Com'è nata la scienza che studia  
le anime della società



VILFREDO PARETO

A fondo pagina:
******** I fattori psicologici della Prima Guerra Mondiale
( quante profezie !!!! )
********* "TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA"


*********** ANALISI DI IDEOLOGIE
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IL GIOCO DEL POTERE

di FRANCO GIANOLA
(Storiologia ringrazia)

E' dal 1923, anno in cui ha abbandonato il suo involucro mortale, che Vilfredo Pareto, padre della sociologia moderna, sorride compiaciuto. Guarda giù, sulla Terra, e continua a sorridere. Anche oggi il suo sguardo attraversa i muri dei palazzi del potere e vede tanti omini che vanno reiteratamente all'assalto della stanza dei bottoni per strapparla a chi ce l'ha e occupare le poltrone allineate davanti al quadro-comandi.

E' compiaciuto con se stesso perché lo spettacolo conferma l'attualità della sua famosa "teoria delle élite". Che dice questa teoria, la cui nascita risale al secolo scorso ma la cui validità è stata dimostrata soprattutto e clamorosamente nel 1900?
Per capirne meglio il meccanismo è indispensabile far precedere la risposta da un'occhiata alla situazione del nostro paese, una situazione che il lettore sta vivendo in diretta.

Vediamo che in Italia è in atto una delle grandi crisi che si abbattono ciclicamente sui sistemi nei quali gli uomini si incasellano fideisticamente. La nazione è squassata da un duro scontro fra la vecchia classe dominante e nuovi gruppi di potere che puntano alla conquista della plancia di comando.

La compagine dei partiti, che rappresentava un esercito perfettamente organizzato e padrone dei gangli vitali della nazione, si è frantumata nello spazio di qualche stagione ed è ridotta a un'armata Brancaleone impegnata in una battaglia senza speranza. Il paese è dominato, di conseguenza, da una convulsa dialettica che investe il settore politico, economico e sociale. L'uomo della strada è disorientato e cerca disperatamente di chiarirsi le idee per prepararsi alle necessarie scelte future.

E inevitabilmente formicolano sulle pagine dei giornali, delle riviste e dei libri i pensatori professionisti, dilettanti o improvvisati (di questi ultimi l'Italia è ricchissima - Un Esempio vedi l'ultimo decennio 2000-2010 > > ) che rovesciano sui lettori analisi e formule per capire e risolvere...ma sono soltanto elucubrazioni non scientifiche, staccate dalla realtà: sotto le parole, niente.
Siamo dunque privi di una base di riflessione che ci aiuti a comprendere i meccanismi della convivenza umana e ci metta in grado di elaborare un sistema meno fragile, capace di resistere al tempo? Non è il caso di essere pessimisti.

La base di riflessione può essere trovata rivisitando la cultura dell'Ottocento e soprattutto i testi di Vilfredo Pareto, economista, matematico, sociologico e psicologico, il cui pensiero si rivela sorprendentemente attuale. Gli studi dello scienziato partono da un contesto temporale particolarmente favorevole e stimolante.
All'inizio del XIX secolo l'Italia, unità geografica che contiene culture profondamente diverse, percorre a tappe forzate la via verso la dimensione nazionale (dimensione che non corrisponde alla volontà di tutti i popoli disseminati lungo la penisola: essi hanno anime arabe, spagnole, francesi, austro-germaniche, slave, oltre che italiche) e nello stesso tempo vive una situazione confusa sia dal punto di vista intellettuale sia da quello politico.

Nel paese, dove il pensiero cattolico (fortemente radicato in tutti i terreni sociali) e la società patriarcale non favoriscono certamente la circolazione delle nuove idee che potrebbero mettere in pericolo il potere costituito, c'è una fisiologica resistenza all'avanzata della civiltà delle macchine. Tuttavia, sia pure con un certo ritardo, poi anche qui scatta il meccanismo della rivoluzione industriale che, irresistibilmente, mette in moto il processo di mutazione dei rapporti politico-sociali e delle posizioni culturali.

Qual è il contributo della ricerca sociopolitica italiana in un particolare momento storico, che ha alle spalle le prime grandi teorizzazioni e la tensione interpretativa degli studiosi come Comte, Weber, Marx, Veblen? (di tutti questi parleremo più avanti).

In questa fase evolutiva, dopo la metà dell'Ottocento, gli intellettuali italiani si trovano assediati da una nuova realtà nella quale valori, istituzioni, figure istituzionali e miti cominciano a sgretolarsi. All'ombra delle ciminiere si formano forti gruppi sociali (la classe operaia prende coscienza di sé e si organizza sotto la spinta della lettura di migliaia di pubblicazioni sul pensiero marxiano) che si contrappongono al nuovo tipo di dominio e di sfruttamento. Le cannonate che il generale Bava Beccaris fa sparare nel 1898 contro la folla esasperata da queste forme di sfruttamento rappresentano il segno che la società non può più essere governata con i vecchi strumenti.

Di fronte al sisma sociale che scuote il paese, gli intellettuali scendono in campo. La prima grande figura che s'impone sul campo scientifico è quella di Vilfredo Pareto (1848-1923), di professione ingegnere. Pareto fa un'entrée da iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, pur avendo completato gli studi di ingegneria al Politecnico di Torino, resta profondamente legato al positivismo francese. Rispetto agli studiosi italiani dell'epoca, progressisti prudentissimi o caratterizzati da un massimalismo adolescenziale, egli appare teso a distruggere preconcetti, sentimentalismi, pulsioni missionarie, utopie, demagogie.

La sua posizione è rigorosamente scientifica. "Spinto da un desiderio di apportare un complemento indispensabile agli studi di economia politica e soprattutto ispirandomi all'esempio delle scienze naturali, io sono stato indotto a comporre il mio "Trattato di sociologia" il cui unico scopo - dico unico e insisto su questo punto - è di ricercare la realtà sperimentale per mezzo dell'applicazione alle scienze sociali dei metodi che hanno fatto le loro prove in fisica, in chimica, in astronomia, in biologia e in altre scienze simili".

Questa dichiarazione, che si trova negli "Scritti sociologici", pubblicati dalla Utet di Torino nel 1946, è la sintesi degli obiettivi di Pareto.

Egli vede il sistema sociale come un sistema fisicochimico nel quale le molecole sono rappresentate dai singoli umani con le loro particolarità che interagiscono al momento della "miscelazione sociale". "E' chiara l'opzione per i fatti", commenta Franco Ferrarotti nell'opera "Il pensiero sociologico da Comte a Hokheimer" (Mondadori 1974), "per lo studio dei fenomeni circoscritti e analizzabili empiricamente, o "sperimentalmente", come Pareto preferirà dire, contro le fumosità filosofeggianti, le tirate metafisiche o i grandi ideali umanitari, dietro i quali Pareto sospetterà sempre, e non del tutto a torto, l'inganno ideologico o la truffa politica".

Nel "Trattato di sociologia generale", apparso nel 1916, Pareto mette sotto analisi l'irrazionalità del comportamento umano, trascurandone la razionalità, già trattata a fondo nei testi di economia da lui scritti. Tuttavia, contrariamente a quanto fa Veblen negli Stati Uniti, egli non opera il distacco dalla teoria economica ma ne integra le astrazioni per arrivare, attraverso lo strumento sociologico e psicologico, alla spiegazione di quelle manifestazioni del comportamento umano che l'analisi economica non è riuscita a penetrare.

Pareto, insomma, vuole separare in modo concettuale le componenti razionali dell'azione dalle componenti non razionali. Un esempio preso dal "Trattato" edito a Milano da Comunità nel 1964:
"Un politicante è spinto a propugnare la teoria della "solidarietà" dal desiderio di conseguire quattrini, onori, poteri... E' manifesto che se il politicante dicesse: "Credete a questa teoria perché ciò mi torna conto", farebbe ridere e non persuaderebbe alcuno; egli deve dunque prendere le mosse da certi principi che possano essere accolti da chi l'ascolta... Spesso chi vuoi persuadere altrui principia col persuadere se medesimo; e, anche se è mosso principalmente dal proprio tornaconto, finisce col credere di essere mosso dal desiderio del bene altrui".

Nel distinguere i fatti umani Pareto individua un nucleo costante costituito da manifestazioni di istinti, sentimenti, interessi che egli definisce "residuo", e un nucleo variabile costituito da tentativi di giustificare razionalmente l'irrazionale, detto "derivazione".

Su questa distinzione Pareto costruisce l'edificio della sua sociologia e arriva alla formulazione della "teoria dell'equilibrio sociale" che, a somiglianza di quella dell'equilibrio economico, appoggia sui fattori individuali già citati e sui fenomeni d'insieme, di gruppo, ai quali i fattori individuali danno vita.

Quando Pareto passa al settore politico, conclude che "....la società ha una struttura elitaria, che le masse sono incapaci di governarsi, che le élite (data la legge della competizione e della conseguente selezione dei più forti) sono destinate ad ascendere e a decadere (teoria della circolazione delle élite). I popoli, sostiene Pareto sulla "Rivista italiana di sociologia" del luglio 1900, ad eccezione di brevi periodi di tempo, sono sempre guidati da un'aristocrazia, intendendo questo termine come indicativo dei più forti, dei più energici, dei più capaci sia nel positivo sia nel negativo. Ma per legge fisiologica le aristocrazie non reggono all'onda lunga e perciò la storia umana procede "mentre una gente sale e l'altra cala.
Tale è il fenomeno reale, benché spesso a noi appaia sotto altra forma. La nuova aristocrazia, che vuole cacciare l'antica o anche solo essere partecipe dei poteri e degli onori di questa, non esprime schiettamente tale intendimento, ma si fa capo a tutti gli oppressi, dice di voler procacciare non il bene proprio ma quello dei più: e muove all'assalto non già in nome dei diritti di una ristretta classe, bensì in quello dei diritti di quasi tutti i cittadini.
S'intende che, quando ha vinto, ricaccia sotto il giogo gli alleati o al massimo fa loro qualche concessione di forma. Tale è la storia delle contese dell'aristocrazia, della plebs e dei patres a Roma; tale, e fu ben notata dai socialisti moderni, è la storia della vittoria della borghesia sull'aristocrazia di origine feudale".

Mentre studia, analizza, scrive. Pareto non perde d'occhio quanto accade attorno a lui. E' il momento in cui imperversano logomachie ideologiche, i partiti prendono sempre maggior forza organizzandosi meglio e quindi meglio penetrando nel tessuto sociale del paese. Il socialismo è sulla cresta dell'onda, fa diga in difesa dei diritti dei contadini, dei mezzadri, dei braccianti, degli operai, si presenta come pista di lancio dell'umanità verso il "mondo giusto e di uguali".

Ma cosa pensa Pareto del socialismo?
"Si sente spesso parlare.......
(egli risponde nel libro "
I sistemi socialisti" (Utet, Torino, 1974) ( ne leggeremo qualche pagina più avanti > > > ) -
"....... di un'economia politica liberale, cristiana, socialista, eccetera. Dal punto di vista scientifico ciò non ha senso. Una proposizione scientifica è vera o falsa, non può adempiere un'altra condizione, come quella di essere liberale o socialista, Voler integrare le equazioni della meccanica celeste mercé l'introduzione di una condizione cattolica o atea, sarebbe un atto di pura follia. Ma se tali caratteri accessori sono assolutamente respinti dalle teorie scientifiche, essi non mancano mai, invece, fra gli uomini che studiano queste teorie.
L'uomo non è un essere di pura ragione, è anche un essere di sentimento e di fede, e il più ragionevole non può esimersi dal prendere partito, forse anche senza averne netta coscienza, a proposito di alcuni dei problemi la cui soluzione oltrepassa i limiti della scienza. "Non vi è un'astronomia cattolica e un'astronomia atea"
, specifica Pareto, "ma vi sono astronomi cattolici e astronomi atei. Voler dimostrare il teorema del quadrato dell'ipotenusa con un appello agli "immortali principi del 1789" o alla "fede nell'avvenire della Patria" sarebbe perfettamente assurdo. E' lo stesso che invocare la fede socialista per dimostrare la legge che, nelle nostre società, regola la distribuzione della ricchezza. La fede cattolica ha finito col mettersi d'accordo con i risultati dell'astronomia e della geologia, così la fede dei marxisti e quella degli etici, dunque, procurino anch'esse di conciliarsi coi risultati della scienza economica!".


Un'altra conferma viene alla fine del grande massacro, nel 1918: la caduta delle aristocrazie tedesca, russa, austriaca, esito di quel grande scontro fra
élite internazionali che è stato il conflitto appena concluso. Qualche anno dopo, dal suo tranquillo osservatorio di Losanna, Pareto vede scorrere sullo schermo della storia i drammatici anni del dopoguerra italiano.
(vedi più avanti:
I fattori psicologici della Prima Guerra Mondiale ( che profezie !!! )

Accade qualcosa di simile a quello che aveva immaginato Marx. Ma nel fluire degli avvenimenti non si riscontra la dialettica prevista dal filosofo tedesco (anche se in Russia la rivoluzione dell'ottobre 1917 fa nascere la "grande illusione").
Anzi, quanto avviene in Italia sembra la conferma sperimentale della teoria delle élite: conquista il potere la "
élite fascista" che in un primo momento si fa portavoce delle masse e poi si allea - essendo incerto il rapporto di forza - con la vecchia "aristocrazia" che prima voleva cacciare - per essere lui "anche solo partecipe del potere e degli onori di questa".
(già nel 1902, di Pareto apparvero nella "Bibliotheque internationale d'economie politique", "Les systemes socialiste". A leggerlo e a seguire i suoi corsi all'Università di Losanna c'è il ventenne emigrante Benito Mussolini che, pur con alle spalle un apprendistato socialistico, i vari contatti con l'ambiente anarchico, e con spiccate idee "rivoluzionarie", non ha ancora un pensiero politico autonomo, come sarà in seguito il suo Fascismo. Ma proprio dagli scritti di Pareto, dalle sue lezioni, dai suoi insegnamenti, Mussolini cerca di trarre vantaggio dal pensiero di "questo economista borghese"...."che c'insegna a noi socialisti due cose. La prima riguarda "l'unità" e la seconda la "tattica" del partito" (Cit. da Avanguardia socialista, n.97, 14 ottobre 1904).

Più tardi la nuova élite (e proprio con Mussolini in testa) stipulerà un'altra alleanza, anche questa da manuale paretiano: quella con la Chiesa romana. Anni dopo, nuove conferme: in Germania la presa del potere da parte del nazismo e l'alleanza con la grande borghesia tedesca; in Unione Sovietica il socialismo non diventa realtà e i popoli della Grande Russia si trovano dominati, non più da un' élite aristocrazia guidata dallo zar, ma da una élite espressa e guidata dal partito al potere.

Pareto muore nel 1923. Da allora a oggi sono trascorsi novant'anni e in questo arco di tempo lo show rappresentato dalla lotta fra le élite ha continuato e continua a seguire rigorosamente il copione scritto dallo scienziato.
Se qualcuno dubita che ciò sia avvenuto, faccia, appunto, mente locale al nostro recentissimo passato e al nostro presente.

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Prima di ritornare su PARETO
facciamo il punto sui padri della

SOCIOLOGIA
FIGLIA UNICA DI SEI PAPÁ


Le intuizioni di Aristotele, la grande elaborazione di Comte

Scientia scientiarum. In questo modo AUGUSTE COMTE, il brillante, discusso e tormentato pensatore francese vissuto fra il 1798 e il 1857, considerava la sociologia, sua creatura pazientemente e puntigliosamente modellata nel corso di una vita «consacrata - come fu scritto - esclusivamente al servizio dell'umanità». La collocazione di questa disciplina in posizione di assoluto predominio, di dea ex machina che appare a correggere tutte le storture provocate dalla fallacia dei singoli e dei consorzi umani, può sembrare esplosa dall'orgoglioso spirito missionario di Comte, figlio di ferventi cattolici.
Alla luce di una verifica storica, bisogna dar atto a Comte - il quale del resto si sentiva, e tale viene ancora considerato, padre della sociologia - che la definizione non è immeritata.


Andando a frugare a ritroso nel complesso cammino della cultura umana, la scientia scientiarum è puntualmente presente - magari sotto mentite spoglie o defilata sotto il grande manto della filosofia - nel ruolo di scienza dei fatti sociali in quanto suscettibili di essere spiegati con leggi generali. Una presenza che nasce dal bisogno dell'uomo - appena il suo pensiero esce dall'adolescenza storica e le sue capacità analitiche diventano più agili e acute - di capire e di ordinare sistematicamente le forme generali della vita in società, le loro leggi di movimento e di sviluppo, i loro rapporti con l'ambiente naturale, con la cultura in genere, con i singoli campi della vita e infine con la sua propria personalità.

Non c'è dubbio sui meriti maieutici di Comte, il quale diede corpo definito e panni scientifici a quella che in un primo momento egli, fervido militante del positivismo scientifico, chiamò «fisica sociale», quasi a sottolinearne la scientificità. Ma è impossibile dimenticare che dietro il travaglio creativo di Comte ci sono altri ispiratori che hanno dato ali alla scienza moderna: basti citare Socrate, Platone, Aristotele.

