le PRINCIPESSE SABAUDE

nelle corti d'Europa
Per avere suscitato le pagine di "Savoia: Storia di una dinastia" il grande interesse dei lettori di Storiologia (1500.000 di visite in tre mesi) oltre aver inserito in quelle pagine le biografie delle molte principesse straniere che convolarono a nozze con i principi Sabaudi, e che fecero parlare molto di se' per il loro carattere autoritario, dotate persino di un temperamento maggiore dei loro stessi consorti, queste unioni generarono figlie pari al carattere delle loro madri, principesse che convolando a nozze con prinicpi stranieri, salirono su quasi tutti i troni d'Europa e perfino su quello d'Oriente. Sono quindi pagine di storia d'Italia, fuori d'Italia. A molti del tutto sconosciute (soprattutto quelle del turbinoso Ottocento).
L'autore ha quindi ritenuto essere interessante aggiungere e far conoscere anche le biografie di queste (spesso ignorate) giovani principesse sabaude, che andarono spose a Imperatori, Re e principi stranieri; talune con caratteri forti, autoritari, abilissime nei maneggi diplomatici ma anche dotate di fine intellettualità o protettrici di arti, altre invece ci appaiono figure passive e doloranti, che seppero scendere dallo loro alta posizione con serena dignità senza rimpianti. Sia le une come le altre - con le loro virtù e qualità, con le loro debolezze e difetti - vanno vedute nel quadro del secolo nel quale vissero: epoche torbide di rivolgimenti politici memorabili, e che ci fanno rammentare che la storia non è nè poesia, nè romanzo, ma è costellata di prepotenze, di arbitrii, di dolorosi eventi e, spesso, di grandi tragedie.
1a PARTE:
periodo
1052-1360


BERTA, Imperatrice di Germania
MAFALDA, Regina di Portogallo
BEATRICE, Contessa di Provenza
ANNA, Imperatrice di Costantinopoli

2a PARTE:
periodo
1310-1503


BEATRICE, Regina di Boemia
CATERINA, Contessa di Namur
CARLOTTA, Regina di Francia
LODOVICA, Principessa di Chalon

3a PARTE:
periodo
1476-1689


LUISA, Reggente di Francia

LUISA CRISTINA, Margravia di Baden
ADELAIDE ENRICHETTA, Elettrice di Baviera
MARIA FRANCESCA, Regina di Portogallo

4a PARTE:
periodo
1685-1811


ADELAIDE, Duchessa di Borgogna
MARIA LUISA GABRIELLA, Regina di Spagna
MARIA TERESA LUISA, Principessa di Lamballe
MARIA GIUSEPPINA, Contessa di Provenza

5a PARTE:
periodo
1756-1944


MARIA TERESA, Contessa d'Artois
CAROLINA, Principessa di Sassonia
MARIA FR. ELISABETTA, Arciduchessa d'Austria
MARIA ANNA CAROLINA, Imperatrice d'Austria
ALTRE PRINCIPESSE in breve, fino a MAFALDA


BERTA DI SAVOIA
Imperatrice di Germania ( 1052-1088 )

Andando a nozze imperiali, Berta di Savoia, iniziava il periodo ascendente di gloria e di potenza della sua famiglia, già fin d'allora illustre e rinomata. Dopo di lei le altre della sua Casa che andranno a sostanziose nozze non si conteranno più; tutti i troni d'Europa si disputeranno l'onore di avere una principessa sabauda ! Berta non sarà che la prima della serie.

Figlia di Oddone, Conte di Savoia, e di Adelaide Marchesa di Susa, essa era nata nel 1052, quando già la piccola Corte paterna era stata rallegrata dalle nascite di tre maschi, Pietro, Amedeo e Ottone. Più tardi, una sorella di nome Adelaide verrà a tenerle compagnia, in attesa di convolare a nozze con Rodolfo, Duca di Svevia.
La principessa Berta aveva appena tre anni, allorchè i genitori la condussero in Turgovia a festeggiare il Natale del 1055 con l'Imperatore Arrigo III (ovvero Enrico III), il quale, con la consorte Agnese e col figlioletto, si era qui recato per ragioni politiche. Fu durante questo soggiorno che si combinò il fidanzamento di lei, col Principe Arrigo (meglio poi conosciuto come Enrico IV) figlio ed erede dell'Imperatore, bambino allora di quattro anni. Eletto Re dei Romani sin dall'ottobre 1053, egli era stato incoronato il 21 giugno dell'anno successivo ad Aquisgrana per volere di papa Leone IX, che lo aveva tenuto al sacro fonte. Il fidanzamento ufficiale fu festeggiato, secondo l'uso dei tempi, con grandi feste religiose, e con un torneo, nel quale si misurarono baroni italiani e tedeschi.

Il Conte di Savoia e di Moriana era felice e soddisfatto di questo avvenimento, che faceva di sua figlia una futura sovrana, ma se avesse potuto prevedere l'avvenire forse non avrebbe consentito a questo parentado, malgrado l'onore che ne ricavava la sua Casa. Adelaide pure, se in quelle ora di gioia materna, avesse potuto pensare che sua figlia sarebbe stata la più infelice donna del suo tempo, avrebbe di sicuro rifiutato, per l'innocente Berta, il diadema imperiale. Ma in quei giorni nessuno pensava a cose tristi; Arrigo III era un sovrano intelligente e colto, ed il di lui figlio, un fanciullo così timido, così grazioso. Preoccupazioni dunque non ve ne erano.
Terminate le feste, gli imperiali presero la via della Germania ed i Conti di Savoia ritornarono nei loro alpestri domini.

Morto Oddone nel 1060, la Contessa Adelaide, consacrò interamente la sua esistenza all'educazione dei figli, nei quali con l'esempio proprio seppe trasfondere sentimenti di giustizia e di virtù.
Berta, cresciuta nell'ambiente famigliare, attendeva che il lontano fidanzato, la facesse definitivamente sua sposa ; passarono lunghi anni di silenzio, ed ella potè credersi abbandonata, e che la corona destinatale non fosse che un sogno, o una leggenda. Gli è che nel frattempo in Germania le cose erano singolarmente mutate. Enrico III era morto il 5 ottobre 1056 a Rothfeld, a soli 38 anni, fra le braccia di papa Vittore II, al quale aveva raccomandato il figlio che lasciava sotto la tutela dell'Imperatrice, donna di alto senno, ma debole, impari all'arduo compito, inadatta alle cure fastidiose della reggenza.

Precettore del piccolo sovrano fu dapprima il vescovo di Augusta, al quale successe poi quello di Colonia, persone influenti e d'illibati costumi, i quali cercarono di correggere il carattere violento del loro pupillo, con gli ammonimenti di prammatica. Se non che, passato Enrico nelle mani di Adalberto, arcivescovo di Brema (1062), uomo di sentimenti volgari e basso adulatore, egli non conobbe più freno alle sue voglie e divenne in breve il terrore dei famigliari. La madre disgustata dalla cattiva piega presa dal figlio, esautorata nella sua autorità, malvista dai grandi dignitari, che l'accusavano di non aver saputo fare rispettare i suoi diritti di tutrice, abbandonava la Germania per ritirarsi a Roma.
Enrico la vide partire senza una lacrima e libero oramai dal blando freno materno, si diede a pazze stravaganze. Lo scandalo era grande, ed i principi germanici indignati, gli intimarono di deporre la Corona o di allontanare Adalberto; non decidendosi però a prendere una risoluzione, quelli si riunirono a consesso, e fecero cacciare l'arcivescovo dagli arcieri. In quanto ad Enrico, egli fu nuovamente consegnato all'Arcivescovo di Augusta. Nello stesso tempo stabilirono che il suo matrimonio con la principessa sabauda, avessero ad effettuarsi al più presto. Speravano che l'esempio e la presenza d'una compagna virtuosa e d'animo intemerato, dovessero valere a ricondurlo sulla retta via e mitigarne l'indole perversa.

Armato perciò prontamente cavaliere con grande solennità, le nozze con Berta vennero celebrate a Tiburia nel 1066: ma invece di affezionarsi alla moglie, degna d'ogni riguardo e d'ogni affetto, la colmò subito di disprezzo, vivendo pubblicamente con altre donne e circondandosi d'indegni favoriti. Non contento ancora, cercò con un iniquo sotterfugio di spezzare il vincolo coniugale. Chiamato a sè uno scudiero, suo compagno di vizi, lo indusse con promesse di ricchezza e di onori, a corteggiare la Regina ed ottenere da essa un convegno amoroso. Berta comprese subito che l'infame agiva solo per comando del marito e risolvette di dargli una severa lezione. Finse quindi di aderire alla richiesta dello sciagurato, che riferì subito la cosa ad Arrigo; questi lieto dell'andamento che aveva preso l'intrigo, volle accompagnare lo scudiero, onde sorprenderlo con la moglie ed avere così un motivo per iniziare causa di divorzio.
L'appuntamento era di notte, ed Enrico, appena l'uscio della camera si aprì vi entrò per primo, senza accorgersi che era stato chiuso, lasciando fuori il compagno. Non appena fu dentro le ancelle debitamente avvertite del fatto, e tutte munite di bastoni per ordine della sovrana, cominciarono a picchiare sodamente il malcapitato, malgrado gridasse che egli era Enrico, il legittimo sposo. Le ancelle risposero che ciò non poteva essere perchè il Re non aveva bisogno di entrare di nascosto, là dove ne aveva il diritto come marito. « Ah ! figlio di rea femmina e chi ti ha dato tanto ardire ? » gli risposero continuando a picchiare. Finalmente intervenne Berta alla quale chiese perdono, indi se ne andò tutto confuso a farsi medicare.

