109 bis. 12. - Il Meridione nell'unificazione

La “questione meridionale”
I due dopoguerra



La “questione meridionale”

Sommario
- La situazione del Meridione all’atto dell’unificazione
- Il prezzo dell’unificazione
- La questione meridionale
- Lo scenario politico di fine ‘800: l’avvento della sinistra storica di Depretis e la crisi agricola. Il governo di Crispi, i fasci siciliani e le avventure coloniali. Le sommosse di fine secolo.
- Inizio ‘900: l’età giolittiana ed il Mezzogiorno a fronte del nuovo indirizzo liberale.
- Rivolte operaie ed avvento del fascismo
- Organizzazioni criminali e società
- L’emigrazione

Il Meridione (ex Regno delle Due Sicilie), dopo l’impresa dei Mille ed i forzati plebisciti del 1860 era stato annesso allo Stato in via di formazione con l’allargamento del Regno di Sardegna (e Piemonte) alla Lombardia (ottenuta a seguito della II Guerra d’indipendenza), all’Emilia e Romagna (accolti a seguito dell’autodeterminazione successiva ai moti spontanei che avevano allontanato i rispettivi governanti), all’Umbria e Marche (sottratte con un atto di forza allo Stato Pontificio) (*).
(Con il simbolo (*) si rimanda sempre al capitolo Il Meridione d’Italia e l’Unificazione – Parte II, su questo stesso sito).


Nel decennio successivo anche il Veneto (1866) e il Lazio (1870), a seguito di fortunosi eventi, entrarono a far parte del costituito Regno d’Italia (*), un nuovo Stato che aveva unificato regioni le cui condizioni socio-culturali erano abbastanza diverse e profonde le contraddizioni.

L’unificazione della nazione, realizzata all’insegna del centralismo, evidenziò diverse entità economiche che vedeva le regioni del Nord proiettate in un processo di modernizzazione volto a sviluppare il settore industriale attraverso la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, canali). L’agricoltura padana era evoluta e le aziende erano gestite da impresari capaci di integrare le coltivazioni con allevamenti di bestiame e caseifici.
Nelle regioni centro-appenniniche permaneva una distribuzione equilibrata della proprietà che, coltivata in mezzadria, si affidava a metodi tradizionali, corretti con procedimenti di coltivazione aggiornati ma sobri, e produceva quanto necessario.
Differente era la condizione vissuta nel regioni del Sud.

 

La situazione del Meridione all’atto dell’unificazione

L’Unificazione del Meridione, come è stato illustrato nel precedente capitolo, non aveva portato alla pacificazione del territorio ma dato avvio ad una lunga e sanguinosa occupazione militare volta a sedare la ribellione che, in opposizione al nuovo Stato e sostenuta da finanziamenti borbonici, aveva coinvolto in maniera diretta o indiretta larghe fasce di popolazione fino a trasformarsi nella protesta sociale che aveva alimentato il brigantaggio. Questo, sintomo di un male profondo ed antico, con tutto il carattere disperato che lo sosteneva, aveva trovato alimento nell’imposizione di tutte quelle norme e leggi piemontesi, estranee al sentire della gente e tra cui ebbero un impatto dirompente la proscrizione obbligatoria di cinque anni e la mancata risoluzione dei vincoli che opprimevano un’agricoltura involuta ed improduttiva.

La guerra ad oltranza che, per quasi un decennio, il nuovo Stato combatté contro il brigantaggio con l’impiego di un esercito smisurato ed atrocità che coinvolsero indiscriminatamente comunità inermi, marcarono una profonda rottura tra le popolazioni meridionali ed il nuovo Stato, verso cui si manifestò una avversione maggiore di quella contro il precedente regime borbonico al punto che, secondo cronisti del tempo, se un paese straniero avesse tentato di sottrarre la Sicilia all’Italia, avrebbe ricevuto il medesimo entusiastico appoggio di cui godette Garibaldi nell’impresa dei Mille (*). Tutto, senza che i nuovi amministratori tentassero di arrestare la diffusa corruzione e di modificare i privilegi imperanti di cui godevano le poche famiglie vicine ai palazzi del potere, in grado di ripartire in ambito familiare le cariche gestionali con cui si poteva influenzare la somministrazione della giustizia ed usurpare impunemente le terre demaniali, facendo rinascere un nuovo feudalesimo.

Il Mezzogiorno si presentava con il volto di una società arretrata e dominata da una profonda inquietudine, assuefatta per secoli a ritmi indolenti, a sdegnare la trafila burocratica per affidarsi a procedure che consentivano transiti obliqui e maniere affidate a scappatoie. I grandi centri cittadini erano pochi, il commercio scarso ed ancor minore lo sviluppo industriale. A parte alcune e limitate zone privilegiate coltivate ad agrumi, in agricoltura si evidenziavano i contrasti tipici del sottosviluppo dove, accanto ad immensi latifondi prevalentemente sterili in cui l’agricoltura era incredibilmente misera, esisteva una piccola proprietà sminuzzata in inadeguati appezzamenti che utilizzavano solo concimi naturali, mezzi rudimentali (aratro a chiodo) e, non applicando la rotazione agraria, ottenevano raccolti insufficienti anche nelle annate normali. L’abbandono del territorio dava origine a frane e smottamenti aggravati dai disastri arrecati da terremoti, alluvioni ed eruzioni.

Era diffuso l’analfabetismo che, puntello del precedente regime, superava il 90% ed era prettamente agricolo. Rispetto alle altre regioni più organizzate dal punto di vista agricolo ed industriale, il Meridione preunitario era soggetto ad una moderata pressione fiscale ed i prezzi dei generi alimentari, per evitare l’esplosione della protesta popolare, erano accortamente mantenuti bassi, perché compensati dalle rendite dei vasti beni demaniali in mano pubblica che contribuivano a mantenere a livelli trascurabili il debito di bilancio.
Nel Meridione in genere e, nella Sicilia in particolare, sopravvivevano residui feudali in cui i contadini, mal pagati e sfruttati, ammucchiati in alloggi dove trovava spesso riparo l’animale di sostegno, vivevano una condizione disagiata, dislocati lontano dalle valli acquitrinose e costretti a limitare la loro attività a colture che non necessitavano di interventi nei periodi a rischio di contagio malarico (2).

Le strutture industriali, tessile e siderurgico, erano concentrate rispettivamente a Salerno e nella provincia di Napoli (Pietrarsa) dove si costruivano caldaie a vapore per attrezzare locomotive e piroscafi che avevano potenziato la terza flotta mercantile (quella borbonica) più potente in Europa (dopo Inghilterra e Francia) per numero di navi e tonnellaggio. Nel Meridione infatti il trasporto di materie prime di estrazione (solfo) o di coltivazione (frumento ed agrumi), favorito da un ampio sviluppo costiero e da un regime daziario protezionistico nei riguardi delle merci d’importazione, continuava ad avvenire, come nei secoli precedenti, per via marittima.
La rete ferroviaria era circoscritta a quel primo tronco (Napoli-Portici) inaugurato nel 1839 mentre, nel frattempo, il Nord si era dotato di una rete di duemila chilometri. In molte zone, per la scarsezza di denaro, gli scambi avvenivano in natura ed era generalizzata la riluttanza agli investimenti in migliorie agricole ed altre attività produttive (3). In ciò non differenziandosi il comportamento dei borghesi da quello dei nobili che, a condizione che fossero salvaguardate le loro prerogative, accettarono la subalternità del Meridione agli interessi socioeconomici degli industriali del Nord (4).

 

Il prezzo dell’Unificazione

Con l’Unificazione, le imposte volte all’assestamento del deficitario bilancio del nuovo Stato che si trascinava il debito pubblico più elevato d’Europa, accumulato dal Piemonte per la politica espansionistica di annessioni e per gli investimenti infrastrutturali, aumentarono vertiginosamente e si abbatterono sul contribuente meridionale oneri fino ad allora sconosciuti.
I governi della Destra storica che, dall’Unificazione si succedettero fino al 1876, oltre ad affrontare le questioni internazionali legate al completamento dell’unità nazionale (*), imposero un modello amministrativo di tipo centralista e dotarono tutte le regioni del nuovo Stato di una stessa struttura amministrativa, abolendo le barriere doganali interne ed unificando i sistemi di misura, monetario e scolastico (5).

Per reperire maggiori risorse volte a riequilibrare il bilancio e trascurando le ripercussioni sociali che ne sarebbero derivate, operarono (con Quintino Sella ministro delle finanze, 1862, 1865 e 1869-73) una severa ed impopolare stretta fiscale con l’imposizione di pesanti tributi (6), tra cui la più odiosa fu la tassa sul macinato (1868) che, malgrado gli scarsi vantaggi apportati all’erario e le rivolte popolari causate per l’aumento del prezzo del pane, venne mantenuta.

Quanto al commercio, era stato conservato il libero scambio per favorire l’esportazione dei nostri prodotti (frutta, vini, formaggi, solfo e seta) e consentire reciprocità di trattamento ai manufatti stranieri che l’Italia non era in grado di produrre.

Il deficit fu colmato con il raggiungimento del pareggio di bilancio (1875), favorendo frattanto il progresso della marina mercantile e dell’industria, ma, malgrado gli elementi evidenziati dall’inchiesta sul brigantaggio di Massari (1863; *), non affrontando convenientemente i problemi sociali di miseria ed arretratezza del Mezzogiorno.
Problemi che riguardavano anche i ceti rurali del nord (7) ma verso il Mezzogiorno maggiore fu il disinteresse della classe dirigente postunitaria che, secondo Rosario Romeo (8), riuscì a realizzare lo sviluppo industriale del paese soprattutto attraverso lo sfruttamento delle masse contadine del Sud.

Con la caduta postunitaria delle barriere doganali e l’abbandono del protezionismo industriale furono soppiantate le industrie che operavano in regime di autarchia: quelle siderurgiche di Napoli dall’Ansaldo di Genova ed i cotonifici di Salerno da quelle liguri e lombarde che producevano a minor costo. Cosa che contribuì ad una flessione del commercio (16%) e ad aggravare il ritardo del Sud, per cui si può comprendere come la gente del Meridione mal sopportava di essere amministrata da funzionari piemontesi. Questi, non comprendendo il linguaggio e riluttanti a comunicare, non sapevano cogliere le esigenze di comunità bisognose di rinnovamento e, soprattutto, erano mal guidati da una amministrazione centrale lontana, imbarazzata ed incapace di fornire suggerimenti idonei ad affrontare, con gli scarsi mezzi a disposizione, le pressanti problematiche locali.

La Sicilia, inoltre, aveva un motivo aggiuntivo di risentimento in quanto si era vista negare la promessa di una forma di autonomia e l’abolizione della luogotenenza (*) non fu intesa come una facilitazione all’integrazione ma piuttosto come una spinta alla centralizzazione.

I nuovi governanti, da Cavour in poi, si rifugiarono nell’opinione che il Meridione, pur naturalmente ricco, fosse condannato all’arretratezza scontando i danni del malgoverno borbonico, tralasciando il particolare che la Sardegna, da un secolo e mezzo governata dai Savoia, si trovava in condizioni di arretratezza ancor peggiori. Pertanto mai presero in considerazione, malgrado le sollecitazioni (9), la possibilità di recarvisi per assumere una conoscenza diretta delle problematiche che limitavano la crescita di quelle genti di cui si marcavano solitamente gli aspetti deteriori (delinquenza, corruzione, analfabetismo e superstizione) e verso cui da più parti si manifestava disprezzo ("un esercito di barbari accampato fra di noi") fino a proporne l’abbandono al loro destino poiché le altre regioni non erano in grado di sopportare l’onere della loro emancipazione.

 

La questione meridionale

Il complesso dei problemi del Meridione (Sardegna compresa) che, legate all’arretratezza socioeconomica si erano evidenziate all’atto dell’Unificazione, furono identificati come “questione meridionale” e proposti alla pubblica attenzione per la conoscenza di una lacerante condizione sociale che, culla di violenza e sopraffazioni, troverà nell’emigrazione una valvola di speranza. Condizione cui Pasquale Villari (11) aveva già rivolto la sua osservazione e rivelato la situazione delle province meridionali dove le città erano popolate da una moltitudine di proletari accanto a poche famiglie di ricchi proprietari terrieri (galantuomini) che mantenevano il salario del contadino alla misura minima che gli permettesse di vivere per poter continuare a lavorare.
Una situazione di immobilismo che le nuove istituzioni non avevano mutato e dove il rinnovo degli istituti politici non era stato accompagnato da una altrettanto innovativa visione della classe dirigente che, invece, aveva lasciato immutati costumi semifeudali (11) e vecchi privilegi, sorretti da un antiquato ordinamento sociale. Ordinamento che restò immutato rispetto al precedente regime e la classe dei proprietari, assimilatasi al nuovo governo, mantenne le precedenti cariche gestionali dominando un esercito di contadini che, legati ad essi da un vincolo di sottomissione, avevano radicata la convinzione che il proprietario tutto potesse e nulla si potesse fare, anche se richiesto dall’autorità, senza la sua approvazione.

Ed è probabile che non vi sia stato mai in precedenza periodo in cui questo tipo di rapporto si sia sostituito a quello diretto tra istituzione e suddito.

