-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

27. GLI ETRUSCHI E LE ORIGINI DI ROMA - PRIMI DIRITTI


A signora d'Italia e del mondo Roma assurse non tanto in grazia della sua posizione, quanto per l'energia dei suoi cittadini e per la precoce formazione di una singolare politica. Il Tevere é il massimo fiume, la via d'acqua più importante della regione, ma i primordi dello Stato romano ci presentano una vita basata non sopra una vasta attività commerciale, ma sulla pastorizia e sull'agricoltura. E gli stanziamenti sui colli che dominano il fiume servirono in prima linea non tanto alla difesa contro attacchi nemici, quanto alla difesa contro la febbre causata dalle malarie con i focolai nelle innumerevoli paludi. Il letto del Tevere è molto angusto là dove, dirimpetto al Vaticano, piega e si volge verso il Gianicolo; questo punto ristretto del letto del Tevere nasconde grandi pericoli per le contrade adiacenti. Non appena si verifica un periodo di piogge contemporanee in tutta la valle del Tevere, scendono da tutti gli affluenti della valle masse d'acqua tali che il letto angusto del fiume presso il Campus Vaticanus e il Campus Martius e i piedi del Gianicolo non é capace di contenerle; le acque traboccano dalle sponde e inondano quasi l'intero territorio, e quando l'acqua si ritira, lasciando qua e là stagnanti acquitrini, infierisce la febbre malarica.

 

Ma la febbre malarica non sale sino alle cime dei colli, lassù la febbre non può attecchire. Furono queste le ragioni che in primo luogo indussero gli abitanti a domiciliarsi su queste alture. Ma simili stanziamenti non costituivano affatto ancora un tutto unico, non formavano né una città né uno Stato. Roma, come suona il detto, non fu fabbricata in un giorno; e quantunque difetti una tradizione che risalga al tempo delle origini della città, tuttavia già gli stessi antichi, e sopra tutto il più grande fra i dotti romani della fine della Repubblica, M. Terenzio Varrone di Rieti (116-27 a. C.), tentarono di ricostruire la storia in base ai residui del passato e agli elementi arcaici rimasti fossilizzati nelle istituzioni e nelle pratiche del culto.

Siccome il 15 febbraio i sacerdoti del collegio dei Luperci (dalla lupa) giravano nella loro processione purificatrici attorno al Palatino, questo colle considerato espiatorio, venne considerato come la più antica sede degli stanziamenti romani; e qui la fantasia collocò il teatro della leggenda di Romolo. La festa del septimontium (dei sette monti, che non sono i noti sette colli), che si celebrava l'11 dicembre, parve conservare il ricordo di una città già divenuta più ampia della prima.
Ed un altro stanziamento a parte si estendeva sui fianchi del Quirinale; e in seguito alla sua fusione con la città dei sette monti la sua popolazione si incorporò nel nuovo Stato, ma si conservarono i propri sacerdozi accanto a quelli analoghi del Palatino. Passarono più di diciannove secoli prima che la scienza moderna ci portasse qualche conoscenze del suolo della Roma più antica, maggiori di quelle di Varrone: soltanto gli scavi degli ultimi anni ci hanno fatto penetrare nelle profondità del suolo romano, che, sepolte ai suoi tempi da lunghissimo tempo, non potevano dare occasione di farsi un'idea dello svolgimento più antico della città.

Certo il lapis niger rimesso in luce, la «tomba di Romolo», non ci riporta alle origini della città, ma soltanto a tempi in cui una delle forme della leggenda favoleggiava che qui vi fosse stato sepolto Romolo; secondo l'altra versione della leggenda romulea, egli era stato rapito in cielo, quindi non era stato seppellito in alcun luogo.
Ma l'iscrizione arcaica del foro, colla citazione del re ch'essa fa, ci conduce, o veramente ad un'epoca anteriore alla fondazione, o per lo meno ai tempi in cui il rex sacrificulus non era da molto succeduto al re di carattere politico. Del tutto inattesa fu la scoperta di una antica necropoli nel foro.
Come il colle capitolino consta ancora oggi di due alture, quella del palazzo Caffarelli e quella di S. Maria in Ara Celi, separate dall'avvallamento ove è la piazza del Campidoglio, così anche il Palatino non era anticamente livellato e costituito da una sola altura; anche dal Palatium un avvallamento separava il Germalus rivolto verso il Campidoglio. Il popolamento dell'Aventino cominciò solamente verso la metà del quinto secolo a. C. ed anche il Campidoglio restava al di fuori delle sedi più antiche. Giusta le
scoperte archeologiche sui colli tiberini si ebbero villaggi di popolazione latina sin nell'ottavo, anzi sin nel nono secolo a. C. Esistevano qui diversi villaggi, ma questi villaggi non erano ancora Roma. L'unità cittadina e statuale di Roma fu creata soltanto dagli Etruschi, sono gli Etruschi che hanno fondato Roma.

D'onde derivano gli Etruschi? La loro lingua non ci consente di venirne a capo in modo chiaro.

Erodoto sulla loro origine sosteneva una migrazione venuta dall'Oriente, dalla Lidia, a seguito di una grave carestia in epoca mitica, e cioè poco dopo la guerra di Troia, guidata da un grande condottiero: Tirreno (anche se gli egiziani lo citano come grande pirata del mare). Dionigi Alicarnasso discutendo la tesi di Erodoto formulò un'altra ipotesi: quella dell'origine autoctona degli Etruschi; mentre Livio in un discusso passo ha accreditato una terza teoria, di una provenienza settentrionale di questo popolo, di cui i Reti e altre popolazioni alpine sarebbero le antiche spoglie.
Avevano ragione in parte tutti e tre anche se le loro tre teorie sono errate.

Infatti, una certa resistenza all'origine solo orientale, é motivata dalle difficoltà in cui oggi si trova l'archeologia, di vedere nel continuo sviluppo un concatenamento delle civiltà che si sono succedute nell'Italia centrale, e non con una frattura decisa e netta; quindi non solo il frutto di un "solo" popolo straniero emigrante.

Per molto tempo si è pensato di poter collocare questa ipotetica frattura intorno al 1000-800 a.C., nel momento in cui, cioé questa civiltà che viene dall'Oriente, sostituisce la civiltà preesistente nel territorio italiano; civiltà quest'ultima, chiamata "Villanoviana" perché fu identificata e definita la prima volta in un paese chiamato Villanova, nei pressi di Bologna.

Ma leggendo Angelo Di Mario (attuale studioso del linguaggio etrusco, cretese e Lineare A) apprendiamo che gli Etruschi erano un popolo autoctono, già esistente quando sbarcarono i veri Tirseni/Tirreni (nome del loro capo) chiamati poi Etruschi.
Si é scritto in passato (citando a sproposito Livio X, XXXIII) che questi Etruschi fondarono Bologna (Felsinea), Modena, Piacenza, Ravenna, Spina e Mantova, mentre invece sappiamo oggi che queste località erano già abitate ed erano grossi centri. Bologna aveva un importante insediamento nell'area dell'attuale centro storico e attorno un grande comprensorio a macchia d'olio che attorno all'anno 1000 a.C. si era già saldato e stabilizzato; vi si praticava già la metallurgia, l'artigianato e una larga trama di commerci, quindi già un importante capoluogo della civiltà Villanoviana (autoctona) anche se con moltissimi influssi dell'area mediterranea e con quelli settentrionali, padani e subalpini, prima dell'arrivo dei Tirreni (Etruschi).