Furente però per lo smacco subìto, pensò ugualmente di domandare il divorzio, ed allo scopo si rivolse a Sigfrido, Arcivescovo di Magonza, il quale si prestò ai desideri del Sovrano e ne parlò senz'altro alla Dieta di Vormazia. Disse anzitutto che all'unione era mancato il reciproco consenso, e soggiunse che Enrico non amando la consorte e rifiutando di convivere con essa, stava nell'interesse supremo della nazione che egli divorziasse, visto anche che il matrimonio non era stato ancora consumato.
Era inoltre ugualmente d'interesse dinastico, per avere discendenza che egli si scegliesse un'altra moglie di suo gusto (1069). I principi, che conoscevano ed ammiravano le eccelse qualità di Berta, si opposero recisamente ad un atto che giudicarono mostruoso e non legittimato da circostanze speciali. Decisero pertanto che la Regina per evitare probabili oltraggi di Enrico, si portasse a Lorescheim, in attesa della decisione di Roma. Papa Alessandro II, a cui Berta si era rivolta implorando protezione, irritatissimo contro il Re, verso il quale aveva anche altre ragioni di lagnarsi, mandò subito in Germania frate Pier Damiano per udire i termini della questione, prima di risolversi ad emettere una sentenza.
Una Dieta composta dei prelati e di principi si adunò appositamente a Francoforte, presente Enrico, chiamato ad esporre le proprie ragioni, le quali peraltro non convinsero l'Assemblea. Prese allora la parola Pier Damiano, nella sua qualità di Legato Pontificio, facendo un caldo elogio delle grandi doti morali della Regina, ed esortando Enrico a non dare simile scandalo al mondo, minacciandolo in caso contrario della perdita della corona e dei castighi divini: «Accogli, disse, con animo benevolo le mie parole, richiamando nel tuo talamo quella innocente, che scegliesti a compagna della vita e che Iddio a te indissolubilmente congiunse ».

Davanti all'eloquenza del santo monaco, Enrico si commosse, promise che non avrebbe effettuato il suo triste proposito, e richiamò la moglie alla Reggia, con grande soddisfazione dell'alto Consesso e del popolo.
Per qualche anno Berta potè credersi felice; l'unione più perfetta regnò fra i due coniugi, nè mai più si parlò di divorzio: essa fu madre successivamente quattro volte, di due maschi e due femmine, fatto che valse anche a rassodare la posizione del marito.
Vi furono soltanto due guerre coi sassoni ribellati, che peraltro non indebolirono il potere regio: grazie all'intervento dell'imperatrice madre Agnese e dei vescovi di Coira, di Como e di Ostia mandati espressamente dal Papa, per la conciliazione fra il Re ed i sudditi, la pace venne giurata a Serstungen.

Tutto pareva avviarsi verso un'era di pace, allorchè salito sulla cattedra di S. Pietro Gregorio VII, vigoroso sostenitore dei diritti della Chiesa sull'Impero, nacquero subito le prime contese fra Enrico e Gregorio. Questi, in un Concilio tenuto nel 1075, proibì le investiture ecclesiastiche feudali, dichiarandole simoniache e colpendole di anatema. Protestò Enrico, contro una simile deliberazione che ledeva le sue prerogative, ma il Pontefice non avendo accolto le sue rimostranze, convocò a Vormazia (1076) una Dieta di principi e di vescovi di Germania, di Fiandra, di Svizzera e d'Italia, nella quale fece dichiarare nulla l'elezione di Gregorio. Un prete, Rolando da Panna, fu incaricato di portare a Roma la notizia. Il Papa che in quei giorni stava tenendo un Concilio in S. Giovanni Laterano, indignato per tanta audacia, scomunicò ipso facto Enrico, lo dichiarò decaduto dal trono e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà. Una bolla pontificia lo pose al bando della Chiesa, fatto fino allora senza esempio, che gettò il turbamento in tutte le coscienze.

Enrico con la moglie e i figli si ritirò a Spira, in attesa di prendere una decisione, ma con propositi di resistenza; abbandonato però da tutti, accolse il consiglio di Berta, di fare la pace col Papa, per evitare la rovina completa.
Con un misero seguito, accompagnato dalla moglie e dal figlio Corrado, s'avvio attraverso la Borgogna, verso la Savoia; siccome i valichi delle Alpi erano custoditi dai Duchi di Baviera, di Svevia e di Carinzia, e dalla Marchesa Adelaide sua suocera, dovette fermarsi a Vevey, mentre Berta correva a Torino ad implorare dalla madre il libero passaggio. Per ottenerlo, e la cosa non fu facile, Berta dovette promettere che Enrico si recava in Italia, con l'intenzione sincera di chiedere il perdono del Papa.
Gregorio VII, si trovava egli pure in viaggio, con la grande Contessa Matilde diretto ad Augusta, città designata a sede d'una Dieta che doveva sistemare gli affari della Chiesa e discutere la deposizione di Enrico. Era già giunto a Vercelli, allorchè seppe che il Re era arrivato a Torino; per misura di precauzione si ritirò nella Rocca di Canossa con la Contessa Matilde, e qui attese il sire tedesco.
Vi giunse con la moglie, con la suocera, col cognato Amedeo di Savoia e da essi fece chiedere udienza al Papa, che rifiutò di riceverlo se prima non avesse deposto le insegne reali e non avesse dato prove di pentimento.

Malgrado la insistenza di Berta, che si buttò ai suoi ginocchi, Gregorio fu irremovibile; tuttavia dopo avere fatto attendere tre giorni Enrico ai piedi della rocca, con un freddo intenso, si decise alfine di accoglierlo dietro le preghiere della Contessa Matilde, dell'abate Cluniacense e di Azzo d'Este. Il 28 gennaio 1077, il più potente sovrano della terra faceva il suo ingresso in Canossa, contrito e in abiti da pellegrino. La scena drammatica è nota: Arrigo IV, fece atto di sottomissione completa, ed il Papa lo assolse dalla scomunica, reintegrandolo nella dignità reale.

La pace con grande consolazione di Berta sembrava fatta, ma l'umiliazione per Enrico era stata troppo forte; in cuor suo giurò di trarne terribile vendetta. Alla notizia dell'atto compiuto a Canossa, tutte le città ghibelline di Lombardia si ribellarono alla sua autorità, tranne Piacenza che gli aperse le porte e lo ricevette con onore.
In Germania, intanto, i principi, non ancora edotti della pace di Canossa, riuniti a Forckeim, il 15 marzo conferivano la dignità reale al di lui cognato Rodolfo di Svevia, che veniva incoronato a Magonza il 21 dello stesso mese.
All'udire tale nuova, Enrico lasciò immediatamente l'Italia - dove a rappresentare gli interessi suoi rimanevano Berta e Corrado - e con un buon gruppo di armati corse a disputare la corona all'avversario.
La guerra civile scoppiò violentissima e disastrosa, alternandosi le vittorie con le sconfitte, or dell'uno or dell'altro. Gregorio VII, invitato da Enrico si rifiutò di scomunicare Rodolfo, ed allora egli, convocati a Magonza tutti i vescovi suoi aderenti, fece deporre il Papa nella seduta del 31 maggio 1080. A loro volta i vescovi, radunati a Bressanone, presenti Enrico e Berta, confermarono la deposizione di Gregorio, ed elessero al di lui posto Guiberto arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III.

La fortuna pareva assecondare il Re: a Merzburgo, in uno scontro sanguinoso, Rodolfo trovava la morte il 15 ottobre. Inorgoglito da questo successo scese in Italia con l'antipapa Clemente, e si diresse verso Roma, mentre Gregorio VII, fulminava contro di lui la scomunica ed abbandonava la città. Roma però non gli aprì le porte, ciò che lo costrinse a retrocedere in Lombardia. Questo scacco fece alzare la testa ai principi tedeschi, i quali, il 9 agosto 1081, a Goslar, elessero Re, Ermanno di Lussemburgo, che venne incoronato il 26 dicembre successivo.
Berta continuava a risiedere in Italia, e fu durante questo soggiorno, che trovandosi a Montagnana, presso Padova, una povera vecchia, le offri il fuso già quasi pieno di filo dicendole : « Buona regina prendilo, te lo offro, è tutto ciò che di più prezioso posseggo ! ». L'atto piacque alla Regina, che accettò il dono ingenuo ed ordinò che a spese sue fosse dato alla vecchierella un campo, i cui termini dovevano essere segnati dalla lunghezza del filo avvolto nel fuso. La novella si sparse subito nei dintorni, e vecchie e fanciulle corsero ad offrirle chi il fuso, chi la rocca, e chi il gomitolo, ma essa, porgendo a ciascuno una moneta, rifiutò tutti i doni con queste parole: « E' passato il tempo che Berta filava ! ».

