-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

3. - L'ETA' OMERICA
DIZIONARIO OMERICO

 

La fine del periodo miceneo è caratterizzata esteriormente dal sorgere di uno stile decorativo nuovo; lo stile geometrico, ovvero, come si suol chiamarlo da uno dei principali giacimenti archeologici che lo presentano, lo stile del Dipilo. I primordi di questo stile rimontano ad epoca premicenea; esso fu poi scalzato dallo stile miceneo per riprendere la prevalenza dopo il decadere di quest'ultimo e dominare nell'arte greca sin quasi alla fine dell'VIII secolo.

Noi ne abbiamo conoscenza principalmente dalla ceramografia; ed in questo campo si ha un progresso in confronto al periodo miceneo, in quanto ora cominciano a vedersi sui vasi raffigurazioni di scene della vita umana che sui vasi micenei mancavano completamente. Peraltro si tratta di pitture assai rozze e le figure spesso sono disegnate in modo grottesco. Che però del resto l'arte industriale, e specialmente la lavorazione dei metalli, si sia mantenuta anche in questo periodo ad un alto grado di perfezione tecnica, ci é dimostrato dalle descrizioni dei suoi prodotti contenute nell'epopea; é assolutamente ingiustificato parlare, come di regola suol farsi, di una decadenza della civiltà greca dopo la fine del periodo miceneo.

Ché anzi per l'appunto in quest'epoca, sul passaggio cioè dal 2.° al 1° millennio
avanti l'era nostra, fu fatto nel bacino dell'Egeo un progresso tecnico fecondo di grandi conseguenze. La civiltà micenea, come vedemmo, non conobbe che armi ed utensili di bronzo; ora i Greci impararono invece a fondere e lavorare il ferro, e quindi la spada di ferro venne a sostituire l'antica spada di bronzo. L'introduzione, di un'arma offensiva più robusta rese poi necessarie armi difensive anch'esse più solide; al luogo dello scudo di legno dell'età micenea, alto come la persona e ricoperto di cuoio, subentrò uno scudo ovale di cuoio con placcatura di bronzo, il quale a causa del suo peso relativamente maggiore dovette naturalmente costruirsi di proporzioni più piccole e lasciava quindi scoperte le gambe, le quali ora per la prima volta cominciarono ad essere protette mediante una copertura di cuoio ed in seguito con gambali di bronzo; a miglior sua difesa il guerriero inoltre portava sotto lo scudo una corazza di cuoio placcata di bronzo ed una fascia dello stesso genere attorno al ventre. La testa era protetta da un elmo di bronzo ornato di un cimiero ondeggiante. Dei guerrieri equipaggiati a questo modo non erano naturalmente in grado di fare lunghe marce: perciò quale mezzo di trasporto continuò dapprima a rimanere in uso il carro di guerra, al pari che nell'età micenea, finchè a poco a poco invalse il costume di recarsi alla guerra montati su cavalli. Principale arma offensiva era l'asta che di regola si adoperava per scagliarla da lontano, e soltanto se il colpo falliva si passava a decidere la contesa con la spada.

L'armamento ora descritto pose gli abitanti del bacino dell'Egeo in una condizione superiore rispetto a tutti gli altri popoli; ad esso i Greci vanno in gran parte debitori se nel corso dei secoli successivi riuscì di acquistarsi il predominio sul Mediterraneo.
É con le armi alla mano che sul finire dell'età micenea i Greci avevano conquistato le isole del mare Egeo e la costa occidentale dell'Asia Minore; non poteva mancare che lo spirito bellicoso si conservasse vivo anche dopo nel popolo. Ed effettivamente questo popolo era, come dice il poeta, una «stirpe ferrea».

Rapire alle tribù vicine gli armenti ovvero attraversare il mare su rapide navi per saccheggiare le coste straniere era il mezzo ritenuto più degno di un uomo libero per acquistarsi ricchezze; gli ozi della pace venivano occupati con tornei di lotta e con ogni sorta di esercizi ginnastici; nè v'era onore maggiore che quello di riportare in essi il primato su ogni altro. In occasione di ricorrenze festive si istituivano gare di questa natura e ricchi premi erano destinati ai vincitori; ciò avveniva soprattutto in occasione dei funerali dei re, costume questo da cui più tardi si svolse l'uso dei giuochi ginnici nelle feste in onore degli Dei.

Una vita cavalleresca di questo genere non era naturalmente possibile se non per coloro che ad opera propria o dei loro antenati erano pervenuti all'agiatezza mediante scorrerie fortunate e proficue di bottino, giacché per acquistarsi ricchezze non v'era ancora altra via che questa. Chi apparteneva a questa classe guardava con disprezzo la massa del popolo obbligata ad impiegare la propria attività nel guadagnarsi il pane giornaliero, come gli artigiani ("demiurghi"), i piccoli agricoltori e i mercenari ("teti"); egli non si stimava da meno degli stessi re e si arrogava com'essi origine divina.

Ne venne che i re ora non poterono più conservare per sé quella pienezza di poteri che giusta la testimonianza dei monumenti dovettero possedere nell'epoca micenea. Continuò bensì a sussistere l'ordinamento monarchico, ma il re di fronte alla nobiltà non fu più che il primo fra gli eguali, vincolato per tutti gli atti di governo importanti al consenso del consiglio dei capi delle genti nobili, i quali come ben pare si attribuivano essi medesimi il titolo di re. Pertanto siccome tutto veniva deciso in seguito a discussione, la padronanza della parola per un uomo di alta condizione divenne ben presto altrettanto indispensabile quanto l'abilità nelle armi; possedere le due qualità di valente oratore e di strenuo guerriero fu l'ideale cui aspirava il greco di quest'epoca.

Nell'epoca micenea non si rileva ancora in Grecia l'esistenza di Stati di notevoli entità. Nella stessa pianura argolica, che dal punto di vista geografico costituisce un tutto continuo e connesso e che un buon camminatore può percorrere a piedi in poche ore da un capo all'altro, troviamo in quell'età i due regni di Micene e di Tirinto che devono aver fiorito, contemporaneamente, più le rocche di Mideia, Nauplia e la Larisa, l'acropoli della futura Argo, che senza dubbio furono del pari residenze di principi.

Certo può darsi che Micene abbia vantato una specie di egemonia sulla regione, e un argomento può trarsi dal fatto che il sacrario di Hera a piedi del monte Eubeon, ad una buona ora di distanza dalla città verso est, é rimasto per tutta l'antichità il centro religioso dell'intera Argolide. Ma in ogni caso, il vincolo che stringeva insieme fra loro le città ha dovuto essere assai debole e Micene non è stata in grado di mantenere la sua posizione dominante. Verso l'epoca della decadenza della civiltà detta « micenea » essa si vide superata da Argo, la città che era sorta a piedi della Larisa. Ben presto Micene non poté più resistere alla sua giovane rivale e decadde sino a ridursi un borgo insignificante; il governo del sacrario di Hera passò ora ad Argo, alla quale furono costrette a piegarsi anche le altre città della regione, di modo che essa divenne la più importante città del Peloponneso.

In maniera analoga Sparta estese il suo dominio su tutta la valle dell'Eurota. I borghi minori adiacenti furono distrutti e il loro territorio suddiviso fra i vincitori, gli abitanti vennero ridotti alla condizione di servi della gleba (Iloti), costretti d'ora innanzi a coltivare le terre per conto dei loro nuovi padroni, allo stesso modo ch'era avvenuto al momento della conquista greca di Creta. E come si era verificato per i Greci di Creta, anche gli Spartani si diedero ora una rigida organizzazione militare, in grazia dalla quale gli uomini venivano sin da fanciulli allevati per la guerra, e gli adulti si adunavano, suddivisi come i soldati in campo per squadre, a mense comuni (sissitie); organizzazione questa che pose in seguito Sparta in grado di conquistarsi l'egemonia sul Peloponneso e sull'intera Grecia.

Le città della regione situate a maggior distanza da Sparta furono ridotte allo stato di suddite; i loro abitanti, « perieci » (« abitanti delle località circostanti »), come sono da allora chiamati nei loro rapporti con Sparta, conservarono bensì la propria libertà, le proprie terre -ed anche una certa autonomia comunale, ma dovettero riconoscere la sovranità dei re spartani e tenersi sempre pronte a seguirli, al primo loro ordine, in guerra.

Nelle altre contrade del Peloponneso in quest'epoca ciascun cantone faceva ancora parte a sé e la popolazione, salvo poche eccezioni, viveva dispersa in villaggi. Invece nell'Attica si verificò in tempi molto precoci un processo di unificazione della regione. Anche qui aveva esistito una volta una serie di Stati cantonali, i cui castelli reali sono visibili tuttora; il più notevole di questi Stati abbracciava la pianura centrale del paese attraversata da Cefisso, che si stende tra l'Imetto e l'Egaleo sino ai primi contrafforti del Parneto. I principi di questo Stato, la cui rocca costituì poi l'Acropoli di Atene, sottomisero nel corso del tempo alla propria signoria gli altri Stati, però concessero ai soggiogati piena parità di diritti coi conquistatori, di modo che da allora tutta l'Attica venne a fondersi in uno Stato unitario.

La leggenda attribuisce questo così detto « sinecismo », che gettò le basi della futura grandezza di Atene, all'opera di Teseo, figura mitica che altro non é se non una delle innumerevoli ipostasi del dio del sole; in realtà invece questo processo di unificazione deve essersi compiuto assai lentamente, ed Eleusi principalmente riuscì a difendere la propria indipendenza contro Atene sino a tempi relativamente recenti, forse sino all'VIII o al VII secolo.

Nella vicina Beozia non si giunse ad una altrettanto completa fusione delle varie parti del paese, e questo per la ragione che qui dall'età micenea esistevano tre centri di notevole entità : Tebe, Orcomeno e la città che sorgeva sull'isola di Gha nella palude Copaide, d
ella cui importanza sono ancora oggi testimoni i residui della sua estesa cinta di mura e del suo palazzo reale, malgrado che sia scomparsa la memoria del suo nome antico. Vero é che quest'ultima città deve essere stata assai precocemente distrutta o forse abbandonata a causa nella malaria, ma Orcomeno conservò la sua importanza sin nell'epoca classica, nonostante che sia passata sempre più in seconda linea di fronte a Tebe.

Detto questo, l'unificazione della regione non fu possibile se non nella forma di una federazione, da principio non molto compatta, a capo della quale stava Tebe, mentre le singole città mantennero tuttavia una misura relativamente grande di autonomia. Nelle altre regioni della Grecia le città o i cantoni vissero per lo più completamente indipendenti l'uno accanto all'altro ed al massimo si unirono in leghe di semplice carattere sacrale.
In generale il principale vincolo che manteneva la coesione di tutta la nazione greca era la comunanza di religione. I poemi omerici ci presentano il ciclo degli Dei nazionali costituito già in sostanza così, come più tardi lo troviamo nell'epoca classica.
Al sommo della scala della gerarchia divina sta il dio del cielo Zeus, il « padre degli Dei e degli uomini », la cui potenza é maggiore di quella di tutti gli altri Dei presi insieme; gli sono accanto Hera, sua moglie e sorella, la regina del cielo, i suoi fratelli Posidone, il dio del mare, ed Ades, il dio dell'Inferno ; vengono poi Demeter, la dea della terra, e le sue figlie, la dominatrice del regno dei morti Persefone o, come per eufemismo la si denominò, la « fanciulla » (Kore) ; poi Atena, la vergine figlia di Zeus che dispensa ía vittoria in guerra e tutela le opere della pace; il dio del fuoco Efesto, generato da Giove con Hera: il dio del sole Apollo e sua sorella Artemide, la dea della luna: Afrodite, divinità tutelare del sesso muliebre, anch'essa in origine una divinità lunare; Hermes, il mite dispensatore di tutti i doni benefici, un dio della luce come Apollo; la coppia dei due divini fratelli, i « figli di Zeus » (i Dioscuri), che tutelano gli uomini in ogni angustia e pericolo; Dioniso, divinità ctonica, cui gli uomini van debitori del dono della vite, e il feroce dio della guerra, Ares.

Sacrari dedicati a queste divinità ve ne erano dappertutto nei paesi greci, benché naturalmente, a seconda delle condizioni locali, talora una talora un'altra di esse godesse la preferenza ed oltre agli Dei comuni fossero venerate anche numerose altre divinità.
Le idee concernenti la divinità cominciarono in quest'epoca ad affinarsi. Gli Dei furono concepiti ora in forma puramente umana e quegli animali, che le credenze dell'età micenea avevano fusi con gli Dei raffigurati come uomini a formare grotteschi ed ibridi mostri,
divennero attributi delle singole divinità; Atena ad es. non fu più concepita ora con la testa di civetta, ma conservò la civetta come un animale sacro ad essa. Lo stesso antropomorfismo dominò naturalmente anche nelle idee concernenti l'intima natura della divinità; gli Dei furono concepiti con tutte le inclinazioni e le passioni umane, salvo la loro potenza infinitamente maggiore; soprattutto erano ritenuti immortali e dotati di giovinezza eterna, mentre alle credenze di tempi antecedenti non fu estranea l'idea che anche gli Dei potessero morire, tanto vero che a Creta veniva additata persino una tomba che si diceva fosse quella di Zeus.

La concezione antropomorfica della divinità portò poi di conseguenza che ogni dio dovette avere la sua dimora che accoglieva la sua effigie e custodiva i doni votivi che la pietà dei fedeli gli offriva. Senza dubbio il tempio si é svolto dalle cappelle private che riscontriamo nei palazzi dell'età micenea; una riprova se ne ha nel fatto che più tardi, allorché la potenza dei re era stata abbattuta, furono assai spesso eretti dei templi sulle rovine degli antichi palazzi. E ben presto anche nei boschi sacri si elevarono dei templi ai rispettivi Dei.

Intorno a ciascuno di questi luoghi sacri si formarono delle leggende religiose; esse formarono il tema degli inni che in occasione della festa del dio cantavano in sua lode. A misura poi che i maggiori Dei nazionali ottennero la prevalenza nelle credenze del popolo gli innumerevoli Dei locali, al di fuori del luogo ove erano oggetto di un culto apposito, vennero ovunque spogliati della loro natura divina e degradati alla condizione di semplici « eroi » che sarebbero vissuti in epoche lontanissime e sarebbero stati dotati di una forza infinitamente superiore a quella degli uomini attualmente viventi. Lo stesso Ercole non poté sfuggire a questa sorte. I canti che celebravano le sue gesta perdettero in seguito a tale mutamento il loro carattere religioso, il teatro di quelle gesta si trasportò dal cielo alla terra; l'inno si trasformò in canto eroico. E qui la fantasia dei poeti ebbe campo di spaziare con la massima libertà, i singoli canti vennero intrecciati e collegati fra loro nella più svariata maniera a formare grandi cicli di leggende eroiche, in cui poi fu accolta anche la sostanza di canti che celebravano avvenimenti storici.

La copia dei materiale a un dato momento richiese per potere essere esaurita composizioni più vaste, e così dal canto eroico si svolse l'epopea eroica.
Abbiamo già visto che i primi inizi della tecnica epica risalgono sino all'età micenea; anche il metro epico, l'esametro, deriva da quell'epoca ovvero si è svolto da un metro dattilico in uso nell'età micenea. È ben vero che le composizioni di quell'era antichissima dell'inno sacro e del canto eroico sono perdute per noi; non ci rimangono se non le due grandi epopee omeriche che rappresentano il culmine di tutto lo svolgimento di questa forma poetica, e già l'antichità non possedeva altre poesie epiche più antiche. Ma basterebbe il convenzionalismo del linguaggio epico, pieno di formule stereotipe, quale si rileva nell'Iliade e nell'Odissea, per darci la prova che queste epopee sono l'ultimo anello di una lunga catena di evoluzione.

Il ciclo di gran lunga più famoso di leggende epiche si svolge attorno alla distruzione di Ilio, la quale, come ci dimostrano le sue rovine, nell'epoca premicenea e soprattutto nell'età micenea fu una delle più importanti città dell'Ellesponto, mentre il luogo ove essa sorgeva rimase dopo la sua distruzione press'a poco deserto per lo spazio di secoli finché verso il 300 a. C. Lisimaco vi fondò una nuova Ilio. La distruzione di questa città è dunque un fatto storico e neppure vi é ragione di mettere in dubbio che essa sia stata operata dai Greci, visto che l'espansione greca sulle coste del mare Egeo cade per l'appunto negli ultimi secoli dell'età micenea.

Le leggende però che costituiscono il nucleo dei canti relativi alla guerra di Troja sono molto più antiche e non hanno minimamente a che vedere con la distruzione della città. A base di tutto sta un antichissimo mito concernente la lotta fra gli spiriti della luce (Licii) e gli spiriti delle nubi, i Danai, e vi si intreccia il mito del rapimento della dea lunare Elena ad opera del dio del sole e del suo riacquisto per mano di due divini gemelli stretti suoi parenti, mito quest'ultimo che veniva narrato in vari modi.
Secondo la leggenda attica Elena sarebbe stata rapita da Teseo e liberata dai suoi fratelli, i Dioscuri, e ricondotta a Sparta sua patria; secondo l'epopea omerica il rapitore è il trojano Alessandro, al quale Elena viene poi ripresa dal marito Menelao, e da suo fratello Agamennone. Ed a questi due miti si è nel corso del tempo venuta ad aggregare una serie di altri miti e leggende che erano in origine completamente estranee al ciclo trojano.