Il dibattito sulla questione meridionale coinvolse in una comune battaglia politica economisti e sociologi, segnando la nascita di un movimento che, attraverso una serie di inchieste, coinvolse l’opinione pubblica lanciando un allarme contro l’indifferenza delle regioni centro-settentrionali d’Italia e sollecitando provvedimenti legislativi senza i quali si avvertiva il timore di sfrenate sommosse.

Quanto denunciato da Villari fu ripreso dall’inchiesta che Leopoldo Franchetti (n.9) e Sidney Sonnino (12), condussero nelle province meridionali dove, in un panorama sociale pervaso dall’anarchia delle classi dirigenti, da ribellioni contadine, da resistenze regionalistiche, dalla larga influenza ideologica del clero e dal permanere e diffondersi dell’estremismo democratico, rivelavano un mondo in cui il ceto agrario parassitario ed usuraio rappresenta il principale ostacolo all’espansione del sistema liberale.

L’arretratezza del Mezzogiorno pur non essendo parsa fenomeno unico e circoscritto, imponeva che la questione meridionale, al contempo causa e conseguenza dei limiti di sviluppo complessivo dello Stato, non potesse essere spiegata e risolta senza tener presente l’influenza dei vari fattori storici, politici e sociali che avevano contribuito a determinarla. Pertanto finché non fossero radicalmente mutate le condizioni economiche e sociali, attenuate le evidenti condizioni di arretratezza e la violenza non fosse più apparsa una attività redditizia, sarebbe stato privo di significato ogni concetto di libertà.
Motivo che nel decennio successivo (1886) riprese nella sua indagine il senatore Stefano Jacini rilevando che non si poteva vantare come risultato la libertà di stampa e di parola in una società che in larghissima misura era esclusa dal voto (n.18) e quindi non corteggiata da alcuno e da nessuno rappresentata. Per cui non si costruivano scuole ed alcuni villaggi mancavano anche del medico, sostituito dalla fattucchiera o dallo stregone. I ricchi invece, anche se analfabeti, erano una potenza (si votava per censo) e, potendo strappare molte concessioni, non avevano interesse a migliorare le condizioni della plebe.

Giustino Fortunato (13), meridionalista e deputato, promotore della riaffermazione unitaria, nel primo decennio del ‘900, cercò di sfatare il mito del Meridione fertile ed intervenne su tutti i passaggi legislativi che riguardarono il Sud, motivatamente chiarendo le ragioni delle ricorrenti proteste quali manifestazioni delle crisi che attraversavano il paese e che nel Sud si ripercuotevano accentuandone la disgregazione. I motivi che le accompagnavano potevano essere ricercate nella reazione ad attese deluse, come il crollo dell’alternativa coloniale (vedi seguito) o al peso di un tributo impositivo relativamente più elevato nel Meridione (40% rispetto al 32%) a fronte di una ricchezza nazionale inferiore a quella del Settentrione (27% rispetto al 48%), dove le immense ricchezze accumulate sfuggivano alle maglie del fisco.
Ma quelle proteste preludevano anche alla formazione di correnti politiche che, vantando la difesa degli interessi locali, ostacolavano, di fatto, l’inserimento del Mezzogiorno nella vita politica nazionale.

 

Lo scenario politico di fine ‘800
- La “sinistra storica” al governo

Coll’avvento al governo del paese, nel 1876, della sinistra storica di Depretis (*), favorita dal cambiamento di fronte dei deputati siciliani , non si ebbe un sostanziale avvicendamento nel governo del paese. Egli che aveva la roccaforte di consensi nella borghesia intellettuale ed in quella meridionale, per governare, si appoggiò alla frazione liberale, escludendo le estreme rappresentate dalla sinistra radicale e dalla destra cattolica, dando avvio a quella operazione di rimescolamento delle forze politiche, detta trasformismo che, esercitata anche da Cavour, diventò quindi una costante politica (15).
Questa forma di consenso impedì traumi ma, sostanzialmente, ridusse il cambiamento più ad un mutamento di stile che di sistema. La stabilità politica che si venne a costituire risultò una pratica di conservazione e costituì un ostacolo alla necessità dei cambiamenti necessari che, per essere efficaci, avrebbero dovuto abbattere antichi privilegi.

Il Governo, ritenendo che fosse più produttivo puntare sulle risorse del settentrione, per favorirne lo sviluppo industriale, attuò una politica di investimenti sotto forma di commesse che, accanto all’espansione di quella tessile, favorirono anche l’industria chimica, elettrica e meccanica, incentivando la nascita di stabilimenti siderurgici e cantieri navali (16). Queste, sorte grazie allo spirito imprenditoriale del Nord e sostenute sia dagli istituti di credito che dalle camere di commercio, vennero protette da tariffe doganali (1878) che rovesciavano la politica liberista nel commercio fino ad allora attuata dai governi della destra.
La politica protezionistica fu accentuata, nel 1887, coll’introduzione di una nuova tariffa doganale avversata da Giustino Fortunato perché veniva a ledere gli interessi dei piccoli coltivatori del Sud mentre favoriva il settore tessile e siderurgico del Nord. Quest’ultimo già protetto con commesse statali, assorbiva una parte rilevante di risorse finanziarie che non investì nelle migliorie produttive necessarie a competere con le industrie straniere, adattandosi a produrre a costi elevati e non concorrenziali (17).

Il Meridione, prima tutelato dal protezionismo borbonico, quindi inserito dai governi della destra storica a concorrere senza ammortizzatori con i più solidi mercati nazionali, non avendo trovato alternative alla sua vocazione agricola, si trovava ora, nella guerra commerciale apertasi con il ripristino del protezionismo, oggetto di ritorsioni verso i suoi prodotti (agrumi, vini ed oli). La sinistra, contrariamente alle attese, non avviò alcuna riforma agraria urgente per il Mezzogiorno, in quanto un ministro dell’agricoltura come Salvatore Majorana, latifondista e banchiere siciliano, divenne garante dell’immutabilità dei rapporti socio-economici del mondo agrario.

Benedetto Cairoli che si alternò a Depretis nella guida del governo (n.14) tentò di abolire la tassa sul macinato ma, per l’opposizione dei deputati meridionali portatori degli interessi dei latifondisti del Sud, decisi a caricare il peso fiscale sui contadini, riuscì solo a ridurla (1879), rimandandone l’abolizione all’83. A questo non seguì però una generale riforma fiscale che ridistribuisse il carico impositivo. Questo, continuando a gravare sulle classi meno abbienti, le spinse alla reazione che, nel Nord portò alla costituzione delle prime leghe operaie ed alla proclamazione dei primi scioperi (1884-85), che, benché repressi dal governo, ebbero il merito di diffondere la protesta e favorire, rispettivamente in Piemonte, Lombardia, Liguria ed in Valpadana, aggregazioni operaie e contadine che contribuiranno alla costituzione del partito socialista (1892).
Merito della Sinistra storica l’introduzione (legge Coppino del 1877) dell’obbligo scolastico nel primo ciclo delle elementari e l’allargamento della base degli aventi diritto al voto (18).

 

- La crisi agraria

Nel decennio 1880 lo sviluppo dell’industria fu agevolato dalla crisi che colpì l’agricoltura e che alcuni attribuirono alle carenze tecniche e strutturali, all’arretratezza dei sistemi di coltivazione ed all’eccessivo aggravio fiscale. Della crisi se ne avvantaggiò l’industria che si vide sorretta dalla politica economica del governo e dai capitali che si trasferivano dall’agricoltura.
Nel Meridione, la crisi, i cui effetti si protrarranno fino al 1887, rappresentò la fine di un periodo favorevole in cui si era verificato l’incremento della produzione del vino e l’espansione della coltura di grano, favorita dagli alti prezzi raggiunti dai cereali, in concomitanza delle guerre di secessione americana e di quella prussiana (*) che avevano incrementato la richiesta.
Ultimata la guerra di secessione, con la messa a coltura e la meccanizzazione dei vasti territori del Middle West, il grano americano, con i suoi bassi prezzi, favoriti dal notevole sviluppo della navigazione transoceanica a vapore, aveva ripreso ad invadere i mercati europei. I latifondisti meridionali per non soffrirne la concorrenza, chiesero misure protezionistiche che ottennero con l’aumento delle tariffe doganali, semplice espediente che permetteva di mantenere artificialmente alto il prezzo interno.

Il dazio sul grano inserito nel complesso delle misure protezionistiche del 1887 sostenute anche dagli industriali del Nord, apparve non solo una alleanza reazionaria fra questi e gli agrari del Sud ma piuttosto un accordo di stabilità a spese delle masse dei lavoratori. Esso, infatti, se da un lato proteggeva dalla concorrenza straniera l’agricoltura arretrata del Meridione che produceva solo grano, dall’altro, perpetuando l’aspetto negativo legato alla continuità delle pratiche agricole tradizionali ed al mantenimento di strutture sociali anacronistiche, la rese parassitaria (19), ampliando il divario con quella del Nord.

La Sicilia che un tempo era stata il granaio dell’Impero romano, ora, a causa di un sistema agricolo arretrato e degli immensi latifondi abbandonati ed inariditi dalle frequenti siccità e mai sottoposte ad opere di trasformazione e bonifica (20), non era più in grado di soddisfare le sue esigenze al punto da divenire, assieme alle altre del Meridione, tra le province con la produzione più bassa e variabile di frumento. D’altro canto la Sicilia restava comunque la regione che esportava (zolfo, vini e frutta) più di quanto importasse ma i benefici erano assorbiti dal resto d’Italia.

L’applicazione del dazio divise le opinioni dei protezionisti dai liberoscambisti (tra cui Jacini). I primi individuavano la necessità della difesa del mercato dei cereali per difendere il reddito degli agricoltori mentre i secondi erano sostenitori di un mercato che, lasciato al proprio autonomo meccanismo concorrenziale, avrebbe provveduto a correggere i suoi squilibri e riprendere lo sviluppo trasformando le colture estensive in intensive e specializzarle. Proposte queste che si scontrarono con gli interessi dei latifondisti interessati ad evitare le spese di trasformazione per proteggere le rendite. Tuttavia l’applicazione del dazio sui cereali importati risultò efficace per bloccare l’importazione del grano americano ma l’agricoltura meridionale, il cui aratro a chiodo non sapeva spremere dalla terra che grano, pur sopravvivendo grazie ad esso (21), subì un declino della produzione cerealicola e l’aumento della disoccupazione in quanto i latifondisti, volendo ridurre l’ammontare dei salari, adibirono a pascolo il terreno agricolo, con beneficio dell’industria casearia locale. Il conseguente aumento del canone d’affitto, più elevato per le piccole proprietà, mise in crisi gli affittuari che, impossibilitati a pagare i debiti contratti per migliorare le coltivazioni, si videro sequestrare le terre (22).

Alla crisi agricola che si sommava ai motivi di malcontento preesistenti non si rispose con interventi di ristrutturazione, lasciando emergere i drammatici effetti legati alla disoccupazione della parte più debole, i contadini che, a cominciare dalla pianura padana, diedero avvio a scioperi ed agitazioni di portata fino ad allora sconosciuta. Nel Nord essi culminarono nel mantovano (1884-85) con risultati di rilievo sia sul piano rivendicativo che organizzativo, ottenendo una radicale ristrutturazione dell’agricoltura che reagì al ribasso dei prezzi investendo in meccanizzazione con il duplice risultato di risparmiare sui salari, pur ottenendo una quota più elevata di prodotto da commercializzare, e di porsi a volano dello sviluppo dell’industria meccanica (n.20).
I contadini del meridione, invece, sottomessi e vessati da oppressive clausole contrattuali, delusi dalle attese, tormentati da eventi che si abbattevano sulla loro già misera condizione come l’aumento del prezzo di generi di primo consumo, cercarono di difendere con la ribellione (fasci siciliani) i loro arcaici diritti.

 

- Crispi al governo: i fasci siciliani e le avventure coloniali

Con l’insediamento di Crispi (1887), vennero emanate due norme di segno opposto: una concedeva alla polizia il potere di adottare misure di prevenzione che, di fatto, limitavano la libertà, l’altra, con l’emanazione del codice penale messo a punto dal ministro Zanardelli, veniva abolita la pena di morte e cancellate le norme che vietavano lo sciopero. Nel settore dell’economia, venne accentuata la scelta protezionistica. Venne rafforzata l’autorità dello Stato ed avviata una politica di prestigio imperialista e colonialista con cui si voleva riscattare l’onta di Dogali (n.14) e partecipare alla spartizione dell’Africa per la costituzione di un impero coloniale. Un progetto fallimentare che mise termine alla sua parabola politica.

