VILFREDO PARETO

IL GIOCO DEL POTERE

di FRANCO GIANOLA
(Storiologia ringrazia)

E' dal 1923, anno in cui ha abbandonato il suo involucro mortale, che Vilfredo Pareto, padre della sociologia moderna, sorride compiaciuto. Guarda giù, sulla Terra, e continua a sorridere. Anche oggi il suo sguardo attraversa i muri dei palazzi del potere e vede tanti omini che vanno reiteratamente all'assalto della stanza dei bottoni per strapparla a chi ce l'ha e occupare le poltrone allineate davanti al quadro-comandi.

E' compiaciuto con se stesso perché lo spettacolo conferma l'attualità della sua famosa "teoria delle élite". Che dice questa teoria, la cui nascita risale al secolo scorso ma la cui validità è stata dimostrata soprattutto e clamorosamente nel 1900? Per capirne meglio il meccanismo è indispensabile far precedere la risposta da un'occhiata alla situazione del nostro paese, una situazione che il lettore sta vivendo in diretta.

Vediamo che in Italia è in atto una delle grandi crisi che si abbattono ciclicamente sui sistemi nei quali gli uomini si incasellano fideisticamente. La nazione è squassata da un duro scontro fra la vecchia classe dominante e nuovi gruppi di potere che puntano alla conquista della plancia di comando. La compagine dei partiti, che rappresentava un esercito perfettamente organizzato e padrone dei gangli vitali della nazione, si è frantumata nello spazio di qualche stagione ed è ridotta a un'armata Brancaleone impegnata in una battaglia senza speranza. Il paese è dominato, di conseguenza, da una convulsa dialettica che investe il settore politico, economico e sociale. L'uomo della strada è disorientato e cerca disperatamente di chiarirsi le idee per prepararsi alle necessarie scelte future.

E inevitabilmente formicolano sulle pagine dei giornali, delle riviste e dei libri i pensatori professionisti, dilettanti o improvvisati (di questi ultimi l'Italia è ricchissima) che rovesciano sui lettori analisi e formule per capire e risolvere...ma sono soltanto elucubrazioni non scientifiche, staccate dalla realtà: sotto le parole, niente. Siamo dunque privi di una base di riflessione che ci aiuti a comprendere i meccanismi della convivenza umana e ci metta in grado di elaborare un sistema meno fragile, capace di resistere al tempo? Non è il caso di essere pessimisti.

La base di riflessione può essere trovata rivisitando la cultura dell'Ottocento e soprattutto i testi di Vilfredo Pareto, economista, matematico, sociologico e psicologico, il cui pensiero si rivela sorprendentemente attuale. Gli studi dello scienziato partono da un contesto temporale particolarmente favorevole e stimolante.
All'inizio del XIX secolo l'Italia, unità geografica che contiene culture profondamente diverse, percorre a tappe forzate la via verso la dimensione nazionale (dimensione che non corrisponde alla volontà di tutti i popoli disseminati lungo la penisola: essi hanno anime arabe, spagnole, germaniche, slave, oltre che italiche) e nello stesso tempo vive una situazione confusa sia dal punto di vista intellettuale sia da quello politico. Nel paese, dove il pensiero cattolico (fortemente radicato in tutti i terreni sociali) e la società patriarcale non favoriscono certamente la circolazione delle nuove idee che potrebbero mettere in pericolo il potere costituito, c'è una fisiologica resistenza all'avanzata della civiltà delle macchine. Tuttavia, sia pure con un certo ritardo, anche qui scatta il meccanismo della rivoluzione industriale che, irresistibilmente, mette in moto il processo di mutazione dei rapporti politico-sociali e delle posizioni culturali.

Qual è il contributo della ricerca sociopolitica italiana in un particolare momento storico, che ha alle spalle le prime grandi teorizzazioni e la tensione interpretativa degli studiosi come Weber, Marx, Veblen? (di loro parleremo più avanti)

In questa fase evolutiva, dopo la metà dell'Ottocento, gli intellettuali italiani si trovano assediati da una nuova realtà nella quale valori, istituzioni, figure istituzionali e miti cominciano a sgretolarsi. All'ombra delle ciminiere si formano forti gruppi sociali (la classe operaia prende coscienza di sé e si organizza sotto la spinta della lettura di migliaia di pubblicazioni sul pensiero marxiano) che si contrappongono al nuovo tipo di dominio e di sfruttamento. Le cannonate che il generale Bava Beccaris fa sparare nel 1898 contro la folla esasperata da queste forme di sfruttamento rappresentano il segno che la società non può più essere governata con i vecchi strumenti.

Di fronte al sisma sociale che scuote il paese, gli intellettuali scendono in campo. La prima grande figura che s'impone sul campo scientifico è quella di Vilfredo Pareto (1848-1923), di professione ingegnere. Pareto fa un'entrée da iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, pur avendo completato gli studi di ingegneria al Politecnico di Torino, resta profondamente legato al positivismo francese. Rispetto agli studiosi italiani dell'epoca, progressisti prudentissimi o caratterizzati da un massimalismo adolescenziale, egli appare teso a distruggere preconcetti, sentimentalismi, pulsioni missionarie, utopie, demagogie.
La sua posizione è rigorosamente scientifica. "Spinto da un desiderio di apportare un complemento indispensabile agli studi di economia politica e soprattutto ispirandomi all'esempio delle scienze naturali, io sono stato indotto a comporre il mio "Trattato di sociologia" il cui unico scopo - dico unico e insisto su questo punto - è di ricercare la realtà sperimentale per mezzo dell'applicazione alle scienze sociali dei metodi che hanno fatto le loro prove in fisica, in chimica, in astronomia, in biologia e in altre scienze simili".

Questa dichiarazione, che si trova negli "Scritti sociologici", pubblicati dalla Utet di Torino nel 1946, è la sintesi degli obiettivi di Pareto.

Egli vede il sistema sociale come un sistema fisicochimico nel quale le molecole sono rappresentate dai singoli umani con le loro particolarità che interagiscono al momento della "miscelazione sociale". "E' chiara l'opzione per i fatti", commenta Franco Ferrarotti nell'opera "Il pensiero sociologico da Comte a Hokheimer" (Mondadori 1974), "per lo studio dei fenomeni circoscritti e analizzabili empiricamente, o "sperimentalmente", come Pareto preferirà dire, contro le fumosità filosofeggianti, le tirate metafisiche o i grandi ideali umanitari, dietro i quali Pareto sospetterà sempre, e non del tutto a torto, l'inganno ideologico o la truffa politica".

Nel "Trattato di sociologia generale", apparso nel 1916, Pareto mette sotto analisi l'irrazionalità del comportamento umano, trascurandone la razionalità, già trattata a fondo nei testi di economia da lui scritti. Tuttavia, contrariamente a quanto fa Veblen negli Stati Uniti, egli non opera il distacco dalla teoria economica ma ne integra le astrazioni per arrivare, attraverso lo strumento sociologico e psicologico, alla spiegazione di quelle manifestazioni del comportamento umano che l'analisi economica non è riuscita a penetrare. Pareto, insomma, vuole separare in modo concettuale le componenti razionali dell'azione dalle componenti non razionali. Un esempio preso dal "Trattato" edito a Milano da Comunità nel 1964: "Un politicante è spinto a propugnare la teoria della "solidarietà" dal desiderio di conseguire quattrini, onori, poteri... E' manifesto che se il politicante dicesse: "Credete a questa teoria perché ciò mi torna conto", farebbe ridere e non persuaderebbe alcuno; egli deve dunque prendere le mosse da certi principi che possano essere accolti da chi l'ascolta... Spesso chi vuoi persuadere altrui principia col persuadere se medesimo; e, anche se è mosso principalmente dal proprio tornaconto, finisce col credere di essere mosso dal desiderio del bene altrui".

Nel distinguere i fatti umani Pareto individua un nucleo costante costituito da manifestazioni di istinti, sentimenti, interessi che egli definisce "residuo", e un nucleo variabile costituito da tentativi di giustificare razionalmente l'irrazionale, detto "derivazione".

Su questa distinzione Pareto costruisce l'edificio della sua sociologia e arriva alla formulazione della "teoria dell'equilibrio sociale" che, a somiglianza di quella dell'equilibrio economico, appoggia sui fattori individuali già citati e sui fenomeni d'insieme, di gruppo, ai quali i fattori individuali danno vita. Quando Pareto passa al settore politico, conclude che "....la società ha una struttura elitaria, che le masse sono incapaci di governarsi, che le élite (data la legge della competizione e della conseguente selezione dei più forti) sono destinate ad ascendere e a decadere (teoria della circolazione delle élite). I popoli, sostiene Pareto sulla "Rivista italiana di sociologia" del luglio 1900, ad eccezione di brevi periodi di tempo, sono sempre guidati da un'aristocrazia, intendendo questo termine come indicativo dei più forti, dei più energici, dei più capaci sia nel positivo sia nel negativo. Ma per legge fisiologica le aristocrazie non reggono all'onda lunga e perciò la storia umana procede "mentre una gente sale e l'altra cala.
Tale è il fenomeno reale, benché spesso a noi appaia sotto altra forma. La nuova aristocrazia, che vuole cacciare l'antica o anche solo essere partecipe dei poteri e degli onori di questa, non esprime schiettamente tale intendimento, ma si fa capo a tutti gli oppressi, dice di voler procacciare non il bene proprio ma quello dei più: e muove all'assalto non già in nome dei diritti di una ristretta classe, bensì in quello dei diritti di quasi tutti i cittadini.
S'intende che, quando ha vinto, ricaccia sotto il giogo gli alleati o al massimo fa loro qualche concessione di forma. Tale è la storia delle contese dell'aristocrazia, della plebs e dei patres a Roma; tale, e fu ben notata dai socialisti moderni, è la storia della vittoria della borghesia sull'aristocrazia di origine feudale".

Mentre studia, analizza, scrive. Pareto non perde d'occhio quanto accade attorno a lui. E' il momento in cui imperversano logomachie ideologiche, i partiti prendono sempre maggior forza organizzandosi meglio e quindi meglio penetrando nel tessuto sociale del paese. Il socialismo è sulla cresta dell'onda, fa diga in difesa dei diritti dei contadini, dei mezzadri, dei braccianti, degli operai, si presenta come pista di lancio dell'umanità verso il "mondo giusto e di uguali".

Ma cosa pensa Pareto del socialismo? "Si sente spesso parlare - egli risponde nel libro "I sistemi socialisti" (Utet, Torino, 1974) - di un'economia politica liberale, cristiana, socialista, eccetera. Dal punto di vista scientifico ciò non ha senso. Una proposizione scientifica è vera o falsa, non può adempiere un'altra condizione, come quella di essere liberale o socialista, Voler integrare le equazioni della meccanica celeste mercé l'introduzione di una condizione cattolica o atea, sarebbe un atto di pura follia. Ma se tali caratteri accessori sono assolutamente respinti dalle teorie scientifiche, essi non mancano mai, invece, fra gli uomini che studiano queste teorie. L'uomo non è un essere di pura ragione, è anche un essere di sentimento e di fede, e il più ragionevole non può esimersi dal prendere partito, forse anche senza averne netta coscienza, a proposito di alcuni dei problemi la cui soluzione oltrepassa i limiti della scienza. "Non vi è un'astronomia cattolica e un'astronomia atea", specifica Pareto, "ma vi sono astronomi cattolici e astronomi atei. Voler dimostrare il teorema del quadrato dell'ipotenusa con un appello agli "immortali principi del 1789" o alla "fede nell'avvenire della Patria" sarebbe perfettamente assurdo. E' lo stesso che invocare la fede socialista per dimostrare la legge che, nelle nostre società, regola la distribuzione della ricchezza. La fede cattolica ha finito col mettersi d'accordo con i risultati dell'astronomia e della geologia, così la fede dei marxisti e quella degli etici, dunque, procurino anch'esse di conciliarsi coi risultati della scienza economica!".


Un'altra conferma viene alla fine del grande massacro, nel 1918: la caduta delle aristocrazie tedesca, russa, austriaca, esito di quel grande scontro fra
élite internazionali che è stato il conflitto appena concluso. Qualche anno dopo, dal suo tranquillo osservatorio di Losanna, Pareto vede scorrere sullo schermo della storia i drammatici anni del dopoguerra italiano.

Accade qualcosa di simile a quello che aveva immaginato Marx. Ma nel fluire degli avvenimenti non si riscontra la dialettica prevista dal filosofo tedesco (anche se in Russia la rivoluzione dell'ottobre 1917 fa nascere la "grande illusione").
Anzi, quanto avviene in Italia sembra la conferma sperimentale della teoria delle élite: conquista il potere la "
élite fascista" che in un primo momento si fa portavoce delle masse e poi si allea - essendo incerto il rapporto di forza - con la vecchia "aristocrazia" che voleva cacciare, per essere "anche solo partecipe del potere e degli onori di questa".
(già nel 1902, di Pareto apparvero nella "Bibliotheque internationale d'economie politique", "Les systemes socialiste". A leggerlo e a seguire i suoi corsi all'Università di Losanna c'è il ventenne emigrante Benito Mussolini che, pur con alle spalle un apprendistato socialistico, i vari contatti con l'ambiente anarchico, e con spiccate idee "rivoluzionarie", non ha ancora un pensiero politico autonomo, come sarà in seguito il suo Fascismo. Ma proprio dagli scritti di Pareto, dalle sue lezioni, dai suoi insegnamenti, Mussolini cerca di trarre vantaggio dal pensiero di "questo economista borghese"...."che c'insegna a noi socialisti due cose. La prima riguarda "l'unità" e la seconda la "tattica" del partito" (Cit. da Avanguardia socialista, n.97, 14 ottobre 1904).

Più tardi la nuova élite (e proprio con Mussolini in testa) stipulerà un'altra alleanza, anche questa da manuale paretiano: quella con la Chiesa romana. Anni dopo, nuove conferme: in Germania la presa del potere da parte del nazismo e l'alleanza con la grande borghesia tedesca; in Unione Sovietica il socialismo non diventa realtà e i popoli della Grande Russia si trovano dominati, anziché dall'aristocrazia guidata dallo zar, dall'élite espressa dal partito al potere.

Pareto muore nel 1923. Da allora a oggi sono trascorsi settant'anni e in questo arco di tempo lo show rappresentato dalla lotta fra le élite ha continuato e continua a seguire rigorosamente il copione scritto dallo scienziato. Se qualcuno dubita che ciò sia avvenuto, faccia, appunto, mente locale al nostro recentissimo passato e al nostro presente.

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Prima di ritornare su PARETO
facciamo il punto sui padri della

SOCIOLOGIA

Scientia scientiarum. In questo modo AUGUSTE COMTE, il brillante, discusso e tormentato pensatore francese vissuto fra il 1798 e il 1857, considerava la sociologia, sua creatura pazientemente e puntigliosamente modellata nel corso di una vita «consacrata - come fu scritto - esclusivamente al servizio dell'umanità». La collocazione di questa disciplina in posizione di assoluto predominio, di dea ex machina che appare a correggere tutte le storture provocate dalla fallacia dei singoli e dei consorzi umani, può sembrare esplosa dall'orgoglioso spirito missionario di Comte, figlio di ferventi cattolici.
Alla luce di una verifica storica, bisogna dar atto a Comte - il quale del resto si sentiva, e tale viene ancora considerato, padre della sociologia - che la definizione non è immeritata.


Andando a frugare a ritroso nel complesso cammino della cultura umana, la scientia scientiarum è puntualmente presente - magari sotto mentite spoglie o defilata sotto il grande manto della filosofia - nel ruolo di scienza dei fatti sociali in quanto suscettibili di essere spiegati con leggi generali. Una presenza che nasce dal bisogno dell'uomo - appena il suo pensiero esce dall'adolescenza storica e le sue capacità analitiche diventano più agili e acute - di capire e di ordinare sistematicamente le forme generali della vita in società, le loro leggi di movimento e di sviluppo, i loro rapporti con l'ambiente naturale, con la cultura in genere, con i singoli campi della vita e infine con la sua propria personalità.

Non c'è dubbio sui meriti maieutici di Comte, il quale diede corpo definito e panni scientifici a quella che in un primo momento egli, fervido militante del positivismo scientifico, chiamò «fisica sociale», quasi a sottolinearne la scientificità. Ma è impossibile dimenticare che dietro il travaglio creativo di Comte ci sono altri ispiratori che hanno dato ali alla scienza moderna: basti citare Socrate, Platone, Aristotele.

Si può tornare indietro, attorno al 400 avanti Cristo, per entrare in casa di POLEMARCO, filosofo ateniese, dove SOCRATE - secondo il racconto che PLATONE fa nella
Repubblica - dialoga sulla tirannide con un gruppo di amici: « Ebbene [è Socrate che parla in prima persona] resta da esaminare l'uomo tirannico stesso, per vedere come si muta evolvendosi dal democratico e, quando si è formato, quale sia il suo carattere e quale la sua vita, se sventurata o beata. (...) Ricorda allora qual era, secondo noi, l'uomo di tendenza popolare. Si trovava a essere allevato fin da giovane da un padre che apprezzava i soli appetiti di danaro e disprezzava quelli superflui, che puntavano al divertimento e al lusso. Ma frequentando gente più raffinata e tutta dominata da quegli appetiti, s'è avvivato a commettere ogni prepotenza e a farsi simile a quella gente per odio alla parsimonia paterna.

"Poiché però la sua natura è migliore di quella dei corruttori, sottoposto alle due pressioni, si è arrestato a mezza strada tra queste due maniere di vita e, convinto di poter praticare con moderazione ciascuna di esse, conduce una vita che non è né bassa né contraria alla legge; e così da oligarchico eccolo divenuto di tendenza popolare. Supponiamo ora che quest'uomo, giunto in età matura, abbia a sua volta un figlio, anche lui allevato secondo i suoi costumi. E supponiamo poi che capiti a questo figlio quello che è già capitato a suo padre: che lo si istighi a infrangere ogni legge (e questo i suoi istigatori chiamano piena libertà). (...) Ebbene, quando gli altri appetiti gli ronzano attorno stillando aromi e profumi e pieni di corone, di vini e di quegli sfrenati piaceri che sono caratteristici di simili compagnie; e facendolo crescere e nutrendolo fina al grado estremo instillano nel fuco il pungiglione della bramosia; ecco allora che questo duce dell'anima è scortato dalla follia e si mette in furore... D'altra parte l'uomo impazzito e squilibrato cerca e presume di poter comandare non soltanto agli uomini ma anche agli dei. Perfettamente tirannico si fa un uomo quando la natura o le abitudini o quella e queste insieme lo rendono ubriaco, erotico, bilioso ».

Qualche decennio dopo, forse nel 330 Ac, anche ARISTOTELE, analizzando i modi di vita della società civile che si muove nel suo tempo, deduce (Politica, libro I) che la comunità perfetta di più villaggi costituisce la città. Questa ha raggiunto il livello di autosufficienza, sorge per rendere possibile la vita e sussiste per creare le condizioni di un'esistenza comoda e sicura. Considerato questo, ne deriva che ogni città è un'istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono (come i gruppi familiari e i villaggi), poiché essa è il loro fine e la natura di una cosa è il suo fine.

"Da ciò dunque è chiaro - sostiene il filosofo - che la città appartiene ai prodotti naturali, che l'uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e che chi non vive in una città, per la sua propria natura e non per caso, o è un essere inferiore o è più che un uomo: è il caso di chi Omero chiama con scherno "senza patria, senza leggi, senza focolare". E chi è tale per natura è anche desideroso di guerra, in quanto non ha legami ed è come un pezzo da gioco posto a caso. Perciò è chiaro che l'uomo è animale più socievole di ogni ape e di ogni altro animale che viva in greggi ».

A distanza di secoli, a ridosso della nascita di Comte, mentre germoglia la rivoluzione industriale e la cultura punta - dopo un lungo periodo di esasperazione metafisica - di nuovo la sua attenzione al fisico e al sociale, la matrice della protosociologia aristotelica si manifesta nel pensiero dell'ecclesiastico e scrittore francese Jacques-Benigne BOSSUET (1627-1704), precettore del Delfino di Francia per il quale scrive il Discours sur l'histoire universelle.
Per Bossuet "....la società umana può essere guardata da due punti di vista: o in quanto considera l'intero genere umano come una grande famiglia, o in quanto si riduce in nazioni e in popoli composti da diverse famiglie particolari, ognuna dotata di propri diritti. Considerata in questo secondo senso, essa si chiama società civile e può essere definita comunità di uomini uniti sotto lo stesso governo e le stesse leggi. Da questo governo e da queste leggi viene garantita per quanto è possibile la sicurezza del riposo e della vita di tutti gli uomini. Chiunque non ami la società civile di cui fa parte - scrive poi Bossuet in Politique tirée des propres paroles de l'Ecriture Sainte, pubblicato a Parigi all'inizio del Settecento -, cioè lo Stato in cui è nato, è dunque nemico di se stesso e di tutto il genere umano ».


Cinquant'anni dopo, Charles de MOTESQUIEU  (1689-1755), uno dei grandi dell'Illuminismo, costruisce la sua filosofia politica analizzando i fatti politico-sociali della storia antica e contemporanea, e afferma che la società è l'unione degli uomini e non gli uomini stessi, che il cittadino può perire e l'uomo sopravvivere. Questa sua convinzione è espressa più ampiamente nell'
Essais touchant les loix naturelles, pubblicato qualche anno dopo la sua morte, avvenuta a Parigi: «L'uomo non è stato fatto per vivere solo, ma per essere in società con i suoi simili. Per questo che gli è stata data la parola, al fine di comunicare i propri pensieri agli altri, ed è allo stesso fine che egli ha ricevuto numerosi bei talenti che scomparirebbero, o si svilupperebbero solo in modo molto imperfetto, se egli passasse i suoi giorni in solitudine. (...) Al di fuori della società non vi sono che preoccupazione e ferocia; la paura non mi abbandona mai, mi manca tutto, aiuto e consolazione. Ma nella società si vede regnare la gentilezza dei costumi; trovo amici che mi soccorrono nel bisogno, che addolciscono i miei mali e mi consolano nella mia miseria ».

Qui l'influenza di Aristotele è evidente. Scriveva infatti, sempre nella
Politica: « La natura non fa nulla invano e l'uomo è l'unico animale che abbia la favella; la voce è semplice segno del piacere e del dolore e perciò l'hanno anche gli altri animali. (...) Invece la parola serve a indicare l'utile e il dannoso e perciò anche il giusto e l'ingiusto: e questo è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali, in quanto egli è l'unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e delle altre virtù: la comunità di uomini costituisce la famiglia e la città. E nell'ordine naturale la città precede la famiglia e ognuno di noi. Infatti tutto precede necessariamente la parte, perché, tolto il tutto, non ci sarà più né piede né mano. (...) Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città ma o una belva o un dio. Per natura, dunque, c'è in tutti uno stimolo a costituire una siffatta comunità ».

Anni prima, Platone, maestro di Aristotele, aveva affermato nella Repubblica che uno Stato nasce perché ciascuno non basta a se stesso, ma ha molti bisogni. Così per certi bisogni ci si vale dell'aiuto di uno, per altri di quello di un altro: il gran numero di questi bisogni fa riunire in un'unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto.

Il seme gettato dai maestri greci e dagli altri pensatori che nel corso dei secoli seguenti avevano cercato di capire le leggi dei meccanismi sociali (perché non ricordare anche Agostino, Machiavelli, il filosofo inglese del XVII secolo Hobbes?) si trasforma in una creatura dai contorni precisi e vivi con la grande costruzione filosofico-politica che fu ideata da Auguste Comte. Comte nasce, studia ed elabora il suo pensiero in un momento storico che offre magnifico materiale per la costruzione della scientia scientiarum.

A partire dal 1760, in Gran Bretagna - dove il « taglio » scientifico della cultura contemporanea ha grande influenza sullo sviluppo di nuove tecnologie produttive - si accende la miccia di quella rivoluzione industriale che nel giro di pochi anni muterà il volto all'Europa. Muta, intanto, il volto della Gran Bretagna fra l'ascesa al trono di Giorgio III (1760) e quella di Guglielmo IV (1830). Zone da secoli usate per coltivazione o pascolo vengono a poco a poco recintate con siepi, steccati, muri, palizzate. Appaiono le ciminiere, segno della presenza delle prime macchine, ancora rudimentali ma che cambiano radicalmente il modo di produrre - basato prima su una miriade di aziende familiari e su una massiccia presenza di manodopera - e incidono profondamente sulla società civile provocando contemporaneamente malessere e benessere.

L'aumento della produzione, e quindi del materiale commerciabile, impone la costruzione di una rete viaria più articolata e dotata di strade solide, ampie e comode; viene aumentata la navigabilità dei fiumi e vengono messe le prime rotaie di ferro. Conseguenza automatica di questo boom economico è l'aumento della popolazione (è maggiore la percentuale di sopravvivenza dei bambini e dei giovani), mentre si verificano massicci spostamenti verso la città dei gruppi rurali che puntano all'impiego nelle fabbriche. L'inurbamento di queste grandi masse crea molti e complessiproblemi, facilmente intuibili.

La Francia - che nell'arco di questo periodo vive anche la rivoluzione borghese - non può evitare l'agganciamento a questa marcia verso il futuro. La società viene sottoposta a grandi cambiamenti non soltanto in senso positivo: la civiltà industriale porta la competitività dell'uomo a punte di esasperazione che minacciano l'imbarbarimento anziché promettere vita più sicura. Osservando tutto ciò, Auguste Comte sente acutamente la necessità di trasportare l'armonia, il metodo e l'ordine che regnano nel mondo tecnico-scientifico, all'interno della rudimentale e malsicura macchina della filosofia sociale. Da qui l'obiettivo di organizzare una vera e propria scienza sociale, strumento di concreta utilità per la vita dell'uomo, mirato al miglioramento della condizione umana. Non solo una costruzione teorica, dunque, ma uno strumento funzionale al progresso della società civile, del vissuto sociale.

Alla nuova disciplina inizialmente Comte dà - come s'è detto - il nome di fisica sociale, ma in seguito la definisce sociologia (fondendo la parola latina socius con la greca logos) quando gli viene il sospetto che la prima definizione gli sia stata tolta dallo studioso belga Adolphe Quetelet, specialista di statistica sociale. Tuttavia sotto la nuova etichetta restano obiettivi, metodi e sostanza della fisica sociale che Comte vuole far avanzare lungo i binari della scientificità.

Comte è convinto che, usando in questo modo la sociologia, sia possibile individuare le leggi che hanno presieduto al progresso dell'umanità e sulla base di queste leggi prevedere e dominare il corso del futuro. «Savoir pour prévoir et prévoir pour pouvoir »: questo inciso che si trova nel Cours de philosophie positive è lo slogan all'insegna del quale lo studioso compie la sua ricerca.

Comte lavora con una visione totalizzante e sintetica del procedimento scientifico: rifiuta le inquadrature a compartimenti stagni e sostiene l'interdipendenza dei vari settori di studio, dai più elementari ai più articolati e complessi, dall'astronomia alla medicina, dalla filosofia alla sociologia. Così intesa, la scienza rappresenta il punto di partenza per la rifondazione dell'umanità, lo strumento terapeutico preciso, perfettamente messo a punto, per risolvere il male del disordine, dell'imprevedibile, che affligge con frequente periodicità le comunità umane.

"Fra l'insieme e le parti del sistema sociale - scrive Comte nel Cours de philosophie positive - deve esserci sempre un'armonia spontanea. Non soltanto le istituzioni politiche e i costumi sociali da una parte, e i costumi e le idee dall'altra, devono essere costantemente solidali; ma questi elementi insieme si legano sempre, per loro natura, allo Stato che corrisponde allo sviluppo integrale della società".

I concetti di armonia e ordine sembrano ossessionare la mente dello studioso. « Dal disordine intellettuale degli individui - scrive il sociologo Franco Ferrarotti in
Il pensiero sociologico da Comte a Horkheimer - scaturisce il disordine che regna nella società, spingendosi ai limiti estremi. Comte non si stanca di ripetere che una società può sussistere e perpetuarsi nel tempo solo in base a due condizioni fondamentali, che egli indica con i termini "ordine" e "progresso". Nella società moderna queste due condizioni, o prerequisiti funzionali per il sistema sociale, sono nettamente separate; della prima si fa sostenitrice una politica a carattere retrogrado, mentre la necessità della seconda è invocata dalle dottrine anarchiche ».

Continua Ferrarotti: « Comte vede il primo sintomo dell'anarchia regnante nel sistema politico nel fatto che tutti si ritengono idonei a risolvere le questioni sociali, le quali per altro, per il loro grado superiore di complessità, devono riuscire le più inaccessibili per chi non abbia una scrupolosa preparazione scientifica. Quanto gravi sononecessariamente i danni di questa malattia sociale, esclama Comte, "se tutti gli individui, per quanto inferiore sia la loro intelligenza e malgrado l'assenza, in molti casi, di una preparazione adeguata, sono indistintamente indotti da energici stimoli a risolvere continuamente, con la più deplorevole leggerezza e senza alcuna guida o il minimo freno, le questioni politiche più importanti!" ».

Comte, d'altronde, si rende conto che anche gli uomini di Stato non vedono di buon occhio l'elaborazione teorica delle dottrine sociali poiché capiscono che l'uso del metodo scientifico nelle scelte politiche porterebbe via loro buona parte del potere; sarebbe la sconfitta, operata dalla razionalità, dell'improvvisazione e degli interessi personali, e rappresenterebbe la supremazia dello spirituale sul materiale. L'analisi s'inquadra nella Legge del progresso umano, definita anche Legge dei tre stadi, nella quale Comte stabilisce che l'evoluzione dello spirito umano avviene di pari passo con quella dello spirito del singolo individuo. La legge dalla quale Comte eleva tutta la sua opera.

Secondo il pensatore francese, ognuno dei concetti basilari dell'uomo, ogni parte delle conoscenze, passa per tre stadi teorici: il teologico o fittizio, il metafisico o astratto, lo scientifico o positivo. Nel grado teologico le ricerche vengono dirette in specie verso la natura profonda degli esseri, delle cause prime e finali, e i vari fenomeni vengono attribuiti all'intervento di esseri soprannaturali; nel grado metafisico i fenomeni vengono considerati come effetto dell'azione di forze astratte, entità reali, astrazioni personificate. Quando raggiunge l'ultimo grado, lo spirito umano riconosce vana la ricerca della nozione assoluta, dell'origine e della destinazione dell'universo, delle cause profonde dei fenomeni, per puntare allo studio delle leggi dalle quali questi fenomeni vengono governati, ossia alle relazioni immutabili di successione e disimilitudine.

KARL MARX, il secondo dei grandi maestri del pensiero sociologico, nasce vent'anni dopo Comte, nel 1818, a Treviri, in Germania. La rivoluzione industriale è nel pieno del suo sviluppo, ferreamente controllata dalla borghesia che detiene i capitali (indispensabile mezzo per l'acquisto delle macchine) e perciò esprime una politica economica attenta soltanto all'incremento della produzione e del profitto. Se esiste una dialettica sociale, essa si esprime soltanto nello scontro fra borghesia e aristocrazia. Quest'ultima è ancora tesa a conservare vecchie e statiche strutture legate al sistema feudale prussiano, nelle quali l'imprenditore industriale non trova il necessario spazio di manovra. Completamente da parte, senza voce, salvo qualche rara eccezione dovuta al solito audace pioniere, vive quella grande massa di uomini, donne e bambini che affolla le fabbriche in numero sempre maggiore.

Anche Marx, come Comte, ha spirito scientifico e lavora osservando in profondo la società nella quale si trova a vivere. Le sue analisi non sono improvvisate. Dietro al suo lavoro ha rivisitazioni alle filosofie di ogni tempo - nel Capitale, per esempio, si rifà ad Aristotele in tredici punti - che, storicizzate, gli forniscono materiale di verifica e ulteriore riflessione per arrivare alle conclusioni che egli ritiene funzionali al mondo contemporaneo.

Nel 1840 l'avvento al trono di Prussia di Federico Guglielmo IV chiude ogni speranza in coloro i quali sognavano un' apertura e il reazionarismo riprende vigore. Marx si rende allora conto che i problemi sociali devono essere studiati indipendentemente dalla possibilità di una loro soluzione per mezzo di riforme governative. Si rende conto, inoltre, che essi alla fine si riducono a problemi di natura economica. Nello stesso tempo il giro di vite operato dal potere monarchico fa perdere a Marx l'illusione sulla razionalità dell'apparato statale: la proprietà privata gli appare sempre più come strumento usato dalla classe dominante per conservare i propri privilegi. Dopo il 1843, anno in cui si rifugia a Londra per poter scrivere e pubblicare liberamente, come non può fare in patria a causa della censura prussiana, Marx fa il punto:

« Il primo lavoro intrapreso per sciogliere i dubbi che mi assalivano fu una revisione critica della filosofia del diritto di HEGEL, lavoro di cui apparve l'introduzione negli Annali franco-tedeschi pubblicati a Parigi nel 1844. La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza: dunque l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica ».

Quando scrive questo, nel 1859 (Per la
critica dell'economia politica), Marx ha delineato i contorni della visione sociologica, già presente nel Manifesto dei comunisti del 1848. Il capitale, scritto dal 1867 al 1883, rappresenta l'assemblaggio finale delle minuziose analisi settoriali - ma caratterizzate dall'interdipendenza - e delle conseguenti deduzioni alle quali il filosofo tedesco perviene dopo aver anatomizzato in dettaglio il presente e il futuro della società a lui contemporanea. Marx presenta la sua formula: "....la rivoluzione industriale e il progresso economico metteranno fine alla lotta di classe sotto la spinta del mutamento dei rapporti di produzione e di scambio e dei conseguenti mutamenti dei rapporti sociali e politici; nella fase precedente questa tappa storica ci sarà la dittatura del proletariato, nel corso della quale contrasti e opposizioni verranno risolti; nel periodo finale, dopo l'estinzione dello Stato, nascerà la società comunista, la società senza classi, nella quale ognuno avrà « secondo i suoi bisogni ».

