RELIGIONE
MEDIOEVO OSCURO
LOTTA CONTRO TUTTI GLI ERETICI

di SIMONETTA ("Simi") 

L’eresia medievale viene erroneamente associata alla mancanza di fede, in realtà l’eresia non nasce dal non credere, ma da un bisogno di credere e di vivere diversamente la propria religione.

Era l’aspirazione di numerosi laici che volevano tornare al modello ideale di chiesa descritto nei vangeli e negli atti degli apostoli.

I movimenti evangelici si caratterizzarono per un radicale anticlericalismo che rimetteva in discussione l’esistenza delle strutture e del personale ecclesiastico.

La Chiesa assunse un atteggiamento estremamente duro nei confronti delle correnti evangeliche, come Valdesi e Umiliati, che sul piano della dottrina non erano in alcun modo separati dall’ortodossia cattolica. Al contrario sarà per molto tempo incapace di replicare e manterrà una posizione relativamente passiva di fronte al Catarismo, che rappresentava invece una reale minaccia sul piano dottrinale.

Tra i movimenti ereticali di spicco, nell’ambito della diocesi milanese, troviamo la Pataria, il cui nome deriva dal luogo in cui avevano luogo le riunioni degli adepti, le patarie, cioè le discariche di Milano.

Con Pataria si designa il movimento riformatore sviluppatosi a Milano nella seconda metà dell'XI sec.. Obiettivo del movimento era l'eliminazione della pratica del matrimonio del clero, il cosiddetto NICOLAISMO, e, in un secondo tempo, la lotta contro la SIMONIA che si configurava agli occhi dei patarini come un'eresia antitrinitaria, in quanto negatrice della santità e del valore dello Spirito Santo.

Obiettivo dei patarini erano i possessori di cariche ecclesiastiche indebitamente ottenute.

Arialdo fu il capo della Pataria milanese. Nonostante la scomunica inflitta ad Arialdo dal Sinodo provinciale di Fontaneto (tenutosi alla fine del 1057), ne il movimento ne i suoi capi persero mai l'appoggio di Roma, ma con la precauzione che l'appoggio fosse il più sfumato possibile, e che Roma fosse sempre, per i patarini, il referente a cui guardare, perché nelle azioni della Pataria c'era un potenziale pericolo per tutte le istituzioni ecclesiastiche.

Milano è stato il centro dell’esperienza patarinica. Se si considera questo fenomeno religioso in relazione alle gerarchie ecclesiastiche, le sole in grado di proclamarne il carattere ereticale, è chiaro che i patarini non si allontanarono mai dell’ortodossia, rappresentando la parte più radicale di un programma di riforma della chiesa promosso da Roma. Ciò non toglie che la continua polemica contro il clero simoniaco e concubinario fosse passibile di uno sviluppo anticlericale dal quale la chiesa si difese con la promulgazione delle Constitutiones nelle quali tracciava i limiti dell’azione dei laici ai quali veniva negata ogni facoltà di giudizio sui chierici. La lotta contro il clero indegno andava disciplinata. La discriminante era non nel merito dell’azione, ma nell’obbedienza alle direttive superiori. Quindi l’eresia nasceva in coloro che peccavano non contro la “verità” quanto contro l’”autorità”, cioè i laici che si arrogavano il diritto di giudicare i chierici.

E’ la conseguenza di una lunga tradizione, che ha indotto a credere che la Lombardia fosse una terra di eretici. Non solo, ma anche il termine patarino gradualmente venne inteso come sinonimo di eretico.

A partire dal 1270 la lotta contro gli eretici assume i connotati della crociata. Avviene quindi la mobilitazione del potere pubblico e di tutti i fedeli. Perché la crociata diventasse un’istituzione della cristianità si dovette attendere il papato di INNOCENZO III. Fin dall’inizio del suo pontificato Innocenzo III assunse un atteggiamento fermo nei confronti dell’eresia, ammettendo l’esigenza della predicazione apostolica itinerante e della povertà evangelica.
Egli concesse ampio spazio d’azione all’interno della Chiesa stessa, con la condizione che le dottrine ortodosse restassero intatte e l’autorità pontificia fosse sempre riconosciuta.

