RELIGIONE

FRA' DOLCINO DA NOVARA
SANTO, ERETICO, O PARANOICO?

Nel Piemonte del 1300 una sanguinosa rivolta
che prende le mosse dal dispotismo della Chiesa cattolica

di THOMAS MOLTENI

In un'edizione del febbraio 2000 del Corriere della Sera, ho notato in prima pagina, un trafiletto riguardante la misteriosa figura dell'eresiarca frate Dolcino. Nell'articolo si diceva che in ricordo del frate era stata posta una targa nella piazza di Vercelli, e che tale targa poco tempo dopo era stata misteriosamente rimossa senza motivo apparente e senza che nessuno si assumesse la responsabilità dell'azione. Nell'anno in cui si sommano il perdono giubilare e "i mea culpa" questo è quanto meno singolare. Quest'anno inoltre, ricorre l'anniversario del primo giubileo indetto la mattina del 22 febbraio del 1300 da Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani) e l'anniversario della morte di Gherardo Segarelli, condannato per eresia dal vescovo di Parma Salimbene e arso vivo nel luglio di quell'anno santo a Parma (ricorre inoltre il quattrocentesimo anniversario della morte di Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori a Roma nel 1600). 

Gherardo Segarelli fu probabilmente l'eretico che più influenzò la dottrina e le idee di Dolcino. L'unica nostra fonte diretta della vita e della predicazione del Segarelli, ci viene dal suo più grande accusatore e "boia" fra' Salimbene da Parma; il quale mantiene un atteggiamento ostilissimo nei suoi confronti, portando a pensare che la maggior parte delle sue accuse al Segarelli non siano altro che calunnie. L'eretico di Parma, che aveva un istruzione assai modesta, cominciò la sua predicazione intorno al 1260 (anno della peregrinazione dei flagellanti) e ancora molto giovane lasciò tutti i propri averi e si vestì alla francescana (saio, sandali e cordone).

Secondo Salimbene i primi a seguirlo furono porcari, mandriani e pulitori di latrine. Certamente il suo seguito era formato da gente assai modesta, che vide nelle idee del Segarelli la possibilità della salvezza eterna e di una qualche rivalsa verso i poteri precostituiti. Il suo messaggio evangelico riprendeva il programma di assoluta povertà della prima Regola francescana e sempre, come i "francescani spirituali" (i più determinati nel perseguire gli ideali di S.Francesco), negava ogni autorità civile ed ecclesiastica. Per Segarelli, infatti, l'unica vera autorità era quella del Vangelo: il suo ideale religioso escludeva l'esistenza di una qualsiasi gerarchia. I discepoli del Segarelli furono detti "Apostolici", a causa del loro stile di vita che si rifaceva a quello della "chiesa primitiva" e per il loro continuo migrare diffondendo il loro pensiero. Questi uomini fecero presa, in particolare, nelle campagne emiliane, dove il messaggio di riabilitazione morale e riscatto sociale era quanto mai ricercato. 

La cosa che più stupisce e che, come leggiamo nei processi contro gli Apostolici, (tenutisi nel 1299 a Modena) non vi sono accuse specifiche, che sulla base del diritto canonico e delle tante decretali pontificie potessero far configurare chiaramente il reato di eresia. Infatti, gli apostolici non proponevano una particolare lettura e interpretazione del Vangelo, rischio che correvano diversi eretici del tempo; c'erano però quelle idee sociali estremamente destabilizzanti per il sistema.
Quindi, l'attacco agli Apostolici venne mosso con riferimento ad alcuni "pettegolezzi" riguardante la vita sessuale dei medesimi. Alcuni testimoni riportarono di aver visto o sentito "sconcerie" perpetrate all'interno del gruppo del Segarelli. Ecco alcuni stralci degli scarni verbali dei processi: 

"Richiesto se un uomo possa toccare una donna che non sia sua moglie, e una donna possa toccare un uomo che non sia suo marito e palparsi vicendevolmente nelle zone impudiche standosene nudi e che ciò possa essere fatto senza ombra di peccato…rispose che un uomo e una donna, sia pur non uniti in matrimonio, e un uomo con un uomo e una donna con una donna possono palparsi e toccarsi vicendevolmente nelle zone impudiche.  Disse che ciò può avvenire senza ombra di peccato a condizione che vi sia l'intenzione di pervenire alla perfezione…non si riteneva che tali palpeggiamenti impudichi e carnali fossero peccaminosi, anzi potevano essere fatti senza peccato in un uomo perfetto, stando a quanto diceva". 

Si deve ammettere che tra queste "dicerie" qualcosa di vero doveva esserci. Ciò si deduce dal fatto che, la gran massa di ex contadini presente nel movimento apostolico continuava a vivere la loro sessualità con la disinibita naturalezza e la libertà che da sempre era loro tipica e che da sempre aveva fatto gridare allo scandalo il ceto dominante. Ad ogni modo dopo circa quarant'anni dall'inizio del movimento, grazie allo zelo e alla sollecitudine degli inquisitori dell'ordine dei Predicatori di Lombardia, la "setta" venne condannata e "Gherardo" messo al rogo.
La sentenza contro di lui fu emanata dall'inquisitore fra Manfredo di Parma nel palazzo vescovile di Parma il 18 luglio 1300. Della sua setta molti furono catturati e giustiziati, altri si convertirono confessando i loro errori e facendo abiura in giudizio, altri ancora fuggirono; fra quei fuggiaschi c'era sicuramente Dolcino da Novara. 

Dolcino, figlio illegittimo di un prete spretato, era nato, non sappiamo quando, nella Val d'Ossola, in un paese nei pressi di Novara. Aveva una discreta istruzione di base, conosceva il latino e le sacre scritture. Probabilmente entrò nel movimento del Segarelli intorno al 1290. Nel luglio del 1300 era a Parma dove assistette al rogo di Gherardo, il mese successivo era a Bologna, quindi a Ferrara.
Fu da Ferrara che, infatti, venne inviata a Bologna (al Palazzo Comunale) una lettera-manifesto, con la quale Dolcino si autonominava capo indiscusso del movimento apostolico, che era stato tutt'altro che stroncato dalla dura repressione del '99. Il contenuto di quella lettera si trova in parte nell'opera dell'inquisitore domenicano Bernardo Gui, "Sulla setta di coloro che dicono di appartenere all'ordine degli Apostolici". La prima impressione è che con Dolcino il movimento apostolico faccia un notevole salto di qualità. E' vero che Segarelli non lasciò nulla di scritto (anche perché illetterato), ma comunque la dottrina del Segarelli ci appare ricolma di suggestioni mistiche e poverissima di fondamenti ideologici.

Dolcino era in aperta polemica anche con gli ordini mendicanti, sia i francescani che i domenicani, a causa dei loro numerosi possedimenti in cui raccoglievano i frutti delle questue, "mentre noi" continuava Dolcino, " non abbiamo case né dobbiamo portare con noi i frutti delle questue, e per questo la nostra vita è migliore e definitiva medicina per tutti". Questa presunzione di perfezione e santità gli viene dalla sua vicinanza con una dottrina condannata nel 1215 come eretica, quella di Amalrico di Bene. Gli "amalriciani" credevano di vivere agli inizi di una nuova era, l'età dello Spirito Santo dopo le precedenti età del Padre e del Figlio. Presso gli "amalriciani", inoltre, avevano una gran suggestione le leggende sull'Imperatore degli ultimi giorni e sull'avvento e la disfatta dell'Anticristo, i cui servi erano il Papa e i cardinali.

