RUSSIA
LA MAFIA NELLA RUSSIA ANTICA

L'Europa nell'anno 1000
(per ingrandire clicca QUI)

 

di Aldo Marturano
Un'appassionante opera storica
l'autore ha pubblicato numerose opere sulla storia russa ( 9 )
ponendosi alla ribalta come uno dei più importanti conoscitori
europei del Medioevo Russo (epoca mirabile pressoché sconosciuta in occidente) L'europa mell'ammo 1000

L’autore, studioso di Medioevo russo, disponendo della competenza linguistica necessaria (ha approfondito lo studio del Russo presso il celebre Istituto Pushkin di Mosca - e ha sposato una russa) per consultare i testi e le fonti e la storiografia del tempo, ricostruisce il mondo slavo orientale del X sec. d.C. (come pochissimi in occidente) con tutte le curiosità che esso mostra al lettore ignaro che vi si avventura, ma non in linguaggio specialistico che non è il suo scopo, bensì portando per mano il lettore nei vari intrighi, forze politiche, amori e lotte personali, descrivendo ambienti e protagonisti come se fossero vivi davanti al lettore stesso.

 

Premessa e Capitoli dell'opera

1. Una difficile ricerca - 2. L’ipotesi mafiosa
3. Le fonti --- 4. Scena prima
5. Scena seconda --- 6. Gli eterni migranti
7. Un nuovo villaggio --- 8. Ecco gli antenati
9. Vichinghi e Slavi s’incontrano - 10. Il ruolo degli ebrei
11. L’occhio di Bisanzio --- 12. Cirillo e Metodio
13. Una mafia chiamata Rus’ --- 14. Il magazzino blindato
15. Una famiglia di città --- 16. La grande Kiev
17. Il nuovo ordine di Helgi-Oleg --- 18. Il poljudie
19. L’alba della grande svolta --- 20. Cala il sipario
21. I nuovi rus’: un’altra mafia ? --- 22. Il codice d’onore
Conclusione di questo periodo e Bibliografia

 

PREMESSA: Due parole agli amatori di storia russa

Dopo molti anni di studi di storia antico-russa, sono stato quasi costretto a fare delle riflessioni (non sempre originali, lo confesso !) sulle origini del popolo russo...
(o meglio dei tre popoli russi:
Bielorussi, Ucraini e Grandi Russi)
.... che oggi popola l’immensa pianura orientale europea. I dubbi erano sul sistema di società antico di queste genti e le riflessioni su come potesse nascere nel X sec. uno stato che, trasformatosi nei secoli seguenti fino a giungere al Principato di Moscovia, concluse il ciclo antico della storia russa.
E’ difficile ammettere oggi, dove tutto cambia così rapidamente davanti ai nostri occhi, che qualche secolo fa la gente che abitava la Terra Russa era ancora riconoscibile ad un osservatore curioso (e ce ne furono !) come un insieme delle diverse anime derivate dai popoli che s’incontrarono (e si scontrarono) su questo immenso territorio.

Io però, che questo mondo conosco ed apprezzo già da anni, ho creduto non solo di percepire queste anime, ma di riconoscerle nei volti e negli atteggiamenti dei russi d’oggi e ho visto che esse sopravvivono ancora nelle abitudini, nelle credenze, nelle superstizioni e … nella cultura materiale, specialmente dei Bielorussi ! Persino dopo oltre dieci secoli di storia e malgrado 70 anni di politica dell’appiattimento delle coscienze col passato stato sovietico, lo “spirito russo antico” sembra essere ancora lì !
Era un qualcosa di malinconico e di misterioso, ma assolutamente impercettibile per chi ha troppa fretta, che m’attrasse anni fa, quando lo sentii alitare, attraverso mia moglie e i miei suoceri a Sorocì (in Bielorussia), su di me, estraneo al mondo contadino del nord Europa, e che mi spinse, già allora, ad andare alla ricerca delle sue origini.

Logicamente i popoli russi, come gli altri, sono il retaggio del loro passato, ma credo che bisogna riconoscere loro un’originalità particolare ed unica fra gli Slavi del nostro comune continente.
I russi sono storicamente speciali già per il fatto che “si adattarono al resto della cultura europea” solo nel 1700, ai tempi di Pietro il Grande, quasi “svegliandosi” da un lunghissimo e buio medioevo che li aveva divisi dalle culle della loro civiltà: Novgorod, Kiev e Mosca.

Dopo i primi successi dello stato leniniano, con Stalin e successori, i popoli russi si sono di nuovo addormentati ed oggi, dopo anni di silenzio forzato, eccoli ritornare alla ribalta, più importanti che mai, anch’essi alla ricerca delle loro origini.

Come popoli del nord, secondo me, le radici non possono che cercarsi e trovarsi nel nord europeo, visto come un’area culturale multietnica unita dalle circostanze geografiche, perché qui i russi hanno avuto sempre un peso storico grandissimo.

Lo “spirito russo” però non è interamente assimilabile ad un generale spirito del nord, se si può definirne uno, perché i russi sono riusciti a mescolare e a consolidare nel loro territorio il nord con il sud e questi con la steppa asiatica e lo spirito libero e un po’ anarchico dei suoi abitanti, mentre gli altri popoli del grande nord europeo continuavano a restare isolati.

Nè la steppa ucraina, poi, può essere separata dal grande nord, avendo questo sempre convissuto con le genti che da essa provenivano. Nella steppa inoltre è sempre esistito un fattore storico di etnogenesi, potentissimo e sempre in atto, che da tempi immemorabili ha apportato “sangue nuovo” al resto d’Europa (e del mondo). Di conseguenza come si possono trascurare le assimilazioni e la slavizzazione dei popoli che vissero nel bacino del Volga e nel nord del Caucaso, costantemente attirati e proiettati verso la Terra Russa, se si vuol capire lo “spirito russo” ?

Si può abbracciare questo mondo così complicato che nell’ultimo secolo ha rivoluzionato la nostra vita e la civiltà universale, se non si fa una riflessione su tutti questi suoi aspetti ?
La risposta è: No ! Purtroppo gli storici nostrani, o deformati dai loro punti di vista “mediterranei” o troppo “occidentalizzati”, poco sanno (e non cercano di sapere)
sulla storia “dell’Est Europeo” e dei rapporti così intimi che questo ebbe con l’Europa in tutte le direzioni.

In particolare ci sono parecchi pregiudizi che circolano sui russi: Si dice di loro che è gente del freddo, si parla della loro paurosa Siberia, confino gelido e spietato, o si spalancano gli occhi sulla bellezza delle loro donne e sui loro costumi sessuali troppo liberi, o ancora fa impressione l’enorme numero di persone che vivono nelle loro grandi città, e (perché no ?) sui tenebrosi e impassibili (e non ancora completamente scomparsi, né tantomeno dimenticati) “comunisti sovietici trinariciuti”. Addirittura si è scoperta oggi … la potente mafia russa che, a quanto mi consta, ha da sempre, in un modo o nell’altro, avuto nelle sue mani tutto il potere in questo immenso paese !

Pochi di noi tuttavia si rendono conto che ogni stereotipo che noi esprimiamo o che udiamo espresso da altri, non sono che spezzoni di informazioni, magari obsoletissime, risalenti ad anni e persino a secoli fa.
I popoli russi, quando ancora partecipavano alla storia europea, nel XIII sec. col proprio sacrificio di sangue hanno arginato le invasioni dei bellicosi popoli dell’Asia Centrale ed Estremo-orientale, hanno portato il Cristianesimo nelle terre che andavano scoprendo e, infine, hanno assimilato alla cultura russo-ortodossa i popoli dell’Asia che si affacciavano sempre più numerosi e potenti sul teatro europeo, mentre proseguiva la conquista russa del Dalnyi Vostòk (Estremo Oriente in russo), corrispondente europeo del mitico Farwest americano !

In verità devo confessare che il problema della storiografia occidentale verso la realtà russa è molto più prosaico: E’ l’ignoranza delle lingue slave che in generale rende questi popoli poco accessibili ai nostri ricercatori più avventurosi e con pochissima voglia di imparare – almeno ! - la lingua russa. In più la storiografia sovietica, ottenebrata dall’ideologia e dalla burocrazia, è rimasta limitatissima, in quanto a spunti originali. Spesso i punti di vista degli storici che hanno scritto durante il regime sovietico, per paura personale intrinseca e dunque per autocensura, non si sono mai espressi con sincerità e consapevolezza di dover innovare e bisogna saperli leggere “fra le righe” dei loro scritti. Se si aggiunge poi che costoro, per di più, avevano un limitatissimo accesso a quanto si scriveva sulla Russia in altre parti del mondo, si può ben capire come oggi sia difficile raccontare dei russi e delle loro origini.

Non tutti gli storici sovietici però erano succubi dei loro ideologi comunisti. Un esempio di come storici veramente originali e dallo spirito libero abbiano tentato di far emergere le proprie idee e interpretazioni nei loro libri e come siano stati per questo trattati male dallo stato sovietico è la vita di uno dei più grandi di essi: Lev Gumiljov (1912-1992), di cui in italiano esiste sono qualche opera minore, ufficialmente ammessa dal regime sovietico alla traduzione per l’estero capitalistico.

A parte queste considerazioni tuttavia, le fonti e la bibliografia per fare storia medievale russa ci sono.
Per la storia anticorussa (così è meglio chiamare qui il nostro tanto amato Medioevo) ci si può rifare agli articoli degli archeologi sovietici su lavori di scavo anche molto recenti, mentre per le sintesi storiche si può ricorrere alle monumentali opere di Artamonov, del già nominato Gumiljov, di Kostomarov, Kljucevskii, Solovjov, Belajev o addirittura di Tatiscev, famoso storico dei tempi di Pietro il Grande, o di Karamzin, storico di corte di Alessandro I, per nominare i più noti dei secoli passati (v. bibliografia).

Questi hanno tradotto, classificato e raccontato la storia anticorussa sulla base dei documenti scritti trovati nelle biblioteche dei monasteri o in altri luoghi, dopo averli esaminati e tradotti con grande accuratezza ! Ammirevoli sono anche le opere degli storici russi dell’emigrazione come Vernadskii o Cizhevskii, ma in italiano, e comunque in circolazione qui nell’Europa occidentale, poco esiste di tutta questa mole di scritti ed io, con questa ricerca, voglio dare un mio contributo - modestissimo e non da storico, perché non lo sono, ma da amatore di storia russa - sicuro che l’europeità nostra debba essere riconosciuta anche ai russi, senza i quali l’Europa non potrebbe esistere.

Grazie allo storico di origini armene Henri Troyat possiamo leggere di Caterina o di Pietro il Grande, ad esempio, ma dove trovare opere che parlano di San Vladimiro evangelizzatore dei russi o di Santa Olga inventrice dello stato russo o delle imprese di Sant’Alessandro Nevskii che salvarono il resto d’Europa dall’invasione mongola o della scoperta della Siberia per opera del cosacco Jermak ?
Quanti sanno che l’antenata dei Capetingi, Anna dai Capelli Rossi (la potete ammirare nella chiesa del Monastero di Senlis vicino Parigi) era la figlia di Jaroslav il Saggio, principe di Kiev ? Tutti sanno del PCUS, ma quanti di noi sanno che l’Ortodossia, come comunità di credenti cristiani, è per il 95 % di cultura russa e che ha una “storia tutta russa” di oltre mille anni ?

Tutto questo (ed altro) mi ha spinto a cercare di dare un contributo, ripeto minimissimo !, affinché questi milioni di persone che oggi si riscoprono europee, non siano più guardate come immigrati da chissà quale pianeta nella nostra grande e favolosa Europa, ma siano capite meglio sulla base del loro passato.
Ho imparato che la Russia com’è oggi, è l’evoluzione storica di varie nazioni e di vari stati, iniziata all’incirca nel IX sec. d. C. fino ad arrivare all’unificazione sotto Pietro il Grande e, infine, per sfociare nello stato confederale nato dalla Rivoluzione d’Ottobre e morto con la Gorbaciovscìna (ovvero l’Era della Perestròika che poi vuol solo dire ricostruzione, benché non si sappia più di che).

Quando l’URSS si è sciolta, ha fatto nascere ben sei nuovi stati nella Pianura Russa Europea: Lituania, Lettonia, Estonia, Bielorussia, Ucraina e Federazione Russa (quest’ultima è ancora un mosaico infinito di etnìe antichissime urgo-finniche turco-bulgare etc. dominate dall’etnìa Grande Russa), ma queste nuove nazioni non hanno una continuità storica propria … se non si riferiscono alla Rus’ di Kiev del X sec. !
Se si ammette questo, allora queste nuove nazioni non rappresentano forse alcuni dei tanti volti dei popoli russi ?
Tutta la Pianura Russa ha dato il suo contributo alla formazione di queste realtà politiche di oggi e neanche una delle nazioni che abbiamo appena nominate potrà mai rimanere, quantunque lo voglia, separata dalla cultura russa, sia essa quella dei Grandi Russi (il popolo russo più numeroso e più tardivamente formatosi), dei Piccoli Russi (o ucraini, secondi per numero, ma depositari della più antica tradizione di Kiev) o dei Russi Bianchi (il gruppo più piccolo, ma storicamente il più importante perché conservatosi più puro degli altri finora) !
Consiglio infine al mio lettore di fornirsi di un buon atlante della zona, con i nomi dei luoghi ripristinati dopo le alterazioni sovietiche e di armarsi di tanta pazienza per le parole e i termini nuovi che incontrerà.

 

Aldo C. Marturano. Vignate, agosto 2002

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1. Una difficile ricerca


Nello scrivere di storia russa, anche in chiave divulgativa come faccio io, ho avuto bisogno in primo luogo, di fissarmi un piano di lavoro. Si trattava di investigare la trasformazione e l’evoluzione, attraverso gli eventi conosciuti ed osservati dai contemporanei o raccolti da tradizioni non troppo lontane nel tempo di cronisti posteriori, dell’attività dei popoli della Pianura Russa, prima dell’apparizione sulla scena politica internazionale dello stato chiamato la Rus’ di Kiev ! Un compito veramente immane …
La Rus’ di Kiev …
Questa denominazione, Rus’, in verità é molto antica, ma non sempre è stata attribuita ad un vero e proprio stato, prima del XII sec. d.C.
La denominazione Rus’ (Rhos in greco o altre varianti in altre lingue) in realtà veniva usata secondo l’uso della corte bizantina, la quale, considerando barbari tutti i popoli pagani al di fuori dell’Impero che non sapevano costituire stati organizzati (alla bizantina, naturalmente !), dava loro un nome convenzionale, di solito tratto dalla lingua che essi parlavano. Per questo a certi mercanti-pirati che frequentavano la zona intorno al Mar Nero, fra il Caspio e la Crimea di oggi, fu attribuito il nome di Rhos (rus’) e si seppe che parlavano una lingua del nord come gli Svedesi.
Chi erano dunque costoro ? Erano forse identificabili con gli antenati dei russi di oggi o erano tutt’altro popolo che lasciò il proprio nome ad altri, come avvenne per i Bulgari del Volga che scomparvero nella marea slava della nuova patria danubiana, lasciando in eredità alla futura nazione solo il nome dall’élite turca al potere ?
Dando per scontato che da rus’ venisse il nostro aggettivo russo, quando mi sono avventurato a definire quali fossero gli antenati dei russi fra i popoli che vivevano fianco a fianco nella zona che a me interessava, mi sono trovato nel buio più cupo giacchè non riuscivo ad assimilare i Rhos di Bisanzio con i russi delle origini.
Russo allora che significa ? E’ solo una lingua ? E’ una cultura ? E’ un popolo ?
Era davvero un rompicapo complicatissimo.
L’azione più logica mi è sembrata allora quella di partire dai russi d’oggi e procedere all’indietro nel tempo, lungo il filo rosso delle notizie disponibili. Solo così facendo mi sono reso conto che, fino al X sec. d. C., non esistendo ancora uno stato russo, rus’ non era tanto una denominazione generica per i pirati provenienti dalla zona dei laghi del nord, come avevo prima pensato, quanto invece una vera e propria etichetta o lasciapassare attribuiti ad un tipo di organizzazione banditesca di gruppi scandinavi che viaggiavano lungo il corso dei fiumi russi. Insomma mi sono convinto che rus’ avesse il significato di mafia, racket e non solo pirateria, nel senso moderno in cui ci si immagina una tale organizzazione !
Con questa convinzione sono andato avanti, giacchè la questione del nome per il momento mi sembrava così chiarita …
Mi serviva però ora una definizione di “russità”, per poter scegliere delle caratteristiche che mi dicessero in modo accettabile, durante lo svolgimento delle mie ricerche: Questo popolo tende al russo e quello no ! e poter andare avanti con l’indagine.
Tuttavia l’unica cosa certa che si sapeva dei diversi popoli della Terra Russa fra l’VIII e il X sec. d.C., era il loro uso della lingua veicolare, chiamata paleobulgaro o slavone (usato ancor oggi nella liturgia ecclesiastica ortodossa), ma di qui a dire che chi parlasse questa lingua (o meglio la capisse) fosse già in embrione un russo, era assolutamente azzardato.
L’evidenza documentale è che sicuramente esisteva una comunità di popoli agricoltori di cultura “slava” maggioritaria nel nordest europeo, che erano riusciti a insediarsi in varie ondate migratorie fino alla riva destra del corso superiore del Volga … rubando la foresta ai raccoglitori e ai pescatori che vi abitavano già da prima ! Di questi “nativi” e di altri popoli non slavi, oltre ad una generica lista di nomi e di leggende, l’evidenza comunque era molto minore.
Dovevo quindi usare l’aggettivo russo solo provvisoriamente, per intendere un gruppo umano, un etnos (come lo intende giustamente L. Gumiljov) non ancora differenziatosi, ma che io – oggi a posteriori – sapevo che sarebbe diventato russo, ma … quale popolo scegliere per attribuirgli un tal oneroso compito storico ?
Siccome le genti, ai quali tradizionalmente i russi collegano se stessi, sono i popoli slavi e, semmai sia esistita una patria originaria da cui far irradiare tutti gli Slavi che oggi conosciamo, di primo acchito essa doveva essere localizzabile all’incirca nella zona del bacino del fiume Elba, nell’odierna Germania Orientale !
Le fonti mi hanno suggerito che le genti anticamente menzionate più spesso delle altre in relazione con la Pianura Russa, fra quelle cioè che avevano lasciato tracce più consistenti di sé sia scritte sia nell’archeologia, erano gli Slavi al di qua dei Carpazi e dunque potevo partire da loro per cercare gli antenati dei russi …
Perchè alcune leghe di tribù slave, si trasferirono nella Pianura Russa e diventare così i possibili antenati dei russi ? Non era forse andare verso l’ignoto più ostile e verso climi più duri e difficili ? Perché dunque emigravano ? Quali circostanze le aveva indotte a passare il Bug o i Carpazi per portarsi verso la Pianura Russa dove già abitavano altre genti, alle quali avrebbero dovuto contendere il territorio ? E quale contributo questi popoli già abitanti nell’immensa pianura aveva dato all’origine dei russi?
Dovevo risolvere cioè il problema dell’autocoscienza etnica: Quando un consistente gruppo di uomini residenti nella Pianura Russa avevano scoperto o proclamato una propria identità diversa e distinta, chiamando se stessi russi ?
Anche qui, fino al XI sec. è assolutamente impossibile dirlo e, benchè questo fosse un altro problema posto dalla mia ricerca, per il momento l’ho messo da parte e l’ho rimandato ad uno stadio ulteriore.
Quanto allo spazio o scenario storico, dentro il quale questo popolo che cresceva creò la sua storia nei secoli (prima di riprendere il movimento migratorio verso nordest nel XII sec.), esso non poteva che essere identificato, senza dubbio alcuno, con l’immensa pianura che si estende dal bacino del Volga fino a quello del Bug e del Dnestr: La Pianura Russa più occidentale, cioè ! Infatti oltre il Volga altre etnìe fino al XII sec. vissero, senza assimilarsi con gli Slavi immigrati, etnìe che aggirarono la zona delle grandi foreste da sud (e in minor parte da nord) per migrare già intorno al X sec. verso occidente.
E l’epoca ? Su questa anche non c’erano grandissime oscurità: Se partivo dagli Slavi, la data degli stanziamenti agricoli più antichi era intorno al VII-VIII sec. d.C. !
Non riuscivo però a liberarmi dall’idea che gli “antenati” dovessero essere riconoscibili in qualche modo e che si fosse creato un collegamento reale con la mafia dei rus’ già nelle epoche più remote ed ho cercato ulteriori informazioni. Ma dove attingerne per avvenimenti di 12 o 13 secoli fa ? Qui si è presentata la prima semplice (in apparenza) soluzione: Cercare le fonti adatte e compulsarle. Fortunatamente per me, gran parte di questo lavoro di cernita e di critica delle fonti, come io volevo, è stato già fatto da studiosi molto più competenti di me, e quindi mi è bastato rivolgermi ai loro scritti e alle loro osservazioni e a citarli di tanto in tanto nel testo.
Ho dovuto tuttavia restringere lo scorrere degli eventi che a me interessavano in un arco di tempo, fra l’800 e gli ultimi anni del X sec. d.C., all’incirca dall’epoca di Carlomagno fino alla morte dell’ultimo rus’, Svjatoslav (971 d.C., v. oltre), e mi sono messo al lavoro …
Provvisoriamente dalle fonti ho notato il primo fatto singolare ! Solo presso la corte del Gran Principe di Kiev, concretamente a partire dal regno di Jaroslav il Saggio (ca. 978 – 1074) si era cominciato a scrivere dei russi come tali ! Attenzione però, non si parlava di tanti popoli russi, ma di un unico popolo che aveva nomi diversi nelle diverse regioni dell’immenso paese, con una civiltà comune riconducibile ad elementi di base simili, da Novgorod a Kiev e addirittura fino alla lontana Tamatarka (Tmutorokan in russo), sul Mare d’Azov.
Andando avanti poi, mi sono trovato davanti al secondo fatto singolare !
I russi, come nazione, sembravano essere solo un progetto ideologico dei principi di Kiev già “nell’aria” nell’XI sec., quando costoro cercavano di governare e dominare un’evoluzione e una mescolanza delle varie genti nella Terra Russa, dopo la conversione alla fede di Cristo.
A quale scopo si stava conducendo questa campagna ideologica ? Quale ruolo aveva il Cristianesimo ? Se di fatto il popolo russo, idealizzato dal compilatore delle Cronache dell’XI sec., non esisteva nella realtà, perché dargli un nome “unitario”, di rus’ ?
Mi accorsi che l’identità nazionale, così attribuita in puro stile bizantino dai principi variaghi a tutti i popoli, slavi e non slavi, gravitanti sull’asse Kiev-Novgorod, era un’anacronistica falsa identità, un fantasma nazionalistico unitario il cui scopo ultimo era di dare una consistenza ad uno stato immenso e potente, ma ... perché usare un nome così malfamato come rus’ ? Perché proprio questo era il nome col quale i principi di Kiev con gran spavalderia presentavano se stessi e il loro dominio ai regnanti degli stati con i quali venivano a contatto, da Jaroslav in poi !
Voglio sottolineare subito qui che sull’autocoscienza nazionale e sull’ideologia statale “russa” propagandata da Kiev a quel tempo, ci sarà fra i villaggi e le sedi del potere “del principe” nella Terra Russa una divergenza permanente di valori per secoli, perchè nella realtà, l’unica patria che il singolo abitante, non appartenente alla casta al potere, riconosceva (tradizionalmente ancora oggi), era sempre e solo il proprio villaggio (ves’ mir) di provenienza, che di solito portava il nome dell’avo o del capoclan che l’aveva fondato.
Mi sono anche accorto che i russi di oggi sono sicuramente gli eredi diretti della civiltà bizantina che fu usata per “compattarli” e per secoli (all’incirca dal XII sec. fino ai giorni nostri), continuando questa civiltà, hanno influenzato le aree dal grande nord finno-scandinavo fino al sud delle steppe, ma anche oltre, al di là degli Urali, quando conquistarono alla civiltà cristiana europea la Siberia. Ai loro inizi però, quando uno stato ancora non esisteva e i popoli “russi” erano ancora in maggioranza pagani, la casta dei rus’ riuscì ad assurgere al ruolo di gruppo leader. Come fecero dunque a diventare la parte più importante della società, cancellando culturalmente tutti gli altri ?
Vogliamo dunque avventurarci in quest’area storico-geografica del Grande Nord, compresa fra il Mar Baltico e il Mar Nero, che gli antichi chiamavano fino ad un certo punto, Scizia, ed oltre, il Paese degli Iperborei ?
Nel lasso di tempo da noi scelto quest’area è un mondo variegato (oggi un po’ meno che nei secoli passati) dalla presenza di tante genti, diverse per lingue e costumi, che hanno soltanto una cosa in comune: Sembrano continuamente convergere dai quattro punti cardinali, spinti chissà da chi e chissà per quale disegno misterioso o divino, proprio verso il bacino del Dnepr …
Come mai ?
Dall’Occidente migrano gli Slavi che ormai non trovano più posto nella Mitteleuropa occupata dai Germani, visitata dagli Unni e dagli Avari. Nell’estremo nordest, i finni nomadi già frequentano i Grandi Laghi del Nord e c’è già qualche loro stanziamento non più stagionale in quest’area. Dal nordovest gli Scandinavi, al principio come visitatori stagionali, frequentano le coste del Mar Baltico per vedere se è conveniente insediarvisi. Dal sudest invece, prima i Bulgari del Volga, poi i Magiari, sempre dal bacino superiore del Volga (ma anche altri popoli, turchi e ugrofinnici), come abbiamo detto, aggirano l’enorme e vastissima pianura per portarsi ad Occidente, passando dal sud. Che cosa attrae queste migrazioni ?
Per quanto riguarda lo scenario internazionale, all’epoca da noi contemplata, vediamo che sulla Pianura Russa sono appuntati gli occhi dell’Impero Bizantino e quelli dell’Impero dei Cazari, oltre agli interessi, seppur impraticabili dal punto di vista della conquista materiale a causa delle grandi distanze, del mondo musulmano del Califfato di Baghdad. Perché mai ?
E dopo, all’improvviso, così lo vedo io, un regime strano di poche persone originarie dalla Scandinavia si instaura lungo l’asse Novgorod-Kiev e tiene duro, con pochissimi cambiamenti, fino a quando non viene fondato lo stato cristiano di Kiev, con la pretesa di dominare tutto e tutti.

2. L’ipotesi mafiosa

Ho una teoria a riguardo che, a brevi linee, è questa: Slavi, Finni, Balti, Variaghi, Cazari e altri popoli nomadi della steppa meridionale vissero per qualche tempo separati culturalmente, anche se più o meno vicini (!!) geograficamente. Ad un bel momento però i Variaghi (o Vichinghi dell’est), intorno al VIII sec. d.C., cominciarono a visitare le coste del Baltico orientale sempre più massicciamente, organizzati in bande di coetanei legati da un patto di ferro (da cui il loro nome di Variaghi o Väringar) ad un capo e principalmente giovani di origini svedesi, provenienti dalle coste orientali danesi o addirittura dalla vicina Isola di Gotland. Queste bande razziavano i villaggi, slavi o balto-finnici che fossero senza differenza, generalmente all’inizio della bella stagione, sicuramente cercando di imitare i più fortunati congeneri che si muovevano dalle coste norvegesi e danesi occidentali verso le coste del Mare del Nord.
Quando le razzie erano fruttuose, alcune bande si dirigevano al sud per commerciare il bottino raccolto, di solito schiavi e pellicce, ma sempre in tutta fretta per fare in tempo a ritornare agli inizi della stagione cattiva in patria e prima di cadere in qualche agguato lungo il cammino di altri predoni come loro.
E’ però sbagliato pensare che i Variaghi avessero lo stesso peso storico degli Slavi o dei Balti nello svolgersi degli avvenimenti, perché, se così credessimo, non metteremmo in giusto risalto il reale ruolo di ciascuno. E mi spiego meglio. Dalle fonti e dai reperti archeologici sappiamo che gli Slavi migranti erano di numero consistente (tutte le fonti concordano su questo punto !), mentre i Balti autoctoni e i Finni provenienti dal nordest, pur contando sempre villaggi interi di persone, erano gruppi di minor consistenza numerica. I Variaghi in particolare, erano solo bande, al massimo composte di un centinaio di persone alla volta, che si accampavano sulle rive dei fiumi e d’inverno praticamente scomparivano ! La superiorità dei Variaghi sugli altri si basava sulla loro bellicosità o forse meglio sul loro scopo stagionale di frequentare le coste baltiche e per questo, splendidamente armati con armi di ferro, riuscivano facilmente ad avere la meglio sui contadini o sui raccoglitori, che, al massimo !, potevano opporre strumenti di legno per la propria difesa o, alla peggio, fuggire nel fitto della foresta !
A quel tempo poi, oltre agli scarsi villaggi, le uniche comunità organizzate di una certa importanza, che avrebbero potuto contrastare queste imprese piratesche, erano o Kiev sul fiume Dnepr, situata molto più a sud rispetto alle zone battute dalle bande variaghe dei Grandi Laghi, o Bolghar, sempre a sud, ma sul fiume Volga, oppure l’Impero Cazaro, anch’esso situato in direzione sudest ai piedi del Caucaso, che invece aveva stabilito buoni rapporti con questi pirati.
Kiev in particolare era l’unica grande città organizzata con i centri vicini che da essa più o meno dipendevano ed era a predominanza slava e stava diventando (nel VIII-IX sec.) sempre più importante per i suoi contatti con l’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente e con l’Impero Cazaro. Tuttavia gli Avari prima, i Magiari e i Cazari dopo, fra il VI e il IX sec. d.C. avevano portato lo scompiglio nel suo territorio e, imponendo nuovi regimi e nuove servitù, avevano impedito a Kiev di legarsi più intimamente con le vicine potenze cristiane e così la città subiva passivamente il potere dei Cazari, non avendo un esercito proprio.
Quando le razzie sempre più pesanti delle bande variaghe nel nord, cominciarono a restringere le forniture dei prodotti di alto prezzo che Kiev trattava, attraverso gli slavi dei Grandi Laghi, e a mettere in pericolo la sua economia, sicuramente l’èlite slava locale cercò un modus vivendi coi minacciosi predoni stranieri del nord, affinché costoro permettessero, ma in modo pacifico, che gli articoli di lusso del nord continuassero ad arrivare nel loro porto fluviale, vista la domanda crescente dei mercati più vicini. Certamente tentativi in questa direzione furono fatti attraverso le tribù slave consanguinee dei Krivici e degli Slaveni che erano a più stretto contatto coi Variaghi, dato che anch’esse erano cointeressenti nelle razzie e negli sfruttamenti pirateschi messi in atto dalle bande svedesi.

L’Impero Cazaro invece, gestì questa situazione in altro modo. Cercò di controllarla tempestivamente e meglio, fornendo tutte le possibili agevolazioni affinché i traffici continuassero attraverso il bacino del Volga-Don sia in direzione Persia che in direzione Bisanzio. Infatti con varie diversioni riuscì a far confluire le aspettative dei Variaghi verso il proprio territorio, attirò queste bande sia a fare i mercenari per la corte cazara sia a convogliare verso i propri mercati le merci che le bande trattavano, prelevando dazi forse meno esosi, ma sicuramente costringendo Kiev ad un ruolo secondario, in chiave antibizantina.

Le bande del nord, finchè si mossero nei territori sotto il controllo dell’Impero Cazaro, per lungo tempo “godettero” dei mercati della “Persia” e dell’Asia Centrale (facevano base ad Abaskun sulla costa orientale del Caspio !). Poi le miniere d’argento persiane si esaurirono e i Cazari cominciarono a decadere, sotto i colpi del nuovo califfato. A questo puntola scelta per i Variaghi era obbligata ed essi cercarono guadagni altrove e, dovendo ora cambiare gli itinerari per dirigersi verso i nuovi mercati, i loro sguardi avidi e interessati si volsero verso Kiev. La città aveva continuato a svilupparsi sempre più vicina all’orbita bizantina, ma, anche se frequentata da tanta gente diversa, era rimasta sempre nelle mani dell’élite slava, con una breve parentesi di dominazione magiara, mentre i Magiari, alleati dei Cazari, era in migrazione verso la Pannonia.
I Variaghi, è bene ribadirlo, non erano una realtà unitaria, né un popolo in migrazione. Erano bande quasi sempre diverse fra loro e da quelle dell’anno precedente. Arrivavano in primavera e scomparivano d’autunno e probabilmente, anche se una spartizione di sfere d’influenze sul territorio dei laghi del nord ci fu, essa fu certamente provvisoria e basata sulla forza di cui poteva disporre ciascuna banda per imporsi alle altre !
In seguito però (inizio IX sec.) alcune bande si unirono in un racket mafioso e il territorio “rapinabile” fu diviso “rigorosamente”. E’ anche pensabile che qualcuna di queste, più lungimirante o più potente, abbia pensato addirittura di insediarsi stabilmente in Terra Russa, anche se s’accorse subito del ruolo troppo impegnativo necessario per gestire un insediamento stabile, per il quale la sua organizzazione non era assolutamente adeguata.

Da secoli intanto, intorno ai grandi laghi, un’agricoltura molto povera, a causa del clima, si era diffusa qui nel nord e i villaggi contadini erano diventati più numerosi, favorendo la venuta da ovest degli Slavi. Questi, attaccati alla terra, dovettero abituarsi alla presenza occasionale dei predoni baltici e il fatto di essere periodicamente disturbati da loro li aveva costretti a cercare di venire a patti, ogni villaggio con i Balti vicini che li taglieggiavano periodicamente. Le predazioni dei Balti erano comunque sopportabili e cominciarono a diminuire con l’assimilazione graduale nella società slava. La situazione peggiorò all’apparire dei Variaghi, meglio armati. Questi ultimi non limitavano le rapine alle derrate alimentari, ma catturavano bambini e giovani e tutto quanto c’era di più prezioso e, per di più, tutto il frutto del lavoro invernale andava perduto. Gli Slavi dunque, a causa della loro economia agricola, non potevano abbandonare i campi e fuggire sempre nella foresta come facevano i Balti, e dovettero cercare altre soluzioni, contro i pirati svedesi.

Tuttavia, se all’inizio le razzie piratesche erano spietate e senza quartiere, quando i Variaghi davano fuoco a tutto e uccidevano tutte le persone “inutili” dei villaggi, a poco a poco si accorsero che questi atti di pirateria praticati troppo a lungo e ripetutamente era troppo pesante per i residenti. Non solo causò ribellioni e tafferugli, ma mettevano in peircolo i traffici, tanto importanti per i Variaghi, e così, per poter continuare a trafficare, i Variaghi trasformarono le razzie indiscriminate … nella riscossione di un “pizzo mafioso” fisso ! Anzi, in cambio di una certa quantità di merce all’inizio di ogni bella stagione, le bande variaghe più forti garantirono, una volta pagato il dovuto, la difesa a tutti contro qualsiasi altra banda eventualmente presente o intrusa, per il resto della stagione.
Tutto questo potè avvenire però finchè l’élite slava locale, specialmente quella che si era insediata sulle rive nord del lago Ilmen, fu loro alleata e finchè non s’accorse delle immense ricchezze che i Variaghi sottraevano loro. Quando il traffico aumentò, gli Slaveni e i Krivici sicuramente s’imposero ora come nuovo partner nel racket variago.
L’allargarsi dei mercati richiedeva sempre più merci e la mafia variaga diventò più esigente, tanto che il racket tentò di diventare monopolistico ed esclusivista, escludendo tutte le altre bande, organizzando depositi ben difesi e guarnigioni armate stabili. Le visite stagionali delle bande si diradarono, man mano che i posti di guardia variaghi diventarono insediamenti permanenti.
Un racket senza precedenti quindi dominò quasi tutto il nord della Terra Russa finché un capo variago, come avvenne per altri Normanni (questo era il nome che si dava ai Vichinghi in Occidente: Uomini del Nord) come lui in altre parti d’Europa più o meno alla stessa epoca, non decise (favorito dalle circostanze) di eliminare in blocco tutte le altre mafie e di trasformare il regime di protezione in un vero stato organizzato (fine del X sec. – inizi del XI sec. d.C.) di cui si fece proclamare principe. Quando questo avviene tuttavia, avviene sempre confluendo nei disegni dell’élite slava locale o di Kiev o di Novgorod o di Polozk, per nominare le più grosse città a maggioranza slava del tempo.

Sicuramente l’idea di un’organizzazione statale, come evoluzione massima delle proprie attività, la mafia variaga non la contemplò mai. I Variaghi erano troppo incolti e scollegati fra loro per guardare con attenzione alle diverse realtà culturali intorno, magari prendendole a ideali di vita per organizzare uno stato.Per loro la Terra Russa era solo una miniera di ricchezza da cui prelevare bottino, senza troppi sforzi. Per il resto i legami dei Variaghi continuavano a rimanere oltremare, nel Baltico occidentale ! Certamente ci fu qualche variago che sognò un dominio per sè, ma era una cosa troppo complicata e anche se cercò di imitare un’organizzazione statale, ad esempio imitando il modello dell’Impero Cazaro, in molte occasioni la “copiatura” restò molto superficiale !
Un’organizzazione statale invece c’era già nell’antico tessuto della società slava e fu questa realtà che dominò meglio di altre e che i capimafia variaghi sfruttarono.

Comunque sia, nel mondo alto-medievale del nord in cui la vita di un uomo era durissima e breve, nessun pirata svedese si poneva compiti così articolati come quello di inventarsi uno stato ex novo, fuori della sua patria, per un teorico piacere del potere. Chi volesse (e potesse !) trasformarsi in principe, se non era (o diventava) il capo assoluto di una vasta e compatta comunità tenuta insieme con la forza, incontrava molte difficoltà ad autonominarsi principe in mezzo ai suoi soci d’affari che nell’impresa piratesca erano suoi pari.
Chi volesse perciò diventar qualcosa di più di un capobanda, addirittura al suo ritorno in Svezia, anche se acclamato dal gruppo degli “amici e parenti” che lo aspettavano, doveva opporsi ai re locali che già prima lo avevano cacciato dalla patria. L’avventura “regale” era solo possibile al di fuori della Scandinavia !
I capibanda variaghi che frequentavano la Pianura Russa erano infatti di solito degli scontenti o dei diseredati e gli unici posti dove poter “giocare al principe” erano le lande di nessuno e cioè le Terre Russe del nord scarsamente abitate e potenzialmente ricche ! In questi luoghi gli unici che avrebbero potuto molestare le loro attività erano lo stato bizantino o, meglio ancora, quello cazaro.

Nel passato circolò l’idea che la Rus’ di Kiev, quale primo stato russo, rispecchiasse un’organizzazione messa insieme dai Variaghi nella grande città slava “alla cazara”, non potendo immaginare un progetto politico autonomo nelle bande variaghe e tano meno fra gli Slavi e il lettone G. Evers nel XIX sec., nella sua opera Dell’Origine dello Stato Russo, affermava che il primo nucleo di stato variago-slavo era formato proprio dai … Cazari !
E qui è saltata fuori una questione tipica della storia russa di cui è bene parlare, anche se brevemente, perché ha influenzato, e talvolta pesantemente, alcune delle nostre fonti.

Nella storiografia russa di qualche secolo fa un’influenza cazara importante per le origini dello stato russo, troppo evidente per essere negata, non avrebbe fatto scandalo, ma che lo stato russo potesse essere stato il prodotto di un’élite variaga, di origini svedesi, certamente sì ! L’Impero Russo e la Svezia nel XVII sec. erano infatti nemici permanenti e quando nel 1613 in una nota di un certo V. Videkind, svedese, che preparava il materiale per le trattative con l’Impero Russo, si osò scrivere che le pretese di una penetrazione nella zona dei Laghi del Nord da parte del suo paese era giustificata in quanto “… un tempo (a Novgorod) c’era stato un principe nato in Svezia …” di nome Rjurik, divise aspramente le opinioni di molti benpensanti e patriottici nobili russi !

Con questa annotazione comunque nacque ufficialmente uno dei due filoni storici sulla questione delle origini dello stato russo: Quello dei normannisti ! A questi si opposero subito gli antinormannisti, con l’altra idea dell’origine strettamente “locale, ma soprattutto slava” dello stato russo.
La questione, come si capisce, nascondeva scopi politici ben precisi e si trascinò per anni senza sbocchi. La teoria normannista addirittura verso la metà del XIX sec. tentò di accomunare gli “arretrati” russi (e il loro stato) al resto degli stati europei in pieno sviluppo tecnologico e militare, cercando una posizione di parità. La teoria antinormannista invece, proclamando l’origine (e l’originalità) dello stato russo come invenzione locale, che partiva unicamente dalla cultura slavo-russa, cercava di fare di Mosca e della Russia un simbolo slavo di superiorità e di potenza, maggiore rispetto a tutti gli altri stati del mondo, che nulla doveva alle altre grandezze europee, estranee alla cultura slavo-russa. Quest’ultima tesi infine fu ereditata e sostenuta proprio dalla storiografia sovietica …
Non è una questione appassionante.

La Terra Russa successivamente, sul suo territorio, ebbe vari tentativi di formazione di stati, ma alle origini, i primi tentativi di controllo del territorio che funzionassero, senza mai diventare uno stato, furono fatti dai Variaghi al nord per una ragione economica molto pratica e tuttora valida: perchè i Variaghi avevano bisogno di sfruttare il più possibile, risorse e uomini, per il proprio tornaconto nel più breve tempo possibile !
E’ inutile quindi cercare altri ideali …

Quando mi capitò fra le mani il libro di J. Diamond, Armi Acciaio e Malattie, improvvisamente capii che ero nel giusto quando avevo concluso che una specie di racket variago, organizzato nel nord della Pianura russa esistette verso il VIII-IX sec. d.C., poiché quel regime era proprio paragonabile a quelli che lo storico australiano chiamava nel suo libro cleptocrazie e così presi in prestito il concetto di società-stato fondato sulla rapina, o cleptocrazia, constatando per di più che un regime simile si instaurò, molto probabilmente proprio con la connivenza degli Slavi del posto e con l’appoggio sia di Bisanzio che dell’Impero Cazaro, nella zona dei Grandi Laghi … perché c’era bisogno di controllare i traffici di merci preziose !
Questa cleptocrazia non fu niente altro che l’odierno sistema di prelievo del “pizzo mafioso”: Tu mi paghi e io ti proteggo (da me stesso e dagli altri come me) … Niente di nuovo sotto il sole !
Val la pena riportare alcune parole dello stesso J. Diamond che descrive qualche tratto di una cleptocrazia per render più chiara l’idea:

“… parte dei beni ricevuti dal popolo non venivano ridistribuiti, ma erano consumati dalla casta dominante e da chi lavorava per loro; si trattava allora di un vero tributo, di un precursore delle moderne tasse che fece la sua prima comparsa … Non solo: il capo poteva chiedere (o imporre con la forza, aggiungiamo noi) al popolo anche di partecipare alla costruzione di grandi opere, sia che queste fossero di utilità pubblica … sia che fossero ad uso e consumo della classe alta.”

