RELIGIONE
GIORDANO BRUNO
IPOTIZZAVA UN UNIVERSO
in tutto e per tutto simile a quello delineato dalle conoscenze moderne.

MA FU ".. condannato, vivus in igne mittatur,
e per debite pene, usare clemenza senza spargimento di sangue"
CIOE' BRUCIATO SUL ROGO

Testo integrale, dall'INDICE,
Sac. Dott. Giovanni Casati 
Imprimatur in Curia Mediolani die 17-10-1938 -p.58
Castiglioni . V.G.

alla voce:
GIORDANO BRUNO

GIORDANO BRUNO (1548-1600). Nato a Nola, morto a Roma sul rogo. Frate domenicano, eretico, bruciato vivo in Campo di Fiori; termine fisso di tutti i denigratori della Chiesa, i fautori del libero pensiero. Per la vita e l'opera sua vedi G.Casati, Diz. vol.1.
Spirito irrequieto e sensuale, il Bruno apostatò presto, abbracciò le nuove dottrine scientifiche antiaristoteliche e anche il calvinismo, arrestato a Venezia, fu dall'Inquisizione portato a Roma. Filosofo e scrittore se non dei più significativi, certo interessante per lo studio del tempo e delle nuove idee; spirito anguillante e dubbioso, precursore del moderno criticismo; in politica fu fautore dell'assoluta sovranità dello Stato, in senso antipapale; di carattere orgoglioso, morì impenitente.
 
Tra i suoi libri: 

Il candelaio, 
commedia, dal Carducci detta volgarmente sconcia e noiosa; vi deride le pratiche superstiziose della magia e dell'alchimia, la pedanteria scolastica, la religione e l'onestà dei costumi come imposture.
La cena delle ceneri, dialoghi sul moto della terra, la pluralità di soli e astri, l'infinità dell'Universo; scritto contro i dottori di Oxford coi quali aveva disputato in conversazioni dopo cena; sostiene la dottrina copernicana e tratta a modo suo la questione della S. Scrittura.
De la Causa Promcipio e Uno: panteista, nega l'immortalità dell'anima e dà intelligenza all'Universo.
Lo spaccio della bestia trionfante: bizzarra favola mitologica in tre dialoghi in cui gli Dei raccontano le loro oscenità; contro le superstizioni: proclama la religione naturale; mette in fascio paganesimo, maomettianesimo e cristianesimo: libro dell'etica bruniana, mette la natura al posto di Dio, nega ogni religione positiva; morale, in fondo, egoistica.
 De gli eroici furori: dialoghi in prosa e in verso, l'opera sua più vasta con idee neoplatoniche e antipetrarchiste:  l'eroico furore è l'entusiasmo interiore, quel che di divino in noi che sprona all'agire ma che, frutto della sapienza razionale, fa deridere l'appoggio nell'aiuto di Dio.

E' condannato con la formula: Opera omnia

Testo integrale, dall'INDICE,
Sac. Dott. Giovanni Casati 
Imprimatur in Curia Mediolani die 17-10-1938 -p.58
Castiglioni . V.G.

CHI ERA GIORDANO BRUNO

Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l'Università. Nel giugno 1565, a 17 anni (!), decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di GIORDANO, nell'ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare.
Tuttavia questo il suo successibo percorso: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572, dottore in teologia nel 1575.
Leggeva teologia ma non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti. Ma aparte le sue letture, molti dubbi sollevavano anche i suoi atteggiamenti poco conventuali. La conseguenza fu l' apertura di un processo a suo carico, nel corso del quale emersero varie accuse. Era il 1576 e l'Inquisizione era rigorosa e efficiente per cui il Bruno, temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l'abito ecclesiastico.
Iniziano le sue peregrinazioni, lo troviamo a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia, a Padova, in Francia a Lione, a Chambery, e in Svizzera a Ginevra la capitale del calvinismo. Aveva 30 anni. A Ginevra fu accusato di diffamazione verso titolare della cattedra di filosofia, e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il Bruno ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, con addoso anche l'accusa di apostata e la scomunica.

Ritornò in Francia, a Tolosa, poi a Parigi (dove c'erano in fermento le lotte religiose tra cattolici e ugonotti). Ebbe - grazie al successo di una serie di prediche su Tommaso d'Aquino - il titolo di lettore.
Ma a Parigi era già divorato dal "furore eroico", represso ma non fino al punto da impedirgli di criticare aspramente e con quell'ironia che conosceremo nei suoi scritti i dottori della Sorbona per il loro conformismo aristotelico. Fece scandalo. Dovette fare le valigie, andarsene, meta Londra. E qui - in piena libertà e autonomia - inizia a pubblicare le sue opere più importanti. "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum","Sigillus sigillorum", la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante", "La cabala del cavallo pegaseo" il "Degli eroici furori".
Tutte opere intrise dall' irruenza del suo carattere, che non mancarono di far nascere nei suoi confronti animosità. Soprattutto quando iniziò una serie di conferenze sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra.
Fu costretto a interrompere le lezioni.

Cosa aveva detto di anomalo da scatenare la censura?
Oltre ad aver fatto un caloroso elogio di Lutero per il suo coraggio nell'opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma, sulla cosmologia aveva tenuto una conferenza con quella sua solita spericolatezza, non certo adatta per quei tempi: Bruno immagina un cosmo animato, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro, dialoga sul moto della terra, la plurarità di soli e pianeti, l'infinità dell'Universo.
. In sostanza, usciva dalle astrattezze scolastiche, o, come dice lo stesso Giordano Bruno, "dalle credenze e dalle fantasie".
Si era insomma spinto troppo in la' dalle concezioni scientifiche di quei "bui" tempi.

MA CHE TEMPI ERANO?
(ce li descrive FRANCESCO DE SANCTIS)

"Ai tempi di Giordano Bruno, l'ideale stava a troppa distanza dal reale. La stessa utopia ne' suoi voli d'immaginazione rimaneva inferiore a quella posizione così avanzata dell'intelletto. Rimasero dunque conclusioni accademiche, temi rettorici, investigazioni solitarie nell'indifferenza pubblica.
Le stesse audacie del Machiavelli passarono inosservate. La libertà del pensiero non era scritta in nessuna legge, ma c'era di fatto, e si filosofava e si disputava sopra qualsivoglia materia senz'altro pericolo che degli emuli e invidiosi, che talora le ire papali le facevano proprie contro questi uomini nuovi.