Al termine della sua lettera Dolcino riprende questa profezia e la interpreta a modo suo: "Papa Bonifacio VIII e tutti i cardinali e i chierici saranno sterminati dalla spada divina di un nuovo imperatore e da nuovi re da lui creati, e così essi saranno uccisi ed eliminati da tutta la terra. Il nuovo imperatore e quei nuovi re da lui nominati rimarranno fino alla venuta dell'Anticristo, il quale in quei giorni apparirà e regnerà" Le antiche profezie contenute nell'Apocalisse, opportunamente interpretate da Dolcino, avevano previsto nel 1304 l'avvento di un papa buono dopo uno malvagio. Codesto papa buono sarebbe stato lui stesso: egli non sarebbe stato eletto dai cardinali, (in quanto anche i cardinali saranno sterminati dal nuovo imperatore) ma da Dio stesso.
Dolcino, diceva infine, che nell'anno ancora successivo, cioè nel 1305, il nuovo imperatore avrebbe fatto strage completa di tutti i chierici, monaci e monache, frati minori ed eremitani. Tutto questo, concludeva Dolcino gli era stato rivelato da Dio in persona, il quale gli aveva assicurato con certezza che alla fine di quel triennio sconvolgente tutti gli uomini dediti alle cose spirituali si sarebbero uniti agli "apostolici" e avrebbero ricevuto la grazia dello Spirito Santo. Così la Chiesa sarebbe stata finalmente purificata e rinnovata dopo tanti secoli di corruzione e vergogna. Dopo la lettera Dolcino fece perdere le sue tracce; si hanno scarsissime notizie dei suoi movimenti fino al 1303. La sua presenza venne segnalata a Bologna e quindi a Ferrara; intanto da Firenze e da Bologna gli arrivarono sovvenzioni, in gran parte da famiglie del contado, così come le adesioni all'"ordine" giunsero maggiormente dagli emarginati.

Nel 1303 Dolcino e il suo comitato direttivo si trasferì in Trentino, in quanto molti suoi seguaci erano già stati arrestati nell'area bolognese. Qui il novarese conobbe Margherita di Trento detta "la bella", che rimarrà accanto all'eresiarca fino al supplizio finale. In quello stesso anno l'odiato Bonifacio VIII subì la più grande umiliazione mai subita da un pontefice da parte dell'autorità laica. Il papa entrato in conflitto col re Filippo IV di Francia, il quale non era disposto più a tollerare l'ingerenza della Chiesa negli affari di stato e respingeva il principio di assoluta supremazia del papa sulle cose temporali, principio proclamato nella bolla Unam Sanctam del 1302. Il re di Francia, con l'aiuto di Sciarra Colonna, fece arrestare il Papa. Bonifacio, sconvolto dall'affronto subìto, moriva appena un mese dopo, l'11 ottobre 1303.

Per molti eretici sembrò quindi giunto il momento della riscossa. Il comitato direttivo della congregazione apostolica guidata da Dolcino era formato da circa cento membri, ma si contava che gli adepti alla setta fossero più di quattromila. Inoltre, la disperazione del perseguitato produceva un'esaltazione e un'autodivinazione tipiche della dottrina del "Libero Spirito", i cui fanatici ritenevano di aver acquisito prodigiosi poteri (tra cui la profezia e la conoscenza di tutto ciò che è presente in cielo e in terra). 
Nei primi mesi del 1304, Dolcino si trasferì dal Trentino verso il Piemonte, attestandosi in Valsesia con tremila uomini. Pare, che alcune forze ghibelline gli abbiano fatto pervenire armi e sostegni finanziari: non un fatto strano, soprattutto in quanto al centro dell'ideologia apocalittica dell'eresiarca c'è la figura di Federico di Sicilia, erede degli Svevi, che quale "Imperatore" avrebbe dovuto eliminare il papa e il clero corrotto. I dolciniani rimasero qualche tempo fra Gattinara e Serravalle e altri villaggi nella diocesi di Vercelli, spostandosi poi per motivi di sicurezza da un villaggio all'altro. Entrarono quindi nella diocesi di Novara, tra Campertogno, Varallo e Balma.

Si deve notare che durante tutto il loro peregrinare, i dolciniani furono guardati con simpatia, aiutati e protetti dalle popolazioni locali. Certamente ora, Dolcino era stato localizzato e risultava vano continuare a fuggire, quindi il frate decise di fermarsi su un monte che sovrasta i villaggi del novarese, monte denominato Parete Calva. Lì il novarese iniziò la sua resistenza con centinaia di uomini e donne. Sulla parete del monte i dolciniani costruirono rifugi e case e riuscirono a respingere più volte le pattuglie armate inviate dalle autorità locali (facendo addirittura prigioniero il podestà di Varallo).
L'anonimo autore della Storia di fra' Dolcino eresiarca (Historia fratris Dulcini heresiarche), ci racconta che dalla Parete Calva gli uomini scendevano a valle per commettere ogni sorta di crimini, infatti, Dolcino durante la sua predicazione in Valsesia aveva più volte affermato che rubare, catturare uomini per averne il riscatto e commettere altri crimini del genere non era peccato, perché lui e i suoi seguaci erano più perfetti e santi che qualsiasi altro uomo di chiesa, ed era quindi giusto che si difendessero con questi mezzi dalla malvagia persecuzione attuata nei loro confronti e facessero così trionfare la loro santità di vita. Poco per volta, venne così rivelandosi la "filosofia" della setta, che anche dopo la scomparsa del frate novarese ebbe addirittura una diffusione di carattere europeo, con una particolare affermazione in Germania.

Nell'inverno tra il 1305 e il 1306, Dolcino inviò la sua terza e ultima lettera, in cui si annunciò come imminente la venuta dell'Anticristo e in cui profetizzò che lui e i suoi seguaci sarebbero stati portati in paradiso davanti ai patriarchi Enoch ed Elia per scampare alla persecuzione dell'Anticristo. Subito dopo questa lettera, Dolcino lasciò il novarese e dopo un'epica marcia verso i monti ricoperti di neve, giunse, il 10 marzo 1306, nel vercellese, presso Trivero, e s'insediò sul monte Zebello che da quel momento fu detto Rubello o Rebello, in quanto se n'erano impadroniti i ribelli.
Da qui i dolciniani si scagliarono sui villaggi sotto di loro per procurarsi da vivere commettendo rapine e delitti di ogni genere. Quindi costruirono una fortezza sul monte, scavarono un pozzo, raggiungibile dalla fortezza per ottenere acqua in caso di assedio. Cominciò la loro resistenza senza speranza: gli scontri erano continui e i ribelli più volte si ridussero ad un tale stato di inedia da mangiare carne di topo, di cavallo, di cane, e fieno cotto col sego.

 A questo punto il vescovo di Vercelli dispose un esercito di uomini scelti a presidiare i dolciniani.
Nel frattempo Papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII, il 7 settembre 1306 inviò lettere al nobiluomo Ludovico di Savoia, agli inquisitori, ai domenicani e all'arcivescovo di Lombardia: "Abbiamo appreso, non senza grande amarezza, in che modo la nequizia di quel figlio di Satana di nome Dolcino si sia diffusa in Lombardia , al punto che costui, ergendosi contro la Santa Chiesa e la fede cattolica, abbandonata la via della salvezza, inabissatosi nell'errore, non solo precipita se stesso nella Gehenna, ma molti trascina con sé con le parole e con l'esempio e gli errori suoi hanno traviato, ahimé, molti uomini. Allo sterminio dei suoi errori, che l'Anticristo nemico del genere umano si sforza di diffondere in quei territori, bisogna far fronte rincuorando i fedele e allontanando dall'ovile le pecore infette, perché non appestino le sane".

