STATI UNITI

Come un piccolo popolo di pellerossa
venne sacrificato sull'altare del "progresso" imposto dagli Stati Uniti

 GLI INDIANI UTE
SCHIAVIZZATI DALLA CIVILTÁ

 

di PAOLO DEOTTO 

Forse la sera del 30 settembre del 1878 Nicholas Nick Meeker, integerrimo agente governativo per gli indiani Ute, capì di aver commesso un sacco di errori; oppure si riconfermò nella sua convinzione che gli indiani, uomini primitivi e selvaggi, andavano educati ai più alti valori della società dei bianchi. Ma forse gli mancò il tempo per fare qualsiasi considerazione; infatti quella sera una trentina di Ute, al comando di capo Douglas, arrivarono galoppando all'agenzia indiana. Ma non venivano per discutere: sparavano all'impazzata.

E anche Nick si prese la sua dose di piombo, restando ucciso insieme a tutti gli altri uomini bianchi presenti, mentre tre donne venivano rapite e gli edifici saccheggiati e bruciati. Che c'è di speciale? La storia della Frontiera è piena di episodi come questo. E' vero; ma nella vicenda degli indiani Ute, che fino a un mese prima della strage dell'agenzia erano vissuti in pace con i bianchi, qualcosa di speciale e di istruttivo c'è, e vale la pena quindi rileggerla. Anzitutto, chi erano gli indiani Ute? Gli Ute non erano un grande popolo, né una nazione nel senso indiano del termine.

Non erano paragonabili ai Sioux (che ebbero personalità di alto livello come Toro Seduto) o agli Cheyenne (il popolo magnifico), o agli Apache, né come numero, né come importanza. Sparpagliati in molte tribù minori, gli Ute si dividevano in due gruppi principali, il meridionale e il settentrionale. Il primo, capeggiato da capo Ignacio, viveva nella valle del fiume Cimarron, nel Colorado sud - orientale.
Il secondo gruppo abitava la valle superiore del White River, in una regione montana di grande bellezza, ricca di selvaggina. Il capo degli Ute settentrionali era Ouray, chiamato dai bianchi The Arrow, ossia La Freccia; era un uomo di indiscussa autorità a cui i capi delle singole tribù prestavano un'obbedienza cieca e totale.

Gli Ute erano montanari e cacciatori, oltre che guerrieri. Vagabondi per vocazione, le loro occupazioni principali erano sempre state le scorrerie contro Cheyenne e Arapaho per rubare cavalli e donne, nonché le corse dei cavalli, per le quali nutrivano una vera passione. Nel decennio 1860 70 le loro razzie li avevano condotti molto a est, sino nella valle del fiume Arkansas. Per lungo tempo questi indiani erano vissuti lontani dai bianchi, favoriti dal naturale isolamento della loro regione, conosciuta solo da pochi cacciatori, con i quali i rapporti erano sempre stati amichevoli.

Nel 1858 erano stati scoperti grandi giacimenti di argento e ne era seguita l'inevitabile invasione dei cercatori, ma un trattato con il governo di Washington, l'anno successivo, aveva definito il territorio degli Ute settentrionali nella regione valliva che non comprendeva zone minerarie. Così gli Ute avevano potuto continuare la loro vita libera, pressoché ignorati dai bianchi, tanto che il posto militare più vicino al loro territorio era Forte Fred Steele, nel Wyoming meridionale, a oltre 250 chilometri dalla valle del White River. Poi accaddero alcune cose: il 25 giugno 1876 migliaia di guerrieri pellerossa, guidati da Toro Seduto e da Cavallo Pazzo, saldarono anni di conti in sospeso col generale Custer, che aveva portato incoscientemente al massacro i suoi uomini al Little Big Horn, gettandoli in battaglia contro un nemico dodici volte numericamente superiore.