Se il movimento avesse potuto svilupparsi liberamente, non c è dubbio che avrebbe trovato il suo limite nelle applicazioni politiche e sociali, fermandosi in quelle idee medie, che meno sono lontane dalla realtà, e che si trovano già delineate nel Machiavelli, il più pratico e positivo di quegli uomini nuovi. Avremmo forse avuto la "patria" del Machiavelli, una chiesa nazionale, una religione purgata di quella parte grottesca e assurda, che la rende spregevole agli uomini colti, e una educazione civile dell'animo e del corpo.

Ma appunto allora l'Italia perdette la sua indipendenza politica e la sua libertà intellettuale; anzi la vittoria della Riforma in molte parti di Europa rese timidi e sospettosi i governanti, e cominciò la feroce persecuzione contro gli uomini nuovi, eretici e filosofi, e degli eretici, ancor più più pericolosi. Avemmo il Concilio di Trento e l'Inquisizione, e, cosa anco peggiore, l'educazione gesuitica, eunuca e ipocrita. I più arditi esularono; e venne su la nuova generazione, con apparenze più corrette, e con una dottrina ufficiale che non era lecito mettere in discussione. Salvar le apparenze era il motto, e bastava. E ne uscì una società scredente, sensuale, indifferente, rettorica nelle forme, insipida nel fondo, e la sua letteratura conforme.

Religione, patria, virtù, educazione, generosità, sono temi poetici e oratorii frequentissimi, con esagerazioni spinte all'ultimo eroismo, perchè in nessuna relazione c'è la serietà e la pratica della vita.
Ma nè l'Inquisizione co' suoi terrori, nè poi i gesuiti co' loro vezzi poterono arrestare del tutto quel movimento intellettuale, che aveva la sua base nel naturale sviluppo della vita non solo italiana. Poterono ritardarlo e impedirlo nel suo cammino, ma fu inarrestabile anche se ci volle più di un secolo, perchè acquistasse importanza sociale.

La reazione aveva sì i suoi uomini dotti. Ma la differenza era in questo, che nei suoi uomini era stagnante ogni attività intellettuale ed ogni vigore speculativo, il lavoro della mente era rivolto agli accidenti e alle forme, più che alla sostanza,

La reazione avea vinto pienamente, aveva potenzialmente con se' tutte le forze sociali, ma l'opposizione li aveva cacciati via dalle accademie e dalle scuole, li aveva frenati con l'Inquisizione e la censura, gli aveva tolta ogni libertà e forza di espansione. Quindi i vincitori erano solo una infima minoranza appena avvertita del gran movimento sociale.

Perciò alla reazione mancò la lotta, dove si affina l'intelletto e si accendono le passioni, e per questo difetto di alimento rimase stazionaria e arcadica.
L'attività intellettuale e l'ardore della fede rimase privilegio dell'opposizione, sì che anche dove trovi movimento reazionario intellettuale, lì trovi opposizione più o meno pronunziata, e spesso involontaria e quasi all'insaputa dello scrittore.

La storia di questa opposizione non è stata ancora fatta in modo degno. Pure, là sono i nostri padri, là batteva il core d'Italia, là stavano i germi della vita nuova. Perchè infine la vita italiana mancava per il vuoto della coscienza, e la storia di questa opposizione italiana non è altro se non la storia della lenta ricostituzione della coscienza nazionale.

Cosa c'era nella coscienza? Nulla. Non Dio, non patria, non famiglia, non umanità, non civiltà. E non c'era più neppure la negazione, che anch'essa è vita, anzi c' era una pomposa simulazione de' più nobili sentimenti con la più profonda indifferenza.
Se in questa Italia arcadica vogliamo trovare uomini, che abbiano una coscienza, e perciò una vita, cioè a dire che abbiano convinzioni, amore degli uomini e del bene, zelo della verità e del sapere, dobbiamo guardare là, dove troviamo uomini nuovi come Bacone, questi primi nuovi "santi" del mondo nuovo, che portavano nel loro seno una nuova rappresentazione del pensiero umano, verso un nuovo mondo moderno.

E nel parlare di questi nuovi "santi" del mondo moderno, inchiniamoci prima di ogni altro a GIORDANO BRUNO.

Cominciò poeta. Aveva molta immaginazione e molto spirito, due qualità che bastavano allora alla fabbrica di tanti poeti e letterati.
Ma Bruno aveba facoltà più poderose, che trovarono alimento ne' suoi studi filosofici. Avea la visione intellettiva, o, come dicono, l'intuito, facoltà che può esser negata solo da quelli che ne son senza, e aveva sviluppatissima la facoltà sintetica, cioè quel guardar le cose dalle somme altezze e cercare l'uno nel differente.
Non era di ugual forza nell'analisi, dove non mostra pazienza e sagacia d'investigazione, ma quell'acutezza sofistica d'ingegno, che fa di lui l'ultimo degli scolastici nelle argomentazioni, e un precursore.

Supplisce all'analisi con l'immaginazione, fantasticando, dove non giunge la sua visione, saltando le idee medie, e sforzandosi di indovinare quello che per lo stato di allora della cognizione non può attingere. Spesso le sue idee sono immagini, e le sue speculazioni sono fantasie e allegorie.

C'era nel suo petto un dio agitatore, che sentono tutti i grandi ingegni; ed era un dio filosofico, attraversato e avviluppato di forme poetiche, che gli guastano la visione e lo dispongono più a costruire lui il mondo, che non a speculare sulla sua costruzione.
Con queste forze e con queste disposizioni si può immaginare quale viva impressione dovettero fare con questo suo spirito gli studi filosofici. La sua cultura è ampia e seria: si mostra conoscitore non solo de' filosofi greci, ma de' contemporanei.
Ha una speciale ammirazione verso il "divino" Cusano e molta riverenza pel Telesio. Il suo favorito è Pitagora, di cui afferma invidioso Platone. Alla sua natura contemplativa e poetica doveva riuscire sommamente antipatico Aristotile, e ne parla con odio, quasi nemico.

Cosa doveva parere a quel giovine tutto quell'edificio teologico-scolastico-aristotelico sconquassato dagli uomini nuovi, ma saldo ancora nelle scuole, sul quale s'innestava una società corrotta e ipocrita? Il primo movimento del suo spirito fu negativo e polemico, fu la negazione delle opinioni ricevute, accompagnata con un amaro disprezzo delle istituzioni e de' costumi sociali.

Era il tempo delle persecuzioni. I migliori ingegni emigravano, regnava l'Inquisizione. E Giordano Bruno era frate, e frate domenicano. Come uscì dal convento, e perchè esulò, s'ignora. Ma a quel tempo bastava poco ad essere battezzato eretico. Fuggì Bruno a Ginevra, dove trovò un papa anche più intollerante. Fuggì a Tolosa, a Lione, a Parigi, dove ebbe qualche tregua, e pubblicò il suo primo lavoro. Era il 1582. Aveva una trentina di anni.