Nel corso della sua presidenza, in cui si alternarono i governi di Di Rudinì (1891) (*) e di Giovanni Giolitti (1892-93) (n.30) oltre allo scandalo della Banca Romana (24), si verificarono ovunque agitazioni sociali perché nel Nord lo sviluppo industriale aveva apportato, accanto ad un evidente miglioramento della qualità della vita, un aumento della conflittualità sociale. Così come in Sicilia, la regione più colpita in tutti i suoi settori produttivi (miniere ed agricoltura) dalla svolta protezionistica, dove si determinò un malessere che fece esplodere le contraddizioni accumulate nel tempo. La protesta, detta dei fasci siciliani (25), insorse contro la tirannia dei ceti dominanti e la iniquità sistematica delle amministrazioni locali che si svolgeva con la copertura delle autorità governative. Situazione contro cui emerse nelle classi lavoratrici l’odio lungamente represso (dai ricorrenti fenomeni di ribellismo contadino del lontano passato fino alle recenti esperienze del brigantaggio) e non mitigato dalla possibilità di veder riconosciuti per vie legali i propri diritti (26).
Dopo la costituzione a Catania della prima formazione proletaria, fascio dei lavoratori (1891) guidato da De Felice Giuffrida, il movimento si diffuse a Palermo guidato da Garibaldi Bosco (27) a cui se ne aggiunsero altri in tutti i capoluoghi dell’isola (fuorché Caltanissetta) fino a contare l’adesione di circa 300.000 lavoratori (fra braccianti, minatori, artigiani ed anche piccoli proprietari e commercianti) che avanzarono la richiesta di abolizione del dazio sulla farina, espropriazione dei latifondi e ridistribuzione delle terre, riforme fiscali e revisione dei patti agrari con abolizione delle gabelle. Al movimento si contrapposero gli interessi dei possidenti siciliani e, su loro richiesta, esso venne spietatamente stroncato dal governo Crispi con un intervento militare (1894) (28) che lo sciolse ed arrestò i capi.

Le proteste collegate ai Fasci non si chiusero con lo stato d’assedio e con le condanne dei tribunali militari ma si protrassero per tutto il decennio al punto che Franchetti (n.12) rilevò che, a cavallo del ‘900, le sollevazioni contadine accompagnate da spargimento di sangue erano eventi normali nella vita pubblica del Mezzogiorno.
Con la ripresa dell’espansione industriale e dei problemi che essa poneva, l’interesse politico si spostò di nuovo verso il Nord.

 

- Le sommosse di fine secolo

Il governo Di Rudinì (1896-1898) (*) succeduto a Crispi tentò di controllare l’ondata di indignazione suscitata dalla repressione del fasci e dello smacco subito ad Adua (n.23) e Sonnino, nell’intento di sottrarre il governo agli umori della camera propose l’abolizione del parlamento ed il ritorno al regime costituzionale puro in cui il governo dipendesse dalla sola volontà del re. La proposta che investiva la forma di Stato e metteva in gioco la libertà diede avvio ad un periodo carico di tensioni, aggravato da una carestia che causò un improvviso aumento del prezzo del pane e rese insostenibile la vita del ceti popolari che esplosero ovunque, nelle città e nelle campagne (1898). Il governo, anziché diminuire il dazio e favorire l’importazione del grano eliminando la causa della protesta, ricorse alla repressione con la dichiarazione dello stato d’assedio (29).
L’intenzione del governo di introdurre misure volte a limitare la libertà politica venne bloccata dalla borghesia industriale del Nord e Di Rudinì dovette abbandonare il governo. Vi subentrò il generale Luigi Pelloux (1898-1900) (con Di Rudinì ministro degli interni) che, ripropose analoghe misure tendenti a colpire la libertà di stampa ed associativa ma senza successo a causa dell’ostruzionismo parlamentare di socialisti e radicali. Ottenuto dal re lo scioglimento delle camere, le elezioni del 1900, con l’affermazione dei moderati, segnarono una svolta nella vita politica della nazione e la nomina alla presidenza del consiglio di Giuseppe Saracco (1821-1907) che si assunse il compito di pacificare gli animi.

 

Inizio ‘900 e l’età giolittiana

L’età influenzata dalla personalità politica di Giuseppe Giolitti (30) abbraccia il periodo che va dall’inizio del ‘900 allo scoppio della Grande guerra e si caratterizza per la trasformazione socioeconomica della società da rurale a composita e pluralista. Malgrado le tensioni sociali di fine ‘800, la crescita della nazione non si era arrestata, registrando successi sul piano organizzativo e produttivo, sorretta dagli investimenti che si erano concentrati nel Nord industriale ed agricolo, nel timore di fronteggiare la protesta del proletariato industriale piuttosto di quella dei contadini meridionali, estemporanea e disorganizzata. La crescita si protrasse fino al 1907, consentendo l’espansione dell’industria (31) fin quasi ad annullare il divario rispetto ad una agricoltura potenziata, aumentando il reddito pro-capite, incrementando il risparmio attraverso il contenimento della spesa pubblica e diffondendo l’istruzione. Questo sviluppo, riguardando soprattutto il Nord, finì con il perpetuare nella vita economica e sociale del paese quello squilibrio rispetto alle deboli strutture del Mezzogiorno che non erano cambiate dal tempo dell’Unificazione (32).

Non trovando la possibilità di procedere a riforme di carattere generale (n.30), Giolitti si limitò a quelle di settore lasciando che ciascuno promuovesse la propria crescita e laddove non esisteva tale capacità, come nel Sud, vennero inizialmente fatti mancare gli opportuni finanziamenti. Quindi, concretandosi la convinzione che per ampliare il mercato delle industrie del Nord la crescita del Mezzogiorno sarebbe stata una favorevole opportunità, programmò una serie di interventi con la costituzione, nel Sud, di nuove amministrazioni che comportò l’assunzione di un certo numero di impiegati statali e, mediante leggi speciali volte alla costruzione di infrastrutture (agricoltura di Basilicata e Calabria ed acquedotto in Puglia) destinò le poche risorse disponibili. Ma lo fece in maniera clientelare intendendo alimentare le rappresentanze politiche che lo sostenevano e le organizzazioni criminali che contribuivano a manipolare sapientemente le elezioni (1904, 1909 e 1912).
Un tipo di intervento che, negli anni cruciali dell’industrializzazione, non era idoneo a modificare la disparità sociale esistente con il Mezzogiorno dove, secondo una valutazione di Corbino (33) il siciliano medio era due volte più povero di un piemontese medio. Motivo per cui Salvemini (34) lo definì “ministro della malavita” per il cinismo con cui approfittava della stagnazione del Sud per raccogliere equivoci consensi. Accusa fondata perché Giolitti pensava al paese ma anche al potere, sostenendo che senza potere non poteva aiutare il Paese, in cui i voti si compravano con i favori.

Il protrarsi delle condizioni di disagio non poteva che sfociare, nel Mezzogiorno, in continue manifestazioni di protesta che Giolitti, malgrado avesse tollerato l’esercizio del diritto di sciopero per gli operai e braccianti del Nord, contrastò fermamente con disposizioni governative che andavano dalla militarizzazione (caso dei ferrovieri) alla ferma repressione che, tra il 1902 ed il 1912, causò eccidi con alcune decine di morti ed un centinaio di feriti.
E proprio nel 1912, a seguito dell’acquisizione della Tripolitania (n.30) che Giustino Fortunato, pur definendola “infruttifera e pericolosa” sostenne che andava benedetta perché forniva agli italiani la coscienza di essere italiani. I braccianti meridionali colsero l’occasione di prendere d’assalto le questure per richiedere passaporti per trasferirvisi.
Intanto in una complessa trama di rapporti e di controverse alleanze tra grandi potenze, si avvicinavano gli scenari della Grande guerra.

 

Rivolte operaie ed avvento del fascismo

Allorché nel 1915 la borghesia italiana decise di partecipare alla guerra per soddisfare le sue mire imperialiste, l’ostacolo maggiore incontrato fu l’opposizione delle masse di lavoratori e contadini che erano destinate a costituire il grosso dell’esercito combattente, ostacolo che fu superato con la promessa, sostenuta dalla borghesia, del primo ministro Salandra (35), capo riconosciuto dei grandi proprietari fondiari del Sud, di compiere un atto di giustizia sociale promettendo la distribuzione della terra ai contadini dopo la guerra vittoriosa. La promessa non mantenuta provocò indignazione tra i contadini che, dopo le privazioni patite in trincea e le miserevoli condizioni in cui avevano trovato al ritorno le loro famiglie, si impegnarono in una lotta contro i proprietari fondiari e, nel Sud dove il problema si pose con maggior drammaticità, occuparono i latifondi. I quali, per decreto del governo Nitti (1919) (36) , vennero riconosciuti ai contadini poveri, ex combattenti e soci di cooperative per essere successivamente scacciati (1923) (37) con la forza dal governo fascista.

I contadini reagirono coalizzandosi, ma, anziché in una associazione nazionale unitaria, si distribuirono in tanti movimenti locali, senza coordinarsi con gli operai che, conducendo a loro volta una lotta contro i capitalisti arricchitisi con la guerra, erano giunti all’occupazione delle fabbriche (1920). La lotta non fu priva di risultati in quanto i contadini riuscirono ad ottenere l’obbligatorietà dei contratti collettivi che sostituivano quelli individuali vantaggiosi per i proprietari e garantivano una serie di conquiste che eliminarono iniquità e privilegi padronali. I nuovi contratti prevedevano tutele alla loro scadenza, consentivano accesso ai prestiti a buon mercato, aumentavano il loro salario ed, in definitiva, miglioravano il loro di vita. I contadini, inoltre, per poter direttamente intervenire sulla vita politica del paese, entrarono legalmente in moltissime amministrazioni comunali, legandosi con gli operai e suscitando ancor maggiori timori nella borghesia fondiaria.

Ma i proprietari fondiari, consapevoli di non potersi opporre alle masse contadine ed operaie, preoccupati dall’eventualità di nuove conquiste, meditarono una controffensiva che mirava non solo a contrastare nuove concessioni ma ad annullare quelle già concesse. Obiettivo non concretizzabile senza prima riuscire a sciogliere le organizzazioni dei lavoratori e per la qualcosa non potevano bastare i mezzi repressivi legali ma bisognava affidarsi ad organizzazioni in grado di usare mezzi coercitivi.
Servì a questo scopo il movimento della borghesia fondiaria ed industriale delusa dai risultati della guerra, il Fascismo che, nel 1920, divenne l’organizzazione terrorista della borghesia alla quale si erano legati i commercianti i cui utili erano stati ridotti dalla nascita delle associazioni contadine. Nei comuni rurali vennero fondati i primi fasci, mentre nei grandi comuni la stessa organizzazione dei proprietari fondiari, l’Associazione agraria, assunse il nome di Fascio di combattimento (n. 25). In questi entrarono a far parte delinquenti comuni, vagabondi, ladri ed ogni genere di emarginati sociali (studenti che dopo la smobilitazione non si erano più inseriti, ex ufficiali incapaci di riprendere il mestiere civile) che, per condurre atti di violenza contro i contadini, avevano costituito squadre, sostenute nelle città da ingenti versamenti di industriali, commercianti e banchieri che, detenendo l’effettiva direzione dello Stato, potevano assicurare l’impunità e l’appoggio diretto della polizia.

L’offensiva terroristica del fascismo condivisa dalla stampa borghese fu diretta inizialmente contro le organizzazioni rosse dei lavoratori agricoli che, nelle zone più importanti furono annientate. Quindi si rivolse contro quelle organizzazioni di tendenza cattolica e repubblicana, risparmiate nelle fase iniziale e colpevolmente rimaste a guardare come se la cosa non li riguardasse e che quindi divennero l’obbiettivo al fine di eliminare ogni organizzazione contadina.

Il Fascismo, una volta assunto il potere, soppresse i consigli comunali, molti dei quali, come si è detto, gestiti dalle classi popolari, installò il podestà che, solitamente un grande proprietario designato a proteggere gli interessi della borghesia fondiaria, accorpava su di se i poteri del sindaco e del consiglio comunale, potendo disporre dei fondi per assumere tutti i provvedimenti amministrativi inerenti tasse, scuola, sanità, terre comunali ecc.
Il Fascismo si affidò alla propaganda per convincere la comunità che “il governo fascista gode del sostegno di tutti i contadini” (38) e, sulle classi culturalmente meno avvedute del Sud, ebbe una certa presa. Tuttavia continuò ad assumere provvedimenti atti a proteggere i grandi proprietari ed aggravare ulteriormente la posizione dei contadini.

Nel marzo 1923 il governo fascista fece dono ai proprietari terrieri del Sud di metà del debito e degli interi interessi relativi al prestito da loro ottenuto nel corso della guerra al fine di stimolare la produzione di cereali. Il deputato Di Vittorio presentò una richiesta di estensione di quel provvedimento alle cooperative agricole, ricevendo dal ministro dell’Industria, Teofilo Rossi, la cinica risposta “Lo Stato ha già fatto un grosso sacrificio per andare in aiuto ai proprietari fondiari, perciò nulla può fare adesso per i contadini”.
Va tuttavia sottolineato che il Fascismo, nel tentativo di allargare il proprio consenso, giocò un ruolo importante nello sviluppo del Mezzogiorno con la promozione, nelle aree più depresse, di opere strutturali e sociali. Tra le prime si possono citare l’ampliamento dei porti, la costruzione di strade e ferrovie, il risanamento delle zone malariche (n.2) e fra le seconde la istituzione delle prime pensioni di anzianità, il potenziamento del pubblico impiego e l’istruzione di base (n.19).