L'opinione pubblica americana fu pervasa dal più pericoloso dei sentimenti, la paura, e reclamò seri provvedimenti contro i selvaggi, contestando i metodi del presidente Ulysses S. Grant che, alla Casa Bianca dal 1868 e riconfermato nel 1872, cercava una politica di pacificazione con gli indiani per "attuare la sistemazione definitiva delle tribù nomadi su territori ad esse graditi e porle pacificamente sotto il controllo dei funzionari a ciò incaricati dal Dipartimento Affari Indiani". Prima di Grant le amministrazioni di Washington (compresa quella dell'apostolo Lincoln) avevano messo in atto un piano di puro e semplice sterminio del popolo rosso. E' rimasto tristemente famoso il sinistro ordine impartito dal generale nordista Carleton, agli inizi del 1864, per riportare ordine nel Sud - Ovest sconvolto dalle razzie dei Mescalero e dei Navajo: "... gli uomini (pellerossa - N.d.A.) devono essere uccisi in qualunque momento e dovunque vengano trovati. Donne e bambini possono essere presi prigionieri, ma, naturalmente, non devono essere uccisi". Questo modo brutale di affrontare il problema indiano aveva approfondito il solco di odio che divideva uomini rossi e uomini bianchi, per molti dei quali, comunque, "l'unico indiano buono era l'indiano morto".

Il presidente Grant aveva capito che una condotta di questo genere non solo generava sempre più frequentemente problemi morali, ma, perpetuando uno stato di guerra infinita, impediva o rallentava ogni sviluppo nei territori che via via venivano colonizzati. Anni di odio, incomprensione, violenza, non potevano certo essere cancellati con un colpo di spugna, ma si era comunque agli inizi di una politica di coesistenza e non più di sterminio. Poi era arrivata la scadenza delle troppe cambiali firmate dal generale onorario, tenente colonnello George Armstrong Custer. Gli amici lettori che conoscono, grazie anche alla nostra rivista, la vicenda della battaglia del Little Big Horn, sanno come il massacro del gruppo squadroni del 7° cavalleria trovò la sua causa soprattutto nella megalomane frenesia di Custer, stratega mediocre imbaldanzito da anni di facile vittorie conquistate con scorrerie contro tribù sempre inferiori per numero e armamento.

Ma all'epoca l'opinione pubblica americana non poteva assolutamente accettare la realtà dei fatti, perché questo avrebbe significato avviare un tremendo esame di coscienza, inevitabile se si ammettevano le colpe di un ufficiale che era uno di quei miti che gli americani amano costruirsi. Parlavamo prima di paura. Ma quale era dunque la paura più grande? Quella
degli indiani o quella di dover chiedere alla propria coscienza se tutto ciò che si era fatto contro gli indiani stessi non era profondamente immorale? L'una e l'altra, probabilmente, ma di certo la seconda era la più forte, perché comunque il popolo rosso era troppo inferiore, per numero e per armamenti e tecnologia, per poter costituire una reale minaccia. La paura acceca e porta ai comportamenti più crudeli. Non si poteva certo tornare al puro sterminio sopra ricordato; ma neanche la politica di coesistenza seguita dal presidente Grant era sufficiente.

Se il popolo rosso non poteva essere annullato fisicamente perché gli indiani si erano sempre mostrati guerrieri di prim'ordine, si poteva però eliminarne l'identità stessa, imponendo ai selvaggi i modelli di vita dei bianchi. E se questo non equivale ad uccidere, poco ci manca. Il nome dato a questo nuovo modo di vendicarsi e di blindare la propria coscienza era una parolina tutt'oggi di moda, integrazione. E per gli indiani Ute finì la quiete del loro splendido isolamento: anche quel gruppo di selvaggi doveva integrarsi, anche a loro andava quindi assegnato un agente indiano capace di rendere più incisiva l'azione dell'agenzia che ne controllava la vita e le attività, con il preciso intento di ridurne a zero ogni forma di autonomia. Il prescelto fu un funzionario governativo scrupoloso ed onesto, quel Nicholas Nick Meeker di cui ricordavamo in apertura la brutale fine. Meeker fu una vittima del dovere, e quindi vada a lui tutto il rispetto dovuto; ma il rispetto per i morti non può esimere lo storico dall'esame dei fatti.