 Queste lettere non facevano altro che incitare il clero e la nobiltà Lombardo-Piemontese a combattere l'"Anticristo"; una vera e propria crociata contro Dolcino, infatti, il Papa concedette l'indulgenza plenaria da ogni peccato a chiunque avesse preso le armi per annientare i ribelli. Il Vescovo di Vercelli, capo della spedizione militare, fece costruire cinque bastioni sulle pendici del monte Rebello. L'esercito ormai controllava ogni via di fuga; agli assediati quindi non poteva più giungere alcun tipo di aiuto o rifornimento.
Dolcino e i suoi caddero in tali ristrettezze da essere costretti a mangiare radici, erbe, foglie e addirittura carne umana, cioè quella degli uomini che morivano per le ferite ricevute nei combattimenti o per gli stenti. Si andò avanti così per tutto l'inverno tra il 1306 e il 1307. 

Avvicinandosi la primavera, il 13 marzo (giovedì santo) 1307, il vescovo decise di sferrare un potentissimo attacco con tutti gli uomini a disposizione. Gli assalitori sfondarono il fortilizio, e i ribelli vennero uccisi a centinaia e gettati in un corso d'acqua che divenne rosso di sangue. Fra Dolcino, Margherita "la bella" e il luogotenente Longino di Bergamo furono presi vivi mentre cercavano di sfuggire per i monti sopra Trivero. Il sabato santo vennero tradotti a Biella, ove il Papa inviò per loro una sentenza di morte.
Il 1° giugno 1307, Margherita di Trento fu legata a una colonna, sulla riva del Cervo, nei pressi di Biella, e lì bruciata viva sotto gli occhi di Dolcino. Subito dopo vennero giustiziati Dolcino e Longino, il primo a Biella il secondo a Vercelli. Posto su un carro con piedi e mani legate, ben in alto, in modo che tutti potessero vederlo, Dolcino venne fatto sfilare per le vie della città. Sopra quel carro, alcuni uomini ficcavano delle tenaglie dentro un grande bacile contenente tizzoni ardenti, e con le stesse strappavano pezzi di carne allo sciagurato. 
Durante quella lunga e straziante tortura, Dolcino non si fece sfuggire né un grido né un lamento: solo quando gli strapparono il pene, emise come un mugolio con un'evidente smorfia di dolore. Quando fu messo al rogo era ormai in fin di vita.
In punto di morte i carnefici lo invitarono al pentimento prima di giungere al cospetto di Dio, ma con fermezza l'uomo con un filo di voce mormorò che entro tre giorni sarebbe resuscitato. Quindi il fuoco lo avvolse e lo ridusse in cenere. Dolcino divenne poi nei secoli seguenti un personaggio leggendario, tanto che i seguaci di Nietzsche lo esaltavano, quale incarnazione del superuomo che disprezza la mediocrità generale e dimostra questa concezione con un atto di coraggio individuale.

Il 6 aprile del 1907 un giornale biellese, di ispirazione socialista, scriveva: "Il nome di fra Dolcino, di quell'anima eroica che, in tempi di pieno, barbarico dominio della Chiesa, ebbe il coraggio di insorgere contro la superstizione, il dispotismo e le nefandezze cattoliche e che come tutti i precursori del libero pensiero vissuti nei tempi tenebrosi del governo papale scontò con l'estremo supplizio il suo amor di libertà, nella rievocazione delle più sacre memorie, balza fuori a vita novella".

di THOMAS MOLTENI

Bibliografia
I servi dell'anticristo, dissidenti ed eretici nell'Italia medievale, di Francesco Ereddia - Ed. Mursia, Milano 1986.
Eretici ed eresie medievali, di Grado Giovanni Merlo - Ed. il Mulino, Bologna 1990.
Eretici e inquisitori nella società piemontese del Trecento, di Grado Giovanni Merlo - Ed. Claudiana, Torino 1977.

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di Storia in Network

LA STORIA DI
FRA' DOLCINO

di Simonetta (Simi)

Prologo

La sconfitta dell'eresia catara non significò la fine della lotta contro le eresie: in molti si operarono per un ritorno alla purezza e alla vita semplice descritte nei vangeli.

I casi di Pietro Valdo, Gioacchino da Fiore, Savonarola, sono solo i più conosciuti della grande folla di personaggi che popolarono questo tratto di storia: il monaco Enrico, Pietro di Bruis, Arnaldo da Brescia, Ugo Speroni, Giovanni di Ronco e Gerardo Segarelli. Quest'ultimo fu il fondatore del movimento Apostolico che ebbe come protagonista, nei suoi ultimi anni, fra' Dolcino da Novara.

La storia comincia infatti prima di fra Dolcino, a Parma. Nel 1294 quattro persone salirono al rogo in quanto eretici dell'Ordine degli Apostoli.

Il loro capo, Gerardo Segarelli, venne invece condannato al carcere perpetuo. Egli aveva ricevuto un trattamento diverso, di favore si può dire, perché era allora sulla cattedra vescovile Obizzo Sanvitali il quale aveva conosciuto bene il Segarelli e forse, per questo motivo, non se l'era sentita di mandarlo al rogo. Condanna che venne poi eseguita, nel 1300, dal frate domenicano Manfredo, quando il Sanvitali fu sostituito ed inviato alla cattedra di Ravenna.

La considerazione per l' esperienza religiosa di Gerardo era mutata col tempo: dalla piena ortodossia degli inizi era cambiata in eresia a causa delle scelte operate dai vertici ecclesiastici.

Egli invitava i suoi discepoli a farsi simili agli Apostoli e volle che i suoi percorressero il mondo come poveri mendicanti vivendo solo di elemosine.

Furono accusati di non riconoscere più l'autorità dei sacerdoti, la celebrazione della messa, la confessione, e di vagabondare nell'ozio.

Gerardo chiese di essere ammesso nell'ordine dei Minori, ma i francescani non lo accettarono. Vestito con un mantello bianco sopra una tunica bianca e coi capelli lunghi, acquistò presso i semplici fama di santità.

Si macchiò di eresia, eppure molti lo seguirono, non solo contadini, ma anche gente di città, iscritti alle arti, e Gerardo li faceva denudare affinché nudi seguissero Cristo nudo, e li mandava per il mondo a predicare. Vivevano all'aperto, talora salivano sui pulpiti delle chiese interrompendo l'assemblea del popolo e cacciandone i predicatori.

Si dicevano eredi della dottrina di Gioacchino da Fiore, in realtà la usarono per giustificare le loro follie. Asserivano che anche le donne potessero predicare, come fecero molti altri eretici. E non conoscevano più alcuna differenza tra celibi e sposati, ne alcun voto fu più considerato perpetuo.

La svolta decisiva fu determinata dalla decisione del Concilio di Lione del 1274: le disposizioni emanate durante il Concilio miravano ad interrompere il proliferare di ordini religiosi, specialmente Mendicanti, sanzionando allo stesso tempo l'eminente funzione e posizione ecclesiastica di Predicatori e Minori. L'assemblea di Lione proibiva la costituzione di qualsiasi nuova religione e imponeva che gli ordini sorti dopo il 1215 bloccassero lo sviluppo e la fondazione di nuove sedi.

Il Segarelli e i suoi seguaci non accettarono di conformarsi a tale normativa. L'atto fu interpretato come segno di tendenza all'eresia e poco dopo venne avviato il processo di ereticazione.

Nel 1286 Onorio IV emanò la bolla Olim felicis recordationis che imponeva alle autorità ecclesiastiche di ricercare i membri dell'Ordine degli Apostoli obbligandoli a deporre l'abito o ad entrare in un ordine riconosciuto, altrimenti sarebbero stati rinchiusi in carcere.