Arrigo intanto non riposava, e voleva ad ogni costo farsi incoronare in Roma, imperatore; nel 1084, malgrado le suppliche di Berta che desiderava che il marito facesse la pace col Papa, scese nuovamente in Italia e prese Roma d'assalto mentre Gregorio cercava rifugio in Castel S. Angelo. Dopo avere insediato Clemente III in S. Pietro, dallo stesso si faceva incoronare imperatore il 31 marzo, fra le acclamazioni delle sue truppe.
Ma il pronto arrivo di Roberto Guiscardo, in soccorso di Gregorio, lo obbligò a sloggiare ed a ripiegare in Toscana.
Liberato dalle armi normanne-napoletane, Gregorio VII confermò contro di lui la scomunica, ma temendone un ritorno improvviso si ritirò a Salerno, ove moriva il 25 maggio dell'anno seguente.

Scomparso il suo più accanito avversario Enrico IV pensò che il momento era giunto di ridurre all'obbedienza i vassalli di Germania e battere Ermanno costringendolo a ritirarsi dal trono. Non sostenuti dal Papa, i principi spaventati si affrettarono a fare la loro sottomissione, ed Ermanno abbandonato da essi non solo non pensò di constrastare il terreno ad Enrico, ma rinunziò senz'altro alla Corona (1088).
Ormai, imperatore e re, egli si credeva all'apogeo della potenza e guardava con fiducia l'avvenire : quasi tutti i suoi nemici erano morti o sconfitti o ridotti all'impotenza.
Berta assunto il titolo d'Imperatrice, ritornò in Germania, eleggendo la propria dimora a Magonza, ove visse più da monaca che da sovrana illustre. Se il trionfo del marito l'aveva rallegrata, la morte dolorosa in esilio di Gregorio VII l'aveva profondamente rattristata, ed è presumibile che la vita di austerità ascetica, fatta di penitenza e di privazioni le abbreviasse la vita. Le cronache registrano la sua morte nel 1088, senza alcun particolare, ma con parole di elogio e di compianto; da alcuni fu ritenuta una santa.

Enrico IV, che non l'aveva mai amata, s'accorse però del vuoto ch'ella lasciava: assistette ai funerali, e per ordine di lui la salma venne trasportata a Spira e sepolta in quella cattedrale. Si può dire che la morte dell'Imperatrice segnò la fine della sua potenza e l'inizio della sua rovina totale. L'anno seguente egli sposava Prassede di Russia, dalla quale però ben presto si divise, obbligandola a ritirarsi in un monastero sino alla fine dei suoi giorni. Nel 1090 sceseancora in Italia; assediò e prese Mantova che apparteneva alla Contessa Matilde rimasta sua nemica, ritornò poi in Germania, lasciando a Milano il figlio Corrado. Questi, che non condivideva le idee paterne, si lasciò indurre da Matilde a farsi eleggere Re dei Romani nel 1093, ribellandosi per tal modo al padre. Deposto Corrado, l'altro figlio Enrico ne seguì il cattivo esempio facendosi eleggere a sua volta Re di Germania nel 1099, ed obbligando infine il padre ad abdicare (31 dicembre 1105).

Pasquale II aveva rinnovato contro Enrico IV le scomuniche lanciategli da Gregorio VII; ed egli essendo oramai senza appoggio di sorta, dovette chiedere soccorsi per vivere agli antichi suoi vassalli, ed offrirsi al vescovo di Spira, quale lettore o sotto cantore per il capitolo della cattedrale che lo respinse. Affranto, fiaccato da tanta avversità, la morte lo colse in Liegi il 7 agosto 1105, e fu per lui una liberazione.
Sepolto dapprima nella cattedrale, la sua salma fu dissepolta poco dopo e gettata in un luogo profano, finchè suo figlio la fece trasportare a Spira e deporre in una tomba modesta ove stette per cinque anni; solo nell'anno 1111 si ottenne dal Pontefice di potergli dare una decente sepoltura.



MAFALDA DI SAVOIA
Regina del Portogallo ( 1115 - 1158 )

Fu la prima Regina di Portogallo e la prima principessa di Casa Savoia che salisse sul lontano trono lusitano. Scarse sono pertanto le notizie che abbiamo potuto raccogliere, ed anche queste poche sono malsicure, essendosi intorno ad essa intessuta la leggenda, ciò che ha intralciato assai la ricerca della verità storica.
Anteriormente al 1000, non crediamo che fra l'Italia - frastagliata in cento staterelli - ed il Portogallo, quasi ancora totalmente sotto il giogo dei mori, corressero relazioni di sorta, politiche, religiose o commerciali. Gli storici d'ambo le parti non ne fanno cenno alcuno. Fu Alfonso I Enriquez Conte di Portogallo, ad iniziarle col suo matrimonio, dopo di avere sconfitti a più riprese, in scontri sanguinosi, i mori, che dovettero rifugiarsi nel Marocco.
Questo valoroso guerriero, nato nel 1110 da Enrico di Borgogna e da Teresa di Castiglia, proclamato Re sul campo, dai suoi soldati entusiastici, il 25 giugno 1139, dopo una soferta vittoria, contro gli arabi, intese subito accasarsi, ed in seguito ai consigli dei suoi generali, la sposa mandò a cercarla in Italia. La sua scelta cadde sulla giovane principessa Mahaud o Mafalda, figlia di quell'Amedeo III, conte di Savoia e di Moriana, fondatore della celebre Abbazia di Altacomba, e di Matilde d'Albon del Delfinato.

Mafalda, secondo alcuni storici, sarebbe nata nel 1125, nel castello di Avigliana, roccaforte della sua famiglia. Aveva quattro sorelle: Alice che sposò Umberto di Beaujeu ; Giuliana che prese il velo e divenne abbadessa di Sant'Andrea di Vienna nel Delfinato; Margherita che fu religiosa nel monastero di Bons nel Bugey e Agnese, che sposò un parente, il conte di Ginevra. Suo fratello fu l'ascetico Umberto III, detto il Beato.
Nulla di positivo sappiamo dell'infanzia di Mafalda: tutta dedita ad esercizi virili, pare abbia seguìto il padre, che la prediligeva molto nei vari cimenti guerreschi e che ebbe quasi continuamente coi vicini e sembra pure che Mafalda stessa incoraggiasse con l'esempio i soldati alla battaglia nel momento decisivo. La sua fama era tale, sia per la bellezza di cui andava adorna, come per le prove di coraggio dimostrate in varie occasioni che parecchi principi d'Europa fra i più illustri e potenti andarono a gara nel domandarla in sposa.
Essendo ancora molto giovane, il padre che non voleva separarsi da lei, e non aveva fretta di maritarla, respinse perciò tutte le richieste.

La storia però della sue nozze col sovrano portoghese è peraltro tuttora avvolta nel mistero. Una versione assai accreditata narra che, essendo andata in Terra Santa a combattere gli infedeli a fianco del genitore, si distinse talmente che suscitò l'ammirazione sconfinata dei crociati. Fra questi vi erano numerosi ed influenti baroni lusitani, i quali di ritorno in patria dopo lunghe peripezie, raccontarono a Re Alfonso i prodigi di valore, gli atti di singolare temerità compiuti dalla balda principessa sabauda. Il Re guerriero egli pure indomito e coraggioso, se ne invaghì senza conoscerla e ne volle subito chiedere la mano. Quali furono le trattative matrimoniali? Chi furono gli invitati alla Corte di Amedeo III, incaricati della fausta e lieta missione? Mistero ! Vi fu anche un calcolo politico? A questa domanda crediamo di rispondere affermativamente; la Casa Savoia, la quale nel secolo precedente aveva già dato una imperatrice alla Germania, con Berta, della quale abbiamo parlato all'inizio, godeva in Europa di molta considerazione tra le famiglie sovrane.

Una alleanza dinastica del giovanissimo regno con una principessa sabauda non poteva non tornare di giovamento al suo consolidamento e procurargli alte e potenti aderenze e nella lotta assidua contro i mori, essergli di valido aiuto. Non è escluso che alla conclusione di queste nozze abbia efficacemente contribuito la zia, Adelaide di Savoia, Regina di Francia moglie di Luigi il Grosso.
Ottenuta la mano, gli sponsali furono celebrati nel giugno del 1140 a Coimbra, allora capitale del regno che si andava lentamente formando, fra un grande entusiasmo guerresco. Era la prima Regina di Portogallo, ed intorno a lei non si udivano che delle grida di gioia, clamori d'ammirazione, prove tangibili di devozione e di sudditanza ! Il popolo portoghese eminentemente valoroso e cavalleresco, la circondò di un profondo e dovuto rispetto quando la vide compatire radiosa di bellezza e di bontà.