Si può tornare indietro, attorno al 400 avanti Cristo, per entrare in casa di POLEMARCO, filosofo ateniese, dove SOCRATE - secondo il racconto che PLATONE fa nella
Repubblica - dialoga sulla tirannide con un gruppo di amici:
« Ebbene [è Socrate che parla in prima persona] resta da esaminare l'uomo tirannico stesso, per vedere come si muta evolvendosi dal democratico e, quando si è formato, quale sia il suo carattere e quale la sua vita, se sventurata o beata. (...) Ricorda allora qual era, secondo noi, l'uomo di tendenza popolare. Si trovava a essere allevato fin da giovane da un padre che apprezzava i soli appetiti di danaro e disprezzava quelli superflui, che puntavano al divertimento e al lusso. Ma frequentando gente più raffinata e tutta dominata da quegli appetiti, s'è avvivato a commettere ogni prepotenza e a farsi simile a quella gente per odio alla parsimonia paterna.

"Poiché però la sua natura è migliore di quella dei corruttori, sottoposto alle due pressioni, si è arrestato a mezza strada tra queste due maniere di vita e, convinto di poter praticare con moderazione ciascuna di esse, conduce una vita che non è né bassa né contraria alla legge; e così da oligarchico eccolo divenuto di tendenza popolare. Supponiamo ora che quest'uomo, giunto in età matura, abbia a sua volta un figlio, anche lui allevato secondo i suoi costumi. E supponiamo poi che capiti a questo figlio quello che è già capitato a suo padre: che lo si istighi a infrangere ogni legge (e questo i suoi istigatori chiamano piena libertà). (...) Ebbene, quando gli altri appetiti gli ronzano attorno stillando aromi e profumi e pieni di corone, di vini e di quegli sfrenati piaceri che sono caratteristici di simili compagnie; e facendolo crescere e nutrendolo fina al grado estremo instillano nel fuco il pungiglione della bramosia; ecco allora che questo duce dell'anima è scortato dalla follia e si mette in furore... D'altra parte l'uomo impazzito e squilibrato cerca e presume di poter comandare non soltanto agli uomini ma anche agli dei. Perfettamente tirannico si fa un uomo quando la natura o le abitudini o quella e queste insieme lo rendono ubriaco, erotico, bilioso ».

Qualche decennio dopo, forse nel 330 a.C., anche ARISTOTELE, analizzando i modi di vita della società civile che si muove nel suo tempo, deduce (Politica, libro I) che la comunità perfetta di più villaggi costituisce la città. Questa ha raggiunto il livello di autosufficienza, sorge per rendere possibile la vita e sussiste per creare le condizioni di un'esistenza comoda e sicura. Considerato questo, ne deriva che ogni città è un'istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono (come i gruppi familiari e i villaggi), poiché essa è il loro fine e la natura di una cosa è il suo fine.

"Da ciò dunque è chiaro - sostiene il filosofo - che la città appartiene ai prodotti naturali, che l'uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e che chi non vive in una città, per la sua propria natura e non per caso, o è un essere inferiore o è più che un uomo: è il caso di chi Omero chiama con scherno "senza patria, senza leggi, senza focolare". E chi è tale per natura è anche desideroso di guerra, in quanto non ha legami ed è come un pezzo da gioco posto a caso. Perciò è chiaro che l'uomo è animale più socievole di ogni ape e di ogni altro animale che viva in greggi ».

A distanza di secoli, a ridosso della nascita di Comte, mentre germoglia la rivoluzione industriale e la cultura punta - dopo un lungo periodo di esasperazione metafisica - di nuovo la sua attenzione al fisico e al sociale, la matrice della protosociologia aristotelica si manifesta nel pensiero dell'ecclesiastico e scrittore francese Jacques-Benigne BOSSUET (1627-1704), precettore del Delfino di Francia per il quale scrive il Discours sur l'histoire universelle.
Per Bossuet "....la società umana può essere guardata da due punti di vista: o in quanto considera l'intero genere umano come una grande famiglia, o in quanto si riduce in nazioni e in popoli composti da diverse famiglie particolari, ognuna dotata di propri diritti. Considerata in questo secondo senso, essa si chiama società civile e può essere definita comunità di uomini uniti sotto lo stesso governo e le stesse leggi. Da questo governo e da queste leggi viene garantita per quanto è possibile la sicurezza del riposo e della vita di tutti gli uomini. Chiunque non ami la società civile di cui fa parte - scrive poi Bossuet in Politique tirée des propres paroles de l'Ecriture Sainte, pubblicato a Parigi all'inizio del Settecento -, cioè lo Stato in cui è nato, è dunque nemico di se stesso e di tutto il genere umano ».


Cinquant'anni dopo, Charles de MOTESQUIEU  (1689-1755), uno dei grandi dell'Illuminismo, costruisce la sua filosofia politica analizzando i fatti politico-sociali della storia antica e contemporanea, e afferma che la società è l'unione degli uomini e non gli uomini stessi, che il cittadino può perire e l'uomo sopravvivere. Questa sua convinzione è espressa più ampiamente nell'
Essais touchant les loix naturelles, pubblicato qualche anno dopo la sua morte, avvenuta a Parigi:
«L'uomo non è stato fatto per vivere solo, ma per essere in società con i suoi simili. Per questo che gli è stata data la parola, al fine di comunicare i propri pensieri agli altri, ed è allo stesso fine che egli ha ricevuto numerosi bei talenti che scomparirebbero, o si svilupperebbero solo in modo molto imperfetto, se egli passasse i suoi giorni in solitudine. (...) Al di fuori della società non vi sono che preoccupazione e ferocia; la paura non mi abbandona mai, mi manca tutto, aiuto e consolazione. Ma nella società si vede regnare la gentilezza dei costumi; trovo amici che mi soccorrono nel bisogno, che addolciscono i miei mali e mi consolano nella mia miseria ».


Qui l'influenza di Aristotele è evidente. Scriveva infatti, sempre nella
Politica:
« La natura non fa nulla invano e l'uomo è l'unico animale che abbia la favella; la voce è semplice segno del piacere e del dolore e perciò l'hanno anche gli altri animali. (...) Invece la parola serve a indicare l'utile e il dannoso e perciò anche il giusto e l'ingiusto: e questo è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali, in quanto egli è l'unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e delle altre virtù: la comunità di uomini costituisce la famiglia e la città. E nell'ordine naturale la città precede la famiglia e ognuno di noi. Infatti tutto precede necessariamente la parte, perché, tolto il tutto, non ci sarà più né piede né mano. (...) Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città ma o una belva o un dio. Per natura, dunque, c'è in tutti uno stimolo a costituire una siffatta comunità ».

Anni prima, Platone, maestro di Aristotele, aveva affermato nella Repubblica che uno Stato nasce perché ciascuno non basta a se stesso, ma ha molti bisogni. Così per certi bisogni ci si vale dell'aiuto di uno, per altri di quello di un altro: il gran numero di questi bisogni fa riunire in un'unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto.

Il seme gettato dai maestri greci e dagli altri pensatori che nel corso dei secoli seguenti avevano cercato di capire le leggi dei meccanismi sociali (perché non ricordare anche Agostino, Machiavelli, il filosofo inglese del XVII secolo Hobbes?) si trasforma in una creatura dai contorni precisi e vivi con la grande costruzione filosofico-politica che fu ideata da Auguste Comte. Comte nasce, studia ed elabora il suo pensiero in un momento storico che offre magnifico materiale per la costruzione della scientia scientiarum.

A partire dal 1760, in Gran Bretagna - dove il « taglio » scientifico della cultura contemporanea ha grande influenza sullo sviluppo di nuove tecnologie produttive - si accende la miccia di quella rivoluzione industriale che nel giro di pochi anni muterà il volto all'Europa. Muta, intanto, il volto della Gran Bretagna fra l'ascesa al trono di Giorgio III (1760) e quella di Guglielmo IV (1830).
Zone da secoli usate per coltivazione o pascolo vengono a poco a poco recintate con siepi, steccati, muri, palizzate. Appaiono le ciminiere, segno della presenza delle prime macchine, ancora rudimentali ma che cambiano radicalmente il modo di produrre - basato prima su una miriade di aziende familiari e su una massiccia presenza di manodopera - e incidono profondamente sulla società civile provocando contemporaneamente malessere e benessere.

L'aumento della produzione, e quindi del materiale commerciabile, impone la costruzione di una rete viaria più articolata e dotata di strade solide, ampie e comode; viene aumentata la navigabilità dei fiumi e vengono messe le prime rotaie di ferro. Conseguenza automatica di questo boom economico è l'aumento della popolazione (è maggiore la percentuale di sopravvivenza dei bambini e dei giovani), mentre si verificano massicci spostamenti verso la città dei gruppi rurali che puntano all'impiego nelle fabbriche. L'inurbamento di queste grandi masse crea molti e complessiproblemi, facilmente intuibili.

La Francia - che nell'arco di questo periodo vive anche la rivoluzione borghese - non può evitare l'agganciamento a questa marcia verso il futuro. La società viene sottoposta a grandi cambiamenti non soltanto in senso positivo: la civiltà industriale porta la competitività dell'uomo a punte di esasperazione che minacciano l'imbarbarimento anziché promettere vita più sicura.

Osservando tutto ciò, Auguste Comte sente acutamente la necessità di trasportare l'armonia, il metodo e l'ordine che regnano nel mondo tecnico-scientifico, all'interno della rudimentale e malsicura macchina della filosofia sociale.
Da qui l'obiettivo di organizzare una vera e propria scienza sociale, strumento di concreta utilità per la vita dell'uomo, mirato al miglioramento della condizione umana. Non solo una costruzione teorica, dunque, ma uno strumento funzionale al progresso della società civile, del vissuto sociale.

Alla nuova disciplina inizialmente Comte dà - come s'è detto - il nome di fisica sociale, ma in seguito la definisce sociologia (fondendo la parola latina socius con la greca logos) quando gli viene il sospetto che la prima definizione gli sia stata tolta dallo studioso belga Adolphe Quetelet, specialista di statistica sociale. Tuttavia sotto la nuova etichetta restano obiettivi, metodi e sostanza della fisica sociale che Comte vuole far avanzare lungo i binari della scientificità.

Comte è convinto che, usando in questo modo la sociologia, sia possibile individuare le leggi che hanno presieduto al progresso dell'umanità e sulla base di queste leggi prevedere e dominare il corso del futuro. «Savoir pour prévoir et prévoir pour pouvoir »: questo inciso che si trova nel Cours de philosophie positive è lo slogan all'insegna del quale lo studioso compie la sua ricerca.

Comte lavora con una visione totalizzante e sintetica del procedimento scientifico: rifiuta le inquadrature a compartimenti stagni e sostiene l'interdipendenza dei vari settori di studio, dai più elementari ai più articolati e complessi, dall'astronomia alla medicina, dalla filosofia alla sociologia. Così intesa, la scienza rappresenta il punto di partenza per la rifondazione dell'umanità, lo strumento terapeutico preciso, perfettamente messo a punto, per risolvere il male del disordine, dell'imprevedibile, che affligge con frequente periodicità le comunità umane.

"Fra l'insieme e le parti del sistema sociale - scrive Comte nel Cours de philosophie positive - deve esserci sempre un'armonia spontanea. Non soltanto le istituzioni politiche e i costumi sociali da una parte, e i costumi e le idee dall'altra, devono essere costantemente solidali; ma questi elementi insieme si legano sempre, per loro natura, allo Stato che corrisponde allo sviluppo integrale della società".

I concetti di armonia e ordine sembrano ossessionare la mente dello studioso.
« Dal disordine intellettuale degli individui - scrive il sociologo Franco Ferrarotti in
Il pensiero sociologico da Comte a Horkheimer - scaturisce il disordine che regna nella società, spingendosi ai limiti estremi. Comte non si stanca di ripetere che una società può sussistere e perpetuarsi nel tempo solo in base a due condizioni fondamentali, che egli indica con i termini "ordine" e "progresso". Nella società moderna queste due condizioni, o prerequisiti funzionali per il sistema sociale, sono nettamente separate; della prima si fa sostenitrice una politica a carattere retrogrado, mentre la necessità della seconda è invocata dalle dottrine anarchiche ».

Continua Ferrarotti: « Comte vede il primo sintomo dell'anarchia regnante nel sistema politico nel fatto che tutti si ritengono idonei a risolvere le questioni sociali, le quali per altro, per il loro grado superiore di complessità, devono riuscire le più inaccessibili per chi non abbia una scrupolosa preparazione scientifica. Quanto gravi sononecessariamente i danni di questa malattia sociale, esclama Comte, "se tutti gli individui, per quanto inferiore sia la loro intelligenza e malgrado l'assenza, in molti casi, di una preparazione adeguata, sono indistintamente indotti da energici stimoli a risolvere continuamente, con la più deplorevole leggerezza e senza alcuna guida o il minimo freno, le questioni politiche più importanti!" ».

Comte, d'altronde, si rende conto che anche gli uomini di Stato non vedono di buon occhio l'elaborazione teorica delle dottrine sociali poiché capiscono che l'uso del metodo scientifico nelle scelte politiche porterebbe via loro buona parte del potere; sarebbe la sconfitta, operata dalla razionalità, dell'improvvisazione e degli interessi personali, e rappresenterebbe la supremazia dello spirituale sul materiale.
L'analisi s'inquadra nella Legge del progresso umano, definita anche Legge dei tre stadi, nella quale Comte stabilisce che l'evoluzione dello spirito umano avviene di pari passo con quella dello spirito del singolo individuo. La legge dalla quale Comte eleva tutta la sua opera.

Secondo il pensatore francese, ognuno dei concetti basilari dell'uomo, ogni parte delle conoscenze, passa per tre stadi teorici: il teologico o fittizio, il metafisico o astratto, lo scientifico o positivo. Nel grado teologico le ricerche vengono dirette in specie verso la natura profonda degli esseri, delle cause prime e finali, e i vari fenomeni vengono attribuiti all'intervento di esseri soprannaturali; nel grado metafisico i fenomeni vengono considerati come effetto dell'azione di forze astratte, entità reali, astrazioni personificate. Quando raggiunge l'ultimo grado, lo spirito umano riconosce vana la ricerca della nozione assoluta, dell'origine e della destinazione dell'universo, delle cause profonde dei fenomeni, per puntare allo studio delle leggi dalle quali questi fenomeni vengono governati, ossia alle relazioni immutabili di successione e disimilitudine.

KARL MARX, il secondo dei grandi maestri del pensiero sociologico, nasce vent'anni dopo Comte, nel 1818, a Treviri, in Germania. La rivoluzione industriale è nel pieno del suo sviluppo, ferreamente controllata dalla borghesia che detiene i capitali (indispensabile mezzo per l'acquisto delle macchine) e perciò esprime una politica economica attenta soltanto all'incremento della produzione e del profitto.

Se esiste una dialettica sociale, essa si esprime soltanto nello scontro fra borghesia e aristocrazia. Quest'ultima è ancora tesa a conservare vecchie e statiche strutture legate al sistema feudale prussiano, nelle quali l'imprenditore industriale non trova il necessario spazio di manovra. Completamente da parte, senza voce, salvo qualche rara eccezione dovuta al solito audace pioniere, vive quella grande massa di uomini, donne e bambini che affolla le fabbriche in numero sempre maggiore.

Anche Marx, come Comte, ha spirito scientifico e lavora osservando in profondo la società nella quale si trova a vivere. Le sue analisi non sono improvvisate. Dietro al suo lavoro ha rivisitazioni alle filosofie di ogni tempo - nel Capitale, per esempio, si rifà ad Aristotele in tredici punti - che, storicizzate, gli forniscono materiale di verifica e ulteriore riflessione per arrivare alle conclusioni che egli ritiene funzionali al mondo contemporaneo.

Nel 1840 l'avvento al trono di Prussia di Federico Guglielmo IV chiude ogni speranza in coloro i quali sognavano un' apertura e il reazionarismo riprende vigore.
Marx si rende allora conto che i problemi sociali devono essere studiati indipendentemente dalla possibilità di una loro soluzione per mezzo di riforme governative. Si rende conto, inoltre, che essi alla fine si riducono a problemi di natura economica.

Nello stesso tempo il giro di vite operato dal potere monarchico fa perdere a Marx l'illusione sulla razionalità dell'apparato statale: la proprietà privata gli appare sempre più come strumento usato dalla classe dominante per conservare i propri privilegi. Dopo il 1843, anno in cui si rifugia a Londra per poter scrivere e pubblicare liberamente, come non può fare in patria a causa della censura prussiana, Marx fa il punto:

« Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una revisione critica della filosofia del diritto di HEGEL, lavoro di cui apparve l'introduzione negli Annali franco-tedeschi pubblicati a Parigi nel 1844. La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza: dunque l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica ».

Quando scrive questo, nel 1859 (Per la
critica dell'economia politica), Marx ha delineato i contorni della visione sociologica, già presente nel Manifesto dei comunisti del 1848. Il capitale, scritto dal 1867 al 1883, rappresenta l'assemblaggio finale delle minuziose analisi settoriali - ma caratterizzate dall'interdipendenza - e delle conseguenti deduzioni alle quali il filosofo tedesco perviene dopo aver anatomizzato in dettaglio il presente e il futuro della società a lui contemporanea.

Marx presenta la sua formula: "....la rivoluzione industriale e il progresso economico metteranno fine alla lotta di classe sotto la spinta del mutamento dei rapporti di produzione e di scambio e dei conseguenti mutamenti dei rapporti sociali e politici; nella fase precedente questa tappa storica ci sarà la dittatura del proletariato, nel corso della quale contrasti e opposizioni verranno risolti; nel periodo finale, dopo l'estinzione dello Stato, nascerà la società comunista, la società senza classi, nella quale ognuno avrà « secondo i suoi bisogni ».

