L’ECONOMIA E’ SCIENZA MODERNA?
NO! L’ECONOMIA E’ SCIENZA ANTICA !

 


Dal mandriano del gregge ai robot di Wall Street

Prof. MARCELLO PILI
Università degli studi di Roma
“La Sapienza”

INDICE

Introduzione 

Capitolo I – Lo sviluppo economico della società degli uomini. Le origini.
I.1 I Primordi 
I.2 L’origine del mercato. Il commercio internazionale. La divisione del lavoro 
I.3 L’origine della moneta 
I.4 Il tempo odierno 

Capitolo II - Le ipotesi di funzionamento 
II.1 Le utilità 
II.2 I prezzi 
II.3 I costi 
II.4 Lo schema generale di domanda e offerta 
II.5 La influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi secolari

Capitolo III - Il ruolo storico, giuridico ed economico dello Stato 
III. 1 Il ruolo storico 
III.2 Il ruolo giuridico 
III.3 Il ruolo economico 
III.4 Cos’è il capitalismo? 
III.5 Avvertenza 

Capitolo IV - Letture di storia e dell’economia molto antica 
IV.1 Attività industriali in Europa dal Medioevo alla “Intensificazione industriale” 
IV.2 Moneta e finanze nelle tavolette di argilla Mesopotamiche
(4500 anni fa)
IV.3 L’origine dell’economia nella Persia arcaica
IV.4 Economia Antica in Attica

Conclusioni

 

Introduzione

Il primo segreto che ognuno, studente o imprenditore, o negoziante o curioso, deve sapere è che l’economia è materia di sofisticazione e di alterazione del sapere per fini politici e per garantire una società illiberale anziché una società liberale.

Tenendo presente questa premessa in questo articolo verrà fatta una analisi storica della generazione conoscitiva dei contenuti della materia indicata come economia e contemporaneamente alla esposizione storica verrà fatta la critica dei punti più importanti e vedere così come le conoscenze generate vengono poi manipolate per ottenere un punto di vista favorevole o sfavorevole ad un modello dell’economia liberale. 

Fatta questa premessa di ordine generale si parte da una attenta storia delle origini della disciplina che non sono per niente recenti.

Tra i testi classici (Greci) ci sono L’economico di Senofonte, L’economia di Aristotele, mentre una grande quantità di testi di economia e diritto è ricavabile dalle tavolette incise in cuneiforme (circa 30.000) e ritrovate a Ebla in Siria dalla missione italiana dell’Università “La Sapienza” di Roma che ha studiato con risultati interessantissimi la città di Ebla e una civiltà fiorente di ricchezza e commerci basata sulla grande città, di circa 5.000 anni fa.

Questi testi, contratti di vendita, cessione di tributi, matrimoni con relative transazioni economiche equivalenti alla dote, trattati tra stati e città, sono incisi nelle tavolette di argilla ritrovate negli scavi di Ebla e tradotti dal cuneiforme dagli esperti, e nelle tavolette Sumer conosciute e tradotte da tempo.

Queste premesse antiche mettono in evidenza che l’economia non è scienza recente ma accompagna la storia dello sviluppo della vita umana, della sua capacità di provvedersi via via maggiori mezzi di sussistenza, che ovviamente derivano dalla capacità progressivamente acquisita di governare il modo di produrre questi mezzi di sussistenza che sono i beni economici.

Quindi la conoscenza economica nasce con lo sviluppo umano che corrisponde alla maggiore possibilità di disporre di beni in abbondanza.

Tale conoscenza economica non diventava un testo dei criteri corrispondenti ai modi di produzione perché addirittura questi modi di produzione precedono la scoperta della scrittura e la conoscenza tramandata dei modi di produrre, e la conoscenza stessa dei modi di produzione era il primo testo di economia (non scritto) conservato nella pratica dei processi produttivi e nell’esperienza di fare, oltre che nella tradizione orale.

Con la scoperta della scrittura molte di queste funzioni vennero trascritte nella forma di contratti di transazione tra stati, di rapporti di pagamento dei tributi e dei trattati con gli stati esteri che avevano anche il contenuto economico relativo alla costituzione di buoni rapporti e quindi di scambi commerciali (Tavolette Sumer e Babilonesi).

Non era sempre nettamente evidenziata la natura speciale dell’economia perché la “produzione” era ancora mescolata alla “predazione” e quindi i fatti economici erano mescolati ai problemi della guerra e i testi riportano infatti queste due faccende integrate e non sempre separate.

Solo dopo altro tempo, quando si è potuto distinguere tra il contributo dell’economia e quello della guerra e della stabilità dello Stato, si è incominciato a studiare specificamente le leggi dell’economia, distinte da quelle della stabilità dello Stato di ordine militare e degli ordinamenti, consentendo di avere una descrizione degli elementi di benessere dell’uomo in elementi componenti quali: dottrina dello Stato, la difesa dello Stato, il modo di produrre il benessere economico o materiale.

Evidente che il benessere dei cittadini è dipendente da come questi tre elementi possono sviluppare i loro migliori benefici.

Se una grande capacità di produrre beni non è garantita da una capacità militare di difesa e da una buona organizzazione dello Stato, questo benessere potenziale viene sprecato, perché con rapine e distruzioni e disarmonia dello Stato si disincentiva lo sviluppo dell’economia dato che manca la possibilità di beneficiare di questi beni; cioè se si toglie il principale incentivo alla produzione economica che è la possibilità di godere o di fruire di questi beni e del relativo benessere non si fa nessuna economia.

 

Ciò è quello che succedeva generalmente per esempio 5.000 anni fa quando l’uomo cercava la forma di organizzazione più adatta al suo benessere e ha sviluppato i suoi sistemi di difesa e militari, i suoi modi di organizzare lo Stato nelle forme che poi sono state classificate in Monarchia o Tirannidi, Aristocrazie o Oligarchie e democrazie o gestioni demagogiche, e ha ordinato i modi di produzione che essendo principalmente legati all’industria e alla agricoltura si sono trasmessi come modo tecnico di produrre i beni nell’industria e in agricoltura e incorporati in osservazioni economiche contenute nelle tavolette Sumer nella forma sacrale data l’importanza di benessere raggiunto tramite queste conoscenze.

La superiorità della coltivazione rispetto alla caccia e alla predazione è una evidenza economica che determina la scelta della coltivazione e dello sviluppo dell’agricoltura. Quindi lo sviluppo dell’agricoltura è la prova che la scelta economica precedente è stata fatta anche se si tramanda solo che l’agricoltura è migliore e semplicemente si fa solamente questa produzione (ci sono però tracce di questa che viene considerata ottima scelta nelle tavolette Sumer).

Lo sviluppo dell’agricoltura ha determinato il maggiore sviluppo delle popolazioni e delle civiltà localizzate su buone terre fertili come per esempio la Mesopotamia e la valle del Nilo che risultano le terre più fertili in area di clima temperato. Queste terre erano quelle dove l’uomo si poteva impiantare con il minimo di dotazione quali capanne di frasche o di argilla e quindi sono le prime a svilupparsi.

Dopo che il relativo benessere dovuto alla introduzione delle coltivazioni, principalmente del grano e poi della frutta, ha dato una maggiore disponibilità di beni si è potuto dedicarne una maggiore quantità alla costruzione di abitazioni più complesse e più soddisfacenti con ciò consentendo di superare la difficoltà di climi più freddi.

Questo passo è fondamentale per il passaggio dallo sviluppo dalle zone temperate d’origine alle zone più fredde perché queste ultime erano più fertili, con maggiore disponibilità di acqua, e nello scambio tra sole e acqua (più sole e meno acqua nelle zone temperate-calde e meno sole e più acqua nelle zone temperate fredde) il risultato economicamente vantaggioso è quello di meno sole e più acqua, che è più produttivo di grano e di erba abbondante per il bestiame.

Con queste conoscenze le migrazioni verso l’ovest europeo da Mesopotamia e Nilo, oppure semplicemente la migrazione delle conoscenze della tecnica agricola, hanno sviluppato le popolazioni precedentemente installate in Italia e in Grecia che fino ad allora vivevano di caccia, senza grande sviluppo.

Con lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento regolare del bestiame (pastorizia) lo sviluppo umano risulta molto rilevante in Italia e in Grecia; in Italia sia per le colonie Greche che per le popolazioni italiche precedentemente installatesi.

Con queste osservazioni siamo arrivati quindi al periodo storico della nascita di Roma in Italia e dello sviluppo della cultura classica ed Ellenistica in Grecia, che tanto contributo hanno dato alla definizione dello Stato e della bontà dello stato basato sulla libertà dei cittadini rispetto a quello basato sulla tirannide che era la norma fino a quel punto della storia.

A questo punto era abbastanza sviluppata la tecnica militare della difesa, la conoscenza dei sistemi di produzione agricola e dell’allevamento, e quindi era necessario procedere nella definizione dello Stato più adatto a dare un maggiore benessere con i buoni apporti dell’economia già raggiunti (agricoltura, industria, e miniere) e della buona difesa.

In questo periodo nascono le più importanti elaborazioni della teoria dello Stato rappresentate con la Repubblica di Platone, che traeva le conclusioni delle forme dello Stato già sperimentate fino allora e che faceva balenare la preferenza per la Costituzione che garantiva la maggiore libertà dei cittadini e quindi la preferenza per la democrazia degli uomini liberi, e diretta da uomini sapienti.

Questa elaborazione è quella che poi da Atene classica ed ellenistica si trasmette a tutto il mondo.

Già da prima però una importante componente dell’economia si sviluppava: il commercio.

Se l’agricoltura e le miniere erano legate alla presenza del territorio adeguato dentro lo Stato, l’unico modo di provvedersi di prodotti necessari e non ritrovabili dentro il territorio dello Stato era quello del commercio e dell’industria propria.

La estrema necessità del commercio per provvedersi di quei beni necessari che non era possibile produrre all’interno è stata la causa che ha agevolato in tutti i modi il commercio in epoca antica, e contemporaneamente ai primi ritrovamenti della società organizzata (Ebla 5.000 anni fa) questo era già molto sviluppato.

Questa estrema necessità del commercio non è però condizione sufficiente per lo sviluppo del commercio stesso. Ciò che rende il commercio possibile oltre che necessario è il grande vantaggio dell’esercizio del commercio, cioè i suoi guadagni enormi in confronto ai guadagni del lavoro agricolo o delle miniere. (Ai tempi dei Fenici era di 30 volte il capitale impiegato)

Questi enormi guadagni hanno spinto popolazioni audaci a specializzarsi in queste attività altamente redditizie già dall’antichità.

Già da 3.200 anni fa, cioè ai tempi della guerra di Troia, il Mediterraneo era pieno di empori commerciali dei Fenici, che avevano empori in tutto il Nord Africa, il Medio Oriente, Sicilia, Sardegna e Spagna.

L’emporio di Cadice in Spagna era addirittura fuori del Mediterraneo (Atlantico) e i Fenici commerciavano lo stagno con gli Inglesi (le popolazioni celtiche di allora).

Questi enormi guadagni derivavano dal fatto che nel mondo di allora rappresentato dai territori che si affacciavano al Mediterraneo e del Medio Oriente i prezzi dei beni agricoli e dei metalli si formavano a seconda dell’abbondanza e della facilità di produzione e all’incontrario a seconda della scarsità e della difficoltà della produzione e della loro utilità alta.

Questa regola dei prezzi che si formano alti in proporzione alla scarsità e bassi in proporzione alla abbondanza non è una caratteristica dell’antichità ma è la condizione normale di funzionamento dell’economia ed è quindi una legge economica.

In virtù di questo fatto, lungo le coste del Mediterraneo si avevano prezzi diversissimi per molti prodotti ed in particolare per prodotti di maggior pregio quali i metalli, cari perché scarsi e molto utili in quasi in tutti i luoghi, e meno cari dove venivano prodotti. Così comprare i metalli, rame e stagno, poi ferro, e oro, e trasportarli verso i popoli che non li producevano per venderli magari lavorati ricavandone prezzi molto alti era un’attività molto proficua che si è sviluppata moltissimo già dall’antichità.

L’importanza del commercio è ciò per cui, al di là della guerra, gli stati cercavano di stabilire trattati di buon vicinato e di alleanza, dando dei lasciapassare ai mercanti e stabilendo anche delle leggi e regolamenti per definire le controversie commerciali.

Cogliendo i vantaggi dei diversi prezzi degli stessi beni in luoghi diversi, cioè comprando dove i beni costavano poco e vendendoli dove erano cari si otteneva un vantaggio per il commerciante che guadagnava la differenza, un vantaggio per il primo venditore che vendeva un prodotto abbondante altrimenti difficile da vendere e un vantaggio per l’acquirente che trovava un bene altrimenti difficile da trovare se non più caro.

Il risultato del commercio sarà poi un prezzo più basso dove si vendeva caro e un prezzo più alto dove si comprava a basso prezzo, tendendo così il commercio a livellare i prezzi dei beni nei vari luoghi con vantaggio di tutti e a beneficiare tutti.

Se i prezzi dei beni hanno oggi quasi lo stesso livello dovunque è perché lo sviluppo del commercio tra economie è tanto e tale che i prezzi sono praticamente livellati, anche perché il costo del trasporto che rappresenta il differenziale irriducibile di prezzo è bassissimo data l’efficienza dei servizi del commercio e dei trasporti che comporta bassi costi.

La condizione che migliora lo sviluppo del commercio e lo rende massimo è lo sviluppo all’interno di uno stesso sistema di garanzie giuridiche certe che diventano garanzia del commercio.

Ciò avviene quando uno stato o un impero racchiude una quantità di territorio elevata come è avvenuto nell’antichità con l’Impero Romano. In questo caso tutto il commercio che prima era commercio estero e soggetto ai condizionamenti, ai rischi e ai pericoli della guerra, ora diventa commercio interno allo stato e all’Impero e perciò diventa stabile, duraturo e perciò più benefico e proficuo.

Con l’Impero Romano si è ottenuta di fatto un’area di libero scambio, producendo offerta abbondante di beni, la divisione del lavoro e della produzione nei territori più produttivi, col risultato di avere la maggiore quantità di beni disponibili e i prezzi più bassi, anche per la concorrenza tra una quantità di produttori maggiore nel mercato più ampio.

Questa situazione che nell’antichità si è verificata principalmente nell’Impero Romano dando un livello di benessere al mondo mai raggiunto prima di allora si trova ora in Europa col mercato comune europeo che anche senza unificare gli stati ha consentito una comune normativa di commercio basata sul libero scambio e comune normativa giuridica, per cui si ottiene una situazione per il commercio uguale a quella dell’Impero Romano, che era di libero scambio essa stessa e di uguale normativa del diritto.

Lo sviluppo oggi dell’area di libero scambio in Europa si riferisce alla stessa area coperta dall’Impero Romano, dato che i confini verso i paesi dell’est europeo di oggi sono praticamente gli stessi dell’Impero Romano.