Dopo quattro anni Niccolò IV ribadì il provvedimento, stabilendo che la facoltà di giudizio spettasse agli inquisitori. Nel 1296 Bonifacio VIII ribadiva più o meno le stesse cose. Gli interventi pontifici, volti a rendere operante il Canone lionese, trasformarono le ragioni disciplinari in motivi dottrinali: coloro che avevano disobbedito alle norme ecclesiastiche furono proiettati nell'eterodossia.

I motivi di tanto accanimento contro coloro che intendevano seguire la vita apostolica possono essere chiariti dal Magnus tractatus che il francescano Salimbene de Adam dedicò a Gerardo Segarelli.

Questa fonte aiuta anche a conoscere gli inizi e gli sviluppi della storia degli Apostolici, anche se non rappresenta il resoconto della vicenda, ma un'interpretazione a posteriori, volutamente aderente alla decisione del Canone lionese: decisione alla quale gli Apostolici non si erano adeguati, entrando in concorrenza con i Mendicanti.

L'esperienza del Segarelli fu percepita come inconciliabile con l'universo religioso-culturale che il frate cronista aveva scelto. Era in gioco la questione di chi fossero i veri Mendicanti. Il frate definisce gli Apostolici come ribaldi, stolti, come potevano pretendere di annunciare il vangelo e di mettersi allo stesso livello di Minori e Predicatori?

Il Salimbene però non riesce comunque ad occultare taluni aspetti positivi dell'esperienza religiosa degli Apostolici. Essi infatti, essendo incerti sulla fisionomia istituzionale da assumere, si erano rivolti al magister Alberto di Parma. C'era stato quindi un tempo in cui essi non erano ribaldi e stolti se un protonotario della sede pontificia si era occupato di loro.

Inoltre, che gli Apostolici conobbero un certo successo è provato dal fatto che i cittadini di Parma li beneficiavano più ampiamente rispetto a Minori e Predicatori.

Il successo impose problemi organizzativi: il Segarelli in coerenza con la convinzione evangelica che ognuno era responsabile delle sue azioni, rifiutò sempre di tradurre la sua posizione di prestigio in una funzione di comando istituzionale.

Subentrarono allora contrasti e tensioni nella nuova formazione religiosa. Si era intorno agli anni del secondo Concilio lionese.

Obizzo Sanvitali decise allora di espellere gli apostolici dalla sua diocesi, gli stessi che egli aveva a lungo favorito a motivo di frate Gerardo.

La leggenda

"E cosa c'entra con queste cose fra' Dolcino?" "C'entra, e questo ti dice come l'eresia sopravviva alla distruzione stessa degli eretici." (da: "Il nome della rosa"- U. Eco)


Dolcino era il figlio illegittimo di un sacerdote che viveva nella diocesi di Novara. Era un giovane d'ingegno acutissimo e fu educato alle lettere. Dopo averlo derubato, fuggì verso la città di Trento.
Lì riprese la predicazione di Gerardo, in modo anche più ereticale, asserendo di essere l'unico vero apostolo di Dio e che ogni cosa doveva essere comune nell'amore.
Non sapppiamo come fosse venuto a conoscenza delle dottrine degli Apostolici. Forse passando da Parma udì Gerardo predicare. Si sa comunque che si mantenne in contatto con gli eretici bolognesi dopo la morte del Segarelli.
A Trento sedusse una fanciulla bellissima e di nobile famiglia, Margherita. Il vescovo lo cacciò dalla diocesi, ma ormai Dolcino aveva raccolto più di mille seguaci, e iniziò una lunga marcia che lo ricondusse nei paesi dove era nato.
Lungo il cammino gli si univano altri illusi, sedotti dalle sue parole, e forse anche molti eretici Valdesi che abitavano le montagne da cui passava.

Giunto nel novarese Dolcino trovò un ambiente favorevole alla sua rivolta, perché i vassalli che governavano il paese di Gattinara a nome del vescovo di Vercelli, erano stati cacciati dalla popolazione, che accolse quindi i banditi di Dolcino come buoni alleati. Cosa avevano fatto i vassalli del vescovo non è dato sapere, ma questo dimostra come l'eresia, in molti casi, si sposi alla rivolta contro i signori.
C'era una lotta tra famiglie nella città di Vercelli. Gli pseudo Apostoli ne approfittarono, e, viceversa, queste famiglie si avvalsero del disordine apportato dagli pseudo Apostoli.
I signori feudali arruolavano avventuneri per rapinare i cittadini, e i cittadini chiedevano la protezione del vescovo di Novara.

Non si sa con chi si fosse schierato Dolcino, molto probabilmente faceva parte per se stesso e si era inserito in tutte queste dispute per avere l' occasione di predicare la lotta contro la proprietà altrui in nome della povertà.
Dolcino si accampò coi suoi, che ormai erano tremila, su un monte vicino a Novara, detto della Parete Calva, una rocca inespugnabile per la sua stessa struttura naturale: situata a 1600 metri di altezza, la montagna dominava la confluenza di Sesia e Sorba e la si poteva raggiungere agilmente solo da Campertongo.
Dolcino e i compagni vi giunsero nell'estate del 1305.
Di lì inviava lettere ai suoi fedeli, in cui esponeva le sue teorie eretiche. Scriveva che il loro ideale era la povertà e che lui e i suoi non erano legati da alcun vincolo di obbedienza esteriore, e che lui, Dolcino, era stato mandato da Dio per dissigillare le profezie e capire le scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento.

II contenuto delle "profezie" veniva spiegato nella lettera che Dolcino scrisse 1300, contemporanea alla morte sul rogo del fondatore degli Apostolici, Gerardo Segarelli.
In essa egli distingueva quattro età della vita del popolo di Dio. La prima, era quella dell'antico testamento, dei patriarchi e dei profeti, prima della venuta di Cristo, in cui il matrimonio era buono perché la gente si doveva moltiplicare.
La seconda, l'età di Cristo e degli Apostoli, era stata l'epoca della santità e della castità. Poi era venuta la terza, in cui i pontefici avevano dovuto accettare le ricchezze terrene per poter governare il popolo, ma quando gli uomini avevano cominciato ad allontanarsi dall'amore di Dio era giunto San Benedetto, che aveva parlato contro ogni possesso temporale.

Quando poi anche i monaci di Benedetto erano tornati ad accumulare ricchezze, erano arrivati i frati di San Francesco e di San Domenico, ancora più severi di Benedetto nel predicare contro il dominio e la ricchezza terrena.
Giunti alla fine della terza età occorreva convertirsi agli insegnamenti degli Apostoli. Dolcino asseriva che per porre fine a questa terza età della corruzione, occorreva che tutti i chierici, i monaci e i frati morissero di morte crudelissima. Che tutti coloro che facevano parte degli ordini dei Predicatori e dei Minori e gli eremiti, avrebbero dovuto essere sterminati, compreso papa Bonifacio VIII.

Dolcino annunciava che il tempo della schiavitù sotto la Chiesa infedele a Dio e fedele ai poteri terreni, stava per finire; colui che avrebbe portato a termine la distruzione del vecchio mondo sarebbe stato Federico III d'Aragona.
Dopo ciò, sarebbe cominciato un tempo di pace universale, con l'elezione di un papa santo, vera guida per tutti gli uomini che volevano seguire lo Spirito di Dio. Nel frattempo, a causa della persecuzione della falsa Chiesa, era necessario che gli Apostolici vivessero in clandestinità.
La lettera di Dolcino era destinata ad ottenere immediatamente una popolarità straordinaria, ancor più incredibile se fu veramente il primo atto pubblico del predicatore.
Probabilmente, Dolcino aveva costruito già in passato la propria fama, proprio in quella clandestinità cui ora invitava a vivere i suoi seguaci: egli percepì il momento di crisi del movimento fondato dal Segarelli e decise di uscire allo scoperto, proponendosi come nuovo capo dottrinale ed organizzativo della setta.