E' l'utopia, classico prodotto di una società che, esasperata dall'ingiustizia e dallo sfruttamento, esprime attraverso i suoi intellettuali il compensativo sogno dell'ordine perfetto e immortale. Le condizioni di vita nella società britannica della metà Ottocento - che Marx prende come campione perfettamente rappresentativo del sistema capitalistico industriale in rapida diffusione nel mondo - giustificano quest'ultima utopia, questo ennesimo progetto di «città del sole».
Tali condizioni di vita sono vividamente descritte nel primo libro del Capitale, capitolo XXIII-5:
« L'intima connessione tra la fame che tortura gli strati operai più laboriosi e lo sperpero smodato dei ricchi, basato sull'accumulazione del capitale, grossolano o raffinato che sia, appare in piena luce soltanto attraverso la consapevolezza delle leggi dell'economia. Ben diversamente avviene per lo stato dell'abitazione. Ogni persona senza interesse di parte si accorge che quanto più massiccia è la centralizzazione dei mezzi di produzione tanto più grande e il conseguente agglomeramento di operai nel medesimo spazio; che perciò quanto più veloce è l'accumulazione del capitale tanto più misero è lo stato d'abitazione degli operai. Il miglioramento delle città che accompagna l'accrescersi della ricchezza fatto tramite la demolizione di quartieri mal costruiti, la costruzione di palazzi per banche, di grandi magazzini eccetera, l'ampliamento delle strade per il traffico e le carrozze di lusso, l'uso delle diligenze, riduce per forza di cose gli indigenti in buchi sempre più stretti e sempre più affollati."

Continua il filosofo:
« Il costo delle abitazioni sta in ragione inversa della loro bontá; le miniere della miseria sono un oggetto di sfruttamento, per gli speculatori edilizi, più vantaggioso e meno dispendioso di quanto lo siano le ricchissime miniere della Bolivia. Il carattere antagonistico dell'accumulazione del capitale, e perciò dei rapporti generali di proprietà capitalistica, si mostra in questo caso tanto evidente, che addirittura i rapporti ufficiali inglesi a tale proposito sono stracolmi di accuse eterodosse contro la "proprietà e i suoi diritti". Questa disgrazia ha progredito parallelamente allo sviluppo dell'industria, all'accumulazione del capitale e all'abbellimento delle città fino a un punto tale che tra il 1847 e il 1864, solo però per il timore di malattie infettive, che non hanno riguardo nemmeno per la "gente onorata", vennero promulgati dal Parlamento dieci atti sull'igiene pubblica, e che la cittadinanza impaurita di alcune città, come Liverpool, Glasgow e altre, si fece sentire attraverso le proprie municipalità. Eppure il dottor Simon esclama, nel suo rapporto del 1865: "Per parlare in generale, queste sciagure in Inghilterra sono incontrollate" ».

E Marx conclude:
« Riguardo alle condizioni delle abitazioni urbane ecco un'osservazione di carattere generale del dottor Simon: "Malgrado il mio punto di vista ufficiale sia esclusivamente medico, il più normale sentimento umanitario non permette che venga ignorato l'altro aspetto di questo flagello. Al suo livello più elevato esso provoca quasi necessariamente un tale annientamento di ogni delicatezza, una promiscuità tanto ributtante di corpi e di azioni corporee, una tale mostra di nudità sessuali, che hanno più della bestia che dell'uomo. Lo stare esposti a queste influenze comporta una degradazione che si fa sempre più profonda a mano a mano che va avanti. Per i bambini nati in questa maledizione vuol dire essere battezzati nell'infamia. Ed è vano aspettarsi, da persone che vivono in questa situazione, che anelino in altre circostanze a quell'atmosfera di civiltà la cui essenza consiste nella pulizia fisica e morale" ».

Su posizioni diverse rispetto a Karl Marx si trova il contemporaneo britannico HERBERT SPENCER (1820-1903). Il primo prevede, nel periodo precedente la tappa finale posta dalla sua utopia, dure lotte di una classe contro l'altra, un lungo stato di Bellum omniurn contra omnnes. Il secondo sostiene che. la legge dello sviluppo della società è simile a quella che governa l'organismo animale. Spencer è fortemente condizionato dai suoi studi biologici, dall'attrazione che ha sempre avuto nei confronti della tecnica applicata, e quindi non riesce a uscire dalle secche di un certo meccanicismo.
Per lui "... il progresso della società è monolineare, senza eccezioni e drammi, segue il ritmo dell'evoluzione organica. Le sofferenze e le difficoltà che l'uomo incontra nella vita sono un passo obbligato, rappresentano momenti naturali della conquista dell'ambiente che sfocerà nella società ideale.

Rispetto a Marx, il britannico capovolge l'ordine delle tappe della marcia verso la « nuova società ». E non è molto chiaro se l'operazione viene fatta per convinzione scientifica o perché ispirata dal suo fiero antisocialismo e dai circoli liberisti. Nell'infanzia della società si ha, secondo Spencer, il comunismo puro; da questo si passa, dopo un periodo di comunismo « modificato » che ha qualche barlume di « individualizzazione », al comunismo pilotato da un capo; viene poi la « ruolizzazione » degli individui a seconda delle possibilità, fisiche e intellettuali, di ognuno; punto finale è l'istituzione dell'economia monetaria con l'ovvia differenziazione del guadagno e la formazione della proprietà privata. La presenza dello Stato viene accettata da Spencer soltanto nel ruolo di difensore dei diritti di ogni cittadino contro le trasgressioni delle regole sociali operate da altri cittadini.

«La giustizia, come noi dobbiamo comprenderla - afferma Spencer nel suo testo fondamentale, Principi di sociologia - significa la conservazione dei rapporti normali fra gli atti e i risultati (il guadagno fatto da ciascuno d'un profitto equivalente ai suoi sforzi), né più né meno. Ciascuno vivendo e lavorando nei limiti imposti dalla presenza altrui, la giustizia richiede che l'individuo porti le conseguenze della sua condotta, senza aumento né diminuzione. L'uomo superiore avrà il profitto della sua superiorità. Un veto è dunque opposto a ogni azione pubblica che tolga a un individuo una parte di ciò che egli ha guadagnato, e accordi a un altro i vantaggi che egli guadagnato non ha».

In Spencer il rifiuto del comunismo è netto, senza sfumature: è evidente che lo considera una forma di società innaturale, al di fuori della norma biologica, e scrive:
« Il tipo industriale di società esclude tutte le forme di distribuzione comunistica, il cui carattere inevitabile è di mettere allo stesso livello il buono e il cattivo, l'ozioso e l'operoso; è facile a provarsi. Infatti quando, cessata la lotta guerresca fra le società, non rimane più che la lotta industriale per l'esistenza, la sopravvivenza finale e l'espansione deve toccare a quelle società che producono il maggior numero di individui della miglior specie, cioè di individui meglio adatti allo Stato industriale. Si suppongano due società, per altri rispetti eguali, in una delle quali i migliori possano conservare a loro proprio profitto e a quelli dei propri discendenti il prodotto totale del loro lavoro; mentre nell'altra i migliori hanno dovuto cedere una parte di prodotti a beneficio degli inferiori e loro discendenti: evidentemente i migliori prospereranno e si moltiplicheranno più nella prima che nella seconda. Nella prima si alleverà un maggior numero dei migliori fanciulli, e alla fine questa società sorpasserà di volume la seconda».

A questo punto Spencer precisa: « Non bisogna concluderne che noi vogliamo rifiutata l'assistenza privata o volontaria all'inferiore, ma soltanto l'assistenza pubblica e obbligatoria. Quali che siano le conseguenze che la simpatia dei migliori per i peggiori produca spontaneamente, non si può naturalmente ingerirsene; e, nel complesso, saranno benefiche. Infatti, se i migliori non spingono d'ordinario i loro sforzi filantropici fino a mettere ostacolo alla loro propria moltiplicazione, essi li spingono abbastanza lontano per mitigare gli infortuni dei peggiori, senza metterli in stato di moltiplicarsi ».

DA WEBER A PARETO

Nella Gran Bretagna paleocapitalista le idee di HERBERT SPENCER, che si ispirano al liberismo e fanno muro contro l'ideologia di Marx, conquistano buona fama e le sue opere, specialmente Principi di sociologia, restano per un certo tempo sulla cresta dell'onda.
Ma quando, negli anni seguenti il 1870, il Paese imbocca quella che può essere definita la "via britannica al socialismo", Spencer conosce l'amarezza profonda che fatalmente prova lo scienziato che vede la sua teoria distrutta dal duro banco di prova dei fatti e della realtà storica.
Unico conforto: il suo discorso trova ancora entusiastica accoglienza nella giovane democrazia statunitense, dove regna il culto dell'uomo che, grazie alla dura volontà e alle sue diverse qualità personali, riesce a trionfare sull'ambiente circostante: il culto della libertà di iniziativa personale.

Appare sulla scena, verso la fine del secolo, un altro dei padri della sociologia. Dalla Germania, che si avvia a essere una delle più grandi potenze industriali d'Europa, dalla mitica università di Heidelberg, dove sale in cattedra a soli trentadue anni, MAX WEBER (1864-1920) lancia al mondo culturale del suo tempo un richiamo all'ordine: "...attenzione, la sociologia va considerata come la scienza comprensiva dell'azione sociale.
Weber rifiuta nettamente la massificazione operata da Spencer e da Marx. Partendo dal dato di fondo che il metodo scientifico procede per astrazione, Weber decide che l'analisi corretta, per arrivare a una conclusione corretta, va fatta iniziando dal soggetto agente nella società, cioè dall'uomo. Studiando il significato profondo delle azioni dell'uomo in interazione con gli altri uomini, si può capire l'agire sociale e perciò spiegare casualmente il suo iter e i suoi effetti.

Lewis Coser, dell'Università dello Stato di New York, osserva nel suo libro I maestri del pensiero sociologico:
"Weber sostiene che la determinazione della causalità sociologica comporta la necessità di operare all'interno di un quadro probabilistico. Questo tipo di generalizzazione cerca di stabilire, per esempio, che il sorgere del capitalismo presupponeva l'esistenza di un certo tipo di personalità: quella in gran parte formata dalle prediche dei religiosi calvinisti. La prova di tale affermazione si ha quando, sia attraverso l'esperimento mentale, sia attraverso lo studio comparativo di altre culture, si stabilisce che il capitalismo moderno probabilmente non si sarebbe potuto sviluppare senza tali personalità; comunque il calvinismo deve essere considerato una causa, non la causa del sorgere del capitalismo. Questo esempio riporta l'attenzione sul fatto che le riflessioni metodologiche di Weber servono da strumento per le sue concrete ricerche. L'interesse per la metodologia non era, in Weber, fine a sé stesso per cui egli, come molti altri scienziati, non seguì sempre i suoi principi metodologici".

Contrariamente al rilievo dato nominalisticamente all'individuo agente considerato come l'unità d'analisi, egli propose una teoria della stratificazione in larga parte basata su una spiegazione di ordine strutturale piuttosto che su una teoria soggettiva delle divisioni in classi.
Ecco, ora, un esempio del procedimento analitico weberiano, tratto da una piccola opera (II lavoro intellettuale come professione) che riunisce i due saggi "Politica come professione" e "Scienza come professione ". Essi derivano da una conferenza fatta nel 1918 a Berlino davanti ai giovani della Libera lega studentesca, poco dopo la sconfitta della Germania, nel momento in cui era più viva la coscienza della crisi della società e del totale fallimento della classe dirigente.

"Quando di una questione si dice che è "politica", che un ministro o un funzionario sono "politici", che una decisione è condizionata "politicamente", s'intende sempre dire che gli interessi relativi alla ripartizione, al mantenimento e allo spostamento del potere sono determinanti per la risposta a tale questione, oppure condizionano quella decisione o definiscono la sfera d'attività di quel funzionario: chi fa azione politica aspira al potere, e come mezzo al servizio di altri fini - ideali o egoistici - o per il potere in se stesso, per godere del senso di prestigio che ne deriva".

L'analisi del sociologo tedesco, centra la realtà, così come ha fatto Spencer in certi punti della sua opera.

Lo Stato, esattamente come le associazioni politiche che lo hanno preceduto storicamente, consiste, per Weber, in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini; il rapporto poggia sul mezzo della forza legittima (o, per meglio dire, considerata legittima). Perché esso esista è necessario che i dominanti si sottomettano all'autorità pretesa dai dominatori del momento. Quando e per quali ragioni si assoggettano a questa autorità? Su quali motivi di giustificazione essenziale appoggia questa dominazione, quali sono i mezzi esteriori che la sostengono?

Le principali giustificazioni per quanto riguarda i motivi di legittimità di una dominazione possono essere tre: l'autorità del costume, o della tradizione, la cui stabilità è consacrata da una validità d'antichissima data fondata sulla consuetudine (la dominazione "tradizionale" tipica della società patriarcale); l'autorità derivante da una dote o da un complesso di doti personali eccezionali che determinano il carisma: in questo caso si ha la dominazione "carismatica" come quella esercitata dal profeta, oppure, nell'ambito politico, dal capo nominato sul campo di battaglia o dal sovrano eletto per plebiscito, dal grande demagogo e dal pilota di un partito politico; infine, la dominazione nata dalla legalità, sanzionata dalla fede nella validità della norma di legge e della competenza obiettiva che appoggia su regole razionalmente formulate, e cioè in forza dell'obbedienza fondata sull'adempimento di doveri stabiliti da norme: una dominazione qual è quella esercitata dal moderno funzionario statale e da tutti quei titolari del potere che hanno analogo ruolo.

"S'intende facilmente - puntualizza Weber - che in realtà la docilità dei soggetti è condizionata da motivi, estremamente influenti, di timore e di speranza - timore della vendetta di potenze magiche o dello stesso detentore del potere, speranza della ricompensa in questo o nell'altro mondo - e inoltre da interessi di ogni sorta. (...) A noi interessa soprattutto la seconda di queste tipizzazioni: la dominazione in rapporto alla dedizione del seguace al carisma puramente personale del capo. Qui infatti ha le sue radici il concetto della professione [del politico] nel suo aspetto più caratteristico. La dedizione al carisma del profeta o del capo in guerra o del grande demagogo nella "ecclesia" o nel parlamento, significa che egli è personalmente, per altri uomini, un capo per vocazione intima, e che costoro lo seguono non in forza del costume o della legge ma perché credono in lui. Dal canto suo, egli vive per la sua causa, quando non sia un fatuo e meschino eroe del momento. Ma, per la sua persona e per le sue qualità, quel che conta è la dedizione dei suoi fautori: di una schiera di discepoli, di seguaci, di uomini legati al suo partito personale".

La figura del capo è certamente apparsa in tutte le epoche, in tutti i Paesi e nelle collettività ad articolazione primitiva.
"Ma per l'Occidente - osserva Weber - è caratteristico quello che ci concerne più da vicino: il capo politico impersonato anzitutto dal libero demagogo, sorto sul terreno dello Stato cittadino proprio soltanto dell'Occidente e soprattutto della civiltà mediterranea, e in secondo luogo nel capopartito parlamentare, cresciuto sul terreno dello stato costituzionale che solo in Occidente ha messo salde radici ".

Max Weber è alle prese con la difficile analisi di una società in piena crisi. La guerra ha dato un duro colpo a tutti i valori tradizionali del popolo tedesco e le sue conseguenze sono presenti con una crisi economica che riduce alla fame i ceti popolari e che fa proliferare i catechisti del marxismo, i quali, nella disperazione quasi generale, trovano fertile terreno per impiantare l'idea della dittatura del proletariato.

Intanto negli Stati Uniti Thorstein VEBLEN (I857-1929), figlio di agricoltori norvegesi emigrati, sta dissezionando la grande società americana. Questa é nel pieno del fulgore.
Dopo la guerra di secessione (1861-65) la tecnologia è progredita a ritmo sostenuto, l'industria e il capitalismo hanno avuto di conseguenza uno sviluppo travolgente. Vista dalla vecchia Europa la grande società d'oltre Atlantico appare - alle grandi masse di disoccupati, agli operai e ai contadini sottopagati, al lumpenproletariat che passa le sue giornate ai limiti della sopravvivenza - come la realizzazione della Terra Promessa.

In realtà qui la regola della libera concorrenza - già in atto ma convalidata da Spencer e portata all'esasperazione - ha messo benessere e potere nelle mani di una minoranza che dispone di maggiori capacità e di minori scrupoli: sono sotto accusa non tanto gli industriali, i piloti del mondo tecnico che producono beni e lavoro, quanto i manovratori di capitali, gli speculatori, quelli che meritano la dura definizione di "baroni della rapina", "quella classe agiata - scrive Thorstein Veblen nella sua opera più nota, La teoria della classe agiata - che vive della società industriale piuttosto che vivere in essa".

Per Veblen il sistema capitalista del suo tempo "....è caratterizzato da un conflitto insopprimibile tra il mondo affaristico e il mondo industriale, tra i detentori della proprietà e i tecnologi, tra il lavoro finanziario e quello industriale, tra la categoria che produce beni e quella che produce danaro, tra le capacità tecniche e quelle commerciali".
Lo studioso americano condivide con Spencer e Darwin il concetto evoluzionistico basato sulla selettività, ma vede questa mutazione avvenire in modo anarchico.

"A suo parere - commenta Coser nel citato I maestri del pensiero sociologico - l'evoluzione storica non ha alcun punto di arrivo, come invece avevano sostenuto gli hegeliani e i marxisti, ma è piuttosto basata su rapporti di causa ed effetto che si susseguono ciecamente, senza alcuna linea di tendenza, alcun punto di arrivo, alcuna conclusione".