La storia della Frontiera è, purtroppo, ricca di squallide figure di agenti indiani che approfittavano della loro posizione per arricchirsi illecitamente, facendo commercio dei rifornimenti che il governo di Washington assegnava gratuitamente ai pellerossa, o vendendo a questi, in barba alla legge, generi vietati come le bevande alcoliche. L'ampiezza dei territori, i tempi lunghi nelle comunicazioni, facevano sì che l'agente indiano esercitasse un potere che restava spesso incontrollato.
Meeker, al contrario, era un uomo di assoluta onestà; ma ciò alle volte non è sufficiente. Nick era di carattere impetuoso e arrogante, e aveva sollecitato la nomina tramite il suo protettore politico, il senatore Teller, proprio perché messianicamente convinto di dover contribuire alla civilizzazione dei pellerossa. E spesso nessuno è pericoloso come chi è convinto di avere il compito di salvare qualcun altro, se questa convinzione non è sorretta da intelligenza e rispetto per quel qualcun altro (che, magari, non sente alcun bisogno di essere salvato... ). "Io... farò in modo di ridurre ciascuno di loro alla fame più nera se gli indiani non vorranno lavorare".

Questa frase, contenuta in una lettera indirizzata al senatore Teller da Nicholas C. Meeker all'atto del suo insediamento nell'agenzia (siamo agli inizi del 1878) chiarisce senza possibilità di dubbi la linea di condotta del neo agente.

Fino all'arrivo di Meeker gli Ute non avevano avuto problemi, come già dicevamo, nei rapporti né con i pochi cacciatori bianchi, uomini duri e solitari, rispettosi come gli indiani della natura che dava loro da vivere, né con i precedenti agenti indiani, che avevano sempre vissuto quell'incarico come una specie di vacanza. Infatti gli Ute non avevano bisogno di rifornimenti governativi, e non avevano motivi di inimicizia con i rappresentati di un governo che, semplicemente, non sentivano come loro, ma che non interferiva col loro modo di vivere.

Ognuno insomma si faceva i fatti suoi. Era proprio ciò che un funzionario zelante come Meeker non poteva neanche concepire: se ognuno si faceva tranquillamente i fatti suoi, dove andava a finire la superiorità dell'uomo bianco, in che modo quest'ultimo poteva civilizzare il rosso selvaggio? La prima iniziativa di Meeker fu il trasferimento della sede dell'agenzia dalla valle del Powell Creek a quella del White, circa 25 chilometri più a sud. Il posto scelto per il nuovo insediamento veniva usato abitualmente dagli Ute per piantare il campo invernale; era una zona ricca di selvaggina, che naturalmente venne disturbata dalla costruzione degli edifici e fuggì in cerca di altri siti.

Le proteste degli indiani non vennero ascoltate da Meeker, che anzi tenne a sottolineare come quel provvedimento non era che l'inizio di una nuova vita per gli Ute, che presto avrebbero imparato a lavorare la terra e quindi non avrebbero dovuto continuare nella loro vita selvatica ed errabonda. Il vecchio Nick, come lo avevano battezzato gli indiani, parlava spesso del lavoro spiegando come l'uomo bianco avesse raggiunto un grande livello di civiltà e spiegando pure che l'uomo civile abitava in solide case, non gironzolava tutta la vita, traeva dalla terra i frutti, e così via.
Il capo Ouray si era limitato a dire ai suoi che il nuovo agente indiano era un po' "malato nella mente", ma inoffensivo. Come tutti quelli della sua razza non capiva niente degli indiani e quindi bisognava avere pazienza e tolleranza; gli Ute, che non si sarebbero mai sognati di mettere in discussione la parola di Ouray, ascoltavano le prediche di Meeker e poi se ne tornavano alle loro normali occupazioni.

Finché quel bianco non creava eccessivi fastidi, cosa costava lasciarlo parlare? Ma Nick era ben deciso ad andare avanti nella sua strada, né si accontentava di cercare di redimere gli indiani adulti. Anche i fanciulli lo preoccupavano e, si sa, i fanciulli per crescere bene devono andare a scuola. Capo Ouray era partito per la caccia autunnale al cervo e intanto l'infaticabile agente indiano faceva costruire una scuola, scegliendo come luogo proprio una striscia di terreno che gli Ute usavano per le corse dei cavalli. Poi convocò i capi minori, Samson Rabbit, Colorow, Douglas e Matagoras, e disse loro che dovevano mandare i bambini a scuola.

