-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

13. CULTURA DELL'ANTICO ORIENTE - LA BABILONESE

Nelle pagine precedenti abbiamo tentato di delineare gli avvenimenti storico-politici svoltisi nell'antico Oriente in un periodo di più di tre millenni. E abbiamo visto passarci davanti agli occhi il quadro, che spesso si ripete, in ogni storia umana: nei tempi più antichi cui ci é dato esplorare, immigrazioni in regioni fertili da paesi lontani e finora ignoti, capacità di colonizzazione, lotta per l'esistenza, per la libertà e per il dominio del nuovo territorio, spesse volte non solo nei confronti di animali ma nei confronti di altri uomini già presenti in quel territorio.


Nessuna traccia di una storia degli antichi nomadi, le cui migrazioni ci é del tutto sconosciuta, né nello spazio né nel tempo. Solo dopo che l'attività colonizzatrice si é affermata, troviamo chiari i concetti della comunanza civile, della riunione di una quantità di individui in unità di lingua, di culto religioso esercitato da sacerdoti; ed ecco il possesso fondamentale e la ricchezza che ne deriva, ecco il sentimento e l'orgoglio nazionale, le norme del diritto e del culto, fissate con la scrittura, gli scambi commerciali, i funzionari e i guerrieri, la poesia e l'arte.

Ma nemmeno nell'antico Oriente ci é concesso di seguire passo a passo i singoli stadi di tale sviluppo, e soprattutto dove individuare il sorgere della scrittura o di riconoscere i primissimi prodotti dell'arte. Molta parte del mondo antico è ancora tutto da scoprire.

La più antica iscrizione sumera è del 3000 a.C. del tipo cuneiforme, che è contemporanea a quella egiziana del tipo geroglifico.

Nessuna delle due é ancora un vero e proprio alfabeto ma la filosofia della costruzione concettuale é quella di creare una lingua scritta. Cioè nel primo caso i segni sono una specie di "caratteri mobili" e quasi "figure mobili". Nel secondo caso sono invece vere e proprie "figure mobili", che anch'esse distribuite in una certa sequenza compongono una frase.

Questo sistema concettuale, ha scatenato una disputa sull'invenzione della scrittura tra i due Paesi che tutt'oggi non è ancora finita. Ognuno di essi afferma che ha imitato l'altro. Questo fino a pochi anni fa.

A scompaginare poi tutto, sono arrivate le 14 "Tavolette Tartaria" rinvenute pochi anni fa, però sui Balcani, quindi non in Egitto e nemmeno in Mesopotamia - cioé dove secondo gli studiosi non ci dovevano essere. Cioè nella ancora tuttora sconosciuta civiltà Trace antica, databile nel 5/6000 a.C.. E le tavolette tartaria sono del 3500 a.C. Una scoperta che è diventato un giallo. (Heinz-Siegert, I Traci, edito da Garzanti, nel 1986).

Il giallo consiste in questo: la scrittura cuneiforme compare in Mesopotamia nel 3000 a.C. e appare quasi subito come una specie di alfabeto fatto di segni incisi nell'argilla, ma nello stesso 3000 a.C. in Egitto appare la scritturra pittografica modificata in pittogrammi che diventa anch'essa subito quasi fonetica, infatti gli egiziani cercarono di modificare le figure ideografiche già esistenti dai tempi preistorici, in ideogrammi e contemporaneamente alcuni di essi in ideo-fonogrammi. Ecco dove sta il "sistema concettuale" simile.

Però le tavolette di Tartaria sono state scritte nel 3500 a.C. in una forma quasi cuneiforme ma con aspetti pittografici; ma sappiamo che anche la cuneiforme sumera nacque inizialmente quasi pittografica, poi via via nei testi successivi prese l'aspetto di una vera e propria fitta calligrafia.

In pratica sono delle piccole figure o segni incisi, che corrispondono non sempre a un oggetto. Vi appare ad esempio la "n" e la "m" che sia in sumero sia in egizio rappresentano la prima l'acqua di un fiume, e la seconda l'acqua di un mare. Ed é un segno che hanno utilizzato tutti per dire la stessa cosa. Un segno che non è mai stato abbandonato dagli alfabeti successivi, dal fenicio, fino ai nostri giorni. Già questo è abbastanza singolare. Sarebbe una coincidenza poco credibile. Qualcuno, o entrambe, la egizia e la sumera deve aver "copiato". Anche se non corrispondeva al fonema sillabico dello stesso oggetto nella rispettiva lingua il segno è stato comunque adottato integralmente e "concettualmente" nelle due lingue scritte.
Ma c'è di più, sempre in Tracia sono stati rinvenuti a Kananovo alcuni sigilli clindrici simili a quelli sumerici che contemporaneamente sono adottati dagli egizi, ma cinquecento anni dopo.
Il più antico trovato in Mesopotamia, nel rilievo presenta un uomo barbuto in abito sumerico che separa due leoni. Questa scena era riprodotta con frequenza nella patria dei Sumeri con i sigilli cilindrici e forse rappresentavano Gilgamesh. Cilindri che anch'essi con la prima dinastia (dopo la guerra con "gli stranieri") diventarono di uso comune anche in Egitto riproducendo in certi casi fedelmente il bassorilievo in stile sumerico. Infatti improvvisamente i disegni diventano nel 3000 a.C. in Egitto prospettici, cioè con le figure non allineate ma sovrapposte. Uno stile usato solo dagli scultori dei cilindri sumerici proprio nel 3000 a.C.


Per esporre la cultura dell'Asia anteriore e dell'Egitto nell'antichità dobbiamo naturalmente prender l'avvio dai raggruppamenti di civiltà che in queste regioni ci appaiono come un fatto compiuto fin dai tempi più antichi cui storicamente possiamo risalire. Ma, anche nei casi più favorevoli, nulla più che supposizioni possiamo fare intorno alla quantità e qualità di forze culturali e di adattamento al tipo di civiltà portata dai rispettivi popoli dalle loro sedi primitive, intorno ai fattori propizi o sfavorevoli che nelle loro migrazioni assecondarono o contrastarono l'antico patrimonio di civiltà, intorno all'influenza su di essi esercitata nei tempi preistorici da popoli vicini, sia stranieri, sia affini di razza.

La scrittura figurata, per esempio, può darci indizi, al di là dei ricordi propriamente storici, sullo stato di cultura di coloro che ne furono inventori; ma appunto essa rivela sempre negli oggetti rappresentati, una civiltà relativamente alta e progredita. Nemmeno l'antico Oriente conosce una scrittura inventata e regolarmente adoperata da genti nomadi. Sono sempre grandi popolazioni stabili che ci hanno lasciato ricordi scritti: nella valle del Nilo gli Egiziani col complicato sistema della scrittura geroglifica; nell'Asia occidentale prima i Sumeri e poi, al loro posto, gli antichi Babilonesi con la pure complicata scrittura cuneiforme; solo a distanza di secoli i potenti Hittiti con la loro scrittura ideografica tuttora indecifrata; e finalmente nel primo millennio a. C., i Cananei e gli Aramei con la evoluta scrittura alfabetica ad espressione dei loro dialetti.

