109 bis. 8. LA CONTESA

Il meridione d’Italia Borbone di fine ‘700
Parte II: La fine della Repubblica Partenopea - La Sardegna

di Franco Savelli


Sommario
- Aggressione alla Repubblica Partenopea : il cardinale Ruffo e l’esercito della Santa Fede; l’esercito repubblicano ed il ritiro del contingente francese; i capi borboniani e la riconquista del territorio. La caduta della Repubblica : reazione, condanne ed esecuzioni.
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Lo Stato Pontificio rioccupato dai napoletani, condizioni di Pio VII per rientrare.
- La Sicilia di fine ‘700 : vicereami di Fogliani, Colonna, Domenico Caracciolo, D’Acquino e Lopez y Rojo.
- Il Regno di Sardegna di fine ‘700 : iniziative di riforme in Sardegna, insurrezione cagliaritana (vespri sardi), moti rivoluzionari e restaurazione. Il Piemonte invaso dai francesi.

La Repubblica Partenopea assediata da bande realiste (2)

Ferdinando IV di Borbone con la famiglia ed i più stretti collaboratori, trasportato dall’ammiraglio Horace Nelson, giunse a Palermo (3) il 25 dicembre del 1798, in fuga da Napoli a seguito dell’avvicinarsi dell’esercito francese, atteso invece dai patrioti napoletani che cercavano di facilitarne l’arrivo (*).

Nello stesso giorno (24 gennaio 1799) in cui a Napoli si insediava il nuovo governo repubblicano, a Palermo, Ferdinando IV, informato di un movimento popolare a lui solidale, nominò vicario del regno il Cardinale Fabrizio Ruffo (4) cui affidò il compito di recarsi in Calabria, sede dei feudi di famiglia, per valutare direttamente la possibilità di assemblare un contingente che potesse tentare la liberazione del regno.

- L’esercito della Santa Fede

Ruffo sbarcò a Bagnara in Calabria (febbraio 1799), da dove lanciò un proclama per coinvolgere le popolazioni a difesa della fede cattolica e della monarchia. In Calabria, malgrado la Repubblica avesse trovato maggior consenso che altrove, probabilmente per reazione della gente alle tirannie patite dalla feudalità locale o forse perché non si era spento il desiderio di libertà, le masse erano prevalentemente favorevoli al Borbone. All’appello pertanto risposero migliaia di popolani, guidati dal favore dei notabili e del clero, a cui si aggiunsero ogni sorta di avventurieri, soldati sbandati, evasi dalle carceri e predoni che si offrivano di combattere per il re.

Appena Ruffo si mosse con questo stuolo di malfattori che definì esercito della Santa Fede (sanfedista) (5) e che, quale segno di riconoscimento, portava sul cappello una croce bianca e la coccarda rossa dei Borbone, assoggettò tutto il territorio attorno a Mileto. La fortificata e repubblicana Monteleone evitò con denaro e vettovaglie lo sterminio minacciato e Maida si offerse ad un Ruffo benedicente.
Il 25 marzo arrivò a Crotone che era difesa, oltre che dai cittadini, anche da un esiguo nucleo di soldati francesi giunti là occasionalmente di ritorno dall’Egitto. Resisi conto dell’impossibilità di difendersi, i cittadini crotonesi cercarono di trattare la resa, rifiutata da Ruffo che diede libertà alle sue truppe di saccheggiare la città che, per due giorni, fu stravolta, predata e mortificata.

Dopo averne assolto le colpe e benedetto le sue schiere, Ruffo si diresse verso la repubblicana Catanzaro che, popolosa e fortificata, offerse la resa a patto che le milizie sanfediste non entrassero in città, nel qual caso sarebbe stata difesa ad oltranza, piuttosto che patire le offese ricevute da Crotone. Ruffo, accettato il pagamento del riscatto e l’innalzamento dell’insegna Borbone, inviò suoi capibanda a sedare le ultime città calabre ancora schierate con la repubblica, Cosenza, Paola, Corigliano e Rossano. Ciò che si verificò anche per gli inganni in cui furono indotti molti difensori.

Nelle altre regioni del regno, a sostegno della monarchia Borbone, nascevano movimenti attorno a cui le masse contadine si raccoglievano in grosse bande che, guidati da capi locali, non impropriamente definiti briganti (il termine, in qualche caso, risultò decisamente elogiativo) finiranno con il sostenere l’azione dell’esercito della Santa Fede.
In Abruzzo i capi erano Pronio e Rodio. Il primo un ex chierico che, armigero nelle squadre baronali e reo di vari omicidi, evase dalle galere per predare tra le montagne; il secondo, colto, ambizioso e scaltro, prevedendo la caduta della repubblica, si diede ad organizzare le bandi borboniche che operavano tra Teramo, Pescara e l’Aquila.

Nelle campagne della Terra di Lavoro (territori di Aversa) imperava Micelle Pezza (Frà Diavolo) (6) , un bandito, ladro ed omicida su cui pendeva una taglia, abile a scansare i pericoli, operava in azioni di brutale guerriglia contro piccoli gruppi. In territori limitrofi operava Gaetano Mammone, un omaccio dagli istinti bestiali (7) che trucidava personalmente militanti degli eserciti napoletano e francese.
Nella provincia di Salerno, dove iniziavano le terre del Cilento, i monti di Lagonegro e le vie per la Calabria operavano diverse bande di borboniani che ne chiudevano i transiti.
Nella Puglia quasi interamente solidale con il re, operava un avventuriero, De Cesare, ignorante e di modesta levatura, fuggito dalla Corsica per sottrarsi alla cattura e là spacciandosi per Duca di Sassonia. Egli era riuscito ad aggregare una consistente truppa con cui riuscì, senza combattere, ad occupare Trani, Andria e Martina che successivamente dovrà cedere alle truppe repubblicane guidate da Caraffa (vedi seguito).
La Basilicata era travagliata da feroci contrapposizioni tra comunità che sfogavano antichi odi piuttosto che schierarsi. Qui, l’opera di Francesco Serao (8), nominato vescovo di Potenza da Ferdinando IV (1783), ispirò la nascita di circoli progressisti alimentando l’inquietudine sociale emersa a seguito del movimento costitutivo della Repubblica Partenopea.

Le truppe sanfediste numericamente accresciute, avendo lasciato la Calabria rientrata nel dominio Borbone, proseguirono verso la Basilicata e la Puglia, mettendo in atto tutte le pratiche crudeli di cui erano capaci. L’avvisaglia del loro arrivo fu spesso sufficiente a ridurre le velleità rivoluzionare delle popolazioni della Basilicata dove l’influenza dei nuovi orientamenti liberali ispirati dal Serao (nota 7) ebbe riflessi più marcati che altrove. Contro di lui si scatenò la controffensiva borbonica con l’assalto al palazzo vescovile, la cattura e decapitazione (9). Nella Caduta della Basilicata (fine maggio 1799) trovarono la morte numerosi resistenti antifeudali, contadini, artigiani, sacerdoti e borghesi tra cui i fratelli Girolamo e Michele Vaccaro.

All’arrivo in Puglia le milizie del cardinale Ruffo furono rinforzate sia dalle truppe di un capo locale, Sciarpa (vedi seguito), sia da un contingente di turchi, russi e siciliani che erano sbarcati a Brindisi, proprio nello stesso periodo in cui il generale Macdonald ritirava le truppe francesi (v. seguito). Le fazioni borboniane rincuorate ebbero ragione di un movimento che, a Picerno e Melfi, resistette al punto da obbligare gli assedianti a richiedere rinforzi. Quindi procedettero ad espugnare Altamura (9 maggio) difesa puntigliosamente dai cittadini che riuscirono, in buona parte, a mettersi in salvo a Gravina. Quelli intrappolati furono trucidati dagli assedianti che si abbandonarono ad ogni genere di abuso (10).

Ruffo sosteneva il morale delle sue bande, accogliendo platealmente i disertori di parte repubblicana ed officiando giornalieri riti in cui pregava per i morti del giorno precedente e benediva le armi che si apprestavano a combattere, in nome di Dio e del re, contro le città ribelli.
Nelle altre regioni le forze borboniane cresciute di numero e di iniziativa, avevano quasi per intero occupato l’Abruzzo e le terre del Liri.

