-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

109 a - LE GRANDE SCOPERTE GEOGRAFICHE

CONOSCENZA DELLA TERRA NELL'ANTICHITA' E NEL MEDIO-EVO


L'epoca delle grandi scoperte comincia col principe portoghese Enrico il Navigatore e con l'ammiraglio italo-spagnolo Colombo. Essa costituisce uno degli esempi più significativi dei tempi nuovi.

L'umanità aspirava a togliersi dai ceppi il Medio-Evo. Uno sfrenato desiderio di avventure, un poderoso spirito di intraprendenza, i più puri ed i più volgari impulsi dell'animo, la spinsero a lanciarsi attraverso alla sconfinata immensità dei mari, piena di misteriose promesse.
Lo stimolo esteriore fu la cupidigia; il grande ideale: la scoperta della via per giungere alle Indie opulente. Questa via la si cercò senza posa in tutte le direzioni: a sud dell'Africa, a sud ed a nord dell'America ed a nord dell'Asia.

Una volta trovata, lo scopritore si trasformò in conquistatore. Nella lotta degli Iberici contro i Mori si era formata una generazione formidabile di prodi, che ebbe una immortale apoteosi nella figura del Cid e che nelle terre di recente scoperte trovò un campo di grandiosa attività.
A quest'ultimo riguardo, in grazia della superiorità dell'uomo europeo sugli abitanti di quei paesi e della sconfinata libertà d'azione, essa assunse una impronta particolare che si incarnò nel tipo dei conquistadores.

Tutti costoro sono schietti uomini della Rinascenza con vivide luci ma anche ombre. Per merito loro si iniziarono le relazioni degli europei con i popoli non europei (che è uno dei fatti che meglio caratterizza l'aprirsi della età moderna), cominciò ad affermarsi il predominio degli europei su tutti gli altri popoli cioè cominciò l'era della colonizzazione.
Ma purtroppo la loro storia è il cantico dei cantici del più illimitato arbitrio e del più spietato egoismo.

Il desiderio di imparare a conoscere i paesi vicini, i più lontani, e da ultimo l'intero globo terrestre, di esplorarlo metodicamente e di sfruttarlo, era sempre stato presente nei tempi e negli uomini delle antiche civiltà superiore. Ma dovettero trascorrere millenni prima che l'umanità fosse matura abbastanza per partorire un epoca di scoperte e di colonizzazione come quelle che avvennero nell'arco di nemmeno un secolo.

Ciò naturalmente non esclude che si siano potute avere, come si ebbero, migrazioni di popoli provocate da sconvolgimenti naturali, guerre sfortunate, carestie ed altri avvenimenti. Già in tempi antichissimi esistettero relazioni tra Babilonia e le Indie, gli Arii si sparpagliarono dal Gange alla Scozia, il Rigveda indiano ricorda migrazioni attraverso gli aspri passi delle montagne afgane: anzi è persino probabile che la popolazione dell'arcipelago della Polinesia sia affine di stirpe agli indiani d'America.
Più tardi gli Esquimesi migrarono su larga scala dall'Asia Orientale fino alla costa della Groenlandia, in un clima gelido e in un paese inospitale. Ma questi spostamenti di popoli non possono considerarsi spedizioni a scopo di esplorazione, nè di conquista, nè avevano lo scopo di sottomettere altri popoli.

Caratteristica dei maggiori popoli civili dell'antichità è il sentimento orgoglioso della propria superiorità intellettuale e culturale che li faceva guardare con disprezzo i vicini meno progrediti, considerati tutti barbari, additati come uomini inferiori. Essi ebbero perciò scarso incentivo e scarsa tendenza a conoscerli meglio.

Altri popoli di elevata civiltà. come quelli dell'India, si interessarono più del mondo trascendentale che della realtà delle cose, tanto che non credettero degna di essere conservata per iscritto neppure la propria storia.
A tutto ciò si aggiunse l'ostacolo degli scarsi progressi allora compiuti dalla tecnica.
E' nella natura stessa delle imprese di esplorazione di doversi principalmente avvalersi della via di mare. Ed invece l'arte nautica si sviluppò molto lentamente nell'antichità; non pochi popoli anzi ebbero persino una vera avversione per il mare. La spedizione degli argonauti sembrò già un'impresa di grandissima audacia, e nell'Odissea il mare è concepito e presentato come una forza nemica.

Gli Egiziani, giusta la testimonianza di Erodoto, erano cattivi marinai, vivevano quasi sull'acqua ma non era quella del mare, ma solo il lunghissimo e placido Nilo e per almeno tre millenni andarono appena appena oltre la sua foce.
Poi c'è il libro di Giobbe, con la sua descrizione degli orrori del mare, che dimostra la completa avversione degli Ebrei per l'infido elemento.
Anche i Greci non si allontanarono volentieri di molto dalle coste. La navigazione d'alto mare era appena agli inizi, e nello stesso Mediterraneo, all'arrivo dell'inverno, le navi riparavano nei porti.
Ancora Giovenale qua e là accenna ai viaggi per mare come a qualcosa di spaventevole, e anche la storia degli apostoli dipinge a paurosi colori i pericoli della navigazione in mare aperto.

Il Medio-Evo fu l'epoca dei grandi sconvolgimenti continentali, ed anche qui prevale tanto l'interesse per il mondo trascendente, gli occhi sempre rivolti al cielo, e il proposito di esplorare la terra apparve quasi come un sacrilegio. La bibbia a tal proposito era ritenuta quale autorità indiscussa. Di modo che i pochi viaggi di esplorazione che si ebbero rimasero imprese isolate, prive di conseguenze apprezzabili e poco durevoli.

Il precocissimo incivilimento che si sviluppò sulle fertili sponde del Mediterraneo orientale ebbe naturalmente per effetto che in epoca altrettanto precoce furono visitate le numerose e attraenti isole che le fronteggiano e che erano facilmente raggiungibili, e così pure le coste vicine.

Tuttavia il primo popolo che esercitò metodicamente la navigazione fu l'egiziano e soprattutto se ne interessarono i suoi onnipotenti re. Infatti le pitture murali del tempio di Hacepsu presso Luxor descrivono un viaggio al Punt, il paese dell'incenso, probabilmente da identificarsi con la costa della Somalia.
Il re Necho cominciò persino, già a suo tempo (ma lo aveva già tentato Ramsete II nel 1300 a.C) , la costruzione di un canale di Suez e tentò la circumnavigazione dell'Africa servendosi di marinai fenici. In questa occasione venne osservato che entro una certa latitudine (al di là della linea dell'equatore) il sole continuava a trovarsi nell'emisfero celeste settentrionale, cosa che prima era stata ritenuta impossibile.
Ciononostante una così importante conoscenza, cadde nel dimenticatoio, anche se in qualche monastero questi testi antichi gelosamente giacevano nella polvere delle loro biblioteche. Solo dopo un migliaio d'anni, appunto dopo l'acquisizione delle grandi biblioteche arabe in Spagna e dopo le crociate nei paesi arabi, gli europei appresero qui e là queste antiche cognizioni. Prova ne sia che lo stesso Dante, nella sua Divina Commedia, riporta in un verso, una indicazione che indubbiamente doveva aver appreso in qualche libro antico. Ci parla addirittura della Croce del Sud, che si vede solo alle latitudini di Capo di Buona Speranza.