E' l'utopia, classico prodotto di una società che, esasperata dall'ingiustizia e dallo sfruttamento, esprime attraverso i suoi intellettuali il compensativo sogno dell'ordine perfetto e immortale. Le condizioni di vita nella società britannica della metà Ottocento - che Marx prende come campione perfettamente rappresentativo del sistema capitalistico industriale in rapida diffusione nel mondo - giustificano quest'ultima utopia, questo ennesimo progetto di «città del sole».
Tali condizioni di vita sono vividamente descritte nel primo libro del Capitale, capitolo XXIII-5: « L'intima connessione tra la fame che tortura gli strati operai più laboriosi e lo sperpero smodato dei ricchi, basato sull'accumulazione del capitale, grossolano o raffinato che sia, appare in piena luce soltanto attraverso la consapevolezza delle leggi dell'economia. Ben diversamente avviene per lo stato dell'abitazione. Ogni persona senza interesse di parte si accorge che quanto più massiccia è la centralizzazione dei mezzi di produzione tanto più grande e il conseguente agglomeramento di operai nel medesimo spazio; che perciò quanto più veloce è l'accumulazione del capitale tanto più misero è lo stato d'abitazione degli operai. Il miglioramento delle città che accompagna l'accrescersi della ricchezza fatto tramite la demolizione di quartieri mal costruiti, la costruzione di palazzi per banche, di grandi magazzini eccetera, l'ampliamento delle strade per il traffico e le carrozze di lusso, l'uso delle diligenze, riduce per forza di cose gli indigenti in buchi sempre più stretti e sempre più affollati."

Continua il filosofo: « Il costo delle abitazioni sta in ragione inversa della loro bontá; le miniere della miseria sono un oggetto di sfruttamento, per gli speculatori edilizi, più vantaggioso e meno dispendioso di quanto lo siano le ricchissime miniere della Bolivia. Il carattere antagonistico dell'accumulazione del capitale, e perciò dei rapporti generali di proprietà capitalistica, si mostra in questo caso tanto evidente, che addirittura i rapporti ufficiali inglesi a tale proposito sono stracolmi di accuse eterodosse contro la "proprietà e i suoi diritti". Questa disgrazia ha progredito parallelamente allo sviluppo dell'industria, all'accumulazione del capitale e all'abbellimento delle città fino a un punto tale che tra il 1847 e il 1864, solo però per il timore di malattie infettive, che non hanno riguardo nemmeno per la "gente onorata", vennero promulgati dal Parlamento dieci atti sull'igiene pubblica, e che la cittadinanza impaurita di alcune città, come Liverpool, Glasgow e altre, si fece sentire attraverso le proprie municipalità. Eppure il dottor Simon esclama, nel suo rapporto del 1865: "Per parlare in generale, queste sciagure in Inghilterra sono incontrollate" ».

E Marx conclude: « Riguardo alle condizioni delle abitazioni urbane ecco un'osservazione di carattere generale del dottor Simon: "Malgrado il mio punto di vista ufficiale sia esclusivamente medico, il più normale sentimento umanitario non permette che venga ignorato l'altro aspetto di questo flagello. Al suo livello più elevato esso provoca quasi necessariamente un tale annientamento di ogni delicatezza, una promiscuità tanto ributtante di corpi e di azioni corporee, una tale mostra di nudità sessuali, che hanno più della bestia che dell'uomo. Lo stare esposti a queste influenze comporta una degradazione che si fa sempre più profonda a mano a mano che va avanti. Per i bambini nati in questa maledizione vuol dire essere battezzati nell'infamia. Ed è vano aspettarsi, da persone che vivono in questa situazione, che anelino in altre circostanze a quell'atmosfera di civiltà la cui essenza consiste nella pulizia fisica e morale" ».

Su posizioni diverse rispetto a Karl Marx si trova il contemporaneo britannico HERBERT SPENCER (1820-1903). Il primo prevede, nel periodo precedente la tappa finale posta dalla sua utopia, dure lotte di una classe contro l'altra, un lungo stato di Bellum omniurn contra omnnes. Il secondo sostiene che. la legge dello sviluppo della società è simile a quella che governa l'organismo animale. Spencer è fortemente condizionato dai suoi studi biologici, dall'attrazione che ha sempre avuto nei confronti della tecnica applicata, e quindi non riesce a uscire dalle secche di un certo meccanicismo. Per lui "... il progresso della società è monolineare, senza eccezioni e drammi, segue il ritmo dell'evoluzione organica. Le sofferenze e le difficoltà che l'uomo incontra nella vita sono un passo obbligato, rappresentano momenti naturali della conquista dell'ambiente che sfocerà nella società ideale.

Rispetto a Marx, il britannico capovolge l'ordine delle tappe della marcia verso la « nuova società ». E non è molto chiaro se l'operazione viene fatta per convinzione scientifica o perché ispirata dal suo fiero antisocialismo e dai circoli liberisti. Nell'infanzia della società si ha, secondo Spencer, il comunismo puro; da questo si passa, dopo un periodo di comunismo « modificato » che ha qualche barlume di « individualizzazione », al comunismo pilotato da un capo; viene poi la « ruolizzazione » degli individui a seconda delle possibilità, fisiche e intellettuali, di ognuno; punto finale è l'istituzione dell'economia monetaria con l'ovvia differenziazione del guadagno e la formazione della proprietà privata. La presenza dello Stato viene accettata da Spencer soltanto nel ruolo di difensore dei diritti di ogni cittadino contro le trasgressioni delle regole sociali operate da altri cittadini.

«La giustizia, come noi dobbiamo comprenderla - afferma Spencer nel suo testo fondamentale, Principi di sociologia - significa la conservazione dei rapporti normali fra gli atti e i risultati (il guadagno fatto da ciascuno d'un profitto equivalente ai suoi sforzi), né più né meno. Ciascuno vivendo e lavorando nei limiti imposti dalla presenza altrui, la giustizia richiede che l'individuo porti le conseguenze della sua condotta, senza aumento né diminuzione. L'uomo superiore avrà il profitto della sua superiorità. Un veto è dunque opposto a ogni azione pubblica che tolga a un individuo una parte di ciò che egli ha guadagnato, e accordi a un altro i vantaggi che egli guadagnato non ha».

In Spencer il rifiuto del comunismo è netto, senza sfumature: è evidente che lo considera una forma di società innaturale, al di fuori della norma biologica.

« Il tipo industriale di società esclude tutte le forme di distribuzione comunistica, il cui carattere inevitabile è di mettere allo stesso livello il buono e il cattivo, l'ozioso e l'operoso; è facile a provarsi. Infatti quando, cessata la lotta guerresca fra le società, non rimane più che la lotta industriale per l'esistenza, la sopravvivenza finale e l'espansione deve toccare a quelle società che producono il maggior numero di individui della miglior specie, cioè di individui meglio adatti allo Stato industriale. Si suppongano due società, per altri rispetti eguali, in una delle quali i migliori possano conservare a loro proprio profitto e a quelli dei propri discendenti il prodotto totale del loro lavoro; mentre nell'altra i migliori hanno dovuto cedere una parte di prodotti a beneficio degli inferiori e loro discendenti: evidentemente i migliori prospereranno e si moltiplicheranno più nella prima che nella seconda. Nella prima si alleverà un maggior numero dei migliori fanciulli, e alla fine questa società sorpasserà di volume la seconda».

A questo punto Spencer precisa: « Non bisogna concluderne che noi vogliamo rifiutata l'assistenza privata o volontaria all'inferiore, ma soltanto l'assistenza pubblica e obbligatoria. Quali che siano le conseguenze che la simpatia dei migliori per i peggiori produca spontaneamente, non si può naturalmente ingerirsene; e, nel complesso, saranno benefiche. Infatti, se i migliori non spingono d'ordinario i loro sforzi filantropici fino a mettere ostacolo alla loro propria moltiplicazione, essi li spingono abbastanza lontano per mitigare gli infortuni dei peggiori, senza metterli in stato di moltiplicarsi ».

DA WEBER A PARETO

Nella Gran Bretagna paleocapitalista le idee di HERBERT SPENCER, che si ispirano al liberismo e fanno muro contro l'ideologia di Marx, conquistano buona fama e le sue opere, specialmente Principi di sociologia, restano per un certo tempo sulla cresta dell'onda. Ma quando, negli anni seguenti il 1870, il Paese imbocca quella che può essere definita la "via britannica al socialismo ", Spencer conosce l'amarezza profonda che fatalmente prova lo scienziato che vede la sua teoria distrutta dal duro banco di prova dei fatti e della realtà storica. Unico conforto: il suo discorso trova ancora entusiastica accoglienza nella giovane democrazia statunitense, dove regna il culto dell'uomo che, grazie alla dura volontà e alle sue diverse qualità personali, riesce a trionfare sull'ambiente circostante: il culto della libertà di iniziativa personale.

Appare sulla scena, verso la fine del secolo, un altro dei padri della sociologia. Dalla Germania, che si avvia a essere una delle più grandi potenze industriali d'Europa, dalla mitica università di Heidelberg, dove sale in cattedra a soli trentadue anni, MAX WEBER (1864-1920) lancia al mondo culturale del suo tempo un richiamo all'ordine: attenzione, la sociologia va considerata come la scienza comprensiva dell'azione sociale. Weber rifiuta nettamente la massificazione operata da Spencer e da Marx. Partendo dal dato di fondo che il metodo scientifico procede per astrazione, Weber decide che l'analisi corretta, per arrivare a una conclusione corretta, va fatta iniziando dal soggetto agente nella società, cioè dall'uomo. Studiando il significato profondo delle azioni dell'uomo in interazione con gli altri uomini, si può capire l'agire sociale e perciò spiegare casualmente il suo iter e i suoi effetti.

Lewis Coser, dell'Università dello Stato di New York, osserva nel suo libro I maestri del pensiero sociologico: "Weber sostiene che la determinazione della causalità sociologica comporta la necessità di operare all'interno di un quadro probabilistico. Questo tipo di generalizzazione cerca di stabilire, per esempio, che il sorgere del capitalismo presupponeva l'esistenza di un certo tipo di personalità: quella in gran parte formata dalle prediche dei religiosi calvinisti. La prova di tale affermazione si ha quando, sia attraverso l'esperimento mentale, sia attraverso lo studio comparativo di altre culture, si stabilisce che il capitalismo moderno probabilmente non si sarebbe potuto sviluppare senza tali personalità; comunque il calvinismo deve essere considerato una causa, non la causa del sorgere del capitalismo. Questo esempio riporta l'attenzione sul fatto che le riflessioni metodologiche di Weber servono da strumento per le sue concrete ricerche. L'interesse per la metodologia non era, in Weber, fine a sé stesso per cui egli, come molti altri scienziati, non seguì sempre i suoi principi metodologici".

Contrariamente al rilievo dato nominalisticamente all'individuo agente considerato come l'unità d'analisi, egli propose una teoria della stratificazione in larga parte basata su una spiegazione di ordine strutturale piuttosto che su una teoria soggettiva delle divisioni in classi". Ecco, ora, un esempio del procedimento analitico weberiano, tratto da una piccola opera (II lavoro intellettuale come professione) che riunisce i due saggi "Politica come professione" e "Scienza come professione ". Essi derivano da una conferenza fatta nel 1918 a Berlino davanti ai giovani della Libera lega studentesca, poco dopo la sconfitta della Germania, nel momento in cui era più viva la coscienza della crisi della società e del totale fallimento della classe dirigente.

"Quando di una questione si dice che è "politica", che un ministro o un funzionario sono "politici", che una decisione è condizionata "politicamente", s'intende sempre dire che gli interessi relativi alla ripartizione, al mantenimento e allo spostamento del potere sono determinanti per la risposta a tale questione, oppure condizionano quella decisione o definiscono la sfera d'attività di quel funzionario: chi fa azione politica aspira al potere, e come mezzo al servizio di altri fini - ideali o egoistici - o per il potere in se stesso, per godere del senso di prestigio che ne deriva".

L'analisi del sociologo tedesco, centra la realtà, così come ha fatto Spencer in certi punti della sua opera.

Lo Stato, esattamente come le associazioni politiche che lo hanno preceduto storicamente, consiste, per Weber, in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini; il rapporto poggia sul mezzo della forza legittima (o, per meglio dire, considerata legittima). Perché esso esista è necessario che i dominanti si sottomettano all'autorità pretesa dai dominatori del momento. Quando e per quali ragioni si assoggettano a questa autorità? Su quali motivi di giustificazione essenziale appoggia questa dominazione, quali sono i mezzi esteriori che la sostengono?

Le principali giustificazioni per quanto riguarda i motivi di legittimità di una dominazione possono essere tre: l'autorità del costume, o della tradizione, la cui stabilità è consacrata da una validità d'antichissima data fondata sulla consuetudine (la dominazione "tradizionale" tipica della società patriarcale); l'autorità derivante da una dote o da un complesso di doti personali eccezionali che determinano il carisma: in questo caso si ha la dominazione "carismatica" come quella esercitata dal profeta, oppure, nell'ambito politico, dal capo nominato sul campo di battaglia o dal sovrano eletto per plebiscito, dal grande demagogo e dal pilota di un partito politico; infine, la dominazione nata dalla legalità, sanzionata dalla fede nella validità della norma di legge e della competenza obiettiva che appoggia su regole razionalmente formulate, e cioè in forza dell'obbedienza fondata sull'adempimento di doveri stabiliti da norme: una dominazione qual è quella esercitata dal moderno funzionario statale e da tutti quei titolari del potere che hanno analogo ruolo.

"S'intende facilmente - puntualizza Weber - che in realtà la docilità dei soggetti è condizionata da motivi, estremamente influenti, di timore e di speranza - timore della vendetta di potenze magiche o dello stesso detentore del potere, speranza della ricompensa in questo o nell'altro mondo - e inoltre da interessi di ogni sorta. (...) A noi interessa soprattutto la seconda di queste tipizzazioni: la dominazione in rapporto alla dedizione del seguace al carisma puramente personale del capo. Qui infatti ha le sue radici il concetto della professione [del politico] nel suo aspetto più caratteristico. La dedizione al carisma del profeta o del capo in guerra o del grande demagogo nella "ecclesia" o nel parlamento, significa che egli è personalmente, per altri uomini, un capo per vocazione intima, e che costoro lo seguono non in forza del costume o della legge ma perché credono in lui. Dal canto suo, egli vive per la sua causa, quando non sia un fatuo e meschino eroe del momento. Ma, per la sua persona e per le sue qualità, quel che conta è la dedizione dei suoi fautori: di una schiera di discepoli, di seguaci, di uomini legati al suo partito personale".

La figura del capo è certamente apparsa in tutte le epoche, in tutti i Paesi e nelle collettività ad articolazione primitiva. "Ma per l'Occidente - osserva Weber - è caratteristico quello che ci concerne più da vicino: il capo politico impersonato anzitutto dal libero demagogo, sorto sul terreno dello Stato cittadino proprio soltanto dell'Occidente e soprattutto della civiltà mediterranea, e in secondo luogo nel capopartito parlamentare, cresciuto sul terreno dello stato costituzionale che solo in Occidente ha messo salde radici ".

Max Weber è alle prese con la difficile analisi di una società in piena crisi. La guerra ha dato un duro colpo a tutti i valori tradizionali del popolo tedesco e le sue conseguenze sono presenti con una crisi economica che riduce alla fame i ceti popolari e che fa proliferare i catechisti del marxismo, i quali, nella disperazione quasi generale, trovano fertile terreno per impiantare l'idea della dittatura del proletariato.

Intanto negli Stati Uniti Thorstein VEBLEN (I857-1929), figlio di agricoltori norvegesi emigrati, sta dissezionando la grande società americana. Questa é nel pieno del fulgore. Dopo la guerra di secessione (1861-65) la tecnologia è progredita a ritmo sostenuto, l'industria e il capitalismo hanno avuto di conseguenza uno sviluppo travolgente. Vista dalla vecchia Europa la grande società d'oltre Atlantico appare - alle grandi masse di disoccupati, agli operai e ai contadini sottopagati, al lumpenproletariat che passa le sue giornate ai limiti della sopravvivenza - come la realizzazione della Terra Promessa. In realtà qui la regola della libera concorrenza - già in atto ma convalidata da Spencer e portata all'esasperazione - ha messo benessere e potere nelle mani di una minoranza che dispone di maggiori capacità e di minori scrupoli: sono sotto accusa non tanto gli industriali, i piloti del mondo tecnico che producono beni e lavoro, quanto i manovratori di capitali, gli speculatori, quelli che meritano la dura definizione di "baroni della rapina", "quella classe agiata - scrive Thorstein Veblen nella sua opera più nota, La teoria della classe agiata - che vive della società industriale piuttosto che vivere in essa".

Per Veblen il sistema capitalista del suo tempo "....è caratterizzato da un conflitto insopprimibile tra il mondo affaristico e il mondo industriale, tra i detentori della proprietà e i tecnologi, tra il lavoro finanziario e quello industriale, tra la categoria che produce beni e quella che produce danaro, tra le capacità tecniche e quelle commerciali". Lo studioso americano condivide con Spencer e Darwin il concetto evoluzionistico basato sulla selettività, ma vede questa mutazione avvenire in modo anarchico.

"A suo parere - commenta Coser nel citato I maestri del pensiero sociologico - l'evoluzione storica non ha alcun punto di arrivo, come invece avevano sostenuto gli hegeliani e i marxisti, ma è piuttosto basata su rapporti di causa ed effetto che si susseguono ciecamente, senza alcuna linea di tendenza, alcun punto di arrivo, alcuna conclusione".

Infatti l'analisi di Veblen porta alla conclusione che "...la caratteristica essenziale dell'uomo è l'agire, cioè il costruire, l'inventare, l'elaborare il nuovo in genere, il migliorare costantemente le proprie condizioni di vita con la ricerca di nuove tecnologie. L'uomo non è soltanto un assieme di desideri da soddisfare, ma soprattutto un complesso di attitudini che puntano alla realizzazione e all'espressione tramite un'azione che è in costante divenire. Un divenire che ha come spina dorsale il progresso tecnologico, lo sviluppo della conoscenza nei vari settori di vita. Dunque, la tecnologia è un fattore dominante, il propulsore che imprime moto alla dialettica sociale. Una dialettica che tuttavia, s'è detto, pur basata sul rapporto causa-effetto, presenta un susseguirsi di momenti e di risultati che smentiscono continuamente le previsioni degli studiosi che tentano di codificarne il divenire sulla base di leggi".

Il discorso di Veblen ha radici profondamente realistiche. Gli elementi sui quali poggia vengono da un'osservazione diretta, personalmente controllata, della vita americana, che, rispetto a quella europea, è già con un piede nel futuro. Veblen è onnipresente con il suo taccuino d'appunti, sul quale disegna ogni particolare, ogni movimento del suo oggetto di studio. Fa persino appostare la moglie nelle toilette dei grandi magazzini di New York per cogliere a volo e annotare i discorsi delle commesse, annotazioni che sono fondamentali per studiare il comportamento, le reazioni, il modo d'essere di un microcosmo sociale che vive una sua dialettica, come altri gruppi, in interazione con quella del macrocosmo costituito dalla grande società. Quando Veblen traduce questi appunti in lunghe e minuziose analisi, sembra voler portare il lettore sulla strada di un netto determinismo tecnoeconomico. Su questo punto Ferrarotti scrive: "Ciò che a ogni buon conto non va mai perso di vista è l'influsso determinante sulla condotta e sugli atteggiamenti dell'individuo delle abitudini, dei valori, degli interessi, delle norme più o meno esplicite e dei mezzi tecnici del gruppo cui l'individuo appartiene".

Siamo dunque in presenza di una forma di determinismo a sfondo economico? Sembrerebbe difficile negarlo. Ma il determinismo vebleniano mostra all'analisi caratteristiche peculiari. Nessun dubbio che in Veblen anche le istituzioni non economiche siano influenzate in certa misura dall'interesse economico. Ma tale omnipervasività del momento economico Veblen non la vede legata a una reale, oggettiva preminenza del fattore economico nella vita individuale e sociale, come ritiene Marx, bensì la vede scaturire dalla fondamentale interconnessione dell'esperienza umana intesa come struttura vivente, storicamente capace di evoluzione.
Ciò non significa che Veblen ceda a un'impostazione psicologistica. Il quadro teoretico di Veblen è complesso e sfugge irrimediabilmente alle interpretazioni dilemmatiche del tipo "determinismo-indeterminismo, strutturalismo-psicologismo". Nella nuova società Veblen constata la presenza di una cultura a carattere competitivo - ma questa presenza sembra caratterizzare le culture di tutti i tempi - nella quale gli uomini valutano se stessi confrontandosi continuamente con i vicini allo scopo di conquistare posizioni di preminenza. Ciò porta, naturalmente, a una specie di sempieterno stato di insoddisfazione. Veblen lo annota nella
Teoria della classe agiata.

"Appena una persona fa nuovi acquisti e si abitua al nuovo livello di ricchezza che ne deriva, il nuovo livello cessa di offrire una soddisfazione più grande di quella che offriva il livello di prima. Il fine cui tende l'accumulazione è di mettersi in alto in fatto di possibilità finanziarie a paragone con il resto della comunità. Per tutto il tempo che il paragone gli è chiaramente sfavorevole, l'individuo normale medio vivrà in uno stato di cronica scontentezza della propria sorte; quando poi egli ha raggiunto quello che si può chiamare il livello finanziario normale della comunità o della sua classe nella comunità, questa cronica insoddisfazione darà luogo a un continuo sforzo per stabilire un più ampio e sempre più profondo intervallo finanziario fra se stesso e quel livello medio".

Qual è il contributo dell' intelligencija italiana allo sviluppo del pensiero sociologico in questo momento storico (fine dell'Ottocento - inizi del Novecento) che vede i primi passi della scientia scientiarum, le prime grandi teorizzazioni, il tormento interpretativo degli studiosi come Marx, Weber, Veblen? L'Italia è un'unità geografica che contiene culture profondamente diverse, è fisicamente separata dall'Europa, percorre a tappe forzate la via verso un'unità nazionale che non esprime la volontà politica di tutti i popoli disseminati lungo la penisola (essi hanno anime arabe, spagnole, germaniche, slave, oltre che italiche), c'è una situazione confusa sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista politico. Il pensiero cattolico, fortemente radicato in tutti i terreni sociali, e la società patriarcale non favoriscono la circolazione delle nuove idee che potrebbero mettere in pericolo il potere costituito. C'è una fisiologica resistenza all'avanzata della civiltà delle macchine. Tuttavia, sia pur con un certo ritardo, anche qui scatta il meccanismo della rivoluzione industriale, che, a sua volta, mette in moto il processo di mutazione dei rapporti sociali e delle posizioni culturali.

In questa fase, dopo la metà Ottocento, la nostra intelligencija si trova assediata da una nuova realtà nella quale valori, figure istituzionali e istituzioni, miti, cominciano a sgretolarsi. All'ombra delle ciminiere si formano forti gruppi sociali (la classe operaia prende coscienza di sé e si organizza sotto la spinta della lettura di migliaia di opuscoletti che sintetizzano il pensiero marxiano), i quali si contrappongono al nuovo tipo di dominio e di sfruttamento. Le cannonate che il generale Bava Beccaris fa sparare a Milano contro la folla esasperata (1898) rappresentano il segno che la società non può più essere controllata con i vecchi strumenti.

La sociologia non ha grandi campioni tranne quello - ancora resistente al setaccio della storia - di VILFREDO PARETO (1848-1923) prima ingegnere, poi economista, infine sociologo. Nella cultura italiana del tempo Pareto ha una dimensione quasi iconoclasta. Nato in Francia da famiglia italiana, quando completa gli studi di ingegneria al politecnico di Torino mantiene nella sua cultura l'impronta del positivismo francese.

 

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VILFREDO PARETO:
L'ITALIA GLI NEGO' UN RICONOSCIMENTO UNIVERSITARIO

Presentazione di un breve cenno Bio-Bibliografico di Pareto
su "Pareto" a cura di P.M. Arcari, l'Arco Firenze, 1948

(Abbiamo avuto la fortuna di rintracciare i tre volumi fuori commercio con la raccolta delle 735 lettere di Pareto indirizzate a Pantaleone, dal 1905 fino alla sua morte avvenuta nel 1923. - A disposizione degli studiosi)

alcune pagine di "FATTI e TEORIE" (1920)
(inerenti la Prima Guerra Mondiale e la disfatta degli Imperi Centrali)

e pagine da "TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA" (1921)
(Cap. "La fine del ciclo produttivo", "Come comincerà il nuovo?")

RIFLESSIONI DI PARETO:
DOPO LA DISFATTA DEGLI IMPERI CENTRALI

(pagg. 105-106, da Economia sperimentale) Cap. "Il termine del "giusto prezzo".
(che sta alla base di tanti provvedimenti legislativi; e quella di varie ideologie che si manifestano durante la prima guerra mondiale).

"Le quantità dì certi oggetti venduti e comprati sopra un mercato e i prezzi pagati sono fatti. Ma il giusto prezzo é una entità che deve avere suo luogo in altra classe, per esempio, in quella in cui fanno bella mostra di sè il giusto, il buono, il bello, ecc. Sentimenti come quelli a cui gli uomini assegnarono il nome di valore stanno tra i fatti purché siano considerati oggettivamente, negli uomini che li provano; ma sono esclusi dai fatti quando un autore vuole che dal sentimento che egli prova e a cui ha posto il nome valore seguano i fatti del baratto e dei prezzi. La relazione sperimentale è inversa; cioè da quei fatti segue il sentimento di valore. Tornerebbe il valore a prendere posto tra i fatti quando fosse definito come una certa quantità, funzione matematica di dati sperimentali.
Non intendo menomamente esprimere un giudizio sui meriti dell'economia sperimentale e dell'economia che trascende dall'esperienza. Se facessi ciò uscirei ipso facto dal campo logico-sperimentale. Intendo solo descrivere fatti e trarne conseguenze logiche".
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(pagg. 335-346; 366-368; 378-389 Fatti e Teorie - Cap."Epilogo"
"Derivazioni dominanti (disfatta degli Imperi Centrali)
nel periodo della prima guerra mondiale e del dopoguerra"

"Fenomeno di grande momento è la disfatta degli Imperi Centrali. Ad un primo periodo, in cui furono fortunate le armi tedesche, superanti la insufficiente preparazione bellica delle plutocrazie dell'Intesa, e la insufficientissima dell'Italia, ne seguì un altro, che mise capo ad una intera vittoria degli alleati contro la Germania. Molte ne sono le cause, fra le quali evidentemente sono da porsi la enorme sproporzione delle forze in uomini e in denari, il nuovo carattere delle guerre moderne, tendente a fare prevalere questi, il dominio del mare assicurato all'Inghilterra, poi, agli Stati Uniti d'America. Ma non possiamo fermarci a tal punto, e dobbiamo investigare come avvenne tale partizione di forze.

Il primo periodo si spiega facilmente; esso è la naturale conseguenza dell'indole delle plutocrazie demagogiche; ma come si spiega il secondo?
Il paragone dell'evento delle guerre della Germania, nei 1866 nel 1870-71, con quello della guerra del 1914-18, ci porrà sulla via di trovare una risposta. Badiamo a come furono preparate, e vedremo che all'ultima fu, egualmente come alle due prime, provveduto all'interno, ma differentemente all'estero...

Nel 1865, sullo scacchiere politico, la Prussia, l'Austria, la Francia avevano posizioni molto simili a quelle che, nel 1913, occupavano la Prussia (Germania), la Francia, l'Inghilterra, ma le mosse dei pezzi furono interamente diverse. Allora, lo scacco fu preparato, all'estero, con lungiveggente cura, da esperto e prudentissimo giocatore, nessun pezzo fu posto in opera senza prima avere valutate tutte le conseguenze della mossa; ora invece si vide un gioco impreparato dalla diplomazia ed affidato esclusivamente alle armi, incauto, di giocatore sollecito più della forma che della sostanza, che per ogni problema non aveva che la semplice soluzione del terrore che supponeva dovere infondere, che
alle conseguenze indirette o lontane della mossa.

A proposito della conferenza di Biarritz tra il Bismarck e Napoleone III, scrive, e ben scrive lo Olliver : «(p. 477' (Bismarck) recherchait uniquement la certitude de notre neu tralité, afin d'etre libre, au moment décisif, de dégarnir les provinces rhénanes et de porter tout son effort en Bohème, car quelque confiance que le Roi et Moltke eussent dans leur bell armée, ils n'avaient pas la présomption de la supposer de taille a tenir tate à la fois aux trois armées de l'Autriche, de la fédération et de la France (p.478). Si pendant qu'ils s' avancaient en Bohème, Napoléon III marchait sur le Rhin, ils seraient obligés des s'arréter, de rétrograder... au lieu d'avoir la chance de menacer Vienne ».

Ed ora si può scrivere, seguendo parola per parola tale osservazione: «Coloro che dirigevano la politica germanica non ricercarono la certezza della neutralità inglese, per la quale sarebbero stati liberi, al momento decisivo, dalla parte del mare, e per potere fare forza sul confine nemico; perchè avevano tanta fiducia nell'ottimo esercito che ebbero la presunzione di supporlo as sai potente per fronteggiare ad un tempo gli eserciti russo e francese, pur tacendo del belga, dimenticando l'italiano, e supponendo innocuo l'inglese. Se mentre invadevano la Francia, l'Inghilterra, chiudeva le vie del mare e mandava i suoi soldati sul continente se l'esercito italiano premeva i passi alpini, sarebbero stati costretti a fermarsi, di retrocedere, invece di andare a Parigi ».

Il Bismarck andò a Biarritz, il Bethmann Hollweg non andò nè mandò a Londra, non parve accorgersi che ci fosse un'Italia. Ciò non ebbe origine dall'ignoranza della potenza inglese, delle conseguenze che poteva avere l'intervento dell'Italia. Invero, per non andare troppo per le lunghe, basti ricordare, per l'Inghilterra, lo stupore e l'ambascia del Bethmann Hollweg quando l'ambasciatore britannico ebbe a dichiarargli che l'invasione del Belgio era un
casus belli; e per l'Italia, quanto ebbe a dire il maresciallo Corna von Hoetzendorf in un'intervista pubblicata dal Correspondenz Bureau (16 luglio 1919), cioè: «L'intervento dell'Italia fu la cagione del disastro; senza di esso gli Imperi centrali avrebbero certamente vinta la guerra. Si sperava che l'Italia sarebbe rimasta fedele all'alleanza ».

Bravo! E fu da gente cauta ed avveduta il non assicurarsene? Dall'esposto quale conclusione trae il maresciallo? Non già quella prudente che sarebbe stato necessario di accordarsi coll'Italia, che, per conseguire il sommo bene della vittoria, giovava consentire a sacrifizi anche gravi, ma invece quella incauta, avventata che era necessario di prima muovere guerra all'Italia; e dice: « Era impossibile di potere liberamente operare contro la Serbia, senza prima sottomettere l'Italia. Perciò era stata consigliata la guerra contro l'Italia nel 1906, poi contro la Serbia nel 1908 e nel 1912 ».
Il buon maresciallo dispone dell'avvenire a suo modo; non gli passa neppure in mente che queste belle guerre da lui invocate potevano ripercuotersi in tutta Europa.
Potrebbesi, benchè difficilmente, supporre che tali eventi traggano origine semplicemente da errori, come sono quelli di cui non vanno esenti neppure i più cauti ed astuti governanti ; ma questa spiegazione viene meno ove si consideri che fatti simili si ripetono, il che mostra che non seguono per caso fortuito, ma che hanno una causa costante.

(X). Neppure l'esito della guerra bastò per aprire gli occhi ai maggiori uomini di Stato della Germania. Eccoti, per esempio, G. von Jagow che mostra di non capire nulla delle conseguenze dei fatti, che pure egli vede chiaramente.
Nota egregiamente i sentimenti dei futuri avversari della Germania. Dice « (p. 22) Da parte del successore di Alessandro II, dei terzo imperatore di questo nome, le tendenze panslaviste trovarono diretto favore. L'alleanza colla Francia venne conclusa nell'autunno del 1893. Gli attriti colla Monarchia danubiana nei Balcani, e con noi (p. 23) in Turchia, in conseguenza della nostra politica di Bagdad, s'inasprirono. È noto il detto russo : « La via che conduce a Costantinopoli passa per Berlino ».
La quistione degli Stretti era in certo qual modo vitale pur la Russia. E il sogno del dominio su Bisanzio ha sempre continuato a vivere nel popolo russo, ha avuto sempre il potere di incoraggiare a lotte e a sacrifici ».


Dopo, quasi dimenticando ciò che qui ha detto, viene fuori colle seguenti osservazioni : «(p. 152) Come si é detto, i nostri sforzi tendevano ad escludere una conflagrazione europea e a limitare la cosa ad un conflitto austro-serbo, nel quale le altre Potenze non dovevano immischiarsi ». Ma come poteva sperare di riuscire in ciò, conoscendo ciò che egli narra? Che bella previdenza é quella di un uomo di Stato che va innanzi da cieco, senza curarsi se l'impresa a cui si accinge è possibile o no! «Ma gli interussi serbi, agli occhi del signor Sazonoff... erano in questo caso precisamente " interessi russi». Qual meraviglia, dopo ciò che è stato detto a p. 23? «(p. 152). Un comunicato da Pietroburgo (p. 153) del 24 annunciò che la Russia non poteva rimanere indifferente di fronte al conflitto austro-serbo».

Ma, secondo von Jagow, doveva rimanere indifferente, e il dovere nasce dalla religione patriottica dell'autore. «(p. 154) Il brusco atteggiamento della Russia poteva apparire tanto più strano in quanto che il conte Burchtoid aveva già dichiarato all'incaricato d'affari russo a Vienna... che, se l'Austria fosse stata costretta ad intraprendere la lotta contro la Serbia, ciò non sarebbe stato per essa che un mezzo di conservazione, ma che l'Austria non mirava ad alcuna conquista e non pensava di intaccare la sovranità della Serbia ». Ma che « atteggiamento strano » ! Era invece naturalissima conseguenza di quanto l'autore aveva osservato a p. .2 e 23. Notisi poi che l'autore dimostra, o finge ingenuità, poiché non può essere digiuno di storia a segno di ignorare che la dipendenza di uno Stato si può acquistare altrimenti che per una diretta conquista. E se poi crede sul serio che la Russia, abbandonando la Serbia nel conflitto coll'Austria, avrebbe conservato l'autorità che aveva nei Balcani, occorre che egli lasci da parte la letteratura politica ed attenda a comporre favole pei bambini. Ma il pensiero dello Jagow é molto più ragionevole, quando si consideri come
conseguenza dei suoi sentimenti di religione patriottica, secondo i quali é illecito tutto ciò che, direttamente od indirettamente, ferisce gli interessi tedeschi.