- L’esercito repubblicano (franco-napoletano)

I dirigenti repubblicani, di animo pacifista non pensavano di dover praticare la guerra per pacificare il regno, fiduciosi che il popolo, benché ignorante e condizionabile, nel momento in cui si fosse reso conto dei vantaggi legati al regime di libertà ed eguaglianza che si cercava di istituire, avrebbe disertato e scompaginato e forze sanfediste. Ma allarmati dalle notizie che giungevano dalle province, sollecitarono i francesi ad aiutarli in una azione di contenimento nel rispetto della gente e senza ricorrere a stragi.
Furono approntate due colonne di cui la prima, comandata da Giuseppe Schipani si diresse verso la Calabria e la seconda, più consistente, comandata dal generale Duhesme e dal conte di Ruvo, Ettore Caraffa (11), verso la Puglia col fine di proteggere l’invio verso Napoli di cereali che era stato bloccato, per terra, dai borboniani e, per mare, dalla flotta inglese.
Schipani dopo aver attraversato i territori amici di Salerno ed Eboli, assalì il piccolo centro borboniano di Castelluccia situato sulla cima di un monte. I cittadini, organizzati e guidati da un soldato, Sciarpa, che voleva trarre vantaggio dall’evento, decisero di resistere e, favoriti dal territorio, inflissero una dura lezione alle milizie repubblicane, dando fama e prestigio a Sciarpa che, accanto a Ruffo, ebbe un ruolo nella conquista di diverse città repubblicane della Basilicata.

L’andamento della campagna in Puglia ebbe un avvio meno difficoltoso in quanto le truppe repubblicane bene accolte, per spontanea adesione o per timore, dalle città di Troia, Lucera, Barletta e Manfredonia, si prepararono ad assalire la popolosa Sansevero. Gli abitanti, predisponendosi a combattere ad oltranza, arrivarono ad uccidere simpatizzanti repubblicani e sacerdoti che invocavano moderazione, inducendo la reazione del generale Duhesme che conquistò la città facendone strage e fermandosi solo al cospetto del pianto accorato di un gruppo di donne con i bambini in braccio. Episodio che, pur avendo fatto scemare l’ostilità di molte cittadine, non bastò alle fortificate Andria e Trani che, assediate dal Caraffa e dal generale Broussier, si difesero tenacemente prima di essere conquistate e data alle fiamme la prima e pesantemente danneggiata la seconda. I sostenitori del Borbone furono dispersi e le città di Bari, Bisceglie e Martina si arresero pagando consistenti taglie.
In aprile, truppe anglo-sicule, sbarcate in Campania a sostegno dei fautori della monarchia, misero a sacco i centri di Castellammare, Salerno, Vietri, Cava, Pagani e Nocera prima di essere intercettate, per terra nei pressi del fiume Sarno, dalle truppe dei generali francesi Macdonald e Vetrin che li misero in fuga costringendoli a riguadagnare disordinatamente le navi e, per mare, da una flotta repubblicana proveniente da Napoli.
Questa situazione di prevalenza delle forze repubblicane venne però alterata dal ritiro delle truppe francesi.


La caduta della Repubblica (12)


La Repubblica dopo essersi dotata di uno Statuto (*) aveva costituito, con il contributo dell’inviato del Direttorio francese, commissario Abrial, i medesimi tre poteri di cui si era dotata la Francia:
potere legislativo, composto di venticinque cittadini, potere esecutivo (Direttorio) di cinque, ministero di quattro membri (13).

Nella primavera del 1799, essendo Napoleone rimasto bloccato in Egitto, il corso della guerra in Europa subì una svolta e le forze russe ed austriache concentrando la loro offensiva in Italia conseguirono, tra aprile e giugno una serie di grandi vittorie, ricacciando rapidamente i francesi dalle regioni occupate e ristabilendo in tutta l’Italia l’autorità dei precedenti governi.
Era giunto (maggio 1799) quindi il tempo per le truppe francesi, necessarie su altri fronti (14), di abbandonare la Repubblica Partenopea che, peraltro non in grado di soddisfarne il mantenimento, avrebbe dovuto provvedere da sola a controllare le bande sanfediste. I Francesi mantennero esigue guarnizioni a guardia dei forti di Sant’Elmo (comandato da Mejan), Gaeta e Capua.

I dirigenti repubblicani, rimasti liberi di assumere iniziative senza il preventivo consenso dei francesi, misero in cantiere numerose leggi (15), riguardanti codici, finanza ed amministrazione.


Ruffo, pur avendo provveduto alla nomina della Giunta di Stato, si batté perché fosse rispettato il patto concordato con i repubblicani, al punto che minacciò di riconsegnare loro, pronti a riprendere le ostilità, i forti che erano stati ceduti dopo la firma dell’accordo. Nelson, contrariato ma opportunamente sollecitato da lady Hamilton, si prestò ad assolvere l’ordine ricevuto e, ricorrendo ad un comportamento sleale, fece prima sapere a Ruffo che non si sarebbe opposto alla partenza dei repubblicani i quali, sorretti da questa garanzia, lasciarono i forti per imbarcarsi. Nelson fece quindi pubblicare un editto del re che si attribuiva diretta facoltà di “esercitare la regia autorità sui ribelli”, in seguito alla quale gli ottantaquattro repubblicani, già imbarcati, furono fatti scendere dalle navi, imprigionati, ricondotti e presi in custodia dagli inglesi, negli stessi castelli da cui erano usciti.
Finito l’assedio fu concordato il passaggio delle fortezze di S.Elmo, Capua e Gaeta dai francesi alle truppe borboniche. Il comandante di Sant’Elmo, Mejan, dopo aver mercanteggiato la resa con il vicario Ruffo, predisponendo l’abbandono del forte, fece uscire dalle fila del contingente francese i repubblicani che, camuffati, si erano mescolati e li consegnò ai commissari borbonici (16).

- La reazione e le condanne

A Napoli il ritorno del potere monarchico fu abbastanza rapido e rivelò aspetti più drammatici che negli altri stati, attuando una feroce repressone, ispirata dalla regina Maria Carolina, da Nelson e da Acton.
Il 30 giugno Ferdinando giunse su un vascello inglese nelle acque di Napoli fermandosi, senza sbarcare, fino al 4 agosto allorché rientrò a Palermo dove aveva trasferito la sua Corte e da dove rientrerà a Napoli a metà del 1802.
Da bordo del vascello, assumendosi ogni potere come su un regno conquistato, tradusse il suo sdegno in una serie di disposizioni ritorsive che, mirarono a considerare tradimento o ribellione ogni atto dei sudditi contrario alla monarchia o alla legge (17), ad eliminare antichi privilegi (18) relativi alla rappresentanza municipale e del regno, ad incamerare i beni di ricchissimi conventi benedettini e certosini che furono sciolti.

La minaccia di pena incombeva su decine di migliaia cittadini che in qualche modo avevano aderito al regime repubblicano cercando di aprire il loro paese al progresso civile. Ad essi era praticamente negato il diritto di difesa (19), di confronto e l’esibizione di prove a discarico. Più di trentamila vennero imprigionati e sottoposti a regimi di detenzione spietata. Ad alcuni la pena di morte fu commutata in ergastolo da scontare in luoghi di tale degrado e disumana accoglienza da non consentirne la sopravvivenza che per breve tempo. I beni dei cittadini condannati vennero incamerati dal fisco e le eventuali risorse avanzate furono, dalla pietà dei familiari, devolute all’avidità degli addetti al giudizio o alla detenzione.
Tra le eminenti personalità su cui si abbatté la foga della reazione e furono giustiziate (20) si possono rammentare alcuni già citati, Mario Pagano (*), l’intellettuale Eleonora de Fonseca Pimentel, il generale Gabriele Monthoné, Domenico Cirillo (21), Vincenzo Russo (22), Ettore Caraffa, l’ammiraglio Francesco Caracciolo (23), Luisa Sanfelice (24) e numerosi altri.
(vedi: "i martiri partenopei" di Atto Vannucci - sul sito "Cronologia")

Nel maggio dell’anno successivo il re concesse un perdono per le colpe di Stato non ancora individuate, escludendo cioè i fuoriusciti e coloro che erano stati giudicati o si trovavano in carcere, quindi, per segno di oblio, cioé per non lasciar traccia della malvagità usata in quelle condanne, nel gennaio 1803, dispose la distruzione degli atti relativi ai processi.