Cosa è questo primo lavoro? Una commedia, il "Candelaio". Bruno vi sfoga le sue qualità poetiche e letterarie. La scena è a Napoli, la materia è il mondo plebeo e volgare, il concetto è l'eterna lotta degli sciocchi e de' furbi, lo spirito è il più profondo disprezzo e fastidio della società, la forma è cinica. Ma egli da questa società se ne stacca e rimane al di sopra.
Si chiama lui stesso "accademico di nulla accademia, detto il Fastidito". Nel tempo classico delle accademie il suo titolo di gloria è di non essere accademico. Quel "fastidito" ti dà la chiave del suo spirito. La società non gli ispira più collera; ne ha fastidio, perchè si sente fuori e sopra di essa. Si dipinge così:
"L'autore, sì lo conosceste, ... have una fisonomia smarrita: par che sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno; ... un che ride sol per far comme fan gli altri. Per il più lo vedrete fastidito, restio e bizzarro."

Il mondo gli parve un gioco vano di apparenze, senza conclusione. E il risultato della sua commedia è "in tutto non esser cosa di sicuro; ma assai di negozio, difetto abbastanza, poco di bello e nulla di buono". Nessuno interesse può destare la scena del mondo a un uomo, che nella dedica conchiude così:

"Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla si annichila, è un solo, che non può mutarsi, un solo è eterno e può perseverare eternamente uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi s'ingrandisce, e a me si magnifica l'intelletto."

E CHE INTELLETTO !!!

Sentiamo,

"Giordano Bruno non avea attinto al meccanismo di quelle tante categorie della scienza, perchè queste categorie o distribuzioni per capi e per materia sono distinzioni formali e arbitrarie, e rassomigliano un dizionario fatto per categorie a soccorso della memoria.
Il volgo gli dà molta importanza e crede, imparando quelle categorie, di avere imparato a così buon mercato tutte le scienze.
Dicesi che molti gli stessero attorno per aver da lui il segreto di diventar dotti in qualche mese, e che beffati gliene volessero: anzi a queste inimicizie plebee si attribuisce la sua fuga da Parigi e il suo viaggio a Londra.
Qui continuò i suoi studi lulliani e pubblicò "Explicatio triginta sigillorum", con una introduzione intitolata: "Recens et completa ars reminiscendi". In questi studi meccanici e formali si rivela però già un principio organico, che annunzia il gran pensatore. L'arte del ricordarsi (reminiscendi) si trasforma innanzi alla sua mente speculativa in una vera arte del pensare, in una logica che è nello stesso tempo una miscellanea, una antologia.

C' è un libro pubblicato sempre a Parigi nel 1582, col titolo: "De umbris idearum", e lo raccomando ai filosofi, perchè qui c'è il primo germe di quel mondo nuovo, che fermentava nel suo cervello. Qui tra quelle bizzarrie mnemoniche è sviluppato questo concetto capitalissimo, che le serie del mondo intellettuale corrispondono alle serie del mondo naturale, perchè uno è il principio dello spirito e della natura, uno è il pensiero e l'essere.

Perciò pensare è figurare al di dentro quello che la natura rappresenta al di fuori, copiare in sè la scrittura della natura. Pensare è vedere, ed il suo organo è l'occhio interiore, negato agli inetti. Ond'è che la logica non è un argomentare, ma un contemplare, una intuizione intellettuale non delle idee, che sono in Dio, sostanza fuori della cognizione, ma delle ombre o riflessi delle idee ne' sensi e nella ragione.
Bruno parla con disprezzo dantesco del volgo, a cui è negato il lume interno, la visione del vero e del buono riflesso nella ragione e nella natura; e premette al suo libro questa protesta:

" Umbra profunda sumus, ne nos vexetis, inepti; "
" non vos, sed doctos tam grave quaerit opus."

Che vuol dire in buono italiano: - Chi non ci vede, suo danno, e non ci stia a seccare. -
Questo concetto rinnovava la scienza nella sua sostanza e nel suo metodo. Il dualismo teologico-filosofico del medio evo, da cui scaturiva il dualismo politico, papa e imperatore, dava luogo all'unità assoluta.
E il formalismo meccanico aristotelico-scolastico cedeva il campo a un metodo organico, cioè a dire derivato dall'essenza stessa della scienza.
Il nuovo concetto era la chiave della speculazione di Bruno.

A Londra Bruno sostenne una disputa sul sistema di Copernico, lungamente da lui narrata e con colori molto comici nella "Cena delle ceneri", cioè del primo dì di quaresima. Poi sviluppò più ampiamente le sue idee nel dialogo della "Causa, principio e uno", e nell'altro "dell'Infinito, universo e mondi", pubblicati a Londra nel 1584. Quei tre libri sono la sua metafisica.
Ciò che ti colpisce in questa speculazione è la riabilitazione, anzi la redenzione della materia scomunicata, chiamata fino allora "peccato". Bruno ha chiara coscienza di ciò che fa.

Bruno costruisce il suo mondo, lasciando da parte la più alta contemplazione, che ascende sopra la natura, la quale "a chi non crede è impossibile e nulla". "Quelli che non hanno il lume soprannaturale, stimano ogni cosa esser corpo, o semplice, come lo etere, o composto, come gli astri, e non cercano la divinità fuor de l'infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo e in quelle".
Questa è la sola differenza tra il "fedele teologo" e il "vero filosofo".

E Bruno conclude: -" Credo che abbiate compreso quel che voglio dire". -
Il medio evo aveva per base il soprannaturale e l'estramondano: Bruno (ricordiamoci lui è un ex frate) lo ammette come "fedele teologo", ma come "vero filosofo" cerca la divinità non fuori del mondo, ma nel mondo.
È in fondo la più radicale negazione dell'ascetismo e del medio evo.

Lasciando da parte la contemplazione del primo principio, rimangono due sostanze: "la forma che fa e la materia di cui si fa, i due princìpi costitutivi delle cose".
La forma nella sua assolutezza è l'"anima del mondo", la cui "intima, più reale e propria facoltà e parte potenziale" è l'"intelletto universale".
Come il nostro intelletto produce le specie razionali, così l'intelletto o l'anima del mondo produce le specie naturali, "empie il tutto, illumina l'universo".
Questo intelletto, detto da' platonici "fabro del mondo", e da Bruno "artefice interno", "infondendo e porgendo qualche cosa del suo alla materia, ... produce il tutto". Esso è la forma universale e sostanziale insita nella materia, perchè non opera circa la materia e fuor di quella, ma figura la materia da dentro, "come da dentro del seme o radice" forma "il tronco , da dentro il tronco caccia i rami, da dentro i rami le formate branche, da dentro queste ispiega le gemme, da dentro forma, figura e intesse come di nervi le fronde, li fiori e li frutti".