Parallelamente a questi sistemi elaborati di scrittura, ci si presentano i prodotti dell'arte antica e antichissima, sorta certamente in servizio del culto religioso. Tutti gli indizi ci mostrano che la scrittura non tenne, nel suo sviluppo, una via diversa. Difatti le più antiche notazioni, così babilonesi come egiziane, consistono in scritti apposti su monumenti d'arte, per spiegarne la natura o lo scopo. Dovette passare certo molto tempo prima che si approntassero iscrizioni libere da ogni accessorio artistico e che avessero in sé stesse il loro scopo. E prodotti d'arte e scrittura ci appaiono pertanto come sfogo di impulsi religiosi, che insieme alla colonizzazione si fissarono in una sede di culto formale e determinata, in un santuario.
Anche senza le numerose osservazioni di tutti gli assennati osservatori di popoli allo stato selvaggio, basterebbe questa circostanza per attestare che anche i colonizzatori dell'antico Oriente, già prima di assumere sedi stabili, come nomadi cioè, possedevano una mitologia e un culto, in una parola forme di religione, senza delle quali non si è finora riscontrata nell'antichità alcuna comunità di individui.

Le immagini di natura religiosa materializzatasi nelle comuni migrazioni, l'arte primitiva sorta nelle sedi stabili per la rappresentazione di quelle immagini, e la più antica forma di scrittura messa al servizio di questa: ecco i tre fattori evidenti, dai quali nel corso dei secoli si sono svolte tutte le civiltà dell'antico Oriente. Ma anche per esse valse certamente la massima, che il grado più alto di civiltà è nemico mortale del più basso.
Quanti culti di natura primitiva e localmente limitata, della cui esistenza non si conservano tracce, se non talvolta casuali, avranno trascorso un'esistenza relativamente breve, per poi essere assorbiti da culti più sviluppati! Con quanta varietà, di scavo in scavo, i ricordi dell'arte primitiva si mostrano all'indagine moderna!
Per quali altre vie così complicate procede l'impiego dei differenti sistemi di scrittura nell'Asia occidentale! Le manifestazioni della vita, che pulsava nel bacino del Mediterraneo e nella valle del Nilo, presso il Giordano, presso l'Halys e nella Mesopotamia, non scaturiscono davvero da un'unica cultura orientale originaria, secondo il postulato messo avanti, in questi ultimi anni, da una fantasiosa speculazione.
Rivoletti senza numero sorsero, dovunque il terreno era favorevole al loro formarsi; alcuni per perdersi nella sabbia, altri per allargarsi; corsero paralleli oppure s'incontrarono, formarono laghi o chiuse, oppure diedero origine a larghi e grandi fiumi d'importanza mondiale.
Appunto questa abbondanza di forme rende difficile il riconoscere e tener nettamente distinti i singoli coefficienti. Si aggiunga che gli scavi e le ricerche nell'occidente dell'Assiria e Babilonia sono soltanto da poco più di un sceolo incominciati. Nemmeno il ricco terreno della Palestina meridionale è finora, esplorato a dovere.
Solo nell'ultimo secolo si è riconosciuta la profonda influenza esercitata su Israele dalla cultura cananea, e appena da qualche decennio gli scavi nella capitale dell'antico regno hettito ci dànno un'idea dell'importanza che esso ebbe per la storia della cultura.

Ma nel secolo passato il piccone e le decifrazione, presso l'Eufrate e il Tigri e nella terra dei Faraoni, hanno messo allo scoperto le più poderose di queste correnti, quelle che possiamo risalire per un lungo tratto: le antichissime civiltà della Babilonia e dell'Egitto.


L'ANTICA CULTURA BABILONESE

Quale è più antica delle due civiltà, la babilonese o l'egiziana?
Questa domanda spesso ripetuta ricorda un problema altrettanto importante, o meglio altrettanto insignificante quale biblioteca possiede più libri, quella del British Museum di Londra o la Bibliothéque Nationale di Parigi? L'esperienza ha insegnato che i volumi erano in maggior numero là dove se ne era fatta più di recente la statistica; e così può dirsi in generale di quelle civiltà, secondo le esperienze degli ultimi decenni, che i nuovissimi scavi, intrapresi su larga scala, hanno via via messo in luce i più antichi strati di cultura. Durante la compilazione di queste pagine, la Babilonia poteva pretendere di aver conservato e più antichi monumenti storici dall'umanità.
Dopo che i singoli ritrovamenti degli scavi inglesi, circa nella metà del secolo XIX, avevano permesso di seguire la antica cultura babilonese fino ai tempi di un Sargon I, dopo un quarto di secolo venne messa al sicuro, per le indagini assiriologiche, un'altra quantità di materiale antico mediante gli splendidi risultati dalle spedizioni francesi a Telloh e degli scavi americani a Nippur.

La statue del principe-sacerdote Gudea, la cosiddetta stele degli avvoltoi di Eannatum, presso a poco dalla stessa età, il monumento trionfale di Narâmsin trovato nell'Elam a consimili monumenti, ci fecero conoscere l'arte più antica e già sviluppatissima dai Sumeri. Dalle grandiose rovine dei templi si ebbe una chiara idea dall'esercizio dai culti religiosi nella più remota antichità, come dai numerose ritrovamenti sepolcrali dei vari modi di inumazione, mentre il decifratore era attirato da migliaia di iscrizioni.

L'ultimo decennio poi apportò nuova e ricca quantità di reperti dall'epoca in cui la Babilonia era riunita in un unico grande impero. Alla pubblicazione della istruttiva corrispondenza di Chammurabi con uno dei suoi vassalli, seguì la scoperta dell'inestimabile Corpus juris a lui attribuito. Liste di re e innumerevoli documenti privati completarono il quadro dell'antica cultura di Babilonia, le cui particolarità appariranno sempre più nel modo migliore dopo vari studi attraverso le rovine finora messe in luce, come sono descritte, tra gli altri, da H. V. Hilprecht nella sua opera, riccamente illustrata, Exploration in Bible lands during the 19th Century (Esplorazioni nei paesi della Bibbia durante il XIX secolo), Philadelphia, 1903.
Molte attrattive non offre invece la regione dalla Babilonia centrale e meridionale, finora relativamente poco esplorata, nella quale invitiamo il lettore a seguirci. (ancora oggi per i vari contrasti politici con l'occidente (con guerre ecc., vi sono zone dall'Irak all'Iran del tutto inesplorate, anche se i rilievi foto-aerei o satellitari ci indicano la presenza di migliaia di collinette che sono indubbiamente paesi e città di tempi lontanissimi).

La pianura alluvionale chiamata oggi Irâq-el-Arabi, attraversata da numerose colline artificiali ma del resto oltremodo monotona, che si stenda fra la correnti dall'Eufrate e dal Tigri a sud di Bagdad fino al golfo persiano, appare in autunno a inverno come uno sterminato deserto di sabbia, in primavera ed estate come terreno paludoso inondato per miglia e miglia da innumerevoli canali dall'Eufrate a del Tigri, antichi e recenti.

