POPOLI ANTICHI

AZTECHI
solo 700 "conquistadores" di Cortez annientarono una civiltà
e portarono la loro....... più civile !!

 

SEGUE IN FONDO
UN CAUSE DELLA CADUTA DELL'IMPERO AZTECO

 

E' stato detto che il ruolo del popolo azteco nella storia fu quello di interprete di una tragedia. Nel breve arco di due secoli infatti esso fondò un grande Impero e una stupendo civiltà, ma finì per essere poi totalmente annientato da un pugno di stranieri venuti dal mare in veste di predatori, attirati soltanto da un miraggio di rapidi arricchimenti.

UNA PROFEZIA

La storia conosciuta degli Aztechi ha inizio ai primi del 1300, allorché, dopo spostamenti durati secoli attraverso tutto il Nord e il centro del Messico, si stabilirono su un'isola del lago Tezcoco nella prima metà del XIV secolo, fondandovi la loro capitale, Tenochtitlan, a più di 2.000 m di altitudine, vicino al luogo dove oggi sorge Città del Messico.

All'origine di queste peregrinazioni starebbe un'antica profezia che avrebbe indotto la tribù a lasciare la loro mitica patria Aztlan (da cui il nome Aztechi), posta anch'essa in mezzo a un lago, per vagare alla ricerca del « segno » mandato da Huitzilipochtli, dio del sole e della guerra: un'aquila che divorava un serpente appollaiata su un ispido cactus; quella sarebbe stata la loro patria definitiva, il centro da cui allargare la propria potenza fino a formare un vastissimo Impero.

Al di fuori dell'alone della leggenda, grandi sono state le difficoltà per una ricostruzione storicamente esatta delle origini del popolo azteco, il cui nome autentico era Mexica. Dal punto di vista della classificazione razziale, questi antichi abitanti dell'America sono la sintesi di otto ceppi etnici diversi (fra i quali spiccano i caratteri somatici mongoloidi ed europei).

Per quanto riguarda le fonti poi, disponiamo solo di 17 manoscritti ideografici e dell'antica Tenochtitlan non è rimasta pietra su pietra dopo la cosiddetta « conquista » spagnola.

Tuttavia se da un lato i « conquistadores » distrussero una civiltà, dall'altro ci tramandarono descrizioni e osservazioni sugli Aztechi, sulla cui base si è potuto ricostruire la vita del popolo.
Innanzitutto si è costatato come la religione fosse il motivo dominante dell'esistenza degli Aztechi: non c'era infatti un solo atto della vita pubblica e privata che non fosse regolato da questo sentimento. La storia azteca quindi è intimamente intessuta con la religione.

GLI ADORATORI DEL SOLE

Secondo la teologia azteca il mondo e l'uomo sono stati creati più volte perché una catastrofe poneva sempre fine alla vita del genere umano.
L'ultima creazione è avvenuta per opera del dio dell'aria e della vita, che, sceso nel mondo dei morti, ha vivificato le
ossa delle passate generazioni, versandovi sopra il proprio sangue.
L'uomo perciò, creato con il sacrificio di sangue degli dei, a essi deve offrire il proprio sangue in cambio. Il sacrificio umano è quindi essenziale nella religione azteca perché l'esistenza stessa degli dei è legata al tributo di sangue umano.

A questa concezione si riallaccia anche il mito di Huitzilopochtli, dio del sole che ogni notte ingaggia lotta cruenta contro le stelle e la luna per poter sorgere e donare luce al mondo; anche in questo caso l'uomo partecipa al trionfo del sole offrendogli al tramonto l'unico nutrimento capace di rendere forte e vigoroso il dio per il divino combattimento: il sangue. Il popolo azteco è dunque il popolo eletto dal Sole, incaricato di fornirgli l'alimento indispensabile che gli permette di trionfare sugli astri delle tenebre.

Gli Aztechi si sentono quindi destinati a una missione, a un dovere trascendentale dal cui adempimento dipende la possibilità di far sopravvivere il mondo intero. È proprio la convinzione di essere collaboratore degli dei che consente al popolo azteco di sopportare i patimenti di una lenta e sanguinosa migrazione, di stabilirsi in un luogo che altri non avrebbero accettato, e allargare il proprio dominio fino a portare la grandezza di Tenochtitlan sulle coste dell'Atlantico e del Pacifico sottomettendo popoli più antichi.

Gli Aztechi infatti in breve soggiogarono la razza dei Cicimecos (che pure aveva fondato città famose come quella santa di Ciolula e quella di Tlascala che rivaleggiava in potenza con Tenochtitlan), i Totonecas e gli Haxtecas, derivando da queste conquiste una forma di cultura abbastanza evoluta.