La natura opra dal centro, per dir così, del suo soggetto o materia. Sicchè la forma, se come causa efficiente è estrinseca, perchè "non è parte delle cose prodotte"; "quanto all'atto della sua operazione", è intrinseca alla materia, perchè opera nel seno di quella. È causa, cioè, fuori delle cose; ed è insieme principio, cioè insito nelle cose.
Non c' è creazione, c'è generazione, o, come dice Bruno, "esplicazione".

"La forma è in tutte le cose, e perciò tutte le cose hanno anima. Vivere è avere una forma, avere anima. Tutte le cose sono viventi. "Se la vita si trova in tutte le cose, l'anima" è "forma di tutte le cose": presiede alla materia, "signoreggia nelli composti, effettua la composizione e consistenza delle parti". Perciò essa è immortale e una non meno che la materia.
Ma "secondo la diversità delle disposizioni della materia e secondo la facultà de' princìpi materiali attivi e passivi, viene a produr diverse figurazioni".
Sono queste forme esteriori, che solo si cambiano e annullano, "perchè non sono cose, ma de le cose, non sono sustanze, ma de le sustanze sono accidenti e circostanze. Vani dunque sono i terrori della morte, e più vani i terrori dell'avaro Caronte, onde il più dolce della nostra vita ne si rape ed avvelena".

Machiavelli aveva già parlato di uno "spirito del mondo" immortale ed immutabile, fattore della storia secondo le sue leggi costitutive. Quello spirito della storia nella speculazione di Bruno è il "fabro del mondo", il suo "artefice interno".

Dirimpetto alla forma assoluta è la materia assoluta, cioè secondo sè, distinta dalla forma. Come la forma esclude da sè ogni concetto di materia, così la materia esclude da sè ogni concetto di forma.
La materia è "informe", potenza passiva "pura, nuda, senz'atto, senza virtù e perfezione", ""prope nihil"": è l'indifferente, lo stesso e il medesimo, il tutto e il nulla. Appunto perchè è tutte le cose, non è alcuna cosa.
E perchè non è alcuna cosa, non è corpo; ""nullas habet dimensiones"", è "indivisibile, soggetto di cose corporee e incorporee. Se avesse certe dimensioni, certo essere, certa figura, certa proprietà, certa differenzia, non sarebbe assoluta."

Ma forma e materia nella loro assolutezza, come avendo vita propria, estrinseca l'una all'altra, sono non distinzioni reali, ma vocali e nominali, sono distinzioni logiche e intellettuali, perchè "l'intelletto divide quello che in natura è indiviso", com'è vizio di Aristotile, e degli scolastici, che popolarono il mondo di entità logiche, quasi fossero sussistenze reali.

Giordano Bruno si beffa in molte occasioni di questi filosofi, che moltiplicarono gli enti, immaginando fino la "socrateità" come l'essenza di Socrate, la "ligneità" come essenza del legno. Questa distinzione tra gli enti logici e gli enti reali è già un gran progresso. Non che le distinzioni logiche siano senza importanza, anzi esse sono una serie corrispondente alla serie delle cose, sono le generalità della natura; il torto è di considerarle cose viventi e reali, e credere, per esempio, che forma e materia sieno due sostanze distinte, appunto perchè possiamo e dobbiamo concepirle distinte.

Non c'è forma che non abbia in sè "un che materiale", e non c'è materia che non abbia in sè il suo principio formale e divino. Bruno dice:
"Lo ente, logicamente diviso in quel che è e può essere, fisicamente è indiviso, indistinto e uno"
.
Perciò la potenza coincide con l'atto, la materia con la forma. "la essenzia per cui tutto quel ch'è ha l'essere", è "intimamente" in tutto; onde "s'inferisce che tutte le cose sono in ciascuna cosa, e tutto è uno".

La materia non è dunque nulla, ""prope nihil"", come vuole Aristotile; anzi ha in sè tutte le forme, e le produce dal suo seno per opera della natura, efficiente o artefice "interno e non esterno, come aviene nelle cose artificiali".
Se il principio formale fosse esterno, si potrebbe dire ch'ella "non abbia in sè forma e atto alcuno"; ma le ha tutte, perchè tutte le caccia "dal suo seno". Perciò la materia non è "quello in cui le cose si fanno", ma quello "di cui ogni specie naturale si produce".
Ciò che, oltre i pitagorici, Anassagora e Democrito, comprese anche Mosè, quando disse: "'Produca la terra li suoi animali',... quasi dicesse: 'Producale la materia'". Dunque le "forme" ed "entelechie" di Aristotile e le "fantastiche idee" di Platone", i "sigilli ideali separati dalla materia ... son peggio che mostri", sono "chimere e vane fantasie".

"La materia è fonte dell'attualità, è non solo in potenza, ma in atto; è sempre la medesima e immutabile, in eterno stato, e non è quella che si muta, ma quella intorno alla quale e nella quale c'è la mutazione. Ciò che si altera è il composto, non la materia".

Sembra qui di leggere il famoso postulato "Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma" di A.L. Lavoisier, inserito nella sua "Legge della conservazione della massa" . E l'altro postulato di Lagrange "resta invariata nel tempo la massa contenuta in un volume (deformabile) che si muove con il sistema"

Si dice stoltamente che la materia plasmi la forma. Non può plasmare "la fonte delle forme che è in sé", perchè nessuno plasma ciò che possiede. E perciò, in caso di morte, non si deve dire che....
"la forma fugge... o... lascia la materia, ma piùttosto che la materia rigetta quella forma per prenderne un'altra".