Con ciò abbiamo delineato brevemente il corso dello sviluppo economico dall’inizio della Storia ad oggi badando ai fatti grossi già detti, mentre d’ora innanzi si baderà oltre che ai fatti grossi anche a quelli minori e a tutti quegli strumenti necessari per capire come questi fatti economici grandi e piccoli si determinano e perché.

Ci sentiamo di usare come definizione dell’Economia e del lavoro dell’Economista quella data da Adamo Smith nella sua opera che risulta la prima del periodo moderno e sufficientemente analitica e sistematica.

Tale opera come anche la definizione dell’economia si intitola: “Ricerca sopra le origini e le cause della ricchezza delle nazioni”. Questo titolo ben rappresenta l’obiettivo e il limite della disciplina che si chiama economia e che in queste nostre pagine sarà sviluppata.

Il libro di Adamo Smith è comunemente inteso come il primo dei trattati moderni, cosa su cui concordiamo, ma non è certamente il primo libro di economia. Gli scritti di economia precedenti sono molti ma la disciplina fino al ‘500 aveva poca possibilità di svilupparsi perchè c'era un contesto anche della religione cristiana contraria all’economia e al benessere umano.

Solo dopo il ‘500 con lo sviluppo della riforma religiosa e la voglia di provvedere un miglioramento del benessere dei cittadini, che era caduto spaventosamente nel Medio Evo dopo la caduta dell’Impero Romano, sono ripresi gli studi e le elaborazioni sia sulla religione, col protestantesimo, sia sull’economia come teoria del benessere che facesse a meno della guerra come teoria dell’arricchimento che non portava vantaggio economico se non a danno di altri.

Lo sviluppo di una teoria del benessere che non facesse capo alla conquista e alla guerra, ma che desse i criteri dello sviluppo delle nazioni in condizioni di pace, era la necessità che avevano le nazioni che erano divenute protestanti e l’Inghilterra che con lo scisma anglicano aveva bisogno di svilupparsi in maniera indipendente dalla situazione del resto dell’Europa, fino là totalmente condizionata negativamente quanto allo sviluppo economico della chiesa cristiana.

La necessità di sviluppare l’economia inglese per sfuggire ai condizionamenti della chiesa cattolica e nel principio di libertà che serviva per tenere lontana la stessa chiesa e difendere la scelta di differente interpretazione religiosa, che comportava diverse conseguenze di benessere perché i protestanti accettavano l’economia come non peccato, ha portato in tutta Europa la riscoperta e lo studio del periodo classico, Romano e Greco, e sull’onda di quel recupero storico, ideologico, e lo studio dei testi, si è avviato quel processo conoscitivo dell’economia e l’applicazione allo sviluppo da cui è sorto lo sviluppo dell’epoca moderna.

Così si può pensare che la modernità sia la prosecuzione dello sviluppo del periodo classico, che si era fermato per il lungo periodo del Medio Evo e per la cattiva influenza della chiesa cristiana sulla iniziativa umana verso il benessere, che i cristiani bollavano ideologicamente col negativo di indicarle come “cose terrene” (mentre la povertà “portava in paradiso”!).

I modi con cui produrre il benessere delle nazioni è quindi l’argomento di studio dell’economia.

Tale corpo finale di nozioni e postulati non è cosa molto facile e omogenea ma, come nella costruzione di un organismo, ogni singolo pezzo svolge una funzione da solo o insieme agli altri pezzi per cui nell’insieme si devono valutare i contributi dei singoli pezzi, e quindi è anche complessa.

Come il cuore, il sangue e le ossa, gli aspetti dell’economia si riferiscono a pezzi e funzioni diverse e con logiche a volta diverse che nell’insieme producono un organismo che potremo con semplicità chiamare “macchina del benessere”, oppure corpo di idee e comportamenti per il maggior benessere e lo sviluppo delle nazioni.

Di questo ci occuperemo più avanti.

In conclusione quindi l’Economia è scienza antica come la storia dell’uomo e già 5000 anni fa ci troviamo di fronte a società economicamente evolute e ricche.

La localizzazione di queste civiltà a forte sviluppo economico più antico in zone calde con fornitura naturale di acqua indica il ruolo che, a un certo punto dello sviluppo che fu agli inizi primordiali di sviluppo industriale (litico, dell’osso e del legno), ebbe l’agricoltura.

L’agricoltura quindi arriva come secondo settore, sviluppato dalla concomitanza delle condizioni naturali favorevoli del caldo e dell’acqua.
Queste basi e passaggi dalla prima industria e poi alla agricoltura e ai metalli portano direttamente all’età moderna che è collocata 5000 anni fa.

La buona conoscenza storica della generazione dell’economia comporta che così la metà della economia è già conosciuta. L’altra metà si ottiene integrando fenomeni e schemi semplici come quello di mercato e badando a non uscire dagli schemi semplici verso cose false o ideologiche. Tutto è però sempre riconducibile a cose semplici.

CAPITOLO I -
Lo sviluppo economico della società degli uomini. Le origini.

I.1 - I Primordi

L’uscita dell’uomo dalla condizione primordiale ha comportato il passaggio dalla natura ferale e quindi dalla vita di randagio e cacciatore a quella di essere stanziale e produttore e manufattore (trasformatore) dei beni necessari alla sua sopravvivenza.

Tale passaggio indica il superamento della fase in cui la natura era presa come vincolo per l’attività umana vivendo della caccia e cibandosi di questa come fa ogni animale ancora oggi e l’avvio verso la fase in cui l’uomo manipola la natura a proprio vantaggio, scoprendo una infinità di piccole modificazioni accessibili via via e più complesse progressivamente, che risultano capaci di dare una quantità di beni crescente e offrendo all’uomo una vita sempre più agevole e agiata.

La prima di queste scoperte è la ricerca di strumenti d’aiuto per la caccia: bastone, pietra, bastone appuntito o altro che hanno offerto valido strumento d’aiuto per la caccia.

Il passo successivo e fondamentale è quello in base al quale l’uomo adatta questi strumenti naturali al proprio fabbisogno prima con lavorazioni grezze quali lo scheggiamento delle pietre con altre pietre per fare mazze adatte alla caccia, punte di freccia o di lancia da mettere in cima ai bastoni appuntiti e poi alle stecche di canna o legno dopo l’invenzione dell’arco per fare le frecce adatte alla caccia di animali che scappano veloci.

Questa prima manipolazione degli strumenti naturalmente disponibili già cambia notevolmente la vita degli uomini rendendo la caccia molto più facile e offrendo con la scheggiatura di particolari pietre quali la selce e l’ossidiana impareggiabili strumenti di lavoro quali pugnali, lame, punte di freccia particolarmente micidiali (quali quelle di ossidiana, pietra nera vetrosa di origine vulcanica che deve la sua caratteristica di vetrosità al raffreddamento veloce della lava e produce schegge di varia forma e taglientissime. Es Fig 1 sotto

Punte di freccia e lamina vetrosa per taglierina - Lama di pseudo coltello e pugnale rudimentale in selce.

 

Questi strumenti sono indicati come relativi al periodo della pietra scheggiata, detto anche paleolitico (cioè antica età della pietra).

Una notevole innovazione avviene quando l’uomo incomincia ad adattare i suoi strumenti oltre la scheggiatura e la lavorazione grossolana.

Siamo all’età della pietra lavorata, lavorata con altre pietre e per sfregamento producendo ora da qualunque tipo di pietra, non più solo ossidiana o selce, mazze ben forgiate in pietra, da innestare su bastoni in legno a incastro o legate con lacci di pelle. Fig 2

 

Da quanto detto sopra deriva che la prima attività umana, e che caratterizza il passaggio dalla condizione ferale a quella umana nel senso che definisce tale passaggio quando si verifica questa condizione di manipolazione e produzione degli strumenti di lavoro e di caccia, è l’attività industriale. Infatti l’industria è definita come quella attività di manipolazione di materie prime disponibili in natura per trasformare in beni nella forma utile a un impiego diretto dell’uomo (in questo periodo, età della pietra, gli archeologi parlano di industria litica).

Quindi l’industria si sviluppa prima dell’agricoltura, e prima dell’agricoltura c’era la raccolta di frutta e di tuberi ma non la coltivazione, in parallelo con la caccia semplice, prima della scoperta di poter lavorare le pietre e i legni.

L’agricoltura si fa risalire al periodo della pietra lavorata che quindi consente una ampia fornitura di strumenti di lavoro in pietra quali punteruoli (aratro) per bucare la terra e seminare, avendo visto che il processo naturale della germinazione era quello e quindi dopo qualche esperimento venne ripetutamente praticato inventando l’agricoltura.

La selezione dei semi ha fatto il resto e così con la semplice coltura del grano o dell’orzo si poteva far fronte ai periodi della carenza di cibo e alla integrazione della dieta precedentemente di sola carne e frutta, ma non continua.

Ovviamente con la scoperta del fuoco avvenuta precedentemente si potevano ormai cuocere i cibi. La cottura è stata prodotta come fenomeno casuale quale l'incendio di un bosco che prendeva un animale e poi, visto che la carne era migliore, la cottura è stata ripetuta. Poi visto ancora che il fuoco su terreni argillosi lasciava sul terreno della terra indurita, che noi chiamiamo terracotta, essi capirono che potevano modellare l'argilla quando era bagnata, quindi lasciarla asciugare e cuocerla facendo strumenti di ogni genere quali pentole, boccali, lucerne, che poi venivano decorati con impressione nell'argilla fresca con stecchini a fare segni di pagliette o addirittura appoggiando alla argilla fresca tessuti di giunco, canne o altro, che lasciavano impressi i segni per decorazione.

 

L’attività di produzione di servizi si sviluppò conseguentemente perché il prodotto agricolo o quello della caccia doveva essere stivato, conservato o trasportato e cucinato.

Così dal tempo primordiale esiste l’attività industriale, quella agricola e quella dei servizi. Tale classificazione noi ancora la usiamo per classificare l’attività umana di produzione di beni e servizi che chiamiamo economia di una nazione.

Lo sviluppo di questi settori economici segue una strada evolutiva graduale e naturale. Primo, il produrre strumenti primordiali di caccia e pesca dà il primo sviluppo dell’industria. Secondo, la vicinanza di acqua in climi caldi suggerisce l’uso razionale dei prodotti agricoli (grani, tuberi, frutti) e quindi lo sviluppo dell’agricoltura e l’economia stanziale. A queste due attività si aggiunge quella dei servizi per conservare, trasportare i prodotti e venderli, che rappresentano i servizi di base privati a cui si aggiungono quelli dei servizi dello Stato, che erano all’inizio quelli della corte del re o capo dell’orda e dell’esercito. Con questo settore dei servizi abbiamo la struttura odierna dell’economia in Industria, Agricoltura e Servizi, che funzionano con un mercato e cioè con produzioni per l’uso proprio o per lo scambio. In fondo a tutto il nostro ragionamento si potrebbe dire che il primo settore sia quello dei servizi (che poi riaffiora e si sviluppa) perché i servizi si rendono anche nelle società degli animali (servizi di cure familiari, difesa, preparazione del cibo, etc.).


I.2 - L’origine del mercato. Il commercio internazionale e la divisione del lavoro.

L’origine del mercato è così pure immediata perchè la produzione agricola e la pastorizia hanno portato subito che il contadino poteva avere eccedenze agricole ed il pastore non poteva mangiarsi tutte le pecore mentre aveva bisogno del grano ed altri prodotti agricoli per integrare la dieta.

Dato che la divisione del lavoro tra chi coltivava principalmente e chi allevava principalmente era molto proficua perché consentiva un maggior prodotto per ciascuno, dovuto alle cure e alla specializzazione della capacità di seguire la produzione a buon fine, ben presto si smise di produrre ciascuno ciò che gli occorreva di ogni bene e si passò alla produzione divisa per categorie che consentivano una buona specializzazione e un prodotto molto più elevato (ciò si chiama divisione del lavoro; se abbiamo dei dubbi pensiamo a cosa costerebbe farci le scarpe da soli o fondere il ferro per fare un cacciavite ad es.).

Questa produzione specializzata e in eccesso dei propri fabbisogni, insieme alle eccedenze casuali di produzione, se esisteva una certa convivenza pacifica tra le popolazioni confinanti, ma anche in periodi di guerra, veniva portata ad un luogo comune dove con l’occasione di una gran festa (oggi fiere paesane) ognuno cercava di smerciare il bene di cui aveva eccedenza, prendendo beni per lui più utili che erano prodotti in eccesso da altri.

In particolare chi allevava bestiame, quando questo raggiungeva un certo sviluppo, era costretto a disfarsene altrimenti risultava impossibile continuare ad allevarlo per il gran consumo di erba che richiedeva il mantenerlo.

Per dare sbocco a queste eccedenze dell’allevamento vennero costituite in epoca antichissima luoghi di ritrovo annuale, con richiamo alle divinità della fertilità e della riproduzione e con feste di vari giorni, in cui avvenivano questi scambi di animali allevati nell’anno passato e di cui disfarsi a vantaggio dei contadini che per esempio avevano bisogno di questi animali per il lavoro dei campi, cavalli, buoi e asini, oppure capre e pecore da latte per uso personale o familiare, o animali per la carne.

In queste occasioni si svolgeva una gran quantità di affari, quali contratti di ogni genere, per pascoli, alleanze politiche, e discussioni sulla gestione degli affari più estesi oltre la tribù, e quindi i rapporti organizzativi tra tribù e affari nazionali in piccolo.

Per i prodotti industriali, altamente utili e di elevatissimo valore, è sorta subito la convenienza di commercio internazionale (che poteva pagare l’alto costo dei viaggi marittimi internazionali). Questo commercio ha riguardato l’ambra, l’oro, l’argento, il bronzo, poi le ceramiche votive ed altro, e dava guadagni fino a 30 volte il suo costo.

In sintesi nelle migrazioni dei primordi si faceva commercio primordiale tramite doni che i primi uomini si facevano per rendere meno pericolose le migrazioni e raccogliendo e scambiando via via i “doni” più desiderati. Tale fu l’ambra in antico (molto antico), poi la dotazione di ossidiana e sale, che accompagnavano l’orda selvaggia come dotazione del gruppo e così, mediante l’opportunità dei doni per rendere la migrazione meno pericolosa, incominciarono i primi scambi internazionali, nel senso di scambi tra orde migranti.

Si consolidò lo scambio in Europa tra l’ambra portata dalle popolazioni del Nord col sale e l’ossidiana portati dalle popolazioni provenienti dal Sud.

Questa base di scambio di doni atti a salvare l’orda dalle stragi inutili e pericolose dava origine alla raccolta di beni di alta utilità quali l’ambra, l’ossidiana, la selce e il sale che venivano trasportati con l’orda, e poi con vere e proprie spedizioni mercantili per mare già in età neolitica.

Il commercio internazionale arcaico comporta la primissima divisione del lavoro che poi prosegue nel neolitico col commercio di prodotti industriali e agricoli. Chi ha dei dubbi sulla importanza della divisione del lavoro che potenzia l’economia pensi di fabbricarsi le scarpe da solo, una lavatrice o un’automobile o un aereo!

