STATI UNITI

LA GRANDE PURGA ANTICOMUNISTA
NEGLI USA DEGLI ANNI CINQUANTA

Storicamente fu la conseguenza della Guerra Fredda
e del calcolo (o paranoia?) di ....

Joseph McCarthy,
ambizioso senatore dello stato americano del Wisconsin

IL MACCARTISMO


di Alessandro Frigerio

"Maccartismo è termine dell'uso politico statunitense, e sta a indicare un atteggiamento di anticomunismo assoluto che si concreta in una visione politica manichea e in una vera e propria persecuzione di uomini e istituzioni dichiarati antiamericani in quanto 'comunisti'. Storicamente rappresenta il culmine della Guerra Fredda nella politica interna degli Stati Uniti e coincide con gli anni 1950-54 in cui si consuma la parabola del senatore repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy (1907-57). È il momento di più esasperato anticomunismo del secondo dopoguerra, che dà luogo a una serie di 'purghe' politiche a ogni livello e in ogni campo - ma soprattutto in quello intellettuale -, in un clima da caccia alle streghe più intenso della sia pur durissima lotta al comunismo di altri periodi".

Così recitano i manuali di storia
a proposito di uno dei periodi più bui della storia americana dello scorso secolo.

La storia del maccartismo coincide però anche con lo spazio di tempo immediatamente successivo alla vittoria della rivoluzione cinese e allo scoppio della prima atomica sovietica, si combina con l'apice del consenso all'idea comunista dopo la vittoria sul nazifascismo e si sovrappone agli stessi anni della guerra di Corea. Per capire la deriva antiliberale maccartista occorre tenere a mente questi dati di fatto, sui quali andò ad innestarsi la storia recente del comunismo americano e la percezione di una sua presenza occulta nella società.

Negli Stati Uniti, patria di una concezione molto forte di libertà e di libera impresa, il comunismo non aveva mai avuto una tradizione radicata. Una maggiore presa ideologica si era avuta a partire dagli anni Trenta ma, più che nei termini di un sistema dottrinario rigorosamente marxista, come manifestazione di un liberalismo democratico e genericamente radicale.

La Depressione prima e il New Deal roosveltiano (1933-1938) subito dopo, avevano posto le basi per una concezione interventista dello stato nelle questioni economiche: lo stato doveva partecipare alla vita sociale introducendo correttivi strutturali nel sistema economico finanziario, al fine di rompere le grandi concentrazioni monopolistiche e per riequilibrare la distribuzione della ricchezza. Pesanti interventi statali in opere pubbliche, crescente influenza del movimenti sindacali e una politica a tutela di disoccupati, giovani e meno abbienti erano gli ingredienti e i correttivi del New Deal.
Fu sulla scia di questi grandi temi che anche negli Usa si sviluppò un partito di ispirazione comunista - composto da poche decine di migliaia di membri - che fece breccia quasi esclusivamente negli ambienti sindacali e tra gruppi di intellettuali newyorkesi.

Con lo scoppio della guerra e il patto tedesco-sovietico, il Partito comunista americano si appiattì, come tutti i partiti fratelli, sulle posizioni di attesa del Comintern, stemperando il proprio antifascismo nel nome dell'alleanza tra Hitler e Stalin.

Solo con l'attacco nazista all'Urss, nel giugno del 1941, passò a sostenere fermamente l'intervento in guerra degli Stati Uniti, chiedendo a gran voce l'apertura di un secondo fronte in Europa. Negli anni della guerra, i repubblicani rimprovereranno spesso ai democratici la stretta alleanza con i sindacalisti e con i 'rossi', considerati alla stregua di un'ala sinistra del partito di Roosvelt.
Terminato il conflitto, mentre in Europa occidentale (in Italia e Francia soprattutto) il comunismo si presenta ormai come un'organizzazione di massa, perfettamente ramificata e in grado di competere per la conquista del governo nelle prime elezioni libere, il comunismo americano continua ad essere sostanzialmente un movimento d'èlite, cementato dall'antifascismo, da un generico libertarismo radicale e dal mito allora allo zenit del comunismo sovietico. I suoi membri, comunque, non superavano numericamente la soglia dei cinquantamila.