"Adunque, se gl'individui sono innumerabili, ogni cosa è uno, e il conoscere questa unità è lo scopo e termine di tutte le filosofie e contemplazioni naturali, montando non al sommo principio, escluso dalla speculazione, ma alla somma monade o atomo o unità, anima del mondo, atto di tutto, potenza di tutto, tutta in tutto".
Questa sostanza unica è "l'universo, uno, infinito, immobile". "Non è materia, perchè non è figurato, nè figurabile..., non è forma, perchè non informa, nè figura" sostanza particolare, "atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo... È talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima; perchè è il tutto indifferentemente, e però è uno, l'universo è uno". In lui tutto è centro: il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessuna parte, ed anche la circonferenza è dappertutto e in nessuna parte il centro. Non c'è vacuo tutto è pieno: quello in cui vi può essere corpo, e che può contenere qualche cosa, e nel cui seno sono gli atomi. Perciò l'universo è di dimensione infinita e i mondi sono innumerabili. La causa finale del mondo è la perfezione, e agl'innumerabili gradi di perfezione rispondono i mondi innumerabili: animali grandi, co' loro organi e il loro sviluppo, de' quali uno è la terra. Per la continenza di questi innumerabili si richiede uno spazio infinito, l'eterea regione, dove si muovono i mondi, perciò non affissi e inchiodati. Vano è cercare il loro motore esterno, perchè tutti si muovono dal principio interno, che è la propria anima. Il punto di partenza è una reazione visibile contro il soprannaturale e l'estramondano.

Il mondo popolato di universali nel medio evo è negato da Bruno in nome della natura. Dio stesso, dice Bruno, "se non è natura, è natura della natura; se non è l'anima del mondo, è l'anima dell'anima del mondo".
E in questo caso è materia di fede, non è parte della cognizione. La base della sua dottrina è perciò l'intrinsechezza del principio formale o divino della natura. Ciascuno ha Dio dentro di sè. Il vero e il buono, la luce dentro di noi non per lume soprannaturale, ma per lume naturale. Il naturalismo reagiva contro il soprannaturale.

Quelli che hanno lume soprannaturale, come i profeti, cioè a dire che ricevono il lume dal di fuori, egli li chiama "asini" o "ignoranti", de' quali fa un ironico panegirico nell'"Asino cillenico", e tra questi e quelli che hanno il lume naturale e vedono per virtù propria è la stessa differenza che è "tra l'asino che porta i sacramenti e la cosa sacra".
"Quelli sono vasi e strumenti; questi principali artefici ed efficienti: quelli hanno più dignità, perchè hanno la divinità; questi sono essi più degni, e sono divini. L'asinità è la condizione della fede: chi crede, non ha bisogno di sapere; e l'asinità conduce alla vita eterna".

"Forzatevi, forzatevi dunque ad essere asini, o voi che siete uomini!... - grida Bruno con umore - così, divoti e pazienti, sarete contubernali alle angeliche squadre... E voi che siete già asini,... adattatevi a proceder... di bene in meglio, afinchè perveniate... a quella dignità che non per scienze ed opre,... ma per fede s'acquista. Se... tali sarete..., vi troverete scritti nel libro della vita, impetrerete la grazia in questa militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale vive e regna Dio per tutt'i secoli de' secoli."

Questa sferzante tirata umoristica finisce con un "molto pio" sonetto in lode degli asini, il cui concetto è che "il gran Signor li vuol far trionfanti". Nè solo è l'asino trionfante, ma l'ozio, perchè l'eterna felicità s'acquista per "fede", non per "scienze", e non per "opre". Anche dell'ozio ha uno tagliente panegirico ironico....

"Li dèi son dèi, perchè son felicissimi; li felici son felici perchè son senza sollecitudine e fatica; fatica e sollecitudine non han coloro che non si muovono e alterano; questi son massime quei ch'han seco l'ozio: dunque gli dèi son dèi, perchè han seco l'ozio."

Sillogismo pieno di senso nella sua frivola apparenza. Momo, il censore divino, ne resta intrigato, e dice che "per aver studiato logica in Aristotile non aveva imparato di rispondere agli argomenti in quarta figura". L'ozio fa naturalmente l'elogio dell'età dell'oro, la sua età, il suo regno, e cita i bei versi del Tasso:

... ... legge aurea e felice,
che natura scolpì: "S'ei piace, ei lice".

E finisce con questa esortazione:

Lasciate le ombre, ed abbracciate il vero,
non cangiate il presente col futuro.
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
mentre l'ombra desia di quel ch'ha in bocca.
Avviso non fu mai di saggio e scaltro,
perdere un ben per acquistarne un altro.
A che cercate sì lunge diviso,
se in voi stessi trovate il paradiso?

L'ozio e l'ignoranza sono i caratteri della vita ascetica e monacale, della quale il Bruno frate aveva avuto esperienza.

In "La libertade", - fa egli dire a Giove - quando verrà ad essere oziosa, sarà frustratoria e vana, come indarno è l'occhio che non vede, e mano che non apprende. Ne l'età... dell'oro per l'ozio gli uomini non erano più virtuosi, che sin al presente le bestie son virtuose, e forse erano più stupidi che molte di queste."

Bruno rigetta quella vita oziosa, che fu detta "aurea", e ch'egli chiama "scempia", fondata sulla passività dell'intelletto e della volontà, e non può parlarne senz'aria di beffa. Il soprannaturale è incalzato ne' suoi princìpi e nelle sue conseguenze.
Secondo la morale di Bruno il lume naturale viene destato nell'anima dall'amore del divino, o dal principio formale aderente alla materia, e per il quale la materia è bella. Amare la materia in quanto materia è cosa bestiale e volgare, e Bruno se la prende col Petrarca e i petrarchisti, lodatori di donne e di bell'ozio come pompa d'ingegno, e tanti altri "han parlato delle lodi della mosca, dello scarafone, dell'asino, de Sileno, de Priapo, scimmie de' quali son coloro che han poetato a' nostri tempi - dic'egli - delle lodi degli orinali, della piva, della fava, del letto, delle bugie, del disonore, del forno, del martello, della carestia, della peste".

Obiettivo dell'amore eroico è il divino, o il formale: la bellezza divina "prima si comunica alle anime, e... per quelle... si comunica alli corpi; onde è che l'affetto ben formato ama... la corporal bellezza, per quel che è indice della bellezza del spirito. Anzi quello che n'innamora del corpo è una certa spiritualità che veggiamo in esso, la qual si chiama 'bellezza', la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o minori, non nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza de membri e colori."

L'amore eroico è proprio delle nature superiori, dette "insane", non perchè non sanno, ma perchè "soprasanno", sanno più dell'ordinario, e tendono più in alto, per aver più intelletto.
"La visione o contemplazione divina non è però oziosa ed estrinseca, come ne' mistici e ascetici: Dio è in noi, e possedere Dio è possedere noi stessi. E non ci viene dal di fuori, ma ci è data dalla forza dell'intelletto e della volontà, che sono tra loro in reciprocanza d'azione: l'intelletto, che, suscitato dall'amore, acquista occhio e contempla; e la volontà che, ringagliardita dalla contemplazione, diviene efficace, o doppiata":
Ciò che Bruno esprime con la formula: "io voglio volere". Dalla contemplazione esce dunque l'azione: la vita non è ignoranza e ozio, anzi è "intelletto e atto mediante l'amore", secondo la formola dantesca rintegrata da Bruno: è intendere ed operare.

