-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

L'INIZIO DI UN' "AVVENTURA"

4. L'ETA' PREISTORICA DEL FERRO
(PERIODI DI HALLSTATT E DI LA TÈNE)

Si potrebbe disputare se i periodi più antichi, nei quali si fece uso del ferro, appartengano ancora alla preistoria della civiltà umana. Nell'Oriente ed in Grecia l'età del bronzo non é già più preistorica - o non lo è del tutto - e perciò dovemmo rinunziare ad esporla per quello che concerne quel paesi. Soltanto nell'Europa occidentale e specialmente in quella settentrionale dominarono spesso delle condizioni puramente preistoriche fino quasi al principio dell'era cristiana e, oltre i confini dell'impero di Roma, anche molto più a lungo, fino ai primi tempi del medioevo.

Tuttavia anche qui si deve cercare un termine e il migliore si trova nel momento, in cui i confini dell'impero romano furono stabiliti al Reno e al Danubio, in quel grande atto storico, col quale per la forza delle armi i paesi celtici dell'Europa occidentale e centrale furono annessi alla monarchia mediterranea, al Mezzogiorno ed all'antica sfera di civiltà. Non é quindi più della preistoria dell'umanità che ci occuperemo nelle pagine che seguono, ma della preistoria della meno lontana antichità e specialmente del medioevo e in parte di tutto il passato dl popoli, i quali, dopo i Greci e i Romani, spesso misti con gli ultimi, aspirarono alla signoria del mondo e nel fatto la conseguirono, per quanto non sotto un solo nome.

Questa é l'importanza dei periodi di Hallstatt e di La Téne, del primi periodi dell'età del ferro nel Settentrione, durante l'ultimo millennio prima dl Cristo. I Celti e i Germani e gli altri Arii nordici, stabiliti là da molto tempo, ma che allora per la prima volta ci divengono accessibili, in modo che, ricordando i loro nomi molte volte citati, non li prendiamo più per così dire alla cieca da un'urna, queste stirpi sono per ìl mondo mediterraneo popoli più o meno privi d'importanza del proprio «hinterland» e per la cultura classica sono poco più che se non fossero esistiti. A causa della loro ulteriore ascensione e della parte importante, che hanno preso fino nel nostri giorni alla storia del mondo, questi gruppi prima arretrati dell'umanità europea richiedono la nostra considerazione anche per quei tempi, già così pieni di luce in altri paesi.

Intorno alla metà di quel millennio e dopo, in varie regioni solo assai più tardi, si deve fare anche qui una grande separazione. Il passaggio ai tempi storici si é compiuto per gradi grazie a un forte concorso del mondo civile dell'Europa meridionale. Questo é naturale; d'altra parte, data la rapida e grandiosa ascensione della civiltà storica del popoli del Mediterraneo, anche nell'"hinterland" settentrionale ci possiamo aspettare una grande mutazione di forme.

I periodi di Hallstatt e di La Tène, ossia il primo e il secondo periodo preistorico dell'età del ferro, nel Settentrione sono periodi molto diversi ed anche durante il loro corso presentano stadi notevolmente differenti. L'insieme di tutto questo svolgimento riproduce, come in una specie di fantasmagoria non ben distinta, quello che si era prodotto in maggiori proporzioni nel Mezzogiorno. Dapprima é l'Oriente poi l'Occidente, dove più elevati ed importanti sono i successi conseguiti.
Prima nell'Oriente si forma da antiche eredità e da nuovi elementi una zona di civiltà che abbraccia la Grecia occidentale, l'Italia, le Alpi orientali, l'Ungheria ed altri paesi fino a Posen e si prolunga in forma di cuneo verso occidente fino ai Pirenei. Quello che vi era di comune in tutti questi paesi non costituiva naturalmente una cultura nazionale, ma il risultato del commercio tra popoli del resto abbastanza diversi. Tuttavia questa zona di accresciuto commercio internazionale ricevette col tempo dovunque una specie d'impronta nazionale, per la quale in Grecia e più tardi in Italia fu sottratta in genere al campo della preistoria e negli altri paesi poi si svolse formando i differenti gruppi locali del distretto di Hallstatt.

Inversamente a ciò e in conformità alla sua comparsa in un tempo più avanzato, la civiltà di La Tèni ha per patria il suolo nazionale celtico, e soltanto con la sua diffusione é in parte divenuta internazionale, come ogni altra qualunque creazione civile storica.

Questi due periodi ebbero il loro nome da luoghi d'importanti scoperte nell'Europa centrale; il più antico dal famoso e ricco sepolcreto sul Salzberg presso Hallstatt nell'Austria superiore (esplorato dal 1846 al 1864, descritto nel 1868 da E. von Sacken), il più recente dalle scoperte fatte a La Tène tra il lago di Bienne e quello di Neufchatel ai piedi del Giura Svizzero, antico luogo di dimora e fortezza (descritto nel 1885 da E. Vonga, nel 1886 da V. Gross). E infatti nessun altro nome sarebbe più adatto di questi. Il periodo di Hallstatt non é semplicemente il primo periodo dell'età del ferro, ma una fase nettamente caratterizzata, delimitata nel tempo e nello spazio, della prima utilizzazione del ferro.
Un periodo dotato di caratteri ugualmente buoni é quello di La Tène, che non si può chiamare solamente celtico, poiché vi sono periodi celtici più antichi e più recenti e le forme del tipo di La Téne trovarono adito anche presso i Germani e gl'Illirii. Questi due nomi si sono perciò conservati nella scienza, mentre ad altri, formati da luoghi d'importanti scoperte, non é toccato questo privilegio; così a quello di «robenhausiano» per il periodo neolitico e per citare solo un paio di noti esempi presi dal sistema cronologico di G. de Mortillet, al «morgiano» e al «larnaudiano» per il più antico e per il più recente periodo dell'età del bronzo.

