JEAN  JACQUES ROUSSEAU
e "IL CONTRATTO SOCIALE"


(1712-1778) 

di LUCA MOLINARI


IL SUPERAMENTO DELL’ILLUMINISMO ED 
IL CONTRATTO SOCIALE


J.J. Rousseau nasce nel 1712 a Ginevra e rappresenta la generazione avanzata del “secolo dei lumi”. (aveva 3 anni quando morì il dispotico Luigi XIV (1715) mentre Voltaire ne aveva 21, ed era già rinchiuso alla Bastiglia per le sue idee).

La cultura illuminista aveva conosciuto, con Diderot e Voltaire, il suo momento di massimo splendore riuscendo ad aprire un ampio dibattito sui principi di eguaglianza e di libertà che avrà come naturale conclusione la rivoluzione francese del 1789 le cui parole d’ordine furono, appunto, “libertà, fraternità ed eguaglianza”.

Le idee liberali di cui sarà impregnato il XVIII secolo, alla nascita di Rousseau (1712), avevano già come padre nobile non solo Montesquieu (1689-1755), ma anche Voltaire (1694-1778) (tanto che Victor Hugo ebbe a dire: “Il ‘700 è Voltaire” e Luigi XVI, prigioniero dopo il tentativo di fuga dalla Francia rivoluzionaria, prima di salire sulla ghigliottina vedendo i suoi libri nel carcere accusò il filosofo “con questi quell'uomo ha rovinato la Francia”.

Con Rousseau, invece, si entra in una seconda fase del pensiero illuminista, in cui l’elemento razionalista viene a convivere obbligatoriamente con il recupero del sentimento e di alcuni elementi che fecero del filosofo ginevrino un precursore del pensiero romantico.

Non c’è più una fede nel progresso e nella scienza anzi, recuperando autori classici (da Plutarco a Seneca) si accusano le arti e le conoscenze scientifiche di aver provocato la corruzione dell’uomo che, invece, nel suo stato di natura (condizione mai esistita realmente in un preciso momento storico) viveva in una sorta di “età dell’oro” in cui poteva godere ed usufruire di tutti i suoi diritti naturali che ne facevano un essere felice e libero.

La critica di Rousseau è rivolta soprattutto verso i giusnaturalisti e verso Hobbs i quali hanno proiettato nella propria concezione di uomo ideale le caratteristiche dell’uomo civilizzato finendo, così, per giustificare i difetti di quest’ultimo.

Altra tematica del pensiero politico è la ricerca dell’uguaglianza e della comunanza dei diritti come condizione base dell’esistenza dell’uomo.

L’uomo, contrariamente a quanto sostenuto da Hobbs, e a quanto a ciò che era stato detto da Locke, non può alienare alcun diritto: la società è un corpo sociale che rappresenta tutti i suoi componenti i quali hanno stipulato liberamente un patto con il quale hanno riposto tutti i loro diritti nella stessa comunità di cui sono partecipi; vi è, quindi, un corpo sociale composto da tutti gli individui che lavorano insieme per la comunità stessa.

Opera principale in cui sono contenute tali tematiche è il “Contratto Sociale”, scritto nel 1762 e divenuto uno dei principali testi di “dottrina politica” della storia del pensiero moderno.

Nella prima parte dell’opera Rousseau descrive le condizioni dell’uomo nello stato di natura: “(l’uomo naturale) è un animale meno forte di alcuni, meno agile di altri, ma nell’insieme, organizzato più vantaggiosamente di tutti” (3) "in quanto ha bisogni modesti, passioni elementari e timori limitati. Progettualità ed immaginazione sono assai limitate poiché vi è una vita in simbiosi con la natura.

Nel pensiero di Rousseau è assente, inoltre, ogni giudizio di tipo morale: vivendo isolato l’uomo naturale non può essere né buono, né cattivo. Esistono, invece, tendenze per così dire “naturali”, anteriori alla razionalità quali l’autoconservazione (amor di sé) e la pietà per gli altri intesa come naturale ripugnanza al dolore ed alla violenza. Non è, però, corretta l’equazione uomo naturale-animale, poiché l’uomo naturale è capace di perfezionarsi, sviluppando le proprie facoltà e le proprie capacità giungendo ad avere una propria storia. 

Tale perfezionabilità è tragicamente ambivalente: infatti in essa convivono progresso e corruzione intesi come sviluppo delle potenzialità umane unitariamente alla rottura totale dell’equilibrio naturale ed originario della condizione dell’uomo.

La seconda parte dell’opera descrive l’incredibile e straordinario sviluppo delle potenzialità dell’uomo che, attraverso la scoperta e l’attuazione delle principali attività dell’uomo civilizzato (agricoltura, artigianato, industria, commerci  ecc.…) trasformano l’uomo aumentandone i bisogni fino a trasformare “l’amore di sé” in un egoistico “amore proprio” tanto che, con l’introduzione della proprietà privata, si giunge alla scoperta della disuguaglianza tra ricchi e poveri, tra chi possiede e chi è nullatenente. Si può, quindi affermare che la disuguaglianza è un frutto della storia e della civiltà e non della natura.

Il contratto in Rousseau è il momento in cui gli individui giungono consapevolmente e liberamente a costruire la società attraverso un patto di associazione e non di sottomissione perché ogni individuo nel cedere alla comunità la propria sovranità diviene automaticamente sovrano di sé stesso.
L’atto costitutivo della comunità avviene sul piano di una assoluta uguaglianza: così non esiste nessun rapporto di dipendenza fra gli individui, ma soltanto un legame di ciascuno con la realtà politico-associativa, cioè un legame con se stessi.

Altro tema importante dell’opera è il concetto di “volontà generale”, che non è la semplice somma delle volontà particolari, ma è la volontà dei cittadini visti come corpo comune: è qualche cosa di qualitativamente e quantitativamente diverso dalla somma delle singole volontà particolari.

Seguendo la volontà generale si riesce a governare la politica attraverso la “sovranità” che trova espressione nella “legge”. C’è un esplicito rifiuto del principio di delega; la democrazia di Rousseau non è di tipo fiduciario come in Locke od in
MONTESQUIEU  (vedi - Spirito delle leggi"), ma è di tipo diretto, la sovranità non è divisibile e, pertanto, è separata dal governo che ha come compito l’attuazione delle leggi e la difesa della libertà.