Parte notevole del suo piccolo volume é occupata da dissertazioni etico-metafisiche, tanto dotte quanto inutili, concernenti la violazione della neutralità belga, rifriggendo il noto argomento della « necessità che non ha legge » (34); il quale viene anche confortato dall'autorità del diritto internazionale o delle genti, citando il Rivier che (p. 239) ha detto : « Quando sorge conflitto fra il diritto di autoconservazione di uno stato e il dovere di questo Stato di rispettare i diritti di un altro, il diritto d'autoconservazione ha la precedenza sul dovere. Primum vivere. Un uomo é libero di sacrificarsi, ma ad un Governo non é mai permesso di sacrificare lo Stato, le cui (p. 240) sorti gli sono state affidate ».
E pone in nota che « esiste una differenza fra l'onore di una persona privata, che può e in certe circostanze deve sacrificarsi, e l'onore di un Governo che non deve sacrificare lo Stato ». Il lettore non durerà fatica a riconoscere in tali detti la derivazione, al servizio di ogni fanatismo, secondo la quale il fine giustifica i mezzi ; e che ebbe tanti mai usi in politica, fra cui non é da dimenticarsi quello di assolvere la violazione della neutralità danese, compiuta a tradimento dal Nelson. Per altro, é necessario avere vittoria o potenza per dare valore a sì bei discorsi.
Dei sentimenti francesi, discorre pure lo Jagow, con buona conoscenza. «La Francia, l'alleata della Russia dal 1893, era rimasta irreconciliabile dopo la guerra del 1870. L'amor proprio dei Francesi, di una nazione eminentemente bellicosa, che anche in quest'ultima guerra ha riconfermato il suo tradizionale valore, non poteva adattarsi al pensiero della disfatta, all'offuscamento dell'antica gloria. Odio e sete di vendetta contro l'avversario vincitore si cristallizzarono nel dolore per le provincie (p. 32) " rapite " non tenendosi conto del fatto che queste erano antiche terre imperiali tcdesche (che bella ragione! Tali ricordi storici sono puerili; scusabili solo dal fanatismo, ma estranei alla realtà dei fatti), e che ancora oggi esse sono in gran parte di lingua tedesca (di lingua sì, ma non di sentimenti). Tutti i tentativi fatti per un accomodamento furono inutili... ». Potevasi prevedere da quanto dice lo stesso autore, poiché non voleva la Germania fare i sacrifici necessari per l'accomodamento.

Lo stesso si può dire circa all'accordo coll'Inghilterra, che lo Jagow desiderava ma senza essere disposto a pagarne il prezzo. Era evidentissimo che tale accordo non poteva essere che molto precario sinché la Germania manifestava l'intento di contendere il dominio del mare all'Inghilterra.
Da quanto egli scrive appare che non gli erano ignote le circostanze che modificavano l'alleanza con l'Italia. « (p. 54) Il rancore per Tunisi era impallidito (il Bismarck lo aveva acceso, i suoi successori lo lasciarono " impallidire "). Gli attriti con la Francia erano andati sempre più sparendo ed appianandosi, si parlava volentieri della " sorella latina ", si accentuava che in lei, accanto agli " alleati ", si aveva anche un'amica... Oltre a ciò, viveva tuttora, specialmente nell'Italia settentrionale, l'antico odio contro l'Austria, e gli attriti colla Monarchia danubiana erano stati vieppiù inaspriti dalle aspirazioni italiane nei Balcani ». E non dalle aspirazioni austriache, pure nei Balcani? Solo la fede religiosa può togliere la veduta di cose tanto evidenti.


(XI). Se in Germania sapevano tutto ciò ed altro ancora, perché hanno proceduto come se non se ne fossero avvisti ? Perché non si sono posti i problemi : «Che gioco si deve fare su uno scacchiere ove ci sono quei pezzi? Di quali sentimenti, di quali interessi, ci possiamo valere; quali ci conviene contrastare? Come porre in opera il divide et impera? Quali sono i nemici che, secondo il precetto del Machiavelli, dobbiamo lusingare, non potendoli spengere? Che cosa dobbiamo sacrificare, per conseguire la vittoria? Dobbiamo rinunciare ad un futuro ed incerto dominio del mare, per ingraziarci l'Inghilterra? Oppure restituire l'Alsazia e la Lorena alla Francia? Conviene all'Austria di compensare, con la cessione di Trento e di Trieste, la facoltà di crescere di potenza in Oriente, nei Balcani? » E via di seguito : studiare ciò che esisteva e ciò che se ne poteva trarre.

Rotta guerra colla Russia e colla Francia, a cui subito dopo si aggiunse l'Inghilterra, i governanti tedeschi s'accorsero finalmente dell'importanza di un possibile intervento dell'Italia; dunque, se era solo per semplice errore che tale importanza era stata trascurata, dovevano correre subito al riparo, usando mezzi convenienti. Procurarono sì di riparare, ma con mezzucci impari alla gravità della situazione; spedirono in Italia il von Bulow, che operò come un personaggio da melodramma, e se ne tornò con le pive nel sacco. Avevano i suoi mandanti dimenticato una cosa da nulla : cioè che chi vuole il fine deve anche volere i mezzi.
Non basta. Quando divenne manifesto che gli Stati Uniti d'America intendevano intervenire in Europa, che l'imperialismo americano, già noto ai tempi della presidenza del Roosevelt, stava per spingerli ad avventurosa meta, sotto la presidenza del Wilson; il quale, prima, aveva posto gli occhi sul Messico, e li distolse poi quando dinanzi a lui si parò maggiore e miglior preda per i suoi plutocrati, non era certo lecito ai governanti tedeschi di ignorare di quanto peso sarebbe stata l'opera degli Stati Uniti, ricchissima d'uomini e di denari. Potevano i governanti tedeschi volgere forse tale intervento in loro prò, dovevano almeno, se cauti e savi, tentare di ciò fare. Che fine avrebbe avuto il conflitto, se, alla domanda mossa da Wilson, per conoscere i fini della guerra, avessero chiesto agli Stati Uniti, al Wilson, di fermarli coll'arbitrato? Ma a ciò si opponevano orgoglio e superbia, presunzione. Orgoglio e superbia che impedivano di sacrificare una parte per salvare il tutto, presunzione che toglieva di giustamente valutare le forze proprie e le nemiche.
Per tal modo fu determinato l'intervento degli Stati Uniti in favore dell'Intesa, e la conseguente rovina della Germania. Forse, prima che fosse interamente compiuta, poteva ancora essere schivata; cogliendo qualche occasione di fare pace, certo con gravissimi sacrifici, per altro meno gravi di quelli a cui dovettero rassegnarsi gli Imperi centrali; ma lasciamo stare ciò, poiché le prove non sono tanto evidenti come nei casi notati.


(XII). Chi non vede, in tale operare, prima e dopo la dichiarazione di guerra, i segni di sentimenti analoghi ai religiosi, che prevalgono sulle combinazione della realtà? La fede nei « destini della Germania», nella sua potenza militare e di « organizzazione », il dogma dei suoi « vitali interessi » annebbiarono la vista dei suoi governanti.
Se adoperiamo la terminologia della Sociologia, diremo che nei governanti tedeschi erano potenti i residui della classe II (Persistenza di aggregati). Invece nei governanti dell'Intesa, eccettuati quelli della Russia, prevalevano i residui della classe I (Istinto delle combinazioni). Come i governanti tedeschi, i governanti russi, coi mistici sogni dell'illimitata potenza della « santa Russia », e lo Zar devoto a un Raspoutine, avevano dovizia dei residui della classe II ; quindi, come i governanti tedeschi, furono da ciò tratti alla rovina, che agevolmente potevano scansare, sol che fossero rimasti alleati alla Germania.
Grandi cose eransi potute compiere dal Bismarck unito a Guglielmo I ; perché nel Bismarck, che governava, prevalevano i residui della classe I, ed in Guglielmo, che eseguiva, i residui della classe II. Invece, il mistico Guglielmo II, signoreggiato dai residui della classe II, rimase senza contrappeso, e non tollerava cancellieri che pensassero colla testa loro; licenziò il Bismark colla stolta presunzione di valere più di lui, e non accolse mai nessuno che potesse sostituirlo.

(XXIX) Per intendere bene i presenti fenomeni, si vuole porre a mente a due frazioni in cui furono divise le plutocrazie dell'Intesa. Una frazione voleva seguitare a porre in opera solo l'astuzia ed era contraria alla guerra, l'altra voleva, una volta tanto, ricorre alla forza, e nella guerra scorgeva un'occasione di splendidi guadagni e di vantaggi. La prima fu, più o meno velatamente, pacifica la seconda ricoprì le cupidigie col manto delle derrivazioni demo cratiche ed umanitarie, alle quali tento di aggiungere le giuridiche, e volle che l'opera sua fosse gabellata per difesa «del diritto e della giustizia». Mirò a distruggere la prima frazione, e di ciò molte sono le manifestazioni, fra le quali devonsi porre certi processi, come, in Francia, quello del Caillaux, ed in Italia, quello del Cavallini, terminato, dopo parecchi anni, con un non luogo a procedere, e che appare vergognosa offesa ad ogni principio di diritto, volto solo ad abbattere uomini politici, avversari dei governanti di quel tempo.
In favore della prima frazione sta che é sempre pericoloso muovere le moltitudini : si sa dove si principia, non si sa dove si va a finire. Meglio appagarsi del poco e certo che lasciarsi vincere da cieca cupidigia correndo dietro al molto ed incerto; e che ciò sia saggio partito si vede ora dal cattivo successo delle sfrenate avidità germaniche. La guerra ha due pericoli per la plutocrazia demagogica; cioè, se è fatta da pochi, può sorgere un generale vittorioso, il quale non dura troppa fatica ad assicurarsi la fedeltà di un piccolo esercito, e quindi può cacciar via i plutocrati. Così avvenne a Cesare e a tanti altri. Pochi essendo i seguaci, non troppo grande é la spesa per contentarli, e agevole é il mantenere le promesse fatte loro. Se, come ora é accaduto, la guerra è opera del maggior numero degli uomini validi, si scansa il pericolo dei pochi fedeli, ma rimane da sapere come, dopo la vittoria, si potranno mantenere le promesse e contentare i molti. Le estese clientele sono necessariamente di gran spesa. Infine l'esperienza aveva dimostrato che, colle arti volpine, cresceva sempre più il potere della plutocrazia demagogica, perché dunque sostituire, alla usata, nota, sicura e piana strada, l'altra nuova, ignota, pericolosa, ardua delle arti leonine?
Contro alla prima frazione sta appunto il fatto che la strada sinora seguita appariva maggiormente ogni giorno mettere capo agli abissi delle rivoluzioni. Occorreva dunque prevenire queste; ed in ogni tempo i governi ricorsero, per simili scopi, alle guerre internazionali, stimando così di scansare le civili. Tale considerazione non fu estranea alla decisione della burocrazia zarista, di rompere guerra, e forse ebbe anche parte, sia pure piccola, nell'analoga determinazione della Germania ed in quella dell'Austria-Ungheria, che temeva la ribellione delle nazionalità oppresse.

Per la seconda frazione della plutocrazia, devonsi invertire i termini : porre in suo favore ciò che é contro la prima, e viceversa. In ogni modo è ammirevole l'arte sopraffina colla quale ha saputo valersi degli interessi e dei sentimenti che vi erano nei popoli.
Quale frazione meglio provvide ai fatti suoi, si vedrà quando si saprà se i popoli potranno, pel futuro come per il passato, essere efficacemente tratti in inganno dall'astuzia dei plutocrati, secondati dalle declamazioni degli intellettuali...

... La guerra mondiale diede la stura alle falangi delle derivazioni; ce ne sono di tutti i generi e per tutti i gusti. Alcune sono puerili. Tale é quella dello straccio di carta, ripetuta papagallescamente da infinite genti, ad ogni proposito e fuori d'ogni proposito. Le derivazioni habent sua fata, e al detto di Alessandro I di Russia non toccò eguale fortuna di quella che ebbe il detto molto simile del cancelliere tedesco. La gente che discorreva di tale sentenza come se fosse cosa nuova inaudita, propria della « barbarie » tedesca, doveva aver dimenticata la storia, dove sono più gli esempi di violata che di serbata fede ai trattati, e non molte lontano dalla violazione germanica della neutralità belga può stare la violazione inglese della neutralità della Danimarca, compiuta dal gran Nelson.
Similmente, la crudeltà e le stragi dell'invasione tedesca nel Belgio e nel settentrione della Francia non sono per niente un caso peculiare della « barbarie » tedesca, ma hanno invece conveniente sede tra i casi generalissimi che si osservano quando le umane belve si dilaniano a vicenda, cioè in tutti i tempi e presso tutti i popoli, poiché ognora e dappertutto gli uomini straziano, uccidono, distruggono i loro simili ; e quando ciò non possono fare ad uomini della stessa razza lo fanno ad uomini di razze da loro dette «inferiori», quando non possono inferocire nelle guerre esterne, incrudeliscono nelle civili.

È ameno il notare che proprio un concittadino del Wilson, cioè il generale Sheridan consigliava di trattare crudelissimamente le popolazioni civili dei territori nemici.
Molti autori, e tra questi Herbert Spencer, scherniscono ottimamente coloro che, in tale materia, vedono la paglia nell'occhio del vicino e non scorgono la trave nel proprio.
Ma é inutile proseguire, perché, a chi è persuaso dal sentimento, i ragionamenti logico-sperimentali sono carboni spenti ; é impossibile il recare parte anche sol piccola, delle numerosissime prove che si hanno, perché, a voler ciò fare, sarebbe necessario trascrivere qui parte grande della storia dell'uman genere.
Nel seguito infinito di delitti, di crudeltà, di barbarie, di stragi, di infamie che essa ricorda, e di cui gli individui, le stirpi, i popoli sono, a vicenda, nel tempo, autori e vittime, chi é inclinato alla teologia può vedere l'opera di un dio che punisce nell'individuo le colpe di lui, nei discendenti i delitti dei padri, nei concittadini i peccati di alcuni di essi (derivazione III-1;); chi é inclinato alla metafisica può discorrere della « giustizia immanente delle cose » o di altra simile entità (derivazione III-2); chi si diletta di letteratura può dire con Eschilo «essere legge che il sangue dell'omicidio sparso in terra, richiede altro sangue» (derivazione III-3), e via di seguito; chi sta attaccato all'esperienza vede semplicemente manifestazioni dell'indole umana, la quale, è vero, si fa più mite coll'andare dei secoli, ma molto lentamente e con improvvisi ritorni alla ferocia antica.

Nell'ampia letteratura sulle colpe e le giustificazioni dei belligeranti della presente guerra, si scorgono facilmente molte derivazioni della classe I.
Delle derivazioni mediante le entità metafisiche si è fatto larghissimo uso. La verità, la giustizia, il diritto, l'umanità, la democrazia pugnavano per l'Intesa ed i suoi alleati; gli interessi vitali, la gran patria tedesca, l'organizzazione, coll'aiuto di un'entità teologica, cioè del buon vecchio dio tedesco, stavano dalla parte degli Imperi centrali. Subordinatamente apparvero anche le entità giuridiche, che si manifestano splendidamente nel processo che si voleva fare all'ex imperatore tedesco, e che sfumò in conseguenza del resistere dell'Olanda, la quale venne in buon punto per liberare da grave impaccio gli Alleati.
Le derivazioni dell'autorità (classe 11) appaiono al solito in molti scritti degli adulatori dei potenti; esse sono propriamente 1a parte centrale del Manifesto degli intellettuali tedeschi e delle repliche a cui questo diede origine.

Per sapere se sì, o no, é stata fatta strage della popolazione civile nel Belgio, vale più certamente la testimonianza di testimoni oculari, o almeno di chi tali testimonianze riferisce, che le asserzioni di tutti i più eccelsi « intellettuali » che vivono sul globo terraqueo. Che ne sanno i 93 dottissimi « intellettuali » che hanno firmato il manifesto tedesco, dei fatti seguiti nel Belgio, dove essi non c'erano? Un ,professore di « teologia » discorra di teologia, un professore di « filologia scandinava » ci faccia conoscere tale letteratura, un professore di « chimica » c'insegni come sono le combinazioni chimiche, e via di seguito, ma facciano il piacere queste eccellentissime persone di non farci perdere tempo testimoniando su cose a loro perfettamente ignote, o note solo per sentito dire. È per ispirazione divina o metafisica che scrivono: « IL NEST PAS VRAI que nos soldats aient porté atteinte à la vie ou aux biens d'un seul citoyen beige (guarda che sicurezza di informazione: neppure uno!) sans y avori été forcés par la dure nécessité d'une defense légitime. Car, en dépit de nos avertissements, la population n'a céssé de tirer traitreu.sement sur nos troupes, a mutilé des blessés et a egorgé -des médecins dans l'exercice de leur profession charitable ».
Tali derivazioni non possono evidentemente essere accolte che per l'autorità dei loro autori e perché si confanno ai sentimenti di chi le accoglie, cioè sono principalmente derivazioni: autorita, e sussidiariamente derivazioni: accordo con sentimenti.

Nella risposta data dagli Alleati, il 16 giugno 1919, alle osservazioni del governo tedesco, si ammira un vero fuoco di artifizio di derivazioni. I tedeschi debbono essere puniti perchè « ils ont, par tous les moyens en leur pouvoir, formé l'esprit de leurs sujets à la doctrine que, dans les affaires internationales, la force c'est le droit ». Si sono vedute le guerre di metafisica. C'è una certa dottrina sulle relazioni della « forza » e del « diritto » che è ortodossa, un'altra che è eretica, e che deve essere repressa dalla sacra Inquisizione della eretica pravità, aiutata dalla spada secolare. Logicamente, non la sola Germania, ma tutti gli autori che professano la perversa dottrina dovrebbero essere ricercati e puniti, e le loro opere bruciate dalla mano del boia.
Ogni religione ha i suoi misteri : non é di piccolo momento quello che appare nel discorso del Presidente Wilson (6 aprile 1916) citato nella risposta degli alleati : « Que toutes nos paroles, mes concitoyens, que désormais tous nos projets et tous nos actes soient en harmonie avec cette réponse, jusqu'à ce que la majesté puissante de notre pouvoir combiné, penètre à son tour l'esprit et anéantisse la force brutale de ceux qui raillent et dédaignent ce que nous aimons et nous honorons (Con questo principio, si possono accendere i roghi. Gli eretici sono appunto rei di schernire e di sdegnare ciò che gli ortodossi amano e onorano). L'Allemagne a dit une fois de plus que la force, et la force sede, déciderat si la justice et la paix régiront les affaires duu genre homain. Si le droit, tel que le concoit l'Amérique, ou 'hégémonie, telle que la concoit l'Allemagne, présidera aux destinées de l'humanité, il y a done pour une seule réponse possible (attenti, che ora viene una bella derivazione), la force, la force jusqu'au bout, la force sans borne et sans frein, la force justiciaire et triomphante qui fera du droit la loi du monde (dunque, in questo caso, sarà la forza che, nelle relazioni internazionali, imporrà il diritto) et fera mordre la poussiére à toute domination dont les fins sont égoistes ».

Ed ecco apparire la nuova entità dell'egoismo, di cui prima non si era fatto cenno. La contraddizione tra l'affermare perversa la dottrina che la forza produce diritto, e lodevole la dottrina che la forza deve imporre il diritto, sfugge per la solita ragione che, nella logica del sentimento, due proposizioni contraddittorie possono sussistere insieme. Le derivazioni dell'accordo coi sentimenti fanno sì che una stessa proposizione é stimata perversa se é dei nemici, lodevole, se é degli amici.

Ci sarebbe forse un modo di togliere la contraddizione e sarebbe di ricorrere ad una derivazione delle entità metafisiche, o teologiche. Supponiamo che ci sia un'entità assoluta, quasi un dio, che ha nome diritto.
È eretico l'asserire che questo dio è creato dalla forza, è ortodosso l'asserire che egli crea la forza, e quindi naturalmente se ne vale per imporre la sua fede. Empio sarebbe il dire che il dio dei mussulmani è stato creato dalla forza degli Arabi, più è il dire che egli ha creato la forza degli Arabi, della quale poi si vale per imporre la sua fede. E chi a ciò non crede, sia percosso col ferro. Amen.

Discorrendo agli operai del Creusot, il sig. Thomas, allora sotto segretario di Stato per le munizioni, ora gran maestro degli uffici del lavoro della Società delle Nazioni, socialista sempre, disse, il 24 agosto 1915: « Nous parlons de victoire parce quo nous avons acquis, dans notre effort continué la certitude de la victoire. Nous l'avions déjà cette certitude, puisque nous sommes les défenseurs du droit. Mais lorsque nous voyons les moyens rnatériels se multiplier.... qui donc pourrait encore en douter? » Da ciò appare che questo signor diritto è un quid simile dello Zeus dell'Iliade. Non é detto se questo diritto confermasse la promessa della vittoria con un segno del capo, e ne tremasse l'ampio Olimpo.
Gran consumo di derivazioni si é fatto per fare gabellare quel mostro giuridico che è il processo da farsi all'ex-imperatore, in cui chi accusa è giudice, e giudica, senza alcuna legge che cì sia, ma guidato solo dal sentimento. (Quello di Norimberga non fu molto diverso ! Ndr)
Fra tali derivazioni, bella assai é quella la quale asserisce che tale processo avrà per effetto di impedire le future guerre, perché non le vorrà più muovere chi sarà sotto minaccia di perdere la vita, per altro simile processo. Come se, nelle guerre, il pericolo della vita si avesse solo da un possibile processo, e come se tale pericolo avesse mai trattenuto alcun capo di prendere parte alle guerre, alle ribellioni, alle contese per impadronirsi del potere. Solo derivazioni per accordi di sentimenti possono togliere di vedere ciò. Per prova, ci sarebbe da citare tutta la storia, ma simili derivazioni non si possono prendere sul serio, e solo lo scherzo é ad esse convenevole risposta.

Per l'uso delle derivazioni, nessuno dei belligeranti porta il vanto sugli altri.
Vediamo che dice un germanofilo, Conrad Falke, nel Journal de Genève, 2-3 juin 1915 : « Lorsque dans le camp adverse (a quello dei germanofili) on parle de brutale ' politique d'expansion ', nous, nous sommes portés à voir une cruelle nécéssité (a). Quiconque grandit et se développe avec une telle puissance (la Germania) doit forcément faire éclater son habit (b), et la société au lieu de s'eri indigner, ferait mieux de prendre tranquillement une nouvelle mesure (c). La guerre actuelle est peut-étre avant tout la lutte tragique d'un peuple qui, l'épée à la main, est forcé (d) de prouver au monde son droit (e) à l'existence».
Appaiono evidenti le seguenti derivazioni
(a) Derivazione Termine indicante una cosa e che fa nascere sentimenti accessori. Il termine necessità suscita il sentimento che la volontà dei Tedeschi non ha parte nella guerra. Il termine crudele è una concessione agli avversari.
(b) Bellissima derivazione. Metafore. Essa é interamente simile a quella del sole e della luna, adoperata al tempo della contesa delle investiture. Perché il potere papale é simile al sole, il potere laico alla luna, deve il secondo essere sottomesso al primo. Perchè la Germania ha una veste che é divenltata troppo stretta, devono gli altri popoli provvedergliene un'altra più ampia, e perciò lasciarsi da essa conquistare. È gran disgrazia che il sarto chiamato per compiere tale operazione, restrinse, invece di allargarla, la veste germanica; e così la metafora è rimasta campata per aria.
(c) Altra metafora, simile alla precedente. Tolte le derivazioni, si ha il semplice concetto che gli altri Stati debbono sottomettersi a ciò che vuole la Germania. Le derivazioni sono utili per mutare i sentimenti che nascerebbero dall'enunciato nudo crudo di tale proposizione.
(d) Derivazione simile a quella (a). E da chi é costretta Germania? Da qualche entità metafisica o teologica? E simili entità non possono costringere gli altri popoli ad opporsi ad essi Tutto ciò è vaneggiamento parolaio e metafisico.
. (e) Derivazione . Questo signor diritto é evidentemente diverso dall'altro diritto di cui è devoto Wilson. Poiché questo prevalse su quello, potremo assomigliarlo a Zeus, e il primo Poseidon. Potremo anche dire che uno di quei due diritti é principio del bene, l'altro il principio del male; e se non dician quale é il principio del bene, e quale, del male, accontenteremo tutti.
Notiamo che il sig. Faike non vuole menomamente che forza crei il diritto; egli è in ciò d'accordo col Wilson, vuole se che la forza imponga un diritto che c'é già. Mi dispiace di tale accordo, perché per sua cagione diventa molto incerta la spiegazione che avevo trovato per togliere la contraddizione delle preposizioni del Wilson. Eppure questi, dottore honoris causa di tante Università europee, socio di tante eccelse accademie, deve essere certamente uno scienziato di primissimo ordine. Un qualche modo di togliere la notata contraddizione vi é dunque di sicuro; ma agli ignoranti rimase nascosto, come il senso del Papé Satan, papé Satan aleppe di Dante".
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IL VALORE ENERGETICO DEI MITI

Da "Il mito virtuosista e la letteratura immorale" (pag. 242)

"I rapporti del vituosismo coll'utilità sociale non risultano dalle sue qualità intrinseche, risultano dai sentimenti che, fra le altre manifestazioni, hanno quella del virtuismo. Questi sentimenti sono superficiali, di semplice «pruderie», di pettegolezzo, di rinuncia passiva, d'ascetismo? Essi non hanno alcun effetto utile per la società. Al contrario questi sentimenti sono profondi, tali che spingano gli uomini a sacrificarsi per la loro patria, per l'avvenire della loro razza, per il benessere dei loro discendenti, per un ideale che va al di sopra dei piaceri del momento? Essi possono essere utili, estremamente utili alla società, e caratterizzano un popolo forte, prospero, vittorioso. Non dobbiamo lasciarci guidare dal sentimento, o da considerazioni « a priori », é unicamente ai fatti che dobbiamo domandare di illuminarci. Ora tutti i fatti conosciuti conducono alle conclusioni seguenti
1) Mai i sentimenti di semplice rinunzia hanno dato un popolo forte e potente. Mai l'ascetismo ha prodotto un tale popolo. Tutti i popoli ove i monaci, gli anacoreti, gli asceti erano in maggioranza, sono diventati preda del primo conquistatore venuto.
2) Non esiste nella storia alcun popolo grande, forte, prospero, presso il quale non si trovino sentimenti profondi ed attivi che si manifestano con un ideale, una religione, un mito, una fede. Ogni popolo ove questi sentimenti s'indeboliscono è in via di decadenza. Molti piccoli popoli sono diventati grandi, perché avevano fede in sè stessi; un popolo che perde questa fede é prossimo alla rovina. In un certo senso si potrebbe dunque enunciare questo paradosso : nella vita dei popoli niente é tanto reale e pratico quanto l'ideale.

La realtà dell'ideale non si trova nell'ideale stesso; ma nei sentimenti che rivela. L'esistenza della dea Atena non ha alcuna realtà obiettiva, ma questa realtà esiste nei sentimenti degli Ateniesi, sentimenti che si manifestano nella credenza che Atena abitasse l'acropoli di Atene, e proteggesse la città. I crociati facevano prodigi di valore, allorché si portavano davanti ad essi il legno della vera croce. La realtà non si trova nel mito di questa croce; si trova nei sentimenti dei guerrieri, sentimenti dei quali il mito era manifestazione. In questi due casi, le forme dei miti sono essenzialmente diverse; i sentimenti di cui sono la manifestazione sono molto simili. Leggete da una parte gli storici cristiani delle crociate, dall'altra gli storici arabi. Le loro religioni sono molto diverse; i sentimenti che esse ispirano identici. Sono i sentimenti dunque che importa studiare, per scoprire le leggi dello sviluppo della società, mentre le forme dei miti, forme alle quali sino al presente si è data molta importanza, non sono che secondarie.

Il contenuto logico dell'ideale importa poco. Ciò che importa molto di più è lo stato psichico che rivela, di cui é sintomo; sono i sentimenti dai quali procede. Non perdete il vostro tempo a notare le contraddizioni, le inconseguenze, le assurdità della mitologia e della divinazione romana. Mettete da parte tutto questo zibaldone, e al di sotto troverete come residuo certi sentimenti. Dopo ciò, ripigliate la storia, seguitela passo passo, e vedrete che cosa sono questi sentimenti che hanno fatto la grandezza di Roma. Ripetete operazioni analoghe per Atene, Sparta, per gli arabi seguaci di Maometto, continuate ed arrivate fino ai tempi moderni, studiate in questo modo l'epopea della rivoluzione inglese, quella della rivoluzione francese del 1789, quella di Napoleone I, quella dei popolo tedesco, che scaccia gli eserciti di Napoleone I. Non vi stancate, vedete come si é fatta l'unità d'Italia, quella della Germania, osservate come Bismarck ha saputo servirsi del mito che rivelava i sentimenti del suo popolo, lasciate la storia, se la diretta osservazione vi piace meglio, guardate quale missione ancora considerevole attualmente svolga il mito della grande Germania fra le popolazioni tedesche; il mito degli antenati, della dinastia, della patria, presso i giapponesi vittoriosi. Ovunque ritroverete fenomeni simili, ovunque, al di sotto delle derivazioni senza valore logico e talora anche assurde, ritroverete questi sentimenti che sono le grandi forze dalle quali derivano la forma e lo sviluppo delle società".

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Nella sottostante carrellata, esamineremo ancora i,
"Fattori psicologici della prima guerra mondiale".


E più avanti
"TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA" (1921)

 

I fattori psicologici della prima guerra mondiale


(II). Scrive Polibio (III, 6) : «Taluni degli storici dei fatti di Annibale, volendo a noi esporre le cause per le quali tra i Romani ed i Cartaginesi vi fu la guerra che abbiamo rammentata, pongono come prima l'espugnazione di Sagonta per parte dei Cartaginesi, per seconda lo avere essi, contro i trattati, passato il fiume che dagli indigeni é detto Ebro. Io dirò bene che tal fosse il principio della guerra, ma non concederò mai che ne fosse la cagione». Seguita citando casi analoghi ed aggiunge; «Queste asserzioni sono da uomini che non distinguono come e quanto differisca il principio dalla causa e dal pretesto ». Sono trascorsi oramai più di duemila anni dacché lo storico greco esprimeva tali concetti, e le sue osservazioni si possono ripetere appuntino per i giudizi che oggi si danno della guerra europea. Diremo, forse, perciò che oggi, dopo tanto progredire della scienza e della storia, gli uomini ancora non sappiano distinguere il principio, la causa, al pretesto? O non sarà meglio dire che non fanno tale distinzione per altre cause che non sono l'ignoranza?

Agevolmente troveremo queste cause se le cercheremo nei sentimenti, nelle inclinazioni e negli interessi. Da prima vedremo che tali discorsi si confanno alle inclinazioni, lusingando sentimenti da benevolenza per i nostri amici, da avversione i nostra nemici, e che mirano, col dare la « colpa » della guerra al nemico, a procurarci il favore delle molte persone che patiscono i mali del conflitto; e poiché tali sentimenti, inclinazioni ed intenti, dal tempo di Polibio al nostro, stanno e rimangono negli uomini, non é meraviglia che stiano pure e rimangano gli effetti che da essa traggono origine. Poscia apparirà l'utilità sociale che c'é, per una nazione, da rafforzare per tal modo l'amore della patria, l'odio del nemico, la brama da vincerlo, per porre da mezzo la « causa » dei nostri mali.
Notasi che tali ragionamenti non possono mettere capo a conclusione alcuna se non si fermano a qualche principio sentimentale, metafisico o teologico, il quale é accettato da alcuna, rifiutato da altri, e che quindi, per il solito, persuadono solo chi è già persuaso, d'altri nessuno. Sono un mezzo per stuzzicare certi sentimenti preesistenti, non per farne nascere. Quindi si può agevolmente prevedere da chi, tolte poche eccezioni, saranno accolti, e da chi respinti, quando siano noti tali sentimenti, gli intenti e gli interessi che manifestano, ed é questo il caso nelle contese tra nazioni, o tra credenti di religioni diverse.
Tale regola generale vale per la presente guerra europea. Ad esempio, gli avversari dell'Austria dicono che la guerra ha avuto per cagione l'ultimatum dell'Austria alla Serbia; rispondono gli amaci che l'ultimatum è la conseguenza dell'ostilità della Serbia contro l'Austria; osservano a primi che tale ostilità ha origine dalle male arti usate dall'Austria contro la Serbia; ribattono i secondi che le dette « male arti » sono sola giusta resistenza al mal volere dell'Austria, all'opere sue invadenti; e così si può seguitare indefinitamente, e chi si ferma é solo mosso da sentimenti di benevolenza per una delle parti, di malevolenza per l'altra.

Una delle tentate « giustificazioni » della violazione della neutralità belga sta nel dire che la Germania, aggredita da due parti dalla Francia e dalla Russia, era in « stato di necessità » (*) il quale pure si ammette nel diritto privato. Al che si risponde che la Germania si era posta da sé in questo stato di necessità, muovendo guerra alla Francia e alla Russia. Non pertanto si quietano gli amici della Germania, e oppongono che la Germania ha dovuto in tal modo operare perché la Russia preparava le armi e la Francia dichiarava di volerla aiutare. Così si può continuare all'infinito, e chi si ferma sarà spinto a ciò solamente perché fa propri i sentimenti di una delle parti contendenti. Talvolta più breve è la catena di tali pseudo-ragionamenti. Ad esempio, si dice che la guerra é seguita perché le Potenze europee vollero intromettersi tra l'Austria e la Serbia, il che dalla Germania non poteva essere consentito. E basta.
Rimane verità assiomatica che alla Germania era lecito, alle altre Potenze illecito il difendere una delle parti contendenti. Ma tale verità assiomatica é accolta solo da chi potrebbe anche farne senza per dare il proprio giudizio.