Nessuno fino al 1488 (prima di Cao e poi Diaz, col periplo dell'Africa) aveva mai navigato fino allora a quelle latitudini, e la Croce del Sud non è assolutamente visibile nella zona equatoriale, dove in qualche modo qualcuno vi era già arrivato.
Ma Dante sa ancora di più, che la terra è rotonda, e che l'Orsa maggiore si abbassa sempre più sull'orizzonte man mano che si procede verso sud, mentre la Croce del Sud si alza nel cielo notturno.
Ma come fa a saperlo? - Infatti proseguiamo la lettura nei versi 28-31.
"Com'io dal loro sguardo fui partito, 
Un poco me volgendo all'altro polo,
Là onde il Carro già era sparito,
Vidi presso di me un veglio solo..."

Poi in un altro punto al canto quarto, versi 55 sgg, Dante riferisce d'esser giunto nell'emisfero meridionale e di aver visto il sole a nord.

Insomma troppo preciso. Non può essere una invenzione nè teorica nè poetica. Qualcosa di certo doveva sapere. Ma oltre i testi arabi alla corte di Sicilia di Ruggero II (con la presenza nel 1144 a corte del famoso arabo IBN EDRISI -medico, astronomo, geografo, ma anche leggendario navigatore, che aveva addirittura inciso su una gigantesca lastra d'argento la prima rappresentazione del mondo australe- Edrisi parlava dettagliatamente di rotte commerciali fra Giava e il Madagascar di cui descrive gli abitanti) e in seguito alla corte di Federico, c'erano in Sicilia indubbiamente (e ovviamente) anche testi norvegesi normanni, che non solo riportavano i viaggi verso il Vinland dell'anno 1000 e dintorni, ma doveva esserci anche il famoso libro Lo specchio dei re, Il Konnungsskuggsja, del 1250.

Era un voluminoso libro di lettura compilato da un anonimo e dottissimo personaggio che il re di Norvegia aveva assunto per fornire al figlio tutto il "sapere del mondo". E questo personaggio doveva essere certamente arabo.
Non dimentichiamo che da tempo vichinghi e arabi erano a contatto molto prima del periodo d'oro arabo e poi in quello normanno siciliano. In comune con gli arabi i vichinghi avevano i grandi viaggi e i commerci più vari. Si odiavano perché concorrenti ma simpatizzavano comunque.

Del 908-932 sono i contatti del califfo Muktedir. Che ha nella sua corte un intelligente ambasciatore, scienziato, navigatore, geografo: Ibn Fadhlan. Costui fu mandato alla corte bulgara di Re Almus. Qui compila - ma forse fece indubbiamente qualche viaggio nel nord- una ricca relazione al suo califfo di Baghdad, specificando i numerosi contatti con i paesi "Gog e Magog" cioè la terra dei vichinghi. Descrive i numerosi rapporti commerciali che avvenivano con i Wisciu - ma li chiama anche Rus - che ....
"vivono in una zona dove le notti durano sei mesi, il sole non splende mai a picco ma si limita a girare molto basso all'orizzonte. Come mezzo di locomozione gli abitanti usano delle ossa di animali ai piedi, o assicelle curve, per scivolare sulle immense distese di terra ricoperte perennemente di neve, oppure si fanno trainare sulla stessa da una specie di carretto sempre poggiato su assicelle curve, da mute di cani". 

Questi contatti non sono unici, perchè nel Gotland si sono ritrovate 13.000 monete arabe di quest'epoca (800 e 900). Nel 1857 si conoscevano già 170 località dov'erano state rinvenute monete arabe. Quindi doveva esserci sul Baltico, nel Gotland (oltre il baratto) un vero e proprio corso legale della moneta araba. Quindi indubbiamente molti intensi commerci.
Altrettante dettagliate relazioni arabe furono fatte su Magonza, nel Magdeburgo, in Polonia, nello Schleswig, sul Dnjepr, Don, Alto Volga. Qualcuno insomma girava e relazionava.
E altrettante spedizioni fecero verso est e nel sud i vichinghi (detti anche dal padre della storiografia paleorussa Nestore di Kiew, Varegi, Variaghi, Svien, Nurmanni, Angleni, infine Goti e poi Rus).
Nè dobbiamo dimenticare l'assalto del Vichingo Helgi che si era spinto fino a Bisanzio nel 907, e quello di suo figlio Ingvar nel 941. Ma molti altri assalti di vichinghi erano avvenuti nel territorio persiano nel 909, 912, 913, 944.

Ancora nella stessa Bagdad, già nel 845 (tramite l'opera del geografo arabo Ibn Kordadbeh, troviamo che i commercianti vichinghi erano di casa nella grande capitale musulmana. Trattavano in grande quantità le soffici pellicce di pregiati animali nordici di cui loro avevano il ricco monopolio.
Con questi secolari contatti, il re di Norvegia, come precettore di suo figlio non c'è da meravigliarsi se scelse nell'anno 1250, proprio un sapientone arabo della nutrita corte di Bagdad, città che già possedeva le università, policlinici, planetari statali, fin dall'anno 808. 
Ed ecco cosa troviamo di stupefacente nel Konnungsskuggsja alla corte norvegese, nel 1250 !!
Rivolgendosi appunto al suo allievo il "professore" scrive come se gli parlasse, dando delle risposte ad alcune domande che erano allora molto ricorrenti e forvianti dalla realtà: 