È vero che appunto dall'inondazione di queste fiumi dipende la fertilità - di per sé piuttosto scarsa - del terreno, e quindi il movimento della popolazione nomade, mezzo selvaggia e povera, che si sosteneva coll'allevamento del bestiame e con la pesca, e solo in rari casi - e solo più tardi - ricorse all'agricoltura stanziale.

Non soltanto le ostilità di queste stirpi beduina, che non riconoscono alcuna legge a molto spesso si trovano in dipendenza poco più che nominale dal governo turco, irakeno e iraniano, aumentano le difficoltà con le quali debbono lottare i capi delle spedizioni europee per gli scavi.
Ma anche le temperature intollerabile, i venti ardenti e i turbini di sabbia nell'aria febbrifera mettono a dura prova la costituzione fisica dell'Europeo. E quante amare delusioni dovettero inoltre sopportare gli audaci scopritori di nuove rovine ! Tuttavia da certi tratti delle nude, ampie distese colline più d'un occhio esercitato riuscì a scoprire a prima vesta gli avanzi di templi e di torri, oppure ad indovinare la ricca promessa di uno scavo dai frammenti di mattoni e statuette, da cocci, pezzi di vetro e scorie sparsa fra la macerie.

Ma non di rado i lavori necessari allo sgombro di enormi mucchi di macerie oltrepassarono i mezzi concessi dal proprio paese alla spedizione.
Anche la Sublime Porta- mise in passato il veto a scavi di maggior importanza o all'esportazione delle antichità ritrovate. Ma oltre a questo sculture riportate alla luce a fatica dal terreno andavano in frantumi appena esposta all'aria del deserto.
Avvenne perfino che tesori dall'antichità, felicemente nascosti, appena messi in luce dopo millenni di quiete, trovassero nuova tomba nelle onda di uno dei fiumi gemelli. Non ci sorprenderà pertanto cha le rovine finora scavate con successo siano relativamente poche, e che nella riconquista dall'antica cultura babilonese s'incontrino fino ad oggi numerose lacune. Appunto dalle macerie sud-babilonesi, secondo ogni apparenza le più antiche, si é finora esplorata solo una piccola parte.

Se percorriamo questi luoghi memorabili, avanzando dal golfo persico verso settentrione, incontriamo prima di tutto, nell'odierno Abû Shahrein sulla riva sinistra dell'Eufrate, un esteso campo di rovine, rappresentante l'antichissima ed importante città di Eridu, sacra al dio Ea e sede di un celebre oracolo. I pochi scavi, che misero in luce le rovine di un tempio, diedero ritrovamenti di alabastro, marmo, granito e oro. Risultati non meno importanti diede l'esplorazione della collina di Mugajjar a sud-ovest dell'odierna città di Nasrije, presso il canale di Pallakotta. Già H. Rawlinson poté riconoscere in questo luogo la città di Ur, ricordata nella Genesi, cioè nel I libro di Mosé (cap. II, v. 28) come quella da cui, secondo il racconto biblico, Tharah condusse il figliuolo suo Abramo, «per andar nel paese di Canaan» (v. 31).

Oltre al tempio, molto ben conservato, del dio lunare cui era consacrata Ur, ci dànno le prime autentiche notizie di questi luoghi, il cui nome è familiare ad ogni lettore della Bibbia; così pure delle semplice case di mattoni risalente al terzo millennio, o un pavimento sepolto, pure in mattoni e probabilmente ancor più antico, e una serie di tombe, in apparenza più recenti ci danno altre preziose notizie.

Molto lontano verso nord-ovest, sulla riva occidentale del Shatt-el-Kâr, giacciono le rovine di Senkereh, esse pure solo in parte esplorate, ma nelle quali è certo da riconoscere la città di Larsam, l'Elassar biblica (Genesi, cap. 14, v. I), dove sotto il re Gungunu fu fondata una particolare dinastia babilonese. Una parte del tempio del dio solare, cui era sacra questa città, è messa allo scoperto; alcuni bassorilievi con scene religiose e della vita quotidiana ci danno notizia dell'attività artistica di Larsam.

Ma fra questi ritrovamenti apparve di speciale importanza una serie di tavole, fino allora sconosciute, con iscrizioni commerciali della metà del terzo millennio, realizzate in doppio esemplare. La tavoletta di argilla scritta veniva cioè ricoperta con una fascia di argilla, sulla quale era ripetuto il testo del contratto. Negli esemplari intatti la tavoletta sta tuttora nella sua fascia, come una noce nel suo guscio: ingegnoso davvero chi inventò un mezzo così eccellente per la conservazione di documenti, mezzo che li ha protetti, come vediamo, per millenni!

Un altro ritrovamento di Senkereh merita speciale accenno: una tavoletta di argilla con segnati i numeri da 1 a 60 e accanto a questi i corrispondenti quadrati e cubi: una delle più antiche tavole matematiche del mondo, forse da servire soprattutto a scopi pratici, per misurazioni di edifici, campi, terreni, ecc., ma che avviarono, già in tempi antichissimi, a calcoli estesi (v. sotto). Anche dalla collina di Tell Sifr, ad oriente di Senkereh, vennero alla luce, benché scavata superficialmente, circa cento tavolette fasciate, come quelle sopra descritte; inoltre una quantità di utensili e strumenti babilonesi in rame, come martelli e scuri, pugnali e coltelli, lastre e specchi, testimoni di quella civiltà.

Minor successo ebbero finora gli sforzi per riportare in luce le ampie rovine di Varka sulla riva sinistra dell'Eufrate, l'antichissima Erech, in babilonese Uruk, ricordata nella Genesi (cap. 10, v. 10); secondo la parte importante che essa ha nell'epopea nazionale babilonese, le cosiddette saghe di Gilgamesh, dovremmo riprometterci molto da scavi futuri.

Tuttavia, tra le 10.000 tavolette (oggi tutte visibili al Louvre) gli archeologi hanno recuperato quasi intero il Poema di Gilgamesh ( 13 tavolette con la narrazione dei suoi destini è la controparte del racconto biblico del diluvio in lingua babilonese e assira; ma ebbe larga diffusione anche in lingua ittita e urrita (1680-1300 a.C). Mito e leggenda di Gilgamesh indubbiamente influenzarono (nel 1290 a.C.) l'estensore del primo biblico libro del Pentateuco: la genesi. Con alcuni errori cronologici sia dei fatti che dei personaggi, di cui abbiamo invece oggi un'altra versione cronologica più precisa tramite varie reperti e le ultime decifrazione delle antiche tavolette del 2350 a.C. che molto probabilmente gli ebrei non videro mai essendo rimaste sepolte per quindici secoli. Probabilmente ebbero conoscenza del diluvio per sentito dire nelle varie versioni orali, non sempre però uguali.

