-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

26. I POPOLI E LE STIRPI ITALICHE (E LA LATINO-ROMANA)

Nel 24° capitolo, con la battaglia di Sellasia (anno 221 a.C.) del re macedone Antigono si concludeva l'ultima guerra; la Grecia (con i suoi stati confederati) tornava sotto la restaurata egemonia macedone, e morto nello stesso anno Antigono, sul trono saliva suo figlio adottivo: il giovane diciassettenne Filippo. Regnerà per più di quattro decenni, e proprio sotto di lui si compie il processo di fusione della storia ellenistica con la storia romana.
La storia ellenistica continuò, ma si intrecciò con quella della Italio-Romana e alla fine rimase solo più questa.

Ma prima di andare oltre,
dobbiamo fare qualche passo indietro nel tempo.

La Sicilia e l'Italia erano quasi del tutto ignote ai Greci dell'età omerica; soltanto verso la metà dell'VIII secolo a. C. la colonizzazione greca prende la via dell'Occidente, ed in seguito a ciò la Sicilia appare nei passi dell'Odissea di più recente derivazione. Verso il 700 a. C. la "Teogonia" di Esiodo mostra già di conoscere non solo le eruzioni dell'Etna, ma anche gli Etruschi stessi e i Latini che secondo Esiodo avrebbero dimorato in un angolo lontano delle sacre isole. Le coste del Mediterraneo non si sono ancora dischiuse agli sguardi di quest'epoca, ancora non si sa che l'Etruria e il Lazio appartengono ad una grande penisola e si crede tuttavia invece universalmente che il mare offra ovunque libero il passo.


Coloni greci si stanziarono in Sicilia e nel mezzogiorno della penisola, ma in Sicilia li aveva già da tempo preceduti un popolo, quello fenicio (poi fondata Cartagine prenderanno il nome di Cartaginesi) specialmente nella parte occidentale, nel territorio degli Elimi.
Elimi, Sicani e Siculi costituiscono la più antica popolazione della Sicilia, gli Elimi e i Sicani di ignota nazionalità, poco probabilmente di razza indoeuropea. Lo stesso deve dirsi degli originari Siculi abitanti l'oriente dell'isola; se i Siculi dei tempi storici parlavano una lingua indo-europea, occorre ritenere si tratti di popoli immigrati dall'Italia che assunsero il nome dell'antica popolazione; ciò perché Sicani e Siculi sono nomi troppo strettamente collegati per potere ammettere una differenza di razza.
Quanto al nome della penisola,
ITALIA, questo ci è tramandato fin dal VI secolo a. C., quando già prevaleva su una pleiade di nomi corrispondenti, di varia origine (Espéria, Ausónia, Enótria, ecc.). Esso designava allora la penisola calabrese e la vicina costa ionica del Metaponto, ma all'inizio doveva limitarsi a quell'estrema parte della Calabria, che giace a sud dei Golfi di S. Ufémia e di Squillace, oppure, secondo un'altra possibile interpretazione delle fonti, presso a poco all'odierna Campania meridionale (Cilento), tra i Fiumi Sele e Lao.


Vi dimorava la stirpe degli Itali, dei Vituli, che derivava il suo nome dal giovenco; il bove era il suo totem. Al pari che nei più svariati paesi numerose stirpi o fanno derivare se stesse da un animale e ne portano il nome. Il totem serviva a designare i vari clans della stirpe, così in Italia i Piceni si denominarono dal picus, e gli Irpini dall'hirpus, il lupo.

Antioco di Siracusa (V sec. a. C.) fa derivare tale nome da quello di un re ITALO, che tuttavia è evidentemente leggendario.
In origine - VI sec. - il nome Italia si riferiva soltanto alla sua estrema parte sud-occidentale, l'odierna Calabria. Alla metà del V secolo a. C. il nome Italia già abbraccia tutta la Calabria e la Puglia, sin dove era arrivata la colonizzazione greca.
Poi verso il III sec. a. C. troviamo il nome di Italia usato a designare anche la Campania, poi il centro Italia e infine nel 45 a.C. con Cesare si estende sempre più verso il nord.