UN IMPERO TEOCRATICO

Quando gli Aztechi si insediarono a Tenochtitlan erano divisi in 20 tribù; ogni tribù aveva una parte di terreno da coltivare. La divisione del lavoro era ereditaria. Ogni uomo era fissato in un certo posto della rigida gerarchia sociale; né lui né i suoi figli avrebbero potuto facilmente fare una scelta diversa.
Solo i membri di sei tribù potevano accedere alla scuola sacra e, attraverso un'educazione religiosa, accedere alle cariche sacerdotali e politiche.
Inoltre solo una tribù forniva i sacerdoti e i capi principali. I sacerdoti erano depositari della scienza e della complessa simbologia dei riti religiosi, incomprensibili talvolta per il popolo. Essi costituivano il vertice dell'ordinamento sociale: educavano i giovani nobili inculcando in essi il sentimento della potenza azteca.
Il giovane nobile poteva scegliere tra la carriera religiosa e quella militare. Le invasioni militari dei territori vicini erano l'unico sistema per procurarsi schiavi e vittime per i sacrifici agli dei, sacrifici che, in certe particolari feste, diventavano vere ecatombi.

La schiavitù era l'ultimo gradino della scala sociale. Schiavi non erano solo i vinti in guerra e i condannati per qualche delitto, ma anche intere famiglie che si vendevano per sfuggire a una situazione di disperata miseria.

Questa divisione in caste chiuse della società fu una delle cause di maggiore debolezza del popolo azteco. Mentre infatti la casta sacerdotale aveva un bagaglio di cognizioni scientifiche abbastanza vaste e profonde, il popolo era tenuto lontano da qualsiasi tipo di cultura, al livello delle popolazioni del Neolitico.

Un'altra causa di debolezza della civiltà azteca fu il suo isolamento.
Le principali città erano circondate dalla giungla. Solo l'esercito azteco si spostava a scopo di conquista. Mancavano del tutto i contatti tra questo popolo e altri; mancarono perciò quegli scambi di idee e di cognizioni tecniche che permettono l'evoluzione di una civiltà.
La maggior parte delle loro opere letterarie consisteva in scritti religiosi.
Statica e isolata la società azteca sembrava forte perché era feroce e sanguinaria.
In realtà il primo vero urto dall'esterno avrebbe dimostrato la sua fragilità.


VERSO LA TRAGEDIA

Ai primi del 1500 sinistri presagi sembravano minacciare l'Impero azteco. Politicamente la situazione era difficile perché i popoli sottomessi avevano concepito un odio violento contro i dominatori e attendevano solo l'occasione per ribellarsi.
Essa si presentò nel 1519 quando lo spagnolo HERNAN CORTEZ, attirato dalle notizie che sulle coste messicane esistevano popolazioni con città, templi, buone strade e soprattutto idoli d'oro e meravigliose ricchezze di gemme, organizzò uno sbarco di circa settecento uomini, volto alla conquista di quei mitici territori, in nome del re di Spagna Carlo V.

Questo viaggio rientrava nella vasta politica coloniale che la Spagna aveva intrapreso alla fine del XV secolo con la scoperta dell'America ed era stato affidato a un giovane di soli 23 anni.
Cortez, infatti, facendo leva sui rancori locali ottenne l'appoggio delle genti soggiogate e raccolse preziose notizie sugli Aztechi e sull'imperatore Montezuma.
Entrando in città si offrì agli Spagnoli uno spettacolo mai visto: un popolo dalla civiltà ormai secolare, costruzioni grandiose, palazzi, strade, acquedotti, ricchezze, splendidi lavori d'oreficeria.
Avidi allora di tanta magnificenza, fecero prigioniero a tradimento Montezuma e, trasformatolo in un docile fantoccio, divennero praticamente padroni dell'Impero.

Gli Aztechi tuttavia non si ribellarono a questo stato di cose perché vedevano in Cortez un'altra divinità da venerare e solo quando gli Spagnoli si dimostrarono avidi conquistatori dettero inizio alla rivolta. Il 19 agosto 1521 il popolo del Sole andò verso l'ultimo sacrificio; la capitale sacra fu completamente rasa al suolo, i templi distrutti, il popolo eletto annientato.

Oggi sopravvivono circa 700 000 discendenti degli Aztechi e dietro ai loro volti impenetrabili sembra aleggiare ancora la tragedia che colpì i loro antenati.