"....Ora devi comprendere che la terra è sferica e non ugualmente vicina al sole in tutti i suoi punti. E là dove l'arcuato anello della traiettoria solare più s'avvicina alla terra il calore è massimo, e i paesi esposti all'ininterrotta irradiazione sono parzialmente inabitabili: sono invece abitabili quelli che il sole colpisce con i raggi obliqui... Ho già detto che una zona calda avvolge la terra come un anello (l'equatore - Ndr) da est a ovest. Se questo corrisponde a verità è certo che alla estremità meridionale deve far freddo esattamente come all'estremità settentrionale. Ritengo utile che tutti i paesi vicini a quella zona calda, tanto a sud quanto a nord, siano caldi; mentre quelli che ne distano maggiormente sono freddi. Se tu obbiettassi, o figlio, che tutti asseriscono i paesi essere tanto più caldi quanto più a meridione ci si spinge, potrei risponderti che non hai mai trovato nessuno il quale si sia spinto tanto a sud da avere a nord di se stesso i paesi caldi. E quanto hai detto che i venti provenienti da sud sono più caldi degli altri, ebbene, è naturale che il vento si scaldi giungendo a noi anche se provenisse dalla gelida estremità meridionale del mondo perché spira attraverso il curvo anello della zona ardente e giunge a nord riscaldato, anche se da sud soffiava freddo. Se in quella fredda zona della parte australe abitano uomini , come i Groenlandesi abitano quella boreale, tengo per certo che il vento del nord giunga a loro caldo come a noi quello del sud, perchè essi debbono guardare il sole a nord, come noi, che abitiamo a nord del sole, dobbiamo guardare a sud per vederne i movimenti. ...E quando il sole si trova all'estremo limite meridionale del suo obbliquo cammino, quelli di laggiù hanno l'estate e giornate assai lunghe, mentre noi abbiamo l'inverno e siamo poco esposti ai raggi solari. Quando invece il sole si volge verso il limite boreale, noi abbiamo l'estate ed essi l'inverno; e accade sempre che esso salga all'orizzonte nei paesi nordici quando il medesimo discende per quelli meridionali".

Quelle che qui appaiono, sono delle conseguenze logiche. C'è diligenza, esperienza e sapienza. Non è l'illuminazione di un genio, non c'è la fantasia di un poeta, non è una combinazione teorica, ma è pura conoscenza che può essere stata acquisita da quest'arabo solo in grandi viaggi. (vedi quelli citati da Edrisi in Madagascar nel 1144 - che si trova tra il 20° e il 30° parallelo, cioè poco lontano dal sud Africa che è al 35°).
Oppure questo "maestro" arabo deve aver preso visione dei grandi trattati dell'antichità, in occidente caduti nel più completo oblio (come la ricordata circumnavigazione dell'Africa nel 600 a.C. sotto il faraone Necho) o dai nuovi trattati geografici degli stessi Arabi.
Dante avrà forse letto da qualche parte il
Konnungsskuggsja ? Forse. Si potrebbe dire quasi certamente. Nessuno prima di allora aveva descritto così bene il globo Terra. Dante inserisce solo quattro righe, ma dentro queste c'è tutto un mondo fino allora sconosciuto non solo in Italia ma nel resto d'Europa (salvo i vichinghi e agli arabi in Spagna e in Sicilia). E siamo sicuri che a molti quei versi passarono del tutto inosservati o incomprensibili.

Torniamo ai tempi antichi. I Fenici, che, come abbiamo visto Necho utilizzò nel suo viaggio, furono il più antico popolo veramente mercantile, i cui figli, spinti dalla tendenza al guadagno, oltrepassarono le colonne d'Ercole ed arrivarono fino in Cornovaglia per cercarvi stagno e fin sulle sponde della Frisia per cercarvi ambra.
In seguito la colonia fenicia di Cartagine, giunta a possedere una notevole flotta, fece parecchi tentativi di esplorazione della terra. Annone, verso il 450 a. C., avrebbe intrapreso un viaggio nell'Africa occidentale, la cui relazione sarebbe stata portata a pubblica conoscenza affiggendola ad uno dei grandi templi della città.
Annone avvistò presso la costa occidentale dell'Africa (sulla linea dellEquatore) un'alta montagna che denominò il «carro degli Dei», e che erroneamente si è creduto fosse il picco del Kamerun, mentre verosimilmente si trattava della Sierra Leone. Più tardi lo stesso picco nel 1462 Pedro de Sintra lo chiamò "Montagna del leone". Da qui poi "Sierra Leone" ancora attualmente.

L'epoca della grande colonizzazione greca ha poco contribuito all'esplorazione della terra; questa colonizzazione fu piuttosto un movimento politico-economico, una estensione dell'influenza ellenica verso occidente e verso oriente, destinata ad alleggerire la madre patria sovraccarica di popolazione e scarsamente produttiva. Nelle colonie greche invece si sviluppò in parte una vivace attività esploratrice. Massellai, l'odierna Marsiglia, s'insediò prestissimo una popolazione operosa e incline ad imparare.
Nella seconda metà del IV Secolo a. C. il massaliota Pitea intraprese una spedizione rimasta famosa; che lo portò lontanissimo nel Nord, fino alla leggendaria Tule. Egli vide montagne di ghiaccio e verosimilmente l'aurora boreale, forse persino il sole di mezzanotte; dove tuttavia fosse situata la sua estrema Tule ancora non si è potuto accertare (forse a nord dell'Islanda, forse la Groenlandia, forse a nord della Norvegia nello Svalbard).
Al suo ritorno egli subì la stessa sorte di tanti altri esploratori; quella di trovare ai suoi racconti orecchie incredule. Rimase solo qui e là qualche raro accenno che solo molti secoli dopo ebbero dei riscontri.

Quasi alla stessa epoca il mondo civile europeo - quello greco - entrò in più strette relazioni con l'estremo Oriente sino allora quasi sconosciuto: Alessandro il Macedone portò le armi greche e la coltura greca fin nell'interno dell'India. Tutto un mondo nuovo e meraviglioso si offrì ai suoi sguardi: gli uomini dalla pelle bruna, le piante tropicali, la fauna meridionale; ed in patria il filosofo Aristotele nel suo tranquillo studio rimirò con stupore i saggi di tali meraviglie che il suo grande allievo gli inviava. L'accorta politica di Alessandro di stanziare i suoi soldati nei paesi conquistati assicurò durevoli comunicazioni tra la patria greco-macedone e quelle stazioni di confine.
L'ammiraglio di Alessandro, Nearco, primo fra gli Europei, navigò per il mare Arabico e dalle foci dell'Indo raggiunse lo Sciatt-el-Arab. Sembra che questa escursione sia stata la prima a rendere familiare agli occidentali l'alterna direzione dei venti periodici chiamati Monsoni.

Infine la città che deve la sua fondazione al gran re e ne porta ancora il nome, Alessandria, dopo la sua morte, divenne ben presto la più zelante promotrice di imprese geografiche.

Qui ad Alessandria fiorivano il commercio e le scienze; ed una popolazione come quella alessandrina (i dotti greci vi si erano trasferiti in massa) , irrequieta, assetata di avventure e di emozioni, poté fornire sempre nuovi uomini per navigazioni lontane.

