POPOLI ANTICHI

AZTECHI
solo 700 "conquistadores" di Cortez annientarono una civiltà
e portarono la loro, più civile !!

 

 

E' stato detto che il ruolo del popolo azteco nella storia fu quello di interprete di una tragedia. Nel breve arco di due secoli infatti esso fondò un grande Impero e una stupendo civiltà, ma finì per essere poi totalmente annientato da un pugno di stranieri venuti dal mare in veste di predatori, attirati soltanto da un miraggio di rapidi arricchimenti.

UNA PROFEZIA

La storia conosciuta degli Aztechi ha inizio ai primi del 1300, allorché, dopo spostamenti durati secoli attraverso tutto il Nord e il centro del Messico, si stabilirono su un'isola del lago Tezcoco nella prima metà del XIV secolo, fondandovi la loro capitale, Tenochtitlan, a più di 2.000 m di altitudine, vicino al luogo dove oggi sorge Città del Messico.

All'origine di queste peregrinazioni starebbe un'antica profezia che avrebbe indotto la tribù a lasciare la loro mitica patria Aztlan (da cui il nome Aztechi), posta anch'essa in mezzo a un lago, per vagare alla ricerca del « segno » mandato da Huitzilipochtli, dio del sole e della guerra: un'aquila che divorava un serpente appollaiata su un ispido cactus; quella sarebbe stata la loro patria definitiva, il centro da cui allargare la propria potenza fino a formare un vastissimo Impero.

Al di fuori dell'alone della leggenda, grandi sono state le difficoltà per una ricostruzione storicamente esatta delle origini del popolo azteco, il cui nome autentico era Mexica. Dal punto di vista della classificazione razziale, questi antichi abitanti dell'America sono la sintesi di otto ceppi etnici diversi (fra i quali spiccano i caratteri somatici mongoloidi ed europei).

Per quanto riguarda le fonti poi, disponiamo solo di 17 manoscritti ideografici e dell'antica Tenochtitlan non è rimasta pietra su pietra dopo la cosiddetta « conquista » spagnola.

Tuttavia se da un lato i « conquistadores » distrussero una civiltà, dall'altro ci tramandarono descrizioni e osservazioni sugli Aztechi, sulla cui base si è potuto ricostruire la vita del popolo.
Innanzitutto si è costatato come la religione fosse il motivo dominante dell'esistenza degli Aztechi: non c'era infatti un solo atto della vita pubblica e privata che non fosse regolato da questo sentimento. La storia azteca quindi è intimamente intessuta con la religione.

GLI ADORATORI DEL SOLE

Secondo la teologia azteca il mondo e l'uomo sono stati creati più volte perché una catastrofe poneva sempre fine alla vita del genere umano.
L'ultima creazione è avvenuta per opera del dio dell'aria e della vita, che, sceso nel mondo dei morti, ha vivificato le
ossa delle passate generazioni, versandovi sopra il proprio sangue.
L'uomo perciò, creato con il sacrificio di sangue degli dei, a essi deve offrire il proprio sangue in cambio. Il sacrificio umano è quindi essenziale nella religione azteca perché l'esistenza stessa degli dei è legata al tributo di sangue umano.

A questa concezione si riallaccia anche il mito di Huitzilopochtli, dio del sole che ogni notte ingaggia lotta cruenta contro le stelle e la luna per poter sorgere e donare luce al mondo; anche in questo caso l'uomo partecipa al trionfo del sole offrendogli al tramonto l'unico nutrimento capace di rendere forte e vigoroso il dio per il divino combattimento: il sangue. Il popolo azteco è dunque il popolo eletto dal Sole, incaricato di fornirgli l'alimento indispensabile che gli permette di trionfare sugli astri delle tenebre.

Gli Aztechi si sentono quindi destinati a una missione, a un dovere trascendentale dal cui adempimento dipende la possibilità di far sopravvivere il mondo intero. È proprio la convinzione di essere collaboratore degli dei che consente al popolo azteco di sopportare i patimenti di una lenta e sanguinosa migrazione, di stabilirsi in un luogo che altri non avrebbero accettato, e allargare il proprio dominio fino a portare la grandezza di Tenochtitlan sulle coste dell'Atlantico e del Pacifico sottomettendo popoli più antichi.