FESTIVITA'

La maggior parte delle feste e delle cerimonie religiose era regolata da un calendario annuale diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 5 giorni detti « senza nome » che, essendo considerati funesti, non erano contrassegnati da alcuna festività.
Una delle cerimonie più notevoli si teneva in onore del Sole e vi partecipava, come sempre, tutto il popolo. Un prigioniero catturato in guerra, veniva dipinto su tutto il corpo di bianco a strisce rosse (colori sacri agli dei stellari) e coperto di penne d'aquila.
Con un bastone, uno scudo rotondo e un avvoltoio veniva fatto salire sulla grande piramide del tempio perché portasse gli oggetti in dono al Sole e lo implorasse di essere benigno verso i Messicani.
II prigioniero saliva lentamente l'enorme scalinata, fermandosi a ogni gradino e, giunto in cima, veniva sacrificato dai sacerdoti che gli strappavano il cuore e l'offrivano al Sole.

Tutto il popolo allora praticava « l'autosacrificio » togliendosi sangue dalle orecchie e da altre parti del corpo, e manteneva il digiuno sino a mezzogiorno. Nel pomeriggio iniziavano le danze rituali. Il fasto dei costumi era eccezionale: si dice che gli Spagnoli avessero compiuto la famosa strage che dette inizio alla rivolta al solo scopo di impadronirsi dei favolosi gioielli che ornavano i danzatori aztechi.

UNA CIVILTA' CONTRADDITTORIA

Se la religione è stata per il popolo azteco la suprema ragione della sua vita, se dava norme al commercio, alla politica, alla guerra, allo sport, ha costituito inevitabilmente un limite fatale alla sua cultura. La creazione di opere esclusivamente religiose soffocò ogni altra ispirazione, ogni altro interesse. Così, per esempio, le statue azteche raffigurarono esclusivamente divinità con una complessa e misteriosa simbologia; non esiste una vera e propria letteratura, ma solo relazioni sacerdotali su festività o sacrifici; l'unica scienza veramente approfondita, come accade spesso presso i popoli primitivi, fu l'astronomia in quanto studio degli dei celesti.

Nell'agricoltura, che pure era la base dell'economia azteca, la tecnica era molto primitiva. Il suolo veniva dissodato con un'ascia di pietra e ci si serviva - come aratro - del «foraterra» come unico strumento.
Eppure questo stesso popolo praticava l'irrigazione artificiale e la concimazione con cenere vegetale; aveva anche creato, in mancanza di un'ampia area di coltura, i singolarissimi « cinampas » o « giardini natanti » consistenti in zattere ancorate fatte di vimini intrecciati e coperti di lino, sulle quali era riportata la terra per la coltivazione soprattutto di ortaggi.

Gli Aztechi sapevano anche tingere i tessuti, mentre nel taglio delle pietre preziose, come la giada o il turchese (il cui uso non era ornamentale ma solamente sacro), ci hanno fornito opere mirabili.

Essi però paradossalmente vivevano senza far uso di metalli se non come supporto a gioielli, e non conoscevano la ruota.
Si era radicata nel popolo l'idea fondamentale che non era compito dell'uomo risolvere i suoi problemi; l'unica cosa che potesse fare era chiedere agli dei che si impietosissero e li risolvessero in sua vece.

Ecco perché, quando furono sorpresi dalla conquista spagnola, gli Aztechi presentavano una civiltà contraddittoria e, per molti aspetti, straordinariamente arcaica: alle armi dei conquistatori non avevano da contrapporre che lance incrostate di ossidiana (una roccia vulcanica, vetrosa, nera) e spade di legno affilato.

FINE

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UN ARTICOLO DEL PROF. GIOVANNI PELLEGRINO

Le cause della caduta dell’impero AZTECO


L'Impero azteca al massimo splendore.


In questo articolo cercheremo di spiegare un fatto che sembra davvero incomprensibile, ovvero come fu possibile che Cortés, pur avendo a disposizione poche centinaia di uomini, sia riuscito a conquistare in poco tempo l’impero degli aztechi, i quali potevano disporre di centinaia di migliaia di guerrieri.

Certamente il fatto che gli spagnoli disponessero di armi da fuoco, mentre gli aztechi non potevano disporre di armi di questo tipo ma di armi meno sofisticate, non può spiegare la folgorante vittoria di Cortés: la superiorità tecnologica al massimo può essere considerata una causa di secondaria importanza della sconfitta degli aztechi. Tra l’altro bisogna anche mettere bene in evidenza che gli aztechi non solo disponevano di una schiacciante superiorità numerica, ma combattevano su un territorio che conoscevano benissimo, mentre gli spagnoli non avevano quasi nessuna conoscenza delle caratteristiche del territorio dove si svolsero le battaglie.