"Maggiori sono le contrarietà e le necessità della vita, e più intensa è la volontà, perchè amore è unità e amicizia dei contrari, o degli opposti, e nel contrasto cerca la concordia.
La mente è unità, l'immaginazione è moto, è diversità; la facoltà razionale è in mezzo, composta di tutto, in cui concorre l'uno con la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto con lo stato, l'inferiore col superiore".

Come gli dèi trasmigrano in forme basse e aliene, o per sentimento della propria nobiltà ripigliano la divina forma; così il furioso eroico, innalzandosi per la concepita specie della divina beltà e bontà, con l'ale dell'intelletto e volontà intellettiva s'innalza alla divinità, lasciando la forma di soggetto più basso:

da soggetto più vil divegno un dio...
Mi cangio in Dio da cosa inferiore.

"Cangiarsi in Dio" significa levarsi dalla moltitudine all'uno, dal diverso allo stesso, dall'individuo alla vita universale, dalle forme cangianti al permanente, vedere e volere nel tutto l'uno e nell'uno il tutto. O, per uscire da questa terminologia, Dio è verità e bontà scritta al di dentro di noi, visibile per lume naturale; e cercarla e possederla è la perfezione morale, lo scopo della vita".

È stato notato che Bruno non ti offre un sistema concorde e deciso. La filosofia è in lui ancora in stato di fermentazione. Hai i vacillamenti dell'uomo nuovo, che vive ancora nel passato e del passato. Combatte il soprannaturale, ma il suo lume naturale, la sua "mens tuens", la sua intuizione intellettiva, ne conserva una confusa reminiscenza. Contempla Dio nella infinità della natura, ma non sa avvicinarsi al Dio extramondano, non sa che farsene, rimasto come un antecedente inconciliato della sua speculazione.
Ora quel Dio è verità e sostanza, e noi siamo sua ombra, "umbra profunda sumus"; ora quel Dio è proprio la natura, o, "se non è natura, è natura della natura".
C' è in lui confuso Cartesio, Spinosa e Malebranche. Combatte la scolastica, e ne conserva in gran parte le abitudini. Odia la mistica, e talora, a sentirlo, è più mistico di un santo padre. Rigetta l'immaginazione, e ne ha tutti i vizi e tutte le forme. Manca l'armonia nel suo contenuto e nelle sue forme. E non fa meraviglia che anche oggi i filosofi si accapiglino nella interpretazione del suo sistema.

Interessantissima è questa storia interiore dello spirito di Bruno nelle sue distinzioni e sottigliezze, e nelle oscillazioni del suo sviluppo; anzi è questa la sua vera biografia. Niente è più drammatico che la vita interiore di un grande spirito nella sua lotta con l'educazione, con i maestri, con gli studi, col tempo, coi pregiudizi, nelle sue imitazioni, fluttuazioni e resistenze.
La sua grandezza è appunto in questo, di vincere in quella lotta, cioè che di mezzo a quelle fluttuazioni si stacchino con maggior forza ed evidenza le sue tendenze predilette, che gli danno un carattere ed una fisonomia. E questa fisonomia di Bruno noi dobbiamo cercarla, attraverso i suoi ondeggiamenti.

Innanzi tutto, Bruno (ricordiamo sempre che è un frate) ha sviluppatissimo il sentimento religioso, cioè il sentimento dell'infinito e del divino, com'è di ogni spirito contemplativo. Leggendolo, ti senti più vicino a Dio. E non hai bisogno di domandarti, se Dio è, e cosa è. Perchè lo senti in te, e appresso a te, nella tua coscienza e nella natura. Dio è "più intimo a te che non sei tu a te stesso".
Tutte le religioni non sono in fondo che il divino in diverse forme. E sotto questo aspetto Bruno ti fa un'analisi assai notevole delle religioni antiche e nuove. L'amore del divino, il "furore eroico", è il carattere delle nobili nature. E questo amore ci rende atti non solo a contemplare Dio come verità, ma ancora a realizzarlo come bontà. Ivi ha radice la scienza e la morale.

Questi concetti non sono nuovi, e di simili se ne trovano nella Scrittura e ne' padri. Ma lo spirito è nuovo. Non è solo questo, che "i cieli narrano la gloria di Dio", ma quest'altro, che i cieli sono essi medesimi divini, e si muovono per virtù propria, per la loro intrinseca divinità.
È la riabilitazione della materia o della natura, non più opposta allo spirito e scomunicata, ma fatta divina, divenuta "genitura di Dio". È il finito o il concreto che appare all'infinito, e lo realizza, gli dà l'esistenza. O, come dicesi oggi, è il Dio vivente e conoscibile che succede al Dio astratto e solitario. L'universo, eterno ed infinito, è la vita o la storia di Dio.

Questo è ciò che fu detto il "naturalismo di Giordano Bruno", o piuttosto del secolo, ed era il naturale progresso dello spirito, che usciva dalle astrattezze scolastiche, o, come dice lo stesso Giordano Bruno, "dalle credenze e dalle fantasie".

"Nel febbraio del 1591, accogliendo l’invito di Giovanni Moceingo, Giordano Bruno si portò a Venezia. Andò ad abitare nel palazzo del patrizio in campo San Samuele, ma il 22 maggio del 1592 Mocenigo lo denunciò all’Inquisizione come eretico e Giordano Bruno venne arrestato. Il processo durò sette anni. Si concluse a Roma alla fine del 1599. Il filosofo venne riconosciuto "eretico, impenitente e recidivo". Perciò la condanna fu "vivus in igne mittatur", fosse mandato vivo al rogo.
Il 17 febbraio di quattro secoli fa, (1600, ANNO SANTO DEL XII GIUBILEO, proclamato da papa Clemente XII) all’alba, sette frati di quattro Ordini diversi, accompagnarono Giordano Bruno fino al palco eretto in Campo
dei Fiori a Roma, "lo misero sulla pira nudo e lo abbruciarono".
Ma Bruno non smise mai di bruciare nella memoria e nella coscienza di molti".

"Bruno fu un grande, e questo niente e nessuno mai potrà cambiarlo; nemmeno la sua morte perché la morte ha proiettato su tutto il resto della sua vita qualche cosa che ha trasformato la sua vita stessa".