Infatti l'analisi di Veblen porta alla conclusione che "...la caratteristica essenziale dell'uomo è l'agire, cioè il costruire, l'inventare, l'elaborare il nuovo in genere, il migliorare costantemente le proprie condizioni di vita con la ricerca di nuove tecnologie. L'uomo non è soltanto un assieme di desideri da soddisfare, ma soprattutto un complesso di attitudini che puntano alla realizzazione e all'espressione tramite un'azione che è in costante divenire. Un divenire che ha come spina dorsale il progresso tecnologico, lo sviluppo della conoscenza nei vari settori di vita. Dunque, la tecnologia è un fattore dominante, il propulsore che imprime moto alla dialettica sociale. Una dialettica che tuttavia, s'è detto, pur basata sul rapporto causa-effetto, presenta un susseguirsi di momenti e di risultati che smentiscono continuamente le previsioni degli studiosi che tentano di codificarne il divenire sulla base di leggi".

Il discorso di Veblen ha radici profondamente realistiche. Gli elementi sui quali poggia vengono da un'osservazione diretta, personalmente controllata, della vita americana, che, rispetto a quella europea, è già con un piede nel futuro. Veblen è onnipresente con il suo taccuino d'appunti, sul quale disegna ogni particolare, ogni movimento del suo oggetto di studio. Fa persino appostare la moglie nelle toilette dei grandi magazzini di New York per cogliere a volo e annotare i discorsi delle commesse, annotazioni che sono fondamentali per studiare il comportamento, le reazioni, il modo d'essere di un microcosmo sociale che vive una sua dialettica, come altri gruppi, in interazione con quella del macrocosmo costituito dalla grande società. Quando Veblen traduce questi appunti in lunghe e minuziose analisi, sembra voler portare il lettore sulla strada di un netto determinismo tecnoeconomico.
Su questo punto Ferrarotti scrive: "Ciò che a ogni buon conto non va mai perso di vista è l'influsso determinante sulla condotta e sugli atteggiamenti dell'individuo delle abitudini, dei valori, degli interessi, delle norme più o meno esplicite e dei mezzi tecnici del gruppo cui l'individuo appartiene".

Siamo dunque in presenza di una forma di determinismo a sfondo economico? Sembrerebbe difficile negarlo. Ma il determinismo vebleniano mostra all'analisi caratteristiche peculiari. Nessun dubbio che in Veblen anche le istituzioni non economiche siano influenzate in certa misura dall'interesse economico. Ma tale omnipervasività del momento economico Veblen non la vede legata a una reale, oggettiva preminenza del fattore economico nella vita individuale e sociale, come ritiene Marx, bensì la vede scaturire dalla fondamentale interconnessione dell'esperienza umana intesa come struttura vivente, storicamente capace di evoluzione.

Ciò non significa che Veblen ceda a un'impostazione psicologistica. Il quadro teoretico di Veblen è complesso e sfugge irrimediabilmente alle interpretazioni dilemmatiche del tipo "determinismo-indeterminismo, strutturalismo-psicologismo".
Nella nuova società Veblen constata la presenza di una cultura a carattere competitivo - ma questa presenza sembra caratterizzare le culture di tutti i tempi - nella quale gli uomini valutano se stessi confrontandosi continuamente con i vicini allo scopo di conquistare posizioni di preminenza. Ciò porta, naturalmente, a una specie di sempieterno stato di insoddisfazione.

Veblen lo annota nella "Teoria della classe agiata".....
...."Appena una persona fa nuovi acquisti e si abitua al nuovo livello di ricchezza che ne deriva, il nuovo livello cessa di offrire una soddisfazione più grande di quella che offriva il livello di prima. Il fine cui tende l'accumulazione è di mettersi in alto in fatto di possibilità finanziarie a paragone con il resto della comunità. Per tutto il tempo che il paragone gli è chiaramente sfavorevole, l'individuo normale medio vivrà in uno stato di cronica scontentezza della propria sorte; quando poi egli ha raggiunto quello che si può chiamare il livello finanziario normale della comunità o della sua classe nella comunità, questa cronica insoddisfazione darà luogo a un continuo sforzo per stabilire un più ampio e sempre più profondo intervallo finanziario fra se stesso e quel livello medio".

Qual è il contributo dell' intelligencija italiana allo sviluppo del pensiero sociologico in questo momento storico (fine dell'Ottocento - inizi del Novecento) che vede i primi passi della scientia scientiarum, le prime grandi teorizzazioni, il tormento interpretativo degli studiosi come Marx, Weber, Veblen?
L'Italia è un'unità geografica che contiene culture profondamente diverse, è fisicamente separata dall'Europa, percorre a tappe forzate la via verso un'unità nazionale che non esprime la volontà politica di tutti i popoli disseminati lungo la penisola (essi hanno anime arabe, spagnole, germaniche, slave, oltre che italiche), c'è una situazione confusa sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista politico.
Il pensiero cattolico, fortemente radicato in tutti i terreni sociali, e la società patriarcale non favoriscono di certo la circolazione delle nuove idee che potrebbero mettere in pericolo il potere costituito. C'è una fisiologica resistenza all'avanzata della civiltà delle macchine. Tuttavia, sia pur con un certo ritardo, anche qui scatta il meccanismo della rivoluzione industriale, che, a sua volta, mette in moto il processo di mutazione dei rapporti sociali e delle posizioni culturali.

In questa fase, dopo la metà Ottocento, la nostra intelligencija si trova assediata da una nuova realtà nella quale valori, figure istituzionali e istituzioni, miti, cominciano a sgretolarsi.
All'ombra delle ciminiere si formano forti gruppi sociali (la classe operaia prende coscienza di sé e si organizza sotto la spinta della lettura di migliaia di opuscoletti che sintetizzano il pensiero marxiano), i quali si contrappongono al nuovo tipo di dominio e di sfruttamento. Le cannonate che il generale Bava Beccaris fa sparare a Milano contro la folla esasperata (1898) rappresentano il segno che la società non può più essere controllata con i vecchi strumenti, e nemmeno con i cannoni.

La sociologia non ha grandi campioni tranne quello - ancora resistente al setaccio della storia - di VILFREDO PARETO (1848-1923) prima ingegnere, poi economista, infine sociologo. Nella cultura italiana del tempo Pareto ha una dimensione quasi iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, quando completa gli studi di ingegneria al politecnico di Torino mantiene nella sua cultura l'impronta del positivismo francese.

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VILFREDO PARETO:
L'ITALIA GLI NEGO' UN RICONOSCIMENTO UNIVERSITARIO
( e lui se ne andò in Svizzera )

Presentazione di un breve cenno Bio-Bibliografico di Pareto
su "Pareto" a cura di P.M. Arcari, l'Arco Firenze

(Abbiamo avuto la fortuna di rintracciare i tre volumi fuori commercio con la raccolta delle 735 lettere di Pareto indirizzate a Pantaleone, dal 1905 fino alla sua morte avvenuta nel 1923. - A disposizione degli studiosi)

alcune pagine di "FATTI e TEORIE" (1920)
(inerenti la Prima Guerra Mondiale e la disfatta degli Imperi Centrali)

RIFLESSIONI DI PARETO:
DOPO LA DISFATTA DEGLI IMPERI CENTRALI

(pagg. 105-106, da Economia sperimentale) Cap. "Il termine del "giusto prezzo".
(che sta alla base di tanti provvedimenti legislativi; e quella di varie ideologie che si manifestarono durante la prima guerra mondiale).

"Le quantità dì certi oggetti venduti e comprati sopra un mercato e i prezzi pagati sono fatti. Ma il giusto prezzo é una entità che deve avere suo luogo in altra classe, per esempio, in quella in cui fanno bella mostra di sè il giusto, il buono, il bello, ecc. Sentimenti come quelli a cui gli uomini assegnarono il nome di valore stanno tra i fatti purché siano considerati oggettivamente, negli uomini che li provano; ma sono esclusi dai fatti quando un autore vuole che dal sentimento che egli prova e a cui ha posto il nome valore seguano i fatti del baratto e dei prezzi. La relazione sperimentale è inversa; cioè da quei fatti segue il sentimento di valore. Tornerebbe il valore a prendere posto tra i fatti quando fosse definito come una certa quantità, funzione matematica di dati sperimentali.
Non intendo menomamente esprimere un giudizio sui meriti dell'economia sperimentale e dell'economia che trascende dall'esperienza. Se facessi ciò uscirei ipso facto dal campo logico-sperimentale. Intendo solo descrivere fatti e trarne conseguenze logiche".
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(pagg. 335-346; 366-368; 378-389 Fatti e Teorie - Cap."Epilogo"
"Derivazioni dominanti (disfatta degli Imperi Centrali)
nel periodo della prima guerra mondiale e del dopoguerra"

"Fenomeno di grande momento è la disfatta degli Imperi Centrali. Ad un primo periodo, in cui furono fortunate le armi tedesche, superanti la insufficiente preparazione bellica delle plutocrazie dell'Intesa, e la insufficientissima dell'Italia, ne seguì un altro, che mise capo ad una intera vittoria degli alleati contro la Germania. Molte ne sono le cause, fra le quali evidentemente sono da porsi la enorme sproporzione delle forze in uomini e in denari, il nuovo carattere delle guerre moderne, tendente a fare prevalere questi, il dominio del mare assicurato all'Inghilterra, poi, agli Stati Uniti d'America. Ma non possiamo fermarci a tal punto, e dobbiamo investigare come avvenne tale partizione di forze.

Il primo periodo si spiega facilmente; esso è la naturale conseguenza dell'indole delle plutocrazie demagogiche; ma come si spiega il secondo?
Il paragone dell'evento delle guerre della Germania, nei 1866 nel 1870-71, con quello della guerra del 1914-18, ci porrà sulla via di trovare una risposta. Badiamo a come furono preparate, e vedremo che all'ultima fu, egualmente come alle due prime, provveduto all'interno, ma differentemente all'estero...

Nel 1865, sullo scacchiere politico, la Prussia, l'Austria, la Francia avevano posizioni molto simili a quelle che, nel 1913, occupavano la Prussia (Germania), la Francia, l'Inghilterra, ma le mosse dei pezzi furono interamente diverse. Allora, lo scacco fu preparato, all'estero, con lungiveggente cura, da esperto e prudentissimo giocatore, nessun pezzo fu posto in opera senza prima avere valutate tutte le conseguenze della mossa; ora invece si vide un gioco impreparato dalla diplomazia ed affidato esclusivamente alle armi, incauto, di giocatore sollecito più della forma che della sostanza, che per ogni problema non aveva che la semplice soluzione del terrore che supponeva dovere infondere, che
alle conseguenze indirette o lontane della mossa.

A proposito della conferenza di Biarritz tra il Bismarck e Napoleone III, scrive, e ben scrive lo Olliver : «(p. 477' (Bismarck) recherchait uniquement la certitude de notre neu tralité, afin d'etre libre, au moment décisif, de dégarnir les provinces rhénanes et de porter tout son effort en Bohème, car quelque confiance que le Roi et Moltke eussent dans leur bell armée, ils n'avaient pas la présomption de la supposer de taille a tenir tate à la fois aux trois armées de l'Autriche, de la fédération et de la France (p.478). Si pendant qu'ils s' avancaient en Bohème, Napoléon III marchait sur le Rhin, ils seraient obligés des s'arréter, de rétrograder... au lieu d'avoir la chance de menacer Vienne ».

Ed ora si può scrivere, seguendo parola per parola tale osservazione: «Coloro che dirigevano la politica germanica non ricercarono la certezza della neutralità inglese, per la quale sarebbero stati liberi, al momento decisivo, dalla parte del mare, e per potere fare forza sul confine nemico; perchè avevano tanta fiducia nell'ottimo esercito che ebbero la presunzione di supporlo as sai potente per fronteggiare ad un tempo gli eserciti russo e francese, pur tacendo del belga, dimenticando l'italiano, e supponendo innocuo l'inglese. Se mentre invadevano la Francia, l'Inghilterra, chiudeva le vie del mare e mandava i suoi soldati sul continente se l'esercito italiano premeva i passi alpini, sarebbero stati costretti a fermarsi, di retrocedere, invece di andare a Parigi ».

Il Bismarck andò a Biarritz, il Bethmann Hollweg non andò nè mandò a Londra, non parve accorgersi che ci fosse un'Italia. Ciò non ebbe origine dall'ignoranza della potenza inglese, delle conseguenze che poteva avere l'intervento dell'Italia. Invero, per non andare troppo per le lunghe, basti ricordare, per l'Inghilterra, lo stupore e l'ambascia del Bethmann Hollweg quando l'ambasciatore britannico ebbe a dichiarargli che l'invasione del Belgio era un
casus belli; e per l'Italia, quanto ebbe a dire il maresciallo Corna von Hoetzendorf in un'intervista pubblicata dal Correspondenz Bureau (16 luglio 1919), cioè: «L'intervento dell'Italia fu la cagione del disastro; senza di esso gli Imperi centrali avrebbero certamente vinta la guerra. Si sperava che l'Italia sarebbe rimasta fedele all'alleanza ».

Bravo! E fu da gente cauta ed avveduta il non assicurarsene? Dall'esposto quale conclusione trae il maresciallo? Non già quella prudente che sarebbe stato necessario di accordarsi coll'Italia, che, per conseguire il sommo bene della vittoria, giovava consentire a sacrifizi anche gravi, ma invece quella incauta, avventata che era necessario di prima muovere guerra all'Italia; e dice: « Era impossibile di potere liberamente operare contro la Serbia, senza prima sottomettere l'Italia. Perciò era stata consigliata la guerra contro l'Italia nel 1906, poi contro la Serbia nel 1908 e nel 1912 ».
Il buon maresciallo dispone dell'avvenire a suo modo; non gli passa neppure in mente che queste belle guerre da lui invocate potevano ripercuotersi in tutta Europa.
Potrebbesi, benchè difficilmente, supporre che tali eventi traggano origine semplicemente da errori, come sono quelli di cui non vanno esenti neppure i più cauti ed astuti governanti ; ma questa spiegazione viene meno ove si consideri che fatti simili si ripetono, il che mostra che non seguono per caso fortuito, ma che hanno una causa costante.

(X). Neppure l'esito della guerra bastò per aprire gli occhi ai maggiori uomini di Stato della Germania. Eccoti, per esempio, G. von Jagow che mostra di non capire nulla delle conseguenze dei fatti, che pure egli vede chiaramente.
Nota egregiamente i sentimenti dei futuri avversari della Germania. Dice « (p. 22) Da parte del successore di Alessandro II, dei terzo imperatore di questo nome, le tendenze panslaviste trovarono diretto favore. L'alleanza colla Francia venne conclusa nell'autunno del 1893. Gli attriti colla Monarchia danubiana nei Balcani, e con noi (p. 23) in Turchia, in conseguenza della nostra politica di Bagdad, s'inasprirono. È noto il detto russo : « La via che conduce a Costantinopoli passa per Berlino ».
La quistione degli Stretti era in certo qual modo vitale pur la Russia. E il sogno del dominio su Bisanzio ha sempre continuato a vivere nel popolo russo, ha avuto sempre il potere di incoraggiare a lotte e a sacrifici ».


Dopo, quasi dimenticando ciò che qui ha detto, viene fuori colle seguenti osservazioni : «(p. 152) Come si é detto, i nostri sforzi tendevano ad escludere una conflagrazione europea e a limitare la cosa ad un conflitto austro-serbo, nel quale le altre Potenze non dovevano immischiarsi ». Ma come poteva sperare di riuscire in ciò, conoscendo ciò che egli narra? Che bella previdenza é quella di un uomo di Stato che va innanzi da cieco, senza curarsi se l'impresa a cui si accinge è possibile o no! «Ma gli interussi serbi, agli occhi del signor Sazonoff... erano in questo caso precisamente " interessi russi». Qual meraviglia, dopo ciò che è stato detto a p. 23? «(p. 152). Un comunicato da Pietroburgo (p. 153) del 24 annunciò che la Russia non poteva rimanere indifferente di fronte al conflitto austro-serbo».

Ma, secondo von Jagow, doveva rimanere indifferente, e il dovere nasce dalla religione patriottica dell'autore. «(p. 154) Il brusco atteggiamento della Russia poteva apparire tanto più strano in quanto che il conte Burchtoid aveva già dichiarato all'incaricato d'affari russo a Vienna... che, se l'Austria fosse stata costretta ad intraprendere la lotta contro la Serbia, ciò non sarebbe stato per essa che un mezzo di conservazione, ma che l'Austria non mirava ad alcuna conquista e non pensava di intaccare la sovranità della Serbia ». Ma che « atteggiamento strano » ! Era invece naturalissima conseguenza di quanto l'autore aveva osservato a p. .2 e 23. Notisi poi che l'autore dimostra, o finge ingenuità, poiché non può essere digiuno di storia a segno di ignorare che la dipendenza di uno Stato si può acquistare altrimenti che per una diretta conquista. E se poi crede sul serio che la Russia, abbandonando la Serbia nel conflitto coll'Austria, avrebbe conservato l'autorità che aveva nei Balcani, occorre che egli lasci da parte la letteratura politica ed attenda a comporre favole pei bambini. Ma il pensiero dello Jagow é molto più ragionevole, quando si consideri come
conseguenza dei suoi sentimenti di religione patriottica, secondo i quali é illecito tutto ciò che, direttamente od indirettamente, ferisce gli interessi tedeschi.

