RELIGIONE

LA RIFORMA PROTESTANTE
IL GRANDE SCONTRO TEOLOGICO DEL 1500
Provocato dall'ascetico frate tedesco diede a mezza Europa
una nuova anima e una nuova cultura

una pagina di MATTEO F. M. SOMMARUGA

LA GUERRA DI MARTIN LUTERO
CONTRO LA CHIESA DI ROMA

La figura di Martin Lutero, avvolta nel saio scuro dei monaci agostiniani, ritta di fronte ai principi, agli alti prelati, ai teologi e allo stesso Carlo V, riuniti nella cittadina renana di Worms per concedergli l'ultima possibilità di difendersi dall'accusa di eresia, dovette offrire un'immagine di singolare drammaticità nel momento in cui, dopo due giorni di dissertazioni, il padre della riforma rifiutò, come era prevedibile, di abiurare le proprie tesi. "Hier stehe ich, ich kann nicht anders. Gott helfe mir, Amen", ("Rimango fermo, non posso fare nient'altro. Che Dio mi aiuti, Amen"). Che abbia o meno concluso con queste parole, come sostiene la tradizione e come negano gli storici più rigorosi, poco importa. Lutero aveva ufficialmente messo in dubbio, citando le fonti bibliche, l'autorità papale, e lo aveva fatto di fronte all'Imperatore del Sacro Romano Impero. Era il 18 aprile del 1521. La dieta imperiale convocata a Worms era stata concessa da Carlo V su pressione di Federico il Savio, principe elettore di Sassonia, nonostante papa Leone X si fosse già espresso nei riguardi di Lutero con l'atto di scomunica emesso il 3 gennaio. Le udienze si protrassero in forma privata fino al 25 aprile, dopodiché il frate agostiniano lasciò la città protetto da un salvacondotto di 21 giorni, concesso dall'Asburgo. La sentenza era però già stabilita, e Lutero venne dichiarato fuorilegge con un bando imperiale, noto ai posteri come l'Editto di Worms.

Chiunque avrebbe potuto ucciderlo senza incorrere in un reato. Quasi un secolo prima, sulle rive del lago di Costanza, il riformista boemo Jan Hus aveva rifiutato, in modo del tutto simile, di ritirare le proprie tesi di fronte al Concilio indetto nella città svizzera da Sigismondo, re di Ungheria e di Germania. La sorte fu però ben più sfavorevole nei riguardi di Jan Hus, che, nonostante fosse munito di salvacondotto, morì sul rogo lo stesso giorno della condanna, emessa il 16 luglio del 1415. I tempi erano del resto ben diversi, e sull'unità della Chiesa pesava la minaccia delle divisioni interne che avevano portato a tre il numero dei vicari di Cristo in Terra. Lo stesso papa Giovanni XXIII, su ordine del quale venne decretata la morte del teologo boemo, venne successivamente disconosciuto e deposto. Il dissidio fra Hus e le posizioni ufficiali della Chiesa, perlomeno della fazione riconosciuta da Giovanni XXIII e da Sigismondo, risalivano, come quelle di Lutero, a motivazione di ordine teologico. Il riformatore boemo, che era stato nominato decano e rettore dell'Università Carolina di Praga, sosteneva le tesi nominaliste, per le quali i nomi associati agli oggetti erano semplici designazioni verbali, utili a identificare una collezione di oggetti o una serie di eventi fra loro simili. I teologi più vicini alla curia, soprattutto i più affermati studiosi tedeschi, vicini alla corte dell'Imperatore, sostenevano invece che esistesse una stretta corrispondenza fra gli oggetti in natura e le categorie con cui venivano identificati dalla mente umana.

La contrapposizione delle due scuole di pensiero rivestiva all'epoca serie implicazioni teologiche, ma la diatriba fra Hus e il papa si acuì quando quest'ultimo si trovò nella necessità di raccogliere fondi per finanziare la campagna militare contro Gregorio XII, inizialmente riconosciuto dai boemi come il legittimo vescovo di Roma. Con straordinaria somiglianza a quanto sarebbe accaduto un secolo più tardi, Giovanni XXIII ricorse alla vendita delle indulgenze e Jan Hus, che era anche un appassionato predicatore, amato dal popolino di Praga per le sue taglienti arringhe contro il malcostume del clero, rinvigorì le proprie accuse alla curia romana. Fino ad allora Hus aveva goduto delle simpatie della corona boema, ma il nuovo re Venceslao, minacciato da papa Giovanni con il ricorso all'interdetto, lo abbandonò. Al predicatore non rimase che sottrarsi dai pugnali dei propri nemici. Nell'ottobre del 1412 abbandonò volontariamente la capitale cercando rifugio nei castelli dell'aristocrazia slava a sud di Praga. La trappola in cui cadde a Costanza si rivelò fatale, ma i suoi insegnamenti avevano lasciato un profondo segno fra i boemi. Alla notizia della morte di Hus, la reazione della nobiltà ceca, sostenuta dall'intera popolazione, fu rapida e decisa. L'autorità dell'arcivescovo cattolico di Praga venne di fatto esautorata e vennero confiscate ampie porzioni dei beni ecclesiastici.

L'aristocrazia riuscì a imporre il patronato sulle chiese locali e, seguendo le tesi del teologo boemo, gli hussiti adottarono la pratica di somministrare la comunione sia con l'ostia che con il vino. Il quale era tradizionalmente riservato al clero. La pratica, nota come utraquismo, venne formalizzata nei quattro Articoli di Praga, adottati dalla chiesa ceca a partire dal 1420. Fra il 1419 e il 1422, nelle campagne intorno alla capitale boema, il movimento hussita degenerò verso forme di protesta delle fasce povere della popolazione. Gli aderenti della compagine più radicale si fecero chiamare Taboriti e, guidati da Jan Ziska, ottennero una serie di successi militari di minore importanza, fino a che la fiamma della rivoluzione non si spense. Gli hussiti non misero però mai in dubbio i sacramenti, le posizioni più critiche erano rivolte piuttosto alla possibilità di prendere provvedimenti contro la corruzione del clero e alla limitazione dell'autorità centrale della Chiesa. Hus, anticipando alcuni caratteri peculiari dei grandi riformatori del XVI secolo, redasse, durante il suo esilio volontario da Praga, alcuni testi in lingua slava. Per questo, e per il carattere autonomista che assunse la rivoluzione condotta in suo nome, Jan Hus venne, e viene tuttora, incensato dal nazionalismo ceco. L'utraquismo riuscì a ottenere un riconoscimento quasi ufficiale e, andandosi via via stemperando, sopravvisse fino all'alba della Riforma Luterana.

Le tesi nominaliste di Jan Hus si ispiravano a loro volta agli studi di John Wycliff, un teologo inglese, altrettanto inviso alla curia romana, ma che nonostante tutto riuscì a trascorrere gli ultimi giorni della propria vita nella tranquillità di una rendita ecclesiastica. Wycliff nacque vicino a Richmond, nello Yorkshire, in una data imprecisata intorno al 1330. Le fonti che rimandano al periodo della sua giovinezza sono confuse, e si intrecciano con casi di dubbia omonimia. Studiò per certo a Oxford, probabilmente legato al Merton College e a Balliol. Divenne dottore in teologia nel 1372 e al 1374 risale la sua prima missione diplomatica al servizio della corona inglese. Una carriera non dissimile da quella che avrebbe seguito successivamente Thomas Cranmer, il padre della Riforma Anglicana. Wycliff doveva essere stato molto vicino al circolo di Giovanni, Duca di Lancaster, ma era benvisto da molti esponenti dell'aristocrazia sassone. Nel De civili dominio si era espresso non solo contro la corruzione nel clero, ma contro l'idea stessa che i sacerdoti potessero mantenere la legittima proprietà di beni materiali. Inoltre, per Wycliff, l'autorità del sovrano era superiore, riguardo alle questioni terrene, a quelle della curia romana. La scomunica non tardò, e venne emessa nel 1377 da papa Gregorio XI. Wycliff si spinse allora oltre alla posizione iniziale e mise in dubbio i principi dell'Eucarestia. Il teologo inglese iniziò in quello stesso periodo a alienarsi, seppur parzialmente, le simpatie mostrategli dalla nobiltà a causa del vasto seguito che aveva ottenuto fra il popolo.
Soprattutto fra i lollardi, un movimento pauperistico la cui diffusione fra le campagne inglesi si era rafforzata grazie alla costante pratica dei predicatori itineranti e ai pellegrinaggi allora frequenti. Fra il 1380 e il 1381 le campagne inglesi e la città di Norfolk si infiammarono. I contadini vessati dalle tasse e i lavoratori rimasti disoccupati per la crisi economica si riunirono sotto il vessillo di John Ball, Jack Straw e Wat Tyler. I ribelli raggiunsero Londra come una massa ben irrigimentata. Re Riccardo III finse di scendere a un compromesso con i rivoltosi, ma non appena questi si ritirarono, vennero assaliti e massacrati da ottomila soldati al servizio della corona. Wycliff, che non aveva preso parte diretta all'insurrezione, venne convocato di fronte a un concilio riunitosi a Oxford. Come più tardi accadde con Hus e con Lutero, gli si chiese di abiurare i propri scritti, ma pose un fermo rifiutò. Probabilmente accettò l'invito a ritirarsi a vita privata perché già sapeva di essere malato. Si spense tre anni dopo, nella proprietà di Lutterworth. Il Concilio di Costanza, lo stesso che condannò Hus, ordinò che i resti di Wycliff fossero rimossi dalla terra benedetta. Disposizione che venne eseguita solo nel 1428, da papa Martino V. Come si è detto, il grande teologo di Oxford aveva anticipato la Riforma sotto molti aspetti. Non da ultimo l'importanza centrale dei testi sacri nei suoi sermoni, e il primo tentativo di traduzione della Bibbia nella lingua inglese.