Ripristinato un regime di tirannia e duramente repressa opposizione, il re gratificò con onorificenze e benefici coloro che avevano avuto ruolo nella restaurazione. Ruffo divenne luogotenente generale ed ebbe terre e cospicue rendite per se e la famiglia, i capi delle bande, De Cesare, Pronio, Frà Diavolo, Mammone e Sciarpa furono nominati generali o colonnelli (a seconda dell’ampiezza delle zone sotto il loro controllo), ricevendo inoltre titoli onorifici e compensi in terree non vennero dimenticati il generale austriaco Mack ed i comandanti francesi delle fortezze che si erano arrese. Vari riconoscimenti toccarono ai comandanti delle truppe russe e turche, all’ambasciatore Hamilton ed a lady Hamilton (nota 18) gratificata particolarmente dalla regina. L’ammiraglio Nelson ricevette la nomina di duca di Bronte con la concessione in perpetuo di un feudo che comprendeva la cittadina di Bronte con le sue fertilissime terre e l’Abbazia di Maniace (25).

- Lo Stato Pontificio rioccupato dai napoletani

Frattanto le torme sanfediste, disimpegnate dopo la caduta della Repubblica, percorrevano disordinatamente le province, temuti per gli eccessi ed i disordini causati tra le popolazioni. Potrebbe essere anche stata la necessità di trovare un loro utilizzo al di fuori del regno che indusse la Corte di Napoli, rassicurata dall’allontanamento delle armate francesi, ad impiegarli nel tentativo di cacciare da Roma l’esiguo contingente francese rimasto a presidio della città. Uno scaglione disordinato di circa dodicimila uomini, che si ingrossava o assottigliava a seconda di defezioni o arruolamenti, guidati dai vari Sciarpa e Pronio si era accampato nella pianura antistante Roma e, confidando nell’appoggio interno del popolo romano che intermediari incoraggiavano, si apprestava ad intraprendere una qualche azione offensiva allorché, nella notte del 10 agosto (1799) il comandante della guarnizione di stanza a Roma, generale Garnier, colse di sorpresa le truppe sanfediste e le mise in fuga. Da Napoli giunse un contingente ordinato di austro-napoletani (26) che, comandato dal generale Bourcard, costrinse Garnier a sottoscrivere la resa a condizione che fossero assicurate garanzie per chi sarebbe rimasto e concessa facoltà a tutti coloro che lo ritenessero di lasciare la città con il contingente francese. Alla fine di settembre sarebbe stata consegnate ai napoletani la città di Roma ed agli inglesi la città di Civitavecchia.
A Bourcard subentrò, in qualità di comandante militare e politico il principe di Aragona, Diego Naselli, il quale, secondo le disposizioni ricevute, operò per far cancellare i segni lasciati dal periodo repubblicano (27).

Il conclave per l’elezione del successore di Pio VI si tenne a Venezia e, dopo tre mesi, venne eletto il cardinale Chiaromonti che, assumendo il nome di Pio VII (1800-1823), dichiarò di non volere rientrare a Roma fin quando il governo dello Stato non fosse assunto da ministri pontifici. Benché quella conquista rappresentasse per Ferdinando di Napoli e per l’imperatore Francesco II una utile possibilità da spendere in occasione di trattative di pace, essi trovarono politicamente opportuno accettare le condizioni del Papa, fatta salva la presenza di un contingente austro-napoletano a presidio dello Stato Pontificio liberamente governato.
Pio VII rientrò in luglio a Roma, facendo revocare le disposizioni dei periodi precedenti e svuotare le carceri.


La Sicilia di fine ‘700

La dinastia Borbone, scegliendo Napoli come centro di potere e specchio del suo prestigio, aveva suscitato risentimento contribuendo ad accentuare l’eclisse della antica dignità della Sicilia, ridotta ormai a rango di anonima provincia ed allontanata dalla corrente di idee innovatrici che in quel periodo percorreva l’Europa.
Nello stesso periodo in cui a Napoli le riforme stavano adeguando le imposte ad una maggiore equità di prelievi, in Sicilia le esenzioni stabilite da ciascuna camera del parlamento, refrattarie ad ogni innovazione, soffocavano il conseguimento di un analogo risultato. Un immobilismo che non trovava contrapposizione in quanto le sole persone dotate di sensibilità, apertura intellettuale ed in grado di farlo, erano completamente assoggettate al volere di qualche barone che ne proteggeva l’inserimento e li poneva nell’alternativa di adeguarsi all’ordine corrente o allontanarsi per cercare inserimento e sviluppo altrove (28).
Nella seconda metà del secolo si alternarono in Sicilia una serie di viceré che, con le loro scelte, rimossero le acque stagnanti della società siciliana verso qualche forma di equità.

Finché fu ministro Tanucci e viceré il marchese Giovanni Fogliani (1755-74) (29), sulla Sicilia si riflettè l’attivismo che governava Napoli. Fin dal suo arrivo Fogliani aveva cercato di stabilire un rapporto di collaborazione coi nobili di cui, ritenendoli il sostegno principale del dominio napoletano, coprì alcune loro irregolarità finanziarie.
Seguendo la politica di Napoli, anche in Sicilia si procedette alla espulsione ed alla confisca delle terre dei Gesuiti (febbraio 1768) che servirono a creare un ceto di coltivatori diretti indipendenti. Il risultato non fu trascurabile in quanto la maggior parte di esse fu distribuita ai contadini, benché la nobiltà fosse riuscita ad attribuirsene una fetta consistente.

Successivamente, nel lungo periodo del suo mandato, Fogliani, divenuto insofferente alle pretese della nobiltà tentò di contrastare alcune immunità fiscali, rivolgendo maggior comprensione nei riguardi della gente semplice, cosa ancor meno gradita alla nobiltà.
Nel 1770 per limitare l’aumento del prezzo del pane sovvenzionato da cui dipendeva la pace di Palermo, egli applicò nuove tasse sui beni di lusso e sul carbone. La prima sollevò clamore nei ricchi che rifiutando la tassazione, di fatto, provocarono una frattura nella loro tradizionale alleanza con il governo. La seconda creò malcontento nelle corporazioni dell’industria.

In questo delicato momento si verificò un nuovo cattivo raccolto (1773) che ridusse i rifornimenti alimentari, scatenando una sommossa popolare che avviata con le processioni, si trasformò in forme di esaltazione e violenza con profanazione delle immagini, saccheggi di case e negozi che costrinse alla fuga i cittadini benestanti. Le guardie intervennero provocando la reazione cittadina che si scaricò nell’assalto alle prigioni, ai depositi di grano e di carbone, agli archivi ed alle armerie della polizia ed a perseguire vendette private. Allorché fu assalito il palazzo del viceré, Fogliani, piuttosto che ordinare di sparare sulla folla, preferì capitolare e, scortato in porto, salpò verso Messina confidando nel sostegno di questa città, tradizionalmente in conflitto con Palermo.

La morte naturale del sindaco amato dal popolo ed il timore dell’arrivo di truppe, indusse le corporazioni artigiane (marinai, sarti, cocchieri), rifacendosi ad un loro antico diritto, ad assumere efficacemente il ruolo di polizia dell’ordine pubblico ed a presidiare gli accessi della città. Come accadde nella sommossa di Palermo del 1647, rispetto alle finalità della rivolta prevalse l’interesse delle corporazioni artigiane, le quali, dipendendo la loro attività dalle commesse dei ricchi, provvidero a disarmare i rivoltosi, facendo rientrare la protesta anche nei centri limitrofi che si erano associati e riportando nelle galere gli evasi. Lo stato di emergenza non cessò immediatamente ma i rifornimenti alimentari furono riorganizzati e, per trovare le risorse atte a superare l’emergenza, furono tassate le istituzioni più ricche.
Allorché alle corporazioni furono sottratte le mansioni di polizia che avevano assunto nella fase critica della rivolta, a riprova della loro efficienza, ridivennero abituali furti ed assassini.

La riflessione sulla rivolta ed i precedenti storici fecero comprendere al re ed ai suoi ministri la forza dirompente che poteva esprimere la protesta del popolo siciliano, il ché li indusse a predisporre iniziative a prevenzione di analoghi eventi. Infatti il nuovo vicerè, principe di Stigliano Marc’Antonio Colonna (1775-81) si pose l’obiettivo di evitare nuove crisi di approvvigionamento dei cereali. E constatata la difficoltà a reprimerne il contrabbando che utilizzava approdi secondari per il trasporto, ridusse le restrizioni, rendendo il contrabbando poco redditizio e facendo aumentare la disponibilità del grano sui mercati. L’efficacia del provvedimento indusse quindi il viceré ad una completa liberalizzazione del mercato dei cereali (1777).
Egli, intuendo la necessità di indurre i nobili ad un maggior senso di responsabilità e di rispetto della legge, operò perché più spesso essi fossero chiamati a rispondere dei loro torti ed anche inviati in prigione, seppure dorata.