Esattamente questo clima di “servitù” esistette prima che nascesse la Rus’ di Kiev !
Oggi noi definiamo una mafia come un potere parallelo “fuori-legge” che agisce all’interno di uno stato o di una comunità istituzionalmente organizzata. La mafia di oggi non si presenta mai come un potere alternativo a quello esistente, ma come un potere parallelo di sfruttamento delle risorse basato sulla forza, senza mezzi termini, che riconosce e usa comunque il potere dello stato in cui agisce. Certamente è uno sfruttamento riservato ai componenti di una specie di società segreta in cui i membri sono legati da un patto di sangue irrescindibile e in cui gli errori, le offese, le deviazioni vengono puniti con la vita.

E’ un regime, in altre parole, come quello che leggiamo sui giornali quando si parla di mafia e di ‘ndrangheta o che vediamo nei film, a Chicago al tempo di Al Capone e di Dillinger, a New York ieri o in Sicilia e in Russia ancora oggi. E non è solo un parallelismo storico che io faccio, ma la constatazione di una realtà ben caratterizzata mille e più anni fa e che probabilmente si è conservata fino ad oggi, con tutti gli ammodernamenti necessari.

Come la mafia moderna si annuncia, prima con la minaccia e il saccheggio (oggi si usa una bomba o una tanica di benzina e il furto con “sfregio” dei locali), poi con le minacce ai congiunti e con il rapimento dei figli e solo alla fine si presenta lo “scagnozzo” che viene ad assicurare la “protezione”, se si paga la tangente adeguata, così fecero i Variaghi, fra il IX e il X sec.

Penso che, a parte i riscontri documentali, non essendoci uno stato organizzato da parte di nessuno dei popoli presenti nella Pianura Russa, per gestire i lucrosi traffici, solo una mafia si poteva instaurare come unico potere territoriale. Anzi, quando l’aumento dei guadagni provocò un boom della rapina, gli Slaveni cercarono l’alleanza, proponendo ai Variaghi di insediarsi qui e confluire “alla pari” in un potere politico più stabile che solo gli Slavi potevano mettere insieme con i loro legami intertribali, col loro numero e con la loro superiorità culturale.
Da una parte i Variaghi avrebbero continuato a partecipare con il loro racket allo sfruttamento, e dall’altra gli Slaveni, avrebbero portato a compimento l’assimilazione dei popoli non slavi. Certamente non dobbiamo pensare agli Slaveni o ai Krivici come un tutto etnico (abbiamo detto che non esisteva uno stato !), ma all’élite che si era stratificata col passar del tempo e col complicarsi delle relazioni interpersonali e interfamigliari.

Quando la cleptocrazia variaga diventa stato slavo ?
Ho accennato al fatto che esistettero per molto tempo vari racket “variaghi” indipendenti nella Pianura Russa: Uno nel nord con centro Ladoga (e poi Novgorod), uno a Polozk, un’altro a Belo Ozero (Lago Bianco) e probabilmente un’altro ancora a Rjazan. Nessun racket variago si affermò al sud invece, dove nel grande centro di Kiev, erano gli Slavi a dominare, né lungo il Volga-Don dove invece erano i Cazari a gestire !
Lo scopo della mia ricerca quindi ora era chiarito e, siccome ho deciso di chiamare le cose col loro vero nome, voglio dimostrare che i Variaghi esercitarono un’attività mafiosa proprio sulle piccole società, slave specialmente, autogovernantisi (come le zadrugi o sklavinìai degli Slavi) dei villaggi del Polesie (le foreste) russo, prima di giungere all’istituzionalizzazione della raccolta dei prodotti di alto prezzo come “tassa per la difesa”, come tributo al principe. Sotto il personale controllo del capomafia per una stagione intera tutte le microunità, contadine e non, slave e non, sparse lungo le rive dei fiumi russi diventavano un’unica grande “colonia” di fornitori di ricchezza, come ancora era immaginabile a quei tempi e in quei luoghi !

La mafia variaga dunque, se non ci fosse stata la successiva conversione al Cristianesimo, avrebbe potuto continuare ad esistere o forse sarebbe abortita in una qualche altra organizzazione similare. Invece avvenne che il giogo cazaro sulla Pianura Russa si allentò; Novogorod riuscì a “far trasferire” il proprio capomafia variago a Kiev, rendendo ora indipendente la mafia slavena locale, e l’intuizione di San Vladimiro, figlio dell’ultimo capomafia, con l’esperienza vissuta in Scandinavia dove era fuggito per qualche mese, costrinse tutta la “cupola” ad abbracciare la Croce e dare una vera realtà politica al suo dominio, degna di essere riconosciuta persino internazionalmente (per quest’ultimo risultato, San Vladimiro, dovette sacrificarsi e abbandonare i vecchi costumi, come ad esempio le centinaia di donne dette sue mogli, e avere un’unica moglie ufficiale, Anna, principessa cristiana e bizantina !).
Il Battesimo di Kiev (1° agosto 988 o 989 d.C.) soffocò così la cleptocrazia variaga e avviò la città a diventare uno stato, ormai slavo e ... russo, con in cima un variago slavizzato: Vladimiro !
Da Vladimiro in poi infatti le Saghe islandesi eviteranno con discrezione di richiamare la discendenza svedese dei principi di Kiev, come invece avevano fatto fino ad allora !
La cleptocrazia variago-slava fu quindi non tanto la base, quanto il trampolino di lancio di tutti gli altri stati russi che seguirono (specialmente quelli del XII-XIII sec.) fino alla Grande Moscovia di Giovanni IV detto il Terribile, quando si estinse la linea “diretta” della casata del variago Rjurik (vedi oltre) e sul trono di Mosca andarono i Romànov (fine del XVI sec.).

 

3. Le fonti

Ho cominciato allora a cercare, prima di tutto, notizie sulle imprese dei Variaghi svedesi nei laghi del nord russo. Purtroppo prima del IX sec. d.C. di questi famosi Variaghi nessuno ne parla ! Solo verso il X sec. si trova qualcosa qua e là, presso i cronisti bizantini.
Attenzione però ! Nel X sec., il modo di scrivere storia a Costantinopoli, rispecchiava tutta una concezione particolare, in cui si esaltava l’evoluzione dell’umanità come lo svolgersi degli eventi umani all’interno di un piano sconosciuto e imperscrutabile del dio cristiano, dalla creazione (fissata in un concilio nell’anno 5508 a.C. come Anno Primo della Nascita del Mondo) fino al sempre imminente giorno del Giudizio Universale. E, siccome l’Imperatore dei Romani aveva la missione universalistica (ecumenica) di dominare il mondo in nome di Cristo, figlio del dio cristiano, l’Universo aveva come uno dei centri Bisanzio e, al di fuori di questo universo, tutt’intorno non c’erano altro che barbari ed infedeli. Costoro si affacciavano alle frontiere dell’Impero, sì !, con la bramosia di impadronirsi delle ricchezze materiali del mondo cristiano, ma soprattutto perché … anelavano ad essere convertiti alla fede di Cristo !
Con l’introduzione del Cristianesimo nel primo stato di Kiev, Vladimiro (primo principe cristiano variago-russo, per questo detto – e fatto – santo), entrò nei disegni del dio cristiano e dette mano libera ai consiglieri bizantini (specialmente quelli che accompagnarono l’ultima sua moglie greca) affinché il suo dominio fosse trasformato in uno stato “cristiano”, autorizzando la fondazione della Laura (monastero o convento in greco) delle Grotte a qualche chilometro negli anfratti subcarpatici a sud di Kiev, sulla riva destra del fiume Dnepr. In questo convento fondato da Sant’Antonio, il monaco greco chiamato appunto “delle Grotte”, si sarebbero dovuti formare gli ecclesiastici destinati a gestire le anime della nuova Sede Metropolitana russa (16a. della Tauroscizia), dipendente dal Patriarcato di Costantinopoli. Da questo momento si comincia … a scrivere dei rus’ !
Si concepì una storia delle origini del nuovo stato e dei suoi nuovi principi, secondo il modello bizantino di visione del mondo che ho detto sopra e che ancora valeva nell’XI-XII sec. quando le Cronache vennero alla luce …
In un luogo così decentrato come Kiev, si capisce però che scrivere cercando di mettere insieme gli avvenimenti locali all’interno della storia “universale” dell’Impero Bizantino, doveva esser fatto con grande cautela dagli amanuensi, per non offendere troppo il principe committente, Jaroslav il Saggio, facendolo sentire troppo inferiore all’Imperatore dei Romani. Sicuramente fu chiaro al cronografo dopo qualche tempo che i rus’, al potere a Kiev, slavizzati e battezzati e avendo perso gran parte della loro “mafiosità”, potevano essere pienamente legittimati nel loro ruolo, e di conseguenza ci si dette da fare per evidenziare in tutti i modi come i principi di Kiev agivano per il bene di tutti i sudditi cristiani della Terra Russa, e non solo per il proprio, come sembrava nella realtà. Chi fossero poi questi sudditi, la loro identità etnica o personale, non era importante ! Per Cristo tutte le anime sono uguali ! Che vivessero dove volevano con le proprie tradizioni … purchè si battezzassero e rimanessero soggetti al loro principe !
Qualsiasi avvenimento tramandato, e degno di essere riportato nella Cronaca che si andava compilando, doveva solo rispecchiare questi princìpi di fondo. D’altronde la Cronaca scritta avrebbe circolato solo nei palazzi del potere e non sarebbe stata accessibile ad estranei !
C’è una cosa da notare subito (ma vi ritorneremo): Le Cronache scritte a Novgorod sono sensibilmente diverse da quelle scritte a Kiev ! E le ragioni sono anche chiare: A Novgorod risiedevano ancora sia i parenti sia i fautori dei conquistatori di Kiev e questi, che fossero Slaveni o Variaghi, erano ancora gente importante che non poteva essere urtata impunemente, nemmeno da un santo monaco cronachista, mandato da Kiev !
Possiamo immaginarci che si cominciò a raccontare la storia russa naturalmente dagli eventi più remoti di cui si avevano notizie più o meno sicure, anno per anno, e più salienti almeno dal punto di vista degli affari della chiesa e del potere secolare di cui la chiesa era strettissima (e protetta) alleata.
I monaci e il clero cristiano più umile (i preti praticamente), mandati a gestire il Cristianesimo nella Terra Russa, raccolsero probabilmente come poterono le notizie che circolavano fra i notabili dei villaggi e forse persino i racconti della gente più semplice. All’inizio ci fu il problema della lingua, ma sicuramente Costantinopoli per queste mansioni si servì anche dei bulgari danubiani che, appunto da slavi che erano diventati, parlavano e capivano la lingua di queste parti, mentre solo il clero più alto fu di lingua greca, a partire dal leggendario vescovo Anastasio (Nastas) di Chersoneso in Tauride che Vladimiro portò con sé a Kiev per il battesimo del suo popolo.
Le notizie dunque, selezionate e affiancate alle relazioni che giungevano al Metropolita, più tutto il materiale raccolto dalla viva voce costituirono le Raccolte delle Cronache della Terra Russa ! Questi cosiddetti “Racconti del Passato” (in russo Povést’ Vremenných Let e in italiano Cronaca dei Tempi Passati, che abbrevierò nel seguito CTP), fissati in forma scritta, non solo raccontano, ma diventano pure l’unico insegnamento impartito ai rampolli della classe nobile, nelle scuole dei conventi o nelle lezioni “private” delle case patrizie.
E’ comprensibile che, quando appare ufficialmente per la prima volta a Kiev l’arte dello scrivere e i libri che “parlano”, questi ultimi, visti come oggetti preziosissimi e misteriosi, riempiono prima d’ammirazione e meraviglia la gente, a corte come altrove, e poi di paura magica per le cose che fanno dire a chi li legge …
Questi libri, e soprattutto questo affannarsi ad annotare gli avvenimenti sulla pergamena, fu visto come uno strumento a dir poco minaccioso, perché, in mano a persone estranee, da quelle pagine si traevano le verità del passato e si preparavano gli avvenimenti futuri !
Ricordiamo, per inciso, che nel grande nord l’attività dello scrivere era un’attività soprattutto magica e che si leggeva il futuro o si proteggevano case e persone proprio con i segni incisi su legno o su pietra (vedi le rune scandinave !).
Insomma fu una rivoluzione mentale veramente epocale, perché, se prima si temeva la natura, adesso si poteva dominarla …
Questi strumenti di grandissima portata, la scrittura e la lettura, non furono riservati all’uso dei soli preti e monaci, ma vennero quasi subito posti a disposizione della classe dominante ed anzi fu chiaro a quest’ultima che bisognava impadronirsene al più presto per gestirli al meglio !
Molto spesso nella CTP (vedremo meglio fra poco i suoi contenuti che interessano), saranno sempre elogiati quei principi che leggono e scrivono, perché sono gli unici che hanno capito come si accede al sapere universale che il Cristianesimo porta con sé, per porsi ad un livello di potere veramente superiore. Figuriamoci dunque, come l’illetterato è affascinato da colui che fa rivivere degli eventi soltanto guardando dei segni !
Attenzione però ! L’uomo di potere vuole sapere solo come si fa una certa cosa, ma … non farla lui stesso ! Per cui l’accesso allo scrivere e al leggere, per paura che qualcuno potesse servirsene contro il principe, non fu subito allargato a tutte le altre classi collaboratrici del potere, anzi ! Impararono a scrivere solo i più stretti parenti e collaboratori ! Persino a Novgorod, dove risiedeva la parte più conservatrice e arroccata della casta slavena al potere, la scrittura non si diffuse fra la gente che successivamente, nel XII sec. ca. e solo per uso pratico, e gli archeologi che nel 1951 scoprirono così negli scavi numerosi scritti su corteccia di betulla (berjòsty, l’unica carta da lettera disponibile al tempo) con tanta corrispondenza commerciale, mettono in evidenza proprio questa particolarità.
A parte quindi i Variaghi che erano illetterati e non avevano storia nella Terra Russa, come si trasmetteva invece la tradizione delle grandi famiglie slave che qui vivevano ormai da qualche secolo ?
Fino a quel momento il passato era stato tramandato oralmente, cantilenato e mimato presso la grande stufa della casa avita nelle lunghe serate d’inverno oppure dai bardi prezzolati (in russo pevzì, di solito ciechi che componevano le storie degli antichi eroi e cercavano coi loro canti di divertire, attenendosi alle richieste della moda del tempo, più che alla verità) mantenuti in casa dal notabile proprietario terriero, e, le genealogie e le imprese degli avi, era l’unica cultura personale ammessa, sia fra i contadini che fra i nobili. Una persona era una persona, proprio se poteva ricordare la sfilza dei suoi avi e cioè, se aveva una storia !
La novità della scrittura, in un certo qual senso, è un peggioramento rispetto al passato, giacchè, se ai bardi si poteva chiedere - e imporre ! - di alterare in peggio o in meglio la realtà che essi cantavano a memoria, ai monaci invece, personaggi magici e per principio incorruttibili, non si poteva imporre niente e lo scritto rimaneva l’unica verità esistente … per l’eternità ! Coi monaci cristiani quindi: Niente manipolazione !
Con l’apparizione dei libri perciò la situazione cambia radicalmente persino nei villaggi e i bardi, non più adulatori della vanità dei nobili che li pagano, devono cedere il passo al sapere bizantino e diventano dei figli del demonio per quello che raccontano, per le realtà pagane che esaltano “senza la benedizione del dio cristiano” (v. A. Sinjavskii) e, non avendo più un lavoro a casa dei nobili, finiscono al mercato come semplici cantastorie in cui il passato diventa solo una favola fantastica e incredibile.
Queste saghe russe (chiamate bylìne nel sud e nel nord dumy), sono però anch’esse delle fonti storiche, proprio come lo sono per la storia del nord scandinavo l’Edda di Snorri Sturlusson e le altre saghe islandesi, perché si riferiscono ad avvenimenti dei primi anni della Terra Russa e ai costumi e agli usi di tempi remoti. Al principio le tradizioni cantate in particolare nelle byline, furono bollate di paganesimo e relegate al rango di componimenti degni dei sogni pagani della gente del popolo e solo molto più tardi, diventate politicamente neutre, furono ammesse alla forma scritta e conservate per i posteri come favole … proprio dai preti che le avevano finora disprezzate !
Certo, tutto questo patrimonio letterario e storico popolare non scompare d’un botto, ma continua ad esistere, fino al tempo dell’ultimo grande pevèz Bojan di Kiev, cantore famoso e affermato (anche se, nel famosissimo Cantare della Schiera di Igor, lo si accusa di avere un po’ troppa fantasia) del XIII sec.
Tuttavia, se le byline erano manipolate, sarebbe ingenuo non pensare che Jaroslav il Saggio, il principe committente della CTP, non abbia influenzato i contenuti delle Cronache scritte dai preti, anzi ! Sicuramente stette molto attento che si parlasse bene della sua famiglia, della sua ascendenza e delle sue imprese.
Per il Monastero delle Grotte, dove si scrivevano le Cronache, non fu molto difficile attenersi a queste direttive.
Probabilmente il monaco incaricato della stesura delle prime Cronache, Nicone, verso il 1037 d.C. raccolse il materiale informativo soprattutto dalla cerchia del principe, prima di condensarla in articoli brevi per ogni anno “dalle origini ai giorni presenti”. Al principio ci fu quindi la Raccolta (degli avvenimenti) detta di Nicone il Grande (così è conosciuto questo monaco, nella tradizione della Chiesa Russa) e poi quella detta delle Origini, rispettivamente in russo Svod Nikona e Nac’alnyi Svod. Come era uso nelle opere cronografiche bizantine (vedi quelle scritte da Giorgio Amartolo che furono le più imitate), la storia cominciava con la Creazione del mondo da parte del dio cristiano per giungere al dì presente. Fu fatta certamente molta attenzione alla tradizione orale, alle testimonianze dei componenti della druzhìna del principe (vedremo oltre che cosa sia questa istituzione !) e il tutto rivisto per servire agli scopi del Principe eletto da Dio per la Terra Russa !
Dobbiamo sottolineare che la Chiesa Russa, a partire dal XI sec., s’interessò, non solo al compito di registrare gli eventi del dominio del principe, ma innanzitutto di diffondere il suo credo e quindi i documenti più antichi tradotti in russo antico, furono logicamente i libri sacri del Cristianesimo. Un esempio è il Vangelo di Ostromir (questo è il nmome del principe o del notabile che finanziò il lavoro), scritto in anticorusso da un diacono – djak – nel 1056-1057 o quello di Arkhangelsk del 1092. Anche questi scritti tuttavia, malgrado il loro contenuto, possono esser usate come fonti storiche perché, attraverso l’accurata analisi filologica e semantica del testo russo, si ricava qualche indizio su come si viveva nell’XI sec., ad esempio (vedi l’analisi di V. Kolesov) !
Per la Terra Russa fu annotato persino il suo destino universale con la famosa Leggenda di Sant’Andrea, Primo Apostolo, che si trova nella prima parte della CTP, e la missione santa del nuovo popolo cristiano fu così fissata per sempre. In essa infatti si narra come Sant’Andrea avesse ricevuto da Cristo stesso l’incarico di evangelizzare questa parte del mondo, la Scizia, e come, giunto a Chersoneso in Tauride, diretto a Roma, si fosse informato su quali genti si trovassero lungo la corrente del grande fiume Dnepr e come avesse risalito il fiume fin sotto Novgorod, dove addirittura godette dei piaceri della sauna russa: la banja, prima di mettersi sulla strada per Roma … Un giro assurdo !
Lo scopo di questa leggenda “edificante” però è chiaro: con essa si legittima la proprietà della Terra Russa da nord a sud per i principi di Kiev discendenti di Rjurik e … voluta da Dio !
Nel 1039 probabilmente viene nominato ufficialmente, dal Patriarca di Bisanzio, il primo Metropolita, Michele, per la Tauroscizia, come viene chiamata ufficialmente la Pianura Russa nella burocrazia bizantina. La sede per il momento è a Perejaslavl-del-sud perché a Kiev ancora non c’è una sede degna. Qualche anno dopo, nel 1050 d.C., anche nella seconda città più importante della Terra Russa, Novgorod, è istituita una diocesi e si mette subito mano a scrivere le Cronache locali ! E così avviene anche per la terza città russa: Polozk !
Le cronache scritte a Novgorod hanno una differente trattazione rispetto alla redazione kieviana, proprio perché, scritte sotto le linee guida date dal principe locale mandato da Kiev, dove il peso politico maggiore ce l’ha la potente assemblea locale dei proprietari terrieri e nessuno, neanche il rappresentante di Kiev, può mettersi troppo in contrasto con essa …
Le Cronache di Nicone e delle Origini, compilate a Kiev, e quella di Novgorod, vengono chiamate rispettivamente Prima Raccolta Kieviana e Antica Raccolta Novgorodese.
Successivamente a continuazione della Prima Kieviana, compare nel 1095 la Seconda Raccolta Kieviana che servirà di base alla stesura definitiva della Cronaca dei Tempi Passati, redatta dal famoso Nestore nel 1113, qualche anno dopo la morte di Jaroslav il Saggio che l’aveva ispirata. Questa Cronaca è la nostra fonte primaria che abbrevierà d’ora in poi con la sigla CTP !
Nel 1116 inoltre, per un litigio con il Monastero delle Grotte, Vladimiro detto Monomaco, figlio di Jaroslav il Saggio, educato a Bisanzio, affida la continuazione delle Cronache e la loro revisione al monaco (igùmeno) del Monastero principesco di San Michele di Vydubizkii, mentre subito dopo nel 1118 per incarico del principe Mstislav di Novgorod viene elaborata una terza redazione, detta novgorodese …
Questa ricostruzione (v. A. A. Sciakhmatov) della compilazione delle Cronache Russe secondo me è indispensabile per capire lo spirito con cui leggere quanto in esse è contenuto e per muoversi agevolmente fra questi scritti. La CTP nelle sue numerose redazioni è l’unica fonte di storia russa antica più completa e ad essa ho dovuto rifarmi nella maggior parte dei casi. D’altronde lo stesso titolo della CTP (di Nestore) è piena di promesse per il ricercatore ed eccolo per intero:

Ecco le cronache dei tempi passati, da come si è originata la Terra Russa, su chi per primo ha regnato a Kiev e da dove la Terra Russa si è trasformata in quella che è. (in russo: Se povèsti vremjannýh let, otkùdu est’ posc’là Rùskaja Zemljà, kto u Kìeve nac’à pervèe knjazhìti, i otkùdu Rùskaja Zemljà stalà est’).

Quindi ci si può fidare, ho pensato …
Tuttavia durante tutti questi secoli passati per giungere fino a noi, la CTP ha subito rimaneggiamenti, completamenti, aggiunte etc. nelle varie edizioni e le redazioni conosciute sono oggi molte e con vari nomi, come l’Ipatevskaja o la Radziwill etc. (denominazioni attribuite a seconda del luogo di ritrovamento del manoscritto relativo o della persona che lo ha trovato e recensito et sim.) ! Ciò non è però un elemento di confusione. Tutt’altro ! Confrontando i testi e gli eventi narrati nelle diverse versioni (talvolta in dialetti diversi dell’anticorusso) si può capire meglio e di più, proprio dalle aggiunte, dai giri di parole usati, dalle note fuori testo. Ad esempio la redazione del 1050 di Novgorod, chiamata Cronaca di Ostromir, mostra con evidenza l’intento di difendere gli interessi politico-economici dei bojari (di questi parleremo in seguito) di Novgorod contro il Principe di Kiev, Jaroslav il Saggio, ormai considerato non più un “membro della casta di potere novgorodese”.
Un’altra fonte di storia russa sono le Vite dei Santi, dei priori e dei superiori dei vari conventi che si venivano fondando nella Terra Russa o dei conventi bizantini della zona pontica (Mar Nero in greco Pontos Euxeinos), che ebbero contatti con i russi. Questi testi agiografici tuttavia sono di molto minor aiuto poichè, essendo di genere edificante, sono troppo stereotipati e alcuni eventi si ripetono quasi con le stesse parole passando dalla vita di un santo all’altra e quindi non risultano sempre affidabili, benchè talvolta si trovino notizie interessantissime, sui popoli che a noi interessano.
Altro documento importante per lo studioso è infine l’antenato del Codice Civile Russo, la cosiddetta Pravda Rus’ka, insieme di costumanze e di leggi, una volta orali ed ora ordinate e messe per iscritto, sempre del tempo di Jaroslav il Saggio (1019-1054), conservatasi a Novgorod per varie vicissitudini storiche successive. In essa si riflette la società variago-russa in formazione del IX-X sec. e perciò per me preziosa.
Nè possiamo dimenticare le notizie degli osservatori esterni che conobbero o sentirono parlare della Terra Russa agli albori della sua storia. Sono tante, anche se frammentarie, ma utilissime, come gl’importantissimi testi dei cronografi bizantini o le preziose Saghe Islandesi, l’Edda fra le altre, che parlano delle terre russe proprio nel periodo delle origini, anche se queste saghe sono state scritte qualche secolo dopo.
Notiamo una cosa: Gli osservatori esterni sono in maggioranza d’ambiente mediterraneo e quasi sempre concentrano la loro attenzione sulla parte sud della Terra Russa a loro più immediatamente accessibile (Kiev e dintorni in particolare). Del nord le nostre fonti parlano poco, perché in realtà nessuno lo conobbe bene per i molti pericoli che si rischiavano a viaggiare lungo i fiumi russi verso nord !
Queste cronache, relazioni di viaggi, ambascerie, trattati ed incontri, si usa dividerle in fonti cristiane e fonti musulmane, perché esiste una grossa differenza nell’esposizione, fra gli scrittori di queste due religioni universalistiche tanto diverse.
Una fonte importante contemporanea (un’ambasceria del 921 d.C.) è il musulmano Ibn Fadhlan che incontrò personalmente i Rus’ e nei suoi scritti si trovano moltissime notizie sui loro usi, costumi, religione e tant’altro, alle cui informazioni mi sono rifatto molto spesso. Riporto qui le parole del prof. F. Gabrieli, grande studioso dell’Islam, a proposito di questo documento.

“Con facile imparzialità … rileveremo qui solo l’importanza del nostro testo per i costumi e le credenze di tutti questi popoli pagani, per le caratteristiche fisiche, climatiche ed economiche dei loro stanziamenti … Dei Rus’ stessi egli ci ha lasciato una descrizione dei loro barbarici usi funebri …”

Un altro problema delle fonti è che la trattazione in quelle cristiane è molto ideologizzata in chiave religiosa, mentre, al contrario, quelle musulmane sono molto più laiche e “spassionate” ! Gli autori cristiani sono sempre ossessionati dal meraviglioso e dal miracoloso, distorcono la realtà e mettono in difficoltà il ricercatore, per l’interpretazione a volte ambigua. I musulmani invece non hanno tutti questi pregiudizi “tipici dei cristiani” e tendono a riportare le notizie così come sono state raccolte, con grande curiosità e … solo se ci sono prove testimoniali evidenti e credibili (per quei tempi) ! In caso di dubbio, il fatto o non viene raccontato oppure è sottolineato nella sua incertezza. Abu Sa’id di Siraf, esploratore del X sec. e nostro informatore, consiglia ad esempio a chi scrive relazioni e rapporti: “E’ preferibile limitarsi alle informazioni autentiche, anche se esse sono poco numerose.”
Un’eccezione in questo senso dal versante “cristiano”, sono i documenti scritti dall’imperatore Costantino VII Porfirogenito, gran ricercatore lui stesso e accurato lettore delle relazioni dei suoi generali nei vasti archivi del Palazzo Imperiale di Costantinopoli, redatti mentre aspettava di ritornare sul trono che suo suocero gli aveva temporaneamente sottratto.
In pratica oltre queste fonti scritte non abbiamo altro …
E di qui si potrebbe tranquillamente partire, se non si tenessero presenti le difficoltà dell’accessibilità ai testi in anticorusso o in arabo, con tutte le vicissitudini – distruzioni e mutilazioni - che questi scritti hanno subito nel corso dei secoli (dieci e più !), e che perciò devono esser studiati su traduzioni complete e commentate da specialisti.
Chissà quanti testi andarono distrutti a Kiev quando questa città venne completamente svuotata e distrutta dai Mongoli nel 1240 o a Baghdad, che perde le sue ricchissime biblioteche sotto i colpi degli stessi Mongoli nel 1258 e così incendi di Monasteri e Conventi, distruzioni di Medrese musulmane che custodivano documenti preziosi, trafugamenti a causa del grandissimo valore dei libri (incrostati di gemme e pietre preziose, foderati in argento e in oro !) come oggetti commerciali, etc.
Pure gli scavi archeologici rappresentano una fonte importante d’informazione, sia sulla cultura materiale sia come conferma alle fonti scritte, per cui qui non posso che rendere omaggio ai ricercatori, sovietici specialmente, perché proprio le loro campagne di scavi, minuziose e accurate, mi hanno dato la possibilità di orientarmi meglio fra tante ipotesi fantasiose per interpretare nel giusto modo testi a volte incomprensibili.
Purtroppo la conformazione geologica della Pianura Russa fino alla riva destra del Volga, esclusi i Carpazi a sud di Kiev, non offre pietra naturale a buon mercato e, se si eccettuano i grossi massi morenici usati di tanto in tanto qua e là, altro materiale archeologico di pietra non c’è. A proposito dei massi morenici poi, a parte la loro mole e la loro durezza, essi non furono mai usati per costruire, ma, considerati solo magici guardiani delle vie d’acqua, furono incisi con segni e scritte servendo da mete (mezha in russo), per indicare confini o direzioni e qualcuno di essi è utilizzabile come testimonianza del passato (famoso è quello di Borisovo, in Bielorussia, con un’iscrizione e una croce databile dopo il 988 d.C).
Solo in seguito (XI sec.) si costruì con la pietra “fatta dall’uomo” cioè col mattone … quando giunse la tecnica da Bisanzio !
Per questo motivo rimane un problema archeologico studiare il materiale usato in quei tempi remoti di cui ci occupiamo per tutti gli usi quotidiani: il legno ! Questo è facilmente deperibile e perciò, nel riconoscimento dei reperti, l’archeologo deve fare moltissima attenzione e avere grandissima competenza, altrimenti la traccia di un palo che non c’è più o le ceneri di un idolo tacerebbero per sempre e andrebbero perdute altre preziosissime informazioni.
Per citare un esempio importante per la nostra storia: i resti di Itil, la capitale dell’Impero Cazaro, non sono stati più ritrovati proprio per questo motivo ! Dall’altro lato invece, un’eccezione per tutta la Terra Russa, in Cazaria i resti della fortezza di Sarkel (Forte Bianco) costruita in pietra e mattoni dagli ingegneri greci (proprio per tenere sotto controllo i rus’) sono ancora visibili e ci parlano dei Cazari, questi antichi signori del Volga !
Gli scavi delle città del nord ci hanno informato delle innumerevoli e disastrose inondazioni che queste, costruite lungo le rive dei fiumi, hanno subito nel corso dei secoli e si è avuto conferma, come nelle costruzioni si rispecchino tecniche conosciute anche in altre zone slave fuori della terra Russa, e documentano dell’alta tecnologia raggiunta nella lavorazione del legno.
Ad esempio le strade di Novgorod (in russo gati e in norreno gade) erano pavimentate con tronchi di legno e venivano riattate quasi ogni anno dopo il disgelo, con un lavoro di posa in opera e di sistemazione dei tronchi complicatissimo. Le case in città poi erano anche a più piani. Dai fori lasciati dai pali dei recinti si è dedotta la pianta di alcune case signorili e dalla profondità della parte di palo infisso nel pavimento si è riuscito a dedurre persino l’altezza dei molti piani sovrastanti.

 

4. Scena prima

Nel dicembre del 1915 il professor Federico Hrozný informava che il mistero della lingua ittita era stato da lui risolto. Questo studioso, senza l’aiuto di alcuna bilingue, era finalmente riuscito a tradurre la frase scritta in cuneiforme che gli era stata per anni davanti agli occhi: Nu nindan ezzateni vadar-ma ekkuteni. Aveva infatti scoperto che l’ittita era una lingua indoeuropea e, confrontandola con le altre lingue della stessa famiglia, era riuscito a tradurla: "Adesso mangia il pane e bevi l’acqua".
Questo aneddoto certamente ha poco a che fare con la mia ricerca, se non fosse che questa antichissima frase (2000 anni a.C.) racchiude tutta l’essenza della civiltà contadina: il pane e l’acqua ! Il pane fatto dai cereali coltivati dall’uomo e l’acqua attinta al fiume per impastarlo.
Nella lingua russa, la parola per acqua è figlia dell’omologa ittita vadar e suona vodà, esattamente come in paleobulgaro e in tutte le altre lingue slave sorelle (salvo l’accento), ed è … una parola che ha avuto, ed ha, un grandissimo ruolo storico, nella storia dei popoli russi, come si vedrà dalla trattazione che segue.
La parola per pane - hleb in russo – invece, è stata probabilmente adattata dal germanico (hlaiba ossia frumento). Anche questa parola è molto importante perchè i contadini dipendevano moltissimo dalle piante che coltivavano e soprattutto dai semi scambiati al mercato coi vicini quando dovevano abbandonare, costretti dalle circostanze, una zona climatica più temperata per trasferirsi in un’altra più fredda.

Torniamo all’acqua …
Nella Mitteleuropa l’acqua è l’elemento naturale più abbondante e più immediatamente accessibile, sia che essa provenga dal mare che dai fiumi ed anzi, se nel sud europeo il mare è stata la via di comunicazione più importante, per un popolo vissuto nel cuore dell’Europa e trasmigrato poi nella Pianura Russa, sono proprio i fiumi a costituire le grandi autostrade della storia …
Forse un fiume russo ha degli elementi caratteristici che potrebbero distinguerlo dagli altri fiumi del resto d’Europa ?
In effetti sì. Il fiume russo (rekà) nasce generalmente da sorgenti a quote molto basse (kljuc’, rodnik in russo), come ad esempio quelle del Volga che si trovano intorno alle colline del Valdai. La sorgente forma di solito una specie di polla ribollente mentre si allarga sul terreno circostante alla ricerca del letto. Il letto (ruslo), è tagliato in mezzo agli alberi che crescono nella foresta latistante e le sue rive sono talvolta l’unico spiazzo libero nel fitto della vegetazione. Quando il corso è incerto, lungo ampie e variabili anse (luki), talvolta si adagia in ampi e oblunghi laghi (chiamati oggi vodohranilisce). Esso scorre, sin dalla sorgente e per la maggior parte del suo corso, in pianura, e quindi in media, scorre più lentamente degli altri fiumi europei che hanno pendenze del letto percentualmente maggiori. La portata del fiume russo naturalmente è sempre molto grande, paragonabile a quella del Reno o del Danubio, per intenderci.
Il fiume russo attraversa quindi grandi distese di foreste che gli rinforzano gli argini con i loro alberi, ma che costituiscono, dato il clima, un ulteriore apporto d’acqua, perchè in primavera, quando il ghiaccio o la neve accumulatisi nei mesi più freddi (quasi otto mesi su dodici) sugli alberi si scioglie, provoca esondazioni estese con formazioni di acquitrini, paludi, torbiere ai cambi di stagione, causando per l’uomo l’impraticabilità della foresta.
Una particolarità dei fiumi russi è che, a causa del loro lunghissimo corso, spesso cambiano di letto (e addirittura di foce, come accadde per il Kuban) e così una stessa corrente lungo il suo corso riceve un nome locale sempre diverso e le confluenze sono tali e tante, che non si riesce a distinguere, fra le numerose correnti, qual è quella principale fino alla foce (v. A. Ageeva) !
Un esempio linguistico di questa situazione è il nome che i greci davano al Dnepr, Boristenès, che deriva molto probabilmente da una delle tante Berezinà (una di esse è famosa per la sconfitta della Grand’Armée napoleonica) che si versano molto più a monte nella sua corrente principale, in zona bielorussa. Il Dnepr inoltre, fiume storicamente molto importante, è uno dei pochi fiumi russi che, prima della foce, deve saltare delle rapide (poroghi) proprio ai limiti della foresta e prima della steppa del Mar Nero.

Il numero dei fiumi della Pianura Russa è veramente enorme … In Bielorussia, ad esempio, sono stati censite molte migliaia di correnti d’acqua di una certa portata e degni di esser chiamati fiumi ed è facile immaginare, dalla densità di queste vene d’acqua per chilometro quadrato, come gli spartiacque (voloki, perevoloki) fra una corrente e l’altra siano di solito non molto ampi, rendendo così abbastanza facile passare da un fiume all’altro, come si fa da una strada all’altra.
Durante la stagione fredda il fiume russo si copre naturalmente di ghiaccio e sul ghiaccio si stratifica la neve, così che il fiume si riconosce rispetto al resto della foresta imbiancata solo come una striscia libera da alberi.
La corrente (tok) dei fiumi russi è lenta, come abbiamo detto, e ciò provoca un apporto molto scarso di terra e ciottoli di fondo, con un avanzamento della foce conseguente molto limitato rispetto a quelle di fiumi più impetuosi e questo è immediatamente comprensibile, ma in più, per questo motivo, le sue acque allo sbocco nel mare sono anche più salate degli altri fiumi europei e favoriscono la pesca. Facendo il confronto fra il Danubio da una parte e il Bug Meridionale che sfocia insieme al Dnepr, dall’altra, nello stesso mare (Mar Nero) ci si accorge subito dell’apporto di terra del Danubio perché questo forma un ampio delta (anticamente detta Isola Russa) mentre gli altri due formano solo una laguna (liman) dove l’unica isoletta striminzita è la famosa striscia di sabbia chiamata Berezan’ dove i rus’ sacrificavano agli dei, contenti di essere arrivati sani e salvi finalmente al mare !
Il regime dei fiumi russi è diviso fra qualche mese (2-3) di corrente tranquilla che permette la navigazione e un regime instabile con frequentissimo pericolo di inondazioni, quando all’uscita dall’inverno, si sciolgono la neve e il ghiaccio.
Per tutte queste ragioni il contadino dei secoli VII-X d.C. ha cercato sempre una zona abbastanza lontana dalla riva del fiume, possibilmente in una radura (poljana) nel fitto, magari un po’ più elevata, rispetto al resto del terreno, per evitare le inondazioni primaverili o il suolo troppo paludoso.
Qui scaverà il suo pozzo (kolodèz) per l’acqua che gli serve ogni giorno e uno per quella da irrigare. Per tirar su l’acqua dal pozzo, userà un secchio di legno appeso al capo di un lungo bastone, che si sbilancia su un palo confitto presso il pozzo e che porta all’altro capo più lontano un contrappeso. Basterà immergere il secchio nell’acqua del pozzo e poi agire sull’altro capo della barra per sollevare con pochissima fatica il secchio, ora pieno. Il pozzo veniva sempre ben protetto da una casetta costruita intorno, al fine di impedire a chiunque di avvelenarne l’acqua.
Si costruiranno con tronchi scavati, quando è necessario, dei canali sollevati per distribuire l’acqua nei campi e questi tronchi al Carnevale (Maslèniza) con il fondo ancora gelato sarà la gioia dei bimbi che si faranno scivolare lungo di essi.

Gli Slavi dunque come frequentatori delle vie d’acqua interne non possono che essere stati anche loro abili costruttori di barche da fiume: legno ce n’è in abbondanza, la necessità di navigare lungo i fiumi pure … Non ci sono quindi problemi a costruire barche senza chiglia, larghe e capaci, e spinte con le pertiche o tirate dalla riva dai cavalli. Quando si giunge agli spartiacque le si tirano a secco e le si spingono sui rulli con tutto il carico da una corrente all’altra, per iprendere il viaggio. Queste barche furono famose nell’antichità, perché erano smontabili e rimontabili a volontà e furono proprio queste che in seguito si trasformarono nei famosi paromy dei pirati Vendi del Baltico, che infestarono la riva estone e polacca, prima di scomparire dalla storia ai tempi dell’Hansa.
Questo è dunque il fiume russo, in un paesaggio di cui costituisce, insieme alla foresta o i laghi laghetti e paludi, l’elemento dominante.
La zona delle foreste intorno a Kiev e prima della steppa, a causa della composizione chimica del suolo e del suo colore, costituisce le cosiddette terre nere (cernozjòm) che sono fertilissime, dove il grano e gli altri cereali crescono senza fatica. Questo spiega l’interesse degli Slavi migranti per queste terre che erano conosciute dalla più remota antichità in modo quasi leggendario. La Terra Russa infatti, già prima del tempo delle migrazioni slave, esportava verso Bisanzio cereali in gran quantità ed anzi diventò e rimase una delle fonti di cibo più importanti per la vita dell’Impero.
Questo sarà sempre un fattore importante nelle relazioni fra Kiev e Costantinopoli …
Purtroppo non tutti i migranti slavi ebbero accesso alle terre nere e alcuni dovettero continuare per il nord verso lande più desolate …

La grande Pianura Russa ha un’altitudine media di una decina di metri al di sopra del livello del mare per ca. 90 % della sua superficie e si distingue proprio per questa sua uniforme piattezza. Essa confina al nord col Mar Glaciale Artico (Mar Bianco), a nordovest col Baltico, ad ovest col Bug occidentale e a sud coi Carpazi, ad est ha il confine geografico degli Urali che si allineano da nord a sud, ma agli albori della storia russa questo confine era un confine culturale ed era più arretrato, costituito semplicemente dalla riva destra del fiume Volga. A sud infine c’è di nuovo il mare: il Mar Nero e il paludoso Mare d’Azov, mentre verso sudest si innalza un altro confine naturale: il massiccio del Caucaso, che nasconde e domina l’immenso lago, detto oggi Mar Caspio, ma al tempo dei rus’ Mare di Hvalis, dai turchi Mare Bianco e dagli arabi Mare di Giurgian.
Le uniche alture all’interno della Pianura Russa sono la cosiddetta piattaforma dell’Alaun, di cui le colline del Valdai dove c’è il lago Seligher o quelle minori a nord di Minsk, sono la parte più alta (massima altezza 343 m nel Valdai), e sui declivi carpatici intorno a Lvov e Uzhgorod dove l’altezza massima è di 471 m …
Tutto questo immenso territorio (compreso entro 26 gradi di latitudine !) è divisibile in quattro zone climatiche più o meno. Una zona a nord confinante nel Mar Glaciale Artico dal clima freddissimo, con pochissima luce d’inverno e breve stagione estiva, con venti gelidi invernali che spazzano tutta la superficie gelando qualsiasi liquido in superficie per quasi otto mesi l’anno. Qui la vegetazione è costretta a sfruttare il brevissimo sole estivo e quindi regna la tundra, con arbusti non molto alti e con un paesaggio dall’aspetto piuttosto brullo. Gli uomini evitano questa zona così ostile alla vita.