(Gli archeologi parlano bene e appropriatamente di industria litica per il periodo primordiale e di commercio internazionale in epoca neolitica).

I.3 - L’origine della moneta.

L’origine della moneta è interessantissima e graduale.

Nei mercati ognuno portava i beni da lui detenuti in eccesso e cercava un bene che gli fosse più utile da trarre in cambio. Ciò alla fine risultava quasi sempre possibile perché la fiera durava alcuni giorni e quindi c’era la possibilità di vedere e rivedere finchè le persone si accordavano a scambiare un bene contro altri in un rapporto per esempio di un cavallo per dieci pecore, o di 15 quintali di grano, che poteva essere un prezzo ritenuto adeguato e soddisfacente da tutti.

Così si incominciarono ad avere i primi valori delle merci, che erano nient’altro che le quantità di un bene che servivano per comprare un altro bene. Come abbiamo visto prima ad esempio 10 pecore per un cavallo che quindi era il valore del cavallo se scambiato con le pecore e 15 quintali di grano per un cavallo che era il valore del cavallo in termini di grano che era necessario per acquistarlo.
Così il valore era la quantità di un bene che era necessaria per acquistare una unità di un altro bene. (si dice prezzo se riferito alla moneta, si dice valore se riferito ad altra merce).

Ben presto si vide che cercare il bene esatto che serviva in cambio delle nostre eccedenze era un lavoro anche difficile; così, salvo qualcuno che trovava esattamente la cosa di cui aveva bisogno, gli altri cercavano qualche bene che comunque andasse bene o qualche bene che avrebbero più facilmente collocato ad altri anche in un momento successivo.
Ciò per evitare di rimanere con le eccedenze che richiedevano costi di custodia (grano) o di allevamento (pecore) o potevano deperire (frutta e vino).

A questo punto si andava al mercato con la premura di disfarsi delle eccedenze e, se non si trovava esattamente ciò che poteva essere utile che era però più raro, si accettava un bene che risultasse poi più facilmente conservabile (pecore ad esempio, o grano).
Ecco quindi che la moneta era stata inventata con quel bene più conservabile e che tutti accettavano in cambio per una maggiore utilità intrinseca (moneta merce).

Si aveva così presto che una merce fungeva da mezzo di scambio, cioè si scambiava agevolmente con tutti gli altri beni per la grande utilità e la non deperibilità dello stesso che garantiva che chiunque avrebbe poi gradito e preso questo bene in pagamento di ogni altro bene.

Questi beni, pecore e grano, sono state le prime monete usate, tanto che nella volgata ancora il denaro si chiama grano e la parola latina di moneta (pecunia) viene da pecus che vuol dire pecora, indicando che i Romani erano all’origine degli allevatori e pastori. Questo fatto portava una apparente contraddizione perché implicava che era più conveniente fare due scambi, uno della nostra eccedenza verso il bene usato come moneta e un altro tra questa merce-moneta e la successiva merce che ci serviva espressamente, piuttosto che uno perché questo uno era molto più difficile che la somma dei due.

Ad esempio si può portare il fatto che il primo scambio si poteva fare in una fiera e il secondo in un’altra, oppure uno scambio in un periodo e il secondo in un periodo successivo.
In entrambi i casi lo scambio unico sarebbe stato impossibile quindi due scambi erano vantaggiosi.

Questo girare per fiere, poi, ha portato a professionisti del commercio che disponendo di eccedenze facevano una continua trasformazione delle eccedenze in moneta e di questa in nuovi acquisti per cogliere vantaggi derivanti dalle differenze di prezzo tra una fiera e l’altra o tra la fiera di un periodo e quella successiva. Questo ultimo esempio del commerciante che acquista e vende alle fiere successive è esattamente ciò che succede alla Borsa Valori, dove chi dispone di una eccedenza di moneta compra titoli per venderli alla “fiera” successiva, cioè quando vuole perchè la fiera, cioè il mercato della Borsa, è aperta tutti i giorni.

La moneta poi da queste forme iniziali si evolve verso i metalli, che avevano tutte le caratteristiche della merce moneta quali la forte utilità e la non deperibilità, a cui aggiungevano la maggiore concentrazione di valore in una piccola quantità di metallo e l’utilità per una quantità ancora maggiore di persone.

Con la scoperta dei metalli quindi vennero usati questi quale merce-moneta delle transazioni, senza che il baratto tra singoli beni fosse escluso quando uno trovava esattamente quello che cercava.

I metalli servivano a tutti, perché rifusi fornivano punte di frecce, in rame o in bronzo, e tutti quegli utensili estremamente necessari che prima si facevano a fatica lavorando personalmente la pietra ed erano ora in metallo di forgia e di utilità molto maggiore perché più precisi.

Con poco metallo si facevano coltelli, pugnali, raschiatoi, ciotole, poi con più metallo asce e mazze, le fibbie, le spille, tutte cose di moltissima utilità di metallo che si possono vedere abbondanti nei musei archeologici di tutta l’Italia e d'Europa.

Dal metallo in genere si passa poi al metallo coniato, cioè segnato normalmente con figura dell’imperatore o del re o di altro segno di buon auspicio quale la spiga, la nave, il fabbro, la Minerva, il cavallo o altro, in cui il valore indicato dalla moneta era spesso maggiore di quello del metallo contenuto, evitando così di usare una quantità più grande di metalli per le transazioni e aumentando la concentrazione del valore di quel metallo coniato (Questa era l’utilità del conio).

A questo punto sorge la possibilità del conio falso perché è molto conveniente coniare i metalli, ma la repressione in epoca antica era molto pesante, e il costo del conio pure, per cui questo non risultava un problema rilevante.

La coniazione di metalli in moneta può risalire a circa 3.000 anni fa.

Ci sono monete Fenicie e Puniche e Romano Repubblicane in tutti i Musei.

Con questo stratagemma del conio e con l’uso di metalli preziosi quale l’oro e l’argento la mole del metallo da avere in cambio dei beni era sempre più ridotta e lo scambio in moneta-metallo sempre più gradito. L’oro in particolare era ambitissimo per il segno di molto valore che aveva, per la decorazione di cui si faceva uso e per il segno di potere e indirettamente segno solare che rappresentava.
L’oro quindi prese a diventare la moneta essenziale per gli scambi di rilevante valore e in particolare per pagamenti di merci o tributi tra stati, e con le genti straniere si scambiava solo contro metalli preziosi (Fenici).

La moneta aurea risultava quindi la moneta dei pagamenti internazionali e ciò dall’antichità fino ad oggi perché ci sono ancora oggi regolazioni internazionali in oro e sicuramente fino al 1971, anno in cui fu decretata la inconvertibilità del Dollaro americano che fino a quel punto era convertibile in oro al prezzo di 35$ per oncia troy di oro fino (di 31gr. circa) e poteva quindi circolare come moneta dei pagamenti internazionali.

I. 3.1 - Il baratto

Il baratto è una forma di mercato zoppo, in cui non ci sono prodotti validi per tutti con funzione di moneta, e si scambiano con difficoltà beni contro beni. Questo commercio è più difficile e riaffiora quando l’economia è particolarmente povera o distrutta (nel tempo di guerra ad esempio).

Il baratto in realtà non è un vero e proprio mercato, perché se c’è il mercato subito c’è la merce moneta e lo sviluppo, ma è una condizione riduttiva degli scambi senza moneta. Una razionalizzazione intermedia del baratto è il viandante che baratta un suo prodotto artigianale (in legno ad es.) contro grano o volatili o altro.

L’origine della moneta è semplicissima perché già l’ambra, l’ossidiana, la selce e il sale erano moneta in quanto servivano per lo scambio con altre merci. Ed erano moneta per l’uno e merce per l’altro. Al Sud in Europa si raccoglieva ossidiana e sale che erano così moneta per comprare l’ambra e viceversa. Oppure al Sud si raccoglieva l’ossidiana per “comprare” il sale e quindi quei beni erano già moneta.

Con lo sviluppo degli scambi la funzione di moneta si estese ai prodotti agricoli e dell’allevamento; il grano, la pecora divennero moneta, come ancora si dice: il grano, la grana o pecunia, dal latino pecus, pecora. Quando per pagare il lavoro si usava il sale si dava il nome di salario. C’era già il mercato del lavoro allora e l’uomo poteva già dedicarsi per intero al lavoro organizzato dagli altri (imprenditori) che ne decidevano il contenuto per l’utilità e la moneta che ne volevano ricavare. (Questo sempre da 5000 anni fa)

Dopo, moneta furono i metalli, rame, bronzo, poi argento e oro. Oggi solo l’oro tiene parzialmente la funzione monetaria nelle Riserve Ufficiali delle Banche Centrali e non circola più neanche a livello internazionale come moneta. La moneta oggi è solo cartacea o contabile (chiamata impropriamente moneta virtuale) e il metallo rimane solo per gli spiccioli (moneta divisionaria).

I.4 - Il tempo odierno.

Il tempo odierno si configura esattamente come lo abbiamo descritto fino qui con settori produttivi: agricoltura, industria e servizi, e tra i servizi figurano quelli resi dalla Pubblica Amministrazione come da sempre avviene.

Esiste una moneta che è intermediaria degli scambi, riserva di valore e strumento di conservazione del valore nel tempo e nello spazio, che non è necessariamente moneta metallica sia pure coniata, né oro, ed è ormai comunemente moneta carta o carta moneta o moneta-segno che tiene tutte le caratteristiche della moneta metallica dato che la legge consente di assolvere le obbligazioni di debito con pagamenti in questa moneta che non è più convertibile in oro, anche se i biglietti di banca (della Banca d’Italia) qui da noi portano ancora la dicitura “Pagabili a vista al portatore” (nelle mille lire, dicitura che sta scritta sul biglietto da quando il biglietto era convertibile in metallo pregiato a vista al portatore del biglietto).

La carta moneta inconvertibile trae la sua forza dall’obbligo di legge di accettarlo in pagamento perché comunque il nostro debitore assolve al suo debito se paga con i biglietti e si basa quindi sulla stabilità dello Stato e del suo ordinamento giuridico.

La carta moneta ha il vantaggio del più basso costo che bisogna affrontare per disporre di una data quantità di moneta (Per produrla cioè, dato che è un pezzo di carta).

Non c’è più necessità di scavare le miniere, e il basso costo della produzione della carta-moneta impone allo Stato misure contro i falsari e le contraffazioni, questa volta sì rilevanti.

Finita l’evoluzione della moneta, vediamo che 15 o 30 o 50 biglietti di banca da 100.000 lire, oggi costituente uno stipendio del lavoro mensile, stanno comodamente in tasca mentre ai tempi del baratto occorreva avere un locale per deporre il grano o custodire le pecore o l’olio.

Oltre alla carta moneta è in vigore oggi l’uso di avere e disporre di moneta (risparmio), però depositata presso le banche, tramite ordini di trasferimento che la Banca accetta di eseguire e che si chiamano assegni.
Gli assegni sono ordini di trasferire moneta propria a vantaggio di altra persona, che se sono entrambi clienti di una stessa banca tale moneta non si muove neanche praticamente.
Anche se gli assegni muovono moneta tra clienti di banche diverse non c’è in realtà movimento materiale di biglietti perché anche tra banche esistono rapporti di conto corrente che consentono di accreditare il destinatario dell’assegno addebitando la banca su cui l’assegno (ordine di pagamento) è stato tratto.

Il tempo odierno è la sola somma di questi elementi indicati dai primordi, e tempo moderno senza grandi novità è da 5000 anni fa.

La novità vera è che in questo periodo varie volte si è tornati indietro ad una organizzazione quasi primordiale e di povertà.

Il periodo particolare è il Medio Evo dopo la caduta dell’Impero Romano, quando agli spiriti vitali si sono sostituiti gli spiriti della debolezza e della povertà del cristianesimo.

Con la Riforma Protestante riprende lo spirito vitale dell’iniziativa economica con i frutti di libertà e benessere che hanno cancellato i secoli di schiavitù e di povertà con l’economia gestita dalla chiesa in Europa. La povertà del Medio Evo è quindi dovuta alla sostituzione degli spiriti vitali e liberi con la schiavitù.

Con ciò si vede il ruolo che la libertà ha nello sviluppo economico, come libertà di cercare merci utili, commerciare e guadagnare dal commercio comprando dove costa poco perché le merci sono abbondanti e vendendo dove le merci sono scarse. All’inizio del commercio c’è sempre un luogo dove le merci sono care e dove le merci sono a basso prezzo.
Commerciando poi tutto, queste differenze di prezzo tendono a scomparire. Ciò è frutto del commercio che prende le merci dove sono abbondanti e le toglie alzandone il prezzo per venderle dove mancano abbassandone il prezzo. Così i prezzi si livellano e tutti guadagnano di più: venditori, commercianti e acquirenti.

Capitolo II
La teoria economica. Le ipotesi di funzionamento

Normalmente i libri di economia partono in modo astratto e dando concetti astratti quali l’utilità, i prezzi, la moneta che ora noi possiamo già capire e quindi riprendiamo il modo in cui comunemente viene spiegata l’economia politica nei libri scolastici e universitari, non perché non sia bene seguire un’altra impostazione, ma perché è bene che questa nuova impostazione emerga in confronto di quella vecchia e comunemente usata in modo che vada bene per chi ha già studiato, crediamo con difficoltà e poco risultato di comprensione, sui testi comuni di insegnamento e perciò può fare i confronti, e per chi non li ha studiati mai e così sa anche come sono fatti questi libri e ne può preventivamente conoscere i difetti in modo che non si perde tanto tempo con cose che non portano nessun costrutto e nessun senso di comprensione e perciò sono di molto dubbia utilità.

Molte di queste cose di dubbia utilità sono presenti nei corsi normali di economia e quindi è bene sapere come questi testi sono formati e sarà sempre data l’interpretazione in modo da capire quando una cosa è utile e quando non è per niente utile.
Lo schema utile per studiare l’economia è quello funzionale fisiologico. Ogni pezzo della teoria spiega una funzione, un aspetto, dell’economia e va visto separato e poi insieme alle altre parti. Non dove destare meraviglia che per ogni aspetto della teoria si portino argomenti di natura diversa come ad es. la scelta delle macchine con questioni meccaniche e di efficienza tecnica per le aziende, contro la scelta del consumo individuale che ha motivazioni di utilità e psicologiche, sempre però legate tutte alla convenienza e quindi alla economicità e quindi all’obiettivo di maggiore produzione. Altra differenza importante di impostazione è quella tra la teoria detta classica che fa dipendere le scelte dai prezzi del mercato e quella cosiddetta keynesiana che fa dipendere le scelte dai flussi: redditi percepiti ad esempio e consumati o altro.