Senza dubbio Meeker era animato da buone intenzioni, ma quello fu lo scivolone da cui iniziò una discesa a precipizio che sarebbe terminata con la strage all'agenzia. Gli Ute infatti, fedeli agli ordini di capo Ouray, avevano sopportato pazientemente anche l'interruzione della pista per le corse dei cavalli; ma toccare i bambini ad un indiano voleva dire mettersi in un rischio mortale. Non avendo la minima idea di cosa fosse una scuola, i capi convocati adottarono semplicemente una tattica dilatoria: "Ora fa troppo caldo, forse tra un mese, quando sarà più fresco".

Ma il fatto che il vecchio Nick avesse espresso delle pretese verso i bambini, ordinando oltretutto di fare una cosa incomprensibile, incominciò a far cambiare l'atteggiamento degli Ute. Alla paziente tolleranza iniziò a sovrapporsi la vigilanza e il sospetto, tanto più che l'agente indiano aveva protestato vivacemente per la risposta dei capi, minacciando di far intervenire i soldati da Fort Steele se i suoi ordini non fossero stati rispettati. Ormai i rapporti si erano incrinati, né Meeker fece niente per ricomporli; l'incidente della scuola era accaduto il 1° settembre; passati alcuni giorni e constatato che gli indiani non avevano alcuna intenzione di obbedire ai suoi ordini, Nick chiese aiuto ai soldati.

Di certo il capitano Payne, che arrivò insieme ad un piccolo drappello, si sarebbe ben volentieri defilato da un incarico così stravagante per un soldato; d'altra parte la legge gli imponeva di dare assistenza all'agente indiano. L'ufficiale, uomo di buon senso, desideroso di non creare incidenti con quei pellerossa che a loro volta non ne avevano mai creati, si inoltrò nel territorio degli Ute disarmato e accompagnato solo da un sergente e da un interprete e non poté far altro che parlare a sua volta ai capi, esortandoli ad obbedire all'agente. Poi se ne tornò al forte.

Meeker accumulava errori, ma ognuno di questi, anziché aiutarlo a riflettere, lo spingeva a farne di nuovi. Accantonato definitivamente il problema della scuola, decise che era venuto il momento di fare degli Ute un popolo di bravi contadini e convocò nuovamente i capi minori, per spiegare che bisognava iniziare l'aratura del terreno della valle, per poi metterlo a coltura. I capi protestarono vivacemente: il loro era un popolo di guerrieri e cacciatori, non di zappaterra. Ma alla fine, memori degli ammonimenti di Ouray, accettarono, anche se ci vollero diversi giorni per trovare un gruppo di indiani disposti a fare quel lavoro. Quando finalmente l'aratura in qualche modo cominciò, alcuni indiani armati si presentarono ad assistere ai lavori, limitandosi a stare in silenzio ai bordi del terreno. Ad un tratto risuonò uno sparo, nessuno fu colpito, ma Meeker accusò gli Ute di essere stati loro a sparare per intimorire gli aratori.

Il lavoro fu sospeso a tempo indeterminato, e fu un altro fiero colpo per il vecchio Nick; che vedeva via via sfumare la sua autorità, mentre il risentimento degli indiani si trasformava sempre più in decisa avversione. I nervi erano ormai tesi al massimo da ambo le parti e diveniva difficile trattare serenamente qualsiasi argomento. Nella propria casa Meeker ebbe un alterco violento con un mezzosangue Ute, accusato di essersi impadronito di un cavallo di proprietà dell'agenzia. I due vennero alle mani, ma Nick ebbe la peggio: un violento diretto del mezzosangue lo scaraventò fuori casa, mandandolo a ruzzolare nella polvere, tra le risate di un gruppo di Ute che gironzolavano nei dintorni. Battuto pubblicamente e beffeggiato, Meeker aveva ormai perso qualsiasi autorità nei confronti degli indiani, e commise l'errore finale, inviando un messaggio a Forte Steele, chiedendo aiuto perché "vedeva tutti i segni premonitori di una rivolta". Le campane a morto suonavano per l'agente indiano Nicholas Nick Meeker, ed era lui stesso il miope campanaro. Quando, all'inizio di quel disgraziato settembre del 1878, aveva già richiesto l'aiuto dei militari, abbiamo visto come il buon senso di un capitano (convocato per fare l'ispettore scolastico più che il soldato... ) avesse evitato incidenti.