A nord proprio a causa di frequenti depressioni si formano i grandi laghi Onega, Ladoga e Peipus (e altri) e lo storicamente famoso Lago Ilmen (o Ilmer in alcune fonti), cuore della storia russa, sulle cui rive regnarono gli alberi di alto fusto dai larici ai tigli, dalle betulle alle querce, dagli abeti ai pioppi.
Subito più a sud inizia finalmente la grande foresta, il Poliesje.
Il clima fra Novgorod e Kiev è continentale (freddo d’inverno e torrido d’estate), le giornate estive si allungano man mano che si scende verso sud dove si può avere un’attività agricola sempre migliore in redditività, dosando bene gli sforzi, mentre ci si avvicina alla zona delle terre nere. Infine, a sud di Kiev, la foresta comincia a rarefarsi e inizia la steppa eurasiatica dove si trova l’unico contatto col mare, il Mar Nero. La steppa continua al di là dei Carpazi fin nel cuore dell’Europa, dove termina nella cosiddetta puszta (parola magiaro-slava che significa deserto) ungherese. Qui l’acqua certamente manca e il terreno è sabbioso e, nel periodo che noi descriveremo, non fu intensamente abitato, ma rappresentò solo un pascolo di passaggio per i popoli nomadi provenienti dall’Asia Centrale e dal Caucaso.

Quando i popoli slavi in particolare (ma anche tutti gli altri popoli immigrati nella Pianura Russa) giunsero da queste parti si trovarono di fronte ad un vero e proprio muro d’alberi, pericolosissimo da attraversare sia perché ci si poteva facilmente perdere durante la buona (peggio ancora nella cattiva) stagione, ma poi perché piena di acquitrini, paludi e torbiere che possono facilmente inghiottire senza scampo il viandante non accorto e i suoi carriaggi, oltre al pericolo delle fameliche belve selvagge e gigantesche. Non dimentichiamo infatti che nel IX sec. e ben fino al XII sec. le foreste russe erano abitate da orsi, lupi, linci, uri selvaggi, bisonti e cinghiali pericolosissimi … tanto che nella storia, nel folclore, nella religione e in tutte le espressioni dell’uomo anticorusso, la foresta, misteriosa e fittissima, restò sempre l’elemento dominante nei suoi racconti.
Il clima inoltre non è il più favorevole: … Le stagioni sono in pratica due, quella bella che dura da maggio ad agosto e quella brutta che, buia e fredda, dura per il resto dei mesi. Anche il corso d’acqua diventa fruibile e navigabile con barche e burchielli o con le chiatte del Medioevo russo che ho nominato prima, solo a primavera (maggio). Andare nelle foreste senza sapere in quale direzione è insomma un’avventura rischiosissima, se non si segue una corrente d’acqua, ma anche affidarsi al fiume per farsi portare da qualche parte è altrettanto rischioso, perché i fiumi sono lunghissimi e le distanze qui si contano a centinaia e migliaia di chilometri e, siccome i fiumi si intersecano con molti altri in un groviglio di correnti grandi e piccole, si può perdere facilmente la rotta.
Senza strade lastricate, senza città vicine e senza indicazioni, era praticamente impossibile viaggiare sicuri e vedremo come contro il pericolo della guerra o della cattura, la gente si rifugerà proprio nella foresta, perché sa che essa è impenetrabile anche al nemico.

Le foreste, ancora oggi, continuano ad essere poco esplorate e le città e i villaggi sono ancora oggi rimasti rari e sparsi. Oggi dopo tanti secoli il paesaggio è certamente cambiato, a causa dei tanti alberi abbattuti, ed è diventato meno selvaggio e più accessibile, ma la bassa densità di popolazione lo rende comunque difficile da attraversare con tranquillità … quasi come mille anni fa.

Chi abitò la Pianura Russa prima dell’arrivo di Slavi, Finni e Vichinghi ?
La pianura in verità non fu mai completamente disabitata. I suoi abitanti autoctoni sono stati i Balti, ma la loro densità abitativa era talmente bassa (forse dovuta anche ad una bassa prolificità) che in teoria c’è sempre abbastanza posto per gli immigrati, senza gran fastidio. I Balti poi, raccoglitori e cacciatori, non praticavano l’agricoltura sistematica e i prodotti agricoli non erano la base della loro vita, come invece per gli Slavi e perciò, se si lasciava più o meno intatta la loro foresta, non avrebbero avuto molto da ridire sugli immigrati.
Dall’idronimica (i nomi dei corsi d’acqua), conservatasi molto chiaramente baltica nella Bielorussia, si può dedurre che gli Slavi non si comportarono proprio da crudeli conquistatori, ma da ospiti; che non volevano sconvolgere la vita dei nativi, ma solo trovare un luogo migliore per vivere. Gli incontri fra i Balti e gli Slavi dalle evidenze archeologiche sono quindi abbastanza pacifici e sarà la cultura slava a fagocitare quella baltica.
Il fatto però che i Balti si ritirassero sempre più verso nord per salvare la loro identità, lungo le rive del loro mare, ci suggerisce che la cultura materiale portata dagli Slavi Orientali fu sentita comunque estranea e nemica, benché superiore, e che ci furono Balti refrattari “al progresso agricolo”, preferendo la vita grama nelle loro foreste piuttosto che “slavizzarsi” e zappare la terra !

Se dall’ovest arrivano gli Slavi contadini, dal nord estremo e dal sudest giungono i finni, cacciatori e raccoglitori anch’essi, e infine dal nordovest, ma solo in gruppi sparuti, arrivano per ultimi i Variaghi scandinavi.
Per gli Slavi contadini la migrazione verso nordest porta a condizioni climatiche peggiori della zona di provenienza e quindi non può proseguire oltre certi latitudini e perciò il limite dei loro spostamenti si trova dove è possibile ancora coltivare il fieno o la segala. Oltre non vanno !
Giustamente lo storico Solovjov vede un confine ultimo fra l’insediamento slavo e l’insediamento balto-finnico nella zona nord della Terra Russa a Novgorod, fra la Scelon’ e la Lovat’: al di qua dei due fiumi la terra è più alta e meglio coltivabile, al di là è più bassa e più acquitrinosa. Questo dunque pone un limite alla migrazione slava a nord. Nella zona intorno a Kiev invece la terra è molto più fertile (la cosiddetta terra nera o cernozjom) ed il clima più moderato, per cui il confine agricolo della migrazione meridionale è costituito solo dalle sabbie della steppa ucraina.
E’ importante conoscere queste differenze fra le due aree nord e sud perché si spiega con esse l’economia sostanzialmente diversa che toccava i contadini slavo-orientali immigrati: Quelli al nord integrano il lavoro dei campi con l’artigianato e la raccolta come già fanno i Balti e quelli del sud che possono vivere bene anche solo del lavoro dei campi !

 

5. Scena seconda

La storia che voglio raccontare in effetti non si svolge soltanto nell’immensa Pianura Russa, ma inizia nel Baltico o Mar dei Variaghi, come questo mare interno è chiamato nella CTP.
Se osserviamo questo “mediterraneo” del nord, ci accorgiamo che l’unica comunicazione delle sue acque con il mare aperto - il Mare del Nord – è solo attraverso l’Arcipelago Danese, per il resto esso non è che un grande lago con due grandi bacini. Un bacino allungato verso nord (oggi Golfo di Botnia) e un bacino orientale che finisce in un angolo remoto (oggi Golfo di Finlandia). Oltre le isole danesi verso est ci sono altre isole di notevole estensione, come Gotland o le isole Estoni che chiudono il Golfo di Riga. Nel Baltico si versano fiumi di grossa portata come la Dvina o la Vistola, ma non sono paragonabili ai grandi fiumi che ad esempio si versano nel Mar Nero e perciò non ne diminuiscono molto la salinità, ma costituiscono un ambiente favorevole ai salmoni e alle aringhe.

Le coste baltiche settentrionali, notevoli per la presenza di foreste e laghi innumerevoli di grande superficie subito dietro la larga striscia sabbiosa delle spiagge ha, oggi come ieri, una scarsissima popolazione litoranea e questa gente, oltre alla pesca e all’allevamento di animali resistenti ad un clima preartico, da dove trarrebbero sostentamento ? L’agricoltura si può praticare solo con fatica sulle coste sabbiose di questo mare … desertificato persino dai famosi e forti venti estivi ! Più o meno lo stesso aspetto hanno le coste baltiche opposte, salvo la presenza dei grandi fiumi come l’Elba (Laba), la Vistola (Visla), l’Oder (Odra) etc. !
Detto questo, il mondo intorno a questo mare nell’VIII sec. d.C. è comunque un mondo in forte espansione e le popolazioni che lo frequentano in questo periodo sono quasi tutte germaniche sulle coste nord, anche se si incuneano da nordest tribù finniche e sulle coste meridionali si affacciano Slavi e Balti. Alcune tribù germaniche hanno già trasmigrato nel sud (nell’Impero Romano soprattutto) e hanno così confermato ai congeneri rimasti indietro le notizie tramandate di climi dolci e di vita più ricca e perciò hanno alimentato le aspettative di chi è rimasto a nord, in un angolo di mondo in cui la civiltà e la natura fanno fatica a mantenere in vita grandi gruppi di uomini.

La società del nord ha conservato un legame famigliare molto forte. Si vive raggruppati in grandi gruppi di parenti, proprio affinchè tutto il gruppo aiuti ogni suo membro dalla vita alla morte in una natura temuta ed ostile. Ogni estraneo è un “diverso” e potenzialmente pericoloso e fa molta fatica, prima di accedere all’intimità di una famiglia che non è la sua.
La realtà esterna è sentita quasi come una nemica, la si deve soggiogare, perché è necessaria per la sopravvivenza di tutti. E’ popolata di spiriti, sempre pronti a colpire a morte chi la offende, e le leggende e le favole di mostri umani e belve ferocissime che gironzolano intorno ai luoghi abitati nascosti fra gli alberi sono numerosissime e quindi l’unico rifugio sicuro è la casa o il villaggio. Il fatto che le stagioni calde e luminose siano brevi fa sì che l’oscurità diventi un evento terribile e pauroso. La foresta, dominante quel paesaggio, è il miglior simbolo di questo buio cupo quale luogo intricato e oscuro che circonda la casa e la comunità, quasi in un assedio minaccioso e continuo, abitata com’è da animali famelici e da folletti pericolosi e gli unici spazi dove si respira libertà sono le distese dei laghi, specialmente quando questi sono ghiacciati.
Chi vive sulla costa sud, naturalmente vive forse un po’ meglio degli altri perché guardando il mare aperto può addirittura progettare di partire sulle navi alla ricerca di mondi nuovi e meravigliosi. Quante saghe islandesi non sono altro che questo inno all’avventura sul mare verso luoghi sconosciuti, ma sicuramente pieni di ricchezze !

Le città-mercato del Baltico svedese o danese sono sempre sull’acqua, sia per la difesa, sia perché l’acqua degli enormi laghi interni svedesi (il Mälaren ad esempio) o delle lagune in prossimità del mare sono l’unico passaggio possibile verso il mondo esterno !
La situazione di alcune di queste città, le rese molto prospere coi loro mercati periodici, tanto che furono visitate da gente esotica, dai vestiti e dai tratti del volto insoliti e che ci hanno lasciato impressioni e testimonianze scritte su questo nord.
Dalla Svezia o dalle isole, ogni volte che è possibile, la gente accorre verso queste città, proprio perché vi si trovano sempre cose belle e strane, portate dai vicini paesi del sud: Insomma sulla costa è l’avventura, il futuro radioso di chi vive di stenti !

Il mondo germanico del nord in verità è rimasto chiuso in sé stesso da secoli. Il suo isolamento dal resto del continente fa sì che questi uomini non abbiano grandi contatti con le altre realtà culturali del resto dell’Europa e, a causa di ciò, conserveranno credenze e usi estremamente antichi e rozzi fino al XII-XIII sec. Tuttavia proprio intorno all’VIII-IX sec. d.C., una congiuntura bioecologica favorevole smuoverà tutta la Scandinavia e le sue genti si spargeranno in tutta l’Europa, fino al Nordafrica.
Alcuni gruppi dalla Svezia e dalla Norvegia, più arditi degli altri, già nel VI sec. d.C. si erano mossi e si erano diretti verso le coste meridionali. Probabilmente questi scandinavi si stabilirono sulle coste della Finlandia occidentale o intorno al Golfo di Riga, e saranno conosciuti come uomini resistenti alle fatiche, pronti a farsi ingaggiare per la loro abilità di rematori o di traghettatori in mare aperto o lungo i fiumi. Costoro saranno la prima testa di ponte dei Variaghi sulle coste settentrionali della Pianura Russa …

Gli Scandinavi più avventurosi e più fortunati, sono quelli che si sono mossi dalle coste norvegesi verso sudovest, giungendo facilmente sulle coste della Scozia, dell’Irlanda o su quelle dell’Impero dei Franchi. Probabilmente prima di diventare veri e propri pirati, hanno già tentato di esercitare lo scambio coi popoli della costa opposta del Mare del Nord, ma quello che hanno da offrire è molto poco rispetto alle ricchezze che i popoli cristiani ostentano e così, abbagliati dagli ori e dalle ricchezze delle abbazie che si intravedono nelle nebbie già dalle loro navi, decidono che il modo migliore di fare scambi è quello di saccheggiare tutto con la cieca forza. Anzi, senza sforzarsi più di tanto, cattureranno donne e bambini e poi ne chiederanno il riscatto radunando i tapini impauriti e indifesi in un luogo convenuto e contrattando con i congiunti, sotto la minaccia di mandarli schiavi chissà dove. La congiunzione storica è persino favorevole perché l’Impero dei Franchi è indebolito: è appena uscito dagli scontri coi Mori della Spagna e degli Unni dell’Oriente. Le abbazie sono rimaste isolate e i contadini in gran parte è imbelle, perché o troppo giovani o decimati dalle guerre continue.

Gli Scandinavi, prima di gettarsi in battaglia, si ubriacano per non sentire alcun dolore o per rendersi più irresponsabili mentre combattono e saccheggiano e così si diffonde la fama del Vichingo invincibile e temibilissimo, senza pietà e dalla forza immane e imbattibile, pagano e odioso.
Quelli che si avventurano sul Mar del Nord infatti saranno chiamati Vichinghi (ovvero quelli che vengono dal golfo) e che faranno più fortuna di tutti, tanto che alcuni di loro non ritorneranno più in patria, perchè costituiranno dei veri e propri regni autonomi nelle terre conquistate, dimenticando in parte anche le loro origini (come Rollone/Hrolfr in Normandia) e facendosi legittimare, col battesimo cristiano, come re e principi: Il sogno di una vita !
In verità alcuni degli Scandinavi di origine norvegese saranno così arditi da colonizzare la lontanissima Islanda, mentre i danesi arriveranno fino alla Groenlandia ed oltre, ma saranno rotte poco frequentate ... perché troveranno il deserto ! Anche la rotta che, aggirando la costa settentrionale della Norvegia dall’attuale Capo Nord, risalì la Dvina settentrionale e giunse fino alla Terra di Perm (in norreno Bjarmaland) fu aperta da un certo Oter norvegese, ma fu abbandonata … sempre per la sua poca convenienza economica e, presto dimenticata, fu lasciata alle manipolazioni della leggenda.

L’intento dei pirati scandinavi era il bottino sotto qualsiasi forma, ma queste aree baltiche, inospitali sia a causa del freddo che della rara popolazione che vi si trovava, non hanno niente da offire tanto che nelle Saghe islandesi Perm (Bjarmaland) e la Lettonia (Kurialand) sono dette appartenere al Jotunheimr ovvero la Casa degli Spettri e dei Mostri, perché l’unica impressione che esse hanno lasciato ai visitatori scandinavi è la desolazione della tundra o l’aria di mistero e di pericolo che circondava la foresta fitta di queste parti.
Se gli Scandinavi di origine norvegese hanno davanti il ricco Regno Franco, quelli di origine svedese non possono invece che volgersi nel Baltico ad est e a sud, dove saranno in pratica da soli a dominare. Purtroppo però qui non ci sono ricche abbazie da saccheggiare o palazzi reali da assaltare, ma solo coste dove abita gente che non vive molto meglio di loro. Le coste meridionali (oggi polacche e tedesche) sono anzi, esse stesse, pericolose a causa della presenza di pirati concorrenti, slavi e baltici, che aspettano uno sbarco o un naufragio, nascosti nella foresta retrostante per uscire all’improvviso dal fitto e catturare chiunque cerchi rifugio sulle loro spiagge.

Il bottino delle razzie, rispetto a quello che i loro colleghi ricavano all’ovest, da queste parti è misero e faticoso da mettere insieme e a questo punto sembrerebbe logico che questi Vichinghi dell’est frustrati dall’insuccesso si sentano spinti a proseguire oltre, a cercare la via ai mercati del sud … lungo i fiumi russi ! Logisticamente però anche questa è un’impresa molto complicata e costosa e le vie d’acqua per giungere alla favolosa Costantinopoli, la più grande città del mondo, o nella favolosa Baghdad, altrettanto famosa e ricca, sono sotto il controllo di altre genti con le quali bisogna fare i conti.
Bisogna quindi muoversi bene armati … La pirateria da queste parti è quindi un’impresa difficile e che richiede molto tempo, prima di mettere insieme un buon bottino. Ci sarà la necessità di accordarsi coi locali, di scegliere gli amici e i nemici per assicurarsi la sicurezza del cammino da percorrere all’andata e al ritorno, e, solo così, le bande troveranno le condizioni per avventurarsi all’interno della grande Pianura Russa e per attraversarla fino al grande Mar Caspio ed oltre, dopo essersi districati fra Finni e Slavi, ottenuto l’amicizia dei Bulgari del Volga e i permessi dei Cazari di Itil.
E’ basilare perciò la loro organizzazione. E dunque questi avventurieri costituiranno un gruppo di persone legate fortemente fra di loro, solidali e che non accettano né defezioni, né intrusioni di estranei, e che, soprattutto, sono disposti ad uccidere senza pietà.
Ecco dunque i tre tipi di scelte che offre a questi uomini la Pianura Russa:

• C’è chi sceglie di tentare le spedizioni di rapina. In tal caso deve trovare un buon capitale iniziale e formare un gruppo, sottostando a dure regole di sicurezza personale. Il gruppo sa di correre il rischio di racimolare poco o di morire durante il lungo viaggio, oltre a dover rinunciare a qualsiasi legame affettivo, finchè dura la spedizione. Questi ritorneranno di solito alla base di partenza, prima dell’inverno.
• C’è chi sceglie una vita più pacifica e lega coi locali. Sverna sulle coste o del mare o dei laghi, magari formandosi una famiglia, vive del suo lavoro di artigiano durante l’inverno o del lavoro di rematore/carpentiere navale durante l’estate, partecipando (perché no ?) ai convogli dei suoi connazionali che si dirigono verso il sud. Questi di solito non vanno molto lontano e lasciano il convoglio prima di entrare in territorio cazaro.
• C’è infine chi sceglie di unirsi all’impresa piratesca solo per fare il soldato mercenario per due o tre anni, presso le corti meridionali che pagano bene. Questi non ritorneranno più in patria.

Coloro che hanno scelto di svernare sono probabilmente i più antichi visitatori della Pianura Russa e sono quelli che gli Estoni e i Finni chiameranno Roots/Ruotsi ovvero i rematori e gli Slavi della zona di Pskov K’lbjagi ovvero gli sperticatori. Entrambi le parole sono corruzioni di parole norrene (Rothsman, rematori e Kylfingar, sperticatori) e provano la provenienza di questi Vichinghi dell’Est che, per vivere, sono pronti ad offrirsi per questi lavori stagionali. Sono arrivati alla spicciolata, esplorando o per qualche naufragio, e poi hanno deciso di rimanere, legandosi alla comunità locale.
Quelli che invece cercano un’avventura mercenaria di solito continuano il loro viaggio lungo i fiumi e non appena arrivano in vista di Itil, la capitale cazara, o trovano un convoglio diretto a Bisanzio o a Baghdad, vanno a tentare l’avventura, presentandosi nelle corti come guardie scelte o soldati speciali. Questi “amici” che fuggono di nascosto, perchè rompono il patto e scelgono di non tornare in patria, è forse l’unica contraddizione all’interno degli sparuti gruppi di Vichinghi dell’est … Sono proprio loro che saranno impiegati quali guardie imperiali o corpi militari speciali dai regni mediterranei.

I cosiddetti pirati-mercanti sono invece le bande più selvagge, le druzhìne (da drutt in norreno, che significa banda di coetanei), perché sono sbarcati qui solo per “far soldi” e non hanno altro interesse, se non fare tutto in fretta.
Si comportano da pirati finchè rimangono nel nord a raccogliere le merci, ma arrivati poi in zona cazara, devono mettere le armi da parte e sono costretti a comportarsi da pacifici mercanti, finchè non avranno venduto tutto quello che hanno portato con sé. Le armi le riprenderanno al ritorno …
Per costoro un viaggio per il sud fa parte evidentemente di un progetto di stagione steso “a tavolino” prima di lasciare le coste svedesi, con tappe stabilite a cominciare dal periodo in cui i fiumi russi sono percorribili, dagli accordi con i mediatori ebrei che li accompagnano qualche volta fino ad Itil e dal tempo prefissato per ritornare in Scandinavia all’inizio dell’inverno per gli ultimi grandi mercati dell’anno, prima della grande gelata. Probabilmente hanno raccolto informazioni dai loro connazionali che vivono là, ai quali fa comodo arrotondare i guadagni, collaborando.

I Variaghi che “commerciano” in questo modo non troverebbero alcuna convenienza a stabilirsi in queste plaghe che non sono, dal punto di vista ambientale, tanto migliori di quelle da dove provengono. Gli unici mercati dove convertire il bottino in gemme preziose o oro e argento sono lontani e i pirati preferiscono essere di passaggio. C’è però il problema del ritorno lungo lo stesso fiume e attraverso le stesse genti che hanno rapinato all’andata ed è quindi giocoforza assicurarsi che al ritorno si possa tranquillamente riprendere il mare del ritorno.
Si faranno costruire perciò delle basi, permanenti o provvisorie, dove lasciano qualcuno dei loro di guardia, mentre il grosso della banda è in viaggio nel sud. Sanno bene che, prendere una misura del genere, significa instaurare un rapporto con i locali in qualche modo, poiché costoro, contadini o raccoglitori, Slavi o latri, dovranno “mantenere” il gruppetto rimasto di guardia alla postazione, costretti a fornire, oltre alle merci già sottratte, anche da mangiare e magari, perché no ?, le loro figlie, dato che costoro sono giovani e vogliosi. E’ chiaro che tutto sarà pagato “a bassisimo costo” … cioè estorto sotto la minaccia delle armi !
Ogni altro contatto con i locali, salvo l’indispensabile, è proibito alla guarnigione e soprattutto si dovrà stare attenti alla circolazione di armi o arnesi di ferro al di fuori della postazione. Sappiamo dai documenti che il fabbro rimarrà un artigiano molto sorvegliato che lavora solo per i Variaghi e che le lame di ferro sono uno degli articoli migliori che i rus’ portano a Itil’ sin dalla lontana Svezia.

Si costruiscono così dei fortini lungo i fiumi su alture da dove sia visibile lo spazio tutto intorno e rigorosamente lontani dal fitto della foresta ! Questa serie di fortini, quando diventeranno città permanenti, darà il nome alla Terra Russa nelle saghe islandesi: Gardariki - la Terra dei Fortini - o semplicemente Gardar - i Fortini (v. l’Edda di S. Sturluson) !
Gli abitanti locali, gli originari baltici, saranno quelli che soffriranno di più e si rinchiuderanno in se stessi fino al XIII sec. quando ritorneranno alla ribalta della storia.
I Balti sentiranno questa intrusione molto più negativamente di quelle quasi contemporanee degli Slavi dal sudovest e dei Finni dal nordest perché le razzie variaghe portano disordine, morte e deportazione e li privano delle risorse della loro foresta, ma, essendo gente debole militarmente, rinunceranno per il momento a qualsiasi rivincita organizzata.
Logicamente i Balti (come pure i Finni), raccoglitori e seminomadi, vessati dai Variaghi selvaggi, non appena sarà possibile e conveniente, ricorreranno o si coalizzeranno con gli Slavi per cacciare gli intrusi stranieri, con il risultato (che non si è mai concluso completamente neppure oggi) della loro assimilazione con questi ultimi, che sono in numero molto maggiore ! Questa situazione maturerà poi nello stato di Novgorod, come dirò.
I Variaghi non si cureranno di questi problemi locali e, approfittando della loro superiorità militare, la faranno da padroni con facilità, senza alcun riguardo, ma in questo modo porranno anche le basi della loro scomparsa culturale.


6. Gli eterni migranti


Gli Slavi nella storia scritta d’Europa appaiono più tardi degli altri popoli e nella Pianura Russa sono addirittura gli ultimi ad arrivare.
Sicuramente erano conosciuti, non distinti molto bene dagli altri popoli, da Roma classica, e non è tanto fantastica l’ipotesi che gli antichissimi e misteriosi Veneti nostrani e i Venedi o Vendi della costa baltica meridionale fossero figli di uno stesso popolo, anche se divisi da secoli di storia diversa. Questo spiegherebbe così ad esempio come mai, già in epoca classica (Plinio, Strabone), sia presente una città di nome Tergeste (oggi in italiano, Trieste) che altro non è che la parola anticoslava t’rgosc’te ossia “mercato”.
Il professor Alexandr Jeliseev (Gli antichi Russi: Popolo e Casta) pensa poi che la rassomiglianza fra la denominazione anticorussa dei russi di Kiev rus’iny, quella greca rosenis (anche per i russi di Kiev) e ancora rasenis per gli Etruschi (gli Etruschi chiamavano se stessi Rasenna) non sia casuale e che per questo motivo i popoli russi non sono arrivati così tardi alla storia come sembra. Sia questo vero oppure no, non mi è stato possibile verificarlo e … chissà qual è la verità in questi casi così remoti nel tempo !

In Germania tuttavia l’idronimica e la toponomastica mostra ben chiaro l’antichissimo substrato slavo fin sotto la riva sinistra del Reno (ad es. Lubecca, Rügen, il fiume Elba sono tutti nomi slavi) e questo non è dovuto solo alla deportazione degli slavi Vendi al tempo di Carlomagno, ma nella stragrande maggioranza dei casi è sicuramente di gran lunga anteriore. Dall’altra parte dell’Europa, lungo le coste orientali del Mar Nero e nel Caucaso e fin nel lontano Iran, le tracce degli slavi continuano ad apparire qua e là, persino nei tratti del viso della gente locale, benché qui si possa pensare ad infiltrazioni molto più tarde (XI-XIII sec. e oltre).
Con questi elementi dovevo perciò stare molto attento perché è vero che in una ricerca si trova di solito quel che si vuole trovare e non bisogna scivolare nelle trappole anche etimologiche, ma sicuramente questi popoli delle foreste che noi abbiamo chiamato Slavi, sin da tempi antichissimi abitarono la parte nordorientale dell’Europa, più o meno dal bacino dell’Elba fino alla catena delle Alpi Dinariche, e, successivamente con la loro migrazione verso nordest, arrivarono ad occupare tutta l’area meridionale dal Mar Baltico fino alla laguna della Vistola, spostando avanti a sè i locali Balti. Più tardi erano poi sciamati fino alla riva sinistra del Volga e fino al Mar d’Azov, dove si trovano ancora ai nostri giorni ! Un esercito arabo verso la metà dell’VIII sec. mentre insegue il kagan cazaro ne cattura un bel po’ nelle terre dei Burtasi lungo il corso medio del Volga (v. M. Artamonov) !

E non solo …
Nei loro spostamenti fin da tempi lontani, i Goti, gli Unni, e altri nomadi che passavano a sud di Kiev nella steppa ucraina, s’imbattevano costantemente, con i popoli slavi stanziati in quelle zone, e li trascinavano con loro nelle migrazioni verso ovest.
Insomma posso tranquillamente affermare che gli Slavi l’Europa li conosce da lunghissimo tempo …
Tuttavia se gli Slavi, insieme a Goti, Vandali etc., strariparono già con le Völkerwanderungen (invasioni barbare le chiamiano noi) germaniche prima del VII sec. d.C. nell’Impero Romano e se i romani chiamarono questi popoli “invasori” senza distinzione, selvaggi e barbari, perché distrussero quello che rimaneva del loro decadente Impero, gli Slavi (insieme agli altri) portarono con sé - comunque ! - ricchissime e antichissime culture proprie, materiali e spirituali, elaborate cosmogonie e credenze sull’aldilà, costumi e “superstizioni” che ancora oggi vivono e permeano la nostra vita.

Non voglio qui insistere sull’introduzione delle mutande e dei pantaloni dal mondo slavo nel vestire dei romani o sulla cravatta, sciarpa usata come segno di distinzione dagli Croati, o ancora su quel vestito lungo e semplice chiamato sclavina (degli Slavi) che fu così diffuso nel Medioevo europeo e neppure sul fatto che quasi ogni casa ricca dell’Europa Occidentale, specialmente dei regni arabi della Spagna e della Sicilia, ci fossero quasi esclusivamente schiavi provenienti dalla Pianura Russa (Schiavo e Slavo infine sono la stessa parola !) fino alla fine del Duecento e oltre, ma non dobbiamo mai dimenticare che questi popoli con le loro “novità” hanno contribuito alla costruzione dell’Europa, com’essa è oggi !
Gli Slavi, nome senz’altro ambiguo anche dal punto di vista antropologico, abitavano perciò la zona (oggi in gran parte tedesca) del bacino dell’Elba fino al X sec. d.C. (solo qualche minoranza è sopravvissuta alla “germanizzazione” cominciata già nel regime imperiale degli Ottoni del X secolo !). Gli Slavi possono essere divisi abbastanza bene, sulla base delle loro lingue, in due gruppi principali: Slavi Occidentali e Slavi Orientali e un sottogruppo: Slavi Meridionali, più affine al gruppo orientale. Le lingue slave (sono circa una ventina quelle documentate, insieme a quelle parlate ancora oggi) non erano (e non sono) molto differenziate fra di loro e ciò denuncia una loro separazione molto recente dalla parlata originaria, una separazione fra di esse databile al massimo intorno al VI sec. d.C.

Per questa ragione, durante il tempo della nostra storia (IX-X sec.) e della diffusione del Cristianesimo nella Rus’ di Kiev, il paleobulgaro (paleoslavo o slavone ecclesiastico) era la lingua unica per gli Slavi Meridionali e Orientali, capita senza fatica dalla Tracia fino alla lontanissima Novgorod !
Alcuni popoli slavi mossero verso sud già nel VI sec., superando i Carpazi e i monti della Transilvania e penetrarono talmente in profondità nei territori dell’Impero Romano da giungere a popolare il Peloponneso e Creta: Sono le invasioni slave del 581-586 d.C. ! Col tempo questi Slavi però furono “grecizzati” dalla superiore cultura ellenico-romana attraverso i programmi di “deslavizzazione” del territorio intrapresi da alcuni imperatori bizantini, come Maurizio. Altri invece, spinti dai Germani da occidente e da nord, si diressero a nordest, verso le coste del Mar Baltico, ed altri ancora, superati i Carpazi Orientali, migrarono verso est nell’immensa Pianura Russa.

Successivamente in un’ondata di ritorno, molto contenuta in verità, altri Slavi arrivano in Occidente, trascinati prima dai Bulgari di Asparuch, divisosi da suo fratello Batbai e diretto verso occidente lungo la riva settentrionale del Mar Nero alla metà del VII sec. e poi ancora coi Magiari, diretti in Pannonia sotto la guida di Almosc’, verso gli inizi del X sec. Se però i Bulgari del Volga di stirpe turca verranno addirittura sommersi nella popolazione slava quando si stabilirono nell’Alta Tracia, in Ungheria invece gli Slavi che accompagnano i magiari furono una minoranza e scomparirono nell’etnos magiaro completamente.
Gli Slavi non erano però solo delle popolazioni in perenne movimento come può sembrare. Ebbero anche degli stati organizzati …. Il più antico stato slavo nel cuore dell’Europa è il regno fondato da un leggendario personaggio (forse un mercante) franco, di nome SAMO, ricordato dalla tradizione proprio come Regno di Samo, primo nucleo del Regno di Boemia (Cechia) del VI sec. Segue poi il Regno (o Impero) di Bulgaria “autorizzato” in Tracia da Costantino VI nel 681 d. C. nel cuore dell’Impero e solo dopo apparirà la Rus’ di Kiev, con grandi influenze bulgare, riconosciuta da Costantino VII Porfirogenito nel 945 d.C.
Per quanto riguarda i polacchi infine, il primo nucleo di stato a Cracovia è di poco successivo alla Rus’ di Kiev !

Nei secoli VI-IX d.C. delle migrazioni slave, l’Impero Bizantino aveva attraversato anni difficili, travagliati da continue pestilenze e carestie e conseguenti tracolli economici tanto che molti imperatori avevano dovuto quasi incoraggiare la venuta di popoli nuovi nelle zone devastate e spopolate. Il problema che poi si era posto era stato un altro: Alcuni popoli che arrivavano dall’est purtroppo erano nomadi e non praticavano l’agricoltura sistematica, come invece si richiedeva per il ripopolamento delle terre dell’Impero, mentre facevano più comodo le invasioni lente e continue degli Slavi che erano contadini, anche se molto primitivi rispetto all’agricoltura bizantina !
Dice lo storico medievale Gregorovius, a mio avviso con una certa esagerazione e ingiustamente, che le invasioni slave avevano causato:
“La povertà e la devastazione della Grecia, la lotta del suo popolo con i barbari invasori, l’annichilamento dell’elemento greco in alcune province, il ritirarsi e il rifuggire nelle città fortificate o sulle montagne o nelle isole …”

Se queste furono le sensazioni fino alla vittoria di Stauracio, sceso contro gli Slavi per incarico della moglie dell’Imperatore Leone IV, Irene, nel sec. VIII d.C., Bisanzio già al tempo di Giustiniano II Nasotagliato (689 d.C.) tuttavia si accorse che ormai era ora di trasformare i popoli slavi stanziatisi nei territori imperiali in soggetti o alleati dell’Impero, se voleva evitare il proprio tracollo. Iniziarono così le procedure per la deportazione e l’evangelizzazione degli Slavi sia nei territori interni, e qui l’ellenizzazione fu abbastanza rapida come a Creta e nel Peloponneso, sia nei Balcani, dove era urgente portare questi popoli confinanti “a più miti consigli” e fissarli definitivamente nelle sedi dove ora si trovavano senza ulteriori spostamenti.
Gli Slavi perciò, non solo si stabilirono nelle terre assegnate, ma portarono con loro anche alcuni cambiamenti importanti nel sistema agricolo-sociale bizantino.

Se per tutto il VII-VIII sec. nell’Impero dominò il latifondo delle chiese e dei monasteri e successivamente quello dei grandi senatori-proprietari terrieri, con la penetrazione slava si allargò e rafforzò la classe dei contadini liberi. La costumanza slava infatti era di coltivare la terra in comune, dividendosela fra le famiglie di ciascun villaggio, e per questo si richiedevano appezzamenti separati per ogni “grande complesso famigliare” (o sklavinìa, greco per comunità slava) e senza che si costituisse un latifondo con un solo grande padrone. Addirittura quegli slavi che venivano impiegati nell’esercito bizantino che aveva bisogno di coprire un numero di ca. 120.000 uomini in servizio (l’imperatore Leone VI, nel 912, lamenta di non trovar gente che sappia maneggiare arco e frecce !), erano compensati dal governo, finite le ostilità, come “proprietari-concessionari a vita” di un pezzo di terra da coltivare e già nel IX-X sec. i nuovi coltivatori slavi crearono una classe di ex-soldati “ausiliari” (symmachoi in greco, v. L. Kazhdan), che aumentava sempre di più …

Ritorniamo un momento un po’ più indietro nel tempo …
Verso la fine del VII sec., come abbiamo visto, lo scopo di fermare le migrazioni dal nord nell’Impero sembrava infine raggiunto. Tuttavia proprio questo causò lo spostamento della direzione dei migranti e gli Slavi si diressero al di là dei Carpazi orientali, verso la Pianura Russa !
Siccome a me interessavano in particolare gli Slavi Orientali, mi sono convinto che la zona di partenza e di differenziazione degli antenati dei popoli russi fu proprio l’area subcarpatica intorno alla Volynia (più o meno la Galizia dell’ex Impero Austro-ungarico).
Ci sono già dei tratti tipici distinguono questi Slavi che passano i Carpazi dagli altri ? Sicuramente parlano una lingua slava. Il fatto di esser pagani o di lavorare la terra possono renderli diversi ? Per fortuna abbiamo alcuni stereotipi lasciatici dai generali e dagli imperatori bizantini che li hanno incontrati che ci aiutano ad immaginarceli meglio.
Ad esempio l’Imperatore Maurizio nello Strategikon dice, più o meno:

“Gli slavi benché barbari sono mansueti, amabili e gentili coi prigionieri. Amanti della libertà e quindi si mostravano spesso insubordinati persino ai loro capi. Le loro comunità, chiamate dai greci sklavinìe, avevano un capo e ogni comunità era sempre in lite con l’altra accanto. Inoltre erano male organizzati e male armati e perciò a volte costituivano una preda facile.”

Più caratteristica ancora è invece la descrizione che gli Slavi del Nord danno di se stessi nella cronografia bizantina del VI sec. (citato da N. Karamzin):

“I Greci hanno fatto prigionieri tre stranieri che avevano insieme alle armi delle cetre chiamate gusli. L’Imperatore ha chiesto loro chi fossero. Essi hanno detto: Siamo slavi e viviamo alla lontanissima fine dell’Oceano Occidentale (cioè il Mar Baltico). Il Khan degli Avari dopo aver mandato dei doni ai nostri anziani ci hanno richiesto degli eserciti perché si muovessero contro i greci. Gli anziani hanno accettato i doni, ma hanno mandato noi dal Khan con molte scuse di non poter dare l’aiuto richiesto a causa della grandissima distanza. Noi stessi siamo stati in viaggio per ben 15 mesi. Il Khan senza tener conto dell’intoccabilità degli ambasciatori non ci ha lasciato tornare in patria. Avendo noi udito della ricchezza e dell’amichevolezza delle genti greche, sfruttammo l’occasione per recarci in Tracia. Noi non siamo usi alle armi e suoniamo solo il nostro gusli. Non c’è ferro nelle nostre terre e non conosciamo guerre e amiamo la musica e conduciamo vita pacifica e tranquilla. L’imperatore ha ammirato le qualità dei costumi pacifici di queste genti, la loro altezza corporale e la loro forza e così ha fatto loro buona accoglienza e poi li ha riforniti per il viaggio di ritorno nella loro patria.”

E ancora Procopio di Cesarea (VI sec.) nella Guerra contro i Goti dice degli Slavi e degli Anti: “Il colore della loro pelle e dei capelli non è molto chiaro o dorato, ma neppure scura e quindi più o meno rosso scuro.” Però, aggiunge, si distinguono per l’altezza e per la forza, entrambe grandi !
Quanto di questi giudizi risponde all’indole del futuro popolo russo che lo rende distinto dagli altri ? Come rintracciare con questi ultimi criteri “razziali” gli antenati dei popoli russi ? Mi sono subito accorto che queste informazioni non mi bastavano e ho dovuto perciò ricorrere all’aiuto dell’archeologia che, al di là della lingua parlata in un certo luogo e in un certo periodo, esamina e classifica la cultura materiale di quel luogo e di quel periodo e la confronta con le altre conosciute, deducendone così originalità e affinità e evoluzione.
Grazie allo sforzo di generazioni di archeologi che hanno scavato e classificato per anni i reperti del bacino del fiume Elba e della zona subcarpatica in particolare, l’unica cosa che si è potuto definire, è che la patria comune dei popoli slavi di oggi non può essere che la Mitteleuropa. Di qui sono originati gli antenati di tutti i popoli slavi.

L’archeologia ha cercato la presenza di una certa cultura materiale tipica, che potesse essere indubbiamente attribuita agli Slavi e allo stesso modo gli archeologi sovietici ne hanno cercato un’altra tipica per le aree della Pianura Russa, che si potessero attribuire agli Slavi Orientali. Gli scavi hanno messo in evidenza qui che, malgrado la data ormai universalmente accettata della migrazione verso nordest intorno all’VIII-IX sec. d.C., già nel VI sec., e forse prima, al di là dei Carpazi c’erano popolazioni slave che si andavano diversificando.
V.V. Sedov, archeologo specialista del Medioevo slavo-russo dice:

“Una delle più grandi forze in movimento del primo Medioevo europeo furono gli Slavi.” e più avanti “Caratteristici per il IX-X sec. furono i kurgany con le sepolture a cremazione. … (e solo) nel X sec., al posto della cremazione, entra l’inumazione che nel secolo seguente diventa dominante … (mentre) nelle regioni di confine del sud dei Volyniani e dei Poliani, i kurgany con cremazione … non sono assolutamente conosciuti"
Concorda più o meno con questo modo di vedere J. Hermann, archeologo tedesco, che data fra il VI e il VI sec. la diffusione generale della cremazione fra gli Slavi. Insomma secondo i dati archeologici, è possibile affermare che almeno un tratto distintivo degli antenati del popolo russo c’è ed è la cremazione dei morti e l’inumazione dei resti con le offerte votive in tumuli caratteristici chiamati generalmente kurgany. E allora come fare per distinguere fra i popoli russi e gli altri Slavi rimasti al di qua dei Carpazi ? Forse dalle tombe e dalle suppellettili o nei gioielli vi potrebbero essere tratti distintivi riconducibili ad una cultura slavo-russa, ma purtroppo una civiltà contadina povera lascia molto poco ai posteri curiosi …
Quel che non si riesce tuttavia a distinguere bene sono i vari gruppi, le varie etnie affini, giunte qui ad ondate successive o contemporanee, elencate dalla CTP, qualche secolo dopo.

7. Un nuovo villaggio

Se esaminiamo una carta geografico-storica dell’Impero Romano al tempo di Diocleziano, III sec. d.C., nella zona vicino a quella che a noi interessa possiamo notare nel bacino inferiore dell’Elba alcune tribù germaniche che stanno migrando verso ovest: Sono Angli, Sassoni, Franchi, Alamanni.
All’est, lungo la costa baltica meridionale (dal Golfo di Finlandia fino alla Danimarca di oggi) troviamo invece gli Aestii (forse dei Balti che poi, colonizzati dai Finni, diventarono gli Esti e poi gli Estoni di oggi), a sud di questi i Vendi che abitano fin sotto le Alpi, poi i Chuni etc.
A sud di Kiev invece ci troviamo Ostrogoti ed altri Germani, in migrazione verso l’impero bizantino.
Successivamente, al tempo della conquista araba del Nordafrica, VII sec. d.C., ecco che il quadro è cambiato e nelle stesse zone gli Aestii si sono spostati verso est e l’Elba è ormai un fiume slavo, mentre le steppe ucraine sono ora abitate da Peceneghi e Cazari che controllano tutta la zona fino sotto Kiev.
Insomma la Mitteleuropea, a parte l’incunearsi di Unni, Avari e Magiari che o scomparvero o non si slavizzarono mai, è ormai slava.