Ribadiamo dunque che la superiorità delle armi a disposizione degli spagnoli rispetto a quelle utilizzate dagli aztechi è solo una causa di importanza limitata del crollo dell’impero degli aztechi. Dobbiamo dire che fiumi di inchiostro sono stati utilizzati per risolvere questo mistero. Per cercare di risolvere questo enigma storico bisognerà tenere conto sia dei rapporti scritti dallo stesso Cortés all’imperatore Carlo V, sia dalle cronache scritte da alcuni autori spagnoli di quel periodo, sia dai racconti degli aztechi che vennero trascritti dai missionari spagnoli o da alcuni aztechi che appresero la lingua spagnola dopo la conquista.
Premesso ciò cominceremo ad esaminare una per una le cause che a nostro avviso determinarono il crollo dell’impero degli aztechi e la folgorante vittoria di Cortés, ottenuta in soli due anni. Tuttavia, prima di cominciare a prendere in considerazione tali cause riteniamo opportuno descrivere in maniera molto sintetica gli avvenimenti che portarono Cortés alla conquista dell’impero degli aztechi in quanto riteniamo opportuno che il lettore abbia almeno un’idea generale dei fatti che si verificarono durante l’impresa del conquistatore spagnolo.

Egli partì nel 1519 in direzione del Messico con poche centinaia di uomini: il conquistatore spagnolo venne mandato in Messico dal governatore di Cuba, ma subito dopo la sua partenza dall’isola Cortés si rifiutò di continuare a dipendere dagli ordini di quest’ultimo, e Cortés affermò di trovarsi sotto la diretta autorità del re di Spagna. Venuto a conoscenza dell’esistenza dell’impero azteco, cominciò una lenta penetrazione verso l’interno allontanandosi dalla costa. Nel frattempo, Cortés riuscì a convincere molte popolazioni che si trovavano sotto il dominio azteco a passare dalla sua parte, diventando in tal modo suoi alleati.

Cortés giunse fino a Città del Messico dove venne ricevuto con tutti gli onori dall’imperatore azteco Montezuma, che non oppose alcuna resistenza all’avanzata degli spagnoli. Cortés poi decise addirittura di far prigioniero il sovrano azteco, il quale, potendo contare su centinaia di migliaia di guerrieri, avrebbe ben potuto far prigioniero Cortés, mentre accadde esattamente il contrario. L’atteggiamento troppo remissivo di Montezuma scatenò l’ira degli altri capi aztechi, cosicché Montezuma venne ucciso in prigione, non si sa bene per ordine di chi.
Dopo la morte di Montezuma gli aztechi passarono decisamente all’offensiva e attaccarono con violenza gli spagnoli, cosicché Cortés fu costretto a rinchiudersi con gli uomini superstiti nella fortezza di Città del Messico. Tuttavia, gli attacchi degli aztechi divennero così violenti ed insistenti che Cortés si rese conto che non poteva resistere a lungo all’interno della fortezza; di conseguenza prese la decisione di abbandonare Città del Messico nottetempo, sperando che gli aztechi non si accorgessero della fuga.

Ma la fortuna non diede una mano a Cortés in questa occasione, poiché il suo tentativo di fuga venne scoperto e nella battaglia che seguì Cortés perse addirittura più della metà dei suoi uomini. Cortés, avvalendosi dell’aiuto degli alleati che era riuscito a conquistarsi, tornò ad assediare Città del Messico potendo ora contare su molti più uomini che gli erano stati forniti dalle popolazioni che si trovavano sotto il dominio azteco. Con una brillante manovra strategica Cortés riuscì a chiudere tutte le vie di rifornimento che permettevano agli assediati di resistere.
Dopo alcuni mesi di assedio Città del Messico cadde nelle mani di Cortés, che aveva avuto tra l’altro la brillante idea di far costruire dei veloci brigantini che assicurarono il completo controllo della situazione intorno a Città del Messico, dal momento che in quel periodo storico la città si trovava in mezzo ai laghi.