II.1 - Le utilità

Questo concetto dell’utilità del bene economico è posto alla base di tutta la costruzione economica tradizionale. Questo però va inteso nel senso banale che l’uomo fa uno sforzo di procurarsi una cosa o un bene che gli serve perché ne ha bisogno, fisiologico, basilare o voluttuario che sia. Quindi i bisogni e il fatto che i beni sono utili per soddisfare i bisogni, cioè hanno una utilità, vanno intesi in senso banale come necessari all’uomo e non disponibili in quantità illimitata (cioè sono scarsi: l’aria infatti pur essendo utile è disponibile in quantità illimitata e non costa niente, né si deve produrre, né si commercia).

Consegue così che l’uomo deve provvedersi delle cose necessarie che non sono disponibili in quantità sufficiente in natura.

Gli animali hanno un rapporto con la natura per cui quando hanno esaurito le disponibilità della natura, questa, la natura, impedisce il loro sviluppo. Gli animali hanno la loro vita dipendente dalla natura, per esempio con la disponibilità di erba e territorio. Esaurito questo, lo sviluppo dell’animale viene bloccato per cui l’animale non sviluppa una sua autonoma produzione di beni, ma la sua vita è regolata dalla natura e dalla disponibilità illimitata o limitata del suo sostentamento.

L’uomo, avendo imparato ad allargare i vincoli naturali alle risorse che sono di natura parzialmente disponibili, diventa creatore del suo sviluppo e riesce a spostare il confine dei limiti naturali. L'uomo è quindi un animale che queste scelte ha fatto.

Questo però seguendo procedure precise e modi di calcolo che tengano presente il comportamento umano che deve in finale servire ad allargare i margini naturali.

Una delle conclusioni di questo procedere è che l’uomo non deve mai produrre un bene ad un costo che sia maggiore del prezzo a cui questo bene può essere venduto. Se si viola questo principio si riducono le risorse complessive perché si consuma una quantità di valore per produrre un bene maggiore del valore del bene stesso. Ciò porterebbe alla riduzione delle merci prodotte in complessivo, valutate queste a prezzi che si riscontrano in un mercato organizzato per lo scambio.

Quindi abbiamo detto che le utilità dei beni scarsi sono uno degli elementi che bisogna tenere presente quando si decide di acquistare questi beni.

Evidente che la produzione per il proprio consumo verrà effettuata per quei beni altamente utili in rapporto al costo, sia di fatica e quindi di disutilità, sia in rapporto al costo di altri beni impiegati per produrlo.

Ad esempio le schegge di ossidiana venivano impiegate per fare punte di freccia la cui utilità era legata alla possibilità di cacciare animali (e quindi era alta) e non venivano impiegate per fare collanine di decorazione dei bambini perché l’utilità di queste decorazioni era allora molto bassa mentre il costo di questa ossidiana era alto perché la pietra si trovava solo in determinati luoghi e per di più lontani, dato che si trovava solo presso alcuni vulcani del Mediterraneo: Sardegna, Eolie.

Il rapporto qui illustrato fra utilità e costo può essere rappresentato graficamente nel seguente modo, assumendo che l’utilità di un bene è misurata dal prezzo a cui saremmo disposti a comprarlo

Grafico 1

Questo grafico, noto come curva di domanda e offerta o grafico del mercato, indica con la curva di domanda il prezzo massimo a cui ciascuno comprerebbe il bene, dal più alto (perché ha più utilità) al più basso (perchè ha meno utilità). Con la curva di offerta si indica invece il costo via via più alto di chi produce il bene meno efficientemente, e partendo da chi lo produce più efficientemente a costi più bassi. Questo grafico non è una astrazione ma rappresenta la situazione che ognuno di noi ha o cerca di avere quando vuole fare un acquisto: si fa un giro per negozi e vede a quale prezzo un dato capo si trova magari tramite sconti etc. etc.. Questa sequenza di prezzi offerti per un bene simile indica in concorrenza la differenza dei costi e quindi è una curva dei costi.

Viceversa il vu-cumprà o il venditore cerca di costruire la curva di domanda, e così fa quando dice “quando vuole pagare?”, con ciò cercando di costruire la curva di domanda dei suoi clienti potenziali a cui lui si propone con il suo costo di produzione dato, e cercando di vendere il suo bene a chi lo valuta di più chiedendogli un prezzo più alto.

I principi di “non danno” per cui i costi devono essere più bassi dei prezzi sono essenziali perché producendo per aumentare i beni è importante che seguendo procedure complesse e molte operazioni non si perda di vista che lo sforzo deve essere fatto in direzione di aumentare i beni disponibili e non di ridurli, altrimenti si produce in perdita.

In termini spicci il discorso è molto semplice e un bene sarà prodotto se sarà conveniente produrlo: per il produttore se il prezzo di vendita è maggiore del costo monetario necessario per produrlo.

Se ci troviamo a dover decidere come consumatori, compreremo un bene se è più utile dei soldi che costa il bene, cioè se il prezzo a cui lo compreremmo è maggiore del prezzo effettivo.

Dopo questa spiegazione passiamo alla definizione dei prezzi.

Dopo l’analisi storica che fa vedere l’origine dei settori produttivi: industria, agricoltura e servizi, abbiamo visto in quale maniera si può misurare l’utilità, o il grado di necessità di un bene vedendo come l'utilità di quei beni per vivere, o per commerciarli, sia la base di tutta l’attività economica.

Presi i beni necessari per vivere non disponibili illimitatamente si fa un calcolo del costo di produrli rispetto alla loro utilità espressa dal prezzo massimo a cui ciascuno e disposto a pagarlo.

Verranno prodotti i beni più utili perché tanto più saranno acquistati a prezzi più alti.

I prezzi a cui saranno venduti faranno si che i costi non li possano superare, anzi ci sarà lo spinta poi ad abbassare i costi di produzione di tutti i beni e sempre per aumentare il guadagno di chi li produce e li vende, come avviene per i dati storici dei costi che sono sempre più bassi nel tempo.
Questi beni saranno poi venduti a prezzi storici via via più bassi per l’effetto della concorrenza tra i produttori tesa ad accaparrarsi le vendite e i clienti.

Nel lungo periodo quindi il vantaggio della riduzione dei costi si trasferisce a vantaggio dei consumatori con la riduzione dei prezzi (vedi l’elettronica oggi e molti prodotti agricoli per il Mercato Comune Europeo e mondiale che fanno grande concorrenza). Pertanto lo schema delle utilità, dei prezzi e dei costi fa vedere che a prezzi di scambio o di mercato il vantaggio del mercato c’è per tutti: venditori e compratori. Prezzi più bassi del prezzo utile o massimo per i compratori e costi più bassi dei prezzi con guadagno per i venditori.

Tutti i beni che sono a sinistra del punto d’incrocio delle curve di domanda e di offerta saranno venduti e comprati perché è conveniente venderli e comprarli. I beni a destra di quel punto non saranno venduti e salvo gli errori non si presenteranno più nel mercato i venditori con costi più alti dei prezzi.

I prezzi effettivi che si formeranno nel mercato saranno indicati dall’altezza P del punto di incrocio delle due curve di domanda e offerta e questi prezzi coprono bene i costi dei produttori che venderanno i beni nel mercato (indicati col segmento o – x) e saranno vantaggiosi per i compratori dello stesso segmento di beni o quantità o – x perché inferiori al livello dei prezzi massimi a cui loro li avrebbero comprati, che sono indicati dalla altezza della curva di domanda.

Se qualcuno si chiede come mai quelle curve stanno in quella posizione, possiamo dare la spiegazione ovvia.

1) Se la curva dei costi sta sopra la curva di domanda allora o il bene è troppo caro e non si produce o è poco utile e non si domanda.

2) Rimane quindi solo la posizione economicamente utile che è fatta di curve di costi che sono più basse delle curve di utilità. Di queste tratta l’economia e queste sono le merci che si comprano e si vendono.

3) Esempi del primo caso sono i viaggi turistici sulla luna (troppo cari) o tutti i beni sostituiti da altri beni tecnologicamente più efficienti (che sono quindi poco utili) e che non si usano più (carrozze, cavalli da trasporto etc) per l’oggi, e tanto tempo fa erano molti i beni che erano quasi tutti troppo cari e di conseguenza la loro utilità era insufficiente a motivare l’acquisto per la difficoltà dell’industria di darli a prezzi più bassi.

 

II.2 - I prezzi

I prezzi sono intuitivamente compresi come la quantità di moneta che è necessaria per acquistare un dato bene. Questo è il prezzo del bene.

Per intendere più profondamente cos’è il prezzo del bene bisogna ritornare al baratto in cui il prezzo era formato in quantità (numero di unità) di un bene che serviva per comprarne un altro: es. 20 pecore per un cavallo.

In questo caso le pecore erano la moneta.

Se poi si va alla moneta metallica si hanno 20 pesos o 20 dracme o 20 dinari che sempre identificano il peso del metallo, fino a che oggi del peso del metallo rimane solo la menzione della quantità e così se un maglione costa 100.000 lire o 100 Euro, vuol dire che ci vogliono centomila lire di metallo per acquistare un maglione, indicando pure che il metallo (in questo caso oro) contenuto nell’unità di moneta lira è molto poco (che comunque è conoscibile e dato dalla Banca d’Italia).

Se noi usiamo, per cercare la sostanza del significato del prezzo, la relazione che c’è nella forma più elementare di scambio, qual’ è il baratto, e che consiste in:

pa qa = pb qb

 

dove c’è uno scambio di tot qa con tot qb (quantità del bene A contro le quantità del bene B ai vari prezzi pa e pb) abbiamo che

pa qb

----- = -----

pb qa

per cui posto il prezzo pa in termini del prezzo dell’unità monetaria posto uguale a 1 (pb = 1), abbiamo

pa qb

----- = -----

1 qa

cioè il prezzo del bene A in moneta è uguale alla quantità del bene B (cioè di moneta) che si da in contropartita di una (ogni) unità del bene A. (Con ciò si esprime la cosa tecnicamente)

I prezzi sono ovviamente soggetti a variare volta volta nello scambio a sfavore di chi ha più bisogno dello scambio, cioè maggiore domanda o minore offerta.

Dopo un po’ che gli scambi sono usuali e sistematici come nella realtà attuale i prezzi non oscillano più ma semmai si muovono sempre più verso il basso come tendenza di fondo, secolare, con oscillazioni stagionali e casuali, e possono salire solo quando la tendenza storica di fondo verso il basso viene manipolata in qualche modo.

La forza che muove i prezzi verso il basso è la concorrenza e la risalita dei prezzi deriva dalle forme diverse dalla concorrenza che alterano il mercato.

Tali forme di mercato diverse dalla concorrenza sono: il monopolio, il cartello o trust (cioè l’accordo di alcune principali imprese di un dato mercato per fare una politica dei prezzi comune e quindi di fatto fare un monopolio nell’insieme), e altre forme intermedie e miste che vengono confusamente chiamate oligopoli e che verranno adeguatamente trattate nel testo.

Tra gli esempi di forte influenza della concorrenza sui prezzi a scendere c’è oggi il settore mondiale dell’elettronica e dell’agricoltura.

Come esempio storico recente di cartello o di monopolio indichiamo il cartello petrolifero che dal 1972-73 al 1986 ha fatto alzare il prezzo del petrolio e di tutti i beni che lo incorporavano nella produzione. Tali beni erano poi tutti quanti i beni, dato che tutti i beni sono prodotti consumando energia (elettrica ad esempio) e quindi il movimento in salita riguardava tutti i prezzi dei beni, anche se in maniera diversa, e la misura media di variazione di tutti i prezzi viene chiamata inflazione.

Se abbiamo una economia come quella che abbiamo appena descritto con l’inflazione su tutti i prezzi, quei settori che operano in concorrenza avranno prezzi più bassi in genere, ma siccome c’è l’inflazione, essi avranno una inflazione minore, come differenza tra l’inflazione generale e il minore livello dei prezzi che questo settore avrebbe per via della concorrenza.

Un settore che in Italia non è stato in concorrenza è il settore delle banche che davano credito ad un tasso (che è il prezzo del credito) che è stato dell’ordine del doppio dei tassi del mercato internazionale, che erano di concorrenza.

La presenza di monopoli incide negativamente sull’economia di mercato ed è vietata dalla legislazione della CEE assunta dagli stati nazionali a legge nazionale.

Ciononostante in Italia il settore bancario è stato in monopolio forse anche perché l’autorità contro il monopolio delle banche (l’antitrust insomma) è la Banca d’Italia, che sempre banca è.

II. 2.1 I valori

Se i rapporti di scambio non sono riferiti alla moneta ma ad altre merci (ad esempio un bene vale venti pecore o altro) si chiamano valori. I valori espressi in moneta sono quindi i prezzi.

I prezzi misurano il valore di un bene in termini di un altro chiamato moneta.

Così 100.000 lire per un pantalone indicano che ci vogliono 100.000 piccolissime quantità di oro per comprare un pantalone. Ciò come riferimento all’origine della lira. Oggi che la lira non è convertibile in oro si può sempre dire che la lira è 1/18.000 di grammo d’oro, dato che l’oro costa 18.000 lire a grammo.

II.3 - I costi

L’andamento della curva dei costi è caratterizzata dall’andamento ad U.

Questo andamento della curva indica che i costi unitari sono prima alti poi più bassi al crescere della produzione e poi più alti. Ciò perché sono più bassi in corrispondenza della quantità di produzione per cui quegli impianti sono predisposti. E’ evidente quindi che se una fabbrica è tarata per tot di produzione, in corrispondenza di quella quantità di produzione i costi saranno più bassi, e prima e dopo più alti.

E’ uso indicare la curva dei costi unitari, marginali o medi, nella sola parte crescente perché in questo tratto crescente c’è l’incontro con la curva dei prezzi e così è questa la parte rilevante.


II. 4 Lo schema generale di domanda e offerta.

Questo schema generale di domanda e offerta rappresenta la situazione del mercato.

La curva di domanda è decrescente:

1) perché le persone che domandano il bene sono ordinate secondo il prezzo massimo a cui sono disposte a comprare e quindi la curva è decrescente, da chi è disposto a pagare un alto prezzo verso quelli che pagherebbero un prezzo via via inferiore.

2) Se invece la curva di domanda è di domanda individuale, la curva è decrescente perché dopo che un individuo ha comprato un bene è parzialmente soddisfatto e la successiva quantità dello stesso bene gli è meno utile e così sarà disposto a pagarla di meno.

La curva dei costi è crescente (nel ramo ascendente) perché:

1) nel mercato ci sono i produttori ordinati secondo i loro costi e questi saranno ordinati dai costi più bassi a quelli più alti, ottenendo una curva crescente.

2) Se il produttore di cui si analizza la curva dei costi è unico, la curva sarà crescente perché oltre il punto corrispondente all’ottimo uso degli impianti, per quantità prodotta, ci sarà una crescita progressiva dei costi per l’impossibilità degli impianti dati a produrre quantità maggiori di quelle per cui è costruito per inefficienza oltre quel limite.

Questa inefficienza oltre la quantità di produzione tecnicamente predisposta dalle macchine si immagina progressivamente crescente e così la curva dei costi unitari, marginali e medi, è crescente.