I tempi non erano però ancora maturi perché il prestigio dell'autorità pontificia venisse effettivamente messo in dubbio. Diverse furono infatti le circostanze che avevano consentito a Lutero, un frate agostiniano di modeste origini, ma dotato di straordinario acume per le questioni di ordine teologico, di porre le basi per una riforma radicale all'interno delle istituzioni religiose europee. Sul finire del Quattrocento, lo splendore della corte papale aveva raggiunto un livello fino ad allora ineguagliato, ma il fasto era reso possibile dall'affluire, nelle casse della curia romana, degli introiti delle decime e degli altri benefici di cui la Chiesa godeva in tutta Europa. Il fiorire delle arti e delle lettere avevano inoltre provocato un profondo mutamento nel rapporto con cui gli studiosi, e gli stessi teologi, si ponevano nei confronti della tradizione. La grande maggioranza dei sostenitori della Riforma, in tutte le sue correnti, non fu infatti estranea all'influenza dell'umanesimo. Jakob Wimpfeling, cui nel 1510 l'imperatore Massimiliano I si era rivolto per dare legittimazione a un provvedimento che arginasse l'interferenza di Roma nelle decisioni della curia tedesca, oltre che essere un celebre teologo, aveva studiato a fondo i principi della filologia. Le sue ricerche si erano spinte fino ad indagare i testi di Sant'Agostino e sostenere che l'autore delle Confessioni non avesse mai abbracciato la vita monastica. A differenza di Wimpfeling, Lutero non cercò invece la rottura con le gerarchie ecclesiastiche, se non quando le sue argomentazioni, e l'opposizione mossagli dagli ambienti vicini al Papa, lo spinsero a disconoscere la legittimità dello stesso ordinamento ecclesiastico, così come fino ad allora era stato concepito.

Martin Lutero nacque ad Eisleben, un borgo rurale sull'Elba, nell'attuale parte orientale della Germania, il 10 novembre del 1483. Il padre Hans, un contadino di scarsi mezzi, ma con qualche ambizione, si trasferì con l'intera famiglia a Mansfeld subito dopo la nascita del futuro riformatore. I mezzi erano scarsi, ma per garantire al piccolo Martino e alla moglie Margareta una certa tranquillità economica, il capofamiglia tentò l'avventura nell'estrazione del rame. Il tentativo ebbe successo e già nel 1491 i registri parrocchiali indicano i Lutero come una delle famiglie più prospere di Mansfeld. Martino, il primo di una numerosa prole, venne iscritto alla scuola di Mansfeld, in cui le giornate trascorrevano con l'intenso studio del latino. La disciplina era ferrea, un aspetto dell'educazione del giovane Lutero che ebbe un profondo influsso sulla vita del grande teologo. Martino proseguì gli studi a Magdeburgo e, nel 1498, si trasferì ad Eisanch, dove fu accolto da alcuni parenti e frequentò la scuola parrocchiale della città. Hans Lutero si era nel mentre assicurato una sufficiente solidità finanziaria per permettersi di inviare il primogenito all'università.

Il giovane Lutero si trovò così avviato agli studi di legge della facoltà di Erfurt. Erfurt, ospitava in quell'epoca una delle migliori università di lingua tedesca, ma Martino non fu probabilmente entusiasta della decisione presa dal padre. Conseguito il baccalaureato nel 1502 e il magistero nel 1505, gli interessi del futuro teologo continuavano a rimanere distanti dalla pratica della professione legale. La leggenda vuole che, mentre, nei pressi di Stotterheim, di ritorno a Erfurt dopo una visita ai genitori, Lutero fosse sorpreso da un'improvvisa tempesta. Un fulmine si abbatté vicino al futuro padre della Riforma. Scaraventato a terra dallo spostamento d'aria, si appellò a Sant'Anna e fece voto che avrebbe abbandonato gli abiti secolari per il saio. Il 16 luglio partecipò a un ultimo banchetto fra gli studenti dell'università, il giorno seguente entrò nel monastero degli Agostiniani di Erfurt, per seguirne la regola. Nel 1506 prese i voti. Lo attendeva una vita dura, fatta di preghiere, studio e lavoro. Per i monaci agostiniani la giornata iniziava alle tre del mattino, con le prime delle preghiere prescritte per la giornata. Dopo un periodo relativamente breve, nel 1507, Lutero venne ordinato sacerdote e si avviò, rimanendo a Erfurt, agli studi di teologia. Se fino ad allora le scelte intraprese dal giovane Lutero erano del tutto prevedibili in riferimento agli stimoli ricevuti nel corso della sua educazione, sia a scuola che in famiglia, il contatto con l'umanesimo, che a Erfurt, e soprattutto fra i teologi, contava diversi sostenitori, fu un fatto del tutto inaspettato.

Fondamentale per comprendere la strada che seguì da lì a breve, conducendolo fino alla Riforma. Ad fontes, sostenevano i dotti per promuovere l'interpretazione dei testi, quelli sacri in particolare, per avvicinarsi il più possibile al loro significato originale. Lutero, che padroneggiava con singolare sicurezza il greco e il latino, trovò naturale seguire il nuovo corso. Ottenuto il dottorato in teologia nel 1512, colui che sarebbe presto diventato il padre della Riforma, ottenne una cattedra all'Università di Wittemberg. Iniziò per Lutero un intenso periodo di studi, in cui sviluppò i principi delle tesi di Wittemberg e, in questo modo, della Riforma stessa. Nelle dissertazioni sui Salmi, elaborate fra il 1514 e il 1515, sulle Lettere ai Romani, ai Galati e agli Ebrei, risalenti agli anni successivi, fino al 1518, emerge il travaglio interiore che accompagnò il giovane teologo nei momenti più difficili della sua carriera. Da secoli gli storici cercano di capire con precisione il punto di rottura con la fede cattolica, ma, come preferiscono sostenere gli autori più recenti, in mancanza di prove certe, il passaggio fu probabilmente molto graduale. La tradizione vuole che Lutero, mentre meditava sui passi della Lettera ai Romani, nella torre, adibita a studio, del monastero di Wittemberg. "È in esso che si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: Il giusto vivrà mediante la fede", recita il versetto diciassette del primo capitolo della Lettera ai Romani.