Come accerterà poi Woolley a Ur, quello della leggenda é uno dei tanti (almeno 7 di quelli finora accertati) catastrofici diluvi-alluvioni - la piana mesopotamica é cinque volte più grande della pianura Padana (anch'essa spesso soggetta a catastrofiche alluvioni) e vi scorrono due grandi fiumi, il Tigri e l'Eufrate, quasi paralleli in molti punti pensili sulle campagne circostanti. I due fiumi poi si uniscono formando una lunghezza di 2750 chilometri (5 volte il Po).
Tutta l'aerea era ed é ancora -anche se un po' meno dopo grandi e antichi lavori di canalizzazione - quindi soggetta a inondazioni. Quasi l'intero territorio é formato appunto da consistenti coperture sedimentarie, più imponenti nel basso corso. e come spessore, alcune misurabili nelle varie epoche sono molto più spesse di altre, di vari metri da 3 a 8)
Di grandi diluvi-inondazioni intorno al periodo biblico (dal 10.000 al 5.000 a.c.) se ne verificarono almeno tre. Woolley scoprì scavando, che antichi insediamenti umani (di circa 6.000-5.000 a.c.) nella piana mesopotamica furono ricoperti da tre metri di limo alluvionale; questo sarebbe una conferma ai vari contenuti leggendari.
Soltanto che Wooley scopri' pure che sotto questo strato, ve ne sono degli altri, di cui uno con 8 metri di limo ma molto più antico, oltre i 10.000 a.C. una conferma che eventi del genere in quel periodo ancora preistorico non erano poi tanto rari.
Che poi siano stati mondiali, viene messo molto in dubbio. In Egitto di alluvioni catastrofiche, salvo quelle periodiche del delta del Nilo, che ha un territorio piatto e con una pronfondità di circa 600 chilometri, e che fino al 4000-3000 a.c. non fu mai abitato, non solo non ci furono alluvioni consistenti, ma addirittura era in atto un periodo di desertificazione.

Il concetto degli uomini malvagi puniti con il diluvio ricorre in innumerevoli tradizioni. Noe' lo incontriamo in tutto il globo, talvolta addirittura con il suo nome, dall'hawaiano Nu-u, al cinese Nuwah, al Noa amazzonico. In Paraguay e in Brasile é anche Tamanduare, in Messico Tapi o Nalà e diviene Pokawo per i Delaware statunitensi, Manibusho per i pellerossa canadesi, Zeukha presso i Patagoni, Yima in Persia, Dwifa nelle leggende celtiche. La storia del diluvio é piu' o meno la stessa (come in tutte le alluvioni) che si racconta sulla bibbia, e molto simile a quella di Gilgamesh.
Dire però che era sempre la stessa alluvione (diluvio) ci sono tanti dubbi.

Fra gli scavi più grandiosi finora intrapresi sul suolo della Babilonia meridionale, va messa senza dubbio la esplorazione sistematica delle vaste colline di macerie di Telloh, vicino allo Shatt-el-Hai, che é probabile si stendesse accanto all'antico letto di questo canale. Non senza ragione Telloh è stata chiamata la Pompei babilonese. Il merito immortale di averla dischiusa alla scienza spetta a Ernesto de Sarzec. In undici campagne di scavi intraprese per incarico del governo francese furono esplorati, nello spazio di quattordici anni, due grandi campi di macerie a nord-ovest e sud-ovest delle ampie rovine: rimosso lo strato superficiale di detriti del periodo seleucido-partico, vennero alla luce le più sorprendenti scoperte babilonesi.

Già i primi scavi nella collina a nordovest misero a giorno frammenti di vasi di onice scritti, cardini, oggetti di bronzo, statuette votive di pietra e di metallo: promettente preludio al ritrovamento di nove grandi statue, purtroppo senza testa, lavorate con mirabile finezza nelle membra e nel panneggio.
Da singole teste ritrovate insieme a queste statue, si vide subito che i rappresentanti della cultura qui fiorita non potevano essere stati Semiti. Il personaggio raffigurato da queste statue panneggiate, per lo più sedute e con le braccia incrociate sul petto, era l'architetto reale, quasi sempre il re-sacerdote lagascida Gudea.

Tale interpretazione fu subito confermata da una lunga iscrizione in cuneiformi, corrente sul corpo e la veste. Inoltre in due casi le tavolette poste sui ginocchi dicevano espressamente essere il principe rappresentato in qualità di architetto: e sopra una di queste tavolette si trova il disegno, ben chiaro, di una fortificazione: la più antica notizia storica di tal genere.
Insieme ad altri pregevoli ritrovamenti di oggetti d'arte minori, scoperti in una con le statue (frammenti di sculture e bassorilievi benissimo eseguiti su di un'arca di calcare lunga quasi tre metri e rappresentanti un corteo di naiadi) attira specialmente l'attenzione la cosiddetta «Stele degli avvoltoi», scoperta in più frammenti e già sopra ricordata. Contiene essa un patto per delimitazione di confini, dei tempi dell'antico re Eannatum, accompagnato da scene mitologiche e da una vivace rappresentazione dei nemici caduti, le cui teste, mani e braccia sono rapite in aria da una schiera di avvoltoi.

Ma più ancora di tutti questi prodotti dell'antica arte babilonese ci hanno detto le lunghe epigrafi in cuneiformi arcaici e lingua sumera incise su tre cilindri alti circa due piedi e celebranti le gesta del re Gudea; del contenuto di questi antichissimi ed estesi documenti in cuneiformi, due dei quali finora sono conservati nel Louvre, merita che ci occupiamo più minutamente in seguito.
Si è riconosciuta in buona parte anche la posizione del tempio di Telloh, identificato in molte iscrizioni con Lagash. Il santuario, ornato di colonne di argilla, con l'androne e la torre, era dedicato a Ningirsu, la divinità protettrice della città; è probabilissimo che ci fosse anche una piramide a scalee, quale più tardi si trova sempre unita ad ogni tempio. Sembra quasi certo che ad una tale piramide a scalee si debba riportare l'origine del racconto biblico della torre di Babele, per la quale non si sono trovati finora altri punti di riferimento.

Per quanto tali sorprendenti scoperte del de Sarzec nella collina di nord-ovest riconducessero il mondo babilonese ad una insospettata antichità, esse vennero superate dai ritrovamenti a sud-est delle rovine, dove i fortunati scavatori riconobbero in tre strati ben distinti altrettanti testimoni di civiltà sempre più remote. Il primo strato, cioè il più recente, diede, oltre ad avanzi di costruzioni del tempo di Gudea, pezzi dispersi di onice e di alabastro, appartenenti certo ai più antichi signori di Lagash. Lo strato intermedio condusse a immensi magazzini, cinti di doppie e grosse mura, nei quali si custodivano arredi sacri e oggetti votivi di ogni sorta, ma che devono aver servito anche come granai e depositi di olio per la popolazione e come arsenali per l'esercito di un Urninâ e di altri sovrani.

Finalmente, gli scavi sistematici dei Francesi misero in luce un terzo strato più profondo, i cui ritrovamenti poterono riferirsi al re Eannatum. Un portale antichissimo, magazzini per la custodia della raccolta dei datteri, e due cisterne artificiali, forse costruite ad uso di frantoio e di torchio per vino di datteri, notevoli impiantiti in gesso e una quantità di ritrovamenti minori, brocche, statuette di rame, curiosi oggetti di pietra di forma ovale, sferica e cilindrica, in parte scritti, e circa mille tavolette di argilla con caratteri cuneiformi, ci fecero conoscere i più antichi prodotti della popolazione finora nota dell'Asia anteriore.
Non che tutte le spedizioni mettessero in luce un materiale epigrafico come quello ora descritto. Ma anche nei campi di macerie di Surghul ed El-Hibba a nord-est di Telloh, e di Fâra e Abû Hatab presso all'odierno Deg'e, esplorati da Tedeschi e in gran parte privi di tali documenti, le scoperte di abitazioni e strade, di pozzi e cave ci riportano pure ad un'età remota.
I vari accessori sepolcrali, come vasi di pietra, patere, anfore, terrecotte e ornamenti d'ogni sorta, nonché i numerosi cilindri a sigilli, in quelle zone scavati, risalgono evidentemente dalla metà del terzo millennio in poi.