I periodi di Hallstatt e di La Téne non solamente dominano, come si accenna nei loro nomi, sopra una scena più strettamente limitata di quella dei periodi preistorici precedenti, ma durano anche meno di questi; non più migliaia di secoli, come quello paleolitico, o migliaia di anni come il neolitico, e nemmeno un millennio solo, come l'età del bronzo nella medesima area, ma ciascuno dei due, soltanto circa un mezzo millennio. Anche in questa diminuzione della loro durata, in questo individuarsi di stadi più brevi di sviluppo si esprime l'avvicinarsi di fasi superiori, storiche. Il polso della vita diviene sempre più rapido quanto più andiamo incontro al tempo presente. In paragone con l'intera preistoria dell'uomo tutta la storia scritta è quasi soltanto un presente della civiltà.

Come l'intero processo evolutivo della preistoria europea coN i suoi molti stadi, così anche il periodo di Hallstatt ci dà un esempio istruttivo del lento formarsi di una civiltà sulla base di una tenace assiduità di lavoro e di un organico riannodarsi del nuovo sul vecchio. I nostri antenati si appropriavano e difficilmente lasciavano quello che avevano una volta afferrato. Quindi anche il ferro non scacciò via di un solo colpo il bronzo, ma lentamente si mescolò ad esso, e in parecchi paesi, come la Francia settentrionale e l'Inghilterra, la Germania del nord e la Scandinavia (per tacere del nord-est d'Europa) soltanto molto più tardi. Anche là forse non era più del tutto sconosciuto da lungo tempo; ma non vi era però ancora apprezzato, ricercato, attirato; non aveva ancora alcuna parte nel progresso della civiltà.

Il fatto opposto, cioè il progresso apparente, che ha luogo, se alcunché di nuovo é accolto prontamente, ma superficialmente soltanto e in modo immediato, lo conosciamo benissimo dalla storia della scoperta e della decadenza, che comincia quasi contemporaneamente, dei popoli, che nel nostro tempo vivevano allo stato di natura. In forte contrasto con la tarda fortuna dei gruppi umani d'oltre oceano per il dono del ferro e di altri mezzi d'industria della progredita civiltà europea, la prima età del ferro nella nostra patria ci mostra un passaggio lento ed organico tra la vita preistorica e quella storica, per influssi provenienti prima dall'Oriente, poi dalla Grecia e infine anche dall'Italia.

Ad onta di tutte le differenze di cultura questi tre territori sono connessi tra loro e con l'Europa media, occidentale e settentrionale, non solo geograficamente, ma anche storicamente da stadi intermedi di ogni sorta e di relazioni commerciali, ed in seguito a ciò nella trasmissione della civiltà non si mostra in alcun luogo quell'abbassamento e quella decadenza, da cui furono colti gl'indigeni nell'incontrarsi di forme superiori e inferiori, ma una continuata elevazione ed un rinvigorimento in tutte le parti di questo grande campo del vecchio mondo.

Si ammette abbastanza generalmente, - soprattutto sulla base delle ricerche istituite da O. Montelius e da altri su questo argomento, - che il ferro fu adoperato abbondantemente in Egitto soltanto intorno al 1500 a. C., che quindi le grandi costruzioni di piramidi dell'antico regno furono compiute del tutto senza questo metallo. Montelius crede che sia stato in genere del tutto sconosciuto prima della metà del secondo millennio e che soltanto allora sia stato scoperto; questo si può dimostrare difficilmente e può dirsi che sia rimasto indeciso. Ma è un fatto che durante tutta l'antichità il bronzo godette in Egitto di una certa preferenza di fronte al ferro; fino nei tempi greco-tolemaici, anzi fino ai romani quello é in voga e frequente, questo raro; e non é del tutto dissimile a questa la relazione tra i due metalli anche in tutti gli altri stati civili dell'antichità.

Il ferro compare in magre quantità nella Grecia per la prima volta nel secolo XIV; é già discretamente diffuso nell'Italia media intorno al 1100 a. C. , mentre nell'Italia superiore intorno a quest'epoca é ancora raro, solo più tardi diviene frequente. Dal X fino al IX secolo compare a nord delle Alpi nella Svizzera settentrionale e nella Germania del mezzodì. Nelle Alpi orientali e nei territori confinanti a nord fu presto e industriosamente estratto dai suoi minerali e lavorato. Nella Germania settentrionale e nella Scandinavia compaiono oggetti isolati di ferro nelle tombe del quinto e del quarto stadio dell'età del bronzo, e perfino del terzo, quindi prima ancora del 1000 a. C. ma senza mutare l'aspetto generale della civiltà; soltanto intorno al 500 a. C. la effettiva età del ferro spunta anche là. Anche se i più antichi oggetti di ferro ritrovati in molti luoghi sono solo piccoli ornamenti ed anelli, aghi, pezzi inclusi nel bronzo e si vede da questo che il nuovo metallo all'inizio era costosissimo e perciò solo per uso estetico, nè fu praticamente apprezzato anche in seguito.

In genere in molte regioni, come osservava Montelius, si deve stabilire una differenza tra l'epoca della prima comparsa di singoli oggetti di ferro e lo spuntare di una vera età del ferro. Tra quella e questo possono passare dei secoli, come ci mostra l'esempio del settentrione europeo. Che questo sia dipeso dall'essere profondamente radicata la tecnica del bronzo è indubitabile e fu osservato anche di sopra.

Il periodo di Hallstatt nell'Europa centrale si estende appunto in quei secoli, che nell'Europa settentrionale sono passati tra il primo inutile comparire di singoli oggetti di ferro e il cominciare di un'età effettiva del ferro. Non rappresenta poi questa età, ma è un vero periodo di transizione, nel quale si adoperavano quasi ugualmente il ferro e il bronzo e quelle nuove forme stilistiche di ogni sorta, che accennano a una influenza meridionale arcaica. Due circostanze hanno determinato questo periodo e quindi il diverso sviluppo del mondo germanico settentrionale e di quello illirico celtico nella prima metà di questo millennio; la vicinanza del mondo mediterraneo e, con qualche legame ad essa, l'essersi ben presto trovate ed aperte delle ricche miniere indigene di ferro, p. e. nelle Alpi Noriche, che perciò divennero più tardi più largamente note e famose.