Dai dati linguistici (oggi molto compositi ed eterogenei, la cui documentazione é attinta da materiali ed epoche diverse, d'altre età e aree) e dalla documentazione archeologica si ricava un'organica e logica sequenza di fenomeni culturali, in cui é difficile, se non impossibile, fissare dei paletti, delle pause, alle quali attribuire il valore di un salto qualitativo storico proprio di una sola migrazione orientale (Teoria di Erodoto). E sulla base dei dati storici-culturali, linguistici e archeologici sono da respingere sia quella del tutto autoctona (teoria di Alicarnasso) sia quella di origine settentrionale (teoria di Livio).

Più semplicemente quella Etrusca, va intesa come una migrazione avvenuta da diverse direzioni e in tempi diversi, ma sempre con un'unica origine orientale, trace-anatolica. I palafitticoli del Nord, come a Costanza (al di là delle Alpi) o a Ledro (TN) (al di qua delle Alpi) ecc., 1000 anni prima, avevano con se' moltissimo della cultura Tracia-Micenea, e altrettanto portarono con sé quelli sbarcati poi in Toscana, ma portandosi dietro  la cultura Elladica di mille anni dopo, già assorbita ed in buona parte evolutasi in quella Pre-Ellenica. (800 a. C.).

Che i Tirreni-Etruschi provenissero dalle parti del mar Egeo non ci sono più dubbi. La scoperta a Lemno di una iscrizione in lingua pre-greca (arcaica- Fenicia 1 - origine 1519-1220 a. C.) ha messo in luce, strettissime e indubbie affinità, fra quella lingua e quella tirrenica-etrusca. E l'isola di Lemno (nomo di Lesbo) era abitata da un popolo originario della..... Tracia. Attenzione nulla a che vedere con la storia della Tracia Romana (Romania)- la precedente cultura era già del tutto scomparsa da oltre mille anni quando giunsero da quelli parti i Romani. Prima di questi i Greci ottocento anni prima la Tracia l'avevano invasa, depredata, fatta scomparire, impossessandosi dell'avanzata civiltà e adottarono perfino i loro dei.
I Greci "saltando da un 'isola all'altra da una città all'altra, si gonfiarono come ranocchi in uno stagno" scrisse un antico. Nei primi tempi con i Traci fecero del commercio, poi li resero tutti schiavi, legittimando questo comportamento con la dialettica. Del resto la logica di Aristotele ancora nel IV sec. era "La schiavitù è giustificata per natura in quanto corrisponde a una legge naturale, giacchè gran parte dell'umanità (i barbari) é costituita di schiavi nati"


I Traci 4000 anni prima avevano fondato Troia, erano stati i primi a sbarcare a Creta mille anni prima della civiltà minoica (il toro, il Taurus era un culto Trace!), avevano creato quasi tutti gli dei diventati poi greci (Zeus in Trace significa Dio, e Dionisio suo figlio - di-nysos in Trace significa di tenera età, giovinetto;  Lo stesso Orfeo e l'orfismo era Trace. Il mitico Monte Olimpo era Trace, perché posto al confine dell'antichissimo territorio Trace, e dove ancora oggi esiste seponta la città di Dio, una enorme città, più grande della stessa Atene, distrutta e seppellita dai Romani (solo da pochi anni è venuta alla luce, ma è ancora top-secret. - Ma chi qui scrive ha avuto l'occasione di vedere i primi scavi).



I Greci si impossessarono oltre che del territorio anche di tutto la mitologia della Tracia. Molti, ancora oggi, credono che i nomi mitologici greci siano nati in Grecia, invece é della sconosciuta Civiltà Trace. Quando i Greci fondarono sul Mar Nero, Apollonia nel V sec. a.C. eressero una statua  alta tredici metri (scultore Calamide) in onore del dio Trace affinché proteggesse la... Grecia; e  quel dio  era Apollo, onorato in Tracia 2000 anni prima di quello greco (ritrovato a Dupljaja nel Banato) ecc. ecc. Se ne impossessarono. Così pure la dea Cibele, era la dea delle fertilità Trace (famose le statuette dalle grosse mammelle).
Quando arriviamo nel 200 a.C. Claudio Eliano che la visita afferma sbigottito che i Traci non conoscevano la scrittura. Perchè nulla sa del loro antico passato.

In Tracia (lo sappiamo da pochissimo tempo - H. Siegert, I Traci, Garzanti 1986) sembra sia esistita una grande civiltà millenaria, anteriore a quella Sumerica. Qui non molti anni fa, sono state rinvenute le Tavolette Tartarie e i primi sigilli cilindrici simili a quelli (ma posteriori) sumerici-babilonesi-egiziani; e sembra che proprio qui i Sumeri scoprirono l'arte della scrittura. E forse ai Fenici in seguito a contatti con i Traci nacque loro l'idea dell'Alfabeto.
Le Tavolette Tartarie hanno rimesso in discussione l'origine della scrittura; un giallo, perchè sono state trovate dove -secondo gli esperti archeologi- non ci dovevano essere. E insieme a queste, molti altri oggetti e tesori che hanno sconvolto il mondo archeologico.
Sembra proprio che la preistoria Europea in Tracia debba essere tutta riscoperta.

Eppure qualcosa Omero aveva lasciato scritto. Parla dei Traci come popolo antico evoluto, con gradi risorse (oro, agricoltura, allevamento).
Narra dell'eroe "trace" Reso, che ha un armatura e un "cocchio tutto d'oro", che possiede il "cavallo più bello del mondo" "veloce come il vento"; REso lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbagliava Omero con i "tempi remoti"!
Lui accenna a un "trace", e proprio a Varna è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. ) in puro oro a 24 carati, e una armilla a lamine d'oro, come quelle della maschera di Agamennone a Micene. Soltanto che il tutto è di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell' Argolide, dell'Attica, di Creta, della Tessalia, dell'Elide, e dell'Illiria.

E sempre a Varna scopriamo che non solo 4000 anni a.C. si era sviluppata l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, compreso il cavallo, ma che nasce quì la civiltà palafatticola; la ceramica a stile geometrico e a vivaci colori; le più antiche pitture su pareti delle case intonacate (mille anni dopo comparvero a Creta); i primi lavori di tessitura; il culto del toro (che riemergerà mille anni dopo sempre a Creta), che è diffusa già la metallurgia (il bronzo già noto nel terzo millennio a.C.) contemporanea con quella vicina di Hacilar in Anatolia); comparsa di lucerne a triangolo equilatero; e che l'incenerazione dei morti era una consuetudine trace (i famosi popoli dei Campi d'Urne non provenivano dunque dal centro nord Europa, ma dal Mar Nero.