Gli Aztechi infatti in breve soggiogarono la razza dei Cicimecos (che pure aveva fondato città famose come quella santa di Ciolula e quella di Tlascala che rivaleggiava in potenza con Tenochtitlan), i Totonecas e gli Haxtecas, derivando da queste conquiste una forma di cultura abbastanza evoluta.


UN IMPERO TEOCRATICO

Quando gli Aztechi si insediarono a Tenochtitlan erano divisi in 20 tribù; ogni tribù aveva una parte di terreno da coltivare. La divisione del lavoro era ereditaria. Ogni uomo era fissato in un certo posto della rigida gerarchia sociale; né lui né i suoi figli avrebbero potuto facilmente fare una scelta diversa.
Solo i membri di sei tribù potevano accedere alla scuola sacra e, attraverso un'educazione religiosa, accedere alle cariche sacerdotali e politiche.
Inoltre solo una tribù forniva i sacerdoti e i capi principali. I sacerdoti erano depositari della scienza e della complessa simbologia dei riti religiosi, incomprensibili talvolta per il popolo. Essi costituivano il vertice dell'ordinamento sociale: educavano i giovani nobili inculcando in essi il sentimento della potenza azteca.
Il giovane nobile poteva scegliere tra la carriera religiosa e quella militare. Le invasioni militari dei territori vicini erano l'unico sistema per procurarsi schiavi e vittime per i sacrifici agli dei, sacrifici che, in certe particolari feste, diventavano vere ecatombi.

La schiavitù era l'ultimo gradino della scala sociale. Schiavi non erano solo i vinti in guerra e i condannati per qualche delitto, ma anche intere famiglie che si vendevano per sfuggire a una situazione di disperata miseria.

Questa divisione in caste chiuse della società fu una delle cause di maggiore debolezza del popolo azteco. Mentre infatti la casta sacerdotale aveva un bagaglio di cognizioni scientifiche abbastanza vaste e profonde, il popolo era tenuto lontano da qualsiasi tipo di cultura, al livello delle popolazioni del Neolitico.

Un'altra causa di debolezza della civiltà azteca fu il suo isolamento.
Le principali città erano circondate dalla giungla. Solo l'esercito azteco si spostava a scopo di conquista. Mancavano del tutto i contatti tra questo popolo e altri; mancarono perciò quegli scambi di idee e di cognizioni tecniche che permettono l'evoluzione di una civiltà.
La maggior parte delle loro opere letterarie consisteva in scritti religiosi.
Statica e isolata la società azteca sembrava forte perché era feroce e sanguinaria.
In realtà il primo vero urto dall'esterno avrebbe dimostrato la sua fragilità.


VERSO LA TRAGEDIA

Ai primi del 1500 sinistri presagi sembravano minacciare l'Impero azteco. Politicamente la situazione era difficile perché i popoli sottomessi avevano concepito un odio violento contro i dominatori e attendevano solo l'occasione per ribellarsi.
Essa si presentò nel 1519 quando lo spagnolo HERNAN CORTEZ, attirato dalle notizie che sulle coste messicane esistevano popolazioni con città, templi, buone strade e soprattutto idoli d'oro e meravigliose ricchezze di gemme, organizzò uno sbarco di circa settecento uomini, volto alla conquista di quei mitici territori, in nome del re di Spagna Carlo V.

Questo viaggio rientrava nella vasta politica coloniale che la Spagna aveva intrapreso alla fine del XV secolo con la scoperta dell'America ed era stato affidato a un giovane di soli 23 anni.
Cortez, infatti, facendo leva sui rancori locali ottenne l'appoggio delle genti soggiogate e raccolse preziose notizie sugli Aztechi e sull'imperatore Montezuma.
Entrando in città si offrì agli Spagnoli uno spettacolo mai visto: un popolo dalla civiltà ormai secolare, costruzioni grandiose, palazzi, strade, acquedotti, ricchezze, splendidi lavori d'oreficeria.
Avidi allora di tanta magnificenza, fecero prigioniero a tradimento Montezuma e, trasformatolo in un docile fantoccio, divennero praticamente padroni dell'Impero.