La forma di governo monarchica viene quindi irrimediabilmente condannata e si propende, ritenendo impossibile una reale democrazia diretta, per un modello di tipo “aristocratico elettivo” sul modello della repubblica ginevrina in cui i governanti sono pochi, ma eletti dai cittadini i quali possono esautorarli dal potere quando lo ritengano opportuno.

Con il “Contratto Sociale” Rousseau, per la prima volta nella storia della filosofia politica moderna, descrive un ipotetico stato etico in cui impegna la “volontà generale” ed in cui il contratto sociale è un patto dei cittadini con loro stessi per giungere alla fondazione di una società di liberi ed eguali in cui sia possibile una convivenza tra gli individui componenti.

La sicurezza e la libertà sono gli elementi costitutivi della nuova realtà immaginata dal filosofo ginevrino: il loro perseguimento e la loro conservazione sono gli obiettivi dell’uomo e della nuova comunità e politica. Lo spirito di quanto detto nel “Contratto Sociale” ed in questo capitolo è riassumibile con le parole dello stesso Rousseau: “Trovare una forma di associazione che difenda e che protegga con tutta la forza comune la persona ed i beni di ciascun associato; e per la quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso, e resti altrettanto libero di prima” (4).

IL REGIME POLITICO IN ROUSSEAU

Una volta analizzato il pensiero politico del filosofo ginevrino è importante individuare la realtà empirica alla quale Rousseau vuole applicare la propria filosofia.
Appurato che il compito dello stato per Rousseau è preservare le intrinseche libertà dell’uomo naturale e garantirne la sicurezza e l’incolumità è importante vedere come si possa giungere a ciò dopo che l’uomo ha abbandonato lo stato di natura e stipulato il contratto sociale.

Il “governo” è al servizio della volontà, ma non ne è il depositario, è un organismo che si trova in posizione intermedia tra cittadini e governo. Il governo decade ogni volta che il popolo si riunisce in assemblea. In tale occasione cessa ogni potere del sovrano in quanto il popolo rievoca a sé tutti i poteri per la conservazione del patto sociale.

L’autorità sovrana viene preservata e perpetuata grazie alla Costituzione che, qualora sia valida ed in grado di mantenere l’equilibrio sovrano-governo. Col termine “sovrano” si intende colui che riesce
“nel far guidare la forza comune dalla volontà generale” (5). Questi è, quindi, il depositario del principio di sovranità che possiede due diversi attributi: inalienabilità ed indivisibilità.

La sovranità non può essere alienata poiché essa è in stretta relazione con un’altra realtà, per sua natura inalienabile: la volontà generale. Il sovrano può essere rappresentato solamente da se stesso poiché è un essere collettivo.
Per i medesimi motivi neppure la volontà generale e la sovranità possono essere divise.

Una Costituzione in grado di assolvere ai propri compiti è quella che costringe il governo ad adempiere al proprio compito primario: l’applicazione delle leggi e soltanto delle leggi. Le leggi, infatti, sono l’espressione diretta e più autentica della volontà generale.
E’ anche molto importante che le istituzioni politiche create dal popolo in assemblea non rafforzino troppo la propria esistenza fino a non poter essere sospese o mutate. Infatti leggi troppo rigide, non flessibili e non in grado di adattarsi alle diverse realtà con le quali si troverebbe a contatto, risultano essere pericolose e dannose.
Solo in casi eccezionali si può ricorrere a forme di particolare rigidità e fermezza creando realtà politico-istituzionali definibili con il termine “dittatura”.

In tal caso, anche se ciò può apparire paradossale se confrontato con ciò che si è detto fino ad ora e con ciò che si può leggere nella prima parte del “Contratto Sociale”, la volontà generale non è affatto intaccata poiché, come ha scritto lo stesso Rousseau: “E’ evidente che il popolo vuole innanzi tutto che lo Stato non perisca. A questo modo si sospende l’attività legislativa senza abolirla; il magistrato che la fa tacere non può farla parlare; la domina senza avere il potere di rappresentarla; può fare tutto eccetto le leggi “ (6).

Inoltre tale esperienza dittatoriale è, sull’esempio dell’antica Roma, un evento che deve consumarsi in un breve lasso di tempo e non prolungabile in modo che il dittatore, dovendo affrontare in breve tempo l’emergenza, non possa fare futuri progetti personali di potere spinto dalle proprie ambizioni.

La ricerca della migliore forma di governo deve essere compiuta tenendo ben presente due principi fondamentali: la libertà viene meglio preservata e difesa nelle comunità composte da un basso numero di individui poiché in caso contrario si assiste ad un progressivo sganciamento delle singole volontà particolari dalla più ampia volontà generale.

In secondo luogo bisogna tenere presente che quanto è maggiore il numero dei governanti tanto è minore e più debole l’incisività risultante dall’azione del governo poiché un tale esempio di governo deve concentrare troppa parte della propria azione su se stesso non riuscendo, così, ad avere abbastanza forza pubblica da impiegare in un’azione che abbia ripercussioni tali da coinvolgere tutto il popolo.

Rousseau recupera una terminologia comprendente espressioni quali monarchia, aristocrazia, democrazia e repubblica, o, per esprimersi utilizzando un linguaggio più rigoroso, si deve parlare di governo monarchico, di governo aristocratico e di governo democratico.

Tali forme di governo differiscono per quanto riguarda il luogo di allocazione del “concetto di governo”: nel primo caso esso è nelle mani di un solo magistrato, nel secondo di poche persone e nel terzo dell’intero popolo.

Le forme di governo citate ed analizzate sono tutte legittime poiché guidate dalla volontà generale e dalla legge che è espressione della già citata volontà generale.

La democrazia viene vista come una forma di governo insufficiente in quanto non è mai esistita realmente in nessun luogo poiché si tratta di un governo adatto agli dei: “Un tale governo tanto perfetto non conviene agli uomini” (7).