Come avrebbe affermato più tardi nella prefazione di alcuni suoi scritti, Lutero venne folgorato. Le scritture gli avrebbero rivelato che gli uomini ricevono la giustizia attraverso la grazia del Signore, non, come sosteneva la dottrina ufficiale della Chiesa, attraverso le opere. Nel 1514 Lutero era inoltre diventato sacerdote della chiesa cittadina di Santa Maria, rafforzando ulteriormente la propria posizione. Non solo attraverso le omelie, ma anche con i sermoni, il padre della Riforma poteva dar voce alle tesi che stava elaborando. L'apparato teologico che sosteneva la dottrina della giustizia divina, dell'uomo, del peccato e della sua remissione, non solo ricopriva un ruolo centrale all'interno delle tradizioni ecclesiastiche, ma specialmente in quegli anni assolveva alla necessità della curia papale di ricorrere alla vendita delle indulgenze per sopperire alle enormi spese cui doveva far fronte. Le lettere di indulgenza consentivano ai fedeli di venire assolti dai peccati più gravi, ma la loro diffusione era spesso dovuta all'eccessivo rigore con cui venivano applicate le leggi della Chiesa in materia matrimoniale. Bisogna tener però presente che, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, l'acquisto di simili concessioni era accompagnato da preghiere e altre pratiche espiatorie, essendo i beneficiari sinceramente devoti.

La larga diffusione del ricorso alle indulgenze agli inizi del XVI secolo rimaneva comunque legata alle precarie situazioni finanziarie della corte papale, e, per la regione di Wittemberg, alle casse altrettanto disastrate di Alberto di Brandeburgo, arcivescovo e principe elettore di Magonza dal 1515, cui era stata affidata la vendita delle pratiche di assoluzione per l'intera Germania. Una speculazione in cui era coinvolta perfino la banca dei Fugger, che aveva concesso al marchese di Brandeburgo il prestito necessario per ottenere da papa Leone X il titolo arcivescovile. Per la precisione il pagamento venne richiesto da Roma a titolo di ammenda, perché Alberto di Brandeburgo era al contempo, contravvenendo la legge, amministratore della diocesi di Halberstadt e vescovo di Magdeburgo. Ad aggravare le circostanze, almeno sotto il profilo etico e dal punto di vista di Lutero e dei suoi seguaci, era la fervente attività di Johann Tetzel, uno spregiudicato frate domenicano che della vendita delle indulgenze aveva fatto una professione itinerante. Estendendo oltretutto la pratica all'assoluzione dei peccati dei defunti. La presenza di Tetzel venne registrata con maggiore frequenza nelle città di Jueterbog e Zerbst, dove si era arrivati a pubblicare un vero e proprio listino. Le colpe associate al furto in uno chiesa e allo spergiuro, venivano mondate elargendo la somma di nove ducati, per un omicidio erano invece sufficienti otto ducati.
Quello che agli occhi di Lutero risultava particolarmente biasimevole, era la garanzia data da Tetzel, e da chi, come lui, era direttamente impegnato nelle vendite, di una vita tranquilla lontano dal rimorso. La contrizione e l'angoscia conseguente al peccato erano invece per il teologo agostiniano l'unica strada da percorrere per ottenere la salvezze della propria anima. Il 31 ottobre, Lutero, che aveva avuto modo di intuire la diffusione che aveva raggiunto la vendita delle assoluzioni osservando il costante calo dei fedeli che gli si rivolgevano per la confessione, si risolse, il 31 ottobre del 1517, di indirizzare una lettera a Hieronymus Schulze, vescovo di Brandeburgo, e al già noto arcivescovo di Magonza. Nella lettera indirizzata a quest'ultimo venne inclusa una copia delle 95 tesi, divenute celebri nella storia europea per essere state esposte quel giorno stesso, sulla porta della chiesa del castello di Wittemberg. "Quando il nostro Signore e Maestro Gesù Cristo disse "Pentiti" (Mt 4:17) desiderava che l'intera vita dei fedeli fosse di penitenza,", "Questa parola non può essere compresa in riferimento al sacramento della penitenza così come viene amministrato dalla Chiesa", sostenevano i primi due paragrafi del celebre documento, ma più avanti si aggiungeva che "il papa non può rimettere alcuna colpa" e, nelle parti conclusive, la polemica si estendeva esplicitamente alla stessa costruzione della basilica di San Pietro. Sarebbe stato sufficiente per guadagnarsi l'inimicizia dell'alto clero, ma in un primo tempo la reazione alle tesi di Wittemberg fu piuttosto tiepida.

Solo il succitato Tetzel scagliò i propri strali contro Lutero, le autorità ecclesiastiche si limitarono a raccomandargli più prudenza e moderazione. Tetzel non si diede per vinto e nel gennaio del 1518 denunciò il teologo alla congregazione dell'ordine agostiniano, cercando al contempo il sostegno dei domenicani. Lutero non ritrattò, ma diede ulteriore sostegno alle tesi di Wittemberg con due nuovi trattati, le Risoluzioni e Indulgenza e Grazia, entrambe pubblicati nel 1518. Pressato dalle richieste dei domenicani tedeschi, papa Leone X inviò nell'agosto di quell'anno il giudice pontificio Girolamo Ghinucci e il teologo Silvestro Mazzolini per risolvere il problema. Il vescovo di Roma non aveva però intenzione di perseguitare Lutero. Questi godeva infatti della protezione di Federico III il Saggio, re di Sassonia e principe elettore del Sacro Romano Impero, necessario, nei disegni politici della corte papale, per impedire l'ascesa al trono del futuro Carlo V. I delegati pontifici non riuscirono a trovare un accordo e venne allora incaricato di dirimere la questione il cardinale Tommaso di Vio Gaetano, teologo e generale dell'ordine domenicano. Tutto fu inutile e, mentre il tessuto degli equilibri politici si faceva più fragile con la morte dell'imperatore Massimiliano I, Karl von Miltitz, un collaboratore di Gaetano, propose l'arbitraggio all'arcivescovo di Trier. Gli esperimenti diplomatici degli emissari di Roma non solo si conclusero con risultati piuttosto deludenti, ma riuscirono a porre l'attenzione dell'ambiente ecclesiastico verso una disputa precedentemente ignorata.

Karlstadt e Eck, teologi che godevano della stessa fama di Lutero, furono coinvolti nella questione assumendo ciascuno posizioni diverse, mentre le tesi del padre della Riforma assumevano connotati sempre più radicali. Il 15 giugno del 1520, la bolla pontificia Exsurge Domine imponeva a Lutero di ritrattare entro sessanta giorni o affrontare l'anatema papale. L'ostinato frate agostiniano non si piegò e se l'anno successivo il cardinale Girolamo Aleandro, il nuovo nunzio pontificio, dava ordine di bruciare i suoi libri, Lutero guadagnava costantemente in popolarità. Il 3 gennaio del 1521, venne infine emesso l'atto ufficiale di scomunica. Si giunse così alla dieta di Worms. Lutero si era conquistato la fiducia di Federico di Sassonia, e alla sua causa si erano uniti altri teologi e umanisti. Martin Butzer, Johannes Hussgen, noto nella tradizione latina come Oecolampadius, e Philipp Schwarzerd, passato alla storia con il nome di Melantone. Nato a Bretten, nel Baden, il 16 febbraio del 1497, Melantone era pronipote di Reuchlin, uno dei più grandi umanisti tedeschi, e aveva ricevuto un'istruzione di altissimo livello. Educato da un tutore privato, a soli tredici anni, sotto la protezione del celebre prozio, entrò all'Università di Heidelberg. I suoi studi si concentrarono sul greco e sul latino, studiò retorica con l'allora famosa Peter Gunther e astronomia con Conrad Helvetius, altro noto scienziato dell'epoca.

Ottenne il baccalaureato nel 1511 e se nel 1512 non venne ammesso al magistero fu solo per la sua troppo giovane età. Si trasferì a Tubinga, ma dalle scienze i suoi interessi si trasferirono sui classici, Virgilio e Terenzio, Livio e Cicerone. Uno studio che lo condusse alla teologia e, da lì, a un approccio alle sacre scritture non tanto diverso da quello applicato da Lutero. I contatti fra Melantone e il padre della Riforma si fecero più intensi quando, nel 1518 il giovanissimo studioso ottenne, per merito di una pubblicazione di una grammatica di Greco, una cattedra all'Università di Wittemberg. Fu proprio Lutero a incoraggiare Melantone a dedicarsi anche alla teologia e questi ne ricambiò la fiducia diventando uno dei suoi più fedeli sostenitori. Uno dei più ferventi avvocati della Riforma, Melantone contribuì a diffonderne le idee per tutta l'Europa, arginando le implicazioni socialmente più pericolose, quando queste alimentarono i moti più radicali dei contadini, e cercando di stabilire, pur con scarso esito, dei punti comuni ai movimenti riformisti in Svizzera e in Inghilterra. Come si è detto Lutero era diventato ormai un pericolo per la stabilità della Chiesa e, dopo la dieta di Worms, dovette affidarsi alla protezione dell'elettore di Sassonia. Il quale lo fece rapire sulla strada del ritorno per consegnarlo nella fortezza di Wartburg.