Quello che caratterizza il suo pontificato è la distinzione tra coloro che erano da considerare veramente eretici e gli ortodossi. Il diverso modo di vivere la religione veniva visto come eresia, cioè come disobbedienza alla Chiesa. Tale disobbedienza venne da Innocenzo III classificata come delitto di natura pubblica con la bolla Vergentis in senium del 1199, la quale equiparò l’eresia al delitto di lesa maestà. 

Con il canone Excommunicavimus del quarto Concilio Lateranense del 1215 si pongono le basi per la lotta all’eresia. Argomento principale del Concilio fu infatti la riforma della Chiesa minacciata dall’eresia. Considerando le disposizioni che furono formulate dal Concilio ci si rende conto che non ci fu nessuna reale innovazione rispetto alle risoluzioni precedenti. Il risultato fu la fusione di vecchie disposizioni in materia di eresia. Anche i metodi per fronteggiare l’eresia restano immutati, simili in tutto a quelli precedenti il 1200.

Di importanza fondamentale è l’atteggiamento del Concilio per stabilire la discriminante che induceva a condannare una persona come eretico. Nelle disposizioni precedenti erano stati elencati come caratteri distintivi dell’eresia la predicazione non autorizzata e la diffusione di false dottrine sui sacramenti, pur restando valido il libero arbitrio dei vescovi nel giudicare i vari casi. Il Concilio permise una confessione di fede e giudicò eresie tutte quelle che la contraddicevano. Fu il dogma il criterio usato per la distinzione tra ortodossia ed eresia. Il Concilio condannò inoltre la predicazione non autorizzata e l’istituzione di nuovi ordini.

Altro fenomeno eretico di grande importanza fu il catarismo. La definizione di Catari o Uomini Puri fu coniata dagli stessi adepti. In genere vennero chiamati in modi diversi derivando il nome dal luogo in cui la loro presenza era predominante: ALBIGESI da Albi, concorreziani da Concorrezzo, ecc..

L’origine dell’eresia catara è un argomento sul quale gli storici si sono a lungo divisi. È probabile che il catarismo sia una derivazione della setta dei BOGOMIL che fece la sua comparsa nel X secolo in Bulgaria e si diffuse a Costantinopoli alla fine dell’XI secolo.

Professavano una dottrina dualista, predicavano una assoluta purezza di vita e rifiutavano i sacramenti fatta eccezione per il battesimo.

Per i catari il problema essenziale consisteva nel liberare l’animo umano dal potere del male che governava il mondo terreno. Il messaggio dei catari era un invito alla liberazione: ciascuno veniva chiamato a seguire la parola di Cristo. A giudizio dei Catari la Chiesa avendo accettato il potere e le ricchezze aveva optato per il male e quindi non era più in grado di offrire alcun sostegno per la purificazione. La salvezza poteva venire solo dalla nuova chiesa dei Catari.

Sarebbe comunque errato considerare il catarismo un fenomeno unico unito intorno ad una dottrina comune. Infatti, ogni comunità conservava un’autonomia resa ancora più ampia dal fatto che, a differenza della Chiesa cattolica, non esisteva un’entità centrale incaricata di fissare un’ortodossia comune.

Il fascino esercitato dalla chiesa catara fu molto forte, e questo fu dovuto al rigore morale che la distingueva dal clero cattolico che era sovente mediocre e corrotto.

Un’altra ragione del successo del catarismo è di tipo dottrinale. Il catarismo si era subito proposto come l’autentica Chiesa di Cristo, quella degli apostoli, quella che la Chiesa cattolica, avendo ceduto alla tentazione del potere aveva tradito.

La liturgia catara era molto semplice: un solo sacramento era ammesso, il consolamentum, una specie di battesimo impartito agli adulti, che permetteva all’avvicinarsi della morte di liberarsi dal peccato.

Dopo il Concilio cataro di Saint Felix de Caraman del 1167 si cominciò ad intuire la pericolosità del fenomeno cataro.

Papa ALESSANDRO III li condannò come eretici, condanna che venne confermata successivamente da INNOCENZO III.