""....il rogo di Bruno proietta su tutta la sua vicenda qualche cosa che nessuno avrebbe immaginato con lui in vita. Chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, la possibilità di esprimere le proprie idee, di atteggiarsi in una certa maniera, di agire nel mondo, può ricollegarsi a questa figura, che diviene così un simbolo.
La cosa interessante, l'errore più grande che ha fatto la santa inquisizione, è proprio che con il rogo di Bruno ha verificato le sue teorie magiche. In Bruno uno degli aspetti fondamentali è l'efficacia dell'imago, dell'immagine. L'immagine magica è qualche cosa che opera con efficacia se usata in una certa maniera. La Santa Inquisizione ha imposto al mondo e alla memoria degli uomini questa immagine della figura bruciata che si è impressa nella memoria universale, e così in un certo senso ha reso vera la teoria magica di Bruno.

 

E' stato uno scacco tremendo per la chiesa cattolica e per l'inquisizione". (Luciano Parinetto. Professore di Filosofia Morale alla Statale di Milano, Ha pubblicato, per Rusconi, un libro dal titolo Processo e morte di Giordano Bruno. Oltre a un ampio saggio introduttivo, il volume contiene una raccolta di documenti del processo veneziano, il sommario del processo romano e i documenti che riguardano la fine sul rogo di Giordano Bruno.

GIORDANO BRUNO E LA RIFLESSIONE SULL'INFINITO

"Quella di Giordano Bruno è una figura complessa che si inserisce in un periodo di profondo sconvolgimento e rinnovamento degli orizzonti conoscitivi delle dottrine filosofiche. Bruno in questo contesto svolge un ruolo significativo, proponendo un originale pensiero che si struttura sotto l'influenza di correnti filosofiche precedenti e contemporanee, quali l'Atomismo, il Naturalismo, il Neoplatonismo e l'Ermetismo.

(NATURALISMO: "Indaga la natura prescindendo da ogni principio trascendente, ovvero ritenendo la natura una sorta di entità capace di autorganizzarsi, senza dedurre il proprio ordine dall’esterno. Il Naturalismo, che ha costituito gran parte della tradizione filosofica greca, conobbe, durante il Rinascimento, per la riscoperta dei tempi antichi, una forte ripresa. Si può dire che tale ripresa fosse una delle forme della crisi del sapere dovuta alla rottura dell’enciclopedismo medievale. Anche se la Rivoluzione scientifica impose nuove idee, abbandonando le concezioni naturalistiche, spesso del tutto inconsapevoli della funzione svolta dalla matematica nell’indagine fisica, il Naturalismo consegnò al Settecento una ricca eredità, destinata a svilupparsi in molteplici direzioni." - Da Dizionario di filosofia a cura di Paolo Rossi, 1996)

Le tesi di Bruno sono quindi improntate sulla base di un naturalismo che risente di una tensione amorosa tipica del neoplatonismo, ma anche di una predilezione per la magia  e l'astrologia...
(MAGIA La magia è definita, nel senso stretto del termine, l'arte di piegare a proprio o ad altrui vantaggio, per mezzo di pratiche occulte di vario genere, le forze che dominano la natura fisica e psichica. L'azione della magia si fonda su un presupposto di carattere casualistico, in quanto il mago si muove nella credenza che il gesto e la parola rituali agiscano efficacemente sul piano della realtà naturale. Durante il periodo rinascimentale, in maniera particolare, il concetto di magia è assai diffuso. Infatti uomini come, Marsilio Ficino, Paracelso, Telesio e Bruno, recuperano il valore di tale arte, soprattutto nelle sue applicazioni pratiche all’astrologia, all’alchimia e alla medicina. In questo modo superano la scissione dominante nel pensiero medioevale e permettono il recupero di un contatto diretto fra uomo e mondo, fra microcosmo e macrocosmo: sono questi "maghi" rinascimentali in sostanza ad avviare lo studio diretto del mondo naturale, aprendo così le porte alla indagine scientifica.)

 ... come strumenti di indagine sul reale e sulla natura stessa. In quest'ottica l'opera di Bruno segna una battuta d'arresto nello sviluppo del naturalismo scientifico in quanto si configura quasi come una religione della natura.
Proprio per il suo carattere magico e miracoloso, la natura secondo Bruno non è conoscibile unicamente attraverso i sensi come aveva invece ipotizzato Telesio...;
(TELESIO BERNARDINO (1509-1588) Nasce a Cosenza e si addottora a Padova nel 1535. Nel 1565 è a Napoli dove pubblica i primi due libri della sua opera più significativa "La natura secondo i propri principi". Muore a Cosenza dopo aver terminato, nove anni prima, la stesura della sua opera, articolata in nove libri.)

.... bisogna bensì indagarla attraverso l’intelletto che ci eleva al di sopra delle particolarità. Grazie a questo concetto Bruno propone la natura come unico oggetto di studio della filosofia e unica fonte di verità certe. Giunge di conseguenza a ritenere qualsiasi tipo di religione positiva (rivelata), un insieme di superstizioni contrarie alle leggi e alla giustizia naturale.

Relegate le antiche credenze in luogo di inutili falsità,
Bruno procede nella costruzione di una religione naturale, che individua in una sapienza originaria comune a tutti gli uomini d’intelletto, antichi e contemporanei, la via per giungere a Dio. Una via questa, che svolge il suo percorso nella natura, la quale si pone come oggetto e termine del filosofare e della religiosità stessa.
Nell’ambito della sua religione naturale, Bruno concepisce Dio in duplice maniera: da una parte, risentendo fortemente dell’influenza di principi Neoplatonici, la divinità è immaginata al di fuori dell’universo (mens super omnia), ineffabile e completamente trascendente, oggetto quindi della sola fede e in nessun modo comprensibile dalle capacità conoscitive umane; dall’altra Dio è considerato immanentemente come principio primo della natura e del cosmo (mens insita omnibus), e come tale risulta raggiungibile da parte dell’uomo perché si fa oggetto del suo impeto filosofico e religioso.

Sotto quest’aspetto Dio è l’artefice interno del mondo, è causa efficiente di tutti i fenomeni naturali ed agisce come Anima del cosmo plasmando l’infinita materia per creare l’intero universo. La negazione della trascendenza di Dio, il riconoscimento della sua infinità consentono a Giordano Bruno di poter individuare una sostanziale unità della natura. Tale concetto di unità va ricercato in Dio stesso e si lega ad un’altra idea fondamentale della concezione bruniana: la coincidenza degli opposti, secondo la quale in Dio, e quindi necessariamente anche nel cosmo gli opposti coincidono; ecco quindi che il massimo e il minimo, l’amore e l’odio risultano la stessa cosa. Ma la coincidenza degli opposti è possibile soltanto in uno spazio illimitato, perché due realtà contrarie possono confondersi fino ad identificarsi solo se relazionate con l’infinito  ed in esso inserite... 