 

Organizzazioni criminali e società

Nel Meridione le organizzazioni criminali come la mafia in Sicilia, la camorra a Napoli e, di più recente emersione la ‘ndrangheta in Calabria e la sacra corona unita in Puglia, con la loro marcata presenza nel territorio rappresentarono e rappresentano, nelle zone in cui operano, strumenti di oppressione sociale e di condizionamento delle attività imprenditoriali. Nel periodo successivo all’unificazione, la lotta al brigantaggio (*) aveva lasciato, nel Meridione, una serie di clan familiari che, collegandosi su base regionale, si organizzarono in alleanze più o meno ampie volte non più ad attaccare le truppe regolari, ma, approfittando della latitanza delle istituzioni, a perseguire attività lucrative. Essi imposero con la forza la loro protezione su ampie fette di territorio, esigendo tributi (pizzo) in cambio di protezione, sabotando ogni sviluppo sociale, strutturale ed economico che potesse interferire con i loro interessi ed infine inserirsi nei gangli dell’amministrazione statale per indirizzare i flussi di capitale che, attraverso la spesa pubblica si riversavano nel Meridione.

La camorra e la mafia, più delle altre organizzazioni, hanno quindi pervaso il tessuto sociale fino a fornire modelli di comportamento (39). Della mafia che ha pervaso maggiormente politica ed istituzioni, verranno tracciati passaggi salienti della sua attività.

La mafia nacque nella zona tipica del feudo, comprendente l’entroterra delle province di Palermo, Trapani ed Agrigento fino ad Enna e Caltanissetta, dove già al tempo degli Asburgo di Spagna (XVI sec.) i proprietari terrieri si servivano di vari nuclei criminali (“Non v’è proprietario il quale si occupi dei suoi fondi, che non pratichi con loro”, Franchetti, n.12) per la protezione privata dei loro privilegi e per soggiogare i loro contadini. L’attività di detti nuclei col tempo si modificò contrapponendosi agli interessi dei loro stessi protetti finché i componenti divennero affittuari dei feudi nobiliari (gabellotti) e, di fatto, effettivi gestori. Questi organizzatisi in cosche, sfruttando i contadini che lavoravano il podere e, al contempo, taglieggiando i proprietari, riuscivano ad impossessarsi dei latifondi di cui erano affittuari e ad acquisire una tale potenza da imporsi su qualsiasi attività agricola, pena l’incendio dei fienili, la distruzione del raccolto e l’uccisione del bestiame.
L’organizzazione-mafia, divisa in cosche, assunse la forma attuale e, ripartendosi le zone da controllare per allargare il suo profitto, si volse al controllo dei territori decentrati rispetto al potere legale per estendere la sua influenza alla vita sociale (40), imponendosi con il sistematico ricorso all’omicidio e confidando nell’omertà della popolazione soggiogata. E, per quanto potesse avere qualche elemento cavalleresco, il suo codice d’onore era una copertura a vigliaccherie e slealtà che usava, da un verso, per ostacolare il progresso della società (41) e, dall’altro, a favorire le rivoluzioni del 1848, l’impresa garibaldina del 1860 e, come si vedrà in seguito, lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943.

Dopo l’Unificazione la mafia riuscì a far crescere la sua influenza infiltrandosi nelle istituzioni e, collaborando con la polizia , riempì il vuoto creato dall’assenza di un governo efficiente (43), assicurandosi il predominio locale, che le consentiva di beneficiare dei crescenti flussi di capitale che nel ‘900 cominciarono a giungere, fino a divenire autorevolissima procacciatrice di voti. Di cui se ne servì, nelle elezioni del novembre 1876, il calabrese Giovanni Nicotera (1828-94) (n.24), ministro degli interni che, malgrado l’impegno di moralizzazione assunto, mobilitò tutte le clientele del Sud (mafia e camorra) comprando con favori governativi tutto ciò che era acquistabile ed ottenendo una clamorosa vittoria (44 dei 48 seggi siciliani; n.15), Pratica che, come anticipato, continuò nell’epoca giolittiana.

Coll’avvento del Fascismo che traeva la sua ragion d’essere dal monopolio del potere e del controllo sociale, non poteva più essere tollerata la concorrenza della mafia con cui venne in collisione. Con l’invio in Sicilia del prefetto Cesare Mori (1924-29) (44) , essa subì un attacco frontale che ne limitò l’attività ma non la sopravvivenza. La regola applicata da Mori prevedeva che nessun episodio criminoso dovesse restare impunito. Con questo fine, in un eccesso di abusi, strumentalizzando giudici disponibili a trarre vantaggi in carriera ed avvocati vogliosi di accumulare ricchezze con le difese, scatenò una repressione i cui metodi fecero impallidire quelle subite dalla Sicilia nei secoli precedenti. In quel clima a cui sfuggirono pochi criminali vennero colpiti anche molti estranei vittime di calunnie interessate, ma gli imprenditori ripresero a muoversi senza timore per le campagne e tutto appariva in ordine, come non era mai stato.

Mori, travolto dall’ebbrezza del successo e dalla certezza di aver conquistato il favore del duce ma politicamente sprovveduto, non comprese che un regime conservatore come il fascismo non aveva interesse a spingere la moralizzazione fino a coinvolgere la stessa classe dirigente su cui esso stesso poggiava. Si lasciò pertanto andare a colpire anche in quel settore di nobili, politici e professionisti che, finanziariamente potenti e solidamente strutturati nel sistema mafioso, si erano mimetizzati in tempo, aderendo al fascismo. Il risultato fu la destituzione di Mori e la smobilitazione della struttura che aveva costruito.
La mafia si eclissò fino alla caduta del fascismo, cessando le attività a maggiore esposizione (omicidi, imposizioni) e rifugiandosi nelle attività tradizionali (gabella dei feudi). Attività che i successori di Mori tollerarono, limitandosi a mandare al confino qualche mafioso che si era illuso di poter riprendere ad agire apertamente.
All’inizio della seconda guerra mondiale il fenomeno mafioso era ridotto ed avrebbe potuto essere distrutto se si fossero potuti affrontare i problemi sociali dell’isola, anche limitatamente alla riforma agraria, che avrebbe fornito uno sbocco sicuro al bracciantato agricolo, sottraendolo alla precarietà ed alla potenzialità sediziosa. Infatti nel primo dopoguerra, per la carenza di pubblici poteri e per il collegamento con il gangsterismo americano la mafia riprese per intero la sua funzione alla conquista del potere politico ed economico.

Il collegamento della mafia con gangsters americani di origine siciliana, come Lucky Luciano (45), si era stabilito nel corso della guerra e questi ultimi si sarebbero serviti dei loro contatti con esponenti locali per ricavare informazioni strategiche ed organizzare attività di sabotaggio volte a favorire lo sbarco americano in Sicilia (luglio 1943). L’avanzata delle truppe sbarcate in Sicilia, fu quindi facilitata da contatti convenuti con il capomafia di Villalba, don Calogero Vizzini (46) che, oltre a favorire le manovre di accerchiamento del contingente italo-tedesco ammassate nelle regioni occidentali, provvide a convincere i militari italiani a disertare l’impegno alle batterie posizionate per sbarrare le strade che da Catania ed Agrigento conducevano a Palermo, consentendo il congiungimento a Cerda dei due contingenti di sbarco e, di fatto, il completamento dell’occupazione.

Nei mesi successivi alla liberazione, in Sicilia, l’amministrazione militare anglo-americana che aveva problemi più urgenti da affrontare, permise ai mafiosi di riprendere il controllo civile del territorio a cominciare dalla nomina, riverita ed omaggiata da autorità alleate e regionali, di Vizzini a sindaco di Villalba, e, su sua indicazione, dei sindaci di tutto il circondario. Così con il rafforzamento del potere mafioso nelle zone di maggior radicamento si attuava l’infiltrazione negli uffici della nuova amministrazione, da dove si potevano controllare i flussi commerciali, di elementi mafiosi che vantavano il loro antifascismo, ispirato dall’avversione a qualsiasi governo che avesse preteso di far valere una legge diversa dalla loro.
Il fatto poi che nel Meridione non vi fosse stato un movimento di resistenza armata, come nel Nord del ‘44-45, impedì che si verificasse quel rinnovamento che avrebbe potuto rimuovere le pratiche locali di sopraffazione.

Nel dopoguerra riprese vitalità in Sicilia un’antica, diffusa e sincera aspirazione autonomista che, avversa alla politica accentratrice del governo nazionale, fu sostenuta dall’aristocrazia agraria siciliana, timorosa dei movimenti democratici del nord che avrebbero potuto modificare la struttura sociale locale. Ad essa si unì la classe dirigente locale, identificabile con la mafia che, avendo stabilito saldi rapporti con i siculo-americani, impresse al movimento una impronta filoamericana (47).
Fiorì nei mesi della liberazione del Meridione (8 settembre 1943) il commercio improvvisato ed illecito di generi di prima necessità (intrallazzo, contrabbando o mercato nero) e di ogni altro genere (dai vestiti smessi o sottratti agli americani, alle suppellettili reperite nelle macerie, alla prostituzione) e si diffuse una nuova gioventù che, votata al sopruso ed al crimine violento, perpetrato per futili motivi, si riuniva in “gruppi” che, organizzati in gerarchie sulla base della capacità e prontezza ad offendere, si contendevano il controllo delle zone cittadine e rurali. Essi, tra cui si distinsero diversi banditi, Alfano, Ingrao, Giuliano ed altri, non sopportando che la polizia perseguisse i loro modesti traffici mentre lasciava indisturbati quelli più consistenti della mafia, reagirono contro la prima. Mentre la mafia impegnata com’era a ricostruirsi ed a ristabilire i contatti, assunse un atteggiamento di tolleranza, fintanto che essi avessero mostrato riguardo verso ciò che le apparteneva.

In questo contesto un capopopolo, appartenete all’elite prefascista ed esponente della destra separatista, Finocchiaro Aprile comprese i vantaggi di dar seguito ai contatti con i mafiosi dichiarando pubblicamente in un comizio a Bagheria “..se la mafia non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Io sono amico dei mafiosi, pur dichiarandomi personalmente contrario al delitto ed alla violenza..” conquistando alla causa separatista tutte le cosche mafiose del palermitano, ma non Vizzini. Questi infatti, uomo uso a parlare poco e ad intendersi con cenni, disdegnava le esternazioni per cui gli accordò un consenso privo di espliciti impegni che, dopo la liquidazione del movimento separatista con la concessione dell’autonomia, trasferì alla Democrazia Cristiana, provvedendo a troncare nel frattempo ogni tentativo di scalfire il suo potere e di far emergere gli abusi usati dal sistema mafioso sulla condizione contadina (48).

Quando i contadini siciliani, sulla base di leggi relative alla colonizzazione del latifondo, riuniti in cooperativa avanzarono la richiesta dell’espropriazione di feudi incolti, i proprietari affidarono i feudi a diversi mafiosi (49) . Questi, dopo aver “convinto” i contadini a desistere, costituirono nuove cooperative per la gestione dei feudi (mafia dei feudi) e fermarono ogni forma di rivalsa dei contadini ricorrendo non solo alle minacce ma anche alla violenza contro le forze sindacali che li sostenevano, come si verificò con l’assassinio del segretario della camera del lavoro di Corleone, Placido Rizzotto.

Nel Sud, mancando una politica che trovasse forza nel processo innovatore proveniente dalla Resistenza, erano le camere del lavoro le sole a sostenere la lotta dei contadini orientata ad ottenere l’applicazione delle leggi da tempo esistenti. E mentre i contadini erano esposti alle reazioni della mafia e degli agrari (50), questi erano protetti dai partiti del centro laico e dalla Democrazia cristiana. La quale, nella fase di ricomposizione, aveva subito l’infiltrazione di mafiosi mimetizzati da dirigenti contadini, decisi a frenare la spinta sociale avviata dai contadini. Posizione che non depresse la vitalità del movimento contadino che, a partire dalla provincia di Caltanissetta, appoggiato dai minatori delle solfare e dai ferrovieri, effettuò (1946) le occupazioni dei feudi.

Esempio che si estese anche alle altre province, giungendo al risultato di vedere assegnate (1946) alle cooperative di braccianti più di settemila ettari di terre incolte, da parte della speciale commissione del tribunale di Caltanissetta. Il movimento contadino non tardò a far sentire il suo peso politico schierandosi con i partiti di sinistra che, mostrando intransigenza contro qualsiasi infiltrazione della mafia, acquisirono voti e, nelle elezioni regionali ed amministrative del 1946, conquistarono le amministrazioni nei centri dove era avvenuta l’assegnazione delle terre, mentre non fu altrettanto là dove il movimento contadino era stato soffocato.

La mafia comprese che i risultati elettorali venivano a turbare i suoi programmi politici e costituivano una minaccia non proveniente dalle istituzioni che potevano essere in qualche modo imbrigliate, ma dal movimento contadino e dalle organizzazioni sindacali. Queste, con l’applicazione delle leggi, riuscivano a garantire il possesso della terra al contadino che l’aveva occupata e la cui rendita, senza l’intervento del gabellotto, veniva direttamente riconosciuta al proprietario. Quanto illustrato evidenzia la contrapposizione di interessi creatisi ma non basta a spiegare la strage di Portella delle Ginestre (1 maggio 1947) con cui la mafia intese terrorizzare l’avanzata legale e politica dei contadini.