Del resto già Schliemann scoprì, e ne rimase molto sorpreso, che i distruttori di Troia, dovevano essere gli stessi che l'avevano fondata 1500 anni prima. Infatti nello strato I (il più antico) trovò moltissime espressioni della cultura balcanica: che solo oggo sappiamo era proprio quella dei Traci; stile nella costruzione di templi, architettura della casa, ornamenti, ceramica, monili in oro (e ignorava il tesoro di Varna scoperto solo nel 1973).
Lo studioso Dimitar Dimitrov avanza l'ipotesi che i troiani siano da annoverare fra i primissimi emigranti traci in Asia Minore nordoccidentale che avrebbero attraversato in una precedente spedizione l'Ellesponto tra il IV e il III millennio a.C. . - E di questa data sono i primi palafitticoli nel centroeuropa e nelle Alpi (350 insediamenti palafitticoli; e che in Tracia, nella zona dell'ultimo tratto del Danubio, alla grande foce, erano già presenti nel 4000 a.C., in una zona quasi identica a quella che presentava il Tevere intorno all'anno 1000-800 a.C. E i palafitticoli traci erano abilissimi nelle costruzioni sull'acqua, nella deviazione dei fiumi, nella costruzione di canali per far defluire le acque e prosciugare terreni, e perfino perforare montagne per poi portare le acque in lontanissime città. Sono lavori che iniziano a Roma solo nel suo primo periodo 1000-750 a.C.). E guarda caso quando i palafitticoli dei laghi prealpini italiani, lasciano i loro insediamenti e iniziano a scendere a sud.

In Tracia esistevano 4000 a.C. villaggi palafitticoli, visibili ancora oggi a Varna alle foce del Danubio; più tardi nel 1500-1000 a. C. sulle colline pedemontane delle Alpi, compaiono insediamenti di un popolo con gli stessi villaggi palafitticoli che hanno la stessa tecnica di costruzione. Inizialmente si stanziano sui laghi occidentali a nord delle Alpi.
Non ci sono più dubbi che era una popolazione partita dalle foci del Danubio; nel corso di secoli lo aveva risalito
(le testimonianze dei reperti lungo l'intero corso, parlano di un periodo di circa 1000 anni) fino ad arrivare a nord delle Alpi per poi valicarle e nel corso di cinquecento anni si insediano anche nei  laghi prealpini italiani per poi abbandonarli e scendere prima nella pianura veneta e infine fino al centro Italia, e nel farlo provocano un grande mutamento nell'Italia protostorica, perchè sono più progrediti, tecnologici, hanno una notevole organizzazione socio-politica, una società più articolata.
L'influenza culturale, economica e politica si fa subito sentire, ma non sono invadenti, anzi hanno disponibilità a coordinare le proprie azioni mantenendo a un livello tollerabile i conflitti con i locali, quindi riescono a fare delle fusioni con le popolazioni con cui vengono a contatto. E queste ultime pur grande debitrici alla nuova cultura, come se possedesse una potenzialita latente da millenni, esplode e diventa subito distinta, con caratteri propri, uscendo in brevissimo tempo dall'età arcaica.

Siamo nell'VIII secolo a.C. e di questi palafitticoli non si parla più. Fusi con i locali. Di loro non sappiamo più nulla, ci restano solo i reperti lasciati nei vari villaggi, e che ci testimoniano quant'erano progrediti.

Interessanti e preziose sono le testimonianze al Museo palafitticolo di Ledro, utensili, ceramica, fusione dei metalli, arte dell'agricoltura, dell'allevamento, della tessitura, della enologia, ma soprattutto per lo stile di vita, decisamente superiore ad ogni altro gruppo presente sulla penisola fino al fatidico anno 1000-800 a.C.
Guarda caso quando scendono verso sud.

Intorno a questa data, in Toscana, quasi contemporaneamente, un'altra migrazione di altri indoeuropei stanno risalendo via mare le coste tirreniche della penisola. Sono strettamente imparentati con i primi (i palafitticoli traci) anche se in un epoca più remota (forse da 1000- anni e più); sono quindi lontani dalla loro cultura linguistica, ma hanno le medesime conoscenze, anzi più raffinate e molto maggiori sulla cultura dei materiali. E probabilmente appartenevano agli ultimi discendenti di quella civiltà trace che si era per la seconda volta messa in viaggio, ma questa volta via mare.
I due gruppi hanno avuto uno sviluppo diverso, anche se provengono dallo stesso ambiente, o comunque vicini agli epicentri della civiltà trace-anatolica-iranica.
Però dobbiamo considerare che il "balzo" degli etruschi avviene via mare, quasi improvviso, in poche settimane di navigazione, quindi fu un immediato insediamento in luoghi con culture semi-arcaiche. Mentre gli altri, i palafitticoli con varie tappe via terra, e con un lungo giro, hanno impiegato diverse decine di secoli, forse 1000 anni, per scendere poi - provenienti da nord e da est - nella Pianura Padana, poi in seguito come abbiamo accennato, gradualmente sull'Emilia, infine sull'Umbria e nel Lazio. Unendosi a quelli della seconda ondata? Forse.
A questo punto si torna a dire che i veri discendenti dei palafitticoli sono anch'essi "etruschi", non "etruschi-tirreni" e di sicuro non autoctoni, cioè non "italici".

Noi conosciamo poco il suono della lingua etrusca da migliaia di iscrizioni, iscrizioni leggibili; sono scritte in un alfabeto quasi latino-italico derivante dal greco, noi conosciamo da alcuni anni anche il piccolo testo di un libro etrusco conservato nelle bende della mummia di Agram. Noi sappiamo come potrebbe suonare l'etrusco, ma non lo comprendiamo, e dovremmo necessariamente comprenderlo se fosse una lingua indoeuropea o addirittura un dialetto italico, come l'osco, l'umbro o il latino.
Sono state bensì dimostrate influenze sull'etrusco da parte delle lingue italiche e ciò non reca meraviglia date le relazioni storiche degli Etruschi con gli altri popoli italici, e soprattutto data la lenta mescolanza di sangue italico nel popolo etrusco in seguito alla fusione con la precedente popolazione della Toscana. Ma non per questo l'etrusco è una lingua italica, altrimenti lo si sarebbe spiegato certamente da un pezzo altrettanto quanto l'osco e l'umbro. E per la stessa ragione esso non é una lingua semitica o analoga ad un'altra qualsiasi delle lingue conosciute.

È possibile che i primi Etruschi scesi in Italia dalle Alpi, da Graubúnden, siano identici ai Reti di Graubúnden poi estesi verso mezzo mezzogiorno inondando l'Italia superiore e quella centrale integrandosi ai Toscani, Umbri, Falisci e Latini. È quindi probabile che questi Etruscoidi del nord abbiano dapprima coperto in massa compatta il paese dalle Alpi di Bunden al Tevere, finché verso il 400 a. C. i Celti provenienti dalla Germania meridionale si insinuarono nella regione attorno al corso medio del Po come un cuneo fra gli Etruschi di Toscana e gli "Etruscoidi-Reti" di Graubunden, provocando il distacco e lo svolgimento indipendente e diverso dei due popoli. Livio (V, 33-35) questa immigrazione dei Celti la pone al 591 ca. Ma ci sembra inverosimile come potessero -loro che erano evoluti e fieri- ritrarsi di fronte al nemico sulle Alpi, già possedute da cinque-dieci secoli (ce lo dicono i reperti dei villaggi che datano 1500-1000 a.C.).