Ma il repentino scoppio della guerra fredda, tra il 1946 e il 1947, si rivela un disastro per il piccolo partito di ispirazione marxista. I consensi calano rapidamente. Mentre in Europa un generico sentimento filosovietico continuerà a sopravvivere fino alla fine del decennio successivo, negli Stati Uniti la guerra fredda comporta un totale e imponente ribaltamento antisovietico dell'opinione pubblica, che nel giro di poco tempo porterà a una di quelle crisi di intolleranza e di sospetto così tipiche del populismo americano.

L'equiparazione tra Hitler e Stalin, che tra gli americani aveva già preso piede negli anni Trenta tornò d'attualità. Finita la parentesi della lotta antinazista l'Urss riprese ad incarnare nell'immaginario collettivo l'impero del male. La progressiva rottura tra Usa e Urss segnò anche la rottura tra il comunismo americano e la sinistra democratica, con la quale i rapporti fino ad allora erano stati molto stretti. Una rottura che si consumò a livello internazionale anche tra partiti 'fratelli': Stalin, tramite il partito comunista francese, pronuncerà una condanna senza appello nei confronti dei comunisti americani, colpevoli di eccessiva accondiscendenza verso il roosveltismo e di scarsa capacità di impostare una efficace lotta di classe.

Tuttavia, nonostante le difficoltà e gli scarsi consensi elettorali (nel corso delle presidenziali del 1948 il candidato della sinistra progressista e comunista, Henry Wallace, già vicepresidente degli Stati Uniti all'epoca di Roosvelt, raccoglie poco più di un milione di voti), l'influenza del comunismo americano a livello di opinione pubblica sembra aumentare. Ma più che di un dato di fatto oggettivo, si tratta di una psicosi generata dall'assai più consistente crescita del fenomeno comunista nell'Europa libera e in quella ormai soggiogata all'ex alleato sovietico. Tanto basta a far sì che il pericolo comunista appaia sulla scena come il nuovo nemico dopo il nazifascismo, nel nome però di una stessa minaccia alla democrazia e a tutta la nazione americana.

Come ha scritto François Furet: "Il 'fascismo rosso', per riprendere un'espressione dell'epoca, sovrappone alla mostruosità rivelata dal nazismo sconfitto una presenza che quest'ultimo non aveva avuto. Ha al suo interno, ancora più del nazismo, persino una 'quinta colonna', pubblica e insieme clandestina. Troppo debole per dar vita a una vera politica, il minuscolo Partito comunista americano è tuttavia abbastanza forte per diventare oggetto di una 'caccia ai rossi'".

Di fatto, il maccartismo della prima metà degli anni '50 è preparato da due precedenti passaggi risalenti al 1947, durante il mandato del presidente democratico Harry Truman. La formulazione della cosiddetta 'dottrina Truman' per il contenimento (containment) del comunismo e dell'espansione sovietica in tutto il mondo, e una inchiesta per verificare i trascorsi politici degli impiegati del governo federale.
Se con la politica del 'contenimento' gli Stati Uniti decidono di assumere su di sé la responsabilità della tutela dell'ordine democratico nel mondo, accantonando definitivamente ogni tentazione isolazionista, con l'inchiesta sulla 'fedeltà' dei propri funzionari fanno propri i metodi adottati dal nemico.

Di fronte al pericolo comunista la democrazia americana sceglie di restringere pian piano gli spazi di libertà di cui era sempre andata fiera. La paura, unita alla consapevolezza della propria forza - politica, militare, economica - daranno vita a quel clima di arroganza e di intimidazione politica che sfocerà tra il 1950 e il 1954 nel maccartismo.

Come l'Urss è perennemente ossessionata dall'idea del complotto contro il suo capo (l'ultimo, in ordine di tempo, è il cosiddetto complotto dei medici ebrei contro Stalin), così gli Usa di Truman vivono la paranoia della congiura contro la democrazia. Del resto, illustrando la sua 'dottrina' durante un famoso discorso radiofonico nel marzo del 1947, Truman non aveva lasciato adito a dubbi: la scelta tra bene e male doveva essere categorica. Dopo aver denunciato la gravità della situazione internazionale, il presidente americano aveva infatti spostato il confronto dal piano politico a un più vasto confronto di civiltà. Era giunto il momento, disse, in cui "ogni nazione deve scegliere tra modi di vita alternativi", uno fondato sulla "sulla volontà della maggioranza e su istituzioni democratiche", l'altro basato "sul volere di una minoranza imposto a forza dalla minoranza" e caratterizzato da "terrore e oppressione".