Nei secoli, che per l'Europa centrale hanno ricevuto il nome di periodo di Hallstatt, si compiono noti avvenimenti storici nelle regioni meridionali ed orientali: la diffusione della potenza assira nell'Asia anteriore, quelle del commercio fenicio e della colonizzazione greca nel Mediterraneo, il fiorire delle città etrusche in Italia e il sorgere di Roma. Cadono pure in questo periodo la colonizzazione ellenica dell'Asia Minore e la cacciata dei Fenici dal bacino orientale del Mediterraneo in quell'occidentale, la vittoriosa comparsa di tribù montanare del settentrione nella madrepatria greca, la colonizzazione dell'Ellesponto e del Ponto, della Sicilia e dell'Italia, l'alleanza di Cartagine e degli Etruschi contro la diffusione dei Greci.

L'anima della storia in questo periodo si sposta decisamente da oriente a occidente, dal mezzodì al settentrione; tutto porta l'impronta del passaggio di una vita storica più attiva su nuovi campi più prossimi all'Europa centrale.
Anche in questa il moto della cultura procede da oriente a occidente e da mezzodì a settentrione. Qui i grandi impulsi esteriori si perdono per gli storici nell'oscurità delle condizioni preistoriche della vita; ma non per questo hanno cessato di propagarsi.

Come in genere con tanti cambiamenti, che si compivano intorno al Mediterraneo, si può appena immaginare nei paesi del suo «hinterland» settentrionale un ciclo di cultura che posasse soltanto sopra se stesso, così nel fatto i popoli traci e illirici, celtici e germanici del nord non hanno condotto un'esistenza rigorosamente separata nè l'uno di fronte all'altro, se li prendiamo isolatamente, né di fronte al mondo mediterraneo se li consideriamo nel loro insieme, come invece potevano fare delle tribù disperse di Esquimesi, di Boscimani o di Australiani. Al contrario essi così fra di loro, come col Mezzogiorno stavano in relazioni parte immediate, parte mediate, che non trovarono (a dire il vero) la loro espressione in avvenimenti storici, e non si sono nemmeno svolte in forma di un traffico commerciale regolato e grandioso, come p. e. tra i Greci e gli Etruschi in Italia, ma soltanto in un silenzioso scambio di beni da una casa all'altra del vicinato.

Questo ci insegnano le antichità del periodo di Hallstatt nel Settentrione; e ci mostrano ancora che quest'ultimo per la sua civiltà non dipendeva interamente dal Mezzogiorno, come si era prima pensato, anche se é impossibile nel considerare la civiltà di Hallstatt di prescindere del tutto dall'Europa meridionale e dall'Oriente. L'essenza di quella civiltà non consiste in un rivolgimento repentino, ma in un accrescimento di cultura e di ricchezza per mezzo del commercio e della produzione. Qui noi vediamo come i profitti maggiori non toccassero molte volte al produttore delle materie prime, al pescatore di ambra o al fonditore di stagno delle coste nordiche, ma al negoziante intermediario dell'Europa centrale. Questi era naturalmente alla sua volta un produttore. Dovunque nei paesi alpini e a settentrione di essi furono allora prodotte in misura sempre maggiore e adoperate per gli scambi sostanze del regno minerale, come il sale e i metalli, del regno vegetale, come specialmente i legnami e i cereali, e del regno animale, come p. e. il bestiame, le pelli, la lana e la cera.

Quindi la ricchezza o almeno la numerosa popolazione, attestata dai frequenti sepolcreti di questo periodo, che comprendono spesso migliaia di tombe, in parte entro valli e su altipiani, che oggi non hanno per nulla una popolazione densa; quindi in quei territori le grandi quantità di oggetti ornamentali, di corni, di vasi, e di attrezzi di ogni sorta, che nel loro complesso, siano pure di ferro, di bronzo, d'ambra, di vetro, d'oro, di terracotta o di qualsiasi altra sostanza, mettono in vista l'impronta tecnica e formale del loro tempo e delle relazioni di commercio, che allora sussistevano.
Questa ricchezza non fu in alcun luogo maggiore che nella necropoli del Salzberg sopra Hallstatt, ricchezza che evidentemente dipendeva dai minerali contenuti nel suolo, che ancora oggi si estraggono attivamente. In tali condizioni anche il ferro dovette esser conosciuto e di lì poi debbono essere venuti anche i primi fonditori e lavoratori nomadi del nuovo metallo. Il ferro non ha quindi per il periodo di Hallstatt la stessa importanza della lega di rame e di stagno per l'età del bronzo; è soltanto un tratto dell'immagine di quel periodo, tuttavia un tratto singolare, che acquista il suo valore più tardi, molto al di là dei limiti della preistoria, si accresce senza misura ed anche ai nostri giorni va senza posa aumentando.

Anche nel periodo di Hallstatt si possono distinguere stadi più antichi e più recenti. Nel suo primo comparire il ferro è ancora molto raro; presto però viene lavorato abbastanza comunemente per farne armi ed oggetti di ornamento, sebbene per gli ultimi il bronzo goda in ogni tempo una certa preferenza e la sua lavorazione per mezzo di una fine arte dei fabbri, riceva appunto in questo tempo un grande impulso, del quale sono una testimonianza p. e. gli splendidi vasi di bronzo ornati di decorazioni o anche di figure tirate a martello.

Coltelli, punte di lancia, scuri, ecc. si fanno ben presto soltanto in ferro, anche se (non del tutto raramente) ne compaiono ancora in bronzo. Le spade in principio non sono ancora di ferro e gradatamente si svolge in esse la forma della tipica così detta «spada di Hallstatt» con una forma caratteristica della lama (anche della punta tagliata a sbieco) e dell'impugnatura, specialmente del pomo in forma di cappello, dove non sono decorazioni di oro, di ambra e di avorio. Questa lunga arma da taglio nei tempi più recenti cede dinanzi ad una corta arma da punta - pugnale o spada corta - con lama sempre di ferro e pomo spesso a mezzaluna o incurvato in alto in simile forma, per cui questo tipo ordinariamente sì chiama «pugnale à ferro di cavallo».