Ultima delle rovine, dalle quali durante lo scorso secolo fu riscoperta la civiltà della Babilonia antichissima, ci si presenta, a mezza strada circa tra Varka e la capitale Babilonia, presso il letto disseccato dello Shatt en-Nîl, l'odierno Nuffar, un terreno alternato per tutta la sua lunghezza da alture e pianure e che già nella metà del secolo XIX attrasse l'attenzione degli esploratori inglesi. Qui hanno riportato splendidi successi le quattro campagne regolari di scavi inaugurate dalla « University of Pennsylvania » e continuate per un periodo di quattordici anni. Si trattava di rimettere in luce l'antichissima città di Calneh, ricordata nella cosiddetta tavola dei popoli della Genesi (I Mosè, cap. 10, v. 10).

Come a Telloh così anche a Nippur - nome dato a questa località dai cuneiformi - bisognava esplorare una serie di strati differenti per penetrare fino ai resti dell'antica civiltà babilonese. L'assiriologo H. V. Hilprecht, capo degli scavi americani, asserisce di aver riconosciuto non meno di 21 di tali strati. Dallo strato superficiale, in cui si rinvennero due palazzi e un tempietto dell'età partica e perfino avanzi dei primo periodo arabo, si passò a tre differenti pavimentazioni, che dal settimo secolo a. C. ricondussero fino al terzo millennio; ed a profondità molto maggiore fu scoperto un ammattonato del re Narâmsin, sotto la quale pavimentazione si riconobbero delle arcate probabilmente più antichi dei più antichi ritrovamenti di Telloh, e si riacquistarono oggetti minori.

Il risultato principale di questi estesi scavi fu la scoperta del tempio di Illil, la divinità protettrice, detto Ekur. In una delle due spaziose corti di questo santuario, riunite da un androne, si trovava la maestosa piramide a scalee (ne furono riconosciuti tre piani), protetta da grandi canali di scolo contro le intemperie della stagione piovosa. Ma pare si tratti di una nuova costruzione sul posto di un'antichissima piramide, verosimilmente esistita nella più remota età sumerica.
I ritrovamenti procurati da questo sacro terreno percorrono tutta quanta l'età dell'impero assiro e babilonese. Possiamo distinguere i singoli periodi della civiltà svoltasi a Nippur grazie ad una quantità di statue e frammenti di vasi, pietre terminali, cardini in gran copia, oggetti votivi, mattoni con stampo, cilindri a sigilli e lapidi con iscrizioni di fabbriche, ma soprattutto grazie alle migliaia di tavolette di argilla in scrittura cuneiforme.

Fra i più antichi monumenti statuari sono da annoverare il torso di un re-sacerdote barbuto, nonché diverse testi in marmo di reggenti o dignitari sumeri. Pure a Nuffar, parecchi metri al disotto dello strato di Narâmsin, é stato scoperto il più antico acquedotto del mondo, consistente in un passaggio alto circa un metro, in forma regolare d'arco con canali trasversali per la presa di due tubi d'argilla destinati all'acqua di scolo (di questi ultimi si sono pure trovati dei frammenti).

La storia della cultura trarrà grandissimo profitto dalla suddetta immensa collezione di tavolette di argilla, che manifestamente formava una parte dell'archivio del tempio e dalla quale possiamo aspettarci di sapere come e quanto i più antichi sacerdoti di Nippur si occupassero, di grammatica e lessico, di matematica e meterologia.

In confronto a tali conquiste, Babilonia (in assiro-babilonese Bâbilu), la capitale della Babilonia riunita in un unico regno sotto Chammurabi, e la cui rispettabile antichità ci è attestata dalla citazione fattane in un'antica epigrafe, ha finora deluso gli esploratori dell'antica Mesopotamia. È vero che le rovine sulla riva sinistra dell'Eufrate, a settentrione della città araba di Hilla, mai scomparse del tutto dal suolo, sono state spesso accuratamente descritte e misurate ed esplorate. Uomini come Rich, Layard, Rawlinson ed Oppert hanno difatti dedicato appunto a queste rovine parte della loro attività e gli scavi tedeschi diretti dal Koldewey furono inaugurati il 26 marzo 1899 e fino ad oggi continuati con la esplorazione sistematica della « fortezza » (Qasr) di Babilonia e del colle limitrofo di Tell Amran ibn Ali.

Certo tali sforzi a qualche cosa hanno approdato. Si è ricavata la pianta della città nei suoi dettagli, aprendosi così la via alla critica assennata delle notizie di Erodoto e di altri classici intorno alla favolosa grandezza di Babilonia. Si è ritrovata la sala del trono di Nebukadnezar II, dalla ricca ornamentazione; si é messa in luce la porta di Ishtar, ricordata nelle iscrizioni di quel re,' con bassorilievi in mattoni a smalto rappresentanti animali favolosi; si è ritrovata la strada della processione di un dio babilonese, e riconosciuto un tempio situato presso il castello reale.
Insieme ad altri ritrovamenti minori di terrecotte, cilindri a sigilli e tavolette di argilla inscritte, si è scoperta qui, dove meno si sarebbe aspettata, una grande stele di dolerite con bassorilievi e con un'epigrafe in scrittura e lingua Hittita.

La tecnica architettonica dell'età neobabilonese si può in specie, da questi estesi scavi, studiare fin ne' suoi dettagli. Ma ogni premurosa ricerca degli esploratori non è bastata a ridarci i testimoni dell'antichissima civiltà in Babilonia: non riapparsi alla luce, come i famosi giardini pensili, dei quali si annunzia di decennio in decennio la «scoperta».

Anche a Sippar, spesso ricordato nelle iscrizioni cuneiformi e che H. Rassam riconobbe nelle rovine di Abû-Habbah, circa 60 km. a nord di Babilonia presso l'odierno Mahmudije (che esplorò per incarico del governo inglese) si sono finora trovati solo scarsi avanzi della più antica ed antichissima colonizzazione, per quanto questo campo di macerie con la sua superficie di più che 140.000 mq. abbia dato numerosi reperti per la storia neobabilonese.
Soltanto una statuetta isolata di Sargon I di Akkad (in cui i più vedono il pomo di un bastone o di uno scettro) e un certo numero di frammenti di vasi e statue con i nomi di antichi re babilonesi, risalgono direttamente all'età della cui cultura ora ci occupiamo.

Nel nostro giro attraverso la Babilonia abbiamo pertanto potuto esaminare una cospicua serie di campi di rovine e di pendici, le cosiddette Tell degli Arabi, il cui materiale, per quanto lacunoso, merita una breve descrizione. Si tratta infatti dei testimoni della antica cultura di tutta l'Asia occidentale e dell'unica base autentica per giudicare lo sviluppo di tutta la civiltà assiro-babilonese.