Ora invece il maggiore Thornburgh, comandante di Forte Steele, ricevendo una richiesta di aiuto in cui si parlava di rivolta, si mise in marcia verso l'agenzia alla testa di un distaccamento forte di tre squadroni di cavalleria e di una compagnia di fanteria montata su carri da trasporto. Per gli Ute questa era un'invasione del territorio che il governo di Washington, col trattato del 1859, aveva riconosciuto come loro, e chi aveva chiesto questa invasione era Nick Meeker. Appena entrato nel territorio degli indiani, il maggiore Thornburgh incontrò un gruppo di Ute che protestarono violentemente; l'ufficiale rispose che doveva comunque proseguire verso l'agenzia, ma che non aveva intenzione di compiere alcun atto di guerra. Per nulla soddisfatti, gli indiani se ne andarono a riferire ai capi minori, che rappresentavano l'autorità in assenza del capo Ouray, impegnato, come vedevamo, nella caccia autunnale al cervo. La presenza di Ouray avrebbe probabilmente scongiurato ciò che successe in seguito; i capi minori riunirono un consiglio, in cui si decise che bisognava impedire ai soldati di penetrare nel territorio.

La pista seguita dai militari attraversava a un certo punto una gola stretta e profonda, il Red Canyon, coi fianchi coperti da querce nane e da un fitto sottobosco; era il luogo ideale per un'imboscata, e là si posero in attesa gli Ute, guidati dai capi Colorow e Jack. Quando i soldati entrarono nel canyon uno scout diede subito l'allarme, avendo individuato del movimento tra gli alberi. Il maggiore Thornburgh mandò avanti un drappello esplorante col sottotenente Cherry, che costituì il primo facile bersaglio per gli Ute. Il maggiore fece allora fermare i carri, ordinando che si disponessero a cerchio in difesa e si lanciò all'attacco con gli squadroni di cavalleria. Era ciò che gli indiani aspettavano; dai due fianchi del canyon iniziarono un micidiale tiro incrociato sulla cavalleria e Thornburgh pagò il suo errore tattico, restando ucciso tra i primi, appena dato ai soldati l'ordine di ripiegare. Quando questi riuscirono a raggiungere il cerchio dei carri, avevano già lasciato nel canyon, oltre al loro comandante, altri sette commilitoni morti.

Era il pomeriggio del 30 settembre 1878; a circa cinque miglia di distanza, nell'agenzia, nessun bianco sapeva ciò che stava accadendo al Red Canyon. Solo gli indiani del villaggio vicino all'agenzia erano stati avvisati da un messaggero di capo Colorow, che aveva anche portato un ordine preciso: il vecchio Nick doveva restare all'oscuro di tutto; mentre Colorow si occupava dei soldati, anche sull'agente indiano sarebbe arrivata la vendetta degli Ute.
Meeker, visto che da alcuni giorni non aveva avuto più scontri significativi con gli indiani, si illudeva che questi si fossero tranquillizzati, e infatti proprio quel giorno incaricò un corriere, Wilmer Eskridge, di portare a Forte Steele una lettera con la quale spiegava che la situazione era di nuovo sotto controllo e che quindi l'intervento dei soldati era divenuto superfluo. Non poteva sapere che mentre il suo corriere partiva, il destinatario della sua lettera non era al Forte, ma era già morto nell'imboscata al Red Canyon.