Per quanto riguarda la sua figura, la penisola colpì già le fantasie degli antichi, quantunque allora la sua rappresentazione cartografica fossero molto approssimate e sommarie.
Infatti Polibio (II sec. a.C,) la paragonò a un triangolo e Strabone (1 sec. a.C.) a un quadrangolo, mentre altri autori l'assimilarono a una foglia di quercia e altri d'edera. Un deciso avvicinamento alla realtà, delle rappresentazione cartografiche si ebbe solo nel XIII sec., con la comparsa delle carte nautiche. Si diffuse così gradatamente il paragone della Penisola con la gamba umana e, solo a partire dal Cinquecento, prese il nome stivale, cui in seguito il Giusti doveva dare rinomanza poetica.

 

Le lingue e i dialetti italici, che ci sono state in buona parte conservati da iscrizioni e ci sono quindi note, ci mettono in grado di classificare con sicurezza i popoli e le stirpi dell'antica Italia e di indicare le loro diramazioni ed affinità ovvero invece la loro eterogeneità. Non che la lingua sia un criterio infallibile per stabilire la razza di un popolo; si pensi ad es. che, convertendosi all'islamismo, i popoli non semitici dell'Africa settentrionale adottarono la lingua araba appartenente alla famiglia delle lingue semitiche. In questi casi di traslazione di un linguaggio da un popolo all'altro prevale la lingua del vincitore, e quando popoli diversi si stanziano l'uno dopo l'altro nello stesso luogo e si fondono, la lingua che diviene comune é di regola quella del popolo conquistatore arrivato dopo, immigrato. É una eccezione che i fondatori dell'impero russo abbiano adottato il « ros » scandinavo-germanico, una lingua slava; in questo caso però i dominatori erano troppo in minoranza. Da ciò si vede bene entro quali limiti la linguistica può valere a risolvere problemi etnologici.

In Italia dimorano popoli indo-europei dal faro di Messina in su, e a datare dal 400 a. C. la occupano sino alle Alpi; sono gli Italici indo-europei in senso stretto ed i Galli, del pari indo-europei, i Celti. Si ritenne in tempi passati che fra i grandi gruppi di popoli indoeuropei i Greci e gli Italici costituissero due rami di strettissima affinità fra di loro e si credette di poter ammettere l'esistenza di una civiltà greco-italica antecedente alla separazione dei Greci e degli Italici.
I progressi però della linguistica comparata hanno fatto riconoscere che i parenti più prossimi degli Italici non furono i Greci, ma i Celti. Fra gli Italici i primi ad immigrare devono essere stati quelli che da ultimo troviamo sospinti più lontano verso mezzogiorno dagli immigranti ulteriori: le stirpi stanziate all'estremo nord arrivarono ultime.

I dialetti italici se somigliano molto meno fra di loro dei dialetti greci; a parlar propriamente qui si tratta di lingue diverse; l'osco e l'umbro sono tali che anche che se il latino deve impararle ne più né meno di un'altra lingua straniera. Peraltro queste lingue italiche si distinguono in due grandi gruppi; da un lato il latino con la lingua falisca del mezzogiorno della Toscana, dall'altro l'osco, l'umbro e i dialetti delle stirpi sabelliche. L'osco dominava nell'Italia meridionale; era la lingua dei Sanniti e si parlava osco in Campania, a Pompei; l'umbro, a noi reso noto dalle iscrizioni sacrali delle tavole inguvine, si estendeva in tempi antichi assai oltre i limiti dell'Umbria; erano Umbri gli abitatori del nord della Toscana, prima che gli Etruschi l'occupassero. Il mezzogiorno della Toscana parlava falisco; fra i Falisci e i Volsci dimoravano i Latini. Fra gli Osci e gli Umbri poi stavano le stirpi sabelliche, in parte affine agli Osci, in parte, come i Volsci, agli Umbri, mentre i Marsi, gli Equi e i Sabini subirono in breve tempo l'influenza latina.