Abbiamo visto che questi popoli sono diventati principalmente agricoltori e nei loro spostamenti cercano, sempre e solo, terra da coltivare anche se le tecniche agricole che portano con sé sono ancora quelle più primitive di “rubare” il terreno alla foresta. Già abitano zone forestali dove oggi è la Turingia e dove scorre l’Elba e la Saale e sanno come trattare con essa, ma quando superati i Carpazi, i Tatra o il Bug Occidentale, si trovano ad affrontare “questa” foresta, quella della Pianura Russa, le cose si complicano …
Immaginiamoci una carovana di una cinquantina di persone (nutà), o forse più, in viaggio. Come guida per questa ricostruzione mi riferirò all’archeologia.

Nelle tombe scavate intorno a Kiev e intorno a Polozk, appartenenti ai secoli VII-VIII d.C., sono state ritrovate scarse masserizie, fra cui gli importantissimi strumenti per tagliare, per spaccare, per scavare, per arare, per zappare, le macine per far la farina e vari recipienti di coccio e persino di prezioso rame. I cadaveri sono calzati con scarpe ricavate dalle cortecce degli alberi, vestiti con tuniche, lunghe per le donne e un po’ più corte per i maschi, capelli lunghi e pendenti fino alla cintola.
Le donne sono state sepolte coi loro gioielli d’argento: fibule che fermano le pieghe e le cinture, fermagli fra i capelli, anelli appesi sulle tempie e collane d’argento. I maschi invece sono vestiti più semplicemente con coltello in cintola e con la barba che orna il loro viso.
Sono queste persone che m’immagino di vedere in cammino.

La strada che si segue è la riva del fiume costeggiando la fitta foresta fra i mucchietti di neve ancora ghiacciata che, quando si scioglie, forma rivoli che impicciano un po’ la marcia. Hanno con sé un trio di cavallini lituani attaccati con collare di legno, senza morso, ad una treggia-slitta e non si vedono carri con le ruote perché queste negli acquitrini sono inservibili. Pochi sono gli animali da allevamento: qualche capra, delle oche, maialetti e qualche scrofa più grossa. Vanno piano perché ci sono i bambini e le donne che si stancano presto e poi perché comincia a far caldo ed è umido e bisogna difendersi dalle zanzare, molto pericolose perché portatrici di malaria fulminante. Sicuramente cantano lungo il cammino per darsi un po’ di coraggio e tenersi su con la vita, ma soprattutto per annunciare il loro arrivo a qualsiasi persona ostile che li abbia avvistati o per tener lontane le belve, eventualmente in agguato nel fitto.
A capo della carovana c’è il patriarca o ciur (o sciur, non sappiamo con sicurezza come si chiamasse questo capo, ma abbiamo scelto questa parola che indicava l’antenato mitico o totemico di ogni grande gruppo famigliare slavo) che fa da guida, non perché conosca la strada, ma perché è lui che decide sempre la direzione da prendere, anche se è un uomo molto vecchio e secco come il bastone di comando che agita davanti a sé.

Ogni tanto il ciur si arresta perché ha visto un fil di fumo in lontananza e teme che possa essere qualche villaggio dei nativi. Sono i balti che forse non vedono di buon occhio questi arrivi inaspettati di estranei e, nascosti fra gli alberi, li guardano passare cercando di capirne le intenzioni. Il ciur è all’erta e pronto a parlamentare con loro per fare qualche accordo, magari passando qualche dono o proponendo un matrimonio con una delle tante figlie a disposizione, ma … di solito (anche questo è evidente dall’archeologia) non saranno accolti ostilmente.

Ed ecco una radura nella foresta.
Qui ci si può per il momento accampare e magari, esplorando meglio l’ambiente, potersi stabilire definitivamente. E’ quello che viene fatto. Si radunano i carri-slitta in cerchio e sulla base di quel che si è rilevato (razvedka), mandando gli esploratori in giro, si fa una riunione e si discute. Il ciur è sempre attento a non prendere mai le grandi decisioni da solo e lascia che siano discusse in assemblea, la cosiddetta vece, partecipata da tutta la comunità. Solo così può regnare la pace (
pace e comunità di villaggio in russo antico è la stessa parola: mir) !
La foresta sembra attaccabile da questo lato per ricavare un appezzamento di terreno (uciastok) e anche gli alberi sembrano essere buoni per poter costruirsi un riparo, le izbe, per le famiglie. Alcuni dei giovani sono subito mandati nella foresta per cercare frutti da mangiare, badando bene di non raccogliere le bacche che non conoscono, perchè potrebbero essere velenose. Chissà che non si trovi anche del miele ! Se lo trovassero devono subito segnarlo col loro simbolo magico, così che un altro cercatore si accorga che l’alveare è già di proprietà di qualcuno. Viene loro raccomandato di non allontanarsi troppo nel fitto per non perdersi, anzi si raccomanda di segnare bene i sentieri perché quei segni serviranno in futuro. Si raccomanda loro anche di dare un’occhiata in giro, alla selvaggina, se ne vedranno, e ai segni di presenze umane. Anzi, nel caso che incontrassero qualcuno che lo affrontino pacificamente, che lo invitino a mangiare con loro.

Il ciur, penserà lui a parlamentare ! Se l’incontro sarà ostile, evitare assolutamente la lotta fuggendo via (le vite dei giovani sono troppo preziose per il lavoro dei campi per spenderle in lotte sanguinose) per non farsi prendere prigionieri ed essere poi venduti schiavi !
La prima cosa che il ciur farà è quello di assaggiare l’acqua del fiume, di sentire se è troppo salata oppure se è buona da bere. Gli animali però sono già alla riva ad abbeverarsi alla prima sosta e ciò è buon segno perché già questo vuol dire che l’acqua è potabile ! Bisognerà sacrificare agli dèi che li hanno accompagnati fin là, magari uccidendo qualche gallo e spargendo il sangue sul luogo dove si vuol fondare il villaggio …
Scelta l’area dove insediarsi, il ciur segna i confini e fa tagliare dagli uomini abili, gli alberi che si trovanmo lungo le linee chde ha segnato e a poco a poco si dà fuoco a tutta la vegetazione all’interno del tracciato. Si aspetta che le scintille roventi si siano estinte e quanto rimane, rimescolando le ceneri con la terra e con l’acqua, con l’aiuto di vanghe e bastoni, sarà la terra da coltivare, tanto agognata. Solo dopo, si procederà alla seminagione, all’innaffiamento e così via, e si aspetteranno le messi.

Ed ecco in qualche settimana nascere il villaggio contadino. Le capaci izbe (case in russo) l’una accanto all’altra secondo regole e prescrizioni religiose antiche. I frontoni rivolti verso sud, l’entrata laterale e la divisione in due ambienti: uno caldo e uno freddo, col vestibolo in mezzo e sottoterra una capace cantina. Per consacrare il tutto … sotto la prima izbà si seppellirà un neonato (v. A. Sobolev) !
Per ora bisognerà revisionare tutti gli arnesi e scegliere le sementi e poi … via ! Al lavoro ! La stagione non è lunga e non si può perdere altro tempo ! Principalmente l’avena (Avena sativa) e la segala (Secale cereale), insieme al lino (Linum usitatissimum) e alla canapa (Cannabis), sono le piante che gli Slavi riescono a coltivare, quasi fin sotto il Circolo Polare Artico.
L’ambiente freddo dell’izbà accoglierà le derrate alimentari, mentre quello caldo, dove per il riscaldamento si sta costruendo nell’angolo la stufa (pec’ka) monumentale con argilla e ciottoli impastati, accoglierà la gente e gli animali tutti insieme.
La casa è stata costruita con alle spalle la foresta, e non lungo la riva, ma abbastanza lontana dal fiume e, intorno alle izbe, viene elevata una palizzata con pali appuntiti. per evitare intrusioni inopportune o inondazioni inaspettate.

Qualcuno tornato dal giro di ricognizione ha trovato una sorgente a fior di terra che si potrà usare … In seguito qui si scaverà un pozzo per l’acqua di ogni giorno, dato che non è tanto comodo andare e venire dal fiume con tutti i pericoli che ci sono per ragazze, donne e bambini.
La coltivazione si fa dividendo il campo in strisce, che alternativamente (da un anno all’altro) si seminano o si lasciano riposare a maggese (par). Di solito la terra da coltivare da parte di ciascun gruppo di famiglie è una lunga striscia larga più o meno la larghezza della casa e si estende davanti all’izbà.
Gli arnesi sono ancora di legno e non si è ancora adottato il vomere di ferro più largo, che rivolta e aera le zolle, ma che costa moltissimo per i mezzi d’acquisto del tempo. Si scava perciò poco profondamente e si zappa come si può, con rese in cereali naturalmente bassissime !
Il contadino perciò non disdegna di pescare i grossi pesci dei fiumi o di raccogliere bacche e frutti nella foresta o cacciare piccoli animali, ma ciò richiede uno studio più approfondito del nuovo ambiente che certamente seguirà al più presto …

Se tutto procederà per il meglio, il ciur l’anno prossimo manderà ad avvisare le altre famiglie del villaggio da dove era partita la nutà l’anno scorso, per invitarle ad insediarsi anche loro da queste parti …
La società è molto più semplice rispetto a quella d’oggi ed è assolutamente paternalistica. Certo ci sono delle disparità, degli individui che stanno meglio di altri e che cominciano ad accumulare più degli altri, ma la comunità è ancora la grande famiglia col suo capoclan, padre e padrone !
In effetti questo è un caso ideale, ma nella realtà, siccome il fiume era una via di comunicazione frequentatissima nella buona stagione, è logico che la compagnia di migranti, senza crearsi troppi problemi per la scelta e l’acquisto del terreno, aprirà in anticipo la trattativa col capo nativo locale. Incontrerà così i Balti che, benché arretrati nell’agricoltura, si mostreranno molto curiosi di imparare l’arte del coltivare (v. M. Gimbutas). Essi però conoscono i prodotti della foresta e quindi possono aiutare a star meglio e d’altronde, se non ci fosse questo connubio fra genti diverse, come si spiegherebbe l’intimo avvicinamento e la successiva assimilazione dei Balti agli Slavi ?

Gli Slavi si avventureranno fino alla riva destra del Volga, non andando oltre perché la zona è già occupata e altri immigranti non sono bene accetti !
La migrazione poi si trasformerà in insediamenti più o meno fissi, tenendo comunque presente che ogni 6 o 7 anni il villaggio comunque dovrà andare alla ricerca di terra nuova, finché l’economia agricola non evolverà e l’artigianato e il commercio non favorirà una stabile occupazione di coloro che non fanno i contadini.
Questa ricostruzione, trova conferma nei reperti archeologici e nei racconti delle bylìne, oltre che nelle notizie della CTP e di quelle dateci particolarmente da Procopio di Cesarea (VI sec.) e dalle testimonianze di Ibn Dasta (X sec.) e, di poco posteriori, di Al Masudi, Ibn Wakhscija o Ibn Fadhlan.
Il fiume evidentemente riveste un ruolo importantissimo, poiché non solo il nuovo insediamento sfrutterà la corrente per gli usi d’ogni giorno, ma incoraggerà l’esplorazione e le comunicazioni. Lungo la corrente sorgeranno luoghi di incontro per scambiare e commerciare coi locali, col commercio muto (vedi oltre) finché non s’imparerà la lingua dell’altro. S’incontreranno famiglie e villaggi di affini per le feste agricole, per i matrimoni e per le cerimonie religiose, proprio lungo i corsi d’acqua !

8. Ecco gli antenati

Giordane (VI sec.) nella Storia dei Goti parla delle tribù slave vicine ed alleate dei Goti e dice con uno schematismo tipico del suo tempo:

“Dalle sorgenti del fiume Vistola su immense aree si insediarono i Venedi (Vendi, Veneti etc.). Benché il loro nome va cambiando ora a causa delle tribù numerose che si sono formate e dei loro spostamenti in altre zone, comunque vengono chiamati principalmente Sklavini e Anti. Gli Sklavini vivono un po’ lontano dalla città di Novietun e dal lago che si chiama di Mursiano, fino al Danastro (Dnestr) e nel nord fino alla Vistola, gli Anti invece, più in gamba dei primi, vivono nel golfo del Ponto (delta del Danubio) e spaziano dal Danastro fino al Danapro (Dnepr).”

Dopo due secoli da questo scritto, possiamo dire che i Krivici e Slaveni (nord della Pianura Russa) sono i discendenti degli Sklavini e che gli altri gruppi slavi del sud sono i discendenti degli Anti ? Dalle fonti e dai reperti sembra che le prime colonie sicuramente slave, furono impiantate proprio nell’estremo nord, a sud del Lago di Pskov-Lago dei Ciudi, intorno al Lago Ilmen, a metà corso della Dvina, tutte rigorosamente lungo le rive dei fiumi !
La componente etnica nativa che gli Slavi incontrano nell’area fra la Vistola e il Bug Occidentale e oltre, sono principalmente i Balti (Pruzzi, Lettigalli, Semigalli etc.) e ciò lo prova l’idronimica. Più in là verso il Volga, gli Ugrofinni premono da est e gli Slavi da ovest, comprimendo insieme i Balti locali.
Dice, a proposito dei Balti, la storica lituana Marija Ghimbutas:

”L’espansione slava non spazzò in un colpo tutti i Baltici Orientali. Essi restarono in territori più o meno estesi per molti secoli. E’ molto probabile che prima che gli slavi Krivici, Dregovici e Radimici dominassero il bacino superiore del Dnepr, esistesse qui (nella stessa area) una popolazione baltica la cui cultura era legata ai Lettigalli della Lettonia Orientale. …. Il processo di slavizzazione iniziato in tempi preistorici, continuò nel IX sec. … L’etnografia nel distretto di Kaluga, Mosca, Smolensk, Vitebsk, Polozk e Minsk fino alla metà del IX sec. è altamente indicativa del carattere baltico.”

Per il lettore “mediterraneo” facciamo notare che l’espressione orientale per l’autrice, per noi è meglio traducibile con nordest e che preistorico non si riferisce ad un’epoca remotissima, ma soltanto ai sec. VI-VII d.C. o poco anteriori.
I monumenti archeologici più importanti dei primi Slavi giunti nel nord, sono i cosiddetti kurgany (a Novgorod sono chiamati sopki perché sono di solito molto alti e di forma circolare) cioè le tombe a tumulo a cui ho già accennato prima. I resti cremati dei morti e gli oggetti di corredo funebre ci confermano l’economia prevalentemente agricola di queste popolazioni. I kurgany sono anche di tipo lungo nel nord, oltre a quelli riservati alle persone più importanti, e circolari nell’est. Nei kurgany più ricchi si trovano reperti che denunciano un buon sviluppo (ma non eccellente !) dell’artigianato casalingo coi metalli leggeri e preziosi: fibbie, anelli, collane, braccialetti, pendagli etc. mentre, è interessante notarlo, è raro l’uso del ferro. Si nota che i cadaveri dei morti sono interrati insieme agli oggetti più cari al defunto, perchè gli servano nella continuazione della vita nell’aldilà. Persino la moglie o la schiava più affezionata o anche le persone che, senza il defunto, non hanno più alcun ruolo nella vita, a volte sono bruciati e interrati nello stesso kurgan. Rari sono i reperti di armi.

Fra la Bielorussia e il lago Ilmen specialmente, se ne trovano a centinaia di questi tumuli che denunciano con sicurezza la presenza crescente degli Slavi colonizzatori.
Negli scavi nella zona di Pskov (Lago Peipus) e aree viciniori, si cominciano a trovare reperti slavi già nel VI sec. d.C. e ciò conferma la presenza dei primi gruppi pionieri nella zona di incontro coi balti autoctoni delle aree “invase” già in quel periodo.
E’ notevole comunque che nel VI e nel VII sec. negli scavi fatti in Lituania, nelle tombe sicuramente “baltiche” aumenta improvvisamente la quantità dei reperti d’argento. Da dove veniva quest’argento ? Lo portarono gli slavi migranti che compravano le terre oppure è proprio il segno di un incrementato traffico con gli Scandinavi che toccano le coste baltiche ?
Hanno forse già cominciato anch’essi a “lavorare” per le bande scandinave, raccogliendo e vendendo pellicce e altre merci di gran valore ? Sappiamo che i Baltici erano persone molto schive e di fronte agli estranei, soprattutto se armati e decisi, preferivano ritirarsi nel coperto del bosco, ma sappiamo anche che si usava il modo di commerciare cosiddetto “muto” … Come ? Lungo le coste del Baltico si usava farlo così: Si sceglie uno spiazzo davanti alla spiaggia. Prima gli uni pongono le proprie merci e si ritirano nascondendosi. Arrivano gli ora gli altri che esaminano i prodotti esposti e pongono accanto a quelli scelti per l’acquisto altri oggetti o valori equivalenti, secondo il loro apprezzamento e si ritirano. Se il “prezzo” è accettato, esso viene ritirato e l’acquisto è concluso, altrimenti si ricomincia la cerimonia, non ritirando il “prezzo”, ma senza mai incontrarsi.

Comunque sia, l’arrivo degli Slavi è sostanzialmente pacifico e i tentativi di popolamento, qui nel nord, sono lenti e continui.
A questo punto possiamo già dare un nome agli antenati dei tre popoli russi ?
Sedov, d’accordo con A. A. Sciakhmatov, è sicuro poi che i migranti slavi della Pianura Russa siano proprio i discendenti degli Anti, che prima abitavano nella pianura polacca attuale. E non solo ! E’ sicuro anche che gli Anti, espandendosi anche verso sud, avessero avuto poi contatti con le tribù iraniche dell’Anticaucaso a nord del Mar Nero, dato che il nome dato loro dai Bizantini, è d’origine iranica e lo storico ucraino M. J. Braicevskii ha stabilito che Anti in persiano significa “quelli della pianura, gli agricoltori”.
I contatti degli Anti col mondo caucasico spiegherebbero anche la presenza, nel pantheon slavo-russo, che esamineremo più in là, di deità d’origine prettamente irano-caucasico-osseta, poco note agli altri Slavi rimasti nel bacino del fiume Elba.

C’è un problema: Giustiniano I si fregia a suo tempo (sec. VI d.C.) dell’epiteto Ántico (millantando di aver sconfitto gli Anti) e l’ultima menzione degli Anti (Teofilatto Simocatta) è del 602 d.C., quando comincia il loro smembramento ad opera degli Avari e perciò di loro, dopo quella data, non si sa più nulla. Svaniscono nel nulla !
Degli incontri fra i discendenti degli Anti con i Balti (e con i Finni, anch’essi in migrazione da nordest verso la zona dei Grandi Laghi) sappiamo poco o nulla dall’archeologia perché, data la natura boscosa e acquitrinosa - ad esempio della Bielorussia - dove potremmo trovare qualche preziosa informazione a riguardo, gli scavi sono quasi impossibili o forse inutili, visto che non è tradizione abitare negli acquitrini e nelle paludi.
Dobbiamo allora pensare che, ad un bel momento, le tribù rimaste della lega degli Anti siano completamente scomparse o che, smembrati dagli scontri con gli invasori delle steppe, dalla loro nuova patria subcarpatica abbiano continuato il movimento verso nordest ? Sicuramente è così.

E’ da notare però che i reperti delle tombe scavate a Smolensk e a Polozk, non sono soltanto e tipicamente slavi, ma, denunciando in una certa misura anche la presenza del gusto e della fattura baltica, ad ulteriore prova di una fusione dei due popoli pienamente in atto ! E non solo nell’estremo nord, devo aggiungere, perché si nota la stessa cosa nelle tombe scavate lungo il corso del Dnepr più a sud e persino fin nella lontanissima Rjazan’, visto che anche qui i Balti e i Finni abitavano da sempre !
La situazione dunque sembra abbastanza chiara, gli Anti (o meglio le tribù da loro derivate) antenati dei popoli russi, verso il VII sec. sono ormai stabilmente penetrati fin nell’estremo nord della Pianura Russa (Belo Ozero o Lago Bianco, Perm a nordest di Novgorod), fino ai margini sud della riva baltica (Pskov, Izborsk), senza però mai arrivare al mare, dove invece si sono “rifugiate” le popolazioni baltiche e finniche che hanno rifiutato l’assimilazione.

A questo punto i balti (e i finni) - come tali - non prenderanno più parte alla storia russa delle origini, se non come russi assimilati, e, dalle rive del Baltico, ricompariranno solo verso il XII e XIII sec. d.C. come “popoli selvaggi” ancora pagani, contro i quali il Papa di Roma condurrà le sue crociate in chiave antiortodossa e i baltici Curoni addirittura diventeranno famosi come pirati, quando disturberanno i traffici dell’Hansa.
I Baltici però nella cultura russa lasceranno molti dei loro dei, che saranno adorati dagli Slavi Orientali, mentre i finni lasceranno ai russi le loro tradizioni e i riti sciamanici.

Vediamo allora chi sono gli Slavi che nel IX sec. d.C. si sono ormai stanziati nella Pianura Russa, tenendo presente che a rigor di logica gli insediamenti più antichi appartengono alle tribù slave che si trovano più ad est e, se l’origine è la Mitteleuropa, le tribù stanziate più ad est, conserveranno una rassomiglianza culturale maggiore con gli Slavi Occidentali...

9. Vichinghi e Slavi s’incontrano


La CTP per l’anno l’850 d.C. elenca le genti seguenti, da nord a sud della Pianura Russa, che il cronista monaco chiama popoli fratelli.
Intorno al lago Ilmen e al Peipus ci sono gli Slaveni (che si confrontano con balti ad ovest e finni più a nord), un po’ più a sud di Pskov troviamo i Poloziani (di Polozk), intorno a Smolensk ci sono i Krivici, intorno alle sorgenti del Volga (zona dell’altura del Valdai) i Vjatici (che si confrontano coi finni Mordvini e dicono di avere come antenati i Ljachi ovvero gli antenati dei Polacchi di oggi), ma soprattutto sono gli ultimi slavi al confine coi territori bulgari. Nella zona di Kiev a nord ci sono Dregovici, Radimici e Severiani, mentre intorno a Kiev ci sono i Dulebi, i Drevljani e i Poljani e infine, fra il Dnepr e il Danubio, Croati, Ulici e Tiverzi.
Ho addirittura trovato informazioni sulle origini di molti dei gruppi slavi immigrati nella Pianura Russa, e voglio riportarne qualcuna, più notevole delle altre, proprio perché serva a conferma del discorso fatto finora.

• Gli Slaveni di Novgorod denunciano la loro provenienza dalla zona del Danubio (lo conferma la CTP), dove ancora oggi abitano Slavoni, Sloveni e Slovacchi e inoltre, se l’interpretazione di B.A. Rybakov è esatta, il loro etnonimo significa proprio Vendi Contadini (s’lo + veni = Veni - o Vendi - che abitano villaggi), visto che i Vendi (o Venedi) sono un popolo slavo dei Laghi, diventato famoso come pirati nella zona dell’attuale Lettonia e Estonia verso il XIII sec.
• Lungo il Meno troviamo tracce dei Krivici come Slavi deportati da Carlomagno dove si trovano (H. G. Haasis) antichi nomi di cittadine tedesche come Crivez, Kreybiz etc. che risalgono allo slavo kryvii ossia curvo, che può esser benissimo riportato all’etnonimo (nome di popolo) in questione.
• Al tempo di Leone VI si sa dell’esistenza in Macedonia di un episcopato di Dragubitia (879) e c’è menzione in Tracia dell’esistenza di Smoleani e Dragubiti. Questi etnonimi sono da rapportare ai Dregovici e ai Krivici di Smolensk, notando comunque che Dregovici significa sicuramente abitanti delle paludi (dragva è la palude) e Smolensk significa luogo della raccolta della pece (smolà).
• I Vjatici e i Radimici (praticamente quelli migrati per primi, visto che occupano la zona più orientale della Pianura Russa) sono detti dalla CTP di origine polacca e prendono il nome, secondo la tradizione, da due fratelli, Vjatko e Radim. E’ più verosimile che Vjatici significhi “figli dei Vendi” in cui Vjat- è la radice slavo-orientale per Vendi e il suffisso –ic’ serve ad indicare la filiazione. Ed è logico che sia così, se provengono dal bacino inferiore dell’Elba.
• I Drevljani sono o i foresticoli o molto più logicamente “gli esportatori di legno” (drevo è il legno o l’albero).
• I Dulebi, secondo la CTP (confermato da Ma’sudi, scrittore arabo del X sec., nella sua opera Prati Dorati), erano addirittura la popolazione dominante nella zona dei Carpazi/Bug Occidentale già nel VI sec. e forse sono identici ai Doudlebi, presenti sulla riva sinistra dell’Elba alla stessa epoca.

E’ bene subito chiarire che quando troviamo dei nomi delle popolazioni slave, come sopra, non significa assolutamente che questa gente si chiamasse o si identificasse con tali nomi poiché non c’era ancora un’autocoscienza etnica così marcata in gente in migrazione che non avevano ancora uno stato che le unisse. Queste sono solo denominazioni date “dall’esterno”, da altri !
Gli etnonimi che di solito gli Slavi si davano, si richiamavano all’antenato o al luogo di partenza o al villaggio dove si viveva prima della partenza. Invece i nomi dati dai Bizantini o dai Sassoni o da altri sono sempre quelli di leghe di tribù provvisorie, più o meno imparentate fra di loro o aventi un probabile scopo da raggiungere insieme, prima di sciogliersi di nuovo.
Le evidenze archeologiche (specialmente gli scavi di Novgorod, di Borscevo vicino a Voronezh, Beseda vicino Mosca) ci fanno già dire che esistono almeno tre zone ben frequentate, rispettivamente: Novgorod-Ladoga, Kiev e vicinanze e Rjazan’ (L. Gumiljov è d’altro parere), ciò che corrisponde con quanto riportano le fonti musulmane.

Nel XI sec. quindi la mappa etnica della Terra Russa è abbastanza ben delineata e, come si rileva dalla CTP, è la mappa che si riferisce anche alla situazione raggiunta nell’850 d.C.
I villaggi slavi, ormai stabilmente in crescita, cominciano ad avere anche le loro trasformazioni interne e, nel gioco dell’insegnamento a coltivare, di prestare arnesi e sementi etc. una piccolissima parte della società slava comincia già a non coltivare più la terra direttamente, ma a farla coltivare da altri per proprio conto, imponendo un certo tipo di soggezione alle grandi famiglie dei villaggi.
Non nasce il grande latifondo sia perché gran parte del territorio è foresta impenetrabile, sia perché il modo di coltivare, migrante da un campo all’altro ogni 5 o 6 anni, non permette di tenere stabilmente gli stessi contadini nello stesso luogo. La nuova classe che si forma, tradizionalmente è chiamata, la classe dei bojari che diventerà dominante nel Grande Nord e specialmente a Novgorod.

Per quanto riguarda i Vichinghi abbiamo una ricca letteratura indiretta, proprio perchè i reperti archeologici e testimoniali su di loro non sono numerosi. La Cronaca Anglo-sassone, scritta verso il IX sec. d.C., documenta molto bene dei movimenti vichinghi sull’arcipelago britannico ed essa ci può servire in parallelo per conoscere ed immaginare le mosse dei Vichinghi dell’Est …
Ad esempio sappiamo che l’8 giugno 793 d.C. dei pirati venuti dal nord della Scandinavia mettono a ferro e a fuoco il Monastero di Lindisfarne in Scozia … E questa è convenzionalmente la prima notizia scritta che abbiamo sui Normanni ovvero della prima incursione degli Uomini del Nord nell’Europa cristiana !
Da quella prima apparizione in Scozia poi, i Normanni si fecero sentire sempre più spesso lungo le coste dei mari settentrionali e, siccome di solito razziavano le ricche e isolate abbazie cristiane del Mare del Nord, per fuggire subito dopo, ecco che diventarono lo spauracchio invincibile delle popolazioni dell’Atlantico. Le bande erano diverse e noi le conosciamo sotto i diversi nomi che ricevettero dai popoli che subirono le loro terribili incursioni fino alla fine del X sec. d.C.

Se ad Ovest le rapine vichinghe furono più frequenti anche per la presenza del mare che offriva comunicazioni più veloci, ad est le mosse dei vichinghi furono meno turbinose per le ragioni che abbiamo già detto.
In Spagna imperversarono nel Golfo di Biscaglia, spaventando gli Arabi di Al-Andalus che li chiamarono al-Magius ovvero i Maghi, perché visti quali incestuosi adoratori del fuoco e di altri idoli strani (assimilabili ai Magi Persiani, che secondo la tradizione visitarono la grotta di Gesù).
In Germania li soprannominarono Askmann ovvero i raccoglitori di ceneri con malcelato disprezzo riferendosi alla loro abitudine, di raccogliere ancora bottino, dopo aver dato fuoco ai villaggi già saccheggiati.
Nel Baltico orientale furono conosciuti con vari nomi, ma soprattutto si consolidò la denominazione Rhos, Ruots, Rus’ e simili che giunse fino al lontanissimo Mare d’Aral dove i Vichinghi dell’Est andavano a commerciare, col permesso dei Cazari. I Bizantini li chiamarono Varangoi (reso poi in russo con Variaghi) e li ingaggiarono spesso e volentieri come armigeri mercenari o guardie imperiali. In quanto alla nostra fonte, la CTP, dobbiamo notare una strana distinzione: I Variaghi sono chiamati rus’, mentre i Normanni (Urmany) sono nominati a parte, probabilmente la distinzione è fatta allo scopo proprio di distinguere i pirati norvegesi che razziavano il Mare del Nord (Normanni) da quelli svedesi (Variaghi) che erano gli antenati di Jaroslav, Principe di Kiev e committente della CTP …

Perciò mentre comunemente in Europa Occidentale si fissò un mito creato dai monaci latini che scrivevano nelle loro abbazie saccheggiate, dei Vichinghi pirati del nord e figli del demonio, in Europa Orientale, a parte la truculenza degli autori bizantini nel descrivere le loro abitudini barbare, i Variaghi non ebbero una fama altrettanto negativa. Addirittura, nel Nordest d’Europa, come riporta la CTP, furono addirittura chiamati per mettere pace fra i popoli in lite. E’ evidente che i cronografi russi dell’XI sec. nascondono un’altra verità che scopriremo.
Anche da questa parte d’Europa il sogno di questi popoli fu la conquista delle città del sole, della ricchezza, della civiltà raffinata etc. come Costantinopoli o Cordova o Bagdad, raggiungibili proprio attraversando la Pianura Russa.
Questo fu il mito che mantenne vivo per i Vichinghi dell’Est la spinta a venire da queste parti a tutti i costi, come traspare dalle saghe, specie islandesi.
Putroppo la realtà si rivelò più dura del previsto …

Le coste meridionali del Baltico si rivelarono un paesaggio desolato.
La Sassonia, la Slesia o il litorale baltico non hanno ancora, verso il IX sec., alcuna abbazia da saccheggiare e le uniche grandi città baltiche sono proprio quelle dei Vichinghi ! Qui ci sono solo foreste e foreste ! Eppure, non è di qui che provengono tante merci di gran valore come le pellicce ? Dove sono i centri di raccolta o i mercati di queste materie prime ? Chi fa questa raccolta ?
Le uniche persone che incontrano sono i poveri Finni che frequentano l’odierno Golfo di Finlandia, o i Sami (Lapponi) con le loro renne transumanti oppure, quando si fanno vedere, i Balti che vivono all’interno delle foreste, dove è meglio non avventurarsi per il pericolo di essere uccisi o di affondare negli acquitrini e nelle sabbie mobili.
Insomma è persino difficile prender contatto con la gente, da queste parti. Questo metodo di difesa, di ritirarsi nella foresta, tipicamente baltico, ma comune agli Slavi locali, rende i predoni svedesi ancor più spietati nei secoli IX-X. Ancora Olao Magno nella sua Storia dei Popoli del Nord che, benché scritta molti secoli dopo, parla da tradizioni svedesi che lui conosce da sempre, su questo metodo di sfuggire al contatto che regna nel Baltico. Lasciamo la parola a questo arcivescovo del XVI sec.:

“I Goti e gli Svedesi (nel IX-X sec. s’intendono i Variaghi) che entrano nelle Terre dei Moscoviti spesso notano che quelli, all’approssimarsi di un temibile esercito, si rifugiano nei recessi dei boschi e dei monti (qui nella zona dei grandi laghi monti in verità non ce ne sono !), portando con sé in quelle solitudini disabitate, tutto ciò che è necessario alla vita umana, dopo aver incendiato le loro case e non lasciando al nemico che sopraggiunge nulla che si possa mangiare.”

In modo simile di fronte ai pirati variaghi, ci documenta Procopio di Cesarea:

“Non appena si sente un grido che annunci una guerra, (gli Slavi) subito raccolgono tutto il grano, lo nascondono insieme all’oro e all’argento e a qualsiasi altro oggetto prezioso in una fossa, portano le donne e i bambini in un rifugio affidabile o in un forte, ma non nel bosco, e non lasciano al nemico alcunché da sgraffignare, salvo qualche izbà di cui vogliono liberarsi.”

Sappiamo comunque che nell’808 appare per la prima volta un convoglio di pirati-mercanti provenienti dal nord lungo il Dnepr: E’ l’inaugurazione della famosa Via dai Variaghi ai Greci… Cinquant’anni dopo il re svedese Eric Edmundsson (854) intraprende una spedizione punitiva nel Baltico Orientale e “sottomette” Curoni, Esti e Finni, senza però penetrare oltre le rive del mare nelle foreste. Come mai ?
Quello che posso dire è che, verso il X sec., si sono ormai fissati alcuni itinerari commerciali frequentati dai Vichinghi svedesi e che questi itinerari evidentemente sono gelosamente custoditi da alcuni gruppi, ben conosciuti e che non permettono intrusioni estranee.
Alcune bande si sono avventurate lungo la Dvina occidentale, il fiume di Riga (in lettone Daugava), e lo hanno risalito fino alla spianata di Polozk, ma è la più rischiosa perché il fiume passa attraverso foreste scure e misteriose, anche se in una saga (Guta Saga) si dice che dall’isola di Gotland alcuni esuli svedesi si spinsero proprio lungo questa strada per giungere in Grecia. Altre bande sono discese lungo il fiume Narva e, attraversato il lago Peipus, si sono attestate chi sulla riva sinistra del lago a Izborsk e chi sulla collina di Pleskov (oggi Pskov). Le bande che hanno proseguito verso est invece, hanno risalito la Nevà (il fiume dell’odierna San Pietroburgo) e si sono attestate alla foce del fiume Volhov nel Lago Nevo (oggi Ladoga), e qui hanno eretto un forte per tenere a bada i Finni.
Qualche altro gruppo infine si è inoltrato verso nordest nella tundra, nella Terra di Bjarm (Perm) fino al punto dove s’incontrano altri finni al mercato, sul Lago Bianco …
Tutti però sono diretti a sud …

Attenzione però ! La conoscenza geografica dell’Europa da parte dei Vichinghi è limitatissima e chissà quali vie senza sbocchi percorrerebbero se non fossero accompagnati dai nativi lungo i corsi d’acqua ! Ogni tragitto dunque rimane riservato e ciascuna banda conserva finchè può il segreto di come percorrerlo e non si accettano interferenze o intrusioni di estranei, pena la morte !
Ammettiamo ora che in queste aree le bande dei Variaghi siano apparse allo stesso tempo che a Lindisfarne, in Scozia. E’ chiaro che nella Terra Russa, non avendo trovato abbazie da saccheggiare, ricche città da conquistare, i primi tentativi siano stati deludenti, tanto da convincere qualcuno di loro a non ritornarvi mai più. Solo quando la difesa contro i Vichinghi comincia ad essere in Occidente sempre più efficace, ecco che l’interesse per l’Est aumenta di nuovo (qui la difesa dei nativi è in pratica assente, l’ho detto prima) e intorno alla metà o ai principi del IX sec. le discese vichinghe verso la Terra Russa riprendono.
Coi Balti e coi Finni questi pirati agiranno solo in ragione della forza e della minaccia “a mano armata”, ma con gli Slavi come ci si comporta ?

Nel nord i Variaghi ne hanno incontrato tanti, dalle coste danesi fino al Golfo di Riga e un po’ più a sud nella zona dei Grandi Laghi. Dove poi sorgerà Novgorod, hanno incontrato la piccola élite degli Slaveni, che sono l’etnia dominante intorno al Lago Ilmen, dove questa comunità si è fatta erigere i propri palazzi e ha cominciato ad organizzare i propri possedimenti. Qui hanno i loro santuari, dedicati alle divinità che consacrano la loro posizione dominante e che … rafforzano i legami coi diversi popoli vicini, visto che li hanno associati anche nei loro culti !
Con la crescente intrusione dei Variaghi, organizzati in bande compatte, gli Slaveni dei Grandi Laghi cominciano ad essere preoccupati e a non vedere poi tanto male un’eventuale alleanza con essi: Pagando, avrebbero un esercito di guerrieri mercenari molto forti e in gamba, non solo per la difesa o per la scorta dei convogli commerciali, ma anche per eventuali azioni di conquista.
Dopo l’ingaggio si possono tranquillamente rimandare a casa loro !

Dunque, se al principio c’è preoccupazione e irritazione per la presenza dei pirati scandinavi (gli Slavi si ritireranno ogni volta che potranno di fronte alle incursioni), successivamente l’èlite slavena, temendo di perdere le proprie prerogative di dominanza e di dover rinunciare ad una parte delle ricchezze che sta accumulando, sceglierà la politica dell’alleanza con la mafia scandinava e la storia russa comincerà.
Secondo la tradizione addirittura questi pirati si erano già insediati da tempo in Terra Russa ed è già possibile determinare un territorio gestito e abitato da loro: intorno al fiume Ros (da cui il loro nome), affluente del medio Dnepr ! Sembra che qui esistesse una città, Rodnja, che il centro delle loro attività. Non sono però notizie che hanno molto riscontro …
Vediamo ora qual è la situazione politica della zona nell’anno in cui la CTP nomina per la prima volta i Variaghi. Dice la CTP:

“Anno 6367 (cioè 859 d.C.). I Variaghi dal di là del mare prendevano tributo dai ciudi e dagli slavi e dai meri e da tutti i krivici. Mentre i Cazari lo ricevevano dai poliani e dai severiani e dai vjatici in monete d’argento e in pellicce per “ogni fuoco”.

La tradizione insomma ci dice che il Nord era soggetto ai Variaghi e il Sud ai Cazari. E il resto del mondo ?
Per quanto riguarda Costantinopoli possiamo dire che l’Impero comincia la sua piena rinascita dopo la morte nell’842 dell’Imperatore Teofilo e la fine dell’iconoclastia, ferma gli Arabi di Baghdad e conclude una pace nell’845.
La Cazaria è all’apogeo del suo potere, dopo le riforme del kagan Obadia, anche se il suo sistema di alleanze e di colonie comincia a scricchiolare e gli Ottoni ormai si stanno affermando come nuova forza nel bacino dell’Elba, proprio contro gli Slavi.
Il regno abbaside di Baghdad sotto il califfo al-Mutawakkil, è appena all’inizio della sua decadenza, il califfo si è fatto costruire una propria residenza a Samarra a nord proprio per non sottostare agli intrighi dei generali turchi intrufolatisi nella sua corte.

La Sicilia è occupata dagli Arabi, non così Creta che è tornata nel 843 in mani bizantine.
Al-Andalus, la Spagna arabo-berbera, è in grande sviluppo sotto Maometto I, anche se ricorda forse ancora con paura l’attacco dei Vichinghi dell’Ovest a Siviglia nell’844.
Questo è il quadro internazionale …


10. Il ruolo degli ebrei


E’ evidente inoltre che le bande variaghe ebbero dei compagni d’affari. Ci furono dei contatti e dei progetti già in incontri fatti nei mercati di novembre forse di Birka o di Haithabu, frequentati dai mediatori ebrei radaniti di Colonia o di Lione e talvolta da mercanti musulmani della Spagna.
Con gli ebrei si fecero dei piani e si impostarono delle società d’impresa, affidandosi all’attività piratesca ai Variaghi che, con l’attrazione di grandissimi guadagni, si sarebbero incaricati di far arrivare la merce sui mercati di smistamento ad esempio come Itil. Questa fu la molla che spinse i Vichinghi, svedesi specialmente, a legarsi in bande strette da un giuramento (vära) di mutuo soccorso in cui si riconosceva un capo e si collaborava obbedendo ciecamente. Il bottino conseguito, valutato e selezionato veniva trasferito e difeso, sempre da loro, fino ai mercati del sud dove li aspettavano i mediatori. Oggi definiremmo “ricettatori” questi ebrei che riciclavano roba rubata o saccheggiata con la forza, ma in effetti sia con i radaniti che con i loro correligionari Cazari, e con i Bulgari del Volga i Variaghi dovettero affrontare un commercio con regole ben precise e prefissate, diverse dal saccheggio e dalla rapina.

Ritorniamo un momento agli ebrei …
Poco sappiamo di questi cittadini del mondo nell’epoca e nell’area che c’interessano. Possiamo vedere comunque, dalla carta ricostruita dal W. Durant, che essi frequentavano dei tragitti molto particolari e che praticamente sin dal 841 d.C. avevano il monopolio del commercio carovaniero da questo lato orientale d’Europa (v. L. Gumiljov).
Il fiume Reno da Colonia in giù è ad esempio un vivaio di ebrei cosiddetti radaniti. La Provenza, a cominciare da Lione, ha una grande colonia di ebrei ai quali prima era concessa terra da coltivare, ma poi, quando questa terra era diventata tanta, siccome non era permesso agli ebrei avere schiavi cristiani e agli ebrei di avere schiavi ebrei, l’impresa agricola era stata definitivamente abbandonata e gli ebrei si erano dati al commercio e al prestito. Il prestito, quando era previsto un tasso di interesse, non era permesso però ai cristiani, mentre se un ebreo prestava ad un altro ebreo era costretto a rimettere il debito senza interessi al settimo anno, secondo la legge mosaica.

A causa di queste proibizioni e complicazioni giuridico-religiose, si era creato un complicatissimo scambio di denaro fra ebrei e cristiani che talvolta causava veramente imbarazzo nelle relazioni fra membri di religioni diverse, come erano cristiani e israeliti.
Tuttavia gli ebrei radaniti fungevano da intermediari con i loro correligionari viventi nei paesi musulmani, dove la loro libertà era molto maggiore. Nel X sec. così si era intessuta un’intensa rete comunicativa e commerciale che li portava a promuovere gli affari per tutta l’Europa e quindi, commerciare con i paesi infedeli, era possibile solo attraverso i radaniti. Gli ebrei (se li vogliamo guardare da un altro punto di vista) come mediatori, si servirono per la logistica e per i trasporti proprio … dei Vichinghi dell’Est !
Questi, non essendo ancora cristiani, non avevano limitazioni di sorta e, non facendo capo nessuno stato organizzato, erano ingaggiabili per un viaggio, e inoltre, cosa molto importante, controllavano il traffico di una delle merci più richieste e più care del mondo economico mediterraneo (Bisanzio compresa): gli schiavi ! Tutta l’economia dell’Impero Romano e degli stati che imitavano la sua organizzazione, era basato sul lavoro degli schiavi …
Gli schiavi diventarono il primo articolo venduto dai Vichinghi dell’Est: Quando altro saccheggio non era possibile infatti, questi catturavano giovani e donne e li vendevano, attraverso i mediatori radaniti ! E questa fu la fortuna dei Variaghi della zona dei laghi !

