e funzione che ebbe Togliatti in quanto Ministro degli interni (e della "Giustizia") coi Governi Bonomi e De Gasperi e NON solo nella OSCURA e triste fase della "Costituente"... ma anche ben Prima: quando dalle colonne di "Lo Stato Operaio" (n. 8 ) nell'agosto del 1936 fu diffuso un documento sotto "mandamento" di Palmiro Togliatti firmato da ben 62 dirigenti politici tra cui lo stesso Palmiro Togliatti, Edoardo D’Onofrio, Ruggiero Grieco, Celeste Negarville, si faceva appello ai camerati fascisti in nome di una futura e secolare Tradizione. (dell'Inciucio?).


Palmiro Togliatti, Edoardo D’Onofrio, Ruggiero Grieco, Celeste Negarville

................................................

l'articolo di Giorgio Bocca
su i "Protocolli"

"Documenti sull'odio giudaico"

"” …sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di portarla in stato di schiavitù”.