Nel Terzo libro del IV Capitolo “Contratto Sociale” col termine democrazia si intende quella forma di governo in cui il popolo, in quanto corpo, applica direttamente le leggi: c’è una palese unione tra legislativo ed esecutivo.
Ciò è visto in maniera negativa poiché il popolo distoglie il proprio interesse dalle idee generali per applicarlo alle necessità particolari in quanto è venuta meno la distinzione tra sovrano e popolo: i due poteri devono restare necessariamente divisi.
L’aristocrazia viene apprezzata nella sua accezione elettiva e condannata, invece, nell’accezione ereditaria. Si assiste, quindi, ad una sorta di governo dei migliori che, una volta posti alla guida dell’esecutivo, possono occuparsi del governo guidando il popolo tenendo come obiettivo finale, ovviamente, il massimo e supremo interesse del popolo medesimo.

L’aspetto negativo di tale forma di governo sta nel fatto che la volontà generale può risultare mortificata a vantaggio della volontà di una sola parte: i governanti.
L’ultima forma di governo, quella monarchica, viene apprezzata per la forte vigoria che è in grado di esprimere, ma viene condannata in quanto può divenire illegittima, ossia espressione della volontà particolare, cioè dell’ambizione dei potere di un singolo.
E’ questo tipo di monarchia illegittima basata su un potere abusivo quella tipica del dispotismo illuminato e del pensiero assolutistico. (Luigi XIV !!)

Poiché nessuna di queste forme di governo è quella perfetta ci si interroga come si debba scegliere il tipo di potere esecutivo che uno stato debba adottare. Si è, quindi, alla ricerca di un nuovo criterio selettivo in campo politico per creare l’organigramma di uno stato.
L’elemento che viene indicato dal filosofo ginevrino per raggiungere tale meta non è affatto né nuovo né, tanto meno, innovativo; infatti si prende in considerazione la dimensione dello stato analizzato.

Ritorna l’elemento “clima” analizzato e scelto come criterio discriminante già da Montesquieu nella prima fase del periodo illuminista.
Per gli stati piccoli vanno bene governi democratici, per gli stati medi quelli aristocratici e quelli monarchici per gli stati di grandi dimensioni.
Si torna, quindi, all’affermazione iniziale che può essere riassunta dicendo che, per tentare di ottenere la miglior forma di governo possibile, il numero dei governanti deve essere inversamente proporzionale al numero dei governati.

Rousseau indica, inoltre, anche criterio che può essere utilizzato per verificare la bontà di un regime politico: si avrà un buon governo in quelle realtà nelle quali il popolo aumenta di numero senza bisogno di innesti ed interventi esterni.

In questo capitolo è stata completata una breve analisi del pensiero politico ed istituzionale di J.J.Rousseau; nei capitoli seguenti si cercherà di vedere come lo stesso autore abbia cercato di applicare tali intuizioni politologhe in due realtà empiriche reali: la Corsica e la Polonia.


"PROGETTO DI COSTITUZIONE PER LA CORSICA"


L’opera in questione venne pubblicata postuma quasi 100 anni dopo nel 1861 (Rousseau la scrisse nel 1765) e la stesura non fu mai rivista; si tratta quindi di una forma provvisoria che, nelle intenzioni dell’autore, andava rivista e ristrutturata.
Nonostante tali limiti l’opera è preziosa per evidenziare empiricamente quanto detto nei due capitoli precedenti riguardo la dottrina politica di Rousseau.

Già nella prefazione si sottolinea l’importanza della valorizzazione del carattere nazionale per la realizzazione di un buono stato. Infatti si deve creare la nazione in funzione del governo impedendo così che si abbiano quelle forti divaricazioni tra il corpo governante ed i governati che sarebbero inevitabili qualora vi fossero troppe e troppo profonde discrepanze tra la forma di governo adottata e le consuetudini, gli usi ed i costumi dei Corsi.

Poiché, come tutti i popoli, i Corsi hanno proprie peculiari caratteristiche è bene che il governo che si va a realizzare le tenga presenti riuscendo, così, a trovare la propria forza proprio nella popolazione e nella nazione di cui dovrà esprimere la volontà.
Nel progettare la forma di governo dell’isola mediterranea il filosofo ginevrino analizza la situazione di grande insicurezza e di grande povertà della Corsica: principale compito del nascituro governo è il garantire la sicurezza sociale dei cittadini mettendo fine al terrore dovuto alla pirateria ed al brigantaggio.
Devono i Corsi stessi garantire la propria sicurezza: torna, così, l’eterno monito di Machiavelli riguardo “De Principatibus novis qui armis propiis et virtute acquiruntur”(8) che sono sempre da preferire, in quanto più solidi e più duraturi, a “De Principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur”(9).

La Corsica è un’isola povera alla cui base economica vi può essere solo l’attività agricola che prevede una distribuzione equamente ripartita della popolazione su tutto il territorio nazionale: i contadini risultano essere maggiormente affezionati alla terra e più legati alle realtà locali rispetto agli abitanti delle città.
L’indicazione di una società prettamente agricola è già di per sé un elemento caratterizzante della forma di governo da scegliere: il governo democratico.

Ma la forma di stato democratica, come si è visto nel precedente capitolo della presente relazione, ha numerose controindicazioni legate alla realtà in cui viene applicato; non si devono avere, come nel caso in questione, comunità molto grandi. Vi è, in sostanza, l’impossibilità di riunire in assemblea tutto il popolo come, invece, può avvenire in una piccola realtà cittadina. Si deve, quindi, riformulare la forma di governo giungendo ad un modulo misto in cui si riescano ad avere i pregi del governo democratico temperandoli, però, con elementi costituzionali in grado di evitare la degenerazione assembleare e la perniciosa commistione esecutivo-legislativo.

Nella forma di governo mista progettata il popolo si riunisce in assemblea soltanto in gruppi ben distinti in modo da poter essere egualmente in grado di svolgere le proprie attività. Inoltre l’amministrazione è composta da un ristretto numero di uomini scelti per le proprie capacità e per le proprie competenze.
La lotta contro i pregiudizi e contro tutto ciò che può ricondurre a servitù medioevali è da considerare un fatto positivo poiché permette l’espressione del vero spirito del popolo corso. Inoltre si deve avere un forte decentramento amministrativo e fiscale in modo da stabilizzare la democrazia contribuendo, così, a sopperire all’impossibilità di una riunione collettiva e completa di tutto il popolo in assemblea.