Di recente si é voluto tornare all'idea che i due gruppi Etruschi siano di origine orientale, immigrati forse per terra e per mare dall'Asia Minore; ma è da osservare in contrario che l'iscrizione preellenica di Lemno, causa di questo ritorno, non per il solo fatto che non la si comprende, la si può dire etrusca; essa può essere redatta in un dialetto tracico (poi scomparso).
Senza dubbio i Turuscha, quei pirati che flagellarono l'Egitto poco dopo il 1200 a. C. sotto Ramsete III, non possono essere di sicuro venuti dalla Toscana, se erano Etruschi, perché la Toscana allora non era certamente ancora etrusca. Ma chi assicura che i Turuscha fossero realmente Etruschi? E se erano magari Etruschi, il mare che per primo raggiunsero, non può forse essere stato anche l'Adriatico? (è questa una tesi sostenuta da Erodoto (I, 94) che conferma due migrazioni, però le distingue erroneamente: una - che chiama pelasgi - è giunta per la via di Spina sull'adriatico, l'altra venuti dalla Lidia).


Ma anche intorno all'800 fonti egiziane menzionano minacciosi pirati del mare fra i quali i Trs.w, ossia secondo una vocalizzazione del testo consonantico egiziano dei geroglifici, sono i Tyrsènoi (Tirreni), che infestavano l' Egeo come pirati, sia in mare che sulle coste egiziane. Erano forse gli Etruschi della seconda ondata, quelli appunto guidati via mare da Tirreno?

Ma il mitico Tirreno è mai esistito? Gli Etruschi della Lidia davano a se stessi il nome di "Rasena" (Diogine di Al. I, 26, 30; scolaro a Licofrone, 717 a.C.) Ora in Lidia esisteva una città di nome Tyrrha i cui abitanti furono ovviamente poi chiamati dai Greci con la desinenza greca "Tyrrheni".
Fu Dionisio di Mileto a imbastire tutto un racconto novellistico sulla provenienza degli Etruschi dalla Lidia, e sulle cause della loro emigrazione. Cosa strana è che un famoso logogafro suo contemporaneo, che è nato proprio in Lidia, Xantho, questa emigrazione gli è del tutto sconosciuta, ed è alquanto strano che lui non ne parla mai.

E se proprio erano gente di mare, anzi pirati del mare (come dicono le fonti egiziane), com'è possibile che giunti in Toscana, fondano le più potenti città (e la lega sacrale stessa) all'interno dell'Etruria e non sul mare. Sono infatti poche le città marittime etrusche. Nè ci risulta che in queste ci furono scambi commerciali con la madrepatria, nè alcun contatto con i progenitori.

Ad ogni modo però é certo che gli Etruscoidi prima, e gli Etruschi-Tirreni poi, si estesero verso mezzogiorno. La nazionalità etrusca della dinastia che fu a Roma soppiantata dalla repubblica non è stata posta in dubbio da alcuno sin dall'antichità. E non solo la prima dinastia era etrusca, ma lo stesso stato romano era forse di origine proprio etrusco.

È ai nomi propri latini che noi dobbiamo la rivelazione delle origini di Roma e le recentissime indagini scientifiche nel campo della storia delle lingue hanno gettato una luce inattesa sulla profondità e l'estensione dell'influenza che il sistema etrusco dei nomi ha esercitato sul sistema latino-romano. La più remota Roma di cui ci sia rimasta memoria é quella dei Tities, Ramnes, Luceres; ora che questi nomi siano etruschi fu già rilevato dagli antichi e la linguistica moderna ha confermato questo loro carattere; sono nomi di genti etrusche. I nomi dei fondatori mitici di Roma, Remo e Romolo, richiamano del pari quelli di genti etrusche, di due loro gruppi i Remni e i Romilii. La stessa città di Roma deriva il suo nome dalla gente etrusca di un loro gruppo chiamato Ruma. Non può essere di sicuro solo una coincidenza!

Volendo illuminare le oscurità delle origini, per quanto da tempo antico esistessero comunità di villaggi sui colli tiberini, tuttavia é soltanto dopo l'arrivo degli Etruscoidi (i palafitticoli) e degli Etruschi (quelli di mare) oltre Tevere che ha fondato la città e lo Stato romano. I villaggi locali isolati più antichi recavano altri nomi, come ad es. Palatium.
La città di Roma come un tutto unico invece é etrusca: si parla perciò con tutta ragione di una fondazione di Roma. Roma non ebbe che re etruschi, e ciò si rispecchia ancora una volta nel fatto che i nomi come quelli di Numa, Tullo, Anco, Servio, sono.... etruschi.

Questi nomi poi acquistarono la forma a noi familiare per la tradizione soltanto nel IV secolo a. C. sotto l'influenza della nuova aristocrazia romana o delle grandi famiglie plebee. Così ad es. Anco Marcio deve il suo nome gentilizio ai Marci plebei. Ma la gente etrusca dei Tarquini é ormai storica.

A che epoca può risalire questa fondazione della Roma etrusca? La fable convenue la pone alla metà dell'ottavo secolo a. C., ma questa stessa leggenda non era ancora fissata in modo assoluto ai tempi delle guerre puniche: in quest'epoca infatti fu ancora possibile l'idea di attribuire alle due grandi antagoniste, Roma e Cartagine, la stessa età, e di far risalire la fondazione della prima allo stesso anno della nascita di Cartagine. A stabilire la data della fondazione di Roma al 747 a. C. si pervenne invece col prendere come punto di partenza la data della cacciata dei re che si desume dalla lista consolare, il 507 a. C., e col far precedere 240 anni occupati da sei ovvero sette re, un periodo, la cui durata fu presunta in base ad un vago calcolo che attribuì ad ogni generazioni di re 40 anni (6 x 40 = 240). Verosimilmente invece verso il 750 a. C. esistevano sicuramente i villaggi dei colli tiberini, ma non esisteva ancora la Roma etrusca.

Verso il 700 Esiodo di Ascra scrisse la sua Teogonia: egli ci parla dei Latini che avrebbero dominato su tutti i nobili Tirseni. Ora, é ben vero che i Latini nei tempi antichissimi non hanno mai dominato su tutti i Tirseni, ma questa credenza non avebbe potuto sorgere se allora per contrario fossero già stati i Tirseni, gli Etruschi, a prender saldo piede nel Lazio e vi avessero fondato la loro signoria. Lo si vede bene, la Roma etrusca é più recente; verso il 700 a. C. non era ancora stata fondata, ma é tuttavia di parecchie generazioni più antica della Repubblica romana. La fondazione di Roma deve quindi collocarsi fra il 700 e il 600 a. C.

Prima della fondazione di Roma si contano circa 60 villaggi latini, disseminati su circa mille chilometri quadrati; quindi con una media di circa sedici chilometri quadrati ciascuno.
* Plinio ci informa che nel V secolo, di 60 centri erano sopravvissute solo queste cittadine; Tusculum, Nemorensis, Aricia, Ardea, Antium, Satricum, Pometia, Anxur (Terracina), Signa, Ferentinum, Anagnia, Norba, Cora, Velitrae, Antium, Lavinium, Bovillae, Ficana, Marino, Frascati, Ostia, Labici, Gabri, Tibur, Pedum, Praeneste, Circei, Collatia, Antemnae, Ficulea, a nord del Tevere e Atiene, Silva, Fidenae, Ficulea, Nomentum, Crustumenum, Capena, Eretum, Carsioli, Varia.