Il momento decisivo che segnò la fine del catarismo fu l’uccisione nel 1208 del legato pontificio Pietro di Castelnau. Fu allora che Innocenzo III nel 1209 promosse la crociata che portò all’annientamento del fenomeno, anche se la sconfitta dei catari non significò la fine della lotta contro le eresie.

(By: Simonetta - "Simi")

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La lotta contro l'eresia

I VERBI SBAGLIATI DEL DOPO CRISTO

di ELENA BELLOMO

Da quando il Verbo si è fatto carne la possibilità del fraintendimento e dell'errore ha insidiato le coscienze. Il messaggio di Cristo, tanto limpido e semplice nella propria enunciazione evangelica, ben preso si sarebbe dovuto cimentare con articolati problemi teologici e teosofici che ne avrebbero reso sempre più complessi i contenuti e le implicazioni morali. Sin dai primordi dell'era volgare l'eresia si è dunque affiancata al credo ortodosso, spesso differenziandosene solo per alcune decisive affermazioni, forse ininfluenti agli occhi dei semplici, ma lungamente dibattute dai sapienti per venire poi duramente condannate.

La lotta contro l'eresia si poneva in realtà alla stregua di quella contro il Maligno. Proprio da questi nasceva l'errore, proprio l'errore vanificava la salvifica opera svolta dal Cristianesimo. Sarebbe stato soprattutto l'incontro tra il messaggio cristiano e la speculazione filosofica di ascendenza greca a generare la necessità di stabilire con precisione i connotati della nuova fede, di chiarire univocamente il mistero della Trinità e del rapporto sussistente tra le sue persone o quello presente tra le diverse nature coesistenti nella unica persona del Cristo. Molteplicità e unità dovevano essere unite e compenetrate, ma ciò risultava oltremodo difficile, soprattutto per quanti vedevano la matrice divina del Salvatore prevalere su quella meramente umana.

I primi secoli dell'era volgare trascorsero quindi nel delineare i caratteri del nuovo giovane credo e in questa opera si impegnò tutta la Cristianità attraverso il solenne strumento dei concili ecumenici, che, spesso indetti dall'autorità imperiale, miravano a riportare uniformità e concordia nella comunità dei fedeli. Tra le prime formulazioni ad essere ritenute eterodosse vi furono quelle che non consideravano in maniera paritetica le due persone, divina e umana, presenti in Cristo. Venne così condannato il monofisismo, che privilegiava la componente divina, e lo seguì poi il monotelismo, che, pur ammettendo l'esistenza di entrambi gli elementi, considerava la volontà del Cristo come esclusivamente improntata a quella divina.

Entrambe queste proposizioni si rifacevano alla difficoltà percepita soprattutto in ambienti greci e orientali di dare forma umana ciò che è ultraterreno. Tale condanna non investiva inoltre solo eminenti teologi o alti prelati, ma ascriveva all'eterodossia intere comunità, che spesso dimoravano in strategiche regioni di confine. Proprio per questo in diversi casi la corte di Bisanzio, vicina a queste posizioni religiose e ben consapevole della strategica importanza di chi le condivideva, si sarebbe posta in contrasto con il papato sino al punto di arrivare ad arrestare un pontefice romano, Vigilio, per la sua avversione a tale politica. Mano a mano che la buona novella si espandeva l'eresia camminava dunque accanto ad essa, insidiandole ogni nuovo proselito. Accadeva così che le popolazioni germaniche fossero guadagnate al Cristianesimo da missionari ariani e che proprio un vescovo ariano, Ulfila, traducesse per essi il testo sacro della Bibbia. Ario, fondatore di questa nuova eresia, era un sacerdote di Alessandria, vissuto tra la seconda metà del III secolo e l'inizio del IV. Egli per mantenere assolutamente pura la nozione monoteistica era giunto ad affermare l'inesistenza della Trinità, aggiungendo poi che Cristo altri non era che la prima creatura alla quale il Padre aveva dato vita, una sorta di superuomo, né vero uomo, né vero Dio. 