Lo schema generale di domanda e offerta individua sempre una zona (di produzione o – x) dove i prezzi a cui si vendono i beni sono maggiori dei costi a cui si producono questi beni. Ciò deriva dal fatto che tutti i beni che non hanno questa caratteristica, ma hanno quella opposta di avere prezzi di vendita più bassi dei costi, non hanno interesse economico e questi prezzi non si formano se non per gli errori nei mercati. In questo senso (nel senso di beni prodotti erroneamente a costi più alti dei prezzi di vendita) si possono eccezionalmente trovare nel mercato, ma a prezzi più bassi dei costi (per smaltimento).

La decrescenza della curva di domanda è caratteristica naturale e la curva dei costi crescente è pure caratteristica naturale di offerta.

L’area sotto la curva di domanda fino al livello del Prezzo P di equilibrio è l’area che rappresenta il vantaggio dei consumatori, che pagano i beni meno di quello che essi sarebbero disposti a pagare, ed è quindi una spesa risparmiata, detta anche rendita del consumatore.

L’area sotto il livello dei prezzi P e fino alla curva dei costi indica il profitto del produttore, cioè la differenza tra prezzi e costo per ogni unità prodotta ed è quindi il premio del fare bene la produzione (cioè a costi più bassi dei prezzi).

Con ciò si indicano le convenienze per tutti, le quantità prodotte e i prezzi, e la ragione del funzionamento del mercato. Fuori dal mercato c’è solo l’autoproduzione e l’economia primitiva che porta la povertà per la mancata divisione del lavoro.

Questo schema è identico per tutti i mercati di qualunque bene, come è uguale per il mercato del lavoro (domanda e offerta di lavoro), per il mercato dei capitali (domanda e offerta di credito o di titoli) e per il mercato della moneta (domanda e offerta di moneta tra banca Centrale e Banche)

Grafico 2

Area tratteggiata = Rendita o vantaggio del consumatore.

Area ombrata = Profitto dell’impresa o dell’insieme dei produttori.

o – x = Quantità prodotta con profitto dal mercato.

P = Prezzo capace di dare tutte le convenienze a consumatori, ai produttori, e produrre una quantità x di prodotto.

II.5 - La influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi secolari. (Mai presentata nei libri di testo)

L’influenza della concorrenza sui costi e sui prezzi porta a prezzi e costi storici che nel lungo periodo sono decrescenti e il modo di funzionare di questo meccanismo è semplicissimo.

Se, come è sempre evidente, abbiamo che una impresa ha costi medi più alti e una impresa ha costi medi più bassi, possiamo descrivere la situazione di tante imprese che producono lo stesso prodotto col seguente grafico.

Grafico 3

Le imprese che hanno il costo medio più alto del prezzo scompariranno e il prezzo regolato sui costi medi scenderà perché le imprese restanti hanno costi medi più bassi.

Ciò metterà in moto un’altra riduzione dei costi perché al nuovo prezzo i profitti (differenza tra prezzi e costi medi moltiplicato per la quantità prodotta) sono diminuiti e l’unico modo per ricostituire i profitti desiderati, o quelli che si avevano prima, è quello di riabbassare i costi.

Evidentemente questa nuova caduta dei costi porterà nuovi abbassamenti di prezzi, e così via continuamente.

Con ciò abbiamo dimostrato che la concorrenza porta un abbassamento dei costi e dei prezzi continuamente nel tempo. E’ evidente che poi un abbassamento dei prezzi è già condizione sufficiente per altri abbassamenti di costi perché molti costi (es. materie prime) sono di beni con prezzi che possono scendere.

La tendenza secolare dei prezzi è quindi quella di scendere, o al massimo quella di restare stabili nei periodi in cui non opera molto l’innovazione tecnologica frutto della concorrenza.

La misura della variazione dei prezzi lo dimostra. Ad esempio prendendo la variazione dei prezzi nel secolo scorso in Italia si ha che i prezzi sono stati stabili per tutto il secolo (‘800).

La presenza di inflazione può alterare questa tendenza di lungo periodo nel senso di opporre ad una tendenza al ribasso dei prezzi una opposta tendenza al rialzo.

Questa tendenza che origina da alcuni mercati e da alcuni beni che non sono in concorrenza produce rialzi dei costi su alcuni beni che poi si diffondono a tutti gli altri beni a seconda di quanto questi beni non in concorrenza entrano come costi in tutti gli altri beni.

In questo caso il risultato può essere di inflazione di tutti i prezzi dei beni perché la tendenza al ribasso dei prezzi è annullata dal rialzo di prezzo di alcuni beni che non hanno il mercato concorrenziale; prezzi alti che poi influiscono sui costi di tutti gli altri beni in proporzione a quanto questi vengono impiegati nella produzione degli altri beni.

L’inflazione dei periodi bellici, che tradizionalmente si registra e che in Italia è registrata sia per il periodo successivo alla prima guerra mondiale sia per il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha natura particolare: scarsità di offerta per la prima guerra mondiale e inflazione volontaria quella a fine (finita) seconda guerra mondiale per ottenere l’annullamento del debito pubblico del fascismo e punire i detentori del debito.

Per quanto riguarda l’inflazione che abbiamo avuto in Italia negli anni ’70, ’80 e ancora un po’ negli anni ’90, questa è un’inflazione derivata dall’aumento del prezzo del greggio che ha avuto tre incrementi negli anni ‘70 e ‘80 fino a decuplicare il prezzo in dollari che è passato da 3$ a 40$ a barile. Il resto dell'inflazione in questo periodo è dovuta alle variazioni del cambio che possono amplificare o ridurre l'inflazione dovuta al rincaro del petrolio. Così abbiamo che l’Italia ha avuto una inflazione maggiore della media mondiale perché ha continuamente svalutato per "agevolare" l’aggiustamento (cioè la correzione del deficit) della bilancia dei pagamenti mentre la Germania ha avuto sempre una inflazione inferiore alla media mondiale, come il Giappone, perché il loro cambio si apprezzava riducendo l’inflazione media che avrebbero importato tramite l’alto prezzo del greggio valutato in valuta nazionale.

Questa spiegazione dell’inflazione degli anni ’70, ’80 e ’90 è diversa da quella dei periodi bellici perché questa è dovuta ad una scarsità virtuale, cioè non effettiva, di beni e dovuta alla forma di mercato monopolistica o di cartello che ne riduce l’offerta per produrre un aumento di prezzi. Nel caso della guerra l’inflazione è dovuta a scarsità effettiva di beni e non alle forme di mercato. Questa inflazione è transitoria e legata alle condizioni che determinano la scarsità (la guerra per il suo consumo e per l’assenza per ragioni militari di molti produttori).

Anche l’altra forma di inflazione, quella dovuta alla presenza o alla instaurazione di monopoli o di cartelli di imprese sul mercato di un bene, è transitoria, anche se tale periodo di mancanza della concorrenza su un mercato o più mercati di più beni può essere lungo come è avvenuto negli anni ‘70, ‘80 e ‘90.

Nei secoli passati l’inflazione non era conosciuta come fatto ordinario e non è mai stata la regola di movimento storico dei prezzi, perché solo in questo dopoguerra (anni ’70, ’80 e ’90) qualcuno è stato in grado di organizzare un cartello di paesi produttori a livello mondiale, cosa che non è certo facile, per cui si può pensare ad una Forza Contraria ai meccanismi di mercato operante su tutto il mondo, almeno a quel tempo, ed ora ridotta tale Forza ad operare su conflitti zonali o regionali e su elementi di destabilizzazione politica e non sempre economica.

L’attuale zona dell’Euro ottenuta con azzeramento dei deficit pubblici e altissime tasse sostituisce l’instabilità dei cambi con la debolezza dell’economia come forma di controllo politico.

Controllo sull’Europa e controllo delle sue iniziative politiche che non si vuole costituiscano terzo polo autonomo politicamente tra USA e comunisti.

La tendenza secolare dei prezzo può essere ben vista con un grafico di equilibrio di domanda – offerta che individua le situazioni di sviluppo primordiale e quello odierno.

Es. Grafico 4

Questo grafico rappresenta, col movimento verso il basso della curva dei costi, il processo secolare.

Questo ci dice che in epoca primordiale tutti i costi erano altissimi per la non capacità di fare le cose necessarie per produrre i beni a basso costo.

L’equilibrio arcaico (P1, X1) indica la poca quantità prodotta a prezzi molto alti, e a conferma di questo si indica il grande valore delle cose in bronzo indicato dai testi classici.

Col processo di concorrenza (inevitabile come la selezione naturale) i costi nel processo secolare si spostano verso il basso dando come soluzione odierna il punto (Pn, Xn) che indica per l’oggi le quantità prodotte elevatissime e i prezzi molto bassi. I beni costano per gran parte oggi pochissimo, eccetto quelli distorti da alta tassazione con fini distruttivi dell’economia e i beni che non hanno un mercato regolare (quale la casa a causa della legge che qualcuno osa chiamare di “equo canone” e che ha distrutto il mercato dell’affitto rialzando di molto i prezzi delle case in vendita).

Seguendo il grafico di domanda-offerta dai primordi vediamo che la concorrenza abbassa la curva dei costi e aumenta la quantità continuamente al passare del tempo in concorrenza dando benessere.

Un ulteriore impulso alla discesa dei costi e all’aumento delle quantità prodotte viene dall’unificazione e dall’allargamento dei mercati (U.E. e Mondializzazione) con aumento di benessere.

La riduzione delle tasse dà ulteriore riduzione dei costi, come la disponibilità di infrastrutture di trasporto che riducono i costi di trasporto e ampliano i mercati.

Inoltre una disponibilità di case in affitto (che oggi non c’è per colpa della legge dell’equo canone) consente la mobilità del lavoro che così abbassa i costi con ulteriore possibilità di aumento della quantità prodotta.

Così si vede che l’economia e l’azione della concorrenza nel tempo sono fattori di sviluppo.

Capitolo III
Il ruolo storico, giuridico ed economico dello Stato.

III.1 - Il ruolo storico.

Il ruolo storico dello Stato è intuitivo. Il passaggio dall’orda selvaggia, in cui il regime militare e dispotico non lasciava spazio ai diritti se non per i favoriti dentro il gruppo ed in modo arbitrario talchè non c’erano diritti riconosciuti genericamente, alla forma organizzata della comunità con diritti dei membri garantiti e regolati dalle leggi che gli uomini si davano in un territorio è ben segnato nella storia umana. Ora si può dare per acquisita nella conoscenza dei fatti abbastanza divulgati anche dall’informazione archeologica e dell’antropologia culturale delle origini dell’uomo.

Naturale è il passaggio dalla condizione ferale a quella umana, pro-mosso dal desiderio dell’uomo di limitare l’efferatezza del mondo animale e vedendo che non era più necessario uccidersi per accaparrarsi il mangiare ma era tutto molto più facile se l’uomo accettava il lavoro per procurarsi da vivere.

Nello scambio tra uccidere altri uomini per sottrargli le prede animali del territorio, e rischiare di essere uccisi, e il lavoro necessario a produrre i beni agricoli alimentari o all’allevamento del bestiame, quest’ultimo era di molto favorevole.

Talchè noi così acquisiamo il concetto d’inizio che l’uomo si attiva per prodursi i beni necessari con il lavoro, industriale prima, poi del commercio e dell’agricoltura.

Con la sostituzione del lavoro all’uccisione di uomini per procurarsi il mangiare, uccisione che rimaneva necessaria se tutti vivevano della stessa cacciagione di un territorio, non c’è più il rapporto ostile necessario tra i membri di diverse famiglie e così si passa all’orda non più familiare che diventa popolazione che può vivere in un territorio senza necessità di uccidere uomini e con il lavoro.

Il lavoro è quindi ciò che toglie l’uomo dall’obbligo di uccidere altri uomini o dal rischio di poter essere ucciso.

Questo passaggio è fondamentale per il successivo che è la costituzione formale del gruppo che si dà leggi, prima come tradizioni (le così dette leggi dei padri), e poi leggi formali e scritte e rispettate con tanto di procedure per farle rispettare e con la delega ad uomini (giudici) che dovevano farle rispettare.

Questa è la base della convivenza fuori dei nuclei familiari che assimila quindi i membri della comunità alla famiglia, dove per natura c’era già il principio del non uccidere un familiare impresso dalla natura nella biologia dell’uomo.

Allargando questo spirito di familiarità e i diritti a tutti i membri di una popolazione che viveva in un territorio si ha la Costituzione dello Stato. Tutto ciò che viene dopo è solo articolazione e arricchimento della struttura dello stato ai fini di garantire più diritti e più benessere e prosperità ai membri dello Stato e quindi alla popolazione nel suo insieme.

Con ciò lo Stato è costituito, quando la convivenza con gruppi familiari diversi è garantita con il rispetto di diritti minimi per tutti e poi via via maggiori, basata sul lavoro e sulla rinuncia ad uccidersi e ad uccidere altri uomini.

Le antiche città Stato della Mesopotamia sono già un esempio regolato di Stato molto sofisticato. Prima lo Stato è stato rappresentato da stanziamenti fissi o mobili multifamiliari che non vivevano più di sola predazione.

Quindi l’acquisizione dei diritti dei membri dello Stato nasce dal lavoro che fa uscire l’uomo dal mondo animale, che lo obbligava come gli animali ad uccidere altri uomini per accaparrarsi le prede animali perché queste erano limitate, e questo limite decideva della vita e della morte.

Quindi il superamento del limite animale della sopravvivenza, con il lavoro, consente una comunità non più solo familiare, dove invece era relegata la condizione di non uccidersi come veniva dal mondo animale.

III.2 - Il ruolo giuridico.

Il ruolo giuridico dello Stato è stato poi quello di dare sempre più buone leggi per garantire benessere, diritti per tutti e via via maggiori, e una condizione che consentisse di utilizzare la nuova convivenza tra molta gente ai fini di maggior benessere con la divisione del lavoro tra molte più persone nel gruppo della convivenza o dei rapporti garantiti nel territorio dalle leggi, o dalle “tradizioni dei padri” (ciò per dire le leggi e le regole che avevano dato luogo a buona sperimentazione).

Tra le leggi dei padri c’era sicuramente quella di difendere lo Stato, la città, la comunità, dal rischio di essere trascinati di nuovo nel mondo animale, fuori dello Stato (che poi comportava la schiavitù e la perdita dei diritti).

Altre leggi dei padri si possono ricavare da ciò che ci ha tramandato la Storiografia antico – Romana. Tra queste l’impegno civile per il benessere dello Stato, compreso l’altruismo che salvando il gruppo salvava lo Stato e quindi se stessi e i figli.

Una buona normativa civile – familiare serviva a dare beltà alla convivenza e alla struttura familiare che poteva quindi incamminarsi verso livelli di gradevolezza sempre più alta per assenza di dispiaceri e di uccisioni. Ancora pagando un grosso costo alla difesa contro il rischio di distruzione della struttura dello Stato da parte esterna in epoca Romana è stata costruita una grande civiltà mondiale che prima già si era vista coi Sumeri e in Egitto.