Se all'inizio si adornava in certe lavorazioni il bronzo col ferro, più tardi si orna o si monta inversamente il ferro col bronzo; vale a dire le impugnature, le guaine, i chiodi ribattuti, i rivestimenti, le parti terminali e via dicendo, le parti più rare incastonate, si fanno col metallo antico, ora bello, costoso e maggiormente pregiato. Le fibbie mostrano in principio forme più semplici e sono spesso fatte di filo liscio di bronzo o di ferro, come più tardi le fibbie ad occhiali così frequenti, quelle semplici ad arco, le così dette «fibbie ad arpa» ed altre sono fabbricate secondo forme in parte del tutto nuove, prevalentemente di bronzo fuso, e per lo più copiate da tipi italici.

È caratteristico di tutte le fibbie più recenti il prolungamento della scanalatura dell'ardiglione, spesso chiusa da un bottone, e di quelle ancor più recenti il prolungamento del filo avvolto ad elica all'altra estremità dell'ardiglione, in modo da trovarsi da ambo i lati di questa estremità, della così detta testa, dando così origine alle «fibbie a balestra». Questi fermagli da vesti, spilli, guarnizioni da cintola, collane e braccialetti, pendagli di ogni sorta, molte volte eseguiti in forme stravaganti e lussuose, sono ancora per lo più di bronzo. I metalli nobili, che in Oriente e in Italia sono adoperati in copia per oggetti simili, sono nell'insieme ancora rarissimi, l'oro per lo più scarso, l'argento quasi mancante. La magnificenza rimane perciò in limiti modesti per quel che riguarda la materia e non soffre alcun paragone con la sontuosità, che regna nelle tombe contemporanee dell'Etruria, in forma di camere scavate nella roccia. Il piombo si estraeva nelle Alpi (Carinzia) e al pari dello stagno s'impiegava a fare pezzi ornamentali incastrati nei vasi di terracotta.

Questi in principio sono di un solo colore e abbastanza disadorni, ma presto ricevono ornamenti di stile geometrico, colorati o di altro genere, raramente figurati, che in parte ci danno buoni punti d'appoggio per la delimitazione dei gruppi locali entro l'intero dominio di una civiltà. Col tempo la ceramica svolge anche un considerevole patrimonio di forme, che talora per mezza di appendici e di finimenti plastici, raddoppiamento di parti e via dicendo, degenera in forme esagerate. Dalla prima età del ferro dell'Italia di mezzo e della Germania settentrionale derivano le così dette «urne-capanne» (rappresentanti la casa del morto nella fossa dove stanno le sue ceneri) e dal più tardo periodo di Hallstatt e da quello di La Tène le «urne a forma di viso» della Germania del nord-est con volto umano ed ornamenti di bronzo che mirano a rappresentare il morto stesso o una divinità che lo accoglie.

Dei diversi gruppi stilistici della ceramica dipinta del periodo di Hallstatt uno giunge da Posen fino all'Alta Franconia, un altro dal medio Danubio fino oltre il Reno superiore, un terzo dalla Drava fino all'Alta Italia. Ma nessuno di essi mostra nella pittura dei vasi ornamenti di figure e nessuno ornamenti vegetali, vale a dire uno di quei due elementi, sui quali riposa nel Mezzogiorno la bellezza della pittura dei vasi greci. Anche le forme dei vasi sono per nulla classiche, e mostrano al più di accostarsi agli antichi modelli italici.

Non è ancora conosciuta la ruota girante del vasaio, i vasi fatti al tornio, dipinti o monocromi vi giungono solo raramente dai paesi civili meridionali; molto più spesso perle di pasta a uno o più colori od anche piccoli vasi di vetro e simili.
Si è cercato di distinguere nel periodo di Hallstatt una fase di assoluto predominio dello stile europeo e un'altra di prevalenza dello stile orientalizzante, ma la prima domina sino alla fine dell'intero periodo. Si riconoscono articoli d'importazione italica e greca, gli ultimi soltanto di un tempo alquanto più tardo, circa del 700 a. C., e si riconoscono anche le imitazioni indigene dei prodotti stranieri importati più di frequente. Al principio del millennio domina in vasti territori dell'Europa media e meridionale una uniformità approssimativa di cultura, ma poi il Mezzogiorno, e specialmente i paesi a sud-est in seguito all'eredità micenea ed alla influenza del prossimo Oriente, acquistano presto un forte vantaggio e quindi la possibilità d'influire sempre più sul Settentrione. Questo ci è già indicato dal più antico periodo di Hallstatt, anche meglio da quello più recente ed anche di più dal periodo di La Tène.

Appartengono alle produzioni ibride più notevoli quelle delle tribù illiriche dell'Adriatico superiore, secondo antichi modelli greci di stile ionico e corinzio; esse però si accostano ad oggetti indigeni, adornati con figure, e a vasi, cinture, ecc. in bronzo, eseguite nella tecnica schiettamente indigena, che si diffusero verso settentrione fino al Danubio. Ma nell'Europa media - e questo costituisce di fronte ad Atene e a Roma una differenza, di cui una più netta appena si potrebbe immaginare - dominava in tutto ciò quella stabilità preistorica, la quale fu cagione che forme dell'antico periodo di Hallstatt qua e là si siano mantenute in vita fino all'occupazione romana della Gallia e dell'Illiria ed anche più oltre.
Presso alla civiltà di Hallstatt dominava nel Mezzogiorno quella dell'aurora e poi del meriggio dell'età classica greca, nel Nord e nel Nord-ovest quella della tarda età del bronzo dei Germani e dei Celti settentrionali, nell'Oriente la così detta civilta «scitica» od «uralo-altaica» dell'età del bronzo o della prima età del ferro, gruppo di civiltà di non comune estensione, che a settentrione e a mezzodì dei Carpazi giungeva fino all'Europa centrale, avendo probabilmente le sue radici nella lontana Asia orientale. I suoi domini principali sono la Siberia e la Russia europea; essa stessa è un fenomeno parallelo alla età del bronzo e alla prima età del ferro europea, prodottasi presso i popoli turanici del nord-est.