Non che i timori americani non avessero un loro fondamento: la conquista del potere dei partiti comunisti in Ungheria e in Cecoslovacchia, così come la difficile situazione in Grecia, dimostravano la straordinaria capacità di organizzazione dei partiti comunisti europei e la loro abilità nell'impossessarsi, partendo da posizioni di minoranza e con abili colpi di mano, dei vertici del potere. Ma in Europa tutto ciò era potuto avvenire perché alle spalle c'era l'Urss e, soprattutto, perché a Yalta le potenze occidentali si erano formalmente impegnate a riconoscere a Stalin una generica influenza sui Paesi occupati dall'Armata rossa. Pensare di esportare un colpo di stato simile a quello di Praga nel 1948 a Washington era un puro delirio. Tuttavia, negli Stati Uniti si cominciò a sovrastimare la forza di una quinta colonna comunista. I pochi comunisti americani, fino ad allora semplicemente sospettati, soprattutto in ambienti repubblicani, di essere potenziali spie dell'Urss, diventarono col passare del tempo dei veri e propri nemici pubblici.

"Secondo una logica del genere, che negli Stati Uniti è aggravata dal massiccio conformismo d'opinione - spiega ancora Furet -, l'accusa rimbalza da loro su tutti coloro i quali un giorno o l'altro, dagli anni Trenta in poi, li hanno seguiti, ascoltati o incontrati. L'inquisizione e la denuncia attraversano l'America come se fossero un esercizio di virtù".

Una apposita Commissione sulle attività antiamericane (HUAC) iniziò quindi a lavorare a pieno regime. Formalmente istituita dal Congresso degli Stati Uniti nel 1938, negli anni della seconda guerra mondiale la Commissione aveva operato soprattutto in funzione antinazista e antigiapponese. Nell'immediato dopoguerra le sue attenzioni si indirizzarono invece sulla cosiddetta infiltrazione e influenza dei comunisti nelle istituzioni statali. Ma è a partire dal 1947 che la Commissione (di cui faceva parte anche un giovane Richard Nixon) cominciò a operare con maggior zelo, contribuendo a creare nel Paese un pesante clima di isteria e sospetto che finì per colpire, non tanto e non solo i comunisti (che per altro, come abbiamo visto, costituivano una sparuta minoranza), quanto molte personalità (soprattutto intellettuali) genericamente progressiste.

La conseguenza è che tra il 1948 e il 1949 si svolgono alcuni spettacolari processi contro la dirigenza del Partito comunista americano, contro presunte spie dell'Urss e contro alcuni funzionari del Dipartimento di Stato accusati di aver nascosto la loro appartenenza al partito.
Questa primitiva 'caccia alle streghe' non risparmiò nemmeno Hollywood e il mondo dello spettacolo. Anzi, si accanì in modo particolare contro attori, registi e sceneggiatori. Per vedersi imprimere il marchio di 'comunista' era sufficiente aver diretto film di impegno civile e su tematiche sociali o averne scritto la sceneggiatura, ma a volte bastava molto meno, come l'amicizia o la frequentazione di persone sospette.
Hollywood aveva conosciuto fin dagli anni '30 una intensa politicizzazione. Erano nati sindacati di attori, registi e sceneggiatori, spesso in lotta per la libertà creativa e le rivendicazioni salariali. Tra il 1940 e il 1946 si erano avute astensioni dal lavoro di maestranze e di personale che avevano provocato la reazione dei produttori, i quali avevano accusato gli scioperanti di simpatie marxiste.
La Commissione sulle attività antiamericane aveva colto al balzo l'occasione, iniziando la sua caccia agli 'infiltrati' già nel 1940.

Ma il filone hollywoodiano delle inchieste ebbe il suo periodo di gloria nel 1947 e poi tra il 1951 e il 1952. In quegli anni il cinema americano fu investito da un'ondata di paranoia inquisitoria che stroncò il filone di realismo sociale da poco inaugurato e che portò all'imprigionamento di alcuni personaggi del mondo della celluloide e al licenziamento e all'emarginazione di tantissimi altri.
Di fronte alla Commissione, allora guidata dal repubblicano John Parnell Thomas, sfilarono sceneggiatori come Dalton Trumbo (in seguito sceneggiatore di Spartacus) e registi del calibro di Edward Dmytryk (L'ammutinamento del Caine). La domanda alla quale erano chiamati a rispondere era lapidaria: "Siete mai stati membri del partito comunista?". Una delle risposte più famose fu pronunciata da un imbarazzato Gary Cooper: "Non ho mai letto Marx e non conosco le basi del comunismo, ma penso sarebbe una buona idea se il Congresso decidesse di bandirlo dagli Stati Uniti".
Sette sceneggiatori, due registi e un produttore, passati alla storia come 'I Dieci di Hollywood', rifiutarono di rispondere e furono condannati a un anno di prigione. Centinaia di altri furono iscritti a una Lista nera che, di fatto, impedì loro di lavorare negli anni immediatamente successivi.