Parte notevole del suo piccolo volume é occupata da dissertazioni etico-metafisiche, tanto dotte quanto inutili, concernenti la violazione della neutralità belga, rifriggendo il noto argomento della « necessità che non ha legge » (34); il quale viene anche confortato dall'autorità del diritto internazionale o delle genti, citando il Rivier che (p. 239) ha detto : « Quando sorge conflitto fra il diritto di autoconservazione di uno stato e il dovere di questo Stato di rispettare i diritti di un altro, il diritto d'autoconservazione ha la precedenza sul dovere. Primum vivere. Un uomo é libero di sacrificarsi, ma ad un Governo non é mai permesso di sacrificare lo Stato, le cui (p. 240) sorti gli sono state affidate ».
E pone in nota che « esiste una differenza fra l'onore di una persona privata, che può e in certe circostanze deve sacrificarsi, e l'onore di un Governo che non deve sacrificare lo Stato ». Il lettore non durerà fatica a riconoscere in tali detti la derivazione, al servizio di ogni fanatismo, secondo la quale il fine giustifica i mezzi ; e che ebbe tanti mai usi in politica, fra cui non é da dimenticarsi quello di assolvere la violazione della neutralità danese, compiuta a tradimento dal Nelson. Per altro, é necessario avere vittoria o potenza per dare valore a sì bei discorsi.
Dei sentimenti francesi, discorre pure lo Jagow, con buona conoscenza. «La Francia, l'alleata della Russia dal 1893, era rimasta irreconciliabile dopo la guerra del 1870. L'amor proprio dei Francesi, di una nazione eminentemente bellicosa, che anche in quest'ultima guerra ha riconfermato il suo tradizionale valore, non poteva adattarsi al pensiero della disfatta, all'offuscamento dell'antica gloria. Odio e sete di vendetta contro l'avversario vincitore si cristallizzarono nel dolore per le provincie (p. 32) " rapite " non tenendosi conto del fatto che queste erano antiche terre imperiali tcdesche (che bella ragione! Tali ricordi storici sono puerili; scusabili solo dal fanatismo, ma estranei alla realtà dei fatti), e che ancora oggi esse sono in gran parte di lingua tedesca (di lingua sì, ma non di sentimenti). Tutti i tentativi fatti per un accomodamento furono inutili... ». Potevasi prevedere da quanto dice lo stesso autore, poiché non voleva la Germania fare i sacrifici necessari per l'accomodamento.

Lo stesso si può dire circa all'accordo coll'Inghilterra, che lo Jagow desiderava ma senza essere disposto a pagarne il prezzo. Era evidentissimo che tale accordo non poteva essere che molto precario sinché la Germania manifestava l'intento di contendere il dominio del mare all'Inghilterra.
Da quanto egli scrive appare che non gli erano ignote le circostanze che modificavano l'alleanza con l'Italia. « (p. 54) Il rancore per Tunisi era impallidito (il Bismarck lo aveva acceso, i suoi successori lo lasciarono " impallidire "). Gli attriti con la Francia erano andati sempre più sparendo ed appianandosi, si parlava volentieri della " sorella latina ", si accentuava che in lei, accanto agli " alleati ", si aveva anche un'amica... Oltre a ciò, viveva tuttora, specialmente nell'Italia settentrionale, l'antico odio contro l'Austria, e gli attriti colla Monarchia danubiana erano stati vieppiù inaspriti dalle aspirazioni italiane nei Balcani ». E non dalle aspirazioni austriache, pure nei Balcani? Solo la fede religiosa può togliere la veduta di cose tanto evidenti.


(XI). Se in Germania sapevano tutto ciò ed altro ancora, perché hanno proceduto come se non se ne fossero avvisti ? Perché non si sono posti i problemi : «Che gioco si deve fare su uno scacchiere ove ci sono quei pezzi? Di quali sentimenti, di quali interessi, ci possiamo valere; quali ci conviene contrastare? Come porre in opera il divide et impera? Quali sono i nemici che, secondo il precetto del Machiavelli, dobbiamo lusingare, non potendoli spengere? Che cosa dobbiamo sacrificare, per conseguire la vittoria? Dobbiamo rinunciare ad un futuro ed incerto dominio del mare, per ingraziarci l'Inghilterra? Oppure restituire l'Alsazia e la Lorena alla Francia? Conviene all'Austria di compensare, con la cessione di Trento e di Trieste, la facoltà di crescere di potenza in Oriente, nei Balcani? » E via di seguito : studiare ciò che esisteva e ciò che se ne poteva trarre.

Rotta guerra colla Russia e colla Francia, a cui subito dopo si aggiunse l'Inghilterra, i governanti tedeschi s'accorsero finalmente dell'importanza di un possibile intervento dell'Italia; dunque, se era solo per semplice errore che tale importanza era stata trascurata, dovevano correre subito al riparo, usando mezzi convenienti. Procurarono sì di riparare, ma con mezzucci impari alla gravità della situazione; spedirono in Italia il von Bulow, che operò come un personaggio da melodramma, e se ne tornò con le pive nel sacco. Avevano i suoi mandanti dimenticato una cosa da nulla : cioè che chi vuole il fine deve anche volere i mezzi.
Non basta. Quando divenne manifesto che gli Stati Uniti d'America intendevano intervenire in Europa, che l'imperialismo americano, già noto ai tempi della presidenza del Roosevelt, stava per spingerli ad avventurosa meta, sotto la presidenza del Wilson; il quale, prima, aveva posto gli occhi sul Messico, e li distolse poi quando dinanzi a lui si parò maggiore e miglior preda per i suoi plutocrati, non era certo lecito ai governanti tedeschi di ignorare di quanto peso sarebbe stata l'opera degli Stati Uniti, ricchissima d'uomini e di denari. Potevano i governanti tedeschi volgere forse tale intervento in loro prò, dovevano almeno, se cauti e savi, tentare di ciò fare. Che fine avrebbe avuto il conflitto, se, alla domanda mossa da Wilson, per conoscere i fini della guerra, avessero chiesto agli Stati Uniti, al Wilson, di fermarli coll'arbitrato? Ma a ciò si opponevano orgoglio e superbia, presunzione. Orgoglio e superbia che impedivano di sacrificare una parte per salvare il tutto, presunzione che toglieva di giustamente valutare le forze proprie e le nemiche.
Per tal modo fu determinato l'intervento degli Stati Uniti in favore dell'Intesa, e la conseguente rovina della Germania. Forse, prima che fosse interamente compiuta, poteva ancora essere schivata; cogliendo qualche occasione di fare pace, certo con gravissimi sacrifici, per altro meno gravi di quelli a cui dovettero rassegnarsi gli Imperi centrali; ma lasciamo stare ciò, poiché le prove non sono tanto evidenti come nei casi notati.


(XII). Chi non vede, in tale operare, prima e dopo la dichiarazione di guerra, i segni di sentimenti analoghi ai religiosi, che prevalgono sulle combinazione della realtà? La fede nei « destini della Germania», nella sua potenza militare e di « organizzazione », il dogma dei suoi « vitali interessi » annebbiarono la vista dei suoi governanti.
Se adoperiamo la terminologia della Sociologia, diremo che nei governanti tedeschi erano potenti i residui della classe II (Persistenza di aggregati). Invece nei governanti dell'Intesa, eccettuati quelli della Russia, prevalevano i residui della classe I (Istinto delle combinazioni). Come i governanti tedeschi, i governanti russi, coi mistici sogni dell'illimitata potenza della « santa Russia », e lo Zar devoto a un Raspoutine, avevano dovizia dei residui della classe II ; quindi, come i governanti tedeschi, furono da ciò tratti alla rovina, che agevolmente potevano scansare, sol che fossero rimasti alleati alla Germania.
Grandi cose eransi potute compiere dal Bismarck unito a Guglielmo I ; perché nel Bismarck, che governava, prevalevano i residui della classe I, ed in Guglielmo, che eseguiva, i residui della classe II. Invece, il mistico Guglielmo II, signoreggiato dai residui della classe II, rimase senza contrappeso, e non tollerava cancellieri che pensassero colla testa loro; licenziò il Bismark colla stolta presunzione di valere più di lui, e non accolse mai nessuno che potesse sostituirlo.

(XXIX) Per intendere bene i presenti fenomeni, si vuole porre a mente a due frazioni in cui furono divise le plutocrazie dell'Intesa. Una frazione voleva seguitare a porre in opera solo l'astuzia ed era contraria alla guerra, l'altra voleva, una volta tanto, ricorre alla forza, e nella guerra scorgeva un'occasione di splendidi guadagni e di vantaggi. La prima fu, più o meno velatamente, pacifica la seconda ricoprì le cupidigie col manto delle derrivazioni demo cratiche ed umanitarie, alle quali tento di aggiungere le giuridiche, e volle che l'opera sua fosse gabellata per difesa «del diritto e della giustizia». Mirò a distruggere la prima frazione, e di ciò molte sono le manifestazioni, fra le quali devonsi porre certi processi, come, in Francia, quello del Caillaux, ed in Italia, quello del Cavallini, terminato, dopo parecchi anni, con un non luogo a procedere, e che appare vergognosa offesa ad ogni principio di diritto, volto solo ad abbattere uomini politici, avversari dei governanti di quel tempo.
In favore della prima frazione sta che é sempre pericoloso muovere le moltitudini : si sa dove si principia, non si sa dove si va a finire. Meglio appagarsi del poco e certo che lasciarsi vincere da cieca cupidigia correndo dietro al molto ed incerto; e che ciò sia saggio partito si vede ora dal cattivo successo delle sfrenate avidità germaniche. La guerra ha due pericoli per la plutocrazia demagogica; cioè, se è fatta da pochi, può sorgere un generale vittorioso, il quale non dura troppa fatica ad assicurarsi la fedeltà di un piccolo esercito, e quindi può cacciar via i plutocrati. Così avvenne a Cesare e a tanti altri. Pochi essendo i seguaci, non troppo grande é la spesa per contentarli, e agevole é il mantenere le promesse fatte loro. Se, come ora é accaduto, la guerra è opera del maggior numero degli uomini validi, si scansa il pericolo dei pochi fedeli, ma rimane da sapere come, dopo la vittoria, si potranno mantenere le promesse e contentare i molti. Le estese clientele sono necessariamente di gran spesa. Infine l'esperienza aveva dimostrato che, colle arti volpine, cresceva sempre più il potere della plutocrazia demagogica, perché dunque sostituire, alla usata, nota, sicura e piana strada, l'altra nuova, ignota, pericolosa, ardua delle arti leonine?
Contro alla prima frazione sta appunto il fatto che la strada sinora seguita appariva maggiormente ogni giorno mettere capo agli abissi delle rivoluzioni. Occorreva dunque prevenire queste; ed in ogni tempo i governi ricorsero, per simili scopi, alle guerre internazionali, stimando così di scansare le civili. Tale considerazione non fu estranea alla decisione della burocrazia zarista, di rompere guerra, e forse ebbe anche parte, sia pure piccola, nell'analoga determinazione della Germania ed in quella dell'Austria-Ungheria, che temeva la ribellione delle nazionalità oppresse.

Per la seconda frazione della plutocrazia, devonsi invertire i termini : porre in suo favore ciò che é contro la prima, e viceversa. In ogni modo è ammirevole l'arte sopraffina colla quale ha saputo valersi degli interessi e dei sentimenti che vi erano nei popoli.
Quale frazione meglio provvide ai fatti suoi, si vedrà quando si saprà se i popoli potranno, pel futuro come per il passato, essere efficacemente tratti in inganno dall'astuzia dei plutocrati, secondati dalle declamazioni degli intellettuali...

... La guerra mondiale diede la stura alle falangi delle derivazioni; ce ne sono di tutti i generi e per tutti i gusti. Alcune sono puerili. Tale é quella dello straccio di carta, ripetuta papagallescamente da infinite genti, ad ogni proposito e fuori d'ogni proposito. Le derivazioni habent sua fata, e al detto di Alessandro I di Russia non toccò eguale fortuna di quella che ebbe il detto molto simile del cancelliere tedesco. La gente che discorreva di tale sentenza come se fosse cosa nuova inaudita, propria della « barbarie » tedesca, doveva aver dimenticata la storia, dove sono più gli esempi di violata che di serbata fede ai trattati, e non molte lontano dalla violazione germanica della neutralità belga può stare la violazione inglese della neutralità della Danimarca, compiuta dal gran Nelson.
Similmente, la crudeltà e le stragi dell'invasione tedesca nel Belgio e nel settentrione della Francia non sono per niente un caso peculiare della « barbarie » tedesca, ma hanno invece conveniente sede tra i casi generalissimi che si osservano quando le umane belve si dilaniano a vicenda, cioè in tutti i tempi e presso tutti i popoli, poiché ognora e dappertutto gli uomini straziano, uccidono, distruggono i loro simili ; e quando ciò non possono fare ad uomini della stessa razza lo fanno ad uomini di razze da loro dette «inferiori», quando non possono inferocire nelle guerre esterne, incrudeliscono nelle civili.

È ameno il notare che proprio un concittadino del Wilson, cioè il generale Sheridan consigliava di trattare crudelissimamente le popolazioni civili dei territori nemici.
Molti autori, e tra questi Herbert Spencer, scherniscono ottimamente coloro che, in tale materia, vedono la paglia nell'occhio del vicino e non scorgono la trave nel proprio.
Ma é inutile proseguire, perché, a chi è persuaso dal sentimento, i ragionamenti logico-sperimentali sono carboni spenti ; é impossibile il recare parte anche sol piccola, delle numerosissime prove che si hanno, perché, a voler ciò fare, sarebbe necessario trascrivere qui parte grande della storia dell'uman genere.
Nel seguito infinito di delitti, di crudeltà, di barbarie, di stragi, di infamie che essa ricorda, e di cui gli individui, le stirpi, i popoli sono, a vicenda, nel tempo, autori e vittime, chi é inclinato alla teologia può vedere l'opera di un dio che punisce nell'individuo le colpe di lui, nei discendenti i delitti dei padri, nei concittadini i peccati di alcuni di essi (derivazione III-1;); chi é inclinato alla metafisica può discorrere della « giustizia immanente delle cose » o di altra simile entità (derivazione III-2); chi si diletta di letteratura può dire con Eschilo «essere legge che il sangue dell'omicidio sparso in terra, richiede altro sangue» (derivazione III-3), e via di seguito; chi sta attaccato all'esperienza vede semplicemente manifestazioni dell'indole umana, la quale, è vero, si fa più mite coll'andare dei secoli, ma molto lentamente e con improvvisi ritorni alla ferocia antica.

Nell'ampia letteratura sulle colpe e le giustificazioni dei belligeranti della presente guerra, si scorgono facilmente molte derivazioni della classe I.
Delle derivazioni mediante le entità metafisiche si è fatto larghissimo uso. La verità, la giustizia, il diritto, l'umanità, la democrazia pugnavano per l'Intesa ed i suoi alleati; gli interessi vitali, la gran patria tedesca, l'organizzazione, coll'aiuto di un'entità teologica, cioè del buon vecchio dio tedesco, stavano dalla parte degli Imperi centrali. Subordinatamente apparvero anche le entità giuridiche, che si manifestano splendidamente nel processo che si voleva fare all'ex imperatore tedesco, e che sfumò in conseguenza del resistere dell'Olanda, la quale venne in buon punto per liberare da grave impaccio gli Alleati.
Le derivazioni dell'autorità (classe 11) appaiono al solito in molti scritti degli adulatori dei potenti; esse sono propriamente 1a parte centrale del Manifesto degli intellettuali tedeschi e delle repliche a cui questo diede origine.

Per sapere se sì, o no, é stata fatta strage della popolazione civile nel Belgio, vale più certamente la testimonianza di testimoni oculari, o almeno di chi tali testimonianze riferisce, che le asserzioni di tutti i più eccelsi « intellettuali » che vivono sul globo terraqueo. Che ne sanno i 93 dottissimi « intellettuali » che hanno firmato il manifesto tedesco, dei fatti seguiti nel Belgio, dove essi non c'erano? Un ,professore di « teologia » discorra di teologia, un professore di « filologia scandinava » ci faccia conoscere tale letteratura, un professore di « chimica » c'insegni come sono le combinazioni chimiche, e via di seguito, ma facciano il piacere queste eccellentissime persone di non farci perdere tempo testimoniando su cose a loro perfettamente ignote, o note solo per sentito dire. È per ispirazione divina o metafisica che scrivono: « IL NEST PAS VRAI que nos soldats aient porté atteinte à la vie ou aux biens d'un seul citoyen beige (guarda che sicurezza di informazione: neppure uno!) sans y avori été forcés par la dure nécessité d'une defense légitime. Car, en dépit de nos avertissements, la population n'a céssé de tirer traitreu.sement sur nos troupes, a mutilé des blessés et a egorgé -des médecins dans l'exercice de leur profession charitable ».
Tali derivazioni non possono evidentemente essere accolte che per l'autorità dei loro autori e perché si confanno ai sentimenti di chi le accoglie, cioè sono principalmente derivazioni: autorita, e sussidiariamente derivazioni: accordo con sentimenti.