E per evitare che Eskridge, percorrendo la pista che portava al Forte si rendesse conto della situazione, due Ute gli si affiancarono per scortarlo, ma appena fuori vista dall'agenzia lo uccisero, e poi tornarono indietro di gran carriera, per partecipare alla punizione del vecchio Nick. I bianchi avevano appena terminato la cena quando si scatenò l'attacco di cui parlavamo in apertura; mentre dell'agenzia non restavano che resti fumanti, i soldati trincerati nel cerchio di carri erano in una pessima situazione. La loro posizione era sfavorevole, perché attorno al cerchio esisteva una serie di alture sulle quali gli Ute si erano affrettati ad appostarsi. Gli indiani, esperti cacciatori di cervi e camosci, iniziarono il tiro a segno su tutto ciò che si muoveva all'interno dei cerchi di carri. Anche se per lo più armati di archi e frecce, abbatterono quasi tutti i cavalli dei soldati, e uccisero altri tredici militari, ferendone quarantatré. Nella notte un soldato, di nome Murpy, riuscì ad eludere la sorveglianza degli Ute e a scappare in cerca di aiuto su uno dei pochi cavalli rimasti vivi.

Ma gli assediati restarono ancora per tutto il 1° ottobre sotto il tiro degli indiani; solo il giorno successivo uno squadrone del 9° reggimento cavalleria di colore giunse sul posto, preannunciando l'arrivo di altri rinforzi. Gli Ute, per nulla impressionati dall'arrivo dei cavalleggeri negri, ripresero il tiro a segno contro i cavalli, appiedando quasi tutti i soldati che, malamente guidati dal loro comandante, capitano Dodge, si erano praticamente intrappolati raggiungendo i commilitoni assediati nel cerchio di carri. Gli Ute erano in una posizione imprendibile, e se ne accorse anche il colonnello Merrit, che arrivò il mattino del 3 ottobre, da Fort Russel, nel Kansas, alla testa di quattro squadroni di cavalleria e di cinque compagnie di fanteria. I suoi uomini, stremati da un giorno e una notte di marcia, non poterono fare altro che cercare riparo dal micidiale tiro di precisione degli indiani.

Si profilava un altro Little Big Horn, ma nel pomeriggio di quel 3 ottobre, all'improvviso, gli indiani cessarono ogni ostilità e in pochi minuti sparirono dalle alture: il capo Ouray, che era venuto finalmente a conoscenza degli scontri, era riuscito a far pervenire tramite un bianco amico, un mugnaio di nome Joseph Brady, l'ordine di cessare immediatamente ogni atto di guerra.
L'autorità di Ouray era tale che fu subito obbedito, e i soldati non accennarono neanche un inseguimento. Avevano da seppellire i loro morti e da curare oltre settanta feriti; ma soprattutto il colonnello Merrit temeva per la vita delle tre donne rapite durante l'attacco all'agenzia. Con molta diplomazia, con l'aiuto di una delle sorelle di Ouray, e con la promessa che gli indiani "sarebbero stati trattati da guerrieri", finalmente, il 23 ottobre, le tre prigioniere furono liberate. Il colonnello riunì poi una commissione d'inchiesta, per indagare sui fatti accaduti e mentre si stava svolgendo questa indagine giunse, fulmine a ciel sereno, la notizia che il gran capo Ouray era morto mentre stava tornando all'agenzia per riprendere il controllo della sua gente.

La morte di Ouray segnò la fine per gli Ute, che non avevano tra di loro nessuna personalità in grado di tener testa al colonnello Merrit; quest'ultimo colse la palla al balzo e fece imprigionare nel penitenziario di Fort Leavenworth i capi della rivolta, dimostrando di possedere idee molto personali su cosa significhi "trattare da guerrieri" gli avversari.

Uno dei capi, Matagoras, dopo due anni di prigionia, impazzì. Senza più una guida, privati delle armi, gli Ute vennero trasferiti nella riserva degli indiani Uintah, nel vicino Utah. Gli Ute meridionali, che erano stati del tutto estranei ai fatti, furono vittime del clima di facile vendetta che si era creato e subirono anch'essi la deportazione, venendo trasferiti nell'estremo sud del Colorado, ai confini col Nuovo Messico.