Nel 1303, scrisse una seconda lettera. Se il primo documento aveva un tono profetico (si trattava di ridare linfa ad un movimento che aveva da poco perso il proprio fondatore), in questa seconda lettera gli intenti erano chiaramente mutati.
Occorreva ribadire le profezie e soprattutto spiegare perché non si erano ancora avverate; ma occorreva anche dare un'organizzazione al movimento.
Dolcino configurò l'Ordine degli Apostolici come una vera e propria gerarchia, fondata su un'obbedienza interiore e spirituale, diversamente da quella della Chiesa ufficiale, che era soprattutto un'obbedienza esteriore (e quindi falsa). Nominò, inoltre, come suoi luogotenenti, Margherita, Longino da Bergamo, Federico da Novara, Alberto Carentino e Valderico da Brescia.

Non occorre aggiungere come questa premessa conducesse facilmente alla dichiarazione di assoluta libertà dai precetti esteriori che venivano dal papa e dalla sottomissione al Santo Uffizio dell'Inquisizione.
L'obbedienza interiore era, naturalmente, obbedienza a Dolcino stesso: questo culto personale spiega anche l'incredibile fedeltà degli Apostolici alla persona del loro profeta; una fedeltà, che si spinse sino alla morte.
Nella lettera Dolcino vaneggiava su una sequenza di papi venturi, due buoni, il primo e l'ultimo, due cattivi, il secondo e il terzo. Il primo era Celestino, il secondo Bonifacio VIII. Il terzo papa non era nominato. Il quarto papa era ancora sconosciuto, e avrebbe dovuto essere il papa santo, il papa angelico di cui parlava l'abate Gioacchino.
Avrebbe dovuto essere eletto da Dio e allora Dolcino e tutti i suoi (che a quel punto erano già quattromila) avrebbero ricevuto insieme la grazia dello Spirito Santo e la chiesa ne sarebbe stata rinnovata sino alla fine del mondo. Ma nei tre anni che precedevano la sua venuta avrebbe dovuto essere consumato tutto il male. E Dolcino cercò di attuare questo disegno portando la guerra ovunque.

Dolcino dovette scrutare le proprie truppe in quei giorni: uomini e donne giunti da tanto lontano, armati solo della forza della propria fede e della speranza nella sua parola. Guardandoli comprese che la verità {quella che lui pensava verità) non poteva più bastare a sopravvivere: il povero credente doveva ormai prendere le armi, difendere gli ultimi luoghi della propria esistenza, doveva sopravvivere per non essere dimenticato. Monte Parete Calva divenne il "forte della speranza".
L'Inquisizione era stata giocata. Gli Apostolici erano irraggiungibili. Ma non avevano fatto i conti con altri due potenti nemici: l'inverno alpino e l'indifferenza della gente. Gli abitanti della Valsesia, infatti, per paura o per scelta, non ci è dato sapere, si mantennero neutrali e la loro mancata assistenza agli arroccati, produsse, con la venuta dell'inverno, la tragedia del freddo e della fame.

Dolcino armò i suoi. Si diresse verso le valli. Saccheggiò le città. Rubò cibo e denaro. Rapì ostaggi. Uccise a tradimento. La guerra era cominciata. Gli avversari non poterono fare altro che tendere, a loro volta, agguati agli eretici che scendevano dal monte ed a quelli che, dalla valle, tentavano di raggiungerli. 
Fu una vera e propria guerriglia, quella che prese corpo in quei giorni e che portò il nome sacro di crociata.
I crociati colpirono, da parte loro, tutti quelli che, a valle, erano sospettati di nutrire ed aiutare gli eretici. Il freddo cresceva a dismisura: l'acqua dei torrenti si ghiacciava; i più' deboli si ammalavano e morivano; nonostante le razzie il cibo mancava: troppi erano saliti a Monte Parete Calva e molti di costoro erano donne e bambini inabili alla guerra.
I ponti che collegavano alla valle si spezzavano per il ghiaccio; i compagni di Dolcino giunsero a scavare sotto la neve per raggiungere le radici di cui nutrirsi; la carne era terminata da un tempo che sembrava eterno; non c'erano più cavalli, ne il loro fieno, divorati dall'inedia prima che dalle bocche degli uomini. Non c'erano più neppure i topi, su Parete Calva.
Infine, Dolcino decise di partire.

Ma dove andare? Scendere seguendo il corso del Sesia significava cadere facilmente tra le braccia aperte delle truppe inquisitoriali di Novara; dirigersi verso i ghiacciai di Alagna sarebbe stato, probabilmente, un rischio troppo grande... con quale esito, poi? come li avrebbero accolti in Savoia?
La speranza era il territorio di Vercelli, dove la presenza catara era ancora abbastanza forte e dove pochi anni prima il rogo di una donna considerata eretica aveva prodotto tumulti popolari. Ma anche Vercelli ultimamente era mutata. Mutato il vescovo e cacciata la fazione ghibellina: nuova politica civile ed ecclesiastica. Anche questa via era, quindi, rischiosa, ma qualcosa occorreva fare. Forse rischiare di passare per Vercelli, ma dirigendosi a Biella.

La decisione, infine, era presa. La primavera del 1306 vide muoversi le fila dei sopravvissuti, che avevano abbandonato alla morte i più deboli: di notte, nel silenzio che accompagna ogni esilio, gli eretici partirono alla volta delle prealpi biellesi. Era il 9 di marzo.
Percorsero vie che il cronista definì "inexcogitabiles", vennero superati "grandi monti", attraversati "luoghi impervi e ghiacciai altissimi".
Alle spalle essi potevano quasi percepire la maledizione della gente, di quella stessa gente che, pochi mesi prima, ne ammirava il coraggio, la predicazione e la povertà. La carità di un tempo si era trasformata in odio.
Dolcino, come un cane rabbioso, piombò nella regione del monte Rubello. Il 10 marzo vi si insediò. Vi costruì un forte. Dal monte ruggiva nella valle la sua presenza, scagliandosi subito su Trivero, colpendo la regione con saccheggi e devastazioni, ma, soprattutto, lanciando la sua sfida definitiva: era sfuggito ancora una volta, nonostante tutto, agli eserciti crociati. Ora la fuga di fronte al persecutore si era trasformata in sfida a viso aperto.
I documenti di parte cattolica descrissero compiutamente questa sfida, affermando:

"Dolcino, assediato da tutti i Lombardi per comandamento della Chiesa".

Le costruzioni del monte Rubello, d'altronde, erano segnate dalla definitività di chi aveva deciso che l'ultima fuga era già data. Le abitazioni presero, man mano, l'aspetto di case che non si voleva più abbandonare. Venne scavato un pozzo, una galleria sotterranea. Le vette limitrofe ebbero i loro piccoli fortilizi di difesa.
A quel punto entrò ìn gioco il protagonista finale: Raniero Avogadro, vescovo di Vercelli dal 9 agosto del 1303, campione della fede contro l'eresia, il "noarese" dantesco.