A Portella, riprendendo una consuetudine risalente all’epoca dei fasci ed interrotta con il fascismo, si riunirono per festeggiare la ricorrenza i contadini di tre località della provincia di Palermo, San Cipirrello, San Giuseppe Jato e Piana dei Greci. Poiché gli oratori che dovevano giungere da Palermo erano in ritardo di ore, il calzolaio Giacomo Scirò, segretario della sezione socialista di S. Giuseppe Jato, salì su una roccia per iniziare a parlare allorché dalla cima del monte Pizzuta partirono alcune raffiche di mitragliatrice che, scambiate inizialmente per scoppi di mortaretti, provocarono una strage con 11 morti e 56 feriti. La prima di altre stragi che si ripeterono fino alla soglia degli anni sessanta con l’uccisione di una quarantina di contadini, pastori e sindacalisti.

La Strage di Portella fu la più clamorosa ma non la sola del bandito Giuliano che nei mesi successivi e fino alle elezioni politiche del 1948, si accanì contro leghe contadine, sindacalisti (Vincenzo Loiacono e Giuseppe Carubbia) e sedi dei partiti di sinistra delle province di Trapani e Palermo. L’attività di Giuliano era cominciata, ancora ventenne (1945), con l’adesione all’esercito separatista (AVIS) con il grado di colonnello (51).
Egli, inebriato dal potere, dai contatti con personaggi in vista del movimento separatista, contando su don Calogero Vizzini che sapeva in contatto sia con le altre bande che con gli americani ed introdotto con il potere, credeva nelle ricompense che avrebbe ricevuto una volta acquisita l’indipendenza della Sicilia. Ma lo scarso risultato del movimento separatista alle elezioni dell’assemblea costituente (2 giugno 1946), indussero Giuliano ad avvicinarsi al partito monarchico e poi alla DC ricevendo la promessa dell’immunità in cambio dell’aiuto elettorale (52).

Il sistema mafioso ormai mirava ad inserirsi nelle alte sfere della burocrazia e, con il sistema delle preferenze, partecipare alla lotta politica. Ma per acquisire una immagine presentabile occorreva liberarsi dai vecchi complici e compromettenti testimoni sostenendo le forze dell’ordine che, dopo la strage di Portella, nella lotta contro il banditismo e la delinquenza coperte dalle molte omertà, avevano subito, in imboscate e conflitti, 46 morti e numerosi feriti (53).
Scomparvero così in maniera non chiara e nell’indifferenza della popolazione numerosi banditi (54). Restava in piena efficienza, per varie complicità, la banda di Salvatore Giuliano (1922-1950) diventato un testimone pericoloso e scomodo e la mafia che non aveva più interesse ad utilizzarlo decise la sua non facile eliminazione. Ma l’esistenza di Giuliano era legata al segreto della strage di Portella delle Ginestre e, per tutelarsi, egli aveva affidato al cognato Sciortino emigrato in America, un memoriale nel quale erano riportati circostanze e mandanti della strage.

Mentre Giuliano, sollecitato dai suoi uomini cercava di costringere i politici a mantenere le promesse circa la sua immunità o l’espatrio in America, si rivolse contro la società e, seppur fallì alcuni clamorosi tentativi di sequestro alcuni politici caddero sotto i suoi colpi (55), si accanì contro le forze dell’ordine uccidendo quattordici carabinieri e ferendone ancor di più, terrorizzando la popolazione ed impressionando l’intera nazione.
Finché, nel luglio 1950 nel cortile della casa dell’avv. De Maria a Castelvetrano, il bandito, secondo la versione ufficiale, cadde vittima di una imboscata, per mano del capitano dei carabinieri Parenze, ma in realtà per mano del luogotenente Pisciotta, secondo la sua stessa testimonianza al processo di Viterbo. In merito scrive Pantaleone (n.45) “Giuliano fu ucciso dopo che dall’America giunse la notizia che il memoriale era stato sottratto a Sciortino e che era in buone mani. Si dice che a ritirare il memoriale sia stato un noto “amico degli amici”, deputato al Parlamento italiano”. La morte di Pisciotta (febbraio 1954), avvelenato da una tazzina di caffè all’interno del carcere di Palermo, impedì di far luce sui mandanti della strage di Portella delle Ginestre.

Lo sviluppo dei fatti riportati può indurre la riflessione su come il controllo di ampie fette di territorio da parte delle organizzazioni criminali rappresenti ancora il problema nazionale che preclude la completa emancipazione socio-economica del Meridione.

L’emigrazione

Essa rappresenta uno dei fenomeni più ragguardevoli della storia recente per la rilevanza dei suoi effetti e per le enormi sofferenze che ne ha accompagnato l’evoluzione. Inizialmente fu intesa come la soluzione spontanea e naturale della questione meridionale in quanto destinata ad eliminare o a ridurre la sovrappopolazione agricola e favorire il miglioramento dei rapporti fra le parti. I vari governi che si succedettero in Italia, a parte la preoccupazione di trattenere gli uomini in patria fino all’adempimento degli obblighi di leva, non si curarono mai dell’emigrazione se non per incoraggiarla e solo il fascismo cominciò a ritenere l’emigrante un elemento produttivo perduto per il paese.
Essa contribuì, alla fine dell’800, ad alleggerire gli effetti della crisi sociale attribuibile non tanto alla congestione demografica (il tasso d’aumento della popolazione era dell’1% l’anno) quanto, per il Settentrione, al mancato decollo industriale (56) e, per il Mezzogiorno, all’esuberanza della popolazione rurale ed all’arretratezza della conduzione agricola.

L’emigrazione non riguardò in ugual misura tutte le regioni e quelle più ricche del Nord furono le prime a risentire dei cambiamenti tecnologi in atto che, sia nel settore agricolo che industriale, trasformavano strutture produttive e metodi operativi causando esubero di manodopera. I flussi più consistenti di popolazione mossero dal Triveneto ed, in misura più rilevante, dal Mezzogiorno il cui coinvolgimento fu più graduale solo per la mancanza di risorse necessarie per affrontare i viaggi.

L’emigrazione nella fase iniziale (fino al 1885) (57) ebbe carattere stagionale e si indirizzò dalle regioni del Nord verso le prospere valli confinanti di Francia, Svizzera ed Austria, poi, a carattere stanziale, verso le miniere della Lorena e del Lussemburgo e verso l’ Inghilterra per la costruzione di infrastrutture. Finché spinta dalla recessione dell’ultimo decennio dell’800 e fino agli anni successivi alla Grande guerra, si trasformò in un vero e proprio esodo dal Meridione verso il continente americano. Prima verso Brasile ed Argentina quindi verso gli Stati Uniti il cui dirompente sviluppo industriale agì come costante fattore di richiamo di manodopera e servì ad incentivare il trasporto marittimo. I trasferimenti passarono dai duecentomila annuali degli anni ’90 ai seicentomila del primo decennio del ‘900. Divennero quasi 900.000 nel solo 1913, allorché il numero di italiani residenti all’estero raggiunse i sei milioni ed i nove milioni nel 1927. Di questi, cinquecentomila in Argentina che in seguito divenne la principale meta di emigrazione (58), un milione in Brasile e tre milioni negli Stati Uniti (mezzo milione nella sola New York), dove nel 1898, il numero di arrivi superò quello di qualsiasi altro paese europeo e fu doppio rispetto a quello degli inglesi.
Il fenomeno, come si può immaginare, divenne, per l’emotività del nostro popolo una epopea intrisa di dolorosi abbandoni in cui il contadino povero cercava di fuggire da un destino che, particolarmente dopo il tracollo della fragile economia conseguente la crisi agricola del 1887, non gli concedeva prospettive.

Coloro che intraprendevano l’avventura, mal nutriti, carichi di debiti, allettati da promesse spesso fallaci degli agenti di emigrazione, affrontavano viaggi verso terre e destini ignoti. Dapprima i padri mandarono i figli (anche per evitare il frazionamento dell’eredità familiare) quindi partirono i padri, lasciando a casa mogli e figli perché la loro aspirazione era di risparmiare abbastanza per rientrare e condurre una vita migliore. Le rimesse inviate alle famiglie, oltre a concorrere a risollevare la bilancia commerciale della nazione, contribuirono allo sviluppo agricolo e permisero di sottrarsi agli usurai ed investire sulla terra rendendola più redditizia.
Gli "americani" che rientravano contribuirono con i loro risparmi al frazionamento della grande proprietà fondiaria ed, esibendo le esperienze maturate, abitudini, capacità, sentimento di indipendenza, un più alto livello d’istruzione, un maggiore consapevolezza dei propri diritti, divennero portatori di nuove esigenze e modello per chi aspirava ad emigrare. Per costoro, a seguito di una serie di leggi sull’immigrazione emanate dai paesi di destinazione ed intesi a bloccare l’ingresso agli analfabeti, il timore di vedersi rifiutare l’ingresso per analfabetismo, aggiunta alla voglia di voler comunicare con i familiari e questi di comprendere il loro scritto, rappresentò uno stimolo all’alfabetizzazione, più efficace di tutti i decreti fino ad allora emanati a favore dell’istruzione obbligatoria.

In molte città americane sorsero, nel tentativo di ricreare i riti della patria lontana ed in difesa di uno stile di vita, quartieri abitati interamente da italiani che, relegati all’interno di queste comunità, si ghettizzavano, integrandosi lentamente e con difficoltà. Dovettero apprendere una nuova lingua, vincere la discriminazione sostenendosi vicendevolmente ed evolvendosi fino ad integrarsi con le generazioni successive.
Dagli anni seguenti la prima guerra mondiale, a causa delle norme restrittive emanate dagli Stati Uniti, divenne prevalente il flusso emigratorio verso i mercati di lavoro europei (Francia, Belgio Germania) e verso l’Australia e Canada.

Nel secondo dopoguerra, chiusi gli sbocchi all’estero, il flusso migratorio extranazionale si allentò per essere sostituito da un vasto spostamento, e con analoghe modalità, della popolazione dal Sud agricolo e povero verso il Nord industriale della penisola, contribuendo al miracolo economico e svuotando il Sud della migliore forza lavoro.
Si riproposero nelle città italiane, segno di una diversità culturale e comportamentale non ancora colmata, le stesse problematiche di inserimento e di emarginazione che erano emersi nei quartieri ghetto delle città straniere di emigrazione.

Una storia di pregiudizi che, con altri flussi, si ripete nei giorni nostri.

FINE

 