Delle parti di questi ultimi dalla loro mobilità di nomadi, già durante il più antico periodo di Hallstatt, possono essere state condotte nella porzione orientale dell'Europa media e qui aver posto alla ulteriore diffusione della civiltà di Hallstatt un limite, che noi di fatto incontriamo nell'Ungheria non lungi dal Danubio.
Tuttavia questi tre gruppi, vicini a quello dell'Europa media, lo hanno soltanto limitato, non angustiato o distrutto. Questo avvenne, a partire dalla metà del millennio per opera di un quarto gruppo, che sorse in Occidente tra il mondo mediterraneo e quello celtico settentrionale, per opera cioè del gruppo di La Tène.
Non i Greci e gli Etruschi, troppo lontani e troppo alieni ambedue dal Settentrione, non i Germani e gli Sciti, stabiliti in sedi più prossime, ma non in grado di offrire una cultura superiore, hanno estinto lo splendore vetusto delle forme della civiltà di Hallstatt; lo hanno fatto i Celti occidentali, i Galati o Galli, come furono chiamati più tardi. E così doveva avvenire ! Profondamente nel continente europeo, che sta dietro al gran bacino occidentale del Mediterraneo, là dove finisce la cintura delle Alpi e grandi fiumi, il Reno e il Rodano, scorrono verso settentrione e verso mezzogiorno, s'incontrarono le condizioni, che nella tarda antichità potevano produrre uno stadio d'incivilimento ultimo ed eminentemente preistorico; un suolo favorevole, fecondo di nuove creazioni civili dall'età paleolitica fino al presente, una popolazione densa, in parte sommamente guerriera, in parte assidua nelle arti della pace, infine, sino dalla fondazione di Marsiglia, intorno al 600 a. C., la vicinanza dei Greci con la loro operosità nei commerci e nelle industrie, il loro senso artistico e il loro genio intraprendente, che rivolto allora effettivamente al settentrione aveva trovato un'espressione storica di un valore incomparabile nei lontani viaggi di Pitea al tempo di Alessandro Magno. Circostanze così fortunate non si erano mai e in nessun luogo offerte prima ai Barbari del Settentrione.

Vi fu tuttavia anche in questo caso, come richiede la conservazione degli elementi più antichi, una lenta ascensione e non un'immediata interruzione dell'antico né una cultura del tutto straniera, che giungesse maestosamente, calpestando innanzi a sé nella polvere quanto vi era d'indigeno e di antico, come fa così spesso la nostra odierna civiltà europea al di là degli oceani.
In ultima analisi le relazioni più ristrette nello spazio proprie dell'antico mondo civile e le più ampie proprie del moderno hanno prodotto ed attuato questa differenza che nell'antichità, ad onta del disprezzo verso i «primitivi» e della schiavitù, toccava loro un destino del tutto diverso che non ai nostri giorni, potendo all'ombra di una civiltà superiore divenire popoli civili essi pure e soggiogare quelli, che un tempo li avevano disprezzati. Questo caso oggi non si ripeterà facilmente.

Dapprima i Celti occidentali e solo molto più tardi i Germani stanziati a settentrione e ad oriente sperimentarono i benefici di questa condizione. Gli uni e gli altri ne furono similmente rafforzati così da divenire dei conquistatori, i Celti occidentali a partire dal secolo V a. C., i Germani soltanto molto dopo il principio della nostra era. Perciò i primi si urtarono con la potenza romana mentre questa vigorosamente s'innalzava, gli ultimi mentre andava decadendo
; gli uni nonostante il loro poderoso avanzarsi, fallirono e finirono col soggiacere dovunque, gli altri rimasero vincitori.

Celti e Germani erano in origine, simili tra loro e derivati da uno stesso ceppo. Però nel tempo, di cui parliamo, la somiglianza era già piuttosto esteriore e fisica solamente che interna, psichica e attinente alla cultura. Fisicamente i Celti o almeno la loro nobiltà guerriera - poiché appaiono ben presto mescolati con altri abitatori del paese piuttosto bruni e brachicefali - erano di alta statura, dolicocefali, biondi, con occhi azzurri e pelle bianca, complessi di corpo, con vigorosa muscolatura, ma non tenaci e resistenti. Per la loro indole apparivano come una nazione cavalleresca, impetuosa, amante di avventure e di battaglie, millantatrice, feconda, amica del fasto; furono quindi arditi conquistatori o almeno soldati valorosi in eserciti stranieri dove convenisse, acquisitori di terre e alteri signori di coltivatori servi, nati dalla stirpe della popolazione soggetta.
Intorno alla metà dell'ultimo millennio a. C. si erano diffusi già da lungo tempo oltre la Manica nelle Isole Britanniche e da tempo più recente oltre i Pirenei nella Spagna.

Fin dal 600 occuparono l'Italia superiore e intorno al 400 la possedevano quasi completamente, esclusa soltanto la Venezia. Nello stesso tempo sottomisero i territori dell'alto Danubio fino alla catena centrale germanica ed ai paesi dei Sudeti. Penetrando oltre l'Appennino, nel 390 batterono gli eserciti romani e incendiarono la parte bassa di Roma ai piedi del Campidoglio. Ricchi donativi in oro e tributi poterono indurli a ritirarsi, ma non ad abbandonare del tutto l'Italia centrale. Allora l'intera Italia avrebbe potuto divenire celtica, se i condottieri vanagloriosi ed avidi non avessero venduto il frutto delle loro vittorie. Ma in ogni tempo i Barbari sono stati piuttosto spavaldi e predatori che eroi ed uomini di Stato.
Altri stormi di guerrieri celtici fecero più tardi scorrerie nella penisola dei Balcani e misero a contribuzione la Grecia fino a Delfo (280-248 a.C.). Poco dopo questi stessi Trocmi, Tolistoboi e Tectosagi passarono l'Ellesponto e fondarono nell'Asia Minore tre regni militari galatici. Tutto questo movimento ci appare come il prologo della grande migrazione dei popoli germanici, che, intorno alla metà del secondo secolo dopo Cristo, cominciò con la mossa dei Goti verso il Mezzogiorno e finì con lo stabilirsi dei Longobardi in Italia (568).