Non appena terminate le feste nuziali, le quali secondo la moda del tempo durarono parecchie settimane, il Re dovette mettersi subito in campagna onde togliere Lisbona ai mori, e coronare così l'opera gloriosa della redenzione del paese dalla schiavitù mussulmana, che in mille modi l'opprimemevano e ne inceppavano lo sviluppo.
Mafalda, a cui la guerra non era cosa ignota nè che la spaventasse, seguì ovunque il marito, non mancando neppure di dargli consigli quando si presentò l'occasione . Nessun disagio, nessun pericolo la fermò: fu essa certe volte, ad incitare i soldati alla battaglia. Sebbene alcuni manipoli di crociati, fossero accorsi in aiuto di Alfonso, la guerra fu lunga e disastrosa, ma finalmente dopo un vigoroso assedio, Lisbona cadeva in potere del Re il 25 ottobre 1148 ed egli vi fece con la Regina il suo ingresso trionfale per la breccia.

Quel giorno segnò una pietra miliare nella storia del Portogallo, che si vide libero ed indipendente, ed Alfonso potè considerarsi il vero fondatore della monarchia portoghese; successivamente vennero conquistate Cintra, Palmella, Beja, Evora e Serpa.
A turbare però l'allegria di Mafalda, per questa importante conquista, le pervenne la notizia che il padre, a cui era teneramente attaccata, era morto a Nicosia di Cipro (1148), di ritorno dalla seconda crociata, alla quale aveva partecipato col nipote Luigi VII Re di Francia, molti principi e baroni francesi e tedeschi. Il suo dolore deve però aver trovato un conforto nell'affetto del marito, e nelle cure dello Stato, alla cui vita politica prese parte attiva, se dobbiamo credere ai cronisti portoghesi.

Non priva d'istruzione molto intelligente, promosse lo sviluppo intellettuale del paese e, secondo quanto afferma il Cibrario, essendo molto religiosa, essa avrebbe anche concorso notevolmente con la sua dote alla costruzione della cattedrale di Oporto e di altri edifici religiosi. Le cure dei figli che vennero poi, tre maschi e tre femmine, devono averla molto occupata per la loro educazione, benchè due dei maschi Giovanni ed Enrico siano morti in tenera età.
Solo Sancio, chiamato prima Martino, nato nel 1154 e che perpetuò la discendenza della famiglia, le sopravvisse, e fu il secondo re di Portogallo alla morte del padre, e come lui un prode guerriero ed un abile diplomatico, a cui il paese deve molto. Altro dell'esistenza - d'altronde assai breve - non sappiamo della Regina Mafalda. ( nome felicemente rinnovato nella Casa Savoia nelle successive nascite femminili, fino all'ultima sfortunata Mafalda, figlia di Re Vittorio Emanuele III ).

La Mafalda che stiamo narrando, morì nel fiore dell'avvenenza, in Coimbra, luogo di residenza da lei sempre preferito, il 5 dicembre 1158. Ebbe sepoltura, quale canonichessa, nella chiesa del monastero di Santa Croce, della città da lei e dal consorte largamente dotato di privilegi.
Secondo l'uso dei tempi e del paese, essa esercitò la potestà regale unita al suo consorte, ed infatti il suo nome, accanto a quello del marito, figura in numerosi documenti latini dell'epoca, concernenti donazioni a monasteri e chiese.
Le tre figlie lasciate da lei ancora bambine, andarono poi a breve distanza l'una dall'altra, a nozze illustri. Urraca, la primogenita, sposò un grande Re, Ferdinando II, Re di beone; mentre Mafalda venne impalmata da Alfonso II, Re d'Aragona, e Teresa « straordinariamente bella e gentile » al dire dell'Herculano fu moglie successivamente di Filippo, conte di Fiandra, e di Ottone, duca di Borgogna: entrambi potentissimi e temuti signori, sovrani di Stati assai estesi e ricchi.

Alfonso I, vedovo di Mafalda, non volle più riammogliarsi, morì nel dicembre 1185, dopo aver regnato 12 anni come conte e quarantacinque come Re e dopo di avere portato la nazione ad uno stato di grande floridezza.
Volle essere sepolto accanto alla consorte; la loro tomba fatta erigere nel 1520, dal Re D. Emanuele, si vede tuttora a destra dell'altare maggiore, di fronte a quella del loro figlio il Re Sancio.
Il Delaville Le Roulx, ha pubblicato intorno ad Alfonso e Mafalda due curiosi documenti. Nel primo in data 30 marzo 1140, il Re conferma una «cum uxore mea domna Mafalda regni mei consorte et filiis meis » a Raimondo Du Puy Gran Maestro degli Ospedalieri di S. Giovanni e ad Arias, Priore del Portogallo e Galizia, tutti i possessi ed i privilegi dell'Ordine, nel suo Stato. Nell'altro, dietro richiesta dello stesso Gran Maestro Du Puy riconferma con suo testamento dell'aprile 1157, presenti la Regina, l'atto precedente.
L a simpatia del Re, per l'Ordine degli Ospedalieri, viene da alcuni storici spiegata col fatto, che un di lui figlio naturale di nome Alfonso vi occupava una carica elevata. Questo principe nel 1203 venne eletto Gran Maestro ad Acri, tenne un capitolo Generale a Margat e rinunciò nel 1205 al potere.



BEATRICE DI SAVOIA
Contessa di Provenza (1206 - 1266 )

Il nome ed il ricordo di questa intelligentisisma Principessa sabauda, sono rimasti celebri nella mite e soleggiata Provenza, per la protezione da lei accordata ai letterati, o per meglio precisare ai trovatori, numerosissimi in quei tempi. Tutti gli storici parlano di essa con grande ammirazione, per non dire entusiasmo, ed alla sua influenza fanno risalire il meraviglioso sviluppo preso dalla lingua provenzale del secolo XIII. La sua Corte fu un centro letterario, famoso in tutta l'Europa, e non vi è poeta dell'epoca che non la celebri con sconfinato lirismo. Non a torto il Guichenon, scrivendo di Beatrice di Savoia, la chiama « la plus belle, sage et prudente princesse de son temps ».

Figlia di Tommaso I, Conte di Savoia, essa benchè ricercata come sposa per il figlio dell'Imperatore e dal Re d' Aragona, venne data invece al Conte di Provenza, Raimondo Berengario IV nato il 1198, figlio di Alfonso II e di Gersenda di Sabran. Questo Conte di Provenza era uno dei più potenti e temuti sovrani di una parte cospicua della Francia, il cui dominio si estendeva da Nizza sino a Nimes, e comprendeva le importanti città di Avignone, Marsiglia, Aix, Arles e Narbona.
Le nozze - i cronisti non ci dicono dove - vennero celebrate con molto lusso e feste nel dicembre del 1219; alla bella e distinta sua figliola « splendore di grazia e di cortesia » il Conte di Savoia assegnò duemila marchi d'argento di dote, cifra paragonabile, a 400 mila lire francesi, scrive il Bouche, il quale parlando a sua volta di Beatrice, la definisce «femme des plus aimables de son temps ».

Allorquando la giovane ed avvenente principessa sabauda giunse in Provenza, trovò lo Stato tutto sottosopra e Raimondo Berengario, oltrechè occupato a far rientrare nell'ubbidienza alcune città ribelli, in aspra contesa col Papa, con Federico II, e col Re di Francia, per questioni di patronato. Questo principe aveva avuto un'infanzia ed una giovinezza avventurose: orfano del padre nel 1209 - morto a Palermo, dove si era recato ad accompagnare la sorella, destinata sposa all'Imperatore - egli era stato condotto alla Corte dello zio D. Pedro II Re d'Aragona, che governò la Provenza, in suo nome, sino alla sua morte avvenuta nel 1213. Poi la reggenza era stata assunta dalla madre Gersenda di Sabran. Di tale governo fiacco e debole ne approfittarono i conti di Folcarquier e di Orange, per suscitare torbidi nel paese; molte città, quali Arles, Aix, Marsiglia, Nizza ed Avignone colsero l'occasione per erigersi in repubbliche.

Solo nel 1217 - la madre essendosi ritirata in un monastero - ed avendo Raimondo stesso preso le redini dello Stato, le cose si mutarono; molte città ribelli vennero ridotte all'obbedienza, tranne Avignone, contesagli dal Papa e dal Re di Francia, e Marsiglia datasi al conte di Tolosa. Va notato che la sua stretta parentela con il Conte di Savoia gli giovò non poco nel ricostruire il governo suo su basi solide, come gli fu pure di buon aiuto il giudizio della consorte la quale, autorizzata ad intervenire nei consigli di guerra, vi portava sempre una nota giusta ed energica. Il Tisserand afferma che « le manage de Raimond Béranger avec Béatrix de Savoie, ajouta encore l'éclat de sa couronne ». Essa esercitava sui ministri come sul popolo un grande ascendente che mantenne durante tutta la vita.
L'illustre storico P. Litta afferma ch'essa teneva corti d'amore nelle sue residenze ove tutto era eleganza, particolarmente ad Aix, dove i trovatori -dei quali era piena la Provenza a quei tempi - affluivano numerosi. I nomi di qualcuno di essi ci sono stati conservati, quali Gualdo di Borneil, Chiara d'Anduse, autrice d'una ode marziale in onore della Contessa, Aimeri di Beleucci, Mainerico di Peguillan, ecc. La chiamavano la corte del « gai saber » ! Poetessa ella stessa, intorno a lei tutto spirava poesia e grazia; la sua dama Agnesina di Saluzzo, e le damigelle di Massa e Barbosa, belle e colte, componevano esse pure, ad imitazione della loro padrona, canzoni e rime, Jean Papon assicura che anche Raimondo Berengario non era meno poeta della moglie, come lo era pure il suo ministro delle finanze Romieu di Villanova. La leggenda ha voluto identificare questo gentiluomo col personaggio menzionato da Dante nel canto VI del Paradiso, dove scrive che un pellegrino, venendo da Sant'Jago, giunse in Provenza dove il conte Raimondo, colpito dal suo sapere e dalla sua bontà, lo creò suo ministro dandogli in feudo Venza ed altri castelli.
Nel medesimo canto il Divino Poeta, ricorda Beatrice che "quattro figlie ebbe, e ciascuna Teina".