(INFINITO "In generale infinito è ciò che non ha limiti, non ha fine e non è misurabile", anche se questo concetto è piuttosto equivoco per le molteplici implicazioni che contiene nei diversi campi della conoscenza scientifica, metafisica e religiosa, né qui si pretende di darne una descrizione esaustiva. Dell'infinito si conoscono infatti moltissime e divergenti definizioni: da numerose filosofie greche era considerato negativamente, in quanto privo di confini e forma e come tale manchevole ed imperfetto.
L'infinito cristianamente concepito è invece del tutto positivo, perchè illimitato e asimilabile a Dio; sinonimo quindi di perfezione. Molte altre spiegazioni di tale ente metafisico sono state tentate da filosofi e pensatori di tutti i tempi, come la concezione di infinito nello spazio (cosmologico), o quella di "infinito negativo" secondo la quale gli opposti coincidono risultando identici. Anche la matematica gioca una parte importantissima nell'evoluzione del concetto di infinito e perviene ad una definizione precisa e rigorosa di infinito misurabile.)

...da qui la postulazione di un universo appunto infinito espressione dell’infinità di Dio che comprende ogni aspetto della natura e del reale. Quest’innovativa teoria che si affiancava e superava quella matematicamente provata di Copernico ....

(COPERNICO NICCOLÒ (1473-1543) . La sua opera fondamentale è De revolutionibus orbium coelestium.
Dedicò tutta la sua vita alla ricerca in campo astronomico, volta allo smantellamento della teoria geocentrica di Tolomeo. A tal fine riformulò la teoria eliocentrica, alla quale erano già pervenuti filosofi antichi quali Eraclide, Iceta e i Pitagorici.
Il sistema copernicano poneva al centro dell’Universo il sole, attorno al quale ruotavano i pianeti. La Terra era posta tra questi ultimi; inoltre essa ruotava su se stessa, provocando il giorno e la notte. La luna , a sua volta, ruotava attorno alla Terra e lontanissime stavano le stelle fisse. Niccolò Copernico morì a Frauenburg.)


... abbatteva definitivamente la vecchia concezione aristotelica che faceva dell’universo uno spazio chiuso, limitato e fornito di un unico centro, sostituendola con un modello cosmologico senza confini, avente centro contemporaneamente in nessuno e in ogni luogo, caratterizzato da una pluralità di mondi e pianeti abitabili.

La definizione di un cosmo che riceve la sua peculiarità dall’infinità divina porta con sé un'altra importante critica alla fisica aristotelica, riconoscendo pari dignità a mondo stellare e realtà sublunare, in quanto parti della stessa infinità e opera della stessa mens insita omnibus e perciò espressioni identiche della sua potenza. 

ETICA:
La parola viene dal greco èthos, che significa "costume", insieme dei principi e dei comportamenti condivisi da una comunità, ed equivale al latino mos.
Proprio nel mondo greco infatti, e successivamente in quello romano, inizia la riflessione morale che si evolve in scienza filosofica con l’indagine di SOCRATE intorno all’essenza del bene e al concetto di virtù. Tale concezione viene seguita e sviluppata nel tempo da innumerevoli pensatori, quali Platone, Aristotele, gli STOICI. Si occupano di questioni riguardanti l’indole morale anche CICERONE e SENECA, fino a che l’Etica trova un posto stabile nel pensiero di ogni filosofo, strutturandosi a tutti gli effetti come una vera e propria scienza.

Oggi l’Etica è lo studio delle regole del comportamento umano e consiste nella ricerca e nella definizione dei principi in base ai quali distinguere le azioni buone dalle cattive, la virtù dal vizio. L’Etica è quindi una scienza normativa, nel senso che prescrive le regole del comportamento corretto, avendo di mira il bene: non è solo scienza dei costumi quali di fatto sono, ma quali dovrebbero essere.
Proprio per la sua definizione l’Etica riguarda solo l’uomo, in quanto questi è l’unico essere in grado di agire liberamente, o per meglio dire, di scegliere. In quest’ottica l’Etica nasce dalla necessità di fornire all’uomo i giusti criteri di scelta.



L'etica di Bruno si fonda anch'essa sulla base di questa nuova concezione che concerne religione, metafisica e fisica; infatti se l’unità e l’infinità costituiscono il principio primo del mondo, esse devono anche costituire, secondo Bruno, l’aspirazione massima dell’intelletto umano. Quest’aspirazione è collocata al vertice delle virtù ed è raggiungibile attraverso quello che Bruno chiama l’eroico furore, ovvero l’identificarsi dell’uomo con la natura attraverso l’amore e l’accettazione della realtà. In questo modo l’uomo si fa natura e, contemplando dall'interno l'essenza delle cose, riesce con il proprio ingegno, ad assoggettarle a sé e, per mezzo del proprio lavoro, a plasmarle, esaltando così le doti che solo a lui sono concesse.

 A ben guardare nella filosofia, ma soprattutto nella cosmologia bruniana si ritrovano concetti estremamente innovativi che quindi risultano veramente rivoluzionari e destabilizzanti se considerati nell’ottica del XVI secolo.
Basti pensare che l’universo ipotizzato da Bruno è in tutto e per tutto simile a quello delineato dalle conoscenze moderne, tanto che fu oggetto di molte critiche anche da parte di quelli che sono considerati i padri della cosmologia moderna, come Galileo e Keplero, i quali con i loro mezzi conoscitivi non potevano ipotizzare sulla base di un ragionamento matematicamente rigoroso l’infinità dell’universo o la pluralità dei mondi.

Un’opposizione convinta alle nuove teorie cosmologiche bruniane fu portata anche dagli esponenti della vecchia cultura aristotelica  e scolastica, ma soprattutto dagli apparati ecclesiastici che vedevano minacciate molte importanti verità di fede; la molteplicità di mondi abitati asserita da Bruno creava pericolose difficoltà dogmatiche che scatenarono la violenta reazione di cattolici e protestanti.

Sicuramente - bruciandolo - non avranno pensato che mettendo Bruno sul rogo, lui sarebbe poi diventato un simbolo, una verità, l'aspirazione massima dell’intelletto umano, nel nuovo mondo che si formava.
Chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, la possibilità di esprimere le proprie idee, di atteggiarsi in una certa maniera, di agire nel mondo, può ricollegarsi a Giordano Bruno.

FINE

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