Nella risposta data dagli Alleati, il 16 giugno 1919, alle osservazioni del governo tedesco, si ammira un vero fuoco di artifizio di derivazioni. I tedeschi debbono essere puniti perchè « ils ont, par tous les moyens en leur pouvoir, formé l'esprit de leurs sujets à la doctrine que, dans les affaires internationales, la force c'est le droit ». Si sono vedute le guerre di metafisica. C'è una certa dottrina sulle relazioni della « forza » e del « diritto » che è ortodossa, un'altra che è eretica, e che deve essere repressa dalla sacra Inquisizione della eretica pravità, aiutata dalla spada secolare. Logicamente, non la sola Germania, ma tutti gli autori che professano la perversa dottrina dovrebbero essere ricercati e puniti, e le loro opere bruciate dalla mano del boia.
Ogni religione ha i suoi misteri : non é di piccolo momento quello che appare nel discorso del Presidente Wilson (6 aprile 1916) citato nella risposta degli alleati : « Que toutes nos paroles, mes concitoyens, que désormais tous nos projets et tous nos actes soient en harmonie avec cette réponse, jusqu'à ce que la majesté puissante de notre pouvoir combiné, penètre à son tour l'esprit et anéantisse la force brutale de ceux qui raillent et dédaignent ce que nous aimons et nous honorons (Con questo principio, si possono accendere i roghi. Gli eretici sono appunto rei di schernire e di sdegnare ciò che gli ortodossi amano e onorano). L'Allemagne a dit une fois de plus que la force, et la force sede, déciderat si la justice et la paix régiront les affaires duu genre homain. Si le droit, tel que le concoit l'Amérique, ou 'hégémonie, telle que la concoit l'Allemagne, présidera aux destinées de l'humanité, il y a done pour une seule réponse possible (attenti, che ora viene una bella derivazione), la force, la force jusqu'au bout, la force sans borne et sans frein, la force justiciaire et triomphante qui fera du droit la loi du monde (dunque, in questo caso, sarà la forza che, nelle relazioni internazionali, imporrà il diritto) et fera mordre la poussiére à toute domination dont les fins sont égoistes ».

Ed ecco apparire la nuova entità dell'egoismo, di cui prima non si era fatto cenno. La contraddizione tra l'affermare perversa la dottrina che la forza produce diritto, e lodevole la dottrina che la forza deve imporre il diritto, sfugge per la solita ragione che, nella logica del sentimento, due proposizioni contraddittorie possono sussistere insieme. Le derivazioni dell'accordo coi sentimenti fanno sì che una stessa proposizione é stimata perversa se é dei nemici, lodevole, se é degli amici.

Ci sarebbe forse un modo di togliere la contraddizione e sarebbe di ricorrere ad una derivazione delle entità metafisiche, o teologiche. Supponiamo che ci sia un'entità assoluta, quasi un dio, che ha nome diritto.
È eretico l'asserire che questo dio è creato dalla forza, è ortodosso l'asserire che egli crea la forza, e quindi naturalmente se ne vale per imporre la sua fede. Empio sarebbe il dire che il dio dei mussulmani è stato creato dalla forza degli Arabi, più è il dire che egli ha creato la forza degli Arabi, della quale poi si vale per imporre la sua fede. E chi a ciò non crede, sia percosso col ferro. Amen.

Discorrendo agli operai del Creusot, il sig. Thomas, allora sotto segretario di Stato per le munizioni, ora gran maestro degli uffici del lavoro della Società delle Nazioni, socialista sempre, disse, il 24 agosto 1915: « Nous parlons de victoire parce quo nous avons acquis, dans notre effort continué la certitude de la victoire. Nous l'avions déjà cette certitude, puisque nous sommes les défenseurs du droit. Mais lorsque nous voyons les moyens rnatériels se multiplier.... qui donc pourrait encore en douter? » Da ciò appare che questo signor diritto è un quid simile dello Zeus dell'Iliade. Non é detto se questo diritto confermasse la promessa della vittoria con un segno del capo, e ne tremasse l'ampio Olimpo.
Gran consumo di derivazioni si é fatto per fare gabellare quel mostro giuridico che è il processo da farsi all'ex-imperatore, in cui chi accusa è giudice, e giudica, senza alcuna legge che cì sia, ma guidato solo dal sentimento. (Quello di Norimberga non fu molto diverso ! Ndr)
Fra tali derivazioni, bella assai é quella la quale asserisce che tale processo avrà per effetto di impedire le future guerre, perché non le vorrà più muovere chi sarà sotto minaccia di perdere la vita, per altro simile processo. Come se, nelle guerre, il pericolo della vita si avesse solo da un possibile processo, e come se tale pericolo avesse mai trattenuto alcun capo di prendere parte alle guerre, alle ribellioni, alle contese per impadronirsi del potere. Solo derivazioni per accordi di sentimenti possono togliere di vedere ciò. Per prova, ci sarebbe da citare tutta la storia, ma simili derivazioni non si possono prendere sul serio, e solo lo scherzo é ad esse convenevole risposta.

Per l'uso delle derivazioni, nessuno dei belligeranti porta il vanto sugli altri.
Vediamo che dice un germanofilo, Conrad Falke, nel Journal de Genève, 2-3 juin 1915 : « Lorsque dans le camp adverse (a quello dei germanofili) on parle de brutale ' politique d'expansion ', nous, nous sommes portés à voir une cruelle nécéssité (a). Quiconque grandit et se développe avec une telle puissance (la Germania) doit forcément faire éclater son habit (b), et la société au lieu de s'eri indigner, ferait mieux de prendre tranquillement une nouvelle mesure (c). La guerre actuelle est peut-étre avant tout la lutte tragique d'un peuple qui, l'épée à la main, est forcé (d) de prouver au monde son droit (e) à l'existence».
Appaiono evidenti le seguenti derivazioni
(a) Derivazione Termine indicante una cosa e che fa nascere sentimenti accessori. Il termine necessità suscita il sentimento che la volontà dei Tedeschi non ha parte nella guerra. Il termine crudele è una concessione agli avversari.
(b) Bellissima derivazione. Metafore. Essa é interamente simile a quella del sole e della luna, adoperata al tempo della contesa delle investiture. Perché il potere papale é simile al sole, il potere laico alla luna, deve il secondo essere sottomesso al primo. Perchè la Germania ha una veste che é divenltata troppo stretta, devono gli altri popoli provvedergliene un'altra più ampia, e perciò lasciarsi da essa conquistare. È gran disgrazia che il sarto chiamato per compiere tale operazione, restrinse, invece di allargarla, la veste germanica; e così la metafora è rimasta campata per aria.
(c) Altra metafora, simile alla precedente. Tolte le derivazioni, si ha il semplice concetto che gli altri Stati debbono sottomettersi a ciò che vuole la Germania. Le derivazioni sono utili per mutare i sentimenti che nascerebbero dall'enunciato nudo crudo di tale proposizione.
(d) Derivazione simile a quella (a). E da chi é costretta Germania? Da qualche entità metafisica o teologica? E simili entità non possono costringere gli altri popoli ad opporsi ad essi Tutto ciò è vaneggiamento parolaio e metafisico.
. (e) Derivazione . Questo signor diritto é evidentemente diverso dall'altro diritto di cui è devoto Wilson. Poiché questo prevalse su quello, potremo assomigliarlo a Zeus, e il primo Poseidon. Potremo anche dire che uno di quei due diritti é principio del bene, l'altro il principio del male; e se non dician quale é il principio del bene, e quale, del male, accontenteremo tutti.
Notiamo che il sig. Faike non vuole menomamente che forza crei il diritto; egli è in ciò d'accordo col Wilson, vuole se che la forza imponga un diritto che c'é già. Mi dispiace di tale accordo, perché per sua cagione diventa molto incerta la spiegazione che avevo trovato per togliere la contraddizione delle preposizioni del Wilson. Eppure questi, dottore honoris causa di tante Università europee, socio di tante eccelse accademie, deve essere certamente uno scienziato di primissimo ordine. Un qualche modo di togliere la notata contraddizione vi é dunque di sicuro; ma agli ignoranti rimase nascosto, come il senso del Papé Satan, papé Satan aleppe di Dante".
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IL VALORE ENERGETICO DEI MITI

Da "Il mito virtuosista e la letteratura immorale" (pag. 242)

"I rapporti del vituosismo coll'utilità sociale non risultano dalle sue qualità intrinseche, risultano dai sentimenti che, fra le altre manifestazioni, hanno quella del virtuismo. Questi sentimenti sono superficiali, di semplice «pruderie», di pettegolezzo, di rinuncia passiva, d'ascetismo? Essi non hanno alcun effetto utile per la società. Al contrario questi sentimenti sono profondi, tali che spingano gli uomini a sacrificarsi per la loro patria, per l'avvenire della loro razza, per il benessere dei loro discendenti, per un ideale che va al di sopra dei piaceri del momento? Essi possono essere utili, estremamente utili alla società, e caratterizzano un popolo forte, prospero, vittorioso. Non dobbiamo lasciarci guidare dal sentimento, o da considerazioni « a priori », é unicamente ai fatti che dobbiamo domandare di illuminarci. Ora tutti i fatti conosciuti conducono alle conclusioni seguenti
1) Mai i sentimenti di semplice rinunzia hanno dato un popolo forte e potente. Mai l'ascetismo ha prodotto un tale popolo. Tutti i popoli ove i monaci, gli anacoreti, gli asceti erano in maggioranza, sono diventati preda del primo conquistatore venuto.
2) Non esiste nella storia alcun popolo grande, forte, prospero, presso il quale non si trovino sentimenti profondi ed attivi che si manifestano con un ideale, una religione, un mito, una fede. Ogni popolo ove questi sentimenti s'indeboliscono è in via di decadenza. Molti piccoli popoli sono diventati grandi, perché avevano fede in sè stessi; un popolo che perde questa fede é prossimo alla rovina. In un certo senso si potrebbe dunque enunciare questo paradosso : nella vita dei popoli niente é tanto reale e pratico quanto l'ideale.

La realtà dell'ideale non si trova nell'ideale stesso; ma nei sentimenti che rivela. L'esistenza della dea Atena non ha alcuna realtà obiettiva, ma questa realtà esiste nei sentimenti degli Ateniesi, sentimenti che si manifestano nella credenza che Atena abitasse l'acropoli di Atene, e proteggesse la città. I crociati facevano prodigi di valore, allorché si portavano davanti ad essi il legno della vera croce. La realtà non si trova nel mito di questa croce; si trova nei sentimenti dei guerrieri, sentimenti dei quali il mito era manifestazione. In questi due casi, le forme dei miti sono essenzialmente diverse; i sentimenti di cui sono la manifestazione sono molto simili. Leggete da una parte gli storici cristiani delle crociate, dall'altra gli storici arabi. Le loro religioni sono molto diverse; i sentimenti che esse ispirano identici. Sono i sentimenti dunque che importa studiare, per scoprire le leggi dello sviluppo della società, mentre le forme dei miti, forme alle quali sino al presente si è data molta importanza, non sono che secondarie.

Il contenuto logico dell'ideale importa poco. Ciò che importa molto di più è lo stato psichico che rivela, di cui é sintomo; sono i sentimenti dai quali procede. Non perdete il vostro tempo a notare le contraddizioni, le inconseguenze, le assurdità della mitologia e della divinazione romana. Mettete da parte tutto questo zibaldone, e al di sotto troverete come residuo certi sentimenti. Dopo ciò, ripigliate la storia, seguitela passo passo, e vedrete che cosa sono questi sentimenti che hanno fatto la grandezza di Roma. Ripetete operazioni analoghe per Atene, Sparta, per gli arabi seguaci di Maometto, continuate ed arrivate fino ai tempi moderni, studiate in questo modo l'epopea della rivoluzione inglese, quella della rivoluzione francese del 1789, quella di Napoleone I, quella dei popolo tedesco, che scaccia gli eserciti di Napoleone I. Non vi stancate, vedete come si é fatta l'unità d'Italia, quella della Germania, osservate come Bismarck ha saputo servirsi del mito che rivelava i sentimenti del suo popolo, lasciate la storia, se la diretta osservazione vi piace meglio, guardate quale missione ancora considerevole attualmente svolga il mito della grande Germania fra le popolazioni tedesche; il mito degli antenati, della dinastia, della patria, presso i giapponesi vittoriosi. Ovunque ritroverete fenomeni simili, ovunque, al di sotto delle derivazioni senza valore logico e talora anche assurde, ritroverete questi sentimenti che sono le grandi forze dalle quali derivano la forma e lo sviluppo delle società".

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I fattori psicologici
della Prima Guerra Mondiale

( quante profezie !!!! )


(II). Scrive Polibio (III, 6) : «Taluni degli storici dei fatti di Annibale, volendo a noi esporre le cause per le quali tra i Romani ed i Cartaginesi vi fu la guerra che abbiamo rammentata, pongono come prima l'espugnazione di Sagonta per parte dei Cartaginesi, per seconda lo avere essi, contro i trattati, passato il fiume che dagli indigeni é detto Ebro. Io dirò bene che tal fosse il principio della guerra, ma non concederò mai che ne fosse la cagione». Seguita citando casi analoghi ed aggiunge; «Queste asserzioni sono da uomini che non distinguono come e quanto differisca il principio dalla causa e dal pretesto ». Sono trascorsi oramai più di duemila anni dacché lo storico greco esprimeva tali concetti, e le sue osservazioni si possono ripetere appuntino per i giudizi che oggi si danno della guerra europea. Diremo, forse, perciò che oggi, dopo tanto progredire della scienza e della storia, gli uomini ancora non sappiano distinguere il principio, la causa, al pretesto? O non sarà meglio dire che non fanno tale distinzione per altre cause che non sono l'ignoranza?

Agevolmente troveremo queste cause se le cercheremo nei sentimenti, nelle inclinazioni e negli interessi. Da prima vedremo che tali discorsi si confanno alle inclinazioni, lusingando sentimenti da benevolenza per i nostri amici, da avversione i nostra nemici, e che mirano, col dare la « colpa » della guerra al nemico, a procurarci il favore delle molte persone che patiscono i mali del conflitto; e poiché tali sentimenti, inclinazioni ed intenti, dal tempo di Polibio al nostro, stanno e rimangono negli uomini, non é meraviglia che stiano pure e rimangano gli effetti che da essa traggono origine. Poscia apparirà l'utilità sociale che c'é, per una nazione, da rafforzare per tal modo l'amore della patria, l'odio del nemico, la brama da vincerlo, per porre da mezzo la « causa » dei nostri mali.
Notasi che tali ragionamenti non possono mettere capo a conclusione alcuna se non si fermano a qualche principio sentimentale, metafisico o teologico, il quale é accettato da alcuna, rifiutato da altri, e che quindi, per il solito, persuadono solo chi è già persuaso, d'altri nessuno. Sono un mezzo per stuzzicare certi sentimenti preesistenti, non per farne nascere. Quindi si può agevolmente prevedere da chi, tolte poche eccezioni, saranno accolti, e da chi respinti, quando siano noti tali sentimenti, gli intenti e gli interessi che manifestano, ed é questo il caso nelle contese tra nazioni, o tra credenti di religioni diverse.
Tale regola generale vale per la presente guerra europea. Ad esempio, gli avversari dell'Austria dicono che la guerra ha avuto per cagione l'ultimatum dell'Austria alla Serbia; rispondono gli amaci che l'ultimatum è la conseguenza dell'ostilità della Serbia contro l'Austria; osservano a primi che tale ostilità ha origine dalle male arti usate dall'Austria contro la Serbia; ribattono i secondi che le dette « male arti » sono sola giusta resistenza al mal volere dell'Austria, all'opere sue invadenti; e così si può seguitare indefinitamente, e chi si ferma é solo mosso da sentimenti di benevolenza per una delle parti, di malevolenza per l'altra.

Una delle tentate « giustificazioni » della violazione della neutralità belga sta nel dire che la Germania, aggredita da due parti dalla Francia e dalla Russia, era in « stato di necessità » (*) il quale pure si ammette nel diritto privato. Al che si risponde che la Germania si era posta da sé in questo stato di necessità, muovendo guerra alla Francia e alla Russia. Non pertanto si quietano gli amici della Germania, e oppongono che la Germania ha dovuto in tal modo operare perché la Russia preparava le armi e la Francia dichiarava di volerla aiutare. Così si può continuare all'infinito, e chi si ferma sarà spinto a ciò solamente perché fa propri i sentimenti di una delle parti contendenti. Talvolta più breve è la catena di tali pseudo-ragionamenti. Ad esempio, si dice che la guerra é seguita perché le Potenze europee vollero intromettersi tra l'Austria e la Serbia, il che dalla Germania non poteva essere consentito. E basta.
Rimane verità assiomatica che alla Germania era lecito, alle altre Potenze illecito il difendere una delle parti contendenti. Ma tale verità assiomatica é accolta solo da chi potrebbe anche farne senza per dare il proprio giudizio.

Non troviamo più sodo il terreno nel campo del « diritto internazionale », sia perché incerti ne sono i principi, `incertissime le interpretazioni, sia perché le sue sanzioni stanno in piena balìa di questi sentimenti, i quali preesistono ed operano, coprendosi solo di ragionamenti attinenti al diritto. Gli Inglesi avevano promesso di sgombrare l'Egitto, e non l'hanno sgombrato, né paiono avere la minima intenzione di farlo. Lo Zar si era impegnato di mantenere l'autonomia della Finlandia, e tale autonomia é sparita. La Prussia aveva garantito la neutralità del Belgio e quella del Lussemburgo, e le ha violate, cercando, dopo il fatto, ragioni o pretesti per giustificare il proprio operato. Se si suppongono date la fede patriottica, la religiosa, o la politica di certi individui, si può, con grandissima probabilità, prevedere quali di queste trasgressioni agli impegni assunti saranno da tali individui assolte, quali condannati; di quali discorreranno, di quali taceranno.
Dicono gli Inglesi chi mossero guerra alla Germania per difendere il principio del rispetto ai trattati, violato dalla Germania, che aggredì il Belgio, ma non fanno conoscere perché l'identico fatto, in identiche condizioni compiuto a danno del Lussemburgo, non li aveva scossi in nessun modo. Rispondono i Tedeschi, con una delle tanti spiegazioni immaginate dopo il fatto, che violarono la neutralità del Belgio perché questo già l'aveva ferita accordandosi coll'Inghilterra per difenderla, ma tacciono opportunamente e prudentemente del Lussemburgo, per il quale tale motivo non vale.
La prima giustificazioni data dal Cancelliere tedesco era, sotto l'aspetto della logica formale, un poco meno vana. Diceva egli, in sostanza, chi necessità non ha leggi, chi posto nel bivio o di perire o di violare la neutralità del Belgio, la Germania si atteneva al secondo partito e tale motivo aveva il pregio di valere tanto per il Belgio come per il Lussemburgo. Per motivi identici, od anche solo analoghi, quel singolare magistrato che fu detto « il buon giudice» mandava assolti individui che, senza il minimo dubbio, avevano trasgredito la legge. Le stesse persone chi approvavano allora che del diritto privato non si tenesse alcun conto, acremente biasimano ora le trasgressioni al diritto internazionali, tacendo così palese che non astratto amore di diritto li muove, bensì sentimenti di simpatia per certe persone, di antipatia per altre.