La civiltà posseduta e diffusa da questi Celti, chiamata «celtica tarda» (late celtic) in Inghilterra e «civiltà di La Téne» sul continente di fronte a quella antica classica, contro cui doveva di necessità naufragare, è naturalmente primitiva, barbarica, campagnola, arretrata, ma di fronte a quella di Hallstatt, da essa superata e respinta, si deve chiamare progressiva e quasi moderna. Questo sia detto rispetto al costume assai sviluppato di porsi al seguito dei grandi, alla ripartizione in classi sociali e alla costruzione delle città, come ai mestieri ed all'arte, in cui il sentimento pratico ed un nuovo gusto lasciano in disparte l'amore del fastoso, che é nello stile di Hallstatt, spesso piccino e irrigidito in forme antiquate.

La scena del mondo più ampia ed aperta, e la lotta per l'esistenza sopra un campo più vasto producono nell'arte forme più elevate, nell'industria forme più serie. Una folla di vecchie insufficienze fu allora sradicata, se anche ne rimanevano tuttora molte altre.
Innanzi tutto in questo periodo tutte le armi e gli strumenti, spesso perfino le guaine delle spade e le borchie degli scudi, gli speroni, gli elmi e le catene delle spade sono di ferro. Di ferro, e in parte sotto forme del tutto nuove e rispondenti a quelle oggi usate, sono costruiti molti attrezzi agricoli e domestici, che prima o si facevano soltanto di bronzo o neppur di metallo; seghe, falci da fieno e da grano, forbici, tenaglie, martelli, vomeri, coltelli da aratro.
Ornamenti in ferro sono già di antico uso, ma ora tornano di nuovo in voga. Ora soltanto si entra in una vera e compiuta età del ferro. Di bronzo sono in prevalenza ormai solo gli ornamenti e i vasi, poi gli elmi, le catene delle spade, le parti che formano lo scudo. Ma anche questi lavori sono ora più robusti nella parte metallica, più massicci, a pareti più grosse, spesso con ornamenti rilevati, dove pure risulta un impiego accresciuto dell'arte di fondere.
Non di rado gli oggetti metallici sono ornati anche con ambra, corallo e vetro rosso. Ornamenti fini si presentano incastrati nelle guaine ferree delle spade. I ricchi e i maggiorenti portavano al collo gioielli d'oro massicci, spesso anche artistici.

Nel progresso ascendente rapidamente e in linea retta, che caratterizza il periodo di La Tène, s'incontrano poi la ruota e la fornace del vasaio, che produrranno d'ora in poi oggetti in terracotta spesso solo disadorni, ma sotto l'aspetto tecnico molto più completi di prima, quando si cuocevano i vasi di terra, foggiati a mano libera, nel fuoco all'aperto, ottenendo così soltanto una pasta tenera e fragile, non le pareti ben cotte, sonore e dure che avranno i vasi in ceramica.

Spetta inoltre a questo periodo la macina rotante da grano, in luogo dell'antica pietra in forma di conca per macinare, con lo schiacciagrano mosso qua e là su di essa dalla mano dell'uomo; inoltre i dadi e le pedine per il giuoco e finalmente, non ultime, le monete di oro e d'argento, coniate dai capi celtici coi loro nomi e con diverse figure, spesso malamente sfigurate, secondo i modelli marsigliesi e macedoni, infine anche con dei coni romani.

Il lavoro manuale celtico fu in fiore nelle città ben fortificate, spesso situate sulle alture, molte delle quali ci sono note soltanto di nome, altre, come p. e. Bibracte, la capitale degli Edui, anche come luoghi con rovine, teatro di frequenti scoperte archeologiche, ed altre ancora, come la città senza nome dei Boii sulla collina di Hradischt presso Stradonitz nella Boemia centrale, soltanto per la muta massa del loro visibile retaggio. Luoghi di soggiorno così estesi ed importanti, come quelli ricordati, non sono noti a tutta la preistoria antica della stessa parte del mondo; la città è anche qui il simbolo e la pietra di confine dell'evoluzione storica che incomincia.

La civiltà di La Téne nel suo dominio, che in massima parte coincide con l'antica dimora dei Celti e dei Germani, non occupa uniformemente la seconda metà intera dell'ultimo millennio prima di Cristo. Nell'Occidente esso è, per meglio dire, uno stadio preliminare, un periodo di transizione, che pone il fondamento dello stile di La Téne; esso comincia già intorno al 500 a.C. con nuovi oggetti d'ogni sorta importati dalla Grecia, per lo più vasi di bronzo e vasi in terracotta dipinti, e con prodotti propri dei Barbari, tuttavia spesso con influenza dell'industria greca, ma non con lavori di artisti greci, imitanti lo stile greco, come invece si hanno in Crimea.
È specialmente caratteristico l'ornare con figure plastiche, il più delle volte limitate a teste o maschere di uomini o di animali, le impugnature delle spade, il gancio dei fermagli delle cinture, le collane e i braccialetti. All'armamento dei guerrieri appartengono corti stocchi, lunghe armi da taglio, alti elmi conici e per gli uomini ragguardevoli, bighe da battaglia e ricche bardature da cavallo.

Scoperte archeologiche relative a questo periodo ci fecero conoscere numerosi tumuli alti e spianati con cadaveri incombusti; il periodo stesso è rappresentato principalmente nei territori di confine tra l'Europa media e l'occidentale, dal piede settentrionale delle Alpi fino alla catena centrale germanica, poi in Baviera e in Boemia. Nella parte orientale dell'Europa media, nella regione alpina e nell'Italia superiore, intorno a questo tempo dominava ancora lo stadio del tardo periodo di Hallstatt, detto della «Certosa» (dalle tombe scoperte nel suolo nella Certosa di Bologna), miscela di elementi barbarici ed etruschi, che gode di una vita oltremodo tenace nelle Alpi orientali e nei paesi ad oriente dell'Adriatico.

Quello che specialmente si chiama periodo di La Tène, comincia soltanto intorno al 400 a. C. e si estende di là fino verso il principio della nostra era, per tre stadi, che si distinguono particolarmente per le forme delle lunghe spade e delle fibbie e che furono chiamati «primo », «medio» e «tardo periodo di La Téne».
Il primo periodo di La Tène, dal 400 al 300 circa, all'infuori di alcune località dell'antica patria celtica e delle nuove sedi meridionali, conquistate più tardi dai Celti nell'Italia orientale o superiore, nelle quali le scoperte fatte nelle tombe sono di una ricchezza notevolissima, ha del resto un'impronta abbastanza uniforme. Gli oggetti trovati (come quelli presentati in apertura) provengono ancora in parte da tombe a tumulo, in parte da necropoli con tombe spianate e in parte ancora da depositi di doni votivi, come quello famoso di Dur nella Boemia settentrionale.