Non troviamo più sodo il terreno nel campo del « diritto internazionale », sia perché incerti ne sono i principi, `incertissime le interpretazioni, sia perché le sue sanzioni stanno in piena balìa di questi sentimenti, i quali preesistono ed operano, coprendosi solo di ragionamenti attinenti al diritto. Gli Inglesi avevano promesso di sgombrare l'Egitto, e non l'hanno sgombrato, né paiono avere la minima intenzione di farlo. Lo Zar si era impegnato di mantenere l'autonomia della Finlandia, e tale autonomia é sparita. La Prussia aveva garantito la neutralità del Belgio e quella del Lussemburgo, e le ha violate, cercando, dopo il fatto, ragioni o pretesti per giustificare il proprio operato. Se si suppongono date la fede patriottica, la religiosa, o la politica di certi individui, si può, con grandissima probabilità, prevedere quali di queste trasgressioni agli impegni assunti saranno da tali individui assolte, quali condannati; di quali discorreranno, di quali taceranno.
Dicono gli Inglesi chi mossero guerra alla Germania per difendere il principio del rispetto ai trattati, violato dalla Germania, che aggredì il Belgio, ma non fanno conoscere perché l'identico fatto, in identiche condizioni compiuto a danno del Lussemburgo, non li aveva scossi in nessun modo. Rispondono i Tedeschi, con una delle tanti spiegazioni immaginate dopo il fatto, che violarono la neutralità del Belgio perché questo già l'aveva ferita accordandosi coll'Inghilterra per difenderla, ma tacciono opportunamente e prudentemente del Lussemburgo, per il quale tale motivo non vale.
La prima giustificazioni data dal Cancelliere tedesco era, sotto l'aspetto della logica formale, un poco meno vana. Diceva egli, in sostanza, chi necessità non ha leggi, chi posto nel bivio o di perire o di violare la neutralità del Belgio, la Germania si atteneva al secondo partito e tale motivo aveva il pregio di valere tanto per il Belgio come per il Lussemburgo. Per motivi identici, od anche solo analoghi, quel singolare magistrato che fu detto « il buon giudice» mandava assolti individui che, senza il minimo dubbio, avevano trasgredito la legge. Le stesse persone chi approvavano allora che del diritto privato non si tenesse alcun conto, acremente biasimano ora le trasgressioni al diritto internazionali, tacendo così palese che non astratto amore di diritto li muove, bensì sentimenti di simpatia per certe persone, di antipatia per altre.

Sogliono i popoli europei « giustificare » le loro conquiste in Asia ed in Africa invocando i « diritti » delle razze « superiori » di fronti alle « inferiori »; senza che, per dire il vero, si possa capire il senso preciso di questi bei termini; ed osservando che « superiori » ed « inferiori » paiono essere semplici pleonasmi per significare più forti i meno forti nelle arti belliche; poiché i Giapponesi che, in altri tempi, stavano coi Cinesi tra le razze « inferiori », ora, dopo e grazie alla vittoriosa guerra contro i Russi, hanno posto tra le razze « superiori ». I fautori di questa teoria si sdegnano quando la Germania vuole volgerla a « giustificare » le imprese per acquistare il dominio su gli altri popoli europei, da essi stimati «inferiori» con quello stesso identico criterio che è della teoria generale di cui si valgono, quando a loro fa comodo, gli altri Stati di Europa. In molti casi le declamazioni di coloro che si immaginano di far parte di una razza « superiore » non hanno maggior fondamento nella realtà di quanto ne avesse il gloriarsi di parecchi fra gli antichi Greci, di un'origine divina.
Ragion di spazio ci vieta il proseguire quest'analisi, ma il sin qui detto basta per fare palese la vanità sperimentale di tali ragionamenti ; lasciamoli dunque da parte e volgiamoci ad indagare la sostanza che da questa veste é ricoperta.


Ricorriamo ancora ad una citazione di Polibio. Discorrendo della prima guerra punica, egli osserva (1, 64, 5) come Roma e Cartagine fossero pari «massimamente nell'animoso contendere per la dominazione ». Per tal modo si risale ad una delle cagioni profonde delle guerre puniche, di fronte alla quale appaiono secondarie e spesso insignificanti le cagioni più prossime di cui ci é stata tramandata la memoria.
Tra le secondarie sono degne di nota alcune che operano spesso indirettamente, ad esempio, le differenze di nazioni, di istituzioni politiche, di religione, gli interessi economici. Possono, è vero, talvolta operare direttamente, rompere guerra, ma più spesso operano indirettamente, accrescendo i sentimenti di rivalità tra i popoli. Così operano gli interessi dei mercatores romani e dei negozianti cartaginesi. Il più antico trattato tra Roma e Cartagìne, rammentato da Polibio, risolse appunto uno di questi conflitti di interessi ; ma sarebbe errato il credere che le guerra puniche furono preparate, deliberatamente volute, imposte dai negozianti romani e dai Cartaginesi ; essi operarono massimamente sui sentimenti, e, dal conflitto di questi, divampò la guerra. Similmente sarebbe errore il credere che la presente guerra europea, é conseguenza diretta di contrasti economici, ne é bensì, in parte piccola o grande, conseguenza indiretta, per l'azione che ebbero tali contrasti sui sentimenti.
Quando accade che popoli bramosi di estendere il proprio dominio s'incontrano, il conflitto fra essi diventa se non inevitabile almeno probabilissimo, né mancano mai cagioni accessorie o pretesti perché s'accenda.

Al presente, abbiamo tre popoli in questa condizione, cioè il tedesco, lo slavo, il britannico. La forza che spinge ad estendere il dominio e l'autorità diretta od indiretta é intensa nei due primi, più forse nel tedesco che nello slavo; nel terzo appare principalmente sotto la forma di resistenza alle imprese altrui. Nel passato avrebbesi potuto aggiungere il popolo spagnolo, poi il francese; ma ora, nel primo ogni forza di espansione é spenta, nel secondo è debolissima; forse sorgerà nel futuro nell'italico; ma di tale incerto avvenire non occorre qui discorrere, notiamo solo di sfuggita che l'opera dei nazionalisti italiani mira a prepararlo.

I tre popoli ora rammentati costituiscono, per i letterati, la nazione latina, ma essa non ha vita propria e reale, come l'hanno la nazione tedesca, la slava, la britannica. Ciascuno dei popoli latini stima essere molto avveduto e furbescamente abile badando solo il proprio tornaconto e trascurando ogni comunanza di sentimenti e di interessi che lo potrebbe avvincere agli altri ; così operarono, in altri tempi i Greci, minacciati dalla potenza romana, e così operarono, al tempo nostro, i popoli balcanici. Tale politica, creduta « reale » può invece essere frutto di una teoria che é fermo segno di debolezza e che può recare estremi danni. Pongasi mente invero a ciò che accadrebbe della Germania se simile modo tenessero i Tedeschi del mezzogiorno e quelli del settentrione. Ciò appunto sperava Napoleone III, e l'essersi ingannato fu cagione della sua rovina nel 1870. Molti che ora, in Italia, si sono fatti adulatori della nazione germanica approvano il sentimento che, dimenticate guerre e sconfitte, spinse la Baviera ed altri Stati ad unirsi alla Prussia, per costituire l'impero tedesco; e, ad un tempo, respingono sdegnosamente come « sentimentale » un simile operare per la loro patria, che pure dicono di amare e che amano veramente. Sarebbe oltremodo difficile di trovare in Germania chi operasse in modo analogo, cioè ammirasse i Latini, spregiando i Tedeschi, e proclamasse che Stati come la Baviera e il Wúrtenberg debbono badare solo al proprio tornaconto, senza curarsi dell'avvenire della nazione tedesca.

In tale diverso modo di operare sta uno dei tanti indizi della differenza tra i sentimenti che sono cagione di forza grande alla nazione germanica, e quelli che recano debolezza estrema alla latina.
Possono i deboli e fiacchi, sebbene avversari, vivere vicini, senza conflitti; non così i forti ed animosi. Era dunque inevitabile che, presto o tardi, con un pretesto o con un altro, si dovesse rompere guerra tra i Tedeschi e i Russi e gli Inglesi. I Tedeschi contendevano agli Inglesi il dominio del mare, né potevano fare altrimenti, Spiinti dalle proprie brame e dai propri interessi ; ma, per gli stessi motivi, non potevano cedere gli Inglesi, se non si volevano rassegnare alla distruzione dell'impero britannico ed alla perdita della loro indipendenza.
I Tedeschi si opponevano allo estendersi dell'autorità della Russia nella penisola balcanica, e non potevano tenere altra via, non solo per cagione dell'alleanza coll'Austria-Ungheria, la quale cagione sarebbe secondaria, ma principalmente perché il retrocedere di fronte alla minacciosa potenza russa avrebbe grandemente offesa, forse distrutta, la fede nell'egemonia germanica, mentre questa fede era necessaria per mantenere la forza di espansione, come già analoga fede giovò al popolo romano; né, d'altra parte, per cagioni simili, potevano i Russi venir meno ai doveri di protezione degli Slavi meridionali, poiché troppo gran danno avrebbero così recato i sentimenti che ad essi danno forza nelle opere e fiducia nell'avvenire. Potevano bensì i governanti tedeschi non sobbarcarsi ad un tempo alle gravi imprese di debellare insieme tutti coloro che contrastavano all'estendersi del loro dominio, ed avere un poco di quella cauta prudenza che tanto giovò al Senato romano. Il Bismarck, in ciò, a loro era stato maestro, ed aveva fatto vedere come conveniva porre in opera il principio divide et impera; ma essi non appresero bene quest'arte, forse accecati dall'orgoglio della loro potenza militare.

Infine é probabilissimo che non fosse possibile scansare il cozzo fra le forze ora rammentate, e che, presto o tardi, dovesse seguire, rimanendo solo la scelta del come e del quando. Allo stesso modo che non c'era posto nella regione mediterranea per Roma e per Cartagine, non c'è ora luogo nel mondo per due Germanie, per due Russie, per due Britannie. Bensì potevano forse stare insieme, senza troppi contrasti, le nazioni di quei paesi e la latina, di cui é del tutto o quasi sparita la forza di espansione. Infatti la nazione britannica e la slava vivono in pace cogli Stati latini ; la germanica non ha più contese colla Spagna, si é alleata all'Italia, e più volte parve volere pure avere come amica la Francia; ma l'alleanza italiana fu ferita dalle prepotenze austriache, dall'altezzoso trattare della Germania e dell'Austria; e, colla Francia, nonché l'alleanza, neppure una ferma pace era possibile, per cagione della conquista dell'Alsazia Lorena, delle incessanti persecuzioni che erano inflitte agli abitanti di queste contrade, delle molestie germaniche in ogni impresa coloniale francese. Ben poco avveduti furono i governanti della Germania nell'interrompere con tali molestie l'opera dissolvente dello André e del Pelletan in Francia; e, più di recente, nel non avere la pazienza di aspettare che la democrazia antimilitaristica compiesse, in Francia ed in Inghilterra, la principiata opera.

Roma e l'Inghilterra ebbero l'arte di farsi amici i popoli soggetti, e da ciò trasse origini il prospero resistere di Roma all'invasione di Annibale, la presente unione dell'impero britannico contro la Germania. Cartagine non ebbe tale arte, né l'ha al presente l'impero tedesco; al contrario, quella si fece e questo si fa odiare dai popoli soggetti, come dimostrò l'invasione romana in Africa, e come ben può vedersi ora, ponendo mente ai sentimenti degli Alsaziani-Lorenesi, dei Danesi, dei Polacchi soggetti alla Germania. Della massima parcere subiectis et debellare superbos, tanto sapientemente posta in opera da Roma, i Tedeschi hanno serbato soltanto l'ultima parte, trascurando interamente la prima. Forse tal diverso procedere é in relazione coll'essere la potenza tedesca molto più metafisica e teologica della romana: ma non abbiamo da indagare qui tale argomento.

Tra le circostanze per cui si mantengono le rivalità dei popoli e si rafforzano i sentimenti di inimicizia sono da annoverarsi le disparità di religioni e di istituzioni politiche. Tali fatti sono stati in pochi casi cagioni dirette di un inizio guerra, in meno casi per altro di quanto appaia a chi guarda superficialmente gli avvenimenti, perché spesso furono la forma sotto la quale si manifestavano i sentimenti di rivalità e di inimicizia; solitamente sono solo cagioni indirette, cioé operano sui sentimenti e, per mezzo di questi, sulla guerra e la pace. In generale, Roma aveva favorevole il partito aristocratico delle città greche, contrario il partito democratico, e un fatto analogo si osservò pure per Cartagine; ma sarebbe interamente fuori dalla realtà il dire che le guerre di Roma in Grecia e contro Cartagine ebbero direttamente origine da contese tra la politica conservatrice di Roma e la politica democratica greca o punica; bensì rimaniamo nella realtà, non ci allontaniamo punto dai fatti, dicendo che tali contese tra aristocrazia e democrazia operarono pure indirettamente, per mezza dei sentimenti, inasprendo le contese che condussero alla guerra.
Eguale osservazione si deve fare oggi. Se procuriamo di classificare le inclinazioni politiche dei popoli che al presente stanno in guerra, appare subito manifesta la disparità tra quelle degli imperi centrali e quelle della Francia e dell'impero britannico. Le prime sono dette « militariste » dai nemici ed anche dagli amici della Germania, le seconde sono dette « democratiche » dagli amici della Francia e dell'Inghilterra; e i popoli di questi paesi dicono di combattere per il trionfo delle istituzioni democratiche alle quali danno eziandio il nome di «libere». In ogni modo, tale contrasto é ammesso da tutti, né può certo essere escluso dalle cagioni indirette del presente conflitto. Eccezione apparente é la Russia; e pare strano che il suo governo, detto dispotico, possa avere comuni intenti con i governi democratici; ma in realtà la Russia é retta da una burocrazia, e questa si avvicina molto alle burocrazie democratiche, allontanandosi pure molto dalle burocrazie militari e aristocratiche della Germania e dell'Austria. In Russia, l'aristocrazia ha origine dal potere sovrano; in Germania il potere del sovrano ha origine dall'aristocrazia. Tale differenza é fondamentale.

Il reggimento dei popoli occidentali, che si dice « democratico », é in realtà quello di una plutocrazia democratica, che inclina ora alla plutocrazia demagogica. Anche sotto tale aspetto, troviamo differenze di gran momento. In Inghilterra e in Francia, le elezioni costano, molto più che in Germania, denari ai plutocrati, favori del governo conferiti ai politicanti, spese a carico dei contribuenti. Il Lloyd George ha potuto distruggere il secolare potere della Camera dei Lords, mercé l'aiuto dei banchieri amici, le elargizioni delle pensioni per la vecchiaia, a spese esclusivamente dello Stato, ed altri doni analoghi fatti a spese dei contribuenti. In Francia, fatti di tal genere sono soliti, e, tacendo di molti altri casi, il miliardo delle congregazioni. sfumò in gran parte per pagare i servizi di coloro che giovavano nelle elezioni ai politicanti ; ora, con intenti analoghi molte persone sono nominate curatori dei sequestri delle proprietà e dei commerci di case tedesche, e ne hanno lauti, guadagni ; un ben noto plutocrate fu, dagli amici, raccomandato agli elettori come l'uomo che a questi aveva fatto distribuire per il passato i « fonds du pari mutuel » e che avrebbe fatte proseguire tale elargizioni nell'avvenire; tale raccomandazione ebbe favorevole effetto.
In Prussia nessun governo si sogna di chiedere l'aiuto dei plutocrati per restringere il potere della Camera dei Signori, non riceve ordini dai plutocrati, nessuna moglie di plutocrate riceve il ius gladii da compiacenti giurati, da complici autorità, e se, come in ogni altro paese, si spende per le elezioni, ciò accade in molto minore proporzione che nelle nazioni occidentali, europee e americane. Plutocrati ce ne sono in Germania come in queste nazioni ; ma in Germania il Governo impone ad essi il suo volere, e nelle accennate nazioni sono invece i plutocrati che al governo impongono il proprio volere. In Germania non si osserva un fenomeno simile a quello del Caillaux in Francia.

La contesa tra la Francia e la Germania, a proposito del Marocco, fu massimamente una disputa di plutocrati. I socialisti ben conobbero il fatto, ma, al solito, lo espressero malamente dicendo che era un conflitto di « capitalisti ». Similmente in Italia, i socialisti videro l'opera della plutocrazia nella guerra libica, ma subito deviarono in considerazioni etiche sul « capitalismo ». In generale, le considerazioni analoghe dei socialisti intransigenti sulla guerra europea hanno un qualche fondamento nel fatto reale che i plutocrati dei vari paesi si litigano fra loro, come già un tempo i mercatores romani ed i negozianti punici.
L'induzione fatta sugli effetti della disparità delle istituzioni politiche ha -la sua conferma in altri fatti importanti.
Le forze sociali si compongono in un modo che ha qualche analogia colla composizione delle forze in meccanica. Quando una di queste forze superi di molto in intensità le altre, queste malagevolmente si scorgono, ma si manifestano chiaramente se più non sono per tal modo sopraffatte. In Germania, in Francia, in Inghilterra, il sentimento patriottico oggi sormonta ogni altro e ne lascia solo apparire deboli segni, come sarebbero: in Germania l'opposizione del Liebknecht alle spese militari ; in Francia, la missione Caillaux; in Inghilterra, il ritiro di due ministri pacifisti; ma in Italia e negli Stati Uniti, appaiono invece manifesti gli effetti delle varie forze. In Italia il partito conservatore inclina verso l'alleanza cogli imperi centrali ; tenta talvolta di nascondere tale inclinazione coll'asserire che attende solo ad interessi esclusivamente italiani, ma tal veste troppo trasparente non inganna nessuno. I partiti democratici inclinano decisamente verso un'alleanza colle nazioni. democratiche della Francia e dell'Inghilterra, e tra essi massimamente i framassoni e gli anticlericali.

Nel partito socialista, si osserva un fenomeno simile a quello che già si vide nella Chiesa cattolica quando apparvero i Francescani; c come questi stavano attaccati alla lettera della povertà evangelica, i socialisti stanno attaccati alla lettera del dogma marxista che tutto riduce alla "lotta di classe". Di quelli come di questi non dobbiamo considerare i discorsi, che sono vani ed inconcludenti, bensì dobbiamo porre mente ai sentimenti che per tal modo sono rivelati. Il sapiente governo dei Papi seppe valersi dei sentimenti che apparivano nei Francescani e fare suo prò appunto di ciò che logicamente gli era contrario ; manca un tal governo nel partito socialista, ma ciò non toglie valore agli effetti che possono avere i sentimenti manifestati dagli intransigenti. Oggi sono lievi e trascurabili; in un avvenire, prossimo e lontano, possono essere potenti e di non poco momento. In generale, in tutta Europa, l'imperante partito della plutocrazia democratica é composto da uomini i quali, da un estremo di cieca fede, passando pei gradi intermedi, giungono all'altro estremo di una scettica abilità. Gli uomini in cui prevale la fede danno la forza al partito, quelli in cui prevale l'abilità, l'arte che può condurre alla vittoria. Ove avvenga uno scisma tra questi e quelli, può scemare, sparire la forza del partito. Oggi tale scisma ancora non c'é, ma potrebbe seguire nell'avvenire
Nelle presenti contingenze, il partito nazionalista italiano, molto più del partito detto conservatore, attende esclusivamente ad interessi del paese. Esso manifesta, in Italia, sentimenti analoghi a quelli che vediamo sopravanzare di gran lunga gli altri in Germania ed in Francia, e che sono specialmente atti a spingere i popoli ad un forte operare.

Le forze di cui era abbiamo tenuto discorso sono fra le principali; la risultante loro determinerà l'azione dell'Italia nel presente conflitto. Trascurabili, perché più lievi ed in certi casi proprio niente, sono quelle dei pacifisti, dei tolstoiani e di altre simili persone. In Italia ed in Francia, si é veduto il fenomeno di pacifisti divenuti partigiani della guerra, con zelo di neofiti. Non c'é da badare ai sofismi, spesso puerili, coi quali tentano di spiegare tale evoluzione; bensì dobbiamo porre mente all'evoluzione stessa, che manifesta quanto sottile fosse la corteccia pacifista, che ricopriva sentimenti più profondi, tanto che fu squarciata appena urtata da forze non troppo deboli.

Negli Stati Uniti d'America, la plutocrazia democratica, per i propri sentimenti e molto più per i propri interessi, é e rimane avversaria della Germania; perciò riesce vano il tentativo di farsela propizia con bei ragionamenti ed ingegnosi sofismi. Gli effetti di tal forza si manifestano chiaramente perché non sono occultati da altra forza più potente.
Né i democratici né i plutocrati dei popoli occidentali volevano la guerra, e, se questa fosse dipesa dal loro volere, non la avrebbero mai fatta; ma la prepararono inconsapevolmente, mirando nelle loro dispute al tornaconto del momento, senza troppa curarsi dell'avvenire? Ciò accade spessissimo, e molti sono i casi in cui si vedono gli uomini politici riuscire dove mai più avrebbero voluto andare.
Se democratici e plutocratici fossero stati meno avidi, meno prodighi, per proprio uso e per scopi elettorali, della pubblica pecunia, e, se per tal modo, la Francia e l'Inghilterra fossero state meglio preparate alla guerra, può anche essere che la Germania non le avrebbe aggredite. Ma di ciò non é qui luogo di discorrere, e vogliamo restringerci ai lineamenti generali del fenomeno.

I fatti come abbiamo procurato di esporli sono i reali ; ma appaiono deformati nei ragionamenti a cui, per solito, danno origine. Gli uomini tutti sono inclinati a dare forme astratte, mitiche, teologiche ai loro sentimenti ; ed é necessario che chi vuole persuadere le moltitudini, od anche solo piacere loro in tal modo si esprima, perché é il solo linguaggio da esse inteso.

I Romani erano persuasi che gli déi proteggevano la loro città; i Tedeschi contemporanei hanno eguale persuasione circa alla loro Kultur, e i democratici circa al santo Progresso, alla santissima Democrazia, al divino Suffragio Universale. Se qualche futura Iliade narrerà la presente guerra europea, il poeta non dumrerà fatica a popolare il suo Olimpo. Se egli sarà favorevole ai Tedeschi, come Omero ai Greci, farà incontrare il « buon vecchio Dio tedesco » coll'Allah dell'Islam, e porrà in sussidio la Kultur. Questa é proprio Atena rediviva che figura l'intelligenza bellica e l'azione ordinata, opposte alla forza brutale ed all'azione disordinata di Are, il quale certo sarà posto dalla parte dei barbari Russi, dei perfidi Inglesi, dei corrotti Francesi. Fuggiranno tutti costoro quando la Kultur agiterà loro sul viso l'egida ereditata da Atene. Il poeta favorevole ai popoli occidentali invertirà le parti : regalerà Are ai barbari Tedeschi, che rinnovano le gesta di Affila, e terrà, per fare da Atena, la Civiltà democratica umanitaria, armata dell'egida del Diritto; a fare da Zeus, chiamerà il folgorante Progresso; ma non ne sarà pacifico il regno, poiché a lui contenderà il seggio la strapotente « Organizzazione » che, secondo uno scienziato tedesco, é « missione » della Germania di imporre alla riluttante Europa. Non mancherà poi, Tersite, che potrà essere figurato da quei buoni uomini i quali, chiusi nel loro studiolo, trinciano e tagliano a fette la carta di Europa come se fosse un dolce pasticcio.

Ponga mente il lettore ai molti scritti letterari o metafisici a cui ha dato origine la presente guerra, e facilmente scorgerà in essi il principio dei concetti di cui ora abbiamo espresso l'estremo limite. Le entità teologiche e le metafisiche, le personificazioni etniche battagliano in tali scritti, e vi sono invocate tanto per l'offesa come per la difesa; vi si vede la « forza » trasformarsi in « diritto », e « viceversa » ; e inoltre la « forza morale » e la « materiale » aspramente tra loro combattersi.
Tutto ciò, considerato in relazione colla realtà sperimentale, ha assai poco valore, ma, considerato invece come indizio di forte sentire, é di gran momento, tanto più grande spesso quanto più si avvicina al limite ove principia l'assurdo, poiché il non avvedersi di questo é fermo segno di una viva fede.
Appunto la fede dei Tedeschi nella loro Kultur e nella « missione » che hanno di dominare il mondo, come popolo eletto e « superiore » a tutti i popoli che furono, sono e saranno, é certamente cagione di forza reale nella guerra. E' anche cagione di crudeltà, perché per opera di tale viva fede e massimamente nella sua forma metafisica e teologica, la guerra inclina ad avere i caratteri delle guerre di religione. L'avversario non è solo il nemico, é l'eretico scomunicato, il miscredente, il bestemmiatore della santa Kultur, reo di lesa maestà divina. Occorre non solo vincerlo, bensì anche sperigerlo, distruggerlo. I Belgi ardirono negare il passo alle sante schiere della divina Kultur; perciò furono rei di lesa maestà divina, e «giustamente» puniti ora, come, in altri tempi, per analogo delitto, furono perseguitati dal duca d'Alba.

La fede dei democratici é meno viva, massimamente nelle classi dirigenti, in cui volge spesso ad una semplice letteratura, forse per cagione dello scetticismo dei plutocrati e delle melensaggini degli umanitari, forse anche perché molti capi democratici sono tratti, per soddisfare le cupide brame delle loro schiere, ad occuparsi più che d'altro, degli interessi; quindi é cagione di minor forza, ma altresì di minor crudeltà. Può darsi che il trionfo dei democratici finisca col costare ai vinti più denaro ma meno sangue, meno dolori.
I Tedeschi mostrarono di curarsi poco delle norme del diritto internazionale e molti li approvano, mossi da sentimenti simili a quelli di coloro che già approvavano la santa Inquisizione, che si affrancava dalle regole allora vigenti della procedura penale. Occorre notare che i democratici, i quali tanto aspramente rimproverano ai Tedeschi queste trasgressioni, non hanno ritegno nel compierne di analoghe nel diritto interno dello Stato. Sotto l'aspetto della logica formale, non si capisce bene perché, se la forza del suffragio universale può « creare il diritto interno dello Stato », la forza degli eserciti non possa egualmente « creare » il diritto internazionale. Se la « forza » sovrasta giustamente al « diritto nelle contese interne, perché non dovrebbe egualmente sovrastarsi nelle esterne? È vero che si scioglie il quesito barattando i vocaboli e chiamando « diritto » ciò che è imposto dalla forza interna; ma rimane da sapere perché tale baratto non potrebbe anche valere per la forza esterna, alla quale manca solo lo spolverino che sui decreti dell'interna mette il santo suffragio universale, ma che potrebbesi agevolmente sostituire con altro analogo.
Veramente si hanno così logomachie, o, nella migliore ipotesi, contese metafisiche, che poco hanno da fare colle esperienze.

II ricercare le forze profonde che operano sotto tante e così varie apparenze può essere di danno per la fede ed in conseguenza per le opere che essa compie, ma é utile per la scienza sperimentale, alla quale concede una qualche previsione, sia pure ristretta, dei futuri avvenimenti, determinati, almeno in parte, da tali forze, che rimangono mentre mutano le fugaci loro vesti. Chi, ad esempio, credeva che la guerra tra Romani e Cartaginesi fosse stata determinata dal giuramento fatto da Annibale al padre, nulla poteva prevedere circa alle relazioni tra Roma e Cartagine, che avrebbero potuto diventare quelle di una schietta e sincera alleanza, ove un altro Amilcare avesse suggerito un giuramento opposto al figlio. Chi crede che la guerra é determinata dalla dichiarazione che se ne fa suppone che un atto il quale, senza gravi difficoltà, si può fare o non fare é cagione di avvenimenti che hanno origine da altre potenti cause, le quali in gran parte sono indipendenti dagli incerti casi dell'umano volere. Sta bene che le moltitudini sono inclinate a dare la « responsabilità » della guerra a chi la dichiara ; ed é perciò che, al presente, ogni Stato procura che sia il nemico a dichiarare la guerra, e quando a nessuno riesce di trarre l'avversario a compiere questo atto, si finisce col fare la guerra senza dichiararla, contentandosi solo di riconoscere che « lo stato di guerra esiste con tale Stato ».

Dire che la guerra franco-tedesca del 1870 é stata cagionata dal celebre dispaccio di Ems - che facilmente poteva essere sostituito da altro pretesto - o che ha avuto per causa la dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia - la quale se l'Ollivier fosse stato più furbo del Bismarck, avrebbe potuto essere sostituita da una dichiarazione di guerra della Prussia alla Francia --oppure dire che la presente guerra é stata cagionata dall'ultimatum dell'Austria alla Serbia, preparato dietro le quinte, come in un melodramma, dalla perversa ambizione della Germania, é un fare ritorno a quella storia anedottica che mette in scena astrazioni metafisiche e personificazioni; la quale piace alla moltitudine e a chi si diletta di tali astrazioni e di tali personificazioni, ma che veramente pareva ora cedere il posto, nella scienza, a considerazioni maggiormente reali. Non esiste una persona detta Germania che operi a somiglianza di un uomo; esiste solo una contrada che ha tal nome, abitata da uomini che hanno certi sentimenti, certe inclinazioni, certi interessi, e che sono guidati da un governo. Questo, alla lunga, non può che adattarsi a tali sentimenti, inclinazioni, interessi ; i quali tutti rimangono quindi, in ultima analisi, le forme massimamente operanti, e che, colla loro risultante, determinano l'azione della collettività.

Lasciamo da parte gli aneddoti, le personificazioni letterarie, o le giuridiche, nonché altre astrazioni di simili generi, e guardiamo gli avvenimenti esclusivamente sotto l'aspetto sperimentale; vedremo tosto che, durando le cause profonde, ben potranno gli effetti modificarsi nella forma, e forse alquanto nella sostanza, per intervento di nuove forze, ma non già venir meno interamente.

È dunque illusione il credere che la presente guerra possa mettere capo a togliere, per l'avvenire, le cagioni di altre guerre, assicurando una pace lunga, duratura, e che si manterrà con pochi armamenti. Viene da ridere quando ci dicono che, ristabilito l'equilibrio europeo, turbato solo dalla smoderata ambizione germanica, secondo alcuni, dalle invadenti bramosie russe, secondo altri, dalli prepotenza dell'Inghilterra nel dominio dei mari, secondo altri ancora, dal desiderio di rivincita dei Francesi, ecc... avremo una pace idilliaca. Quando mai questo bello, desiderato e lodevole equilibrio europeo si é veduto? Quando, anche in tempi, prossimi o remoti, ci fu in Europa pace sì duratura da parere perpetua? Quando mancarono vincitori che armavano per mantenere il proprio potere, vinti che armavano per correre alla riscossa, neutri che armavano per mantenere la propria indipendenza? Per fermo coloro che sognano un futuro tanto diverso dal passato chiudono volontariamente gli occhi all'esperienza e vanno spaziando nei nebulosi campi della fantasia.

Appena mezzo, secolo fa, i loro predecessori nel fare simili profezie volevano persuadere il mondo che la guerra era diventata impossibile, né mancarono persone che proseguirono fin ora a manifestare tale opinione. Dissero da prima che le guerre oramai non accadevano più se non ai confini tra i popoli civili e i barbari; poscia fecero la scoperta che troppo costosa era diventata la guerra e che perciò non si potrebbe fare; altri trovavano valida cagione della sua impossibilità nei tremendi effetti micidiali delle armi moderne; altri osservavano che, spariti gli eserciti di mestiere, la guerra e la pace erano in balìa dei « proletari », i quali, fedeli al dogma marxista che vuole l'unione dei « proletari » di tutti i paesi, non avrebbero mai permessa la guerra; all'opposto l'avrebbero sicuramente impedita, tramite lo sciopero generale, e, dicevano coloro di cui maggiormente si accendeva la fantasia, tramite il « sabotaggio » della smobilitazione. Tutte queste chiacchiere hanno messo capo alla presente guerra che é la più estesa, costosa, tremenda delle guerre che mai si sono vedute in queste contrade. Miglior sorte purtroppo non avranno le dissertazioni che ora si stanno facendo sull'idillio della pace futura. Possono essere utile consolazione per chi soffre, non sono certo previsioni probabili per l'avvenire.

I sentimenti degli uomini mutano poco e lentamente, non si impongono colla forza, quindi é probabilissimo che quelli che ora si osservano seguiteranno ad osservarsi per lungo volgere di anni e che i loro effetti futuri di poco differiranno dai passati. Chi vuole avere un chiaro concetto di tale prevalere delle cause profonde sulle superficiali deve tornare colla mente agli anni che seguirono l'anno 1815. Pareva proprio allora che la Santa Alleanza, strapotente di armi e di consigli, avesse ristabilito quell'equilibrio che ora si rimanda al futuro, e dato uno stabile e duraturo assetto all'Europa. Eppure, appena quindici anni dopo, cioè nel 1830, principiano moti, che si rinnovano nel 1848; seguita poi a mutarsi e rimutarsi la carta d'Europa, tantoché, prima assai della fine del secolo XIX, la Santa Alleanza non era più che un ricordo archeologico, che pareva avere suo luogo in un remotissimo pas

Si possono fare solo due ipotesi sul modo col quale avrà termine la presente guerra, cioé:
1) Che finirà con una pace nella quale le forze degli avversari staranno alla pari, o quasi, ed è evidente che, in tal caso, la pace sarà solo una tregua ;
2) Che finirà colla piena, intera, assoluta vittoria di uno degli avversari. Se é la Triplice Intesa che vincerà, non si vede come potrà ridurre impotente per l'avvenire la Germania, più di quanto fu dato di compiere a Napoleone I riguardo alla Prussia, dopo la vittoria di Jena. Anzi, come allora accadde, potrebbero i dolori della disfatta rinfocolare e rafforzare i sentimenti patriottici dei Tedeschi.
S
e vincono gli Imperi Centrali, neppure si vede come potranno distruggere l'immenso impero britannico, e togliere che di nuovo se ne uniscano le disgiunte membra in una comune brama di rivincita e di vendetta; a rendere la quale opera maggiormente efficace potrebbe aggiungersi la potentissima forza degli Stati Uniti d'America.

Neppure si scorge come, in modo efficace, si potrebbe distruggere l'estesissimo impero russo ed impedirgli di prepararsi alla riscossa. Aggiungasi che il trionfo del militarismo prussiano potrebbe essere cagione che ne scemasse e poi ne sparisse il potere, come, in circostanze analoghe, intervenne all'Areopago di Atene dopo le guerre persiane, e al Senato di Roma dopo le guerre di conquista del bacino del Mediterraneo. La plutocrazia e la democrazia ci sono in Germania come in altri Paesi, ed hanno solo una evoluzione in ritardo su quella di altri paesi ; oggi sono tenute soggette, domani possono avviarsi ad essere dominanti ; e tra la Germania presente e la Germania della fine del secolo XX, non é impossibile che corra tanta e più diversità che tra l'Inghilterra del Wellington e l'Inghilterra dei Lloyd George.
Probabilmente l'evoluzione del reggimento plutocratico, democratico, o demagogico seguiterà in tutti i paesi civili; esso avrà termine consumando sé stesso e perchè verrà ad urtare ostacoli aventi origine dalla stessa sua evoluzione, come accadde per il passato per reggimenti analoghi; ma di tale argomento non é qui il luogo di fare discorso.