Così la leggenda dell'eroe solare Odisseo che scende nell'Averno e ritorna alla sua casa, dove con i suoi infallibili strali uccide i proci che, mentre egli era assente, avevano insidiato la propria moglie.
Il secondo ciclo famoso di leggende greche si ricollega alla leggenda tebana di Edipo che uccide suo padre e sposa la madre senza sapere che ambedue sono i suoi genitori e poi, scoperto l'orribile misfatto, per espiarlo si acceca di propria mano e maledice i figli avuti con la madre, in conseguenza di che essi cadono in discordia e si uccidono a vicenda in duello. A questa leggenda fu intrecciata l'altra della spedizione contro Tebe dei sette eroi argivi che trovano la morte sotto le mura della città, ma sono poi vendicati dai figli, cui Tebe soggiace.

Non v'è dubbio che anche a base di queste leggende stiano dei miti naturalistici, ma essi sfuggono ad una analisi sicura, perché noi non abbiamo le leggende di questo ciclo se non in una forma assai recente.
I canti epici che trattavano di questi e di altri cicli leggendari e che li elaborarono perfezionandoli, sorsero nella Jonia. Su ciò il dialetto dell'Iliade, dell'Odissea e dei frammenti delle epopee perdute non lasciano il minimo dubbio; ma nel tempo stesso i numerosi eolismi che si rilevano mescolati al materiale linguistico ionico rendono assai verosimile che l'epopea ionica abbia avuto a modello una precedente epopea eolica, la quale a sua volta dipende dall'epopea dell'età micenea.

Ora se ciascuno di questi stadi dell'epopea si basa sul precedente e gli va debitore di molto, così nei riguardi del contenuto come nei riguardi della forma, é perfettamente oziosa la ricerca di un autore delle epopee; innumerevoli poeti, direttamente o indirettamente, hanno collaborato all'Iliade ed all'Odissea. Ma appunto l'accennato carattere di continuità del canto epico ci dimostra che esso fu elaborato da cantori di professione, cosa che del resto emerge chiaramente anche dalle scene dell'Odissea.
L'arte del canto eroico si trasmetteva in eredità da padre a figlio, da maestro a discepolo, come tutte le arti in quest'epoca. Una di queste stirpi di cantori erano gli Omeridi di Chio che avevano verosimilmente dei rami anche in altre città ioniche e che soprattutto elaborarono e perfezionarono i canti del ciclo trojano; da quest'ultimo fatto é derivato che il loro eponimo Omero sia stato considerato come l'autore di queste epopee allorché si cominciò a domandarsi quale fosse il nome del compositore.

In realtà l'Iliade e l'Odissea si sono formate attraverso un lungo processo graduale, assurgendo da nuclei iniziali relativamente piccoli alla forma di vaste epopee quali quelle che oggi noi possediamo. I diversi strati successivi da cui esse risultano composte si possono sceverare con la stessa sicurezza con cui il geologo determina l'età relativa degli strati della crosta terrestre.
È anche vero peraltro che lo strato volta a volta più recente ha in molte parti soppiantato e distrutto lo strato più antico, di modo che riesce impossibile, come poi si é tentato di fare, ricostruire il nucleo originario delle epopee; degli strati più antichi non sono rimasti a noi che frammenti. Le epopee ricevettero nella sostanza la loro forma definitiva durante il corso dell'VIII e del VII secolo, benché alcune aggiunte abbiano origine anche più recente.


Cantori vaganti di città in città diffusero la conoscenza delle epopee sino agli estremi limiti ove suonava la lingua greca. Quel mondo leggendario che si rispecchiava nelle epopee divenne a questo modo patrimonio comune all'intera nazione e questo vincolo spirituale contribuì potentemente a risvegliare nei Greci la coscienza della loro unità nazionale.
Siccome l'Iliade dipingeva la guerra trojana come un'impresa nazionale cui avevano partecipato tutte le stirpi greche, questo poema e gli altri canti omerici divennero le fonti da cui attinse tutta la poesia greca dei tempi successivi e ben presto anche le arti figurative cominciarono a desumere i loro temi dall'epopea. Salvo la Bibbia, nessun'altra creazione letteraria ha esercitato una influenza sullo svolgimento della civiltà umana così profonda come quella dell'epopea eroica ellenica.

Non è una mera coincidenza fortuita se verso l'epoca stessa in cui l'epopea si diffondeva nell'intero mondo greco si vede sorgere per la prima volta l'uso di un nome comune a tutta la nazione: il nome di Elleni.
Omero non conosce ancora questo nome o per lo meno lo si incontra soltanto in alcuni dei passi più recenti; l'esercito di Agamennone è bensì per lui composto dei contingenti di tutte le stirpi greche, ma egli non usa altro nome collettivo per indicarlo al di fuori delle designazioni di Danai, Achei o Argivi che gli erano attribuite nelle precedenti e più antiche epopee.

Gli « Elleni » si dice siano stati in origine una stirpe dimorante nella Tessalia meridionale e precocemente scomparsa; perché proprio il nome di questa stirpe sia divenuto il nome dell'intera nazione ci resta oscuro, altrettanto quanto è oscura di regola l'origine d'ogni nome di popolo. Ma il fatto che questo nome ora (nel VII secolo) divenne di uso generale ci dimostra meglio di ogni altra prova che finalmente la nazione greca aveva acquistato la coscienza della propria unità.


LA CONQUISTA DEL DOMINIO DEI MARI

I più antichi centri cittadini della Grecia, le sedi regie dell'età eroica celebrate dalla leggenda, erano sorti quasi tutti a distanza dal mare ; così Micene e Sparta nel Peloponneso, Atene, Tebe, Orcomeno nella Grecia centrale, Cnosso e Festo nell'isola di Creta. Questo fenomeno é l'indice esterno caratteristico dello stadio di sviluppo economico di quell'età in cui l'agricoltura e l'allevamento del bestiame costituivano le principali fonti di ricchezza, mentre il commercio era tuttora completamente trascurato, quello marittimo inesistente. Ma questa condizione di cose non poté fare a meno di mutarsi a misura che i rapporti fra le varie parti della nazione greca divennero più attivi. Siccome la natura montuosa della penisola oppone allo svolgimento del traffico ostacoli gravissimi, la via che costituisce il vero mezzo di comunicazione tra le singole regioni del paese é il mare; è perciò che ora, cioè a un

 

 

 


Una pagina del Prof. Giovanni de Sio Cesari

LA GUERRA DI TROIA FRA MITO E STORIA

Le leggende connesse alla guerra di Troia cantate parzialmente da Omero, hanno avuto una influenza enorme nella nostra civiltà: dal mondo greco sono passati nel mondo romano ( Cesare  si dichiarava discendente di Enea) e poi in quello medioevale, nel Rinascimento, nel neo-classicismo , nel Romanticismo fino a noi.

Fino agli anni '80 lo studio dell'Iliade e dell'Odissea  costituivano una delle basi fondamentali dello studio della nostra Scuola Media e tuttora costituiscono un patrimonio comune della civiltà occidentale.
Noi cercheremo, in questo articolo, di fare il punto sulla attuale situazione sugli studi storici connessi a queste antiche leggende: cosa c'è di vero, di storicamente accertato in questi antichi racconti? Gli elementi specifici (ratto di Elena, inganno del cavallo, ecc) sono chiaramente leggendari; ma è mai esistita veramente la guerra di Troia, è mai esistita veramente Troia?

GLI SCAVI
Nel 1870 Heinrich Schliemann,  seguendo alla lettera le descrizione dell'Iliade, fece degli scavi  su una collinetta sulla quale sorgeva il villaggio Turco di Hissarlick: trovò effettivamente una antica città;anzi trovò molti strati, ciascuno dei quali corrispondeva a una città. Non  ebbe nessun dubbio nell'identificare in una di essa la Troia omerica e, in una serie di oggetti ritrovati, il "tesoro di Priamo  (che asportò senza troppo formalizzare). Ma Schliemann non era un archeologo ma un ricco mercante con la passione dell'archeologia e soprattutto con il sogno, covato fin da giovane, di ritrovare la Troia cantata da Omero. Scavò in fretta e senza metodo, per cui molti elementi preziosi per identificare i reperti, andarono irrimediabilmente perduti.

Altri archeologi continuarono poi, con maggiore competenza, le ricerche e  ritennero di identificare la Troia omerica in un altro strato. Le ultime ricerche sono state eseguite, in questi anni, da una spedizione guidata dal prof.  Manfred Korfmann dell'università di Tubinga.

Ciò che si è accertato  è che il luogo è stato abitato  dalla preistoria (dal 3200 a.C.) fino ai nostri giorni. Si contano nove strati: periodicamente la città veniva distrutta, ma risorgeva dopo qualche tempo usando come fondamenta le rovine della precedente: si tratta di un  procedimento molto comune che ritroviamo un po' dappertutto. Evidentemente il sito era considerato particolarmente idoneo, trovandosi in un luogo elevato dominante l'importantissimo stretto dei Dardanelli (Ellesponto per i Greci).
   
SI TRATTA DI TROIA ?
Ma è corretto identificare uno di questi strati, non importa ora quale, con la Troia omerica?
L'unico elemento che mette in relazione  gli scavi di Hissarlick  con Troia, è soltanto il fatto che i primi si trovano proprio nel luogo indicato dall' Iliade. Per il resto le ricerche ci indicano soltanto un luogo abitato ininterrottamente  da più di 3000 anni, ma nulla ci dice che uno di queste città si chiamasse Troia (o Ilio), o che fosse distrutta da una spedizione di Greci. L' identificazione, quindi, con Troia, non trova alcun riscontro obbiettivo, nessun elemento sia pur genericamente probante.
Nessuna iscrizione, nessun documento di nessuno dei popoli del Medio  Oriente  accenna, nemmeno vagamente, ai fatti narrati da Omero: nessun elemento storico quindi convalida le antiche leggende.

TROIA IN OMERO
Si noti poi, che nei poemi omerici vi è una contraddizione di fondo: Troia viene considerata città straniera, nemica,  contro la quale i Greci sono tutti alleati come di fronte a uno straniero. Tuttavia i Troiani sono descritti in tutto simili ai Greci: hanno in comune lingua, costumi, religione; né l'autore greco mostra di parteggiare per i Greci, che è cosa davvero singolare.

Non vi è quindi nessuna indicazione della effettiva consistenza di un tal nemico: se i fatti narrati da Omero fossero il ricordo, sia pure profondamente trasformato di un fatto effettivamente avvenuto, sarebbe rimasto in primo piano nell'immaginario collettivo la "alterità"! di questa città nemica e non ve n'è invece nessuna traccia.
 La identificazione di Troia, in fondo, ci è impossibile perché di essa le leggende non dicono nulla che ce  la possa fare identificare.

E' MAI ESISTITO OMERO ?
Di Omero abbiamo solo notizie vaghe, leggendarie  che ce lo presentano come un poeta cieco e ramingo: ma è esistito effettivamente una persona che ha scritto l'Iliade e  l'Odissea, comunque egli si chiamasse? Noi sappiamo che la redazione dell'Iliade e dell'Odissea che ci è pervenuta, fu messa per iscritto nel VI secolo a.C., molto tempo dopo, quindi, la loro effettiva compilazione.
Pure in questo caso, nessun elemento ci conferma la esistenza di un vero e proprio autore singolo: è molto probabile che in effetti  i canti fossero opera collettiva, di un gran numero di poeti vissuti in tempi e luoghi diversi e che tali canti fossero poi ridotti a unità nel momento in cui furono messi per iscritto.
 

ILIADE ED ODISSEA
Comunque, appare inverosimile che l'Iliade e l'Odissea siano opera dello stesso autore: infatti esse hanno  ben distinti per ispirazione, struttura e temi.
ISPIRAZIONE: l'arete (il modello di eccellenza) che ispira l'ILIADE è la gloria, il desiderio smoderato di compiere una grande impresa che possa lasciare il ricordo  ai posteri.
Nell'ODISSEA invece, il motivo dominante è il desiderio di tornare alla famiglia, agli affetti familiari, al focolare. Gli eroi dell'Iliade abbandonano la casa, la famiglia per la gloria; Ulisse invece vuole tornare alla famiglia, non gli interessa la gloria.
TEMI - L'Iliade è un insieme di battaglie intramezzate dal lutto per i caduti e dalla preparazione di altre battaglie. Nell'Odissea non vi sono vere e proprie battaglie ma è il racconto di viaggi, di avventure, di astuzie.
Alla fine, il sanguinoso scontro con i Proci, è una  vendetta (o giustizia) personale, non una battaglia fra eserciti schierati.
STRUTTURA - : L'Iliade appare chiaramente come un insieme di episodi diversi, messi poi insieme da una trama generale (l'ira di Achille): prevalgono personaggi diversi nei vari episodi. L'Odissea invece, ha una trama ben organica e un solo protagonista, Ulisse, intorno a cui tutto ruota: L'Iliade dà più l'idea di un insieme di canti collegati, l'Odissea pare invece opera di una sola persona.
MONDO CULTURALE: appare alquanto diverso nei due poemi, più primitivo e antico il primo, più civile e più recente il secondo. Si pensi per esempio alle divinità: nell'Iliade entrano direttamente in lotta, a volte anche fra di loro; nell'Odissea, la concezione si fa meno antropomorfa: intervengono sempre nelle vicende umane, ma con un maggiore distacco; non arrivano a colpirsi fra di loro materialmente. Anche il mondo sociale appare diverso: nell'Iliade conta solo il re; nell'Odissea vi è una maggiore comprensione per l'uomo comune, i Proci stessi appaiono come un freno o un tentativo di freno all'autorità dei re: passiamo cioè a un  ambiente più democratico.

GLI ACHEI
E' il termine proprio con cui sono designati i  Greci, in Omero. Chi erano? Nessun dubbio questa volta che essi siano veramente esistiti. Attualmente, generalmente vengono indicati con il termine di Micenei, dal nome della loro città più celebre, Micene appunto.
Si tratta di una prima ondata di invasori venuti dal nord,  che occuparono la Grecia e distrussero la civiltà cretese, già comunque messa in crisi forse da un grande terremoto. Essi non formarono un organismo politico unitario, ma si ressero in piccole città indipendenti, retti da re guerrieri, gli eroi omerici, appunto.
Dopo il 1000 a.C. questa civiltà decadde (si parla di medio evo ellenico) per l'arrivo di nuove ondate di invasori della stessa lingua e cultura, che costituirono poi la Grecia classica.

Gli Achei si ridussero, poi, solo in una piccola e montuosa parte del Peloponneso ed ebbero un posto insignificante nello svolgersi della civiltà greca.

Ecco come ci appare oggi Micene:


1) PALAZZO IMPERIALE - 2) TOMBA DI AGAMENNONE
3) PORTA DEI LEONI - 4) LE MURA - 5) FONTE PERSEIA - 6) TOMBA DI ATREO

I poemi omerici narrano, quindi, questo mondo che appena si distingueva come lingua e cultura dai Greci dell'età classica. In che misura poi i poemi omerici effettivamente rispecchiano  questa civiltà, non è facile dire. Un caso esemplare è quello dei carri da guerra: nei poemi omerici essi sono presentati, ma non ne viene compreso l'uso: i carri infatti , con due uomini a bordo, un auriga e un combattente, venivano  lanciati in formazione serrata , un po' come i carri armati moderni. Nell'Iliade (nell'Odissea non sono mai presenti) invece, essi hanno la singolare funzione di portare il combattente , l'eroe, sul campo di battaglia; questi poi scende e combatte a piedI, una specie di fanteria motorizzata, diremmo noi. In un solo caso invece (nello scontro fra Achille e Asteropeo), gli eroi combattono restando sul carro, senza peraltro comprendere l'uso in formazione.
E' da ritenersi che era rimasta nella memoria collettiva dei cantori una eco di una civiltà ormai tramontata, ma essa era commista a molte fraintendimenti e sovrapposizioni, per cui è difficile stabilire quanto  nei poemi omerici faccia riferimento alla reale civiltà Micenea. 
In generale diremmo che la civiltà Micenea fu molto più industriosa e pacifica di quanto appaia nell'Iliade e che il carattere puramente guerriero è tratto invece, proprio dalle nuove ondate di Greci che avevano distrutto quella civiltà.