Per questi motivi è meglio tranquillamente pensare a spedizioni frequenti per i Tragitti dell’Est (questo è il nome scandinavo della zona dei laghi: Austrvegr nelle saghe islandesi), immaginare delle piccole bande che s’inoltrano nella Pianura Russa con delle “commesse d’acquisto”. Un patto del tipo: “Allora, ci si rivede ad Itil con tanti schiavi, tante pellicce etc. fra qualche settimana. Pagheremo questo e questo a tal prezzo, in pezzi d’argento etc.” doveva essere una conversazione d’affari diventata abbastanza comune a Haithabu o altro mercato del Baltico. Quando il commercio diventò regolare e lucroso i Vichinghi dell’Est cominciarono a pensare di insediarsi stabilmente nella zona dei grandi laghi.
Se si legge la saga della vita del re svedese Harald Bellachioma, ad esempio, si saprà che costui conosceva l’esistenza del Bjarmaland (Perm, nell’estremo nordest russo) e della possibilità di approvvigionarsi in quella zona di pellicce, di avorio di zanne di tricheco, e che questa e tant’altra roba veniva pagata a peso d’oro a quei tempi nel sud dell’Europa. E’ anche chiara la sua intenzione di assicurarsi che le rotte, che portano a questo paese, siano sicure e percorribili ai suoi uomini, suggerendo così che ci sono luoghi della Pianura Russa che il re svedese non riesce a controllare come vorrebbe !
Benchè il personaggio è del XI sec., la situazione doveva essere senz’altro molto più antica.

Come si fa a distinguere un vichingo pirata da un mercante ?
Non dobbiamo meravigliarci se ciò è praticamente impossibile a quei tempi, se teniamo presente che il Variago era solo una persona senza radici (spesso cacciato via dal paese perché condannato all’esilio per qualche colpa) e senza cultura, pronto a lanciarsi con anima e corpo in imprese rischiose a costo anche della vita, sua e dei suoi accoliti.
Ce lo possiamo immaginare come un vero e proprio rapinatore di oggi che prepara un colpo in banca e che nel giorno fissato lo effettua “a mano armata” con l’aiuto dei suoi complici. Una spedizione “commerciale” vichinga era proprio questo: Una rapina a mano armata !

Le bande che si formano a questo scopo in Svezia sono dette in russo druzhine e in norreno drutt e sono composte da qualche decina di uomini adulti più o meno della stessa età, rigorosamente scapoli (eccezion fatta per il capo che (cha talvolta porta con sé la moglie), poichè non sono ammesse donne nella “compagnia”. Queste bande armano una o più navi e sbarcano sulle coste alla ricerca di bottino.
Ed ecco altre testimonianze su come si muove e agisce la druzhina variaga nella Terra Russa …
Sappiamo da Ibn Rusteh e da Gardizi, scrittori e viaggiatori persiani più o meno contemporanei, che i rus’ non sanno arare o coltivare la terra e si nutrono solo di quello che i contadini vendono loro al mercato e inoltre che a gruppi di un centinaio i rus’ armati vanno dai contadini slavi e con la forza si prendono tutto quello che trovano presso le loro case.
E’ chiaro che i nostri testimoni hanno incontrato i rus’ anche nelle città della Persia e che quindi costoro viaggiano intensamente.

La via per giungere a Costantinopoli o a Baghdad attraverso i fiumi russi comunque è lunga e sicuramente possiamo immaginare che con i Variaghi ci siano “basisti” esploratori e piloti di origine locale baltica, finnica o slava, che non solo conoscono i luoghi che si attraversano, ma sanno anche parlare le lingue oltre a saper costruire barche adeguate per viaggiare lungo i fiumi. Questo infatti è uno dei talloni d’Achille dei Vichinghi dell’Est: Le loro navi da mare non sono buone per navigare lungo i fiumi ! Per questi viaggi devono per forza dipendere dalle navi che solo gli Slavi sanno fare ! E i nostri Variaghi impareranno di mala voglia che, se gli Slavi e i Balti e i Finni, subiscono le loro soperchierie, più a sud bisogna sottostare alle imposizioni dei popoli che vivono lungo le rive, se si vogliono far soldi !
A Rjazan’, città probabilmente visitata dai Variaghi già nel IX sec., ma di origini finniche (Erzhan è il nome di una tribù finnica locale, v. M. Vassmer) vi hanno un altro punto di raccolta prima di rimettersi in viaggio e entrare in territorio cazaro. Da Rjazan’ (la terza città russa ricordata dagli autori arabi col nome di Artanija e abitata dai Vjatici slavi arrivati lì, qualche secolo prima dei Variaghi), su un affluente del Volga, proseguendo più oltre si incontra Bolghar, la capitale dei Bulgari della Kama (affluente del Volga), dove i comportamenti pirateschi omai non sono più accettabili e dove bisogna allacciarsi ai convogli che vanno a Itil. Poi c’è il paese dei Burtasi e finalmente ecco Itil, la meta finale, situata un po’ più a nord della moderna Astrahan.
I rus’ si son messi in viaggio a marzo-aprile verso sud e devono ritornare prima di novembre lungo la stessa strada.

Di questi “viaggi commerciali” sono rimaste tracce nell’archeologia ben databili, anche molto vistose come i cosiddetti tesori di monete (klady in russo) seppelliti sotto un albero o vicino ad una casa (le casseforti segrete del tempo) lungo la rotta da Haithabu, Gotland e Björkö, fino alla lontanissima Tmutarakan sulla foce del Kuban, in territorio cazaro.
A ragione lo storico Toloc’ko afferma che Birka, Visby, Haithabu, (insieme a Lubecca, Melniza, Starigard, Volin, Stettino e oltre, Novgorod e Kiev) erano città comprese in un unico sistema economico (gestito dai Variaghi) che non teneva conto delle barriere etniche.

 

11. L’occhio di Bisanzio


Quale banda variaga però non è attratta, dopo le prime esperienze di viaggio lungo i fiumi russi, a cercare di andare oltre nell’esperienza di accumulo di ricchezze ?
Bisogna però superare alcuni ostacoli, anche politici e ideologici …
Se l’apertura della Via dai Variaghi ai Greci verso l’808 d.C., è un evento molto nebuloso, che interessa in particolare Kiev, sicuramente la frequentatissima Via del Volga-Don verso Itil, la città capitale della Cazaria, l’ultima tappa autorizzata dai Cazari ai rus’ fu da loro conosciuta meglio di qualsiasi altra. Si sa addirittura di una specie d’accordo (v. L. Gumiljov) fra i rus’ e i cazari, quando la mafia di Novgorod prese il sopravvento su tutte le altre bande.
La più antica menzione dei rus’ in cui si riflette già l’influenza dei Cazari sui Vichinghi dell’Est sono le Cronache di San Bertino, redatte da Prudenzio, cappellano dell’Imperatrice Giuditta, moglie di Ludovico il Pio. In queste cronache si dice che nell’829 l’Imperatore di Costantinopoli Teofilo inviò un’ambasciata al figlio di Carlomagno di cui facevano parte dei personaggi che non vennero riconosciuti immediatamente come Vichinghi se non avessero dichiarato che “Rhos vocari dicebant. … Rex illorum Chacanus vocabulo…” cioè si facevano chiamare Rus’ e il loro capo si faceva chiamare kagan … come il Principe ebreo di Itil ! Inoltre nello stesso articolo si dice che “… eos gentis esse Sueonum …” e cioè dicono di essere venuti dalla Svezia ! Purtroppo non c’è una descrizione diella loro foggia del vestire o altro, ma molto probabilmente avevano i capelli tagliati alla “bulgara”, come l’ultimo Variago Svjatoslav (v. oltre la descrizione di Leone Diacono agli inizi del XI sec.). E’ sicuro dunque che la Cazaria influenzò moltissimo la cleptocrazia variaga.
Di questo Impero Cazaro, nella zona fra il Caucaso e le foreste russe, purtroppo sappiamo molto poco e quasi tutto si basa sull’archeologia e sulla corrispondenza (una lettera) fra l’andaluso ebreo Hasdai ibn Shaprut e il kagan cazaro Giuseppe, anch’egli ebreo, databile fra il 954 e il 961 d.C. quando questo Impero era già in decadenza. Nella lettera si parla anche dei Rus’ e si dice:

“Io faccio la guardia alla foce del fiume (Volga o Itil come lo chiamavano i Cazari) e non lascio passare per il mare (Caspio) i Rus’ che giungono nelle loro navi diretti agli Ismailiti (musulmani). Sono in guerra con loro. Se io li lasciassi da soli anche una sola ora, distruggerebbero tutto il paese ismailita fino a Bagdad.”

Quindi ancora alla metà del X sec. l’Impero Cazaro è frequentato dai rus’ e il kagan Giuseppe li teme, probabilmente non solo perché romperebbero lo status quo con Baghdad o con Bisanzio, ma anche perché i rus’ stanno già accarezzando chissà quali altri progetti a danno della Cazaria stessa ! Il kagan Giuseppe ci dice che i rus’ sono un popolo guerriero e rapinatore, che vengono per commerciare con regole proprie e che quindi bisogna tenerli sempre sotto tiro ! L’epoca di Giuseppe è il periodo in cui la cleptocrazia variaga si sta trasformando, ma le frasi nella lettera, ci fanno capire che le interrelazioni, stabili fra Itil e i Variaghi da molti anni (829 – 961 d.C.), probabilmente hanno già i primi segni di incrinature.
Dal rapporto di viaggio di Ahmed Ibn Fadhlan, segretario diplomatico arabo di una missione del giugno del 921 diretta a Bolgar, che viaggiava lungo il Volga e che forse aveva soggiornato a Itil, leggiamo quanto segue:

”Ho visto i rus’ venuti per commerciare … Dopo che le loro imbarcazioni sono giunte all’ancoraggio assegnato, ogni rus’ sbarca con pane, cipolle, carne, latte e bevanda fermentata (probabilmente è il mjod o idromele oppure birra) e si dirige verso un grosso palo là innalzato, che ha il viso d’uomo ed è circondato da piccoli idoli a loro volta contornati da paletti. Ogni rus’ si dirige dunque verso il grande idolo e si inginocchia dicendo: Signore, vengo da un paese lontano con tante giovani schiave e tante pelli di martora. E si mette ad elencare tutte le merci che ha con sé. Poi aggiunge: Ti offro questi doni. E depone le sue offerte davanti al palo. Dice ancora: Desidero che mi mandi un mercante con molti dinar e dirham che compri tutto ciò che voglio vendergli e che non mi contraddica su quel che dirò. Poi si ritira.” (v. F. Gabrieli).

La relazione poi continua specialmente accennando alla cremazione di un capo rus’ ed è sorprendentemente fedele a quanto corrisponde dai reperti archeologici e dalle descrizioni di altre fonti contemporanee ! A parte questo notiamo che i rus’, hanno anche un posto al mercato e un posto per il loro santuario in una delle tre città che componevano Itil. Ciò conferma i rapporti esistenti con lo stato cazaro e i rus’ e che costoro circolavano in quel paese con frequenza ormai da decenni.
In verità sono però gli ultimi rapporti pacifici fra rus’ e Cazari perché sappiamo che nel 945 ci sarà una spedizione dei rus’ contro Itil e già la missione di Ibn Fadhlan annuncia un certo scollamento dei Bulgari del Volga dai Cazari, nominati quasi come nemici.

Com’era invece il rapporto degli Slavi della Pianura Russa coi Cazari ? Per quanto riguarda questi ultimi, i più vicini ad Itil sono i Vjatici e, dalle informazioni dello stesso kagan cazaro Giuseppe, sappiamo che gli pagavano tributo, confermandoci una volta di più che rus’ e Slavi avevano trattamento politico separato.
Se questo è vero per i Cazari, sulla base di quanto letto nelle Cronache di San Bertino, chiediamoci anche fino a qual misura Bisanzio si confrontava con i rus’ ?
L’Impero Romano d’Oriente, benchè abbia perso quasi ogni dominanza sul Mare d’Azov a causa dell’avanzata e del consolidamento dei Cazari, ha mantenuto saldi i legami con Chersoneso in Tauride, il più grande porto internazionale del Mar Nero del tempo, e, benchè questa città si amministri autonomamente, Bisanzio continua a tenerla nella sua sfera d’influenza, attraverso i legami religiosi cristiani.
E proprio in Crimea (la Tauride dei greci) ci fu la più antica razzia fatta da pirati rus’ provenienti dell’estremo nord ! Essa è registrata nella Vita di Santo Stefano di Surozh (Sudak o la Soldaja di Marco Polo). In questa Vita (esiste in lingua anticorussa chiamata “la versione estesa” con più particolari), si narra come una banda armata (rat’) proveniente dal nord della Russia assaltò la Tauride da Chersoneso fino a Kerc’ (nel Mare d’Azov). Ecco cosa scrive l’agiografo:

“Il principe guerriero e potente di Novgorod, città dei rus’, … Bravlin … con un numerosissimo esercito devastò tutta l’area da Chersonneso (Korsun’ in russo) in Tauride (vicino alla Sebastopoli odierna) fino al Bosforo Cimmerio (Kerc’), con grandi forze venne a Surozh (nome russo della soldata di Marco Polo) … abbattè le porte di ferro, entrò nella città con la spada in mano, penetrò in Santa Sofia … e saccheggiò tutto ciò che trovò nella tomba (del santo) …

Il testo prosegue descrivendo come, per intervento miracoloso del santo, Bravlin (probabilmente è una lettura greca del nome variago Orso), si pentì dell’affronto fatto alla santa tomba e, convertitosi al cristianesimo, restituì tutto il mal tolto alla chiesa e al santo. La Vita è stata scritta molti secoli dopo l’avvenimento ed è per questo che viene citata Novgorod, che nel tempo dell’evento - dovrebbe essere il 790-800 d.C - ancora non esisteva, ma possiamo tranquillamente attribuirlo ai Variaghi.
Come mai però questa banda si muove così tranquillamente nel territorio cazaro ed hanno il permesso di Itil per una tale operazione ? E’ un ripicco verso Bisanzio ? Oppure è un’azione isolata di una banda vagante ? Probabilmente in quest’epoca la cleptocrazia variaga di Ladoga non si è ancora affermata sulle altre bande che frequentano i fiumi russi, e che una di queste … dopo migliaia di chilometri, finalmente … ha trovato un’abbazia da saccheggiare !

Che questa non sia la sola banda “sciolta” dei rus’ ce lo prova che, più o meno della stessa epoca, è condotto un altro assalto dei rus’ ad Amastrida, in Paflagonia (Anatolia), sul convento di San Giorgio dove è detto che i rus’ sono venuti “dal Mare d’Azov” (e non dalla Propontide come erroneamente dice l’autore della Vita di San Giorgio,), hanno saccheggiato e desolato la zona e poi (questo è uno stereotipo delle vite dei santi) per l’intervento del santo si sono fermati e hanno adorato le reliquie del santo vescovo ! Dunque ancora una volta i rus’ sono in libero movimento nella zona cazara …

Quel ch’è peggio è che verso quest’epoca i rus’ addirittura osano saccheggiare la zona intorno a Costantinopoli, come ci informa la Vita del Patriarca Ignazio …
La domanda che mi sono riproposto è: Come mai i Cazari hanno permesso tali mosse “inconsulte” ? Come mai è stato concesso ai rus’ di sviare dall’itinerario fissato lungo il Volga verso il Don e il Mar d’Azov ?
In effetti il sistema su cui si fonda l’Impero Cazaro è una specie di lega militare fra popoli diversi quasi tutti di ceppo turco che riconoscono la predominanza dei Cazari, ma lasciando che ciascuno popolo si amministri autonomamente. Quindi il passaggio dei rus’ attraverso la zona cazara potrebbe essere anche un’iniziativa di qualche signore locale che vuole irritare Bisanzio o mettere i cazari in difficoltà diplomatiche.

Tuttavia, verso il principio del IX sec., la Cazaria, sta cercando di controllare meglio questa situazione e, volendo far cessare gli sconfinamenti (anche dei pirati rus’ diventati più esigenti a causa del declino del mercato di Baghdad e quindi alla ricerca di nuove aperture), nell’833 chiede a Bisanzio di dare un aiuto tecnico per costruire un avamposto in mattoni e pietra sul grande volok fra il Don e il Volga (zona odierna di Volgodonsk), la famigerata fortezza di Sarkel o Forte Bianco, che dovrebbe chiudere tutte le possibilità di passaggio dal Volga verso i fiumi d’occidente.
Bisanzio, senz’altro d’accordo su queste misure, manda Petronio Kamatiros, cognato dell’Imperatore Teofilo, che porta la costruzione di Sarkel a compimento (salvo la chiesa cristiana, rimasta incompiuta, visto che l’èlite al potere in Cazaria è ebrea), ma durante il suo soggiorno costui studia appieno la zona e capisce che i fiumi russi stanno diventando troppo “affollati” (di rus’ ?) e suggerisce, al suo ritorno a Bisanzio, di avere un occhio di riguardo maggiore sui possedimenti di Cherson, che si trovano proprio sotto Sarkel. Così le città autonome bizantine della Tauride (oggi Crimea) vengono unite in un unico distretto amministrativo-militare (thema) e Petronio ne diviene lo stratega o comandante in capo.

Ma sappiamo che ciò non basterà a fermare i rus’ …
Nell’860 infatti, il 18 giugno (anno bizant. 6368), con duecento barche i rus’ attaccano la capitale dell’Impero e, benchè questa volta siano completamente annientati e debbano tornarsene battuti da dove sono venuti, ritorneranno appena possibile ...


12. Cirillo e Metodio


L’860 d. C. è dunque l’anno in cui Bisanzio ha messo di nuovo lo sguardo sul Caucaso e sulla territorio della Cazaria. Abbiamo visto come allo scopo di riavvicinare questa potenza a sé, vi ha mandato in missione diplomatico-ideologica Costantino il Filosofo.
A quanto sembra però a Bisanzio la Pianura Russa non interessa molto in questi anni, perché altrimenti avremmo notizia di contatti più stretti con Kiev almeno ! Si sa benissimo che molti attacchi dei rus’ da queste parti partono anche da Kiev …
Dalla Vita di Costantino (Cirillo) sappiamo che costui trova a Chersoneso un Vangelo ed un Salterio in lingua rusuk che, giacchè Costantino conosce lo slavo del tempo, non riconosce come a lui nota. Non è forse una prova che i rus’ non erano ancora slavizzati ?
E allora, come mai Costantino è mandato in Cazaria e non a Kiev per lo stesso scopo che avrebbe dovuto raggiungere a Itil ? E ancora: Come mai quest’ultimo fu un viaggio senza gran successo ? Secondo me, Bisanzio non aveva rinunciato a penetrare nella Pianura Russa, ma da Chersoneso in Tauride si sapeva della difficoltà di introdursi in queste terre e della pericolosità delle bande dei rus’ e che, inoltre, non esistendo ancora in quell’area uno stato organizzato col quale interloquire (Kiev era soggetta alla Cazaria), la missione sarebbe immancabilmente fallita. Era meglio conquistare le anime dei Cazari dove già il Cristianesimo esisteva da tempo intorno al Bosforo Cimmerio (Kerc’ odierna) e dove la missione avrebbe trovato buona accoglienza, viste le relazioni esistenti. Di là si poteva poi partire per Kiev … Sappiamo comunque che qualche conversione a Itil’ ci fu, ma l’èlite al potere rimase attaccata alla sua religione ebraica e alla sua indipendenza politica.

Bisanzio però non disperava di avere contatti con Kiev, ormai una città-mercato ben conosciuta, e forse tentò di avvicinarsi da un’altra strada, al di qua dei Carpazi. Probabilmente Bisanzio sa delle interrelazioni fra le diverse genti slave e della loro quasi raggiunta stanzialità lungo i confini dell’Impero, ma ciò non costituisce una ragione di tranquillità ancora. Il potere secolare bizantino tutt’uno con quello spirituale, si era già fatto carico dell’evangelizzazione degli Slavi dell’Impero allo scopo di poter influenzare questi popoli politicamente, e non appena il Gran Principe moravo Rostislav chiede all’Imperatore Michele III di mandare missionari cristiani nelle sue terre, l’idea lo entusiasmò subito. Chissà, avrebbe raggiunto Kiev da questo lato della catena carpatica …

E chi mandare ? Scelse di nuovo lo sperimentato Costantino. E come nel passato, non da solo, ma con suo fratello Metodio. Questi due funzionari di Tessalonica (l’odierna Salonicco, conosciuta dagli Slavi come Solun’) che conoscevano bene la lingua slava, partirono al di là dei Carpazi perché predicassero il Vangelo fra i barbari slavi, ma soprattutto affichè allargassero l’influenza di Bisanzio nei Balcani, al di là dei Carpazi.
Val la pena fermarsi un momento ancora su questi due personaggi chiamati dalla Chiesa Cristiana gli Apostoli degli Slavi, poichè Costantino e Metodio sono personaggi fondamentali per la storia dei popoli russi.
Metodio era più anziano di Costantino ed entrambi erano figli di un cosiddetto drungarios (capitano più o meno) della città di Tessalonica di nome Leone. In questa città, la seconda per importanza dell’Impero, tutti parlavano sia il greco che la lingua slavo-macedone (da cui deriva la lingua parlata ancora oggi nella Macedonia indipendente). Metodio, nella sua giovinezza, era stato probabilmente un governatore (exarchon) proprio fra gli Slavi di Macedonia e quindi aveva una certa dimestichezza con i loro usi, mentre Costantino si era dedicato allo studio a Costantinopoli e aveva lavorato come chartofilattos (bibliotecario) al Patriarcato.

Dopo un certo tempo Costantino viene incaricato della prima missione“all’estero” in Cazaria come ho detto prima. La chiamata dell’862 lo sorprende ancora sul nord del Mar Nero dove ha fatto qualche riorganizzazione delle chiese locali. Sulla via del ritorno dopo un breve momento di riflessione dell’Anatolia, insieme a suo fratello Metodio in un convento va in Moravia da Rostislav che accoglie benevolmente i due. Qui si mettono al lavoro per la traduzione dei testi cristiani in lingua slava, fondano una scuola per i nobili, ma soprattutto fissano la lingua standard che noi oggi chiamiamo anticoslavo o paleoslavo e che allora tutti capivano dal nord al sud nei territori slavi ! Fu proprio Costantino infatti nel IX sec. d.C. a studiare e a mettere a punto l’alfabeto affinché l’élite di lingua slava potesse imparare a leggere e a scrivere, “assoggettandosi alla religione di Cristo”.

I due decidono per varie ragioni di andare a Roma presso il papa Adriano II e qui viene riconosciuto il loro lavoro di traduzione come autentico e sincero e la lingua slava usata (lo slavone) viene ammessa come lingua liturgica della nuova chiesa morava (ecco perché viene chiamata anche slavone ecclesiastico) e, mentre Costantino si fa monaco col nome di CIRILLO e muore a 42 anni nell’869 e viene fatto poi santo (la sua tomba è nella Chiesa di San Clemente dietro il Colosseo a Roma), Metodio continua il suo lavoro ritornando in Pannonia dove viene fondata l’Eparchia slava di Sirmium per la Pannonia e la Moravia. Lo stesso Metodio ne diviene vescovo ed eparca. Questo fatto irrita i vescovi di rito latino delle diocesi confinanti che per invidia catturano Metodio e lo mettono in prigione. Su ordine del papa però Metodio viene liberato tre anni dopo e ritorna alla sua eparchia, stavolta col titolo di Arcivescovo decano, senza darsi peso della contrarietà dei vescovi latini e delle loro accuse contro di lui di eresia e neppure dell’ostilità del principe locale Svjatopolk che teme di cadere nella rete politica bizantina.

Metodio muore il 6 aprile 885 e benché la scrittura “cirillica” continuasse ad essere in uso per ancora qualche anno, essa fu sostituita in quella zona a poco a poco dall’alfabeto latino. In verità non si sa quale alfabeto abbia inventato Cirillo: se la più antica e diffusa (nell’VIII sec.) glagoliza o la successiva e più semplice kirillìza, che poi è quella da cui derivano gli alfabeti cirillici odierni, messa a punto da suoi discepoli nell’892. Più o meno in una variante di kirillìza e di paleobulgaro fu scritta la CTP …
Siamo già verso la fine del IX sec. d. C.

Nel IX-X sec. i Bizantini hanno perso molte basi lungo la riva settentrionale del Mar Nero, ma hanno sotto controllo ancora quasi tutta la Crimea (in greco Tauride) e specialmente la città di Chersoneso, emporio importantissimo e affollatissimo.
Per i visitatori di questo mercato però, l’impressione che si ha dell’Impero Bizantino non è molto accattivante, perché mette in evidenza tutte le debolezze di Costantinopoli a controllare la situazione nel Mar Nero contro la Cazaria e le penetrazioni degli Arabi dall’Asia Minore. Il resto della costa settentrionale del Mar Nero infatti fino al Mar d’Azov è ormai in mano ai cazari e agli altri nomadi, sempre diretti verso occidente e che continuano a minacciare l’Impero Bizantino.

 

13. Una mafia chiamata Rus’


E qui può cominciare la storia di Rjurik lo svedese, capostipite di quella che diventò la casata principesca di Kiev che regnò nella Terra Russa per ben sette secoli, fino a Giovanni il Terribile (Ivan Groznyi in russo). La CTP racconta che gli Slaveni del Volhov mandarono a chiamare lui e i suoi fratelli, d’oltremare, affinché aiutassero a tenere a bada le locali popolazioni che “disturbavano” il loro quieto vivere.
Che cosa dovevo allora immaginare ? Che in una certa primavera (aprile-maggio) questo Rjurik coi suoi knörrar (le navi vichinghe talvolta erroneamente chiamate drakkar) approfittando del regime ventoso abbastanza buono si diriga di tutta corsa verso la Nevà (il fiume di San Pietroburgo) perché invitato da non ben noti “capi locali” ?
Ed ecco la falsificazione storica eseguita al tempo di Jaroslav. I Variaghi, antenati del principe committente, non erano stati invitati a “regnare”. In realtà i Vichinghi dell’Est avevano da tempo un caposaldo nel Lago Nevo alle foci del Volhov. Ho già accennato a questo punto d’incontro coi finni Ciudi che le saghe islandesi chiamano Aldeigja o Aldeigjuborg (trasferendo nella loro lingua il nome finnico di Bassofiume ovvero Álode Jogi, la foce del Volhov). Che i Variaghi controllassero i finni del luogo, ce lo conferma una variante della CTP quando dice:

“Anno 6367 (859 d.C.) I Variaghi (venuti) d’oltremare prendevano il tributo dai Ciudi e dagli Slaveni e dai Meri e da tutti i Krivici.” (i Meri sono altri finni abitanti un po’ più ad est e oggi localizzati ad est di Mosca nella Repubblica Autonoma Mari).

Ma come mai un caposaldo proprio qui, invece che più all’interno ? Mi riferisco ora alla posizione della città di Ladoga (come pronunciavano gli Slaveni Aldeigja) la Vecchia (Staraja Ladoga in russo) rispetto a Novgorod.
Il Baltico (come ho già detto) in pratica è un grande lago salato. Il regime delle sue acque, specialmente nelle parti più settentrionali come il Golfo di Botnia o di Finlandia, dipende moltissimo dal clima e da queste parti d’inverno le coste gelano completamente per mesi. In particolare il Golfo di Finlandia dipende dall’equilibrio idrologico fra il Baltico e un’altra specie di mare, l’immenso Lago Ladoga (chiamato dai finni Nevo ovvero palude) di ben 18400 km quadrati di superficie ! Questo lago si scarica parzialmente nel Baltico per mezzo della breve corrente del fiume Nevà (oggi lungo solo 74 km, dal lago al suo estuario). Se un inverno ha nevicato molto e la temperatura è caduta significativamente, si formerà una crosta di ghiaccio tale sia sulle rive del Baltico sia sul lago che, allo scioglimento primaverile, si scioglierà in una massa d’acqua che tenderò a scaricarsi dal lago posto leggermente più in alto (solo 5 m di dislivello col Mar Baltico !) muovendosi verso il mare, mentre nel Baltico sempre per lo stesso disgelo un’altra massa d’acqua si muoverà in senso opposto. Le due masse d’acqua scontrandosi provocano così un innalzamento improvviso del livello del fiume Nevà, che tracimerà oltre gli argini inondando le rive disastrosamente per chilometri.

E’ chiaro che stabilirsi ad esempio subito dopo l’estuario della Nevà significa correre il rischio continuo di inondazioni periodiche (come oggigiorno San Pietroburgo che ha anch’essa la sua acqua alta ogni decina d’anni !) e della distruzione dell’eventuale caposaldo, per cui non è conveniente un approdo in questa zona. Inoltrandosi si costeggia la riva meridionale del lago e si giunge fino alle foci del fiume Volhov, immissario meridionale del lago, dietro una specie di ampio promontorio. Qualche km più a monte (verso sud quindi) dalla foce a quota più alta le inondazioni dal lato del lago sono facilmente prevedibili e meno pericolose. Proprio qui i Ciudi avevano pensato di metter su un loro accampamento o residenza stagionale ed è qui che anche i Variaghi fanno tappa: la città di Ladoga.

Questa sarà la base di partenza della banda di Rjurik. Gli scavi fatti nella zona ci danno le dimensioni di una città fortificata di media grandezza, con presenza prevalente di scandinavi e finni e pochissima presenza slava verso il IX-X sec. Si nota inoltre che la gente che là viveva era in maggioranza formata da gente che commerciava, dato che moltissimi reperti risultano importati da molto lontano.
Come abbiamo visto, i Variaghi hanno avuto informazioni che risalendo il Volhov si va a sud verso la ricchezza dei mercati meridionali.
Ho anche accennato al fatto che gli Slaveni si sono attestati vicino alle sorgenti del Volhov e cioè al lago Ilmen/Ilmer, a ca. 200 verste da Ladoga quindi, e che all’interno della loro società si sono avute le prime stratificazioni sociali, fra le quali è nata la classe dei proprietari terrieri ovvero i bojari !
Per quanto son riuscito a capire, questa èlite si confronta già da tempo con quelle dei Finni locali e dei Balti e nella zona dove oggi sorge Novgorod esisteva allora una collina detta degli Slaveni dove questi ultimi avevano il proprio centro (v. A. Rybakov, Grekov et al.) ben separato da tutti gli altri. Sicuramente con costoro i Variaghi dovevano fare i conti, se volevano condurre i loro traffici col sud, ed è per questo che Ladoga e il futuro nucleo di Novgorod erano fra di loro antagoniste.

Molto tempo prima che si insediassero i Variaghi nella
zona dei Grandi Laghi, esisteva fra gli Slaveni una certa organizzazione con un capo riconosciuto che organizzava altri capi e Tatiscev, nella sua Storia della Russia, cita la redazione Jakimovskaja di Novgorod della CTP in cui c’è la genealogia di ben 9 di questi capi dei capi governanti slavi, fino a giungere al più noto Gostomysl, il cui ruolo vedremo poco oltre.
Con un calcolo di ca. 35 anni per la durata in carica di ogni capo, si arriva al VII sec. d.C., cioè in un’epoca che ben coincide con i reperti archeologici in cui i Variaghi non sono ancora attestati.
Sembra perciò che i rus’ da una parte e gli Slavi (insieme agli altri popoli a loro affini e non) dall’altra convivessero per qualche tempo, non certo in armonia, ma ben separati fra di loro.
Gli Slaveni però, vedendo aumentare le intrusioni degli scandinavi lungo le coste del Baltico e la bellicosità dei finni, sono costretti ad allearsi (in parte effettivamente assoggettandosi) con gli scandinavi.
Succede però che l’alleanza col passar del tempo si deteriora e che nell’“Anno 6730 (862 d.C.) I Variaghi furono cacciati al di là del mare e non si dette loro più il tributo e (gli Slaveni) cominciarono a governarsi da soli.” dice la CTP.

E’ evidente che ci sono stati dei seri litigi nelle spartizioni del racket locale. D’altra parte gli Slaveni come faranno a cavarsela col commercio per il sud senza i Variaghi ? Manca la forza armata per le scorte ai convogli, specialmente perché le armi di ferro migliori le hanno solo i Variaghi, in più sono loro che hanno i contratti con gli ebrei radaniti e non si possono perdere tante “stagioni”. I notabili slaveni a questo punto, visti i disordini che si susseguono, riuniscono una vece (l’assemblea degli uomini liberi) e decidono: “Cerchiamoci un principe che ci governi e ci giudichi secondo la legge !” Si mette insieme un’ambasciata che viene mandata in Scandinavia (probabilmente a Birka dove c’è più probabilità di avere gli incontri giusti). Lì trovano i rus’ che gli Slaveni già hanno conosciuto in passato, ma per attirarli soprattutto a stabilirsi presso di loro, pubblicizzano le ricchezze delle loro terre e offrono alleanza e cedono sulle divisioni del potere. La CTP riporta le loro parole: “La nostra terra è grande e ricca, ma non c’è ordine. Venite con un vostro principe e governateci.” E’ vera questa storia ? Oppure dietro i racconti della CTP si nascondono altri eventi?

Sicuramente la storia non è esattamente come l’ha riportata Nestore o Nicone, perché non saprei immaginare un capo slavo che va a chiedere ad un Vichingo di assoggettarlo, con la fama di avidità e ferocia che avevano questi ultimi. Sappiamo invece di un improvviso boom nel commercio di schiavi e delle altre merci di provenienza dal nord russo, questo sì !, per questo periodo. Secondo me, è evidente che l’élite dei proprietari terrieri slaveni chiamò in causa la mafia locale e la incaricò di andare a chiedere aiuto ai loro colleghi d’oltremare per dominare la situazione e che l’aiuto fu concesso da una mafia variaga chiamata o soprannominata “rus’”, che si affrettò ad armare una spedizione per Ladoga e stavolta con la prospettiva di trasferire in seguito donne e bambini per un eventuale insediamento permanente.
Ho cercato anche di inoltrarmi nella selva delle ricerche fatte per definire la personalità e la più esatta provenienza di questo Rjurik, ma mi sono trovato di fronte ad ipotesi immaginarie e troppo poco verosimili.
Val la pena di ricordare, visto che è riportata da una delle fonti dello storico Tatiscev, l’antefatto alla venuta di Rjurik che giustifica la presenza di Rjurik nella Terra Russa, ma non di altri capi scandinavi.

Sembra infatti che l’ultimo capo slaveno della futura Novgorod fosse un certo Gostomysl. Costui ebbe un figlio, Vybor, che però morì prima di suo padre, e una figlia, Umila che invece sposò un certo Godoslavo, figlio di un’Obodrita (popolo slavo della zona intorno all’isola di Rügen, per intenderci) e di un variago di nome Vitislavo. Fu da Umila e da Godoslavo che nacquero i tre fratelli Rjurik, Sineus e Truvor che poi furono incaricati di metter ordine in Terra Russa !
Purtroppo le fonti di Tatiscev sono scomparse e l’unica conclusione che posso trarre, interpretando questa notizia (e fidandomi dello storico di Pietro il Grande), è che un’alleanza fra Variaghi e Slaveni esisteva, magari con dei matrimoni misti, prima che RJURIK arrivasse nella Terra Russa.
Comunque sia, i Variaghi giunsero, con più di una banda, sotto il comando di Rjurik lo Svedese.
La CTP riporta che Rjurik giunse a Ladoga con i suoi fratelli Sineus e Truvor e che pose Sineus rispettivamente a capo della città sulla via del Lago Peipus, Izborsk, e all’estremo nordest a Lago Bianco (Belo Ozero in russo), nella già nota Terra di Perm, vi mandò Truvor.

Innanzi tutto diciamo che probabilmente questi fratelli di Rjurik con tali nomi non esistettero. Sineus, secondo la CTP, viene mandato nella lontanissima Lago Bianco, nella Terra di Perm (il Bjarmaland delle saghe islandesi), dove la probabilità di fare razzie di prodotti della foresta è ridotta solo alla raccolta delle zanne di tricheco dai finni e Truvor a Izborsk, invece che a Pleskov molto più ben piazzata più a sud del lago Peipus (Pleskov è l’odierna Pskov) … Insomma perché i fratelli di Rjurik avrebbero dovuto accettare una simile divisione così poco conveniente per ognuno di loro ? Solovjov condivide perciò una versione molto più verosimile in cui le parole di un qualche scritto andato perso, ma accessibile ancora ai monaci della CTP, in lingua norrena (la lingua dei Variaghi), si leggessero: Rjurik med brodhrum sine hus ok thru var … e cioè Rjurik con i fratelli, i suoi parenti e i suoi accoliti … e che il monaco redattore abbia tradotto sine hus - la sua parentela - e thru var - i confederati, gli accoliti - con due nomi propri: Sineus e Truvor.
Rjurik però non si trasferisce subito dove ci sono gli Slaveni, nella zona della futura Novgorod, ma rimane a Ladoga, la sua base. Dopo qualche anno comunque tutto il potere si concentra nelle mani di Rjurik (la CTP dice: perché morirono i due fratelli sopracitati) e Rjurik comincia a pensare di prendere in mano la situazione di tutte le città sotto la sua protezione senza altri indugi.

Dice però la CTP: “I Variaghi in queste città sono degli estranei, perché i primi abitanti a Novgorod sono gli Slaveni, a Polozk i Krivici, a Rostov i Meri, a Murom i Muromi, ma tutti erano governati da Rjurik.” La situazione è chiara: La banda di Rjurik è riuscita ormai a consolidare la propria posizione, ma siccome è vitale controllare non solo le forniture delle merci, ma anche le vie d’acqua lungo i diversi itinerari, sempre prudente verso gli Slaveni che sono i suoi fornitori principali della logistica e dei trasporti, finalmente decide di non ritornare più in Svezia, come ha fatto finora, e comincia ad accarezzare la possibilità di costruire una città tutta per sé. Farà venire allora suo figlio IGOR…
Dove costruire la nuova città ?

Per il momento la banda variaga è solo una mafia armata in permanente assetto di guerra e quindi il tipo di insediamento che serve non è una vera e propria città. Più che altro ci vuole una caserma e una soluzione logistica per la raccolta e la custodia temporanea delle merci preziosissime che vanno portate al sud.
Chi costruirà loro questo tipo di costruzione e su quali modelli ? Gli stessi cazari non saprebbero farlo, visto che proprio in quegli anni la fortezza di Sarkel sul Don sarà costruita dagli ingegneri bizantini !
E la capitale dei Bulgari del Volga non potrebbe essere un modello da imitare ? In particolare dai reperti archeologici (chiamata nella CTP Brehimov - Ibrahimo - la Gloriosa), sappiamo che Bolghar a ca. 30 verste dalla confluenza della Kama nel Volga non solo aveva una popolazione permanente di ca. 50 mila abitanti, ma anche delle rispettabili difese con un muro di terra, palizzata di legno di quercia e fossato, e nella parte sud esisteva persino una cittadella sopraelevata con mura sempre di legno e fossato relativo !
Il desiderio sarebbe naturalmente di imitare Costantinopoli, ma chi l’ha mai vista e in quale veste si può avvicinare l’Imperatore per chiedergli il favore di mandare degli ingegneri ? Non resta che affidarsi ai carpentieri slavi che sono ben noti per la loro abilità in tutto il nord.
Dagli scavi nel bacino dell’Elba l’archeologo tedesco J. Hermann alla ricerca delle tracce degli Slavi nel suo paese dice testualmente:

“Castelli e fortezze. Il viaggiatore che passava alla fine del primo o al principio del secondo millennio d.C. incontrava ovunque castelli e insediamenti fortificati. Possedevano parecchie particolarità, in grandezza e forme architettoniche. Oggi sono solo un mucchio di rovine nel paesaggio, chiamate mura. … La maggior parte dei castelli sono del IX e X sec. immediatamente anteriori alla formazione del primo stato slavo dell’ovest.”

Le fortezze quindi sono di legno e rappresentano un’architettura abbastanza diffusa in terra slava ! Se ne sono trovate negli scavi a Behren-Lübchin nel Meclemburgo, antica zona degli slavi Obodriti-Vilzi. Probabilmente anche il cosiddetto Danewerk, la difesa in mura di legno che si stendeva da Hollingsted sulla foce dell’Eider fino a Tyraborg, a poche miglia da Haithabu, e persino la stessa Haithabu che aveva un anello di mura, sempre di legno, che terminava sulle rive del piccolo golfo davanti alla città chiamato Slien (o Schlei in tedesco), era stata costruita da carpentieri slavi.
Dai reperti archeologici sappiamo che gli Slavi avevano cinque modelli di costruzioni tipiche in legno:

• La casa seminterrata o (zemljanka) ad un’unica stanza abitabile
• L’izbà a livello terra, con camera abitabile, camera deposito e vestibolo, più cantina sotterranea
• Più famiglie abitavano nel dvor (corte) o oghnisce (fuoco, per l’amministrazione) più ampio con granaio e orto, deposito per gli arnesi etc., chiamato affettuosamente anche “nido” (gnezdò)
• Le case a corridoio più rare come tipo di “casa comune” (obscezhitie in russo) per riunioni particolari o altri usi collettivi. Negli scavi di Borscevo ne segnaliamo una tipica degli Slavi Orientali, ma che è presente anche presso quelli Occidentali (la cosiddetta Casa a corridoio o Hallenhaus conosciuta pure presso i Vichinghi). Il sito di Borscevo occupa un rilievo sulla riva alta (destra) del Don ed è formato da capanne, l’una poco discosta dall’altra e ciascuna seminterrata e, fin qui, niente di strano. Le capanne sono collegate da passaggi coperti, in modo che un individuo possa passare da una capanna all’altra senza dover uscire all’aperto! Tutt’intorno c’è un muro di legno contro l’intrusione del nemico eventuale. E’ una curiosa conferma di quello che scrive Maurizio (Strategikon) sugli Slavi già nel VII sec. d.C. ! L’insediamento poi si dimostra abitato da raccoglitori e cacciatori, più che da contadini !
• La grande casa a più ambienti e a più piani: camera riscaldata, vestibolo, camera fredda etc. o horomy (vocabolo poi passato ad indicare solo la chiesa o casa di Dio, hram) per il capo.

Tuttavia per la difesa dalle incursioni gli Slavi costruiscono anche fortezze di legno …
Diamo la parola ad un viaggiatore di cent’anni dopo, circa 965 d.C., un intermediario ebreo di Tortosa del Regno di al-Andalus (Spagna), Ibrahim ben Jaqub, che si recava alla corte di Ottone I attraverso il Meclenburgo e che ne vide alcune:

“Ecco come costruiscono gli slavi la maggioranza delle loro fortezze. Vanno in una radura nella foresta, ricca di acqua e di arbusti, liberano qui un’area rotonda o quadrata secondo la forma e l’ampiezza del forte che hanno in mente (di costruire), vi scavano tutto intorno e ammucchiano la terra scavata su un lato, sul quale con tavole e pali al modo di un bastione essa viene fissata finchè il muro non abbia raggiunto l’altezza voluta. Per il forte viene anche misurato una spazio (nelle mura) per una porta attraverso la quale da quel lato su un ponte di legno si può entrare ed uscire.”
Tutto dunque conferma che, in Terra Russa, i Variaghi potevano contare su espertissimi e sopraffini maestri d’ascia di tradizione antica e conosciutissimi in tutta l’Europa del nord, sia che volessero costruire un forte o un palazzo per viverci !