Le leggi civili delimitarono poi i diritti materiali sui beni per evitare che quella antica legge di natura e animale di uccidere per sopravvivere riaffiorasse, ora che i beni si producevano con il lavoro, tramite il tentativo violento di rubarli e così stabilendo il legittimo detentore dei beni, e la garanzia di far rispettare il diritto di appartenenza dei beni che è detto proprietà privata dei beni.

Senza questo diritto fondamentale nessuno avrebbe accettato di lavorare per non avere poi la proprietà e il beneficio dei beni; quindi il diritto di proprietà è la base di una società prospera perché altrimenti nessuno lavorerebbe e si ritornerebbe al mondo animale.

Una successiva legge garantiva le obbligazioni prese liberamente tra i privati, o imposte per legge dallo Stato.

Questo rispetto delle obbligazioni garantiva la formazione di accordi e contratti per produrre che sono poi la base giuridica del benessere del tempo moderno, da 5000 anni ad oggi.

Dopo le obbligazioni il diritto ha delimitato i reati che avrebbero potuto nuocere alla produzione e al benessere.

Il primo, il furto, indicava massima ingiuria a chi rubava, mentre prima era la regola del mondo di natura e animale.

Il passaggio fu molto netto perché netta era la necessità di uscire dal mondo animale. Ancora c’è tradizione dell’estremo bisogno di uscire dal mondo animale con la severità della pena per il furto, che è arrivato al taglio della mano, ancora praticata in luoghi arretrati di benessere e di apparato giudiziario.

E’ evidente che quando il principio del non rubare viene generalmente rispettato la pena del furto può essere ridotta, mentre nel momento costitutivo della comunità e dello Stato il furto è sanzionato in modo grave perché senza il rispetto di questo divieto non c’è benessere possibile.

III.3 - Il ruolo economico.

Il ruolo economico dello Stato è molto importante perché ha consentito il lavoro, sostitutivo della predazione e dell’uccisione di uomini, ha generato le leggi di base dello sviluppo: la proprietà e il rispetto delle obbligazioni e dei contratti, ma si potrebbe dire ancora che questo è il ruolo giuridico. Il ruolo giuridico è infatti di base allo sviluppo economico. Più specificamente si è ritenuto che una gestione dello Stato economicamente corretta fosse quella di neutralità nell’economia non entrando direttamente. La neutralità a cui si fa riferimento è il principio liberale dell’ottocento, cioè il principio del bilancio in pareggio e il non intervento come produttore.

Questo principio che accomuna il “buon padre di famiglia” che gestisce la famiglia senza debiti allo Stato è un po’ forzato.

Molto meglio è garantire ai cittadini un prelievo di tasse minimo che non vada oltre il 10% del reddito dei cittadini (come prelievo di tasse sul reddito nazionale).

Tale era il prelievo considerato normale (10%) per secoli e millenni. Ora che il gas ha raggiunto la testa dello Stato (comunismo) si sta cercando di distruggere lo Stato tramite l’assorbimento del reddito dei cittadini da parte dello Stato che così hanno non il benessere ma la morte e la povertà. Siamo ora con una tassazione del 50% che uccide e strangola l’economia italiana.

Quindi il principio base dell’economia è quello del più piccolo intervento dello stato in economia. Ciò perché vale il principio di responsabilità per cui ciò che non è di nessuno (anche se è dello Stato) non ha la cura che dà il privato e rischia la rovina.

Il principio che lo Stato disponga buone infrastrutture viarie (strade, porti, ponti, ferrovie etc.) è di base per l’economia. Così pure sono di base l’istruzione e la ricerca.

Poi c’è il controllo della legalità e del rispetto dei contratti.

Uno dei temi recentemente (questo dopo guerra) proposti è il ruolo dello Stato come gestore di un deficit del Bilancio Pubblico che può sostituire la domanda privata di beni nel mercato quando questa non è sufficiente a dare la piena occupazione del lavoro perché la capacità produttiva non è impiegata totalmente. In quel caso una domanda pubblica con un deficit finanziato con risparmio privato e non con le tasse potrebbe portare alla piena occupazione. Così ci sarebbe un “ruolo buono” dell’intervento dello Stato nell’economia che bisogna guardare con attenzione per vedere se è vero o no, oppure per vedere se è solo uno strumento per appropriarsi dell’economia privata nascondendo la mano nella struttura pubblica o meglio tramite i partiti che hanno il controllo dello Stato (come in Italia oggi!).

Un modo indiretto, sempre meno incerto di questo, è quello di promuovere l’economia garantendo la capacità (istruzione e ricerca), la libertà di iniziativa privata, la disposizione di buone opere per attrezzare il territorio ai fini dell’uso per l’economia (Autostrade, Strade urbane, Ferrovie), comunicazioni di telefonia e informazione e informatizzazione di buon livello (Questo è indicato come incentivo dal lato dell’offerta o in inglese come supply side economics)

Se si stringe, quindi, il ruolo nell’economia dello Stato può essere visto secondo il principio di laissez – faire o di neutralità dello Stato col Bilancio dello Stato in pareggio (tanto prende, tanto dà) con libertà dei privati ad agire e a fare l’impresa ben garantito dallo Stato e agevolato con tasse a basso livello.

Poi c’è il ruolo teorico detto Keynesiano prospettato da questo economista inglese con uso del deficit pubblico, praticato in Italia fino a ieri, ed è stato usato come strumento di intervento nell’economia dai partiti, e col falso dire di voler ridurre sempre il deficit senza mai riuscirci per trenta anni (1970 – 2000) si è aumentata la tassazione in maniera spaventosa.

Di questa crescita spaventosa della tassazione ha fatto le spese la popolazione con il calo grave del tenore di vita e con la disoccupazione che sono due effetti dell’altissimo prelievo fiscale in Italia, oggi.

Lo strano favore della economia detta Keynesiana che è stata insegnata come buona per 50 anni nelle Università ed è presente nei libri di testo attuali non spiega il passaggio di tutti gli economisti all’idea della moneta unica europea con bilancio degli Stati in pareggio. O si è sbagliato prima o si sbaglia ora.

Ora si sbaglia certamente a tenere un altissimo prelievo di imposte facendo finta di niente e non denunciandolo. Ciò è causa di povertà e di disoccupazione in Italia oggi.

Fingendo di voler fare il bene con quei fondi, il prelievo delle tasse distrugge l’economia e il benessere della gente e l’occupazione.

III.4 - Cos’è il capitalismo?

Ciò che con termine teso ad infangare viene chiamato capitalismo è la forza vitale della natura volta a produrre sempre meglio e sempre di più a vantaggio di tutti.

La forza della competizione naturale viene interamente volta a vantaggio del sempre meglio produrre sempre maggiori quantità prodotte.

La concorrenza nei mercati mantiene tutti i lati positivi della competizione senza avere alcuno degli aspetti negativi della guerra.

Mentre nella guerra i vantaggi dell’uno erano il danno dell’altro (come nella lotta di classe), nella concorrenza e nella competizione il vantaggio di un produttore è il vantaggio anche di tutti i consumatori e la concorrenza garantisce il progresso economico continuo e lo sviluppo.

Forse è questa la ragione per cui sette e religioni e comunisti stanno contro il capitalismo, denigrandolo, perché amano la povertà (degli altri) non il benessere degli uomini.

III.5 - Avvertenza

Le tare più grosse di Anticapitalismo operante in Italia sono tre: a) Altissima pressione fiscale con effetto di freno dello sviluppo, b) Blocco delle Autostrade dal 1973 ad oggi con effetto di freno dello sviluppo, c) Legge dell’Equo Canone che ha l’effetto disastroso di avere eliminato il mercato degli affitti che prima era floridissimo, con la conseguenza di avere interrotto la mobilità territoriale dei cittadini, sia per scelta personale che per lavoro, con il rincaro poi enorme delle case che rende tutti i redditi insufficienti e quindi vanifica i risultati economici delle parti dell’economia in concorrenza, d) Solo da poco tempo è sceso il tasso di interesse che è stato per lunghi 30 anni un flagello ad altissimo livello con danno dell’economia, difeso con scempiaggini tese a giustificarne l'alto livello finchè un giorno il tasso è sceso a livelli giusti e si è fatto silenzio sulle presunte teorie dell'alto tasso di interesse.

Capitolo IV –
Letture di storia e dell’economia antica.

IV.1 Attività industriali in Europa dal Medioevo alla “Intensificazione Industriale”

(Relazione di Raffaella Altomare sul corso di Prof. M. PILI, 1997)

 

SOMMARIO

IV.1.1 Origine e sviluppo dell’industria in Europa. Quando nasce l’industria?

IV, 1.1.1 Origine e sviluppo dell’industria in Europa

IV.1.2 Oro e commercio: due input fondamentali per lo sviluppo dal trecento in poi

IV.1.3 Le manifatture europee tra il XIII e XVII secolo

IV.1.3.1 L’industria italiana di fine Medioevo

IV.1.3.2 Nascita dell’industria europea

Conclusioni

 

IV.1.1 Origine e sviluppo dell’industria in Europa. Quando nasce l’industria?

A questa domanda si è soliti dare la seguente risposta: “con la rivoluzione industriale”, e quando si parla di rivoluzione industriale non si può far altro che parlare dell’Inghilterra del XVIII secolo, considerando, pertanto, solo il cosiddetto sviluppo industriale moderno.

L’attività industriale, però, è nata con l’uomo, cioè è nata nel momento in cui l’uomo ha cominciato a trasformare strumenti grezzi, come le pietre o i bastoni, in strumenti necessari per la sua sussistenza, quindi in strumenti necessari per la caccia o per la pesca.

Senza andare troppo lontani nel tempo, analizziamo la situazione “industriale” europea dal Medioevo in poi, in modo da evidenziare l’esistenza di industrializzazione nei secoli che precedono il ‘700. 

IV.1.1.1 Origine e sviluppo dell’industria in Europa

Adam Smith, nel suo lavoro “Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), fa notare come “nessun grande paese possa sussistere, né sia mai potuto sussistere, senza che in esso venisse svolta qualche specie di manifattura”, e quando si parla di manifattura, si intende quel processo di trasformazione di materie prime in oggetti atti a soddisfare i bisogni dei consumatori; e che cosa è questa, se non industria?

Smith fa una duplice distinzione tra “manifattura domestica” (manifattura nazionale, destinata al consumo locale – n.d.a.) e “manifattura adatta alla vendita in luoghi lontani” (manifattura destinata a mercati più ampi – n.d.a.).

La prima, da sempre presente in tutti i paesi, riguarda la produzione – di comune livello qualitativo – di beni necessari alla vita dei cittadini, quali il vestiario o il mobilio, la cui realtà è strettamente connessa all’esistenza dell’uomo.

La seconda, e più importante per capire lo sviluppo industriale moderno, è presente solo nelle azioni – come dice Smith – “più civili”, perché costituita da “manifatture fini e perfezionate”, cioè da prodotti raffinati e da beni di lusso. Due sono le cause, secondo il pensiero smithiano, che hanno favorito la nascita delle manifatture destinate a mercati più ampi. La prima è legata al graduale e spontaneo perfezionamento delle manifatture domestiche, eseguite in ogni epoca, anche nei paesi più poveri, con l’impiego di materie prime prodotte nel paese stesso.

Questo processo spontaneo di perfezionamento si è realizzato principalmente in quelle località lontane dal mare, o comunque, lontane da ogni via di trasporto marittimo o fluviale (principali vie di “comunicazione commerciale”). In quei luoghi – soprattutto se fertili e facilmente coltivabili – veniva prodotta una quantità di viveri che, da un lato, era superiore al necessario per la sopravvivenza dei contadini, ma, dall’altro, era difficile da “esportare” per i costi di trasporto troppo elevati.

L’offerta, superiore alla domanda, provocava una riduzione del costo dei viveri: questo favoriva (soprattutto in Inghilterra) l’ “immigrazione” di operai che, con il loro lavoro e con la possibilità di utilizzare materie prime a basso costo – perché provenienti da luoghi “specializzati”, come il cotone – rifornivano gli agricoltori di prodotti a loro necessari e utili, ma soprattutto a prezzi più favorevoli rispetto a prima.

Si ebbe quindi un’interazione positiva tra fertilità e manifattura: la nascita della manifattura trae convenienza dalla fertilità della terra che, a sua volta, aumenta proprio grazie al processo manifatturiero.

La seconda causa, è il commercio estero. Tramite il commercio estero i grandi proprietari dell’intera Europa potevano acquistare prodotti raffinati e costosi beni di lusso, scambiandoli con prodotti grezzi della terra. La domanda di tali prodotti, così belli e così raffinati, era in continua crescita e questo spingeva i commercianti a trasferire queste manifatture nei propri paesi, riducendo in tal modo le elevate spese di trasporto.

Le manifatture introdotte in questo modo, a differenza di quelle nazionali, impiegavano generalmente materie prime importate, proprio perché risultavano essere imitazioni di quelle straniere.

IV.1.2 Oro e commercio: due input fondamentali per lo sviluppo dal trecento in poi.

Analizziamo ora le circostanze che hanno favorito la nascita delle manifatture destinate a mercati più ampi.

Abbiamo già visto i due motivi proposti da Smith: il progressivo perfezionamento della manifattura nazionale e il commercio. In entrambi i casi vi era un unico obbiettivo: la riduzione dei costi di trasporto.

Soffermiamoci sull’importanza che il commercio ebbe ed ha nella nascita della manifattura.

I mercanti importano ed esportano seguendo la cosiddetta legge di arbitraggio: comprano a prezzi bassi nel mercato di produzione, dove la quantità di un bene è abbondante, vendono ad un prezzo molto più alto nel mercato di sbarco, dove quel bene scarseggia, ottenendo guadagni dal differenziale tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

Il commercio allora riguardava diversi settori: quello più importante per la nostra analisi è il commercio dei metalli preziosi – oro e argento – proprio perché il periodo che stiamo considerando è caratterizzato dalle scoperte di grandi giacimenti di oro nelle nuove colonie d’America.

E’, all’inizio, opinione comune a tutti i paesi che “uno dei principali presupposti per la prosperità e la felicità di un regno è che esso disponga sempre di grandi quantità di moneta e di oro” (Tomàs de Mercado – 1569). Questo, anche se paradossale, non si verificò nei paesi in cui l’oro veniva estratto. L’abbondanza di oro provocò due effetti: innanzi tutto la diminuzione del suo valore, cosicchè i prezzi delle altre merci aumentarono, in secondo luogo “rende gli uomini più propensi a dare in eccesso una merce – l’oro – e ad acquistare più arditamente e più spesso le altre” (Girard du Haillan – 1574). Per fare un esempio concreto di questi due effetti, ricordiamo che in Perù si barattavano pezzi di oro con prodotti che, pur avendo uno scarso valore, come specchi o spilli, rappresentavano una novità.

Ma, cosa ancor più grave, è che poco cambiò in questi paesi quando vennero imposte restrizioni sull’esportazione dell’oro.