Raniero incarnava il vero esempio del vescovo antieretico: dopo aver trascorso pressoché l'intera esistenza tra le mura della chiesa di Sant'Eusebio, ritornò ad essere un condottiero di milizie da vecchio, per difendere gli interessi della fede ed i possedimenti terrieri.
Egli decise l'assedio e guidò personalmente le forze comunali ed inquisitoriali. Il monte Rubello venne circondato da posti di blocco che sbarravano ogni via di fuga. Inoltre, Raniero fece appello a Roma, al papa, che a sua volta invitava gli inquisitori di Lombardia, l'arcivescovo di Milano ed il duca di Savoia a sterminare gli eretici, a concludere, infine, quella vicenda.
Il primo scontro avvenne a Mosso, dove la milizia inviata dall'Avogadro fu sorpresa e catturata dai dolciniani, che, come "cani maledetti" ed alla "maniera dei demoni", scesero dalla montagna e fecero irruzione nel mezzo della truppa.
Nuovamente giunse l'inverno e con esso si ripresentava lo spettro della fame, se possibile in modo ancor più violento che durante il soggiorno in Valsesia. La fame che colpì Dolcino e seguaci diventò il segno distintivo della loro esperienza eretica, cantato da Dante, ricordato da tutti i documenti dell'epoca.
L'apocalisse sognata dal predicatore Apostolico assunse un volto ben diverso da quello profetizzato, mentre il monte Sion agognato somigliava ormai più alla valle di Giosafat.
Non c'era più carne da mangiare, neppure quella degli animali. Gli assediati cominciarono a nutrirsi succhiando l'ultima linfa delle pelli e delle ossa. Radici, erbe e foglie furono consumate, finché si giunse all'estrema conseguenza: nutrirsi della carne dei compagni morti.

Era la beffa del destino. Coloro che credevano nella povertà, che avevano avuto l'animo di lottare contro la Chiesa corrotta, dovettero cedere di fronte alla più elementare istanza primaria: la fame.
Alla fine i ribelli furono costretti alla resa, Dolcino e i suoi furono catturati. Nel marzo del 1307, il sabato santo, Dolcino, Margherita e Longino, infine presi, furono condotti nella città di Biella e consegnati al vescovo, che attendeva la decisione del papa.
Il papa, nell' apprendere la notizia la trasmise immediatamente al re di Francia Filippo, scrivendo:
"Ci sono giunte notizie graditissime, feconde di gioia ed esultanza, perché quel demone pestifero, figlio di Belial e orrendissimo eresiarca Dolcino, dopo lunghi pericoli, fatiche, stragi e frequenti interventi, finalmente coi suoi seguaci è prigioniero nelle nostre carceri, per opera del nostro venerabile fratello Raniero, vescovo di Vercelli, catturato nel giorno della santa cena del Signore, e la numerosa gente che era con lui, infettata dal contagio, fu uccisa quel giorno stesso."

Il papa fu spietato nei confronti dei prigionieri e comandò al vescovo di metterli a morte. Nel luglio dello stesso anno, il primo giorno del mese, gli eretici furono consegnati al braccio secolare.
Mentre le campane della città suonavano a stormo, furono messi su un carro, circondati dai carnefici, seguiti dalla milizia, che percorse tutta la città, mentre a ogni cantone con tenaglie infuocate si laceravano le carni dei rei.
Margherita fu bruciata per prima, davanti a Dolcino, il quale non mosse muscolo del volto, così come non aveva emesso un lamento quando le tenaglie gli mordevano le membra. Poi il carro continuò la sua strada, mentre i carnefici infilavano i loro ferri in vasi pieni di braci ardenti.
Dolcino subì altri tormenti e restò sempre muto, salvo quando gli amputarono il naso, perché si strinse un poco nelle spalle. Quando gli strapparono il membro virile lanciò solo un lungo sospiro, come un mugolio.
Le ultime cose che disse suonarono a impenitenza e avvertì che sarebbe resuscitato il terzo giorno. Poi fu bruciato e le sue ceneri furono disperse al vento.

La storia

Il caso di fra' Dolcino aiuta a comprendere meglio uno dei percorsi atipici dell'indagine inquisitoriale la quale non si trovò di fronte ad un povero perseguitato, ma ad un vero e proprio condottiero, capace di trasformare il proprio credo eretico in milizia.
E di vera guerra dovette trattarsi poiché il tribunale inquisitoriale non era più lo stesso che aveva affrontato, ai suoi albori, il problema cataro: l'Inquisizione, al tempo dell'eresia dolciniana, era ormai strutturata per intervenire su tutto il territorio della fede.
Di questo frate si sa pochissimo, almeno sino al 1300, data della sua prima lettera scritta in veste di guida del movimento apostolico. Nonostante la scarna biografia, Dolcino resta forse il più famoso eretico dell'intero Medioevo, incarnarnando sia un'immagine di guida religiosa, che quella di comandante di milizie capaci di guerriglie e razzie, che quella di ribelle e precursore delle rivolte contadine.
Al di là del mito, che Dante stesso concorre a produrre,

"Or di' a fra Dolcin dunque che s'armi,
Tu che forse vedrai lo sole in breve,
s'egli non vuol qui tosto seguitarmi.
Sì di vivanda, che stretta di neve
Non rechi la vittoria al Noarese,
Ch'altrimenti acquistar non saria lieve"
(Inferno, Canto XXVIII)

Dolcino sembra voler incarnare, all'inizio della sua direzione degli Apostolici, una figura profetica, sulla scia di quella precedentemente assunta da Gioacchino da Fiore.
Dolcino, in effetti, incarna l'esempio di ogni vero credente: egli è, per primo, l'"homo bonus" che ciascuno deve essere, ma soprattutto, egli è "caput et magister", "maestro e condottiero".
Questa duplice figura dell'uomo è, probabilmente, la ragione della vera e propria devozione che attorno alla sua figura si viene costruendo.

In un primo tempo, come i primi anni del 1300, in cui la necessità di un rinnovamento spirituale si incontra con il bisogno di una figura forte anche dal punto di vista politico, Dolcino è forse l'unico a comprendere con pienezza il bisogno dei propri contemporanei: se la Chiesa ufficiale non è più "maestra" della fede, essa non è più neppure capace di "determinare la storia".
E della storia, Dolcino è un attento lettore. Sempre nella lettera del 1303, eccolo affermare che l'ultimo papa buono fu Celestino V, mentre Bonifacio VIII aveva perduto ogni riferimento a Pietro.
Dopo la seconda lettera di Dolcino, l'Inquisizione si rimette in moto: poiché gli Apostolici ed il loro capo, vivono in clandestinità, bisogna cominciare a colpire coloro che li ospitano, i villaggi che li proteggono, le famiglie che li nascondono.
Le diocesi muovono il loro esercito di segugi: a Padova e Piacenza gli inquisitori francescani vengono rimossi dall'incarico, perché poco efficienti e sostituiti dai domenicani. A Vicenza, Aiulfo colpisce con estrema forza le presenze eretiche, imprigionando molti ed obbligando altri all'esilio: siamo nel 1304 ed i dolciniani del Trentino cominciano il loro esodo, verso la Lombardia ed il Piemonte.
Come nel caso dei Catari, anche per gli Apostolici accade che la persecuzione tenda a renderli più ammirati e venerati, mentre la violenza dell'Inquisizione non gioca certo a favore dei domenicani.
L'eretico, nonostante la persecuzione, continuava a fare adepti, poiché da "caput et magister", e "uomo buono", si stava ormai trasformando in "martire". La tradizione del mito dolciniano avrebbe prodotto anche un passaggio ulteriore: da martire a santo e taumaturgo.

Ma di questa rivalutazione, di "uomo che compie miracoli", Dolcino non avrebbe potuto godere. Il destino di uomo di guerra che lo accompagnerà negli ultimi anni di vita, gli impedirà questa sorta di santificazione popolare.
In realtà, il mito del Dolcino apostolico creato dalla tradizione ha un carattere particolare rispetto alla classica mitologia del "buon eretico". Potremmo affermare che Dolcino è soprattutto il primo eretico moderno, dove la nozione stessa di eresia viene a significare la capacità di lottare contro un ordine prestabilito, anche con le stesse armi di quell'ordine, ma in nome del diritto alla propria libertà.
Se vale la tesi che il tribunale inquisitoriale è, innanzitutto, un tentativo (della Chiesa e del potere civile, con essa) di appropriarsi e delegittimare l'interiorità dell'uomo, Dolcino è il primo a riaffermare che tutto appartiene alla coscienza e che la povertà stessa è l'affermazione della libertà di uno stile di vita.