(Fatti e teorie, pagg. 29m56. La guerra e i suoi principali fattori)


ancora di Vilfredo Pareto alcune pagine di...


"TRASFORMAZIONE DELLA DEMOCRAZIA"


PAGINE SPARSE

* IL PERPETUO DIVENIRE SOCIALE
* IMPOSSIBILITA' DI DEFINIRE LA DEMOCRAZIA
* IMPOSSIBILITA' DI STABILIRE DEGLI OPTIMUN
* ACCORDI FRA MITI E SENTIMENTI
* I RESIDUI COME NESSO PSICOLOGICO COL PASSATO
* FORSE CENTRIPETE E FORZE CENTRIFUGHE
* RICOSTRUZIONE DEL POTERE CENTRALE E RIVALUTAZIONE DELL'INTELLIGENZA
* ELEMENTI CHE COMPONGONO LA PLUTOCRAZIA DEMAGOGICA
* LA FINE DEL CICLO PLUROCRATICO
* I SENTIMENTI DELLA CLASSE BORGHESE E QUELLI DEL PROLETARIATO
* COME COMINCERA' IL NUOVO CICLO?

 

* IL PERPETUO DIVENIRE SOCIALE
(pag.11-12)

L'ordinamento sociale non é mai in perfetta quiete: é in perpetuo divenire; ma il moto può essere più o meno veloce. Esso si osserva nell'antichità, tanto a Sparta come ad Atene; nei tempi moderni, tanto nella Cina come in Inghilterra. La differenza sta in ciò che il moto può essere lento, come a Sparta e nella Cina, o veloce, come ad Atene e nell'Inghilterra. Simili differenze si hanno in uno stesso paese ed in tempi diversi. Mai non posa, per esempio, il moto, in Italia, dai tempi leggendari di Romolo ai giorni nostri, ma non si manifesta ogni anno con la stessa intensità.
Agevole é l'intendere come un'era nuova sia segnata, per il fedele della religione cristiana, dalla venuta di Cristo, per il musulmano, dall'egira, per il fedele delle religioni « democratiche », dalla rivoluzione francese del 1789, per il fedele di una delle religioni della terza Internazionale, dalla rivoluzione del Lenin, e via di seguito; né su ciò menomamente contende là scienza logicosperimentale, poiché l'argomento essendo di fede trascende interamente dal campo sperimentale; ma se si rimane in esso, se gli avvenimenti si studiano solo come fatti, lasciando da parte la fede, si conosce tosto che le ere sono nuove solo di forma, mentre, nella sostanza, sono punti corrispondenti a cime della curva continua del moto. Vi era, ragionando dal tetto in giù, un cristianesimo prima di Cristo, un maomettismo prima di Maometto, una « democrazia » prima della rivoluzione francese, un Bolscevismo prima della rivoluzione di Lenin".


* IMPOSSIBILITA' DI DEFINIRE LA DEMOCRAZIA
(pag.6)


"... Il termine democrazia è indeterminato, come molti altri termini del linguaggio volgare. Il Summer Maine credé di scansare le difficoltà che si hanno usandolo, sostituendovi il termine di governo popolare; e tale é il nome che diede ai suoi Saggi. Ma il secondo termine non é meglio definito del primo, né vi è speranza di trovarne altro per dare forma rigorosa e precisa a ciò che è indeterminato e fugace.
Poi, a dir vero, c'è non già una repentina trasformazione di uno stato in un altro, bensì una continua mutazione simile a quella che il tempo reca agli esseri viventi ; ed è di quel movimento sociale che qui vogliamo studiare un tratto.
Sperimentalmente, dobbiamo collocarlo nella serie sua, non solo, ma perfino in quella dell'insieme dei fenomeni sociali ; altrimenti saremmo esposti al pericolo di fare, invece di una ricerca oggettiva, una esposizione soggettiva di sentimenti suscitati dalla veduta di quest'ultimo tratto".


* IMPOSSIBILITA' DI STABILIRE DEGLI OPTIMUN
(Pagg. 14-19)


"La prima (conseguenza) è che, ogni stato essendo prodotto dai passati ed origine dei futuri, chi volesse dare di esso un giudizio assoluto di « bene » o di « male » dovrebbe conoscere tutti quegli stati futuri sino all'infinito (Sociologia 2238-2248); e poiché ciò non è possibile, non può dare tale giudizio e deve lasciare l'assoluto per appigliarsi al contingente, definire questi termini bene e male, ricercare solo gli effetti prossimi dello stato che studia, fissando all'incirca il limite che indica questo termine prossimo.
Le proscrizioni dei triunviri, a Roma, il terrore al tempo della prima Rivoluzione francese, il terrore dei Bolscevisti sono un « bene » od un « male »? Il sentimento, la fede, il ragionamento che muove da concetti A PRIORI, metafisici, od altri, hanno modo di risolvere questo quesito, non lo ha la pura scienza logico-sperimentale.
Un lontano concetto di tale dipendenza dei vari fenomeni si ha nell'asserzione del Clemenceau che la Rivoluzione francese devesi considerare tutta insieme (come un blocco, e che chi la accetta in parte, deve accettarla tutta. Qui si vede bene la differenza tra i ragionamenti scientifici e le derivazioni. Il Clemenceau, posto questo principio, doveva, se voleva essere logico, estenderlo alla presente rivoluzione russa. Invece egli lo trascura, senza dare motivo alcuno, non considera la rivoluzione russa come un blocco, la condanna per il suo terrore, pure rifiutandosi a condannare, per cagione proprio identica, la Rivoluzione francese.

Cogliamo l'occasione per osservare che il fatto ora notato è un caso particolare di altro molto più generale. Poco di veramente nuovo si può dire dei fatti sociali che si riproducono in ogni tempo, poiché infine una qualche impressione debbono avere fatto sugli uomini intelligenti che li hanno veduti, e la differenza fra questa ed altra che appartenga alla scienza può essere solo di una maggiore approssimazione alla verità sperimentale.
Così, da una terra « grassa » e da una « magra », l'ignorante ha impressioni diverse di quelle del chimico; il secondo sa, ed il primo ignora di quali elementi sono composte le terre che hanno quei nomi, i quali, per il primo, sono reputati precisi e da accettarsi, e pel secondo sono mancanti di precisione e quindi da rigettarsi da ogni ragionamento rigorosamente scientifico. Sarebbe dunque un'enorme sciocchezza il negare il progresso fatto dalla chimica, o il dire che il chimico plagia l'ignorante; e sono di tal fatta le osservazioni di quei messeri che ogni nuova teoria dicono copiata in autori passati, giungendo sino a trovare in Aristotele le teorie dei Darwin.

Riguardo al complesso economico, nell'osservazione biblica delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre, come nell'opera del Clément Juglar sulle crisi economiche, c'è il concetto delle oscillazioni, ma l'approssimazione alla realtà è diversa. Tale è pure, riguardo al complesso sociale, l'approssimazione della teoria metafisica del Vico, di quella del Ferrari, o di quella moderna della scienza logico-sperimentale (Vedi Sociologia, parag. 2330).
L'attento studio dei fatti ci insegna una cosa importantissima, cioè che « le oscillazioni delle varie parti del fenomeno sociale sono in relazione di interdipendenza, al pari delle parti stesse, e sono semplicemente manifestazioni dei mutamenti di esse. Se si può dire che il periodo discendente è CAUSA del periodo ascendente, e viceversa per il seguito; ma ciò si deve intendere solo nel senso che il periodo ascendente è indissolubilmente congiunto al periodo discendente che lo precede, e viceversa per il seguito; dunque in generale : che i diversi periodi sono solo manifestazioni di un unico stato di cose e che l'osservazione ce li mostra succedertisi l'uno all'altro; per modo che il seguire tale successione é un'uniformità sperimentale. Vi sono vari generi di queste oscillazioni, secondo il tempo in cui si compiono. Questo tempo può essere brevissimo, breve, lungo, lunghissimo (2338) ».
Avremo dunque qui da ricercare se la trasformazione alla quale assistiamo è una di quelle brevi, accidentali, o se accenna ad uno spostamento medio, o di lunga durata (1718).

Altra conseguenza si ha osservando che la ricerca dell' « ottimo » governo è vana, chimerica, non solo per l'indeterminatezza del termine: ottimo (2110), ma ancora perché si suppone possibile un evento impossibile, cioè che il moto si quieti in quello stato detto ottimo.
Anche in più ristretti confini, si incontrano grandi difficoltà. aventi origine nello stato ancora poco progredito della scienza sociale. Per altro è lecito sperare che ognora scemino gli ostacoli che ci nascondono la dipendenza dei fatti sociali e le uniformità di essi.
Se volgiamo l'attenzione alte molte teorie degli stati parlamentari e costituzionali esposte nel secolo scorso, vedremo che nessuna vale per gli avvenimenti che seguono ora: esse vanno da un parte, i fatti dall'altra. Chi, per esempio rilegge il libro del Mill sul governo rappresentativo e l'altro sulla libertà, che ebbero un tempo tanta fama si trova trasportato dalla mente in una società la quale nulla ha che fare con la società inglese contemporanea, e gli pare di essere proprio fuori della realtà.

Chi si cura più dell'equilibrio dei poteri? Del giusto equilibrio tra i diritti dello Stato e quelli dell'individuo? Il riverito stato etico é sempre in vita? Bellissima immaginazione é certo stato hegeliano, sopravvissuta per uso e consumo della sociologia poetica e metafisica, ma i lavoratori preferiscono le realtà agibili degli alti salari, delle imposte progressive, del maggior ozio, senza sdegnare i propri miti, come sarebbe quello del santo proletariato, dello spirito del male che si manifesta nell'ordinamento capitalista (1890), di un governo ideale di un consiglio di operai e di soldati, e di altri di simile genere".


ACCORDO FRA MITI E SENTIMENTI
(Pagg. 9-23)


"Ora si rinnovano miti e profezie. Per alcuni, la SOCIETA' delle NAZIONI, il trionfo « dei difensori del diritto e della giustizia » - c'è chi aggiunge : « della libertà », - per altri, il Bolscevismo debbono recare pace e gioia al mondo. Certo in parecchi tali credenze sono finte, ma in altri molti muovono da sincera e viva fede. Per quanto possa parere strano, non sono pochi coloro che, anche oggi, dopo che principiarono i disinganni, sono persuasi, che la Società delle Nazioni sarà un toccasana per guarire i mali del mondo. Ci sono quelli, ma pochi invero, che serbano fede ai quattordici punti del Wilson, il quale, meglio dei pensatori vissuti sin ora, seppe trovare le fondamenta dell'ottima repubblica. E perché non ci sarebbero? Ci sono ancora coloro che credono alle arti magiche, e persino - dicesi - c'è chi invoca il diavolo; e poi non vediamo quanto sono numerosi i credenti della Christian science?

Proseguiamo con le conseguenze. Quando si esamina se un provvedimento é « buono, giusto, equo, morale, religioso, patriottico, ecc. », si indaga se é d'accordo coi sentimenti, in generale poco precisi, di una collettività in un dato tempo, e ciò può essere utile se si ha bisogno del consenso di questa collettività, ma serve poco o nulla per conoscere se recare in pratica tale provvedimento è possibile, e quando ciò sia, che conseguenze economiche e sociali si avranno.

C'è il poco, perché il solo fatto del sussistere da molto tempo di un concetto in una società dimostra che é compatibile con le condizioni di questa e quindi reca una certa probabilità che un provvedimento d'accordo con tale concetto, si accordi pure con le condizioni di essa società (1778, 2520). C'è il nulla, quando l'accordo segue con la parte - spesso non piccola - del concetto la quale non corrisponde alla realtà.
Per esempio, il sapere se l'andare in Asia per liberare il gran sepolcro di Cristo era atto religioso, giovava per prevedere l'accoglienza che coloro in cui potente era la fede cristiana avrebbero fatto alle Crociate, ma valeva proprio niente per conoscere le conseguenze economiche, politiche, sociali. Il barone che si crociava sarà stato un ottimo cristiano - talvolta era principalmente un irrequieto ricercatore di avventure - ma era certamente un cattivo signore feudale, perché preparava la rovina della sua casta. I borghesi del tempo nostro, tanto vogliosi di fare guerra, saranno ottimi patrioti - tra loro non mancano pure pescecani - ma sono, in parte, artefici di una prossima rovina della loro classe...

Può darsi che sia «giusto, lodevole, desiderabile, moralmente necessario » che gli operai lavorino poche ore al giorno e riscuotano paghe enormi, ma questo problema é diverso dai due seguenti : 1) E' ciò possibile in realtà, cioè con paghe reali e non solo nominali? 2) Che conseguenze avrà tale condizione di cose?"



I RESIDUI COME NESSO PSICOLOGICO COL PASSATO
(Pagg. 25-27, 31-34)

"Un'istituzione, un fatto sociale che si osservano in un dati tempo possono essere ma non sono necessariamente trasformazioni dirette di altra istituzione, di altro fatto. L'evoluzione non si fa generalmente in linea retta (217) e la comunanza di certi elementi non si deve confondere colla discendenza. Analoghi nella classe degli uccelli ed in quella dei mammiferi sono i rapaci ed i felini, ma nessuno, neppure tra i più spinti Darwinisti, ha mai detto che i felini discendono dai rapaci.
Analoghe sono i sindacati nostri e le ghilde del medio evo; ma se taluni fervidi seguaci del metodo vollero vedervi un caso di discendenza diretta, altri, maggiormente curanti dell'esperienza, negarono ciò recisamente.
In ogni collettività umana stanno in contrasto due forze. Una, che si potrebbe dire centripeta, spinge alla concentrazione del potere centrale, l'altra, che si potrebbe dire centrifuga, spinge alla sua divisione.
Esse dipendono essenzialmente dal genere a cui ponemmo il nome di «persistenza delle relazioni di un uomo con altri uomini e con luoghi », nonché da alcuni generi della classe detta dei « residui in relazione colla socialità ».

Il crescere d'intensità dei residui delle relazioni di famiglia e di collettività affini (anche indipendenti dalla famiglia), del bisogno di società particolari, il quale spesso é in rapporto con le condizioni economiche, lo scemare del bisogno di uniformità, spessissimo in rapporto coi residui di sentimenti detti religiosi, l'aumentare della entità di certi sentimenti di gerarchia, in paragone di certi altri, fanno crescere la forza centrifuga, scemare la centripeta.
Sappiamo che l'andamento dei residui segue una curva fatta a onde; possiamo quindi prevedere che di tal genere sarà pure la curva seguita dalle risultanti, cioè dalle forze centrifuga e centripeta.
Con eterna vicenda, il punto di equilibrio di queste due forze si sposta ora da una parte, ora dall'altra, non in modo regolare e identico, ma variamente secondo il tempo; e tali oscillazioni si manifestano con molti e vari fenomeni.
Ad uno di questi, avvenuto nel medio evo, in Europa, venne posto il nome di periodo feudale.
In Francia, tale periodo è propriamente una seconda e più ampia oscillazione, preceduta da una prima meno notevole. La monarchia dei Merovingi aveva un potere centrale importante, che si sgretolò al tempo in cui sorse il governo dei Carolingi. Questi ricostituirono un potere centrale fortissimo, che nuovamente si sgretolò sotto gli ultimi sovrani della loro stirpe, e che nuovamente, dopo lungo tempo, fu fatto rinascere, sotto altra forma, dai re di Francia.
Studiando, in generale, la storia di vari tempi e di vari paesi, si trovarono altri periodi analoghi, i quali, prendendo la parte pel tutto, furono pure detti feudali.
Si osservò che sorgevano e poi tramontavano, ossia che erano fenomeni dinamici, e più precisamente oscillazioni.
Ciò é quanto vi é di reale nella teoria del Vico, dei « ricorsi » dei feudi ; ma egli sbaglia nel dare forme identiche alle varie oscillazioni e nei particolari, tra i quali vi sono immaginazioni che ci portano fuori del campo sperimentale.
Anche rimanendo in tal campo, innumerevoli sono le teorie a cui ha dato origine il fenomeno della feudalità in Europa. Non ho la minima intenzione di farne la storia, non solo per ragione di spazio, ma perché sarebbe superfluo, inutile, per il fine di questo scritto; ma può giovare recare esempi che mostrino come teorie diverse nella forma, hanno, nella sostanza, alcuna cosa comune.

Il Montesquieu dà al fenomeno quella forma di evoluzione in linea retta che abbiamo notato. Egli trova, nei popoli dell'antica Germania, l'origine del vassallaggio, il quale poi, di trasformazione in trasformazione, mette capo ai feudi. Teorie di questo genere sono giunte sino a noi, e naturalmente sono preferite dai Tedeschi, perché gli uomini sono inclini a preferire le derivazioni che meglio si confanno ai loro sentimenti. Per lo stesso motivo, autori dei popoli detti latini, accogliendo pure la teoria dell'evoluzione diretta, cercano l'origine, non più in Germania, bensì nella società romana, e risalgono al precario, alla clientela. Di reale in queste teorie c'è la manifestazione del bisogno di società particolari e il mutamento nei residui della socialità. Ciò pure si trova nella teoria del Falch, il quale vede nel « clan » l'origine della società feudale dei secoli XI e XII.

Analoghe teorie troviamo per spiegare il fenomeno delle Trade Unions odierne. Chi, per ciò fare, risale alle corporazioni romane, chi, più discreto, si ferma alle ghilde medioevali, oppure alle associazioni di salariati di quel tempo. Nella loro storia del Trade Unionismo, i Webb giustamente rifiutano queste teorie. (SYDNEY ET BEATRICE WEBB Histoire du Trade Unionisme traduit par Albert Méti, Paris, 1897).



FORZE CENTRIPEDE E FORZE CENTRIFUGHE
(Pagg. 41-57)


"Gli spostamenti del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga hanno le caratteristiche seguenti.
Nel periodo dello spostamento per il verso della forza centrifuga, il potere centrale, sia esso monarchico, oligarchico, popolare, della plebe tutto ciò preme poco - va affievolendosi ; ciò che chiamasi la «sovranità » di esso potere inclina a diventare un nome vuoto di senso, si sgretola e copre dei suoi ruderi il paese; cresce il potere di alcuni individui, di alcune collettività, subordinate ancora in teoria, acquistanti indipendenza in pratica. In conseguenza coloro che di tali categorie non fanno parte, i deboli, più non essendo protetti dal sovrano, cercano altrove la protezione, la giustizia: si danno in fede ad un uomo potente, si associano pubblicamente o segretamente con altri deboli, fanno parte di una corporazione, di un comune, di un sindacato.
Da questo stesso movimento traggono origine circostanze che vi si oppongono. Proseguendo l'evoluzione, la protezione, poco alla volta si muta in soggezione; cresce quindi il numero degli avversari all'ordinamento esistente, e se le condizioni sociali o principalmente le economiche sono favorevoli, cresce pure la loro forza. Scema, invece, quella dei molti partecipanti alla sovranità, perchè, man mano che diviene in loro minore il timore del potere centrale, si fanno maggiori le rivalità, facilmente trascendenti in aperti conflitti, volgenti all'anarchia, e che sussisteranno anche quando il potere centrale tornerà a rinvigorire.

Il bisogno di protezione dei deboli é generale (2180) e si manifesta con il ricercarla presso chi ha il potere, cioè presso i vari signori, quando prevale la forca centripeta. Allorché le circostanze volgono a favorire questo secondo periodo, un governo centrale preesistente, o nuovo tanto nella forma quanto nella sostanza, in un tempo breve, o lungo, con subitanea violenza, o con lungo lavorio, debella l'oligarchia dominante, e torna a concentrare in sé la sovranità.
È notevole che questa trasformazione è spesso favorita da uno di quei fenomeni che diconsi « religiosi ». Ciò vediamo in Europa sul finire del medio evo, in Russia al tempo di Ivano detto il Terribile, al Giappone nel secolo XIX, ed in altri molti casi; né si deve reputare coincidenza fortuita, ma è naturale conseguenza delle relazioni che ci fa conoscere l'esperienza, poiché il rinvigorirsi dei sentimenti religiosi é manifestazione di una cresciuta attività dei sentimenti a cui abbiamo posto nome: persistenza degli aggregati; i quali sono il cemento delle società umane.

I conflitti internazionali operano altresì sui movimenti, sia per il verso centripeto come per quello centrifugo. La disfatta del potere centrale in una guerra può concorrere a farlo cadere, e quindi favorisce il moto centrifugo; la vittoria può avere effetti opposti. Ma ciò non segue sempre. Se la vittoria è stata conseguita con largo aiuto, con gravi sacrifici dei soggetti, il potere centrale può essere indebolito. Ai tempi degli eserciti ristretti, di mestiere, tale pericolo facilmente si scansava. Così poterono guerreggiare a lungo fra loro i successori di Alessandro; similmente l'Impero romano poté sussistere in uno stato di guerra quasi continuo, e le grandi monarchie moderne, in Europa, poterono procacciarsi per molto tempo il lusso di incessanti guerre, che dissanguavano i loro popoli. Invece la presente guerra mondiale, che spinse nella battaglia intere popolazioni, scosse fortemente il potere centrale, tanta nei paesi vinti come nei vincitori...

Ebbe anche effetti non piccoli per accelerare un'evoluzione che, altrimenti, sarebbe pur seguita, ma molto più lentamente.
Per non aver saputo rimanere d'accordo, da una parte la Russia, dall'altra la Germania e l'Austria-Ungheria, caddero questi imperi, detti conservatori, che, uniti, sarebbero stati invincibili e furono sostituiti da governi detti democratici o da altri simili. Per discordie cagionate da eccessiva cupidigia e per la lunga guerra che ne fu la conseguenza, traballa ora il regime della plutocrazia demagogica ed é scosso l'intero ordinamento borghese. I suoi governanti non usarono solo della religione imperialista: ne abusarono. Se avessero fatto pace nel 1917, potevano sperare di durare più a lungo; vollero stravincere da una parte, non confessarsi vinti dall'altra, e così saranno stati artefici di una probabile rovina. I loro avversari operano saggiamente lasciandoli divincolarsi invano in inestricabili difficoltà. `
Molti sono gli esempi di onde simili riguardo al movimento del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.

Se poniamo mente allo stato dell'Europa Occidentale dall'anno 774 all'anno 800, troviamo un potere centrale veramente preponderante. Carlomagno impone la sua autorità non solo ai laici ma anche alla Chiesa: nessuno nel vasto impero ardisce erigersi contro di lui. Poi, presto muta l'aspetto delle cose e la morte dell'ultimo imperatore carolingio, nell'899, lascia l'Europa Occidentale in stato di anarchia. Poco più di un secolo è il tempo in cui si é compiuta parte notevole dell'oscillazione del punto di equilibrio della forza centripeta e della centrifuga.
Si é voluto vedere nell'invasione dei Normanni la « cagione » del disfacimento dell'impero Carolingio; ma, in tal caso, come va che l'invasione Saracena ben altrimenti temibile, giovò invece a fondare tale Impero? In realtà, gli effetti dei conflitti esteri si aggiunsero, non si sostituirono agli effetti delle circostanze interne.

Al principio del secolo XIX, in Inghilterra, abbiamo un punto di equilibrio per il verso della forza centripeta. Il Parlamento allora é veramente sovrano. Avrebbe mosso le risa l'opporre al suo potere quello di associazioni simili ai nostri sindacati, come sarebbe parso ridicolo l'opporre al potere del glorioso Carlomagno quello di un signorotto chiuso nel suo maniero, simile a coloro che furono poi i feudatari. Oggi, é trascorso più di un secolo dal tempo dell'onnipossente Parlamento, che, dicevasi in Inghilterra, poteva tutto fuorché cambiare un uomo in donna, ed il suo potere in parte svanito, si é sgretolato: ne hanno ereditato i sindacati che trattano alla pari col Parlamento e col Governo, che ne é il comitato esecutivo.
Il 10 febbraio 1920, il Lloyd George disse ai Comuni : « Le difficoltà che si hanno per gli alloggi a buon mercato hanno origine dalla mancanza di operai e dall'opera delle Trade Unions che non permettono di impiegare i 350.000 operai smobilitati chi sarebbero capaci di fare tale lavoro ».

Dunque costoro, per lavorare, debbono avere il permesso dei sindacati. Il Parlamento tutelerà il loro diritto di lavorare? NO; il Lloyd George prosegue : «Spetta al partito operaio di considerare che l'utilità delle corporazione non deve essere preferita all'utilità nazionale ». Or sono pochi anni si diceva l'opposto, e si stimava che al Parlamento, non ad associazioni private, spettasse di provvedere perché interessi privati non prevalessero sull'interesse generale.
Si hanno conseguenze strane. In Italia, per impedire la distruzione del bestiame, si decreta che è divieto consumare carne íl venerdì ed il sabato; chi in quei giorni distrugge una bistecca è punito; ma se fa parte di un sindacato, a lui é lecito di distruggere impunemente l'intero bove. Proprio quando il Governo decretava tali ipocrite restrizioni accadevano in Italia scioperi agricoli; e gli scioperanti, sotto lo sguardo benevolo, paterno della pubblica forza, impedivano che si desse da mangiare e bere al bestiame, bastonavano persino il proprietario che tentasse di farlo; vietavano inoltre che si potesse vendere il bestiame per il consumo.

I sudditi di Carlomagno dipendono direttamente da lui, come re dei Franchi e come Imperatore, ed a lui, come tale, giurano fedeltà. Invigorendo ed ampliando un'istituzione anteriore, egli manda i suoi missi per tutto l'Impero, « affinché diligentemente inquisiscano dappertutto ove alcun uomo si querelasse per ingiustizia a lui fatta da altri » ; e vuole che non si pieghino «per delazione, per premio, per alcun vincolo consanguineo, o timore dei potenti ». In un altro capitolare si legge : « Se per caso alcun vescovo o conte trascurassero il proprio ufficio, siano corretti per l'ammonizione di questi (dei miss:), e tutto il popolo sappia ad essi essere imposto che chiunque, per negligenza od incuria, o difetto di potere del Conte, non poté ottenere giustizia, possa querelarsi primieramente presso di loro, e coll'aiuto loro ottenere giustizia; e quando alcuno a noi, indotto da necessità, avrà ricorso, ad essi possiamo dare mandato di definire la causa ».
Sotto i successori di Carlomagno, ci sono ancora dei missi dominici, ma il loro potere e la loro importanza van man mano scemando e finiscono in niente. Carlo il Calvo minaccia ancora di inviare chi faccia obbedire la proibizione sua di edificare nuovi castelli, ma é minaccia vana, ed i castelli cresceranno ugualmente di numero e di forza. Le piccole sovranità locali s'innalzano sulle rovine della sovranità centrale.

Bisogna avere cura di non confondere lo stato di fatto e lo stato ideale, legale, per indicarlo con un termine moderno. In Francia, l'autorità di fatto del re sparisce all'avvenimento del Capeto, l'autorità ideale sussiste sempre, si salva dalle burrasche della feudalità, e serve poi a giustificare e a rinvigorire la rinascenza dell'autorità di fatto. Molte teorie pongono un rapporto inverso, vogliono che l'autorità ideale sia stata origine, « causa » della nuova autorità di fatto, ma sono inquinate dall'errore che sta nel volere a priori spiegare i fatti colle idee; mentre l'esperienza insegna che spessissimo le idee sono conseguenza dei fatti.
Il progresso della feudalità ha alcunché di simile al progresso dei sindacati nostri.. lo studio di questo, che segue sotto i nostri occhi, giova per meglio intendere quello, più remoto e meno noto; viceversa, il poco che il fenomeno passato sappiamo non é inutile per acquistare chiari concetti del moderno.
Colla restrizione che, solo per comodo di esposizione, é lecito sostituire trasformazioni discontinue alle continue, possiamo accettare le divisioni fissate dai Webb, per la storia delle Trade Unions. Come é ben noto, sono le seguenti : dal 1799 al 1825, conflitto per la vita. Dal 1829 al 1842, periodo rivoluzionario. Dal 1843 al 1860, nuovo spirito e nuovo modello. Dal 1860 al 1875 la Giunta ed i suoi alleati. Dal 1875 al 1889, l'antico ed il nuovo unionismo. Dal 1892 al 1894 il mondo delle Trade Unions.

Occorre aggiungere che l'ultimo periodo prosegue fino all'inizio della guerra mondiale, e che dopo la fine di questa principia un nuovo periodo, il quale potrebbe essere quello della vittoria del Sindacalismo. In ogni modo il progresso é certo e considerevole; ed inoltre é generale, osservandosi pure in altri paesi.
Siamo giunti a tanto che, rispetto al potere centrale, tra la forma e la realtà dell'ordinamento, c'é un distacco che va facendosi ognora maggiore.
Il Fustel de Coulanges ha confutato la teoria secondo la quale gli articoli di Kiersy, nell'anno 877, sarebbero stati il punto di origine della Società feudale. La sua dimostrazione pare buona per il punto di trasformazione dello stato ideale, mancante per i punto della trasformazione di fatto. Egli stesso lo riconosce, scrivendo: « (p. 473) Maintenant que notre analyse a ramené les articles de Kiersy à leur véritable sens, il imporle de voir s'ils n'ont pas eu, ainsi qu'il arrive quelquefois, une portée plus grande et plus (paragrafo 474) générale que celle que leur auteur voulait leur donner (direbbesi meglio : del senso letterale). Notons d'aborti les usages et les pratiques qui y sont contenus. Nous ne parlerons pas de l'art. I qui marque la grande place que I'église s'est faite dans l'état (al presente la Chiesa é sostituita dal socialismo, specialmente dal socialismo trasformista). Il n'est pas d'ailleurs une innovation. Nous ne dirons rien non plus sur quelques articles, tels que le 2, le 5, les n. 18 à 22, où Charles le Chauve, tout en parlant en Maître; laisse voir sa crainte de ne pas étre obéi"

Similmente Parlamenti e governi nostri mettono fuori leggi e decreti, pur sapendo che poco o niente saranno obbediti dai sindacati. Per esempio vietano a coloro che hanno pubblico ufficio di fare sciopero, e i sindacati di tale divieto non si curano.

Quando avviene lo sciopero, fanno la voce grossa, minacciano di destituzione gli scioperanti, che ridono di questo spaventapasseri. Fanno codici e leggi per tutelare la proprietà privata, e la lasciano manomettere dai sindacati; anzi, come colui che, caduto da cavallo, esclamò : «volevo scendere » si studiano di dare forma legale o pseudo legale alla seguita usurpazione). "Nous n'insisterons pas sur le 18, par lequel le roi éprouve le besoin de rappeler aux comtes qu'ils sont des fonctionnaires (proprio ciò che dicono i governi nostri ai ferrovieri, che se ne curano ancora meno di quanto i grandi di Carlo il Calvo si curarono degli ammonimenti dei loro signore) et qu'ils ont des devoirs d'administrateurs et de juges, comme s'ils avaient oublié ces devoirs; il semble que les Missi eux rnémes soient portés à négliger les leurs (e i nostri magistrati?). L'article 4 et la réponse qui y est faite par les grands rnéritent une attention particuliére. On y voit le roi et les fidèles prendre des engagements les uns envers les autres (proprio ciò che segue ora nei trattati di pace tra i governi e potenti sindacati, come. sarebbero quelli dei minatori in Inghilterra, dei ferrovieri, un poco dappertutto). Più lungi, c'é un'altra analogia con lo stato nostro. « (p. 474)
Le roi y prononce encore le mot « obéissance » ; mais il est visible qu'il ne s'agit plus de cette obéissance generale, obligatoire, supérieure aux volontés, que des suiets doivent à un roi dans un état monarchique (e alle assemblee legislative in una repubblica). Il s'agit seulement de celle qu'un homme doit à celui à qui il l'a promise (di quella, direbbesi oggi, che un sindacato deve al governo col quale ha fatto un trattato di pace, e solo finché ad esso piace di rispettare questo trattato) ». (p. 475). Ce qui est curieux ici, c'est la simplicité avec laquelle ces idées sont exprimées comme vérités connues, banales, naturelles, incontentestées».

Similmente ora, il trattare da pari i sindacati col governo pare cosa naturale e sulla quale non c'é da contendere. I ferrovieri, pagati dallo Stato, rifiutano di trasportare sulle ferrovie, proprietà dello Stato, soldati e carabinieri. Se non pienamente nel fatto, almeno nei concetti, appare qui un ordinamento analogo a quello dell'immunità, nel medio evo. I ferrovieri stimano, sia pure in modo non ancora preciso, che il potere del Governo centrare si fermi ai confini del loro dominio, il quale si estende sui trasporti mediante ferrovie. Opinioni più o meno analoghe si fanno strada in altri sindacati.
Sicuri indizi dello sgretolarsi del potere centrale é la facoltà di sottrarsi alla sua giustizia; e del suo risorgere, l'obbligo di assoggettarvisi. Anche qui, lo stato di fatto precede lo stato ideale ed il legale, nei quali solo poco alla volta va trasformandosi.

Oggi vediamo appunto seguire una di queste trasformazioni. L'immunità dei sindacati non ha ancora raggiunto forma precisa, come l'aveva sotto i Carolingi, l'immunità della Chiesa e dei laici, ma va costituendosi a grado a grado. In molti casi, di cui il numero e l'importanza crescono ogni giorno, i sindacati, consenziente parte dell'opinione pubblica, non ammettono che si dia esecuzione a leggi e a regolamenti.
Se allo Stato fosse imposto di annullarli, si raggiungerebbe lo scopo per una via che, almeno nella forma, rispetterebbe il potere del governo centrale, ma se si tiene la via di non curarsi delle sue decisioni, si distrugge, anche nella forma, il fondamento della sua sovranità. Gli scioperi detti di « solidarietà » dimostrano come, di fronte ad essa, si erge una lega di piccole sovranità particolari, miranti all'indipendenza.
Ogni evento, spesso di poco o nessun conto può dare occasione alla resistenza ed all'offensiva dei sindacati e delle loro leghe.

