109 bis. I NORMANNI IN ITALIA


Il meridione d’Italia dai Normanni-Svevi agli Angioini
Sullo sfondo della lotta di Federico II di Svevia con il Papato

Sommario

* Da Costanza, ultima erede della casata normanna dei d’Altavilla regnante in Sicilia, e da Enrico VI di Svevia, imperatore dei Romani, nasce Federico Ruggero, affidato, per la scomparsa dei genitori, alla tutela del Papa Innocenzo III.
* Federico viene nominato re di Sicilia nel 1198 (Federico I). Contesa con Ottone IV e nomina di Federico re di Germania (1212) ed Imperatore nel 1220 (Federico II). Re di Gerusalemme nel 1229. In lotta con il Papato. Onorio III e Gregorio IX.
* Federico” stupor mundi”: * scelte amministrative, * la corte ed attività culturali, * produzione edilizia.
* Federico II, scomparsa e successione del figlio Corrado IV che abbandona la Germania per la Sicilia.
* Scomparsa di Corrado.
* Manfredi, prima reggente quindi re di Sicilia e di Puglia.
* Successione di Papi: Celestino IV, Innocenzo IV, Alessandro IV, Urbano IV. 
* Clemente IV e l’offerta a Carlo d’Angiò.
* Sconfitta e scomparsa di Manfredi.
* Corradino di Svevia e la fine della dinastia Hohenstaufen.

Il connubio normanno-svevo

Con Costanza scompare, nel 1198, l’ultima discendente della dinastia normanna dei D’Altavilla che aveva, con Ruggero I (1091), sottratto la Sicilia alla dominazione musulmana. Ella, figlia postuma (1154) di Ruggero II, costretta per ragioni dinastiche e politiche, aveva sposato, nel 1186 [1] , a Milano, Enrico, figlio ventenne dell’imperatore Federico Barbarossa, della casata Hohenstaufen di Svevia [2] . Con l’unione tra il regno meridionale d’Italia, con poteri anche in Africa, e l’immenso impero germanico che comprendeva gran parte dell’Europa (dalla Polonia e Danimarca fino alla Borgogna) ed il settentrione d’Italia, veniva a formarsi un potere immenso, pur se difficile da gestire in quanto disomogeneo [3] e geograficamente non compatto.

Da questo matrimonio, dopo otto anni (1194), nasce un figlio e Costanza che, ormai quarantenne, al fine di stroncare le dicerie che si erano diffuse a Palermo sulla sua gravidanza, volle partorire in pubblico, sotto una tenda installata nella piazza di Jesi. Qui era giunta durante il suo viaggio di trasferimento, dalla Germania a Palermo, per assistere all’incoronazione a re di Sicilia del marito Enrico VI, già divenuto imperatore nel 1091 [4] .

Costui, personaggio controverso, crudele e raffinato, per ricevere l’investitura, aveva attuato contro gli oppositori e coinvolgendo anche membri della famiglia normanna [5] , una repressione di tale spietatezza e ferocia da meritarsi l’appellativo di “ciclope”. I due eventi, incoronazione e nascita sono simultanei (25 dicembre la prima e 26 la seconda). Il neonato, cui fu dato inizialmente il nome di Costantino Federico, prevedibile successore del padre alla dignità imperiale, era anche l’ultimo erede maschio, in linea diretta, della stirpe normanna dei re di Sicilia. Il Papato non accolse con favore il nuovo nato perché, con lui, si sarebbe rafforzata l’unione della corona imperiale con quella del regno di Sicilia su cui solo Enrico VI era stato in grado di imporre la sovranità. Tale situazione, di rilevante portata politica e fortemente osteggiata dello Stato Pontificio che veniva a trovarsi compresso fra le regioni italiane dell’Impero ed il regno di Sicilia, condizionerà le scelte dei Papi nei successivi decenni.

Costanza, dopo il parto, affidato il neonato alle cure di una nobildonna, la moglie di Corrado di Urslingen, amministratore, per conto dell’imperatore, del ducato di Spoleto sottratto allo stato pontificio, raggiunse in Sicilia il marito, non per amore ma per controllarne le mosse ed impedire l’installarsi di maestranze tedesche. Là, oltre ad essere informata della brutale repressione del 1194, assistette a quella operata da Enrico VI a seguito di una congiura (1197) organizzata dai nobili siciliani e che coinvolse membri normanni devoti della regina. In un periodo immediatamente successivo, Enrico VI si ammala ed in breve muore a Messina [6] , senza lasciare rimpianti. 

Dopo la morte del marito, Costanza, divenuta regina in prima persona, trova difficoltà a gestire una situazione che, come accadeva ovunque in quel tempo, in mancanza di una forte autorità, tendeva a cadere nell’anarchia. Ella, nel tentativo di riprendere in mano la situazione, allontana alcuni amministratori avversi ai normanni e, memore dei legami dei suoi antenati con la Chiesa, ricorre a Papa Innocenzo III (Giovanni Lotario dei Conti di Segni, 1198-1216) [7] alla cui tutela affida il figlio di soli quattro anni, che, da Foligno dove aveva trascorso i suoi primi tre anni, fa trasferire a Palermo. Qui, con fastoso rito bizantino officiato nel Duomo, il piccolo Federico viene incoronato, con il nome di Federico I, re di Sicilia con l’approvazione del Papa. Questi coglie l’opportunità per imporre a Costanza un accordo che metteva alle dipendenze del Papa, la Chiesa siciliana e ristabiliva il rapporto di vassallaggio del regno di Sicilia. Dopo poco tempo (1198) Costanza scompare.

Lo zio paterno, Filippo di Svevia che aveva finora regnato a nome di Federico, sollecitato dai suoi consiglieri, presumibilmente timorosi delle mire di Filippo II Augusto re di Francia e di Riccardo Cuor di Leone re d’Inghilterra, assunse in proprio la corona germanica.

Federico di Svevia, abilità e fortuna
Federico, battezzato a Foligno con i nomi dei nonni, Federico Ruggero, doveva raggiungere lo zio Filippo in Germania ma, dopo la morte del padre, raggiunge Palermo. Rimasto solo fin da bambino, dopo la morte della madre, deve assistere ad un groviglio di complotti, lotte ed intrighi che si erano scatenati nelle varie componenti, normanna e tedesca, sia al loro interno che in contrapposizione fra loro. Il tutore Innocenzo III, da lontano, poco poté fare per difendere il giovane Federico se non affiancargli dotti maestri [8] . Egli è pertanto una pedina inerme, trascurato dalla fazione normanna, riluttante ad applicare il principio della successione dinastica, ritenendo Federico di stirpe tedesca, ed avversato dalla fazione tedesca [9] , diffidente della sua ascendenza normanna. In siffatta situazione molti notabili ebbero occasione di appropriarsi delle prerogative del giovane re, impadronendosi di fatto di Palermo.

Egli crescendo rivela le peculiari caratteristiche dell’una e dell’altra ascendenza, quali la durezza e l’alterigia tipiche dei tedeschi e lo spirito audace ed avventuroso dei normanni. Dall’ambiente in cui cresce acquisisce l’intraprendenza italiana, la scaltrezza greca e la sensualità delle donne arabe, assuefacendosi alla tolleranza osservando la pacifica convivenza di cristiani cattolici ed ortodossi con ebrei e musulmani. Ebbe inoltre il vantaggio di trovarsi in un ambiente stimolante e culturalmente eclettico, affiancato da maestri capaci di avviarlo non solo alla conoscenza di varie lingue (greco, latino ed arabo, oltre all’italiano e tedesco) ma anche al piacere dell’apprendimento delle scienze e della filosofia. 

Nel 1208, a quattordici anni, la maggiore età per i re, Federico si pone l’obiettivo di recuperare beni e diritti sottrattigli durante la sua fanciullezza e da quel momento non farà altro che contrapporsi con le potenze periferiche e centrali del suo tempo. Il Papa, suo tutore e reggente, finora poco interessato a lui, gli combina un oculato matrimonio con Costanza di Aragona [10] la quale, oltre a portargli in dote un contingente di cinquecento cavalieri per attuare i suoi progetti, vivacizza lo splendore della corte di Palermo.