Possiamo farci un'idea abbastanza precisa della attività di costruttori di questi abitanti, storicamente più antichi, della Babilonia. La estesa pianura alluvionale li portava a servirsi in larga misura dall'argilla. Il più antico materiale da costruzioni fu formato da mattoni d'argilla cotti al sole, via via più grandi e più regolari. Per cementarli si servirono del bitume, facilmente ricavabile dalla numerose sorgenti di petrolio; il giunco delle paludi fornì i rinforzi intermedi. Si può supporre, ma naturalmente non provare, che queste costruzioni di mattoni siano state precedute da capanne di giunco, quali sono ancora oggi frequenti nella Mesopotamia.
I più antichi resti di abitazioni finora ritrovati, mostrano già il raggruppamento, poi costante nell'Assiria, di una serie di stanze intorno a un cortile a lanterna, e già negli strati più antichi si trova una pavimentazione regolare, sia in mattoni sia anche in gesso, procedimento passato dalla Babilonia in tutti gli altri paesi civili. I magazzini, dispense, spesso annessi alle abitazioni e ad altri edifici mostrano quanto presto il caldo clima distruttivo della Mesopotamia costringesse gli abitanti a conservare le provviste in locali in buona parte sotterranei.

Impianti di pozzi e canali artificiali, specialmente di canali di scarico, sono pure attestati nell'antichissima età, mentre la costruzione delle tombe ci fa conoscere le varie maniere d'inumazione. La costruzione di palazzi principeschi e di templi condusse a un più ricco sviluppo dell'architettura. Gli antichi Babilonesi impararono allora a rinforzare i muri e ad innalzare muri doppi; i santuari o le dimore dei sovrani dovettero essere fortificati. Grandiose infrastrutture e terrazze diedero, con la cercata e raggiunta stabilità, le fondamenta a queste costruzioni in un terreno ampiamente paludoso.
Androni con grosse pareti a torri condussero nello stesso tempo allo costruzione delle fortificazioni varie e ad una notevole architettura.

La natura del suolo esigeva la costruzione di dighe a terrapieni e un esteso impianto di fosse e canali, senza i quali non é possibile immaginare la colonizzazione del paese. Il già ricordato arco di drenaggio di Nippur basta ad attestare la mirabile perfezione di tali lavori nell'età più antica. Ma non solo dall'antichissima ruota del vasaio e dell'utilizzo dell'argilla erano pratici gli antichi Babilonesi; sapevano utilizzare pietre di vario genere. L'alabastro e il marmo, l'onice o la calcite, a soprattutto la diorite servivano per pregevoli lavori artistici.
Ciò presuppone un lungo lavoro nell'impiego dello scalpello, trivello e ruota e nell'uso e fabbricazione di utensili d'ogni sorta, martelli, scuri e coltelli, quali infatti furono ritrovati negli scavi. Oltre all'arte di tagliare le pietre, è attestato l'uso di stampini o sigilli (marchio di fabbrica), con i quali si eseguivano le iscrizioni su mattoni. Sapevano lavorare l'oro e l'argento; l'impiego del bronzo risale all'epoca sumerica e già i più antichi ritrovamenti dimostrano che sapevano temperare il rame mediante lo stagno e l'antimonio. La lavorazione di questi metalli, come pure della pietra e terracotta,é attestata da una quantità di oggetti e utensili scavati.
Piatti e lamine, pentole e brocche mostrano un'arte ornamentale più o meno sviluppata. L'uso dello specchio metallico si può pure seguire fino nei tempi più antichi. Specialmente pregevoli per giudicare dello sviluppo artistico appaiono i numerosi vasi scavati, come pure i cilindri a sigillo lavorati in pietra dura e gli svariati gioielli, fra i quali alcuni lavori in bronzo, rappresentanti teste di capre o di tori, sono squisite opere d'arte.

I bassorilievi e le sculture conservateci bastano a dare una chiara idea dell'altezza cui era pervenuta l'arte di quei tempi. Le più nobili creazioni di essa sono rappresentate dalle mirabili statue di Gudea, già più volte ricordate, e dalle teste ritrovate insieme ad esse, o in strati simili, e il cui tipo spiccatamente non semitico ci mostra che si tratta di creazioni puramente sumeriche.

Il modo vigoroso col quale quegli scultori, lavorando la dura diorite, sanno trattare il corpo umano e rendere magistralmente il panneggio, la posa bellissima delle braccia e delle mani e la tensione dei muscoli, hanno - da quando quelle statue furono scoperte - destato grande ammirazione.

Ma quegli artisti presero anche a modello il corpo degli animali; dalla copia fedele, specialmente dei leone del deserto, s'innalzarono a rendere creazioni fantastiche, draghi ed animali favolosi, cercando talora - per quanto appare da tracce isolate - di rafforzare l'effetto dei loro prodotti con accessori pittoreschi. Pregevoli testimonianze del progresso della loro tecnica nella composizione artistica ci offrono i bassorilievi, soprattutto la famosa «stele degli avvoltoi» e il su ricordato corteo delle naiadi, così ricco di fantasia.

Perfino gli inizi della araldica si devono cercare nella Babilonia; sopra un vaso argenteo del principe-sacerdote Entemena di Telloh è raffigurata un'aquila con la testa di leone, la quale con gli artigli tiene due leoni sotto le ali distese; secondo la iscrizione annessa sarebbe questo l'emblema del dio Ningirsu e della città di Lagash a lui consacrata.

Ma più ancora da apprezzare l'uso dell'argilla cotta per edifici imponenti e per creazioni artistiche é l'impiego dello stesso materiale per la scrittura, senza la quale oggi non avremmo assistito alla risurrezione dell'antichità babilonese. Anche gli strati più antichi dei campi di rovine finora scoperti hanno portato alla luce tavolette scritte, pietre da costruzione e cilindri d'argilla, che ci mostrano una civiltà assai progredita. Se anche il ricco sviluppo artistico non ci avesse insegnato quanto lunga sia la catena di cui vediamo qui l'ultimo anello, ne sarebbero testimoni parlanti queste iscrizioni.

La scrittura cuneiforme incisa sulle tavolette d'argilla, derivata, come tutti gli altri ricordi scritti dell'umanità, da una ideografia primitiva, accenna - tanto per la forma quanto per la varietà dell'uso - ad uno sviluppo da misurare piuttosto per secoli che non per decenni.
Alle antiche immagini si è sostituito un complicato sistema di figure lineari, alla sua volta modificatosi in segni cuneiformi, inscritti nell'argilla molle con una specie di stile. La parte finora decifrata dei ricchi tesori conservati nei musei d'Europa e particolarmente nella « University of Pennsylvania », ci trasporta in una vita intensa di ordinamenti di stato, industrie e commerci, con interessi, politici ed economici, arti e scienze.