Il motivo è che “la ricchezza vera non consiste nel possesso di forti quantità di oro e di argento… che si dissolvono appena consumate (usate per il consumo – n.d.a.), ma nel possesso di beni che, se anche consumati dall’uso, ci sono conservati mediante la sostituzione” (Martin Gonzales de Cellorigo – 1600). Nel parlare di “merce conservata mediante la sostituzione”, si fa riferimento alla produzione efficiente di beni (n.d.a.): è, quindi, il lavoro produttivo che, come sostiene Adam Smith quasi due secoli dopo, ma come già viene indicato negli scritti di Epicuro e di Lucrezio molti secoli prima, determina la ricchezza delle nazioni. Infatti è l’esportazione dei manufatti, sempre più perfezionati, che attira ricchezza nel luogo in cui vengono fabbricati.

Mettiamoci ora nei panni del mercante: questo si trova di fronte ad un aumento non solo della domanda interna, ma anche della domanda di quei paesi “ricchi” di oro. Oltre ai costi di acquisto delle merci, egli deve sostenere i costi di trasporto: allora non vi è altra soluzione migliore che quella di trasferire il processo produttivo nel proprio paese (Inghilterra per prima e poi gli altri paesi europei), acquistando le materie prime dove abbondano – e quindi dove costano meno -.

Tale soluzione può essere attuata solo dai mercati perché sono gli unici che, grazie a quel famoso differenziale tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita, danno origine a quel processo di accumulazione, fondamentale per la nascita dell’industria.

IV.1.3 Le manifatture europee tra il XIII e XVII secolo.

Le manifatture che maggiormente si sviluppano tra il XIII e il XVII secolo sono quelle tessili: basti pensare che l’attività manifatturiera della lana, della seta e di altre fibre tessili – ad esempio il lino – utilizza, in questo periodo, il grosso delle forze di lavoro e dei capitali che vengono impiegati nella manifattura. Vediamo, innanzi tutto, come queste attività si siano distribuite prima in Italia, poi in Europa.

IV.1.3.1 L’industria italiana di fine Medioevo

Per quanto riguarda l’Italia, Smith sottolinea il fatto che le città italiane – come Genova, Venezia, Pisa, Firenze e Siena – raggiunsero un elevato grado di prosperità proprio grazie al commercio. “L’Italia si trova al centro di quella che, a quel tempo, era la parte progredita e civile del mondo”: è questa posizione centrale che consentì alle città italiane di prosperare grazie al commercio seguente le crociate, causa, invece di rallentamento del progresso economico nella maggior parte delle città europee.

Nel XIII secolo fioriscono a Lucca le antiche manifatture delle sete, dei velluti e dei broccati. Nel ‘400, Italia e Spagna erano all’avanguardia nel settore laniero: Firenze anticipò, nella tessitura, l’introduzione del “factory system”, mentre il “domestic system” (nel senso di produzione familiare) caratterizza la filatura, la tintura e l’appretto. Anche Venezia, regina dei traffici marittimi, elaborò un programma di sviluppo industriale basato sulla manifattura tessile: non a caso, le manifatture tessili di Lucca, allontanate dalla città nel 1310, vennero subito “accolte” a Venezia.

IV.1.3.2 Nascita dell’industria europea

Un posto di rilievo nella manifattura laniera europea venne occupato, sin dal ‘300, dalle Fiandre, che portarono nel mercato prodotti di alta qualità ottenuti dalla ottima lana inglese. Tale produzione entrò in crisi nel ‘400 a causa della concorrenza da parte dei produttori inglesi: questi spiazzarono la produzione fiamminga portando sul mercato stoffe “leggere” a basso costo. I fiamminghi reagirono alla produzione inglese proponendo ai consumatori una nuova gamma di stoffe di qualità corrente e molto convenienti, ottenute da scadenti, ma non costose, lane spagnole. Questo è un perfetto esempio di come la concorrenza sia l’elemento vitale per la dinamicità dell’economia, che altrimenti sarebbe statica: un’impresa con costi statici viene sopraffatta da quella che riesce a ridurli. 

Conclusioni

Il commercio ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di industrializzazione europea, ancor prima della scoperta dell'America e dei grandi giacimenti di metalli preziosi. Infatti, nel Medioevo vi erano esempi rilevanti di industrializzazione: in questo periodo è l’Italia che fa da regina nel settore manifatturiero proprio grazie al commercio derivante dalle crociate e, soprattutto, grazie alla sua posizione centrale nel grande mercato internazionale che interessava l’Europa e l’Oriente.

Le cose cambiano nel XVI secolo: infatti, la scoperta del nuovo continente crea un flusso di scambi internazionali in cui il baricentro è occupato dalla Gran Bretagna: anche in questo caso è il commercio che favorisce l’industrializzazione di questo paese.

E’ quindi il commercio, fonte fondamentale per il processo di accumulazione, che dà vita alle attività manifatturiere già da diversi secoli prima della rivoluzione industriale.

Sarebbe, quindi, più corretto parlare di “rivoluzione industriale” come “primo intenso sviluppo di un settore da sempre presente ed esistito” (Come dice A. Smith).

Questa tesina dimostra che andando alle fonti fuori dei libri di testo si dimostra che l’Italia è stata sempre un paese sviluppato e anche il maggiore fino allo sviluppo del secolo scorso di Inghilterra e Stati Uniti. Ciò anche interpretando correttamente gli economisti come A. Smith che si rifanno completamente alla cultura classica e indicano l’Italia come un paese altamente sviluppato.

IV.2 - Moneta e finanze nelle tavolette d’argilla Mesopotamiche (4500 anni fa), di O. Bulgarelli, ROMA, 2000

1) “Iniziamo con il dire che si tratta di una compra – vendita di un terreno al prezzo di 12 mine di rame (prezzo base) + 14 mine di rame (prezzo aggiunto) + 13 mine di rame (regalo). I 4 venditori ricevono in pagamento, oltre al rame di cui si è detto, anche orzo ed altri beni (lana, vesti, pani, focacce, beni non identificati e olio).

Ciò che viene dato ai venditori viene definito dallo scriba come “prezzo mangiato”; la frase rende bene l’idea di colui che dà un qualcosa ad un altro che a sua volta lo destina al consumo.

Ma altri beni (pani, focacce, ecc.) vengono consegnati a beneficiari minori.

Nel testo segue la lista dei numerosi testimoni.

Vi è poi indicato il corrispettivo riconosciuto allo scriba ( 1 siclo d’argento oltre a pani e focacce).

Infine l’atto si chiude con la fissazione di un rapporto tra rame ed orzo, con l’indicazione del nome dell’acquirente e con la menzione del nome di un ufficio di cambio.

Che dire? Questo documento non può che lasciare stupiti se si pensa che è stato redatto nel 2.550 a. C. e quindi 4.500 anni fa; quasi 2.000 anni prima che nascesse la moneta coniata!

L’avanzata tecnica con la quale è stato scritto, lascia quasi intendere che già da molto tempo prima (forse da secoli) i Sumeri usavano porre in essere operazioni di questo tipo in forme che poi si erano andate evolvendo sino a raggiungere lo stadio di cui ora si è detto.

Sebbene non ci si voglia dilungare su questo tipo di documenti (sui quali tanto si potrebbe scrivere) non possiamo però esimerci dal sottolineare che il testo contiene tra gli altri due punti di particolare importanza:

- viene fissato il rapporto 1 mina di rame = 3 ban di orzo[1]
- si individua un Ufficio Cambio.

Quasi istintivamente siamo quindi portati a dire che le parti, pur avendo pattuito che il prezzo di vendita fosse stabilito principalmente in rame, avevano poi pattuito la facoltà di regolare l’operazione in orzo anziché in rame.

Dubbi sussistono sul ruolo dell’Ufficio Cambio. Esso poteva forse essere quello di provvedere a “cambiare” rame contro orzo. In ogni caso sembra emergere che esisteva all’epoca una interfungibilità tra i due mezzi di pagamento, come oggi esiste la possibilità di cambiare una qualsiasi moneta contro un’altra.

E inoltre accertato che talvolta detti rapporti di cambio erano fissati d’autorità con provvedimenti emanati dal Sovrano, così sembra essere accaduto nella città – stato di Lagas al tempo in cui regnarono Entemena (2.390 a.C.) e Urukagina (2.355 a.C.).

Sebbene alcune clausole variassero da contratto a contratto, tutti i contratti erano stilati in forma analoga. In alcuni di essi troviamo la figura dello “scriba dei terreni” o di colui che “ha concluso la pratica”, in altri no.

Se ne evince che rame, argento e orzo erano mezzi monetari usati in ognuno dei contratti attinenti i terreni. Una cosa analoga avverrà negli atti concernenti l’acquisto di case.

2) A questo punto dobbiamo parlare degli archivi di Ebla (2.500 – 2.350 a.C.) sui quali ci soffermeremo un po’ più a lungo.

Il rinvenimento in Siria di questa antica città – da parte di una Missione Archeologica dell’Università degli Studi di Roma, guidata dal Prof. Paolo Matthiae – è ritenuta una delle più importanti scoperte archeologiche di questo secolo; secondo alcuni la principale.

Il motivo è in buona parte da attribuire all’importante archivio amministrativo di quella città che ha fornito una rilevante massa di informazioni su di un’epoca storica molto vicina alle origini della civiltà urbana. Tali tavolette ci hanno permesso di aggiungere importanti tasselli nella definizione della storia dell’uomo del III millennio a.c.[2]

Secondo Matthiae i testi sono collocabili tra il 2.400/2.350 a.c.; secondo Pettinato sarebbero ancor più remoti (2.500 a.C.).

Per varietà di argomenti trattati e per numero di testi, quello di Ebla può essere considerato come il maggiore archivio del III millennio a.C.

Per i nostri fini sono di particolare rilievo i documenti sulla vita economica di quella città-stato; si tratta di migliaia di scarne registrazioni contabili relative in buona parte alla movimentazione (in entrata ed uscita) dei beni e degli oggetti più svariati (orzo, vesti, pugnali, spille, bracciali, olio, lana, ecc.); di queste merci vengono trascritte le quantità, i destinatari e talora il prezzo di acquisto o semplicemente il valore.

Da esse è possibile delineare una economia prospera in cui un ruolo particolare veniva svolto dalla produzione di tessuti, dall’allevamento del bestiame, dai commerci con altre genti.

Tavoletta, totale: 400 mine d’argento.

Il documento è ampio ed importante; le registrazioni che vanno dal n. 2 al n. 8 comportano una uscita totale di 68 chili (144 mine e 30 sicli) di argento in ragione di:

“3 sicli di argento al mese per ogni lavoratore uomo o donna”

Nelle registrazioni che vanno dal n. 28 al n. 47 troviamo invece uscite mensili per un totale di ben 179 chilogrammi d’argento (380 mine) in ragione di:

“1 siclo d’argento al mese per le lavoranti ragazze e donne”

“6 sicli d’argento al mese per ogni lavorante uomo tra i quali figurano fabbri e carpentieri”.

A conferma della rilevanza quantitativa dei dati della tavoletta, si tenga presente che il numero delle persone indicate è consistente trattandosi di oltre 3000 persone tra uomini, donne e ragazzi, a cui vanno ad aggiungersi 160 fabbri e 160 carpentieri.

Sempre in tema di salari possiamo ricordare altri testi. In ARET, II, 33 è detto:

“333 e 1/3 di mina di argento assegnazione di cereali per 1000 za-us (lavoratori)”

In altre tavolette partite di argento vengono di nuovo consegnate a diversi funzionari; purtroppo anche qui non appare chiaro se questi funzionari dovessero utilizzare l’argento per acquistare orzo o per darlo a loro volta alle centinaia di lavoranti.

L’argomento è di grande rilievo economico.

Occorre infatti tenere presente che in quei tempi venivano assegnate alle persone razioni di beni vari come orzo, olio, lana, ecc. che erano preminentemente destinati al sostentamento della famiglia del lavoratore.

Allo stesso tempo venivano fissati i:

- salari in orzo (e forse occasionalmente in argento)
- prezzi, noli, sanzioni, ecc. in orzo e argento
- prestiti in orzo e argento

Ebla riscuoteva i tributi – oltre che sotto forma di beni in natura (capi di vestiario, bestiame, cereali, ecc.) – con versamento di ingenti quantità di argento e oro. Ce lo stanno ad attestare i rendiconti annuali sui metalli.

Si tratta di una settantina di tavolette. Di queste una quarantina riguardano le entrate nel tesoro di Ebla mentre una trentina le uscite.

Nel primo caso i versamenti di metalli (argento e oro) sono effettuati da funzionari, centri amministrativi, villaggi, oltre che da città e sovrani di altri paesi che inviavano i propri tributi ad Ebla.

Nel secondo caso si tratta sovente di uscite di metalli destinati a doni e a produrre oggetti (vasi, cinture, pugnali, statue orecchini, bracciali, spille, ecc.); vi sono anche assegnazioni a funzionari, mercanti, viaggiatori. Un caso interessante è quello dei versamenti tra Ebla e Mari.

In particolare risulta da 17 rendiconti annuali che uno dei funzionari, Ibrium, nel corso di diversi anni aveva versato ad Ebla la ragguardevole somma di circa 8000 mine di argento (circa 3.700 Kg.) e 183 mine di oro (circa 86 Kg.), oltre a 30.000 capi di vestiario”.

Bisogna aggiungere in conclusione che le tavolette in Mesopotamia riguardano anche banchieri e prestiti in metallo e in orzo di 4600 anni fa.

Queste tavolette dimostrano la assoluta modernità e lo sviluppo elevato dei Sumeri 5000 anni fa, sia come sviluppo materiale paragonabile a quello odierno sia per lo sviluppo degli strumenti monetari e giuridici assolutamente identici a quelli di oggi. (Es. Banche, banchieri e moneta)


IV.3 L’origine dell’economia (Olmstead 1948) (Economia molto arcaica in Persia)

“Dopo Haoshyaha è la volta di Yima, il buon pastore figlio di Vivahvant, che per primo ricavò, spremendolo, il sacro succo dello haoma. Il regno di Yima non conosceva né caldo né freddo, né vecchiaia né morte, poiché il sovrano aveva donato agli uomini l’immortalità. Costui liberò pure il genere umano dalla fame e dalla sete, insegnando agli animali da carne che cosa mangiare e impedendo alle piante di disseccarsi.”

In questo passaggio ricavato da una tavoletta si vede bene la nascita e la scoperta della agricoltura (il sacro succo della haoma, e l’impedire alle piante di disseccarsi) in climi caldi e dell’allevamento del bestiame (insegnando agli animali da carne che cosa mangiare) con la predisposizione dei foraggi.

Il tutto portò un gran beneficio per cui “costui liberò pure il genere umano dalla fame e dalla sete”. Così vediamo che la fame di oggi è solo artificialmente creata per fini di potere e di dominio.