Comunque Innocenzo III, pur tutore di Federico, fece prevalere a tale dovere l’interesse politico che osteggiava in prospettiva l’unione, nelle stesse mani, del regno di Sicilia con l’Impero. Si schierò con gli avversari di Filippo di Svevia, tra cui il re d’Inghilterra, per sostenere il guelfo [11] Ottone di Brunswick che, favorito dall’assassinio di Filippo per mano di Ottone di Wittelsbach, riuscì ad ottenere il favore dei principi tedeschi e farsi incoronare Imperatore, col nome di Ottone IV, da Innocenzo III, a Roma (1209). Questi ricevette in compenso, per il Papato, il riconoscimento dei diritti sul meridione d’Italia. Riconoscimento che Ottone non mantenne, anzi, sostenuto da parte della signoria locale e dalla popolazione musulmana, si rivolse subito alla conquista per proprio conto del meridione, motivo per cui ricevette dal Papa la scomunica [12] .

Dopo aver conquistato Puglia e Calabria era in procinto di attraversare lo stretto per sopraffare un debole ed indifeso Federico, allorché, incautamente, desistette dall’impresa per tornare in Germania a riprendere il controllo di quelle terre in cui i sostenitori degli Svevi, appoggiati dal re di Francia Filippo II Augusto, si erano ribellati ad Ottone. Questa fu una svolta fortunata per Federico che, ritenuto ormai soccombente, trova l’intraprendenza di inseguire Ottone. Dopo aver nominato re di Sicilia il figlioletto appena nato Enrico, risale la penisola con truppe e fondi che recupera per strada, riuscendo ad evitare, con astuzia e fortuna, lo scontro con i sostenitori lombardi e tedeschi di Ottone.

Federico, ottenuto il sostegno di un numero crescente di feudatari, riuscì a sfruttare fortunate occasioni, senza mai essere costretto ad affrontare un condottiero maturo ed esperto come Ottone. Questo, pur protetto dal re d’Inghilterra, viene sconfitto a Bouvines (1214) da Filippo II Augusto, al cui sostegno in favore di Federico il Papa era ricorso, rischieratosi con l’antico protetto, nel momento in cui aveva rotto con Ottone.
Federico riesce così a farsi incoronare, nel 1212, re di Germania a Magonza e, con l’appoggio dei principi e del clero tedesco, nel 1215, imperatore col nome di Federico II, nella carolingia Aquisgrana. Qui, davanti al sarcofago di Carlomagno, per compiacere il Papato, solennemente annuncia il proposito di voler conquistare i territori della Terrasanta, caduti in mano musulmana. Federico, per l’appoggio ricevuto, concesse ai potenti principi tedeschi nuove franchigie, rinunciò alla prerogativa regia di confiscare la loro eredità e di introdurre dazi. La Germania era infatti caratterizzata da un mosaico di signorie con ampie prerogative in fatto di amministrazione della giustizia, partecipazione a conflitti, imposizione di dazi e fiscalità. Alcuni principi tedeschi, laici o ecclesiastici, possedevano il diritto di eleggere l’imperatore ed erano padroni assoluti delle loro terre, salvo un legame di vassallaggio con il signore più potente. Per la qualcosa Federico non tentò mai di instaurare in Germania il centralismo amministrativo ed il potere assoluto che imporrà ai baroni del meridione d’Italia, più di quanto potrà fare nel settentrione d’Italia dove l’autonomia delle città comunali non era inferiore a quella dei principi tedeschi.

La nomina ad imperatore, ricevute le insegne del potere da Ottone IV, gli fu confermata (1220), a Roma da Onorio III (Cencio Savelli, 1216-1227), che però pretese che fossero confermati, per il papato, tutti quei diritti che Ottone aveva usurpato. Onorio III, malgrado si rivelasse più mite ed arrendevole del suo predecessore, aveva l’ambizione della conquista della Terrasanta e volle mettere alla prova l’affidabilità di Federico, sollecitandolo ad una crociata fissata per il 1221. Ma a Federico, ora molto più potente di quando, nel 1212, aveva lasciato l’Italia, premeva anzitutto restaurare la sua autorità nella Sicilia e nel settentrione d’Italia. Scossa la prima da diverse ribellioni ed animati da spirito indipendentista i liberi comuni lombardi.

In Sicilia riuscì a sedare i contrasti emersi ed, ordinato l’arresto di alcuni baroni, impose agli altri la restituzione dei beni e dei privilegi illegalmente ottenuti negli ultimi trenta anni. Passò quindi ad estendere il dominio su quella zona interna della Sicilia, nota come “marca dei saraceni” governata, al di fuori di ogni controllo, dal capo musulmano Morabit, e, per ritorsione dell’appoggio fornito agli usurpatori del diritto regio (v. nota 9), fece spietatamente deportare a Lucera, in Puglia (1224-26), consistenti nuclei della popolazione musulmana dedita alla pastorizia, in conflitto con quella locale, dedita all’agricoltura. A Lucera, Federico stabilirà una delle sue corti e dalla popolazione saracena arruolerà il nucleo più efficace e fedele del suo esercito professionale.

In Lombardia, col fine di puntualizzare i diritti imperiali, indice una dieta a Cremona. Evento che destò la preoccupazione dei Comuni i quali rifondano a Mantova (1226) la II lega lombarda [13] . 
Federico, essendo rimasto vedovo, al fine di stabilire un legame in medio oriente, sposa, nel 1225, la giovanissima figlia del re di Gerusalemme Giovanni di Brienne [14] , Isabella che, muore mettendo al mondo il figlio Corrado (1228).

In quel periodo l’esercito dei cristiani, in Terrasanta, era in difficoltà, pressato nelle sue roccaforti, assediato e sconfitto dopo l’insuccesso della V crociata (1217-21) bandita da Onorio III e conclusasi con la caduta di Damietta, sul delta del Nilo. Da più parti si sollecitava una riscossa cristiana e, su sollecitazione di Onorio III, Federico, malgrado l’impegno volto a districare le difficoltà sorte negli affari di Sicilia, mette a punto i piani di una campagna in oriente. Ma Papa Onorio III muore prima della partenza della crociata. Gli succede il vescovo di Ostia che, ottantaduenne, battagliero, tenace ed insofferente della politica dei tentennamenti, significativamente assume il nome di Gregorio IX (Ugolino dei Conti di Segni, 1227-1241), intendendo riprendere il disegno del suo predecessore Gregorio VII [15] volto a stabilire l’assoluta superiorità del Papato rispetto all’imperatore. Gregorio IX, mostra subito un atteggiamento fermo e risoluto ed, irritato dalla constatazione che, nel governo della Sicilia, Federico non teneva in alcun conto la sovranità della Chiesa, utilizza, a pretesto per scomunicarlo, il tentativo di avviare una crociata, fallito a causa di una pestilenza scoppiata fra le truppe.

La VI crociata (1228-29) fu avviata da Brindisi con una flotta ed organizzata per esaudire la promessa fatta in occasione dell’incoronazione ad Aquisgrana. Senza impegnarsi in alcuna battaglia, ma per via diplomatica, a seguito di patteggiamenti e di qualche umiliante compromesso volto a tenere a bada le fazioni cristiane in lotta tra loro, ed in virtù di controversi ed ambigui rapporti che aveva stabilito con il sultano ayyubide d’Egitto Al-Kamil, Federico recuperò per i cristiani e per un periodo rinnovabile di dieci anni, una Gerusalemme parziale [16] e disastrata nelle fortificazioni, Nazareth, Betlemme ed un angusto corridoio per il mare. Il giorno successivo all’ingresso a Gerusalemme, nella Chiesa del Santo Sepolcro, Federico stesso si cinge il capo della quarta corona, assumendo il titolo di re di Gerusalemme, ereditato dalla moglie Iolanda, figlia dello spodestato Giovanni. Con tale gesto simbolico e singolare, forse non progettato, egli vuol significare che tale potere regale gli deriva direttamente da Dio. In tal modo, oltre al rancore suscitato da parte del suocero Giovanni di Brienne che lo ritenne un usurpatore della sua corona, solleva, per la sua condizione di scomunicato, ulteriori elementi di difficoltà negli intricati rapporti con il Patriarcato di Gerusalemme e con i vassalli cristiani del regno, eredi della storica nobiltà [17] che aveva partecipato alla I crociata.