Federico il Saggio lasciò diffondere la notizia che Lutero fosse morto, ma il rapimento era stato organizzato di comune accordo per sviare gli emissari pontifici. Nelle quiete di Wartburg, vicino ad Eisenach, il padre della Riforma ebbe il tempo di dare nuova forza alle sue idee, pur costretto dalle circostanze a vivere in incognito e farsi chiamare Junker Joerg. Fu proprio nella fortezza che, in solo undici settimane, portò a termine la traduzione del Nuovo Testamento, dal testo greco originale al tedesco. Un'opera prima di allora mai tentata, che portò un contributo fondamentale non solo alla Riforma, ma anche allo stesso sviluppo di una grammatica standardizzata per la lingua tedesca. Il Nuovo Testamento, con l'aiuto di Melantone, venne pubblicato nel 1522, e, dodici anni più tardi, comparve la prima Bibbia interamente in tedesco. Nel 1522, dopo che Adreas Bodenstein, meglio noto come Karlstadt, aveva conquistato il controllo di Wittemberg, Lutero fu in grado di ritornare a Wittemberg. La Riforma si era diffusa a macchia d'olio, sostenuta dai governi delle città stato, dai alcuni dei principi e dei grandi feudatari tedeschi e dai contadini, i cui raggruppamenti degenerarono però talvolta verso tendenze pauperistiche, al punto che gli stessi protestanti dovettero intervenire contro di loro. Fra i movimenti più radicali, celebre divenne quello guidato da Thomas Muentzer.

Le notizie sui primi anni della vita di Muentzer sono frammentarie, sembra sia nato fra il 1486 e il 1489/90, a Stolberg, e che abbia successivamente studiato a Lipsia e a Francoforte sull'Oder. Fu a Wittemberg, dove si era recato nel 1517 o nel 1518, che incontrò Lutero e abbracciò le sue tesi. Il padre della Riforma fece in un primo tempo affidamento all'aiuto del controverso teologo e lo inviò a Zwickau, in qualità di pastore, nel 1520. Fu un grave errore perché a Zwickau, come successivamente a Allstedt, le idee eccessivamente radicali espresse nei sermoni costrinsero Muentzer a lasciare entrambe le città. Il teologo iniziò ad allontanarsi dalla posizione di Lutero e, dopo essere scacciato anche da Muelhausen, si unì apertamente alle rivolte dei contadini. Il padre della Riforma lo aveva nel frattempo disconosciuto, arrivando a condannare le azioni dei suoi seguaci pubblicando un breve discorso "Contro gli assassini e i furti delle orde di contadini". I contadini vennero però sconfitti, dopo aver disseminato di terrore la Turingia, a Frankenhausen il 15 maggio del 1525. Muentzer era stato arrestato due mesi prima. Il 25 maggio, condannato a morte per aver guidato la rivolta, venne decapitato a Muelhausen. La Riforma, con toni meno drastici e sanguinari, aveva comunque preso piede, sotto forme diverse, in numerose città dell'Europa Centrale. A Erfurt, Esslingen, Francoforse, Mulouse, Norimberga, Ulm e Worms, il potere papale era solo un ricordo.

Così come a Basilea, Berna, Costanza. A Costanza emergeva in quegli anni la figura di Ulrich Zwingli, un teologo, originario di Wildhaus, in Svizzera, anch'egli influenzato dall'umanesimo, ma formatosi all'Università di Vienna e, successivamente a Basilea e Berna. I suoi scritti gli avevano garantito una solida fama di studioso, ma i suoi primi tentativi letterari dimostravano una più concreta propensione della politica. Attività in cui era attivamente coinvolto e, nelle campagne del 1513 e del 1515, seguì le armate svizzere in Italia in qualità di cappellano. Almeno fino al 1516 non si era però ancora pronunciato su temi che gli avrebbero potuto procurare polemiche con le alte gerarchie ecclesiastiche e, quando negli anni successivi, si schierò contro la curia romana, il cambiamento della sua posizione fu repentino. Proprio dalla sede pontificia nel 1518 venne incaricato di ricoprire un ruolo vacante nella parrocchia di Muenster e i primi contrasti con la tradizione ecclesiastica avvennero sul celibato del clero, ma, come Lutero, anche Zwingli stava formulando delle idee che avrebbero potuto essere bollate come eretiche. Di lì a poco non sarebbe mancata l'occasione di sostenerle pubblicamente quando gli venne accordato il privilegio di predicare nella cattedrale di Zurigo. Il primo gennaio del 1519, Zwingli, ispirandosi al Vangelo di San Matteo, mosse il primo passo verso la Riforma.

Nel 1520 rinunciò apertamente alla pensione che gli veniva accordata dal papa e, nel giro di due anni, non solo aveva rotto definitivamente con la curia romana, ma era in grado di assumere il controllo del concilio che deteneva il potere politico di Zurigo. All'arcivescovo della città non rimase che esortare la città all'obbedienza, per intercessione del vescovo di Costanza. La richiesta, inoltrata il 7 aprile del 1522, venne ignorata e il 29 gennaio dell'anno successivo, il concilio cittadino approvava di fatto sessantasette tesi esposte da Zwingli per sostenere la riforma nella sua particolarissima visione, per molti aspetti lontana da quella di Lutero. Fra il 1524 e il 1525, le antiche istituzioni ecclesiastiche della città svizzera vennero definitivamente dichiarate decadute e, abolita la penitenza, i pellegrinaggi e l'estrema unzione, la rivoluzione arrivò a eccessi iconoclastici distruggendo, senza riguardo verso il loro valore artistico, perfino gli organi nelle chiese. Contro Zwingli e i suoi sostenitori si stavano però radunando i cantoni cattolici, primi fra tutti Uri, Schwyz e Unterwalden, ma la loro azione ebbe il risultato opposto di estendere la Riforma per l'intera Confederazione. Anche il Re di Francia si era allarmato per il successo che le nuove idee avevano ottenuto presso il bellicoso vicino e, il 9 ottobre del 1531, mosse guerra a Zurigo. Zwingli venne sconfitto e ucciso in battaglia vicino a Kappel, due giorni dopo, e dopo una seconda disfatta delle forze riformiste a Gubel, venne conclusa la pace.
I cattolici dimostrarono una certa indulgenza, ma la lotta sarebbe potuta riprendere da un momento all'altro. Diverso fu invece il percorso di Giovanni Calvino, che essendo oltretutto nato nel 1509, era il più giovani fra i padri della Riforma. Proveniente da una famiglia della media borghesia originaria
di Noyon, in Normandia, Calvino si trasferì a Parigi solo nel 1523, all'età di quattordici anni. I testi di Lutero erano già diffusi in tutt'Europa, ma, nonostante le tesi riformiste venissero vivacemente discusse alla Sorbona, dove lo stesso Melantone era intervenuto, gli interessi del giovane studente francese privilegiavano largamente le più antiche dissertazioni di Seneca. La conversione alle nuove idee avvenne più tardi, apparentemente in maniera del tutto improvvisa, nel 1529.