Ma oltre a queste Italici troviamo stanziate sul suolo d'Italia anche altre stirpi di origine indo-europea, stirpi di nazionalità illirico-albanese. A determinare il posto che spetta nelle famiglie delle lingue all'albanese si é riusciti soltanto dopo che la linguistica ha riconosciuto straniera ad esso una serie numerosissimi di termini greci, slavi, turchi che vi si sono insinuati; gli Albanesi sono un ramo speciale degli Indo-europei, sono i discendente degli antichi Illiri, e questi ultimi occupavano la penisola balcanica accanto ai Greci ed ai Traci. Gli Illiri Albanesi si propagarono poi fuori della penisola balcanica emigrando in due località; a sud traversando il mare toccarono il mezzogiorno d'Italia e per la via d'Otranto vennero nell'odierna Puglia, dove dimoravano i Messapii, le cui iscrizioni dialettali si spiegano con l'albanese; a nord per la via di terra vennero nella Venezia. Gli antichi Veneti erano indo-europei, ma non erano né Italici ne Celti, sebbene Illiri. Molte iscrizioni venete sono in antico illirico.

Mentre i Veneti occupavano così il corso inferiore del Po, il corso superiore era popolato dai Liguri. Il nome di questi ultimi è rimasto ancora ai giorni nostri a designare la riviera di Genova, ma nell'antichità si estendeva a tutto il territorio a settentrione ed a mezzogiorno dell'alto Po, anzi i Liguri si espandevano ancora al di là di questi limiti, verso la Francia. Se fossero indo-europei e per lo meno dubbio. Le iscrizioni di Ornavasso, che si attribuiscono ad essi, può darsi siano di lingua indo-europea; ma che siano liguri è assolutamente incerto.
Tra i Liguri ed i Veneti se insinuarono verso il 400 a. C. i Celti, i Galli. Essi giunsero, valicando le Alpi, ma non da occidente, dalla Francia meridionale, ma da nord, dalla Germania meridionale; nella loro avanzata essi da ultimo raggiunsero al di sopra di Ancona il mare Adriatico. Ai piedi delle Alpi i Galli urtarono negli Etruschi. Essi presero la etrusca Melpo, che divenne la gallica Mediolanum, Milano; presero la etrusca Felsina, che divenne la celtica Bononia, Bologna.

Alcune tribù celtiche si spinsero più in là di tutte le altre verso sud-est i Senoni fissandosi in territorio umbro; la loro città, la gallica Seria, guardava il mare: Senigallia. Però gli Etruschi che prima dei Galli occupavano la regione attorno al corso medio del Po non erano nemmeno essi i più antichi abitatori del paese. Se é sicuro che le sedi degli Etruschi si estendevano a nord sin nella Rezia, sino a Graubiinden, e a sud oltrepassavano la Toscana, dove essi furono circoscritti soprattutto dalla pressione degli Umbri, diramandosi sino nel Lazio, e fin nella Campania, altrettanto controversa é invece tuttora la loro derivazione ed il carattere della loro lingua. Ed ancora ai nostri giorni è vero il detto dell'antichità, che la loro lingua non era affine a quella di alcun popolo conosciuto.

Ma la questione della lingua etrusca va tenuta nettamente distinta dalla questione antropologica della razza degli Etruschi più recenti. La più antica popolazione della Toscana, di stirpe indo-europea-italica, soprattutto umbra, rimase nel paese dopo l'invasione etrusca e si fuse con gli Etruschi attraverso i connubi misti. Perciò negli Etruschi più recenti, dal punto di vista delle caratteristiche di razza, si cela una forte percentuale di sangue indo-europeo-italico.
Nel mezzogiorno d'Italia erano stanziati gli Elleni: Joni, Dori ed Achei; in Toscana vi era anche qualche stazione fenicia, come a Cere; l'influenza della cultura greca punica ci si manifesta anche nella lingua latina per i termini greci e punici da essi adottati. «Se in una lingua son molte le parole straniere», dice Vittorio Hehn, «vuol dire che attivi furono i contatti dell'incivilimento; quanto più fu desunto da altre tanto più vuol dire che fu imparato; quanto più una storia é ricca, tanto più svariatamente ricco e il patrimonio di una lingua».