All’inizio del 1229 le milizie di Gregorio IX marciano verso la Sicilia sostenute dalle truppe di Giovanni di Brienne, giunto in Puglia dalla Terrasanta. Ma, per fortuna di Federico, la spedizione rallenta, per mancanza del necessario sostegno economico ed egli ha la possibilità di rientrare a Brindisi, dalla Terrasanta, ed operare una ritorsione, esemplare ma non eccessiva, verso le città che gli si erano schierate contro, come Sora. Il ritorno sulla scena meridionale di Federico induce il clero ed i feudatari tedeschi a premere per una conciliazione fra i due massimi poteri della cristianità, il Papa e l’Imperatore. I due contendenti, con la mediazione di Ermanno di Salsa [18] , sottoscrivono il trattato di San Germano nel castello di Anagni (1230), secondo cui Gregorio toglie la scomunica all’imperatore il quale si impegna ad esentare il clero siciliano dalla giurisdizione secolare e di restituire agli Ordini dei Templari e degli Ospedalieri [19] i possedimenti siciliani confiscati durante la crociata.
Al rientro dalla Terrasanta, nel 1230, la situazione in Sicilia necessitava di un intervento volto a rinsaldare l’autorità regia. A tal fine Federico convoca, per la promulgazione di un importante corpo di leggi (vedi seguito), le Assise di Melfi (1231).

Altrettanta attenzione necessitava la Germania delle cui vicende, Federico, assente ormai da dieci anni, era poco informato. Nel 1220, al momento di rientrare il Italia, Federico aveva fatto nominare e coadiuvare da un consiglio, il figlio primogenito Enrico, di nove anni, re dei Romani (Enrico VII) e suo coreggente. Questo, raggiunta la maggiore età ed influenzato dai principi tedeschi interessati a consolidare la propria indipendenza, ritiene di poter mostrare la sua autonomia dal padre assumendo posizioni in contrasto con l’interesse dell’impero. Infatti avvia, con l’aiuto richiesto anche ai comuni lombardi avversari di Federico, una spregiudicata politica di opposizione ai principi tedeschi che induce il padre ad un richiamo, risultato vano nei fatti. Quindi, al rientro in Germania nel 1235, assume nei riguardi del figlio, una intransigente reazione tale da deporlo ed imprigionarlo fino a costringerlo a suicidarsi (1242) [20] . E, relativamente alle alleanze che avevano sostenuto la ribellione del figlio, tollera quelle tedesche ma non altrettanto farà con i comuni lombardi. Il ché è testimonianza del suo atteggiamento di deferenza verso i principi tedeschi. Va comunque ricordato che egli, a parte il primo periodo (1212-20) e quest’ultimo del 1935, non dedicò alla Germania [21] l’impegno che rivolse all’Italia dove si fermò ininterrottamente per tutta la vita a parte il soggiorno in Terrasanta del 1228. 

Il secondogenito Corrado di dieci anni, viene nominato re di Germania, subentrando nelle funzioni che furono del fratello Enrico. Nel 1236, I grandi elettori tedeschi designano Corrado successore di Federico nel ruolo di imperatore, procedura mai adottata in precedenza in quanto, in uno statuto di successione elettiva, viene a prefigurarsi una successione ereditaria.

Nel 1235, Federico, da tempo vedovo celebra il suo terzo matrimonio, combinato dal papa, sposando la giovane principessa Isabella d’Inghilterra [22], figlia di Giovanni Senza Terra e sorella di Enrico III d’Inghilterra, alterando le precedenti alleanze che vedevano il trono inglese avversario del francesi, da sempre alleati degli Svevi. Dal matrimonio nasce (1238) Enrico Carlo Ottone che morirà di morte violenta due anni dopo la scomparsa del padre, forse per ordine del fratellastro Corrado.

Federico in guerra col Papa

Dopo il matrimonio, Federico si prepara a vendicarsi dei comuni lombardi che avevano sostenuto il figlio Enrico, malgrado la perplessità del Papa che, in quel tempo suo alleato, tenta una mediazione che i lombardi rifiutano rinsaldando la loro alleanza. L’esercito della Lega, non avendo una cavalleria comparabile a quella imperiale, evita lo scontro in campo aperto per cui le campagne militari si articolano in un susseguirsi di manovre ed assedi, utilizzando cinicamente, ambo le parti, i prigionieri come scudo a difesa delle mura o delle macchine da guerra. 

Mentre Verona, su cui domina Ezzelino da Romano [23] , si schiera con l’imperatore, Piacenza, alleata pontificia, trasferisce il suo favore alla lega lombarda. La qualcosa insospettisce Federico sulle effettive intenzioni del papa e, non intravedendo spazi per l’azione diplomatica che fino ad allora lo aveva sostenuto, si prepara effettivamente ad affrontare una guerra. Federico riesce inizialmente a conquistare la sede strategica di Vicenza, affiancato dai miliziani di Ezzelino il quale si abbandona ad eccidi e devastazioni di beni ecclesiastici. Quindi, supportato da un esercito composto da tedeschi e saraceni, dopo aver espugnato Mantova, vorrebbe stringere d’assedio Brescia ma l’inverno incombente lo induce a cercare uno scontro campale.

Dopo aver dato l’impressione di smontare i suoi accampamenti in assedio a Brescia ed aver congedato i pochi reparti delle città ghibelline, riesce ad anticipare e cogliere di sorpresa, nei pressi di Cortenuova (nov. 1237), la cavalleria della Lega che, certa della sospensione delle ostilità, rientrava a Milano. I lombardi si raccolgono intorno al carroccio e salvato lo stendardo, riescono a fuggire. Il podestà di Milano, Pietro Tiepolo [24] , viene fatto prigioniero e la vittoria viene celebrata a Cremona, facendo sfilare il Tiepolo in catene ed il carroccio disadorno. Questo viene anche inviato a Roma ed esposto in Campidoglio, quale monito per i nemici dell’Impero. Federico rinuncia quindi ad assediare Brescia e sulle città vinte impone, a modello di Federico Barbarossa, durissime condizioni che non mancarono di suscitare un sentimento di rivalsa.

Papa Gregorio, il cui effettivo obiettivo consisteva nel recuperare al Papato il potere assoluto sugli uomini, allarmato dai precedenti eventi favorevoli all’imperatore ed ignorando l’invito alla cautela proveniente da larghi strati del clero, prende spunto dal fatto che Federico si era impadronito di alcuni territori della Chiesa [25] ed aveva oppresso il clero siciliano, per lanciare, nella domenica delle palme del 1239, la scomunica su di lui. Lo scontro si inasprisce e quando il Papa annuncia, per la Pasqua del 1241, la convocazione del sinodo per reiterare la scomunica e provvedere alla deposizione di Federico, questi non solo impedisce ai suoi sudditi tedeschi e siciliani di parteciparvi ma non garantisce la sicurezza per coloro che, in quell’occasione, volessero recarsi a Roma. Minaccia che mette in atto facendo attaccare, presso l’isola del Giglio, dalla flotta siciliana e dell’alleata di Pisa, le navi della nemica repubblica di Genova che trasportavano partecipanti al sinodo e cingendo Roma d’assedio. Tale episodio ha contribuito a compattare il clero nell’ostilità a Federico ed a convincere le corti europee del suo uso incondizionato della forza per conquistare il potere assoluto.

La morte di un personaggio fermo e deciso come Gregorio IX, apre un periodo di incertezza nella strategia dello schieramento papale come in quello imperiale. E mentre i componenti il collegio cardinalizio sono segregati e pressati al fine per raggiungere un accordo sulla scelta del nuovo pontefice, Federico, per non inasprire il conflitto, toglie l’assedio di Roma. Inoltre, come segno che la sua lotta non era rivolta contro la Chiesa ma contro la persona del Papa scomparso, libera i cardinali, fra cui il futuro papa Sinibaldo Fieschi, fatti prigionieri nel precedente scontro dell’isola del Giglio.

Dopo un sofferto accordo viene eletto dapprima un monaco vecchio e malfermo, Celestino IV [26] che muore 17 giorni dopo, ancor prima della consacrazione. Dopo un lunga vacanza durata circa due anni viene eletto papa Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi dei conti di Lavagna, 1243-1254) la cui politica si collegherà direttamente a quella di Gregorio IX ed a cui Federico, a conferma della sua devozione [27] , invia le congratulazioni attraverso una delegazione guidata dal suo protonotaro Pier delle Vigne e da Taddeo Sessa [28] .

Innocenzo IV, sorretto dai tradizionali oppositori dell’impero, spese tutta la vita nel perseguire mire politiche che miravano alla conquista e consolidamento, da parte della Chiesa, di un dominio universale, utilizzando per tal fine le sacre istituzioni, senza disdegnare di ricorrere alla falsità ed all’arbitrio. In questo contesto, Federico rappresentava un competitore tenace che era riuscito a mantenere unito il suo impero usando diversificati atteggiamenti: assolutismo nel meridione, autorità meno intransigente nelle regioni lombarde e tolleranza in Germania. Egli, che con le sue capacità gestionali e diplomatiche riusciva ad assoggettare uomini ed eventi al suo potere, rappresentava l’ostacolo alla restaurazione della teocrazia papale che affascinava ancora la mente di larghi settori nelle classi più evolute. 