Questo ribadire la libertà, contro tutto e contro tutti, si esplicita chiaramente nello stile di vita che l'Apostolico perseguitato è obbligato ad addossarsi dopo la ripresa della persecuzione: sempre in viaggio, non può lavorare per sostentarsi; deve, quindi affidarsi alla bontà di chi, nei villaggi, lo voglia ospitare.
Giunge nei luoghi abitati quasi sempre verso sera, affinché non lo vedano in molti. Non potendosi fermare a lungo, trascorre la notte a predicare nelle case dei suoi benefattori presso i quali si radunano i credenti che desiderano ascoltarlo; poiché spesso i benefattori non sono ricchi, va a dormire nelle stalle o nei boschi; spesso, con i compagni, giunge in un villaggio da cui viene subito scacciato, più per la paura della persecuzione, che per mancanza di pietà.
La mattina dopo normalmente ripartono, mentre il rischio della diffamazione colpisce i loro ospiti che, non molto tempo dopo, sono convocati dall'Inquisizione per essere interrogati.
Alcuni riescono a sfuggire al tribunale inquisitoriale, per altri la speranza di cavarsela a buon mercato è remota. Ecco, allora, che nasce un altro mito, quello della "sequela del percorso di Dolcino". Chi riesce a fuggire alle maglie dell'Inquisizione si mette sulle tracce del "maestro", dirigendosi in Piemonte, dove forse si potrà essere al sicuro.

L'Inquisizione, d'altronde, non sta a guardare: presto diviene chiaro l'intendimento di Dolcino e dei suoi seguaci e le strade vengono battute dalla polizia inquisitoriale e vescovile.
Dolcino, intanto, è giunto a Novara fin dal 1304. La sua ritirata verso il Piemonte è determinata dallo stringersi delle maglie dell'Inquisizione, ma assume un significato ulteriore: la strada che percorre è una specie di pellegrinaggio eretico a rovescio. E' la "via Lombardiae" che permise ai Catari prima, ed ai Valdesi poi, di sfuggire alle persecuzioni della Linguadoca.

Ma, al di là dei significati simbolici, è estremamente chiaro che Dolcino sta fuggendo.
Sostenere che già da quel momento egli avesse previsto una specie di via dell'insurrezione, ossia di un percorso pensato per incontrare masse contadine ed incitarle alla rivolta armata, è probabilmente un errore: in quell'anno Dolcino è ancora semplicemente un "caput et magister" perseguitato, che cerca la salvezza per se e per i propri compagni.

La politica è, per Dolcino, il luogo possibile della realizzazione di un utopia, ma della materia politica concreta egli ha avuto soltanto esperienze fallimentari. A Parma non può rimanere perché non c'è più un Obizzo Sanvitali a proteggere come al tempo del Segarelli; a Milano l'Inquisizione è potente; a Novara, probabile luogo di nascita di Dolcino, non c'è una pace serena che permetta di sostare. Soprattutto, a Vercelli, dal 1303, si è insediato il vescovo, terrore degli eretici, Raniero Avogadro.
Dolcino è in fuga, dunque; Dolcino non si può fermare. Egli ha previsto la nascita di una nuova Gerusalemme e di un nuovo monte Sion ove i credenti potranno abitare in pace: nessun luogo civile corrisponde a questa descrizione. Probabilmente è la ricerca di questo luogo che lo spinge a risalire l'Italia.

Dal dicembre 1306 alla fine del marzo seguente si consuma la tragedia degli Apostolici che giungono a primavera senza più forza ne speranza.
A quel punto, il 23 marzo, Raniero decide l'attacco: una sola giornata di battaglia per chiudere un caso che è già durato troppo.
Una giornata in cui le truppe organizzate del vescovo, del duca e dell'Inquisizione, si scontrano con le milizie denutrite, ma spinte dalla disperazione, di Dolcino. Molti cadono per le spade avversarie, molti altri non hanno neppure la gloria di morire in combattimento, trascinati dalla piena del torrente che sfiora il monte e percorre la piana di Stavello. 140 infine i catturati, tra cui Dolcino e la fedele compagna Margherita. Essi dovevano essere presi vivi: l'Inquisizione non poteva lasciarsi sfuggire un'occasione unica per mostrare a tutto il popolo la conclusione della vicenda.

I prigionieri sono condotti a Biella, nelle carceri vescovili.
Dolcino è posto sotto stretti vincoli, come d'uso per gli uomini pericolosi e di cattiva fama. La gestione del processo è quasi disputata tra l'Inquisizione e la giustizia vescovile.
Processare Dolcino fa gola a tutti. Ma si tratta comunque di un processo estremamente veloce, altrettanto veloce quanto la scomparsa della sentenza che lo riguarda. Ciò che è certo è l'avvenuto interrogatorio inquisitoriale. Sul resto rimane il mistero.
Dolcino ha ceduto? ha resistito fino alla morte? Ha rinnegato tutto di fronte ai compagni? il guerriero si è rivelato un vile?
Nelle testimonianze riguardanti la fine di Dolcino si scontrano la persistenza dell'uomo e la sua trasformazione in mito. La sentenza, che non possediamo, è comunque e naturalmente di condanna.

Il 1° giugno 1307, dopo l'arrivo del nullaosta papale, Dolcino è giustiziato a Vercelli.
Ma prima dell'atto definitivo, viene inscenata un'orrenda "via crucis": l'eretico, incatenato mani e piedi, viene fatto salire su un carro. La meta è il rogo, ma le tappe sono ben più terribili.
Passando in mezzo ad una folla di uomini e donne che non gli hanno certo perdonato le scorrerie e la violenza, il carro si ferma varie volte: ad ogni sosta la folla può godere di uno spettacolo che normalmente si svolge nelle segrete delle prigioni, la tortura del condannato.

A Dolcino vengono straziate le carni con tenaglie roventi. Il mito afferma che, in tutto ciò, egli rimase sereno, mentre invitava la sua Margherita a mantenersi integra nei patimenti.
Certo è che lo spettacolo della devastazione del corpo di un eretico (che aveva devastato il corpo della Chiesa) dovette ridurre a pietà anche la folla esacerbata nei suoi confronti.
Ma occorre in questo caso porre l'accento su un aspetto ulteriore: la violenza dei supplizi pubblici fece di Dolcino un martire, lo riconsegnò alla storia come esempio non dell'eretico giustamente punito, ma del precursore ingiustamente devastato.
Colpendo il suo corpo si colpiva un'idea, si riduceva al silenzio una prospettiva, in qualche modo si martirizzava una speranza. Se la condanna del razziatore e del ribelle significava la riaffermazione della pace nelle regioni del Rubello, la tortura pubblica dell'eretico manifestava l'accanimento contro chi aveva cercato, giustamente o ingiustamente non contava più, di rinnovare l'anima del suo tempo.

Brevi cenni biografici dei personaggi citati.