Sono queste "città" che formano le prime unità territoriali dei latini: i pagi, la base della loro struttura sociale - e non sappiamo per quale ragione (se per la difesa, se per motivi di culto, o per altri obblighi ignoti) - una tradizione vuole poi riunita sotto una Lega politica con a capo Alba Longa, un sito nelle vicinanze di Castel Gandolfo. Anche se una informazione tramandata da Prisciano, colloca la sede di questa Lega Albana, ad Aricia, il luogo dove sorgeva il celebre santuario di Diana; "un importante centro di culto riconosciuto da tempi antichissimi" (conferma Plinio).
Alla fine dell'epoca regia la lega riuniva ancora circa 30 membri di cui Roma ne faceva parte, anche se con una certa insofferenza per via della mentalità arretrata di alcuni aderenti. Nella Lega era forse predominante l'elemento religioso, e nei primi tempi questa componente si rivelò un efficace strumento di coesione politica; anche se la tradizione e la storia ricordano liti e lotte fra gli stessi villaggi latini, oltre che con quelli Sabini e con altri vicini.

La più potente fra le città latine abbiamo detto era dunque Alba Longa, situata come sembra sulla riva settentrionale del lago di Albano, a piedi del monte Albano, di Monte Cavo; ma Alba scompare precocemente dalla storia, in seguito alla sua conquista da parte di Roma (Plinio infatti -sopra - non la cita come centro sopravissuto). Alba Longa cadde infatti nel conflitto con Roma etrusca; la caduta d'Alba fu il massimo successo riportato dagli Etruschi nella loro avanzata verso mezzogiorno.
La prima città del Lazio era caduta, ma ciò non significava che fosse domato tutto il Lazio. Da molto tempo é stato rilevato che Roma, per quanto si risalga nella storia, non fu mai una delle città latine puramente e semplicemente; la vediamo invece sempre formare qualcosa di distinto di fronte a tutto il resto degli Stati latini. Essa ha un altro carattere
E questo ora si spiega e si comprende. Roma, lo abbiamo visto, malgrado alcuni elementi latini della sua popolazione, non é uno Stato latino, ma semmai etrusco.

L'Etruria peraltro non costituiva allora uno Stato unitario, come non lo fu nemmeno in seguito, quando una confederazione di dodici città governava e disciplinava gli affari comuni degli Etruschi; l'assemblea federale si adunava presso il tempio di Voltumna a Volsinii (Orvieto). Fra queste 12 città etrusche era pure Cere, l'odierna Cervetri.

Claudio, il futuro imperatore, quando si mise a scrivere una storia delle guerre civili dalla morte di Cesare in poi, si volse alle antichità etrusche.
Da imperatore egli nell'anno 48 a. C. utilizzò in una orazione la sua erudizione etrusca accennando a Celio Vivenna e Macstarna. Queste notizie date da Claudio sono in parte richiamate in vita dalle pitture murali e dalle iscrizioni della tomba etrusca di Vulci, scoperta dal Francois nel 1857. A causa dell'avvenuta cattura di Caile Vipinas un esercito etrusco agli ordini di Macstrna assalta Roma e Cneve Tarchu Rumach, il re romano Gneo Tarquinio.

Fra l'etrusca Roma e gli Etruschi dunque i rapporti non erano sempre del tutto pacifici. Come indizio della composizione mista della popolazione di Roma ha interesse il vedere che il re etrusco di Roma portava un prenome latino. Ma gli Etruschi divennero potenti non soltanto in terra, ma anche sul mare. Allorché, sottraendosi al giogo persiano, i Focesi dell'Asia Minore abbandonarono la patria ed andarono a domiciliarsi in Corsica ad Alalia, si diedero ad esercitare il nobile mestiere di pirati e si resero con ciò molesti ai Cartaginesi e agli Etruschi. Questi pertanto si allearono contro i Focesi e verso il 540 avvenne una battaglia navale nelle acque sarde. Malgrado fossero riusciti vittoriosi, i Focesi subirono perdite tanto gravi che non furono più in grado di sostenersi in Corsica ed emigrarono nella Lucania, dove fondarono Elea.

Né basta; perché gli Etruschi penetrarono anche nel mezzogiorno d'Italia, in Campania. Verso il 524 attaccarono la campana Cuma, nei pressi di Napoli un po' più a nord del Capo Miseno, e, rinnovato nel 474 l'attacco dalla parte di mare, furono sconfitti da Gerone di Siracusa. Il dono votivo che Gerone quale vincitore inviò ad Olimpia esiste ancora oggi; un elmo di bronzo con una iscrizione greca in versi arcaici.

Se ciò pose ora un limite ed arrestò l'incremento della potenza degli Etruschi è tuttavia innegabile che nel sesto secolo a. C. tale potenza fu considerevole. Roma non é che uno dei molti Stati etruschi. Circa i poteri del re romano nell'interno del suo Stato non abbiamo una tradizione che ci illumini, ma qualcosa almeno si può ricavare per induzione dagli ordinamenti posteriori. Il re era capo dell'esercito e giudice. Non esistevano ancora norme vere e proprie di diritto penale, ma dominava pienamente libero, così per la forma, come per la sostanza, il potere disciplinare di coercizione che non mira tanto a punire un reato, quanto a piegare il ribelle all'obbedienza e costringervelo.

Accanto al re funzionava il senato, un consiglio patrizio, che non giuridicamente, ma di fatto, rappresentava le genti. La sola classe nobile godeva diritti politici, i contadini erano persino in clientela dei nobili. L'ordinamento politico-militare che va sotto il nome di ordinamento centuriato serviano é a torto fatto risalire sino all'epoca regia; in realtà esso sorge soltanto nell'età repubblicana.
L'aristocrazia dei proprietari fondiarii serviva a cavallo ordinata in sei centurie, che si denominavano dai Tities, Ramnes e Luceres e si mantennero immutate sino al 220 a. C. Il re era anche sommo sacerdote; egli cumulava in sua mano la somma del potere civile e religioso, la cui separazione é un portato della repubblica soltanto.

Il regno dei Tarquini segnò per Roma un periodo di alto incremento. Essi edificarono sul Campidoglio un tempio dedicato a Giove, nella località ove oggi sorge il palazzo Caffarelli; esso rimase per secoli ricordo tangibile della loro signoria e sopravvisse alla guerra sociale; nell'anno 83 a. C. andò in fiamme. Il tempio capitolino non era ancora completo quando i Tarquini furono cacciati da Roma; esso non venne dedicato che dal console M. Orazio.

La dinastia espulsa da Roma trovò rifugio in Etruria e si stabilì a Cere, dove si perpetuò, sembra, una delle più orgogliose famiglie nobili. Nel 1845-1846 fu scoperta nella necropoli del colle di Cervetri la tomba della famiglia Tarcna.