Alla fine di novembre del 1878 il popolo dei cacciatori, guerrieri e vagabondi, non costituiva più un problema per il ministero degli affari indiani; rinchiusi nelle riserve, ben sorvegliati dai soldati, potevano finalmente provare tutte le gioie dell'integrazione e della civiltà, quelle che solo un paio di mesi prima venivano predicate dal vecchio Nick. In fondo, avevano perso solo la loro libertà. Quella piccola cosa, per amore della quale un indiano aveva coniato un incitamento di battaglia: "Solo il cielo e le stelle sono eterni. Noi no. Oggi è un buon giorno per combattere. Oggi è un buon giorno per morire".

E qui potrebbe finire la storia del popolo Ute, un popolo così piccolo da non aver mai avuto posto nella mitica ufficiale del West. Abbiamo voluto ricordare queste vicende sia perché non esistono popoli grandi o piccoli, ma tutti hanno, o dovrebbero avere, lo stesso diritto alla dignità, sia perché la morte anche di un solo uomo ci offende come uomini e ci induce a cercare di capire. E se in apertura definivamo "istruttiva" la storia del piccolo popolo, è perché in essa si condensano una serie di elementi che devono farci riflettere.

La civiltà può essere una grande conquista, o può trasformarsi in un rullo compressore; ma se la civiltà non è al servizio dell'uomo, a che serve? A giustificare sé stessa? Lo spirito messianico di Meeker mancava di un tratto essenziale: la capacità di rispettare il prossimo, soprattutto quando questi sia del tutto diverso da noi per abitudini e tradizioni. Ma questa capacità è propria di pochi, intelligenti ed eletti. Meeker fu in fondo, sia detto senza offesa, l'utile idiota che serviva per realizzare quella politica di integrazione che definiremmo senza dubbio come la fase soft dello sterminio. Il colonnello Merrit non fu che uno dei moltissimi ufficiali americani che, incapaci di battere gli indiani sul campo di battaglia, li vinsero con l'inganno.

Gli States erano in espansione, l'espansione in assoluto più grande che la Storia abbia mai visto; gli indiani erano di troppo, e gli Ute non erano diversi da tutti gli altri. Anche loro dovevano sparire, soprattutto culturalmente e moralmente, perché l'uomo bianco, fiero delle sue eccezionali realizzazioni scientifiche, tecniche, economiche, sapeva, in un angolino recondito del suo cervello, che la sopravvivenza della civiltà pellerossa avrebbe sempre costituito un punto di inevitabile contraddizione con il progresso. Gli Ute si mostrarono feroci come la generalità degli altri indiani?
Può darsi; gli indiani la guerra la sapevano fare. Ma chi si scandalizza, guardi la nostra realtà quotidiana, faccia il conto delle guerre che il mondo civilizzato ha conosciuto nel cinquantennio seguente al grande massacro del secondo conflitto mondiale, e rifletta un attimo su un dato di fatto: chi furono gli attaccati, gli invasi, gli scacciati dalle terre dove vivevano da secoli?

E allora, riposino tutti in pace, in attesa di un mondo in cui l'uomo impari a non prevaricare e uccidere. Riposi anche il vecchio Nick; e qualche automobilista frettoloso, percorrendo la statale 13/789 del Colorado, si fermi un attimo al punto dove questa strada attraversa il fiume White. Là sorgono le rovine dell'agenzia, e vicino ad esse un piccolo edificio in muratura: il Meeker Museum. E' ciò che resta in ricordo di un uomo piccolo che si illuse di essere grande, e di un popolo piccolo che si illuse di avere gli stessi diritti di un popolo grande.

  di PAOLO DEOTTO 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI  

Uomini bianchi contro uomini rossi, di Gualtiero Stefanon - Ed. Mursia, 1985
Le grandi pianure
, di W. Prescott Webb - il Mulino, 1961
Gli Stati Uniti
, di Raimondo Luraghi,  in Storia universale dei popoli e delle civiltà - Ed. UTET, 1974

Questa pagina (per Storiologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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