TOLOMEO proprio ad Alessandria (dove morì nel 178) scriverà il suo "SISTEMA MATEMATICO" (meglio conosciuto con il titolo di derivazione araba, Almagesto) dove illustra con una teoria la concezione geocentrica secondo cui la Terra é al centro dell'Universo. Costituì quest'opera il testo fondamentale dell'astronomia fino al contrastato avvento del sistema copernicano. L'universo tolemaico è finito, ma è già sferico (!) anche se geocentrico. I cieli nell'ordine dall'esterno verso l'interno, ruotano come sfere intorno alla Terra immobile al centro, compiendo ogni giorno un giro verso occidente.
Molto importanti sono questi contributi pur empirici di Tolomeo, per la trigonometria piana e sferica che permisero a molti matematici di fare altri importanti passi successivi.
Non meno importante è la sua opera Geografia e sintassi matematica. Qui, oltre che costituire una sintesi delle conoscenze geografiche dell'antichità, illustra ed espone i principi matematici della cartografia del mondo che in seguito saranno ripresi prima dagli Arabi e poi da Mercatore.

Droghe stuzzicanti e morbidi abiti serici eran divenuti a poco a poco indispensabili agli uomini ormai viziati, e gran parte del commercio di queste articoli orientali passava allora per Alessandria.
Di qui mossero le spedizioni commerciali per Taprobane, l'isola di Cylon, il paese della cannella; di qui le altre che arrivarono persino alla Serica, come allora era chiamata la China meridionale.
Tale commercio andò poi in eredità con le conquiste Romane da Cesare in poi.

AI tempo di Antonino Pio (140 d.C.) si ebbero imprese commerciali dirette verso la foce del Yang-tse; perfino il nome dell'imperatore si riscontra nelle antiche fonti cinesi sotto la forma di «An-tu-nu». Alcune monete trovate in Cina, a Canton, portano l'effige di Marco Aurelio, che era subentrato ad Antonino.
E proprio nel periodo di Marco Aurelio abbiamo la prima ambasciata cinese in Occidente.

Come sarebbe cambiato il mondo se questa ambasceria fosse stata accolta con la dovuta attenzione!
A Roma non vi sono tracce (li avevano forse presi per uno dei tanti gruppi di "Vu' Cumpra'", indubbiamente furono scambiati per commercianti beduini), ma dagli annali Cinesi (questo che citiamo è l'annuario Hu-han-shu- della dinastia Han) dove troviamo che venivano registrati minuziosamente anche i più piccoli eventi e quindi ogni affare di Stato, apprendiamo da queste pagine che una delegazione di Mandarini, fu inviata a Roma, in visita al re-imperatore romano AN-TUN. Questo significa che quando erano partiti con le ultime notizie che disponevano di Roma, per i cinesi l'imperatore corrispondeva a ANTONINO, ma quando vi arrivarono c'era già Marco Aurelio.

Dopo giorni e giorni di attesa nelle anticamere del Palazzo, fu alla fine la delegazione con supponenza ricevuta da alcuni funzionari, molto indaffarati dai preparativi della guerra e da quel silenzioso spettro di morte che era l'epidemia che stava falciando ogni giorno un numero impressionante di vittime, e che indubbiamente ascoltarono senza dare tanta importanza tutto ciò che questa ambasceria andava riferendo. Ne' vollero meglio accertarsi da dove effettivamente venivano, cosa volevano, e chi erano.

I Cinesi avevano appreso dai confinanti del Sinkiang l'esistenza di questo grande impero a occidente. Conoscevano i mercanti della seta e delle spezie che arrivavano a Samarcanda, a Bucefalia nella Valle dell'Indo (Odierna Kabul- Capitale Afganistan) per fare scambi. Erano dunque in possesso di molte notizie (come risulta dai loro annali) del nostro occidente e molto informati delle guerre di Alessandro prima e Persiane e Romane poi, conquiste che ricordiamo arrivarono fino alla Battriana e alla Sogdiana quindi a lambire il Kashmir e le montagne del Tibet. Traiano poi si era spinto fino quasi ai confini del Afghanistan, poi fino ad Akaba nel 116, ed aveva preso contatto con gli indiani che conoscevano le rotte per la Cina, ed erano in sostanza i mediatori dei due mondi.

Forse questi ospiti a Roma per un mese vissero l'inquietudine romana, forse tastarono il polso dell'impero che era alla vigilia di un periodo cupo, e forse nutrirono qualche timore di essere aggrediti se rivelavano chi erano effettivamente e quanto ricco e grande era il loro Paese. O forse volevano semplicemente trattare direttamente gli scambi commerciali, visto che questi erano monopolio degli Arabi: dei trafficanti che come sappiamo non scherzavano con chi rivelava le piste carovaniere, sia da est, come quelle a sud, che da poco i romani erano venuti a conoscenza con Traiano. 
I traffici li organizzavano e li gestivano solo loro. Addirittura la seta non arrivava a Roma così come l'acquistavano in Cina, ma portata nella segreta isola di Coo, qui la manipolavano, la sfilacciavano, la rifilavano e da veri artisti artigiani della tessitura riuscirono a fare quel ricercato prodotto tipico, velato, con dei colori mai visti prima (anche questi gelosissimi segreti) che facevano impazzire le ricche matrone romane piene di soldi.

(un abito così costava dai 4000 ai 10.000 sesterzi, pari a circa 20 milioni di oggi, e sappiamo che persino Marco Aurelio rifiutò alla moglie di acquistargliene uno sostenendo che "è una pazzia, e con già le finanze bisastrate non bisogna dare il cattivo esempio")

Quella delegazione mandata dall'imperatore HUAN-TI, fu trattata appena con tolleranza. Nessuno capì l'importanza storica epocale che tale incontro avrebbe avuto su tutto il pianeta: avremmo conosciuto oltre la Cina, forse il Giappone, forse anche l' America, e addirittura l' Australia secoli prima, e le conseguenza di carattere politico, economiche, filosofiche, religiose, culturali, scientifiche avrebbero fatto fare un salto all'occidente enorme, incalcolabile. E ovviamente anche all'Oriente.

Questi cinesi rimasero a Roma in anticamera circa un mese, prima di essere ricevuti, ed ebbero modo di vedere in quei giorni, e riferire poi, che tipo di civiltà noi avevamo, che tipo di vita conducevamo, che bellicosi conquistatori eravamo (le conseguenze della guerra in Armenia le avevano viste e anche udite raccontare lungo il loro viaggio) quindi purtroppo scelsero proprio il momento sbagliato, quando la stessa Roma oltre alla peste e ai problemi che stavano sorgendo ai confini (dove andò a impegnarsi per anni Marco Aurelio, e finire nello sfascio con Commodoro), si stava interrogando; con la decadenza che era arrivata fino sulla soglia delle porte, e dove addirittura l'epidemia queste soglie le aveva già oltrepassate seminandovi morte, e provocando forse anche certe riflessioni di carattere spirituale, che però non maturarono immediatamente: la tragedia doveva ancora compiersi totalmente.