Gli Aztechi tuttavia non si ribellarono a questo stato di cose perché vedevano in Cortez un'altra divinità da venerare e solo quando gli Spagnoli si dimostrarono avidi conquistatori dettero inizio alla rivolta. Il 19 agosto 1521 il popolo del Sole andò verso l'ultimo sacrificio; la capitale sacra fu completamente rasa al suolo, i templi distrutti, il popolo eletto annientato.

Oggi sopravvivono circa 700 000 discendenti degli Aztechi e dietro ai loro volti impenetrabili sembra aleggiare ancora la tragedia che colpì i loro antenati.

FESTIVITA'

La maggior parte delle feste e delle cerimonie religiose era regolata da un calendario annuale diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 5 giorni detti « senza nome » che, essendo considerati funesti, non erano contrassegnati da alcuna festività.
Una delle cerimonie più notevoli si teneva in onore del Sole e vi partecipava, come sempre, tutto il popolo. Un prigioniero catturato in guerra, veniva dipinto su tutto il corpo di bianco a strisce rosse (colori sacri agli dei stellari) e coperto di penne d'aquila.
Con un bastone, uno scudo rotondo e un avvoltoio veniva fatto salire sulla grande piramide del tempio perché portasse gli oggetti in dono al Sole e lo implorasse di essere benigno verso i Messicani.
II prigioniero saliva lentamente l'enorme scalinata, fermandosi a ogni gradino e, giunto in cima, veniva sacrificato dai sacerdoti che gli strappavano il cuore e l'offrivano al Sole.

Tutto il popolo allora praticava « l'autosacrificio » togliendosi sangue dalle orecchie e da altre parti del corpo, e manteneva il digiuno sino a mezzogiorno. Nel pomeriggio iniziavano le danze rituali. Il fasto dei costumi era eccezionale: si dice che gli Spagnoli avessero compiuto la famosa strage che dette inizio alla rivolta al solo scopo di impadronirsi dei favolosi gioielli che ornavano i danzatori aztechi.

UNA CIVILTA' CONTRADDITTORIA

Se la religione è stata per il popolo azteco la suprema ragione della sua vita, se dava norme al commercio, alla politica, alla guerra, allo sport, ha costituito inevitabilmente un limite fatale alla sua cultura. La creazione di opere esclusivamente religiose soffocò ogni altra ispirazione, ogni altro interesse. Così, per esempio, le statue azteche raffigurarono esclusivamente divinità con una complessa e misteriosa simbologia; non esiste una vera e propria letteratura, ma solo relazioni sacerdotali su festività o sacrifici; l'unica scienza veramente approfondita, come accade spesso presso i popoli primitivi, fu l'astronomia in quanto studio degli dei celesti.

Nell'agricoltura, che pure era la base dell'economia azteca, la tecnica era molto primitiva. Il suolo veniva dissodato con un'ascia di pietra e ci si serviva - come aratro - del «foraterra» come unico strumento.
Eppure questo stesso popolo praticava l'irrigazione artificiale e la concimazione con cenere vegetale; aveva anche creato, in mancanza di un'ampia area di coltura, i singolarissimi « cinampas » o « giardini natanti » consistenti in zattere ancorate fatte di vimini intrecciati e coperti di lino, sulle quali era riportata la terra per la coltivazione soprattutto di ortaggi.

Gli Aztechi sapevano anche tingere i tessuti, mentre nel taglio delle pietre preziose, come la giada o il turchese (il cui uso non era ornamentale ma solamente sacro), ci hanno fornito opere mirabili.

Essi però paradossalmente vivevano senza far uso di metalli se non come supporto a gioielli, e non conoscevano la ruota.
Si era radicata nel popolo l'idea fondamentale che non era compito dell'uomo risolvere i suoi problemi; l'unica cosa che potesse fare era chiedere agli dei che si impietosissero e li risolvessero in sua vece.

Ecco perché, quando furono sorpresi dalla conquista spagnola, gli Aztechi presentavano una civiltà contraddittoria e, per molti aspetti, straordinariamente arcaica: alle armi dei conquistatori non avevano da contrapporre che lance incrostate di ossidiana (una roccia vulcanica, vetrosa, nera) e spade di legno affilato.

FINE

PER RITORNARE ALLA TABELLA
USATE SEMPRE IL BACK

HOME PAGE STORIOLOGIA