Ad aggiungere venustà e decoro alla Corte, concorrevano queste quattro figlie della Contessa; la prima, Margherita, andò sposa nel 1234 con 10 mila marchi d'argento di dote, a Luigi IX Re di Francia, santificato dalla Chiesa; la seconda Eleonora distinta poetessa, sposò nel 1236 Enrico III Re d'Inghilterra, nozze espresse con molto apparato di divertimenti, e concluse da Beatrice « modèle de femme difficile a imiter - dice un poeta contemporaneo - et que rien n'égalait les charmes répandus dans toute sa personne ».
La principessa era stata accompagnata sino a Londra dallo zio Guglielmo di Savoia, un vescovo bellicoso, il quale ottenne cariche ed onori da Enrico III, e ne divenne anche il consigliere. La Regina che esercitò subito sul consorte un notevole ascendente chiamò in Inghilterra i Conti Tommaso, Pietro, Bonifacio e Filippo, suoi parenti materni, i quali tutti godettero del favore reale, ebbero cariche, benefizi, rendite e prebende a profusione.

Nel 1244 ella stessa volle condurre in Inghilterra la terzogenita Sancia, destinata in moglie a Riccardo Conte di Cornovaglia, fratello del Re, poi Imperatore: a Londra venne ricevuta dalla Corte con « magnificences incroyables ». Tanto nell'andata come nel ritorno si fermò a Parigi presso la figlia regina di Francia, e fu durante questi suoi soggiorni che venne forse combinato il matrimonio dell'ultima sua figlia Beatrice con Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX. Ma il Conte Raimondo al quale queste nozze stavano a cuore, non ebbe la soddisfazione di vederne la celebrazione, poichè egli moriva il 19 agosto 1245.
Ultimo della sua Casa, egli chiudeva una vita assai agitata negli ultimi anni del suo regno, si era visto messo al bando dell'Impero ed i suoi Stati dati al suo rivale il Conte di Tolosa. Con l'aiuto però di potenti amici e grazie alla fedeltà dei suoi sudditi, era riuscito non solo a conservarli, ma a riacquistar pure Arles ed a fondare Barcellonetta. Con testamento fatto a Sisteron il 21 giugno 1238, egli legava lo Stato di Provenza ed annessi - non avendo avuto dalla moglie che un maschio mancato in tenera età - alla ultima figlia Beatrice, lasciando alle tre altre un supplemento di dote in denaro. In quanto alla consorte, ne regolò la posizione con un appannaggio di cinquemila marchi annui, facendola però parte nel Consiglio di Reggenza coi Vescovi di Riez, di Frejus, di Aix, e coi Ministri Villanova e Cotignac.

Poco prima di morire Raimondo era stato con la moglie a Lione ad ossequiare il Pontefice Innocenzo IV il quale, in segno di particolare benevolenza per la Contessa le aveva dato la Rosa d'oro, e vedova non molto tempo dopo, le scrisse una commovente lettera di condoglianza.
Beatrice si trovò subito di fronte a gravi difficoltà: non aveva ancora finito di dare onorevole sepoltura al marito nella Chiesa degli Ospedalieri di S. Giovanni di Aix, che vide la Provenza invasa dalle truppe del Conte di Tolosa, con il pretesto di voler sostenere i diritti di lei, contro le pretese del Re di Francia, il quale pretendeva impossessarsi dello Stato, quale sposo della figlia maggiore del defunto Conte Raimondo. In premio del suo appoggio armato il Conte di Tolosa domandò la mano della figlia Beatrice, già promessa al Conte d'Angiò, ma la Contessa ed i ministri opposero un rifiuto secco, volendo mantener l'impegno preso. Ne seguì una violenta guerra che non impedì per altro le nozze della giovane Beatrice di Provenza col Conte d'Angiò, celebrate in fretta il 1° gennaio 1246.

Fatta la pace, trascorsero alcuni anni di tranquillità, durante i quali Beatrice madre, fece rivivere l'antica sua splendida Corte ma poi, lentamente, per la scomparsa di letterati ed amici cari e devoti, sentendosi sola, risolse di ritornare in Savoia. Con lettere patenti del maggio 1256, abbandonò al genero l'usufrutto delle Contee di Provenza e di Forcalquier, riservandosi soltanto i redditi delle terre di Vallugale, St. Genis e Villedieu; perdonò ai partigiani del Conte d'Angiò col quale erano sorte divergenze e fece rinuncia al titolo di Contessa di Provenza. A sua volta il Conte d'Angiò concesse ampio perdono ai partigiani di lei: le fissò seimila lire tornesi di rendita vita natural durante, impegnandosi in pari tempo ad avere dal Re d'Inghilterra, al quale erano stati dati in pegno per quattromila marchi sterlini, alcuni Castelli, assumendosi le spese di riscatto. Garante di questi patti fu il Re di Francia.

Stabilite così le reciproche ragioni d'interesse, colei che era stata la regina intellettuale non solo della Provenza, ma della Francia, lasciava per sempre il paese dove era stata Sovrana riverita ed amata per tanti anni, riducendosi dapprima a vivere presso la figlia Margherita, poi definitivamente in Savoia, nel Castello di Les Echèlles, dove la morte la sorprese nel dicembre del 1266. Aveva testato sin dal marzo del 1263 trovandosi ammalata ad Amiens: dal suo testamento si rileva che essa destinò l'intero usufrutto dei suoi beni di Provenza alle figlie Margherita Regina di Francia ed Eleonora Regina d'Inghilterra. In quanto alle sue ragioni sul Contado di Savoia vi aveva già rinunziato a favore del fratello Filippo, mentre le sue proprietà private in Savoia ed in Svizzera venivano lasciate ai nipoti Tommaso, Amedeo e Luigi, figli di suo fratello Tommaso. Ricordò pure con diversi legati le nipoti figlie di Rodolfo di Ginevra, i fratelli Bonifazio e Pietro, le altre sue figlie Sancia e Beatrice, nonchè le damigelle e i gentiluomini del suo servizio. Fu altresì munifica con diverse chiese e conventi.

Ancora vivente aveva fatto innalzare nel 1260 un grande fabbricato a Les Echèlles, destinato dapprima ad uso d'ospedale, ma mutato poi in una Commenda dell'Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme da mantenersi con le rendite di diverse signorie ed a condizioni che si mantenessero tredici sacerdoti due diaconi e tre chierici per il servizio divino. La fondazione di questa istituzione ed annessa chiesa era stata fatta un mese prima della sua morte a Les Echèlles dietro suggerimento del Conte di Barras, Commendatore dell'Ordine e suo Consigliere alla presenza di Guido di Chevelu, di Raimondo du Puy, dei vescovi di Nizza, di Embrum, di Belley e di Vienna nel Delfinato e del fratello Filippo eletto arcivescovo di Lione.
Beatrice, come da suo desiderio, venne sepolta nella Chiesa del Castello di Les Echèlles: la sua tomba, eretta dalle figlie, composta di un ricco mausoleo, sormontata dalla statua giacente con in giro, in ventidue nicchie e altrettante statuette raffiguranti le figlie, i generi, i fratelli ed i nipoti, venne semidistrutta nel Secolo XVI, durante le guerre di religione che funestarono la Savoia. Venne in seguito trasportata e ricomposta ad Altacomba ove trovasi tuttora.

Piansero la sua morte i poeti da lei protetti : fra i quali Mainerico di Peguillan, che ne celebrò la virtù e l'intelligenza in un commovente poemetto. Il Guichenon riproduce un originale sigillo di Beatrice nel quale la Principessa è rappresentata a cavallo, con un giglio nella mano destra.



GIOVANNA DI SAVOIA
(poi ANNA PALEOLOGINA)
Imperatrice di Bizanzio ( 1305 - 1360 )

Sul finire del 1324 la Corte di Costantinopoli cercava una sposa per il giovane principe ereditario Andronico Paleologo, vedovo di Irene di Brunswich, morta il 16 agosto di quello stesso anno a Rodosto, senza lasciargli prole. L'interesse della dinastia esigeva che egli si accasasse nuovamente ed al più presto: si voleva una principessa latina, e dopo vari approcci presso le Corti d'Occidente, ed in seguito ai suggerimenti del Marchese di Monferrato, parente del Basileus, la scelta cadde su Giovanna di Savoia, la quale, orfana di genitori, viveva col fratello Edoardo e con la sorella Beatrice, sia a Bourget sia a Evian, affidata alle cure di una zia, la principessa Margherita figlia di Amedeo IV, donna di grande virtù e fermezza.
Giovanna nata nel 1305, era figlia di Amedeo V, morto il 16 ottobre 1323, mentre si trovava ad Avignone per combinare in unione al Papa, una crociata in favore di Andronico II, minacciato dai turchi. La madre, Maria di Brabante, rimasta vedova, aveva voluto ritornare nel suo nativo paese, il soggiorno di Savoia non essendole, a quanto pare, mai piaciuto; non vi è dubbio che questo distacco deve avere afflitto i figli, sebbene non fossero più in tenera età.