Forse da bravi ambasciatori attenti, scrupolosi e intelligenti - indubbiamente era stati scelti per questo - si guardarono bene di rivelare che grande Popolo era il Cinese, che grandi territori possedevano, che grande impero era quello Asiatico (si era nel periodo della dinastia Han) e che grandi conquiste scientifiche e tecnologiche avevano già raggiunto. (che poi nel sec. VIII mutuarono gli arabi e che solo dopo le crociate raggiunsero l'Europa - A Loyang esistevano magazzini per lo stoccaggio dei cereali pari a 120.000.000 di quintali, era già censite 48 acciaierie dove si produceva già la ghisa e il bronzo speciale; cioè quella tecnica per fare le campane. Un procedimento che permise con la stessa tecnica agli arabi dell' 800 di fabbricare poi i cannoni. In occidente questa tecnica la si scopri solo nel 1200-1300).

Forse preferirono non entrare in dettagli (ma intanto si guardarono intorno per un mese) si limitarono, dopo essere stati ricevuti e ascoltati a riferire che il loro imperatore voleva solo mandare tramite loro, dei saluti e dei doni. E sappiamo anche che questi doni furono scambiati, ma sappiamo pure che quelli romani giunsero in Cina e non furono molto apprezzati, erano spocchiosi, poveri, insignificanti, tanto da non meritare nella relazione neppure l'elenco dettagliato. Proprio i cinesi che nelle frontiere elencavano minuziosamente ogni cosa che entrava ed usciva; nella quantità e nella qualità.

A Roma vennero ascoltati con sufficienza. Forse perchè romani di orientali conoscevano solo i Parti, i nomadi iranici, i beduini arabi, e alcuni pastori dell'Afghanistan, cioè tutta gente che viveva di stenti, le città erano dei villaggi, e quelle dell'antichità con il glorioso passato persiano erano tutte in rovina o in decadenza da secoli.
Insomma i romani avevano una bassa opinione di chi era al di là dell'Eufrate, abitanti che consideravano miserabili. Del resto più si andava verso i confini fino allora conosciuti e più ci si imbatteva in popolazioni molto povere che vivevano di pastorizia, in zone impossibili, in altipiani a 4/5 mila metri, e al di là, c'erano catene sconfinate di montagne, altissime, fino al cielo, fra cui la grande piramide del K2, un baluardo che domina possente l'intero territorio e lambisce la strada della seta.

Dopo Samarcanda c'era il Kirghizistan, il Tagikistan e il Pamir che facevano con le loro altre numerose montagne di 7- 8 mila metri, una barriera invalicabile prima di scendere verso il Sinkiang, che, anche se superati gli altipiani, per la capitale cinese bisognava percorrere altri tremila chilometri. Quindi distanze enormi.

Insomma questi cinesi, sentendosi scomodi (e non escluderemmo che furono trattati in tal modo essendoci anche il pregiudizio della epidemia venuta proprio dall'oriente) salutarono i romani e se ne ritornarono in Cina dove fecero la loro bella relazione (oggi si trova al Museo Archeologioco di Pechino), che qualche alto funzionario lesse, o forse lo stesso NUOVO IMPERATORE, LING-TI, che i componenti della delegazione trovarono poi al loro ritorno insediato sul trono. 
Con la nuova sua politica opposta al suo predecessore (che era di apertura all'occidente) decise (o decisero gli eunuchi che lo avevano messo sul trono) di chiudere ogni contatto e di avvalersi da quel momento in avanti per gli scambi commerciali solo dei trafficanti conosciuti e accreditati ai nuovi rigorosi funzionari messi nei confini, nelle loro dogane, gli unici che sapevano e dovevano mantenere i segreti, visto che a loro interessava solo la vendita delle merci e indubbiamente non avevano nessun interesse a riferire le nuove caratteristiche politiche culturali e ambientali del loro impero; e neppure le loro istituzioni politiche economiche che in quell'anno del ritorno dell'ambascieria, erano profondamente cambiate. Segretezze reciproche, perche' lo spionaggio, il tradimento erano puniti con la morte da entrambi le parti.

Queste attuali conoscenze spazzano via quelle teorie che volevano l'Impero Cinese isolato dalle altri parti del mondo o con una mentalità egocentrica. I nomadi ma anche pacifici mercanti arabi, per secoli, fino al 1200, tennero invece sempre i contatti per i loro traffici, nulla era sconosciuto da entrambi le parti. Abbiamo assieme ai documenti doganali delle merci, anche registri di Stato dove sono elencati minuziosamente i fatti e le informazioni dell'occidente che si raccoglievano -per farne una cronaca- dai racconti dei mercanti arabi.

Curiosi questi registri delle merci, dove appaiono non solo i prodotti come denominazione e quantità, ma addirittura le varie qualità di ognuna: solo di incenso se ne elencano ben 13 qualità, di spezie 28, nomi di profumi 45 tipi, la seta in 10 varietà. Mentre alcuni prodotti, semi, piante, oggetti preziosi ed altro in una lista erano considerati rigorosamente non esportabili, e riporta la stessa lista la pena da infliggere per chi si macchiava di tale reato.

Stessa efficienza dei doganieri cinesi a Canton, che era una "via della seta" via mare: qui esisteva una colonia di funzionari arabi fissa, ma che era sotto il rigoroso controllo di funzionari cinesi non solo doganale ma anche fiscale, visto che si svolgevano trattazioni col sistema monetario, accreditamenti, e pagamenti estero-estero. Recentemente demolendo una casa, sono state trovate in un caveau sotterraneo, i registri dei movimenti cassa e in grande quantità (doveva essere una banca) monete sia cinesi che quelle d'oro di Marco Aurelio romane, che la zecca aveva battuto - e questo è molto curioso- a Roma, proprio nell'anno della prima visita dei cinesi in occidente e - come abbiamo detto - con Marco Aurelio imperatore.

A Roma però non esistono invece documenti con rapporti diretti. Le merci orientali nei magazzini dell'Urbe erano tutte di provenienza araba. Erano solo questi a conoscere le rotte marine, e guai chi osava percorrerle o rivelarne il segreto. Nel Pamir invece la "strada della seta" che attraversa il bacino del Tarim, i deserti sabbiosi, le paludi e superano i valichi montuosi, difendevano questo monopolio con la natura del terreno, perchè pochi organismi fisiologici umani e animali superano queste catene, la respirazione è terribilmente difficile e le tempie a uomini e animali, battono selvaggiamente quando si superano i passi oltre i 4000/5000 metri. Si impiegavano quindi su questo ostile diaframma fra est e ovest, gli abitanti locali come portatori, sia da una parte che dall'altra, come fanno oggi coloro che fanno spedizioni alpinistiche nel Pamir o in Nepal, utilizzando gli sherpa.