CINQUANT'ANNI DI REPUBBLICA ROMANA ARISTOCRATICA

La dinastia etrusca cacciata da Roma, tentò invano di ritornarvi. Essa trovò appoggio in un altro re etrusco, il Lar di Chiusi, Porsenna, e sembra che Porsenna sia persino riuscito ad occupare Roma ed a rendere tributari i Romani, ma per non molto tempo. Roma intanto si era trasformata in repubblica.
Di chi era stata opera la cacciata dei re? Certo essa non fu dovuta ad una rivoluzione popolare. Soltanto in età assai più tarda il palladio della libertà romana, l'introduzione della facoltà di provocare al popolo nelle cause capitali, fu collocato nel primo anno susseguente alla cacciata dei re; in realtà l'istituto della provocazione é di data notevolmente più recente. Neppure poi il movimento procedé dall'attrito di istinti nazionali, come a dire dall'antagonismo tra Latini ed Etruschi. Certamente la dinastia espulsa era etrusca, ma non vennero cacciati gli Etruschi, ma soltanto i principi etruschi. Le gente nobili etrusche, ad es. i Romilii, continuarono tranquillamente a rimanere a Roma ed a dimorare in seguito nel territorio romano.

Chi trasse l'utile dalla cacciata dei re? Fu l'aristocrazia, quindi é essa che li cacciò e si soppiantò ai re e stabilì nello Stato romano una forma di governo schiettamente aristocratico. Quando avvenne ciò?
Al posto dei re subentrarono a Roma i consoli, ma la tenuta della lista dei consoli cominciò non con quelli che furono realmente i primi consoli, ma i primi che occuparono la carica dopo la dedicazione del tempio di Giove Capitolino. Il tempio fu dedicato da M. Orazio nel 507 a. C.; lo dice l'iscrizione votiva del tempio stesso.
Ma non per questo egli é necessariamente stato il primo console; si deve soltanto ritenere che non passassero molti anni fra la cacciata dei re e la dedica del tempio compiuta dal console Orazio. La leggenda di Lucrezia e quella di Bruto, il liberatore di Roma, é improbabile siano sorte prima del quarto secolo avanti l'era nostra; quella di Lucrezia é provocata dall'esistenza di un Lucrezio a capo della più antica redazione della lista consolare, e Giunio Bruto, il preteso liberatore di Roma, é bensì una personalità storica, ma é contemporaneo e partigiano di Appio Claudio, il violento censore del 312 a. C.; Bruto fu il primo plebeo del suo tempo ed é stato collocato nell'anno 304 a. C. in testa alla lista dei consoli da una creatura di Appio Claudio, che spiegò attività nel campo letterario, Cneo Flavio, che lo insinuò e fece figurare nel passato. Ed allora si comprende che il preteso primo console dov
ette esser pur quello che aveva cacciato i re.

Dopo la caduta dei re subentrarono al governo dello Stato due capi militari, due generali, praetores, che soltanto assai più tardi presero il nome di consoli; erano i presidenti della repubblica, e furono eletti esclusivamente nella classe aristocratica.
Nei riguardi politico-militari il loro potere, in paragone a quello dei re, trovava un limite soltanto nella circostanza che si trattava di due pretori posti l'uno accanto all'altro con potestà completamente pari, e che conseguenza di questa parità di poteri era il diritto di intercedere, di impedire gli atti, che ognuno aveva verso l'altro. Alla stregua delle nostre idee moderne un governo collegiale esige la cooperazione dei colleghi ad ogni atto; invece secondo le idee romane ciascuno dei colleghi é capace ed autorizzato in genere a compiere da solo qualsiasi atto compreso nella competenza della carica; ma il collega ha facoltà, in base alla sua pari potestà, di opporvisi. In tal caso abbiamo due forze uguali e contrarie che si eli
dono e quindi l'atto non può compiersi. Questo diritto di intercessione da parte di una potestà pari, opera in pratica allo stesso preciso modo del diritto di veto competente ad una potestà superiore.
Una efficace garanzia per la buona gestione della carica è inoltre la sua durata limitata ad un anno, dopo il quale la persona che l'ha coperta può essere chiamata a rispondere degli atti compiuti nell'amministrarla. Ed in grazia dell'avvicendarsi annuale dei presidenti, tutte le famiglie nobili potevano passare volta a volta per il governo dello Stato, benché di fatto alcune famiglie si siano poi innalzate ad una posizione particolarmente influente. Così dal 485 al 479 a. C. ....

485 a.C. Q. Fabius Vibulanus - Ser. Cornelius Maluginensis -
484 a.C. K. Fabius Vibulanus - L. Aemilius Mamercus
483 a.C. Marcus Fabius Vibulanus - Lucius Valerius Potitus
482 a.C. Q. Fabius Vibulanus - C. Iulius Iullus -
481 a.C. K. Fabius Vibulanus - Sp. Furius Fusus -
480 a.C. Marcus Fabius Vibulanus - Gn. Manlius Cincinnatus -
479 a.C. K. Fabius Vibulanus - T. Virginius Tricostus Rutilus -

... si ebbe sempre fra i pretori un Fabio, vale a dire che in quel periodo la presidenza della repubblica rimase divisa tra la gente Fabia da un lato ed il resto dell'aristocrazia dall'altro.

In certe circostanze la collegialità col suo diritto di intercessione poteva riuscire pericolosa alle sorti dello Stato: in queste eventualità, come ad es. in caso di gravi pericoli di guerra e di moti popolari maggiormente minacciosi, si ritornò al governo monarchico, nominando un magister populi, più tardi chiamato dittatore, che non andava soggetto alla intercessione e non poteva essere chiamato a rendere conto dei suoi atti. Era un ritorno al potere regio, ma ad un potere regio solo temporaneo. Il dittatore doveva al più tardi deporre la carica dopo sei mesi; più presto adempiva al suo compito e si trovava in grado di abdicare, più lode si acquistava.

In guerra il dittatore aveva il comando in capo di tutto l'esercito ed il comando particolare della fanteria; la cavalleria era comandata dal magister equitum, subordinato al dittatore. Quando sia stato nominato per la prima volta un dittatore non ci é tramandato con sicurezza (il primo di cui si ha notizia nel citato elenco è del 458 a.C. con il famoso Cincinnato); naturalmente si ha da ritenere che, dopo aver cacciato i re, Roma non si sia tanto presto decisa a ritornare alla monarchia, per quanto temporanea. Non vi deve aver ricorso se non costrettavi dalla necessità del momento. Essa poi vi ricorre di tanto in tanto sino ai tempi della guerra annibalica; allorché però in quest'epoca il magister equitum fu parificato al dittatore come suo collega, quest'ultima carica poté dirsi in sostanza, se non nel nome, abolita, e infatti in conseguenza di ciò sparisce dalla scena. La dittatura di Silla e di Cesare porta bensì il nome dell'antica magistratura, ma é di natura completamente diversa.