Soltanto nel periodo del vicereame del marchese di Villamarina, Domenico Caracciolo (1781-85) si verificarono i più convinti e radicali tentativi di riforme che siano state operate dal periodo svevo (XIII sec.) e che, volti a strappare l’isola all’oppressione baronale ed ecclesiastica, limitandone abusi e privilegi con l’attenzione rivolta alla salvaguardia dei diritti dei piccoli comuni, coinvolsero innovazioni in tutti i settori.
Caracciolo, un economista che aveva vissuto in Inghilterra e nella Francia di Turgot, era un moderato anticlericale, uomo integerrimo, disinteressato, non legato al potere e quindi capace di assumere personali decisioni.
A seguito di denunce ricevute, iniziò con l’abolire un simbolo del vecchio regime, il tribunale dell’Inquisizione (1782), ricevendo il festoso consenso popolare ma anche l’opposizione di molte famiglie aristocratiche che percepivano lucrative sinecure.

Nell’ambito ecclesiastico, chiuse qualche altro monastero (31), proibì a vescovi ed abati di chiedere il permesso al papa prima di pagare le imposte, proibì l’uso della scomunica nei casi politici ed incoraggiò la polizia ad ignorare il diritto di asilo nelle Chiese.
Nel settore amministrativo cercò di ridurre le spese, limitando la proliferazione degli uffici, e di aumentare gli introiti, riacquistando il servizio postale ed altri diritti che erano stati ceduti ai privati. Agevolò il ritorno degli operatori commerciali stranieri e pose restrizioni al diritto di portare armi per la città, in ciò avversato dalle corporazioni che lo ritenevano un privilegio acquisito.

Ma il suo principale obiettivo di cambiamento era rivolto alla nobiltà che si poneva al di sopra della legge in una isola la cui struttura sociale era articolata in due classi (padroni e servi) una più ignorante dell’altra e numericamente sperequate e tale da indurlo ad osservare “in duecento ne ingoiano un milione e mezzo”. Egli individuava il grande male nella tirannia dei grandi proprietari che consumavano i profitti della terra, non incentivavano industria e commercio ed evadevano le tasse (32). Egli, ritenendoli “cavalli di parata” che incutevano paura e la cui millanteria sarebbe stato facile sgonfiare, cominciò col ridurre drasticamente il cerimoniale cui i senatori si mostravano devoti, coll’imporre una tassa annuale su carrozze e portantine, il cui ricavato sarebbe servito alla pavimentazione delle strade. Al rifiuto di pagare tale tributo, fece sequestrare e mettere in vendita le carrozze.
Istituì una imposta fondiaria sui terreni agricoli della nobiltà e clero che ne erano esenti. Ma non trovando alcun elenco ed essendo la superficie della Sicilia forse doppia di quella risultante dal censimento, non aveva idea di quanta terra sfuggisse alle tasse per cui si rese necessaria una valutazione cui si oppose il Parlamento, una istituzione che egli finì col considerare inefficiente e sleale. Per poter arrivare alla catalogazione delle terre ed assoggettarle a tassazione cercò il modo di aggirare quei veti attraverso una petizione al re formulata da rappresentanti non aristocratici della camera demaniale (*). In questo ed in altre controversie (33) il contrasto fu frontale e se pur le sue istanze furono accolte dal re non altrettanto lo furono le modalità proposte che vennero ad attenuare l’efficacia dell’istanza.

Con la riorganizzazione della giustizia e la maggior celerità dei processi migliorò la sicurezza del paese in cui costruì nuove strade.
Molte altre furono le sue iniziative, come quella infruttuosa di attaccare i monopoli dei grossisti di alimentari, ostacolata dalla tradizione e rimasti immutati ancora per generazioni, o come quella di fornire un credito agrario ai contadini, necessario per aiutarli a liberarsi dagli usurai e per agevolare la costituzione di piccole aziende agricole
Il parziale successo delle riforme di Caracciolo vanno spiegate con motivi di caratte personale e strutturali. I primi si riferiscono al suo carattere spigoloso niente affatto incline al compromesso, alle sue maniere talvolta scostanti usate con persone dall’orgoglio vulnerabile e con la sua ricerca dell’essenziale e rifiuto dell’effimero che si manifestò più volte con divieti di manifestazioni entrate nella tradizione popolare (34).
I secondi vanno ricercati sia con la mancata collaborazione delle autorità locali che con lo scarso sostegno da parte di quelle categorie che egli intendeva sollevare dall’oppressione e che, se avessero compreso il modo con cui egli si comportava con l’aristocrazia, avrebbero forse accettato con maggior sopportazione i limiti alle esternazioni popolari. Riuscì comunque a frenare gli abusi peggiori, proteggendo un popolo che, degradato dalla tirannia, fu alleviato dagli obblighi e dai divieti più pesanti e venne abituato a prendere coscienza dei diritti che, complice l’analfabetismo e l’impotenza, avevano sempre ignorato.
Così anche le forze dell’ordine incominciarono a comportarsi con minore ossequio e arrendevolezza nei riguardi della nobiltà.

 

Quando fu chiamato a Napoli, Caracciolo scelse personalmente il suo successore nella persona di Francesco D’Aquino principe Caramanico (1786-94) accanto a cui lasciò Simonetti, ispiratore delle sue riforme. D’Aquino, riformatore convinto di tipo illuministico e di carattere accomodante evitò lo scontro, cercando di attaccare con gradualità il vecchio regime, ottenendo il benestare del parlamento per una nuova ripartizione delle imposte e per il censimento delle proprietà che tanta opposizione aveva suscitato in precedenza. Decretò a favore dei contadini poveri e senza terra, la suddivisione dei demani comunali (1792), ma senza che questo vedesse pratica attuazione. Riprese invece l’attività di usurpazione dei terreni pubblici da parte dei proprietari terrieri, perpetuando il sistema feudale senza che il governo centrale aiutasse di indirizzare gli eventi verso sbocchi di utilità sociale.
Ridusse a quattro su dodici i seggi assegnati ai nobili in seno alla deputazione ed abolì le prestazioni obbligatorie e gratuite (angherie). La sua scomparsa, nel gennaio 1795 diede adito a sospetti a carico del ministro Acton.
Se l’opera di Caracciolo e di d’Aquino non ebbero l’evoluzione che le idee del tempo avrebbero potuto favorire si può correlare al fatto che la Sicilia, come la Sardegna, non furono conquistate dalle truppe napoleoniche (35) e quindi sottratte al messaggio della rivoluzione francese.


Il periodo in cui governò il nuovo vicerè Francesco Lopez y Rojo, arcivescovo di Palermo (1795-98) fu quello in cui l’esercito rivoluzionario francese che apportava sostanziali cambiamenti nell’assetto degli stati italiani, indusse il giurista di idee illuministe Francesco Paolo Di Blasi (36), collaboratore di Caramanico, a mettere in opera un tentativo di abbattere la monarchia per proclamare la repubblica. Ma le sue intenzioni, probabilmente per opera di chi nutriva rancori personali nei suoi riguardi, vennero a conoscenza della polizia che non ebbe difficoltà a soffocare il tentativo e giustiziare lo stesso promotore con altri collaboratori (20 maggio 1795). E pur se il Di Blasi aveva numerosi simpatizzanti, questi erano poco convinti, disorganizzati, impreparati alle tecniche della cospirazione e non collegati con le masse popolari. Queste stavano acquisendo una certa animosità che si manifestò a Siracusa, Catania e Trapani (1798-99) ed altrove, con tumulti attribuibili piuttosto a cause contingenti che a motivazioni politiche.

Nel 1798, poco prima dell’arrivo in Sicilia del re e della sua famiglia in fuga da Napoli, era stato nominato vicerè Tommaso Ferrao principe di Liuzzi. L’arrivo dei regnanti, dopo una iniziale perplessità, finì con l’essere accolto favorevolmente dai siciliani che nutrivano la prospettiva di riportare la centralità del regno a Palermo. Ma Ferdinando considerava la Sicilia soltanto come fonte di reddito e sede temporanea, in attesa della riconquista delle regioni continentali. E la regina, il cui bisogno di danaro era insaziabile, non mancava occasione per manifestare disprezzo verso i siciliani (37).



Il Regno di Sardegna di fine ‘700

Il Regno di Sardegna comprendeva Piemonte e Savoia e, per il ruolo che esso avrà nelle vicende del meridione del secolo successivo, viene ripresa l’illustrazione delle vicende più significative.