 

14. Il magazzino blindato


La parola russa gorod/grad attualmente designa la città, più o meno come la immaginiamo noi oggi, ma mille anni la stessa parola designava un luogo fortificato, recintato o difeso.
In effetti fino alla prima metà del IX sec. la CTP ricorda solo terrapieni o muri di terra di difesa compattati chiamati spom e solo in seguito la parola gorod (sicuramente slava, anche se analoga al norreno gårdhr o al gotico gardh che significano luogo recintato, fortilizio o caserma), nel X sec., si affermerà per indicare una struttura edilizia caratterizzata da mura “di legno” intervallate con torri quadrate di rinforzo e con torri-porte, con o senza ponte (levatoio o fisso) circondata da fossato e terrapieno (v. V. V. Jakovlev).
Furono dunque i Variaghi dell’Est che si fecero per primi costruire il gorod classico, costruzione unica nel suo genere rispetto a tutte le altre simili che si trovano nel resto delle terre slave. Il gorod, secondo me, non è una fortezza né un posto da dove s’intraprendono guerre e neppure un luogo di rifugio, in origine.
Esso ha tre altri grandi motivi per esistere:

1. Deve dominare una zona libera da alberi e rappresentare con grande evidenza il simbolo del potere mafioso
2. E’ un deposito blindato
3. Deve trovarsi isolato e separato dal resto degli insediamenti civili.

Per queste destinazioni d’uso, prima d’ogni altra, i Vichinghi dell’Est si fanno costruire i gorod sul punto più alto possibile di una confluenza fluviale scelta, designata in russo con la parola norrena holm (in norreno altura, isola in mezzo al fiume e in russo collinetta) in modo che per due lati sia separato dal fiume dal resto della terra e da un lato ci sarà la comunicazione “di servizio” con l’hinterland, comunque lontana e nascosta da tutti gli insediamenti vicini, estranei.
Leggendo uno storico dell’arte dell’Antica Russia, Rappaport, ci si può immaginare come questa costruzione venga su, eseguita ad opera d’arte da tutti gli artigiani slavi disponibili.
Una volta trovata l’altura giusta sulla confluenza o sullo spartiacque adatto, si traccia un perimetro del gorod interno e un perimetro esterno alla distanza l’uno dall’altro di circa 1,5 o più metri. Ad intervalli regolari, lungo ciascun perimetro, si piantano verticalmente coppie alti pali, che “si guardano”. Lungo uno stesso perimetro, queste coppie di pali sono intervallate a distanze più o meno minori della lunghezza dei tronchi da impilare. I tronchi più grossi infatti vengono impilati orizzontalmente fra i pali verticali dopo aver creato un incastro longitudinale nei tronchi orizzontali in modo da tenerli meglio insieme l’uno sull’altro.
Si formano così due muraglie di legno parallele (tyn in russo, dal norreno tun o recinto di pali di legno) correnti lungo i due perimetri. Nell’intercapedine si ammucchiano terra e ciottoli di fiume ben compattati. Arrivati pià o meno alla cima del muro così ottenuto, si ha un camminamento continuo con parapetto doppio (oppure unico, solo dalla parte esterna), talvolta aggettante verso l’esterno, che serve alle ronde dei guardiani (gridi in russo dal norreno gard o guardiani). Questo camminamento verrà poi coperto con un tetto continuo e fornito di scale di accesso dall’interno e di garitte di sosta ad intervalli regolari.
Ad intervalli e in posizioni strategiche vengono innalzate torri quadrate dette vezha per l’avvistamento in lontananza (se a più piani vengono allora chiamate vysc’ka) e per l’uso di fuochi segnaletici.
Le porte di accesso sono torri quadrate come le altre, a più piani, intimamente connesse con i muri, più larghe alla base e un po’ più piccole in cima. Esse sono notevolmente più alte dei muri e servono principalmente per consolidare la struttura, ma anche per poter vedere chi sta arrivando e manovrare le aperture. In cima alla torre infatti c’è una piazzola quadrata, coperta da un tetto a quattro spioventi, e delle scale interne per scendere al piano inferiore. A terra nei lati, interno ed esterno, sono incardinate massicce porte (voròta) con coperture di metallo. Le porte sono sempre molto lontane dal fiume o dal fossato, per motivi di sicurezza. Davanti ad una delle porte si costruisce un ponte (most) levatoio o anche fisso. Il materiale di riporto, fino ad una certa altezza, ricopre all’esterno le mura per impedire l’azione del fuoco (v. Sobolev).

All’interno si erge il Detinez, il cuore del gorod ovvero il “magazzino blindato”. La parola è slava e sicuramente fu coniata dagli Slaveni, forse con una certa amara ironia, per indicare che in questa costruzione venivano rinchiusi i loro figli (in russo detjà) come ostaggi, presi a garanzia dai mafiosi variaghi contro loro eventuali rivolte. Oltre a questi figli di nobili il “magazzino” custodiva anche i ragazzi catturati per essere successivamente venduti come schiavi al mercato e poi tutte le ricchezze che venivano accumulate, prima di formare il convoglio commerciale diretto al sud.
Per questi motivi il Detinez si può tradurre, secondo me, con un neologismo ad hoc: Ragazzaio.
Il Detinez è ben chiuso a chiave (le serrature russe erano famose già a quei tempi per la loro resistenza allo scasso ! v. Kolesov) perché gli schiavi sono una delle merci più preziose di quel tempo e perchè qui ci sono anche le armi, accessibili solo a chi è della compagnia. Anzi il ruolo del magazziniere, chiamato (in russo kljucnik l’uomo delle chiavi), diventò uno dei ruoli più importanti alla corte russa di Kiev.
In seguito Detinez significherà e diventerà la residenza del principe con tutti i palazzi e i servizi annessi che al sud sarà chiamato più appropriatamente Cremlino (russo Kreml ovvero fortezza) …
Nel gorod infine è vietato assolutamente l’ingresso alle donne, salvo che non siano da vendere come schiave !
Intorno a questa possente struttura, al di là del fossato o dalla parte delle comunicazioni con la terra ferma, sarà concesso che si stabiliscano gli artigiani e gli operai che costruiscono e che lavorano per la mafia dei rus’. L’archeologia ci conferma anche questa separazione fra i padroni Variaghi armati e gli altri (v. A. Mongait, Grekov).
Dobbiamo però immaginare che questo gorod originariamente non fu costruito per essere abitato in continuazione. Esso era abbandonato alla brutta stagione vuoto, forse a qualcuno dei locali più fidati, quando i signori variaghi se ne tornano nelle loro terre svedesi.
Un dato archeologico strano è che si sono trovate vere e proprie città artigiane a 10-15 km dai gorod oggi tradizionalmente conosciuti, dette Gorodisce (cittadella in russo), stranamente troppo lontane dal “centro città” … I rus’ avevano sempre paura delle rivolte !

Questi gorodisce addirittura furono abbandonati verso la fine del dell’XI sec. come Gnjòzdovo vicino a Smolensk, Sar vicino a Rostov ed altri. Secondo me, questi primi nuclei di cittadine artigiane, abitate da persone strappate temporaneamente all’agricoltura nella bella stagione, confluiranno più tardi intorno ai centri del potere, quando crescerà l’importanza politica di ogni gorod. Alcune saranno abbandonate, solo perchè non si unirono ai gorod, ed altre invece confluiranno nelle città nuove (in russo novgorod).
Di gorod se ne costruiranno numerosi e diverranno tipici aspetti del paesaggio russo, come ho accennato prima.
Il primo gorod variago naturalmente è quello di Ladoga, come ci informa la redazione Ipatievskaja della CTP, fatto costruire proprio da Rjurik e che gli scavi ci hanno fatto trovare a ca. 13 verste dalla foce del Volhov, dopo un ampio promontorio che lo nasconde da chi entra nel lago dalla Nevà .

 

15. Una famiglia di città


Nell’opera medievale Hudud al-‘Alam (I confini del Mondo, trattato persiano di geografia scritto in arabo nel 982 d.C.) a proposito della Pianura Russa l’autore ci informa che nel Paese degli Slavi, (Bilad as-Saqaliba), ci sono tre città importanti: Kujaba, Islabija (in qualche testo anche Salab ovvero città degli Slaveni) e Artan (qualche autore legge Artab, ma, visto che la b e la n in arabo si distinguono solo per un puntino diacritico posto rispettivamente sotto o sopra la lettera, è probabile che Artab sia una lettura corrotta di Artan).
Queste tre città sono individuabili, secondo me, con le tre basi logistiche dei rus’ di quei tempi (IX-X sec. d.C.) e cioè al sud: Kiev-Kujaba, nel nord Islabija-Novgorod e finalmente ad est Artan-Rjazan’. Di Rjazan’ sappiamo molto poco dalle fonti in nostro possesso data la sua posizione estrema e interna, per cui il mio interesse si concentrerà maggiormente su Kiev e Novgorod.
Tuttavia non voglio tacere un’altra ipotesi, secondo me un po’ campata in aria. Ancora ai tempi delle informazioni raccolte per mettere insieme il suddetto trattato geografico persiano, non c’erano notizie molto precise su Novgorod, come città. I musulmani avevano un altro concetto standard di città e per loro un semplice punto di raccolta merci non era ancora una città che invece doveva comprendere non solo la piazza del mercato, ma anche i palazzi dell’istruzione e del potere, per cui, se questa ipotesi è vera, Salab/Islabija potrebbe esser benissimo la vecchia Perejaslavl-del-sud. Dato però che l’intento del Trattato è sicuramente illustrativo per i commerci e per le relazioni internazionali, non c’è ragione di nominare un posto così poco importante come Perejaslavl !

Ad ogni modo, per l’anno 862 d.C., quando Rjurik arriva nella zona come capo del racket svedese dei Grandi Laghi deve decidere se si fermerà solo per rimettere ordine fra i suoi e continuare la spola stagionale fra la Svezia e la foce del Volhov, molti chilometri lontano dagli insediamenti slavi sulla riva nord del Lago Ilmen, oppure, dopo essersi reso conto meglio della situazione, risalire il Volhov e accordarsi per qualche accordo con gli Slaveni “che l’hanno invitato ad essere il loro principe”.
La tradizione ci dice che Rjurik dopo aver ristabilito l’ordine nel nord con la forza delle armi, si stabilisce coi suoi su un’altura, sulla riva sinistra del Volhov, nettamente separato dagli altri insediamenti della zona, a guardia della nuova situazione. A garanzia dell’accordo di pace, Rjurik obbliga, come è costume di quei tempi, tutti i capetti finni e slaveni, a consegnargli i loro figli come ostaggi che terrà ben rinchiusi presso di sé sulla riva opposta del fiume.
Se tutti rispetteranno gli accordi presi, questi ragazzi, saranno trattati bene ed anzi ! li addestrerà alle armi e li metterà insieme con i suoi !

Sicuramente, e lo prova la resistenza di Vadim l’Ardito, è ancora forte fra gli Slaveni la coscienza di libertà, di non dover sottostare a nessun estraneo, e quindi questi intrusi, se non sono ospiti di passaggio che acquistano o scambiano e non depredano più di tanto le loro terre, non sono ben accetti quando pensano di insediarsi stabilmente. I contadini alla bella stagione devono poter tranquillamente raccogliere le messi e mettere da parte il cibo per l’inverno e non possono subire continuamente le soperchierie dei variaghi che sono stati a poltrire tutto l’inverno. I Variaghi se ne tornino pure a casa a settembre, ma non lascino nessuno dei loro qui …
Per me, se un accordo a parte con gli Slaveni c’è stato, è stato a danno dei Balti e dei Finni e del tipo: “Io vi metto sotto controllo le tribù finniche e i balti e voi, durante l’inverno quando i miei saranno a svernare in Scandinavia, mi raccoglierete le merci e con queste mi ripagate del servizio reso !”
Sulla riva sud del lago Ilmen inoltre, c’è una vecchissima cittadina di nome Russa (Staraja Russa oggi) a prova che i Variaghi della mafia rus’ mantennero il controllo di tutto il lago e non solo della parte occupata da Novgorod, ma anche della via che collega Novgorod a Pskov e a Polozk. D’altronde Ladoga, a causa del fatto di essere troppo ben conosciuta alla frequentazione degli scandinavi d’oltremare, attirava troppe bramosie nella zona dei Grandi Laghi: Meglio allontanarsi dagli approdi più noti e non lasciare che troppe informazioni “commerciali” trapelino in Scandinavia !

La zona del secondo insediamento stabile variago viene dunque scelta circa a 70 verste (versta è la misura di lunghezza di quelle parti, pari a ca. 1 km) più a sud di Ladoga, vicino alle sorgenti del Volhov. Qui già vi fanno mercato gli Slaveni, i Finni e i Balti. Viene scelta per la costruzione del gorod, la riva più alta del fiume e cioè la riva sinistra: Qui si ergerà il Detinez. Il resto dell’agglomerato (posad) è situato sulla riva opposta dove i capi slaveni in particolare, già si concentrano su un’altura che ancora oggi si chiama “degli Slaveni”, separati dagli altri non slavi. Poco lontano dal gorod c’è il santuario del dio Peryn (così chiamano Perun qui nel nord) e degli altri dei slavi che fanno sempre da garanti nei patti fra gli uomini ! I capetti finni e baltici infatti si sistemano, sempre sulla riva destra, in vari punti, ma separati, chiamati cantoni (in russo konèz). Ogni cantone si amministra per suo conto, com’è logico (queste veci cantonali rimarrano una tradizione di Novgorod fino al XV sec. !).
E’ notevole che la divisione della città su due rive chiamate rispettivamente Riva del Principe e Riva del Commercio corrisponde agli standard tramandatici per la capitale dei Cazari, Itil !
Tutti questi nuclei si fondono in una città unica solo col passar del tempo: Ed è la “nuova città”, in slaveno Novgorod e che dai Variaghi invece sarà chiamata: Forte sull’Isola (Holmgardhr in norreno, nome conservato nelle saghe islandesi).
Purtroppo (v. Janin) le prime strutture di legno a Novgorod sono databili con esattezza solo verso il 940-950 d.C. e, anche se la parte scavata è solo il 2 % di quello che potrebbe essere investigato, la città “non sembra” così antica, come ce la presenta la CTP.
Lo storico B. A. Rybakov addirittura a questo riguardo dice testualmente: “La costruzione di Novgorod da parte dei variaghi (menzionata nel 1118) è esclusa, poiché presso gli scandinavi per questa città esisteva un altro nome completamente sconosciuto nella Rus’ (cioè Holmgardhr).”

Sappiamo che l’epoca è dominata dalla ritualità delle religioni pagane e che queste hanno un gran peso nella distribuzione della terra e quindi la suddivisione sopradetta in Quinti potrebbe corrispondere a qualche requisito religioso locale, oppure molto più probabilmente a spicchi di territorio del racket, tre quinti alla mafia variaga e due alla mafia slavena, e per riferimento alcuni di essi portano il nome di tribù o popoli che vi abitano.
L’itinerario commerciale tradizionale a partire di qui, il più antico, è: Aggirato il Valdai e il lago Seligher, ci si immette nella corrente del Volga e si prosegue fino a Bolghar e poi a Itil, verso il Mar Caspio e la Persia.
L’altro itinerario che si stabilisce in direzione Kiev è invece: Dopo aver attraversato il Lago Ilmen, si entra nel corso (controcorrente) del Lovat’ e a Grandi Anse (Velikie Luki) si passa (stavolta con la corrente) sulla Dvina Occidentale fino a Vitebsk e di là fino ad Orscia e a Smolensk-Gnjozdovo, dove ormai siamo sul Dnepr.
Questa via al principio però non è molto frequentata dalla mafia di Ladoga a causa della presenza di una banda concorrente a Polozk, quella di Ragnvald (in russo Rogvolod), che ho già nominato ! Già nell’865 Rjurik ha mandato i suoi Askold e Dir per cercare un accordo con Polozk, ma con scarsi risultati …
Una mappa completa degli itinerari commerciali la troviamo nella CTP:

“Quando i Poljani andarono al di là di quei monti (i Carpazi), lì si trovava la Via dai Variaghi ai Greci e dai Greci ai Variaghi lungo il Dnepr e sul corso superiore del Dnepr c’era il volok fino alla Lovat’ e dalla Lovat’ si poteva entrare nell’Ilmen, il grande lago. Da questo lago inoltre esce il Volhov e sfocia nel grande Lago Nevo (il Ladoga) e la foce (della Nevà) cade nel Mar dei Variaghi. E per questo mare si può navigare fino a Roma e da Roma si può giungere sempre per mare fino a Costantinopoli e da Costantinopoli si può navigare nel Mar del Ponto (il Mar Nero), nel quale sfocia il Dnepr. Il Dnepr nasce dalla foresta di Okovsk e scorre verso il sud, mentre la Dvina da questa stessa foresta sfocia nel Mar dei Variaghi. Da questa stessa foresta scorre il Volga verso est, che sfocia con settanta (è un modo per dire tantissimi) rami nel Mare di Khvalis (il Mar Caspio). Così dunque anche dalla Rus’ si può navigare lungo il Volga verso Bolgar e nel Khvalis (la Coresmia intorno al Mare d’Aral) e anche più lontano, nella zona di Sim (fra i musulmani figli di Sem) e, lungo la Dvina, nella Terra dei Variaghi (la Svezia) …”

Verso la fine del IX sec. ad ogni buon conto i mercati mediterranei, dopo il periodo di sconvolgimento dovuto alle conquiste arabe del nord Africa e le incursioni lungo le coste spagnole e italiane, sono in grande fioritura e c’è grande richiesta di articoli di lusso, come le pellicce e gli schiavi, per cui nel nord della Pianura Russa si sente la richiesta in aumento e il bisogno di incrementare “la produzione” !
Urge quindi una più stretta collaborazione con la mafia slavena.
Un aspetto singolare del territorio intorno a Novgorod è la divisione di questa immensa area del nord in quinti: cioè al centro c’è la città e da questo centro si dipartono quattro raggi che dividono tutta la terra intorno in cinque grandi spicchi come di una grande torta o di una grande mela. Probabilmente è proprio in questo periodo che questa divisione viene fatta quasi che le due mafie, variaga da una parte e slavena dall’altra si siano spartite le sfere di sfruttamento rispettive. Tre delle zone più vicine al Mar Baltico vengono sfruttate dai rus’ e le altre due dagli Slaveni !

La collaborazione con gli Slaveni comunque è anche di altro tipo ! Gli uomini sono uomini e sono fatti anche di carne e di cuore … E gli Scandinavi arrivati con Rjurik e compagnia sono tutti maschi, giovani e scapoli, e malgrado le proibizioni e le regole, col passar del tempo e col consolidamento della situazione inizieranno a legare con le donne del luogo e soprattutto, con le donne slavene che sono tante ! Sappiamo dall’archeologia che il sesso, in Scandinavia, era un’attività sacra e importantissima e quindi una lunga astensione non era concepibile (v. W. zu Mondfeld) !
A questo proposito ricordiamo che i Variaghi in viaggio non disdegnano di soddisfare i propri desideri sessuali con le giovani schiave che portano al mercato: Ce ne dà testimonianza Ibn Fadhlan !

Dalle frequentazioni con gli Slaveni in tempo di pace la mafia variaga qui a Novgorod rimarrà significativamente influenzata, ma soprattutto sarà affascinata dalla cultura spirituale di questa gente ! La loro religione, le loro credenze, le loro conoscenze dell’occulto ... Quelle cerimonie così elaborate e misteriose presso i fuochi eterni dei loro recinti sacri ! Ricordiamo che questa parte del mondo (che le saghe islandesi conoscono col nome di Jotunheimr ovvero Paese dei Jotun, nome di una tribù finnica) era famosissima per i riti sciamanici e per la presenza di veggenti e guaritori. Quanto di tutto questo faccia parte della cultura slavo-orientale e quanto sia invece finnica, è difficile dirlo dopo più di dieci secoli, ma il sincretismo della religione pagana anticorussa è anche la prova della ricchezza interiore che ogni assimilazione ha creato in questa terra sin dai tempi antichi (v. A. Sobolev) !

Ricordo anche che queste cerimonie erano molto importanti per la vita degli uomini e delle donne, esse legavano le persone più di quanto altro possano farlo oggi, e il timore di infrangere un patto benedetto era così grande da non poterlo neanche più capire !
Così i Variaghi, giovani maschi senza radici, pronti a vendersi per combattere contro chiunque o per viaggiare ovunque su incarico di altri e dunque guardati con diffidenza dalla società contadina, stanno cominciando a “civilizzarsi”, e qui nel nord dei Grandi Laghi civilizzarsi significa la slavizzazione … !
Insomma va nascendo una nuova realtà alla morte di Rjurik avvenuta nell’879 a Novgorod, che ormai possiamo considerare la capitale del nord. La mafia variaga si è completamente ristrutturata: Il punto di riferimento è diventato il gorod, da cui dipendono le gestioni dei territori e delle persone e nel gorod ormai comincia a risiedere stabilmente il capomafia svedese che si comincia a fregiare del titolo cazaro di kagan. Insieme a lui, ci sono i suoi armigeri fidatissimi (la druzhina) e la servitù.
I Variaghi dal gorod garantiranno ora sia la difesa del territorio dai nemici eventuali sia la protezione dei convogli commerciali che scendono e risalgono dal sud lungo i fiumi, mentre agli Slaveni toccherà la raccolta della merce, i trasporti e gli altri servizi di supporto. I guadagni poi si dividono in parti eque, salvo litigi e rese di conti.


16. La grande Kiev

Volgiamo uno sguardo ora a Kiev, il grande centro slavo del sud.
La città è antica ed è situata proprio alla confluenza degli ultimi affluenti del Dnepr, dove questo fiume, ormai ingrossato dalla massa di acque ricevuta, diventa un enorme via d’acqua che scorre sotto i Carpazi verso il Mar Nero. Qui sotto Kiev si trova anche il confine fra la foresta mista e la cosiddetta lesostep’ o paesaggio presteppico. Secondo la tradizione locale, la città era stata fondata da tre fratelli Kii, Sc’cek e Horiv e una sorella Libed (Kiev in russo è un aggettivo di appartenenza, di Kii) i quali si erano poi sistemati sulle tre colline vicine lungo la riva sinistra del Dnepr. Kiev, a differenza di Novgorod, è distribuita tutta su una riva e, intorno alla fine del IX sec., è una città molto più grande e più importante di Novgorod.
Da Kiev inoltre dipendono gran parte degli Slavi orientali al di là dei Carpazi in quanto è al suo mercato che tutti costoro fanno sempre capo ed è ben per questo che i Cazari tengono sotto controllo il territorio perché conoscono bene la sua importanza strategica e commerciale.

A proposito dei Cazari dobbiamo accennare qui ad una leggenda, riportata dalla CTP, nella quale si racconta di come i Cazari tentarono di farsi pagare il tributo dai kieviani. Sembra che dopo la morte di Kii i Poljani, l’etnia dominante a Kiev, furono cacciati dai vicini Drevljani sulle colline intorno a Kiev, sconfinando nei territori della riva sinistra dove dominavano i Cazari. Questi pretesero un tributo e i Poljani acconsentirono di pagare, non per “fumo” (per famiglia cioè, per fuoco) però, ma per “spada”, significando con ciò che erano sempre pronti a riscattarsi. Quando la notizie e le spade raccolte giunsero a Itil gli anziani dei Cazari vedendo che le spade erano a due tagli invece di uno, come era la sciabola cazara, sentenziarono in presenza del loro principe: “O principe non è un tributo buono questo ! … Un giorno saranno loro a prendere il tributo da noi e da altri le terre !” Il racconto riflette una situazione che si collega al rapporto fra Variaghi e Slavi e fra Variaghi e Cazari. Per me è evidente che all’incontro coi cazari per la raccolta del tributo furono presenti i Variaghi ingaggiati dalla casta slava locale al potere, i Poljani, e, quel che è più importante, ciò dimostra ancora una volta che i rus’, erano dei mercenari liberi legati al “soldo”.

Non ci sono solo i Variaghi a Kiev. Ci sono anche gli ebrei che qui vi hanno una comunità molto antica e, come correligionari dei Cazari, sono sotto la loro protezione. E infine ci sono anche i cristiani, retti da un vescovo mandato da Bisanzio, di cui però si sa pochissimo. Sicuramente la frequentavano i musulmani perchè Ibn Haukal, una delle nostre fonti, ci informa che Kiev è molto più grande di Bolghar sul Volga, il che significa che la conosce e ha le informazioni giuste.
A Kiev sembra che dominasse l’assemblea dei notabili, la vece, che esprimeva un capocittà (posadnik), carica di solito affidata ai membri di una sola famiglia (v. oltre), e tutto sotto l’autorità suprema del dio supremo Perun, a quanto sembra, che aveva il suo santuario su una delle colline di cui è formata la città. A Perun ogni convoglio in partenza per il sud deve sacrificare un giovane schiavo per assicurarsi il successo delle vendite !
Kiev però è un centro culturale slavo di grandissima importanza, assolutamente non secondario ! Persino i superbi greci che la visitano venendo da Chersoneso (in russo Korsun’), da Trapezunte, da Sinope e da Costantinopoli, ne parlano con ammirazione …
Verso la fine del IX sec. inoltre Kiev sta aumentando sempre più di importanza, come ho accennato prima, e quando la mafia variaga con a capo Rjurik vede arrivare sempre più richieste di merci da Kiev, comincia a premere sui “fornitori” per avere più prodotti, ma si accorge che i mercati del sudest non tirano più come prima …
A causa di ciò ci furono liti sanguinose e sollevamenti popolari nella zona dei Grandi Laghi. Gli interessi in gioco però sono troppo grandi perché nella CTP, redazione di Nicone, si dice: Anno 6381 (872 d.C.). “Quell’anno stesso furono offesi i novgorodesi perché fu detto loro: che siate nostri schiavi o altrimenti subirete molto male da Rjurik e dai suoi. Quell’anno Rjurik uccise Vadim detto l’Ardito ed altri novgorodesi che si erano messi dalla parte di costui.” I Variaghi dunque hanno tentato di inasprire il racket e chiudono con una vittoria. E’ però fuoco che cova sotto la cenere, come vedremo.
Rjurik, dovendo controllare meglio il territorio, distribuisce fra i suoi più fidati le zone più importanti, arrivando fin sotto Rjazan, a Rostov-la-Grande sul lago Niero (città che viene nominata ora per la prima volta, sull’itinerario di sudest).

Continuiamo la lettura e sappiamo che i Variaghi cercano di sottomettere i Krivici, a sud di Polozk nell’869, contro la banda variaga locale di Ragnvald (Rogvolod in russo). Finalmente nell’874 Askold e Dir si recano al sud, ad esplorare le condizioni di Kiev e i rapporti di questa con Costantinopoli. Ritornano l’anno dopo a Kiev, con meno uomini dell’andata forse uccisi in scontri con i greci o forse rimasti con un ingaggio presso la Guardia dell’Imperatore. Finalmente a Kiev devono combattere i nomadi peceneghi e dopo una battaglia favorevole decidono di restare nella città per sempre.
Certamente i due Variaghi con tutti i loro vivono separati dagli Slavi delle altre colline di Kiev, e cercano di ritagliarsi un proprio racket indipendente da Rjurik. Kiev però non è l’ambiente giusto e i due attirati dalla maggiore civiltà che regna in città sono influenzati in tal misura che la loro sorte successiva li trasforma da “generali della mafia” in governanti veri e propri. In qual modo avvenga questo passaggio nelle loro mani non è chiaro e potrebbe essere anche una conquista di potere con la forza. Altre informazioni dicono però che i due si sono ormai integrati nella comunità slava, perché, come informa lo storico polacco del XV sec. Jan Dlugosc’, “… Dopo la morte di Kii, Sc’c’ek e Horiv, succedendo per lignaggio diretto, i loro figli per molti anni governarono sui rus’, finchè la successione non toccò ai due fratelli Askold e Dir.”

Probabilmente Askold si fa cristiano, evidenziando anche un avvicinamento più intimo a Bisanzio e un desiderio di elevamento culturale. Ma nè lui né Dir però devono essere stati molto simpatici all’Imperatore, poichè Basilio I il Macedone, che li aveva incontrati, li chiama “superbi kagan degli Sciti del Nord" !
La nuova situazione non piace a Rjurik perché tutto è avvenuto senza il suo consenso e certamente comincia a far piani per approfittarne e porre Kiev sotto il suo diretto controllo, visto che Askold e Dir sono sempre “due dei suoi”. Non ci riesce questa volta perché trova una grossa opposizione interna e molti dei suoi fuggono da Novgorod a Kiev proprio per unirsi ai nuovi “padrini”, Askold e Dir (875 d.C.) !

Finalmente:
Anno 6387 (879 .C.). “Muore Rjurik e, avendo dato il potere al suo Oleg (Helgi in norreno), suo parente, affidò a questi anche suo figlio Igor poiché quest’ultimo era ancora molto piccolo".
Leggiamo ancora:
Anno 6390 (882 d.C.). “Oleg scese in campagna militare, prendendo con sé molti armigeri: variaghi, ciudi, slaveni, meri, vepsi, krivici e andò a Smolensk coi krivici e prese il potere nella città e vi pose i suoi uomini (a governare). Di lì si diresse a valle (sul fiume Dnepr) e prese Ljubec’ e anche qui vi pose i suoi uomini (a governare). E giunse ai monti di Kiev e venne a sapere che vi governavano (ancora) Askold e Dir.”

Cerchiamo di immaginare ora, prima di andare avanti nella nostra storia, come questo viaggio avvenne nella realtà. Da Novgorod Oleg e i suoi, imbarcati con le loro merci sulle chiatte di legno attraversano il lago Ilmen. Fanno sosta a Russa sul fiume Lovat’, immissario del lago appena attraversato, e risalgono la corrente fin quasi alle sorgenti. Lo spartiacque (in russo volok) fa da divisione fra una corrente e l’altra e bisogna quindi sapere bene dove attraversarlo, per evitare acquitrini e sabbie mobili. Ricordo che non si trasborda il carico da una barca all’altra, che magari aspetta sull’altra corrente: E’ la barca carica che viene trasferita ! A volte sui voloki si fanno anche soste brevi per rifocillarsi e riposare: Una sosta, una mangiata e una bevuta e poi si riprende.
Ed ecco finalmente le tre colline su cui si vedono le fortificazioni della splendente Kiev.
Con uno stratagemma Oleg (si annuncia come semplice mercante diretto a Bisanzio e fa scendere all’ormeggio sul fiume Pociaina Askold e Dir) riesce ad eliminare i due viariaghi “ribelli” che evidentemente si sono fidati di lui, perché probabilmente, non vedendolo da tanto tempo, non lo hanno nemmeno riconosciuto. Viene dunque ristabilito l’ordine mafioso di Novgorod e al posto dei “traditori” Oleg mette Igor, il figlio di Rjurik, mentre lui farà da “padrino” finchè Igor è ancora piccolo.

 

17. Il nuovo ordine di Helgi-Oleg


La cosa strana è che Oleg non fa ritorno a Novgorod, ma rimane a Kiev con Igor anche lui.
Mi è venuto allora il sospetto che quanto era raccontato nella CTP sulla venuta di Oleg a Kiev non era proprio tutta la verità: Oleg e Igor, alla morte di Rjurik, erano stati cacciati da Novgorod ! Se la mia ipotesi è realmente giusta, vuol dire che la mafia slavena capeggiata dai proprietari terrieri aveva preso il sopravvento ed era riuscita a liberarsi dei mafiosi stranieri.
Rjurik prima di morire deve aver incaricato Oleg di rafforzare il legame di Novgorod con Kiev, proprio immaginando e sentendo le tensioni che esistevano con gli Slaveni. Chi avrebbe però immaginato che non appena Oleg coi suoi si allontana verso il sud, gli Slaveni si sarebbero presi la rivincita ?
Ed ecco qui un cambio di posizioni: Nella importante città del nord, Novgorod, la banda di Rjurik viene sostituita dai bojari slaveni (e sarà così fino al 1478 !), e nella grande città slava del sud, Kiev, è la banda variaga di Oleg che comincia a far piani per averne il dominio.
Al momento deve accontentarsi di mettersi a servizio dell’élite slava e rimanere isolato nella collina dei Variaghi.
Oleg però, mentre svolge il suo ingaggio temporaneo, deve aver pensato: Se Askold e Dir sono diventati padroni di questa città, perché non tentare di prendere il loro posto ?

Oleg-Helgi si è da tempo accorto che i traffici di Novgorod cominciano ora a frequentare sempre più la cosiddetta Via dai Variaghi ai Greci (e cioè l’asse Novgorod-Kiev alla fine del IX sec.) e pensa che da Kiev potrebbe avere la situazione in pugno, per vendicarsi degli Slaveni ! Per ritorsione infatti, dato che la scorta verso il sud la espleta lui con i suoi, ha la sfacciataggine di imporre a Novgorod una tariffa annuale di ben 300 (o forse 2000, non è sicuro dalle notizie che ho raccolto) grivne d’argento ! O pagate o cercate altre strade … perché sa bene che i fiumi che confluiscono a Kiev sono adesso le uniche vie percorribili !
Si riesce a capire la pesantezza dell’”abbonamento ai servizi” richiesto di Oleg a Novgorod ?

Anche se è difficile stabilire quanto fossero 300 grivne, visto che non erano una moneta circolante comune (di solito si pagava con le pelli), però doveva essere sicuramente una grossa somma, se la confrontiamo col valore dell’enorme indennizzo di ben 80 grivne dovuto, secondo gli usi, per l’uccisione di un nobile o con quello prescritto per il furto di una barca (60 grivne) fissati nella Pravda Rus’ka o addirittura con l’indennizzo richiesto da Oleg per ritirarsi dal suo assalto a Bisanzio (che vedremo più oltre), di 12 grivne a testa per uomo e per ogni barca con 40 uomini d’equipaggio !
Novgorod tuttavia deve tenersi buona Kiev e, per ora !, accetta la “tassa” e la CTP dice “… e la pagano ancora oggi …” (cioè nel 1050 ca.). D’ora in poi però, la città del nord non riconoscerà il diritto ad alcun variago, o ad altro personaggio, di porsi a capo della città e dei suoi Quinti (ricordo che così si chiamano i territori intorno). Sicuramente sono i proprietari terrieri slaveni che hanno ripreso in loro mano il gioco politico e sarà la loro assemblea a governare e a decidere. Per decreto cancellano ufficialmente, da Novgorod e dintorni, ogni riferimento ai rus’ della banda di Rjurik e compagni. Mettono delle vedette sul Mar dei Variaghi affinché nessun’altra banda osi penetrare qui e, d’ora in poi qui al nord si associeranno i rus’ solo con chi viene da Kiev, mentre i novgorodesi chiameranno se stessi Novgorodzi, con una piccola nota di alterigia.

Oleg quindi, se ha perso il potere su Novgorod, non ne ha perso i traffici e comincia a contemplare altri traguardi più grandiosi: Vuole arrivare a Bisanzio e vuole essere l’unico a trattare i commerci di tutta la Pianura Russa !
Il suo primo atto di grandezza, una volta a Kiev, è di proclamare il primato di questa su qualsiasi altra città della Terra Russa, prendendo su di sé l’usanza slava di dare un rango ai villaggi sulla base dell’età in anni dalla loro fondazione. Dichiara Kiev Madre delle Città Russe e Novgorod al rango solo di Primo Figlio …
Sicuramente col nuovo capomafia rjurikide comincia il tentativo di un riordino di Kiev o per lo meno dei “quartieri” della città distaccati, in mano ai Variaghi. Viene costruito un nuovo palazzo del capo, ubicato nella zona più alta della collina, e stavolta, forse per dare all’edificio una certa importanza, la parte inferiore è fatta di pietra, dai Carpazi e dalla Volynia.

A Kiev i mafiosi variaghi del nord si sono incontrati con i Poljani, l’élite slava, che, per i suoi contatti con Bisanzio e con le altre potenze dell’Occidente, ha una cultura molto più raffinata dei rozzi Slaveni ed è con questa èlite che Oleg e i suoi si scontreranno ripetutamente.
Essere padroni di Kiev significa comandare un territorio enorme e molto più ricco di quello di Novgorod. Kiev infatti controlla quasi tutte le popolazioni slave intorno, specialmente la più numerosa e più forte, i Krivici, dove si trova anche Polozk, sede dell’altra mafia variaga ! Ha il controllo del litorale fino al delta del Danubio, ancoraggi e porti lungo la costa per le discese verso Costantinopoli. Solo la riva sinistra del Dnepr invece è sotto la soggezione cazara, e questa potenza per il momento è bene tenersela amica.

Come funzionano qui i trasporti ? Ho pensato che fosse necessario parlarne perché questi sono una delle attività che interessa la mafia di Kiev: Dai trasporti si ricavano pedaggi molto importanti ! E inoltre capire come funzionano, significa anche intravedere un altro importante cambiamento: La separazione dell’attività del capo da quelle dei suoi accoliti. A questi ultimi rimarrà la rapina e l’attività militare piratesca. mentre per il capo rimane la gestione più nobile del potere e dei servizi di trasporto.
Da tempo i contadini slavi che sono arrivati sull’alto Dnepr hanno mappato i fiumi più costanti nella corrente e nel letto e hanno stabilito degli assi di viaggio, nord-sud ed est-ovest passando da un fiume all’altro vicino, sui cosiddetti voloki (o spartiacque).

Sul Dnepr da anni si è sperimentato e stabilito un itinerario ben preciso per giungere al Mar Nero (e di là a Costantinopoli): la già nominata Via dai Variaghi ai Greci ! E i mercanti, variaghi o no, diretti a Bisanzio (ufficialmente qui sono chiamati quelli che vanno in Grecia ossia grec’niki) sono obbligati a registrarsi in gruppo a Kiev, prima di avere accesso al convoglio che si sta formando.
I problemi non sono pochi per la navigazione poiché il viaggio fino a Costantinopoli è molto lungo (un mese e più) e quando i carichi non sono tutti trasportabili via mare (ad esempio cavalli, schiavi etc.), parte viaggiano parallelamente persino via terra lungo la costa, a vista con le navi. Una cosa è importante: bisogna sempre calcolare di tornare in tempo per non esser sorpresi dal gelo, sicchè bisogna ripercorrere a senso inverso verso nord la strada già fatta. Per questi motivi, conoscere bene gli itinerari e avere mezzi di trasporto e piloti adeguati, è la cosa più importante.
Dopo Kiev il Dnepr incontra delle cateratte o salti (porògi) e, se non ci fosse un pilota esperto, si correrebbe il rischio di essere addirittura trascinati dalla corrente e andare a finire a sfracellarsi sulle rocce. La Pianura Russa, proprio dopo Kiev, “degrada” a quota più bassa nella cosiddetta lesostep’, lungo i declivi degli ultimi Carpazi (a quei tempi chiamati Monti Ungheresi, Ugorskie Gory), formando delle rapide. Costantino VII Porfirogenito, imperatore bizantino vissuto nel X sec. d.C., ne nomina ben sette e avverte anche che i nomi di questi salti erano noti nella zona in due lingue: quella dei rus’ e quella degli slavi ! Riporto per curiosità i nomi in norreno (un qualche dialetto norreno, parlato dai Variaghi) sono Essupi, Ulvorsi, (manca il terzo salto), Aeifar, Barufors, Leanti, Strukun e i corrispondenti in slavo Essupi, Ostrovuniprah, Gelandri, Neasit, Vulniprah, Veruci, Naprezi !
Rimando il mio lettore alle opere specializzate per l’interpretazione di queste parole trascritte dal greco, ma posso assicurare che esse corrispondono al linguaggio dei marinai che personificano sempre i luoghi che visitano.

Per curiosità notiamo che Essupi non è altro che il norreno Ej sup ! Non dormire ! analogo al russo Nje s’pì ! di ugual significato. Per la mia ricerca, questa questione è importante perché ciò prova che, fino al tempo di questo imperatore (959 d.C.), Variaghi e Slavi vivevano e si sentivano come genti diverse fra loro !
Inoltre Kiev al tempo di Helgi-Oleg è continuamente in lite con gli altri slavi vicini e ancora non esistono delle popolazioni veramente soggette a Kiev, ma solo genti che frequentano la città per i suoi mercati e con gran malavoglia pagherebbe una qualsiasi tassa o imposizione, se non ci fosse una minaccia armata.
L’arrivo di Oleg e Igor e il tentativo d’instaurare un nuovo ordine a Kiev causa sicuramente ostilità e sconcerto allo stesso tempo nell’élite slava poljana che finora li ha tollerati perché erano pagati per il servizio militare di difesa.

Penso che per un certo tempo, malgrado le informazioni della CTP, Oleg dovette accontentarsi d’imporre la sua autorità solo sui Variaghi che vivevano sulla collina più meridionale della grande Kiev.


18. Il poljudie


Per prima cosa, con la connivenza dei Poljani che dominavano politicamente, penso che fosse proprio Oleg ad insistere con questi ultimi, perché diventasse regolare il giro, durante l’inverno, lungo i corsi d’acqua per la raccolta delle merci dai villaggi tutt’intorno a Kiev, quando i suoi “picciotti” variaghi non avevano altro da fare. Con questo giro ci si assicurava le merci da mettere insieme sui convogli diretti a sud nella primavera seguente, senza dover aspettare solo e sempre Novgorod e, non solo ! Allo stesso tempo, si controllavano eventuali intrusioni di estranei al grande business !
Questo giro è il famoso poljudie che impoverirà i contadini tutt’intorno e causerà più di una rivolta cruenta contro i principi russi.
L’itinerario del poljudie kieviano è stato puntigliosamente ricostruito da B. A. Rybakov, sulla scorta delle informazioni di Costantino VII Porfirogenito, e perciò molti anni dopo la morte di Oleg. Qui si parla del “principe” e non di un capomafia variago naturalmente, cioè quando il poljudie è ormai stato istituzionalizzato. Ecco i tratti significativi del lungo (durava vari mesi !) viaggio circolare intorno a Kiev:

1. Il principe muove dalla città verso il principio di novembre e ritorna a Kiev (in effetti a Vysc’gorod che oggi è praticamente un quartiere di Kiev) alla fine di aprile, con un giro che gli richiede ben 180 giorni di cammino.
2. Secondo i dati di Bisanzio e quelli dell’archeologia, località toccate sono circa una trentina durante le soste.
3. Il cammino non si effettua su strade, ma attraverso sentieri nelle foreste fitte e lungo le rive dei fiumi e quindi con il cavallo, a piedi e con la chiatta, come è possibile.