Intanto le corti europee erano allarmate per la pressione dei mongoli guidati dai figli di Gengis-Khan che, conquistata la Russia (1240), le regioni del basso Danubio e devastato l’Ungheria (1241), premevano sulle altre regioni europee. Queste sollecitavano una rapida composizione del conflitto tra potere papale ed imperiale per poter rivolgere l’attenzione al pericolo mongolo. Federico, in difficoltà per la mancanza di risorse che lo obbligano ad imporre, nelle regioni meridionali, nuovi e pesanti tributi, sollecita il papa per un incontro a Narni, intendendo ammettere le sue colpe e restituire i territori occupati in cambio dell’assoluzione dalla scomunica. Il Papa, poco incline ad una composizione del contrasto, necessita, per continuare la lotta, di libertà d’azione e di sicurezza che il soggiorno a Roma non gli garantiscono. Si reca, pertanto, a Civitavecchia per raggiungere Genova, sua città di origine, e da qui Lione (1244), da dove annuncia un concilio per affrontare i problemi più pressanti del momento: la pressione mongola, la perdita di Gerusalemme riconquista dai musulmani (1244) e la contrapposizione con Federico. Questi invia Taddeo Sessa ad offrire la sua disponibilità a restituire, con risarcimento, i beni ecclesiastici rivendicati dalla Chiesa ed, inoltre, a frapporsi ai mongoli ed a riconquistare Gerusalemme. Innocenzo IV resta spiazzato da tale offerta e, prevenendo un eventuale arrivo di Federico a Lione, lo destituisce sulla base della Dictatus Papae (v. nota 15), sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà all’Imperatore. Ciò, malgrado le eccezioni sollevate da Inghilterra e Francia [29] e la contrarietà del clero e nobiltà di Germania e Sicilia.

Federico, avendo constatato che Innocenzo era insensibile a qualsiasi sua approccio, nel tentativo di una rivalsa, riprende le ostilità. Avendo i parmensi seguaci del Papa ripreso il controllo della città, Federico raduna un forte esercito ed organizza un campo fortificato per un lungo assedio. In un momento di stasi i parmensi, presi dalla disperazione, escono e sorprendono gli assedianti facendone massacro e prendendo tremila prigionieri (1248). Un anno dopo invia il figlio Enzo, con un esercito composito, in soccorso dei ghibellini modenesi e cremonesi contro la guelfa Bologna. A Fossalta sul Panaro (1249) i due eserciti si fronteggiano allorché i bolognesi partono all’attacco e dapprima avanzano, quindi mettono in fuga gli avversari ed imprigionano Enzo [30] .

Federico II, “stupor mundi”

Federico emblematicamente rappresenta, nel medioevo, il simbolo del mito imperiale e del potere che riteneva gli derivasse direttamente da Dio. Sorretto da eclettiche doti intellettuali che gli hanno consentito di elaborare, con visione anticipatrice, una politica volta a creare una monarchia assoluta ed illuminata che, con le modifiche che il tempo impone, avrebbe alfine trovato concreta attuazione solo nel XVII sec.

Egli, dalle intricate vicende che lo hanno visto protagonista, emerge con la figura dell’ uomo che è riuscito ad operare le scelte atte a difendere l’impero nella contrapposizione sia con tendenze politico-religiose che miravano alla instaurazione di una teocrazia abbagliante di splendore mistico sia con il germogliare di nuove forme di stato inconciliabili con l’impero (comuni).

Fu, dai suoi contemporanei, definito stupor mundi per la magnificenza estetica ed intellettuale di cui ha saputo circondarsi e che sollecitava la fantasia popolare. L’analisi storica esprime, tuttavia, più ammirazione che amore perché, malgrado tutte le sue innegabili doti, non ebbe le vere caratteristiche della grandezza. I detrattori del tempo [31] non mancarono di assimilarlo al pretendente o al tiranno che utilizzava qualsiasi risorsa o espediente per la conquista del potere.

Per una sintetica rassegna degli aspetti della sua attività, a parte quella politica illustrata in precedenza, verranno di seguito presi in esame le scelte amministrative, la corte e l’attività culturale, la produzione edilizia.

 

- Scelte amministrative

Federico, nel corso delle varie assise (tenute a Capua, Messina, Melfi, Siracusa, San Germano) cui partecipavano i più importanti ecclesiastici e baroni accanto ai cittadini più eminenti, ha emanato numerose leggi volte a restaurare un suo modello di ordine regio, disciplinando il sistema feudale in maniera da sottometterlo totalmente all’autorità regia, ampliando il grado di subalternità dell’aristocrazia baronale e prelatizia. Con ciò segnando la singolarità del meridione d’Italia rispetto all’Europa occidentale. Va comunque sottolineato che la politica impositiva da lui adottata [32] risultava sproporzionata rispetto alle risorse del meridione.

La raccolta organica delle varie leggi del regno di Sicilia furono promulgate, nel corso di una fastosa cerimonia, a Melfi (1231), Costituzioni di Melfi [33] . In esse ritrova il meglio delle disposizioni normanne e sveve in cui domina il senso dell’assolutismo sovrano fondato sulle norme del diritto giustinianeo.

La sua sensibilità verso gli aspetti culturali lo aveva indotto a regalare a studenti e professori dell’Università di Bologna alcuni tesori della sua biblioteca ed a riordinare la scuola medica di Salerno con l’istituzione di nuove discipline. Avendo l’ambizione di formare direttamente funzionari, dirigenti e giudici da utilizzare nel suo regno, in contrapposizione all’ateneo di Bologna finito sotto il controllo papale, istituì l’Università a Napoli di cui Pier delle Vigne fu l’estensore del Diploma di fondazione (1224) [34] . Fu previsto l’insegnamento di diverse discipline organizzate in tre diversi corsi, tenuti dai più dotti maestri del tempo e pagati dal sovrano. Alla frequenza dei corsi erano accolti giovani stranieri (tra questi vi fu Tommaso D’Aquino) che ricevevano facilitazioni per il soggiorno. L‘Università di Napoli, fu la prima a carattere pubblico e divenne il faro di una cultura non condizionata dai dogmi.

- La Corte ed attività culturali 

La corte, oltre a Palermo, sostava nei palazzi di Melfi, Foggia e Lucera e rappresentava la proiezione visibile della magnificenza del sovrano. Esibiva un lusso smodato, harem di donne cristiane e saracene (oggetto di fantasiosa curiosità), servi di varia origine, eunuchi, danzatori e giocolieri. Nei suoi spostamenti, dalla Sicilia alla Puglia ed alla Germania, Federico portava con se gli emblemi del potere (corona, sigillo e tesoro), le cose più amabili (gioielli, vesti, bestie esotiche), e l’harem, in uno spettacolo esclusivo e coinvolgente per il suo esporsi, nell’attraversamento delle città, a cavallo del suo preferito Dragone.

Ma le corti di Federico non erano solo esibizione dell’effimero. Esse erano centri culturali e scientifici dotati di biblioteche plurilingue ed aperte alla possibilità di nuove acquisizioni. l’Imperatore, desideroso di conoscere e ricevere risposte ai suoi enigmi, nel rispetto della fede di ciascuno e secondo la tradizione normanna, si circondava di sapienti musulmani, maestri cristiani ed ebrei portatori delle più avanzate teorie del tempo. Le loro occasioni di incontro erano frequenti, serrati e vivaci. Tra essi spiccano l’astrologo Guido Monatti, il matematico Leonardo Fibonacci [35] e Michele Scoto [36] , sotto il cui impulso si affermò, accanto a quella classica, la nuova cultura scientifica [37] . La cultura greca coinvolse prevalentemente il mondo delle professioni [38] mentre quella latina, favorita dalla penetrazione nella Chiesa, l’amministrazione.

La Corte contribuì ad innovare la scuola siciliana che ingentilì il volgare siculo-pugliese con il provenzale dei trovatori che la frequentavano. La lingua nuova è definita siciliano illustre che, purificato dagli aspetti più marcatamente dialettali, diventò uno strumento aristocratico, scelto non per raggiungere il vasto pubblico ma come mezzo di comunicazione raffinato all’interno di una cerchia ristretta [39] .

Federico, grazie all’educazione ricevuta in Sicilia, manifestò la capacità di comporre in molte lingue e, divenuto esperto nelle arti naturali, sfruttando le sue trentennali osservazioni, sviluppò il tema del volo e della caccia agli uccelli in una opera, De arte vernandi cum avibus, elaborata con esattezza e precisione in cui si evidenzia passione e curiosità intellettuale.