NOTE:
(2) Vasti territori del Mezzogiorno e delle isole in cui sorgevano oltre duemila centri e risiedeva una popolazione di 8 milioni erano zone malariche. La lotta alla malaria era strettamente collegata alla risoluzione del problema agrario, da cui la necessità di dare alle opere di bonifica una vasta ed integrale attuazione. Solo nel periodo fascista (1928) fu previsto un piano di bonifica con la concessione a società ed imprenditori di espropriare i terreni da bonificare ed, in caso di mancata bonifica, restituirli ai proprietari espropriati. La bonifica si arrestò alla fase iniziale ed il regime riuscì a sedare i fermenti suscitati con il mito dell’Impero e l’invio di coloni nelle terre Africane. I finanziamenti per una bonifica integrale ripresero, nel 1938, dopo i viaggi di Mussolini nel Mezzogiorno.
(3) Nel sud i capitali erano scarsi e quei pochi preferenzialmente investiti nel Nord. Le solfatare della Sicilia con qualche miglioria avrebbero potuto triplicare la produzione di solfo, allora senza concorrenti in Europa.
(4) Antonio Gramsci (1891-1937), in una analisi del 1926, vide nell’alleanza tra grande industria settentrionale e latifondo meridionale l’adozione di un modello di sviluppo che avrebbe penalizzato i piccoli agrari, escludendoli dalla vita pubblica ed assorbendo gli scarsi capitali che avrebbero potuto spingere il Mezzogiorno sulla via della modernizzazione.
(5) Con legge Casati del 1859, lo Stato si faceva carico di tutti i gradi della pubblica istruzione. Legge invalidata dalla contraddizione di attribuire ai comuni il compito di provvedere alla istituzione di nuove scuole secondo il bisogno degli abitanti. Ed in genere tanto più alto era il bisogno di scuole tanto meno i comuni, per mancanza di risorse, potevano provvedere. Motivo del lento regresso dell’analfabetismo nel Sud.
(6) Poiché il sistema fiscale non disponeva di meccanismi per l’accertamento del reddito individuale, si abusò in imposte indirette che vennero a colpire i prodotti di più largo consumo e quindi la fascia più povera della popolazione.
(7)
Stefano Jacini (1827-91), cattolico liberale, proprietario lombardo, a lungo ministro dei lavori pubblici, in una inchiesta del 1877-84 tracciava il quadro di una Italia reale oppressa dalla miseria, vittima di pellagra (causata da alimentazione a base di granturco), tubercolosi e malaria. Solo in alcune zone del Piemonte, Lombardia, Emilia e in qualche zona del Meridione vi era una agricoltura in linea con i tempi.
(8) Rosario Romeo (1924-87), storico, autore di Risorgimento in Sicilia e Risorgimento e capitalismo, nell’individuare i problemi del Mezzogiorno, li attribuì non solo a ragioni strutturali ma anche all’individualismo ed allo scarso senso civico dei suoi abitanti.
(9) Leopoldo Franchetti (n.12), su Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane (1875) sollecitava: “ … in Italia chi vuole imparare a conoscere le condizioni del paese, purtroppo così poco conosciute e ricercare i suoi bisogni e i rimedi dei suoi mali, non deve contentarsi di studiare sui libri ….. ma si alzi, cinga i lombi e vada a vedere coi propri occhi, a sentire con le proprie orecchie, vada a constatare i fatti ed a verificare ….”. Bisogna aspettare il 1901 perché un primo ministro (Giuseppe Zanardelli, 1901-03) si rechi nel Meridione e l’occasione del terremoto del 1908 per una visita fugace di Giovanni Giolitti (n.30).
(10) Pasquale Villari (1826-1917), storico e politico, cultore di studi meridionalistici, con le sue Prime lettere meridionali (1861) a cui seguirono le Seconde lettere meridionali (1875) segna la nascita del meridionalismo liberale che, coinvolgendo la classe degli intellettuali meridionali del tempo, ha inteso proporre una legislazione sociale (previdenza e tutela di fanciulli e donne nelle fabbriche) che rendesse meno gravi per le classi povere le conseguenze dello sviluppo capitalistico a cui l’unificazione aveva dato impulso.
(11)
Secondo le valutazioni di Sonnino (n.12) nei I contadini in Sicilia, il feudalesimo in Sicilia fioriva in tutta la sua pienezza fino al’inizio dell’800. La costituzione del 1812, promossa dagli inglesi (capitolo Il meridione d’Italia nella prima metà dell’800, stesso sito), non servì a mutare le condizioni della società siciliana. Il latifondista restò sempre barone e feudatario e la posizione del contadino restò sempre quella del vassallo. La classe dei proprietari sdegnava di vendere la terra, anche se in sventura, in quanto la ritenevano cosa indecorosa (capitis diminutio). La classe borghese, non molto numerosa ma, come ovunque, avida di guadagno, imitava la nobiltà nella vanità e smania di prepotenza.
(12) La loro inchiesta, essendo essi, proprietari terrieri e conservatori toscani, tra le personalità più eminenti del tempo, ebbe grande rilevanza.
Leopoldo Franchetti (1847-1917), padre ispiratore dei meridionalisti, notabile della Lucania, malinconico e pessimista, intellettuale probo, accusava la classe sociale da cui egli proveniva di costituire il sostegno della destra. Autore di una serie di indagini (n.9), con Sidney Sonnino, condusse quella su La Sicilia nel 1876 in cui venivano registrate le condizioni di degrado dei latifondi al punto da sostenere che le cose erano migliorate ben poco dai tempi del Borboni e, se il governo di Roma continuava a dimostrarsi così incurante, era meglio che alla Sicilia fosse restituita l’indipendenza. Il governo locale era corrotto e ciascun gruppo familiare vincente in ciascun villaggio si accaparrava tutto devolvendo i proventi fiscali alla corruzione e ad opere di prestigio, piuttosto che all’interesse sociale. Viene riferito di un prefetto destituito per aver tentato di mettere a freno la corruzione imperante, episodio che indusse i funzionari del Nord di ritenere una punizione la destinazione nel Meridione e ad assumere comportamenti prudenti per ottenere il trasferimento. Franchetti, fondatore della Rassegna settimanale (1878-82) con cui, anche attraverso gli interventi di Sonnino, Pasquale Villari (n.10) e Giustino Fortunato (n.13), contribuì ad attrarre l’attenzione sul grave problema sociale del Meridione. Sostenne l’opportunità di una politica coloniale per la possibilità di lavoro che essa avrebbe offerto ai contadini meridionali. Amico di Sonnino, si suicidò dopo la sconfitta di Caporetto.
Sidney Sonnino (1847-1922) politico conservatore illuminato, più volte ministro di dicasteri economici e finanziari, fautore di una politica rigorosa volta al risanamento del bilancio statale. Avversò la politica coloniale (1898) e, coll’avvento di Giolitti (1892), fece parte dell’opposizione conservatrice. Presidente del consiglio nel 1906 e nel 1909-10. In qualità di ministro degli esteri (1914-19), per il governo Salandra (n.35), condusse le trattative che, con il patto di Londra (aprile 1915) consentirono, nella I Guerra mondiale, l’ingresso dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa.
(13)
Giustino Fortunato (1848-1932), (nipote dell’omonimo che aveva avuto ruolo durante la Repubblica Partenopea) affrontò il problema del Mezzogiorno (Il Mezzogiorno e lo Stato Unitario) evidenziando le manchevolezze della politica e dell’imprenditoria meridionale.
(14) Si era interrotto il sistema di consenso che legava l’elettorato siciliano alla destra ed i deputati siciliani cercarono di rendere difficile la vita al ministero Minghetti che si sforzava di abbattere le organizzazioni criminali dell’isola, contro cui i deputati siciliani protestavano ma, implicati o timorosi, ancor più contro i tentativi di reprimerle. Depretis, con l’esperienza fatta in Sicilia come pro-dittatore di Garibaldi (*) conosceva i meccanismi locali e, nelle elezioni, fece uso di mezzi di pressione più scandalosi di quelli impiegati da Minghetti. Depretis, a parte due intermezzi, nel 1878 e nel 1879-81, di Benedetto Cairoli (*), rimase al potere fino alla sua morte nel 1887, allorché gli successe Francesco Crispi (*).
Nel stesso decennio (anni ’80), l’Italia alla ricerca a livello internazionale, di un compenso alle umiliazioni subite nel corso della II Guerra di indipendenza (*), abbracciò una incauta politica coloniale che avrebbe potuto stemperare i problemi di occupazione per la gente Mezzogiorno. Il governo Depretis (1883-87) acquistò dalla compagnia mercantile Rubattino il porto di Assab ed, ottenuto dagli inglesi il permesso di occupare Massaua, confinante con uno dei più grandi stati africani, l’Etiopia/Abissinia, inviò un battaglione di bersaglieri (gennaio 1885) con la prospettiva di avanzare in quella regione, base per altre conquiste che non si poterono realizzare per il mancato consenso degli Inglesi impegnati in quei territori (Khartum). Anzi, subendo da parte delle truppe abissine del negus Giovanni IV, a Dogali, il massacro di 500 soldati italiani comandati dal col. De Cristoforis. La sconfitta che venne definita Termopoli italiana destò viva impressione nella nazione e mise in luce le fragili basi della nostra politica coloniale.
(15) Depretis giustificava il coinvolgimento delle varie componenti politiche coll’intento di voler “governare nell’interesse di tutti e accetteremo l’appoggio di tutti gli uomini onesti e leali a qualsiasi gruppo essi appartengano”. Crispi commenterà “Bisognerebbe vedere il pandemonio di Montecitorio quando si avvicina il momento di una solenne votazione. Gli agenti del Ministero corrono per le sale e per i corridoi, onde accaparrare voti. Sussidi, decorazioni, canali, ponti, strade, tutto si promette ..”
Con il governo della sinistra storica, si ebbe, in politica estera, una svolta radicale con l’adesione alla Triplice alleanza con gli stati centrali (Germania ed Austria-Ungheria), l’abbandono dell’irredentismo delle regioni del nord-est (Trentino e Venezia Giulia) e l’interesse verso gli sbocchi coloniali.
(16) Il sostegno del governo all’industria siderurgica non fu solo una scelta economica ma politica in quanto si intendeva potenziare la produzione di armamenti. Stefano Jacini (n.7) rilevava in un intervento al Senato (aprile 1885) “L’Italia agricola per venticinque anni si è lasciata spogliare e saccheggiare dall’Italia politica …. ha tollerato che le risorse del bilancio attivo dello Stato e quelle delle Province e dei Comuni accresciute a dismisura e delle quali forniva essa medesima una gran parte, venissero esclusivamente accaparrate per scopi affatto estranei all’agricoltura dai Ministeri della Guerra, della Marina, dei Lavori pubblici …. per far fronte a lavori pubblici ed a spese obbligatorie, ma molte, in sostanza di dubbia utilità”.
(17) In effetti una politica protezionista sarebbe stata più opportuna all’atto dell’Unificazione per proteggere la debole industria italiana dalla concorrenza di quella straniera già efficiente. Protezione che sarebbe dovuta essere transitoria, giusto il tempo per permettere alle industrie italiane di raggiungere i livelli delle concorrenti europee. Ma ciò non avvenne in quanto l’industria siderurgica italiana, legata ad una forte importazione di carbone, produceva a costi più elevati di quella straniera, costringendo lo Stato, per mantenerla in vita, ad una continua elargizione di denaro che assorbiva una consistente quota di ricchezza nazionale altrimenti utilizzabile in settori più produttivi. Resta comunque da sottolineare che tali elargizioni non contribuivano ad accrescere sostanzialmente lo sviluppo del Nord, legato piuttosto alle avanzate condizioni dell’agricoltura.
(18) L’istruzione di base venne quindi efficacemente potenziata dal fascismo ma bisognerà aspettare il II dopoguerra prima che si abbia una istruzione di massa e l’avvento della televisione per promuovere la sostituzione dei dialetti con la lingua italiana.
Quanto all’evoluzione delle leggi elettorale, con quella del 1860, in vigore fino al 1882, gli aventi diritto al voto erano i maschi adulti con età superiore a 25 anni che sapessero leggere e scrivere e pagassero 40 lire annue di imposte dirette, cioè solo 400.000 (paese legale) su una popolazione di circa 24 milioni (paese reale). Nel 1882 la nuova legge che prevedeva che fossero elettori i cittadini maschi che avessero compiuto il ventunesimo anno di età e che sapessero leggere e scrivere o in alternativa che pagassero una imposta diretta di 20 lire, allargò il numero degli elettori a due milioni (n.23). Nel 1888, la riforma del sistema elettivo delle amministrazioni portava il numero di elettori a quasi tre milioni e mezzo. Nel 1813 Giolitti (n.30) introdusse il suffragio universale maschile allargando gli aventi diritto al voto dal 9,5 al 24 % della popolazione.

(19) Luigi Einaudi (1864-1961) economista, autore di Principi di Scienze delle finanze (1932) e di Saggi sul risparmio e sull’imposta (1941), criticò la scelta notando“… su una produzione agricola annua di cinque miliardi di lire, il grano rappresenta a malapena 800 milioni, di essi la metà è consumata dagli stessi produttori e solo l’altra metà va sul mercato e si giova del dazio. Si può onestamente sostenere che un regalo fatto a questa infima minoranza di agricoltori italiani equivalga a proteggere la terra nostra? Non solo non la protegge ma la danneggia perché il giorno in cui ci saremo decisi ad abolire il dazio sul grano, potremo ottenere da Russia, Stati Uniti, Argentina ecc. tali riduzioni (nei dazi) sui nostri vini, oli, agrumi che un immenso slancio verrà dato alla nostra agricoltura perfezionata e progressiva mentre quella arretrata merita di andare in rovina e senza risparmio.”
(20) Nell’Italia meridionale la teoria che attribuiva alla liberazione delle servitù feudali il potere di mettere in moto il meccanismo del progresso economico fu smentita dai fatti perché la nuova borghesia terriera non mutò abitudini ed anzi consolidò le preesistenti condizioni di arretratezza aggravando inutilmente il disaggio e le sofferenze dei contadini. Diversamente da quanto era avvenuto in Lombardia dove l’agricoltura era stato il volano del progresso industriale. Qui, mirando ad una migliore produttività e non ad una maggiore estensione, si era investito nell’agricoltura accumulando risparmi. Questi, rinvestiti in attrezzature, avevano offerto occasione di sviluppo dell’industria meccanica. Esperienza che non servì nel II dopoguerra allorché si è incentivò lo sviluppo partendo dall’industria (acciaierie attorno a cui non nacque nulla) invece che dall’agricoltura.
(21) Allora i meridionalisti commisero l’errore, ripetuto nel II dopoguerra su scala più larga, di concepire quello del mezzogiorno come un problema di incentivi che, reclamati ed ottenuti, non servirono a far decollare il Mezzogiorno. E finché quella del Sud rimane una società redditiera non potrà mai uscire dal suo immobilismo. Già grave al momento dell’unità, il divario era divenuto più profondo alla fine del secolo. Come è dimostrato dal reddito pro-capite, raddoppiato al nord e stazionario al Sud, dal tasso di analfabetismo, rapidamente decrescente al nord (da 80 a 50%) e lentissimamente al sud (circa 90%) (n.5), dall’emigrazione salita ad una media annua di 300.000 espatri di cui tre quarti meridionali.
(22) Nella sola Basilicata il numero di espropriazioni per mancato pagamento delle imposte fu superiore a quello dell’intera Italia settentrionale.