“Era lui che proteggeva le colonne delle case che venivano innalzate e assicurava stabilità agli stipiti, Alle case delle quali era soddisfatto concedeva mandrie di bestiame e figli maschi, belle donne, cocchi e profusione di cuscini. Per la sua gente era il dio della giustizia e il suo nome, in senso comune, era sinonimo di “patto”, essendo egli stesso il custode dell’esecuzione degli accordi. Né lo si poteva ingannare, poiché le sue mille orecchie e i suoi diecimila occhi spiavano in ogni momento l’eventuale violatore del patto.”

(Il beneficio e la sanzione dei patti era antichissima insomma).

Il passo successivo alla scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame è la formazione della città che uscendo dal clan familiare necessitava di legge rigida per il rispetto dei patti (dei contratti diremo oggi) tra i membri esterni ai clan familiari e ciò consentì la divisione del lavoro nella città tra tutti i suoi membri e la formazione dello Stato e del rispetto.

Il beneficio della divisione personale del lavoro e dei patti (contratti) che la consentivano è descritto molto bene nella tavoletta.

“Proteggeva le colonne delle case che venivano innalzate”. “Concedeva mandrie di bestiame, cocchi e profusione di cuscini”. Benessere insomma.

“Per la sua gente era il dio della giustizia e il suo nome era sinonimo di patto, essendo egli stesso custode dell’esecuzione degli accordi”.

“Una tavoletta babilonese ci lascia supporre che, l’anno successivo, Ciro si trovasse ancora a Ecbatana. Nel settembre 537 un tale Tadannu presta settecento grammi di argento in pezzi da mezzo siclo a Itti-Marduk-balatu, figlio di Nabu-ahe-iddina; questa somma doveva essere restituita entro novembre, al tasso allora vigente a Babilonia, con trentanove talenti di rami di palma seccati, più un siclo d’argento e dodici qa di datteri. Gli stessi testimoni e lo stesso scrivano compaiono spesso su simili documenti provenienti da Babilonia, ma questo documento è stato scritto nella città del paese di Agamatanu, vale a dire Ecbatana. Itti-Marduk-balatu è il direttore della maggiore casa di banchieri di Babilonia, la ditta Egibi e figli. Ovviamente, lui e i suoi amici dovevano essersi recati a corte, o su invito del sovrano o per presentare una petizione, trovandosi costretti a sborsare cifre tanto grandi, per bustarelle ai funzionari di corte e simili, da dover contrarre un debito prima di poter intraprendere il viaggio di ritorno.”

“Successivamente, nello stesso anno, il grande banchiere Itti-Marduk-balatu prestava tre libbre, sedici sicli d’argento al capo degli uomini di Cambise.”

Questa tavoletta e le successive considerazioni richiedono meno spiegazioni perché sono in forma non sacrale e già descrivono operazioni di prestito e considerazioni di convenienza economica in tutto uguali a come si fa oggi.

“Con lo “stabilimento” di Naucrati ormai nelle mani dei Persiani, il profittevole commercio dei Greci con l’Egitto era alla mercè di Cambise; costui, fortunatamente, si dimostrò generoso, e i mercanti greci riempirono il paese.”

“Verso la fine dell’ottavo secolo, i contratti scritti – predecessori degli ancor più numerosi papiri dei periodi ellenistico e romano – erano ormai entrati nell’uso corrente. Le somiglianze con i documenti cuneiformi sono molto strette, e lasciano supporre che il nuovo sistema di contabilità fosse stato introdotto sotto l’influsso assiro.”

“Una non indifferente porzione delle ricchezze di Susa derivava dai commerci con il golfo Persico, ben più vicino allora di quanto non lo sia oggi. Nel quinto e quarto secolo avanti Cristo, infatti, i quattro grandi fiumi della regione – l’Eufrate, il Tigri, il Coaspe e l’Euleo (il cui basso corso è indicato come Pasitigri) – sfociavano, non come oggi nello Shatt al-Arab e quindi nel Golfo, ma in un grande lago paludoso, molto più a nord-ovest, lungo le cui sponde esterne varie isole appena al di sopra del livello del mare offrivano diverse possibilità di uscita. Per i commercianti che provenivano dal Golfo, anche dopo aver attraversato il lago, non si trattava allora che di risalire l’Eufrate per seicento chilometri circa per raggiungere Babilonia, Susa, d’altra parte, si trovava a soli cento chilometri da Bit Iakin o Aginis, alla foce del Tigri, e parte della distanza era già navigabile, seguendo il corso del Pasitigri.

La piana sulla quale si erge la collina di Susa si apre dall’alluvione babilonese, ma ne differisce piuttosto considerevolmente nel carattere fisico. A causa, infatti, della sua vicinanza alle montagne e della sua elevazione appena maggiore, i detriti portati dal suo fiume vengono qui separati dalle sue ghiaie, e in tal modo solo il limo più sottile finisce col raggiungere la piana alluvionale. Il terreno che viene così prodotto è generoso e di una fertilità pressoché inesauribile; gli antichi asserivano che l’orzo e il frumento davano regolarmente un raccolto cento volte maggiore del seminato, sino a raggiungere, sorprendentemente, punte di duecento volte.”

“Quando Pericle era alla testa dell’impero ateniese, i Greci del continente esportavano vino e olio in eleganti vasi dipinti, e insieme numerosi articoli di lusso, quali coppe e gioielli d’oro, tessuti, e addirittura prodotti d’artigianato d’uso quotidiano, tutti destinati ai barbari d’oltrefrontiera. Ora questi barbari coltivavano essi stessi l’olivo e la vite, e producevano in proprio tanto i vasi che i gioielli e gli altri articoli di lusso. Il commercio, dunque, languiva e i Greci avevano ben pochi prodotti da scambiare con il grano e le materie prime, così importanti per la loro stessa sopravvivenza. Ad accrescere il disagio, si erano poi affermate, provenienti dalla Babilonia, le attività di banca e, come in Babilonia, i maggiori banchieri erano stranieri – per la maggior parte Fenici, originari della stessa Fenicia o di Cipro. Atene era piena di forestieri stabilitisi nella città; nel 355 Senofonte parlava di Lidi, Frigi, Siriani e barbari di ogni specie. Verso la fine del periodo storico che andiamo qui esaminando, si era stabilita nel Pireo una organizzata colonia fenicia, che fece erigere iscrizioni in fenicio e in greco. Con la rovina dei coltivatori diretti, le città furono prese d’assalto da schiere di proletari che potevano alimentarsi solo poveramente e disordinatamente. Gli stati erano in bancarotta, gli amministratori più abili erano quelli che riuscivano a riportare il bilancio in parità.

Le città greche dell’Asia ebbero almeno un parziale compenso per le tasse imposte dai Persiani. Le devastazioni che si erano susseguite con le incessanti guerre di “liberazione” giunsero finalmente a termine, mentre il fatto di far parte dell’ampio impero persiano offrì ancora una volta a queste città nuove opportunità di commercio. Quegli elementi della popolazione rimasti senza fissa dimora vennero assorbiti, come mercenari, da eserciti “barbari”, quello persiano e quello egiziano in egual misura; la paga e le quote di bottino riportate a casa rappresentarono un’entrata sommersa che contribuì al pareggio della bilancia commerciale.”

Questo testo è particolarmente importante perché mette in evidenza le primissime trattazioni scritte del benessere che è presentato come dono degli dei per aver seguito le loro indicazioni: cioè aver prestato cura e intelligenza al fare economia per il benessere materiale in terra. Questi antichi consideravano gli dei come promotori del loro benessere in terra, contrariamente ad ora che viene considerato il benessere in terra come negativo dalle religioni correnti (eccetto che dai protestanti).

IV.4 Economia Antica (Tucidide, La guerra del Peloponneso, V sec. a.C.)

“Io stesso, Lacedemoni, ho già esperienza di molte guerre, e tale esperienza riconosco in quanti tra voi mi sono coetanei. Sicchè voi non bramate per inesperienza, come capita ai più, o per ritenerla buona e non pericolosa, la guerra. Né quella su cui deliberate adesso, potrebbe alcuno, che saggiamente consideri, giudicarla di poca importanza. Di fronte ai Peloponnesi ed ai vicini siamo di forze uguali, e potremmo spostarci rapidamente ovunque. Ma come si intraprende a cuor leggero la guerra contro un popolo dai confini lontani, popolo di espertissimi marinai, ottimamente fornito di ogni altro mezzo – ricchezza pubblica e privata, flotta, cavalli, armi, popolazione intensa, quale in nessun altro territorio ellenico – e che in più dispone di molti alleati tributari? E su che cosa dobbiamo contare noi che ci precipitiamo impreparati contro Atene? Sulla flotta? Siamo inferiori; e se vorremmo esercitarci e prepararci adeguatamente passerà del tempo. Sulle finanze? Qui la nostra deficienza è molto più forte: non abbiamo denaro in cassa, e non ci è facile esigerne dai privati.”

“A nessuno sembri viltà che molte città non corrano subito ad aggredirne una sola; gli stessi Ateniesi hanno un numero non inferiore di alleati, che versano tributi; e la guerra non dipende più dalle forze armate; specialmente se una potenza continentale combatte contro una potenza marinara. Procuriamoci dunque anzitutto questi mezzi, e fino ad allora non lasciamoci traviare dai discorsi degli alleati. Saremo noi a portare la maggiore responsabilità – nel bene o nel male – delle conseguenze della guerra; dobbiamo quindi anche considerarne in anticipo e con calma tutta l’importanza.”

“In seguito avvenne che i Tasi si ribellarono ad Atene per contrasti a proposito della miniera e degli sbocchi commerciali della costa tracia prospiciente, che appartenevano a loro.”

“Ma gli stati piuttosto interni e non situati sulla costa bisogna che sappiano che, non difendendo le città marinare, sarà loro più difficile conservarsi gli sbocchi commerciali per i prodotti del suolo ed effettuarne lo scambio con le merci che il continente importa per via di mare.”

“Inoltre sono le riserve auree che costituiscono il nerbo della guerra, più dei contributi imposti dalla necessità.” (da cui deriva la frase “c’est l’argent que fait la guerre”)

Questo testo viene portato come esempio moderno di trattare l’economia. L’economia è ancora trattata insieme alla guerra ma perfettamente in termini come oggi. D’altronde ai tempi di Tucidide (V sec. a.c.) queste cose erano vecchie di 2000 anni, come abbiamo visto dalle tavolette Mesopotamiche e dei Sumeri.

 

V - Conclusioni

Le conclusioni di questa analisi sono che l'Economia è scienza antica che parte dall'uso e dalla costruzione degli arnesi con cui l'uomo esce dalla condizione ferale, per fare poi la divisione del lavoro col commercio che implica mercato e commercio; questo è avvenuto nel neolitico con movimento di navi dedite al commercio altamente redditizio perché serviva il commercio delle cose più utili e più redditizie.

Nell'ambito della cooperazione necessaria per i commerci e per l'industria che li muoveva (sale, ossidiana, ambra, oro, metalli) è sorta la possibilità di applicare questa cooperazione all'agricoltura, prima nei luoghi più adatti, Mesopotamia, dove si è sperimentata l'agricoltura e si è praticata. Capitalismo e mercato esistono quindi dal neolitico.

L'arrivo della civiltà urbana ha completato il quadro di modernità che c'è da 5.000 anni e che si conferma nei contenuti delle tavolette Sumer.

L'andare all'incontrario nella storia, come nel Medio - Evo, è dovuto alla perdita della cooperazione e dello spirito di comunicazione che animava i mercati e i guadagni di benessere che essi davano.

La salita dell'uomo con l'economia, mercato e la divisione del lavoro, per elevarsi, può essere rappresentata da un alpinista che scala.

Se perde l'appiglio, perché viene negato il mercato o la divisione del lavoro, l'alpinista precipita come l'economia è precipitata nel Medio Evo, e come già si allenta oggi con l'anticapitalismo della tassazione, improponibile oltre il 10% perché è esproprio, col blocco delle infrastrutture che blocca la libertà di movimento dei cittadini, col blocco dei mercati degli affitti urbani che ha fatto salire i prezzi delle case in città a livelli malthusiani.

Lamentare il calo di natalità è leggerezza di chi non vuole il rapporto fondamentale naturale della popolazione con il benessere. Il rapporto fondamentale quindi riduce la popolazione alle minori risorse economiche effettive, che ci sono tenendo conto degli alti prezzi delle abitazioni,perché la popolazione non vuole ridurre il reddito pro- capite, che è invece la funzione obiettivo dell’Anticapitalismo-Medio Evo.

 


[1] Nella tabella che segue viene riportato un riepilogo di contratti di acquisto di terreni in cui figura fra l’altro il prezzo pagato ai venditori e allo sciba:

- 1 mina rame = 3 ban orzo ( “n. 23” )
- 1 siclo argento = 1 gur orzo ( “n.31” )
- 1 siclo argento = 1 gur orzo ( “n.55” )
- 2 ban orzo = 1 mina lana ( “n.11” )
- 1 siclo argento = 6 sila grasso ( “n.55” )
-1 siclo argento = 2 UL orzo ( “n.81” ) (dato anomalo di Nippur)

Ne discende il seguente rapporto: 

1 siclo argento = 8 mine rame = 1 gur orzo
che secondo le unità di misura di Fara corrispondono a circa:
6,7 grammi argento = 3,23 chilogrammi rame = 58,2 litri orzo

In due tavolette si parla addirittura di un rapporto di cambio fissato (per legge) dai Re di Lagas, Entemena (2.390 a.C.) (tavoletta n. 43) e Urukagina (2.355 a.C.) (tavoletta n. 32a). Nella circostanza lo scriba non indica quale fosse tale rapporto, ma quel che interessa è che esso era fissato dalle Autorità per cui esisteva una regolamentazione della materia da parte del sovrano.

[2] Gli scavi, iniziati nel 1964, hanno portato alla luce oltre 20.000 documenti (tra tavolette complete, frammenti di consistenti dimensioni, piccoli frammenti). Si valuta che si dovesse trattare di un archivio di circa 5.000 tavolette, di cui 2.000 giunte a noi in uno stato integro. E’ stata possibile una minuziosa ricostruzione dell’archivio con l’esatta individuazione della posizione in cui le tavolette si trovavano sulle scaffalature all’atto in cui l’archivio (e la stessa città) furono incendiati e distrutti da Sargon I. Si è anche potuto accertare che i testi erano raggruppati per tipologia di argomenti: trattati; assegnazioni di beni alimentari, di metalli, tessuti, terreni agricoli, animali, cui andavano ad aggiungersi: decreti reali, testi letterali, testi lessicali bilingui, scongiuri, inni. Tra tali documenti figurano il primo vocabolario bilingue ed i più antichi trattati internazionali. Prima della scoperta di tali trattati solo dagli archivi di Mari (XIX sec. a.C.) e di El-Amarna (Egitto del XIV se. A.C) era possibile ricavare informazioni su tali rapporti internazionali dell’Antico Vicino Oriente

Prof. Marcello Pili
Università degli studi di Roma “La Sapienza"
(elaborato concesso gratuitamente al sito "www.cronologia.it"
)


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