Estensore: Prof. Giovanni de Sio Cesari

 

DIZIONARIO OMERICO


Abide - Città costiera della Frigia, sull'Ellesponto.
Abluzione - La lavanda, la purificazione delle mani, era di rito prima della libazione. Era inoltre elementare norma d'igiene prima del banchetto, tanto più che si mangiava con le mani.
Acamante - condottiero dei Traci, alleati dei Troiani.
Accetta - Scure a un taglio solo; quella a due tagli si chiamava bipenne. Ulisse si dilettava al gioco delle scuri, che consisteva nel piantare in terra dodici i scuri allineate e nel far scoccare una freccia attraverso i loro anelli messi in fila. Il gioco, che fu proposto da Penelope ai Proci, segnò il principio della loro strage per mano dell'eroe, ritornato senza farsi conoscere.
Achelòo: oggi Aspropótamo: il più lungo fiume della Grecia. Attraversa l'Etolia e l'Acarnania.
Acheronte: fiume infernale. (Vedi Cocito).
Achille: figlio della Nerèide Teti e di Pèleo, re dei Mirmidoni della Tessaglia. Appena nato fu tuffato nello Stige, perché fosse reso invulnerabile; se non che la madre dimenticò di immergerlo interamente nelle acque: rimase fuori il tallone per il quale lo tenne sospeso. Avuta dal Fato la facoltà di scelta tra una vita breve ma gloriosa e una vita lunga e pacifica ma oscura, scelse la prima. Ebbe a maestri il centauro Chirone e il vecchio Fenice, che lo accompagnò alla guerra di Troia, dove il Pelíde spiccò eroe tra gli eroi.
Facile all'ira, impulsivo, generoso con i deboli, ospitale, affettuoso con la madre e con gli amici, terribile e spietato con i nemici. Era velocissimo nella corsa, e, per questa sua abilità, viene designato con l'epiteto piè-veloce.
Ade: dio dell'inferno, é il Plutone dei Romani. Spesso é identificato con il luogo stesso, l' Orco, l'Averno, l'Erebo, il Tartaro, il mondo sotterraneo insomma.
Aèdo: il vate o cantore di canti epici nelle corti dei sovrani.
Afidante: uomo "senza risparmio". Nome inventato da Ulisse nel suo racconto a Laerte.
Afrodite (vedi Venere).
Agamènnone: figlio di Atreo, re di Micene, il più potente principe del Peloponneso. Fu comandante supremo dell'esercito greco, convenuto a Troia per vendicare l'offesa recata da Paride al re di Sparta Menelao.
Al ritorno dalla guerra, trovò la morte a tradimento per opera di Egisto, che s'impossessò del regno, aiutato nell'azione nefanda dalla stessa moglie dell'eroe, Clitennestra. Oreste vendicò poi il padre, uccidendo i due scellerati.
Agelào: figlio di Damàstore, uno degli aspiranti alle nozze di Penelope.
Agènore: figlio del troiano Anténore.
Aiace: figlio di Oilèo, capitano dei Locresi nella guerra troiana. Per l'ingiuria recata alla sacerdotessa Cassandra, incorse nell'ira di Minerva, e perì in una tempesta nel viaggio di ritorno da Troia.
Aiace: figlio di Telamone, re di Salamina, il più valoroso guerriero greco dopo Achille. Dopo la morte del Pelíde se ne disputarono le armi lui e Ulisse. Essendo state assegnate a quest'ultimo, Aiace fu preso da tale rabbia e disperazione che si uccise. In seguito una tempesta le ritolse all'astuto re d'Itaca e le gettò sul lido retéo, dove sorgeva la tomba dì Aiace.
Alcandra: moglie di Pòlibo, regina di Tebe.
Alcatoo: cognato di Enea, del quale aveva sposato la sorella Ippodamia.
Alcide: patronimico di Ercole, la madre del quale, Alcmena, era nipote di Alcéo.
Alcimo: scudiero di Achille.
Alcìnoo: figlio di Nausitoo, re dei Feaci; accolse ospitalmente Ulisse e lo fece condurre da una sua nave in patria.
Alemena: madre di Ercole.
Alessandro: é il nome greco di Paride: da alécso (respingo) e anér (uomo): colui che respinge i nemici.
Aletto (vedi Erinni).
Alaèo: il maggior fiume del Peloponneso.
Alibante: il paese di chi va girando per il mondo. Nome inventato da Ulisse nel suo falso racconto a Laerte.
Alitérse: figlio di Màstore, vecchio indovino di Itaca, fedele a Ulisse e alla sua casa.
Almo (dal latino alére): ha diversi significati: illustre, nobile, sacro, divino, ricco, fertile, fecondo, ecc.
A
loidi: Oto ed Efialte, figli di Aloeo e di Ifimidea, strinsero Marte con dure catene nella guerra dei giganti contro gli déi, nella quale tentarono di dare la scalata al cielo, sovrapponendo il monte Pelio all'Ossa. Furono uccisi da Apollo.
Alunni di Giove: epiteto dei re, quasi fossero educati, allevati (latino: alére) da Giove, dal quale deriva il loro potere, simboleggiato nello scettro. Perciò i re sono detti scettrati.
Amàzzoni: favolose donne guerriere della Cappadocia e della Scizia.
Ambròsia: cibo degli déi.
Amniso: fiume dell'isola di Creta. La sua foce, pare, faceva da porto a Cnosso.
Anchise: figlio di Capi. Da lui e da Venere nacque Enea.
Andròmaca: figlia di Eezione, re di Tebe Ipoplacia, e moglie di Ettore. Dopo la caduta e la presa di Troia fu condotta schiava di Neottòlemo o Pirro, figlio di Achille.
Anfiarào: indovino, partecipò alla spedizione degli Argonauti e alla guerra Tebana. Prevedendo la sua morte in questa guerra cercò di sottrarsi, nascondendosi; ma la moglie Erìfile, sorella di Adrasto, capo della spedizione, avendo ricevuto in dono una collana d'oro, rivelò il nascondiglio del marito, che, partito per Tebe, vi lasciò la vita.
Anfimedonte: figlio di Melanio. Era uno dei Proci. Fu ucciso da Telémaco.
Anfínomo: uno dei Proci. Buono di animo, ma non sfuggì alla vendetta di Ulisse.
Anfione: fratello di Zeto, con l'aiuto del quale fabbricò Tebe nella Beozia. Le pietre, tagliate dal fratello, si muovevano al suono della sua lira e si collocavano a posto da sé nell'edificare le mura e le torri a difesa della città. Omero non accenna però a questa leggenda.
Anfitrite: figlia di Nereo e di Doride, moglie di Nettuno, dea del mare. Spesso sta per il mare stesso.
Anfora: urna, cratere, vaso in cui il vino era mescolato con acqua, nella proporzione di due parti di vino e tre di acqua. Il vino puro si usava solo nelle libazioni. Dal cratere il vino si versava nelle coppe.
Antèa: città della Messenia, soggetta ad Agamennone.
Antènore: padre di Archiloco e di Acamante. Dopo la caduta di Troia emigrò in Tracia, quindi approdò alle rive dell'Adriatico; fondò Padova. Fu accusato di aver trattato segretamente coi Greci per aprire le porte di Troia; per cui il suo nome divenne sinonimo di traditore.
Anticlèa: figlia di Autòlico, madre di Ulisse. Morì di dolore per la trepidante attesa del ritorno del figlio.
Antifate: re dei Lestrígoni, nella città di Telepylon.
Antíloco: figlio di Nestore, ucciso sotto le mura di Troia da Mèmnone, figlio dell'Aurora.
Antínoo: figlio di Eupite, il più superbo, malvagio e insolente dei Proci.
Apòllo (Febo nella mitologia romana): figlio di Giove e di Latona, dio della musica, della poesia, della divinazione. Fra i molti oracoli, a lui consacrati, famoso era quello di Delfo, nella Focide, dove d la Pizia, sua sacerdotessa, rivelava ai mortali il volere di Giove. Era l'arciero dal colpo infallibile. I suoi dardi invisibili davano ai buoni una morte istantanea e senza dolori; contro quelli, che non onoravano il suo nume, scagliava frecce avvelenate, che spargevano strage e pestilenza. Era duce delle Muse e perciò chiamato Musagete. In suo onore si celebravano ogni tre anni nella pianura Crissea, presso Delfi (che anticamente si chiamava Pito), i giuochi pitici.
Aquilone: vento di tramontana.
Araldo: aveva incarichi diversi: era banditore della volontà del re, convocava e regolava le adunanze, era coppiere nei conviti, si recava in missione speciale presso un popolo. Era sacro e inviolabile, ed era armato di scettro, simbolo di rispetto e di autorità.
Arcesio: figlio di Giove, nonno di Ulisse.
Arco: una delle più note e usate armi antiche, e di cui si servono tutt'ora non pochi popoli selvaggi. È uno strumento di legno o di corno o di altra materia (quello di Apollo, p. es., era d'argento), formato di due bracci che si curvano con forza in modo che la corda, fissata ad uno di essi, possa essere tesa e fermata al braccio opposto.
Ares (vedi Marte).
Arete: figlia di Ressènore, moglie di Alcínoo, regina dei Feaci.
Aretusa: La fonte di Aretusa e la pietra del Corvo non erano distanti dal porto di Forkys nell'isola d'Itaca (v. Cartina: Ithaca).
Argicida: epiteto di Mercurio, uccisore di Argo (vedi Argo).
Argivi: abitanti di Argo, antica e importante città dell'Argolide, nel Peloponneso. Omero designa con questo nome i Greci che parteciparono alla guerra di Troia. (Vedi Danai).
Argo: città dell'Argòlide nel Peloponneso. Spesso sta ad indicare, per Omero, tutto il Peloponneso.
Argo: la nave famosa degli Argonauti, costruita con legno di pino del monte Pelio. Fu guidata da Giasone nella Colchide alla conquista del vello d'oro. Fu la sola nave che scampò dal pericolo di essere schiacciata dagli scogli Erranti o Plancle.
Argo: il vigile custode di Io, aveva cento occhi, di cui cinquanta alternamente erano sempre aperti. Mercurio gli tagliò la testa, dopo averlo addormentato col flauto. Gli occhi furono da Giunone trasferiti sulla coda del pavone.
Argo: il cane di Ulisse, il solo che riconobbe il suo padrone sotto le vesti di mendico. Morì per la gioia di averlo riveduto.
Arianna: figlia di Minosse, aiutò Teseo a uccidere il Minotauro. Per lei Dèdalo, l'artefice sapiente, costruttore del famoso labirinto di Cnosso, avrebbe composto una danza.
Ariòne: il veloce e meraviglioso cavallo, figlio di Nettuno, che salvò Adrasto dall'eccidio di Tebe.
Arisba: città della Troade.
Arneo (vedi Iro).
Arpie: erano gli spiriti delle procelle: ad esse si attribuiva la scomparsa di quelli, dei quali si ignorava come fossero morti. In miti posteriori ebbero consistenza corporea e venivano rappresentate col viso di donna e il corpo di avvoltoio.
Artacia: fontana in Telepylon, città dei Lestrigoni.
Artèmide (Diana nella mitologia romana): figlia di Latona e di Giove, dea della caccia. Era armata di arco. Alle sue frecce invisibili era attribuita la morte improvvisa delle donne, come ai dardi di Apollo la morte degli .uomini. Morire improvvisamente non era una disgrazia, ma, per gli antichi, un segno di benevolenza celeste.
Asèpo: fiume che nasce dal monte Ida e sbocca presso Zelea. Alla foce le sue acque sono più profonde.
Asfodelo: pianta spontanea simile al giglio e di cui gli antichi immaginavano vestiti i prati del. l'Ade.
Asio: bella e verdeggiante pianura nella Lidia, solcata dal fiume Caistro.
Asopo: fiume della Beozia. Sulle sue rive si fermò l'esercito greco, che inviò Tideo ambasciatore a Tebe.
Assaraco: figlio di Troe, capostipite degli Eneadi.
Assio: fiume della Macedonia che sbocca nel golfo di Salonicco.
Astèride: isolotto tra Itaca e Same: probabilmente la moderna Dankalio. Vi si appostò la nave dei Proci per tendere insidie a Telemaco al ritorno da Pilo.
Astianatte (da astu = città, e anatto = proteggo). - Al piccolo Scafandri, figlioletto di Ettore, era stato dato dai Troiani questo nome per gratitudine al padre, che era il prode difensore della città.
Ate: figlia di Giove, è la dea del male, della lusinga che turba il senno e conduce alla perdizione. Alta dal suolo e leggera difficilmente è avvertita dagli uomini.
Atlante: figlio di Giapeto e di Climene. Dopo la sconfitta dei Titanni, per i quali ave
parteggiato nella guerra contro Giove, fu condannato a sostenere sulle spalle le immense colonne su cui poggia la volta celeste.
Ato: monte della Macedonia, nella più orientale delle tre penisolette della Calcidica.
Atrèo: figlio di Pèlope, fu padre di Agamennone e Menelao. Su lui e su tutta la sua famiglia pesava una maledizione divina. Di qui le numerose disgrazie che li colpirono: il ratto di Elena, causa prossima della guerra troiana, l'uccisione di Agamennone, il matricidio di Oreste, ecc.
Atride: patronimico: figlio di Atreo; cioè Agamennone o Menelao. I due fratelli spesso sono distinti con l'indicazione di "il maggiore Atride" detto di Agamennone; "il minore Atride"di Menelao.
Augure: chi esplorava la volontà degli dèi dal volo degli uccelli. Il volo verso destra era sempre interpretato dì buon augurio; di cattivo augurio il volo verso sinistra.
Aulide: porto della Beozia, donde mossero le navi greche alla volta di Troia, dopo il sacrificio di Ifigenia.
Aurora: la dea Eos dei Greci, figlia di Iperione e sorella di Elios (il Sole) e di Selene (la Luna), fu identificata dai Romani con l'Aurora. Sposò Titone (figlio di Laomedonte, re di Troia), al quale Giove concesse - per le preghiere della dea - l'immortalità; ma, essendosi essa dimenticata di impetrare per il marito anche l'eterna giovinezza, questi invecchiò al punto che Eos supplicò Giove di farlo morire. Giove lo trasformò in cicala. Figlio di Eos fu Mèmnone che, alleato dei Troiani, fu ucciso da Achille sotto le mura di Troia. Le lacrime versate dalla madre per la morte del figlio furono trasformate in rugiada.
L'Aurora è detta "dalle rosee dita" per i rosei raggi che, a guisa di ventaglio, come le dita della mano, si diffondono prima del sorgere del sole.
Autòllco: padre di Anticlea, madre di Ulisse, superava tutti nel rubare e nel giurare. Sapeva, cioè, farla franca, e, per quei tempi, era un eroe. Fu lui ad imporre al nipote il nome di Ulisse.
Automedonte: auriga di Achille.
Bacco (vedi Dioniso).
Ballo e Xanto: cavalli immortali, velocissimi. Erano figli di Zefiro e dell'arpia Podarge ed erano stati donati dagli dèi a Peleo il giorno delle sue nozze con Tetide. Erano dotati del dono della parola.
Bàlteo o pendaglio: cinghia di cuoio, che si portava ad armacollo, e a cui si sospendeva la spada. (Vedi Soga).
Bebèo: lago, stagno, nella Magnesia occidentale.
Bellerofònte: eroe mitico greco. Essendosi macchiato di un delitto fuggì da Corinto, sua patria, e si rifugiò presso Preto, re di Argo. Venuto quivi in sospetto al re, questi volendo disfarsi dell'ospite e non osando metterlo a morte, lo mandò presso il suocero Lobate, re della Licia, con una lettera in cui lo invitava a uccidere l'eroe. Lobate gli affidò allora diverse imprese arrischiate, in cui Bellerofonte avrebbe trovato sicuramente la morte. Ma l'eroe vinse tutte le prove (uccise la Chimera con l'aiuto del cavallo Pègaso, vinse le Amazzoni, ecc.) e in premio ebbe allora in moglie la figliuola stessa del re.
Bellerofonte ebbe tre figli: Isandro, che morì combattendo contro i Sòlimi: Laodamia, che fu madre di Sarpedonte; Ippóloeo, da cui nacque Glauco, che partecipò alla guerra di Troia.
Bellona: dea della guerra, sorella o sposa di Marte.
Blante: fratello di Melampo.
Boòte: costellazione vicina all'Orsa Maggiore o Gran Carro; ha la figura di un guardiano di buoi.
Bòrea: vento del nord.
Briareo: gigante dalle cento braccia. Dai mortali era chiamato Egeone.
Brisèide: Ippodamia, figlia di Briseo, schiava di Achille. Era stata rapita nel saccheggio di Lirnesso.
Brocchiero: scudo rotondo con una punta o brocco di ferro nel mezzo.
Cadmèi: i Tebani, così chiamati da Cadmo, che fu il fondatore della città di Tebe.
Caducèo: la verga che Mercurio aveva avuto da Apollo in ricambio della lira donatagli. Un giorno sul monte Citerone, avendo visto due serpi che si azzuffavano, Mercurio gettò loro la verga, intorno a cui si attorcigliarono, rappacificati, i due serpenti. Così il caduceo, o verga alata, con i due rettili attorcigliati e in atto di baciarsi, restò simbolo di pace. (Vedi Mercurio).
Calcante: figlio di Testore, era famoso indovino. A lui erano note tutte le cose passate, presenti e future. Per questa sua virtù divinatoria aveva guidate le navi greche a Troia. (Vedi Ifigenía).
Calipso: figlia di Atlante; abitava nell'isola di Ogigia.
Capanèo: uno dei sette principi che, con Adrasto, presero parte alla spedizione contro Tebe. Esaltato dal successo di aver dato la scalata alle mura, osò vantarsi che nessuno, neppure Giove,avrebbe potuto respingerlo. Per tale atto di superba empietà fu fulminato da Giove.
Capre: isola delle capre selvatiche di fronte alla terra dei Ciclopi. Capra si dice in greco aics, aigós. Perciò si è pensato ad una isoletta del gruppo delle Egadi.