L’opera di Rousseau prosegue con una filippica contro le città individuandone l’estrema nocività in quanto fonte di corruzione del sistema. L’esistenza di centri urbani articolati e sviluppati permette lo sviluppo di attività commerciali ed industriali minacciando, così, l’attività agricola sulla quale si è basato l’intero sistema politico del governo democratico.
Ovviamente la città più nociva per eccellenza sarebbe la capitale, il cui ruolo Rousseau condanna, ma, nonostante ciò, non si può fare a meno di una sede riconoscibile per il governo. Si deve, quindi, costituire una sede di governo che, come dice l’autore deve divenire “più un capoluogo che una capitale” (10).

Compiuta quest’analisi preliminare della situazione corsa l’autore passa a delineare in maniera più profonda la reale struttura di governo che si vuole realizzare.
Si è stabilito già in maniera molto ampia, dettagliata e particolareggiata che la sopravvivenza di un sistema di governo democratico è collegato al mantenimento di un regime economico prettamente agricolo.
Così come se nelle valli svizzere gli abitanti abbandonassero le antiche tradizioni e l’antico “status” di contadini si assisterebbe ad una forte crisi della coscienza civica dei cittadini.

La forma di governo non solo trae origine dall’attività economica basata sull’agricoltura, ma ha anche il compito di preservare tale attività economica riuscendo, così, a preservare la propria esistenza. Vi è, quindi, una forte relazione biunivoca tra l’economia e la politica proprio nel momento della propria formazione.
Per preservare l’attività agricola si deve, da un lato legare maggiormente i cittadini alla terra, e, dall’altro scoraggiare la nascita di attività commerciali ed industriali.

Inoltre il legame cittadino-terra può essere rafforzato realizzando un sistema sociale basato su tre classi (aspiranti, patrioti e cittadini): la promozione da una classe sociale inferiore a quella superiore avviene dimostrando il possesso e la capacità di coltivare un determinato appezzamento. La terra è quindi un parametro di distinzione sociale per creare un’ordinata struttura statale.
Si deve tenere ben presente che il possesso non viene auspicato ed apprezzato in ottica capitalistica, ma come mezzo per far acquisire alla popolazione determinati valori in modo che, una volta che li ha fatti propri e metabolizzati, sia la popolazione stessa ad impegnarsi in prima persona nella loro difesa e nella loro preservazione. 

Il commercio deve essere dissuaso e contrastato impedendo che i prodotti ed i beni di consumo in sovrapproduzione siano commercializzati attraverso l’uso della moneta. I beni in eccedenza devono essere conservati in luoghi pubblici in ogni realtà locale e devono essere scambiati con le eccedenze provenienti dalle altre province. 
Tale sistema economico, dopo parecchi anni di applicazione, finisce con l’impedire la produzione di prodotti non necessari e non utilizzabili dall’economia isolana.
L’economia sarà solo un modo per produrre ciò che serve per il sostentamento dei corsi: “Bisogna che tutti vivano e che nessuno si arricchisca” (11). 

La vera ricchezza, quindi, non è né monetaria né materiale, ma è spirituale, consiste nell’assicurazione dell’acquisizione di eterni valori che vanno a soddisfare con il “carattere nazionale” del popolo corso.

Il quadro descritto è utile per giungere all’autosufficienza dell’isola e per soddisfare tutti i naturali bisogni degli isolani educandoli saggiamente alla vita laboriosa ed attiva estirpando, però, la cattiva pianta dell’ambizione e della cupidigia.
Il progetto di costituzione viene così descritto in tutti i suoi aspetti, sia tecnico-istituzionali, sia etico-morali.
Il compito principale ed il principio fondamentale dell’opera possono essere ben riassunti con le seguenti parole dello stesso Rousseau: “Rendiamola (la costituzione, n.d.a) tale che riesca a mantenere dovunque la popolazione in equilibrio, e già con questo l’avremo resa il più possibile perfetta. Se questo principio è buono, le nostre regole diventano chiare, e il nostro lavoro si semplifica in modo stupefacente”(12). 

CONSIDERAZIONI SUL GOVERNO DELLA POLONIA

La data di stesura dell’opera è l’anno 1771, ma la prima pubblicazione è datata 1782. 

Contrariamente all’opera inerente la Corsica questo scritto risulta essere stato rivisto e rianalizzato dallo stesso autore che ritiene essere stato in grado di completare l’intera opera in tutti i suoi aspetti affermando: “Ho adempiuto secondo la misura delle mie forze al compito”(13).

Il problema principale della Polonia viene delineato nelle prime pagine dell’opera: occorre che essa riesca a mantenere la propria indipendenza e la propria autonomia soprattutto dagli ingombranti vicini russi che da secoli cercano di controllare i territori polacchi.
Ciò è possibile attraverso una ridefinizione dei confini dello stato polacco ed un’educazione nazionale che faccia prendere coscienza di se al popolo polacco.
Bisogna che i polacchi metabolizzino i propri caratteri nazionali assimilando così un’ampia gamma di valori patriottici utili a formare un’idea forte e duratura di patria in grado di cementare l’identità e l’unità nazionale.

Viene ripresa la polemica contro la ricchezza e la cupidigia e si esalta la figura del legislatore, cioè di colui che è in grado di formulare leggi che riescano a formare il popolo ed a temprare lo spirito nazionale. 
Per giungere a ciò l’elemento fondamentale è l’istruzione che deve essere impartita a tutti i bambini da uomini liberi. 
Aspetto fondamentale dell’educazione è rappresentato dal gioco che deve essere comune a tutti i bambini, sia quelli che usufruiscono di una istruzione pubblica, sia quelli i cui genitori preferiscono impartire un istruzione privata e domestica.
L’importanza del gioco risiede nella capacità associativa e formativa che esso esercita. Il giocare è sinonimo dello stare insieme e del socializzare.