Una ulteriore innovazione arrecata dalla fondazione della Repubblica fu la separazione dell'autorità politica dall'autorità religiosa. Il re aveva conglobato nelle proprie mani il potere civile ed ecclesiastico; ma coll'avvento della repubblica i due poteri si separarono; il potere politico passò ai pretori, mentre la sovraintendenza del culto fu affidata ad un pontefice massimo. Magistratura e sacerdozio si separano: i magistrati non sono sacerdoti ed i sacerdoti non sono magistrati.
Soltanto nelle questioni riguardanti il diritto gentilizio il pontefice massimo ha taluni diritti politici. Anche per la forma della nomina la magistratura ed il sacerdozio divergono: i soli magistrati arrivano alla carica per elezione popolare. Sotto un punto di vista peraltro si dovette conservare nei riguardi sacrali l'autorità regia. Gli dei erano usi a ricevere dal re in persona l'offerta di certi sacrifici. Si temette di suscitare l'ira degli dei con il far compiere alcuni sacrifici da un uomo di minor rango. E quindi si continuò anche dopo la cacciata dei re a nominare un re sacrificulo, un rex sacrorum. Per la stessa ragione il titolo regio si era perpetuato ad Atene: fra gli arconti per il governo sacrale sedeva il basileus.

Tuttavia fra la religione romana e la greca passano grandi differenze. La religione greca si basa sulla fantasia e sul mito, la romana é essenzialmente un culto. Le relazioni fra gli uomini e gli dei vi sono concepite quasi sotto figura giuridica; fra gli abitanti del cielo e quelli della terra intercede una specie di contratto. Gli dei hanno diritto al culto, lo Stato e i cittadini hanno diritto al loro aiuto.

Prima d'ogni altro la giovane repubblica dovette lottare per difendersi dagli Etruschi; il primo ampliamento del suo territorio avvenne dal lato della Sabina. La leggenda del ratto delle Sabine non si basa su memorie di carattere storico: essa non fa che trasportare fin nella storia di Roma il costume arcaico dei matrimoni per ratto. Anche la figura di Tito Tazio, il collega sabino di Romolo nel regno, é di costruzione posteriore al regolamento dei rapporti tra Roma e i Sabini intervenuto nell'anno 290 a. C. Tito Tazio è stato inserito nella leggenda dell'epoca regia soltanto dopo che il numero dei re si era fissato a sette; altrimenti si sarebbero annoverati otto re romani.


Ma un ampliamento del territorio romano verso la Sabina avvenne già pochi anni dopo la cacciata dei re. Sulla riva destra dell'Aniene era stanziata una numerosa gente sabina, i Claudi: erano dei grandi proprietari fondiari sabini, che facevano coltivare i loro campi da una grossa schiera di coloni. Questa estesa famiglia sabina nei primi anni della repubblica entrò per le vie pacifiche a far parte dello Stato romano e fu accolta nel seno dell'aristocrazia fondiaria di Roma, nel patriziato romano. I Claudi si trasferirono personalmente a Roma, dove vissero dei tributi dei propri clienti che naturalmente erano rimasti legati alla loro gleba. Con i Claudi entrò in Roma una famiglia che presenta un tipo di personalità distintissima: ancor dopo cinquecento anni essa diede a Roma in Tiberio il suo secondo imperatore. Col suo matrimonio con Livia, Augusto si era imparentato con i Claudi, e dopo questo la poesia cortigiana volle far risalire la cittadinanza romana dei Claudi sino ai tempi di Tito Tazio e di Romolo. La tradizione familiare dei Claudi però diceva diversamente: essi erano venuti a Roma dalla Sabina soltanto dopo la cacciata dei re.

Nei riguardi dei Latini i primi decenni della Repubblica servirono a gettare le basi di rapporti durevoli. Anche dopo la cacciata della dinastia etrusca Roma non era ancora uno Stato latino, ma uno Stato etrusco-latino. Le genti nobili etrusche erano rimaste nella cittadinanza e nella religione romana l'influenza etrusca si mantenne viva specialmente nell'arte degli aruspici e degli auguri, nell'ispezione delle viscere delle vittime, nella interpretazione, espiazione ed allontanamento dei fulmini e di altri presagi, nella limitazione e nella ispezione del volo degli uccelli.
D'altra parte sin dai tempi anteriori alla signoria etrusca risiedeva sui colli tiberini una popolazione latina e deve avere acquistato un forte incremento in seguito alla caduta di Alba; un' altra popolazione latina dimorava nella campagna.

Che la giovane repubblica a doppia nazionalità non abbia potuto subito mettersi nei buoni rapporti che troviamo in seguito con la lega delle città latine, vi é indicato dalla notizia che abbiamo di una guerra tra Romani e Latini e della battaglia del lago Regillo, che non si può metter fuori dalla storia per il solo fatto che questo lago, come sembra, non esiste più. Subito dopo la battaglia al lago Trasimeno del 217 a. C. si combatté sul lago plestinico, del quale si é bensì conservata memoria più a lungo in nomi locali, ma che oggi è quasi completamente prosciugato, come non può a meno di essiccarsi qualsiasi lago posto in situazione elevata quando una fenditura del suo bordo finisce man mano per raggiungere il fondo.

La posizione di Roma da un lato e della lega latina dall'altro fu in maniera duratura disciplinata da Spurio Cassio col trattato ch'egli concluse con i Latini in uno dei suoi tre consolati, vale a dire nel 502, nel 493 o nel 486 a. C. Esso ebbe carattere di un'alleanza, che presupponeva e regolava relazioni di pace e di amicizia. Il diritto internazionale moderno si differenzia dall'antico per il fatto che a noi sembra la pace lo stato normale mentre per gli antichi lo stato normale era la guerra.
Lo straniero era considerato come un nemico; tra due Stati regnava la pace soltanto allorché essa era stata espressamente pattuita: da ciò quei trattati di pace per trenta o cinquant'anni che a noi suonano così strani. Più ampio del trattato di pace é il trattato di amicizia, in quanto garantisce la tutela del commercium privato. Il commercio non può diffondersi fiducioso se non quando a seguito di simili trattati trova garanzia nel diritto privato ed eventualmente tutela processuale.

Più ampio ancora del trattato di amicizia é poi quello d'alleanza che stabilisca il reciproco aiuto in guerra. Il trattato di Spurio Cassio con il complesso della città latine, che fu rinnovato nel 358 a. C. e che esisteva ancora al tempo di Cicerone, stabilisce anzitutto pace perpetua ed eterna fra le due parti, provvede per la definizione giudiziale delle liti in materia commerciale entro un termine di soli dieci giorni e determina a proposito come foro competente il luogo di conclusione del negozio.
In guerra Romani e Latini avrebbero dovuto sostenersi a vicenda con tutte le loro forze militari, e dopo la vittoria la preda andrebbe divisa in parti eguali; anche in ciò questo trattato reca il carattere di un foedus aequum.

È invece proprio essenzialmente del diritto latino più recente il connubium tra Romani e Latini, la capacità di matrimoni reciproci. Il connubium non lo troviamo stabilito nel trattato di Cassio, e nemmeno può avere esistito in quell'epoca, quando nella stessa Roma non erano ancora ammessi i matrimoni tra patrizi e plebei. Non é peraltro da negare la possibilità che anche prima della legge Canuleja, della pretesa data del 445 a. C., il connubium tra Romani e Latini si sia introdotto tenendo conto della parità di classe. Dopo la legge Canuleja deve essersi sviluppato il connubium generale latino-romano e compiuta la piena latinizzazione dello Stato romano. Anche le famiglie etrusche di Roma si latinizzarono.