In Francia, bastò che, nel febbraio 1920, in virtù di un articolo del regolamento delle ferrovie, fosse sospeso dall'impiego per due giorni un dipendente della Società Parigi-Lione-Mediterraneo, il quale aveva, senza permesso, abbandonato il lavoro, perché i sindacati decidessero ed effettuassero lo sciopero generale dei ferrovieri. In casi simili, all'atto di volere fare osservare leggi e regolamenti viene dato il nome di « violazione delle libertà sindacali », ed é propriamente simile ad una violazione dell'immunità medioevale.
Si nota un'inclinazione a non limitare il privilegio dei sindacati ai conflitti professionali, e ad estenderlo a quelli tra i componenti dei sindacati e coloro che non ne fanno parte. Quelli attraggono questi nel foro privilegiato, e se resiste il potere centrale, si minaccia e si reca ad effetto lo sciopero.

Sotto l'ordinamento feudale, il vassallo non era interamente sottratto alla giustizia del re, occorreva solo seguire la gerarchia feudale, per giungervi, ed il signore diretto non poteva rifiutare di fare giustizia o di presentare il vassallo alla giustizia del signore superiore. Analoga guarentigia ci sarà forse un giorno nel diritto sudatale; per ora manca.
Vi è una conseguenza del sorgere e progredire del presente ordinamento anarchico, alla quale per ora non si pone grande attenzione, sebbene già si manifesti in vani fatti, ed é che, se procede il principiato movimento, saranno sempre maggiori in numero ed in importanza i conflitti fra i vani sindacati, e verranno così a contrasto non solo i sindacati dei lavoratori, da una parte e il rimanente della popolazione dall'altra, ma altresì i vani sindacati di ciascuna categoria.

Analogo fenomeno si ebbe nel medioevo, nei conflitti che accaddero fra coloro che si erano divisi le spoglie del potere centrale. Sinché questo rimane forte, i suoi competitori sono tenuti uniti, o almeno non troppo disgiunti, dal comune vantaggio. Ai grandi, sotto i Carolingi, premeva più di ogni altra cosa di sottrarsi al potere imperiale o regio, ai sindacati nostri preme, per ora, di prevalere sull'autorità dei Parlamenti e sugli interessi del rimanente della popolazione. Il 27 gennaio 1920, in un'adunanza dell'Ufficio Internazionale del Lavoro, il signor Guerin avendo detto che la competenza dei Parlamenti rimaneva intera, il Jouhaux rispose che "l'organizzazione internazionale del lavoro era un Parlamento economico di un genere superiore, di cui le decisioni dovevano essere solo ratificate dai vari Stati".

Man mano poi che va indebolendosi il potere centrale, crescono le manifestazioni della rivalità dei suoi avversari; quindi appaiono le guerre private dei feudatari Capeziani, quindi appariranno i conflitti dei futuri sindacati; e già lievi segni se ne scorgono nelle contese armata mano fra operai sindacati e crumiri, fra rossi e gialli, fra rossi e bianchi - stavo per scrivere tra ghibellini e guelfi -, che si svolgono sotto il benigno sguardo della podestà centrale, come un tempo le guerre private dei baroni sotto l'occhio del re".


RICOSTRUZIONE DEL POTERE CENTRALE
E RIVALUTAZIONE DELL'INTELLIGENZA
(Pagg.59-61 e 67-70)


Giova ai dominanti occultare il fatto che i loro privilegi gravano tutto il rimanente della popolazione, e trovano compiacenti adulatori che asseriscono che il peso è solo sui « ricchi »; ma è errore che i fatti finiscono col palesare; e in ogni modo, trascurando le teorie, coloro che fanno le spese dei privilegi inclineranno alla ribellione; nè li tratterranno molto le melate parole, le sdolcinate e leziose prediche di quei brodoloni che, consapevolmente avvicinandosi alle teorie Tolstoiane, vanno esortando la gente a non contrastare con i « tempi nuovi », a rassegnarsi all' inevitabile », a credere nel Vangelo del «divino proletario », dei « sacrosanti lavoratori », a « trasformarsi per non essere distrutti » : il che propriamente un darsi morte per scansare di averla da altri.

Tutto ciò può avere qualche effetto su una borghesia imbelle, imbecille, degenere al pari di tutte le «élites» in decadenza, ma farà poco prò cogli uomini energici della nuova «élite » ; per esempio, con i seguaci di un qualche Lenin.
Quando saranno cresciuti di numero e di intensità i conflitti fra i sindacati, fra le varie parti della società, sarà necessario, se questa non si deve sfasciare nell'anarchia, di risolverli. Cercare ciò sin d'ora, poco giova, perché l'esperienza dimostra che, in generale, solo la pratica, e non una preventiva teoria, trova la soluzione di simili problemi. La teoria del reggimento parlamentare in Inghilterra seguì, non precedè la pratica, e si modificò man mano che andava trasformandosi tale reggimento. Similmente non astratte e volute teorie ma atti pratici, spesso inconsapevoli sotto l'aspetto teorico, mutarono il governo parlamentare dello Statuto Albertino nel governo presente in Italia.

Non c'è nessun motivo di credere che, riguardo a simili evoluzioni, il futuro abbia da essere diverso del passato.
Per altro, appunto perciò, si può dire che, per risolvere il problema dell'ordinamento dei sindacati, non basterà, come credono taluni, sostituire ai Parlamenti moderni, adunanze dei delegati dei sindacati; poichè così si avrebbe solo la forma non la sostanza della soluzione.
E' semplice finzione la teoria che nei Parlamenti nostri vede la rappresentanza del complesso della nazione. In realtà essi rappresentano solo quella parte che sovrasta alle altre, sia coll'arte volpina, quando prevale il primo termine della plutocrazia demagogica, sia col numero, quando il secondo termine si rinvigorisce. La massima di altri tempi, che sta all'origine dei nostri reggimenti parlamentari, secondo la quale spettava a coloro che dovevano pagare i tributi lo approvarli, è ora, implicitamente od esplicitamente, sostituita dall'altra che spetta a coloro che non pagano i tributi lo approvarli e lo imporli agli altri. Un tempo erano i servi « tagliabili a pietà e misericordia », oggi sono tali gli agiati ; un tempo quelli dovevano con straordinari sussidi riparare le pazzie guerresche dei padroni, oggi a questi spetta tale ufficio; un tempo era severamente vietata l'emigrazione di servi, oggi è vietata quella dei « capitali ».

Piccolissime oscillazioni di tal fatta si hanno anche ai tempi nostri. Prima della guerra mondiale, il governo italiano attendeva a porre ostacoli all'emigrazione dei lavoratori, che tornava in danno dei «capitalisti»; oggi volge le cure a vietare l'esportazione dei « capitali » che - dicesi - reca danno ai lavoratori. Il Depretis mandava i soldati a fare la mietitura, per proteggere i proprietari contendenti con gli scioperanti; oggi, i governi tutelano questi anche quando impediscono con la forza che altri mietan le messi che essi vogliono lasciar marcire, per imporsi ai proprietari. Ma la teoria e la legislazione ancora non sono mutate; nelle Università si seguita ad insegnare la teoria che si insegnava al tempo del Depretis, e si cercherebbe invano nella raccolta delle leggi un atto legislativo che sancisca il mutamento

Forze notevoli operanti in favore del potere centrale sono praticamente gli interessi dei plutocrati, idealmente la religione dello Stato, coi suoi miti e la sua teologia. Essa si osserva in due partiti, nel rimanente molto diversi, cioè nei nazionalisti o imperialisti e nei socialisti di tipo Marxista, che potrebbero dirsi; classici, opposti all' "anarchia", alla libera concorrenza, al sindacalismo. In entrambi questi partiti, il potere è ora affievolito. Nel primo è stato svigorito dai disinganni della guerra mondiale, da cui, se fermata a tempo, avrebbe potuto acquistare gran forza, mentre si logorò con lo spingerla all'estremo. Nel secondo, si indebolì, nel campo ideale, per essersi i socialisti accostati, per un effimero vantaggio pratico, ai « democratici », cooperando con essi sotto diversi pretesti patriottici, non solo alla guerra, ma anche al governo.
Per altro, se ora le forze di tali partiti poco operano per giovare al potere centrale, potrà venir giorno, quando da capo il movimento avverrà per il verso centripeto, in cui queste forze, o meglio quelle dei successori dei presenti partiti, avranno opera efficace e notevole.

Simile avvicendarsi di fatti si osservò quando crebbe, e poi quando declinò la feudalità. Per esempio, lo scemare presente del credito dell'idealismo Marxista ha qualche analogia con quanto seguì per la dottrina dell'imperialismo dei proceres dì Carlo Magno, dopo la morte del grande imperatore, come pure il prevalere della terza Internazionale sulla prima o la seconda, non è senza somiglianza col prevalere della feudalità sull'imperialismo. Ma allo stesso modo che questo risorse, sotto la forma della dottrina dell'autorità regia, ben potrebbe il socialismo classico risorgere, sia pure sotto altra forma, quando declinerà il sindacalismo od altro simile ordinamento.
La fede cattolica giovò alla dottrina dell'autorità regia, come la fede umanitaria giovò al socialismo, e potrà giovare al partito nel quale si trasformerà. Il giudizio delle opere politiche non deve essere tratto, per la Chiesa, nel medioevo, dalla sua teologia, dalle derivazioni dell'ortodossia o dell'eresia, neppure dai costumi dei prelati, nè per il socialismo classico dalle sue teorie, e neppure dalle cupidigie della democrazia sociale. Altro è la fede, altro sono i sacerdoti. Riguardo poi alle derivazioni, non vi è differenza grande tra il mistero della Santissima Trinità e la teoria del plus valore del Marx, tra l'odio al gran nemico dell'umana gente, e l'odio al capitalismo. Riguardo alla sostanza, la teocrazia medioevale mirava ad impradronirsi del potere centrale, non già a distruggerlo, anzi, anche senza deliberato volere, ad esso giovò; il socialismo classico mira esso pure ad impadronirsi del potere centrale, dal quale vuole che sia ordinata tutta la vita economica, si oppone all'"anarchia della produzione capitalistica", né pare dovere fare miglior viso a quella della produzione sindacalista.

Il concetto veramente puerile che alla produzione giovi il solo lavoratore manuale, ove potesse essere recato in pratica, la quale ipotesi è assurda, avrebbe un effetto proprio opposto a quello desiderato dai nemici dell'intelligenza e dagli adoratori del santo Proletariato; poichè tanto più rari sarebbero gli intellettuali, quanto più diverrebbero pregiati, utili, indispensabili, potenti. Questa fu principale cagione del potere dei prelati nel Medioevo, quando i gentiluomini, degni precursori dei moderni spregiatori delle forze intellettuali, si davano vanto di non saper scrivere neppur il proprio nome. Decadde la potenza della Chiesa, quando divennero più numerosi i laici colti, e specialmente quando tale coltura fu diversa da quella della teologia di allora, non troppo dissimile dalla moderna teologia proletaria".

ELEMENTI CHE COMPONGONO LA PLUTOCRAZIA DEMAGOGICA
(Pagg. 73-78)


"Un altro aspetto dei fenomeni presenti ci farà conoscere un altro degli elementi di cui si compongono.
Poniamo mente allo svolgimento economico e sociale delle nostre società, da più di un secolo in qua; se procuriamo di separare l'andamento medio dai vari accidenti perturbatori, possiamo riconoscere i seguenti caratteri:
1) Un aumento molto grande di ricchezza, di risparmio, di « capitale » volto alla produzione;
2) una tale distribuzione della ricchezza che ne lascia sussistere la disuguaglianza. C'è chi ha voluto asserire che questa è cresciuta, altri che è scemata; probabilmente la norma di distribuzione è rimasta, pressochè la stessa;
3) la importanza ognora crescente di due classi sociali, cioè dei ricchi speculatori, e di quella degli operai, o se vogliamo, in generale, dei lavoratori. Si vede crescere e prosperare la «plutocrazia », se si pone mente al primo di questi due fenomeni; la « democrazia », se si bada al secondo; i termini plutocrazia e democrazia essendo intesi nel senso alquanto indeterminato del linguaggio volgare;
4) una lega parziale fra questi due elementi, il che è specialmente notevole alla fine del secolo XIX in qua. Sebbene, in generale, speculatori e lavoratori non abbiano interamente comuni gli interessi, pure accade che parte dei primi e parte dei secondi trovino profittevole di operare per il medesimo verso, al fine di imporsi allo Stato e di sfruttare le altre classi sociali. Segue altresì che i plutocrati ottengono una simile unione, coll'astuzia, valendosi dei sentimenti (residui) che ci sono nella plebe e traendola in inganno. Per tal modo nasce il fenomeno avvertito dal volgo e dagli empirici sotto il nome di plutocrazia demagogica;
5) mentre cresce il potere delle due classi anzidette, declina quello di altre due, cioè di quella dei possidenti ricchi od anche solo agiati che non sono altresì speculatori, e di quella dei militari; ed oramai il potere dei secondi è ridotto a ben poco. Prima della guerra, si doveva fare un'eccezione per la Germania, dove quel poco era ancora un assai, ma ora non occorre. Uno dei segni dell'intensità di tale fenomeno è l'estensione ognora crescente del suffragio elettorale, dagli abbienti ai non abbienti. Occorre notare che tra gli abbienti sono compresi molti che non sono speculatori, e tra i non abbienti parecchi che hanno interessi comuni con gli speculatori, ed altri che hanno sentimenti (residui) di cui questi possono valersi, onde ad essi può giovare, e giovò spesso effettivamente scemare potere ai primi, accrescerlo ai secondi;
6) poco alla volta l'uso della forza passa dalle classi superiori alle inferiori. Tale carattere, ed anche il seguente, sono uno degli aspetti dello sgretolamento del potere centrale;
7) strumento efficace della plutocrazia demagogica appaiono i parlamenti moderni. Essi, nelle elezioni, prima, nelle deliberazioni, dopo, danno largo campo all'attività degli uomini aventi gran copia degli istinti delle combinazioni. Per ciò il reggimento parlamentare moderno segue in parte le sorti della plutocrazia: prospera, decade con essa; e le sue trasformazioni, dette anche trasformazioni della democrazia, si accompagnano colle vicende della plutocrazia.

I fatti che ora seguono non sono punto peculiari, e per bene intenderli occorre collocarli nelle serie storiche a cui appartengono. Ci dobbiamo sottrarre all'inclinazione di dare troppa importanza a ciò che accade sotto i nostri occhi, togliendola a ciò di cui il passato ci lasciò memoria; dobbiamo del pari scansare l'opposto difetto, che si avrebbe presumendo di vedere nel presente una copia fedele e precisa del passato. I movimenti in parte analoghi ai 76 presenti che ci fa noto la storia non hanno un andamento uniforme pel medesimo verso, ma tutti hanno ondulazioni, era in un senso ora in un altro, il che non toglie che vi si possa anche riconoscere un andamento generale, intorno al quale seguono le oscillazioni. Queste nascono dall'indole stessa degli uomini regolati principalmente, in quanto al governo, da agenti che si possono dividere in due gruppi, cioè uno che è del consenso, l'altro della forza (2251). Tra questi due poli oscilla l'ordine sociale.

Il consenso si ottiene mediante sotto gruppi di agenti, uno dei quali è la comunanza di interessi, l'altro trae origine da sentimenti religiosi, costumi, pregiudizi, ecc., corrispondente ai residui a cui, nella sociologia, ponemmo nome di persistenza degli aggregati. Sono messi in opera spesso dalla persuasione, che si ottiene talvolta con buone ragioni, maggiormente mediante sofismi (derivazioni). A ciò corrispondono i residui che dicemmo dell'istinto delle combinazioni.
Giova porre mente alla diversa partecipazione al governo delle due grandi categorie di cittadini: una costituita dagli agricoltori e dai possidenti di terre, l'altra dai commercianti; dagli industriali, dagli impresari di opere pubbliche, dai pubblicani, dagli « speculatori », ecc. La prima inclina quasi sempre ad accrescere il potere della persistenza degli aggregati, la seconda, dell'istinto delle combinazioni; perciò il prevalere dell'una o dell'altra categoria dà origine a tipi ben diversi di società. Quando domina la prima, essa può mantenersi per virtù propria; quando domina la seconda, si hanno spessissimo società plutocratiche, e poichè la plutocrazia ha scarsa forza propria, conviene che volga alla plutocrazia demagogica, o alla militare. La prima è economicamente meno costosa della seconda, quando questa non eccede nelle imprese guerresche.

Spesso vi è non solo separazione ma anche opposizione tra l'attitudine a valersi della forza, e quella ad ottenere il consenso. Individui eccezionali possono possederle entrambe, il maggior numero dei governanti ne ha una che è molto maggiore dell'altra; e poichè vi è una circolazione tra le varie classi sociali, questa è strettamente congiunta alle oscillazioni dell'ordinamento sociale.
Ognuno dei tipi sociali ha in sè i germi della prosperità prima, e della decadenza poi, simile in ciò agli esseri (vedi Sociologia, paragrafo 2541); e le grandi oscillazioni corrispondono a tali periodi."


LA FINE DEL CICLO PLUTOCRATICO
(pagg. 83-86)

"L' Italia moderna fu costituita dalla borghesia, con 1' indifferenza e talvolta l'opposizione delle moltitudini agrarie. Volse presto il nuovo reggimento alla plutocrazia demagogica, giunta al massimo del potere ai tempi del Depretis e poco dopo. Al solito è ora danneggiata dalla guerra, ma è tutt'altro che vinta.
In generale la plutocrazia demagogica pare ora trionfare interamente. Forse potrà mantenersi ancora lungo tempo in Inghilterra, mediante i guadagni che le procurerà l'egemonia a cui volenti o nolenti, si piegano ora tutti gli Stati, fuorchè gli americani. Roma sfruttò il solo bacino del Mediterraneo, l'Inghilterra sfrutta gran parte del globo terrestre. Rimane da sapere se, in Inghilterra, contro la plutocrazia demagogica, sorgeranno efficaci forze interne, se non risorgerà la plutocrazia militare in altri paesi, che darà l'incognita della Russia e dell'Asia.

Maggiori pericoli corre la plutocrazia in altri paesi europei; ma in ogni tempo e in tutti i paesi, la troviamo ricca di espedienti per volgere in proprio vantaggio le condizioni che paiono maggiormente disperate. Cede apparentemente alle forze avversarie, con il concepito disegno di ritogliere coll'arte ciò che ha dovuto abbandonare alla forza; gira l'ostacolo che non può superare di fronte, fa di solito pagare le spese del conflitto ai risparmiatori ed ai redditieri, che sono tutti buone pecore, agevoli per essere tosate.
Essa ha ora escogitato infiniti ripieghi, come gli enormi debiti pubblici che ben sa di non poter pagare alla fin fine, le leve sul capitale, le imposte che stremano, esauriscono le entrate di coloro che non speculano, le leggi suntuarie, già tante volte dalla storia dimostrate vane, ed altri simili provvedimenti aventi per scopo principale di trarre in inganno le moltitudini.

In Italia, il disegno di legge dell'on. Falcioni, per il « latifondo e la cessione delle terre ai contadini » non nuocerà alla nostra plutocrazia più di quanto, dopo breve tempesta, danneggiò alla plutocrazia romana le leggi agrarie dei Gracchi. Maggiori danni potrebbe avere dal disegno dei popolari, per accrescere il numero dei piccoli possidenti, se riuscisse efficace, poichè in tal classe agricola stanno ora i soli avversari di cui possa temere.
Sinchè la produzione del risparmio non sarà troppo offesa, il pane sotto prezzo, gli alloggi a prezzo ridotto, e gli altri benefici che la plutocrazia largisce agli ausiliari ed ai sudditi, non gli impediranno di fare pingui guadagni, come ciò non impedì, alla plutocrazia romana, le leggi annonarie che ebbe prima la Repubblica e che serbò ed ampliò l'Impero.
Tali similitudini di condizioni e di provvedimenti dipendono dall'indole stessa delle cose perciò proseguiranno nel futuro, e la decadenza della plutocrazia romana ben potrebbe, almeno in parte, essere immagine di quella sovrastante alla nostra.

È certo che siamo ora in un punto che ha strette analogie con quello in cui si trovò la plutocrazia romana sul finire della Repubblica. E' probabile, probabilissimo, anche per analogie con cicli osservati in altri tempi ed in altri paesi, che, essendo prossimi alla vetta, siamo perciò anche prossimi alla discesa".


I SENTIMENTI DELLA CLASSE BORGHESE
E QUELLI DEL PROLETARIATO
(Pagg. 89-90 e 106-109)


Non possiamo conoscere direttamente (i sentimenti), ne abbiamo solo conoscenza dalle manifestazioni che possiamo osservare. Per il nostro studio occorre di non fermarci alla parte qualitativa dell'argomento, e di indagarne, per quanto è possibile, la quantitativa. Per quanto spetta alla scienza logico-sperimentale, l'opinione di un solo individuo può essere di gran momento; circa alla determinazione dell'equilibrio sociale, vale pressochè zero. Per la meccanica celeste, vale più l'opinione di un Newton che quella di milioni di Inglesi suoi contemporanei; per determinare lo stato economico e sociale dell'Inghilterra, conta solo l'ultima.
Una veduta anche molto superficiale della presente società ci fa conoscere alcune grandi correnti di opinioni, le quali fanno palesi sentimenti ed interessi, cioè le forze che operano nell'equilibrio sociale, e che come tali debbono essere studiate, senza troppo fermarsi all'apparenza, nè ai casi estremi, in cui minor parte hanno ragione ed esperienza. In questi, assumono forma di religione; nei gradi intermedi, forme metafisiche, pseudo sperimentali; comune essendo il carattere di volere giungere all'assoluto, e di non sottomettersi al contingente sperimentale.
Chi accetta e fa suoi tali pensamenti scansa le difficoltà e la pratica dello studio scientifico, e può, di tutti i fatti sociali, dare sicuro giudizio, mediante alcuni principii a priori, specialmente etici, metafisici, teologici; come sarebbe la presente « difesa del diritto e della giustizia », di cui alcuni godono ora, non senza loro pro, il privilegio, simili in ciò ai Musulmani, soli seguaci della vera fede, per propagare la quale Dio concesse loro di conquistare estese regioni, purtroppo in seguito perdute; o come il « fatale andare della democrazia, regina del mondo, e anche più l'appendice della "santità del proletariato", che ha ora tanti mai credenti, in buona o in mala fede, i quali rinnovano contro le opere dell'intelligenza gli anatemi che già furono dei primi cristiani contro la letteratura e la scienza pagana; o ancora come il patriottismo che, dopo l'aver armata l'una contro l'altra vicine città : Sparta contro Atene, Firenze contro Pisa, spinse poi alla guerra le intere « nazioni », generando l'imperialismo; o infine come il sacrosanto umanitarismo, che, sotto larva ancora patriottica, già appare nei discorsi di Isocrate : poi, liberandosi almeno in parte dai veli terrestri, sì mostra, come Beatrice e Dante, nei molti ma sin ora sventurati disegni di pace universale, tra i quali merita luogo eminente quello del Kant, e che ora abbiamo la ventura di potere contemplare nella costituenda « Società delle Nazioni ».

Di tutte queste opinioni e manifestazioni discorreremo dal di fuorì, senza volere in nessun modo lodarle o biasimarle, e men che mai difenderle od offenderle, propagarle od oppugnarle; narriamo i fatti, procuriamo di conoscerne le relazioni, e basta.
In tutte le religioni si hanno seguaci aventi fede schietta e fervida, ancor buona ma più mite, alquanto scadente e contrastata dallo scetticismo, solo in parte vera e aiutantesi colla finzione, interamente finita, volgente senza dubbio all'ipocrisia.
L'esserci ipocriti in una religione è argomento, per chi ragiona col sentimento, di scemarne l'importanza, e spesso di vituperarla; invece, per chi ragiona sperimentalmente, è indizio della potenza della fede, poichè si finge solo ciò che a molti è bene accetto. Sotto tale aspetto c'è molto di vero nella novella del Boccaccio, che narra dell'israelita il quale si converta alla religione cattolica perchè vide che non poteva essere distrutta dalle male opere dei prelati romani. Oggi, sicuro indizio della potenza della fede democratica il vedere quanti la fingono; della decadenza della fede aristocratica, il fatto che non le rimane un solo ipocrita. Similmente, già da molto tempo si è osservato che le eresie appaiono quando una religione prospera ed è fiorente di vita, scompaiono quando decade ed è morente.

Dobbiamo dunque mettere da parte le facili censure che alle accennate religioni si muovono notando che molti le hanno come un mestiere, da cui traggono modo di sostentare la vita, e spesso ricchezze, onori, potere. Se, per esempio, un rumoroso patriottismo giovò a parte dei plutocratici, se la guerra fu fondamento alla ventura di molti e creò i nuovi ricchi, non perciò si deve credere che non vi fossero invece molte altre persone che, mosse da pure idealità, si siano accinte alle opere patriottiche e guerresche, esponendo averi e vita; nè che il numero di questi.- sia esiguo paragonato a quello delle prime. Le grandi correnti di opinioni debbonsi quindi valutare facendo astrazione dagli accidenti degli artifizi e delle finzioni che le accompagnano.
Nelle società ognora si osservano, fra le classi sociali, manifestazioni di contrasti le quali segnano la legge generale del ritmo; ora crescendo, ora scemando. La presente oscillazione ha i caratteri seguenti. Nella classe dei lavoratori, se vuolsi, dei proletari, le manifestazioni dei sentimenti di odio contro la classe degli abbienti e di coloro che sono superiori per cultura od altrimenti, crescono di intensità : giunte al massimo nei Bolscevisti, sono purè notevoli nel resto del mondo. Invece nella classe degli abbienti, in generale nella classe superiore, ogni manifestazione di sentimenti avversi alla classe inferiore è scomparsa, ed ha, in molti casi, ceduto il posto ad adulazioni non troppo dissimili da quelle già usate poi sovrani assoluti. Da una parte si suonano le trombe e si muove all'assalto; dall'altra si china il capo, si capitola, meglio ancora si passa alla parte nemica, e si vende la propria per trenta danari. Rimane da sapere in che relazione stanno queste manifestazioni coi sentimenti.
Per le classi inferiori, può darsi che l'essere stato tolto ogni freno che, per il passato, si opponeva a tali manifestazioni, le faccia parere ora maggiori di quanto sarebbero se corrispondessero precisamente all'aumento di intensità dei sentimenti ; ma anche fatta questa tara, si ha un residuo notevole. Ciò si vede molto bene in casi speciali ; paragonando, ad esempio, in Toscana, i sentimenti del mezzadro, riguardo al proprietario, al presente e una cinquantina di anni fa; oppure i sentimenti rispetto allo Stato, del piccolo impiegato governativo d'oggi con quello dei suoi predecessori, tra i quali è ben noto nella letteratura l'impiegato regio in Piemonte. La celebre commedia: Le miserie di Monsù Travet è oggi roba archeologica. Analoghi mutamenti si possono vedere chiaramente in altre categorie di cittadini. Per gli operai delle industrie, sono noti da molto tempo, e si assegnava ad essi come causa la trasformazione della piccola industria in grande; ma l'esservene anche là dove manca tale cagione fa conoscere che essa può spiegare solo parte del fenomeno; rimane un mutamento generale in molti della classe popolare, i quali, per esprimerci col gergo moderno, sono più coscienti, più evoluti.

Maggiormente evoluti sono pure moltissimi della classe superiore, ma in senso. proprio opposto a quello dei popolani, in modo che, dove questi più rigidi difensori si sono fatti della persona e degli interessi, essi si sono perduti d'animo, avviliti, sostengono pazientemente ogni ingiuria, minaccia, oppressione, solleciti solo di non irritare gli avversari, nel cui potere interamente si rimettono, baciando la mano che li fruga, affidantisi non all'ardire e alla forza ma solo ad arti subdole, per procacciare loro vantaggio.
Dopo gli scioperi, abbandonano vilmente alle ire degli scioperanti i Krumiri di cui avevano invocato l'aiuto, facendo promesse che non mantengono. Se conseguono vittoria, temono di usarne e, per «pacificare gli animi», pagano le giornate di sciopero; la quale «pacificazione» meglio si direbbe allettamento a nuovi conflitti, poichè, vadano questi a finir bene o male, gli operai non ci perdono niente.
Nella classe degli abbienti vanno spegnendosi i sentimenti della difesa personale e della proprietà, che ora sta trasformandosi in un nebuloso e precario « ufficio sociale », altri dicono « dovere sociale », facendole permutare posto col lavoro, divenuto un diritto. In alcune parti d'Italia, i lavoratori invadono le terre, vi compiono arbitrariamente lavori pressochè inutili, acquistando così il diritto di ricevere paghe a loro beneplacito, che il proprietario ha il dovere di pagare loro. Il sentimento di molti borghesi è di approvazione.

Aristotile, narrando degli oligarchi del suo tempo, scrisse che « in alcune città giurano così : - al popolo sarò nemico e noterò quanto potrò. - Dovrebbesi all'opposto pensare e fingere, dicendo manifestamente nei giuramenti : - non farò torto al popolo - ». Le classi superiori hanno seguito tale consiglio, per tutto il secolo XIX ed al presente; molti veramente pensano, altri e specialmente i plutocrati, fingono precisamente come voleva lo Stagirita.
In Francia, quando furono adunati gli Stati Generali, nell'anno 1614, il terzo Stato volle accompagnarsi, sebbene in grado inferiore, al clero e alla nobiltà. Questa si sdegnò di tanto ardire, ottenne udienza dal re, ed il barone Senecey, suo oratore, parlò precisamente così : « J'ai honte, Sire, de vous dire les termes qui de nouveau nous ont offensés ; ils disent l'ordre ecclesiastique étre l'aîné; le notte le puiné, et eux les cadets, et qu'il advient souvent que les maisons ruinées par les alnés son.t relevées par les cadets... Et, non contents de se dire nos frères, ils s'attribuient la restauration de l'État ». Oggi i termini sarebbero esattamente invertiti tra i lavoratori e i « capitalisti » ; e quelli si sdegnano di essere paragonati a questi, non solo nel regno dei Soviet, ma anche in altri paesi.

Taccio, perchè troppo note, delle infinite discordie delle nostre repubbliche medioevali, nelle quali rifulgeva pari ardire e fortezza nei popolani e nei nobili, sebbene anche allora inganni e frodi avessero loro posto. Esse ci porgono uno dei tanti esempi di oscillazioni dei fenomeni sociali. Scrive il Muratori, circa gli antichi comuni : « (p. 142). Però per rientrare a parte del Governo; o per occuparlo tutto, continuamente (p. 143) i nobili formavano delle mine, ora con felice, ed ora con infelice successo. E qui accade una singolarità che non si deve lasciare passare sotto silenzio. Cioè, allorché i Nobili ansiosamente aspiravano ai pubblici Uffizi ed onori, nè altra via scorgevano per ottenere l'intento loro, non pochi di essi usarono di fare scrivere il loro nome nelle stesse Arti (il che per lo più non era vietato), e così annoverati fra gli Artisti divenivano capaci di pubblici impieghi, riuscendo poi loro con questa dimostrazione d'amore e di stima per la Plebe di padroneggiarsi sopra i suoi padroni » (proprio come i nostri plutocrati). Si vergognerebbero forse i Nobili de' nostri tempi di abbassarsi cotanto; ma non erano sì delicati quei de' vecchi tempi : il loro discendere era un gradino più alto. Ora siano tornati ai tempi che il Muratori diceva vecchi; quando sarà venuta al potere una nuova élite non è proprio impossibile che tornino i tempi che erano presenti pel Muratori.

Di maggiore importanza è anche il mutamento dei sentimenti riguardo ai tributi. Reputavasi giusto, un tempo, che gravassero tutti o quasi tutti sulle classi inferiori, ne fossero esenti o quasi esenti le superiori. Ora sono invertiti i termini ; il che, sia detto di sfuggita, mostra che buona donna sia questa giustizia, la quale mai nega il suo aiuto ai potenti. Libero dicevasi un tempo l'ordinamento in cui coloro che pagavano i tributi li dovevano prima concedere, approvare; oggi libero dicesi quello in cui i tributi sono imposti da coloro che ne vanno esenti, o quasi; la qual cosa anche mostra che il termine di libero' è pieghevole come quelle, di giusto.
E' notevole il contrasto fra sentimenti che, essendo diversi, opposti, si esprimono coi medesimi termini. Nel passato, il popolo non si opponeva tanto al principio dei tributi quanto al modo col quale su di esso gravavano; oggi, sono gli abbienti che accettano il principio adoperato per spogliarli, contentandosi di arzigogolare per sfuggire, in parte, alle sue conseguenze: mai uniti per respingerle, ma procurando ognuno di scaricare la soma sul vicino, fatti anche più deboli per tale discordia. I governi poi si muovono poi verso in cui c'è, o pare esserci, minor resistenza. Nei secoli scorsi taglieggiavano il popolo, ora spogliano gli abbienti.

Dal sin qui detto, parmi che si possa dedurre che, sotto l'aspetto dei sentimenti, la parte popolare è molto superiore a quella degli abbienti. Coloro che la compongono sono più saldamente uniti, fedeli, hanno maggior coraggio, energia, abnegazione per difendere i propri ideali, senno e costanza nel procedere diritti all'ambita meta. Sono, è vero, inferiori nelle arti volpine, ma, quando volgono tempi di sovvertimenti, tale deficienza compensano colla forza.
In simili modi già, per il passato, procacciarono, e quindi, probabilmente, per il futuro, procacceranno miglior ventura alla società, recandole, dopo i danni di alcune scosse, lunga prosperità. Tale fu il seguito del medioevo in Grecia, e del medioevo dopo la caduta dell'impero romano, tale potrebbe anche essere il seguito di un nuovo medioevo.