Per questi motivi una comunità sociale realizza meglio in quei casi in cui i suoi componenti, fin dalla più tenera età, siano stati abituati a forme di convivenza collettive in grado di rimuovere nocive pulsioni egoistiche facendo, invece, emergere spinte altruistiche e promuovendo la formazione di un comune “idem sentire” tra i diversi soggetti componenti della comunità: giocando non solo si impara a stare insieme, ma si assimilano meglio alcuni concetti basilari per una vera e completa educazione di un fanciullo.

Lo stato polacco, per risultare funzionante, deve essere costitutivo di numerose diete locali che invieranno i propri delegati alla dieta nazionale, rappresentante della volontà popolare.

Si giunge, così, alla realizzazione di un sistema amministrativo decentrato e con una struttura “a grappolo d’uva” in cui si valorizza, in un primo momento, ogni singola peculiare realtà amministrativa locale per poi giungere, in un secondo momento, alla ricostituzione di un’unica ed unitaria struttura amministrativa nazionale.

Il forte decentramento del potere è, per Rousseau, un buon viatico per un corretto funzionamento delle istituzioni e del governo in modo anche da rafforzare il legame fra i cittadini e le istituzioni ed aumentare al massimo la partecipazione popolare dei cittadini medesimi nella vita pubblica tenendo, così, fede a quanto già affermato in precedenza nel “Contratto Sociale”. Viene condannata la struttura governativa esistente in quanto, assegnando tutto il potere ai nobili, soffoca la volontà generale e popolare divenendo un ostacolo all’affermazione di una nazione polacca.

L’eccessiva produzione legislativa ed un potere legislativo fortemente subordinato al potere esecutivo sono alla base della debolezza del sistema politico-istituzione vigente. 
A tali storture si può ovviare ricorrendo ad una ripartizione per settori dell’esecutivo in modo da renderlo meno forte rispetto al legislativo.
Le leggi devono essere poche, giuste ed assimilabili dalla popolazione.

Per prevenire la corruzione e per meglio preservarne lo stato dai disastrosi effetti è bene un forte e frequente ricambio dei componenti delle diete impedendo, così, una cristallizzazione del potere personale dovuto all’ossificazione degli incarichi, tutti sintomi della progressiva degenerazione del sistema.
La dieta deve essere presieduta dal sovrano i cui poteri vanno ridotti e la cui magistratura non deve essere ereditaria, ma elettiva: solo così si potrà assicurare l’efficienza e la rettitudine di tale importante carica istituzionale.

Vi deve essere, inoltre, una rimodulazione delle diete tra la componente senatoriale ed i nunzi (cioè i componenti delegati), ciò deve servire per fornire un maggiore equilibrio.
L’anarchia polacca è stata favorita proprio da questi disequilibri esistenti nella struttura politica.

Come nell’opera relativa alla Corsica non manca un richiamo alla struttura economica: vi è l’esaltazione del modello agricolo in quanto tale economia rustica è funzionale alla prosperità morale del popolo ed alla conservazione dei suoi valori e delle sue virtù. 
Un modo per rinsaldare il legame cittadino-nazione è costituito dall’istituzione di un servizio militare collettivo e perpetuo sul modello di quello elvetico. 
Ogni cittadino deve sentirsi sempre in uno stato di servizio permanente a scadenze determinate e prestabilite: non deve esistere un servizio di leva sul modello europeo perché ciò farebbe vedere il soldato come un brigante (come, d'altronde, sono stati visti i soldati russi nei periodi di occupazione) e non come il preservatore della sicurezza dei cittadini e della nazione. 
Più che un esercito, quindi, si deve creare una forza di polizia civica.

L’opera si conclude con l’auspicio che si possa ben presto realizzare una forma di governo come quella ideata dall’autore. Un governo di tale costituzione dovrebbe soddisfare le esigenze dei polacchi ben interpretando le tematiche già espresse nel “Contratto Sociale” e ribadite nelle “Considerazioni sul governo della Polonia”: “Mi sembra che un governo fondato su simili basi debba dirigersi al suo vero scopo in modo il più possibile diretto, sicuro e stabile, non ignorando inoltre che tutte le opere degli uomini sono imperfette, passeggere e caduche come loro” (14).


CONSIDERAZIONE FINALE

Il “Progetto di costituzione per la Corsica” e le “Considerazioni sul governo della Polonia” possono essere considerate come l’attuazione empirica del pensiero già espresso nel “Contratto Sociale”, anche se le tre opere, accanto a numerose analogie, presentano, anche, alcune differenze.

Tali differenze appaiono, in prima lettura, più numerose e più lampanti in quanto l’assemblearismo ed il governo direttoriale sostenuti nel “Contratto Sociale” vengono superati a favore di forme di governo mediate contenenti alcuni elementi tipici del principio di rappresentanza.
Ciò, però, non deve essere visto come il rinnegare i principi del “Contratto Sociale”, ma semplicemente come la presa di coscienza dell’impossibilità di applicare in maniera integrale ed estrema le tesi assembleari pure e come la ricerca di nuove forme che, pur risultando più funzionali, non vengono meno ai principi della legge e del governo come espressione e tutela della volontà generale.
I principi del “Contratto Sociale” non solo non vengono meno, ma vengono ribaditi poiché si afferma che negli stati analizzati l’aspetto culturale, etico e morale viene ad avere una maggiore importanza rispetto all’aspetto dell’ingegneria giuridico-costituzionale: l’idea dello stato e l’amor di patria non devono essere imposte in maniera coercitiva dall’alto, ma devono essere assimilate in modo graduale e volontario dalla popolazione essendo esse un aspetto della formazione culturale nazionale di un popolo.

L’educazione alla libertà è uno dei temi comuni a tutte le opere analizzate: la libertà è la capacità di immedesimarsi nelle istituzioni in cui si vive.
Come è stato già detto in più occasioni l’educazione assume un ruolo primario in quanto essa diviene “educazione nazionale”, ossia educazione alla nazione ed ai suoi valori .Tale opera educativa deve precedere il momento costitutivo dell’entità nazionale facendo sì che essa possa basarsi su pilastri solidi e divenire una realtà duratura nel tempo.