- Produzione edilizia (dimore e castelli) 

Federico è artefice di una fitta produzione edilizia mirante a restaurare molti castelli saraceni e normanni ed a costruirne nuovi per affermare il suo controllo su tutto il territorio meridionale. Scelse di costruire nella zona pianeggiante della Capitanata, presso Foggia ed intorno a Melfi, spostando il centro di gravità del regno dalla Sicilia al continente. Causò, in tal modo, un cambiamento fondamentale nelle prospettive dell’isola la cui prosperità era legata allo strategico vantaggio di essere ancorata all’area orientale. Nel XIII sec. in Sicilia, pur se vennero sviluppati i metodi di irrigazione, nulla sorse che potesse reggere il confronto con l’edilizia del secolo precedente.

Nel 1223, Federico fece costruire a Foggia, una fastosa residenza, munita di dispositivi di difesa, splendente di marmi statue e colonne, luogo di memorabili feste. L’architettura residenziale sveva si presenta varia per impianto e per livello estetico, oscillando dalla villa rustica in collegamento con una fattoria (Rignano Garganico, Lucera) al padiglione di caccia (Sant’Agatino di Foggia), alla residenza urbana fortificata (Lucera), al castello di caccia isolato in prossimità di foreste e riviere (castello di Gravina). In provincia di Foggia sorse la residenza di S. Lorenzo in Pantano che, con parco recintato ed animali in libertà, emulava la sontuosità dei sollazzi siciliani [40] .

Tra i castelli cui Federico rivolse la sua attenzione vanno ricordati il Castello di Lucera, sul colle che la sovrasta, proveniente dall’antichità e su cui Federico vi costruì una Chiesa dedicata a S. Francesco e numerosi edifici per la guarnigione [41] ; Castel del Monte, costruito in perfetto ottagono con torri angolari ottagonali, alto due piani, capolavoro assoluto, per i richiami al mondo classico ed al gotico. Fra gli altri, il Castello di Lagopesole, insediamento presvevo, potente struttura con funzione difensiva, Castel Maniace di Siracusa [42] , il Castello di Gravina e vari altri come quelli di Bari, Trani, Brindisi e Napoli, questi ultimi inglobano preesistenti strutture normanne [43] .

Federico II, scomparsa e successione

Federico, nel 1250, durante una battuta di caccia in Puglia, avvertì un malore, conseguenza di precedenti patologie intestinali, e, per il suo stato fu trasportato in un vicino palazzo nobiliare a Castel Fiorentino [44] . Avvertito un lieve miglioramento ma, resosi conto della prossima fine [45] , volle indossare il saio cistercense e dettare le sue volontà. Egli lasciò tutti i suoi possedimenti al figlio Corrado IV ed ai suoi eredi, al figlio Enrico Carlo il regno di Gerusalemme ed al figlio naturale Manfredi il principato di Taranto ed, in assenza di Corrado, la luogotenenza di Sicilia.

Le sue spoglie saranno portate a Palermo dove riposano in un sarcofago di porfido accanto a quelle della prima moglie, dei suoi genitori e di Ruggero II.

Con la morte di Federico non solo non si attenua la lotta tra impero e papato ma, nel meridione, soprattutto in Puglia e Campania si scatenano, fomentate anche da emissari pontifici, ribellioni sostenute da rivendicazioni che rinfocolano le controversie fra monarchia e poteri baronali ed ecclesiastici. Anche in Germania si verifica un periodo di confuso interregno [46] in cui numerosi centri si associano in leghe e le signorie ecclesiastiche consolidano ampi privilegi. Per lo scioglimento di fedeltà all’imperatore, conseguente alla scomunica del Concilio di Lione (1245), nascono numerosi pretendenti alla corona che Corrado IV tenta di contrastare ma l’insuccesso lo induce a rientrare in Italia (1252) coll’intento di salvare il regno di Sicilia. Regno che Manfredi, aiutato dallo zio Galvano Lancia ed in ossequio alle disposizioni testamentarie del padre, cerca di mantenere sotto controllo ed all’obbedienza di Corrado. Così Foggia, Barletta, Avellino, Nola ed altre vengono sedate da Manfredi. Maggiori resistenze oppongono Capua e Napoli. Corrado, giunto in Italia, curando di evitare il contatto con le forze avverse, su suggerimento di Manfredi, manifestò la sua disponibilità a sottomettersi al Papa che non colse, volto come era a cercare, all’estero, un principe straniero in grado di acquisire il regno di Sicilia in qualità di vassallo del Papa.

Corrado, constatando il favore e la popolarità che riscuoteva il fratello Manfredi, colto, cavalleresco e dotato di acume politico, lo spogliò di alcuni feudi, la qualcosa destò stupore e malcontento tra i sudditi. Nel 1254, Corrado scompare improvvisamente lasciando erede il figlio Corradino (Corrado V) di due anni ed affidandolo alla tutela del Papa, nel tentativo di placarne l’animosità e, contrariamente alle disposizioni testamentarie o in virtù di precedenti disposizioni, nominando reggente il marchese Bertoldo di Hohenburg ed affidando l’amministrazione di Sicilia e Calabria a Pietro Ruffo. Bertoldo, inviso e responsabile di un crescente malcontento tra i sudditi, si vede costretto a rinunziare alla reggenza in favore di Manfredi che, inizialmente perplesso, accetta per sollecitazione dei baroni. Pietro Ruffo, invece, non intese sottostare alle dipendenze di Manfredi.
La posizione di Ruffo diventa comunque difficile per la rivolta contro di lui, fomentata dalla Chiesa che lasciava intravedere vaghe possibilità di autonomie municipali. La rivolta si estese dando vita ad una federazione di città (definita poi: “repubblica delle vanità”) subordinate alla logica ecclesiastica che l’intervento di Manfredi (1257), esaurita l’offensiva nelle regioni peninsulari, non aveva difficoltà a controllare.

Manfredi

Manfredi tenta, nell’intento di salvaguardare i diritti di Corradino, un accomodamento con Innocenzo IV [47] ma, malgrado le buone intenzioni, non riuscì a sopportate le pretese volte ad espellere i Saraceni dal regno né le usurpazioni ai suoi danni, avviate dal Papa, presso cui protestò senza ricevere adeguate risposte. Raggiunse, di conseguenza, i fidati saraceni di Lucera dove mise assieme un forte e composito esercito per muovere contro i suoi oppositori che sbaragliò a Foggia. La notizia di tale evento risultò fatale per la malferma salute del Papa che muore, a Napoli, alla fine del 1254. Gli successe Alessandro IV (Reginaldo dei Conti di Segni, 1254-1260) che, pur mite di indole, necessariamente dovette continuare l’azione politica intrapresa dai suoi predecessori.

In questo periodo giunge dalla Germania la notizia della scomparsa del giovane Corradino. Il clero ed i nobili siciliani, desiderosi di sottrarsi al dominio della Chiesa, non esistendo altri eredi e risultando Manfredi rappresentativo degli interessi del regno, lo sollecitano ad assumere l’investitura a re di Puglia e Sicilia, consacrazione che avviene a Palermo nel 1258. Poiché la notizia della morte di Corradino risultò falsa, l’evento ha fatto sorgere dubbi sulla lealtà di Manfredi, ma sembra accertato che egli abbia ceduto alle sollecitazioni dei poteri temporali e spirituali dell’isola. E quando la madre di Corradino, Elisabetta di Baviera, lo invitò a deporre la corona, egli rifiutò, consapevole che sarebbe stato una guida diretta e sicura per gli interessi del regno.

Nel 1260, a supporto dei ghibellini di Farinata degli Uberti [48] , Manfredi invia un contingente che contribuisce, nella battaglia di Montaperti, a sconfiggere i guelfi ed a consolidare la fazione imperiale della Toscana. Il Papa Alessandro IV, per tale sconfitta, resta talmente scosso da morirne, non prima di aver scomunicato Manfredi ed i suoi alleati toscani.

Ad Alessandro IV succede Urbano IV (Jacques Pantaleon, 1261-1264), che, dotato di straordinario ingegno ed energia, segue la politica dei predecessori, mostrandosi tenace avversario di Manfredi, a cui rinnova la scomunica mentre cerca invano di opporsi alle nozze, con Pedro d’Aragona, della figlia di Manfredi, Costanza, nata dal matrimonio con Beatrice di Savoia.