Guerre coi Volsci ci vengono segnalate dalla leggenda di Cn. Marcio Coriolano, leggenda plasmata da un poeta, il cui contenuto poetico ha esercitato la sua attrattiva sopra uno dei più grandi poeti d'ogni età, su Shakespeare, che con essa ci commuove ancora oggi. Essa sorse soltanto nel quarto secolo avanti l'era nostra, al tempo della massima grandezza della famiglia plebea dei Marcii. La leggenda ha sotto varie forme attribuito a questi nobili plebei antenati patrizi; da un lato nella figura di Coriolano, dall'altro persino nel re Anco Marcio.
L'esistenza a quell'epoca di guerre coi Volsci, alle quali la leggenda ha connesso la figura di Coriolano, era più che naturale, essendo i Volsci gli immediati vicini dei Romani ad oriente. Anche la versione più antica della nostra tradizione colloca una guerra con i Volsci nel 485 a. C.

Questa tradizione antichissima narra che Spurio Cassio, ch'era stato console per la terza volta nel 486 a. C., ambì la tirannide e per questa ragione fu condannato ed ucciso. Essa incolpa Cassio di aver favoreggiato i desiderii e gli interessi della plebe e di aver tentato con questo mezzo di salire alla tirannide. La falsificazione storica dei tempi della tarda repubblica ha colorito la caduta di Spurio Cassio con tinte tolte a prestito ai movimenti di carattere agrario dell'epoca dei Gracchi. Ma nell'anno 485 a. C. una questione agraria incominciava a Roma appena a delinearsi da lontano ed aveva tutt'altro carattere. D'altra parte la posizione preminente cui era arrivato Spurio Cassio in confronto all'aristocrazia romana risulta chiara dal suo triplice consolato, e l'aristocrazia non tollera che nel suo seno si costituiscano posizioni così preminenti. In ogni caso é stata l'aristocrazia che ha abbattuto Spurio Cassio.

Erede della sua influenza fu non una persona singola, ma una intera famiglia, la gente Fabia. Nell'anno che vide la caduta di Cassio, era già console un Fabio.
Per sette anni continui i Fabi tennero il consolato, dal 485 al 479, controbilanciando in potere, come sopra abbiamo già accennato, tutto il resto dell'aristocrazia. La loro gente non si spense, ma fu distrutta in grandissima parte nella catastrofe del Cremera. Con questo evento arriviamo alle nuove guerre con gli Etruschi, al principio delle guerre con Veio.

Sulla riva sinistra del Tevere, a monte del confluente dell'Aniene è situata Fidene, dirimpetto allo sbocco del Cremera, che proviene dall'Etruria meridionale, da Veio. Fidene aveva il sostegno di Veio, e sinché i Fidenati avessero goduto di questo aiuto, i Romani non avevano speranza di metter loro le mani addosso. E l'impresa dei Fabii fu diretta a tagliare le comunicazioni tra Fidene e Veio, e lo fecero occupando quel colle presso il Cremera, tra Veio e Fidene, che anche oggi salta agli occhi per la sua importanza strategica e che é idoneo a dominare la strada che congiunge le due città.

I Fabii mossero da Roma con i loro alleati per occupare questa altura, ma trovarono quasi tutti la morte nell'impresa. Per molti e molti anni la loro gente scompare dalla scena della storia romana.
L'incertezza della storia di quei decenni è accresciuta in modo stridente dal fatto che il Sabino Appio Erdonio riuscì ad impadronirsi con un colpo di mano temporaneamente del Campidoglio e della cittadella situata sull'attuale punta di Santa Maria in Ara Celi. Anche all'interno cominciò man mano a farsi sentire il malcontento. La sola aristocrazia fondiaria era in possesso dei diritti politici, essa sola era rappresentata in senato; la sua gioventù continuava tuttora a servire a cavallo ordinata in sei centurie. Secondo la recensione dell'an
nalistica il malcontento sarebbe scoppiato già nel 494 a. C. ed avrebbe condotto ad una secessione della plebe sul Monte Sacro. Allora l'aristocrazia avrebbe ceduto e si sarebbe concluso un accordo, in seguito al quale la plebe tornò in città, organizzandosi nel 493 successivo come uno Stato nello Stato, con a capo propri magistrati, i tribuni.

La secessione della plebe che é realmente storica avvenne nell'anno 487 a. C.; la plebe occupò il Gianicolo sulla riva destra del Tevere, vicino a Porta S. Pancrazio al di là di S. Pietro in Montorio. E giusta la tradizione più antica il tribunato non cominciò con la dualità, ma fu fin da principio istituito con quattro magistrati; essa ne colloca la fondazione nell'anno 471 a. C. Il potere dei quattro tribuni é limitato all'àmbito della città; quindi la loro origine va messa in relazione con le quattro tribù urbane.
Le tribù urbane sono tribù locali; sono, non una suddivisione della popolazione, ma del territorio, e le persone appartengono ad una tribù, soltanto se possiedono proprietà fondiarie. L'istituzione delle quattro tribù urbane, di carattere locale, conferì ai non patrizi della città che avevano proprietà fondiarie determinati diritti politici, certo almeno quello di eleggere i tribuni; i comizi della plebe cittadina per l'elezione dei tribuni sono organizzati in base alle quattro tribù urbane; sono questi i concilia plebis. I tribuni furono investiti del diritto assoluto di cuxilium di fronte ai magistrati. La loro carica fu dichiarata sacrosanta, nessuno poteva arbitrarsi di violare la persona dei tribuni; il loro auxilium personale era quindi illimitatamente efficace. E perché fosse possibile chiamarli in aiuto in qualsiasi momento, fu vietato ai tribuni di allontanarsi da Roma e la loro casa doveva rimanere aperta anche durante la notte.

Il tribunato della plebe stette in seguito a rappresentare in compendio l'immagine delle antiche libertà romane ed ancor nell'anno 1347 d. C. riempì la fantasia di Cola di Rienzi, l' «ultimo tribuno».
Ma anche maggiore appare la sua importanza nello svolgimento della storia. Quando Augusto divenne imperatore pose a fondamento del suo potere civile la potestà tribunizia: sta qui tutta la goccia d'olio democratico di cui é unto il principato romano.

L'antico impero romano fu ripristinato da Carlomagno, da Ottone il Grande nel 962, e l'autorità imperiale dei re tedeschi tramontò nel 1806; ma soltanto per risorgere a vita nuova nel 1870.
Certo il nuovo impero ha ripudiato ogni derivazione giuridica dall'antico, ma il senso storico ha ovunque, ed a buon diritto, festeggiato una resurrezione dell'impero. Così le lontane epoche si ricollegano, così l'antichità ed il presente stanno tra loro in concatenazione ininterrotta. Infatti l'autorità imperiale ancora viva e vegeta nei primi anni del '900, giunge con le sue radici nel profondo dei tempi lontani, fino all'istituzione del tribunato romano.

 

Fin qui abbiamo parlato di Re, Consoli, famiglie aristocratiche
parliamo ora del comune cittadino...


IL CITTADINO ROMANO ED IL NUOVO STATO > >

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