Ed è in questo quadro politico che compare sulla scena Joseph McCarthy. Personaggio esuberante, eccessivo nel suo anticomunismo come nella vita (era un buon bevitore, un appassionato di corse di cavalli e un accanito giocatore di poker), negli Stati Uniti ancora oggi ci si divide sulla sua figura. Secondo molti fu un demagogo che sottopose a indagini intimidatorie persone innocenti. Secondo altri, invece, ha aperto gli occhi all'America sul reale pericolo marxista.

Nato nel 1908 ad Appleton, nel Wisconsin, da genitori cattolici, dopo la laurea in legge e aver prestato servizio militare sul fronte del Pacifico, nel 1944 aveva imboccato la carriera politica mettendosi in lizza per la poltrona senatoriale del Wisconsin. Sconfitto, nonostante la profusione di denaro speso nella campagna elettorale, riuscì nell'impresa due anni più tardi. Ma fino al 1949 la sua azione fu piuttosto anonima, caratterizzata quasi esclusivamente dalla gestione di rapporti con diverse lobby politico-economiche. Per dare sfogo alla sua ambizione e al suo spirito sanguigno era necessaria una nuova causa: la lotta contro il comunismo.
Del resto, non era difficile manipolare la passione popolare alimentandola con l'escalation del comunismo nel mondo: nel 1948 il blocco di Berlino, nel 1949 la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese e lo scoppio della prima atomica russa, nel 1950 l'attacco della Corea del Nord, contro quella del Sud e il conseguente intervento americano.

La crociata ebbe inizio ufficialmente nel febbraio del 1950 quando McCarthy denunciò la presenza di 205 simpatizzanti comunisti (cifra poi ridimensionata da lui stesso a 81) all'interno del Dipartimento di Stato. Il nome del senatore che svelava l'esistenza di una 'quinta colonna' di pericolosi bolscevichi nelle istituzioni americane conquistò le prime pagina di tutti i giornali. Si tornò a indagare anche a Hollywood. Registi e attori come John Huston, Humphrey Bogart (pedinato dall'FBI) e Katrin Hepburn espressero il loro dissenso nei confronti di questa offensiva illiberale. Charlie Chaplin preferì trasferirsi in Europa. Elia Kazan ed Edward Dmytryk, nel frattempo uscito dal carcere, sfuggirono a probabili incriminazioni accusando ex-amici e colleghi. Ronald Reagan e John Wayne, invece, collaborarono per vera convinzione. Cecil De Mille pretese il giuramento di fedeltà anticomunista da tutti i membri del sindacato dei registi, scontrandosi con l'opposizione di Joseph Mankiewicz e di John Ford.

Intanto, la vittoria repubblicana alle elezioni presidenziali e congressuali del 1952 portò McCarthy ad occupare la presidenza del potente Senate Committee on Government Operations, nonché del Permanent Subcommittee on Investigations, il che gli consentì di dar vita per tutto il 1953 a una serie di inchieste a sensazione sul comportamento di dipendenti di enti pubblici. Il popolo americano era diviso sui suoi metodi, anche se la maggior parte di esso sembrava approvarli. Un sondaggio del gennaio del 1954 diede un 50% di favorevoli all'azione svolta dal senatore del Wisconsin e un 29% di contrari. Tra i repubblicani la percentuale era del 62 contro 19, tra i democratici del 39 contro un 38%.
In gran parte filomaccartista era la Chiesa cattolica, le comunità irlandesi, italiane e tedesche, insieme ad ampi strati delle classi meno abbienti. Carta stampata e televisioni presero a contendersi le dichiarazioni di McCarthy. Molti cittadini gli inviavano denaro per continuare la 'costosa' la battaglia anticomunista (pare tuttavia che la maggior parte dei quattrini entrassero sul suo conto personale senza da lì uscirne più).