L'agricoltura, specialmente la coltivazione dell'orzo, frumento, miglio, insieme alla caccia e alla pesca appaiono le principali occupazioni dell'antica popolazione. Il possesso fondiario veniva stabilito e valutato mediante delimitazioni, e i rapporti commerciali regolati da convenzioni. Anche il diritto familiare ed ereditario e la procedura giudiziaria sono illustrati da numerosi documenti del terzo millennio.
Degli studi scientifici, si coltivano con speciale impegno la matematica e la filologia. La conoscenza del cosiddetto sistema sessagesimale, accanto al decimale, risale all'età antica di Babilonia, e una serie di tavole di moltiplicazione trovate a Nuffar mostrano l'importanza che allora si attribuiva alle potenze del numero 60, il cui esponente è un numero pari.

Anche la scienza augurale ebbe certo parte importante nella vita degli antichi Babilonesi. Il particolare sviluppo della mitologia e del culto dimostra sicuramente l'influenza di un sacerdozio potente e bene ordinato. I motivi religiosi appaiono in forme stabili, e godono la sanzione dello stato. Il pantheon babilonese, forse come tale derivato da antiche divinità naturali, con indubbi accenni anche ad una primitiva zoolatria, ha fin da allora un deciso carattere antropomorfico. Il sacrificio, come ogni altra funzione del culto, è severamente regolato.
La proprietà dei templi e le tasse da pagarsi ai santuari sono espressamente attestate. Un pieno sviluppo di queste forme religiose è probabilmente rappresentato dalle iscrizioni su cilindri di Gudea, la cui traduzione é dovuta all'esimio assiriologo francese Fr. Thureau-Dangin. Valga come saggio il principio del testo sumerico nel grande cilindro « A » :
« Nel giorno che furono stabiliti i destini in cielo e in terra, che le grandi decisioni di Lagash furono innalzate al cielo, Illil guardò benignamente Ningirsu (e disse) : " Nella mia città non avviene quel che conviene: nessun'onda sale; l'onda di Illil non sale; nessun'onda sale; le alte acque non splendono e non riluciano ; l'onda di Illil non trasporta acqua buona, come il Tigri. Proclami il re il nome del santuario, sia celebrata in cielo e in terra la decisione di Eninnû! ,,. Gli badò il principe, sacerdote che ode da lungi. Ogni specie di cose buone offrì come sacrificio; menò uno splendido bue, una splendida capra; sollevò il mattone del destino; lo innalzò per edificare un ricco tempio: di giorno e nel colmo della notte Gudea volse lo sguardo al suo re, Ningirsu, al signore. Questi gli ordinò di edificare il suo tempio; egli si ricordò (allora) di Eninnû, le cui decisioni sono grandi. Allora Gudea, col cuore sgomento (?), così sospirò: " Pronunciamo queste parole : Io sono il pastore; a me é data la signoria. Nel mezzo della notte mi è avvenuta cosa, il cui senso non intendo. Deh potessi narrare il mio sogno a mia madre ! Volesse la veggente, che sa ciò che mi avviene, volesse la mia dea Ninâ, sorella di Sirarashumta (?), svelarne il senso ! ,,. Ma Ninâ non pose il piede nella sua barca, la barca di Ninâ posava presso la sua città nel canale che vi conduce... Allora (Gudea) offrì un sacrificio, versò acqua pura, si volse al signore del (tempio ?) Baga, e pregò : " O guerriero, belva (?) senza pari, Ningirsu, tu che nell'abisso..., tu che regni in Nippur, o guerriero! Io voglio eseguire fedelmente i tuoi ordini, edificare il tuo tempio, compiere le tue decisioni. Che la sorella tua, rampollo di Eridu, dispensatrice di giusto consiglio, reale veggente degli dei, che la mia dea Ninâ, sorella di Sira rashumta, metta il piede (nella sua barca)!,,. Allora Gudea fu esaudito, il suo re accolse la sua preghiera, Ningirsu, il signore, accolse (la preghiera) di Gudea. Nel tempio Baga offrì egli il sacrificio ».

Anche dai soli nomi delle divinità, contenuti in queste iscrizioni, vediamo trattarsi di figure determinate, di chiari rapporti di idee religiose con designazioni locali. Le forme originarie delle divinità animali e campestri, alle quali parrebbe doversi prima di tutto pensare, non si possono più distinguere come tali. Invece i singoli culti locali hanno accumulato sul « signore » del santuario principale di ciascuna comunità gli attributi che prima appartenevano a differenti e distinti culti. Ma non é possibile ricondurre tali attributi alle loro sorgenti, ormai da troppo tempo dimenticate.

Nella prima parte di questo capitolo abbiamo visto come la supremazia del popolo sumerico, ancora indiscussa nelle iscrizioni dei sovrani di Kish, Gishchu e Lagash, già nell'età di un Sargon e di un Narâmsin dovesse cedere dinanzi alla grande invasione semita.
Ciononostante si continuò a scrivere nella veneranda lingua sumerica, la cui conoscenza - anche dopo lo spegnersi di essa come lingua parlata - sopravvisse fra i dotti preti e fu tramandata nelle scuole. Per quanto si può dedurre dal materiale epigrafico, dovremo ammettere che i nomadi Semiti, immigrati a poco a poco nella Babilonia, si adattarono all'antica civiltà sumerica, si appropriarono della scrittura, ne svolsero in modo originale le forme religiose e del culto, amalgamandole con le proprie, trasferirono insomma in sé stessi tutti i vantaggi di una popolazione stabile.

Può ritenersi probabilissimo che questo processo di amalgamento si sia definitivamente compiuto durante il terzo millennio. Sotto Chammurabi (circa 2000 a. C.) tutta la Babilonia ci si presenta come un impero quasi del tutto semitizzato. L'età di Chammurabi corrisponde a un'altra massima fioritura dell'antica civiltà babilonese. I visibili progressi ne sono attestati, pur mancando prodotti artistici da mettere accanto alle statue di Gudea, dall'attività letteraria, dalla progredita giurisprudenza e religione di stato, a conoscere le quali tanto giovano le numerose iscrizioni recanti il suo nome. Da traduzioni letterali dei suoi documenti, potremo nel miglior modo conoscere il pensiero di quell'età.

Esemplare unico, imitato solo nella tarda età babilonese, è un'epigrafe di Chammurabi, redatta nelle due lingue sumerica - allora quasi o forse già del tutto estinta - e semito-babilonese, sul bordo di una statua di basalto nero; nella quale il re, che per mezzo di estesi impianti di irrigazione aveva reso prospero e fiorente il suo grande regno, e a buon diritto si vanta architetto:

«Chammurabi, il re potente, il re di Babilonia, il re delle quattro regioni del mondo, il fondatore dello stato, il re le cui gesta non gradite alla carne del dio Shamanh e del dio Marduk, sono io. Col terriccio io ho innalzato, come un monte, la cima della muraglia di Sippar; la ho fatta cingere di canneti; ho scavato l'Eufrate verso Sippar e ho fatto alzare un terrapieno di difesa. Chammurabi, il fondatore dello stato, il re le cui gesta non gradite alla carne del dio Shamanh e del dio Marduk, sono io. lo ho reso per sempre Sippar e Babel comode dimore. Chammurabi, il favorito del dio Shamash, il prediletto del dio Marduk, sono io. Ciò che da tempo antichissimo nessun re aveva edificato al re (cioé alla divinità protettrice) della città, io lo ho con magnificenza compiuto per Shamash, il mio signore ».