Allorchè nell'agosto 1325 giunsero in Savoia gli ambasciatori bizantini, nei loro pittoreschi costumi per fare la domanda ufficiale della mano della principessa la quale aveva circa venti anni, la Corte Sabauda si trovava a Bourg-enBresse ove li attendeva Edoardo, lusingato di collocare la sorella su di un trono imperiale, per quanto decaduto dall'antico splendore. L'Impero d'Oriente si riteneva per successione diretta il continuatore dell'Impero Romano e delle sue tradizioni, e sebbene il commercio fosse in rovina ed il paese dilaniato dalle lotte religiose, il suo prestigio era pur sempre grandissimo. Per la Casa Comitale di Savoia, un tale parentado rappresentava pur sempre un onore ambito.
Edoardo accolse dunque con la massima deferenza la domanda presentatagli degli inviati, Andronico Tornice e Giovanni di Giblet, e benchè altri principi avessero desiderato la mano di Giovanna, diede il suo ampio consenso. Pose tuttavia per condizione che la sorella - scrive Dino Muratore nel suo esauriente studio sulla principessa - conservasse la sua fede cattolica. Con tale clausola si sperava, grazie all'influenza che Giovanna avrebbe indubbiamente saputo prendere sul marito, convertirlo alla stessa sua fede, e riunire la Chiesa Scismatica alla Chiesa di Roma. Il Diehl però assicura che giunta a Costantinopoli, Giovanna dovette abbracciare l'ortodossia, apparentemente però poichè essa rimase sempre di nascosto profondamente latina e cattolica.

Stipulato a Ciamberì, il 22 settembre, l'atto di matrimonio, la principessa, alla quale vennero immediatamente riconosciuti gli onori e le prerogative sovrane, partiva per il lontano Oriente, accompagnata da un seguito brillantissimo composto dei fratelli Edoardo, Aimone ed Amedeo, di molti gentiluomini e dame savoiardi e piemontesi : Stefano d'Andelot, Ugo de la Palue, Aimone di Beauvoir, Pietro de la Baume, Enrico Bonzani, Pietro di Variset, Stefano Reynaudi, Leonia ed Isabella de la Rochette, Margherita Bonnivard, Dorina Reynaud, ecc., oltre a sei damigelle, ventitrè scudieri, un cappellano e tre frati.
La seguiva un voluminoso bagaglio contenente cose preziose ed il corredo ricchissimo.
A Rivoli ove la comitiva nuziale fece una breve sosta, si incontrò con la Marchesa di Monferrato e con Filippo d'Acaja; a Saluzzo i fratelli presero commiato e se ne ritornarono in Savoia. Il 18 ottobre raggiungeva Savona, porto d'imbarco; la città accolse festante il principesco corteo ed in novembre la nave che doveva trasportare la principessa ed il suo seguito a Costantinopoli levava l'ancora.

Solo nel febbraio 1326 incontrata da molte imbarcazioni ai Dardanelli, giungeva a Bisanzio. Il lungo e disagiato viaggio ed il cambiamento di clima avevano alterato la salute di Giovanna. Tuttavia l'ingresso nella capitale fu oltre ogni dire splendido: lo storico Cantacuzeno, che ebbe in seguito una così larga ed importante parte nella vita dell'Imperatrice, dice che fu di un lusso meraviglioso malgrado l'assenza dello sposo, che si trovava in Tracia, della quale provincia era Governatore. Le nozze, causa il perdurare della malattia della Principessa, non furono celebrate che nell'ottobre, contemporaneamente alla incoronazione fatta in Santa Sofia dal Patriarca Isaia, e «mai tanta magnificenza era stata spiegata dalle imperatrici venute dall'estero».
Secondo l'uso greco essa assunse il nome di Anna, ed è sotto questo nome che essa è conosciuta nella storia. Tornei e giostre cose mai viste a Costantinopoli, seguirono la doppia cerimonia, al grido: « Savoia ! » dei cavalieri italiani. Questi divertimenti divennero poi familiari alla Corte sebbene, assicura il citato Diehl, il nazionalismo bizantino se ne mostrasse offeso.

Il Principe Andronico, lo sposo, non era certamente un marito ideale per Anna, sebbene « fosse bello, affabile e vivace ». Di carattere impetuoso, egli aveva fato uccidere il fratello Emanuele per ragioni di donne, ed il padre di lui Michele, ne era morto di dolore. Dissipato, vago di avventure amorose, aveva resa infelicissima la prima moglie con la quale aveva convissuto sei anni. Amava la caccia, le corse all'ippodromo, i cani, i cavalli, ma le donne erano la sua passione principale: nè l'amicizia, nè i vincoli del sangue, nè la religione, erano un freno alle sue voglie lussuriose.
Naturalmente era carico di debiti, che pagava con cambiali che i banchieri genovesi di Galata, scontavano, ben sapendo che qualcuno le avrebbe pagate, e questo qualcuno era il nonno, il Basileus Andronico II, il quale afflittissimo, non mancava di redarguirlo, benchè inutilmente.
Malgrado tutti questi non lievi difetti e vizi, il principe non mancava di intelligenza e di alcune buone qualità.

Nato nel 1297, egli era figlio del principe Michele e di Xenia d'Armenia, coi quali era stato in continuo disaccordo morto il padre il 12 ottobre 1320, per il motivo che abbiamo detto, egli aveva indotto (15 luglio 1322) con le minacce il nonno non solo ad associarlo all'Impero ma a farlo incoronare, dopo molte riluttanze, il 2 febbraio 1325.
Il principe che non condivideva l'avversione dei suoi sudditi per i latini, aveva accolta assai bene la sposa sabauda, che amò sempre e ne fu riamato. Trascorsa la luna di miele nel grandioso palazzo di Blacherne, troviamo due anni dopo gli sposi nella Tracia, in visita ufficiale al Re di Bulgaria. Ma questo viaggio, sotto un'apparenza politica, era stato da lui provocato, per addormentare i sospetti di Andronico II per il quale l'attività misteriosa del nipote non era scevra d'inquietudini: sapeva che sobillato da stranieri, egli meditava la ribellione aperta ed il potere assoluto.

Difatti nel maggio 1328, egli occupava coi suoi partigiani di sorpresa Costantinopoli. Proclamatosi Imperatore costrinse il nonno ad abdicare (24 maggio) confinandolo dapprima in un palazzo, indi obbligandolo a ritirarsi in un monastero, ove preso il nome di Antonio, doveva morire il 13 febbraio 1332.
Calmata l'effervescenza provocata dalla deposizione di Andronico, Anna, che era rimasta a Didimotica, faceva ritorno nella capitale, ove l'anno seguente dava alla luce la principessa Maria (1329) ; in seguito altri figli vennero ad accrescere la famiglia. Furono: Giovanni (18 giugno 1332), Michele (1338) ed un'altra figlia che sposò più tardi un Gattilusio.
Anna era rimasta sin qui estranea alle vicende dello Stato; ma la guerra scoppiata coi bulgari, coi serbi e coi turchi, la richiamarono a Costantinopoli da Didimotica, città che ella prediligeva. Stremato di potenza, l'impero si difendeva solo fiaccamente benchè trattati di amicizia fossero stati sottoscritti con Venezia, Napoli, Rodi, Savoia, Cipro e Francia. La spinosa questione della riunione delle due Chiese - la cattolica e la scismatica - era però un ostacolo insormontabile ad una sicura alleanza difensiva dei principi latini d'Occidente con i Paleologi.

Anna tentò di convertire il marito al cattolicismo, e l'Imperatore per conto suo era anche disposto a riconoscere l'autorità spirituale di Roma, ma vi si oppose l'alto clero e non se ne fece nulla, quantunque Giovanni XXII, e dopo di lui Benedetto XII, avessero promesso per mezzo di Anna, il più ampio soccorso in denari ed uomini ad Andronico. Uguale promessa aveva fatto Venezia; il popolo al quale peraltro qualche cosa di questi tentativi era giunto a sua conoscenza, si agitò, non senza minacce, contro i frati protetti da Anna ritenuti consiglieri nefasti nella questione religiosa. Non a torto erano sospettati di favorire le mire della Basilissa.
Più tardi vi fu un momento tuttavia nel quale l'accordo parve raggiungersi: ma volendo il Basileus fossero lasciati alla Chiesa greca certi diritti, ed il Papa non essendo disposto a concederli, tutto sfumò. Ciononostante si riuscì a combinare con alcuni stati occidentali una specie di lega antiturca, la quale non arrestò i progressi dei nemici, dei tartari in special modo, i quali approfittando d'una congiura tramata dai genovesi di Galata (1337), varcarono i confini dell'impero e tentarono persino di sorprendere la capitale.