Con tutta probabilità, Calvino, che non era mai stato un ardente cattolico, scelse di schierarsi con la posizione già adottata da altri membri della sua famiglia. Nel 1528 si era del resto iscritto alla facoltà di legge di Orleans, per poi proseguire gli studi a Bourges. Nella città di frontiera, Margherita d'Angouleme, sorelle di Francesco I, re di Francia, aveva costituito una piccola corte frequentata da diversi studiosi riformisti tedeschi. Non è da escludere che Calvino vi avesse trovato gli stimoli che lo avrebbero guidato ad abbracciare la fede protestante. Le circostanze non erano però favorevoli alla sua decisione, perché Francesco I aveva predisposto una serie di provvedimenti particolarmente duri verso chiunque si fosse reso colpevole di eresia.
Nonostante tutto, almeno secondo la tradizione, Calvino, dottore in legge a Orleans, compose un'orazione sulla filosofia cristiana. Era il 1532 e, quando venne pubblicata, il giorno di Ognissanti, il giovane studioso dovette prendere la strada dell'esilio. L'idea di poter tornare in patria non lo abbandonò però per parecchi anni, e ancora nel 1535, in una lettera datata 23 agosto, si rivolgeva al sovrano francese perché abbracciasse la nuova religione. L'appello non fu naturalmente accolto, ma il testo costituì più tardi i passi introduttivi alle Istituzioni, lo scritto, pubblicato nel marzo del 1536, su cui si appoggiano i principi del calvinismo. Le peregrinazioni di Calvino, portarono il novello riformatore a Ginevra, abbandonata pochi anni prima dai Savoia, sconfitti sul campo nel 1527, a un concilio cittadino di tendenze protestanti. Nella città svizzera, che all'epoca contava poco più di quindicimila abitanti, il potere del giovane francese si instaurò definitivamente solo dopo il 1537, quando l'assemblea municipale approvò, sotto la sua influenza, gli articoli della nuova legislazione. In materia religiosa essi prevedevano una moralità molto severa, prevedendo l'istituzione ufficiale di un censore, di un libro per il catechismo per i bambini e provvedimenti severi per i trasgressori.

La popolazione non accolse però con fervore le nuove disposizioni e, in seguito a una situazione vicina alla guerra civile, nel 1538 il concilio condannò Calvino all'esilio.
Questi si rifugiò allora a Strasburgo, dove proseguì la propria attività e sostenne la Riforma contro gli strali degli alti prelati. Pur riluttante, Calvino sarebbe tornato a Ginevra solo nel 1541. Il suo ingresso in città fu piuttosto modesto e le passioni politiche che avevano provocato la divisione del concilio non si erano ancora calmati. Nonostante il pericolo in cui incorreva quotidianamente di venire nuovamente espulso, se non condannato a una pena ben più drastica, Calvino seppe attendere con pazienza e, più di dieci anni dopo, nel 1552, la sua posizione si era ormai consolidata al punto che, lo stesso concilio che ne aveva decretato l'esilio, riconobbe nelle Istituzioni del teologo francese i principi della santa dottrina. L'ultimo tentativo di opporsi al potere di Calvino avvenne nel 1555, sotto l'ispirazione di Ami Perrin, ma il colpo di mano si risolse con il più totale fallimento. Gli scontri interni alla comunità protestante di Ginevra non furono un'unica eccezione perché anche Lutero, che quasi nulla aveva in comune con Calvino, e Melantone si dimostrarono tenaci oppositori delle idee di Zwingli e dei Battisti. Anche fra Melantone e Lutero erano nati dei contrasti.

Lutero, condannando il celibato del clero, e anzi sostenendo l'opportunità per i sacerdoti di prendere moglie, era nel frattempo convolato a nozze, il 23 giugno del 1525, con Katharina von Bora. La donna, che era sedici anni più giovane del grande teologo di Wittemberg, sarebbe dimostrata una consorte devota, madre di sei figli e governante di una casa dove alla già numerosa prole vivevano anche alcuni giovani studenti provenienti da famiglie in precarie situazioni economiche. Il matrimonio venne però celebrato all'insaputa di Melantone, che se ne risentì. L'amicizia e la profonda stima fra i due teologi tedeschi si mantenne però sufficientemente salda per il resto della loro vita. La Riforma era comunque minacciata dalla dura reazione di Carlo V. La prima dieta imperiale, dopo l'incontro di Worms, si tenne a Speyer nel 1526. Ai principi tedeschi veniva data la possibilità di concedere ai propri sudditi di proseguire l'opera riformista o mantenersi leali alla fede cattolica, ma nella successiva dieta di Augusta, nel 1530 i rapporti fra i due schieramenti peggiorarono al punto che gli stati protestanti dell'Impero si riunirono nella Lega Smalcaldica, istituita a scopi difensivi. Nulla valse la difesa della Riforma sostenuta con forza da Melantone.

Nel 1546, poco dopo la morte di Lutero, avvenuta il 18 febbraio ad Eisleben, si verificarono i primi scontri armati che portarono al conflitto tuttora noto come la Guerra Smalcaldica, conclusasi l'anno successivo con la caduta di Wittemberg. L'Europa era però ormai divisa profondamente fra la Riforma e la fedeltà alla tradizione cattolica. Perfino l'Inghilterra, che si era schierata in un primo tempo a favore di Roma, sembrava ormai avviata a prendere parte permanente al novero degli stati protestanti. Il primato della curia romana, per la prima volta nella storia occidentale, veniva effettivamente e definitivamente messo in discussione. Alla corte papale non sarebbe rimasto che arginare le nuove idee nel Concilio di Trento, aprendo la strada agli anni della Controriforma.

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LA RIFORMA DI LUTERO: FU GUERRA
D'ARMI FINO AL CONCILIO DI TRENTO

Il 13 settembre del 1548, le truppe al comando degli Asburgo entrarono a Costanza, stremata da mesi di assedio. La città perse i privilegi che le avevano garantito la libertà e i capi del Concilio protestante che aveva condotto la lotta contro gli imperiali vennero banditi. Magdeburgo fu invece in grado di resistere agli eserciti di Carlo V e dei principi a lui alleati, fino a quando, nel 1551 non si raggiunse un compromesso, ratificato da un trattato, a garanzia delle libertà di culto. Nello stesso periodo l'Inghilterra veniva infiammata dalla lotta, condotta soprattutto con gli strumenti della politica, fra i sostenitori della corte pontificia e i fautori della nascente chiesa anglicana.
La diffusione della Riforma, negli anni successivi alla morte di Lutero, divise profondamente l'Europa e servì a giustificazione delle guerre fra le grandi e le piccole potenze del continente, mentre a Roma, il papa e i suoi cardinali, si adoperavano per ricomporre la propria autorità individuando nella strada conciliare la soluzione da seguire. Le prime avvisaglie di un conflitto su vasta scala giustificato da motivazioni di natura religiosa, fatta eccezione per gli scontri legati ai movimenti più radicali della Riforma o all'affrancamento di Ginevra dal dominio dei Savoia, ebbero luogo già nel periodo immediatamente successivo alla dieta di Augusta. Fra il 22 e il 30 dicembre del 1530 a Smalcalda, nell'Assia-Nassau, i principi tedeschi e i delegati delle città che avevano abbracciato la fede protestante, si erano riuniti per concludere un patto di mutuo soccorso a sostegno della propria libertà religiosa.

Il passo era stato indirettamente provocato dalle pressioni che Carlo V andava esercitando nei mesi precedenti, convinto che la minaccia dell'impiego della forza sarebbe stata sufficiente per riportare all'obbedienza i fautori dell'eresia luterana. L'Imperatore non aveva però valutato la forza delle convinzioni dei protestanti e, incautamente, contribuì al precipitare degli eventi. Il 27 febbraio del 1531 la Lega di Smalcalda prese definitivamente forma garantendo ai luterani una solida base difensiva. Essa godeva del sostegno di Filippo d'Assia, del principe elettore Giovanni di Sassonia, con il figlio Giovanni Federico, di Filippo duca di Brunswick-Luenenburg, delle città di Strasburgo, Ulm, Costanza, Brema, Magdeburgo e molte altre ancora. Nel mese di maggio l'adesione venne estesa a Lubecca e alla Baviera il 24 ottobre, guadagnando nuovi alleati negli anni successivi.