Sogliono i popoli europei « giustificare » le loro conquiste in Asia ed in Africa invocando i « diritti » delle razze « superiori » di fronti alle « inferiori »; senza che, per dire il vero, si possa capire il senso preciso di questi bei termini; ed osservando che « superiori » ed « inferiori » paiono essere semplici pleonasmi per significare più forti i meno forti nelle arti belliche; poiché i Giapponesi che, in altri tempi, stavano coi Cinesi tra le razze « inferiori », ora, dopo e grazie alla vittoriosa guerra contro i Russi, hanno posto tra le razze « superiori ». I fautori di questa teoria si sdegnano quando la Germania vuole volgerla a « giustificare » le imprese per acquistare il dominio su gli altri popoli europei, da essi stimati «inferiori» con quello stesso identico criterio che è della teoria generale di cui si valgono, quando a loro fa comodo, gli altri Stati di Europa. In molti casi le declamazioni di coloro che si immaginano di far parte di una razza « superiore » non hanno maggior fondamento nella realtà di quanto ne avesse il gloriarsi di parecchi fra gli antichi Greci, di un'origine divina.
Ragion di spazio ci vieta il proseguire quest'analisi, ma il sin qui detto basta per fare palese la vanità sperimentale di tali ragionamenti ; lasciamoli dunque da parte e volgiamoci ad indagare la sostanza che da questa veste é ricoperta.


Ricorriamo ancora ad una citazione di Polibio. Discorrendo della prima guerra punica, egli osserva (1, 64, 5) come Roma e Cartagine fossero pari «massimamente nell'animoso contendere per la dominazione ». Per tal modo si risale ad una delle cagioni profonde delle guerre puniche, di fronte alla quale appaiono secondarie e spesso insignificanti le cagioni più prossime di cui ci é stata tramandata la memoria.
Tra le secondarie sono degne di nota alcune che operano spesso indirettamente, ad esempio, le differenze di nazioni, di istituzioni politiche, di religione, gli interessi economici. Possono, è vero, talvolta operare direttamente, rompere guerra, ma più spesso operano indirettamente, accrescendo i sentimenti di rivalità tra i popoli. Così operano gli interessi dei mercatores romani e dei negozianti cartaginesi. Il più antico trattato tra Roma e Cartagìne, rammentato da Polibio, risolse appunto uno di questi conflitti di interessi ; ma sarebbe errato il credere che le guerra puniche furono preparate, deliberatamente volute, imposte dai negozianti romani e dai Cartaginesi ; essi operarono massimamente sui sentimenti, e, dal conflitto di questi, divampò la guerra. Similmente sarebbe errore il credere che la presente guerra europea, é conseguenza diretta di contrasti economici, ne é bensì, in parte piccola o grande, conseguenza indiretta, per l'azione che ebbero tali contrasti sui sentimenti.
Quando accade che popoli bramosi di estendere il proprio dominio s'incontrano, il conflitto fra essi diventa se non inevitabile almeno probabilissimo, né mancano mai cagioni accessorie o pretesti perché s'accenda.

Al presente, abbiamo tre popoli in questa condizione, cioè il tedesco, lo slavo, il britannico. La forza che spinge ad estendere il dominio e l'autorità diretta od indiretta é intensa nei due primi, più forse nel tedesco che nello slavo; nel terzo appare principalmente sotto la forma di resistenza alle imprese altrui. Nel passato avrebbesi potuto aggiungere il popolo spagnolo, poi il francese; ma ora, nel primo ogni forza di espansione é spenta, nel secondo è debolissima; forse sorgerà nel futuro nell'italico; ma di tale incerto avvenire non occorre qui discorrere, notiamo solo di sfuggita che l'opera dei nazionalisti italiani mira a prepararlo.

I tre popoli ora rammentati costituiscono, per i letterati, la nazione latina, ma essa non ha vita propria e reale, come l'hanno la nazione tedesca, la slava, la britannica. Ciascuno dei popoli latini stima essere molto avveduto e furbescamente abile badando solo il proprio tornaconto e trascurando ogni comunanza di sentimenti e di interessi che lo potrebbe avvincere agli altri ; così operarono, in altri tempi i Greci, minacciati dalla potenza romana, e così operarono, al tempo nostro, i popoli balcanici. Tale politica, creduta « reale » può invece essere frutto di una teoria che é fermo segno di debolezza e che può recare estremi danni. Pongasi mente invero a ciò che accadrebbe della Germania se simile modo tenessero i Tedeschi del mezzogiorno e quelli del settentrione. Ciò appunto sperava Napoleone III, e l'essersi ingannato fu cagione della sua rovina nel 1870. Molti che ora, in Italia, si sono fatti adulatori della nazione germanica approvano il sentimento che, dimenticate guerre e sconfitte, spinse la Baviera ed altri Stati ad unirsi alla Prussia, per costituire l'impero tedesco; e, ad un tempo, respingono sdegnosamente come « sentimentale » un simile operare per la loro patria, che pure dicono di amare e che amano veramente. Sarebbe oltremodo difficile di trovare in Germania chi operasse in modo analogo, cioè ammirasse i Latini, spregiando i Tedeschi, e proclamasse che Stati come la Baviera e il Wúrtenberg debbono badare solo al proprio tornaconto, senza curarsi dell'avvenire della nazione tedesca.

In tale diverso modo di operare sta uno dei tanti indizi della differenza tra i sentimenti che sono cagione di forza grande alla nazione germanica, e quelli che recano debolezza estrema alla latina.
Possono i deboli e fiacchi, sebbene avversari, vivere vicini, senza conflitti; non così i forti ed animosi. Era dunque inevitabile che, presto o tardi, con un pretesto o con un altro, si dovesse rompere guerra tra i Tedeschi e i Russi e gli Inglesi. I Tedeschi contendevano agli Inglesi il dominio del mare, né potevano fare altrimenti, Spiinti dalle proprie brame e dai propri interessi ; ma, per gli stessi motivi, non potevano cedere gli Inglesi, se non si volevano rassegnare alla distruzione dell'impero britannico ed alla perdita della loro indipendenza.
I Tedeschi si opponevano allo estendersi dell'autorità della Russia nella penisola balcanica, e non potevano tenere altra via, non solo per cagione dell'alleanza coll'Austria-Ungheria, la quale cagione sarebbe secondaria, ma principalmente perché il retrocedere di fronte alla minacciosa potenza russa avrebbe grandemente offesa, forse distrutta, la fede nell'egemonia germanica, mentre questa fede era necessaria per mantenere la forza di espansione, come già analoga fede giovò al popolo romano; né, d'altra parte, per cagioni simili, potevano i Russi venir meno ai doveri di protezione degli Slavi meridionali, poiché troppo gran danno avrebbero così recato i sentimenti che ad essi danno forza nelle opere e fiducia nell'avvenire. Potevano bensì i governanti tedeschi non sobbarcarsi ad un tempo alle gravi imprese di debellare insieme tutti coloro che contrastavano all'estendersi del loro dominio, ed avere un poco di quella cauta prudenza che tanto giovò al Senato romano. Il Bismarck, in ciò, a loro era stato maestro, ed aveva fatto vedere come conveniva porre in opera il principio divide et impera; ma essi non appresero bene quest'arte, forse accecati dall'orgoglio della loro potenza militare.

Infine é probabilissimo che non fosse possibile scansare il cozzo fra le forze ora rammentate, e che, presto o tardi, dovesse seguire, rimanendo solo la scelta del come e del quando. Allo stesso modo che non c'era posto nella regione mediterranea per Roma e per Cartagine, non c'è ora luogo nel mondo per due Germanie, per due Russie, per due Britannie. Bensì potevano forse stare insieme, senza troppi contrasti, le nazioni di quei paesi e la latina, di cui é del tutto o quasi sparita la forza di espansione. Infatti la nazione britannica e la slava vivono in pace cogli Stati latini ; la germanica non ha più contese colla Spagna, si é alleata all'Italia, e più volte parve volere pure avere come amica la Francia; ma l'alleanza italiana fu ferita dalle prepotenze austriache, dall'altezzoso trattare della Germania e dell'Austria; e, colla Francia, nonché l'alleanza, neppure una ferma pace era possibile, per cagione della conquista dell'Alsazia Lorena, delle incessanti persecuzioni che erano inflitte agli abitanti di queste contrade, delle molestie germaniche in ogni impresa coloniale francese. Ben poco avveduti furono i governanti della Germania nell'interrompere con tali molestie l'opera dissolvente dello André e del Pelletan in Francia; e, più di recente, nel non avere la pazienza di aspettare che la democrazia antimilitaristica compiesse, in Francia ed in Inghilterra, la principiata opera.

Roma e l'Inghilterra ebbero l'arte di farsi amici i popoli soggetti, e da ciò trasse origini il prospero resistere di Roma all'invasione di Annibale, la presente unione dell'impero britannico contro la Germania. Cartagine non ebbe tale arte, né l'ha al presente l'impero tedesco; al contrario, quella si fece e questo si fa odiare dai popoli soggetti, come dimostrò l'invasione romana in Africa, e come ben può vedersi ora, ponendo mente ai sentimenti degli Alsaziani-Lorenesi, dei Danesi, dei Polacchi soggetti alla Germania. Della massima parcere subiectis et debellare superbos, tanto sapientemente posta in opera da Roma, i Tedeschi hanno serbato soltanto l'ultima parte, trascurando interamente la prima. Forse tal diverso procedere é in relazione coll'essere la potenza tedesca molto più metafisica e teologica della romana: ma non abbiamo da indagare qui tale argomento.

Tra le circostanze per cui si mantengono le rivalità dei popoli e si rafforzano i sentimenti di inimicizia sono da annoverarsi le disparità di religioni e di istituzioni politiche. Tali fatti sono stati in pochi casi cagioni dirette di un inizio guerra, in meno casi per altro di quanto appaia a chi guarda superficialmente gli avvenimenti, perché spesso furono la forma sotto la quale si manifestavano i sentimenti di rivalità e di inimicizia; solitamente sono solo cagioni indirette, cioé operano sui sentimenti e, per mezzo di questi, sulla guerra e la pace. In generale, Roma aveva favorevole il partito aristocratico delle città greche, contrario il partito democratico, e un fatto analogo si osservò pure per Cartagine; ma sarebbe interamente fuori dalla realtà il dire che le guerre di Roma in Grecia e contro Cartagine ebbero direttamente origine da contese tra la politica conservatrice di Roma e la politica democratica greca o punica; bensì rimaniamo nella realtà, non ci allontaniamo punto dai fatti, dicendo che tali contese tra aristocrazia e democrazia operarono pure indirettamente, per mezza dei sentimenti, inasprendo le contese che condussero alla guerra.
Eguale osservazione si deve fare oggi. Se procuriamo di classificare le inclinazioni politiche dei popoli che al presente stanno in guerra, appare subito manifesta la disparità tra quelle degli imperi centrali e quelle della Francia e dell'impero britannico. Le prime sono dette « militariste » dai nemici ed anche dagli amici della Germania, le seconde sono dette « democratiche » dagli amici della Francia e dell'Inghilterra; e i popoli di questi paesi dicono di combattere per il trionfo delle istituzioni democratiche alle quali danno eziandio il nome di «libere». In ogni modo, tale contrasto é ammesso da tutti, né può certo essere escluso dalle cagioni indirette del presente conflitto. Eccezione apparente é la Russia; e pare strano che il suo governo, detto dispotico, possa avere comuni intenti con i governi democratici; ma in realtà la Russia é retta da una burocrazia, e questa si avvicina molto alle burocrazie democratiche, allontanandosi pure molto dalle burocrazie militari e aristocratiche della Germania e dell'Austria. In Russia, l'aristocrazia ha origine dal potere sovrano; in Germania il potere del sovrano ha origine dall'aristocrazia. Tale differenza é fondamentale.

Il reggimento dei popoli occidentali, che si dice « democratico », é in realtà quello di una plutocrazia democratica, che inclina ora alla plutocrazia demagogica. Anche sotto tale aspetto, troviamo differenze di gran momento. In Inghilterra e in Francia, le elezioni costano, molto più che in Germania, denari ai plutocrati, favori del governo conferiti ai politicanti, spese a carico dei contribuenti. Il Lloyd George ha potuto distruggere il secolare potere della Camera dei Lords, mercé l'aiuto dei banchieri amici, le elargizioni delle pensioni per la vecchiaia, a spese esclusivamente dello Stato, ed altri doni analoghi fatti a spese dei contribuenti. In Francia, fatti di tal genere sono soliti, e, tacendo di molti altri casi, il miliardo delle congregazioni. sfumò in gran parte per pagare i servizi di coloro che giovavano nelle elezioni ai politicanti ; ora, con intenti analoghi molte persone sono nominate curatori dei sequestri delle proprietà e dei commerci di case tedesche, e ne hanno lauti, guadagni ; un ben noto plutocrate fu, dagli amici, raccomandato agli elettori come l'uomo che a questi aveva fatto distribuire per il passato i « fonds du pari mutuel » e che avrebbe fatte proseguire tale elargizioni nell'avvenire; tale raccomandazione ebbe favorevole effetto.
In Prussia nessun governo si sogna di chiedere l'aiuto dei plutocrati per restringere il potere della Camera dei Signori, non riceve ordini dai plutocrati, nessuna moglie di plutocrate riceve il ius gladii da compiacenti giurati, da complici autorità, e se, come in ogni altro paese, si spende per le elezioni, ciò accade in molto minore proporzione che nelle nazioni occidentali, europee e americane. Plutocrati ce ne sono in Germania come in queste nazioni ; ma in Germania il Governo impone ad essi il suo volere, e nelle accennate nazioni sono invece i plutocrati che al governo impongono il proprio volere. In Germania non si osserva un fenomeno simile a quello del Caillaux in Francia.

La contesa tra la Francia e la Germania, a proposito del Marocco, fu massimamente una disputa di plutocrati. I socialisti ben conobbero il fatto, ma, al solito, lo espressero malamente dicendo che era un conflitto di « capitalisti ». Similmente in Italia, i socialisti videro l'opera della plutocrazia nella guerra libica, ma subito deviarono in considerazioni etiche sul « capitalismo ». In generale, le considerazioni analoghe dei socialisti intransigenti sulla guerra europea hanno un qualche fondamento nel fatto reale che i plutocrati dei vari paesi si litigano fra loro, come già un tempo i mercatores romani ed i negozianti punici.
L'induzione fatta sugli effetti della disparità delle istituzioni politiche ha -la sua conferma in altri fatti importanti.
Le forze sociali si compongono in un modo che ha qualche analogia colla composizione delle forze in meccanica. Quando una di queste forze superi di molto in intensità le altre, queste malagevolmente si scorgono, ma si manifestano chiaramente se più non sono per tal modo sopraffatte. In Germania, in Francia, in Inghilterra, il sentimento patriottico oggi sormonta ogni altro e ne lascia solo apparire deboli segni, come sarebbero: in Germania l'opposizione del Liebknecht alle spese militari ; in Francia, la missione Caillaux; in Inghilterra, il ritiro di due ministri pacifisti; ma in Italia e negli Stati Uniti, appaiono invece manifesti gli effetti delle varie forze. In Italia il partito conservatore inclina verso l'alleanza cogli imperi centrali ; tenta talvolta di nascondere tale inclinazione coll'asserire che attende solo ad interessi esclusivamente italiani, ma tal veste troppo trasparente non inganna nessuno. I partiti democratici inclinano decisamente verso un'alleanza colle nazioni. democratiche della Francia e dell'Inghilterra, e tra essi massimamente i framassoni e gli anticlericali.