(23) Francesco Crispi (*), dopo la sua partecipazione nell’impresa dei Mille, venne eletto deputato del Regno, quindi ministro dell’interno (succeduto a Giovanni Nicotera nel governo Depretis e subito costretto a dimettersi per una accusa di bigamia). Per la vicinanza della sinistra storica ai partiti tradizionali, si staccò da essa assieme ad altre personalità politiche di rilievo, fra cui Nicotera e Zanardelli. Dopo la morte di Depretis, divenne primo ministro (1887) con l’assunzione anche dei ministeri degli Interni e degli Esteri. Costretto a dimettersi (1891) a seguito della fallita guerra doganale con la Francia, di nuovo primo ministro nel 1893. Autoritario e pregiudicato nei metodi di mantenimento del consenso e nei rapporti con il mondo economico, decretò lo scioglimento (1894) del Partito Socialista (fondato a Genova nel 1892 da Filippo Turati) e fece intervenire l’esercito, applicando la legge marziale in occasione di disordini. Egli introdusse anche leggi avanzate e liberali come quella sulla sanità pubblica, l’estensione del principio elettivo nelle amministrazioni locali (n.19), la riforma del sistema carcerario, l’istituzione dei tribunali amministrativi ed il codice Zanardelli (1890), rimasto in vigore fino al 1930. In politica estera rafforzò il legame con la Germania di Bismarck mentre inaugurò una vera e propria guerra fredda con la Francia nell’intento di far assumere all’Italia, nel Mediterraneo ed in Africa, il ruolo di protagonista che la Francia gli sbarrava e contro cui abbracciò senza cautela una guerra doganale. La Francia, volendo costringere l’Italia a limitare il suo impegno antifrancese nella Triplice Alleanza (n.15 e 35), impose una tariffa discriminatoria sulle merci italiane (prevalentemente agricole) cui Crispi rispose con altrettanta durezza sui manufatti francesi (1887). Fautore di una politica coloniale criticata da Fortunato (n.13) e da Jacini (n.7, la definì megalomania) che lo accusarono di aver portato l’Italia fuori dai suoi binari, obbligandola ad una politica di grande potenza che non si addiceva alla sua reale condizione di nazione di secondo grado. Nell’ambito della politica coloniale (si ritenne che il tentativo di conquista di terre africane fosse collegata al possibilità di offrire sbocchi lavorativi ai contadini meridionali, “aprire con l’armi nuove dimore in nuove terre ”) fu inviato in Etiopia un agguerrito contingente militare e, concluso con il nuovo Negus Menelik) un accordo di protettorato (trattato di Uccialli, 1889, fu occupato un territorio in Eritrea. Da qui si tentò di penetrare in Etiopia ma l’esercito di Menelik numericamente preponderante, dopo aver sconfitto i presidi italiani sull’Amba Alagi ed al forte di Macallé, travolse nei pressi di Adua (marzo 1896) il contingente italiano guidato da Oreste Barattieri.
(24) Nel 1893 un’inchiesta ministeriale, di fronte ad una enorme circolazione di banconote della Banca Romana (fondata nel 1835), accertò il tentativo fraudolento di emettere una serie duplicata di biglietti in cui vennero coinvolti sia Crispi che Giolitti. La Banca Romana fu liquidata dalla neonata Banca d’Italia.
(25) Fasci operai si erano chiamate numerose organizzazioni che avevano fatto capo all’associazione internazionale dei lavoratori. In seguito il termine “fascio” (nella Roma antica, simbolo del potere esecutivo) venne utilizzato dai cattolici di Milano (1899; Fascio Democratico cristiano), dagli interventisti (1914; Fascio parlamentare di difesa nazionale) prima di essere adottato dal Fascismo (marzo 1919; Fasci di combattimento).

(26) Nicola Alongi (1863-1920) dirigente contadino dei fasci, nel primo dopoguerra, per aver realizzato l’unità di classe tra operai e contadini, fu eliminato dalla mafia. Così descrive l’atmosfera di quel tempo. “ Il contadino diffida e vede nei funzionari tanti alleati dei “galantuomini” che lo tengono in una grossolana e ferrea schiavitù economica, e ignorante, incretinito dalla miseria, dal lavoro improbo, sfugge i contatti, vede ovunque ingiustizie ed oppressioni e nei provvedimenti più utili tante trappole per immiserirlo di più. Nasce quindi tra i contadini un istinto di riunirsi tra loro contro i nemici comuni, di fare una lega spontanea, inconscia contro di essi, opponendo una inerzia assoluta a tutti i movimenti del nemico personificato nel funzionario e, quando la pazienza scappa, farsela da se, perché nel governo non v’è giustizia”.
(27) Giuseppe De Felice Giuffrida (1859-1920), deputato socialista indipendente, sostenne, in contrapposizione a Crispi, il governo Di Rudinì (1894-96). Uscì dal PSI per schierarsi con i socialriformisti di Bissolati e Bonomi. Giuffrida dopo lo scioglimento del movimento venne condannato a 18 anni e Rosario Garibaldi Bosco a 12 anni, ambedue amnistiati nel 1895. Garibaldi Bosco dopo la liberazione dal carcere sosteneva che ”In questa nostra isola ove non giunse il soffio della rivoluzione francese, sono impellenti leggi speciali per distruggere il feudalesimo ancora imperante, affinché i proletari di quest’isola conquistino quei diritti e raggiungano quello sviluppo intellettuale e morale cui sono pervenuti i proletari di altre parti d’Italia ….. Il decentramento ev essere vitale, duraturo, organico, una vera e propria autonomia regionale, una vera e propria partecipazione del popolo al governo della cosa pubblica”
(28) Il generale Corsi, comandante del XII Corpo d’armata, aveva inviato al governo Crispi un rapporto in cui denunciava imminenti pericoli. Il generale Nicola Marselli aveva informato il governo che “Se la sordida noncuranza di certi proprietari lascerà in pari tempo là aumentarsi l’odio già condensato e feroce dei contadini, trattati come bestie, non è improbabile che un furioso uragano si scateni nella bassa Italia, sul resto della Penisola e che l’insurrezioni delle classi inferiori, schiave dell’avarizia e della prepotenza baronale, ritrovi un più astuto Masaniello ed uno Spartaco più fortunato”.
(29) A Milano il generale Fiorenzo Bava Beccaris impiegò l’artiglieria contro la folla, uccidendo 80 persone e ferendone 400. Alla repressione seguirono arresti e severe condanne che coinvolsero socialisti (Turati) repubblicani e radicali. Bava Beccaris ricevette poi la croce all’ordine militare per i “servizi resi alle istituzioni ed alla libertà”.

(30) Giovanni Giolitti (1842- 1928) ministro del Tesoro nel governo Crispi (1889) e primo ministro nel 1892, si dimise nel 1893, travolto dallo scandalo della Banca Romana (n.25). Ritornò come ministro dell’interno nel governo Zanardelli (1901-03) e da allora, direttamente o indirettamente (presidente del consiglio negli anni 1892-93, 1903-05, 1906-09, 1911-14 e 1920-21) condizionò la vita politica della nazione, favorendo l'integrazione tanto dei cattolici quanto dei socialisti. Si mantenne neutrale nei conflitti della nuova classe proletaria e favorì lo sviluppo delle organizzazioni sindacali che riteneva “valvola di sicurezza contro le agitazioni sociali”. Introdusse elementi volti a migliorare le condizioni di vita quali la tutela del lavoro femminile e dei giovani; statalizzò le ferrovie, istituì un istituto di assistenza per gli infortuni sul lavoro e l’istruzione elementare gratuita. Il suo terzo ministero (1906-09) completò, col ministro Luigi Luzzatti (1841-1927), il risanamento avviato dallo stesso con i precedenti ministeri di Zanardelli (1901-03) e Sonnino (n.12) fino a portare in attivo il bilancio dello stato che permise alla lira di fare agio sull’oro (cioè di valere più del suo corrispettivo in metallo). Il governo di avvalse dell’aumentata disponibilità per portare avanti infrastrutture ed anche per soddisfare interessi clientelari.
In politica estera egli riprese i contatti con la Francia, allentati a seguito della guerra dei dazi (n.23), stringendo un accordo commerciale e di influenza coloniale che consisteva nel riconoscimento alla Francia (che aveva già occupato Tunisi) di mano libera in Marocco ed all’Italia in Tripolitania/Cirenaica. Nel 1911, a seguito di una penetrazione commerciale, decise di procedere all’occupazione della Tripolitania (guerra di Libia ) contro cui si schierarono socialisti, liberali e democratici fra cui Luigi Einaudi (n.19) e Gaetano Salvemini (n.34). L’Italia si trovò in guerra con la Turchia a cui apparteneva la Tripolitania. La guerra si concluse rapidamente anche se non sempre brillantemente e, nel 1912, la Turchia riconobbe l’annessione della Libia all’Italia che frattanto aveva occupato le isole turche del Dodecaneso e Rodi. L’Italia era andata in Libia per superare il complesso di Adua, ritrovare fiducia in se stessa e fornire uno sbocco alla manodopera eccedente.
Secondo il parere di Togliatti, Giolitti “più di altri aveva compreso quale era la direzione in cui la società italiana doveva muoversi per uscire dai contrasti del suo tempo” ma fu condizionato dallo scenario in cui si trovò ad operare che lo costrinse a desistere dall’impegno in una politica di riforme per devolvere il massimo sforzo a mediare tra i diversi interessi dei partiti. Il limite del suo tentativo riformatore si evidenziò nel campo della legislazione sociale (la mancata riforma tributaria) per cui si parlò di riformismo senza riforme.
(31) Quelle del settore meccanico, accanto alla crescita di quelle già esistenti, Ansaldo, Breda e Franco Tosi, di quelle tessili e della Pirelli, di quelle legate all’agricoltura (Eridania, 1895), si aggiunsero la Fiat ed Alfa.
(32) In quell’inizio ‘900 eventi catastrofici che colpirono il Meridione incisero profondamente sulla vita sociale. Tra essi, le eruzioni dell’Etna del 1906 e quella del Vesuvio del 1910 che sommersero interi villaggi; il terremoto nel 1905 in Calabria procurò centinaia di morti e quello del 1908 colpì Reggio e distrusse Messina causando la catastrofe di oltre 60000 morti ed la distruzione di circa trecento comuni. In questa occasione il governo, con la proibizione ai senzatetto di rientrare nelle loro case, favorì la speculazione per l’accaparramento delle migliori aree fabbricabili. Gran parte dei fondi destinati alla ricostruzione fu distratta e destinata alla costruzione degli alloggi delle famiglie benestanti.

(33) Epicarpo Corbino (1890-1984) con gli Annali dell’economia italiana traccia la storia economica dell’Italia nel periodo 1870-1914. Fu ministro dell’industria nel ministero Badoglio (1943) e dell’economia in quello presieduto da De Gasperi (1945-46)..
(34) Gaetano Salvemini (1873-1957), storico e politico, collaborò a Critica sociale ed Avanti! per illustrare la questione meridionale. Favorevole, nel 1919 ad una pace che riconoscesse i diritti della nazionalità. Antifascista, pubblico con i fratelli Rosselli ed E. Rossi la rivista Non Mollare. Arrestato e rimesso in libertà si rifugiò in Francia per contribuire alla formazione del movimento Giustizia e Libertà. Combattente irriducibile e generoso, sorretto da grande forza morale e risorse polemiche, incarnava lo spirito protestatorio e la sete giustizialista delle plebi meridionali. Nel terremoto di Messina (1908) aveva perso moglie e figli, sventure che non lo avevano né demoralizzato né inasprito.
(35) Antonio Salandra (1853-1931), esponente della destra parlamentare assunse la presidenza del consiglio (1914) in opposizione a Giolitti. Allo scoppio della I Guerra mondiale, cercò invano di negoziare pacificamente con L’Austria la cessione del Trentino e della Venezia Giulia in cambio della neutralità dell’Italia. Denunciò quindi gli accordi della Triplice Alleanza (n.15) per entrare in guerra accanto alla Francia ed Inghilterra (Triplice Intesa). Di fronte alla reazione ostile della maggioranza neutralista, diede le dimissioni respinte dal re e la camera gli concesse pieni poteri. Accusato di errori nella conduzione della guerra, si dimise nel 1816.
(36) Il decreto Visocchi, ministro dell’agricoltura nel governo di Francesco Saverio Nitti, ne riconobbe il diritto, rilasciato dalla commissione paritetica provinciale (proprietari e contadini) presieduta dal prefetto. In effetti le commissioni che avevano lo scopo di frenare il movimento di occupazione, si limitarono a legalizzare il fatto compiuto delle occupazioni già operate.
(37) L’episodio di Gioia del Colle in cui proprietari armati di fucili nascosti nella boscaglia spararono sui contadini di ritorno dal lavoro sulle terre occupate, uccidendone otto, indusse il governo fascista (insediatosi nel 1922) ad annullare (gennaio 1923) il decreto Visocchi ed a cacciare i contadini dalle terre che avevano nel frattempo bonificato, senza avere ancora raccolto il frutto del loro lavoro e lasciando ai proprietari il vantaggio di riavere le terre bonificate.