Nel 1536 Francoforte, Augusta, i duchi del Wuertemberg e di Pomerania, nel 1538 venne garantito l'appoggio della Danimarca. Nello stesso anno, per riparare al pericolo costituito dalla confederazione degli stati protestanti, a Norimberga, con la benedizione di Carlo V, si costituì la Lega Cattolica. Era però a Roma che la diplomazia degli stati europei e delle fazioni in lotta si affrontava sul più delicato e decisivo argomento della convocazione di un concilio.
Diversi tentativi erano stati fatti negli anni precedenti, ed in origine erano soprattutto i protestanti a chiedere che le tesi della Riforma venissero nuovamente discusse di fronte ad un'assemblea. Il papa, Clemente VII, si era però opposto a una simile ipotesi e, quando, su sollecitazione dell'Imperatore, la proposta venne finalmente accolta, erano intervenuti la contrarietà di Francesco I, il re di Francia, e l'indifferenza di Enrico VIII d'Inghilterra, i cui delegati evitarono deliberatamente di inviare a Roma una risposta definitiva. Con la morte di Clemente VII, sopraggiunta nel 1534, e l'elezione al soglio pontificio di Paolo III, gli equilibri politici avevano però subito una svolta definitiva. Alessandro Farnese, il nuovo papa, sostenne di fronte allo stesso conclave dei cardinali, la necessità, così a lungo discussa, della convocazione di un concilio, e, il 13 novembre del 1534, di fronte al primo concistoro, riprese con vigore la proposta.
A Roma vennero riuniti i più importanti teologi e ecclesiastici rimasti fedeli alla Chiesa cattolica, ma la frattura con i luterani era ormai insanabile e proprio costoro rifiutarono l'offerta di Paolo III. La posizione della curia romana era nel frattempo diventata critica anche in Inghilterra, dove le continue tribolazioni coniugali di Enrico VIII, ossessionato dall'assenza di un erede maschio che garantisse la continuità della dinastia, avevano gradualmente portato alla definitiva rottura con Roma.

Enrico VIII, figlio di Enrico VII, si era unito in prime nozze con Caterina d'Aragona, figlia di re, come più tardi sostennero i suoi più accaniti sostenitori, e cugina di Carlo V. Per poter celebrare il matrimonio era stata però necessaria una dispensa papale, edita da Giulio II, dal momento che Caterina aveva sposato in prime nozze il principe Arturo, figlio primogenito di Enrico VII. Arturo era morto prematuramente ancora ragazzo, e se al futuro Enrico VIII fu concesso di prendere in moglie la vedova del fratello, fu perché la precedente unione non venne di fatto consumata. Su questo punto si batterono i legali del re d'Inghilterra quando, innamoratosi di una cortigiana e seccato dall'incapacità della regina di procurargli un erede maschio, Enrico VIII chiese l'annullamento del matrimonio con Caterina. Lo ottenne, questa volta da papa Clemente VII, ma solo dopo una lunga battaglia legale e la minaccia di limitare significativamente il potere della Chiesa romana sulle isole britanniche. Enrico VIII impalmò Anna Bolena, madre della futura regina Elisabetta, ma destinata a morire sul patibolo per l'accusa di alto tradimento. Il ruolo di Anna Bolena fu però probabilmente di vitale importanza per allontanare Enrico VIII dalle posizioni del soglio pontificio.

Consegnato il potere politico a Thomas Cromwell, lontanamente imparentato con il più celebre Oliver e noto nella tradizione popolare inglese soprattutto per l'iconoclastia che lo spinse a decretare in tutto il regno la distruzione delle immagini sacre, specialmente le statue, e affidata l'autorità religiosa a Thomas Cranmer, un teologo vicino alle tesi luterane, amico di Melantone e il principale artefice della costituzione della Chiesa Anglicana, l'Inghilterra si apprestava a passare gradualmente nel novero delle nazioni protestanti. Le riforme non furono però repentine, e lo stesso Enrico VIII ricorse più volte al parere di commissioni dove i sostenitori del cattolicesimo comparivano, volutamente, nello stesso numero dei fautori del cambiamento. Vi furono perfino dei momenti in cui l'autorità di Cranmer vacillò pericolosamente, ma nel 1536 la corona inglese aveva già posto sotto la propria protezione gran parte delle proprietà ecclesiastiche. Fra lo scontento del popolo, che spesso minacciò di degenerare in aperta rivolta, i monasteri vennero soppressi e i loro beni, che alle volte costituivano veri e propri tesori, confiscati. Secondo i decreti del Parlamento, la giurisdizione papale sul clero inglese cessava di avere effetto e il Re fu posto ufficialmente a capo della neocostituita Chiesa Anglicana.

I più convinti sostenitori della fede cattolica vennero perseguitati come traditori, situazione che si ripropose alcuni decenni più tardi durante il regno di Elisabetta I, ma un destino non differente colpì i protestanti che dichiaravano la propria appartenenza a confessioni differenti dalla linea seguita ufficialmente dalla corona. Nel 1535 quattordici anabattisti olandesi trovarono la morte sul rogo, così come molti cattolici, in quello stesso anno, furono decapitati. Nel 1539, uno statuto composto da sei articoli e approvato dal Parlamento, regolamentò ufficialmente i sacramenti che dovessero venire riconosciuti. La decisione rinvigorì le ostilità alla Riforma, ma per chiunque si dimostrasse renitente a conformarsi, la pena, applicata indistintamente per protestanti e cattolici, poteva essere anche il patibolo. Non venne risparmiato neppure il sangue della Contessa di Salisbury, cugina di Enrico VII e una delle ultime eredi dei Plantageneti, giustiziata il 28 maggio del 1541 all'età, per l'epoca non indifferente, di 68 anni. Sul continente europeo i contrasti religiosi erano del resto sfociati in guerra aperta, mentre papa Paolo III si prodigava in inutili tentativi di convocare un Concilio accettato da tutte le parti in causa.

Dapprima, nel 1536, a Mantova, ma il duca della città italiana si oppose ponendo condizioni inaccettabili per Roma, poi a Vicenza, nel 1538, tuttavia l'ostacolo maggiore fu questa volta sollevato da Francesco I. Infine, dopo che il papa e il monarca francese si erano incontrati a Nizza, si decise di posticipare ulteriormente la convocazione dell'assemblea finché non si fosse raggiunto un accordo con i principi luterani. Fu solo dopo che Paolo III ebbe nuovamente modo di discuterne in prima persona con Carlo V, a Lucca, nel settembre del 1541, che l'idea del Concilio prese definitivamente forma. Le sedi proposte furono ancora una volta diverse. Vicenza, suggerita dall'Imperatore, ma scartata per la contrarietà di Venezia, Mantova, suggerita dall'influente cardinale Contarini, membro di una delle più ricche famiglie della Serenissima, e, città su cui sarebbe poi dovuta cadere la scelta del pontefice, Trento.

Sarebbero dovuti però trascorrere ancora diversi anni prima che il Concilio potesse riunirsi ufficialmente. Soprattutto a causa dell'opposizione dei protestanti, con i quali la curia romana cercava disperatamente un accordo che mantenesse integra l'autorità del pontefice, ma anche per via delle macchinazioni di Francesco I. Questi, a lungo in lotta con Carlo V, si era più volte dimostrato un principe scaltro e ben privo di scrupoli pur di sbilanciare gli equilibri geopolitici dell'epoca a proprio favore.
Al punto da venire a patti con i Turchi e stringere con loro perfino un'alleanza per impegnare le forze dell'Impero nei Balcani, lontano dai confini francesi. Così come aveva inviato i propri ambasciatori alla corte del Barbarossa, un arabo che, a capo di una flotta di pirati, era riuscito a estendere il proprio dominio su tutto il Nord Africa, per sostenere una campagna intrapresa contro Genova. Benché in linea di massima ostile alla Riforma, la posizione di Francesco I traeva però vantaggio dalle profonde divisioni fra i principi tedeschi e l'eventualità di una ricomposizione dei conflitti religiosi sarebbe quindi risultata sconveniente. Così come per Carlo V erano salutari le divisioni fra i grandi feudatari e elettori protestanti. Il fronte luterano era difatti lontano da trovare una politica comune, spaccato al suo interno da questioni di natura teologica, o, ancor più soventemente, politica.