Caprifico: fico selvatico o collina abbondante di fichi selvatici. Era il punto debole della difesa della città di Troia, non lontano dalle porte Scee.
Cariddi: figlia di Nettuno e della Terra, fu mutata in rupe per aver rubato i buoi ad Ercole. La rupe sorge non lungi dalla costa sicula, di fronte a Scilla, che si erge presso la costa càlabra.
Càrití (Grazie nella mitologia romana): figlie di Giove e di Giunone, erano le dee della grazia e della giocondità della vita. Erano, secondo Esiodo, tre: Aglaia (splendore), Eufrosine (letizia) e Talia (prosperità). In Omero sono di numero imprecisato. Càrite è detta nell'Iliade la moglie di Vulcano, ed è chiamata Pasitèa, la più giovane e la più bella.
Cassandra: figlia di Priamo. Ebbe da Apollo il dono della profezia, ma essendosi il dio pentito, e non potendo ritirare il dono, la condannò a non esser creduta. Dopo la caduta di Troia fu condotta schiava da Agamennone, al quale aveva predetto la sorte che lo attendeva. Fu uccisa da Clitennestra.
Càstore e Polluce: fratelli di Elena e figli di Leda e di Tindaro; secondo altri miti sarebbero figli di Giove, perciò chiamati Dioscuri. Secondo Omero erano sepolti a Sparta. Una leggenda diceva che essi fossero stati ammessi da Giove nell'Olimpo, vivendo e morendo un giorno per ciascuno.
Cauro: Vento di ponente, maestro.
Cebrione: auriga e fratello di Ettore.
Cefiso: fiume che, dopo aver bagnato la Focide e la Beozia, sbocca nel lago Copais.
Celadonte: fiume dell'Elide.
Celata: o barbuta: elmo senza cimiero e senza cresta, che protegge il viso fino al mento.
Centàuri: esseri mostruosi, mezzo uomini e mezzo cavalli, che abitavano nei monti della Tessaglia. Famoso il centauro Chirone, maestro di Achille.
Centímani: figli di Gea e di Urano, mostri con cento mani e cinquanta teste. Erano Briarèo, Cotto e Gla.
Cèrbero: il cane trifauce che "con tre gole caninamente latra", custode delle porte dell'Inferno. Fu da Ercole catturato e portato ad Euristeo, quindi ricondotto nell'Erebo.
Cèrere (la Demetra dei Greci): figlia di Saturno e di Rea, era la dea dei campi e delle biade. Era particolarmente venerata ad Eleusi, dove furono istituiti in suo onore i misteri eleusini. Era rappresentata con la falce in mano e il capo incoronato di spighe.
Cesto: significa propriamente armatura della mano. I pugilatori si munivano di bracciali e si avvolgevano fascette di cuoio alle mani, per rendere i colpi più sodi.
Cetèi: popolo della Misia.
Chimera: mostro dalla testa di leone, dal corpo di capra e dalla coda di drago. Vomitava fuoco dalle narici. Fu allevato da Amisodauro re della Caria e ucciso da Bellerofonte.
Ciclòpi (da cyclos e òps): giganti con un occhio solo in mezzo alla fronte. Violenti, rozzi, superbi, sprezzanti delle leggi e dei numi. Secondo alcuni abitavano nella Sicilia occidentale, di fronte alle isole Egadi, secondo altri nel tratto tra Baia e Napoli. Virgilio li colloca sulla costa orientale della Sicilia, presso Catania. Vero Sposò Arianna, figlia di Minosse, abbandonata da Teseo nell'isola di Nisso.
é che la geografia omerica é fantastica, non scientifica, ed è quindi vano perdersi dietro a congetture.
Cíconi: popolo della Tracia, abitante di fronte alle isole di Taso e Samotracia. Durante la guerra di Troia, furono alleati dei Troiani.
Cidoni: abitanti la parte nordovest di Creta, lungo il fiume Giardano.
Cilia: città della Tròade.
Cillene:, città costiera dell'Elide settentrionale.
Cillene: monte tra l'Acaia e l'Arcadia, sul quale era nato Mercurio, e dove sorgeva un tempio a lui sacro.
Cimmerii: abitanti di una regione favolosa, avvolta nella nebbia perpetua, e posta al di là dell'Oceano, presso il regno dell'Ade.
Circe: figlia di Elios (sole) e di Persa, sorella di Eeta re della Colchide. Abitava l'isola Eéa (vedi Carta: a I viaggi di Ulisse »).
Clava: mazza grossa e nodosa stretta all'impugnatura. Era l'arma di Ercole.
Clitennestra: figlia di Tindaro e di Leda, moglie di Agamennone.
Clori: sposa di Neleo e madre di numerosa prole, tra cui Nestore, il saggio re di Pilo.
Cocito: il Cocito (fiume dei lamenti) che è una diramazione dello Stige (il fiume abominevole) confonde le sue acque col Piriflegetonte (corrente di fuoco) e insieme si gettano nell'Acheronte (fiume degli affanni).Colmo la parte centrale dello scudo, fornita di più doppi o falde o strati.Corazza: armatura che difendeva il collo e il petto: si fermava con fibbie ai fianchi e alla schiena. Era variamente ornata. Cornipedi: epiteto dei cavalli: dall'unghia cornea, dai solidi zoccoli.
Coronare: riempire fino all'orlo. È un verbo che ricorre di frequente in Omero; es.: "coronarono i crateri".
Coturno: stivaletto alto, che copriva fino a metà il polpaccio. Divenne sinonimo di «tragedia» perché calzato dagli attori tragici.
Cratere: vaso in cui si preparava, mescolato con acqua, il vino da servire al convito. (Vedi Anfora).
Crinti e capelluti: dalla lunga capigliatura. Portare belle e lunghe chiome era un ornamento per i Greci. Era vietato agli schiavi.
Crisa: città della Troade, saccheggiata dai Greci durante l'assedio di Troia. Vi era un tempio sacro ad Apollo, di cui era sacerdote Crise, la figlia del quale fu schiava di Agamennone.
Croceo: giallognolo, color zafferano (cfr. lat. crocum). Frequente l'espressione "il croceo volo" dell'Aurora.
Crone (vedi Saturno).
Cteslppo: uno dei più volgari e insolenti dei Proci, che scagliò contro Ulisse, nelle spoglie di mendico, una zampa di bue.
Ctimene: sorella di Ulisse, sposa ad uno di Same.
Cúbito: una misura lineare di circa 44 centimetri e mezzo.
Curéti: sacerdoti di Rea. (Vedi Rea).
Curèti (vedi Etdli).
Danai, e Achèi: nome dato ai Greci in generale.
Dardani (vedi Troiani).
Dàrdano: figlio di Giove, capostipite dei Troiani, che da lui sono chiamati Dardànidi.
Dédalo: figlio di Metione, fu l'insigne artefice che costruì il celebre labirinto di Cnosso, nell'isola di Creta, e fabbricò le ali a sé e a suo figlio Icaro, per sottrarsi alla prigionia cui li aveva condannati Minosse. Icaro, non essendosi attenuto ai consigli paterni, cadde in quel mare che da lui fu chiamato Icario.
Deffobo: comandante supremo delle forze troiane, dopo la morte del fratello Ettore.
Delo: la più piccola delle isole Cicladi, celebre per aver dato i natali a Diana e Apollo. Era detta anche a Ortigia.
Demetra (vedi Cèrere).
Demòdoco: l'aedo alla corte dei Feaci. Ebbe un bene, il canto divino; e un male, la cecità.
Diana (vedi Artèmide).
Dioméde: figlio di Tidéo, partecipò con Stenelo ed Eurialo alla spedizione troiana con i contingenti di Argo, Tirinto, Ermione ed altre città del Peloponneso; e si coprì di valore.
Diona: madre di Venere. (Vedi Venere).
Diòniso (Bacco nella mitologia romana): figlio di Giove e di Semele, dio del vino. Fu educato dalle Muse e dal vecchio Sileno. Diffuse il culto della vite dovunque si recò: in Grecia, in Tracia, in Asia, perfino nelle Indie. Era accompagnato da numerosa schiera di baccanti e di satiri, armati di tirso, un bastone attorcigliato dì edera e pampini, e terminante in alto in una specie di pina. Era soprannominato Lieo. Sposò Arianna, figlia di Minosse, abbandonata da Teseo nell'isola di Nasso.
Diòsouri (v. Castore e Polluce).
Disco: piastra circolare di pietra o di metallo. Vinceva chi la scagliava più lontano.
Dodòna: città dell'Epiro, celebre per l'oracolo di Giove. I responsi dati dallo stormire delle foglie di querce, erano interpretati da sacerdoti, detti Selli.
Dolòne: figlio di Eumede. Avendo tentato di penetrare nel campo greco, cadde nelle mani di Ulisse e Diomede, il quale ultimo gli troncò la testa.
Domatore dl cavalli: epiteto frequente dei guerrieri, degli abili guidatori di cavalli.
Eàcide: patronimico. Achille era nipote di Eaco.
Ebe: figlia di Giove e di Giunone, dea dell'eterna giovinezza. Mesceva nell'Olimpo il nèttare agli dèi, Sposò Ercole quando questi fu assunto nel cielo.
Ecamède: figlia di Arslnoo, schiava di Nestore.
Ecatombe: dalla parola composta ecaton (cento) e bùs (buoi): sacrificio di cento buoi.
E, spesso adoperata la parola per indicare sacrificio di qualche importanza, in cui erano immolati, se non cento, certo molti capi di bestiame
Echínadi: isole identificate con le Curzolari.
Ecuba: moglie di Priamo, regina di Troia.
Edipo: figlio di Laio e di Giocasta, uccise, senza saperlo, il padre e sposò la madre. Venuti a conoscenza dell'opera nefanda, Edipo si accecò e andò ramingo, perseguitato dalle Furie vendicatrici, Giocasta si uccise.
Eèa: isola fantastica, dimora della maga Circe. Da Virgilio fu identificata con il promontorio Circeo o Circeuo nel Lazio.
Eezióne: re di Tebe Ipoplacia, padre di Andromaca. Fu ucciso da Achille, che distrusse e saccheggiò la città.
Eezione: centauro. Intervenne al banchetto nuziale di Piritòo e di Ippodamia, ma, per effetto del troppo vino ingollato, fece sorgere tale scompiglio che i Làpiti gli tagliarono naso e orecchi e lo cacciarono dalla casa. Sorse una fiera guerra tra i Làpiti e i Centauri, i quali ultimi ebbero la peggio.
Efèsto (vedi Vulcano).
Ellalte (vedi Aloidi).
Efira: città della Tesprozia, nota per la fabbricazione dei veleni.
Ega: città dell'Acaia, sullo stretto di Corinto, ove Nettuno aveva i suoi "eterni palagi".
Egeòne (vedi Briareo).
Egida (da aics, aigós e capra a); lo scudo di Giove (ricoperto della pelle della capra Amaltea, che aveva allattato Giove), avente nel mezzo la Gòrgone, o testa di Medusa, che aveva la virtù di pietrificare chiunque avesse avuto l'ardire di guardarla. L'egida aveva una frangia, ogni fiocco della quale valeva cento buoi.
Egioco e Egidarmato: epiteti di Giove, armato dell'ègida, lo scudo terribile che, agitato, gettava il terrore e lo scompiglio.
Egisto: figlio di Tieste. Per impadronirsi del regno di Agamennone, riuscì a cattivarsi l'animo della regina Clitennestra, con l'aiuto della quale uccise l'infelice re, appena di ritorno dalla guerra troiana. In seguito Oreste, figlio di Clitennestra e di Agamennone, vendicò la morte del padre, uccidendo i due scellerati.
Egitto: il Nilo, che anticamente si chiamava Egitto, come la regione.
Elefènore: fece parte della spedizione contro Troia con i contingenti di Eubea, Eretria, Calcide, ecc.
Elena: figlia di Giove e di Leda, moglie di Menelao, re di Sparta. Rapita da Paride, fu la causa prossima della guerra di Troia e della caduta di questa città.
Elice: città dell'Acaia, sul golfo di Corinto, dove aveva un cultoparticolare Nettuno, detto perciò Eliconio.
Elisi (Campi): luogo di ogni delizia, ai confini dell'Oceano, non abitato da Ombre, ma da uomini sottratti alla morte e destinati dagli dèi a godervi una vita migliore. Era re Radamanto (Vedi Radamanto).
Èllade: città della Ftiòtide, in Tessaglia.
Elpènore: l'infelice compagno di Ulisse, precipitato dal tetto della casa di Circe nell'isola Eèa.
Enèa: figlio di Venere e di Anchise, capitano dei Dàrdani nella guerra di Troia. Guerriero valorosissimo, si salvò dall'eccidio, che seguì alla caduta della città, e, dopo lunghe peregrinazioni, approdò nel Lazio, dove sposò Lavinia ed ebbe un figlio che fu capostipite dei re di Roma. Le imprese di Enea formano l'argomento dell'Eneide di Virgilio.
Enèo: re di Calidone, padre di Meleagro, di Tideo (da cui nacque Diomede) e di Deianira (moglie di Ercole).
Enosigèo: epiteto di Nettuno: scuotitore della terra.
Eolia: isola galleggiante, circondata da un solido e massiccio muro di rame e da un'alta liscia rupe. È una località leggendaria che si è voluta identificare con una delle isole Eolie: Lipari o Stròmboli.
Eolo: figlio di Ìppota, signori dei venti, padre di dodici figli, i quali vivevano tutti d'amore e d'accordo nella casa paterna.
Epèi: il nome degli antichi abitanti dell'Elide; il nome deriva da Epèo, figlio di Endimione, zio di Eleo, dal quale si dissero Elèi.
Epèo: valentissimo artefice greco, che costruì il famoso cavallo di Troia.
Epigoni: i figli dei sette re, che avevano partecipato alla prima spedizione contro Tebe. Mossero contro questa città, per vendicare i loro genitori, e se ne impadronirono.
Era (vedi Giunone).
Ercèo: epiteto di Giove, al quale era dedicato un altare nel cortile (greco: érkos) della casa greca.
Ercole (Eracle nella mitologia greca), figlio di Giove e di Alcmena, nato a Tebe, fu il più forte e celebrato degli eroi dell'antichità. Perseguitato da Giunone, costretto a servire Euristeo, che gli impose le dodici famose fatiche, l'eroe vinse le più ardue prove. Sposò Deianira che fu causa involontaria della sua morte: gli fece indossare una camicia avuta dal centauro Nesso, ucciso da Ercole. Indossatala, l'eroe divenne furioso e si gettò su un rogo acceso sul monte Oeta. Dopo la morte fu accolto nell'Olimpo, dove sposò Ebe, dea dell'eterna giovinezza.
Eretteo: favoloso re di Atene, che introdusse in città il culto di Atena, a cui innalzò sull'acropoli un tempio, che da lui fu poi detto Eretteio.
Eriflle. Allettata da un monile, rivelò il nascondiglio del marito Anfiarao, il quale voleva sottrarsi dalla guerra di Tebe, ove egli, indovino, sapeva che sarebbe morto. (Vedi Anfiarao).
Erimanto: monte dell'Arcadia, sul quale Ercole catturò il cinghiale devastatore.
Erinni: dette anche Eumenidi e dai Romani Furie, erano dee della vendetta e della maledizione, che perseguitavano implacabilmente i rei di delitti, specialmente dei delitti tra parenti. Più tardi si credette che fossero tre: Aletto, Tisifone e Megera, che avevano serpenti per capelli.
Eripedi (da aes, aeris: bronzo): dai piedi di bronzo. Epiteto dei cavalli degli dèi.
Eris: figlia della Notte e compagna di Marte nelle battaglie, era dea della discordia. Offesa per non essere stata invitata al convito nuziale di Tetide e Peleo, se ne vendicò, lanciando sulla mensa il famoso pomo d'oro con la dedica: "alla più bella". Il pomo, per giudizio di Paride, fu assegnato a Venere. E ciò fu causa della guerra di Troia e dell'odio di Giunone e di Minerva per Paride e i Troiani.
Ermes (vedi Mercurio).
Ermione: figlia di Menelao e di Elena, sposa a Pirro o Neottòlemo, figlio di Achille.
Esculapio: figlio di Apollo, fu istruito dal centauro Chirone nell'arte medica, nella quale divenne così abile, che non solo guariva gli ammalati, ma risuscitava perfino i morti. Per la qual cosa fu da Giove fulminato. Ebbe onori divini
Espero: figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora). Come stella del mattino era detta Lucifero, come stella della sera, Espero.
Etiopi: popolo molto pio abitante ai confini del mondo, parte a oriente, parte a occidente (vedi Carta, "I viaggi di Ulisse"). Gli dèi si recavano spesso e volentieri presso questa gente, che li onorava di solenni sacrifici.
Etòli, Curèti: abitavano la parte meridionale dell'Etolia: i primi avevano per capitale Calidone, i secondi Pleurone.
Ettore: figlio di Priamo e di Ecuba, il principale eroe troiano. Fu ucciso da Achille.
Eubea: oggi Negroponte, isola presso la costa orientale della Grecia (vedi Carta).
Eumèo: custode dei porci, il più fedele servo di Ulisse.
Eupite: padre di Antínoo, il più superbo dei Proci. Fu ucciso da Laerte.
Euribate: nome dell'araldo di Agamennone. Anche l'araldo di Ulisse si chiamava così.
Euriclèa: la fida ancella della casa di Ulisse, nutrice di Telemaco.
Euriloco: compagno e parente di Ulisse.
Eurimaco: figlio di Pólibo, uno dei più quotati pretendenti alle nozze di Penèlope.
Eurimedúsa: la vecchia nutrice di Nausica.
Eurinome: madre delle Grazie. (Vedi Cariti).
Eurinome: figlia di Attore, schiava fedele di Penelope.
Euripilo: figlio di Telefo e nipote di Priamo, fu l'ultimo eroe intervenuto in aiuto dei Troiani nel decimo anno della guerra.
Eurito: signore di Ecalia di Messenia. Arciero valentissimo, commise l'imprudenza di sfidare Apollo nel tiro dell'arco. E Apollo lo uccise.
Euro: vento di levante.