Questo periodo di successi conseguiti da Manfredi che estende la sua influenza in tutta l’Italia, divenendo capo della fazione ghibellina, dopo anni di disordini, assicura stabilità e benessere al meridione ed alla Sicilia in particolare, divenuta di nuovo il centro delle attività. Rifioriscono i commerci, grazie a trattati con Venezia e Genova e si susseguono numerose iniziative come la costruzione del molo di Salerno, il rilancio delle università di Salerno e di Napoli, la fondazione di una città nel Gargano che prende il suo nome, Manfredonia. La corte di Palermo rivive gli splendori e la vivacità del tempo di Federico.

Vanno comunque ricordati i numerosi privilegi concessi, oltre che ai mercenari tedeschi e saraceni, alla fitta rete di parenti ed a marcanti stranieri che iniziarono ad assoggettare il regno allo sfruttamento del nord. Tali scelte non mancarono di creare invidie fra gli stessi beneficiari, e malcontento tra i poteri locali che finirono col sentirsi estranei alla sorte della monarchia. Ciò può servire a spiegare i comportamenti tenuti da alcuni comandanti meridionali nella determinante battaglia di Benevento (v. seguito).

Manfredi e Carlo d’Angiò

La prosperità delle regioni meridionali d’Italia, incorporate in uno Stato complesso e ben organizzato, assicurava enormi entrate per cui è spiegabile l’interessamento di varie dinastie alla loro conquista [49] . La Sicilia in più era situata al centro del mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente, tra Africa e continente europeo, in una posizione tale da sembrare il cuore pulsante del mondo civilizzato e crocevia di importanti attività. Motivo per cui, nel 1265, Carlo D’Angiò, fratello del re di Francia, Luigi IX [50] , accoglie l’offerta di insediarsi nel regno di Sicilia e di Napoli, rivoltagli da Papa Urbano IV, spaventato dall’affermarsi in Italia del partito ghibellino. Le condizioni poste nelle trattative erano l’accettazione di vassallaggio verso la Chiesa, il rispetto dei diritti del papato e l’abrogazione delle leggi contrarie ai privilegi ecclesiastici. Ma nel corso di tali trattative si verifica la scomparsa del Papa, in fuga da Orvieto per sottrarsi a Manfredi che, a conoscenza delle sue trame, tentava di assediare la corte pontificia.

Gli succede il francese Clemente IV (Guido Legros, 1265-1268) che non ebbe difficoltà a ricevere la disponibilità, di Carlo, avido di potere e, sollecitato dalla ambiziosa consorte, smanioso di calarsi nell’impresa, alle condizioni che, oltre a quelle concordate con Urbano IV, prevedevano che egli ed i suoi eredi non sarebbero mai dovuti diventare imperatore o re di Germania né delle signorie toscane o lombarde. Il Papato tenta ancora di eludere l’accerchiamento del suo territorio (v. Enrico VI e note 1-4).

Ricevuta l’investitura dal Papa, Carlo D’Angiò con un forte esercito giunse in Italia devastando e saccheggiando le regioni attraversate e senza risparmiare i beni ecclesiastici, destando l’indignazione del Papa al punto che lo stesso si rifiutò di incoronarlo personalmente. Incoronazione a re di Sicilia che, officiata da cardinali, tuttavia avvenne a Roma nel gennaio del 1266.

Manfredi, preparandosi allo scontro e spalleggiato da truppe in cui non era trascurabile la presenza saracena, tedesca e lombarda, aveva preparato un forte esercito che aveva organizzato puntigliosamente. Ma le truppe schierate, nei pressi di Ceprano, al comando del conte di Caserta, cognato di Manfredi, per diserzione o per accordi intavolati segretamente con il Papa e Carlo, si ritirarono favorendo la caduta del forte di San Germano. Manfredi, smanioso di una pronta rivincita, trascurò di aspettare rinforzi ed utilizzò le truppe rimaste, forse sufficienti se non si fossero verificate, da parte dei baroni meridionali, nuove defezioni, determinanti l’esito della battaglia. Egli, validamente sostenuto dalle truppe rimaste fedeli, tra cui saraceni e tedeschi, combatté, nei pressi di Benevento, anche contro la slealtà degli avversari e, valutata ormai persa la battaglia, si buttò nella mischia e trovò la morte sul campo dopo aver dato prova di valore ed eroismo individuale (febbraio 1266). Il suo corpo, ritrovato, fu seppellito sul campo di battaglia sotto un mucchio di pietre. Ma la località era sotto il dominio della Chiesa e quindi non poteva custodire i resti di uno scomunicato. Fu pertanto dato mandato all’arcivescovo di Cosenza di disseppellire i resti e disperderli [51] .

Benevento, completamente estranea al conflitto, fu per giorni devastata e saccheggiata delle truppe angioine con furia selvaggia e tale da destare risentimento nel Papa e disprezzo nelle popolazioni. Le altre città si sottomisero e Carlo entrò trionfalmente a Napoli che elesse a capitale del regno.

La moglie ed figli di Manfredi [52] in fuga, furono raggiunti ed imprigionati nelle galere angioinene di Nocera.

Corradino, ultimo Svevo

Degli Svevi, restava solo Corradino (re di Sicilia dal 1254 al 1258) cui, appena quindicenne, fecero riferimento i fautori dell’impero delle città lombarde ed i potenti siciliani. Questi, avversi a Carlo d’Angiò, manifestatosi, fin dal suo esordio, come sovrano avido, odioso e crudele, si recano in Germania per offrire il loro appoggio e sostenere Corradino nelle rivendicazioni. Corradino, raffinato e dotato d’ingegno mostrò l’orgoglio di recuperare il potere e lo splendore dei suoi avi per cui chiese aiuto anche ai principi tedeschi. Questi non lo rifiutarono, nella convinzione di essere comunque ricompensati in caso di successo e, nel caso contrario, di spartirsi i poderi, mancando un successore della casata Sveva. 
Giunto nel 1267 in Italia con un esercito consistente, Corradino fu accolto festosamente dalle fazioni ghibelline del settentrione, trionfalmente a Pisa e Roma dove fu incoraggiato dall’appoggio di Enrico di Castiglia [53] e dalle informazioni provenienti dalle città meridionali che si ribellavano agli angioini. Corradino si mosse, evitando i presidiati confini angioini, verso l’Abbruzzo e la Puglia per aggregare le forze fedeli. Carlo D’Angiò che, per compiacere il Papa, poneva assedio alla colonia ghibellina di Lucera, abbandona tale impresa per cercare di intercettare Corradino, prima che egli potesse congiungersi con altre truppe. Lo scontro, avvenuto nei pressi di Tagliacozzo, alla fine di agosto del 1268, fu articolato ed incerto e le perdite da ambo le parti consistenti.
L’esercito svevo era preponderante per numero ed, abbagliato da un iniziale successo, si scompose, dandosi al saccheggio e permettendo alle retroguardie angioine di coglierlo di sorpresa e sopraffarlo. Dapprima Corradino con pochi fedeli si sottrasse al massacro, fuggendo in cerca di riparo che non trovò nemmeno fra chi poco prima lo aveva osannato. La fuga ebbe termine ad Anzio dove fu catturato dai Frangipane, signori del luogo, e consegnato a Carlo I d’Angiò. Questi lo fece imprigionare a Castel dell’Ovo a Napoli. Corradino, sedicenne, mantenendo un comportamento austero e dignitoso, fu decapitato [54] sulla piazza del mercato di Napoli, supplizio che destò grande impressione e sentimento di pietà.

Mentre i figli di Manfredi, forse accecati, resteranno per sempre nelle prigioni angioine per finire col morire di stenti, Enzo (v. nota 30), figlio naturarle di Federico, dalla prigionia dorata di Bologna, assistette, così, malinconicamente alla fine cruenta della potente dinastia Sveva degli Hohenstaufen.