L'influenza massima sull'incivilimento dell'Italia fu però esercitata dagli Elleni: i Greci d'Occidente insegnarono agli Italici la scrittura.
La nostra scrittura, come é noto, é di origine fenicia, e neanche i Fenici hanno scoperto da sé la scrittura; ma si fa torto ai Fenici quando si crede che essi siano stati sempre ed in tutte i riguardi solo degli intermediari, dei trafficanti di merci, di divinità, di idee. Pur ammettendo l'esistenza di una precedente graduale preparazione, resta tuttavia sempre il fatto che furono i Fenici a riconoscere che la lingua umana é il risultato delle infinite variazioni di poco più che 24 suoni diversi ed a configurare su questa base la forma
della scrittura; una delle più difficili ed importanti analisi che l'intelletto umano sia mai riuscito a compiere in uno spazio di millenni.

In grazia di essa si giunse ad una inaudita semplicità del sistema della scrittura, e contemporaneamente al guadagno di energie mentali precedentemente impegnate. Si confronti con questa scrittura l'altra che leè diametralmente opposta, la scrittura geroglifica e ideologica dei Cinesi, e si rifletta quale sovraccarico deve costituire per la mente avere in testa molte migliaia di segni, circa 3000 per le cose giornaliere, altre migliaia per gli argomenti relativi all'educazione e 10.000 per la cultura scientifica in genere; di fronte a questo compito si può divenir vecchi e decrepiti senza aver finito di imparare a scrivere.
Un simile sovraccarico della memoria, continuato per secoli e millenni, esercita necessariamente la sua influenza negativa su tutta l'indole di un popolo. Si consideri invece quale immensa dose di energie intellettuali fu disimpegnata dalla scrittura fenicia e si rese utilizzabile in altro indirizzo. I Greci adottarono questa scrittura e i loro coloni la recarono seco in Occidente; ed è dai Greci occidentali che i popoli d'Italia impararono l'uso della scrittura.

. 1 FENICIO ARCAICO 1
..2 EBREO ARCAICO
..3 MOABITO
..4 FENICIO 2
..5 GRECO ARCAICO
..6 GRECO ORIENTALE
..7 GRECO OCCIDENTALE
..8 GRECO CLASSICO
..9 ETRUSCO ARCAICO
10 ETRUSCO TARDO
11 LATINO ARCAICO
12 LATINO ITALICO
13 LATINO ROMANO
14 LATINO GOTICO
15-16 - MODERNO

 

 

 

 

L'alfabeto dei Greci occidentali si differenzia da quello dei greci d'Oriente per il valore attribuito a due lettere, e riguardo ad una di queste gli alfabeti italici concordano in modo evidente con l'alfabeto greco occidentale. La lettera X sta a rappresentare per i Greci orientali il suono ch, mentre per i Greci d'Occidente e per gli Italici rende il suono cs. Fra gli alfabeti italici formano un gruppo da un lato quelli degli Etruschi, Umbri ed Osci, e un altro gruppo dall'altro quelli dei Latini e Falisci : i due gruppi si differenziano principalmente per la diversità del segno adoperato ad indicare il suono F, che mancava nell'alfabeto greco, poiché la lettera greca Phi era una P modificata dall'aspirazione di una h. Non si deve però da questa diversità di segni adoperati per la F indurre una doppia recezione degli alfabeti greci da parte dei popoli italici; da alcuni decenni conosciamo una antica iscrizione di Preneste, dove il suono F é ancora riprodotto con due segni, FH, vale a dire VH. È questa la forma unica originaria da cui mosse l'ulteriore differenziazione; il gruppo latino adottò per il suono F soltanto il primo segno, il gruppo etrusco-umbro-osco prescelse invece il secondo trasformandolo di figura.