Faetusa e Lampezie: Ninfe figlie del Sole e di Neera, custodi dell'armento paterno nell'isola di Trinacria.
Faretra o turcasso: astuccio contenente le frecce.
Farro: sorta di frumento che nei sacrifici si spargeva, abbrustolito, sul capo della vittima.
Fato: divinità che governava tutte le cose, e determinava, quindi, anche il destino dell'uomo fin dalla nascita. Lo stesso Giove non poteva sottrarsi ai suoi decreti.
Favònio: detto anche Zèfiro: vento di ponente apportatore di tempo sereno.
Fèa: città e promontorio dell'Elide meridionale.
Feaci: abitanti dell'isola della Scheria.
Febo (vedi Apollo).
Fedra: figlia di Minosse, sposa di Teseo; fu causa della morte del figliastro Ippòlito, da lei calunniato; per cui, agitata dai rimorsi, si tolse la vita.
Fèmio: figlio di Terpio, musico e cantore nella reggia di Ulisse, a cui si mantenne sempre fedele. Perciò fu risparmiato, con Medonte, nella strage dei Proci che l'eroe fece al suo ritorno in Itaca.
Fenice: il vecchio educatore di Achille, che egli volle accompagnare in guerra e che amò come un figliuolo.
Fere: città della Messenia, sulle pendici del Taigèto. Un'altra città di questo nome era in Arcadia, una terza in Tessaglia.
Fetonte e Lampo: cavalli luminosi dell'Aurora.
Filezio: pastore affezionato a Ulisse; era guardiano del bestiame sul continente.
Filomèla: figlia di Pàndaro, secondo altre leggende, figlia di Pandione. Essa, volendo uccidere, per invidia, il figlio della cognata Niobe, uccise per errore il proprio figliuolo Iti. Inseguita da Tèreo, suo, marito, fu sottratta alla sua vendetta dagli dèi, che la mutarono in usignuolo.
Filottète: figlio di Peante, aveva ereditate le frecce avvelenate di Ercole. Nel recarsi alla guerra di Troia fu morsicato a un piede da un serpente, e la ferita emanava tale fetore che fu abbandonato nell'isola di Lemno. Di qui fu poi accompagnato da Diomede e Ulisse a Troia e medicato da Macaone, perchè, secondo un oracolo, la città non poteva esser presa senza le frecce di Ercole.
Folgorante: uno dei molti epiteti di Giove: signore della folgore.
Forco: figlio di Ponto é di Gea, fratello di Nereo, e padre di Scilla e delle Gorgoni. Il porto sacro a Forco (chiamato oggi porto Vathy) si apre sulla costa orientale dell'isola di Itaca, ed è protetto da due rupi sporgenti a picco, inclinate l'una verso l'altra.
Ftia: antica capitale della Ftiótide nella Tessaglia, patria di Achille.
Fuga e Spavento: compagni e seguaci di Marte.
Gambieri, o schinieri: armatura che difendeva le gambe dei guerrieri fin sopra al ginocchio.
Erano, cioè, dei gambali di cuoio rivestiti esternamente di lamine di metallo. I Greci sono detti spesso da Omero: "dai bei gambieri" o "dai bei schinieri".
Ganimède: il più bello dei mortali, figlio di Troe, fu fatto rapire da Giove perché facesse da coppiere agli déi. In compenso Giove donò al padre Troe una coppia di cavalli divini, quei cavalli che in seguito Laomedonte aveva promesso a Ercole per la liberazione della figlia Esione dall'orca marina. (Vedi Laomedonte).
Gàrgaro: una delle vette del monte Ida.
Gèmina coppa: espressione molto frequente in Omero. Tazza a due manchi o a doppio fondo, che si poteva usare da una parte e dall'altra: e una parte serviva da base all'altra.
Gerènio: epiteto di Néatore che, distrutta Pilo da Ercole, fu allevato a Gerenia, città della Messera.
Geresto: città all'estrema punta meridionale dell'Eubea.
Glasòne: figlio di Esone, re di Iolco, fu il capo della spedizione degli Argonauti, che si recarono nella Colchide a rapire il vello d'oro.
Giganti: figli di Gea, col loro re Eurimedonte mossero guerra a Giove e agli dèi dell'Olimpo; ma, vinti, furono sepolti sotto un vulcano.
Giove (Zeus nella mitologia greca) fu salvato da Rea, sua madre, dalle fauci paterne (Saturno aveva l'abitudine di ingoiare i propri figli), e, custodito dai Cureti nell'isola di Creta, fu allattato dalla capra Amaltèa. Cresciuto forte e vigoroso, detronizzò il padre e spartì con i fratelli, che lo avevano aiutato, il dominio del mondo, riservando per sè quello che del cielo e della terra.
Era signore del fulmine ed era armato della terribile ègida, lo scudo che, scosso, portava lo scompiglio e il terrore. Era sposo di Giunone.
In suo onore venivano celebrati ogni quattro anni in Olimpia, nell'Elide, i "giuochi olimpici". Celebre era il suo oracolo in Dodona. In Olimpia c'era la sua famosa statua, opera di Fidia, considerata come una delle sette meraviglie del mondo.
Giunone (Era nella mitologia greca), sorella e moglie di Giove, regina degli dèi, favorì, nella guerra troiana, i Greci, perché indignata per il giudizio di Paride, che aveva assegnato a Vénere il pomo della Discordia. Gelosa e vendicativa, è in litigio continuo con l'onnipotente consorte, col quale si scambia spesso ingiurie e insulti. Il suo culto era molto diffuso in tutta la Grecia. Numerosi i templi edificati in suo onore, l tra i quali era celebre quello di Argo per la bellissima statua della dea, opera di Policleto.
Giuramento. Il più sicuro e più tremendo giuramento era fatto dagli dèi sullo « Stige », fiume infernale. Si toccava con una mano la terra, con l'altra il mare e si chiamavano a testimoni gli dèi infernali.
Glaucòpide (da glaux: « civetta » sacra a Minerva, o da glaucòs: « risplendente » e òps « occhio »): dagli occhi risplendenti. Epiteto di Minerva.
Gòrgone: la testa di Medusa, che rendeva di pietra chiunque la guardasse.
Gortina: importante città dell'isola di Creta, non molto distante dal mare e dalla piccola città costiera di Festo.
Gradivo: epiteto di Marte. Deriva dal verbo latino gradior, e significa: colui che precede nella battaglia.
Grazie (vedi Càriti).
Guiggia e guinzaglio: la cinghia con cui si reggeva, sì imbracciava lo scudo.
ladi: sorelle delle Plèiadi: gruppo di stelle della costellazione del Toro. Al loro sorgere cominciava per i Greci la stagione delle piogge.
lardano: fiume dell'Elide.
Icaro: il tratto del mare Egeo, tra Samo e l'isola Icaria, soggetto a continue tempeste. (Vedi Dèdalo).
Icaro (vedi Dèdalo).
Icóre: la linfa che scorre nelle vene degli dèi, i quali, non mangiando cereali nè bevendo vino, non hanno sangue rosso come gli uomini.
Idomenéo: figlio di Deucalione, re di Creta. Secondo una leggenda, non raccontata però da Omero, al ritorno dalla guerra di Troia, sorpreso da una fiera tempesta, fece voto a Nettuno di offrirgli in sacrificio, se lo avesse salvato, la prima persona che avrebbe incontrata nel metter piede in patria. Incontrò per primo suo figlio e lo ammazzò. Ma gli dèi non gradirono l'inumano sacrificio, e fecero scoppiare una fiera pestilenza. Idomenèo costretto a fuggire si rifugiò in Calabria (l'odierna penisola Salentina), dove fondò una città.
Idotéa: figlia di Pròteo. Si commosse alle sventure di Menelao e lo aiutò a domare il padre, per costringerlo a dare vaticini.
Ifigenia: figlia di Agamennone. Quando i Greci mossero alla volta di Troia furono trattenuti, dalla mancanza di vento, nel porto di Aulide (nella Beozia) per volere di Artèmide, offesa da Agamennone. Calcante, interrogato, rispose che la dea poteva placarsi solo col sacrificio di Ifigenia. Mentre si apprestava il sacrificio, Artémide, mossa a pietà della fanciulla, la sostituì con una cerva, e la trasportò in una nube in Taurine (nella Scizia), dove ne fece una sua sacerdotessa.
Iftima: sorella di Penélope.
Illo (vedi Troia).
Ilitia: figlia di Giove e di Era, particolarmente venerata a Creta, dove abitava in una grotta presso la città di Cnosso.
Ilo: figlio di Troe e padre di Laomedonte, fu il capostipite dei Priamidi. Da lui Troia é chiamata Ilio. Il monumento di Ilo sorgeva sulla collina detta del caprifico, perché abbondante di fichi selvatici.
Imbro: isola di fronte alla Tròade.
Inàrime: località non ben definita; secondo alcuni é Ischia, soggetta ai danni delle eruzioni del Vesuvio, secondo altri sarebbe in Cilicia.
Inclito: illustre. Epiteto che da Omero é dato anche alle persone di umile condizione, che si distinguono nell'adempimento del proprio mestiere.
Infula: larghe fasce di lana bianca, che avvolgevano il capo dei sacerdoti e ricadevano con due strisce su gli orecchi. Era simbolo della inviolabilità dei sacerdoti.
Ino: figlia di Cadmo, e moglie di Atamante. Avendo allevato Bacco, figlio di sua sorella Semele, incorse nella collera di Giunone, la quale, per vendicarsi, fece impazzire Atamante. Questi inseguì la moglie che, per salvarsi, si gettò, con uno dei figli, in mare dove fu venerata come divinità marina e prese il nome di Leucotea.
Iperèa: località ignota, abitata dai Feaci, prima di trasferirsi nella Scheria. Era non lontana dai Ciclopi; quindi in Sicilia, o in Campania o altrove, dove cioé si suppone che sia stata la sede di quei mostruosi e giganteschi pastori, superbi, violenti e molesti ai vicini.
Iperiòne: é un epiteto del Sole. Vuol dire: « il figlio dell'alto ». Più tardi se ne fece un Titano padre del Sole, di Selene (la Luna) e di Eos (l'Aurora).
Ippomòlghl: popolo della Scizia, i quali si nutrivano di latte di cavalla.
Ippota: padre di Eolo.
Iride: figlia di Taumante e di Elettra, messaggera degli déi. Era anche la personificazione dell'arcobaleno, la cui comparsa era interpretata dagli antichi come segno di guerra o di tempesta.
Iro: burlesco soprannome maschile di Iride, la messaggera degli déi. Era un mendicante di mestiere in Itaca: il suo nome era Arneo.
Ismaro: città dei Cíconi sulle coste della Tracia, ad ovest dell'Ebro. Fu saccheggiata da Ulisse nel viaggio di ritorno da Troia.
Itaca: isola montuosa tra Same o Cefallenia, e le Echinadi (vedi Cartina « Ithaca a).
Itaco: eroe epònimo dell'isola di Itaca.
Iùgero: era la misura di terreno che poteva essere arato in un giorno da due buoi insieme aggiogati.
Laerte: figlio di Arcesio, padre di Ulisse.
Lamo: re leggendario, fondatore di Telepilo, la città « dalle grandi porte » nel paese dei Lestrigoní. Per la ferocia degli abitanti Ulisse perdette undici delle dodici navi che comandava.
Lampezia (vedi Faetusa).
Laòdice: la più bella delle figlie di Priamo, sposa di Elicaone, figlio di Anténore.
Laomedonte: padre di Priamo, si era fatto costruire da Apollo e Nettuno, costretti a servirlo, le mura di Troia, con promessa di ricompensa che non mantenne. Apollo allora mandò, per punirlo, una fiera pestilenza, Nettuno un'orca marina, che faceva strage tra gli uomini e gli animali. L'oracolo allora fece sapere che la città sarebbe stata liberata dal flagello se il re avesse esposto al mostro marino la figlia Esione. La fanciulla fu liberata da Ercole, cui Laomedonte aveva promesso in dono i cavalli divini. Ma essendosi poi il re rifiutato di mantenere anche questa promessa, Ercole, sdegnato, distrusse la città, e uccise Laomedonte, con tutti i suoi figli, ad eccezione di Priamo.
Làpitl: abitanti della Tessaglia, dalla statura gigantesca, famosi per aver combattuto con i Centauri.
La possa di... La sacra possa di: espressione frequente in Omero, invece di « il potente... », « il sacro e potente... b, ecc. Corrisponde al nostro « Sua Maestà, Sua Altezza », ecc.
Latona (Leto nella mitologia greca): madre di Apollo e di Diana. (Vedi Níobe).
Lebéte: vaso profondo, a pancia, specie di caldaia. (Vedi Trìpode).
Lèlegi: abitavano nella Troade e propriamente in quella regione che aveva per capitale Pédaso.
Lemno: isola dell'Egeo, vicina alle coste della Troade.
Leòcrito: figlio di Evènore, era uno dei Proci.
Leòde: uno dei Proci, il migliore; faceva da osservatore dei sacrifici. Egli curava, cioé, che i sacrifici fossero fatti bene. Non sfuggì alla vendetta di Ulisse al ritorno in Itaca.
Lestrigoni: popolo leggendario, il cui re, Lamo, fondò la capitale Telepylon. Dove abitavano i Lestrigoni? Chi li colloca sulle coste settentrionali della Sicilia, chi nel Lazio, chi - come il Bérard - sullo stretto di Bonifacio in Sardegna, chi altrove. Riteniamo che sia inutile scervellarsi per risolvere un problema così arduo, quello cioé di definire località reali sulla scorta di molti dati fantastici.
Leucade o «bianca pietra o rupe che la fantasia degli antichi, segnava come confine tra la regione delle tenebre e quella della luce.
Leucotéa (vedi Ino).
Libazione: consisteva nello spargere, dopo averlo assaggiato, il vino o alcune gocce di vino puro in onore del dio che s'invocava. Generalmente la tazza, o nappo o coppa, esclusivamente riservata per questa cerimonia, era di oro. La libazione era di rito alla fine del banchetto.
Licaone: figlio di Priamo, fatto schiavo da Achille. Venduto in Lemno ad Eunéo, fu riscattato dal padre. Ricaduto nelle grinfie di Achille, fu ucciso e gettato nello Scamandro.
Licurgo: figlio di Driante, re dei Traci. Perseguitò su per il Nisseio (un monte della Tracia) Bacco e le sue sacerdotesse, le quali, fuggendo gettarono i tirsi. Giove lo accecò e poi gli tolse la vita. Tirso era detta l'asticciuola intorno a cui si attorcigliavano pampini ed edera, insegna delle Baccanti. (Vedi Diòniso).
Líeo: « Dal verbo greco luo (sciolgo), era un soprannome dato a Bacco, in quanto che questi, col vino esilarando gli animi, li scioglieva da qualsiasi cura. Si soleva chiudere il convito con una libazione di puro vino, che si offriva facendo girar la coppa, al dio cui si era sacrificato (Mestica).
Lira: strumento consistente in una cassa armonica, sormontata da un certo numero di corde (da tre a sette). Le corde erano tenute ferme dalla parte della cassa da un ponticello, dalla parte opposta da una traversa o giogo, innestato in due bracci. Si suonava toccando le corde con una penna di avorio o di legno chiamata plettro.
Lirnesso: città della Misia, posta sotto il dominio di Troia. Fu saccheggiata da Achille, che ne trasse schiava Briseide.
Loricati: epiteto dei Greci: armati di lorica o corazza (armatura che proteggeva il petto e il collo dei guerrieri).
Lotòfagi: mangiatori di loto (frutto grande come la corniola, e di sapore dolcissimo). Abitavano sulle coste settentrionali dell'Africa.
Macaone: figlio del valentissimo medico Esculapio, e medico famoso lui stesso. Era fratello di Podalirio.
Màcina a mano. Ai tempi omerici il grano veniva macinato con speciali apparecchi consistenti in due pietre, una superiore, mobile, a forma di clessidra; l'altra inferiore, fissa. Movendo a forza di braccia la sbarra trasversale della pietra superiore, il grano, a mano a mano che scendeva, veniva ridotto in polvere dall'attrito delle due pietre. La farina veniva raccolta in un bordo o scanalatura alla base della màcina.
Maggese: campo lasciato in riposo e che viene dissodato nel maggio, perché sia pronto per la semina.
Maléa: capo all'estremità meridionale della Laconia, famoso per le tempeste.
Marte (Ares nella mitologia greca): figlio di Giove e di Giunone, dio della guerra. Incostante, fazioso, nella smania di combattere e di seminare la strage, non si cura, di favorire l'uno piuttosto che l'altro dei combattenti. Nella sua opera é aiutato dalla Discordia, dalla Fuga
e dallo Spavento. Nella guerra dei Giganti contro gli dèi fu messo in catene dagli Aloidi, e ne fu liberato da Mercurio. Suo epiteto é Gradivo: "colui che si lancia nella zuffa".
Mastri di guerra: epiteto frequente in Omero: esperti nell'arte della guerra.
Meandro: fiume della Caria, dal corso così tortuoso da dare l'impressione, in certi punti, che torni indietro. Ha dato origine al sostantivo meandro.
Medonte: araldo dei Proci di Itaca. Era fedele alla casa di Ulisse, per cui fu risparmiato dalla sanguinosa vendetta dell'eroe al suo ritorno.
Megapente: figlio di Menelao.
Mégaron: era presso i Greci, la sala più grande di tutta la casa, quella in cui si svolgevano le azioni più importanti della vita familiare. (Vedi a Pianta della casa di Ulisse »).
Megèra (vedi Erinni).
Megète: figlio di Fileo, capitano dei Dulichii nella guerra troiana.
Melampo: celebre indovino e capostipite di molti e famosi indovini. Il dono profetico si trasmette di padre in figlio.