 

[1] Il matrimonio fu combinato con geniale azione diplomatica di Federico Barbarossa e, per tale evento, sembra che Costanza (nata nel 1154 da Beatrice di Rethel) sia stata prelevata da un convento per un matrimonio non desiderato. Dante la colloca in Paradiso (III, 113-117: sorella fu, e così le fu tolta - di capo l’ombra de le sacre bende. - Ma poi che pur al mondo fu rivolta – contra suo grado e contra buona usanza, - non fu dal vel del cor già mai disciolta.).
[2] La corona imperiale era passata, nel 1138, con Corrado III figlio del duca Federico I, alla casata tedesca degli Hohenstaufen che avevano la maggior parte dei loro possessi concentrati nella Svevia. Con loro si riafferma il carattere divino del loro ufficio in contrapposizione a quello del Papato che cercava di ampliare il suo potere spirituale con quello temporale. 
[3] L’impero germanico era una monarchia elettiva mentre la Sicilia era un regno ereditario e feudo del pontefice.
[4] Dopo morte del Barbarossa, in Terrasanta, mentre guadava un fiume, nel corso della III crociata.
[5] La sua ira si era abbattuta su Sibilla, vedova di Tancredi, re di Sicilia, il quale aveva indicato la zia Costanza per la successione, e sul figlioletto Guglielmo III, fatto accecare e ritenuto, per diritto, l’ultimo re normanno di Sicilia.
[6] La morte all’età di 32 anni fu attribuita a malaria contratta durante una caccia nelle paludi ma esistono sospetti di un avvelenamento ordinato dalla moglie che, come gran parte dei i normanni, lo avversava.
[7] Uomo di grande intelligenza, autoritario ed ambizioso, con la Deliberatio sostenne il principio dell’Impero appartenente alla Chiesa e del Papa che doveva investire l’imperatore nel suo potere. Con la morte di Enrico VI, vedeva scongiurato, per il momento, il pericolo avversato dalla Chiesa, dell’unione, nella stessa persona, delle corone di Imperatore e re di Sicilia.
[8] Fra questi, Gualtiero di Pelear, arcivescovo di Troia che, su mandato del Papa, stette vicino al giovane sovrano che, dal suo esempio, sviluppò la capacità di districarsi con profitto tra opposte fazioni le quali, pur nello splendore della Sicilia, alimentavano un clima tetro.
[9] Tra cui Marcovaldo von Anweiler che, avendo ricevuto da Enrico VI la marca di Ancona e di Romagna sottratte al papato, sosteneva di essere stato nominato, dall’imperatore Enrico VI, amministratore del regno e, con l’aiuto dei musulmani di Sicilia, nel 1201 si impossessa di Palermo. Per eliminare lo scomodo concorrente, Marcovaldo cerca di attentare alla vita di Federico che, giovinetto di sette anni, gli resistette e venne risparmiato solo per il timore delle ritorsioni che il Pontefice, suo tutore, avrebbe potuto mettere in atto.
[10] Vedova del re d’Ungheria, figlia di Enrico di Aragona, maggiore di circa dieci anni rispetto al sedicenne Federico.
[11] Il termine guelfo e ghibellino deriva dal nome di due località, rispettivamente Welfen e Weiblingen. Indicava, il primo, chi parteggia per i duchi di Baviera e Sassonia, punto d’appoggio del papato; il secondo indicava chi parteggiava per la casa di Svevia che mirava a ridurre l’influenza del papato. I due termini, con il cambiare delle situazioni, assunsero connotazioni diverse ma sempre di contrapposizione.
[12] Nel medioevo la scomunica era utilizzata come strumento politico, piuttosto che spirituale e rappresentava un immenso potere di suggestione sulle masse bigotte, analfabete e superstiziose.
[13] I comuni di Milano, Bologna, Brescia e Mantova, temendo le intenzioni dell’imperatore e memori di quanto avevano subito dal nonno Federico Barbarossa, rifondano la Lega a cui, in fasi successive, si associano Asti, Alessandria, Faenza, Lodi, Novara, ecc. Parteggiano invece per l’Imperatore: Pavia e Cremona, in contrapposizione a Milano ed altre come Modena, Parma, Reggio, Lucca, Pisa, Savona. Quest’ultima con la vana speranza di rendersi indipendente da Genova.
[14] Regno ottenuto per aver sposato Maria di Monferrato.
[15] Ildebrando di Soana (1073-1085) ebbe un ruolo prevalente nella secolare disputa per le investiture tra potere temporale e secolare. Egli, assertore della dignità regale riflesso di quella papale, nel 1075, promulgò il Dictatus Papae in cui, con Libertas Eclesiae, enunciava i cardini della sua politica che, accanto ad altro, prevedeva il divieto di investitura di vescovi ed abati da parte di cariche laiche. L’imperatore Enrico IV (1056-1106), reagisce ordinando l’investitura di vescovi secondo la procedura usuale. Il Papa richiama l’imperatore. L’imperatore, di rimando, depone il Papa (Sinodo di Worms; 1076). Il Papa scomunica l’imperatore, sciogliendo i sudditi dall’obbligo di fedeltà. L’imperoatore, incapace di far fronte alla conseguente ribellione del clero e dei cattolici principi tedeschi, è costretto a recarsi a Canossa, presso la marchesa Matilde, ad incontrare il papa per fare ammenda. Conciliazione temporanea perché Enrico IV, per rivalsa occupa Roma e Gregorio VII è costretto a ricorrere alla protezione dal normanno Roberto il Guiscardo, a Salerno dove muore. La lotta per le investiture si conclude con il concordato di Worms (1122) e si riapre con gli Svevi.
[16] Ai cristiani era impedito l’accesso al monte del tempio ed alla spianata delle Moschee, rimaste in mano musulmana.
[17] Si possono ricordare Raimondo di Tolosa, Goffredo di Bouillon, Baldovino di Boulogne, Boemondo da Taranto, Tancredi d’Altavilla, Raimondo di Saint Gilles, Roberto di Fiandra, ecc.
[18] Collaboratore leale di Federico e Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici: Ordine monastico cavalleresco dei Cavalieri di S. Maria di Gerusalemme, fondato nel 1198 con i contributi dei mercanti di Brema e Lubecca.
[19] Ordine religioso-militare, il primo, fondato a Gerulasemme (1119) al fine di difendere i Luoghi Santi. Il secondo è un ordine cavalleresco medioevale i cui componenti sono chiamati “cavalieri del fuoco sacro”
[20] L’episodio avvenne durante il trasferimento di Enrico dal castello normanno di Nicastro (Lamezia Terme) al castello Martorano di Monteleone (Vibo Valentia) in cui si sottrae al controllo e, col cavallo, si getta da una rupe. Federico volle comunque un funerale austero ed una solenne sepoltura nel duomo di Cosenza. Nell’epitaffio per il figlio scrisse : “Noi non siamo né i primi né gli ultimi di coloro i quali, offesi dai figli colpevoli, piangono sulla loro tomba”.
[21] Quanto poco Federico riuscisse a controllare i territori tedeschi può essere evidenziato dal seguente episodio: nel 1236, avendo sconfitto il ribelle granduca d’Austria e Stiria, si appropriò dei suoi domini. Subito dopo la sua partenza di Federoco, il duca riuscì a riprendere possesso delle sue terre.
[22] Ella, scandalizzata dalla condotta del marito, si apparterrà in una ala del palazzo di Foggia. In verità l’unico rapporto duraturo ed amorevole Federico lo ebbe con Bianca Lancia D’Agliano da cui nacque Manfredi.
[23] Di famiglia veneta, è il maggior protagonista delle vicende dell’Italia padana fino alla sua morte (1259). Fu accusato delle peggiori nefandezze e Salimbene de Adam (v. nota 31) lo definisce “gran massacratore di uomini”. Sposa Selvaggia, figlia naturale di federico e, dopo la scomparsa di questo, egli continuò per proprio conto la lotta contro il Papato, ricorrendo a crudeli massacri e mirando al dominio dell’Italia settentrionale. Le forze papali lo sconfissero a Castello D’Adda. Egli si uccise e la famiglia fu sterminata.
[24] Figlio del doge di Venezia. Gli imperiali si vendicano in tal modo della disfatta di Legnano subita dal Barbarossa (1176).
[25] Concesse al figlio naturale Enzo il titolo di re di Sardegna, territorio rivendicato dalla Chiesa sulla base della Donazione di Costantino, documento del IV sec. d.C., rivelatosi falso.
[26] L’elezione di Goffredo Castiglioni fu travagliata da profonde divisioni al punto da costringere il capo del comune di Roma a chiudere i componenti il collegio, composto da soli sette dei dodici cardinali membri, nel Monastero di Septizionio, dando avvio al primo conclave.
[27] Il giudizio di Cristiani e Musulmani coincide nel ritenere Federico un materialista che del Cristianesimo si faceva semplice gioco. Dante lo colloca, tra gli eretici (Inferno, X, 119; qua dentro è ‘l secondo Federico).