Nell'Italia superiore e in quella orientale, non però nei paesi alpini e sulle coste a levante dell'Adriatico, lo stadio della Certosa è sorpassato e - come siamo in grado di stabilire- nuove forme di provenienza greca ed etrusca sono miste con quelle celtico-settentrionali. I due secoli seguenti appartengono al periodo medio di La Tène; é l'epoca dei Diadochi in Oriente, della quale noi possediamo anche rappresentazioni artistiche di trofei e di spoglie celtiche, corrispondenti con gli oggetti trovati nelle tombe.

In Italia il dominio celtico é oramai limitato alla pianura del Po; appare invece più esteso verso oriente. Nei paesi delle Alpi e nel nord-ovest della penisola balcanica domina una civiltà mista illirico-celtica, caratterizzata dalla miscela di forme del periodo tardo di Hallstatt e di quello medio di La Tène. Queste penetrarono anche nella Germania settentrionale e si spinsero fino alla Scandinavia, quindi in territori germanici tra i più puri.
Nel paese celtico a settentrione delle Alpi si usava a preferenza di inumare i cadaveri incombusti in estesi sepolcreti con tombe spianate; nei paesi alpini dominava l'incinerazione dei cadaveri, come tra i Germani, che verso questo periodo impiantarono grandi sepolcreti ad urne.

La comparsa della tarda civiltà di La Téne nell'ultimo secolo a. C. sta pure senza dubbio, come quelle dei due periodi precedenti, in relazione con avvenimenti storici più o meno bene conosciuti, specialmente con l'energica reazione della potenza romana contro le migrazioni verso mezzodì dei Celti e di quei Germani, che (come i Cimbri) fecero causa comune con loro. Questa reazione ha condotto in conclusione alla conquista della Gallia e dei paesi celtici a mezzogiorno del Danubio. L'arte e l'industria di questo stadio del periodo di La Tène hanno già un carattere quasi del tutto romano-provinciale e accennano anche di già a fenomeni della tarda epoca romana e anche di quella posteriore della migrazione dei popoli germanici.

Erano allora in fiore le città ricordate di sopra, sul Mont-Beuvray (Bibracte) e sul Hradischt presso Stradovitz; di questo tempo sono numerose costruzioni in forma di argini circolari, situate alla stessa latitudine nella Francia e nella Germaria meridionale, nelle quali furono scoperti oggetti uguali, ma in minor quantità. Secondo i risultati ottenuti dalla loro esplorazione, pare che la maggior parte di questi luoghi fortificati ovvero «oppida
, come li chiamavano i Romani, provengano dall'ultimo periodo dell'indipendenza celtica, vale a dire che essi siano stati edificati al tempo, in cui si avvicinavano le legioni romane, o almeno che siano stati fondati di pianta per il concentrarsi della popolazione, poiché gli oggetti di poca importanza, che vi si trovarono spesso in grande abbondanza, sono quasi esclusivamente del tardo periodo di La Téne.

Fu insomma soltanto la comparsa dell'antica civiltà mondiale del Mezzogiorno, che provocò la più antica edificazione di città sul suolo dell'Europa media. Di Bibracte conosciamo non solamente la direzione e la struttura della sua circonvallazione, costruita di tre materiali (pietra, legno e terra), ma anche la pianta dei quartieri abitati come esistevano negli ultimi tempi dell'indipendenza ed anche nel primo mezzo secolo dopo Cesare, quando le alte e forti muraglie si elevavano ancora al cielo, ma erano spoglie dei loro difensori, mentre una pacifica guarnigione di laboriosi artigiani abitava sull'altopiano montano in capanne basse, murate a secco e semi-sotterranee. Ovunque risuonavano là i colpi dei martelli di ferro e saliva, a vortici il fumo delle officine dei fabbri, dei fonditori e degli artefici di getto.
Un gallico Wieland, é vero, non batteva più sull'incudine le lunghe e larghe spade di La Téne per combattere contro i Romani; ma l'artefice foggiava ornamenti artistici di bronzo e di ferro, gettava paste di smalto sui metalli e via dicendo. Animali da soma trasportavano via i suoi lavori ormai ricercati, ed altri gli portavano in cambio brocche di vino dalla Provenza e dall'Italia, bei vasi aretini in terracotta, presto imitati dai vasai del paese, gemme; con le quali i Galli si compiacevano di nobilitare i loro ornamenti e molte altre merci di provenienza italica.

Quanto fosse considerevole il movimento del denaro sulla piazza del mercato di Bibracte si può riconoscere da questo che vi furono raccolte più di 1000 monete (1030 galliche e 140 romane) di quelle perdute isolatamente.
Del tutto in alto sulla montagna si ergevano di già anche alcuni edifici maggiori e pretenziosi con riscaldamento del piantito e con goffi mosaici. Ma tutto questo era soltanto una creazione effimera; poiché già un mezzo secolo dopo l'ultima violenta sollevazione dell'ardente amore per la libertà della Gallia, intorno all'anno 5 d. C. Bibracte fu del tutto abbandonata e nelle sue vicinanze venne in fiore Augustodunum, una città provinciale schiettamente romana.

Sebbene i Celti non esercitassero nel più alto senso della parola le arti della architettura né della scultura né della pittura, possedevano tuttavia un'originale industria artistica, come più tardi i Germani del tempo della migrazione dei popoli. Vi era uno stile celtico, i cui elementi consistevano nella vecchia predilezione per le figure geometriche, per una propria stilizzazione dei motivi a base di figure, per l'impiego prevalente di linee curve (in forma di spirale o di S), in un gusto pronunziato per il lavoro a traforo e per l'applicazione di coralli o di smalti vitrei.

Ma già, mentre Bibracte era in fiore, questo stile aveva molto perduto della sua originalità, e dinanzi alla preponderante diffusione delle forme della vita e dell'arte romana si ritrasse in Britannia, dove ancora molto tempo dopo, nell'«alto» medioevo dominò nell'arte dei miniatori irlandesi.