Melanto: figlia di Dolio e sorella dei capraio Melanzio, la più malvagia delle ancelle di Ulisse. Al ritorno dell'eroe scontò con la morte la sua infedeltà.
Melanzio: il capraio perverso e insolente, nemico dei suoi padroni, e venduto alla causa dei Proci. Al ritorno di Ulisse, si schierò contro di lui, ma fu punito cou la morte e con la mutilazione.
Meleàgro: figlio di Eneo, re di Calidone, e di Altea. Al momento della sua nascita le Parche misero sul fuoco un tizzone: la sua vita avrebbe avuto la durata del tizzone, che la madre tolse alle fiamme e conservò gelosamente. Ma poi adirata col figlio, che aveva ucciso o non aveva vendicata la morte di un fratello di Altea, gettò il tizzone nel fuoco e il disgraziato Meleagro morì.
Mémnone: figlio dell'Aurora e di Titone, alleato dei Troiani nella guerra troiana.
Menelao: re di Sparta, figlio di Atreo e fratello di Agamennone, sposò Elena, il cui ratto fu la causa prossima della spedizione di Troia. Al ritorno da questa guerra errò otto anni prima di toccare la patria.
Menestèo: condottiero degli Ateniesi nella guerra di Troia.
Mera: figlia di Preto, amica di Diana, la quale per gelosia la colpì a morte.
Mercurio (Ermes nella mitologia greca): figlio di Giove e di Maia. Nacque sul monte Cillene in Arcadia, dove si diffuse poi il suo culto. Appena aperti gli occhi alla luce, rubò ad Apollo cinquanta giovenche. Scoperto, fu perdonato dal dio, che gli regalò le giovenche in cambio della lira, di cui Mercurio fu l'inventore. Fu da Giove creato araldo degli déi e guida delle anime all'Ade. Uccise il mostruoso Argo dai cento occhi, ed ebbe perciò l'epiteto di Argicida.
Fu il protettore dei commercianti, dei ladri, dei fraudolenti, delle strade. Era armato del caducèo, la verga con cui addormentava o svegliava a suo piacere i mortali, e portava ai piedi i talari (calzari alati).
Mesàullo: il servo comprato dal porcaro Eumeo con i suoi mezzi, durante l'assenza di Ulisse.
Meta: segni, intorno a cui dovevano svoltare i cocchi nelle corse. Occorreva colpo d'occhio sicuro e grande abilità negli aurighi per scansarli.
Micene: città dell'Argolide. Ne era re Agamennone.
Mimanta: promontorio tra Chio e il golfo di Smirne.
Minerva (la Pallade Atena dei Greci): figlia di Giove, dal cui capo balzò armata, era dea della sapienza e protettrice della guerra, delle scienze, delle arti femminili. Il suo culto era molto diffuso. Era particolarmente venerata ad Atene, dove sorgeva il celebre tempio del Partenone, in cui era la statua di Athena Parthenoa, opera di Fidia. In suo onore si celebravano la festa delle grandi Panatene, che ricorreva ogni cinque anni, e quella delle piccole Panatene che ricorreva ogni anno. Nella guerra di Troia protesse i Greci, adirata con i Troiani, per il famoso giudizio di Paride protesse in modo speciale Ulissse. Era armata di lancia, e sul petto portava l'egida con nel mezzo il terribile capo della Gòrgone. Le era sacro l'ulivo e "la palladia fronda". Suo epiteto é "glaucopide": dagli occhi scintillanti.
Miniéo: fiume dell'Elide, che sbocca in mare presso la città di Arena.
Minosse: figlio di Giove e di Europa, antico re e legislatore di Creta. Per la sua giustizia e saggezza fu destinato a far da giudice nell'Averno. Suo fratello Radamanto era re nell'Elisio.
Mirinna: una delle Amàzzoni, molto agile nel salto. Morì combattendo contro i Troiani.
Mirmidoni: originari dell'isola di Egina, erano passati con Peleo nella Ftiotide. Si fanno derivare dalle formiche. (Formica si dice, in greco: mùrmex).
Moire (vedi Parche).
Moli: pianta fantastica, offerta da Mercurio a Ulisse per renderlo immune dalle arti magiche di Circe.
Molioni: Eurito e Cteato, figli di Actore e di Molione, aiutarono il nonno Augia, re dell'Elide, nella guerra mossagli da Ercole, a cui quel re aveva rifiutato la mercede pattuita per la pulizia delle stalle.
Morte (vedi Sonno).
Muse: figlie di Giove e di Mnemosine, erano dee delle scienze e delle arti belle. Erano nove: Calliope (epica); Clio (storia); Eutèrpe (musica); Polinnia (inni); Talia (commedia); Melpomene (tragedia); Arato (mimica); Tersicore (danza); Urania (astronomia). Protettore delle Muse era Apollo, detto perciò Musagete.
Omero però non fa queste distinzioni. Per lui esse sono soltanto le dee del canto, e ispirano al poeta la materia delle canzoni.
Nappo: coppa. Spesso é detto "gémino" o "a doppio seno", cioé a due manichi o a doppio fondo, uno dei quali faceva da sostegno.
Nausica: figlia di Alcinoo, re dei Feaci, diede i primi soccorsi a Ulisse giunto, naufrago, nell'isola di Scheria.
Nausitoo: primo re dei Feaci, figlio di Nettuno e di Peribea.
Neleo: figlio di Nettuno e di Tiro. Non avendo voluto accogliere Ercole nel suo regno, questi gli mosse guerra, gli distrusse la città e gli uccise tutti i figli, eccetto Nestore.
Neo: giogo montagnoso a nord della città di Itaca nell'isola omonima.
Neottòlemo o Pirro: figlio di Achille. Si recò a Troia dopo la morte del padre, perché era stato vaticinato che senza di lui la città non sarebbe stata presa. Uccise Priamo e scagliò il piccolo Astianatte, figlio di Ettore, dalle torri della città. Sposò Ermione, figlia di Elena e di Menelao.
Nérlco: penisola dell'Acarnania, che più tardi, tagliato l'istmo che la teneva unita al continente, fu l'isola di Léucade.
Nèrito: montagna dell'isola di Itaca.
Néstore: figlio di Neleo, re di Pilo, partecipò, vecchio, alla guerra di Troia, dove rese utili servigi con i suoi consigli e la sua prudenza. Suoi figli erano: Echefrone, Perseo, Strazio, Arete, Trasimede e Pisistrato. Un settimo, Antiloco, era caduto nella guerra troiana. (Vedi Gerenio).
Néttare: bevanda degli déi.
Nettuno (Poseidone nella mitologia greca): figlio di Saturno e di Rea. Nella spartizione del dominio del mondo con i fratelli Giove e Plutone, toccò a lui la signoria del mare. Con Apollo aveva costruito le mura di Troia, ma non ebbe da quel re Laomedonte la pattuita mercede, per cui si vendicò (vedi Laomedonte). Nella guerra di Troia protesse i Greci. Avversò fieramente Ulisse, che gli aveva accecato il figlio Polifemo, e non smise di perseguitarlo se non dopo
che l'astuto itacese ebbe fatto ritorno in patria. È detto Enosigeo: «scuotitore della terra ». È rappresentato presentato armato di un tridente, col quale sconvolge la terra e il mare. In suo onore venivano celebrati, ogni due anni, i giuochi istmici sullo stretto di Corinto.
Nimbifero: apportatore di procelle. Epiteto di Giove.
Ninfe: figlie di Giove, divinità simboleggianti le forze della natura, nei suoi molteplici aspetti. Si chiamavano Naiadi le Ninfe delle acque; Orèadi, quelle dei monti; Alsèidi, quelle dei boschi; Driadi e Amadriadi quelle degli alberi, ecc.
Niobe: figlia di Tantalo, moglie di Anfione re di Tebe. Orgogliosa di essere madre di dodici figli, sei maschi e sei femmine, osò ritenersi superiore a Latona che ne aveva soltanto due, Apollo e Diana. Ma i due, per vendicare l'affronto fatto alla madre, uccisero i dodici. Niobe, per il dolore, divenne di pietra. (Vedi Sípilo).
Noto: vento del sud. Con Euro, vento orientale, forma spesso un vento solo, quello di sud-est o scirocco.
Nume: è propriamente la potenza degli déi. Spesso viene adoperato per la divinità stessa.
Ocèano: il gran fiume che circondava tutta la terra. Sposo di Teti, la figlia di Urano e di Gea (da non confondere con la madre di Achille), fu il più antico dei Titani e padre di molti dèi, di innumerevoli fiumi e delle Ninfe oceanine. Nella lotta contro i Titani, Rea affidò la figlia Giunone a Oceano e Teti, che l'allevarono con grande cura.
Ogigia: isola favolosa, da alcuni localizzata nel gruppo di Malta, da altri identificata con l'isola di Peregil, all'imboccatura dello Stretto di Gibilterra.
Oiclèo: padre di Anfiarao, morì nella spedizione di Ercole contro Laomedonte re di Troia.
Olimpio: attributo di Giove e degli dèi che abitavano l'Olimpo, una catena di montagne tra la Macedonia e la Tessaglia. (Vedi Olimpo).
Olimpo: monte fra la Tessaglia e la Macedonia, considerato dagli antichi come la sede degli dèi. La vetta, più alta raggiunge i 2985 metri.
Olocàusto (da ólon: tutto, e cajo: abbrucio): sacrificio nel quale veniva bruciata in onore degli dèi tutta intera la vittima.
Omento o zirbo: il reticolo grasso che avvolge gl'intestini. Le parti migliori della vittima erano coperte in genere da due strati di omento (doppio zirbo) e, insieme con i pezzettini tagliati da ogni punto del corpo della vittima stessa, venivano bruciate in onore dei dio o degli dèi cui si sacrificava. Il sacrificio simboleggiava così l'offerta di tutto intero l'animale.
Opunta: città della Locride, dove abitava Menezio, padre di Patroclo.
Oracolo: responso rivelazione della divinità. Spesso indica il luogo stesso, sacro al dio che si andava a consultare.
Orco: luogo oscuro e tenebroso, sede dei morti. (Vedi Ade).
Orcomeno: città floridissima e ricchissima della Beozia.
Ore: figlie di Giove e di Temi, erano le dee delle stagioni, che, col loro avvicendarsi, creano la fecondità dei campi e mantengono l'ordine nella natura. Erano anche le custodi delle porte dell'olimpo.
Orione: tiglio di Nettuno, gigante cacciatore della Beozia, fu ucciso da Diana e convertito in costellazione, che nel cielo prese posto accanto alle Pleiadi, ed é apportatrice di piogge e burrasche.
Orsa. Le costellazioni dell'Orsa maggiore e dell'Orsa minore sono dette rispettivamente, "gran carro" e "piccolo carro" per la disposizione delle sette stelle che le compongono.
Orsiloco: padre di Diocle, re di Fere, che aveva ospitato Telemaco nel suo viaggio di andata e ritorno da Pilo a Sparta.
Ortlgia: isola favolosa, che si é voluta identificare con Delo.
Ossa: monte della Tessaglia.
Oste (lat. hostis): vorrebbe significare propriamente l'esercito nemico, ma sta per esercito in generale.
Oto (vedi Aloidi).
Pallade (vedi Minerva).
Púndaro: figlio di Licaone, era valente arciera Istigato da Pallade, colpì Menelao con una freccia; per cui, rotti i patti, si riaccese la battaglia tra Greci e Troiani.
Pandàridi: le figlie di Pàndaro. Una, Filomela, fu tramutata in usignuolo. Le altre due, Merope e Cleotera, furono rapite dalle procelle. Nei miti posteriori a Omero si attribuiva la causa di tanta sciagura alla colpa di Pàndaro, che aveva rubato un cane d'oro dal tempio di Giove in Creta.
Parca: la dea terribile che determina il destino della vita degli uomini. Le Parche o Moire, figlie dell'Averno e della Notte, furono poi tre: Cloto, che fila; Lachèsi, che estrae la sorte e avvolge il filo; Atropo, armata di forbici, con cui taglia il filo della vita umana.
Pàride: figlio di Priamo. Recatosi ambasciatore a Sparta, rapì Elena, moglie di Menelao: fatto che diede origine alla guerra decennale di Troia, finita con la rovina della città. (Vedi Alessandro).
Pàtroclo: figlio di Menezio; amico diletto di Achille, ucciso da Ettore. Fu vendicato da Achille.
Peana: canto in onore di Apollo. Il dio veniva invocato con l'appellativo di paian: o salvatore!
Peleo: re di Ftia, in Tessaglia, figlio di Eaco e padre di Achille. Sposò Tétide figlia di Nereo. Alle nozze, cui intervennero tutti gli dèi, non fu invitata la sola Discordia, che si vendicò lanciando il famoso pomo, che fu motivo di rivalità tra Giunone, Pallade e Venere e causa prima della guerra di Troia.
Pende: patronimico: figlio di Peleo; cioé Achille.
Pelio: monte della Tessaglia. L'asta della lancia di Achille era di legno di frassino tagliato sul monte Pelio, perciò é spesso detta da Omero la "peliaca antenna".
Pélope: figlio di Tàntalo, fu dal padre ucciso e dato come vivanda in un banchetto, a cui erano stati invitati gli déi. Scoperto subito l'inganno, Giove lo richiamò in vita, e gli sostituì una spalla d'avorio, che Cerere, immersa nel dolore per il ratto di sua figlia Perséfone, aveva mangiato. Da Pelope ebbe nome il Peloponneso.
Penèlope: figlia di Icario, regina di Itaca. Malgrado le sollecitazioni dei suoi, e le numerose richieste di nozze dei più alti cittadini di Itaca e delle isole vicine, seppe tenersi fedele a Ulisse, che ritornò in patria dopo venti anni da che ne era partito.
Peòne: medico degli déi. Guarì Marte ferito da Diomede, e Plutone ferito da Ercole, cui voleva impedire la cattura di Cérbero, guardiano dell'inferno.
Peonia: regione della Macedonia settentrionale.
Percote: città della Troade.
Pérgamo: la rocca della città di Troia, dove sorgeva il tempio di Apollo. (Vedi «Pianta degli scavi di Troia»).
Pero: figlia di Clori e di Neleo, fu promessa in isposa a colui che avesse riportati i buoi rubati da Ificle (re di Filace in Tessaglia), a Tiro, madre di Neleo. Melampo assunse l'impresa sopra di sé e chiese la mano di Pero per il fratello Biante. Senonché fu catturato dai pastori di Ificle e tenuto prigione un anno intero, dopo il quale fu liberato. Ritornato a Pilo con i buoi, riebbe i beni che Neleo, credendosi turlupinato, aveva sequestrato, e ottenne Pero in sposa per il fratello.
Persèfone (Prosèrpina dei Latini): figlia di Giove e di Cérere, fu rapita da Plutone nei campi di Enna in Sicilia e trasportata nell'Averno, dove divenne regina. Per molto tempo la madre andò in cerca della figlia, finché Giove, mosso a pietà dei suo dolore, permise che per due terzi dell'anno Persefone stesse presso la madre, e per l'altro terzo nel regno delle ombre.
Pieria: regione della Macedonia a nord dell'Olimpo e a sud dell'Emazia.
Pigmèi (da pugmé: «pugno»): popolo nano, che si diceva raggiungesse l'altezza di mezzo braccio, dal gomito al pugno. Abitava, secondo alcuni nelle Indie, secondo altri alle sorgenti del Nilo o nella Caria; ed era in lotta continua con le gru, che gli rapivano i figli.
Pilo: patria di Nestore, città della Messenia; aecondo altri é la città omonima della Trifilia.
Pira: (dal greco pur: fuoco, rogo): cataste di legna disposte per bruciare i cadaveri.
Piriflegetonte: fiume infernale. (Vedi Cocito).
Piritòo: figlio di Issione, uno dei Làpiti. Sposò Ippodamia. Al convito di nozze furono invitati i Centauri. Ma, sorta una rissa, vennero alle mani e vinsero i Làpiti.
Pisistrato: il più giovane dei figli di Nestore. Accompagnò Telemaco nel suo viaggio a Sparta.
Pito: antico nome di Delfo, nella Focide, celebre per l'oracolo di Apollo, in onore del quale vi si celebravano, ogni tre anni, i giuochi pitici.
Plancte o Scogli Erranti: due scogliere contro cui vanno a cozzare le navi attratte dai flutti. Si é creduto di individuarle nelle isole Eolie, d'origine vulcanica, che vomitano fuoco, e che neppure gli uccelli possono sorvolare senza lasciarvi la vita.
Pléiadi: sorelle delle Iadi: gruppo di sette stelle della costellazione del Toro. L'apparire delle Plèiadi, a metà maggio, segnava per gli antichi il principio della stagione adatta alla navigazione. (Vedi Ìadi).
Plutone (Ade o Ades nella mitologia greca): figlio di Saturno e di Rea; nella divisione del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, ebbe il regno dell'inferno. Nei sacrifici in suo onore venivano immolate vittime . Rapì Proserpina, figlia di Cerere, e la fece regina dell'Averno. Possedeva un elmo meraviglioso, che aveva la virtù di renderlo invisibile.
Gli erano sacri il cipresso e il narciso.
Pode: figlio di Eezione, quindi cognato di Ettore, dal quale era molto stimato per il suo valore.
Polidamante: troiano, valoroso figlio di Panto, e saggio indovino.
Polifemo: il feroce ciclòpe, figlio di Nettuno e della ninfa Toosa, accecato da Ulisse.
Polinice: fratello di Eteocle, col quale combatté per riacquistare il trono di Tebe. Sotto le mura di questa città trovarono la morte tutti i duci che soccorsero Polinice, tutti, tranne uno: Adrasto.
Polipemoníde: figlio di Polipèmone, l'uomo "ricco di guai" o "dai molti averi". Nome inventato da Ulisse prima di svelarsi al padre.
Poseidòne (vedi Nettuno).