Greci ed Osci, Latini e Volsci, Umbri, Etruschi, Galli, Veneti e Liguri dimorarono gli uni accanto agli altri per secoli sul suolo d'Italia senza unificarsi in alcun modo e quando un processo di unificazione si iniziò e giunse a compiersi, si trattò dapprima di una unità sotto forma di confederazione di Stati, dalla quale gradatamente si svolse l'unità nazionale. Il concetto di nazione é assai controverso sia per il rapporto in cui esso sta con l'origine di un popolo, con la razza, sia per il suo rapporto col concetto di Stato; ciò che é assolutamente certo é soltanto il carattere della lingua come strato fondamentale dell'unità nazionale. Dove manca l'unità di lingua si potrà parlare al più di nazione in via di divenire, in via di formazione, ma non di una nazione formata.

L'unità di origine, di razza, non esiste in nessuna nazione; tutte sono venute svolgendosi dalla fusione di diverse stirpi e di vari popoli ad unità di lingua e di cultura. L'unità statuale é un fine cui la nazione tende quasi sempre, ma che non sempre raggiunge. E nemmeno vuol sempre raggiungerlo: per buone ragioni ad es. i Tedeschi dell'impero germanico non hanno alcuna propensione ad incorporare nel loro Stato i tedeschi dell'Austria o delle province baltiche. Malgrado ciò tutti i Tedeschi, anche quelli non compresi nell'impero, appartengono indubbiamente alla nazione tedesca; questa arriva fin dove arriva la lingua tedesca e sin dove questa si conserverà.

Perfettamente chiaro si presenta a noi il processo per cui le diverse stirpi elleniche, in seguito alla colonizzazione delle coste dell'Asia Minore, acquistarono in contrapposto ai barbari la coscienza della loro comunanza nazionale. Qui vi si formò la coscienza comune degli Elleni, e attraverso la colonizzazione si é svolta la nazione greca, pur rimanendo peraltro sempre una semplice unità di lingua e di cultura senza arrivare alla formazione di uno Stato nazionale.
Re Filippo ed Alessandro ridussero certamente ad unità gli Elleni della madre-patria greca, ma l'impero di Alessandro fu tutt'altro, meno che uno stato nazionale ellenico. A differenza invece degli Elleni, in Italia la nazione si é svolta dal vincolo unitario statuale; e furono necessari due secoli perché dall'unità dello Stato si arrivasse all'unità di lingua e di nazione. Lingua comune di questa nazione divenne il latino, e lo Stato dal quale tutto questo svolgimento procedette fu il romano.
Quando sopraggiunse la grande trasformazione ed unificazione delle armi romane, a poco a poco sostituirono a tutte le altre la lingua e la civiltà latina. L'Italia fu così profondamente latinizzata che in seguito po importarono le invasioni dei Goti, degli Eruli, dei Vandali, dei Longobardi e di altre orde barbare, le quali se hanno potuto rovesciare l'impero romano, non ne seppero sradicare la civiltà. Anzi, furono essi tutti assorbiti da essa, lasciando solo poche tracce di sè. (solo la parola Lombardia in memoria dei Longobardi). Anche se sotto un'apparenza di uniformità generale, vi sono considerevoli differenze nelle relazioni sociali da regioni a regioni, come tra Veneti, Lombardi, Genovesi, Tosacni, Romani, Abruzzesi, Napoletani, Siciliani, Sardi e Corsi, l'Italia rimase alla testa delle nazioni latine e il centro della civiltà mondiale per oltre 2000 anni, dalla caduta di Cartagine alla scoperta dell'America.