Pur condannato dal concilio di Nicea, Ario aveva ottenuto protezione presso la corte imperiale di Bisanzio e successivamente la sua dottrina aveva trovato nuovi adepti tra i Germani, ai quali questa nuova figura di Cristo risultava maggiormente affine alle divinità che fino ad allora avevano adorato, se non assimilabile nella propria aurea di trionfatore alle personalità dei sovrani che li avevano condotti nel loro peregrinare sono ai territori dell'impero. Il ritorno di queste popolazioni all'ortodossia sarebbe stato lungo e complesso dato che le parole di Ario avrebbero trovato seguito ancora fino al VI secolo. Sconfitto l'arianesimo, l'ortodossia cattolica avrebbe però dovuto temere numerosi altri avversari. Soprattutto nel corso di tutto il medioevo, la profonda spiritualità che sarebbe arrivata a permeare quest'epoca avrebbe spesso corso il rischio di allontanarsi dalle verità riconosciute per abbandonarsi ad accessi, ma anche ad una genuinità di intenti, che le gerarchie ecclesiastiche avrebbero difficilmente potuto accettare. L'eresia si sarebbe quindi annidata nel permanere di antiche abitudini pagane, appena ammantate di devozione cristiana, ma anche nel tentativo di raggiungere la più perfetta e intransigente sequela Christi.

È proprio nei secoli centrali del Medioevo che il fenomeno ereticale assurge a dimensioni mai raggiunte in precedenza e che la Chiesa appronta dunque nuovi strumenti per agire in modo più incisivo e deciso sulle persone e sulle coscienze.
I limiti di libera iniziativa lasciati ai fedeli vanno progressivamente diminuendo. La gerarchia ecclesiastica tende ad assumere un sempre più stretto controllo della vita dei fedeli e la prorompente spiritualità medievale non sempre accetta di essere mortificata e imbrigliata.

La volontà dei fedeli di vivere il Vangelo sine glossa, di imitare perfettamente la vita del Cristo e i suoi insegnamenti li porta infatti a porsi sempre più spesso in una dimensione concorrenziale con i chierici e ad appropriarsi di funzioni, quali soprattutto la predicazione, che gli ecclesiastici consideravano un proprio esclusivo appannaggio.
D'altro canto per essere abilitati ad un simile compito non erano necessarie solo fede e buon volontà, ma anche studio e preparazione. Proprio per dimostrare l'inadeguatezza dei laici a tale compito l'alto prelato Walter Map aveva pubblicamente confuso e ridicolizzato i seguaci di Valdo, che, umili e ferventi, avevano richiesto l'approvazione pontificia dei proprio modi di vita.

Nel 1184 con la bolla Ad abolendam papa Lucio III condannava dunque i Valdesi (detti anche poveri di Lione) e altri nuovi gruppi i fedeli come eretici. Essi non avevano infatti ottemperato ai divieti loro formulati dall'autorità ecclesiastiche e, volendo imitare gli Apostoli in tutti i caratteri della loro vita e della loro missione, erano sconfinati in campi d'azione riservati ai chierici.

Ma davvero i Valdesi erano pericolosi per l'unità della Chiesa? In realtà la vita e la conversione di Valdo ricalcano meticolosamente l'esperienza di s. Francesco di Assisi, colui che con maggior pienezza avrebbe incarnato l'esigenza di rinnovamento spirituale propria del XII secolo.

Purtroppo non è ancora stato appurato con precisione come avvenne la decisiva rottura tra la Chiesa di Roma e i poveri di Lione, che ancora dopo il 1184 si professano cattolici e obbedienti alle gerarchie ecclesiastiche. In realtà proprio nell'esperienza di Valdo era presente un forte impegno alla predicazione in funzione antiereticale e tale prerogativa avrebbe quindi favorito il ritorno di parte dei suoi seguaci in seno all'ortodossia. 

Il merito di aver riacquisito alla Chiesa questi gruppi che erano stati bollati come eretici va a un pontefice di straordinaria lungimiranza: Innocenzo III. Proprio sotto il suo pontificato alcuni valdesi, i "Poveri Riconciliati" prima e i "Poveri Cattolici" poi, vengono liberati dalle precedenti sanzioni, mentre anche gli Umiliati, condannati sempre nella Ad abolendam, vedevano i loro propositi di vita approvati ed incoraggiati dall'autorità spirituale. Anch'essi, come sottolineerà Giacomo di Vitry svolgeranno un'indefessa e incisiva azione antiereticale.