L’opera di Rousseau viene così ad essere un inno alla libertà, una libertà che trae la propria origine dall’uguaglianza che, figlia del mito rivoluzionario del 1789, ha fatto sì che gli uomini siano stati costretti a vivere liberi, spezzando quelle catene di cui ha parlato più volte lo stesso Autore.


NOTE BIBLIOGRAFICHE

(3) J.J.ROUSEAU, Il Contratto Sociale, BUR, Milano 1994,libro I, cap. II,p. 53.
(4) J.J.ROUSSEAU, Il Contratto Sociale, op. cit., libro I, cap. I, p.52.
(5) J.J.CHEVALLIER, Storia del pensiero politico, vol. II , Il Mulino, Bologna 1989, p. 463.
(6) J.J.ROUSSEAU, Il Contratto Sociale, op. cit., libro IV, cap. VI, p. 178.
(7) J.J.ROUSSEAU, Il Contratto Sociale; op. cit., libro III, cap. IV, p. 119.
(8) N.MACHIAVELLI, Il Principe, Oscar Mondadori, Milano 1992, cap. VI, p.24.
(9) N.MACHIAVELLI, Il Principe, op. cit., cap. VII, p. 29.
(10)J.J.ROUSSEAU, Progetto di Costituzione per la Corsica, ora in J.J.ROUSSEAU, Scritti politici, a cura di P.Alatri, UTET, Torino 1970, p. 1094.
(11)J.J.ROUSSEAU, Progetto di Costituzione per la Corsica, ora in J.J.ROUSSEAU, Scritti politici, op. cit., p. 1106.
(12)J.J.ROUSSEAU, Progetto di Costituzione per la Corsica, ora in J.J.ROUSSEAU, Scritti politici, op. cit., p. 1089.
(13)J.J.ROUSSEAU, Considerazioni sul governo della Polonia, ora in J.J.ROUSSEAU, Scritti politici, op. cit., p. 1214.
(14)ibidem. 

By: Luca Molinari

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altre pagine su Rousseau di Diego Fusaro

LA VITA, LE OPERE E LA FORMAZIONE CULTURALE

All' interno dell' illuminismo francese Rousseau occupa una posizione peculiare, avendo egli assunto atteggiamenti teorici che lo portano a prendere le distanze, anche sul piano personale, dai philosophes.

Jean-Jacques ( Gian Giacomo ) Rousseau nacque a Ginevra nel 1712 ed ebbe un' infanzia difficile: la madre morì di parto e il padre dovette ben presto abbandonare la città . Più tardi egli ricevette l' appoggio di madame de Warens , una dama svizzera al servizio del re di Sardegna , che prima gli fece da madre , poi ne divenne l' amante.
Durante questo periodo , in cui soggiornò ad Annecy ( Savoia ), Torino , varie località della Svizzera e Chambéry , esercitò diversi mestieri e completò la sua formazione filosofica con diverse letture . Separatosi da madame de Warens , Rousseau compì alcuni viaggi , che lo portarono anche a Venezia, per poi ritornare a Parigi, dove entrò in contatto con gli Enciclopedisti . Per l'Enciclopedia scrisse alcuni articoli di carattere musicale: egli era infatti compositore e un suo melodramma fu anche rappresentato a Versailles alla presenza del re .

Nel 1750 egli partecipò a un concorso indetto dall' Accademia di Digione sul tema "Se il ristabilimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi" e lo vinse con il "Discorso sulle scienze e sulle arti" : con quest'opera conseguì una grande notorietà sul piano filosofico, anche perchè la tesi da lui sostenuta, la negatività del processo di incivilimento ( prerogativa che accompagnerà l' intera sua filosofia ) , andava fortemente controcorrente . Nel 1755 pubblicò il "Discorso sull' origine e i fondamenti dell' ineguaglianza tra gli uomini" , scritto in occasione di un nuovo concorso .

Nel 1757 Rousseau interruppe i suoi rapporti con gli Enciclopedisti. Si ritirò dunque prima all' Ermitage, poi a Montmorency, dove scrisse la sua opera più importante, il Contratto sociale (1762), nonchè La nuova Eloisa (1761) (riprendendo le tragiche vicende medioevali del filosofo razionalista Abelardo e della sua donna amata , Eloisa appunto) e l' Emilio (1762) .

Poichè il Contratto sociale e l' Emilio furono condannati dalle autorità sia parigine sia ginevrine, Rousseau dovette riparare a Neuchatel, nel territorio svizzero soggetto al re di Prussia imbevuto di razionalismo, dove redasse le Lettere scritte dalla montagna contro Ginevra e un Progetto di costituzione per la Corsica.

La sua condizione di esule lo costrinse ancora ad alcuni spostamenti, tra cui anche un trasferimento a Londra su invito di Hume: ma l' instabilità nervosa , di cui Rousseau soffriva e che andava velocemente peggiorando, provocò ben presto una rottura tra i due filosofi .
Tornato in Francia , riprese a peregrinare tra varie località , tra cui anche Parigi , per ritirarsi infine, a causa delle sue condizioni di salute, nella tenuta di Ermenonville, dove morì nel 1778 .
A Parigi egli scrisse le Considerazioni sul governo di Polonia e concluse un' autobiografia cui diede il titolo di Confessioni .


LA SVALUTAZIONE DEL PROGRESSO

Nel discorso sulle scienze e sulle arti Rousseau sostiene una tesi che lo contrappone a una tendenza generalmente diffusa nell' illuminismo: la valutazione positiva del processo di incivilimento.
Per Rousseau il progresso nelle scienze e nelle arti ha corrotto gli uomini :le nostre anime si sono corrotte nella misura in cui le nostre scienze , le nostre arti hanno progredito verso la perfezione. Arti e scienze sono infatti la conseguenza di un' inutile curiosità e di uno stolto orgoglio, facendo uscire gli uomini dal felice stato di natura in cui si trovano.