[28] Pier delle Vigne, protonotaro (cancelliere imperiale), fu per tutta la vita il più stretto collaboratore di Federico (Inferno XIII, 58-61; Io fui colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che li volsi, serrando e dissertando, si soavi, che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi). Nel 1249, sospettato di essere coinvolto in un tentativo di avvelenamento di Federico, fu imprigionato e si diede la morte. Dante lo ritiene degno di stima e vittima di una congiura ma lo condanna per il suicidio (Inferno, XIII, 70-72: L’animo mio, per disdegnoso gusto, - credendo col morir fuggir disdegno,- ingiusto fece me contra me giusto).
Taddeo Sessa, introdotto da Pier delle Vigne, fu insigne giurista ed influente consigliere a Corte.
[29] In verità queste nazioni erano rese incerte da motivi contrastanti ed al timore che tali abusi potessero colpire anche loro, si contrapponeva la speranze di approfittare di eventuali debolezze dell’Imperatore, per estendere la loro influenza sui suoi territori.
[30] Enzo e Manfredi, figli naturali, erano i prediletti da Federico che li definiva “il mio ritratto nel corpo e nello spirito”.
I Bolognesi respinsero tutte le offerte ed i minacciosi proclami di Federico per la scarcerazione del figlio. Mantennero in carcere il raffinato prigioniero che, grazie alla generosità con cui utilizzava le sue ricchezze, visse fino alla sua morte, 1272, una gradevole esistenza, pur non potendo abbandonare il palazzo in cui era imprigionato.
[31] Fra essi, Salimbene de Adam che in Chronica riporta diversi aspetti negativi della sua personalità.
[32] Federico per preparare le sue guerre, oltre alle confische, introdusse nuove tasse, gabelle sui profitti derivanti da qualsiasi attività, imposte sull’importazione il cui gettito superò notevolmente, nel 1248, quello che avrebbe percepito Carlo d’Angiò nel 1282.
[33] Esse, col nome di Costituziones regni Siciliae e curate da insigni giuristi del tempo, tra cui Pier delle Vigne, avviano la politica di riforme avviate nelle varie assise. Restaurò le prerogative della monarchia, impedendo ai figli di ereditare i beni paterni senza l’approvazione del sovrano. Vengono rivendicati i feudi usurpati dai baroni i quali dovevano distruggere o consegnare le fortezze costruite negli ultimi 30 anni. La giurisdizione ecclesiastica fu ristretta, non potendo essa interferire negli affari secolari, e le autonomie comunali limitate. Il potere giudiziario fa capo al sovrano e quello tributario dipende da una corte dei conti che controlla anche l’amministrazione finanziaria. Fra l’altro, venivano istituiti 11 distretti detti giustizierai perché governati da funzionari che rispondevano ad un maestro giustiziere, referente diretto dell’imperatore.
[34] Sul modello di quelle illustri del tempo, Bologna, Parigi, Oxford, Cambridge, Padova.
[35] Fibonacci fu lo scopritore della famosa successione matematica in cui ogni numero è la somma dei due precedenti: 1,2,3,5,8,13,21,34,55,89, ecc.
[36] Scoto, astrologo, filosofo, fisico e matematico sosteneva che influenza astrale e fede fossero compatibili se il potere delle stelle viene interpretato come strumentale rispetto alla volontà divina che resta la causa prima di ogni evento. Dante lo colloca tra i maghi (Inferno, XX, 115, delle magiche frode seppe il gioco).
[37] Finora accolta solo nei centri più evoluti di Spagna (Toledo, Barcellona e Burgos), di Inghilterra (Herenford, Oxford e Cambridge) e nella Curia papale.
[38] Il radicamento in Puglia, per la vicinanza di Bisanzio, resterà fino alla fine del XIII sec.
[39] Petrarca ammise la preminenza della poesia popolare siciliana e Dante riconoscerà alla Corte la priorità storica nel poetare affermando: “Tutto quello che c’è in giro, scritto prima di noi, sembra tutto provenire dalla scuola siciliana”.
[40] Essa subì gravi danni, nel 1255 ad opera delle truppe pontificie in marcia contro Manfredi (v. seguito).
[41] Oggi le rovine appaiono inserite nella imponente cerchia di mura munita da 15 torri che Carlo d’Angiò, tra il 1269 e 1283 trasformò in una delle più potenti fortezze del regno.
[42] Adagiato sulla estremità rocciosa della penisoletta dell’Ortigia è un capolavoro dell’architettura sceva, prende il nome dal generale bizantino che, nel 1038, liberò la città dalla dominazione araba e che ordinò la costruzione sulle cui rovine Federico fece edificare l’attuale castello.
[43] Fra quelli avviati e terminati in epoca angioina si possono citare i castelli di Barletta, Brindisi, Capua (costrito da Federico e demolito dagli Spagnoli), Catania, Cosenza (costruito dai saraceni, distrutto dal terremoto del 1184, ricostruito dai normanni e restaurato da Federico), Enna, Milazzo, Termoli, Trani.
[44] Struttura, assieme ad altre come Civitate, Dragonara e Montecorvino, posta lungo la frontiere settentrionale della Puglia, costruita o restaurata subito dopo l’anno 1000 dai Bizantini ed abbandonata nel tardo medioevo.
[45] Viene riportata la profezia secondo cui Federico, sarebbe morto in una località contenente la parola flore (sub flore), ragion per cui evitò di soggiornare a Florentia (Firenze). Informato del nome della località in cui si trovava, Castel Florentino, comprese che era giunta la sua ora. La sua fine fu talmente improvvisa e rapida da far sorgere sospetti sul figlio naturale Manfredi. 
[46] Solo nel 1273 la situazione si stabilizza con la nomina a re di Germania di Rodolfo di Asburgo che, avendo già acquisito il ducato d’Austria, costituisce un ampio e duraturo potere familiare.
[47] Manfredi subisce dal Papa, quale segno della sua sottomissione, l’umiliazione di reggergli le briglie del cavallo, mentre attraversa i ponte sul fiume Liri.
[48] Dante illustra ampiamente l’evento nell’Inferno (X, 22-51).
[49] In quel tempo Francia, Inghilterra ed Aragona avviavano un processo di subordinazione della feudalità all’autorità regia che in Sicilia esisteva gia dai tempi del normanno Ruggero II.
[50] Luigi IX ha manifestato qualche perplessità considerando che questa offerta veniva a ledere i diritti di Corradino. E del resto è stato necessario che il re d’Inghilterra rinunciasse alla opzione sul regno di Sicilia, che, con lo stesso intento, gli era stata offerta da papa Alessandro IV.
[51] Dante tratta queste relative alla defezione dei baroni (Inferno, XXVIII, 15-17; “- e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie - a Ceparan, là dove fu bugiardo - ciascun pugliese ..”, intendendo con “pugliese” le truppe di Manfredi) ed alla figura di Manfredi (Purgatorio, III, 103-145; “ - biondo era bello e di gentile aspetto – ma un dei cigli un colpo avea diviso - ……. Io so Manfredi nepote di Costanza imperatrice. – Se il pastor di Cosenza, che a la caccia – di me fu messo per Clemente allora – avesse in Dio ben letto questa faccia – l’ossa del corpo mio sarieno ancora – in co del ponte presso a Benevento – sotto la guardia della grave mora. – Or le bagna la pioggia e muove il vento – di fuor del regno quasi lungo il verde – dove le tramutò a lume spento - …vadi a mia bella figlia genitrice - dell’onor di Cecilia e d’Aragona … ” (v. nota seguente).
[52] La seconda moglie Elena d’Epiro ed i tre giovanissimi figli maschi, Enrico, Federico ed Azzolino moriranno in carcere. La figlia maggiore Costanza (v. testo), dal matrimonio con Pietro III d’Aragona (1262) ebbe Federico II d’Aragona, re di Sicilia (1296) e Giacomo II re d’Aragona (1285). Manfredi riassume così gli attributi dell’ideale cavalleresco: bellezza, giovinezza e nobile discendenza.
[53] Enrico di Castiglia era inizialmente alleato di Carlo e del Papa a cui chiese sia l’investitura a re di Sardegna che di sposare la vedova di Manfredi. Essendosi Carlo opposto ad ambedue le richieste nel timore di crearsi un concorrente sostenuto da una potente famiglia, Enrico si schiera con i ghibellini e, per pubblicizzare tale cambiamento, prende in ostaggio membri di alcune famiglie guelfe romane (Orsini, Savelli, ecc.) e si allea con Corradino. Dopo la sconfitta, egli fu imprigionato, ma diversamente da Corradino, non fu giustiziato per timore di ritorsioni da parte della sua famiglia.
[54] I resti di Corradino si trovano nella Chiesa di S. Maria del Carmine a Napoli. All’esecuzione assistettero anche amici di Federico II, tra cui Giovanni da Procida, che, inorriditi, incominciarono a meditare la vendetta nei confronti di Carlo D’Angiò.

FINE


di Franco Savelli

IL MERIDIONE D'ITALIA - DAGLI ANGIOINI AGLI ARAGONA >

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