- Iniziative di riforme in Sardegna

I re Savoia si erano poco interessati alla Sardegna fino alla nomina del conte Gian Lorenzo Bogino (38) ministro degli affari sardi (1759-1773) che avviò illuminate iniziative riformatrici e di impatto culturale e sociale. Le prime riguardarono la rifondazione, su modello di quella di Torino, delle università di Cagliari e di Sassari (1764) (39), le seconde il sistema finanziario ed i consigli comunali.
La riforma del sistema finanziario era finalizzata allo sviluppo dell'agricoltura (40) mediante l’assegnazione ai contadini di terre comunali e feudali, la incentivazione delle colture dei cereali, della vite, ulivo e gelso e la facilitazione delle esportazioni, attraverso la riforma delle leggi annonarie. I debiti dei contadini venivano sostenuti mediante la riduzione del costo del denaro che veniva a spezzare la spirale dell’usura, esercitata da sempre dalle classi abbienti. L’accoglienza di queste disposizioni fece crescere tra le classi povere la credibilità della corona che si impegnò a contenere gli effetti della devastante carestia del 1764, dimostrando l’efficacia del sistema di riforme applicato, nel contenerne gli effetti. A completamento della politica riformista vi fu quella dei
consigli comunitativi (1771) che consentì ai vassalli di difendere per via giudiziaria gli interessi della collettività, dando modo al supremo tribunale dell’isola, la Reale Udienza, di affermare l’inviolabilità della proprietà individuale all’interno del feudo e l’illegittimità delle pretese baronali sulle terre in uso alle comunità.
D’altro canto, le iniziative a favore dell’agricoltura vennero a danneggiare la pastorizia che, confinata in terreni poco fertili, ebbe bisogno di essere addestrata a nuove tecniche di prevenzione, selezione, alimentazione e produzione.

L’attività riformatrice risentì della svolta conservatrice avviata con la successione di Vittorio Amedeo III (1773-1796; nota 41) a Carlo Emanuele III e con l’accantonamento del ministro Bogino. E malgrado i vantaggi derivanti dalla ripresa della produzione ed estrazione di materie prime (legno e minerali) (41) e da altre attività manifatturiere (pesca del tonno e tabacco) (42) che, avviate dal ministro degli interni Pietro Graneri, non ebbero un particolare sviluppo per l’esiguità dei finanziamenti impiegati.
L a Sardegna, risentendo quindi della crisi che investì il Piemonte nell’ultimo decennio del secolo, vide svanire quegli equilibri che le riforme avevano avviato.

- Insurrezione cagliaritana (vespri sardi)

Durante gli anni della Rivoluzione francese, pur essendosi formato in Sardegna un movimento antifeudale e antisabaudo, capeggiato dal giudice della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy (43), l'isola rimase saldamente controllata dai Savoia. Nel dicembre 1792, mentre le attività di guerra sui fronti alpini erano sospesi, la Francia, probabilmente nell’intento di creare delle basi per il controllo delle flotte operanti nel Mediterraneo, operò due tentativi di sbarco, uno a Quartu Sant’Elena (Cagliari) e l’altro, guidato dal giovane Napoleone, nell’arcipelago della Maddalena, ambedue respinti dai sardi.

A seguito dei retroscena di questo episodio (44) nasce la contrapposizione fra il governo viceregio e gli Stamenti (nota 47) che contribuirono al rafforzamento della coscienza nazionale sarda e della battaglia autonomistica. Gli Stamenti si riunirono per dibattere la formulazione di una piattaforma di cinque domande (45) da sottoporre, tramite loro ambasciatori, al re Vittorio Amedeo III che, invogliato dal vicerè Balbiano ad una politica repressiva, ne predispose la sospensione delle sedute. Questa politica di contrapposizione trovò conferma sia coll’arresto arbitrario a Cagliari di due rappresentanti della borghesia (Vincenzo Cabras e Bernardo Pintor) che col rigetto delle cinque domande, notizia divulgata senza nemmeno informare gli ambasciatori.
L’indignazione causata da tale comportamento diede avvio a Cagliari (28 aprile 1798) ad una manifestazione di sdegno popolare (
vespri sardi) che, in breve, assunse il controllo della città che venne affidato al governo della Reale Udienza, composta da soli giudici sardi. Con il rimpatrio, a maggio, del vicerè e tutti i residenti piemontesi, si avviò la prima esperienza di governo autonomo (46) che, attraverso la pubblicazione di “Manifesto giustificativo dell’emozione popolare del 28 aprile” volle assicurare il governo centrale della valenza moderata di quella attività (47).
Questi fatti portarono alla sostituzione del ministro Graneri con il conte Avogadro di Quaregna che, dimostrando sensibilità verso le richieste dei sardi, nominò quattro alti funzionari nativi dell’isola alle maggiori cariche (48).

- Moti rivoluzionari e restaurazione

La nomina del nuovo vicerè Filippo Vivalda mirava a sfruttare le sue capacità moderatrici per ristabilire un clima di moderazione tra innovatori e fautori di una politica realista tra cui si annoveravano due dei funzionari nominati (Pitzolo e Paliaccio). Nel luglio 1795, a Cagliari, la mancata ratifica, da parte degli organi di governo popolare (Stamenti e Reale Udienza), della nomina di tre giudici, indicati dal viceré senza una preliminare esplorazione di gradimento, indusse il generale delle armi, Pitzolo e l’intendente generale Paliaccio, spinti da emissari del governo Savoia ad adottare provvedimenti intimidatori. Gli Stamenti si videro costretti a reagire chiedendone la sostituzione. La posizione attendista del viceré di fronte al conflitto provocò la reazione dei sostenitori stamentari che catturarono e trucidarono Pitzolo e Paliaccio.

I fautori della restaurazione che componevano la nobiltà sardo-iberica più retriva avevano a Sassari il centro più reattivo. Essi, nel tentativo di mettere in difficoltà il movimento rivoluzionario di Cagliari, prepararono una controffensiva che si attuò con episodi miranti ad intaccare la credibilità degli insorti cagliaritani (49) ed a spingere i sassaresi sulla via della secessione. A spingere verso questa scelta, contribuì una ordinanza vicereale di rilevante impatto politico che invitava i sindaci, che si ritenevano sottoposti abusivamente a sopraffazione da parte dei feudatari, di fare istanza al governo regio che avrebbe reso giustizia con procedimento sommario. L’incaricato di affari per la Sardegna, Galli della Loggia, non condivise tale scelta ed autorizzò i sassaresi a negare obbedienza agli ordini del vicerè. A questa autorizzazione si uniformò il governatore di Sassari Santuccio (nota 51) mentre gli Stamenti perseguivano una soluzione concordata tra feudatari e comuni infeudati.
Ma la via per trovare una piattaforma di accordo non poteva non provocare aspri contrasti fra i funzionari feudali ed i commissari inviati nelle varie circoscrizioni a sostegno dell’ordinanza del vicerè. Per cui il progetto antifeudale trovò applicazione attraverso atti notarili (
strumenti d’unione) con cui i comuni di uno stesso feudo, volendo procedere, tramite indennizzo, al riscatto degli obblighi feudali, vennero a disconoscere l’autorità del feudatario (fine 1795). Ma il movimento popolare antifeudale non sentendosi rassicurato dalla soluzione legale, guidato dal notaio Francesco Cilloco e dall’avvocato Gioacchino Mundula (50), assediò e conquistò Sassari (Sarda rivoluzione, 28 dicembre 1795) espellendo gli elementi realisti.

L’evento descritto risultò traumatizzante anche per la nobiltà moderata che aveva mostrato disponibilità ad individuare modalità di superamento del sistema feudale, necessitava di un intervento moderatore, cui non potette sottrarsi l’Angioy che venne inviato, in qualità di alternos del vicerè, ed accolto trionfalmente a Sassari (28 febbraio 1796). Questi, consapevolmente partecipe dell’aspirazione delle popolazioni di sottrarsi al sistema feudale e deciso ad imporre al vicerè ed agli Stamenti l’abolizione del feudalesimo, si avviò verso Cagliari guidando una moltitudine bellicosa. Azione che trovò una decisa contrapposizione negli Stamenti (51) i quali, sollecitati dall’avvocato Efisio Luigi Pintor, esponente della componente riformatrice moderata, revocarono (giugno 1796) l’investitura affidata dall’Angioy, dichiarandolo nemico dello Stato e facendolo fermare nei pressi di Orestano. Da qui, abbandonato dai suoi ma protetto da pochi fedelissimi riuscì a lasciare clandestinamente la Sardegna (nota 46).
Pintor si rese protagonista della repressione nel sassarese dove i più accesi sostenitori dell’Angioy vennero catturati e giustiziati, gli
strumenti di unione abrogati e ristabilita la feudalità.
Sulla Sardegna si stendeva, ancor prima che nel resto d’Europa, l’ombra della restaurazione.