Questi contatti di due mondi quindi avvenne ma non fu preso in considerazione dai romani. Sappiamo in base a ricerche storiche che l'impero Romano doveva contare in questo periodo circa 54 milioni di abitanti, e altrettanta era la popolazione dell'impero cinese. Loyang che era la capitale aveva gli stessi abitanti di Roma, circa un milione. Abbiamo la cartina topografica, e perfino i documenti della burocrazia che gestiva il territorio con una esatta carta geografica dove erano riportate le cifre della popolazione in ogni zona e le quantità di cereali che producevano per l'impero. E perfino ogni anno la sottrazione del numero di abitanti che perivano nelle grandi carestie, terremoti, epidemie o guerre civili. Tutte meticolosamente registrate. Era insomma una efficiente anagrafe con tanto di catasto statale.

Purtroppo anche per la Cina gli anni del II secolo d.C. -al pari dell'impero romano- non fu molto tranquillo; e forse si deve proprio a questi nuovi problemi e con il cambiamento ai vertici se la missione con le sue informazioni fu messa da parte. Cambiò radicalmente la politica nel Palazzo. Morto Huan-ti, gli eunuchi e i nobili si impossessarono dell'impero e misero sul trono LING-TI. La casta dei nobili e degli eunuchi erano degli ostinati conservatori; e non c'è da meravigliarsi se chiusero definitivamente le porte all'occidente.
Per essere sicuri, con un massacro eliminarono tutti i burocrati. In Cina inizia un periodo drammatico come quello in occidente, quando fra pochi anni il territorio sarà sconvolto dalle rivolte sociali interne (le sette dei Turbanti Gialli) e le invasioni dei mongoli che sconvolgeranno e divideranno la Cina in tre regni (
Wei 220 - 263 - Shu Han 220 - 265 - Wu 220 - 280)

Proseguiamo nel nostro periodo antico.

Anche le fonte del Nilo, e gli strani prodotti del Sudan esercitarono le loro attrattive, e non pare fosse sconosciuta la regione dei laghi africani. Le montagne della Luna del centro dell'Africa ancora per secoli dominarono nella fantasia dei geografi. Alessandria divenne anche centro di studi scientifici astronomici e geografici. Strabone, che visse intorno al principio della nostra era cristiana, e dopo di lui il già citato Tolomeo, riassunsero le conoscenze geografiche dei loro tempi, vi aggiunsero le proprie indagini, e per secoli rimasero le autorità indiscusse in tutte le questioni d'astronomia e di configurazione geografica ed etnica della terra, che fin dai tempi di Pitagora fu riconosciuta di forma sferica.

Presso un popolo come il Romano, guerriero, costantemente preoccupato della sicurezza dei confini, ed amante della coltura, la geografia tenne un posto non secondario. Persino l'arte cartografica fu portata, ancor prima di Tolomeo, e poi meglio ancora da lui stesso, ad una certa perfezione. Ma la decadenza dell'impero fece languire anche la scienza geografica. Nuove esplorazione se ne fecero molto di rado; si rimase paghi senza discutere a quanto insegnavano gli scrittori che facevano autorità, e scrittore e cartografl si resero più leggero il lavoro, ciascuno ricopiando di volta in volta il suo predecessore.
Fu un'epoca di torpore intellettuale e di superficialità quella che generò la così detta Tabula Peutingeriana a noi pervenuta, la quale forse adornava la parete di una stanza di ufficio pubblico romano; un'opera dozzinale, rozza e scorretta.


Nell'alto Medio-Evo il mondo era passabilmente noto soltanto verso Est; ad occidente l'Oceano sembrò ostacolo insuperabile ad ogni ricerca, e pochi tentativi vennero fatti anche per conoscerlo meglio a Sud ed a Nord.
A Sud il terribile caldo tropicale, che l'italiano temeva, creò gravi difficoltà a tutte le imprese. Oltre la costa atlantica del Marocco si incontrano gli sterminati territori con le sabbie del Sahara, e si credette quindi che in quelle latidudini regnasse la solitudine e la sterilità e che al di là della Mauritania gli uomini non potessero vivere. Anzi il pregiudizio era che più si andava a sud e più faceva torrido caldo.

Nel nord viceversa regnavano difficoltà d'altro genere: nebbia, gelo, foreste impervie, un mare difficile a dominare per le forti e alte maree (qualcuno riportò che erano di 7-9 metri, ma anche qui nessuno voleva credere a simili storie).
Tuttavia in seguito i Romani del tempo di Cesare passarono la Manica e giunsero sino alle radici paludose dell'altipiano scozzese. Ancor più a Nord, - più tardi - forse fino all'Islanda, si spinsero dei monaci irlandesi e scozzesi. Essi furono superati poi dai Normanni, robusto e guerriero popolo che abitava sulle spiagge della Scandinavia e Danimarca. Sprezzando ogni pericolo costoro portarono le loro navi recanti il drago alla prora sin nell'Atlantico e penetrarono nel Mediterraneo.
Le atterrite popolazioni di tutte le spiagge occidentali d'Europa, nonché delle coste mauritane, italiane e greche, videro comparire le loro alte figure coi biondi capelli fluenti e gli azzurri occhi sfolgoranti.


Durante il corso dei secoli IX e X essi si stabilirono alle foci della Loira, del Rodano, della Somme e nell'isola di Walcheren. Gli Anglosassoni combatterono con loro una lotta disperata che non ebbe termine neppur dopo la cessione della parte settentrionale del paese ai re danesi. A Dublino la tribù di Ivar fondò un regno, e nei luoghi delle attuali contee irlandesi di Waterford, Cork e Limmerik sorsero stati norvegesi, nelle Orcadi dominò un Jarl norvegese, nelle Ebridi i Celti dovettero sloggiare di fronte ai Germani, le Faròer caddero sotto l'alto dominio norvegese, l'isola di Man divenne tributaria, e persino i ghiacci che sbarravano il passo alle navi non impedirono ai normanni di raggiungere l'Irlanda e la Groenlandia.

L'Islanda dall'874 fu popolata da normanni i quali costituirono col tempo uno stato indipendente ben ordinato, che raggiunse un grado elevato di cultura. Erich il Rosso verso il 982 si stanziò sulla costa occidentale della Groenlandia, scaldata dalla corrente del Golfo, dove sembra che un regno germanico si sia conservato sino a tempi molto avanzati nel medio-Evo. Il figlio di Erich, Leif, raggiunse il Nuovo Mondo, pare nell'odierna Nuova Scozia; i suoi successori colonizzarono verso il mille la costa canadese, ma poco tempo dopo costoro scompaiono dalla scena e non si sa per quale motivo e che cosa sia accaduto.