Per la Germania settentrionale e per la Scandinavia, quindi per il grande dominio dei popoli germanici, l'intero periodo di La Téne é la «prima età del ferro», durante la quale essi hanno subìto influenze celtiche e più tardi romane, accolto merci importate di là, imitato e trasformato nel proprio paese gli elementi stranieri, senza però perdere la loro passata libertà né prima a vantaggio dei Celti né più tardi a vantaggio dei Romani. Numerosi oggetti ritrovati nella Svezia e nella Danimarca - agli ultimi appartiene anche la famosa caldaia d'argento di Gundestrup...,

 

.... dove sono figurate scene dell'Olimpo celtico - hanno un manifesto carattere del periodo di La Téne, ma in parte con impronta specifica nordica; altri sono indipendenti da questo nuovo stile e continuano antiche serie di forme.

Derivano da questo tempo due carri a quattro ruote scoperti nella torbiera di Deiberg presso Ringkjóbing nello Jútland. Questi veicoli, con le parti di legno rivestite da una lamina di bronzo con ornamenti, servivano probabilmente a portare in processione delle immagini di Dei, come (secondo Tacito) erano soliti fare i Germani. Furono poi fatti a pezzi e gettati nell'acqua vicino ad un santuario pagano, nel cui luogo sorse più tardi una chiesa cristiana.

Per una svariata destrezza artistica i Celti erano allora di gran lunga superiori ai Germani e quindi loro maestri e modelli - per valore guerriero non potevano più stare al confronto loro e questa relazione si é ancora rafforzata ed accresciuta nei tempi che seguirono. La parte dei Celti come creatori autonomi di civiltà era terminata, quella dei Germani in questo campo doveva soltanto cominciare. Vi furono certo anche delle precedenti civiltà germaniche, come quella neolitica e del bronzo nel Settentrione; ma queste sono tuttavia soltanto espressioni locali della civiltà generale dell'Europa nella età neolitica e del bronzo, per quanto avessero molti lineamenti speciali, e da esse non si é sviluppato lo stile germanico dell'epoca della migrazione dei popoli.
Per questo occorreva l'intervento dei Celti e dei Romani. Per prendere in considerazione soltanto alcune scoperte archeologiche dello Jútland, paragoniamo le vesti ben conservate e le offerte funebri delle salme contenute nelle bare, scavate in tronchi d'albero, di Bórum-Eshói presso Aarhuus della prima età del bronzo, con le famose scoperte archeologiche fatte nelle torbiere di Thorsbbjerg e di Nydam nello Schleswig del tempo romano e con meraviglia potremo misurare quale cambiamento e quale progresso abbia arrecato ai Germani nel vestito, nelle armi, negli ornamenti, ecc. l'avvicinarsi delle civiltà meridionali.

La preistoria della civiltà umana non può prendere in uguale considerazione tutti i paesi e tutti i popoli. Essa ne perde di vista ora alcuni, perché restano addietro in gradi inferiori di cultura, ora altri, perché entrano in vie superiori nel campo della storia. Per un maggior tempo tiene dietro perciò a quelli, che per ultimo raggiungono una importanza storica superiore. Se un tempo altre razze dovessero conseguire il dominio della terra, si dedicherebbe una maggiore considerazione anche alla preistoria di quei nuovi dominatori. Ma é per lo meno assai problematico che questa necessità possa mai presentarsi.

Abbiamo seguito il passato dell' umanità, specialmente per quel che riguarda l'Europa, dalla sua prima comparsa fino al limitare della storia, e indicato i progressi, dai quali furono create le basi della nostra patria spirituale e materiale, della civiltà storica così vertiginosamente accresciutasi della nostra stirpe. Queste basi possono sembrarci piccole; in realtà sono immensamente grandi. Stanno così lungi da noi nel tempo, come l'origine delle montagne e delle pianure, su cui ci muoviamo e che considerammo lungamente come qualcosa di fisso, d'immutabile dall'eternità. Tuttavia non sono tali né queste né quelle.
Quando l'uomo dalla materia greggia, che la natura gli offriva, ricavò lo strumento, quando poi coi suoi propri mezzi ne superò le opere e dette norme al suo tranquillo governo, ne divise in due parti lo scettro e come figlio creatore si pose al fianco di lei, della madre creatrice.
Fino ai nostri giorni non è andato più oltre e altro non ha fatto se non che continuare questo condominio. Poté rafforzare e migliorare là sua situazione nella natura e a fianco della natura, fare mille scoperte; ma non poté creare nulla di nuovo, che avesse un uguale valore. All'età paleolitica e neolitica in fondo ha soltanto tenuto dietro lo sviluppo di quanto già esisteva, ma non un terzo stadio di simile importanza. Non é dà temere che alcuno voglia perciò far troppo poco conto della storia della civiltà superiore. Poiché attraverso quei due stadi l'uomo è soltanto divenuto un essere civile e solo col suo ulteriore sviluppo poteva mostrare di che fosse capace.

Questo periodo più tardo resta nondimeno per noi la parte essenziale dell'evoluzione. I germi di tutto esistevano già da lungo tempo, ma erano soltanto germi. E se finora abbiamo parlato più di strumenti e di armi, di ornamenti e di attrezzi e sia pure di animali e di climi che non delle idee dell'umanità si deve tuttavia in fine ricordare che anche i germi di ogni evoluzione psichica superiore, come c'insegna la conoscenza dei popoli allo stato di natura, si devono porre in quei tempi remoti, anche se di questo non ci é rimasta alcuna sensibile espressione. Se anche di ciò avessimo fonti e miniere ci dovremmo certamente meravigliare di quanto quegli uomini hanno pensato, discorso e cantato, senza pure lasciarne una traccia scritta. Il loro patrimonio intellettuale era certo allo stesso grado di quello materiale. L'etnografia comparata ci attesta che fu così e ci mostra la speciale forma del primo per ogni singolo stadio dell'evoluzione umana.

L'ETA' ARCAICA

1. I PRIMORDI DI UNA CIVILTA' > >

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