- Il Piemonte invaso dai Francesi

Carlo Emanuele IV di Savoia (1751-1819) succeduto al padre Vittorio Amedeo III in un momento di difficoltà (ottobre 1796) dovette far fronte alla prima campagna di Napoleone in corso in Italia ed a ripetute insurrezioni in Piemonte (Novara, Biella, Asti, Torino) sostenute da elementi rivoluzionari. Per contenere le motivazioni alla base di queste, i suoi ministri, oltre a ricorrere alla repressione, cercarono di allentare alcuni vincoli feudali, di abolirne altri e di rimettere in sesto l’erario, mediante tributi imposti al clero che andarono a ridurre il debito pubblico.
Carlo Emanuele sottoscrisse con Napoleone un trattato favorevole (ottobre 1797) che prevedeva, a garanzia della integrità dei territori continentali del Regno Sardo, confinanti con entità rivoluzionarie (52) e della assicurazione di uno sbocco al mare, la fornitura di truppe e vettovaglie a sostegno della guerra contro l’Austria. Trattato che il Direttorio non ratificò, in vista di un accordo più generale secondo la versione ufficiale, ma più verosimilmente perché pensava ad una annessione del Piemonte. Dando seguito a tale intento favorì l’attività rivoluzionaria, trovando politicamente meno compromettente l’annessione del Piemonte per questa via. Infatti nell’aprile del 1798, tre bande di incursori rivoluzionari mossero contro diverse località del Piemonte (Pinerolo, Gravellona) ma vennero agevolmente controllate ed alcuni prigionieri giustiziati. Le truppe sardo-piemontesi si spinsero nell’azione per snidare un gruppo di rivoltosi a Carrosio, enclave piemontese in territorio ligure, senza aver ottenuto il preliminare permesso di passaggio. Essendo già tesi i rapporti tra la Repubblica Ligure ed il Regno Sabaudo, questo evento costituì motivo di dichiarata ostilità (giugno 1798). Nel conflitto che ne seguì, i liguri, sostenuti dalla repubblica Cisalpina, rischiavano la sconfitta se non fosse intervenuta la Francia che, impegnandosi a far cessare le ostilità, pretese di dislocare temporaneamente un contingente (comandato dal generale Collin) nella fortezza di Torino (53).

I francesi che mostrarono scarso impegno nel far cessare le ostilità, non ostacolarono le attività degli oppositori rivoluzionari per poter giustificare la loro permanenza, oltre il tempo stabilito, nella fortezza che utilizzarono per preparativi di guerra, compromettendo di fatto la sovranità del re. Le pretese dei francesi divennero sempre più incalzanti e, prendendo spunto del rifiuto alla richiesta di consegnare l’arsenale piemontese (54), utilizzavano le truppe dislocate nella fortezza di Torino per impadronirsi della città e quelle presenti nella repubblica Cispadana per attraversare il Ticino ed invadere il Piemonte (dicembre 1798). Il re si vide costretto a sottoscrivere una dichiarazione (8 dicembre 1798) in cui invitava i sudditi e le truppe piemontesi ad obbedire alle disposizioni del governo francese, rappresentato dal comandante in Italia, generale Joubert.
Mentre a Torino si costituiva un governo repubblicano che provvedeva a modificare ordinamenti e strutture consolidate (54), Carlo Emanuele IV, dopo un breve giro, giungeva a Cagliari, rifugio strategico in attesa di eventi più rassicuranti. La sua presenza diede vigore alla restaurazione politica successiva ai moti guidati da Angioy, facendogli guadagnare consenso nell’elite sarde più vicina alla corte.
Nel 1799, illuso dai successi delle truppe austriache in Italia, rientrò temporaneamente in Piemonte, lasciando viceré (1789-1821) in Sardegna il fratello Carlo Felice (56), convinto sostenitore dell’assolutismo regio.

Dopo due anni di aspre tensioni con i francesi, nel momento in cui i territori continentali del regno venivano annessi all’impero francese (57), Carlo Emanuele ritenne opportuno abdicare in favore del fratello Vittorio Emanuele I (1802-1824).

Sa die de sa Sardigna: festa di popolo



Giuseppe Sciuti, Ingresso trionfale di Giommaria Angioy a Sassari, 1879

1) Con il segno (*) si rimanda al capitolo
“Il meridione d’Italia Borbone di fine ‘700 / Parte I: la nascita della Repubblica Partenopea”, stesso sito.
2) Realisti erano i sostenitori della monarchia, fra cui gran parte del clero e della feudalità più conservatrice.
3) Ferdinando IV, dopo quarant’anni di regno, giungeva per la prima volta in Sicilia, protetto dagli Inglesi per i quali, dopo le vittorie napoleoniche in Europa, il controllo della Sicilia era diventato strategico nello scacchiere Mediterraneo. Gli inglesi aiutarono il Regno delle due Sicilie a riprendere Malta, da tempo una dipendenza della Sicilia, e, di fatto, sottraendola al controllo del Borbone.
4) Fabrizio Ruffo (1744-1827) nato a S.Lucido (Cosenza) da nobile famiglia, fu personaggio enigmatico e controverso : rozzo ed incolto secondo alcuni, colto e raffinato secondo altri. Dotato sia di equità che rivelò nelle pratiche di amministrazione, sia di cinismo cui ricorse in guerra, ma anche di lealtà (mostrata nei riguardi dei repubblicani con cui aveva sottoscritto un accordo a Napoli; v. seguito). Imboccò da giovane la via della prelatura, favorito dallo zio Cardinale Tommaso Ruffo, decano del Sacro Collegio che gli consentì di entrare nelle grazie di Papa Pio VI. Questi gli diede il delicato incarico di tesoriere della Camera Apostolica che condusse con equilibrio tale da inimicarsi l’aristocrazia romana per cui fu costretto a rinunziare. Condusse con efficienza altri incarichi. Nel 1794 ricevette la nomina di cardinale ed, a causa di crescente ostilità nei suoi confronti, lasciò Roma per passare alle dipendenze di Ferdinando IV che lo nominò sovrintendente dei Domini reali di Caserta. Da Napoli andò a Palermo (dicembre 1799) al seguito del re.
5) Sanfedismo è appunto definito il movimento politico antirivoluzionario ed antigiacobino che sorge, come reazione armata delle popolazioni meridionali, in difesa dei valori sociali e religiosi, contro la repubblica Partenopea. Il termine ha assunto poi un significato ideologico che definisce qualsiasi forma di reazione clericale.
6) Il nome gli deriva dalla considerazione popolare che lo riteneva scaltro come i frati ed invincibile come diavolo.
7) Lo storico Pietro Colletta riporta : “ …. ingordo di sangue umano, lo beveva per diletto ….. gradiva sulla mensa un capo umano di fresco reciso …… immanità che non avrei narrate né credute se ………… non fosse confermato da Vincenzo Coco, uomo ed autore pregiatissimo ……. che da testimonio accerta le riferite crudeltà. …. Eppure a tal uomo, o a questa belva, il re Ferdinando e la regina Carolina scrivevano : “mio generale e mio amico” …”
8) Era avversato dalla Santa Sede che lo riteneva filogiansenista. Giansenismo è una dottrina elaborata da Giansenio (XVII sec.) che ritiene l’uomo, a seguito del peccato originale, incapace di resistere al male e, senza la grazia di dio, non può far altro che peccare. Dottrina ritenuta eretica dal Sant’Uffizio del 1641 e con la Bolla In eminenti di papa Urbano VIII (1623-68) tendente ad evidenziare la misericordia del Signore.
9) Nicolò Addone, ricco e fiero cittadino di Potenza, sostenitore occulto della repubblica, scosso nel vedere il capo troncato di Serao portato in punta di lancia in giro per la città, decise astutamente di vendicarne la morte. Fingendosi felice della morte del vescovo, invitò gli uccisori per festeggiarli, ma ne fece scempio. Avversato dagli stessi repubblicani, fuggì in Francia e rientrato dopo la restaurazione, divenne accusatore calunnioso a danno di onesti cittadini ed a favore della monarchia borbonica.
10) Scrive Pietro Colletta “… le sorti di quelle che erano rimaste nelle mura furono terribili, donne, vecchi, fanciulli uccisi, un convento di vergini profanato e tutte le malvagità, tutte le lascivie si scatenarono …” La strage descritta si è verificata ma sul fatto del coinvolgimento del convento delle Orsoline sono sorti diversi dubbi dal momento che non sembra che esso fosse localizzato ad Altamura.
11) Giuseppe Schipani, ignorante ma perspicace, era un focoso rivoluzionario. Ettore Caraffa, audace combattente e rivoluzionario appartenente alla famiglia dei duchi d’Andria, imprigionato dai Borbone, riuscì a fuggire in Francia e ritornare al seguito dell’esercito francese per sostenere la repubblica.
12) Oltre alle motivazioni riportate nel capitolo precedente e nella nota 13, si aggiungono le valutazioni di Vincenzo Cuoco (1770-1823) storico e testimone del tempo che, nel “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, analizza l’insuccesso di questa esperienza che definì una “rivoluzione passiva” in quanto operata da un ristretto gruppo di intellettuali borghesi che non riuscirono a far comprendere alle masse che i valori di cui erano portatori avrebbero potuto superare l’oscurantismo borbone: “Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si avesse voluto trarle dal fondo stesso della nazione. Tolte da una costituzione straniera (quella francese) erano lontanissime dalla nostra, fondate sopra idee astratte, erano lontanissime dai sensi e, quel che è più, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutti i capricci e talora tutti i dispetti di un altro popolo lontanissimo dai nostri difetti, dai nostri capricci, dai nostri usi.
13) La Francia aveva promosso in Italia la nascita delle repubbliche non tanto per esportare la libertà ma piuttosto per convenienza politica anche se consentì l’abbattimento di quelle strutture feudali in cui si perpetuavano gli interessi di pochi, favorendo un certo rinnovamento sul piano sia politico che sociale. I movimenti repubblicani avevano bisogno, per la loro affermazione, di una copertura che solo l’occupazione francese poteva garantire. Le idee cui detti movimenti si ispiravano, non trovarono però accoglienza nei ceti popolari, incolti e diffidenti dell’ostracismo verso il clero e le forme di culto cui erano profondamente legati. Va anche sottolineato che le strutture repubblicane, nel breve tempo in cui operarono, non ebbero modo di promuovere un’opera di emancipazione sociale e morale delle classi popolari. Questione che sarà centrale per tutto il XIX sec.
14) La situazione delle truppe francesi operanti nelle regioni del nord (guidate da Moreau), tra aprile e giugno, si fece difficilissima avendo subito una serie di sconfitte in Lombardia ad opera delle forze austriache e russe (guidate rispettivamente dai generali Kray e Suvorov), per cui il comandante delle truppe francesi nel meridione, Macdonald, per evitare di essere tagliato fuori e per bilanciare la prevalenza numerica degli eserciti austriaco e russo, venne richiamato per congiungersi rapidamente con le forze di Moreau. Queste, sconfitte a Cassano d’Adda (27 aprile 1799) dovettero lasciare Milano e riparare prima in Piemonte e poi oltre le Alpi, lasciando l’accesso a Torino per Suvorov (26 maggio). In tutta Italia, caddero le repubbliche sostenute dai francesi e ritornarono i precedenti governi; quello della repubblica Cisalpina (* nota 1) riparò in Francia.
15) Tra queste la costruzione di un Pantheon in cui dovevano trovare sepoltura i martiri della libertà ed un decreto che concedeva la libertà ai Borboniani catturati ed offriva agli ex soldati facoltà di servire la Repubblica, con gli stessi stipendi.