Per acquistare conoscenza dell'estensione e della forza dei sentimenti si osservi l'energia e la costanza colla quale lavoratori e stipendiati hanno ora imposto la giornata delle otto ore. Si sono prefissi uno scopo raggiungibile, e senza mai piegare, uniti e fedeli, in tutti i paesi, lo hanno conseguito. Hanno lasciato gracchiare gli avversari, invocanti lo « spirito patriottico di sacrifizio », ed hanno detto : « Noi, dopo la guerra, vogliamo star meglio di prima; voi accomodatevi come volete e potete» Nessuno della classe popolare ha predicato ai compagni di lavorare di più, nel vantaggio degli abbienti, come fra questi c'è chi predica di recare danari al governo, che così ha modo di largheggiare nei doni alla classe popolare ed alla plutocrazia, il che è naturale conseguenza per il reggimento della plutocrazia demagogica. Hanno i propri Krumirì tanto la parte popolare come quella degli abbienti, ma la prima li perseguita e li odia, la seconda li scusa e spesso li onora.
Con forza pure grande di sentimenti, la parte popolare ha saputo imporre l'aumento delle paghe e degli stipendi. Non c'è in essa chi studi ogni modo di fare gravare imposte sui consorti come c'è nella classe degli abbienti, in cui molti non hanno ancora capito che, nelle presenti circostanze, ciò che è sottratto al fisco, è sottratto ai nemici.

La parte popolare intuisce che anche coloro che si spingono ad estremi ai quali almeno, per ora, molti dei suoi non vorrebbero giungere possono essere utili alleati; e perciò, in tutti i paesi, si dimostra in generale benevola ai Bolscevisti. La parte degli abbienti non sa opporvi altro e diverso estremo; ed è veramente comico il terrore che la invade al solo nome di «militarismo ». Nel passato, Cicerone la rappresenta degnamente; egli che non seppe intendere come, al tempo in cui viveva, si imponeva il dilemma tra ì tumulti del foro e la forza delle legioni, e che, onestamete ma vanamente, sperò un governo degli ottimati, sorretto dal favore del popolo.
Delle due forze in contrasto nella società, la popolare è ora la maggiore e perciò traballa lo Stato borghese, e il suo potere si sgretola; la plutocrazia demagogica vede affievolirsi il suo primo termine, rinforzarsi il secondo; e si preparano oscillazioni di cui, per altro, non ci è dato prevedere nè il tempo preciso nè l'estensione.

Ci asteniamo interamente dal giudicare, come già dicemmo, i fatti che andammo esponendo, e quindi di dar loro lode, o biasimo, ed anche di ricercare qui che utilità, prossima o lontana, possono avere per la società; li abbiamo citati solo per procacciare di conoscere la distesa e l'intensità dei sentimenti delle parti contendenti.
Abbiamo principiato collo studiare i fenomeni alla superficie e siamo stati tratti ad alcune induzioni, poscia siamo andati più in fondo della materia giungendo sino ai sentimenti; abbiamo così trovato una conferma delle fatte induzioni, ed abbiamo ottenuto, con grande probabilità, un concetto generale delle trasformazioni alle quali si avviano le nostre società".

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COME COMINCERA' IL NUOVO CICLO? (Pagg. 138-141)

In tal stato di cose, il problema che ci sarebbe ora da risolvere è il seguente: Il movimento generale osservato già da parecchi anni, fatto più intenso dalla guerra, si quieterà, o seguiterà, sia pure con alternative di progresso, di riposo, di regresso, ma nel totale, in media, con sensibile progressione? Nel primo caso, proseguirà a svolgersi il ciclo di cui parte notevole già appare nel secolo XIX; nel secondo caso, verrà la società a dare il cozzo in ostacoli insuperabili, come, per esempio, la riduzione della produzione e l'aumento dei consumi, e principierà, con o senza catastrofe, un nuovo ciclo.
Per risolvere il quesito sarebbe necessario di potere fare una statistica dei sentimenti, valutarli, conoscere come possono variare. La scienza ancora non è in grado di fare ciò con molta precisione; quindi possiamo solo ragionare grossolanamente di eventi più o meno probabili.

In favore del primo caso sta l'esempio del passato; ciò che già è accaduto può ancora accadere; ma occorre porre mente a due condizioni che esistevano allora, e che ora sono venute meno. La prima è che vi era un grandissimo numero di persone di cui i sentimenti poco erano modificati, le quali potevano dirsi di intendimenti « conservatori »; e fu di questa classe che i dirigenti si valsero, estendendo ognora il suffragio. Così operarono più volte - i governi inglesi, così fecero Napoleone III, in Francia, il Bismarck, in Germania, così rinnovarono le prove i governanti italiani; ma l'ultima fallì loro, perché non avevano badato ai profondi mutamenti che la guerra aveva recato nei sentimenti e negli interessi. Nasce quindi il dubbio che simili prove debbano pur fallire in altri paesi. Ora tale moltitudine non c'è più, è ridotta ad un numero ancora discreto, ma non tanto grande; quindi è una forza sulla quale non c'è da fare molto assegnamento.

La seconda condizione è di un ammasso ingente di risparmio e di ricchezza, al quale i governi poterono largamente ricorrere aumentando ognora le imposte, per sopperire alle crescenti spese senza troppo danno della produzione. Ora i tributi, anche pel fatto della guerra, sono giunti ad un limite che difficilmente si potrà superare, senza restringere considerevolmente la produzione, e forse anche il prodotto reale delle imposte. Di quest'ultimo fenomeno si ha un cenno nel fatto che in parecchi paesi l'aumento delle imposte procede di compagnia al deprezzamento della moneta Stanno dunque disseccandosi le fonti dalle quali i governi attingevano i denari necessari per soddisfare i desideri, i bisogni, leupidigie dei partigiani, e ammansire gli avversari. Dagli oggi, dagli domani, le gravezze saranno tante che non si potranno più crescere. I bisogni della politica vengono per tal modo a sovrastare a quelli dell'economia. Così avvenne sul finire dell'impero romano e fu principale causa della sua rovina, così potrebbe accadere anche ora.

C'è per altro da tenere conto dello sfruttamento di estese regioni asiatiche e africane. Esso potrà specialmente giovare all'Inghilterra, agli Stati Uniti, alla Francia; poco o niente all'Italia, che ha avuto solo le briciole cadute dalla lauta mensa di quegli epuIoni. Perciò la politica, rinnovata da quella della fine della Repubblica romana, che tutto concede alla demagogia all'interno, coll'intento di conseguire compensi all'estero, può valere solo per quei paesi, ma non serve in nessun modo per altri, come è l'Italia, per i quali vien meno lo sfruttamento di regioni forestiere.
Rimane poi un'incognita, ed è come si potrà fermare l'equilibrio fra queste due specie di paesi, e se non verranno necessariamente in conflitto.

Potrebbe essere questo uno dei modi
con il quale avverrebbe la catastrofe dopo la quale si avrebbe un nuovo ciclo".

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Ancora di Vilfredo Pareto

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ANALISI DI IDEOLOGIE: "I SISTEMI SOCIALISTI"

Nel 1902, apparvero nella "Bibliotheque internationale d'economie politique",
"Les systemes socialiste". A leggerlo e a seguire i suoi corsi all'Università di Losanna c'è il ventenne emigrante Benito Mussolini che, pur con alle spalle un apprendistato socialistico, i vari contatti con l'ambiente anarchico, e con spiccate idee "rivoluzionarie", non ha ancora un pensiero politico autonomo, come sarà in seguito il Fascismo. Ma proprio dagli scritti di Pareto, dalle sue lezioni, dai suoi insegnamenti, Mussolini cerca di trarre vantaggio dal pensiero di "questo economista borghese"...."che c'insegna a noi socialisti due cose. La prima riguarda "l'unità" e la seconda la "tattica" del partito" (Cit. da Avanguardia socialista, n.97, 14 ottobre 1904).
Molti motivi di "Les systemes socialiste" verranno ripresi e sviluppati da Pareto nel "Trattato di sociologia generale" che darà alle stampe a Firenze nel 1916 (in Francese nel 1917-1919), con ristampa nel 1923. Nel frattempo nel 1920 e 1921 Pareto pubblica"Fatti e teorie", e "La trasformazione della democrazia".

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Riportiamo qui alcuni titoli e alcune significative pagine di "I Sistemi socialisti".

* PRINCIPI GENERALI - DETERMINISMO SCIENTIFICO
* MOVIMENTI REALI E VITUALI
* INFLUENZE RECIPROCHE FRA LE FORZE DELL'ORGANISMO SOCIALE
* L'ORGANISMO DI GOVERNO E LE RIFORME LEGISLATIVE
* I SISTEMI SOCIALISTI REALI: IL SOCIALISMO DI STATO NELL'ANTICHITA'
* I SISTEMI SOCIALISTI TEORICI: CLASSIFICAZIONE
* PRINCIPALI ARGOMENTI RIFORMATORI
* ARGOMENTI DELL'UNITA'
* ARGOMENTI TRATTI DAI SOFISMI PER ASSOCIAZIONE D'IDEE
* L'ARGOMENTO DELLE PRETESI LEGGI STORICHE
* L'ARGOMENTO CONTRO GLI INTERESSI DEL CAPITALE
* GLI ARGOMENTI TRATTI DALL'IDENTIFICAZIONE DELLA RICCHEZZA DEI METALLI


* PRINCIPI GENERALI - DETERMINISMO SCIENTIFICO
(Vol.I cap. I pagg. 76-77)


La scienza sociale non esisterebbe se i fatti sociali non presentassero talune uniformità. La constatazione di queste uniformità costituisce la dottrina del «determinismo economico ». Bisogna guardarsi bene dal confonderla col materialismo. Quest'ultimo e una religione poiché pretende dare la soluzione di problemi che sorpassano la scienza.
I partigiani delle dottrine assolute non riescono a rendersi conto del carattere esclusivamente relativo delle ricerche scientifiche; cercando l'assoluto ove non può trovarsi, interpretano queste ricerche e le travestono secondo le loro idee.
Il determinismo scientifico non afferma la necessità assoluta delle uniformità : afferma, ciò che é assai diverso, che uniformità sono state constatate, e che, quando i fatti non sembrano presentarne, questo pare dipendere unicamente dalla nostra ignoranza, poiché fino adesso non abbiamo potuto constatare che altre cause entrassero in gioco. C'è un determinismo che, volendo essere assoluto, diviene falso.
(I sistemi socialisti, vol. I, cap. I, pagg. 76-77).


* MOVIMENTI REALI E VITUALI
(Vol.I cap. I pagg. 77-80)


... Alcuni autori proclamano l'inutilità di ogni ricerca teorica e vorrebbero limitare la scienza a semplici proposizioni descrittive. Perché occuparsi di ciò che é impossibile? Sarebbe come leggere i racconti delle fate! Così una scuola sedicente « storica » sdegna le ricerche dell'economia politica, tiene a vile le dottrine che essa ha la sventura di non comprendere. Tuttavia il semplice buon senso protesta contro queste conclusioni troppo assolute. Tutto quanto non é successo, non lo si nega, non e accaduto perchè era impossibile ma ci sono diversi generi di impossibilità. Gli uni risultano da combinazioni stabili, permanenti che si sono sempre osservate e che, secondo ogni probabilità si osserveranno anche in avvenire; gli altri sono conseguenza di combinazioni accidentali, variabili, che talora si osservano, che talora non si osservano, e che potrebbero benissimo non più riprodursi in avvenire.

Date tutte le circostanze di fatto, Napoleone non poteva vincere a Waterloo, ma questa impossibilità e certo di un genere assolutamente diverso da quella dei combattimenti degli dei sotto le mura di Troia. Non è dunque senza utilità che la strategia studia non soltanto quale è stato il risultato effettivo delle campagne, ma anche quale sarebbe stata la sorte dei belligeranti se certe condizioni ipotetiche si fossero avverate. Essa trae così dal passato insegnamenti su ciò che potrebbe essere l'avvenire. Certo, l'avvenire é determinato ma, dato che non lo conosciamo, è utile sapere almeno quali siano le combinazioni probabili e quali ne saranno gli effetti. Ogni scienza, del resto, si dedica a siffatte ricerche; le scienze sociali hanno tanto più ragione di seguire questa via, che lo stato delle conoscenze degli uomini é uno degli elementi che concorrono a determinare i fenomeni sociali, e questo stato delle conoscenze può essere modificato dalle ricerche scientifiche.

Si può, prendendo a prestito la terminologia delle scienze meccaniche, distinguere anche per le società umane i movimenti reali dai movimenti virtuali. Supponiamo un punto materiale pesante costretto a muoversi su una superficie. La linea che esso percorrerà é interamente determinata. È su questa linea che si compirà il suo movimento reale. Possiamo, per il momento, fare astrazione dalla pesantezza e non lasciar sussistere che la condizione, per il punto, di muoversi sulla superficie. Potrà allora percorrere una linea qualunque sulla superficie; avremo così « movimenti virtuali ». Il loro studio può servire a stabilire le condizioni dell'equilibrio del punto sulla superficie; può anche servire a scoprire certe proprietà della curva effettivamente percorsa dal punto precisamente col confronto fra questa curva e le altre curve che si potrebbero tracciare sulla superficie.

Supponiamo un uomo vivente in una società. L'ambiente nel quale egli si trova, la natura stessa di quest'uomo, altre circostanze diverse determinano le sue azioni nello stesso modo come era determinato il movimento del punto. Facciamo astrazione, per un momento, da una o da parecchie delle circostanze che determinano le condizioni di quest'uomo, avremo allora altre azioni possibili, che corrispondono precisamente ai « movimenti virtuali ». Lo studio di queste azioni possibili è utile per scoprire le condizioni dell'equilibrio ed anche per trovare i caratteri che presentano le azioni reali. E' di questi movimenti virtuali che dovremo specialmente occuparci qui, senza trascurare interamente, tuttavia, i movimenti reali.... (I sistemi socialisti, vol. I, cap. I, pagg. 77-80).


* INFLUENZE RECIPROCHE FRA LE FORZE DELL'ORGANISMO SOCIALE
(Vol.I cap. I pagg. 76-77)


Herbert Spencer ha con molta ragione osservato che i caratteri di un aggregato risultano dai caratteri che presentano le sue parti... Il sistema economico e governamentale di un popolo é, propriamente parlando, il risultato dei caratteri di questo popolo. Ma questa maniera di esprimersi non é perfettamente esatta, poichè questo sistema interviene a sua volta per modificare questi caratteri. Abbiamo qui una serie di azioni e di reazioni, cioè abbiamo un sistema di equilibrio fra diverse forze piuttosto che un fenomeno che possa ridursi ad una causa ed agli effetti di questa causa.
I caratteri degli individui non sono la « causa » che determina i caratteri del sistema di governo, e questo non è nemmeno esso la « causa » che determina i caratteri degli individui, ma fra i due esiste una corrispondenza necessaria; si stabilisce uno stato di equilibrio fra le forze che agiscono e reagiscono le une sulle altre. Occorre ben comprender questo, non soltanto in questo caso particolare ma in generale. Questo punto é assolutamente fondamentale per lo studio delle scienze sociali...
(I sistemi socialisti, vol. I, cap. I, pagg. 81-82).


* L'ORGANISMO DI GOVERNO E LE RIFORME LEGISLATIVE
(Vol.I cap. I pagg. 82-105)


La concezione di un legislatore che modella la società come il vasaio l'argilla é tanto antica che é persino mitologica. Ci sono stati in ogni tempo coloro che si sono immaginati che il governo sia qualcosa di assolutamente distinto dalla società da esso governata; ben peggio ancora: si sono sempre trovati uomini capaci di credere che una certa entità astratta chiamata « stato » aveva una esistenza indipendente della società concreta e che fuggiva ai pregiudizi, all'ignoranza, ai difetti, ai vizi degli uomini. Gli ammiratori dello « stato etico » sognano svegli ed a occhi aperti quando si immaginano che il loro idolo ha creato, modellato, sviluppato le società umane e quando gli attribuiscono ogni sorta di virtù.
Certo se il termine « stato etico » non serve che a designare une entità metafisica, che non esiste fuori dalle loro immaginazione, é loro agevole il dotarlo generosamente di tutte le qualità che vogliono, ma se, con questo termine, intendono indicare qualcosa di reale, per esempio l'assieme dei poteri pubblici, ci si trova allora in presenza di un organismo che partecipa delle qualità buone come delle cattive dell'aggregato, che, a sua volta, può agire per rafforzare tento le une quanto le altre.

Il despote più assoluto non é per lo più che il capo di una oligarchia militare o di una burocrazie. Può certo soddisfare molti propri capricci, me non potrebbe in generale e in un modo permanente governare contro gli interessi della classe dominante. .. A guisa di facezia, si è fatto dire ad un politicante democratico a proposito dei propri partigiani : « Sono il loro capo, bisogna bene che li segua » ; ma più di un imperatore romano ha potuto dire la stessa cosa dei propri pretoriani, e più di un autocrate, come l'Imperatore di Cina, ha potuto dirlo della sua propria burocrazie.... E' quello che non dovranno dimenticare i capi socialisti, nel giorno del trionfo. I loro aderenti vorranno ben altro che bei commenti delle dottrine del Marx, occorrerà fornire loro « panem et circenses », soprattutto «circenses»... In realtà tutti i governi obbediscono essai spesso, anche quando hanno l'aria di comandare. Le riforme, qualunque esse siano, non possono, dunque, essere giudicate se non si tien conto del carattere degli individui ai quali esse devono essere applicate...
Se l'organismo di governo si sviluppasse in mezzo ed un popolo composto di esseri perfetti, i mezzi più onesti e più morali sarebbero anche i mjezzi più efficaci che esso potrebbe adoperare per sostenersi e per prosperare; ma dato che esso si sviluppa in mezzo a uomini, cioè in mezzo ad esseri imperfetti, deve ricorrere a mezzi appropriati e questi esseri e che presentino necessariamente una mescolanze di bene e di male. Bisogna aggiungere che questo organismo é principalmente in rapporto non con individui isolati ma con le « folle »... Un governo deve avere in qualche parte il suo punto di appoggio.

Se si appoggia sulla forza armata, gli occorre fare ai militari una posizione privilegiata, mettendoli al di sopra delle leggi, e distribuendo loro il denaro del paese. Se si appoggia su una oligarchia, bisogna che questa abbia privilegi di ogni sorte, che si arricchisca sia direttamente per mezzo dell'imposte e delle prestazioni che gravano sulla massa, sia indirettamente per mezzo dei monopoli e dei dazi protettori. Se si appoggia sulle masse popolari, gli occorre sacrificare i ricchi, rovinandoli con i processi e le «liturgie», ad Atene, o schiacciandoli con le imposte... Sino a che gli uomini non rinunceranno ed effettuare le lotta delle classi per mezzo delle leggi e con l'aiuto dello Stato, si vedranno necessariamente emanare leggi destinate e proteggere gli interessi di certi cittadini a spese degli interessi di certi altri ; ed esse saranno tanto più numerose e vessatorie quanto più si estenderanno le attribuzioni dello Stato.

Me se tutte le forme di organismi sociali si trovano aver così caratteri comuni, questo non vuol punto dire che questi caratteri abbiano esattamente la stessa influenza su ciascuna di esse. Dire che tutti gli uomini sono soggetti a certe passioni, non vuol dire che essi vi cedano tutti ugualmente. La differenza è principalmente quantitativa, e se, per esempio, Traiano é obbligato a. tener conto degli interessi dei soldati, nessuno vorrà confondere il suo regno con quello di Caracalla. Non bisogna lasciarsi dominare da un sentimento di pessimismo esagerato e condannare in blocco tutte le organizzazioni perché hanno difetti e vizi. Bisogna soltanto ricordarsi che nulla essendo perfetto in questo mondo, né gli uomini, e né le loro organizzazioni, non si devono preconizzare sistemi o prendere misure che tassativamente suppongano una perfezione, che non esiste. Non si potrebbe giudicare un sistema sociale, in una maniera assoluta, con l'applicazione di un piccolo numero di regole di diritto e di etica : non se ne può dare che un giudizio relativo, confrontandolo ad altri sistemi.
Non si ripeterà, dunque, mai abbastanza che, per giudicare una organizzazione é necessario stabilire una specie di bilancio: mettere da una parte il bene, dall'altra il male, e vedere da qual parte penda la bilancia. Certo con tale procedimento si affrontano difficoltà enormi, ma questo è il prezzo del progresso scientifico.

Frattanto non possiamo stabilire questo bilancio che in un modo parecchio grossolano; é sempre meglio di niente e sopratutto questo val meglio che un giudizio angusto, parziale e che vede solo un aspetto delle cose. Ma l'esistenza di queste difficoltà deve renderci molto circospetti, e dobbiamo confessare sinceramente, che, nello stato attuale della scienza, é ben difficile prevedere sicuramente quali saranno gli effetti di una nuova organizzazione qualsiasi. Eppure, questa conoscenza é assolutamente indispensabile per giudicare con sicurezza l'organizzazione proposta. Una discussione preliminare può ben permettere di mettere da parte certi sistemi manifestamente assurdi, ma, fatta questa eliminazione, restano davanti l'uno all'altro sistemi dei quali la imperfezione delle nostre conoscenze scientifiche non ci permette di giudicare con piena conoscenza di causa.
Riassumendo, l'esperienza sola può decidere; non potremo anticipare col ragionamento la conoscenza dei risultati ai quali essa ci condurrà. Questo dubbio scientifico contrasta fortemente con la fede cieca dei partiti, fede che talvolta si esalta ad un tal punto da raggiungere i limiti della allucinazione. Gli uomini sono tanto più sicuri delle loro credenze quanto più sono ignoranti, e la « folla », malgrado i progressi dell'istruzione obbligatoria, resta assai ignorante...

La necessità di ricorrere all'esperienza per giudicare un sistema è un argomento di peso in favore di cambiamenti graduali compiuti solo quando se ne fa sentire la necessità e mai soltanto in vista di una sistemazione teorica. Inoltre é uno dei più forti argomenti che si possano portare in favore della libertà, quando si stabilisce il bilancio dei vantaggi e degli inconvenienti di questa libertà. Soltanto esseri infallibili potrebbero sostenere che le misure coercitive da loro proposte, per obbligare la società a seguire una certa strada, non impediranno di raggiungere uno stato migliore al quale si potrebbe per altra strada pervenire.
Tutto ciò che possono chiedere i novatori, se si propongono di ottenere il massimo di benessere per la società, è che si permetta loro di sperimentare il proprio sistema. Ma la « libertà » che essi reclamano é il più spesso assai diversa. Vogliono che una maggioranza più o meno reale, più o meno fittizia, imponga colla forza la riforma desiderata. Altra volta non era alla maggioranza che essi facevano appello, ma si appellavano al principe.

Bisogna obbligare la gente ad essere felice suo malgrado. I mezzi cambiano, lo scopo resta. I dragoni di Luigi XIV purgavano la Francia dei protestanti, e la ghigliottina la sbarazzava degli aristocratici, dei Brissottini, dei Girondini e di ben altri insieme. Adesso gli uni vorrebbero tagliarne fuori gli ebrei, i liberi pensatori, i protestanti, i frammassoni, i « senza patria », gli internazionalisti, e altre sette che sarebbe troppo lungo enumerarle; altri, invece, vogliono convertire per forza i cattolici, o, almeno, impedir loro di occupare gli impieghi del governo, altri, poi, sdegnando queste intestine baruffe della borghesia, si
accontenterebbero di sterminare i padroni ed i capitalisti, ciò che, non c'é da dubitarne, ricondurrebbe sulla terra l'età dell'oro...
Persuase di possedere la verità assoluta, le sette non tollerano la contraddizione, nemmeno sotto la forma di un dubbio; esigono regole generali, universali e sono lì lì per reputarne criminosa ogni eccezione. (I sistemi socialisti, Vol. I, Cap. I, pagg. 82-105).


* I SISTEMI SOCIALISTI REALI: IL SOCIALISMO DI STATO NELL'ANTICHITA'
(Vol.I cap. III pagg. 154-173)


Non si osservano in Grecia le prime due classi del socialismo, cioè quelle nelle quali ogni proprietà o soltanto la proprietà dei mezzi di produzione é attribuita alla collettività. Vi si osserva, come del resto, anche nelle nostre società, la terza classe, cioè il socialismo di stato; ma soprattutto vi si trova la spogliazione diretta dei cittadini, gli uni a danno degli altri. A questo riguardo la somiglianza con le repubbliche del Medio Evo é tale che colpisce... In Grecia verso il III ed il II secolo av. Cristo « vi fu - dice P. Guiraud - una vera orgia di spogliazioni... molte città furono per molto tempo sconvolte, come Cineta d'Arcadia, dagli assassini, dalle spogliazioni, dai saccheggi ». Il male del resto, era più antico. Teognide di Megara ci descrive questo stato di cose : « Ma quando i tristi diventano violenti, corrompono il popolo, dànno sentenze inique nell'interesse della loro fortuna e della loro potenza. Non sperare che questa città sia lungamente tranquilla, anche se lo é al presente, poiché i malvagi fruiscono dei guadagni che provengono da pubbliche sventure (44/50) », « La violenza - dice più oltre, (1103) - ha perduto Magnesia, Colofone e Smirne ». Egli stesso era stato spogliato dei suoi beni. Del resto, a Megara la democrazia e l'oligarchia continuano ad alternarsi, ugualmente ingiuste e violente. Aristotile segnala come una delle cause più frequenti delle rivoluzioni il fatto che i demagoghi, " per ottenere i favori del popolo, commettono ingiustizie e spingono i notabili a rivoltarsi, domandano di dividere i beni o li caricano di « liturgie », talora li calunniano per confiscare a vantaggio del popolo i grandi patrimoni » (Poi. V, 5, 3) ».

Esattamente le stesse aspirazioni, esistono ancora nel nostro tempo. Gli uni chiedono che si spoglino tutti i « borghesi » ; altri si limiterebbero a spogliare gli ebrei, altri i protestanti, altri i cattolici e soprattutto le congregazioni religiose. Nel 1901 fu presentato alla Camera francese un progetto per la « revisione » delle grandi fortune.
Polibio (IV, 9, 4) parlando dei diversi regimi che si sono seguiti, dice : « Fino a che restò qualcuno di coloro che avevano provato la potenza e la dominazione degli antichi regimi, non si metteva nulla al disopra della uguaglianza e della libertà ». È quello che é successo, ai nostri tempi. Si son rovesciati, mutati, modificati i vecchi governi in nome della libertà. Sembrava allora che si fosse raggiunto quanto si poteva desiderare. Ma la scena non tardò a mutare, ed oggi molti parlano della libertà con disdegno: sono i beni altrui che si vogliono.

Polibio si mostra buon osservatore per il suo tempo, e forse, quantunque la storia non si ripeta mai, si troverà un giorno ch'egli era un po' profeta quando diceva (Ivi, 8) : «Quando il popolo si è abituato a vivere dei beni altrui ed a riporre la sua speranza nell'altrui fortuna, se ha un capo audace, che la povertà escluda dal governo, lo porta violentemente al potere. Dopo di che avvengono omicidi, espulsioni, divisioni delle terre».
Atene sfuggì in parte a questi mali, perché la spoliazione privata vi era sostituita dai provvedimenti, assai meglio ordinati, del socialismo di stato. Ma anche questo finì per dare i suoi frutti e per produrre la rovina della città.
Il marxismo non mira che alla trasformazione del capitale privato in capitale collettivo; il capitale per se stesso non verrebbe distrutto; ma il socialismo di stato, occupandosi di spogliare i ricchi senza pensare a ricostituire sotto la forma collettiva ciò che distrugge sotto la forma privata, deve necessariamente arrivare presto o tardi all'impoverimento del paese. Bisogna, infatti, notare che, data una condizione tecnica e sociale della produzione, le diverse specie di capitali, cioè i capitali fondiari, mobiliari e personali, non possono combinarsi in qualsiasi proporzione, ma per produrre il massimo effetto devono combinarsi in proporzioni che, pure senza essere assolutamente fisse, abbiano a variare soltanto in stretti limiti. Ne consegue che, dato lo stato di equilibrio, se si riduce violentemente la quantità di una di queste tre specie di capitali, per esempio dei capitali mobiliari, gli altri capitali non possono più essere ugualmente bene utilizzati, la produttività generale diminuisce e, con essa, il consumo : la miseria aumenta.

Questo risultato é confermato da altri fatti... Supponiamo che, data una curva di ripartizione dei redditi, vengano espropriati tutti coloro che hanno un reddito superiore a un certo limite; sembrerebbe che la ripartizione dei redditi dovesse restarne alterata per molto tempo. Si può ammettere che l'ineguaglianza dei caratteri fisici e mentali degli uomini finirà per ristabilire l'ineguaglianza dei redditi; ma occorreranno per ciò almeno alcune generazioni.
In realtà, un altro effetto si produce assai più rapidamente e tende a ristabilire l'equilibrio turbato. I redditi delle classi ricche servono in parte a conservare e ad aumentare il capitale mobile; é ciò che ben vide Marx quando dice che il capitale é un agente fanatico dell'accumulazione; e soprattutto questi redditi costituiscono quella parte di capitale mobile che, impiegati in speculazioni ardite, apre nuove vie alla produzione. Dunque se questi redditi sono soppressi, senza, d'altra parte, che si pensi a sostituirli coi redditi di un capitale collettivo, la somma totale del capitale mobile andrà soggetta ad una riduzione; con ciò le proporzioni dei capitali saranno cambiate, la produzione sarà di conseguenza diminuita, e tanto maggiormente in quanto si é soppressa precisamente una delle parti più produttive del capitale mobile. La diminuzione generale della produttività si traduce con una riduzione generale dei redditi. Così se sono soppressi i redditi elevati, si é tagliata la parte superiore della curva e senza volerlo si é prodotto in pari tempo la riduzione dei redditi meno elevati ; tutta la parte inferiore della curva si abbassa e di conseguenza la curva stessa finisce per riprendere una forma somigliante a quella che aveva prima, con la differenza che tutti i redditi si trovano ridotti...

Il socialismo di stato si é sviluppato come un parassita, che, attaccandosi ad un essere forte e vigoroso, può prosperare qualche tempo senza troppo indebolire la sua vittima. L'aumento della produttività dell'industria e dell'agricoltura procedette più rapido della distruzione dei prodotti da parte dello Stato; e così il risparmio ha potuto ricostituire i capitali falciati dallo Stato, ed anzi aumentarli. Ma nulla prova che questa compensazione debba avverarsi indefinitamente e che la nostra società abbia ad evitare interamente la decadenza, dalla quale, appunto perché la compensazione in parola cessò di verificarsi, furono colpiti altra volta Atee e l'impero romano. Si é molto discussa la questione della progressività delle imposte in Atene. La teoria di Boekh, secondo cui l' « eisfors » era un'imposta nettamente progressiva, ha trovato valenti contraddittori. Per il soggetto che ci occupa, non abbiamo bisogno di prendere partito in quella questione. Quali che fossero in diritto le imposte, nel fatto i prelevamenti, operati sul patrimonio dalle imposte o dalle « liturgie » più o meno volontarie, erano certamente progressivi. Ora sono unicamente questi prelevamenti totali che abbiamo a considerare... La distruzione di ricchezza compiuta in Atene, era tanto più dannosa in quanto il paese aveva maggior bisogno di capitali mobiliari. Il tasso elevato dell'interesse dimostra come fosse considerevole la sproporzione tra la quantità di capitali mobili esistenti e la quantità della quale abbisognava la produzione Anche vari fatti particolari lo indicano.
Nel piccolo trattato dei « Redditi » di Senofonte, si fa parola di risorse che lo stato dovrebbe procurarsi, per aumentare la produzione. Anche per lo sfruttamento delle miniere mancava il capitale. « Perché - chiede Senofonte - non si aprono attualmente nuove miniere come un tempo? Perché, - egli dice - gli sfruttatori delle miniere sono troppo poveri ». Guidato dall'osservazione dei fatti, Senofonte vide molto bene come le produzioni, che presentano una alea notevole, non possano essere intraprese che da gente ricca. Egli spiega come gli sfruttatori, se sono poveri, non possono correre il rischio di nuovi lavori; «Chi trova una buona miniera si arricchisce, ma chi ne trova una cattiva perde tutto ». Se i ricchi non fossero stati rovinati con la imposta e le "liturgie", se si fosse lasciato formarsi il risparmio, vi sarebbero stati patrimoni abbastanza considerevoli per potere sopportare, senza essere completamente distrutti, gli effetti delle cattive contingenze, e che avrebbero potuto compensarli con quelli delle eventualità favorevoli.

Senofonte espone un progetto, che per certi aspetti avrebbe reso collettivo il capitale delle miniere. Del resto tutto quel trattato tende ad addossare allo stato il carico di costituire il capitale necessario alla produzione, che i privati non potevano fornire. Realizzare questa tendenza sarebbe stato ancora il minore dei mali. Ma la democrazia ateniese si ingolfò viceversa sempre maggiormente nel socialismo, distruggendo il capitale sotto la forma privata senza ricostituirlo sotto la forma collettiva. E la decadenza fu pronta e senza rimedio... Certo i mali della guerra vi ebbero grande parte; ma nemmeno sotto la «pax romana », che di Cartagine interamente distrutta rifece una fiorente città, Atene poté rialzarsi nei riguardi economici; e di un passato glorioso non restarono che abitudini di parassiti.

La decadenza dell'impero romano ci offrirà un altro esempio dei mali derivanti dalla riduzione dei capitali mobili... Non abbiamo qui intenzione di studiare tutte le cause di decadenza dell'impero, vogliamo soltanto notare che parallelamente al fatto della consunzione, della scomparsa delle «élites », senza che fossero sostituite da altre di merito uguale, si osservava pure un fatto di capitale importanza : quello della distruzione, su larga scala, di capitali mobili. I due fatti hanno del resto una interdipendenza reciproca.
Se il socialismo di stato non avesse rovinato le « élites » nascenti, queste avrebbero finito per essere sufficientemente forti per spezzare le barriere che venivano loro opposte; se queste barriere non fossero esistite, le « élites » nascenti avrebbero finito per impedire lo sperpero della ricchezza.
La «pax romana » aveva aumentato la produzione della ricchhezza e favorito la formazione e la conservazione del risparmio, da ciò la prosperità dei primi tempi dell'impero.