Predatrice: epiteto di Minerva: amante della guerra, il cui scopo principale era la preda. Prima cura dei vincitori, dopo ucciso il nemico, era quello di spogliarlo delle armi.
Preghiere: figlie di Giove, rappresentate con le rughe e gli occhi loschi per il continuo piangere, seguono Ate, dea del male, la quale acceca la mente degli uomini spingendoli al delitto. Offuscò perfino la mente del padre Giove che, irato, la cacciò dall'olimpo:
Priamo: figlio di Laomedonte, re di Troia. Assistette alla rovina della numerosa sua famiglia e della sua splendida città. Caduta Troia nelle mani dei Greci, fu ucciso presso l'altare di Giove da Neottòlemo o Pirro, figlio di Achille.
Proci: gli aspiranti alle nozze di Penelope e più che a Penelope aspiranti al trono e ai beni di Ulisse. Centootto pretendenti che, oltre i servi, si stabilirono per oltre tre anni nella reggia di Ulisse e ne dilapidarono i beni! Furono uccisi da Ulisse tutti, tranne uno solo, Medonte, l'araldo che si era sempre mantenuto fedele alla casa del suo re.
Procri: figlia di Eretteo, re di Atene, fu involontariamente uccisa dal marito Cefalo, il quale, per il dolore, si tolse la vita.
Prosèrpina (vedi Persèfone).
Pròteo: vecchio dio marino; pasceva il gregge delle foche di Anfitrite, moglie di Nettuno. Abitava nell'isola di Faro, alla foce del Nilo; conosceva il futuro, ma dava vaticini solo se costretto con la forza. Si trasformava in mille modi.
Protesilao: figlio di Ificlo, prese parte alla guerra di Troia. Fu il primo a metter piede sul suolo
i troiano, il primo a cader trafitto. La moglie Laodamia, disperata per la morte dello sposo, supplicò tanto gli déi che questi, mossi a pietà, permisero che Protesilao risuscitasse per tre ore; allo scorrere delle quali Laodamia morì anch'essa.
Psiria: piccolissima isola a ovest di Chio.
Radamanto: figlio di Giove e d'Europa, fratello di Minosse, era re dell'Elisio. In tempi posteriori fu creduto giudice dell'Averno.
Rea (Cibèle): figlia di Urano e di Gea, moglie di Saturno e madre di Giove, Nettuno, Plutone, Giunone e di molti altri déi, per cui era detta la gran madre degli dèi. I suoi sacerdoti, i Curèti, ebbero cura dell'infanzia di Giove nell'isola di Creta.
Ressènore: padre di Arete e fratello di Alcínoo, re dei Feaci.
Retro: baia sulla costa settentrionale di Itaca.
Salmonèo: figlio di Eolo e fratello di Sisifo. Avendo voluto gareggiare con Giove nell'imitare il tuono, fu dal sommo dio fulminato.
Sangario: fiume della Bitinia; sbocca nel mar Nero.
Sarpedonte: figlio di Giove e di Laodamia, principe dei Lici. Intervenne in aiuto dei Troiani alla guerra di Troia e fu ucciso da Pàtroclo. Il suo corpo fu, d'ordine di Giove, trasportato in patria dal Sonno e dalla Morte.
Saturno (Crono nella mitologia greca): figlio di Urano e di Gea, sposo di Rea e padre di Giove, Nettuno, Plutone, ecc. Sapendo che sarebbe stato spodestato da uno dei figli, per precauzione li trangugiava come venivano alla luce. Rea riuscì a sottrarre alle ingorde fauci Giove che, cresciuto in età, vinse il padre e lo costrinse a rivomitare i figli ingoiati, i quali, essendo immortali, erano soltanto rimasti prigionieri nel capace ventre paterno. Saturno e gli altri Titani, che avevano combattuto a suo favore, furono scaraventati nel Tàrtaro.
Scamandro: fiume che bagna la pianura di Troia. Dagli déi era chiamato Zanto.
Scee: le porte occidentali di Troia, che mettevano al campo di battaglia. Davanti c'era il faggio sacro a Giove, e vicino il sepolcro di Laomedonte.
Scettro: lungo bastone, ornato di borchie d'oro o d'argento, simbolo di autorità. Ne erano insigniti i sacerdoti, i sovrani, i giudici, gli araldi.
Scheria. Secondo le opinioni più comuni sarebbe l'isola di Corfù.
Schinieri (vedi Gambieri).
Scilla: Ninfa bellissima, figlia di Cratei, fu, per gelosia, mutata in mostro da Circe o da Anfitrite. (Vedi Cariddi).
Scuotiterra o Enosigèo: epiteto di Nettuno.
Selene: personificazione della luna, era figlia di Iperione e sorella dell'Aurora e di Elios.
Selli: sacerdoti del tempio di Dodona nell'Epiro che, dallo stormire delle foglie delle querce, interpretavano la volontà del dio supremo.
Sidone: città della Fenicia che tenne il primato prima di Tiro, tra il sec. XVI e XIII a. C.
Simoenta: fiume che bagna la pianura troiana. Sboccava nello Scamandro.
Sinzi: antichi abitanti dell'isola di Lemno nell'Egeo, che accolsero amorevolmente Vulcano quando fu scagliato giù dall'Olimpo da Giove.
Sípilo: monte della Lidia. Si favoleggiava che Níobe fosse stata trasformata in una rupe di quel monte, donde scaturiscono numerosi ruscelli, che sarebbero le lagrime dell'infelice madre.
Sirene: sono per Omero, non mostri marini, ma due sorelle abitanti in un'isola favolosa, che col loro canto affascinano i naviganti. In seguito fu localizzata la loro sede nelle isole partenopee.
Sirio: la stella più brillante della costellazione del Cane Maggiore. Quando il Sole si congiunge con Cane, si ha il maggior calore: la canicola. L'autunno greco corrispondeva alla parte più calda dell'estate per noi. La costellazione Sirio é detta da Omero funesta, perché era creduta apportatrice di malattie epidemiche e di febbri ardenti.
Siros: una delle Cicladi, a nord di Delo.
Sisifo: figlio di Eolo e fondatore della città di Corinto, fu uno dei re più ingordi, astuti e malvagi. Per i suoi delitti fu condannato da Giove a spingere su per l'erta di un monte un macigno che, appena giunto alla cima, rotola giù, ed il disgraziato é costretto a ricominciare la fatica.
Smintéo: epiteto di Apollo, da Sminte, città della Troade, ove il dio era particolarmente venerato; o dall'aggettivo greco smintos "topo campestre". Secondo una leggenda Apollo aveva sterminato i topi campestri che in gran quantità avevano assalito una colonia greca, a lui devota, di passaggio nella Troade.
Soga: il balteo, la cinghia per imbracciare lo scudo o tenerlo appeso al collo.
Sogni. Per Omero non sono divinità, ma pure personificazioni, immagini. Escono da due porte diverse, "...una di corno, e l'altra d'avorio. Dall'avorio escono i falsi e fantasmi con sè fallaci e vani portano: i veri dal polito corno,e questi mai l'uom non iscorge indarno". (Odissea, XIX, 670-74).
Sonno (Hypnos), Morte, (Tanatos): figli della Notte. Il primo é considerato come un dio apportatore di pace e di riposo, che distribuisce ai mortali, toccandoli con una verga. Il secondo, Tanatos, é sordo ad ogni sentimento di pietà.
Sorte. Per tirare a sorte, si prendeva un pezzo di legno o un sassolino o un oggetto qualunque, su cui si metteva un segno particolare per riconoscerlo.
Sparta: città della Laconia, tra il monte Parnone e il Taigéto. Ne era re Menelao.
Stadio: luogo, recinto della gara. Lo stadio era una misura greca di metri 184,96. Poiché il campo delle corse in Olimpia, nell'Elide, misurava appunto questa lunghezza, la parola stadio passò a designare qualunque luogo, di qualunque lunghezza, destinato alle gare.
Sténelo: figlio di Capanéo, fu uno degli Epigoni. Combatté con Diomede.
Sténtore: guerriero greco, intervenuto alla guerra di Troia. Aveva la voce così potente che copriva quella di cinquanta uomini insieme.
Stige: fiume infernale. (Vedi Cocito e Giuramento).
Stinfalo: immissario del lago omonimo nell'Arcadia.
Stringere le ginocchia: era il gesto del supplicante; respingerlo in quell'atteggiamento di umiltà significava attirarsi la collera di Giove, protettore dei supplici e dei mendichi.
Sunio: promontorio all'estrema punta meridionale dell'Attica.
Tafi: popolo di trafficanti e di predoni, che abitava parte sulle coste dell'Acarnania, parte sulle isolette tra questa regione e Leucade. La principale di queste isolette era Tafo.
Talari: calzari alati (di Mercurio).
Talento: in Omero non é una moneta, ché non c'era moneta coniata ai tempi suoi, ma una sbarra di peso approssimativo di 20 grammi e di valore incerto.
Tallon di perla (dal): così anche « dal bianco piede », « dall'argenteo piede », ecc. Epiteti di divinità che abitano il mare dalla « bianca spuma ».
Taltibio: nome di un araldo di Agamennone.
Tamiri: favoloso cantore tracio. Essendosi vantato di superare nel canto le Muse, queste per vendicarsi lo privarono del canto e dell'arte della musica, e lo accecarono.
Tàntalo: re della Lidia. Spesso invitato dagli déi alla loro mensa, salì in tanta superbia da vantarsi di essere da più di loro. Avendo voluto poi sperimentarne la potenza divina, diede loro in pasto il proprio figlio Pelope; ma fu da Giove punito e condannato a sopportare una sete e una fame insaziabili, eterne.
Tàrtaro: la parte più profonda dell'Averno, che é tanto al disotto della terra, quanto questa é distante dal cielo. Nel Tartaro sono puniti i Titani. Ciò spiega perché Giove munì quella parte dell'abisso di soglia di bronzo e di porte di ferro.
Teano: figlia del troiano Cisséo, sacerdotessa di Pallade.
Tebe: una delle più antiche e grandi città dell'Egitto, sulla riva destra del Nilo. Sulle sue rovine grandiose sorgono oggi quattro villaggi, tra cui Luxor.
Tebe Ipoplacia: città posta sotto (ypó) il monte Placo. Fu distrutta da Achille che ne uccise il re, Eezione, padre di Andròmaca.
Telémaco: l'animoso giovane, figlio di Ulisse e di Penelope, che conobbe il padre, ritornato in patria dopo venti anni di assenza, e lo aiutò a far vendetta dei Proci insolenti.
Tèmesa: città dell'isola di Cipro. Secondo alcuni era nel paese dei Bruzi (Calabria).
Temi: figlia di Urano e di Gea, e madre delle Ore e delle Parche, era la dea della giustizia e dell'ordine. Presiedeva le assemblee degli dèi e proteggeva quelle degli uomini. Veniva rappresentata con la bilancia.
Ténedo: isola del mar Egeo, di rimpetto a Troia.
Teoclimeno: celebre indovino, discendente da Melampo (vedi Melampo). Essendosi reso colpevole di omicidio, fuggì dalla patria e fu accolto nella nave da Telemaco, che lo condusse a Itaca. Predisse ai Proci la loro prossima strage.
Tesa: « é lo spazio delle braccia distese di un uomo normale, compreso il torace. La tesa si diceva in greco orgyla. Nel sistema metrico attico essa era valutata sei piedi (= m. 1,778): ma non si conosce la dimensione esatta dell'orgyia omerica» (Festa).
Teseo: figlio di Egeo, notissimo per aver liberato Atene dal vergognoso tributo a Creta, uccidendo il Minotauro. Con Piritòo, principe dei Làpiti, discese all'inferno per rapire Prosérpina. Ma fu punito da Plutone e tenuto prigioniero nell'Ade, donde fu poi liberato da Ercole.
Tétide: figlia di Nereo, sposa di Peleo e madre di Achille. (Vedi Peleo).
Teucro: eroico fratello di Aiace Telamonio.
Tideo: figlio di Eneo, re di Calidone, e padre di Diomede. Combatté con i sette contro Tebe, e si distinse per valore e per ferocia. Morente raccolse la testa di Melanippo, decapitato da Anfiarao, e ne rose il cervello.
Tieste: figlio di Pèlope e padre di quell'Egisto, che uccise Agamennone al ritorno dalla spedizione troiana.
Tifeo: mostro immane dalle cento teste, che vomitava fuoco e fumo dalle sue cento bocche. Avendo tentato di dare la scalata all'Olimpo fu fulminato da Giove e seppellito, secondo Omero, sotto Inàrime.
Timbra: località non lontana da Troia, bagnata dal Timbrio, affluente dello Scamandro.
Tindaro: re di Sparta, padre di Elena, Càstore, Polluce e Clitennestra.
Tiresia: figlio di Evereo e di Carielo, avendo svelato agli uomini un segreto affidatogli dagli dèi, fu accecato. In compenso ebbe il dono della divinazione, che esercita anche nell'Averno, per speciale favore di Proserpina.
Tiro: figlia di Salmoneo, fu madre di Neleo, dal quale nacque Nestore re di Pilo.
Tislfone (vedi Erinni).
Titàni: figli di Urano e di Gea, essendosi ribellati a Giove, tentarono di scalare l'Olimpo, sovrapponendo montagna a montagna, ma, domati dal fulmine di Giove, furono imprigionati nel Tàrtaro.
Titaresio: fiume della Tessaglia, affluente del Peneo. Omero lo dice « ruscello di Stige ».
Titone (vedi Aurora)
Tizio: gigante smisurato e violento, ucciso da Apollo e da Diana per ingiurie contro la loro madre Latona.
Tiepòlemo: figlio di Ercole. Avendo ucciso, per orrore, Licinnio, zio materno del padre, fuggì a: Rodi. Prese parte alla guerra troiana, dove fu ucciso da Sarpedonte.
Toante: condottiero degli Etòli nella guerra troiana.
Traci: celebri domatori di cavalli, si dividevano in varie tribù, sempre in guerra tra loro: gli Odrisi, i Cíconi, i Bessi, i Misi, da non confondersi questi ultimi, abitanti sulle rive dell'Istro (Danubio) con quelli della Misia, nell'Asia Minore.
Tricca: città della Tessaglia.
Trinacria: isola fantastica, con tre angoli, tre promontorii, identificata in seguito con la Sicilia, che ha appunto la forma di un triangolo con i promontori di Peloro, Lilibeo e Pachino. Vi pascolavano le mandrie e le greggi del Sole.
Tripode: treppiede di bronzo o di metallo prezioso. Sosteneva spesso un lebete o vaso a pancia, che, come una caldaia, serviva per farvi riscaldare l'acqua o per ornamento. Era spesso offerto in premio ai vincitori nelle gare o come dono ospitale.
Tritonia: epiteto di Minerva, derivato dal fiume Tritone, che sbocca nel lago Copaide, sulle cui rive sorgeva l'antica città di Atene (inghiottita dal lago), dove la dea era particolarmente venerata.
Troe: figlio di Erittonio e padre di Ilo, Assaraco e Ganimede. (Vedi Troia).
Troia: città della Troade ai piedi dei monte Ida, tra i fiumi Scamandro e Simoenta. È così chiamata da un suo re Troe; é anche detta Ilio da Ilo, figlio di Troe; "la dardania città" dal re Dardano, figlio di Giove e capostipite della schiatta che dominò, con il ramo dei Priamidi, fino alla distruzione della città, con quello degli Eneadi, molto più a lungo e più gloriosamente.
Le sue mura erano state costruite da Apollo e Nettuno, sotto il re Laomedonte. (Vedi Laomedonte). Fu distrutta dai Greci, dopo dieci anni di assedio, nel 1184 a. C.
Troiani, Dàrdani: due rami del medesimo ceppo. Tra essi era sorto contrasto. I Priamidi (Troiani) si erano impadroniti della città, costringendo gli Eneadi (Dardani) ad abitare sulle falde del monte Ida. Il contrasto si era sopito di fronte al comune nemico. In Omero i due nomi sono spesso usati l'uno per l'altro.
Turcasso (vedi Faretra).
Ulisse (dal nome greco Odysseus, impostogli dall'avo materno Autòlico, nome che é da riconnettere al verbo odyssomai: « odiare »): astuto e valoroso re di Itaca. Al ritorno dalla guerra di Troia, incorso nello sdegno di Nettuno, per avergli accecato il figlio Polifemo, andò errando per dieci anni prima di rivedere la patria, e le sue peregrinazioni formano argomento dell'Odissea.
Umbone: piastra convessa al centro dello scudo.
Usbergo (vedi Corazza).
Vénere (Afrodite nella mitologia greca): figlia di Giove e di Diona; secondo altri
miti sarebbe nata dalla spuma del mare presso Citera. Era dea della bellezza, ed era sempre sorridente e festosa, onde l'epiteto « amica del riso ». Era anche detta Citerèa e Ciprigna, dalle due isole, Citera e Cipro, dove aveva culto e venerazione speciale.
Madre di Enea, protesse il figlio nella guerra di Troia, non esitando a scendere in campo, dove fu anche ferita da Diomede.
Vulcano (l'Efesto dei Greci): figlio di Giove e di Giunone, era dio del fuoco. Le sue fucine erano sull'Olimpo e sotto il Mongibello
condo l'una il dio era nato zoppo, e la madre, vergognandosene, lo scagliò giù dall'Olimpo. Secondo l'altra, avendo Vulcano preso le parti della madre, in uno dei suoi frequenti litigi col coniuge, fu da Giove precipitato in Lemno, e, per effetto della caduta, rimase zoppo. Nella guerra di Troia, diede fuoco allo Scamandro, che aveva aggredito Achille, e lo domò.
Zéfiro: vento di occidente.
Zelèa: città della Licia.
Zeto (vedi Anfione).
Zirbo (Vedi Omento).
Xanto (vedi Balio).
Xanto: nome di uno dei quattro cavalli di Ettore. Xanto "baio", Podargo "balzano", Eton "sauro", Lampo "risplendente". Sono veramente dei soprannomi.
Xanto: il dio del fiume Scamandro, che bagna la pianura troiana. Parteggiò, naturalmente, per i Troiani.