L'eresia infatti dilaga e fiorisce. Sempre secondo Giacomo Milano stessa è un covo di eretici, mentre anche il domenicano Stefano di Borbone afferma che presso Milano non solo si trovavano gruppi di Valdesi, ma addirittura ben diciassette diverse sette ereticali tra loro avversarie. Diversi movimenti (dolciniani, guglielmiti, apostolici) vengono condannati e perseguitati fino alla loro estinzione.
Proprio per combattere efficacemente contro di essi Domenico da Guzman fonda l'ordine di appartenenza dello stesso Stefano di Borbona appena ricordato, quello dei Predicatori che poi dal suo fondatore avrebbe preso il nome di domenicano.
I più temibili avversari di questi zelanti frati non sono però quei fedeli che, pur animati da buoni propositi, si erano allontanati dall'ortodossia per eccesso di devozione, ma piuttosto coloro che avevano ormai formato una chiesa parallela a quella cattolica, fondata su una diversa concezione del mondo.

Si tratta dei Catari. La nascita di questo movimento spirituale, attestato sin dalla prima metà del XII secolo, non è ancora stata rintracciata con sicurezza. Certo è che esso si rifaceva ad una visione dualistica della creazione che vedeva opposti e in continuo conflitto due principi, quello del Bene e quello del Male, dotati di pari forza e influenza sul mondo terreno e sulle coscienze. In tale prospettiva il dovere dei fedeli era quello di astrarsi dalla realtà materiale, creazione del Demonio, per ottenere una progressiva purificazione spirituale.
Coloro che maggiormente riuscivano a progredire in questo cammino catartico non a caso erano detti "Perfetti". La chiesa catara, dotata di proprie gerarchie aveva inoltre avuto diversi contatti con le sette eretiche dei Bogomili, che sviluppatesi nei Paesi slavi, erano seguaci di un dualismo moderato che vedeva ancora Dio quale entità superiore al Maligno. Nella visione dei catari i due avrebbero invece raggiunto pari dignità e anzi il Demonio avrebbe ingannato il Signore riuscendo poi a far cadere gli angeli e ad imprigionarli nella materia. In realtà queste assunzioni di base non erano percepite in tutte le comunità catare nella medesima accezione e sarebbe più corretto parlare quindi "catarismi", ovvero di esperienze che, pur rifacendosi ad un dualismo radicale, assumono progressivamente connotati differenti.

Non si sono ancora rintracciate le testimonianze di una possibile derivazione di questo fenomeno dal Manicheismo, un'altra corrente di pensiero dualistico, che già in età antica aveva avuto modo di svilupparsi in Oriente, e non è da escludere che i catarismi traessero anche origine da una lettura estremizzata di determinati passi della Sacra Scrittura.
Ormai totalmente screditata è invece la teoria che vuole le eresie medievali, e dunque anche quelle catare, frutto di una ribellione sociale.

È stato infatti ampiamente dimostrato che alla radice di queste esperienze si trovano istanze di natura esclusivamente religiosa e non economica o sociale. Il fatto che alcune sette si sviluppassero poi all'interno di determinate classi di lavoratori è da ricondursi al fatto che il lavoro artigianale costituisse un ottimo paravento per coloro che nella clandestinità praticavano l'eterodossia, dedicandosi poi soprattutto alla conversione di coloro che praticavano al loro fianco la medesima professione. I catari, detti anche "albigesi" perché particolarmente presenti in questa città e in tutta la Linguadoca e Provenza, sarebbero stati vittime della prima crociata bandita contro gli eretici.

Proprio sotto il pontificato di Innocenzo III l'appello che aveva già più volte mobilitato la cristianità a prendere la croce per combattere contro gli infedeli veniva infatti rivolto per la prima volta contro i seguaci dell'eterodossia.