Sul piano squisitamente politico il maccartismo rappresentò, oltre a una rivincita della destra americana, anche lo spostamento verso destra dei democratici. La stessa ala sinistra del partito democratico rifiutò di accettare nelle sue file tutti coloro che avessero precedenti comunisti e non fece quasi nulla per venire in aiuto delle vittime del maccartismo. Come ha osservato Giuseppe Mammarella, "[il maccartismo] rappresentò una prima occasione di aggregazione per le forze conservatrici, disperse durante il ventennio roosveltiano, ma anche un motivo di divisione per i liberals e più in generale per l'opinione pubblica americana… Pro McCarthy e suo collaboratore fu anche uno degli ultimi vessilliferi del liberalismo americano negli anni sessanta, Bob Kennedy… e lo stesso John Kennedy alternerà espressioni di adesione con prese di distanza."

Nel frattempo, la Commissione sulle attività antiamericane continuava a lavorare a pieno ritmo. Alle maggiori università del paese fu chiesto un controllo sui principali libri di testo in uso. McCarthy, sfruttando la psicosi collettiva della sovversione, del complotto e l'isterismo dell'opinione pubblica, riuscì così ad organizzare una gigantesca 'caccia alle streghe'. In quattro anni la posizione di più di tre milioni di impiegati e funzionari di ogni livello del governo federale fu esaminata da apposite commissioni. Duemila persone si dimisero dal servizio, circa duecento furono allontanate perché la loro lealtà alle istituzioni americane lasciava adito a dubbi. Anche il fisico della bomba atomica Robert Oppenheimer e il generale Marshall furono coinvolti nella spirale di accuse. L'accanimento di McCarthy non conobbe limiti, al punto da generare sospetti anche sulla figura del neo eletto presidente Dwight Eisenhower, repubblicano come lui.

Ma a partire dai primi mesi del 1954 il potere del giustiziere anticomunista sugli ambienti politici americani, e in particolare sui repubblicani, diminuisce considerevolmente. Nel maggio di quell'anno fece in tempo ad accusare davanti a venti milioni di telespettatori gli alti gradi dell'esercito di compromissione con il comunismo. Nel corso delle audizioni davanti alla Commissione sfilarono più di trenta testimoni. Per il presidente Eisenhower la misura era colma. Contrattaccò sbandierando i favoritismi chiesti dal senatore per evitare il servizio militare ad alcuni suoi collaboratori e denunciando la totale assenza di prove concrete sulla presunta infiltrazione comunista nel Dipartimento di Stato o nell'esercito.

E in effetti, dalle inchieste di McCarthy non scaturì mai alcuna condanna formale (in anni recenti, tuttavia, l'apertura degli archivi della CIA e del KGB ha dimostrato l'esistenza di alcuni fenomeni di spionaggio in ambienti governativi). Ma per un curioso scherzo del destino, in cui qualcuno potrebbe intravvedere una sorta di pena del contrappasso, l'unica vera sentenza fu espressa proprio nei suoi confronti.
Nel dicembre del 1954, infatti, il Senato americano, a maggioranza democratica, decise di censurare gli atteggiamenti aggressivi del senatore del Wisconsin e di condannarlo per "condotta contraria alle tradizioni del Senato". In 165 anni era la terza volta che una parte del Congresso degli Stati Uniti sanzionava un suo membro.
Perso il seggio e, quel che più conta per un personaggio del genere, compromesso l'onore politico, Joseph McCarthy non riuscì più a riprendersi.
Si diede all'alcol e venne ricoverato più volte in ospedale. Morì il 2 maggio 1957 a Bethesda.

Alessandro Frigerio
BIBLIOGRAFIA
*Rapporto sul macartismo, di G. Macera, Guanda, 1955
* Caccia alle streghe a Hollywood, di M. Guidorizzo, Cierse, 2001
* L'America a destra: politica e cultura negli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale a oggi, di G. Mammarella, Ponte alle Grazie, 1995
* Gli Stati Uniti nel secoloXX: tra leadership e guerra fredda, di O. Barè, Marzorati, 1987
* L'America da Roosevelt a Reagan: storia degli Stati Uniti dal 1939 a oggi, di G. Mammarella, Laterza, 1986
* Le radici ideologiche degli Stati Uniti, di L. Valtz Mannucci, Edizioni dell'Arco, 1992
* Il passato di un'illusione: l'idea comunista nel XX secolo, di F. Furet, Mondadori, 1995

Questa pagina (per Storiologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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