Nel partito socialista, si osserva un fenomeno simile a quello che già si vide nella Chiesa cattolica quando apparvero i Francescani; c come questi stavano attaccati alla lettera della povertà evangelica, i socialisti stanno attaccati alla lettera del dogma marxista che tutto riduce alla "lotta di classe". Di quelli come di questi non dobbiamo considerare i discorsi, che sono vani ed inconcludenti, bensì dobbiamo porre mente ai sentimenti che per tal modo sono rivelati. Il sapiente governo dei Papi seppe valersi dei sentimenti che apparivano nei Francescani e fare suo prò appunto di ciò che logicamente gli era contrario ; manca un tal governo nel partito socialista, ma ciò non toglie valore agli effetti che possono avere i sentimenti manifestati dagli intransigenti. Oggi sono lievi e trascurabili; in un avvenire, prossimo e lontano, possono essere potenti e di non poco momento. In generale, in tutta Europa, l'imperante partito della plutocrazia democratica é composto da uomini i quali, da un estremo di cieca fede, passando pei gradi intermedi, giungono all'altro estremo di una scettica abilità. Gli uomini in cui prevale la fede danno la forza al partito, quelli in cui prevale l'abilità, l'arte che può condurre alla vittoria. Ove avvenga uno scisma tra questi e quelli, può scemare, sparire la forza del partito. Oggi tale scisma ancora non c'é, ma potrebbe seguire nell'avvenire
Nelle presenti contingenze, il partito nazionalista italiano, molto più del partito detto conservatore, attende esclusivamente ad interessi del paese. Esso manifesta, in Italia, sentimenti analoghi a quelli che vediamo sopravanzare di gran lunga gli altri in Germania ed in Francia, e che sono specialmente atti a spingere i popoli ad un forte operare.

Le forze di cui era abbiamo tenuto discorso sono fra le principali; la risultante loro determinerà l'azione dell'Italia nel presente conflitto. Trascurabili, perché più lievi ed in certi casi proprio niente, sono quelle dei pacifisti, dei tolstoiani e di altre simili persone. In Italia ed in Francia, si é veduto il fenomeno di pacifisti divenuti partigiani della guerra, con zelo di neofiti. Non c'é da badare ai sofismi, spesso puerili, coi quali tentano di spiegare tale evoluzione; bensì dobbiamo porre mente all'evoluzione stessa, che manifesta quanto sottile fosse la corteccia pacifista, che ricopriva sentimenti più profondi, tanto che fu squarciata appena urtata da forze non troppo deboli.

Negli Stati Uniti d'America, la plutocrazia democratica, per i propri sentimenti e molto più per i propri interessi, é e rimane avversaria della Germania; perciò riesce vano il tentativo di farsela propizia con bei ragionamenti ed ingegnosi sofismi. Gli effetti di tal forza si manifestano chiaramente perché non sono occultati da altra forza più potente.
Né i democratici né i plutocrati dei popoli occidentali volevano la guerra, e, se questa fosse dipesa dal loro volere, non la avrebbero mai fatta; ma la prepararono inconsapevolmente, mirando nelle loro dispute al tornaconto del momento, senza troppa curarsi dell'avvenire? Ciò accade spessissimo, e molti sono i casi in cui si vedono gli uomini politici riuscire dove mai più avrebbero voluto andare.
Se democratici e plutocratici fossero stati meno avidi, meno prodighi, per proprio uso e per scopi elettorali, della pubblica pecunia, e, se per tal modo, la Francia e l'Inghilterra fossero state meglio preparate alla guerra, può anche essere che la Germania non le avrebbe aggredite. Ma di ciò non é qui luogo di discorrere, e vogliamo restringerci ai lineamenti generali del fenomeno.

I fatti come abbiamo procurato di esporli sono i reali ; ma appaiono deformati nei ragionamenti a cui, per solito, danno origine. Gli uomini tutti sono inclinati a dare forme astratte, mitiche, teologiche ai loro sentimenti ; ed é necessario che chi vuole persuadere le moltitudini, od anche solo piacere loro in tal modo si esprima, perché é il solo linguaggio da esse inteso.

I Romani erano persuasi che gli déi proteggevano la loro città; i Tedeschi contemporanei hanno eguale persuasione circa alla loro Kultur, e i democratici circa al santo Progresso, alla santissima Democrazia, al divino Suffragio Universale. Se qualche futura Iliade narrerà la presente guerra europea, il poeta non dumrerà fatica a popolare il suo Olimpo. Se egli sarà favorevole ai Tedeschi, come Omero ai Greci, farà incontrare il « buon vecchio Dio tedesco » coll'Allah dell'Islam, e porrà in sussidio la Kultur. Questa é proprio Atena rediviva che figura l'intelligenza bellica e l'azione ordinata, opposte alla forza brutale ed all'azione disordinata di Are, il quale certo sarà posto dalla parte dei barbari Russi, dei perfidi Inglesi, dei corrotti Francesi. Fuggiranno tutti costoro quando la Kultur agiterà loro sul viso l'egida ereditata da Atene. Il poeta favorevole ai popoli occidentali invertirà le parti : regalerà Are ai barbari Tedeschi, che rinnovano le gesta di Affila, e terrà, per fare da Atena, la Civiltà democratica umanitaria, armata dell'egida del Diritto; a fare da Zeus, chiamerà il folgorante Progresso; ma non ne sarà pacifico il regno, poiché a lui contenderà il seggio la strapotente « Organizzazione » che, secondo uno scienziato tedesco, é « missione » della Germania di imporre alla riluttante Europa. Non mancherà poi, Tersite, che potrà essere figurato da quei buoni uomini i quali, chiusi nel loro studiolo, trinciano e tagliano a fette la carta di Europa come se fosse un dolce pasticcio.

Ponga mente il lettore ai molti scritti letterari o metafisici a cui ha dato origine la presente guerra, e facilmente scorgerà in essi il principio dei concetti di cui ora abbiamo espresso l'estremo limite. Le entità teologiche e le metafisiche, le personificazioni etniche battagliano in tali scritti, e vi sono invocate tanto per l'offesa come per la difesa; vi si vede la « forza » trasformarsi in « diritto », e « viceversa » ; e inoltre la « forza morale » e la « materiale » aspramente tra loro combattersi.
Tutto ciò, considerato in relazione colla realtà sperimentale, ha assai poco valore, ma, considerato invece come indizio di forte sentire, é di gran momento, tanto più grande spesso quanto più si avvicina al limite ove principia l'assurdo, poiché il non avvedersi di questo é fermo segno di una viva fede.
Appunto la fede dei Tedeschi nella loro Kultur e nella « missione » che hanno di dominare il mondo, come popolo eletto e « superiore » a tutti i popoli che furono, sono e saranno, é certamente cagione di forza reale nella guerra. E' anche cagione di crudeltà, perché per opera di tale viva fede e massimamente nella sua forma metafisica e teologica, la guerra inclina ad avere i caratteri delle guerre di religione. L'avversario non è solo il nemico, é l'eretico scomunicato, il miscredente, il bestemmiatore della santa Kultur, reo di lesa maestà divina. Occorre non solo vincerlo, bensì anche sperigerlo, distruggerlo. I Belgi ardirono negare il passo alle sante schiere della divina Kultur; perciò furono rei di lesa maestà divina, e «giustamente» puniti ora, come, in altri tempi, per analogo delitto, furono perseguitati dal duca d'Alba.

La fede dei democratici é meno viva, massimamente nelle classi dirigenti, in cui volge spesso ad una semplice letteratura, forse per cagione dello scetticismo dei plutocrati e delle melensaggini degli umanitari, forse anche perché molti capi democratici sono tratti, per soddisfare le cupide brame delle loro schiere, ad occuparsi più che d'altro, degli interessi; quindi é cagione di minor forza, ma altresì di minor crudeltà. Può darsi che il trionfo dei democratici finisca col costare ai vinti più denaro ma meno sangue, meno dolori.
I Tedeschi mostrarono di curarsi poco delle norme del diritto internazionale e molti li approvano, mossi da sentimenti simili a quelli di coloro che già approvavano la santa Inquisizione, che si affrancava dalle regole allora vigenti della procedura penale. Occorre notare che i democratici, i quali tanto aspramente rimproverano ai Tedeschi queste trasgressioni, non hanno ritegno nel compierne di analoghe nel diritto interno dello Stato. Sotto l'aspetto della logica formale, non si capisce bene perché, se la forza del suffragio universale può « creare il diritto interno dello Stato », la forza degli eserciti non possa egualmente « creare » il diritto internazionale. Se la « forza » sovrasta giustamente al « diritto nelle contese interne, perché non dovrebbe egualmente sovrastarsi nelle esterne? È vero che si scioglie il quesito barattando i vocaboli e chiamando « diritto » ciò che è imposto dalla forza interna; ma rimane da sapere perché tale baratto non potrebbe anche valere per la forza esterna, alla quale manca solo lo spolverino che sui decreti dell'interna mette il santo suffragio universale, ma che potrebbesi agevolmente sostituire con altro analogo.
Veramente si hanno così logomachie, o, nella migliore ipotesi, contese metafisiche, che poco hanno da fare colle esperienze.

II ricercare le forze profonde che operano sotto tante e così varie apparenze può essere di danno per la fede ed in conseguenza per le opere che essa compie, ma é utile per la scienza sperimentale, alla quale concede una qualche previsione, sia pure ristretta, dei futuri avvenimenti, determinati, almeno in parte, da tali forze, che rimangono mentre mutano le fugaci loro vesti. Chi, ad esempio, credeva che la guerra tra Romani e Cartaginesi fosse stata determinata dal giuramento fatto da Annibale al padre, nulla poteva prevedere circa alle relazioni tra Roma e Cartagine, che avrebbero potuto diventare quelle di una schietta e sincera alleanza, ove un altro Amilcare avesse suggerito un giuramento opposto al figlio. Chi crede che la guerra é determinata dalla dichiarazione che se ne fa suppone che un atto il quale, senza gravi difficoltà, si può fare o non fare é cagione di avvenimenti che hanno origine da altre potenti cause, le quali in gran parte sono indipendenti dagli incerti casi dell'umano volere. Sta bene che le moltitudini sono inclinate a dare la « responsabilità » della guerra a chi la dichiara ; ed é perciò che, al presente, ogni Stato procura che sia il nemico a dichiarare la guerra, e quando a nessuno riesce di trarre l'avversario a compiere questo atto, si finisce col fare la guerra senza dichiararla, contentandosi solo di riconoscere che « lo stato di guerra esiste con tale Stato ».

Dire che la guerra franco-tedesca del 1870 é stata cagionata dal celebre dispaccio di Ems - che facilmente poteva essere sostituito da altro pretesto - o che ha avuto per causa la dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia - la quale se l'Ollivier fosse stato più furbo del Bismarck, avrebbe potuto essere sostituita da una dichiarazione di guerra della Prussia alla Francia --oppure dire che la presente guerra é stata cagionata dall'ultimatum dell'Austria alla Serbia, preparato dietro le quinte, come in un melodramma, dalla perversa ambizione della Germania, é un fare ritorno a quella storia anedottica che mette in scena astrazioni metafisiche e personificazioni; la quale piace alla moltitudine e a chi si diletta di tali astrazioni e di tali personificazioni, ma che veramente pareva ora cedere il posto, nella scienza, a considerazioni maggiormente reali. Non esiste una persona detta Germania che operi a somiglianza di un uomo; esiste solo una contrada che ha tal nome, abitata da uomini che hanno certi sentimenti, certe inclinazioni, certi interessi, e che sono guidati da un governo. Questo, alla lunga, non può che adattarsi a tali sentimenti, inclinazioni, interessi ; i quali tutti rimangono quindi, in ultima analisi, le forme massimamente operanti, e che, colla loro risultante, determinano l'azione della collettività.

Lasciamo da parte gli aneddoti, le personificazioni letterarie, o le giuridiche, nonché altre astrazioni di simili generi, e guardiamo gli avvenimenti esclusivamente sotto l'aspetto sperimentale; vedremo tosto che, durando le cause profonde, ben potranno gli effetti modificarsi nella forma, e forse alquanto nella sostanza, per intervento di nuove forze, ma non già venir meno interamente.

È dunque illusione il credere che la presente guerra possa mettere capo a togliere, per l'avvenire, le cagioni di altre guerre, assicurando una pace lunga, duratura, e che si manterrà con pochi armamenti. Viene da ridere quando ci dicono che, ristabilito l'equilibrio europeo, turbato solo dalla smoderata ambizione germanica, secondo alcuni, dalle invadenti bramosie russe, secondo altri, dalli prepotenza dell'Inghilterra nel dominio dei mari, secondo altri ancora, dal desiderio di rivincita dei Francesi, ecc... avremo una pace idilliaca.

Quando mai questo bello, desiderato e lodevole equilibrio europeo si é veduto?
Quando, anche in tempi, prossimi o remoti, ci fu in Europa pace sì duratura da parere perpetua?
Quando mancarono vincitori che armavano per mantenere il proprio potere, vinti che armavano per correre alla riscossa, neutri che armavano per mantenere la propria indipendenza? Per fermo coloro che sognano un futuro tanto diverso dal passato chiudono volontariamente gli occhi all'esperienza e vanno spaziando nei nebulosi campi della fantasia.

Appena mezzo, secolo fa, i loro predecessori nel fare simili profezie volevano persuadere il mondo che la guerra era diventata impossibile, né mancarono persone che proseguirono fin ora a manifestare tale opinione. Dissero da prima che le guerre oramai non accadevano più se non ai confini tra i popoli civili e i barbari; poscia fecero la scoperta che troppo costosa era diventata la guerra e che perciò non si potrebbe fare; altri trovavano valida cagione della sua impossibilità nei tremendi effetti micidiali delle armi moderne; altri osservavano che, spariti gli eserciti di mestiere, la guerra e la pace erano in balìa dei « proletari », i quali, fedeli al dogma marxista che vuole l'unione dei « proletari » di tutti i paesi, non avrebbero mai permessa la guerra; all'opposto l'avrebbero sicuramente impedita, tramite lo sciopero generale, e, dicevano coloro di cui maggiormente si accendeva la fantasia, tramite il « sabotaggio » della smobilitazione.

Tutte queste chiacchiere hanno messo capo alla presente guerra che é la più estesa, costosa, tremenda delle guerre che mai si sono vedute in queste contrade. Miglior sorte purtroppo non avranno le dissertazioni che ora si stanno facendo sull'idillio della pace futura. Possono essere utile consolazione per chi soffre, non sono certo previsioni probabili per l'avvenire.

I sentimenti degli uomini mutano poco e lentamente, non si impongono colla forza, quindi é probabilissimo che quelli che ora si osservano seguiteranno ad osservarsi per lungo volgere di anni e che i loro effetti futuri di poco differiranno dai passati.
Chi vuole avere un chiaro concetto di tale prevalere delle cause profonde sulle superficiali deve tornare colla mente agli anni che seguirono l'anno 1815.
Pareva proprio allora che la Santa Alleanza, strapotente di armi e di consigli, avesse ristabilito quell'equilibrio che ora si rimanda al futuro, e dato uno stabile e duraturo assetto all'Europa.

Eppure, appena quindici anni dopo, cioè nel 1830, principiano moti, che si rinnovano nel 1848 (perfino nella stessa Austria!!); seguita poi a mutarsi e rimutarsi la carta d'Europa, tantoché, prima assai della fine del secolo XIX, la Santa Alleanza non era più che un ricordo archeologico, che pareva avere suo luogo in un remotissimo pas

Si possono fare solo due ipotesi sul modo col quale avrà termine la presente guerra, cioé:
1) Che finirà con una pace nella quale le forze degli avversari staranno alla pari, o quasi, ed è evidente che, in tal caso, la pace sarà solo una tregua; (Come aveva ragione !!! - Ndr.)


2) Che finirà colla piena, intera, assoluta vittoria di uno degli avversari. Se é la Triplice Intesa che vincerà, non si vede come potrà ridurre impotente per l'avvenire la Germania, più di quanto fu dato di compiere a Napoleone I riguardo alla Prussia, dopo la vittoria di Jena. Anzi, come allora accadde, potrebbero i dolori della disfatta rinfocolare e rafforzare i sentimenti patriottici dei Tedeschi.
(Come aveva ragione !!! - Ndr.)

Se vincono gli Imperi Centrali, neppure si vede come potranno distruggere l'immenso impero britannico, e togliere che di nuovo se ne uniscano le disgiunte membra in una comune brama di rivincita e di vendetta; a rendere la quale opera maggiormente efficace potrebbe aggiungersi la....
...... potentissima forza degli Stati Uniti d'America.

(Come aveva ragione !!! - Ndr.)


Neppure si scorge come, in modo efficace, si potrebbe distruggere l'estesissimo impero russo ed impedirgli di prepararsi alla riscossa.
(Come aveva ragione !!! - Ndr.)

Aggiungasi che il trionfo del militarismo prussiano potrebbe essere cagione che ne scemasse e poi ne sparisse il potere, come, in circostanze analoghe, intervenne all'Areopago di Atene dopo le guerre persiane, e al Senato di Roma dopo le guerre di conquista del bacino del Mediterraneo.
La plutocrazia e la democrazia ci sono in Germania come in altri Paesi, ed hanno solo una evoluzione in ritardo su quella di altri paesi; oggi sono tenute soggette, domani possono avviarsi ad essere dominanti; e tra la Germania presente e la Germania della fine del secolo XX, non é impossibile che corra tanta e più diversità che tra l'Inghilterra del Wellington e l'Inghilterra dei Lloyd George.
( !!!!!!!!!!!!!!!!!!!! )


Probabilmente l'evoluzione del reggimento plutocratico, democratico, o demagogico seguiterà in tutti i paesi civili; esso avrà termine consumando sé stesso e perchè verrà ad urtare ostacoli aventi origine dalla stessa sua evoluzione, come accadde per il passato per reggimenti analoghi; ma di tale argomento non é qui il luogo di fare discorso.

(Fatti e teorie, pagg. 29m56. La guerra e i suoi principali fattori)

FINE


ancora di Vilfredo Pareto alcune pagine di...

"TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA" (1921)
"Come comincerà il nuovo?"
(ancora attuale)

"TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA" > > > >

e ancora di Vilfredo Pareto...

ANALISI DI IDEOLOGIE - " I SISTEMI SOCIALISTI" > >>>>>> >

 

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