Oltre che da questa e da una cospicua serie di altre epigrafi - redatte però solo nella lingua semito-babilonese - la premura di Chammurabi per tutti i rami - anche in apparenza secondari - dell'amministrazione é stata messa in questi ultimi anni in bella luce da una copiosa corrispondenza, che il re scambiava con Sinidinnam, uno dei suoi vassalli. In una lettera, a mo' d'esempio, Chammurabi si lagna che il canale che conduce alla città di Erech non sia navigabile fino alla città stessa; dovrà pertanto essere completamente ripulito:

«Per la gente che hai a tua disposizione - scrive il re a Sinidinnam - questo lavoro non é così difficile, da non (esser compiuto) in tre giorni. Quindi, appena letta questa mia, fa' ripulire il canale presso la città di Erech, dalla gente che è a tua disposizione, entro tre giorni. Solo quando tu avrai ripulito il canale, comincia l'(altro) lavoro di cui io ti scrissi ».

Un altro decreto del re si riferisce al trasporto per via dei canali verso Babilonia, di immagini di influenti divinità elamitiche; ed é del tenore seguente:

«A Sinidinnam. Così dice Chammurabi : Ora io ti mando due funzionari, Zikirilishu e Chammurabibani, perché prendano le divinità femminili da (la provincia di) Emutbal. Fa' subito partire le dee con una barca di parata, perché esse vengano a Babilonia. Le sacerdotesse le accompagnino. Per cibo delle divinità prendi farina, vino e pecore, e pensa al vitto delle sacerdotesse durante la navigazione fino a Babilonia. Tien pronti degli uomini per tirare la barca a terra e un corpo scelto che trasporti le dee in buono stato fino a Babilonia. Non devono fermarsi per via, ma cerchino di arrivare a Babilonia il più presto possibile ».

Perfino di disposizioni attinenti al calendario il re si occupava personalmente:

«Siccome l'anno (in corso) sarebbe troppo breve - scrive in una lettera - farai inserire il mese che (ora) comincia come secondo Elul (cioè mese intercalare). I tributi da pagarsi in Babilonia il 25 Tisri saranno pertanto pagabili il 25 del secondo Elùl ».

Sicuramente per la storia dell'antichissima economia e per gli affari amministrativi, queste iscrizioni contengono un materiale preziosissimo. Rapporti su movimenti di truppe si avvicendano con regolamenti sui sacrifici e le rendite dei templi. Si dànno minute istruzioni circa spedizioni di schiavi e bestiame, di frumento, datteri, sesamo e olio. I lavoratori di metalli, gli allevatori di pecore e le ciurme dei bastimenti mercantili stanno sotto il controllo dello stato. I rendimenti dei conti ci dànno un'idea della finanza. Decreti di nomine, citazioni e mandati di arresto, editti per inchieste criminali e per contese giudiziarie mostrano in quanto ampia sfera si esercitasse la potenza del sovrano.

Ma la forza del suo governo risulta più chiaramente ancora dal codice sopra ricordato, che costituisce la più antica raccolta di leggi conosciuta. Che nella Babilonia sia stato preceduto da altre, é dimostrato da singole disposizioni legali conservate in una tarda copia ninivitica del settimo secolo di un antico manuale bilingue (sumero-assiro) ad uso di sacerdoti glottologi: esse dicono presso a poco così:

« Se un figlio dice a suo padre: " Tu non sei mio padre,,, gli sien rasi i capelli, sia esposto come schiavo e venduto per denaro. Se un figlio dice a sua madre: " Tu non sei mia madre,,, gli sien rasi i capelli dalla fronte, sia condotto (in mostra) per la città e sia cacciato di casa. Se un padre dice a suo figlio : " Tu non sei mio figlio ,,, questi deve abbandonare casa e tetto. Se una madre dice a suo figlio: " Tu non sei mio figlio ,,, egli deve lasciare la casa e la famiglia. Se una donna abbandona suo marito e dice : " Tu non sei mio marito ,,, la si getti nel canale», ecc.

Queste e simili disposizioni furono forse originariamente redatte in lingua semitica, ma accennano ad uno stadio di cultura precedente l'età di Chammurabi. Se questi debba considerarsi come unico e primo redattore delle leggi di stato, trasmessesi poi per secoli anche nella Babilonia, non si può per ora stabilire. Ma é certo che la sua raccolta, nonostante la veste religiosa, mirava a necessità puramente pratiche, e ne é conservata la conoscenza fin nella tarda età assira. A darci un'idea dell'estensione e del sistema di queste leggi giova soprattutto la divisione offertane da j. Kohler nella forma giuridica moderna del testo, basata sull'ordine progressivo dell'originale.

Così la silloge di Chammurabi tratta prima di tutto della procedura (§§ 1-5), quindi della difesa della proprietà (§§ 6-25), della investitura e dei doveri di ufficio (§§ 26-41), della coltivazione e allevamento del bestiame (§§ 42-88), del commercio e di quanto riguardai debiti (§§ 100-126); vengono poi il matrimonio, i diritti della moglie, del figlio legittimo e illegittimo
(§§ 127-177); le sacerdotesse e concubine (§§ 178-184), l'adozione (§§ 185-193), il diritto penale (§§194-233) e finalmente la navigazione (§§ 234-240), gli affitti e la servitù (§§ 241-772), la schiavitù (§§ 278-282).

Per ragioni di spazio, non possiamo offrire come esempio ai nostri lettori se non alcuni pochi paragrafi. Dal diritto pubblico (§§ 6) : «Chi ruba proprietà di un dio (cioé da un tempio) o dal palazzo (reale), vien punito di morte; lo stesso chi prende da lui la cosa rubata (il ricettatore)». Dal diritto patrimoniale (§§ 45) : «Se qualcuno ha ceduto in affitto il suo campo a un contadino e ne ha ricevuto il prezzo di affitto, se poi viene una inondazione o una cattiva raccolta, il danno é del contadino». Dal diritto familiare (§§ 148 seg.) : « Se un uomo ha sposato una donna e la coglie la malattia (della lebbra ?), egli può, se vuole, prenderne un'altra; ma non può cacciar via la donna ammalata; essa resti nella famiglia da lui fondata; egli deve mantenerla finché é in vita. Se però a questa donna non piace di restare nella casa del suo consorte, egli deve restituirle per intiero la dote da essa portata dalla casa paterna; ed essa può andar via».
Finalmente dal diritto penale (§§ 229) : « Se un architetto costruisce una casa per qualcuno; e la sua costruzione é così poco solida che la casa da lui costruita rovina e il proprietario della casa resta ucciso, quell'architetto vien punito di morte ».

Il potente regno di Chammurabi sta pertanto al termine di una grandiosa civiltà dell'Asia occidentale, alla quale finora, nella remota antichità, una sola é degna di essere messa di fronte. Quella egiziana!

Di questa accenneremo nei successivi due capitoli
iniziando da quella del Regno Antico


LA CULTURA EGIZIANA NEL REGNO ANTICO > >

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