Le complesse vicende coniugali di Filippo d'Assia, accusato dai suoi avversari di bigamia, come del resto accadde anche a Enrico VIII dopo il matrimonio con Anna Bolena, si trovò per esempio isolato contro gli attacchi del principe di Sassonia, e a nulla valse la comune fede nelle tesi luterane per appianare l'acredine fra i due. L'Imperatore, il quale, nonostante le concessioni promesse ai protestanti nel 1544 durante la dieta di Spira, si preparava alla guerra, incaricò invece i propri agenti di fomentare ogni possibile motivo di scontro.
Solo l'avanzare dei Turchi sulle frontiere orientali tratteneva Carlo V dall'azione. Di lì a poco gli infedeli sospesero temporaneamente i propri attacchi, a loro volta impegnati con una crisi dinastica e la guerra contro la Persia. I francesi, esausti per la guerra protrattasi per quasi l'intera prima metà del XVI secolo, conclusero a Crespy, il 17 settembre del 1544, il trattato di pace. Infine, Cristiano III di Danimarca, che precedentemente aveva aderito alla Lega di Smalcalda, rescisse l'alleanza dopo che i principi tedeschi si erano dimostrati indifferenti alle sue richieste di aiuto, ammettendo invece nella Lega l'Elettore Palatino, il quale sulla corona di Cristiano III avanzava solide pretese.
Da parte loro, i principi tedeschi non erano all'oscuro dei preparativi di Carlo V alla guerra e, convocati i membri della Lega di Smalcalda a Francoforte, cercarono inutilmente di riappacificare Filippo d'Assia e Giovanni Federico di Sassonia. Altrettanto inutili furono i tentativi di predisporre un piano finanziario per affrontare l'imminente conflitto. L'Imperatore poteva inoltre contare sull'aiuto di Paolo III, che gli aveva offerto 12,000 soldati, 500 cavalieri, un prestito di 200.000 corone e metà dei benefici ecclesiastici spagnoli di un anno. Nel giugno del 1546 i principi tedeschi vennero convocati a Ratisbona, dove, al cospetto di Carlo V, avrebbero dovuto trovare un accordo che sventasse l'intervento armato degli imperiali.
Per i più le richieste del soglio pontificio furono troppo esose, ma la Baviera, che fino ad allora aveva preso le posizioni dei luterani, accolse quanto le venne proposto e, il 9 giugno, i suoi delegati ratificarono l'accordo con il papa. Così come Maurizio di Sassonia, il quale, benché di fede protestante, disperando di poter mantenere il trono, barattò la propria fedeltà alla Lega per il privilegio elettorale, che invece venne tolto al più leale Giovanni Federico, suo cugino. Anche l'Imperatore dovette scendere a patti e, nonostante la Dieta di Ratisbona possa essere ricordata fra i più grandi successi diplomatici di Carlo V, venne di fatto abbandonato il principio di sottomissione all'autorità della Chiesa. Le tensioni non si erano però certo placate, né tantomeno la Lega di Smalcalda si era sciolta. Perfino fra i teologi il dibattito assunse toni drammatici con la morte del pensatore protestante spagnolo Juan Diaz. Il 24 maggio, correva l'anno 1546, l'Imperatore rivelava confidenzialmente a sua sorella Maria la decisione di risolvere la questione con le armi. La guerra aveva inizio, e la diplomazia europea non considerò affatto l'evento come una notizia inaspettata. Il Concilio di cui tanto si era parlato come la soluzione a ogni contrasto, era stato ufficialmente proclamato da papa Paolo III il 19 novembre del 1544, con la bolla Laetare Hierusalem, ma, ponendo fine a ogni speranza, i protestanti lo disconobbero fin dalla prima convocazione.

Che avvenne, come si era stabilito, a Trento, il 15 marzo del 1545. Vennero invitati a presiedere l'assemblea, in qualità di legati papali, i cardinali Giovanni Del Monte, Marcello Cervini e Reginald Pole, ma l'apertura ufficiale dovette essere posticipata al 13 dicembre, per l'assenza di un buon numero degli ecclesiastici che avrebbero dovuto parteciparvi. Per rimarcare la difesa dei dogmi su cui poggiava la fede cattolica, Del Monte celebrò, nel giorno dell'inizio dei lavori, la Messa dello Spirito Santo. La seconda sessione si tenne il 7 gennaio del 1546, ma la situazione era ormai degenerata al punto che i cardinali tedeschi furono in grado di esprimere le proprie opinioni solo attraverso alcuni delegati, trovandosi i porporati nell'incapacità di lasciare le sedi di appartenenza a causa dell'irrequietudine che serpeggiava fra i fedeli. Del resto lo stesso Carlo V stava per affrontare l'opposizione dei principi che avrebbero dovuto essergli fedeli e l'ostilità ancor più radicata delle città e dell'aristocrazia minore tedesca. I luterani non potevano però contare sull'appoggio delle province meridionali, e neppure della Svizzera, che si dichiarò neutrale. Solo Enrico VIII dimostrò la volontà di intervenire al loro fianco, ma, rilevata la presenza di un gran numero di protestanti anche fra le fila dell'Imperatore, il sovrano inglese tergiversò fino alla conclusione delle ostilità.

Più convinto fu l'intervento del papa al fianco di Carlo V. Paolo III considerava la guerra una crociata e garantì l'indulgenza plenaria a chiunque si fosse prodigato per estirpare l'eresia luterana. La Lega di Smalcalda disponeva comunque, almeno sul suolo tedesco, di una netta superiorità militare, dal momento che le forze imperiali dipendevano quasi esclusivamente dalle truppe arruolate in Italia, in Spagna e in Olanda. Secondo alcuni storici la disparità era tale che la Lega avrebbe potuto ottenere facilmente ragione di Carlo V, ma i suoi vertici mancavano più che mai della risolutezza necessaria in guerra. Ogni mossa doveva, sul campo protestante, essere sottoposta all'approvazione di un imponente consiglio e, mentre i luterani dibattevano sul da farsi, i cattolici sfruttarono l'occasione per organizzare le proprie schiere. Schaertlin, il più audace dei generali della Lega, a capo delle forze di Ulm e Augusta, aveva ventilato l'idea di muoversi rapidamente verso sud, prendere il possesso dei passi sulle Alpi e, una volta isolato l'Imperatore dal flusso dei mercenari italiani e spagnoli, assestare ai sostenitori del papa il colpo finale. Non erano della stessa opinione i principi tedeschi, i quali non avevano abbandonato l'illusione del ricorso alla diplomazia, eventualmente ricorrendo alla mediazione di Ferdinando, re di Germania.

Il ritardo accumulato dalle schiere luterane, che potevano contare su cinquantamila fanti e settemila cavalieri, una forza per l'epoca considerevole, fu abilmente sfruttato da Carlo V. Questi, riunitosi con l'armata olandese di van Buren il 17 settembre a Ingolstadt, passò all'offensiva. Il tempo passava e, mentre la scarsità di denaro e di approvvigionamenti otteneva l'effetto di destabilizzare entrambe gli eserciti, Maurizio di Sassonia interveniva a fianco dei cattolici scagliando l'attacco contro il cugino Giovanni Federico. Poche settimane dopo, le truppe luterane nella Germania meridionale si incamminarono sulla strada della ritirata, lasciando dietro di se solo una retroguardia di modesta entità. Con la garanzia della salvaguardia delle proprie libertà religiose, le città protestanti del sud si arresero l'una dopo l'altra dalla guerra e, nel gennaio del 1547 anche Strasburgo si era ormai piegata all'autorità imperiale. Il conflitto proseguiva nel nord-est, ma anche in quella regione Carlo V collezionava una serie di successi significativi. Soprattutto a Cologna, dove la tradizione cattolica venne restaurata e l'arcivescovo protestante Hermann von Wied dovette rassegnarsi a rinunciare alla propria carica. Il conflitto continuava però ad alterne vicende nel resto della Germania.

In Sassonia la sorte aveva abbandonato il campo di Maurizio, alleato dell'Imperatore, e Giovanni Federico era rientrato in possesso di quasi la totalità dei suoi originari domini, ma, sul lungo termine, Carlo V riuscì a ottenere la vittoria sia sotto il profilo politico che militare, infliggendo al nemico severe perdite nella battaglia di Muehlberg. Il primo settembre del 1547, i principi tedeschi, riuniti ad Augusta di fronte all'Imperatore, resero atto della propria sottomissione. Questo non significava però la vittoria della causa pontificia. Fra Paolo III e Carlo V erano difatti nate delle incomprensioni in materia religiosa. Quando quest'ultimo si accorse che il papa non aveva alcuna seria intenzione di utilizzare il Concilio per riformare la Chiesa, pur conformemente alla tradizione dei suoi padri, disconobbe l'assemblea riunita a Trento, concordando a tal proposito con i luterani. Il Sommo Pontefice rispose alle minacce dell'Imperatore trasferendo il Concilio a Bologna, ufficialmente perché a Trento si sarebbero verificati dei casi di peste. Carlo V fece dichiarare ai suoi rappresentanti, Vargas e Velasco, rimasti a Trento con alcuni ecclesiastici, che gli atti approvati dal Concilio a Bologna dovessero venire considerati nulli.