Nè basta; perché lo spirito d'avventura e il desiderio d'esplorare portò nel 1266 una vera e propria spedizione polare sin dove è ora la Baia di Melville; altri ardimentosi muovendo in direzione ovest penetrarono fin nella odierna Baia di Baffin e nel Lancaster Sound, vale a dire sino al 76.° grado di latitudine nord. Quanto alla costa occidentale della Groenlandia, i normanni la conobbero sin oltre il circolo polare artico.

Altre imprese d'esplorazione mossero dall'Inghilterra, dove il vigoroso popolo anglo-sassone non chiedeva che occasioni di svolgere la propria attività. Re Alfredo il Grande, un sovrano di non comune valore, non privo di cognizioni economiche e geografiche e conscio della loro importanza, patrocinò i progetti e l'esecuzione di viaggi di scoperta. Egli attirò alla sua corte il normanno Othere che aveva suscitato gran rumore per aver superato il capo nord e aver stabilito la struttura peninsulare della Scandinavia.

È certo che già allora nei paesi civili erano noti i prodotti dell'alto nord; é perciò per un momento si è avuta l'idea di spiegare l'origine dell'arco a sesto acuto dalla forma che assumono due costole di balena contrapposte.

Verso quest'epoca appaiono sulla scena anche gli Arabi. La dottrina di Maometto aveva instillato a questo popolo, fino allora rinchiuso in un ristretto paese, un poderoso spirito di espansione e l'ideale della conquista del mondo. L'aspirazione di assoggettare la terra all'Islam generò necessariamente il desiderio di conoscerne la superficie.
Gli Arabi, come arrecarono eminenti contributi nel campo della filosofia, della medicina, delle scienze naturali, della conoscenza dei greci antichi, così diedero nuovo impulso agli studi astronomici e geografici. Essi si stanziarono sulla costa orientale dell'Africa e fondarono importanti colonie a Mombassa, Melinda ed in molti altri luoghi. L'ideale religioso di conquista li portò fin nell'India Posteriore, nelle isole della Sonda, nell'arcipelago malese.
Del resto abbiamo visto che l'islamismo, in grazia della sua semplicità, dell'assenza di misticismo, e dei suoi precetti, incontrò il favore degli indigeni, alle cui esigenze esso si accordava.

Gli Arabi possedevano una certa dose di attitudini nautiche; erano bravi marinai altrettanto quanto audaci pirati e sapevano servirsi anche di complicati strumenti tecnici. Il vecchio loro spirito nomade, la tendenza ad andar vagando, non si estrinsecò soltanto nelle loro spedizioni a scopo di conquista, ma sorsero anche delle generazioni di eminenti esploratori, che determinarono scientificamente la natura e i confini dei paesi conquistati.

Il dotto arabo Abulfeda nel XII secolo non aveva alcun dubbio sulla sfericità della Terra, e immaginando un viaggio intorno ad essa, aveva fatto osservare che il giro del globo, se fatto in direzione est avrebbe dovuto far guadagnare un giorno, e se fatto in direzione ovest ne avrebbe fatto perdere uno. Sembrò una cosa campata in aria. E come abbia potuto concepire un'idea simile non lo sappiamo. Ma Pigafetta trecento anni dopo al rientro della famosa spedizione di Magellano potè accertarsi che era proprio così.

Il più grande e famoso di questi esploratori arabi fu Ibn Batuta, il quale, nato a Tangeri nel 1304, vale a dire sul tramonto della grandezza araba, percorse quasi tutto il mondo islamico del suo tempo sino ai suoi estremi limiti, anzi li oltrepassò e si spinse assai più in là, ed era pratico della Cina come di Tombuctu. I suoi scritti sotto forma di diari, precisi nei particolari, da vero manager, realistici, per nulla romanzati come quelli di Marco Polo, sono ancora oggi degni di grande attenzione.

Il male è che a quei tempi i rapporti tra maomettani e cristiani non erano, né abbastanza frequenti, nè abbastanza amichevoli da permettere che i risultati delle indagini arabe si diffondessero e fossero da tutti valutati come meritavano. A causa della dominazione cristiana in Europa tutto ciò che era arabo era aborrito, erano cose del diavolo, cose di infedeli.
In realtà in Oriente cristiani e maomettani commerciavano fra loro senza alcuna insofferenza religiosa, mentre Spagna e in Palestina si combattevano l'un l'altro spinti solo dal fanatismo religioso.
Non così nei territori della Palestina anche nei tempi di Saladino vi era una grande reciproca tolleranza. Si guardava - da entrambe le parti - più al denaro degli affari che alle cose spirituali.
Prova ne sia che quando giunsero le orde Mongole che aveva comandato Gengis Khan seminando il terrore, i cristiani si allearono addirittura con i mongoli per cacciare i Mamelucchi mirando alle ricompense di territori. Purtroppo per loro, vinsero i Mamelucchi, e pagarono caro l'aver cambiato bandiera solo per il vile denaro. Lo indicarono questo conto salato, come martirio, ma in effetti fu una resa dei conti dei Mamelucchi nei confronti dei traditori voltagabbana che avevano colto l'occasione mongola per portar via con ingratitudine a loro ciò che possedevano.

Ma torniamo un attimo indietro. L'interramento, avvenuto nell'VIII secolo, del canale egiziano che metteva in comunicazione il Nilo e quindi il Mediterraneo, col Mar Rosso, contribuì anch'esso a rendere difficili i rapporti con l'Oriente.
Presso i popoli europei, sulla fine del Medio-Evo, l'esplorazione delle parti dei globo sconosciute procedette molto lentamente e occasionalmente. Nel 1245 alcuni monaci francesi, attraversando la Russia, giunsero alla corte del Khan dei Tartari, ove poterono constatare che i Mongoli ed i Tartari nelle loro steppe asiatiche avevano organizzato degli stati dotati di un incivilimento più rispettabile.
Essi non erano affatto xenofobi per principio, anzi talune ambasciate europee inviate nel corso del 13° secolo alla corte del Gran Khan dei Tartari furono accolte bene; e non vi è dubbio che tra i Papi, i re francesi ed il sovrani dei popoli di razza gialla intercorsero occasionalmente rapporti politici.

Hormus nel golfo Persico, Costantinopoli, ed altre località divennero i grandi mercati delle droghe, tappeti, seterie e di tutte le altre meraviglie commerciali dell'Oriente. Malgrado ciò, il mondo di quest'epoca era nel pensiero comune così ristretto, che già l'Asia Minore era intesa e chiamata «Levante», il paese del sole levante, e la Spagna, «Esperia », cioè l'Occidente.