Dopo aver descritto gli avvenimenti bellici che consentirono a Cortés di conquistare l’impero azteco cominciamo a interessarci delle cause che determinarono la sconfitta degli aztechi. La prima di tali cause deve essere considerata il comportamento ambiguo, esitante, misterioso di Montezuma che fin dall’inizio non oppose quasi nessuna resistenza a Cortés. Questo comportamento veramente sconcertante di Montezuma non può essere spiegato, come molti fanno, semplicemente sostenendo che Montezuma aveva scambiato Cortés per un dio, in quanto tutti gli altri capi militari e dirigenti aztechi non considerarono Cortés un dio, se non per un tempo brevissimo.
Per risolvere l’enigma del comportamento incomprensibile di Montezuma dobbiamo servirci dei racconti dei capi aztechi, che dopo la conquista spagnola fornirono numerosi racconti riguardanti il comportamento di Montezuma in quel periodo: tali racconti furono inseriti nelle cronache scritte dagli autori spagnoli che descrissero gli avvenimenti accaduti nel corso della guerra tra spagnoli e aztechi.

Volendo essere molto sintetici, tutti i racconti forniti dagli aztechi sono concordi nell’affermare che Montezuma si contraddiceva continuamente, nel senso che talvolta affermava che bisognava accogliere con tutti gli onori gli spagnoli, permettendo loro di entrare nella capitale, mentre altre volte mandava a dire agli spagnoli che non dovevano spingersi fino a Città del Messico. Alcuni dignitari aztechi affermarono che essi erano quasi riusciti a convincere Montezuma ad uccidere tutti gli spagnoli, o quanto meno a prenderli tutti prigionieri ed a condurli sì vivi a Città del Messico, ma solamente per metterli in prigione.
A rendere ancora più complicato tale misterioso comportamento, molti aztechi che detenevano posti di comando prima della conquista spagnola affermarono che Montezuma appariva molto spesso come un uomo rassegnato e malinconico. Utilizzando tali fonti azteche si deve cercare di capire perché Montezuma rifiutò di servirsi del suo immenso potere militare per sconfiggere gli spagnoli, ma anzi accettò di farsi mettere in prigione da Cortés.
A nostro avviso l’unico modo per tentare di spiegare questo comportamento assurdo di Montezuma è ipotizzare che egli nascondesse un segreto che lo spingeva ad agire in quel modo (dato che vogliamo ribadire con estrema chiarezza che Montezuma e gli altri capi aztechi scambiarono gli spagnoli per dei solo per un brevissimo periodo di tempo).

Molto interessanti ed illuminanti sono gli scritti di Gòmara, biografo di Cortés, il quale ammette che gli spagnoli non riuscirono mai a comprendere le ragioni del comportamento di Montezuma, sebbene anch’egli avanzi l’ipotesi che Montezuma nascondesse un segreto, che forse aveva confidato a poche persone molto vicine. Tali persone probabilmente rimasero uccise nei combattimenti con gli spagnoli, ragion per cui il segreto è rimasto tale. Noi, pur non pretendendo di risolvere il mistero, ci permettiamo di avanzare un’ipotesi che chiaramente non siamo in grado di dimostrare.

Questa ipotesi si basa sulle caratteristiche strutturali che contraddistinguevano la società azteca e che quindi condizionavano anche il comportamento di Montezuma. La principale caratteristica era che tutte le più importanti decisioni politiche, militari ed economiche venivano prese non tenendo conto dei dati oggettivi e con metodi basati sulla razionalità, ma utilizzando la divinazione e dando interpretazioni a fatti che i sacerdoti consideravano presagi. In pratica astrologi, indovini e sacerdoti addetti all’interpretazione dei presagi condizionavano le scelte degli imperatori aztechi, ivi compreso Montezuma.
Gli aztechi erano fermamente convinti che nessun avvenimento poteva accadere se prima non era stato profetizzato. I cronisti aztechi erano convinti che tutta la storia degli aztechi altro non fosse che la realizzazione di profezie antecedenti: ciò valeva sia per gli avvenimenti della vita dei singoli individui sia per le più importanti questioni politiche e militari riguardanti l’impero azteco.

Noi ipotizziamo che Montezuma abbia deciso di cedere il suo impero agli spagnoli senza combattere perché giunto alla convinzione che le antiche profezie e l’interpretazione dei segni che si erano presentati dopo l’arrivo degli spagnoli indicassero con chiarezza che la sconfitta degli aztechi era già stata profetizzata: ragion per cui era inutile combattere contro gli spagnoli. Naturalmente, se questo era il segreto nascosto da Montezuma, appare evidente che persone a lui vicine lo avevano convinto che era inutile cercare di opporsi agli spagnoli.
Tuttavia, non sapremo mai se questa spiegazione del comportamento di Montezuma sia quella corretta, perché gli eventuali indovini o i sacerdoti addetti all’interpretazione dei presagi o dei sogni che potrebbero aver convinto Montezuma a comportarsi in tal modo sono morti insieme a lui senza poter rivelare agli spagnoli questo segreto.