In mezzo a tante preoccupazioni e a timori d'ogni sorta, Anna fidanzò la figlia Maria col figlio del Re dei bulgari per farne un alleato dell'impero. Andronico III, la cui salute compromessa dagli stravizi della sua giovinezza era andata declinando lentamente, veniva a morte quasi improvvisamente nel convento di Odegi il 15 giugno 1341, lasciando l'impero circondato da pericoli da ogni lato, e per giunta con le finanze in dissesto. Prima di morire, affidò la consorte ed i figli al suo primo ministro Giovanni Cantacuzeno, uomo di mire ambiziose, attivo, energico, di indiscussa intelligenza, altero, profondo conoscitore del maneggio del governo, ed ottimo generale. Egli era stato il più fedele consigliere e collaboratore di Andronico II e di Andronico III: quest'ultimo gli lasciava morendo un potere quasi assoluto negli affari dello Stato. Il suo favore era stato così grande che egli aveva ottenuto di poter firmare con inchiostro rosso i decreti, come faceva l'Imperatore, e di dividere la stessa tenda quando erano al campo.


La situazione era indubbiamente grave, se non allarmante. La reggenza di Anna non era delle più facili, in mezzo ad un paese che non l'amava, turbato da lotte intestine, e che in essa sospettava sempre una nemica occulta dell'ortodossia. Intorno a lei non del tutto ignara dell'arte del governare, nacquero subito cabale ed intrighi per dominarla e le ambizioni più sfrenate si scatenarono a disputarsi il potere. Due partiti audaci, subdoli, capitanati da uomini senza scrupoli, più solleciti dei loro particolari interessi, che non di quelli dello Stato, si formarono nella corte e nel popolo per impadronirsi del Governo.
Da un lato stava l'antico primo ministro Cantacuzeno, amico e parente del defunto imperatore, amato dai soldati e con un largo seguito di aderenze nell'aristocrazia. Dall'altra parte stavano il grande ammiraglio Alessio Apokauco, ricco, eloquente, astuto, aspirante alla carica di Grande Domestico, ed il Patriarca Giovanni, prelato rumoroso, rotto a tutte le sottigliezze della politica, il quale voleva la stretta riunione della Chiesa con lo Stato, per meglio spadroneggiare, ma entrambi con pochi aderenti, e senza seguito nell'esercito.

Anna si affidò al più potente, vale a dire a Cantacuzeno, che confermò nella carica di primo ministro, per quanto non lo amasse e ne temesse l'invadenza, tanto più che egli patrocinava un matrimonio fra il giovinetto Imperatore Giovanni V e sua figlia Elena, mentre Anna voleva per il figlio una principessa latina di illustre casato.
Temendo eventuali disordini che potevano sorgere dall'urto dei due partiti, essa fece fortificare la capitale, si circondò di fidi savoiardi, pronti a difenderla contro ogni attacco, ed altri ne fece venire dall'Italia. Naturalmente conoscendo il pensiero della Reggente, questi erano tutti ostili al primo ministro, e tentavano di minarne la forte posizione. Non passava giorno che Apokauco e Isabella de la Rochette, favorita dell'Imperatrice, con calunnie e malignità non gettassero nell'animo della Reggente la diffidenza verso Cantacuzeno, il quale, ad onor del vero, tentava di conservarle l'impero. Egli peraltro non tardò ad accorgersi dei sospetti di Anna : intervenuto ad una seduta di Consiglio come gliene faceva obbligo, la sua carica, si sentì insultato dai suoi colleghi, senza che la Reggente dicesse una parola in suo favore. Vi furono scene tumultuose e poco mancò non si venisse alle mani: offeso da questo procedere, egli offrì le dimissioni.

La guerra che infuriava coi bulgari e la Morea che non era tranquilla, consigliarono Anna a mostrarsi conciliante con l'unico uomo che poteva salvare l'impero in quei frangenti, il quale per giunta disponeva dell'esercito. Senonchè le manifestazioni clamorose dei soldati, i quali, tutte le volte che egli si recava a Corte, lo acclamavano con grida di evviva, non la lasciavano senza inquietudini e la spinsero a suggerire al figlio una decisione precipitata, la quale doveva scatenare la guerra civile. Non appena Cantacuzeno giunse nella Tracia, per attaccare il nemico, gli pervenne un ordine dell'Imperatore, col quale veniva privato di tutte le sue cariche ed onori, ed i beni di lui confiscati. Compiuto questo atto, senza averne previste le conseguenze, e con scarsi mezzi per pararle, ad Anna non rimase che gettarsi nelle braccia del Patriarca il quale l'assicurò che Cantacuzeno non avrebbe mai potuto nuocerle : la consigliò di far incarcerare tutti i di lui congiunti non esclusa la madre, la virtuosa Teodora Paleologa, i partigiani e confiscare loro gli averi.

Cantacuzeno, il quale aveva sin qui creduto che mai l'Imperatore avrebbe osato licenziarlo, rimase come sbalordito a tale comunicazione e da uomo abilissimo, prima di pronunciarsi e di prendere una decisione, che sarebbe stata grave, volle tentare un riavvicinamento con la Corte. Chiese di giustificarsi delle accuse mossegli dagli avversari, e ricordò alla Reggente la volontà del defunto Andronico III, i servigi da lui resi allo Stato e la recente conciliazione avvenuta. Mal consigliata da Apokauco, Anna rifiutò di udirlo; quest'uomo aveva saputo così bene insinuarsi nell'animo di lei, da esserne divenuto il consigliere più ascoltato, ma nefasto. L'influenza che egli esercitò sulla Basilissa fu fatale e deleteria all'impero. Qualche storico lo accusò persino di aver mirato, nella sua sconfinata ambizione, alla porpora, e di avere anche vagheggiato di dare per moglie all'Imperatore Giovanni una figlia sua.

Il rifiuto di Anna indignò Cantacuzeno e scontentò l'esercito, il quale parteggiava interamente per lui. Spinto dai soldati e dagli amici accorsi al suo campo, a proclamarsi Imperatore, ebbe qualche esitazione, ma poi, ricordando le umiliazioni inflittegli dai cortigiani, si gettò risolutamente nella ribellione ed in breve fu il padrone della situazione.
Il 26 ottobre 1341 l'esercito lo acclamava entusiasticamente Imperatore sul campo di Didimotica : accettò la corona ma, non volendo ancora rompere tutti i ponti con la dinastia, faceva acclamare contemporaneamente Giovanni V ed Anna. Non volle apparire del tutto un ribelle; onde dare, - assicura il Muratore - un carattere legale alla sua usurpazione, dichiarò solennemente essere suo fermo proposito di difendere il trono confidato da Andronico III alla sua saggezza, e del quale principe egli venerava la memoria. Tre giorni dopo la sua esaltazione, svestiva la porpora per indossare l'abito bianco, colore di lutto, che si portava per la morte degli imperatori bizantini.
Anna non credendo nè alle parole nè agli atti di lui, rispose facendo coronare il figlio in Santa Sofia il 19 novembre.

La Tracia, fedele ai Paleologi, essendosi sollevata contro l'usurpatore, egli tentò un accomodamento con la Reggente, ma il Patriarca, impedì il riavvicinamento, lanciandogli la scomunica. Allora ricorse al Re dei serbi, Stefano Douchan, presso il quale si rifugiò (1343), e non si vergognò di stringere alleanza col Sultano turco di Nicea, al quale diede in moglie una figlia. Anna, che sperava nell'aiuto dell'Occidente, si vide invece abbandonata da tutti, anche dalla sua famiglia ; tentò allora di distaccare da Cantacuzeno il Re di Serbia promettendogli in sposa una sua figlia, dandole la Macedonia in dote. Seguendo infine il cattivo esempio del suo avversario fece lega con l'Emiro di Aidin: promise inoltre somme vistose a chi le avesse consegnato vivo o morto il suo antico primo ministro. Per avere denari si rivolse ai veneziani, affidando loro in pegno i propri gioielli, il vasellame d'oro e d'argento della Corte ed il tesoro imperiale. Mise a contribuzione le chiese ed i monasteri, e impose tasse onerose sul popolo, sollevando fiere opposizioni. Supplicò il Papa di venirle in aiuto, ma il suo appello rimase inascoltato.

La guerra intanto desolava il paese: Cantacuzeno aveva nel frattempo ripreso la Tracia ed era vittorioso ovunque, sebbene l'Imperatore gli avesse mandato a contrastargli il passo, il generale Vatatze. Il Patriarca, spaventato, temendo la vendetta dell'usurpatore, nel caso avesse ad occupare la capitale, consigliò alla Reggente di accordarsi con Cantacuzeno il quale continuava a protestare la propria innocenza ed a dichiarare di non avere altra mira che il bene dell'impero. Anna non volle tenere in nessun conto tale avviso e dubitando che il Patriarca di nascosto se la intendesse col nemico, se ne sbarazzò subito a mezzo di un Sinodo che lo dichiarò decaduto. Si appoggiò ancor di più ad Apokauco, ma ucciso questi (11 giugno 1345) si crede dai partigiani di Cantacuzeno, essa lo vendicò col terrore e col sangue.
Cantacuzeno intanto occupava Adrianopoli e vista inutile ogni sua profferta di pace, si faceva coronare il 21 maggio 1346 dal Patriarca di Gerusalemme.