Il tema dei rapporti tra condizione civile e e stato di natura viene ripreso e ampliato nel Discorso sull' origine e i fondamenti dell' ineguaglianza tra gli uomini . Qui Rousseau delinea le tappe che hanno segnato il passaggio dello stato di natura alla società civile e la conseguente nascita della diseguaglianza tra gli uomini .

Allo stato di natura Rousseau conferisce un carattere meramente ipotetico, ammettendo esplicitamente che esso è uno stato che non esiste più , che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai.
Ma questa ipotesi di lavoro si rende necessaria per opporre alla condizione dell' uomo civilizzato , e pertanto corrotto dall' educazione e dalle istituzioni, lo stato in cui l' uomo si troverebbe se su di Lui avesse operato soltanto la natura. In questa condizione naturale l' uomo sentirebbe soltanto pochi bisogni, altrettanto naturali , come quello della nutrizione e dell' unione sessuale , i quali sarebbero prontamente soddisfatti dalla natura stessa mediante la raccolta spontanea dei frutti e l' incontro fortuito e temporaneo tra persone di sesso diverso.
In tale condizione immaginaria l' uomo è, dunque, perfettamente auto sufficiente, non dipendendo da alcun altro uomo per la soddisfazione dei propri bisogni: su questa autosufficienza e indipendenza Rousseau fonda la eguaglianza naturale degli uomini .

Rousseau, per dimostrare la sua totale avversione al progresso introduce il mito del buon selvaggio: il progresso é qualcosa di fortemente negativo, destinato ad aumentare sempre più la dusuguaglianza tra gli uomini; ecco allora che egli sintetizza questo concetto nell' idea del buon selvaggio, non corrotto dalle tradizioni e che con la sua ragione può arrivare ad una concezione di Dio più pura e veritiera di quella di un teologo cattolico.

Rousseau riscopre quindi una nozione moderna di primitivo, capace di illuminare il passato e la storia della civilizzazione umana. Ma, per cause fortuite, si avvia un processo, favorito anche dalla naturale perfettibilità dell' uomo, per cui da un lato i bisogni naturali diventano sempre piu complessi, portando a forme di attività economiche nelle quali la spontaneità è sostituita dal lavoro, come l'agricoltura e la metallurgia , dall' altro aumentano le forme di interdipendenza tra gli uomini connesse alla soddisfazione dei nuovi bisogni. L' uomo passa così da una condizione di iniziale isolamento a una vita di società, anche se ancora naturale .

Ma la società e la dipendenza degli uomini dagli altri uomini comportano necessariamente la perdita della naturale eguaglianza iniziale e la nascita di una artificiale diseguaglianza sociale tra gli individui .

Ringrazio Diego Fusaro
sito http://www.filosofico.net/filos.html

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Ancora sul "Contratto Sociale....

Secondo Rousseau l'uomo è nato libero ma è anche in catene e i  molti che si ritengono padroni di altri  in realtà sono più schiavi di questi. 

(Più tardi scriverà Nietzsche """.... Sono tutti soltanto degli schiavi i quali per una eterna necessità, non lavorano affatto per sè. Mai vi furono schiavi senza padroni. In un secolo venturo si avrà senz'altro lo sguardo educato a questo spettacolo che oggi appare indiscernibile. Ma ricordate questo enorme sforzo, questo sudore, questa polvere, questo strepito di lavoro della civiltà sono al servizio esclusivamente di coloro che sanno utilizzare tutto ciò senza partecipare al lavoro,  appartengono a loro stessi, mentre gli altri devono essere esclusivamente degli accessori adibiti al loro superfluo. Anche i dirigenti, i funzionari, gli impiegati, i commercianti, gli artigiani, gli stessi imprenditori, nelle loro mansioni, lavorano senza saperlo per questi padroni occulti, dunque per la casta contemplativa che forma continuamente i "valori"  e il senso della vita  degli schiavi verso una totale pianificazione a gestione planetaria" (Nietzsche, Frammenti del periodo della Gaia scienza" )

Rousseau afferma pure che non riesce a spiegarsi il perchè di tutto ciò, ma ritiene di avere la risposta a questo problema. Sostiene infatti che è bene che un popolo, costretto ad obbedire, obbedisca, ma è ancor meglio che questo, non appena ne abbia la possibilità, recuperi la sua libertà con lo stesso diritto con cui gli è stata tolta.

Secondo il pensiero di Rousseau l'ordine sociale non viene dalla natura,  ma è fondato su delle convenzioni. Il problema politico è per Rousseau quello di trovare una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascuno e per la quale ciascuno, unendosi con tutti, non ubbidisca che a se stesso.....Ciò è raggiungibile mediante un contratto (un "patto") con il quale ciascun individuo affida i suoi diritti al corpo politico, espressione della volontà generale.

 Lo Stato, da quanto afferma Rousseau, è prossimo alla rovina non appena cessa l'interesse del cittadino per il servizio verso la comunità. Rousseau combatte con fermezza contro la pigrizia e il denaro affermando per esempio che se bisogna andare a combattere, alcuni cittadini pagano delle truppe e rimangono a casa.....date denaro e ben presto avrete catene.

In uno Stato ben governato tutti vogliono recarsi alle assemblee. Legge dello stato è la volontà generale che mira al benessere comune e che non va quindi confusa con la volontà di tutti che altro non è se non la mera somma delle particolari e perciò egoiste volontà dei singoli.
Forma ideale dello Stato costituitosi sulla base della volontà generale, secondo Rousseau, è la repubblica democratica, alla cui futura realizzazione l'umanità deve continuamente tendere attuandola progressivamente.

I deputati del popolo non sono nè possono essere suoi rappresentanti; ogni  legge che non sia stata ratificata direttamente dal popolo è nulla cioè non è una legge. Alla domanda "La libertà si mantiene soltanto con l'appoggio della schiavitù?" Rousseau risponde che "tutto ciò che non è nella natura ha i suoi inconvenienti. Ci sono condizioni in cui non si può conservare la propria libertà se non a spese di quella altrui e il cittadino non può essere perfettamente libero se lo schiavo non è estremamente schiavo. Comunque sia, nel momento in cui un popolo si dà dei rappresentanti non è più libero"

Da Il contratto sociale (1762) di Jean-Jacques Rousseau , riportiamo, oltre ad un altri passi in cui Rousseau sostiene la tesi della democrazia diretta contro la pratica della democrazia parlamentare e o rappresentativa in uso in Inghilterra. 