Sappiamo comunque con certezza che dopo la conquista spagnola gli aztechi sconfitti cominciarono a raccontare ai cronisti spagnoli che tra gli aztechi più potenti esisteva la convinzione che numerosi presagi avevano annunciato la venuta e la vittoria degli spagnoli. Questo ci autorizza a pensare che Montezuma sia stato assillato da una quantità di messaggi che predicevano tutti la vittoria degli spagnoli e per questo motivo si sia arreso. Con tutta probabilità Montezuma giunse alla conclusione che gli dèi avessero deciso che gli spagnoli dovevano mettere fine all’impero azteco.
Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che solo Montezuma volle arrendersi agli spagnoli, mentre tutti gli altri capi aztechi avrebbero voluto combattere, tanto è vero che uccisero Montezuma in prigione proprio perché non aveva voluto combattere gli spagnoli. Di conseguenza viene spontaneo pensare che queste profezie e questi presagi sfavorevoli abbiano fatto presa solo su Montezuma, perché convinto da alcune persone di cui si fidava ciecamente, mentre tali persone evidentemente non avevano alcuna influenza sugli altri capi aztechi, che al contrario erano convinti che il loro popolo avesse la possibilità di massacrare gli spagnoli e che quindi – considerato il peso delle profezie e dei presagi presso i capi aztechi – interpretavano i presagi in senso opposto, come annunciatori della sconfitta degli spagnoli.

Prenderemo ora in considerazione la seconda causa che determinò la sconfitta degli aztechi ed il crollo del loro impero, che certamente non possono essere attribuiti solamente all’atteggiamento misterioso di Montezuma. Tale seconda causa è rappresentata dal fatto che le popolazioni che erano sottoposte al dominio azteco sopportavano controvoglia tale dominio, perché questo era particolarmente tirannico e aveva destato un fortissimo odio (certamente ben motivato) contro gli aztechi. Di conseguenza Cortés apparve a queste popolazioni quasi come un liberatore in grado di eliminare l’odiosa tirannia.

Per dirla in altro modo Cortés apparve a molte di queste popolazioni come il male minore, nel senso che anche se egli sottomise tali popolazioni, esercitò un dominio meno tirannico di quello degli aztechi. Per comprendere come fosse forte l’odio che le popolazioni sottomesse dagli aztechi provavano nei confronti dei loro dominatori è sufficiente tenere presente che nella parte finale della guerra contro gli aztechi Cortés poté disporre di un numero di soldati quasi paragonabile a quello dei suoi nemici, poiché moltissime popolazioni accettarono di entrare a far parte dell’esercito di Cortés. Ciò è spiegabile anche con il desiderio di vendicarsi dei molti torti subiti.

La terza causa che determinò il crollo dell’impero azteco fu la superiorità degli spagnoli per quanto riguarda le armi. Dobbiamo tenere presente che al tempo della conquista spagnola gli aztechi non conoscevano la lavorazione dei metalli, ragione evidente per cui le loro spade erano meno efficaci delle spade e delle armature spagnole. Inoltre, gli spagnoli potevano contare sugli archibugi e su un certo numero di cannoni. Indubbiamente queste armi, che erano totalmente sconosciute agli aztechi, provocarono in loro un senso di paura e sorpresa, che Cortés fu molto abile nello sfruttare.

Prenderemo ora in considerazione la quarta causa che determinò la sconfitta degli aztechi, che molto spesso viene sottovalutata dagli storici. Gli spagnoli avevano il vantaggio di essere molto più rapidi nei loro spostamenti, in quanto sulla terraferma disponevano dei cavalli, mentre gli aztechi si spostavano sempre a piedi. Invece, per quel che riguarda gli spostamenti sull’acqua, durante l’assedio di Città del Messico Cortés ebbe l’idea di costruire dei brigantini: tali brigantini erano molto più veloci delle canoe degli aztechi, tanto che ebbero un ruolo decisivo nella fase finale dell’assedio di Città del Messico (Cortés non avrebbe potuto riuscire altrimenti a chiudere le vie di rifornimento che consentivano agli aztechi assediati di resistere, in quanto Città del Messico era situata in mezzo ai laghi e le canoe azteche potevano facilmente rifornire a tempo indeterminato gli assediati).