Costantinopoli, per quanto si preparasse alla resistenza contro le sue truppe che si avanzavano, non era nello stato di potersi difendere a lungo. Il 3 febbraio 1347, per un tradimento di uno dei favoriti di Anna, certo Facciolati, la città cadeva in potere di Cantacuzeno il quale, a stento, potè evitarne il saccheggio.
Anna non si ritenne ancora vinta: fece chiudere il palazzo di Blacherne, sua residenza, dopo avervi introdotti gran numero di uomini armati e tentò di sollevare il popolo. Poi chiese aiuto ai genovesi di Galata, che si dichiararono pronti a difenderla ma ne furono impediti dai partigiani dell'usurpatore.
La partita era perduta, ed essa, per salvare il trono al figlio, mandò due suoi segretari certi Palamos ed Asan, muniti di pieni poteri, per trattare con Cantacuzeno un accordo che venne concluso dopo lunghe discussioni sulle seguenti basi principali: comunanza di dominio politico fra Cantacuzeno e Giovanni; amministrazione dello Stato riservata a Cantacuzeno sino alla maggiore età dell'Imperatore; amnistia : preminenza di Anna su Irene, moglie di Cantacuzeno.

* * *

Bisogna riconoscere che il vincitore, forse per calcolo, non volle abusare della vittoria, né gli sarebbe stato facile d'altronde di tenere prigioniera Anna ed i figli e rendersi padrone assoluto dello Stato.
La Basilissa non era però donna da adattarsi alla nuova situazione che le era stata fatta: nel segreto del suo animo nutriva un disprezzo profondo contro l'usurpatore e meditava la rivincita.
Il 13 maggio seguente l'antico primo ministro si faceva nuovamente incoronare assieme alla consorte nella chiesa del palazzo imperiale: otto giorni dopo (21 maggio) il giovane Imperatore sposava Elena Cantacuzeno, malgrado la profonda avversione di Anna per queste nozze. Tenuta lontana dagli affari, senza autorità, rigorosamente sorvegliata da guardie fidate di Cantacuzeno, minacciata di essere esiliata, essa aveva dovuto assistere col cuore gonfio d'odio, a queste due cerimonie, senza poter opporvisi.
Conoscendo Cantacuzeno l'influenza che essa esercitava sul figlio, intorno al quale si raccoglievano molte simpatie, lo relegò a Tessalonica (1351). Qui, Giovanni, furente contro il suocero, che lo allontanava dal governo e dalla capitale, contrariamente ai patti stabiliti, pensò di ripudiare la moglie, per passare a nozze con una principessa serba, ma Anna, che lo aveva raggiunto lo distolse da un simile proposito, onde togliere a Cantacuzeno pretesti ad usare verso di lui maggiori rigori, fra gli altri la privazione della libertà. Abilissima, come era, iniziò intanto trattative segrete coi capi del partito avverso all'usurpatore, per reintegrare il figlio in tutti i suoi diritti. Il concorso dei genovesi le venne garantito ed al momento opportuno l'appoggio materiale di qualche principe latino non le sarebbe mancato. Anche l'Imperatore Giovanni stanco di una tale soggezione, si era creato molte aderenze: i suoi partigiani avendolo invitato a ritornare nella capitale, accolse il loro invito; ma sconfitto a più riprese dalle truppe di Cantacuzeno, andò ramingo per le isole dell'Arcipelago, finchè ritornò nuovamente a Tessalonica (1354). A Costantinopoli Cantacuzeno lo faceva dichiarare decaduto dal trono e lo sostituiva col figlioletto Andronico; nello stesso tempo, egli, associava al trono, il proprio figlio Matteo facendolo anche incoronare.

La guerra civile mandava tuttavia bagliori di fuoco un po' dappertutto, e Giovanni V che aveva per sé la forza della legittimità, non aveva rinunziato alla lotta. Chiamò intorno a sè tutti i fedeli della sua casa, ed aiutato dal cognato Gattilusio con buone forze genovesi, riprese arditamente l'offensiva : questa volta le sorti gli volsero propizie, e dopo breve lotta entrava trionfante in Costantinopoli. Cantacuzeno vistosi sopraffatto, senza scampo, abbandonato dalla maggior parte dei suoi, si ritirò nel convento di Manganes (gennaio 1355) dove previa rinuncia al trono, si fece frate col nome di Giuseppe. La moglie Irene, ne imitò l'esempio e si rinchiuse nel monastero di Santa Marta assumendo il nome di Eugenia. Solo il figlio Matteo resistette a lungo, ma poi finì egli pure per deporre la porpora due anni dopo.

Anna, riprese la sua esistenza di prima alla Corte, ma non si abbandonò nè a vendette nè a rappresaglie: lasciò il governo, interamente nelle mani del figlio ed essendo molto devota di San Francesco d'Assisi, fece innalzare a Pera, una chiesa intitolata al Serafico Poverello, per ringraziamento del ricuperato trono ed essa stessa si fece terziaria dell'Ordine.
Presa da nostalgia della patria lontana volle rivedere l'Italia (1359): visitò Assisi e sembra anche si sia spinta sino in Savoia, da dove avrebbe proseguito per Avignone per visitarvi il Papa Innocenzo VI.
Ritornata a Costantinopoli vi moriva nel 1360 e la sua salma volle fosse tumulata nella Chiesa di San Francesco da lei fondata. Il Litta nella sua opera sulle famiglie celebri italiane dice che essa venne sepolta nella Chiesa di San Francesco in Assisi; ma per quante ricerche abbia fatto personalmente, in questa città non è riuscito di rintracciarne l'eventuale sepoltura, nella mistica basilica. Abbiamo anche consultato gli storici assisani, ma nessuno ci ha tramandato notizia di un avvenimento simile, il quale per l'importanza del personaggio, non sarebbe certamente passato inosservato ai cronisti, per cui è lecito ritenere che l'illustre storico italiano sia caduto in un equivoco involontario.

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Gli storici bizantini - quasi tutti avversari politici della Basilissa sabauda - ci hanno tramandato la memoria di essa sotto foschi colori. Per essi l'Imperatrice era rimasta sempre una straniera, una nemica dell'ortodossia, attaccata ostinatamente ai dogmi di Roma, un'avversaria subdola dell'ellenismo che non volle mai proteggere. L'accusano inoltre di aver portato a Costantinopoli la mollezza italiana corruttrice dei costumi greci! Il Gregoras, fra gli altri la giudica incapace di qualsiasi seria riflessione, e la ritiene di mediocre intelligenza, di carattere violento, gelosa del proprio potere, superstiziosa, credeva agli indovini e all'astrologia - tenace negli odi, vendicativa e capace di qualsiasi misfatto. Tutti coloro che si occuparono della storia di Bisanzio, ripeterono queste calunnie senza vagliarle : ma il prof. Dino Muratore ne ha fatto giustizia dimostrandone con prove irrefutabili la falsità.
Se Anna non fu una donna superiore, fu anzitutto madre e sposa modello; vedova ed ancora in giovane età, circondata da nemici palesi ed occulti, essa non ebbe che una preoccupazione, salvare, conservare il trono al figlio minorenne, a qualunque costo. Gli espedienti ai quali ricorse, sono quelli del suo tempo, ed i suoi avversari fecero altrettanto, se non peggio. La sua lotta con Cantacuzeno, del quale intuì subito, con la sua sottile intelligenza di donna, la sconfinata ambizione, fu una lotta terribile e necessaria: chiunque al suo posto avrebbe fatto altrettanto.

Durante la sua reggenza - sempre in rapporto coi tempi - essa governò con moderazione non disgiunta da fermezza, e soprattutto non fu nè vendicativa, nè crudele : se commise errori, se ebbe difetti e se talvolta non fu serena nella valutazione di uomini e di avvenimenti, bisogna riportarsi all'ambiente nel quale era obbligata a vivere, e per vivere a difendersi. Tutti sanno e sono gli stessi cronisti bizantini che ce lo dicono, quale centro di intrighi, di agguati, di spionaggio fosse il palazzo imperiale, popolato da una vera folla di cortigiani infidi, avidi di privilegi, di onori, di ricchezze, i quali pur di ottenere favori erano pronti a qualsiasi bassezza. Non è dunque da stupirsi se Anna non mostrasse grande simpatia per quella gente disposta a vendersi al migliore offerente e che l'ortodossia e l'ellenismo, confondendosi per essa in una sola cosa, le ispirassero disgusto.

Concludendo non si puo negare che la sua tenace e vittoriosa lotta contro Cantacuzeno salvò l'unità dell'impero, il quale durante il suo governo, non subì quelle mutilazioni alle quali dovette sottostare in seguito.
Ventidue anni dopo la morte della Basilissa, suo nipote Amedeo VI, detto il Conte Verde, venne in Oriente con uno stuolo di gentiluomini in aiuto del cugino Giovanni V prigioniero dei bulgari a Vidino. Prese d'assalto Gallipoli, liberò l'Imperatore e lo ricondusse a Costantinopoli.
Compiuta la leggendaria impresa ritornò nella Savoia; il suo cavalleresco gesto galvanizzò l'impero segnando un breve periodo di pace.

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