Durante il poljudie il principe era accompagnato soprattutto da armigeri e i viaggiatori erano mantenuti dalla gente locale durante le soste. Al principe era dovuto il dan’ o tributo che si pagava in natura e che qui nel sud veniva giustificato al tempo di Costantino VII come indennizzo alle spese che Kiev sosteneva per difendere il territorio dai nomadi della steppa ! Il dan’, ammassato nel luogo dove il principe si fermava, veniva accuratamente controllato e, se non era abbastanza, si procedeva al prelievo con la forza sui contadini dei villaggi disobbedienti.
Riassumendo il poljudie perseguiva due scopi evidenti. Il primo era quello della raccolta forzosa dei manufatti e il secondo la conferma del primato di Kiev. Come ho detto, l’imperatore Costantino VII Porfirogenito (v. bibliog.) lo descrive per la prima volta, ma siamo già intorno alla seconda metà del X sec. e quindi il poljudie è già un rito consolidato e, secondo me, questa “cerimonia” altro non era che la raccolta periodica del “pizzo mafioso”. Chi non ci stava doveva subire punizioni e uccisioni sul posto. Un esempio di come il poljudie era odiato verso la fine del X sec., è proprio l’uccisione di Igor sotto la capitale dei Drevliani, Iskorosten (v. oltre).

A primavera (qui nel sud aprile-maggio) il poljudie si concludeva e si facevano le parti fra gli accoliti di Oleg e i rappresentanti dei bojari slavi. Questa data era importante perché i convogli di navi per i mercati del sud partivano proprio in questo periodo.
Un problema sorgeva una volta giunti al Mar Nero, alla foce del Dnepr. Se ci si volgeva ad est si andava verso il territorio cazaro e il viaggio in parte era sicuro verso Semender sul Mar Caspio oppure fino a Itil sul Volga, se ci si volgeva a sudovest invece si era in terra di nessuno frequentata dai nomadi che non aspettavano altro che derubare e spogliare i convogli. Quindi, data la regolarità dei passaggi, per fronteggiare questi nomadi provenienti dall’est, la maggiore attività militare alla bella stagione, è la difesa dai nomadi e dalle loro scorrerie.
Si ricorse a vari mezzi per risolvere l’annoso problema: Impiego di mercenari o addirittura … la costruzione di un vallo difensivo ai confini della steppa !

Un esempio di come l’archeologia Russa ha lavorato finora è proprio la scoperta del cosiddetto Vallo Serpentino, sorta di limes confinario dal tracciato serpentiforme, cominciato verso il II sec. d.C. e completato o ricostruito nel VII sec. d.C. e usato per lungo tempo, fino alle soglie del X sec. d.C. Il Vallo aveva un’altezza di ca. 12 m. e il suo scopritore G. M. Filist lo descrive come svolgentesi lungo la linea Zhitomir-Kiev-Dnepropetrovsk-Poltava-Mirgorod-Priluki. Un lavoro titanico ! Sembra che lungo questo Vallo Serpentino, all’apparizione della prima organizzazione statale kieviana, si armasse addirittura un sistema di segnalazioni ottiche con fuochi ! Non ci sono notizie di questo vallo nella CTP perchè evidentemente, per varie vicissitudini (i nomadi forse riuscirono a distruggerlo in varie parti) il Vallo decadde già alla fine del IX sec. e non venne più ricostruito o riparato …

Nel poljudie comunque non solo si raccolgono merci, ma anche schiavi e uomini per lavori di corvée e dalla descrizione del poljudie da parte di Costantino VII sappiamo anche i nomi delle popolazioni slave che abitavano intorno a Kiev.
Oleg nel periodo 879-912 del suo “regno” oltre ad assicurarsi il dominio sui gorod fra il lago Ilmen e Kiev, impose il suo regime ai Drevliani ai Severiani e ai Radimici. Con questi ultimi addirittura sembra che il “pizzo” fosse anche più “leggero” di quello pagato ai Cazari !!
Delle altre città-gorod sappiamo ben poco per il IX e il X sec. Ecco come lo storico Toloc’ko elenca, per data di menzione nella CTP, le gorod: 862 – Kìev, Nòvgorod-la-Grande, Rostòv-la-Grande, Pòlotesk (oggi Polozk), Làdoga (oggi Stàraja Làdoga), Lagobianco (ossia Belo Ozero), Mùrom, Ìzborsk, Smolènsk. 903 – Plèskov (oggi Pskov). 907 – Cernìgov, Perejaslàvl-del-sud, 922 – Peresècen’.

Questa era la famiglia della città russe ! Naturalmente ce ne saranno state anche altre, ma sono evidentemente di minor importanza per il cronachista.
E’ probabile che Oleg, arrivato in una città come Kiev ben organizzata, abbia lasciato che le istituzioni esistenti continuassero a funzionare. Oleg era solo “il protettore” della città, mentre Igor non era considerato ancora una persona nella “cupola” di Kiev !
Sia come sia, dando un’occhiata alla società stratificata che si trova a Kiev, forse si può capire di più. In cima allo “stato” c’è il discendente del fondatore della città Kii, come è tradizione dei grandi villaggi slavi, sotto di lui ci sono i grandi proprietari terrieri, i Bojari Grandi (Velie Bojare) e quelli minori. Costoro decidono regole e leggi in assemblea. Il centro della vita della città sono i vari mercati dove sono ammessi i mercanti stranieri come “ospiti” (gosti) per scambiare le merci coi diversi popoli slavi che fanno capo qui. Alla base della piramide c’è la “gente” comune di Kiev e cioè gli artigiani e infine i diversi gradi di schiavi e servi. A Kiev sono fissati vari giorni in cui è concesso ai contadini dell’hinterland di venire a vendere e a comprare liberamente, dietro pagamento di un permesso.
Nella città ogni gruppo di mercanti ha il suo deposito e periodicamente si formano i convogli sui corsi d’acqua per i diversi mercati, scortati dai Variaghi armati che si pagano percependo una parte del ricavato della vendita.

Diamo una breve scorsa alle merci che arricchivano Oleg e i suoi, in special modo posti qui in ordine di valore, tratti dall’elenco di al-Muqaddasi delle merci che arrivano dal nord attraverso Bolghar e la Coresmia a Baghdad:

• Gli schiavi, specialmente bambini
• Le pellicce pregiate (specialmente zibellino e martora)
• Il miele
• Cera
• Tessuti (di canapa e lino specialmente)
• Avorio di zanne di tricheco
• Cavalli
• Semifabbricati di legno

L’articolo più importante a quel tempo erano gli schiavi, di cui c’era grandissima richiesta. Non per niente schiavo e slavo sono la stessa parola, proprio perché le Terre Slave, e quella russa in particolare, erano le maggiori esportatrici di questa merce di altissimo prezzo ! Nel Medioevo, in tutta l’Europa e nell’Asia Centrale, gli schiavi bianchi costavano molto più di quelli di pelle scura dell’Africa e, mentre i maschietti venivano castrati spesso per cambiare il loro carattere in uno più obbediente e più placido (proprio come si faceva coi tori), alle femminucce si affidavano di solito i servigi sessuali o lo spettacolo !
Per curiosità possiamo dire che nel X sec. i centri di castrazione erano Praga, Verdun, l’Armenia, Samarcanda, tutti luoghi famosi per i loro chirurghi molto bravi. Tutto il commercio degli schiavi era gestito da intermediari (armeni o ebrei radaniti come ho accennato prima) e i guadagni erano veramente favolosi.

Nella Saga degli Uomini di Laxdal abbiamo qualche prezzo, ad es. delle schiave, anche se la saga è posteriore al X sec.: ca. 1 marchi di Colonia ovvero ca. 0,5 kg d’argento ! I maschi naturalmente costavano ancor di più … Lo stesso Liutprando da Cremona (fine del X sec.), a proposito delle vendite di schiavi da parte dei rus’ parla di “… immensum lucrum …” e cioè del guadagno smisurato che questi ne ricavavano.
I numeri sono poi impressionanti: Ad esempio, a Cordova in un censimento contemporaneo se ne contarono ben 13.000 e più ! Passando da Kiev inoltre bisognava lasciare qualche schiavo come “dazio”alla città e questi ragazzi a volte venivano sacrificati a Perun !
Solo pensando alle file di schiavetti incatenati che si portavano dal grande nord al grende sud ogni estate e al loro immenso valore si può capire quanto valeva riuscire ad avere il monopolio di questo mercato e come questa merce doveva essere difesa armati veramente di tutto punto !

L’altro articolo costoso erano le pellicce pregiate: la martora, la volpe polare, lo zibellino, l’ermellino, il vaio, lo scoiattolo, la donnola, la puzzola etc. Se si tiene presente che ogni nobile dal più piccolo fino ai re e agli imperatori amavano vestirsi con vestiti orlati di pelliccia oppure con cappotti di pelliccia e cappelli e guanti etc. e che talvolta si doveva vendere una casa pur di aver un capo di pelliccia a disposizione, si può capire che le pellicce russe erano apprezzatissime e compratissime (come ancor oggi
!).

Nel Medioevo lo zucchero, come lo conosciamo noi oggi, non era diffuso e al suo posto si usava il miele. La canna da zucchero era consumata solo nei paesi musulmani, ma come dolce a sè. Dato che anche le corti amavano il dolce, compravano il miele che scorreva veramente a fiumi, impastato con farina e con frutta, in dolci e torte di tutti tipi, in aggiunta alle bevande più strane. Addirittura gli Slavi, che ne erano grandissimi produttori (perché lo attingevano alle arnie delle api selvatiche nelle foreste !), lo facevano fermentare per ottenere una bevanda alcolica molto amata e apprezzata: l’idromele (mjod), visto che la vodka non c’era ancora ! Il miele era un articolo di alto costo, tanto che la Pravda Rus’ka di Jaroslav se ne occupa in particolare, come vedremo !

Il miele naturalmente si accompagnava alla cera e qui è più facile da credere come il consumo di questa materia prima era enorme in quei secoli, se si pensa alla tecnica di fusione del bronzo “a cera persa” o ai milioni di candele che si consumavano per illuminare le chiese, le moschee e le case dei nobili !
I tessuti per le vele erano ancora un altro articolo di smercio importante, così come il cordame di canapa. Bisanzio ad esempio acquistava tantissimi tessuti per le vele, con la flotta più grande del Mediterraneo ! Anche i mercanti variaghi diretti a Bisanzio che devono perciò attraversare il mare comprano vele in gran quantità e corde … B.A. Rybakov ha calcolato che un convoglio diretto a Bisanzio ad esempio poteva consistere di ca. 400 barche con almeno un albero velato e, se una vela in media era ca. 16 metri quadri, per farne in numero sufficiente, si richiedeva il lavoro al telaio di un po’ meno di 2000 donne per tutto l’inverno ! E il contadino di quei tempi coltivava proprio la canapa e il lino, fibre adatte per questi tipi di tessuti !

La CTP ci informa che a Kiev convergevano alla bella stagione artigiani contadini con i pezzi di navi (semifabbricati o semplicemente doghe e assi ?) da vendere. Questi pezzi poi si mettevano insieme per farne le famose barche, elogiate da Costantino VII Porfirogenito, quando dice che i rus’ viaggiano su barche velocissime fatte di un solo tipo di legno (monoxile), tanto che i rus’ sono chiamati dromites ovvero corridori per la rapidità con cui scompaiono all’orizzonte sulle loro navi, dopo un’incursione !
L’avorio era un altro materiale molto richiesto nel IX-X sec. perché con esso si facevano vari oggetti e strumenti per l’uso comune di corte e le ossa di animali piccoli non bastavano o erano troppo poco massicci. L’avorio si ricavava dalle zanne dei trichechi che i variaghi e gli slavi del nord ottenevano negli scambi coi finni.

Ultimo articolo erano i cavalli. Non dobbiamo però immaginare il bestione odierno derivato dalle razze arabe e allevato in Europa solo verso il XII sec., ma il più piccolo cavallino lituano, non abbastanza robusto per sopportare i cavalieri catafratti bizantini o persiani, ma più che altro adatto a tirare l’aratro e i carretti e, soprattutto da macellare ! I cavalli migliori da tiro erano quelli allevati dai nomadi della steppa …
Sembra anche che in territorio novgorodese si estraesse argento …

Tutta questa roba scendeva lungo il Dnepr e, arrivata dove questo fiume mescola le sue acque col Bug in un estuario comune (il liman), si giungeva al mare: Il Mar Nero o Ponto Euxino, come lo chiamvano i bizantini, ma che di solito si chiamava Mare dei Rus’ …
Qui i convogli talvolta si dividevano, uno diretto verso sudovest (Bisanzio) e uno diretto verso sudest (Chersoneso in Tauride e ulteriore proseguimento per il Mar d’Azov), a seconda dei mercati. L’itinerario sudest, come abbiamo detto, poteva proseguire per il Mare d’Azov, dove c’erano degli insediamenti variaghi (Tmutarakan), risalire il Don fino al Grande Spartiacque (Perevolok, dove il Don e il Volga si avvicinano al massimo), trasbordare fino al Volga e proseguire per Itil’ etc. Quello sudovest invece seguiva la costa del mare, giungeva al delta del Danubio, dove c’era un insediamento di variaghi e slavi kieviani (l’Isola Russa), e proseguiva lungo la Tracia fino al Bosforo dove si trovava Costantinopoli.
Tutta quanto detto sopra deve servire a far capire quali enormi interessi commerciali avesse accumulato fra le mani la mafia variaga e come fosse difficile per costoro, quali estranei dominanti, non dividerli con i bojari e gli altri notabili non variaghi di Kiev o di Novgorod.

E’ di questi anni anche il passaggio degli ultimi magiari diretti alla loro patria attuale, la conca pannonica. Sappiamo infatti sia di sfuggita dalla CTP del passaggio degli “ugry” sia dal Cronista Anonimo Ungherese del XII-XIII sec. che alla fine del IX sec. il comandante magiaro Almosc’, dopo una battaglia persa dai variaghi di Kiev che vogliono impedire il passaggio agli ugry, riesce ad ottenere la somma annuale di 10 mila marchi di Colonia, purchè costui coi suoi cavalieri varchi i Carpazi e abbandoni il sud di Kiev.
E’ strano che Igor in tutte queste faccende per il momento non compare mai …

Nell’autunno del 902 Igor però sappiamo che prende in sposa una ragazza dei dintorni di Pleskov … Helga, chiamata dagli slavi, OLGA o Volga, che non parla neanche il paleobulgaro !
Tutto avviene con l’approvazione di Oleg che nel 907, mentre Igor continua a rimanere a Kiev, intraprende finalmente una spedizione militare contro Bisanzio.
Sicuramente Oleg si allontana solo quando si sente sicuro che qualcuno non faccia fuori Igor e si impadronisca del potere, ma nel frattempo tuttavia mi sono chiesto: Perché una spedizione contro i bizantini? L’interesse primario di Oleg, finchè ha nelle mani il potere, è di assicurarsi un compratore con i soldi di tutte le merci che partono da Kiev e ha capito che con Costantinopoli si possono stabilire dei patti duraturi e assicurarsi così una posizione commerciale preferenziale, rispetto ai concorrenti, e magari saltando gli intermediari. D’altra parte è un momento nero per i bizantini che hanno dovuto subire in questi anni molte disfatte militari e quindi, perché non approfittarne ? Ha capito infatti che Bisanzio “paga” profumatamente anche chi minaccia la loro città e così arma 2000 chiatte a vela (lo dice la CTP) e si dirige verso il Bosforo. Il colpo gli riesce perché Costantinopoli non solo si impegna a pagare una certa somma annuale, ma assicura anche un trattamento speciale per i rus’, quando verranno a Bisanzio per commerciare i loro prodotti.

Vale anche la pena ricordare lo stratagemma che il Variago mise in atto all’attacco alle mura di Costantinopoli, quando vide la possanza e l’inespugnabilità delle mura e si accorse che non sarebbe riuscito a risalire con le navi lungo il Corno d’Oro (in russo chiamato invaso, sud, per la sua forma). Fece allora costruire della grandi ruote che applicò a ciascuna nave e quando si levò il vento le navi si diressero verso le mura … via terra ! Si dice che i greci dalle mura esclamassero: “Questo non è Oleg, è San Demetrio, mandatoci da Dio (per punirci dei nostri peccati) !” La versione di Oleg vincitore davanti a Costantinopoli è nota solo dalle fonti russe, perchè le Cronache bizantine del tempo non ricordano, per pudore, questo scontro così notevole ! E’ in questa occasione che Oleg ne approfittò anche per chiedere ai greci l’indennizzo per le navi deterioratesi per l’assalto, al quale abbiamo accennato più sopra. E ancora sappiamo dalla tradizione che, Oleg, per il ritorno verso Kiev, a segno del disprezzo che aveva della vita dei suoi servi slavi, comandò di cucire per i rus’ delle vele di garza resistente, mentre per i suoi tiuny (servitori di corte in russo, corrispondente al norreno thegn, servo) vele di tessuto più grezzo e meno tenace. Naturalmente alla prima ventata, più forte delle altre, le vele delle ciurme slave si stracciarono e ciò provocò naufragi e scontento per questa inutile e discriminante burla.

L’accordo con Oleg fu un buon accordo per Bisanzio, appena ripresasi dalla devastazione procurata alla seconda città dell’impero, Tessalonica, da un rinnegato greco Leone al comando di arabi tripolini nel 904. Infatti Bisanzio si è assicurata una fornitura di materiali di qualità per le proprie navi visto che sta preparando la sua rivincita su questi continui attacchi arabi. In quegli anni vengono rifatte tutte le fortificazioni di Tessalonica, nel nord del Mar Egeo, e della più esposta, ma di minore importanza, Attalia (moderna Antalya in Turchia), a sud dell’Anatolia e si procede al rafforzamento della flotta con tutte le commesse d’acquisto relative: colofonia e pece per calafatare (che i rus’ forniscono da Smolensk, in russo Posto della pece), vele e cordame, lardo per lubrificare, pesce secco per la cambusa etc. Soprattutto ci si è assicurati la fornitura di schiavi di gran pregio che la corte userà in varii modi. Tutto a condizioni speciali, come si è stabilito nel trattato … ufficialmente ratificato però, cinque anni dopo, nel settembre del 911.
Oleg però non ha alcun controllo più sulle bande rus’ che provengono direttamente dal nord perché Novgorod su questo argomento decide da sola e, per raggiungere certe mete, riesce persino ad aggirare Kiev.

Infatti nel 909 Bisanzio nel 908 sferrerà l’attacco alla flotta araba con le navi ben equipaggiate sotto il comando del Logoteta del Dromos, Imerio, e l’impresa sarà coronata da una grande vittoria. Successivamente nel 911 Imerio sbarcherà con la sua splendida flotta a Creta e qui ci sarà la partecipazione documentata di ben 700 marinai rus’, ma sarà un parziale successo, perché gran parte della flotta sarà battuta e affondata da Leone e dal suo alleato, anch’egli greco e rinnegato, Damiano, nella primavera del 912! I rus’ comunque riceveranno il compenso per l’ingaggio di un bel kentenarios d’oro a testa, anche questa una bella somma, mai arrivata però nelle tasche di Oleg !
Ancora, una banda novgorodese sarà usata dai Cazari per mettere scompiglio nel Regno della Choresmia e i rus’ verranno autorizzati ad attraversare il Caspio, fare base su un’isola vicino all’odierna Baku e penetrare in Choresmia, attraverso il porto caspico di Abesgun. Al ritorno dalle feroci rapine in quella zona, si sarebbe dovuto dividere il bottino a metà coi Cazari, ma costoro per liberarsi di tutti gli impicci, distruggono tutta la banda, mentre si trova ad Itil, pronta per tornare al nord. Di qualche interferenza da parte di Oleg in questo fatto non c’è traccia !

Nel 912 Oleg muore. La tradizione racconta che fosse ucciso dal morso di una vipera (o altro serpente velenoso), mentre rovistava fra le ossa del suo cavallo sepolto anni prima. Sembra che un volhv (sacerdote di Perun) gli avesse già predetto che sarebbe morto a causa del suo cavallo e che Oleg, per questo motivo, non l’avesse più cavalcato. Dopo anni però volle rivedere il suo animale e una vipera che si era annidata nel teschio, ne uscì e lo morse a morte. Dove questo avvenne, non è chiaro, se a Kiev o a Novgorod. Sappiamo però che comunque la sua tomba esisteva a Làdoga, anche se un’altra versione della CTP afferma che Oleg fu sepolto sulla collina Sc’c’ekoviza di Kiev, e ancora un’altra afferma che se tornò in Scandinavia (al di là del mare), andando a morire nel suo paese.

Secondo me la verità può essere anche un’altra. Il nostro Oleg se ne stava tornando alla chetichella nella patria svedese con una buona parte delle ricchezze accumulate, quando viene sorpreso dai suoi compari e ucciso. Lo scavare fra le ossa del cavallo si riferisce probabilmente al fatto che in quel posto dove aveva seppellito il suo tesoro di pezzi d’argento, Oleg vi aveva posto come mascheramento il cadavere del suo cavallo ! Questa lettura delle tradizioni mi sembra la più probabile, in quanto ormai con lo sposalizio di Igor, Oleg non ha più ragione di rimanere nel sud.
Tocca finalmente a Igor governare Kiev ...

 

19. L’alba della grande svolta


Dobbiamo però ritornare al matrimonio di Igor con questa Helga-Olga di Pleskov (oggi Pskov) perché ci sono alcuni punti che ci confermano una certa evoluzione della cleptocrazia variaga, qui a Kiev. Innanzitutto ci chiediamo come mai si sia cercata una sposa per Igor proprio a Pleskov e non a Izborsk o Belo Ozero, se non si poteva cercarla a Novgorod e non ce n’erano a Kiev. Dopo tutto a Izborsk e a Belo Ozero ci sono (o ci dovrebbero ancora essere) i parenti di Igor e se si vuol conservare pura la casta rus’, non è meglio cercare fra la propria gente ?
A tutte queste domande ho trovato qualche risposta ed eccone qualcuna.

OLGA è originaria di un villaggio vicino a Izborsk, Vybutarsk, come informa la Vita di Santa Olga e suo padre faceva il lavoro solito dei Variaghi dell’Est: il rematore, ma nella più grande città di Pleskov. Il fatto che Igor sia andato a cercare una moglie (o meglio Oleg gliel’abbia imposta) così lontano da Kiev, non deve destar meraviglia poiché può darsi che ci siano degli obblighi “d’onore” verso un capetto locale, tant’è vero che la tradizione accenna persino al fatto che Olga era probabilmente nipote di Gostomysl, il supposto padre di Vadim l’Ardito.
Per quanto riguarda la ricerca di una sposa presso una delle corti, cazara o bizantina, qui devo dire che la scelta di Olga mi ha confermato la posizione “di rango inferiore” della mafia Rus’ presso entrambe le corti.
La tradizione inoltre ci dice che Olga era stata notata da Igor (e da Oleg) mentre erano in viaggio da Novgorod verso Kiev e si erano fatti traghettare da lei sul fiume Grande di Pleskov e, non riuscendola ad avere per una notte, Igor si era ripromesso di sposarla, ma …è un’interpretazione romantica ! E poi, sposarla dopo 20 anni dal primo incontro ? Forse la spiegazione è molto più prosaica. Noi sappiamo che nelle classi abbienti c’è la poligamia e quindi Igor è senz’altro già “sposato” con più di una donna e, magari, anche di stirpe slava. Il problema che si pone è di avere un figlio maschio e di stirpe variaga e, siccome le donne di Igor non glie ne hanno dato ancora uno, ecco la ricerca di una nuova sposa che, stranamente però, a Kiev non si trova ! E se non si trova, è anche logico: Non è perché forse i variaghi sono bande composte da soli maschi e che le donne bisogna cercarsele o in Svezia direttamente o presso le famiglie dei più pacifici K’lbiagi (gli sperticatori variaghi che vivono sulle coste) ?

Comunque il matrimonio ha successo: Olga gli dà un figlio maschio ! La stranezza è il fatto che l’unico figlio erede di Igor, Svjatoslav, nascerà verso il 940 d.C. e cioè ben dopo 28 anni di matrimonio ! Come mai Igor deve aspettare tanto a lungo per avere un figlio ? Perché non ripudia Olga e non sposa un’altra variaga ? E come mai Olga è così poco prolifica ? Le informazioni che noi abbiamo del tempo ci dicono che le donne avevano un’unica occupazione: quella di allevare bambini ! O questa attività o il ripudio …
Ci deve essere qualche errore nelle date a questo punto, se vogliamo considerare ancora attendibile il nostro monaco amanuense a questo riguardo ! E’ molto probabile che nelle trascrizioni delle date che usano l’alfabeto invece che i numeri arabi, ancora ignoti, una lettera sia stata scambiata per un’altra o si sia talmente alterata sulla pergamena da provocare una falsa lettura …

Una cosa mi ha irritato a questo punto. I nostri storici cominciano già da ora a chiamare Olga Igor etc. con i termini “principe” e “principessa” (knjazh, knjaginja e sim.) che, secondo me, non sono legittimi. Qui si tratta di capimafia e basta che non sanno nemmeno che significa amministrare persone e cose.
Per quel sappiamo dalle mafie odierne, possiamo dedurre, fatte le debite riserve per il tempo che separa il nostro secolo da quelli della Rus’ di Kiev, che l’organizzazione variaga fosse qualcosa di analogo a Cosa Nostra.
Secondo me, poiché queste società “a delinquere” si basano sui “patti di sangue”, sui fortissimi legami di parentela, omertà etc., ho perciò capito che, prima della grande svolta di Kiev, la mafia variaga di Novgorod mantenne la sua organizzazione, più a lungo che potè. La “cupola” era costituita dal capomafia con pochi altri stretti parenti, poi c’era la cerchia dei cointeressenti subordinati al servizio della cupola, poi tutto un gruppo di giovane manovalanza armata, la druzhìna, che si incaricava di menare le mani per mantenere l’ordine e che obbediva senza fiatare (pena la morte) agli ordini. Tutto questo a Kiev continuerà a funzionare per qualche tempo per poi sfasciarsi da sola.

I componenti della druzhìna sono chiamati muzhì ovvero maschi, uomini, e i ragazzi che li accompagnano o i pupilli più giovani, otroki o rampolli. E’ fatto obbligo ai muzhì di allenare gli otroki alle armi e fra questi ultimi, non ci sono più e soltanto Variaghi, ma anche i figli dei notabili slavi tenuti in ostaggio. E’ in questo modo che la mafia svedese si inquinerà di sangue slavo lontano dalla sua patria !
Sono convinto che la posizione della cleptocrazia variaga ancora in questi anni kieviani era puramente militare e cioè a Kiev rappresentava un nutrito gruppo di armati ben addestrati che seminavano il terrore al loro apparire nella città, ma che erano anche a disposizione dell’élite slava per i servizi di difesa dei convogli e per l’ordine repressivo. Quando i Variaghi, decisero di abitare qui stabilmente, per mantenere l’ordine mafioso fra di loro, ebbero bisogno di darsi anche una certa “immagine” per affermarsi. Non più, e non solo, la forza delle armi dovette essere usata, ma si cercò di acquisire un peso politico. Ma … chi sa fare politica fra questi pirati ?

Gli Slavi a Kiev più che in altri posti, erano persone non soltanto ricche, ma con un’altissima cultura (in parte sono già cristiani !) ed fu giocoforza per la mafia, non solo legarsi politicamente con questa parte della società, ma anche assimilare le loro usanze e i loro costumi e così i Variaghi, che sapevano finora maneggiare la spada e il remo con grandissima abilità, cominceranno a “volare alto”.

I Vichinghi, (v. L. Boyer) “… quei pragmatisti, quei realisti videro subito quali vantaggi avrebbero potuto trarre dalle nuove opzioni della loro società anche se esse avrebbero determinato una trasformazione radicale delle attività e del modo di vivere tradizionale. Il loro maggior rimpianto fu certamente …. quello di dover abbandonare la nave che aveva permesso loro di conquistare tutto il mondo conosciuto alla loro epoca, estendendone addirittura i confini.”

Ai primi tentativi con le loro cerimonie pagane scimmiotteranno quelle slave, poi accetteranno il panteon degli Slavi di Terra Russa al posto del loro, accetteranno la cosmogonia e l’interpretazione religiosa dei fenomeni naturali che danno gli Slavi, i loro riti della caccia, le credenze sulla vita e sulla morte … Insomma comincia seriamente l’ascesa verso l’assimilazione dei maschi variaghi nella società slava !
Mi sono posto ancora una domanda: Dalla druzhina poteva derivare un governo organizzato ? E una struttura di questo tipo poteva sostituire la più efficente democratico-oligarchica vece degli Slavi ? Una risposta, penso, si possa averla dagli avvenimenti che seguirono.
Dopo la morte di Oleg, probabilmente si seguì la prassi solita e la vecchia druzhina fu abbandonata a se stessa, mentre saliva in auge la nuova, quella di Igor.

Quest’ultima druzhina ormai è da anni che vive a Kiev e ha magari anche accolto nuovi accoliti di etnìa slava o comunque assimilati e quindi è sicuramente più propensa a far lega con l’èlite che governa la città. Un segno di sicuro avvicinamento si trova nella scelta del nome dato al figlio di Igor, un nome slavo: Svjatoslav (gloria del mondo o qualcosa di simile) ! E’ un passo necessario ? Probabilmente sì. Sicuramente è un passo importantissimo che serve ad allargare la base del consenso dei bojari slavi verso la mafia variaga. Novgorod è ormai persa all’influenza di Igor e non si deve perdere anche Kiev.

In città poi gli affari vanno sempre meglio. A causa della persecuzione iniziata già da qualche anno contro gli ebrei dall’Imperatore Romano Lecapeno, molti ebrei confluiscono a Kiev. Igor già dipendente dai mediatori radaniti per i suoi traffici, si impelaga tanto coi Cazari da diventare uno strumento della politica di costoro che, per vendetta alla persecuzione dei loro correligionari, lo convincono ad andare contro Bisanzio. Igor è sicuramente affascinato dal mondo greco, di cui ha sentito parlare, ma è soprattutto affascinato dal bottino che potrebbe ricavare da questo grande mercato e che da Kiev non è così lontano ! Nel 941 è sotto la città imperiale, ma il micidiale fuoco greco mette fuori giochi i suoi e Igor deve tornarsene con pochissimi dei suoi a Kiev, fortemente abbattuto dall’insuccesso e con una druzhina decimata !

Kiev permette la fondazione ufficiale del Kahal ebraico a Kiev nel 942 e nel 943, dopo una micidiale pestilenza a Kiev e dintorni, Igor si rimette in moto per assaltare Bisanzio con tante navi che, dice la tradizione, tutto il Mar dei Russi (come ormai viene chiamato in questi anni il Mar Nero del nord) sembrò coperto dai legni dei rus’. Da Cherson viene subito avvisato l’Imperatore che si affretta a proporre a Igor, ormai giunto al delta del Danubio, di accettare oro e stoffe e fermarsi. Igor non fa politica e la proposta lo alletta e, consigliatosi coi suoi, accetta e, allo stesso tempo, visto che ha con sé degli alleati peceneghi dei quali ora è bene sbarazzarsi, consiglia a questi di continuare la spedizione contro i Bulgari del Danubio e se ne torna Kiev, col suo malloppo.
Sappiamo che spesso si avventurerà sulle coste del Mar Nero, per saccheggiare i monasteri e le chiese dell’Asia Minore, come la ricchissima Paflagonia con la città di Amastrida che è frequentatissima da mercanti e genti di tutto il mondo e che già Variaghi come lui (Bravlin) tanti anni prima avevano saccheggiato.
Dopo altre vicende, in gran parte sfortunate, nell’anno 6453 (945 d.C.) “… disse la druzhina a Igor: Gli otroki di Sveneld si sono fatti armi e vestiti (nuovi) e noi siamo (invece) nudi … Sappiamo che a questo Sveneld, dal chiaro nome variago, sono stati affidati i Drevljani e la raccolta delle loro merci e che costui, benchè appartenente alla druzhina di Igor, non soffre di essergli soggetto e vorrebbe ritagliarsi un suo racket indipendente. Igor non può perdere di autorità e con un’azione di forza irrompe nel “feudo” affidato a Sveneld e razzia tutto quello che può nella capitale drevljana di Iskorosten’ in una furia rabbiosa. Sulla via del ritorno però, su istigazione del figlio di Sveneld, gli viene teso un agguato ed è ucciso !
La notizia della morte di Igor viene tenuta nascosta per un po’, forse per dare il tempo a Sveneld di prendere la situazione nelle mani …
La notizia della morte di Igor finalmente trapela, portata dagli scampati all’agguato, e viene data tutta la colpa ai Drevljani che, si dice, hanno teso l’agguato. Anche Sveneld è a Kiev e sa come sono andate le cose, visto che dell’agguato si è occupato proprio suo figlio, ma tace e, invece di prendersi il potere, magari impalmando la vedova Olga, lascia che questa sia nominata reggente. Come mai ? Spera forse che costei nell’esercitare la vendetta lontana da Kiev, cada anche lei in un agguato che Sveneld potrebbe preparare segretamente ? Forse la cerchia di Sveneld non è con lui ?

Le ipotesi non possono che essere due: O si è saputo che il figlio di Sveneld, Mstislav Ljut (costui ha due nomi: il primo slavo e il secondo variago e quindi è probabilmente figlio di uno matrimonio misto), aiutato dai Drevljani, ha teso l’agguato fatale a Igor, oppure Olga, usando la giovane età e la sua avvenenza, riesce a portare la druzhina del marito dalla sua parte. Non sarà stata una decisione semplice e facile. E’ probabile che il vecchio partito cristiano (di provenienza bulgara dal Danubio) che era stato legato ad Askold le abbia dato una mano, promettendole addirittura di mediare l’Imperatore di Bisanzio per legare Kiev a Bisanzio e liberarla dalla soggezione cazara e darle la possiibilità, nientemeno !, di far proclamare la stirpe di Igor, principi di Kiev, proprio come i Bulgari del Danubio !

In quegli stessi anni infatti, dopo un assedio a Costantinopoli e la pace successiva, il bulgaro Simeone detto il Grande, figlio di Boris, nell’agosto del 913, riceveva dal Patriarca di Santa Sofia la corona imperiale e diventava cesare (zar) basileus dei Bulgari, pari grado di Costantino VII Imperatore dei Romani ! Sicuramente questo avvenimento ebbe grandissima eco a Kiev e fece sognare Igor (e Oleg) e sua moglie Olga, che anche i variaghi potessero arrivare a tanto.

Rimane per ora il compito di vendicare la morte di Igor.
Chi lo farà ? Secondo le regole tocca al figlio, ma Svjatoslav è solo un bimbo di 3 o 4 anni … E allora ?
La vendetta la eseguirà la moglie di Igor, Olga, che per questo scopo viene nominata capomafia reggente, sostenuta dalla druzhina di Igor ! Probabilmente Sveneld appoggia questa decisione, pensando di liquidare la vedova e Svjatoslav come ha fatto con Igor, mandandoli fra i Drevljani …
Olga tuttavia ha successo, vendica Igor distruggendo la città di Iskorosten, capitale dei Drevljani, e deporta i figli del capo drevljano presso il suo palazzo a Vysc’gorod, a nord di Kiev.
Questa donna variaga, di grande intuizione e perspicacia, ha ormai compreso che Kiev può diventare un vero e proprio centro politico ed essere organizzato nel modo in cui si sono organizzati gli altri stati intorno, nel resto d’Europa, visto che l’economia “tira” e soprattutto che lei può assurgere al prestigio di principessa.

I problemi però incalzano e Olga deve risolverli rapidamente. Al primo posto c’è il rapporto con Novgorod. Il progetto della principessa variaga sarebbe di assoggettare Novgorod a Kiev senza mezzi termini, ma Kiev economicamente dipende dal nord e quindi non può permettersi di far la voce grossa con questo partner, pena la deviazione dei traffici su altre strade ancora libere e praticabili. Così si arriva d un compromesso, rimane il contributo annuale fissato a suo tempo da Oleg, ma viene concesso che negli spazi intorno al lago Ilmen, nell’antica regione appartenente personalmente alla mafia Rus’ (la zona intorno a Russa), Kiev abbia delle postazioni controllo diretto, fino al fiume Luga addirittura ! La nostra Olga sfrutta certamente le sue parentele qui a Pleskov e a Russa in modo da aggirare in qualche modo i novgorodesi, ma senza disturbar troppo i Krivici di Ragnvald a Polozk.

Un punto viene messo in evidenza: Quanto a diplomazie e politica estera, tutto sarà fatto da Kiev !
Olga sta pianificando una grande svolta, un grande progetto di trasformazione del suo potere: Da semplice e rozza cleptocrazia mafiosa, farà diventare Kiev uno stato di tipo moderno ! Le informazioni da lei raccolte la portano ad introdurre vari cambiamenti nell’amministrazione statale che possiamo delineare in breve. Lei e poi suo figlio non saranno più i capimafia, mercanti e razziatori, ma principi, padroni assoluto del territorio e di tutto quanto si trova su di esso, di vivo e di morto. Sarà il principe a concedere le ricchezze della sua terra alle persone che considera meritevoli (in pratica i suoi druzhinniki e i bojari a lei vicini), terrà i contatti con le nazioni vicine e difenderà i confini del territorio contro qualsiasi nemico, specialmente i nomadi, affinché i mercanti non abbiano a soffrirne e a lamentarsene. A Kiev il nuovo principe vivrà dei diritti di questi traffici e le spese per l’attività militare saranno coperte dal prelievo, stavolta giustificato, dai popoli intorno, che non solo cederanno un tributo in merce, ma anche un certo numero di giovani da portare nelle guerre contro i nomadi.

Rimane il problema della legittimazione internazionale del nuovo stato di Olga di Kiev e ciò compete solo all’Imperatore di Bisanzio. Infatti i cristiani che lei frequenta a Kiev gli hanno detto che, secondo la teoria vecchissima di secoli della corte bizantina, il potere viene tutto da Dio e il rappresentante del potere sul mondo è l’Imperatore e la sua chiesa e solo lui può concederlo ad altri, in nome di Cristo. Così è avvenuto per Simeone di Bulgaria, così è avvenuto per Carlomagno e così deve avvenire per Olga di Kiev e per suo figlio.
Sono tutti concetti difficili da assimilare per persone rozze e pagane come i Variaghi concentrati solo sul far soldi, ma è una scelta necessaria.
E Olga dà la svolta giusta alla cleptocrazia variaga !

Ho detto prima che la mafia variaga non poteva farcela da sola a mettere insieme uno stato nella Terra Russa, partendo da zero, e Olga capisce che per far questo è necessaria l’alleanza dell’élite slava di Kiev. Le manovre di Olga saranno d’ora in poi proprio indirizzate a questo scopo, nell’ambiente dei bojari kieviani. Trasformare il racket, alleare nel potere militare i kieviani più potenti e influenti e fondare uno stato con a capo lei e suo figlio e i loro discendenti.
Gli argomenti per fare tali passi ci sono:

• Sono aumentati i traffici verso i mercati esteri e c’è da far soldi a palate, basterà dare una spinta ulteriore alla “produzione”
• Il racket di Novgorod non paga più come prima e potrebbe causare solo disordine e discredito all’estero
• Mettiamo in angolo gli ultimi mafiosi riottosi e, con Slavi alla base e Variaghi al vertice, possiamo creare uno stato che sia riconosciuto da tutti gli imperi universali, in special modo da Bisanzio
• I Variaghi devono avvicinarsi agli Slavi ? Non ci sono problemi, lei ha già dato un nome slavo a suo figlio e rafforzerà il legame sposando Svjatoslav ad una slava, di nome Predslava, e l’alleanza è fatta !

Olga capisce altresì che è necessario entrare nella scena politica in Europa e così tenta l’avvicinamento anche con Ottone I, ma quando si accorge nel 945 che in quel momento storico Ottone è ancora una figura di secondo piano e che Bisanzio è la prima da coccolare, millantandosi regina di tutti i popoli dal Mar Nero al Mar Baltico, si reca ancora una volta da Costantino VII per riceverne il riconoscimento ufficiale.
Bisanzio però conosce bene la situazione delle Terre Russe e sa che questo stato potente che Olga chiama Rus’ è costituito in effetti soltanto da Kiev più qualche fortezza lungo le rive del Dnepr. L’unica concessione perciò sarà che Olga, riconfermata la sua adesione al Cristianesimo, sia riconosciuta Capopopolo dei Rus’ (arhontissa) e figlioccia dell’Imperatore. E’ un bel passo avanti, ma niente di più !
Le regole dettate dal sistema bizantino sono chiare: Bisogna diventare uno stato cristiano e qualsiasi altra organizzazione parastatale deve sparire. L’adesione all’ideologia religiosa deve essere totale e non solo con alcuni membri della sua druzhina, che del Cristianesimo hanno ormai fatto diventare parte della loro vita.

Purtroppo, malgrado i grandi progetti che Olga introduce: trasformazione della raccolta in tributi e corvées, controllo dei contadini, cercando di limitare la loro estrema mobilità attraverso villaggi di riferimento, giudici e arbitri stabili, presenza del potere di Kiev in tutto il territorio attraverso un sistema di comunicazioni “alla greca”, ritiro del principe dall’attività commerciale e introduzione di un nuovo concetto della proprietà terriera (per controllare meglio i bojari slavi), druzhina dedicata esclusivamente all’attività militare di difesa e di polizia e vece dedicata solo ai problemi locali; si trova davanti un’opposizione molto agguerrita da parte del racket variago. E l’opposizione è capeggiata proprio da suo figlio Svjatoslav, ultimo convinto capomafia !

 

20. Cala il sipario

Alla morte di Igor, come abbiamo visto, suo figlio Svjatoslav è ancora troppo piccolo per prendere il posto di capomafia e quindi dovrà seguire sua madre Olga nei suoi viaggi diplomatici o nelle spedizioni punitive, senza alcun ruolo politico evidente. Il suo primo viaggio sarà a Novgorod dove sua madre cercherà di rinnovare il legame con questa città e sottoporre i suoi territori all’influenza di Kiev. Olga otterrà questa volta qualcosa in più rispetto all’accordo fatto in passato con Oleg e cioè l’eventuale presenza a Novgorod di un rappresentante della cleptocrazia variaga di Kiev a certe condizioni e un’autorizzazione ad avere delle stazioni di posta per le comunicazioni col nord, solo fino alla riva meridionale del lago Ilmen.

Farà un primo viaggio con suo figlio a Costantinopoli per aver consigli alla corte imperiale su come si organizza uno stato vero e proprio. Qui incontrerà l’Imperatore e diventerà la sua amante. Rimarrà talmente affascinata dalla corte di Costantinopoli che, al ritorno a Kiev, sarà pienamente convinta che l’ambiente della mafia variaga non è più per lei e per suo figlio. Il secondo viaggio a Costantinopoli è il più famoso perché durerà circa un mese, in cui finalmente attraverso la millanteria ben orchestrata di Olga e le sue arti di seduzione (l’imperatore le proporrà addirittura di diventare sua sposa e imperatrice !), Kiev sarà riconosciuto come Stato dei Rus’, che … abbraccia tutta la Pianura Russa !