Un’altra importante causa della vittoria degli spagnoli e del conseguente crollo dell’impero azteco deve essere considerato il fatto che gli spagnoli portarono involontariamente in Messico il vaiolo, una malattia infettiva che finì per fare una vera e propria strage tra gli aztechi, diminuendo notevolmente il numero dei soldati a disposizione dei capi aztechi per tentare di bloccare l’avanzata degli spagnoli. Anche se quello che diremo ora potrebbe sembrare strano assicuriamo il lettore che corrisponde alla verità.

Noi sosteniamo che la disastrosa epidemia di vaiolo ebbe un’importanza maggiore nel determinare la sconfitta degli aztechi che non i pochi archibugi e gli ancor meno numerosi cannoni che Cortés aveva a disposizione. Per dimostrare quanto affermiamo faremo due semplici considerazioni: in primo luogo, archibugi e cannoni erano troppo pochi; in secondo luogo, l’incidenza di queste armi da fuoco fu ancor meno importante nel determinare la vittoria spagnola poiché, date le caratteristiche dei luoghi ove avvennero i combattimenti, le polveri da sparo erano spesso bagnate e quindi non sempre gli spagnoli potevano utilizzare le armi da fuoco.

Dobbiamo tener presente che il vaiolo portato dagli spagnoli nel mondo degli aztechi determinò una strage ancora maggiore di quelle, comunque di notevoli dimensioni, che questa malattia determinò a più riprese in Europa, dove moltissimi furono i morti nel corso delle epidemie. Il vaiolo causò moltissimi morti tra gli aztechi poiché questi non conoscevano rimedi per questa malattia (vogliamo precisare che nemmeno gli europei conoscevano, a quel tempo, alcun rimedio per curare il vaiolo) e non applicavano alcuna regola igienica e nessuna precauzione per limitare – o perlomeno per non favorire – la diffusione dell’epidemia.

Per fare un esempio concreto, gli aztechi che si erano ammalati di vaiolo continuavano a fare molto spesso il bagno, in quanto avevano tale abitudine. Dato che i malati facevano il bagno insieme ai sani nelle acque dei fiumi o dei laghi finivano per contagiare in pochissimo tempo moltissime altre persone, cosicché si ebbe un massacro veramente apocalittico.
Chiaramente in Europa non sarebbe mai accaduto che i malati di vaiolo facessero il bagno con coloro che non erano stati contagiati, in quanto in Europa si sapeva che quelle condizioni avrebbero facilitato notevolmente la diffusione del morbo.
Dopo la conquista spagnola si ebbe un’altra epidemia, questa volta non di vaiolo, ma di morbillo; questa volta il numero dei morti fu molto minore rispetto alla prima epidemia perché venne proibito ai malati di fare il bagno insieme ai sani.

Prenderemo in considerazione ora l’ultima delle cause che determinarono il crollo dell’impero azteco e la vittoria degli spagnoli: le notevoli capacità strategiche e politiche dimostrate da Cortés nella guerra in Messico. Cortés dimostrò di saper ben fronteggiare le difficoltà che si presentarono nel corso della guerra con gli aztechi. Per fare un esempio, Cortés seppe mettersi contro il governatore di Cuba che voleva che egli tornasse indietro e rinunciasse all’impresa in Messico: decise di ignorare tale ordine affermando di dipendere solamente dal re di Spagna. Inoltre, Cortés, quando fu costretto a fuggire di notte da Città del Messico (subendo la perdita di più della metà dei suoi uomini), ebbe la capacità di non perdersi d’animo, riuscendo a ricostruire un esercito ancora più numeroso, convincendo molte delle popolazioni dominate dagli aztechi a passare dalla sua parte.

Le notevoli capacità strategiche di Cortés sono chiaramente dimostrate dalla sua brillante intuizione di far costruire dei brigantini per chiudere i rifornimenti agli aztechi assediati a Città del Messico. Un’altra prova che Cortés possedeva buone qualità di stratega è rappresentata dal fatto che egli, pur non conoscendo il territorio dove si svolsero i combattimenti con gli aztechi, riuscì sempre a mantenere sotto controllo la situazione militare, riuscendo a coordinare molto bene le varie azioni strategiche anche quando gli aztechi, dopo che i loro capi uccisero Montezuma in prigione, cominciarono a combattere con molta violenza e molta determinazione, sfruttando la loro superiorità numerica.