16) Alcuni ufficiali francesi che avevano cercato di nascondere i patrioti, giunti a Marsiglia, denunciarono il Mejan che fu deferito al tribunale di guerra.
17) In contraddizione con l’assunzione del “diritto di conquista”, egli dichiarava di non aver mai perduto il trono, avendolo temporaneamente trasferito in Sicilia.
18) Fra cui i Sedili che, entrati nel costume fin dai tempi della Napoli greca in cui sotto i portici (poi definiti sedili) si radunavano in brigate, per oziare e discutere, i personaggi più influenti con accesso a tutti, finirono con acquisire autorità rappresentativa dei cinque quartieri (Capuano, Montagna, Nido, Porto, Portauova) e, per concessione di Carlo D’Angiò (XIII sec.), del Regno. I rappresentanti venivano scelti fra i componenti dei sedili (o seggi). Avendo i rappresentanti (prevalentemente nobili) acquisito un potere istituzionale, il popolo chiese ed ottenne un seggio per un suo rappresentante. Così un Sindaco e sei rappresentanti (uno per seggio oltre a quello eletto dal popolo), coadiuvati da un consiglio di ventinove membri, scelti anch’essi tra i componenti le cinque brigate, vennero a comporre la municipalità di Napoli.
19) Affidata ad un magistrato scelto dal re. L’asprezza di tali disposizioni indussero il popolo ad eccessi contro sospetti rivoluzionari che culminarono con il rogo (8 luglio) di cinque individui cui seguirono pratiche di cannibalismo.
20) B. Croce commenta: “la condanna non è qualcosa di vano o di superfluo ….. è una di quelle colonne infami che la civiltà deve innalzare per ricordare il limite che, nelle necessarie lotte sociali, non è lecito calpestare da chi non voglia trarsi fuori dell’umanità”.
21) Domenico Cirillo, medico rappresentante del popolo nel governo di cui accettò la nomina con “dedico alla repubblica i miei scarsi talenti, la mia scarsa fortuna, tutta la mia vita”.
22) Vincenzo Russo era un giacobino intransigente e rigoroso al punto da respingere il progetto costituzionale di M. Pagano che trovava troppo moderato. Infatti il suo razionalismo, pur se lo astraeva al punto di fargli sottovalutare i vincoli concreti con i quali è costretta a misurarsi l’azione politica, gli fece valutare con lucidità l’importanza delle plebi nelle dinamiche politiche innescate dai processi rivoluzionari, contribuendo alla definizione della legge sulla demolizione della feudalità che riteneva “ferita ampia e profonda aperta nelle viscere dell’umanità”. Ma la repubblica cadde prima che questa legge potesse essere approvata.
23) Ruffo, che, alla fine di giugno, aveva catturato occasionalmente il Caracciolo, lo cedette al Nelson (definito dallo storico Colletta il braccio potente della tirannide) probabilmente perché inconsapevole delle reali intenzioni di quest’ultimo. Nelson, invidioso del valore e delle capacità del Caracciolo, lo fece giudicare, condannare ed impiccare ad un albero della nave Minerva, come un qualunque malfattore.