Il maggior bisogno di conoscere l'Oriente era sentito dalle grandi repubbliche mercantili italiane, e principalmente da Venezia. Era quasi logico, che la prima impresa diretta in Oriente fosse partita da Venezia. Chi la portò a termine furono i fratelli Polo.
Niccolò e Maffeo Polo, noti e stimati mercanti veneziani, visitarono le regioni del basso Volga, attraversarono il Turkestan, e nel 1269 giusero alla corte del potente e savio Kublai Khan. Poi tornati subito dopo, nel 1271, intrapresero un secondo viaggio, accompagnati questa volta anche dal loro nipote Marco che contava appena 17 anni.
Attraversarono l'Asia Minore e la Mesopotamia, giunti ad Hormus, piegarono verso il nord, valicarono l'altipiano del Pamir, discesero nel bacino del fiume Tarim e, seguendolo fino al suo sbocco nel lago Lobnor, scoprirono in questi paraggi la via per la Cina, servendosi allo scopo di sentieri che in parte soltanto a metà milleottocento sono stati nuovamente percorsi.

Marco divenne il favorito di Kublai, stando al cui seguito imparò a conoscere perfettamente la Cina ed ebbe notizia anche di Zipangu (in cinese Gi-pu-en, l'impero del sol levante), "l'isola aurifera dell'Oceano Pacifico", "l'isola che sulle sue coste e spiagge aveva le perle in una quantita simile ai sassolini". Marco Polo esagerò nel suo "Milione" un po' troppo e senza esserci mai stato. In realtà allora la ricchezza del Giappone era molto modesta.
Ma da quel momento si pensò solo a come andarsi a prendere i tesori del Zipangu. Lo stesso Colombo - che aveva letto il Polo - era stimolato anche da questa erronea relazione. Anzi il Polo commise anche un altro errore che fu poi fatale anche al Colombo. Marco Polo situò il Zipango in una posizione enormemente sbagliata.


Forse i Polo non sarebbero mai più ritornati in patria se non si fosse loro presentata una buona occasione per indurveli. Una principessa mongola doveva andar sposa al sovrano di Persia ed occorreva provvedere a farla arrivare sana e salva in quel lontanissimo paese. Essi l'accompagnarono, passando per la grandiosa King-oe (oggi Hancou) il corteo nuziale discese al mare, dove si imbarcò e, toccando la Cocincina, il Siam, Giava, Sumatra e le Nicobare, si diresse ad Hormus.
Per Tabris e Trebisonda la via carovaniera giungeva a Costantinopoli, dove si entrava nel campo delle normali comunicazioni marittime esercitate dai Veneziani. I Polo arrivarono a Venezia nel 1296; essi erano rimasti fuori patria quasi un quarto di secolo.

Il mondo deve ad un caso se possiede l'inestimabile narrazione dei viaggi di Marco Polo. Il gagliardo marinaio fu preso prigioniero in uno scontro navale di Venezia contro Genova (1298) e per ingannare gli ozi forzati del carcere dettò le sue memorie ad un compagno di prigionia. Così nacque il libro, che a poco a poco ottenne una larghissima diffusione sotto il titolo «Il milione». Fu tradotto in molte lingue e ricopiato a mano relativamente presto in moltissimi esemplari.
Per quanto ci fossero grossolani errori, esso contribuì profondamente a trasformare la carta geografica del mondo, alla cui rettifica arrecarono del resto elementi anche altri viaggi di commercianti e missionari.

Si cominciò a svincolarsi dalla tradizione medioevale. La narrazione di Marco Polo non fu già priva di influenza sul mappamondo di Pietro Visconti (1311), nel quale l'Asia Orientale, l'India e gli arcipelaghi che la fronteggiano sono per la prima volta indicati con una certa esattezza. In misura assai maggiore tale influenza si rileva nel più completo mappamondo del Medio-Evo, il così detto mappamondo catalano del 1375.
E così avvenne in seguito sino a Paolo Toscanelli, la cui carta nautica servì poi di base a Colombo nel suo primo viaggio e venne largamente messa a profitto da Martino Beheim pel suo Globus. Sappiamo che Colombo lesse il libro di Marco Polo, pur non avendone in verità intuito l'importanza, né si preoccupò di correggere gli errori sulla esatta posizione, pensava solo a ciò che aveva riportato il Polo, che là, nelle Indie, c'èra un isola che galleggiava non sul mare ma sull'oro.

Con audacia sempre maggiore, dopo i Polo, i mercanti veneziani cominciarono a spingersi sempre più lontano. Se ne ha la testimonianza classica in quella specie di guida che Francesco Pegolotti compose verso il 1340 ed il cui manoscritto è conservato fra i tesori della biblioteca di S. Marco. Esso porta il titolo significativo di «Pratica della mercatura» ed era destinato, come anche un prontuario linguistico italiano-turco-persiano alquanto più antico, all'uso dei mercanti che commerciavano con l'Asia. Inoltre illustrava gli itinerari.

Dal libro si ricava che a quei tempi, muovendo dal Mar Nero, attraversando l'Astrakan, e seguendo la valle dell'Ili, di solito quasi in linea retta si raggiunge Pechino, e i viaggi di questo genere manifestamente non dovevano essere infrequenti. Agenti commerciali e consoli veneziani e genovesi risiedevano assai lontano nei paesi orientali. Nel primo terzo del XV secolo un mercante veneziano, Niccolò de Conti, arrivò fino in Cina. Il mistero che circondava la sua persona è stato svelato dalla scienza moderna, e la narrazione da lui fatta del suo viaggio, per lungo tempo ritenuta una falsificazione, è stata riconosciuta pienamente veritiera.

Tutto sommato, si era progredito di molto verso la conoscenza del mondo abitato. L'Europa in complesso era però conosciuta un po' all'ingrosso, poco si sapeva dell'interno della Scandinavia, poco della Russia e poco all'interno della Penisola balcanica. In Africa gli Arabi avevano fatto luce sul Sudan e persino sull'intero corso del Nilo che si faceva derivare da tre laghi che ne costituivano la triplice fonte.
E finalmente, quanto all'Asia, gli Arabi e gli Europei l'avevano aperta fino ai confini della Siberia; anzi Ibn Batuta era stato persino in mezzo al popolo turco dei Jacuti sul Jenissei.
Era invece tuttora una incognita fin dove l'Africa si estendesse a sud, e così pure era tuttora insoluta la questione se dall'Europa si potessero raggiungere le Indie per via mare.

Quest'ultimo problema ha provocato l'inizio
della vera e propria epoca delle grandi scoperte.

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