Già la prima crociata patrocinata da Innocenzo era stata deviata contro la volontà del papa ed era stata combattuta contro altri cristiani, i Bizantini, portando al sacco di Costantinopoli.
Nel 1208 tale movimento si indirizzava invece contro coloro che rifiutavano di rientrare in seno alla Chiesa. Era questo il principale presupposto perché l'accusa di eresia divenisse uno strumento politico dal potere senza precedenti. Se più volte in passato i nemici della sede apostolica erano già stati bollati come eretici, da questo momento in poi essi sarebbero potuti diventare oggetto di crociate bandite contro di essi dal papa.

Questa sorte sarebbe ad esempio toccata a diversi principi ghibellini, primi tra tutti i Visconti di Milano. Eppure anche il potere laico non avrebbe esitato a classificare come eretici i propri avversari in modo tale da metterli fuori gioco, se non da annientarli. Basti ricordare tra tutte la complessa e astuta manovra di Filippo il Bello contro l'ordine dei Templari.

La lotta antiereticale non era tuttavia destinata a concentrarsi contro movimenti religiosi di esclusiva ascendenza popolare, ma nuovo vigore alla condanna di proposizioni ereticali sarebbe venuta anche dall'esame delle posizioni di diversi pensatori, che si erano formati nelle università medievali. La rinascita del pensiero speculativo portava fatalmente alla formulazione di idee che non sempre nella loro novità trovavano l'approvazione delle gerarchie ecclesiastiche.

Emblematici i casi di Wycliff e Huss che avevano progressivamente maturato un pensiero che non solo criticava aspramente il ruolo svolto dalle gerarchie ecclesiastiche, ma che minava anche fin dalle fondamenta il credo cristiano mettendo in dubbio l'essenza sacramentale di alcune pratiche. 

Jan Huss avrebbe pagato sul rogo le proprie affermazioni, che coerentemente non aveva voluto ritrattare. Egli non era il primo eretico ad essere giustiziato in tale modo e non sarebbe rimasto l'ultimo.

Un nuovo ufficio, esplicitamente creato per combattere l'eresia, non avrebbe mancato di individuare con efficienza nuove vittime. Già sotto il pontificato di Gregorio IX si erano creati stabili tribunali ecclesiastici, presieduti da un giudice inquisitore, che nella propria azione si affiancava al vescovo locale. Già verso la metà del XIII i maggiori Paesi europei erano provvisti di un tribunale inquisitoriale, abilitato dall'autorità pontificia ad avvalersi di vari mezzi coercitivi tra i quali la tortura, per ottenere le confessioni degli incriminati.

Se in alcuni Stati, quali quelli baltici, l'Inquisizione ebbe un'attività discontinua se non sporadica, soprattutto nel corso del XVI secolo essa sarebbe prepotentemente risorta in Spagna, decisivo strumento di potere in mano alla cattolica monarchia iberica.
Sin dalla propria nascita il Cristianesimo si era aspramente cimentato nella battaglia per preservare intatta l'essenza della propria fede, scontrandosi e fondendosi con ansia di redenzione, ma anche con prepotenti ambizioni mondane. Lo zelo profuso in questa impresa sarebbe stato parimenti usato per salvare e fortificare le coscienze, ma anche per eliminarle qualora si fossero mantenute indomite e ribelli.

L'errore più insidioso si annidava in realtà nell'essenza stessa di questo confronto, non tanto nella volontà di giudicare, quanto nella possibilità di punire materialmente e nella capacità coercitiva che in entrambe queste prerogative risiede e che avrebbe reso rosso di sangue il sottile filo dell'eresia che percorre i secoli della Cristianità.

Bibliografia
Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievali italiana (secoli XI-XIV)
, di G. Volpe, Roma, Donzelli, 1997.
La spiritualità dell'Occidente medievale
, di A.Vauchez, Milano, Vita e Pensiero, 1993.
L'Eresia del Male
, di R. Manselli, Napoli, Morano, 1963
Hérésies et sociétés dans l'Europe préindustrielle
, Xie-XVIIIe, di J. Le Goff, Paris, Monton 1968
Nascita dell'eresia. Gli adepti della povertà volontaria
, di T. Manteuffel, Frenze, Sansobi, 1975
Eretici ed eresie medievali
, di G.G. Merlo, Bologna , Il Mulino, 1989.

Ringrazio per l'articolo  
offerto a Storiologia
il direttore di 
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