Correva l'anno 1548. L'Imperatore non era però disposto a rompere il proprio legame con la Chiesa Cattolica e, per quanto contrariato, cercò di conciliare le proprie ragioni con quelle del pontefice.
Il che non gli impedì di convocare a sua volta un'assemblea per discutere i principi della fede cristiana. Il consiglio, passato alla storia come l'Interim, accolse diversi punti, fra cui il celibato del clero e la comunione con il calice anche per i laici, apertamente ostili alle posizioni cattoliche. Il Concilio aveva dal canto suo deliberato che i principi su cui poggiava la Chiesa, e la dottrina cristiana, fossero affermati non solo nella Bibbia, ma anche negli altri testi che costituivano la tradizione, così come negli atti dei concili e nelle bolle pontificie. A Trento, e successivamente a Bologna, avevano trovato conferma anche l'interpretazione dei sacramenti fino allora riconosciuta dalla curia romana, mentre si era deciso di posticipare la discussione sul dogma della verginità della Madonna, privo di una chiara soluzione.

I lavori dei concili sostenuti da Carlo V e Paolo III erano quindi giunti a conclusioni fra loro molto distanti. Mentre in Germania la pace si stava dimostrando essere solo temporanea, non trovando un accordo soddisfacente con l'Imperatore, il papa convocò a Roma i prelati riuniti a Bologna, sospendendo, il 13 settembre del 1549, i lavori del Concilio. Dopo poco meno di un mese, il 10 novembre, Paolo III morì. Gli successe Giovanni Del Monte, già legato pontificio a Trento che, assunto il nome di Giulio III, riprese i negoziati con Carlo V e riconvocò l'assemblea, nuovamente nella sede tridentina, promulgando, il 14 novembre del 1550, la bolla Quum ad tollenda.

A presiedere il Concilio furono chiamati il cardinale Marcello Crescenzio, l'arcivescovo Sebastiano Pighino di Siponto e il vescovo Aloisio Lipomanni, come Contarini appartenente al patriziato veneto. Enrico VIII era morto tre anni prima e sul trono d'Inghilterra regnava Edoardo VI, avviando il paese al distacco definitivo da Roma. Anche Francesco I era passato a miglior vita e il nuovo sovrano francese, Enrico II, decise di partecipare alle sedute del Concilio. L'Imperatore e il re di Germania avevano invece preferito inviare i propri ambasciatori. Le convocazioni si seguivano a ritmo piuttosto sostenuto, ma le conclusioni tardavano a venire. Nella tredicesima sessione, l'11 ottobre del 1551, venne promulgato il decreto riguardante l'Eucarestia, in otto capitoli e undici canoni, accompagnato da atti di minore importanza che regolamentavano la somministrazione della Comunione nelle due forme, e nel caso dei bambini.

Il 25 novembre fu configurato il sacramento della Penitenza e tre capitoli furono dedicati all'estrema unzione. Se nessuna concessione, in campo dogmatico, venne fatta ai protestanti, a favore di questi ultimi venne però rilasciato un salvacondotto e, a partire dal gennaio del 1552, si cercò più volte di raggiungere fra le due parti in causa un nuovo accordo. I propositi tanto ottimistici dovettero però venire abbandonati quando, nella sua sedicesima sessione, il Concilio fu sospeso in seguito alla ripresa delle ostilità in Germania.
Maurizio di Sassonia aveva condotto i propri eserciti contro le truppe di Carlo V, ma il conflitto assunse ben presto un carattere molto più esteso con l'ingresso di Enrico II di Francia a fianco dei principi tedeschi. Costoro avevano ripreso l'antica alleanza contro l'Imperatore, ma per quest'ultimo gli equilibri internazionali erano molto più sfavorevoli di solo cinque anni prima. I Turchi avanzavano nuovamente nei Balcani e i francesi risultavano vittoriosi in Italia, ma Carlo V non si lasciò demoralizzare e ricorse, ancora una volta con successo, alle armi della diplomazia. Rilasciato Giovanni Federico di Sassonia con la promessa di riconsegnarli il trono che gli era stato tolto e raccolti intorno a se alcuni principi rimasti fedeli, l'Imperatore dovette accettare una pace a lui non del tutto favorevole solo a causa della cedevolezza dei suoi alleati. Il trattato venne ratificato a Passau nello stesso 1552, ma gli scontri si protrassero per altri due anni.

Lo scopo dei principi luterani era ormai quello di impedire che l'Imperatore potesse imporre la successione del figlio Ferdinando, mentre Carlo V, ormai esausto, si era convinto che pur di ottenere la realizzazione dei propri obiettivi, sarebbe potuto scendere a compromessi con la parte protestante. Il sovrano abdicò dai suoi domini fra l'estate del 1554 e il 1556, lasciando la corona, come era nelle sue previsioni, a Ferdinando.
Il quale convocò ad Augusta una nuova dieta, per cercare, ancora una volta, l'appianamento delle controversie religiose all'interno della cristianità. I protestanti erano in minoranza, ma i cattolici non disponevano della forza necessaria per ottenere una schiacciante vittoria e la pace definitiva, raggiunta con un accordo pubblicato il 5 settembre del 1555, confermava i punti siglati a Passau accettando che i territori protestanti mantenessero le proprie forme di culto. Si affermò inoltre il principio per cui i sudditi dei principi tedeschi avrebbero dovuto adottare il credo dei propri sovrani. In quello stesso anno era deceduto papa Giulio III, succeduto dal breve pontificato di Marcello II, durato solo ventidue giorni. Venne allora eletto al soglio pontificio Paolo IV, un personaggio austero e non privo di carattere, intenzionato a portare avanti le riforme all'interno della Chiesa senza però ricorrere al Concilio. Paolo IV passò a miglior vita nel 1559 e fu solo il nuovo papa, Pio IV, a riconvocare il Concilio sospeso sette anni addietro.

Pio IV apparteneva alla famiglia milanese dei Medici, che nulla aveva a che vedere con l'omonimo casato fiorentino, ma era bensì imparentata con i Borromeo. E fu proprio attraverso il nipote Carlo Borromeo, all'epoca arcivescovo di Milano, che il sommo pontefice riuscì a portare a termine i lavori del Concilio affermandone i principi nella tradizione ecclesiastica dei secoli a venire.
L'assemblea, convocata attraverso la bolla Ad ecclesiae regimen del 29 novembre 1560, si riunì a Trento il giorno di Pasqua del 1561. I protestanti, nonostante gli sforzi della diplomazia pontificia, non furono smossi dalle proprie posizioni, e, posto il cardinale Ercole Gonzaga alla presidenza del Concilio, il dibattito venne ripreso con la stessa lentezza del passato. Con la diciottesima sessione, tenutasi il 25 febbraio del 1562, non erano stati approvati che il salvacondotto per alcuni rappresentanti luterani e la pubblicazione di un decreto in cui era inserita una lista di libri proibiti, più tristemente nota come l'Indice, ma nelle riunioni successive i dogmi e i sacramenti della fede cattolica vennero attentamente vagliati, definendone la forma mantenutasi, con poche eccezioni, fino ai giorni nostri.

La sessione finale, la venticinquesima, si protrasse per due giorni, fra il 3 e il 4 dicembre del 1563. Con la sua chiusura, e quella del Concilio, seguirono una serie di decreti che portarono alla preparazione del Messale, del Breviario, del NUOVO CATECHISMO PER I PARROCI.....di PIO V

L'edizione di Manuzio, del nuovo catechismo, in lingua volgare per i parroci. (Esemplare di proprietà di "Cronologia")



Provvedimenti ratificati da Pio IV, assieme ai principi definiti a Trento, il 26 gennaio 1564 attraverso la bolla Benedictus Deus. La Chiesa cattolica aveva riaffermato la propria autorità, ma la Riforma non era stata schiacciata, lasciando, all'interno della tradizione cristiana e della storia europea, un varco profondo, capace di determinare l'evoluzione sociale, economica e culturale delle nazioni e dei popoli che, nella lotta, sostennero l'una o l'altra parte.

MATTEO F. M. SOMMARUGA

BIBLIOGRAFIA:
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History of Western Philosophy, di Bertrand Russel - Routledge, Londra 1995
Shakespeare's Kings, di John Julius Norwich - Penguin Books, Londra 2000


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