Cortés riuscì in breve tempo a rendere buoni soldati gli indiani che avevano accettato di passare dalla sua parte. Si tenga presente che questi alleati indiani non conoscevano affatto il modo di combattere degli spagnoli, ma, nonostante ciò, Cortés riuscì in breve tempo a renderli in grado di inserirsi nel suo esercito e seppe sfruttarne al meglio le qualità e le motivazioni (conoscenza del territorio certamente molto migliore degli spagnoli e volontà di vendicarsi dei numerosi torti e delle numerose offese subite dagli aztechi).
Cortés dimostrò di essere un buon stratega anche riuscendo a sfruttare al massimo il comportamento di Montezuma. Ma probabilmente il capolavoro strategico di Cortés fu quello di far in modo che gli aztechi non riuscissero mai a capire quali sarebbero state le mosse strategiche degli spagnoli, poiché Cortés riuscì sempre a far giungere agli aztechi informazioni sbagliate su quelle che sarebbero state le sue mosse successive.

Egli inoltre fu sempre molto severo nei confronti delle spie azteche, ordinando che qualsiasi spia catturata avrebbe subito oltre che la prigione il taglio delle mani o dei piedi. Chiudiamo il discorso sulle capacità strategiche di Cortés mettendo in evidenza che il conquistatore spagnolo riuscì anche nell’impresa, difficile per qualsiasi stratega, di far in modo che gli aztechi non si rendessero mai conto delle reali difficoltà nelle quali egli si venne a trovare in vari momenti della guerra.

Dopo aver messo in evidenza le qualità di Cortés come stratega militare cercheremo ora di mettere in evidenza le sue qualità diplomatiche e di uomo politico. Cortés aveva sempre avuto la fama di essere un buon oratore e di essere in grado di scrivere in maniera molto valida. Ad esempio, i rapporti che egli inviò a Carlo V testimoniano padronanza della lingua e una notevole capacità di far comprendere al sovrano l’importanza della sua impresa. Persino un personaggio come Las Casas, che non aveva nessuna simpatia per Cortés, ammise che il conquistatore spagnolo poteva vantare una notevole disinvoltura nella comunicazione con gli uomini, in quanto sapeva parlare nel modo più appropriato sia con gli amici sia con i nemici.
Cortés dimostrò le sue notevoli capacità diplomatiche ed oratorie riuscendo a conquistarsi la fiducia di molte popolazioni assoggettate al dominio azteco, facendo loro molteplici promesse, facendo leva sul loro orgoglio ferito e sul loro desiderio di vendicarsi delle umiliazioni subite dagli aztechi (per fare un esempio, gli aztechi erano soliti costringere le donne di tali popolazioni assoggettate ad avere rapporti sessuali con loro anche in presenza dei mariti). Comunque, c’è da dire per onestà storica che Cortés non mantenne quasi nessuna delle promesse fatte agli indiani che combatterono con lui contro gli aztechi, comportamento, questo, che purtroppo i politici abili hanno avuto in tutte le epoche storiche.

Infine, Cortés dimostrò di essere dotato di notevoli capacità diplomatiche e politiche anche dopo la fine della guerra con gli aztechi, quando seppe conquistarsi la stima e l’ammirazione di Carlo V che lo nominò governatore. Possiamo quindi dire che Cortés mise in pratica molto bene i precetti descritti da Machiavelli nella sua opera principale, ovvero Il principe. Lo scrittore fiorentino in tale opera mette in evidenza che un uomo politico che aspiri ad ottenere importanti gratificazioni deve dare grande importanza a due cose soprattutto: in primo luogo deve cercare di mantenere salda e stabile la sua reputazione; in secondo luogo deve dare molta importanza all’apparenza, nel senso che un principe, un condottiero, un uomo politico deve far credere di avere anche qualità che non possiede, e nello stesso tempo deve far in modo di dare grande risalto alle qualità che realmente possiede.

A nostro avviso Cortés riuscì a mettere in pratica in maniera ottimale i precetti che Machiavelli espresse nel Principe. Vogliamo chiudere il nostro discorso sulle qualità diplomatiche, politiche e oratorie di Cortés mettendo in evidenza che per il conquistatore spagnolo la parola e gli scritti non erano finalizzati a dare un’immagine reale dei fatti ma erano un mezzo per manipolare e condizionare le altre persone al fine di raggiungere gli obbiettivi che si era proposto di ottenere; quindi possiamo dire che per Cortés – come per Machiavelli – valeva l’affermazione che il fine giustifica i mezzi. A riprova di quanto abbiamo detto basta leggere il rapporto che egli mandò a Carlo V dopo la conquista dell’impero degli aztechi.
In tale rapporto Cortés non si preoccupò tanto di descrivere con obiettività i fatti accaduti durante la guerra quanto piuttosto di conquistarsi l’ammirazione di Carlo V, al fine di ricevere onori e gloria nonché importanti cariche politiche.

PROF. GIOVANNI PELLEGRINO

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