E' così che attualmente i progressi tecnici ed economici della produzione ebbero gli stessi effetti e produssero la prosperità presente delle nostre società. Ma nello stesso tempo che nello impero romano cresceva la ricchezza si procedeva a distruggerla, come attualmente accade in proporzioni altrettanto crescenti. Venne un giorno per l'impero romano, e un fenomeno simile potrebbe prodursi per le nostre società, in cui lo sperpero del risparmio ne superò la produzione. Fu questa per l'impero una delle cause più efficaci di decadenza. Spese più o meno volontarie, fatte per contribuire al benessere o al divertimento del popolo, esaurivano i redditi delle classi più ricche dell'impero romano, come le « liturgie» in Atene... La distruzione dei patrimoni rese sempre più di diffifcile il reclutamento dei "curiales", sui quali ricadevano troppo gravi spese...
Vi era ancora di peggio. I proprietari, schiacciati dalle sempre crescenti imposte, necessarie per far le spese del socialismo di stato e degli sperperi degli imperatori, abbandonavano le loro terre e cessavano di coltivarle. L'attuale socialismo di stato avvia le nostre società verso una situazione analoga, cercando di rovinare i capitalisti con l'imposta progressiva o con altri simili provvedimenti, e di far scomparire gli imprenditori col mezzo degli scioperi e d'innumerevoli misure vessatorie, che restringono la libertà dell'industria e del commercio e ne aumentano gli oneri.

Gli imperatori si occuparono molto del danno che veniva allo Stato dai « deserti agri ». Il solo rimedio efficace sarebbe stato diminuire i pesi dell'agricoltura, moderare alquanto la distribuzione dei capitali mobiliari compiuta dal socialismo di stato. Non volendo e non potendo mettersi per questa via, gli imperatori ricorsero a provvedimenti il cui numero stesso attesta la perfetta inutilità.
Da un lato si cercò di procurare la mano d'opera all'agricoltura. Perciò le misure che rinforzano l'istituto colonico, che attaccano l'uomo alla gleba; perciò le distribuzioni di prigionieri barbari ai proprietari di fondi. D'altro lato si cercarono nuovi proprietari per le terre abbandonate. Pertinace permise al primo occupante di coltivar le terre abbandonate dal fisco, con esenzione d'imposta per dieci anni. Una costituzione di Valentiniano e Valente parla di terre deserte, occupate a condizione di certe immunità.

Ma questa occupazione volontaria di terre era lungi dal bastare; e siccome per il fisco si trattava, innanzi tutto, di trovare chi pagasse le imposte, si immaginò di forzar la gente a diventar proprietari! Così i nostri socialisti, con l'arbitrato obbligatorio in caso di sciopero, vogliono costringere un imprenditore a proseguire la sua industria in condizioni che egli giudica disastrose. In un modo o nell'altro, l'imposta relativa alle terre abbandonate doveva rientrare. Aureliano ordinò che i « curiales» dovessero incaricarsi dei beni deserti esistenti nel territorio della loro città. Costantino aggiunge che se questi curiali non sono solvibili, spetterà a tutti i proprietari pagar le imposte per i beni abbandonati.

È evidente come tali provvedimenti non fossero atti che a far peggiorare il male che si voleva guarire... Questi non sono che casi particolari di un fenomeno pressoché generale. Quando certe misure producono inconvenienti, si aggravano queste misure, in luogo di tornare indietro. Ciò aggrava gli inconvenienti, e si é costretti di nuovo ad aggravare le stesse misure. Si continua così di seguito indefinitamente. Tale l'alcolizzato, in luogo di ridiventar sobrio, chiede l'oblio dei mali, che egli stesso si procura, a dosi sempre crescenti di alcool..,,
Il fenomeno si ripete in molti paesi : nell'antica Atene, nell'impero romano, nella repubblica di Firenze, quando vi fu isttuita la imposta progressiva; ricompare ai nostri tempi, ove le classi popolari, tenendo il potere politico, se ne servono per spogliare le classi ricche; il che del resto non é molto diverso da quanto si vede là dove al contrario sono le classi ricche che spogliano le povere...
(I sistemi socialisti, Voi. I, Cap. III, pagg. 154-173).


* I SISTEMI SOCIALISTI TEORICI: CLASSIFICAZIONE
(Vol.I cap. III pagg. 263-268)


Numerosissimi sistemi socialisti sono rimasti semplici concezioni spirituali che non ebbero mai alcuna applicazione pratica; e se talvolta si sarebbe tentati di riconoscerne talune fra i regimi esistenti, un più approfondito esame non tarda a dimostrare che si tratta di organizzazioni sviluppatesi spontaneamente e che si cerca giustificare « a posteriori » con considerazioni teoriche...
Non bisogna credere, poiché ci fermeremo lungamente ad esaminare il valore logico di certe concezioni, che questo valore abbia una grande importanza pratica. In questo studio procediamo come il grammatico che studia la morfologia omerica; in fondo questa morfologia non ha che pochi o punti rapporti con la bellezza dei poemi omerici che sono piaciuti a tante generazioni per tutt'altri motivi che quello dell'uso di questa o di quella forma verbale.
Abbiamo visto che le organizzazioni socialiste erano caratterizzate dal fatto che esse riducevano a un minimo la proprietà privata. Possono essere, secondo la loro forma, disposte in tre categorie : 1) I sistemi religiosi ; 2) I sistemi metafisici ; 3) I sistemi scientifici.

Ben inteso, questa classificazione, come la maggior parte delle classificazioni scientifiche, non ha nulla di assoluto e buon numero di sistemi appartengono, in parte, ad una categoria, in parte ad un'altra.
I sistemi religiosi si propongono di stabilire un genere di vita che é supposto gradevole alla divinità o che, per parlare in modo più generale, é in armonia con certi sentimenti religiosi. Bisogna, infatti, ben notare che questi sentimenti possono ben esistere senza che abbiano per oggetto la forma concreta di una divinità personale. Il buddismo ne è un esempio; il « positivismo », almeno quale nei suoi ultimi anni lo concepiva Augusto Comte, ne é un altro. Questo « positivismo » ha più tratti comuni col cattolicismo; ed ha, d'altra parte, un culto assai complicato. Inoltre, ricorre spesso alle concezioni metafisiche. E' un sistema misto che può essere collocato, a seconda del punto di vista nel quale ci si mette, nella prima o nella seconda delle categorie che abbiamo appena fissate.
I sistemi religiosi, simili ai sistemi metafisici, mettono al secondo piano la parte economica della organizzazione, la felicità terrestre dell'uomo. Non é che neghino che questa felicità possa essere raggiunta, ma non lo sarà che in una maniera accessoria, mentre lo scopo cui si mira é altro.
I metafisici antichi hanno cercato di provare l'identità della felicità e della saggezza, come essi la intendevano. Era, a lor dire, impossibile che il saggio fosse infelice. Aristotile stabilisce che la migliore amministrazione della città é quella che assicurerà a tutti la più grande quantità di felicità, e che la felicità consiste nel far uso della virtù, non della virtù sotto condizioni, ma della virtù semplice, avendo quest'ultima per scopo il bello ed il buono.
Come tipi dei sistemi religiosi si possono citare parecchi sistemi... come quelli dei monaci buddisti, dei monaci cattolici, dei Shaker.

I sistemi metafisici si propongono regolare la condotta dell'uomo secondo certi principi che, come d'altra parte i princìpi religiosi, sfuggono alle sanzioni dell'esperienza; ma la metafisica si rivolge alla ragione, mentre la religione parla al sentimento. « La « repubblica » di Platone é l'archetipo dei sistemi metafisici.
I sistemi scientifici cercano la felicità degli uomini su questa terra, e usano, o almeno cercano di usare, l'osservazione, l'esperienza e la logica.
Ci si può naturalmente ingannare anche seguendo questa strada, sia perché le osservazioni sono imperfette ed erronee, sia perché il ragionamento non é probante, ma si tratta di errori nella applicazione del metodo e non che sia errato il metodo stesso.

Tipo di tali sistemi è il socialismo detto « marxista » almeno nella parte teorica. In pratica, la ragione fa posto a sentimenti che si possono ascrivere nel numero dei sentimenti religiosi.
Se lasciamo da parte, per un momento, il socialismo di stato, e se raccogliamo la nostra attenzione soltanto sulle tre classi appena indicate, vedremo che di tutti i sistemi che esse comprendono, i sistemi religiosi sono quelli che hanno avuto il maggior numero di applicazioni pratiche.

Questo fatto é notevole; conferma l'osservazione che, per cambiare una organizzazione sociale, bisogna cambiare anche i1 carattere degli uomini.
Ora, la passione religiosa è una delle più grandi forze che possano effettuare questo cambiamento. La sola i cui effetti siano ugualmente intensi, in senso contrario, che quelli dell'istinto egoista che spinge l'uomo a procurarsi il massimo di godimento col minor sforzo possibile.
Sotto questo rapporto, lo si può solo confrontare coll'amore sessuale; che gli resta molto inferiore sotto altri rapporti, perchè si estende molto meno nel tempo e nello spazio. L'amore sessuale non opera, infatti, che durante un periodo assai corto della vita e non impone sacrifici che per una sola persona o un piccolo numero di persone. Di questo genere é anche l'amore materno, notevolmente sviluppato presso un gran numero di animali. Altre passioni, come l'amor di patria, amore che si confonde spesso coi sentimenti religiosi, la devozione ad una casta, l'orgoglio, la vanità possono del pari prevalere sul sentimento dell'egoismo. Ma se i loro effetti possono essere intensi per alcuni individui e per un lasso di tempo più o meno lungo, non é che eccezionalmente che essi si estendono a tutti gli uomini di una contrada e a tutta un'epoca.

I sistemi metafisici non hanno alcuna applicazione pratica o quasi nessuna. Servono al massimo, come nel caso del socialismo di stato, a giustificare « a posteriori » applicazioni che hanno tutt'altra causa. La metafisica é una passione che non domina se non un piccolissimo numero di filosofi e che non opera assolutamente sulla maggior parte degli uomini.
Quanto ai sistemi scientifici, non bisogna lasciarsi indurre in errore dai grandi progressi del marxismo. Guardandovi da vicino si vede che questi progressi, nelle masse popolari, sono avuti in gran parte ad un entusiasmo riflesso, che rientra nella categoria dei sentimenti religiosi, piuttosto che ad una persuasione scientifica. Quante persone fra quelle che si chiamano marxiste » hanno letto e compreso « Il capitale » di Carlo Marx? La proporzione non differisce forse molto da quella che si otterrebbe cercando quante persone, fra quelle che si dicono cattoliche, hanno letto e meditato i libri santi.
Anzi, se consideriamo il fenomeno obiettivo, tutti o quasi tutti i sistemi socialisti sono sistemi religiosi prendendo questo termine in un senso molto largo. Questa proposizione, d'altra parte, non è probabilmente che un caso particolare di una proposizione più generale, poiché i sentimenti religiosi sono la base tutti i sistemi sociali esistenti. Se noi consideriamo il fenomeno soggettivo, i sistemi socialisti metafisici ed i sistemi scientifici prendono una grande importanza, non sole dal punto di vista dei sistemi ideali ma anche da quello dei sistemi pratici, poiché gli uomini che in realtà cedono a un sentimento religioso, si immaginano di essere, al contrario, guidati dalla loro ragione nella scelta di uno di questi sistemi metafisici o scientfici...( I sistemi socialisti, Vol. I, Cap. III, pagg. . 263-268)


* PRINCIPALI ARGOMENTI RIFORMATORI
...( I sistemi socialisti, Vol. I, Cap. VI, pagg. . 269-393)


* a) ARGOMENTI ARISTOCRATICO
Si può designare sotto il nome di «argomento aristocratico» in virtù del quale si afferma che i « migliori » debbono governare, o che, in una maniera più generale, nella organizzazione sociale ogni impiego deve essere affidato all'uomo « migliore e più competente ». ...Parecchi punti sono da osservare :
1) Si può mancare per ignoranza, ma si può anche mancare per interesse. La competenza tecnica può far evitare il primo male, ma nulla può contro il secondo. Il sindacato dei fornai sarà, forse, capace, e occorre anche in questo rare numerose restrizioni, di produrre pane nelle migliori condizioni possibili, ma é anche capace di farselo pagare il più caro possibile.

...2) Ci sono diversi generi di competenza. Spesso, in una impresa, la competenza tecnica non solo differisce ma si oppone alla competenza finanziaria...
3) La competenza tecnica é spesso unita alla pedissequa abitudine. Tutti i corpi costituiti, come le corporazioni, le accademie, le società scientifiche, le società politiche, ecc., hanno spiccata tendenza a chiudersi in certi dogmi, a immobilizzare l'arte o la scienza, a respingere le innovazioni o almeno certe innovazioni... La maggioranza degli inventori non soltanto uscivano dalle file degli « incompetenti », ma sono stati spesso considerati come non troppo ragionevoli...
4) La bontà morale, quando si tratta di organizzazione sociale, é ancora assai più difficile a cogliere che la competenza...
5) Finalmente in questo caso, come per le proposizioni a base metafisica, si dimentica che la felicità é essenzialmente soggettiva. Che cosa importa ad un europeo avere, per preparargli il pranzo, un provetto cuoco cinese, se la cucina cinese gli dispiace? I nostri asceti moderni dimenticano un po' troppo che non si può obbligare con la forza la gente ad essere felici.. Senofonte (Mera. III, 9) presenta Sodate che predica la scelta del migliore... Ahimé!, queste teorie non hanno che rapporti ancora indecisi con la realtà, e per il momento non si conosce altro mezzo di scegliere gli uomini che quello di provare che sanno fare, mettendoli in concorrenza gli uni con gli altri... Quanto alla scelti degli uomini, il Comte non fa fare alcun progresso alla dottrina di Platone; sfiora con la maggior leggerezza possibile ciò che costituisce la principale difficoltà delle organizzazioni aristocratiche e, non potendo risolvere questa difficoltà, cerca semplicemente di dissimularla... I Sansimoniani non danno nessuna nuova soluzione del problema della scelta degli uomini. Soltanto chiamano «istituzione sociale » quella che Platone chiamava « magistrati » e il Comte « potere spirituale »... Morelly ha immaginato, per scegliere i capi della sua società comunista, un sistema di rotazione...

La povertà d'immaginazione dei riformatori, quanto ai sistemi della scelta degli uomini, é notevole. Torniamo sempre allo stesso punto. Incapaci noi stessi di risolvere il problema della scelta degli uomini ci scarichiamo di questa cura sul caso, su un sistema di rotazione, su un corpo speciale o su un individuo; sui « magistrati » di Platone, sul « prete sociale » di Saint Simon, sul «potere spirituale» di Augusto Comte, ecc. Ma chi ci assicura che questa gente avrà i lumi che ci mancano? E che, avendoli, ne faranno uso? « Sed quis custodiet custodes? »... Certo, se si ammette che si possono dare un individuo o individui dotati di omniscienza, infinitamente virtuosi e infinitamente buoni, ciò che ci sarà di meglio da fare sarà rimettere ogni potere nelle loro mani, e l'esposizione del sistema di organizzazione sociale sta tutto in queste poche parole.
Tutt'altro é il problema reale. Consiste nel trovare la maniera di effettuare la scelta meno cattiva che sia possibile fra uomini imperfetti, cioè più o meno ignoranti, più o meno viziosi, quali insomma li conosciamo...

b) ARGOMENTO DELL'UNITA'
Se conoscessimo la migliore soluzione di un problema, è evidente che ci converrebbe adottarla uniformemente, avere un procedimento unico senza introdurre varianti in questa materia. Così, per esempio, sappiamo che per ottenere la superficie di un rettangolo basta moltiplicare la sua base per la sua altezza... Sul terreno concreto delle arti, ignoriamo sempre o quasi sempre per l'unità della soluzione e tale unità non é vantaggiosa.. Questa unificazione tende anche a prodursi sotto l'influsso della concorrenza, che sostituisce la scelta « a priori » con la scelta «a posteriori» o che, in altri termini, applica il metodo sperimentale... Ma esiste un altro metodo più perfetto, un altro mezzo di ottenere lo stesso risultato a un minor prezzo? Ecco il problema da risolvere... Alla domanda testé fatta i riformatori rispondono sì. Sono tanto più inclini a farlo in quanto non brillano, in genere, per un eccesso di modestia e in quanto la loro scienza è, almeno a loro avviso, estremamente estesa. Come mai uomini così straordinariamente dotati potrebbero ignorare la miglior soluzione da dare ad ogni problema particolare?... Ogni nuovo riformatore non riflette abbastanza che se i suoi predecessori fossero riusciti a «unificare» l'organizzazione sociale, egli non avrebbe potuto avanzare il suo sistema.

Se la società si fosse cristallizzata nelle forme che voleva Platone, non avremmo avuto le opere dei Rousseau, del Morelly, del Fourier, del Comte, il che non sarebbe stato forse una grande sventura, ma saremmo stati anche privati delle opere del Galilei, del Newton, del Lavoisier, del Watt, del Darwin, ecc., e - questo non sarebbe stato a nostro vantaggio... Gli antichi riformatori nelle nostre società e, sino a questi ultimi tempi, i riformatori Cinesi, obbiettavano che essi non innovavano, ma che non facevano che ritornare all'antica unità, dalla quale i loro contemporanei si erano allontanati. I nostri riformatori moderni hanno altra risposta. Si sono impadroniti della concezione dell'evoluzione e più o meno la applicano alle loro dottrine, le dottrine del passato erano buone per i tempi nei quali esse si sono prodotte, la dottrina del riformatore é buona per il tempo nel quale questo riformatore vive. Del resto, questa idea aveva corso ben prima che si parlasse correntemente di evoluzione. Ecco come si esprimono i Sansimoniani : «Il mondo attendeva un salvatore ...È apparso Saint Simon ». -Mosé, Orfeo, Numa hanno organizzato i lavori materiali - Gesù Cristo ha organizzato i lavori spirituali; - Saint Simon ha organizzato i lavori religiosi. -
Dunque Saint Simon ha riassunto Mosé e Gesù Cristo... Adesso si risale assai più lontano che a Mosé : é dalla ipotetica nebulosa solare in poi che seguiamo l'evoluzione sino a che essa riceva il suo degno coronamento con l'avvento inevitabile del collettivismo. L'unità statica si cambia, dunque, in una unità dinamica.
L'unificazione si estende nello spazio ma non nel tempo. Ogni epoca deve avere una organizzazione unificata, ma l'organizzazione di una epoca può, e persino deve spesso differire da quella di un'altra. C'é, tuttavia, una tendenza a mettere un termine a questo ciclo quando si perviene alla organizzazione desiderata dai riformatori. Il regime feudale doveva generare il regime borghese, questo deve fatalmente cambiarsi nel regime collettivista; ma arrivati qui, ci si ferma. Quando il mondo avrà fatto
questo sforzo, si riposerà... Presentato in questo modo, l'argomento della unità conduce ad una assurdità manifesta; ma non dobbiamo fermarci alla superficie, dobbiamo cercare di arrivare al fondo delle cose e vedere se le esagerazioni dei partigiani di questi principi non nascondano qualche verità.

Prima di tutto, c'é una verità soggettiva. In molti animali e nell'uomo esiste un sentimento che rende estremamente penose e spiacevoli certe dissomiglianze fra l'aspetto o la maniera di essere di un individuo e quella della generalità... C'é, di poi, nell'argomento dell'unità una verità obiettiva, che ha ispirato il precetto cattolico: « In necessariis unitas, in dubiisi libertas, in omnibus charitas ». In certe cose l'unità é quasi indispensabile, in altre essa é assai utile; questo darebbe ragione ai partigiani esclusivi della uniformità; ma bisogna aggiungere che in altre cose questa uniformità é indifferente e che in altre ancora essa é decisamente nociva. La difficoltà non risiede dunque nel riconoscerne l'utilità ma nel sapere precisamente quale sia il limite in cui questa utilità cessa ed in cui la uniformità comincia
i diventare nociva...


* c) ARGOMENTI TRATTI DAI SOFISMI PER ASSOCIAZIONE D'IDEE
Nella teoria della ricchezza non guadagnata, dell' « unearned increment », l'associazione delle idee ha una parte grande. E', soprattutto, la « rendita economica » che si ha di mira adoperando il termine «unearned increment», ma, in fondo esso può applicarsi ad ogni ricchezza che non sia il frutto del lavoro.
L'uso di questo termine ha per scopo di riassumere una certa teoria, e di riassumerla in una maniera abbastanza vaga perché essa sfugga ad una analisi rigorosa che ne farebbe vedere l'inanità. Questa teoria afferma che é legittima solo la ricchezza che é il prodotto del lavoro; quella che non ha questa origine non é stata guadagnata, e di qui il termine di « unearned increment », e di conseguenza non é legittima, né giustamente acquisita.

Bisogna, dapprima, osservare che questa teoria é accettata in un senso ed applicata in un altro. La si accetta nel senso morale. Per quanto si parli del lavoro, si ha di vista lo sforzo. L'uomo che compie questo sforzo merita una ricompensa, non ne merita alcuna se non compie alcun sforzo. Si applica la teoria nel senso economico, cioé al lavoro, allo sforzo, si sostituisce il risultato ottenuto, ciò che é ben lungi dall'essere la stessa cosa. Un calzolaio inabile o distratto può vedere i suoi sforzi non riuscire che a sciupare il cuoio che gli viene consegnato, mentre un altro ne farà un buon paio di scarpe; ora in realtà, sono le scarpe che si pagano senza preoccuparsi dello sforzo... Inoltre questa teoria riposa su un errore, che si trova del resto all'origine di parecchie altre consimili teorie. Si suppone implicitamente che si possa separare nel prodotto la parte che spetta a ciascuno dei fattori della produzione; ciò che non é. Per avere la luce, occorre una lampada, uno stoppino, l'olio. È assolutamente impossibile dire quale parte della intensità luminosa spetti a ciascuno di questi elementi.

Per avere un vitello, occorre un toro ed una mucca; provatevi un po' a determinare quale parte del vitello spetta al toro, e quale parte alla vacca ! Per ottenere una certa produzione economica, occorre l'uso del suolo, dei capitali mobili, del lavoro. Non si saprebbe determinare la parte di ciascuno di questi elementi nel prodotto, e tutti i tentativi, che sono stati fatti in questo senso, non si basano che su sofismi. Occorre, inoltre, notare che le cose da noi testé indicate con un solo termine : « suolo », « capitali mobili», « lavoro » sono, in realtà, assai complessi e multipli. Non c'é, per esempio, un solo lavoro : ve ne é un gran numero.
Un uomo taglia un abito, un altro lo cuce. Come distinguerete voi nell'abito la parte di ciascuno? Ora, se voi non pervenite a fare esattamente questa partizione, ne risulterà certamente che un uomo avrà più di quello che gli spetta e l'altro meno; il primo godrà di un « unearned increment ». Inoltre il prezzo di un prodotto dipende da una folla di circostanze estranee assolutamente al lavoro... I falegnami, che lavoravano a preparare la esposizione di Parigi, guadagnavano 8 fr. al giorno. I falegnami, che compiono un lavoro almeno equivalente in Italia, non guadagnano che 4 fr. al giorno. Se noi ammettiamo, ciò che a vero dire nessuno sa, che tutti questi falegnami compiono lo stesso sforzo, c se noi prendiamo come base della rimunerazione, ciò che guadagnano i secondi, troveremo che nel salario dei primi c'é un « unearned increment » di 4 fr... Queste considerazioni non sono neppure estranee all'uso del termine « plus-valore », « Mehrwerth » ; presso Marx ed altri autori, é la stessa cosa per i termini «sopralavoro» ed altri simili. Una gran parte dei ragionamenti di Marx convincono precisamente grazie alle associazioni di idee che questi termini portan seco. « La produzione di plus-valore non è, dunque, altra cosa che la produzione di valore, prolungata al di là di un certo termine. Se il processo del lavoro non dura che fino al punto in cui il valore della forza di lavoro pagata dal capitale é sostituita da un equivalente nuovo, c'é semplice produzione di valore; quando sorpassa questo limite, c'e produzione di plusvalore ». (II Capitale, I, pag. 83, Cap. 7, trad. francese). Il « sopralavoro » é il lavoro necessario a produrre il « plus-valore »...

Ma si potrebbe facilmente rovesciare questo ragionamento. Per esempio, una società cooperativa di produzione contrae un prestito con gente che ha risparmiato. Paga come affitto di questo risparmio una certa somma che é necessaria perché il risparmio si costituisca e perchè esso si trasformi in capitale. I lavoratori appartenenti a questa società cooperativa hanno, dunque, acquistato « la forza del capitale » come il capitalista aveva acquistato « la forza del lavoro ». Per produrre questo affitto basterebbe adoperare il capitale (volendo concretare la concezione far lavorare le macchine comperate col risparmio preso in affitto) un certo numero di ore, per esempio quattro ore al giorno gli operai al contrario, impiegano il capitale, fanno lavorare le macchine, otto ore al giorno. Ecco, dunque, un « sopralavoro » delle macchine, un « sovraimpiego » del capitale - come c'era precedentemente un « sopralavoro » degli operai - e gli operai della società cooperativa usurpano il « plus-valore » che risulta da questo sopralavoro o da questo sopraimpiego e sfruttano il capitale come precedentemente i capitalisti usurpavano il plus-valore e sfruttavano i lavoratori...


d) L'ARGOMENTO DELLE PRETESE LEGGI STORICHE
I sistemi socialisti antichi sono presentati abitualmente come un ritorno alle sagge istituzioni degli antenati, o come leggi scoperte dal ragionamento. C'é una tendenza tra gli autori dei sistemi moderni a presentarsi come rivelatori di leggi storiche la cui azione è fatale. Questi autori sono semplicemente profeti che annunciano ciò che deve accadere... I nostri riformatori si sono trovati alle prese con avversari che loro opponevano pretesi «diritti » dell'individuo, la tradizione, e concezioni sentimentali o metafisiche. Hanno voluto aver l'aria di mettere la scienza dalla loro; ciò che, del resto, non ha loro impedito di fare ragionamenti altrettanto metafisici, che quelli dei loro avversari...
I discepoli dei Saint Simon credono che il loro maestro abbia scoperto le leggi della storia. Augusto Comte stima che questo onore é toccato a lui, Marx ed Engels lo rivendicano a loro volta.
Siccome questi autori sono ben lontani dall'accordarsi tra loro, corre necessariamente che qualcuno fra essi si inganni; potrebbero, del resto, essere nell'errore tutti ... Se i fenomeni soli fossero uniformemente crescenti (o decrescenti), si potrebbe vilmente dedurre il futuro dal passato; si é osservato che un fenomeno é cresciuto d'intensità nel passato, se ne dedurrebbe che aumenterà di intensità nell'avvenire. Ma i fenomeni sociali esentano, in generale, un procedere ondulato. Ci sono periodi i quali l'intensità cresce, altri nei quali essa decresce. E' molto difficile sapere se il periodo di crescita osservato sino al presente non stia per essere presto o tardi, seguito da un periodo di decrescenza..
Si presenta poi una difficoltà ben più considerevole : risiede in questo che i fenomeni che si vogliono interpolare non sono né misurabili né ben definiti. In questo caso la pretesa legge, dedotta dall'osservazione del passato, non é per lo più che una pura illusione; essa rappresenta soltanto certi rapporti che esistono tra i sentimenti, quasi sempre molto vaghi che lo studio di questo passato fa nascere in noi...


* d) L'ARGOMENTO CONTRO GLI INTERESSI DEL CAPITALE
Da una parte si fa appello ai sentimenti di pietà, che quasi necessariamente esistono presso l'uomo vivente in società, a vaghi sentimenti di uguaglianza, di giustizia, a princìpi religiosi, confronti fra il ricco ozioso supposto vizioso ed il povero laborioso, supposto onesto; insomma sfruttano la ricca miniera del sentimento. D'altra parte, si tende a provare che l'eterogeneità sociale, in virtù della quale le persone che fanno uso del risparmio per la produzione non sono le stesse persone che la possiedono nuoce al benessere generale. L' una proposizione che potrebbe essere scientificamente vera, ed alla quale, in ogni caso, non c'é nessuna obiezione « a priori » da fare. Ma non ci si ferma qui; trascinati dalla passione si va oltre; non é solo ai possessori del risparmio che si é ostili ma si combatte il risparmio stesso, negando che il suo uso possa avere un valore...
Si possono dividere in tre classi le trasformazioni subite dai beni economici: 1° le trasformazioni materiali; 2° le trasformazioni nello spazio; 3° le trasformazioni nel tempo.
Le due prime sono più facilmente avvertite dai nostri sensi ed é per questo che esse sole sono state considerate. Sono le sole che sembrino « meritare » una rimunerazione; la terza non ne merita alcuna, essendo vana e frivola cosa. Ben lungi dall'essere così, e Bohm Bawerck ha avuto il gran merito di far brillare la verità su questo punto, quella attraverso il tempo é una delle trasformazioni economiche più importanti. Il perfezionamento dei metodi di produzione si ottiene sostituendo la via indiretta alla via diretta (per esempio per condurre l'acqua da una località ad un'altra si stabilisce un acquedotto invece di inviare gli uomini ad attingere l'acqua coi secchi); ora, la via indiretta allunga precisamente il tempo di trasformazione dei beni economici.
Come l'abbiamo già fatto rilevare, la teoria delle trasformazioni economiche si può stabilire senza fare uso della nozione di capitale, ma la introduzione di tale nozione facilita molto l'esposizione dei fatti, soprattutto quando si vuol fare questa esposizione in linguaggio volgare senza ricorrere alle matematiche...
Ci sono capitali che si ottengono con la trasformazione del risparmio, per esempio le macchine; altri capitali ci sono che non si ottengono affatto o che si ottengono difficilmente attraverso questa trasformazione, per esempio, la superficie del suolo. Per ottenere i primi occorre : I° prima di tutto avere il risparmio, cioé effettuare una prima trasformazione nel tempo; II° Il trasformare questo risparmio in capitali, ciò che implica trasformazioni materiali e nello spazio, accompagnate, come tutte le trasformazioni economiche, da una trasformazione nel tempo.

Tutte queste considerazioni sono obiettive : concernono gli oggetti trasformati indipendentemente dal sistema di organizzazione della società.
Le concezioni di capitale e dell'ufficio del capitale nella produzione sono diversissime nei diversi economisti; molte fra esse si avvicinano, tuttavia, a quelle che abbiamo testè esposte. Ma presso i socialisti moderni la nozione di capitale é tutt'altra.
Hanno preso per criterio di classificazione non più le qualità obiettive delle cose ma i rapporti nei quali esse si trovano con gli uomini che le adoperano... Così, se la macchina di cui noi abbiamo parlato precedentemente appartiene all'operaio che la mette in opera, essa non é un «capitale», se essa appartiene ad una persona diversa da questo operaio essa é un « capitale »...
Nulla di più sterile che il disputare sulle parole. Adottiamo, dunque, per un momento, la nomenclatura degli autori socialisti e designano col termine di « capitale S » i mezzi di produzione che sono messi in opera da altri che dal loro proprietario... Poiche il termine di « capitale » é monopolizzato da altri, accontentiamoci di una semplice lettera dell'alfabeto per designare certi oggetti determinati, e chiamiamo X ciò che fino ad ora abbiamo chiamato « capitale »; oppure per richiamare questa origine, potremmo designare anche questi oggetti sotto il nome di « capitale X »...
Ammetteremo, insieme, che la produzione delle nostre società é una produzione « capitalistica » e che il « capitale S » patirebbe il giorno in cui i mezzi di produzione fossero « socializzati ». Questo risulta dalla stessa definizione del termine di "capitale S" e non potrebbe, in alcun modo, essere contestato.
Gli economisti hanno avuto torto grande di dare battaglia su questo punto.

... La scomparsa della « categoria storica » del « capitale S » non tocca per nulla la « categoria logica » o, per meglio dire oggettiva, X. Che « si socializzino » o non « si socializzino » i mezzi di produzione, per avere i pulcini occorreranno sempre una gallina ed un gallo- e per disporre di questi animali, è necessario averli « risparmiati », non averli mangiati quando erano polli novelli. La scomparsa del «capitale S » trae seco soltanto questa conseguenza che la gallina ed il gallo dovranno appartenere all'uomo che vuole far nascere i pulcini, oppure che questa gallina e che questo gallo saranno «socializzati »...

f) * GLI ARGOMENTI TRATTI DALL'IDENTIFICAZIONE DELLA RICCHEZZA DEI METALLI
L'uomo che ha l'oro é l'uomo che é ricco; é « l'uomo pieno di scudi » del Marx; e questa idea trae con sé tutto un corteo di concezioni, sfavorevoli a quest'uomo, favorevoli ai poveri che egli « sfrutta ». Ora, é vero che l'uomo che ha molto oro é ricco, ma é falsa la proporzione inversa. Non é affatto vero che l'uomo ricco sia colui che ha molto oro, che sia « l'uomo dagli scudi » oppure dai « luigi d'oro »... Inoltre, c'é una tendenza a considerare il lavoro che ha per scopo la produzione dell'oro, come fosse di una qualità inferiore. L'uomo che produce l'oro si mette al servizio di passioni vergognose dei suoi simili: non produce nulla di utile, di necessario alla vita. Il lavoro dell'agricoltore, al quale dobbiamo i nostri alimenti, é evidentemente di una natura più elevata. A proposito delle miniere d'oro, abbiamo letto questa frase: « I bisogni dell'uomo lo spingono a coltivare la terra; i suoi vizi a sfruttare le miniere ».

Si giunge così ad una conclusione opposta a quella che affermava che l'oro era la sola ricchezza; adesso é considerato come cosa interamente vana e futile. Queste proposizioni, pur essendo contraddittorie, sussistono assieme, e sono enunciate con sicumera uguale dalle stesse persone. Non é questo del resto un fatto isolato; nella logica delle « folle » due proposizioni contradditorie possono essere vere assieme...
In realtà la moneta metallica non è la ricchezza, ma soltanto una piccola parte della ricchezza. Non é tutto, ma non é, d'altra parte, neppure nulla nel fenomeno economico; essa ha un ufficio assai importante col facilitare la produzione e la distribuzione dei beni. Che i signori « moralisti » ci si rassegnino! l'uomo che estrae l'oro dalla terra, colui che lavora a preparare la carta di cui sono fatti gli «chéques», colui che costruisce una locomotiva, una linea telegrafica, un ufficio di posta, un battello a vapore, ecc., cooperano tutti senza sospettarlo a procurarci il pane quotidiano ed a soddisfare altrettanto i bisogni più urgenti quanto quelli che lo sono meno.

La scienza economica ci spiega come questo abbia luogo, allo stesso modo che un'altra scienza ci spiega che ciò che noi crediamo essere il levare ed il tramontare del sole e delle stelle non é che illusione, e che non é affatto vero che il sole si immerga ogni sera nell'oceano.
(I sistemi socialisti. Vol. I, Cap. VI, pagg. 269-393 ).


FINE

Ringrazio per l'articolo
offerto a Storiologia
il direttore Franco Gianola
di Storia in Network

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