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LE NAVI DI OMERO


di Orazio Ferrara

Le navi e le tecniche di navigazione della marineria della Grecia arcaica, soprattutto di quella micenea, della seconda metà del II millennio avanti Cristo sono sostanzialmente quelle descritte, con dovizia di particolari nei poemi omerici, in particolare nell'Odissea. Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che per secoli quella marineria, erede della cicladica e minoica, non subisce alcuno radicale cambiamento per assoluta mancanza di grandi innovazioni tecniche. Quest'ultime verranno dopo Omero e porteranno a quel formidabile strumento bellico che sarà la triere, o latinamente trireme, nave che sconvolgerà gli equilibri marittimi nel Mediterraneo, un po' com'era accaduto a suo tempo nella tattica militare terrestre quando era apparso il carro da guerra.

Altro motivo, non secondario, di questa sostanziale coincidenza è che Omero o chi per esso, tralasciamo qui di entrare nell'annosa e complessa "questione omerica", pur vivendo nel secolo VIII A.C., compone due poemi epici sulla base di una lunghissima tradizione orale, che tramanda così, in modo abbastanza fedele, non pochi aspetti di vita dei secoli precedenti.
Se le imponenti rovine di Troia e di Micene confermano la veridicità del mondo cantato dal poeta, così le rappresentazioni vascolari, i modellini e le pitture parietali confermano, anche con scoperte recentissime, che le descrizioni omeriche si avvicinano, con buona approssimazione, a quella che dovrà essere effettivamente la realtà marinaresca della Grecia arcaica.

Nell'indicare le navi di quel tempo Omero cita con frequenza due epiteti: orthòkrairos = dalle corna erette e kòilos= concava. Questi epiteti rendono subito, in modo plastico, il profilo che presentano gli scafi a chi li guardi navigare da lontano: delle ricurve corna di toro. La sagoma ricorda, a grandi linee, quella delle navi dei Popoli del mare, che, nell'ultimo quarto del II millennio, imperversano nel Mediterraneo orientale e che, in uno dei tanti raids, si scontrano nel delta del Nilo con la flotta egiziana.

La vittoria di quest'ultima è il motivo per cui il faraone del tempo fa immortalare nella pietra l'immagine delle navi nemiche.

La stretta rassomiglianza tra le navi micenee e quella dei popoli del mare evidenzierebbe l'esistenza di una medesima tecnica cantieristica nel Mediterraneo orientale, almeno per il gruppo indo-europeo, al quale appartengono ambedue i popoli. Il profilo a forma di corna di toro, oltre ad essere una necessità costruttiva, potrebbe anche essere dovuta ad influenze magico-religiose, considerando la sacralità del simbolismo del toro presso tutte le popolazioni di ceppo indo-europeo. Non a caso pitture vascolari greche del periodo geometrico mostrano navi da guerra, recanti sulla prua l'insegna di due corna taurine.

Fin dai primi tempi ritroviamo la tradizionale suddivisione tra nave da guerra e nave mercantile, come testimoniano la coeva iconografia greca e il ritrovamento del relitto di Capo Chelidonia nella Turchia sud-occidentale, relitto che si riferisce ad una nave esclusivamente da carico del sec. .XIII o XII A.C.. La tecnica cantieristica, primitiva e raffinata allo stesso tempo, tende empiricamente a rapporti tra larghezza e lunghezza dello scafo, che si avvicinano di molto a quegli standards oggigiorno considerati ottimali dal punto di vista nautico per le navi antiche: 1 a 8 e 1 a 10 per le navi da guerra, da cui il classico profilo lungo; 1 a 3 e 1 a 4 per le navi mercantili, da qui il profilo tondeggiante. L'archetipo di nave lunga o tonda, a seconda della funzionalità richiesta, persisterà nei cantieri navali del Mediterraneo fin oltre il Medioevo.

La propulsione della nave da guerra della Grecia arcaica è principalmente affidata alla forza dei rematori, che usufruiscono però anche dell'ausilio di una vela quadra, viceversa è essenzialmente velica la propulsione della nave da carico, che, nei casi necessari di calma di vento o di manovre in porto, ricorre ai pochi rematori imbarcati.

Comunque è da precisare che in Omero la suddivisione tra i due tipi di nave non è poi cosi rigida, in particolare per la nave più diffusa quella a venti rematori, dieci per lato, che viene utilizzata indifferentemente per il trasporto di merci e passeggeri e la guerra da corsa
Per ambedue i tipi di nave il timone è costituito da due grossi remi poppieri. Questo timone è di difficilissima manovrabilità e richiede una perizia tutta particolare, acquisita con lunghi anni d'esperienza. Non a caso in molti poemi antichi, e quindi non solo in Omero, vengono citati timonieri particolarmente esperti, volendone così tramandare il nome ad imperitura memoria.
L'attrezzatura velica della nave del tempo omerico è poi di una semplicità estrema. Un'unica grande vela quadra di tela per lo più bianca, legata con numerosi lacci taurini alla lunga asta dell'antenna, che a sua volta, mediante legacci sempre di cuoio, è fissata alla parte terminale dell'albero della nave. Quest'ultimo, viene mantenuto fermo, oltre che dal suo piede posto nell'apposito incastro, da due grosse funi, (sàrte o sàrtie) che si dipartono rispettivamente da prua e da poppa. Infine le corde (scotte) che, legate agli angoli inferiori della vela, servono a distenderla al vento. Le scotte sono due, quella di destra e di sinistra, che con moderno linguaggio marinaresco sono intese rispettivamente "poggia" e "orza" . il materiale usato per le sàrtie e le scotte è costituito da budella taurine intrecciate ritorte.

L'intera attrezzatura velica è completamente smontabile, essa viene tolta ogni qualvolta lo scafo è tirato in secco, il che avviene frequentemente, oppure quando, per bonaccia di vento, si ricorre alla sola forza dei rematori, infine quando infuria una tempesta. Nei casi in cui l'attrezzatura deve essere montata si procede incastrando il piede dell'albero nell'apposito alloggio, posto sulla trave di chiglia, in mezzeria o leggermente decentrato a prua, e non ricavato nella trave stessa come sostengono alcuni studiosi in quanto così si sarebbe fatalmente compromessa la resistenza di una fondamentale struttura alle sollecitazioni del moto ondoso. E' presumibile l'utilizzo di una trave trasversale a quella di chiglia come lasciano supporre alcuni versi omerici. L'albero è poi stabilizzato dalle due sàrtie già descritte.

La manovra di drizzare l'albero e spiegare la velatura avviene in tempi rapidissimi e rientra nella quotidianità delle navi del tempo. Malgrado ciò si verifica, con una certa frequenza, che un vento impetuoso spezzi l'albero. Qualche volta l'incidente ha conseguenze gravissime, come nell'episodio descritto da Omero in cui una improvvisa tempesta, sorprendendo la nave di Odisseo svelle di netto l'albero, rovinando in coperta, travolge ed uccide, con una ferita mortale al capo, il timoniere.

L'intera struttura dello scafo poggia su un'unica trave di chiglia, a cui erano collegate coste e tavole. Il tutto giuntato, secondo alcuni studiosi, soltanto con il sistema della cucitura, rinforzato forse con corde che inanellavano strettamente l'intero scafo. Questa tesi è sostenuta da autorevoli esperti di marineria antica, che portano a sostegno gli stessi versi di Omero, quando nell'Iliade descrive le pessime condizioni delle navi greche, perché le intemperie e il sole avevano allentato tutte le corde.
La pratica della cucitura, arcaicissima riscontrandosi già ai primordi della civiltà egiziana, sarebbe poi confermata, secondo gli stessi esperti, dal relitto di Capo Chelidonia, anche se altri studiosi, non meno autorevoli, sono d parere contrario.

Personalmente riteniamo che già nella cantieristica di quel tempo il sistema di cucitura coesistesse con quello ad incastri e cavicchi di legno (i chiodi erano di là da venire). Un'esplicita conferma sono i versi omerici descrittivi della tecnica di costruzione di una zattera.
In ambedue i casi lo scafo richiede una buona impermeabilizzazione, che si ottiene ricorrendo alla pece, a sostanze cerose e resinose, quest'ultime ricavate forse dall'incisione di alberi di pino. L'interno dello scafo è tutto catramato e questo spiega la ricorrente espressione di "nave nera", mentre esternamente è catramata soltanto la parte immersa nell'acqua, le fiancate al di sopra della linea di galleggiamento sono di un vivace colore rosso a base di sostanze cerose o resinose. La prora è invece dipinta di colore azzurro sempre a base di cera. Deve forse riferirsi a questa eventuale utilizzazione la scorta di cera menzionata per la nave di Odisseo.


Le navi da guerra di quel tempo non hanno un unico ponte di copertura, bensì due piccoli ponti, uno a prua l'altro a poppa. I rematori stanno nel mezzo e si trovano allo scoperto, anche se occorre precisare che alcuni scafi, raffigurati nei dipinti di Tera, sono attrezzati con una primitiva tettoia, che ripara la parte remiera dal sole e dall'intemperie. E' probabile che questa leggera tettoia smontabile sia utilizzata anche al tempo di Omero. Sulla disposizione dei rematori non vi sono dubbi in quanto è immediatamente intuibile la loro dislocazione sui banchi, a differenza dell'enigma dei vogatori di una trireme, vero e proprio rompicapo forse definitivamente risolto dalle intuitive ipotesi del Morrison.
Esiste però un piccolo problema relativo ai banchi di voga di una nave omerica. Infatti dalle rappresentazioni pittoriche e dalle descrizioni dello stesso Omero non si riesce a comprendere se si tratti di un unico banco per ogni coppia di vogatori affiancati oppure ciascun rematore usufruisce di un singolo banchetto, in modo che ci sia una piccola corsia (non più larga probabilmente di un metro), che attraversa longitudinalmente il fondo dello scafo, come lasciano supporre esplicitamente alcuni versi. Noi propendiamo per quest'ultima ipotesi.
Un modellino votivo siracusano però di epoca molto più tarda presenta simili banchetti di voga.

Nell'Iliade e nell'Odissea la nave preferita dai guerrieri-marinai greci e senza dubbio quella a venti rematori, più il timoniere e il capitano, ciò è dovuto forse alla sua estrema versatilità operativa nell'essere, allo stesso tempo, affidabile sia per la guerra da corsa, che prevede rapidi sbarchi e altrettanti rapidi imbarchi dopo le razzie, sia per il trasporto di persone e merci rare in tempi relativamente brevi.
Una nave a venti remi è quella utilizzata da Agamennone per rimandare Criseide al padre, così a venti è la nave di Telemaco per andare da Itaca a pilo e quella dei Proci, che vogliono tendergli un agguato sul mare. All'esistenza nello stesso periodo di navi con un numero maggiore di rematori rimandano le pitture di Thera e lo stesso Omero. Nel cosiddetto catalogo delle navi, riportato dal II libro dell'Iliade, le navi dei territori di Metone, Taumacia, Melibea e Olizone sono a cinquanta vogatori, (25 per lato) deve trattarsi certamente dei primissimi tipi del famoso pentecontero, la nave da guerra greca che successivamente dominerà incontrastata i mari fino all'avvento delle triremi. Con questo tipo di nave i greci procederanno alla colonizzazione del Mediterraneo occidentale.

Anche i Feaci, secondo Omero i migliori marinai del tempo, possiedono navi a cinquanta remi, una di esse riporterà Odisseo ad Itaca. Anzi, nel caso specifico, i versi del cantore sono talmente precisi che, citando il numero dei marinai dell'equipaggio, lo fa ascendere a cinquantadue, effettivamente si riferisce all'equipaggio completo di timoniere e di capitano, comunque la nave a cinquanta remi resta appannaggio, come nel caso dei Feaci, di poche popolazioni all'avanguardia nella marineria della Grecia arcaica.

Le tavole dell'archivio del palazzo reale di Pilo, d'età tardomicenea e quindi tra le più antiche testimonianze scritte sull'attività marinara nel Mediterraneo, riportano, per quel periodo, anche navi a trenta remi (15 per lato).
Comunque la stragrande maggioranza delle navi, giunte ai lidi troiani, sono scafi a venti remi, questa ipotesi ridurrebbe ad una cifra accettabile il numero dei Greci all'assedio della città, circa 20.000 uomini. Cifra pur sempre alta per un esercito della seconda metà del II millennio A.C., ma che troverebbe una spiegazione razionale trattandosi di un esercito di coalizione. I più potenti eserciti del tempo, egiziano e hittita, hanno grosso modo anche loro circa 20.000 effettivi ciascuno.

A conclusione di questo capitolo, per una migliore comprensione della figura di Omero, ancora oggi insuperato cantore delle cose di mare, riportiamo le suggestive pagine scritte sul grande poeta greco dall'insigne studioso Ettore Romagnoli.

" Così io mi figuro il poeta dell'Odissea.
Sopra un legno di mercanti e, chi sa, di pirati, di costa in costa, d'isola in isola, percorre tutto il Mediterraneo, che sembra veramente infinito. Disteso a prora, dal primo all'ultimo raggio di sole, mentre le vele gonfie rapiscono a volo il battello, a pari dei gabbiani, contempla, con le avide pupille del poeta, le infinite parvenze del cielo e del mare. A notte, giacendo a poppo, come Ulisse nel battello dei Feaci, avvolto in una ruvida coltre, fissa le stelle roteanti attorno all'Orsa, unica immune dai lavacri d'Oceano, sin che giunge a sopirlo il sonno datore d'oblio. E nelle interminabili bonacce, tocca la sua lira e canta ai marinai. Canta le gesta degli eroi.
.... Ed ecco il battello giunge in vista delle spiagge di Troia. I nocchieri greci approdano ai lidi sacri, dove un tumulo ricorda l'eroismo e la sventura di Aiace. Il poeta scende meditabondo sulla via deserta, venera la tomba eroica. Levando gli occhi, vede disegnarsi sul cielo la fatale collina dove un giorno sorgeva Troia. Muove, a lenti passi, verso la città fatale. Verso di lui scende, travolgendo i suoi flutti vorticosi, lo Scamandro, gonfio come non vide mai i fiumi della patria. Gli sembra quasi avverso, minaccioso, e che lo respinga al mare. Un impeto d'orgoglio patrio solleva i gorghi della sua anima contro l'impeto del fiume straniero. Nella sua fantasia è nata, alla vita dei secoli, la lotta tra Achille e lo Scamandro....
E torna al naviglio e al mare. Il battello approda a una città florida e popolosa. Si scende nell'agora che protende le sue lastre di marmo sino entro le onde del mare, si espongono le mercanzie, s'intrecciano i traffici.
.... E dopo una settimana di venti contrari, ecco sul far della sera levarsi la brezza di terra. Partire, di nuovo partire ! Di nuovo errare sulle onde. Il poeta saluta gli ospiti, e si riprende la corsa per i mari noti e per
gli ignoti, in cerca della fortuna e forse della morte.

La fantasmagoria continua. Dinanzi agli occhi del poeta passano scene e scene meravigliose. Nuovi mari senza confine, bonacce interminabili, burrasche sterminatrici, scogliere immani e ai loro fianchi orride caverne, dalle quali sbucano spesso fauci di orridi mostri. Ma talvolta, ridendo sul mare una bianca bonaccia, la barca poteva entrare in un'altra grotta mirabile, e una fantastica irradiazione azzurra avvolgea tutto, rendeva le cose pervie e imbevute e raggianti asse stesse di luce soprannaturale. E sulle pareti emergenti e sulle sommerse e sul fondo un mobile corruscare di piropi, di smeraldi, di zaffiri, di crisoliti, componeva e scomponeva senza tregua le trame incandescenti di una sinfonia luminosa. Questa era la casa di una fata, la reggia di una Dea. Ma di un tratto tutte le luci e tutti i colori si spegnevano. La caverna era buia. La mano protesa ad afferrare le gemme prodigiose non stringeva che viscide alghe. Ed ecco uno, due, cinque, dieci tentacoli sferzano il braccio incauto, l avvinghiano, trascinano l'imprudente, con forza irresistibile, nei regni della morte. Scilla, la terribile Scilla. Che fare ? Fuggire. Meglio uno dei cari compagni che tutti !

E la fantasmagoria continuava. Qui sulla vetta di un'alpe inaccessibile, un vorticar di fumo, un lampeggiar di fiamme, un tempestare di bombiti orrendi. E pietre immense erano scagliate dalla cima giù per le balze sino a sfiorare i fianchi del battello. Anche di qui fuggire. E calava la notte negra, senza stelle. Aperte le vele a un alito di vento, i nocchieri si abbandonavano al dèmone. E il dèmone li spinge miracolosamente, di notte, per una gola angusta, entro un difficile porto. Il battello approda a una spiaggia declive e rimane lì fisso, senza bisogno d'ancora, fasciato da un buio impenetrabile.
Ma all'alba, dopo l'inquieto sonno, quale paesaggio d'incanto s'illuminava ai loro occhi ! Entro una luce purissima, boschi profondi, orti, giardini, dove tutti i fiori e tutti i frutti, questi appena turgescenti, quelli maturi, altri quasi disfatti, imbevevano l'aria di aromi inebrianti come liquori. Erano gli orti elisi ? No. Era la patria di gente felice; e fra loro i nocchieri passavano alcuni giorni di sogno. E il poeta beveva, beveva con tutti i sensi la fantasmagoria prodigiosa. Tutte le parvenze del mondo esterno, ingolfandosi impetuose per i suoi cinque sensi, colpivano, ferivano prodigiosamente la sua anima profonda . ed essa rispondeva all'urto con la parola. Ogni immagine sonora, luminosa, olfattiva, tattile, trovava il subito riflesso nell'armonioso vocabolo, che, nato dal prodigio, prodigiosamente, rievocava le immagini, risuscitava nel cervello degli uditori le visioni meravigliose.
Sono corsi più di trenta secoli. E l'opera magica non ha perduto ancor nulla della sua efficacia"
.

Bibliografia
I Signori del mare, di Orazio Ferrara

LA CONQUISTA DEL DOMINIO DEI MARI >

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