I progetti di Olga sono grandiosi e vanno nella direzione di trasformare il sistema mafia in uno stato ben organizzato, che Svjatoslav mai accetterà, pienamente appoggiato dai suoi “picciotti”.
Di Svjatoslav abbiamo una descrizione dallo stesso Leone Diacono (nel 971):

“Ecco qual era il suo aspetto: di statura media, né troppo alto, ne troppo basso; aveva sopracciglia spesse, occhi azzurri e naso all’insù; si radeva la barba, ma portava lunghi baffi cespugliosi. Aveva il capo rasato salvo un ciuffo di capelli da parte, segno della schiatta nobile a cui apparteneva. Il collo era grosso, le spalle larghe e tutta la persona assai prestante. Appariva cupo e selvaggio. Da un orecchio gli pendeva un anello d’oro ornato da due perle con in mezzo un rubino. Le sue bianche vesti si distinguevano per la maggiore pulizia da quelle dei suoi …”

La descrizione di come è abbigliato questo capomafia ci dice moltissimo sull’influenza cazara che la mafia variaga ha conservato, dopo tanti anni di frequentazioni intense con questo popolo, poiché è lo stesso abbigliamento dei notabili cazari (v. M. Artamonov).
Svjatoslav qui deve avere una trentina d’anni, essendo nato intorno al 940 d.C., dato che nel 945, dopo la morte di suo padre Igor, sappiamo che era insieme a sua madre all’assedio di Iskorosten’, bimbetto di 4-5 anni al massimo, ancora incapace di stare ritto in sella al suo cavallino e di tenere l’ascia da guerra in mano.
E’ stato addestrato militarmente da un parente strettissimo di Sveneld, Asmud (Asmund meglio) e, se non fosse ancora talmente piccolo, lo avrei sospettato di essersi liberato di suo padre con l’agguato, alleato del figlio di Sveneld, Mstislav Ljut.

Dalla moglie slava Svjatoslav ha due figli: Jaropolk e Oleg. Anche qui, nei due nomi dei figli, Jaropolk (schiera di Jaro dove Jaro è un dio slavo della luce o della primavera) e Oleg (scandinavo Helgi) si vede la politica a due direzioni, per tenere insieme Variaghi e Slavi.
Svjatoslav ebbe anche una tresca con la dispensiera di sua madre, Malùscia, figlia-ostaggio di Mal principe dei Drevljani che Olga aveva portato con sé dalla spedizione punitiva, e che da questa ebbe il terzo figlio Vladimiro, il cui nome si può accostare sia allo scandinavo Valdimar (Valdemaro), ma anche allo slavo principe di pace o padrone del mondo. Senza farla troppo lunga, possiamo dire che la “slavizzazione” della famiglia di Igor è evidentemente in piena attuazione !
Svjatoslav dunque, dopo aver partecipato passivamente alle manovre di sua madre a Bisanzio, non appena riesce ad imporsi, cerca di emanciparsi dalla volontà di lei, imbarcandosi nella sua prima campagna militare in grande stile !

E’ il 964 d.C. ! Svjatoslav cerca di assicurarsi l’appoggio logistico dei Vjatici ed infatti in un suo viaggio lungo l’Okà riesce a portare questi Slavi dalla parte di Kiev e non più di Novgorod. Ciò lo mette in urto coi Cazari che vedono una minaccia alla loro egemonia politica della zona. Svjatoslav allora, sicuro dell’appoggio dei Vjatici, continua la campagna fino a Bolghar e piegati i Bulgari del Volga continua lungo il fiume fino a Itil. Anche qui la sua banda, ormai ingrossata dai molti alleati e probabilmente aiutati anche dai rus’ al servizio dei Cazarisi, si impone. Lungo la riva del Caspi, ormai è necessario proseguire su questo itinerario per ritornare a Kiev, scompiglia Semender e arriva a Sarkel. La distrugge e vi lascia una parte dei suoi per il controllo del passaggio Don-Volga e in questo modo apre una via verso est. Adesso le merci di Novgorod dovranno passare prima da Kiev e poi aggirata la Crimea proseguire lungo il Don e il Volga.
Sembra che i Vjatici però non siano ancora sotto pieno controllo, perché l’anno seguente, appoggiato dai bojari kieviani, Svjatoslav ritorna sull’Okà.
Al suo ritorno a Kiev, i risultati raggiunti sono:

1. aver stabilito il “pizzo” dai Vjatici
2. aver liberato i traffici verso il sud del Mar Caspio e verso l’Asia Centrale, benché ai suoi tempi non fossero ormai di grande attrattiva
3. aver deviato definitivamente tutti i traffici di Novgorod verso Kiev in modo da avere questa città sotto suo completo controllo !

A Svjatoslav non interessano le conquiste in sé come consolidamento e come difesa di confini di uno stato. Al figlio di Olga continua ad interessare solo il bottino che porta via con sé e che rivende con profitto per poi spenderlo per articoli di lusso per sè !
Sulal via di ritorno a Kiev, alcune delle bande sue alleate non vogliono più seguirlo e preferiscono fermarsi nei posti conquistati, promettendo di mantenere sotto controllo la logistica dei commerci kieviani ! A prova di ciò c’è la nascita in quegli anni del nuovo centro rus’ di Tmutorokan presa ai Cazari, gli scontri dei rus’ con la Coresmia riportati da al-Muqaddasi per gli anni successivi alla campgana di Svjatoslav.
Ripeto, per questo variago quel che importa è il denaro e basta ! D’altronde non ha un esercito ordinato, né uomini armati a sufficienza per poter costituire avamposti militari consistenti, ma solo bande che è riuscito a condurre in campagna militare finchè c’è stato bottino da spartire …

Svjatoslav è stato educato alla sua ideologia cleptocratica e non ha alcuna intenzione di abbandonare il vecchio modo di fare, anzi ! In in una cosa, secondo me, fallisce Olga, sua madre, quando potrà imporre la sua volontà: Nel far capire a suo figlio che non è più tempo di agire da volgare capobanda come suo padre, ma di diventare un governante di una nazione ricca e potente ! Ci sarà quindi un continuo contrasto fra lui e sua madre che durerà finchè Olga non morirà.
Secondo me, Svjatoslav non ha il concetto di stato con un proprio territorio e un principe che lo amministra, come l’ha sua madre, e mi sembra che sentisse le sue radici altrove, fuori della Terra Russa, nella patria svedese, non riconoscendo a Kiev alcuna particolare preferenza o ruolo.
La vittoria di Svjatoslav sui Cazari comunque mette in apprensione Bisanzio che vede ora il pericolo rus’ imminente su Cherson e sul Mar d’Azov e così viene deciso di mandare a Svjatoslav un’ambasceria con proposte di pace ... e con tanti soldi.

Svjatoslav incontra e fa amicizia con Kalokir che è l’esperto che Bisanzio ha inviato a Kiev per l’accordo. Costui è di Cherson lui stesso ed è stato elevato al rango di patrizio proprio per la missione presso i Rus’. L’incarico dato dall’Imperatore Niceforo Foca è chiaro: Dare oro ai rus’ (gli sono stati affidati ben 15 kentenaroi di oro), convincere Svjatoslav a rivolgere le sue forze verso il Danubio, contro la Bulgaria. Se tutto riuscirà l’Imperatore è pronto a dargli ancora altri tesori dalla cassa propria !
E’ il 965 d.C. !
Difatti a Bisanzio non c’era solo apprensione per Cherson, ma anche la paura della minaccia dei Bulgari danubiani quando nell’autunno del 965 erano giunti a Costantinopoli gli ambasciatori bulgari con la pretesa di riscuotere il tributo di Bisanzio fissato anni prima ed erano stati cacciati in malo modo dalla corte imperiale. C’era stata una campagna bizantina punitiva fra le montagne subito dopo, ma la caduta della Cazaria aveva distratto ulteriori operazioni. Di qui la frettolosa ambasciata a Kiev di Kalokir.
In effetti il progetto di stabilirsi nel Danubio, Svjatoslav lo sta accarezzando da tempo e non è Kalokir a muoverlo verso la Bulgaria, come difatti farà nel 968.

Nell’accordo fatto con Kalokir l’interesse maggiore di Svjatoslav, che Bisanzio appoggia, è di avere libero accesso al Danubio perché per questa “via” d’acqua passa il commercio con l’Impero Ottoniano e quello proveniente dal Mar dei Variaghi e da Polozk (ad esempio l’ambra del baltico viaggia proprio lungo i fiumi del bacino danubiano !) e Svjatoslav ha interesse a rafforzare la posizione della cosiddetta Isola Russa sul delta del Danubio, proprio per poter controllare questi flussi, diretti vero i mercati del sud.
Penso che aveva ben capito la funzione doganale dell’Isola Russa e i guadagni che se ne potevano ricavare sulle merci che passavano in territorio controllato da lui !

Abbiamo visto che i convogli commerciali che si dirigono verso Bisanzio costituiscono un cospicuo traffico fra Kiev e il Mediterraneo e che questi si muovono sia via mare, costeggiando l’attuale costa rumena e bulgara fino al Bosforo, sia via terra lungo le coste sabbiose della steppa. Anzi il più delle volte i convogli sono accoppiati perché alcune merci sono più convenienti, se trasportate via terra. Per proteggere questi traffici terrestri i rus’ ebbero quindi bisogno di avere degli avamposti lungo la costa, non potendo mandare ogni volta armigeri di protezione che costituivano solo un carico passivo ! Infatti da sempre la costa settentrionale del Mar Nero, era teatro di agguati e di rapine da parte dei nomadi che non lasciavano passare intatto nessun convoglio davanti ai loro occhi.
Tuttavia la foce del Danubio è un grande delta che con le ramificazioni della corrente forma appunto tante isole. Qui i convogli trovano ricetto e riposo lungo la strada per andare via mare a Costantinopoli e in questa zona infatti si trovavano città che erano da tempo governate da Kiev proprio allo scopo di proteggere e di rifornire i convogli. In quest’area i nomadi non si fermano, la loro meta è sempre la ricerca di ampi pascoli e non le paludi e perciò la meta ultima rimane la Pannonia o al limite, come avevano fatto gli Unni secoli prima, l’Europa Centrale o la Pianura Padana.

Questa isola è detta russa perché al tempo delle migrazioni slave verso nordest era rimasta in mano agli Anti. Successivamente con la crescita di Kiev e la necessità di avere dei porti sotto controllo sul Delta del Danubio, vi si erano costruite città e porti. Anzi una di queste, Kievez, si diceva fosse il luogo dove Kii, il leggendario fondatore di Kiev, era sepolto.
Oleg e Igor avevano cercato di ricattare questi Ulici e questi Tiverzi per poterli usare per la raccolta dei dazi, ma questi si erano ribellati perché avrebbero voluto tenere tutto per loro e così Igor aveva inviato Sveneld per metter le cose a posto. Costui li aveva battuti e aveva distrutto la loro capitale, Peresecen’, e costretti a muoversi oltre verso il Danubio.
Ora, dopo qualche anno ecco che si ripresentava il figlio di Igor a pretendere di comandare nella loro terra ! Svjatoslav però non demorde e riesce così nel 967 a conquistare circa 80 città e, scelta Piccola Preslav come suo centro di comando, vi si installa stabilmente, abbandonando Kiev a sua madre e ai suoi amici “slavofili” e “filocristiani”.
Sarà la sua residenza fino alla morte, salvo qualche rientro a Kiev.

L’Isola Russa non è soltanto un insieme di città, ma è anche foresta, posti per pescare grossi pesci che non si trovano in altri fiumi ed è l’ultima tappa di chi viene dal nord via terra o la prima di chi va verso il nord e, a sua madre che l’accusa di aver abbandonato Kiev (CTP, Anno 6477 o 969 d.C.), Svjatoslav dirà:

“Non mi piace stare a Kiev, voglio abitare a Piccola Preslav sul Danubio. Là è il centro della terra di mia proprietà. Là confluisce tutto il ben di Dio. Dalla Grecia oro, tessuti, vini, frutti varii, dalla Cechia e dall’Ungheria argento e cavalli, dalla Rus’ pellice e cera, miele e schiavi.”

Sono le parole di colui che ha capito dove far affari di rapina senza implicazioni politiche, come sta avvenendo a Kiev, che lui non riesce a controllare. Insiediandosi a Piccola Preslav il capomafia Svjatoslav in pratica “esce” dalla storia russa delle origini, perché l’Isola Russa malgrado la sua attività d’altronde breve (964 – 971), alla fine non resterà a far parte delle Terre Russe e sparirà nelle paludi del Danubio insieme al sogno dell’ultimo capo rus’.
Per farla breve Svjatoslav si allea con i Peceneghi e coi Magiari, anch’essi ancora non stabilmente insediatisi nella Pannonia, e insieme attaccano la Bulgaria Danubiana (968) con il grande progetto segreto di diventare lui, da solo, il padrone di tutta la Bulgaria. Chissà !

Riesce a giungere fin sotto la capitale bulgara, ad eliminare gran parte della nobiltà, a catturare due figli dello zar bulgaro e a preparare attacchi dai monti alle terre di Bisanzio. Il nuovo imperatore Giovanni Zimisce temendo la minaccia dei rus’ invia un’ambasciata con ricchi doni, ma anche intimandogli di abbandonare l’Isola Russa.
Svjatoslav non può che rispondere a suo modo, come la CTP riporta: “Ricompratevi da me tutte le città che ho preso, ricompratevi i prigionieri, pagate con l’oro il mio abbandono della Bulgaria, e io me ne vado. Se non pagate io continuo la guerra !”
Da Kiev però nel 969 gli arriva notizia che mentre lui era assente i Peceneghi hanno attaccato la città e i suoi congiunti e che quindi urge il suo intervento. Svjatoslav, lasciando alcuni dei suoi a Piccola Preslav, si reca subito a Kiev dove rimane fino alla morte della madre (luglio 969).
Le guerre fra Bisanzio e Svjatoslav comunque continuano con alterni risultati, per qualche anno: Adrianopoli nel 970, Dorostol nel 971.
Proprio in questa battaglia le sorti s’invertono. Al principio i bizantini vengono respinti, ma cambia il vento e, racconta la tradizione, stavolta il ventò soffiò portando con sé una finissima sabbia che accecò i rus’. A questo punto l’imperatore in persona, con la cavalleria riesce a liberare Dorostol e a mettere i rus’ in fuga. Entrambe le parti in lotta sono allo stremo, ma Bisanzio riesce ad imporre la pace a Svjatoslav che, rimasto ormai con pochissimi “picciotti”, deve promettere di abbandonare quelle terre per sempre.

Si tratta ora di tornare verso Kiev, dopo aver liberato Piccola Preslav delle cose proprie.
Mentre si sta concludendo proprio quest’ultima tragedia per la mafia rus’ sul Danubio, qualcuno (spie bizantine) va a dire ai Peceneghi che si trovano sulla riva sinistra del Delta danubiano, che gli uomini lasciati da Svjatoslav a Piccola Preslav sono talmente pochi e che il bottino col quale Svjatoslav sta tornando è talmente cospicuo, che sarà un gioco da ragazzi batterlo e prendersi tutte quelle ricchezze e, in più, saccheggiare tutte le città dell’Isola Russa.
Svjatoslav non ha più forze per controbattere e fugge verso nord ed è già alle prime cateratte del Dnepr, sul fiume Kajal, quando i Peceneghi, suoi antichi alleati, lo attaccano. Viene battuto e ucciso.

E’ il 971 e l’ultimo capomafia rus’ è morto ! Di lui resterà solo il cranio che, dopo esser stato dorato, il capo vincitore dei nomadi peceneghi, Kuria, userà come coppa per bere …
E’ l’inizio della fine del sistema mafioso variago imposto alla Terra Russa …

Che ne è dei suoi ? I suoi sono già a Kiev. Sveneld e Asmud hanno passato i Carpazi seguendo un’altra strada e evitando i Peceneghi ! I figli Jaropolk e Oleg stanno già pensando di seguire le direttive della loro madre e cambiare tutto a Kiev, diventando veri principi e abbandonando la pirateria diretta e cacciando da Kiev il fratellastro Vladimiro.
Sappiamo anche che Svjatoslav aveva un fratello minore di nome Gleb o Uleb (corrispondente all’odierno nome scandinavo Olaf), ma le notizie su quest’ultimo personaggio sono talmente frammentarie che certamente non serve alla nostra storia ...

 

21. I nuovi rus’: un’altra mafia ?

A questo punto val la pena cercare di vedere meglio come l’elemento mafioso variago s’insinua nell’ordine primitivo slavo del villaggio, più tollerante e più patriarcale, aperto verso l’esterno, ma più tradizionalista, e quale apporto poi dà a tutto il sistema l’elemento culturale della steppa, anche questo patriarcale, con un legame famigliare fortissimo e una gran curiosità per la novità e la sperimentazione.

Attenzione però ! Mi sono subito accorto che questo incontro di elementi e di atteggiamenti provenienti da diverse culture al principio si limitò solo ad imitazioni reciproche. L’élite slava, con le ricchezze che si accorse di avere intorno a sé, cercò di diventare più ardita e più spietata, avida di denaro e di ricchezza come i Variaghi, mentre la mafia variaga, incapace di riprodurre se stessa, indietreggiò davanti alla cultura superiore slava, e scomparve. I nomadi delle steppe infine si accorsero nel nuovo stato russo, della sua ricerca di stabilità, ma molti di loro, invece di confluire nella Rus’ di Kiev, preferirono proseguire oltre, in altri luoghi più a Occidente (almeno nel periodo da noi contemplato).

Il processo di trasformazione naturalmente è lentissimo e solo all’inizio e la Rus’ di Kiev, benché rispecchi un progetto statale di unificazione della famiglia di città russe con a capo Kiev, alla fine del X sec. è in pratica ancora ridotta a questa sola città, con stretti legami commerciali con Novgorod e Polozk etc., ma senza vincoli di sudditanza per nessuna di queste città.
Dato che la maggior parte dei Balti si sono ormai ritirati nel loro nord o insieme ai finni stanno per essere completamente assimilati dalla cultura slava, quando la mafia variaga si scioglie, perchè non ci sarà un nuovo “padrino” capace di imporre il solito ordine di una nuova cupola, tutta la Terra Russa comincia a credere nella “modernità” della Rus’ di Kiev, e ad accettare il nuovo ordine statale di tipo bizantino.

E’ significativo che grandi “spedizioni punitive” da Kiev verso altri territori della Terra Russa come ai tempi di Oleg o di Igor o di Svjatoslav non ce ne saranno più fino a circa il 1100 d.C.
Tutte le guerre e guerricciole, quando ci saranno, saranno solo rese di conti fra gruppi non ancora rassegnati di Variaghi, ormai isolati e “fuori moda” !
Dunque Kiev non diventa subito la capitale del nuovo stato rus’, come ci si dovrebbe aspettare dopo la morte di Svjastoslav, né vi regna l’accordo.
La città in realtà diventa una specie di Isola della Tortuga, la famosa isola-stato dei pirati caraibici autonoma e anarchica, dominata solo dall’insanguinato codice dell’onore pirata delle fazioni legate ai figli di Svjatoslav: Jaropolk Oleg e Vladimiro ! E ciò durerà fino alla presa del potere da parte di quest’ultimo (dopo aver ucciso tutti i suoi possibili rivali: fratelli e cognati, mogli e amici) e la sua decisione di prendere il Cristianesimo bizantino.

Il mondo contadino, lontano dal gorod, parteciperà agli avvenimenti con una gran diffidenza iniziale per il timore di esser privati delle proprie libertà e solo sullo sfondo degli avvenimenti e continuerà la sua vita nel villaggio, come sempre legato alla terra e alla condizione dell’ambiente.
Tuttavia, anche se la mobilità della gente è minimissima e viaggiare costa grandissima fatica, il contadino della Terra Russa non vive in un altro pianeta e viene a contatto con le nuove istanze del nuovo ordine kieviano, quando partecipa attivamente (e a volte col proprio sangue) agli avvenimenti della città siano essi grandi feste, chiamate alle armi o gli eventi più comuni come le frequentissime giornate di mercato o quando il “signore variago” viene fuori dal gorod per la battuta di caccia o per raccogliere il “pizzo” che ora si chiamerà ”tributo per la difesa” !

Siccome poi, durante la stagione invernale intorno alla grande stufa dell’izbà, fiorisce da sempre la civiltà del parlare, tutti raccontano quel che hanno visto e sentito dire da altri al mercato della città e tutti ascoltano con grandissima attenzione …
E allora, mi sono domandato, come può nascere un popolo russo solo dai fermenti della città, in particolare di Kiev, o dalle favole raccontate vicino al fuoco ?

In verità, al di là dei progetti “anti-russi” di Svjatoslav, le riforme iniziate da sua madre Helga-Olga hanno continuato ad andare avanti, supportate dall’élite slava alleata con i cristiani locali, e hanno cominciato ad insinuarsi, irradiate dalle stazioni di posta create dalla grande variaga fin sotto il lago Ilmen. Da queste stazioni (pogosty) si propaga il cristianesimo, l’idea del principe buono e paterno, ma anche la paura del suo potere, le novità provenienti dalle terre lontane etc. Per questi motivi il pogost crescerà fino a diventare una vera e propria città, ma … stavolta “fatta” dai contadini e per i contadini.
Sarà dal pogost, trasformato in posto di guardia (ostrog) che si conquisterà la Siberia secoli dopo …

Torniamo però un momento alla società slava del X sec.. Alle origini è una democrazia oligarchica, ma tipica, e della quale il mondo slavo è gelosissimo (ce lo dicono le fonti bizantine). Addirittura nelle parole dello storico tedesco J. Hermann:

“… la nobiltà locale aveva così saldamente organizzato la sua dominanza sulle basi patriarcali che non poteva essere temuto alcun pericolo né dall’interno né dal basso. Le contraddizioni sociali erano ormai istituzionalizzate e la loro esistenza non era stata ormai più messa in discussione dagli strati inferiori.”

In questo tipo di società un’organizzazione di mafia come quella variaga, certamente poteva fare pochissima breccia. Le lotte nella società contadina furono rarissimamente lotte per il potere locale, perché questo è già fissato dalle consuetudini antichissime portate già con l’immigrazione dal di là dei Carpazi, ma sorgono perché esistono sempre degli uomini avidi che tendono a centralizzare o a estremizzare il potere. Le lotte nella campagna sboccano in varie soluzioni, ma mai in uno stato, come era inteso nell’ideologia bizantina o nell’Occidente Cristiano X sec., perchè il villaggio stesso è lo stato contadino, che si amministra da sé e non accetta intrusioni !
Siccome la città dipende al 100 % dalle derrate alimentari, che vengono solo dalla campagna, è anche logico che il sistema di sfruttamento mafioso debba venire a patti con essa. E’ anche logico che, la minoranza variaga arroccata nel suo gorod, quasi un corpo estraneo nel resto della comunità che intorno va crescendo, dovette accettare questa “dipendenza per la vita”, se voleva insediarsi stabilmente e ciò la portò all’integrazione.
I Variaghi continueranno a vivere ancora per un po’ in un quartiere del tutto separato a Kiev, anzi avranno il loro centro in una cittadina fuori di Kiev, a Vysc’gorod, ma non riusciranno più ad instaurare lo stesso ordine terroristico che Rjurik aveva imposto nella zona selvaggia dove nacque Novgorod. Capiscono di dover far posto a nuove relazioni sociali e politiche con l’ambiente slavo kieviano.
Il deserto umano al nord, che c’è intorno a Novgorod o a Ladoga, era facilmente controllabile, ma, qui a Kiev non è lo stesso !
Fuori delle mura qui, c’è un mondo denso di popolo: ci sono villaggi uno dopo l’altro, nomadi pericolosissimi che circolano intensamente alla foce del Bug e del Dnepr, c’è il mondo bizantino etc.


22. Il codice d’onore

Sappiamo che, sia nella società vichinga sia in quella slava, l’istanza decisionale massima della comunità era l’assemblea dei “liberi” che discuteva i problemi e prendeva le decisioni valide per tutti. In Scandinavia era chiamata thing e a Novgorod vece (secondo M. Vasmer la vece come assemblea dei liberi viene nominata per la prima volta proprio in questa città), rimanendo più o meno equivalenti. Sappiamo anche che il potere esecutivo a Novgorod era affidato al capocittà o posadnik e al generalissimo o tysjazkii e non risulta che tali istituti funzionassero allo stesso modo o esistessero anche a Kiev.
Nelle società di mafia (o comunque in qualsiasi altra impresa, anche legale) al contrario, la riunione degli intimi, degli “amici”, è stata sempre l’istanza più importante di decisione e così non poteva che essere nella mafia variaga.

La riunione era tenuta in privato, lontano dagli sguardi indiscreti, e possiamo immaginarla come un parlamentino presieduto dal padrino-capomafia che discute e prende le decisioni, sempre però rispettando gerarchie e codice d’onore che lega tutte queste persone (sono tutti vaeringar, in norreno, o, come dice la Gutasaga, compagni di gozzoviglia cioè che “cuociono” insieme, suthnautar, v. Ranke e Hoffmann) ! Di questo tipo di assemblea sappiamo pochissimo o addirittura nulla, se si eccettua qualche notizia di riunioni, fatte però secoli più tardi quando l’organizzazione mafiosa variaga era ormai dimenticata. Doveva essere quella che poi fu chiamata duma in russo, ma di più non si può dire.

Le assemblee (di villaggio o altre) deliberavano su questioni minori e personali, come il giudizio sulle liti, sui delitti capitali, sui furti etc. e quindi l’insinuarsi della mafia variaga in queste questioni, porta gli stessi capetti a dover dare giudizi sulle cose di tutti i giorni, per mantenere l’ordine e il potere.
Traccia delle regole in vigore per regolare queste faccende sono rimaste: E’ la Pravda Rus’ka, la prima raccolta di leggi iniziata da Jaroslav il Saggio ! In verità non ho trovato qui alcunché che potesse darmi una conferma su un tipo di rapporti interpersonali di aspetto mafioso, evidentemente perché questo codice posteriore era solo di guida per il giudice nelle liti che esorbitavano dalle consuetudini e non era ancora un corpus legislativo per tutti i casi possibili in uno stato che tuttora non era unitario o politicamente omogeneo. Secondo me, la Pravda Rus’ka fu copiata pari pari da qualche testo dell’area scandinava, fu sfrondato di tutte le questioni che venivano risolte nei villaggi tramite le proprie leggi e ci si limitò ad adire il principe solo nelle liti sulla proprietà e sulla protezione della proprietà dei mercanti.
Penso che forse, se avessi avuto dei testi di confronto col vecchio diritto vichingo, avrei potuto capire meglio alcune regole fissate nella Pravda Rus’ka, purtroppo i riferimenti più antichi a queste leggi risalgono a Saxo Gramaticus del 1200 e alle varie saghe islandesi.
Tuttavia è utile capire la trasformazione che è avvenuta a Kiev dopo mezzo secolo di sparizione della mafia variaga. Vediamo perciò alcuni usi tipici che, trasformati in leggi, si conservarono per tanto tempo … nell’ambito dei rjurikidi !

La riunione dei notabili (sjéim in russo) è sempre fatta banchettando (pir) e tutto viene sancito con la bevuta finale, come ancora oggi, d’altronde !
A nessuno è permesso disobbedire agli ordini del capo, pena la morte !
Non sono permessi litigi con ricorso alle armi, ma in caso di omicidio, il colpevole che è ricorso illegittimamente alle armi è immediatamente giustiziato ! Misura logica per il controllo della circolazione delle armi …
E’ proibito rubare la parte di bottino dell’altro o altra proprietà di un membro della società e il furto è considerato un’offesa a chi lo subisce e quindi il ladro (vor), se sorpreso sul fatto, può essere ucciso senza conseguenze. Anche questa misura è opportuna per un delitto che accade, diciamo, durante lo spostamento di un convoglio così che la lite termina nettamente senza disturbo ulteriore.
E’ fissata una gerarchia che deve essere rispettata, specialmente dagli inferiori, basata principalmente sull’anzianità (stàrscina in russo).
E’ confermata la vendetta di sangue con l’obbligo del parente che rimane vivo di esercitare questo diritto, anche se viene ammesso che si possa pagare per scongiurare successivi delitti concatenati.
La prova del ferro arroventato, per provare la colpevolezza, è ben descritta e l’escussione dei testimoni che varia a seconda del caso nel numero e nel rango è obbligatoria.
Punizioni corporali con mutilazioni (taglio del naso, accecamento, taglio della mano etc.) invece non sono ammesse.
Si rileva la funzione dei thegnar (in russo tìuny) che sono considerati di condizione servile e legati al loro padrone indissolubilmente (sono i “picciotti”) e degli otroki ovvero delle “guardie del corpo” o “manovali”della violenza.
E infine si conserva una distinzione almeno formale (siamo nel sec. XI) fra Variaghi e Slavi, che, secondo me, sancisce il tirarsi fuori definitivo del principe dall’ordine mafioso variago …

N. Karamzin vede in queste leggi una base di diritto “germanico” e qualche richiamo ai costumi danesi o norvegesi ed evidenzia il fatto che a Novgorod comunque vigevano altre regole, in cui l’esercizio della giustizia era affidato all’anziano del “cantone” della città in cui era avvenuto il delitto, ribadendo la natura policentrica della città stessa, che, come ho detto prima, era un mosaico di gente diversa sotto il dominio dei bojari slavi e con la protezione della mafia variaga, finchè questa durò.
Ho fatto mie anche altre osservazioni del grande studioso russo e cioè che la parola d’onore è sacra e infrangerla significa una condanna a morte, che punizioni corporali, se non la morte, non sono ammesse e che i delitti sessuali sono praticamente ignorati.

In più la prigione viene sostituita quasi sempre dalla schiavizzazione a vita o per tempi determinati, perché un uomo vivo è ancora sfruttabile come forza-lavoro che non in prigione senza far niente. Inoltre ogni uomo vivo è proprietà del principe e la sua uccisione deve essere “rimborsata” al principe che ha perso con l’omicidio la possibilità di utilizzarlo (è la cosiddetta vira o guidrigildo pagata o dall’uccisore o dalla sua famiglia).

E’ bene dire che il mio uso dei termini “mafiosi” nel testo non ha nulla di spregiativo, in quanto la società del tempo era tale, prestatale, per chi ama il concetto di stato come qualcosa di idealistico, e selvaggia, per chi ama un termine un po’ più crudo. I capi avevano il loro rango in base alla loro forza e i soggetti dovevano o subire o fuggire, inoltre, non circolando denaro, la giustizia era molto sommaria e affidata molto all’arbitrio di un qualsiasi giudice, per l’apprezzamento del valore di un delitto …
Una cosa che non ho trovato sancito nella Pravda Rus’ka è il sistema (e le regole) del passaggio di potere alla morte del capomafia. Evidentemente esso non fu istituzionalizzato, perché non fu mai molto chiaro neanche al vertice variago quando questo vertice diventò un casato principesco. Se esso fosse stato confacente con il sistema ereditario bizantino in cui il potere teoricamente passava da padre in figlio, avrebbe consolidato il potere nelle mani di pochissime persone. In realtà l’ordine vigente nella druzhina di Rjurik, fu il sistema dell’anzianità, ancora oggi in vigore nelle mafie internazionali, e comunque basato sulla forza del padrino !

La cupola che comanda è un gruppo limitato di amici (con legami di parentela oppure no), di cui uno è il capo assoluto riconosciuto. Alla morte di questi, prende il suo posto il più anziano della cupola e non il figlio del defunto ! E questo era lo stesso sistema che vigeva nella cupola variaga di Rjurik !
Le terre russe, in teoria considerate come l’insieme delle zone che il racket variago sfruttava e controllava, venivano perciò spartite fra i diversi componenti della druzhina, che in origine era formata da coetanei scapoli. Alla morte del capo, il potere logicamente passava nelle mani del più anziano ancora vivo e le zone venivano ridistribuite in base alla loro importanza o dall’arbitrio del nuovo capo, fra i superstiti della druzhina.
Questo modo di fare fu una delle cause delle continue lotte (secolari) fra i principi russi alla morte del più anziano di loro, chiamato Gran Principe, perché si accavallava col diritto ereditario dei figli del defunto, più vicino al nuovo ordine bizantino, ma mai completamente assimilato ed accettato, fino all’ascesa di Mosca.
Teoricamente nessun principe aveva il diritto di occupare lo stesso territorio per tutta la vita e l’unica eredità che poteva trasmettere, senza litigare con nessuno dei parenti, era la ricchezza personale e basta ! Quando questa ricchezza personale si trasformò in proprietà terriera con tutto quello di vivente (compresi gli uomini) che c’era su di essa (vòtcina), lo stato russo diventò finalmente assolutistico e unitario.


23. Per chiudere

Alla fine di questa ricerca sono quasi sicuro di poter dire che la storia delle origini della Rus’ di Kiev possa essere riscritta così:

• Intorno al VI-VII sec. d.C. la Pianura Russa è abitata al nord principalmente dai Balti, mentre al sud continuano a sussistere resti dei Goti e di altri popoli associati con questi
• Gli Slavi che premono nei Balcani sull’Impero Bizantino vengono in parte assorbiti nell’Impero, ma gli altri vengono spinti al di là dei Carpazi verso nordest dove cominciano a popolare la Pianura Russa e a ricacciare verso nord i Balti autoctoni
• Gli Scandinavi: Danesi, Norvegesi e Svedesi, attratti dalle ricchezze del sud dell’Europa cercano una strada verso il Mediterraneo e in particolare i Norvegesi si spostano verso le coste più vicine e cioè Inghilterra e Francia, i Danesi, meno numerosi e più prudenti si spostano molto di meno e gli Svedesi concentrano le loro attenzioni sul Mar Baltico
• Le tribù finniche spinte dai movimenti della steppa meridionale si muovono verso nordovest e in parte verso sud dal centro d’irradiazione che sembra essere più o meno l’alto corso del Volga
• A questo punto nella Pianura Russa abbiamo una massiccia immigrazione slava da ovest, una minore finnica dal nordest e una migrazione in maggioranza turca di passaggio dalla steppa ucraina, mentre i Vichinghi svedesi visitano con sempre più frequenza le coste del Baltico in piccolissimi contingenti
• Scoperta e definita finalmente l’importanza della Pianura Russa come centro di raccolta di merci d’alto prezzo (soprattutto gli schiavi), i Vichinghi Svedesi o Variaghi cominciano una sistematica azione di rapina stagionale nella zona dei Grandi Laghi del Nord, ma senza alcun ordine particolare e solo nella bella stagione (aprile-ottobre)
• Sempre più bande svedesi sono attratte da questo commercio di rapina e ciò provoca la predominanza di una band su tutte le altre con la formazione di un racket monopolistico nella zona dei Grandi Laghi, così che chi vuol partecipare a questo commercio deve chiedere l’autorizzazione alla mafia variaga prima di intraprendere un viaggio per la Pianura Russa
• I tragitti verso sud sono principalmente due: uno via Bolgar lungo il Volga e l’altro via Kiev, entrambi controllati dai Cazari
• Per transitare lungo questi itinerari bisogna dichiarare di far parte della mafia dei Grandi Laghi alla quale, chissà perché, viene attribuito il nome di Rus’ (analogamente a Cosa Nostra, Sacra Corona Unita o altre)
• La raccolta delle merci non pone grandi problemi al principio, poichè con le armi si riesce abbastanza bene e a buon mercato, ma quando viene raggiunto il limite di sfruttamento delle popolazioni locali c’è un tentativo di alleanza con la mafia slavena locale al nord. I tentativi con vari tafferugli e rese di conti sfociano nella ricacciata del racket variago dalla zona dei Grandi Laghi
• Purtroppo gli Slaveni da soli non riescono a gestire il lucroso commercio che già è aumentato e devono di nuovo ricorrere ai Variaghi che ritornano nella zona, instaurando stavolta un racket ancora più duro, con il capomafia Rjurik (IX sec.)
• Alla morte di Rjurik si giunge ancora una volta al limite di sopportazione e Oleg, suo vice, e Igor, suo figlio, devono trasferirsi a Kiev dove ingannando la buona fede di due altri “picciotti” di Rjurik, Askold e Dir, riescono a insediarsi quali nuovi capi della comunità variaga di questa città
• Le cose però stanno cambiando in seno all’organizzazione mafiosa variaga e qualcuno comincia già a pensare di venir fuori dall’esercizio della pirateria e a cominciare a pensare di diventare uno stimato e benedetto signore di questa grande e bella città che è Kiev del X sec.
• Oleg convince Igor a sposare una variaga, ma non una figlia di “quelli delle bande”, ma nata qui dai variaghi che sono residenti nel nord da anni e che non fanno parte del racket di Rjurik, la bella Olga.
• Costei comincia ad introdurre fra i Variaghi della druzhina del marito le prime idee di avvicinamento agli Slavi e come esempio di buona volontà verso la comunità slava di Kiev fa dare un nome slavo al figlio avuto da Igor
• Igor viene ucciso in un giro di rapine per una vecchia vendetta e il figlio avuto da Olga, Svjatoslav, non riesce a prendere il controllo della cupola mafiosa perché troppo piccolo d’età. E’ Olga che, con grande scandalo della vecchia mafia, prende le redini in mano della situazione
• Olga però non vuole sottostare alle vecchie regole e cerca di creare uno stato tutto per lei, per il momento, e poi per suo figlio, al tempo giusto, staccato dalla mafia variaga e cerca di imitare gli stati nati nei grandi domini europei
• Suo figlio però è troppo legato e condizionato dal vecchio ordine mafioso e, non appena sua madre muore, mette immediatamente mano ad un progetto di allargamento degli affari specialmente con Costantinopoli
• Per sua sfortuna Svjatoslav viene ucciso dai Peceneghi (971 d.C.) e la mafia variaga scompare.

Dunque, eliminato l’ultimo capomafia – Svjatoslav - e ormai chiara la fusione fra Slavi e Variaghi, la Rus’ di Kiev si avvia a diventare stato con la mediazione di Costantinopoli e dell’ideologia cristiana.
Da quel momento in poi, i discendenti della “mafia dell’acqua”, ormai sangue-misto con gli Slavi, si trasformeranno in ... PRINCIPI RUSSI
... che conserveranno l’antichissima sete di arricchirsi della cupola variaga fondatrice e che col passar dei secoli non si attenuerà mai.
Anzi ! Porterà alla frammentazione della Terra Russa in tanti staterelli retti
da cugini e parenti sempre in lotta fra di loro.

 

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Letteratura scelta

Le opere sono in grandissima parte in lingua straniera e la città dove ogni libro è stato pubblicato,
indica la lingua in cui esso è stato redatto

Per la storia anticorussa fondamentali sono le seguenti opere:

Autori Varii Come fu battezzata la Rus’ Mosca 1989
M. I. Artamonov Storia dei Cazari rist. Mosca 2001
A. Bartha Preistoria del popolo ungherese Budapest 1988
I. Belaev Struttura della vita a Polozk Mosca 1872
L. N. Gumiljov L’antica Rus’ e la grande steppa Mosca 1992
V. Kljucevskii Corso breve di storia russa Mosca 2000
N. Karamzin Storia dello Stato russo, 1° volume rist. Mosca 1998
E. A. Melnikova (redattrice) L’antica Rus’ alla luce di fonti straniere Mosca 1999
S. F. Platonov Corso completo di lezioni di storia russa S. Pietroburgo 1999
R. Pipes La Russia Milano 1974
B. A. Rybakov La Rus’ di Kiev e i principati russi Mosca 1993
S. M. Solovjov Sulla storia dell’antica Russia Mosca 1992
A. N. Sacharov La diplomazia dell’antica Rus’ Mosca 1980
A. N. Sacharov La diplomazia di Svjatoslav Mosca 1991

Le opere archeologiche sono varie e ponderose e la scelta è stata difficile


L. Gumiljov La scoperta della Cazaria Mosca 2001
M. Gimbutas I Balti Milano 1967
J. Hermann (red.) I Germani. Un manuale – Vol. 1 Berlino 1988
J. Hermann Fra Hragin e Vineda Berlino 1976
V. Janin (redat.) Scavi e ricerche archeologiche in URSS Mosca 1985
A. Mongait Archeologia nell’URSS Hammondsworth 1961
B. A. Rybakov (redattore) Ugrofinni e Balti nel Medioevo Mosca 1987
V. Sedov Gli Slavi nel primo Medioevo Mosca 1995
F. Schlette Alla ricerca dei nostri antenati Berlino 1982
Varii Autori Dal Mille al Mille Milano 1995

Fondamentale e insuperabile per la geografia della Pianura Russa

P. George Geografia dell’URSS Roma 1975

e per l’idronimica storica

R. A. Ageeva Idronimica del Nordovest russo come fonte di
informazione culturale storica Mosca 1989

Per i Variaghi o Vichinghi, la letteratura è vasta, ma tre opere sono fondamentali, una scritta da un danese, una scritta da un francese e l’altra da un inglese, con punti di vista sensibilmente diversi

R. Boyer La Vita quotidiana dei Vichinghi Milano 1994
J. Brønsted I Vichinghi Torino 1976
G. Jones I Vichinghi Roma 1977
e inoltre
F. Durand I Vichinghi Parigi 1965
J. Hermann Slavi e Scandinavi Mosca 1986
W. zu Mondfeld Viaggio Vichingo Bergisch-Gladbach 1986
N. I. Vasiliev e altri La Rus’ e i Variaghi Mosca 1999

Sull’architettura e sulle città russe fondamentali

V. V. Jakovlev Storia delle fortezze S. Pietroburgo 1995
V. Janin (redat.) Storia e Cultura della città antico-russa Mosca 1989
Coniugi Oplovnikov Il legno e l’armonia Mosca 1998
P. A. Rappaport L’architettura antico-russa S. Pietroburgo 1993

Altre opere consigliate:

V. I. Bolsciakov I confini della civiltà russa Mosca 1999
D. Cizhevskii Storia dello spirito russo Firenze 1965
J. Diamond Armi, acciaio e malattie Torino 1998
W. Durant L’età della fede Parigi 1963
A. V. Judin La cultura spirituale russa Mosca 1999
A. P. Kazhdan Bisanzio e la sua civiltà Roma 1995
J. A. Krasnov Strumenti agricoli antichi e medievali dell’Europa Orientale Mosca 1987
V. V. Kursov Storia della Letteratura anticorussa Mosca 1998
G. Ostrogorskii Storia dell’Impero bizantino Torino 1995
N. M. Nikolskii Storia della Chiesa Russa Mosca 1988
F. Puech Le religioni dell’Europa Centrale Precristiana Bari 1988
R. Picchio La letteratura russa antica Milano 1993
E. A. Razin Storia dell’arte della guerra VI-XVI sec. S. Pietroburgo 1994
J. S. Rjabzev Antologia di storia della cultura russa Mosca 1998
A. N. Sobolev La mitologia slava S.Pietroburgo1999
P. Sinjavskii Ivan lo Scemo Napoli 1993
S. D. Skljarenko Svjatoslav – romanzo storico Minsk 1989
A. J. Toynbee Costantino Porfirogenito e il suo tempo Firenze 1987
Varii Il popolo russo, termini, ricerche, analisi Mosca 2001
G. Vernadskii Le origini della Russia Firenze 1965

e molte altre, anche in Internet al sito del Patriarcato di Mosca e di quello di Kiev.
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Sono numerose le opere già pubblicate da Aldo Marturano
ormai considerato il migliore storico del mondo slavo orientale
come pochissimi in Occidente.
Recentemente ha ricevuto a Milano l' "Ambrogino d'oro.

Una pagina concessa a Storiologia
da Aldo C. Marturano

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