Uomini liberi e schiavi

" L'uomo è nato libero, e dovunque è in catene. C'è chi si crede padrone di altri, ma è più schiavo di loro. Come è avvenuto questo cambiamento? Lo ignoro. Che cosa può renderlo legittimo? Ritengo di poter risolvere questo problema. Se non considerassi che la forza e l'effetto che ne deriva, direi: "Finché un popolo è costretto ad obbedire ed obbedisce, fa bene; non appena può scuotere il gioco e lo scuote, fa ancor meglio: perché, recuperando la sua libertà con lo stesso diritto con cui gli è stata tolta, o è giusto che egli la riprenda, o non era nemmeno giusto che altri gliela togliesse". Ma l'ordine sociale è un diritto sacro che serve di base a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene dalla natura, è dunque fondato su delle convenzioni".


dei deputati o dei rappresentanti

 "Non appena il servizio a favore della comunità cessa di essere l'interesse primo dei cittadini, ed essi preferiscono servire con la loro borsa anzichè con la loro persona, lo Stato è già prossimo alla rovina. Se bisogna andare a combattere pagano delle truppe e restano a casa; se bisogna andare al consiglio, nominano dei deputati e restano a casa. A forza di pigrizia e di denaro essi hanno infine soldati per asservire la patria e rappresentanti per venderla.
Sono le preoccupazioni del commercio e delle arti, è l'avido interesse del guadagno, è la mollezza e l'amore delle comodità a cambiare in denaro i servizi personali. Si cede una parte del proprio guadagno per poterlo aumentare più comodamente. Date denaro e ben presto avrete catene. La parola finanza è una parola da schiavo, e nel vero Stato è sconosciuta.

In un paese veramente libero i cittadini fanno tutto con le loro braccia, e niente con il denaro; nonché pagare per esentarsi dai loro doveri, essi pagherebbero per adempierli da se stessi.
Io sono ben lontano dalle idee correnti; io credo le corvées meno contrarie alla libertà che le tasse. Quanto meglio lo Stato è costituito, tanto più gli affari pubblici prevalgono su quelli privati nello spirito dei cittadini. Vi sono anzi molto meno affari privati, perché una volta che la somma della felicità comune costituisce la parte più considerevole della felicità di ciascun individuo, a costui ne rimane meno da cercare nell'ambito delle sue attività particolari.
In uno Stato ben governato ciascuno corre alle assemblee; sotto un cattivo governo nessuno vuol fare un passo per recarvisi, perché nessuno prende interesse a quello che vi si fa, perché si prevede che la volontà generale non vi predominerà.

Le buone leggi fanno migliori i cittadini, le cattive i peggiori. Non appena qualcuno dice della cosa pubblica: "Che me ne importa?" lo Stato deve considerarsi perduto. L' intiepidimento dell'amor di patria, l'attività dello interesse privato, l'immensa estensione degli Stati, le conquiste, l'abuso del governo, hanno fatto escogitare l'espediente dei deputati o rappresentanti del popolo nelle assemblee della nazione. E' ciò che in certi paesi si osa chiamare il terzo stato. Così l'interesse particolare di due ordini è messo al primo e al secondo posto; l'interesse pubblico non è che al terzo.

La sovranità non può essere rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale, e la volontà non si rappresenta: o è quella stessa, o è un'altra; non c'è via di mezzo. I deputati del popolo non sono dunque né possono essere suoi rappresentanti; non sono che i suoi commissari: non possono concludere nulla in modo definitivo.
Ogni legge che non sia stata ratificata direttamente dal popolo è nulla; non è una legge. Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l'elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso diventa schiavo, non è più niente.
Nei brevi momenti della sua libertà, l'uso che ne fa merita di fargliela perdere. L'idea dei rappresentanti è moderna: essa ci deriva dal governo feudale, da questo iniquo e assurdo governo, nel quale la specie umana è degradata e il nome di uomo è disonorato. Nelle antiche repubbliche ed anche nelle monarchie, mai il popolo ebbe rappresentanti; questa parola non si conosceva.

E' molto singolare che a Roma, dove i tribuni erano così sacri, non si sia neanche immaginato che essi potessero usurpare le funzioni del popolo, e che in mezzo ad una così grande moltitudine essi non abbiano mai tentato di far passare di testa loro un solo plebiscito [ ... ]. 
Presso i Greci, tutto quello che il popolo doveva fare lo faceva da sé; esso era continuamente adunato nella piazza. Abitava in un clima dolce; non era avido; gli schiavi facevano i suoi lavori; il suo grande problema era la sua libertà. Non avendo più gli stessi vantaggi, come conservare gli stessi diritti? I vostri climi più rigidi creano più bisogni: per sei mesi dell'anno non è possibile trattenersi sulla pubblica piazza; le vostre lingue sorde non possono farsi udire all'aria aperta; vi occupate più dei vostro guadagno che della vostra libertà, e temete molto meno la schiavitù che la miseria.

Quanto a voi, popoli moderni, non avete schiavi, ma lo siete voi stessi; voi pagate la loro libertà con la vostra. Avete un bel vantare questa preferenza; trovo in voi più vigliaccheria che umanità. Non intendo dire affatto con tutto ciò che occorra avere schiavi, né che il diritto di schiavitù sia legittimo, poiché ho dimostrato il contrario: dico soltanto le ragioni per cui i popoli moderni che si credono liberi hanno rappresentanti e i popoli antichi non ne avevano.

Comunque sia, nel momento in cui un popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero; esso non esiste più. Considerata attentamente ogni cosa, non vedo ormai come sia possibile al corpo sovrano conservare da noi l'esercizio dei suoi diritti, se lo Stato non è molto piccolo.
Ma se è molto piccolo, non sarà soggiogato? No. Si può riunire la potenza di un grande popolo con la semplice costituzione politica e il buon ordine di un piccolo Stato".
(Rousseau, da Il contratto sociale)

 

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