(38) Il deputato Ruggero Grieco, nell’intervento del 27 novembre 1927 si domandava “Se è vero che le grandi masse contadine sono legate per la vita e per la morte alla sorte del fascismo o che esse simpatizzano per il fascismo, perché non si accorda alle campagne la libertà sindacale e la libertà politica? ….. Invece il governo applica ai danni dei contadini le più severe misure di polizia e perseguita spietatamente quelli che sono membri delle associazione di difesa dei contadini ..”
(39) La ‘ndrangheta (dal greco andragathía : virilità), dalla localizzazione nel territorio dell’Aspromonte, è emersa, come fenomeno criminale, in tempi più recenti collegandosi alla mafia. La iniziale attività fu legata ai sequestri di persona, quindi è passata al controllo capillare degli appalti e di tutti i settori dell’economia locale (province di Reggio, Vibo, Catanzaro e Crotone con più di 150 clan/cosche/’ndrine) per globalizzarsi con il traffico di droga di cui sembra essere l’organizzazione di riferimento. La sacra corona unita collegata con organizzazioni dell’Est europeo, non vanta un radicamento nel territorio simile alle altre.
La camorra (da ca murra : capo della morra, cioè guappo che risolveva le dispute tra giocatori di murra), anche se di origini remote, si sviluppò alla fine del ‘700 dedicandosi alla riscossione di gabelle dai numerosi biscazzieri, prostitute e vetturini che affollavano le strade di Napoli, dai commercianti cui offrivano protezione e, in situazione di totale mancanza di regole e di protezione sociale, garantiva tra i popolani, presso cui acquisì benevolenza, un minimo di giustizia, più rapida e talvolta più equa di quella dei tribunali regolari. Al punto da essere utilizzata, in regime borbonico, per il mantenimento dell’ordine pubblico e per contrapporsi a ricorrenti nemici. Al pari della mafia, la camorra vendeva il suo appoggio elettorale, esercitando influenza su coloro che aveva contribuito ad eleggere.
Al termine mafia vengono attribuite origini arabe (ma hias/spacconeria, ma fiha/non esiste, mu afek/protezione dei deboli, maehfil/adunanza) ed altre più elaborate che, considerata l’origine popolare dell’organizzazione, sembrano meno attendibili.
Nell’intendere comune al termine camorrista si associa un comportamento oltraggioso e prepotente; a mafioso quello di chi aggira le regole, favorendo una parte per trarne indiretto vantaggio (in Sicilia il termine ha la valenza di vistoso).
(40) Nel capitolo Il meridione d’Italia nella prima metà dell’800 (stesso sito) viene riportata un brano della relazione del procuratore Pietro Calà Ulloa al re Ferdinando II di Borbone : “..vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che si dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa sovviene ai bisogni di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli governi nel governo..”
(41) Come durante il protettorato inglese in Sicilia (1806-14); capitolo Il meridione d’Italia nel periodo Napoleonico, stesso sito.
(42) Il siciliano barone Di Rudinì, quando era ancora prefetto in Sicilia (1867) riferì pubblicamente, come se non vi fosse nulla di strano, il fatto che era venuto a patti con un bandito condannato a morte ed evaso. Successivamente in Parlamento sostenne che la forza serviva a poco dove vigeva il comportamento mafioso.
(43) Franchetti (n.12) rilevava “Mentre l’azione del governo è efficacissima e pronta contro i disordini popolari, rimane miseramente impotente contro quelli i quali, come il brigantaggio e la mafia, si fondano sopra la classe abiente”.
(44) L’episodio di seguito riportato è tratto da Mafia e Politica (Ed. Einaudi) di Michele Pantaleone originario di Villalba, testimone e studioso di fatti di mafia, da cui sono tratte diverse delle informazioni riportate. L’episodio, verificatosi allorché Mori era già prefetto di Palermo, fornisce un emblematico esempio dell’arroganza del potere mafioso. Mussolini (1924), giunto a Palermo, accolto da Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), più volte ministro e presidente del consiglio nel 1917, impaziente di rientrare al governo per tutelare le clientele mafiose della sua base elettorale di Palermo e Partitico, manifestò il desiderio di visitare Piana dei Greci (attuale Piana degli Albanesi), paese controllato dalla famiglia mafiosa il Ciccio Cuccia che era anche il podestà. Ultimata la visita, Mussolini si avviava alla macchina affiancato da Cuccia, allorché questi, infastidito nel vedere i poliziotti della scorta cui non era abituato nel suo territorio, a voce alta commentò “Che bisogno c’era di tanti sbirri?” e rivolto ad un allibito Mussolini continuò “ Voscenza accanto a mia non ha da temere niente, perché tutta la zona la comando io!” quindi alla folla “Nessuno tocchi un capello a Mussolini, mio amico e migliore uomo del mondo”. Mussolini ordinò a Mori, una volta cessata l’eco della visita, di arrestare Cuccia.
(45) Da molti osservatori venne ritenuto strategicamente inopportuno lo sbarco in Sicilia, da cui si dovette risalire faticosamente l’intera penisola, piuttosto che in altre località, Sardegna, da cui si poteva raggiungere agevolmente il centro Italia. Il senatore Estes Kefauver, in Il gangsterismo in America, conferma il ruolo avuto da Luciano nello sbarco in Sicilia “..le autorità militari avrebbero ordinato il rilascio di Luciano sulla parola in modo di permettergli di andare in Sicilia a preordinare ogni cosa”. Nel 1946, Luciano, senza giustificato motivo fu, dalle autorità americane, messo in libertà.
(46) Calogero Vizzini fin dalla fine del secolo precedente, protetto da una fitta rete di omertà era uscito indenne da vari processi che lo imputavano mandante di omicidi e collusione con pericolosi briganti. Aveva scalato i vertici dell’onorata società ed anche in epoca fascista, grazie al favore prestato a squadristi latitanti, riuscì ad uscire indenne da svariati processi cui il prefetto Mori lo fece sottoporre.
(47) In una riunione segreta (9 dicembre 1943) cui parteciparono 28 persone si stabilì di “impedire anche con la violenza i comizi di tutti i partiti a carattere nazionale e ricostruire i gruppi attivi degli amici della Sicilia”. Alla fine vi fu un rinfresco a cui parteciparono Vizzini ed il colonnello Poletti, capo del comando militare alleato in Italia, il cui interprete di fiducia era il gangster oriundo di Castelvetrano ed amico di Vizzini, Vito Genovese.
Il giorno dopo la riunione vennero distribuiti migliaia di distintivi separatisti con impresso il numero 49, ad indicare la Sicilia quale quarantanovesima stella della bandiera americana.


Del resto: "Ogni siciliano notava che la Carta Atlantica stabiliva che Gran Bretagna e Stati Uniti non desideravano mutamenti territoriali che non fossero d'accordo i desideri, liberamente espressi, delle popolazioni interessate. Dunque, i mutamenti territoriali erano permessi, previsti, possibili, anzi natutali. Chiederli non era un sacrilego. Ottenerli, un diritto. E ognuno concludeva: dunque con un plebiscito si finiva sotto il controllo degli Alleati". (Cfr. Luca Cosmerio, Quel che si pensa in Sicilia (ed Saes, Catania 1947, pagg. 2 e 3).
POI .... "Nel 1964 Guglielmo di Càrcaci, che fu presidente della Lega giovanile separatista si espresse nel corso di un'intervista rilasciata al quotidiano palermitano l'Ora: "E' vero che gli alleati subito dopo lo sbarco in Sicilia favorirono lo sviluppo del movimento indipendentista. Ma ad un certo punto, d'improvviso, fu come se non ci conoscessero più".
Amaramente Finocchiaro Aprile pochi giorni dopo al Teatro Massimo di Palermo pronunciò un aggressivo discorso, accusando di tradimento gli Alleati "Non ci aspettavamo di essere consegnati al governo Badoglio, il peggiore dei nostri nemici" ... "e se ci si vuole spingere alla lotta, noi accetteremo il combattimento a oltranza". (Citato nelle Memorie del duca di Càrcaci, pag. 62 e 63).
In effetti - dopo che l'amministrazione americana a Palermo, distaccata da quella inglese a Catania, aveva dato ai siciliani una specie di autogestione, priva di burocrazia e ricca di iniziative commerciali e industriali (il business fu astronomico) che avevano ravvivato la vita dell'isola - il ritorno dell'amministrazione italiana (per di più sotto l'odiato Badoglio) suscitava sgomento (fra l'altro con l'Italia continentale in bilico fra monarchia e repubblica, frantumata dalla litigiosità dei partiti, e pateticamente debole, visto che stava vivendo dell'elemosina dei vincitori.
Il 5 gennaio a Comiso era già stata proclamata una Repubblica Siciliana che nel corso del mese organizzò una propria forza armata, l'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia (ovviamente i reparti di questo esercito, furono chiamati dai badogliani: "bande".
Insomma ancora una volta gli indipendentisti siciliani furono marchiati come "briganti", con una parola però più moderna: "banditi".


(48) Nel settembre 1944, l’on. socialista regionale Girolamo Li Causi recatosi a Villalba per un comizio fu oggetto di una sparatoria. Il processo ai responsabili, tra cui Vizzini,, a causa dello smarrimento dei fascicoli si completò dopo quattordici anni con la condanna, beneficiata con la grazia del Presidente Gronchi. Ma Vizzini era scomparso di morte naturale quattro anni prima, nel 1954.
(49) Tra cui Genco Russo di Mussomeli, che era succeduto a Vizzini nella gerarchia dell’onorata società, e Luciano Liggio di cui si occuparanno le cronache fino a tempi recenti.
(50) Agrari erano tutti quelli che vivevano nel feudo a spese dei contadini: proprietari, gabellotti, esattori dei canoni, campirei, ecc.
(51) Accanto a lui, nel triangolo Agrigento, Caltanissetta, Palermo, operavano una ventina di bande ed altre meno consistenti ma non meno feroci.
(52) Nelle elezioni del 1948, nella zona controllata da Giuliano, la DC ebbe un incremento del 156%
(53) In merito alla lotta, in Sicilia, contro la delinquenza e la mafia, Pantaleone (n.45) scrive: “… i vari Verdiani, Messana, Luca e Parenze (capi delle forze che combattevano il banditismo) …. poliziotti di ben più raffinato intuito politico ………. capirono (e non ci volle molto a capire) che dietro Giuliano c’era la mafia di Trapani e di Monreale e dietro questa c’era un vescovo, poi morto in fama di santità, e alcuni deputati democristiani e monarchici e qualche uomo di governo nazionale e regionale, lasciarono che gli ingenui agenti si lasciassero ammazzare per loro conto, iniziarono più caute discussioni a livello politico, convocando il bandito per discutere e patteggiare e recandosi a convegni muniti da panettoni e spumante, accompagnando il luogotenente di Giuliano, Gaspare Pisciotta a Roma, trattando con la sorella del brigante come con una regina”.
(54) Venne eliminata la banda di Luciano Alfano, i fratelli Giamba, Salvatore Trabona, Giovanni Gioia, Calogero Ippolito, Nino Mancuso, Rosario Calà, Nino Mazzarese, Orazio Caravella, Antonio Carcarellaro, Calogero Ingrao, Giovanni Passatempo, Emanuele di Maria, Giovanni Dina, ecc. Molti corpi furono trovati bruciati in pagliai, molti altri furono fatti sparire, molte altre uccisioni furono attribuite a conflitti con le forze dell’ordine, ma di cui non si conobbe mai l’esatta dinamica.
(55) Vennero uccisi il mediatore della DC Santo Flores, il suo uomo di fiducia Carlo Guarino ed il suo bambino, il segretario della DC di Partitico Leonardo Renda e, secondo le testimonianze al processo di Viterbo del luogotenente, Gaspare Pisciotta e di un capo delle sue squadre, Antonio Terranova, Giuliano, quale ritorsione alle promesse non mantenute, tentò con appostamenti eclatanti di catturare l’on. Bernardo Mattarella e Calogero Vizzini.
(56) Le industrie tessili non avevano ancora avuto gli sviluppi sperati e quella della seta soffriva delle epidemie che colpivano periodicamente le colture. L’industria mineraria aveva aumentato la sua produzione ma era tutta assorbita dall’esportazione in quanto non c’era possibilità di trasformazione interna. L’industria siderurgica produceva meno acciaio di quello necessario il ché frenava l’industria meccanica ed il suo indotto.
(57) Sonnino (n.12), dalle colonne della Rassegna settimanale condusse una campagna (1878-81) per la libertà di emigrazione, sforzandosi di rovesciare l’atteggiamento negativo di fronte alle prime partenze assunto dalle classi dirigenti, in particolare la disposizione del ministro Lanza ai prefetti volta a frenare con ogni mezzo sia l’emigrazione clandestina che quella lecita. Provvedimenti che si aggiungevano alle difficoltà che i contadini, in balia delle crudeli speculazioni degli agenti di viaggio, incontravano nel reperire i fondi per i viaggi. Difficoltà che tuttavia non rallentava l’impetuoso esodo rurale.
(58) Oggi si calcola che poco meno della metà (18 milioni) della popolazione argentina sia di origine italiana, che 25 milioni siano gli oriundi italiani in Brasile e 16 milioni negli Stati Uniti.

di Franco Savelli

FINE

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