Fu costretta a cedere il primato, subì la costituzione feudale, si rovinarono i commerci, subentrò una debolezza morale, e perfino un avvilimento quando fu indicata come una semplice "espressione geografica", ma poi ci fu il risveglio del suo spirito nazionale che la ricondusse di nuovo a diventare unita, e quindi a tornare ad essere una delle grandi potenze occidentale, e non solo come "potenza-forza", ma come potenza e importanza economica e culturale. E senza fare dello sciovinismo, diciamolo pure forte, un profondo sentimento estetico, dovuto a lunghe età di non interrotte influenze civili.
Nessun altro paese può vantare un così grande numero di città tutte notevoli per tesori di architettura, di pitture, di sculture e di ogni altra sorta di opere decorative. Ma nemmeno da sottovalutare le usanze gioviali e le eleganze dei suoi abitanti. Nel più piccolo paese ancora oggi si danza al suono di strumenti derivati da forme dei tempi classici, e nelle più impervie contrade non è raro trovare il pastore dei monti o il contadino e la contadina delle campagne, vestiti il primo con una elegante giacca attillata, la seconda con vaporosi abiti raffinati, con larghe cinture, ornamenti e guarnizioni che fanno gara con i colori dell'arcobaleno. E non ultima caratteristica, nel temperamento nazionale lo slancio passionale e romantico, che nell'età moderna prende il nome di "amante latino" "Latin lover".

Roma non é mai stata puramente e semplicemente una delle città latine; sin dal principio essa occupò una posizione spiccata fra le altre e conquistò a poco a poco la supremazia sul Lazio; nell'anno 338 a. C. ciò era un fatto compiuto. Nello spazio delle due generazioni successive i Romani assoggettarono alla loro egemonia Sanniti e Greci, Sabelli, Umbri ed Etruschi, e quando nel 264 a. C. cominciò la guerra di Sicilia, la confederazione italica era già costituita; prima della guerra annibalica la lega domò anche i Galli della pianura del Po. Questa confederazione si resse salda, perché gli Stati che la componevano ebbero subito la visione della comunanza di interessi che li legava; contro la sua solidità si ruppe il valore guerriero di Annibale. Sotto la guida dei Romani ed ai loro fianchi gli Italici soggiogarono le province, le quali non divennero province della lega italica, ma province romane.
Ma per ottenere piena e pari partecipazione allo sfruttamento delle province i soci italici pretesero il diritto di cittadinanza romana, e la guerra sociale costrinse Roma a concederlo questo diritto. A datare dal 90 a. C. la cittadinanza romana abbraccia il paese dal Faro di Messina al Po, e nel 49 a. C. Cesare la estende sino alle Alpi.

 

Con gli anni 90, e rispettivamente 49 a. C., gli Italici sono divenuti tutti Romani, e Romani di pieno diritto. Nella guerra sociale (di cui parleremo più avanti) aveva per l'ultima volta dato segno di vita il sentimento particolarista delle stirpi italiche e nella confederazione degli Italici la lingua osca era venuta a porsi ufficialmente accanto alla lingua latina. Ma con l'accoglimento degli Italici nella cittadinanza del popolo dominante svanirono tutti gli antagonismi; ognuno di essi é ormai Romano e vuole esser tale, ed i Romani sono latini. La lingua latina diviene ora la lingua ufficiale di tutta l'Italia, ciò che non era stata sinora; anche nel commercio giornaliero spariscono i dialetti e le lingue straniere. Le iscrizioni dialettali divengono rare per poi da ultimo cessare completamente.
Anche l'etrusco, che si perpetuò alquanto più a lungo come lingua letteraria, si estingue e con la sua lingua muore la nazione etrusca; il popolo etrusco però sopravvisse alla sparizione della sua lingua e rimase assorbito nella nazionalità latino-romana.
La lingua letteraria e colta in seguito stabilita da Dante e Boccaccio e dagli altri scrittori fiorentini è la toscana, sebbene la pronuncia romana sia più corretta; donde l'adagio popolare "Lingua toscana in bocca romana".

Quando insomma iniziò il principato di Augusto trovò già completa l'unificazione dell'Italia in nazione latino-romana.

Ma prima di questi eventi di inizio del primo millennio,
noi dobbiamo tornare indietro di oltre settecento anni.

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