Pietro Valdo: ricco commerciante originario del delfinato, residente a Lione, scoprì la vanità dei beni terreni e, offerte le proprie ricchezze ai poveri, riunì attorno a sè i cattolici decisi a lottare, predicando, contro il lusso del clero. I Valdesi rifiutavano ogni autorità religiosa. Anche se Valdo ottenne il parziale appoggio di papa Innocenzo III, in occasione del Concilio Laterano III (1179), i Valdesi furono scomunicati nel 1182 e condannati come eretici nel 1184. Due anni più tardi, con il nome di Poveri di Lione, vennero inclusi in una generale condanna delle eresie promulgata da papa Lucio III. Ridotto in clandestinità, il movimento fu spinto a radicalizzare le proprie posizioni. Valdo appare come una sorta di Francesco d'Assisi mancato. Un santo mancato per la sua ostinata disobbedienza alle gerarchie ecclesiastiche. Egli viene configurato, più che come eretico, come scismatico, cioè capace di provocare fratture all'interno della Chiesa.

Gioacchino da Fiore: asseriva che all'unità e trinità di Dio corrispondevano l'unità e trinità della storia. I tre stati o condizioni storiche di vita cristiana, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il gioachinismo fu inteso come annuncio di un'età di pace compresa tra la persecuzione e l'annientamento dell'Anticristo e la fine del mondo. Le sue idee esercitarono grande fascino sui Predicatori e sui Minori, che le assunsero per dare giustificazione storico-teologica al loro modo di essere. Ne conseguirono scontri con i maestri dell'università di parigi e la condanna delle proposizioni del monaco calabrese.

Pietro di Bruis: questi i principi della dottrina elaborata da Pietro di Bruis:
1) rifiuto del valore salvifico del battesimo ai bambini;
2) superfluità degli edifici sacri;
3) aborrimento delle croci;
4) inefficacia della celebrazione eucaristica.
L'eresia di Pietro di Bruis stimolò le scelte religiose di un altro eretico: il monaco Enrico.

Il monaco Enrico: figura dal profilo biografico incerto. La sua predicazione attirò l'attenzione di Pietro il Venerabile,(Abate di Cluny 1092ca.-1122. Intervenne nelle principali controversie religiose del suo tempo con spirito critico ed innovatore. Sostenne papa Innocenzo II nello scisma del 1130), che lo riteneva discepolo di Pietro di Bruis. La vicenda di Enrico cominciò verso il 1116 a Le Mans. Si presume che il messaggio di Enrico abbia risvegliato nel popolo tensioni mai sopite e che fosse stata la sua predicazione a scatenare le sollevazioni popolari. Il vescovo cacciò Enrico dalla diocesi. Fu arrestato due volte: la prima nel 1134, la seconda nel 1145. Dopo questo secondo arresto di lui si perse ogni traccia.
Principi del pensiero di Enrico:
1) piena responsabilizzazione di ogni cristiano nel suo rapporto con Dio;
2) il peccato è colpa individuale e non si tramanda;
3) povertà del sacerdozio.

Arnaldo da Brescia: Brescia fine XI secolo - Roma 1155. Trasferitosi in Francia, viene notato da Bernardo di Clairvaux (Fondatore e primo abate di Chiaravalle, dottore della Chiesa. Considerato il padre della mistica occidentale, condannò il razionalismo della scuola di Abelardo) accanto a Pietro Abelardo (Filosofo e teologo francese 1079-1142. Volendo approfondire lo studio della teologia si recò a Laon dove seguì le lezioni di Anselmo, decano del capitolo di quella città. Essendo sorti contrasti con il maestro, ritornò a Parigi dove riprese l'insegnamento della dialettica. In quest'epoca si colloca l'episodio del suo amore per Eloisa. Dopo il dramma della sua evirazione si fece monaco. Il suo trattato De unitate et trinitate divina fu condannato dal concilio di Soissons del 1121. Perseguitato da molti nemici errò finché si stabilì a Saint Gildas, in Bretagna. Durante il concilio di Sens (1140), San Bernardo ottenne contro di lui una nuova condanna, ma Pietro il Venerabile lo accolse nella sua abbazia a Cluny e tentò di riconciliarlo con la Santa Sede. Morì nel silenzio e nella solitudine.), durante il Concilio di Sens. In quell'occasione Bernardo chiese al papa la condanna di Arnaldo alla reclusione monastica. Il legame tra Arnaldo ed Abelardo non è molto chiaro, il loro incontro resta comunque importante perché le riflessioni di Abelardo fornirono il quadro teorico in cui le intuizioni religiose di Arnaldo trovarono conferma. Grazie a papa Eugenio III, Arnaldo poté ritornare a Roma, dove la sua predicazione fu inizialmente ben accolta. Il corso degli eventi costrinse Arnaldo a pensare anche in termini politici, poiché la ribellione antipapale rischiava di interrompersi se Eugenio III avesse stipulato un accordo con l'imperatore Federico I. Il favore dell'inizio cominciava ad affievolirsi a causa del mutato clima politico. Nel 1155 Adriano IV lanciò l'interdetto sulla città di Roma e Arnaldo dovette fuggire. Federico I lo fece catturare e consegnare al papa. Condannato, fu bruciato sul rogo. Le sue proposte religiose furono ben accolte finché fornirono elementi di coesione ai ceti dirigenti romani, ma vennero successivamente respinte e sconfessate quando divennero una minaccia per gli stessi che lo avevano sostenuto.

Ugo Speroni: membro di una famiglia dell'aristocrazia piacentina. La religiosità di Speroni essendo tutta interiorizzata non diede modo al suo messaggio di avere grande diffusione. Sugli speronisti l'unica fonte di informazione è un'anonima summa antiereticale datata ai primi anni del duecento. Dopo l'elenco dei loro principali errori (peccato originale soltanto secondo la carne, salvezza dei buoni anche prima dell'avvento di Cristo), il testo asserisce che discendevano da un giudice piacentino, che comparvero contemporaneamente ai Poveri di Lione, ma che avevano modi di vita opposti, perché i Poveri di Lione vivevano di elemosine e senza proprietà, mentre gli speronisti avevano possedimenti e permanevano nel matrimonio. Gli speronisti non seguivano nessuna forma di vita religiosa. Lo speronismo era soprattutto adesione all'orizzonte concettuale di Ugo Speroni, un orizzonte che non comportava una scelta di tipo missionario. La coscienza che ciò che contava era la grazia divina con i suoi disegni imperscrutabili, si coniugava con l'esigenza intellettuale di eliminare le irrazionalità che gli uomini avevano contrapposto al messaggio cristiano. Le irrazionalità dipendevano in gran parte dalla volontà di dominio della chiesa. Speroni aveva teorizzato la non evangelicità della distinzione tra chierici e laici, che egli equiparava alla distinzione tra padroni e schiavi, sulla base della convinzione che per mezzo del battesimo i chierici con i laici sono un'unica cosa nel Cristo. Speroni fu accusato di filosofeggiare, accusa con un fondo di verità. Speroni aveva spinto l'uso dell'intelligenza in campi in cui era insolito che si avventurassero uomini di governo. Egli si fa chierico non in quanto pretenda di sostituirsi al sacerdozio, ma in quanto intellettuale. La mediazione di un clero indegno aveva corrotto il messaggio cristiano, messaggio che Speroni aveva riscoperto nella sua genuinità, non attraverso il modello di vita apostolica, ma con l'uso della propria intelligenza ed è questo che lo distingue dai gruppi suoi contemporanei.

Giovanni di Ronco: piacentino, seguace di Valdesio, fu il capo dello scisma lombardo che divise il movimento valdese nel 1205. Le cause della frattura non sono chiare. Visto che le fonti non citano motivi dottrinali è possibile che sia sorto qualche conflitto tra personalità.

di Simonetta (Simi)

Bibliografia:
"Il nome della Rosa" - U. Eco
"Il libro nero dell'Inquisizione" - N. Benazzi/M.D'Amico
"Eretici ed eresie medievali" - G.G. Merlo
"Divina Commedia - Inferno" - D. Alighieri

 
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