Quindi legato ad una zavorra fu gettato in acqua. Dopo qualche giorno il cadavere emerse nei pressi del vascello regale, giunto nel frattempo. Il re riconosciute le spoglie, confuso si chiese “Ma che vuole quel morto?”, “Cristiana sepoltura”, “Che l’abbia”. Il cadavere fu raccolto e sotterrato nella Chiesa di Santa Maria la Catena di Napoli.
24) Luisa Sanfelice che aveva contribuito a prevenire un complotto antirepubblicano,fu condannata a morte ma l’esecuzione fu sospesa perché in stato di gravidanza. Il re, non condividendo la sospensione concessa dalla giunta e non convinto dello stato della donna la fece trasferire a Palermo dove si trovava per farla visitare dai medici di corte. Confermato lo stato, la pena fu sospesa fino al giorno del parto. Quindi rinviata a Napoli per essere condotta al patibolo dove il boia, avendola mancata (il colpo di scure si abbatté sulla spalla) la finì con un coltello. L’esecuzione fu eseguita malgrado le numerose richieste di clemenza rivolte al re, fra cui quella della giovane nuora Maria Clementina d’Asburgo-Lorena (moglie dell’erede Francesco) rivolta al re al momento della nascita del nipote Ferdinando. Maria Clementina ed il figlio morirono dopo breve tempo e Francesco sposò in seconde nozze l’infanta di Spagna Isabella (1802).
25) La concessione ad Horace Nelson prevedeva anche la giurisdizione civile e penale di Bronte, cittadina situata alle falde dell’Etna, che pochi anni prima, con grandi sacrifici della popolazione, si era affrancata dal potere feudale dell’Ospedale di Palermo. Da qui nacque una contesa giudiziaria fra il nuovo padrone ed il Comune di Bronte che si protrasse fin oltre il 1860. Nell’agosto di quell’anno avvennero sanguinosi episodi che saranno ripresi successivamente con l’illustrazione dell’Impresa garibaldina dei Mille. L’Abbazia di Maniace sorse nel territorio che prese il nome del comandante bizantino che, nell’XI sec (v. I capitolo della serie, stesso sito), sconfisse gli arabi in una sanguinosa battaglia. Sul posto sorse una chiesetta, S.Maria di Maniace che, nel 1173, il re normanno Guglielmo II trasformò in Abbazia dedicata a Maria Santissima ed affidata successivamente a Benedettini e Basiliani. Alla morte di Nelson, nella battaglia di Trafalgar (1805), non essendovi eredi legittimi, il feudo passò al fratello Rev. William, II duca di Bronte.
26) Il legame fra l’Austria ed il regno di Napoli era ormai consolidato e la regina di Napoli, Maria Carolina della casata Asburgo Lorena, in quel periodo soggiornò con una sua corte a lungo a Vienna dove, ospite dell’imperatore Francesco II, suo nipote e genero, conduceva la politica estera del regno di Napoli.
27) Nell’ambito di tale mandato spedì in esilio i notai che avevano rogato l’atto di capitolazione di Pio VI ed altri amministratori del periodo repubblicano. Senza trascurare, fra l’altro, di accanirsi contro cittadini incolpevoli, incamerare i beni dei fuoriusciti, revocare le alienazioni dei beni dello Stato operate durante la repubblica, imporre tributi anche ai chierici ed annullarne le immunità.
28) I più illustri siciliani di quel periodo, l’architetto Juvara ed il compositore Alessandro Scarlatti vissero e morirono all’estero.
29) Nominato duca nel 1768 da Ferdinando IV.
30) Vedi il capitolo “Il meridione d’Italia dominio degli Asburgo di Spagna”, stesso sito.
31) Oltre a quelli alla cui chiusura aveva già provveduto il Tanucci (*).
32) Nello stesso periodo (1784), da parte del governo centrale, si attuavano in Calabria una serie di provvedimenti che non avevano precedenti in Europa. Lo Stato mise degli avvocati gratuitamente a disposizione dei Comuni per assisterli nelle controversie con i nobili che avevano abusivamente occupato le terre demaniali. Fu anche istituita una Cassa Sacra per incamerare, con il consenso di Papa Pio VI, i beni degli enti ecclesiastici e porli in vendita a beneficio della comunità. In questo frangente, pur essendo la parte più consistente acquisita dai benestanti, una parte significativa fu appannaggio dei cittadini.
33) Come nel tentativo di annullare il preteso diritto di rivolgersi al re scavalcandolo o nella gestione delle somme necessarie a riparare i danni del terremoto di Messina del 1783.
34) Come le processioni notturne, il numero dei giorni festivi che ridusse, vietò le corride ed impedì che le feste padronali si prorogassero oltre i tre giorni, ricevendo in questo disapprovazione dai ogni settore del popolo.
35) Le truppe francesi giunsero fino a Reggio ma non avevano predisposto nulla per l’attraversamento dello Stretto, facendo prevalere, con scarsa lungimiranza, complice, la poco lusinghiera opinione che Napoleone aveva dei siciliani rispetto ai vantaggi derivanti dalla conquista dell’isola.
36) Autore del “Saggio sopra la legislazione in Sicilia”. Sulla vicenda di cui fu protagonista, Leonardo Sciascia imposta il romanzo storico Il Consiglio d’Egitto.
37) Riteneva la nobiltà di dubbia fedeltà (motivo per cui aveva sostenuto le riforme del Caracciolo), i preti completamente corrotti ed il popolo selvaggio.
38) Vedi capitolo “Meridione d’Italia conteso da Savoia, Asburgo e Borbone” stesso sito.
39) Esse erano state fondate tra il 1603 e il 1617 da collegi di gesuiti esistenti dal 1562 a Sassari e dal 1565 a Cagliari.
40) Comunemente nota come Monti frumentari che, in effetti, nacquero nel XVII sec. per garantire ai contadini grano ed orzo per la semina. Si diffusero per iniziativa del cardinale Orsini che, divenuto Papa Benedetto XIII (1724-) ordinò ai vescovi dell’Italia centro-meridionale di favorirne la diffusione.
41) Fino ad allora la Sardegna aveva importato tutto il legno di cui aveva bisogno per ogni attività. Lo sviluppo delle saline, impostato da Bogino, consentì una produzione di qualità che si impose nei mercati del nord Europa per attività di salagione. La storia delle miniere in Sardegna ha origine lontana e con i Savoia furono avviate ricerche per lo sfruttamento di nuovi giacimenti (piombo, argento, ferro, rame, antimonio, carbone, ecc.) che all’inizio dell’800 erano 59.
42) Le tonnare per la pesca del tonno era dislocate ad Alghero e Carloforte. La manifattura del tabacco fu impiantata durante la dominazione austriaca (1714-18; v. capitolo nota 37).
43) Angioy era l’esponente più eminente dell’ala radicale del movimento che aspirava ad abbattere il feudalesimo con mezzi legali. Dopo le vicende (illustrate nel seguito) di cui fu protagonista riuscì ad imbarcarsi clandestinamente a Porto Torres e raggiungere Parigi dove cercò inutilmente di convincere le autorità francesi a liberare la Sardegna dal giogo feudale.
44) Il vicerè Balbiano, inutilmente invitato a predisporre misure di difesa, non aveva avvertito la Stamento militare. I tre Stamenti (reale, militare, ecclesiastico) rappresentavano le tre componenti del Parlamento Sardo.
45) Le cinque domande, corredate da un “ragionamento giustificativo”, erano : 1. riunione ogni dieci anni del Parlamento; 2. conferma degli antichi privilegi; 3. riserva agli isolani di tutti gli impieghi civili e militari, fuorché i più alti; 4. istituzione a Torino di un Ministero per le questioni sarde; 5. istituzione a Cagliari di un Consiglio di Stato.
46) Il 28 aprile di quell’anno è ancora oggi ricordato con una festa di popolo “Sa die de sa Sardigna”.
47) Le accuse ricorrenti del documento sono la rapacità ed il malgoverno della burocrazia piemontese, motivi che vengono ripresi nell’inno Su patriottu sardu a sos feudatarios, canto di lotta contro il feudalesimo e compendio delle aspirazioni del popolo sardo.
48) Gavino Cocco, Girolamo Pitzolo, Gavino Paliaccio, Gavino Santuccio furono rispettivamente nominati Reggente della reale cancelleria, Intendente generale, Generale delle armi, Governatore di Sassari.
49) Una lettera del governatore di Sassari accusava gli insorti cagliaritani di aver sollecitato una incursione della flotta francese
50) Appartenenti alla borghesia giacobina e repubblicana e fautori dell’indipendenza dell’isola.
51) Questi avevano fatto sospendere la pubblicazione del Giornale di Sardegna sostenitore di posizioni radicali.
52) Il Piemonte oltre che con la Francia, confinava con la Repubblica Cisalpina (*) e Repubblica Democratica Ligure che si era costituita (giugno 1797, convenzione di Mombello) dalla repubblica di Genova e che, col trattato di Campoformio, veniva riconosciuta dall’Austria e si ingrandiva ricevendo territori dell’entroterra (Arquata, Ronco, Busalla). La Corsica che per sei secoli era stata dominio di Genova era stata integrata, con il trattato di Versailles del 1789, alla Francia che la occupava già dal 1768
53) Fortificazione, nota come Cittadella, che aveva avuto un ruolo importante nell’assedio di Torino del 1706, allorché durante la guerra di successione spagnola, le truppe francesi guidate dal generale Vendome vennero respinte da quelle austro-piemontesi guidate dal principe Vittorio Amedeo II (v. il capitolo Meridione d’Italia conteso da Savoia, Asburgo e Borbone, stesso sito).
54) Era stata invece accordata la richiesta di un contingente da utilizzare nella guerra contro il Regno di Napoli.
55) Tra cui beni ed immunità ecclesiastiche, titoli nobiliari, abolita la tortura, mitigate le pene, decretata la libertà di stampa, riaperta l’Università e scelta una nuova destinazione per la Basilica di Superga che non doveva più conservare tombe di re ma ceneri di patrioti.
56) Futuro re negli anni 1821-31.
57) Pace di Luneville del febbraio 1801 che confermava gli accordi del trattato di Campoformio (*) ed annetteva il Piemonte alla Francia. Gli verranno restituiti, assieme alla Liguria, dopo il congresso di Vienna del 1815. Egli restaurò l’ancien regime e, nel 1821, pressato dai moti rivoluzionari, preferì abdicare in favore del fratello Carlo Felice, piuttosto che concedere la Costituzione.

di Franco Savelli

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