-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

110 c - LA FORMAZIONE DI UN GOVERNO NAZIONALE

La vittoriosa rivoluzione contro l'Inghilterra aveva conferito al popolo americano un posto indipendente nella famiglia delle nazioni.
Essa gli aveva altresì portato un ordine sociale completamente nuovo, nel quale la nascita ed i privilegi non erano tenuti in alcun conto, e tutto il valore risiedeva nell'uguaglianza tra gli uomini.
Essa era prodiga di esempi, di speranze e di incoraggiamenti per tutti gli uomini di buona volontà.

Ma quella rivoluzione vittoriosa valeva soprattutto per dimostrare che un popolo capace di conquistare l'indipendenza e di mantenerla avrebbe saputo anche governarsi da solo.

Il successo della rivoluzione aveva offerto agli americani la possibilità di dare forma ed espressione giuridica agli ideali politici espressi nella Dichiarazione di Indipendenza e di porre, nel contempo, rimedio ad alcune manchevolezze per mezzo delle Costituzioni degli Stati. Come scriveva James Madison, quarto Presidente degli Stati Uniti, «nulla ha suscitato maggiore ammirazione del modo in cui governi liberi sono stati costituiti in America; poiché era il primo caso... in cui liberi cittadini sono stati visti deliberare su una forma di Governo e scegliere quelli tra loro che essi ritenevano degni di poter decidere ed applicare tali decisioni».

Oggi gli americani sono così abituati a regolare la loro vita in base a costituzioni scritte, che lo ritengono una cosa naturale, dimenticando che le costituzioni scritte nacquero in America e sono tra le più antiche che la storia ricordi.
«In tutti gli stati liberi la costituzione é rispondente agli scopi», scriveva John Adams, secondo Presidente degli Stati Uniti. Gli Americani, dovunque essi risiedessero, chiedevano «leggi definitive in base alle quali regolare la loro vita».

Già il 10 maggio 1776 il Congresso approvava una risoluzione nella quale si consigliava alle colonie di formare dei nuovi governi «tali da poter guidare nel miglior modo i cittadini alla prosperità ed alla sicurezza». Alcune vi avevano già provveduto. Ad un anno di distanza dalla Dichiarazione di Indipendenza, infatti, tutti gli Stati, ad eccezione di tre, avevano stilato una nuova costituzione.
La compilazione di tali documenti costituiva per gli elementi democratici una meravigliosa occasione per porre rimedio alle deficienze da loro stessi lamentate, e per attuare quanto avevano ambito in materia di governo giusto ed efficiente.
Le costituzioni, frutto del loro lavoro, dimostravano quanto profonda fosse la portata delle idee democratiche, anche se nessuna di esse tagliava drasticamente i ponti con il passato; esse erano infatti state scritte da americani il cui pensiero si basava sulle solide basi di un'esperienza coloniale, di abitudini giuridiche inglesi e di una filosofia politica francese. La rivoluzione concludeva dunque la sua opera con la stesura di queste costituzioni degli Stati.

Il primo obiettivo che si proponevano coloro cui era affidato il compito di stenderle era quello di rendere sicuri quei « diritti inalienabili » la cui violazione li aveva costretti a ripudiare qualsiasi legame con l'Inghilterra. Ogni costituzione, pertanto, si iniziava con una dichiarazione o « Carta dei diritti », e quella della Virginia, che fu presa a modello per tutti gli altri, includeva anche una dichiarazione di principi, quali la sovranità popolare, l'avvicendamento nelle cariche pubbliche, la libertà delle elezioni e l'enumerazione delle libertà fondamentali; inoltre pene detentive e punitive moderate, una milizia volontaria invece di un esercito regolare e permanente, giudizi rapidi condotti secondo la legge del paese e con una giuria regolare, libertà di stampa e di coscienza, diritto per la maggioranza di riformare e modificare la forma di governo e proibizione dei mandati di perquisizione generali.

Altri stati ampliarono ancora questo elenco, includendovi la libertà di parola, di riunione, di petizione, di porto d'armi, il diritto all'«habeas corpus», l'inviolabilità del domicilio privato e varie norme procedurali sia civili che penali uguali per tutti. Molte costituzioni, inoltre, si dichiaravano fedeli alla teoria della divisione del potere esecutivo, legislativo e giudiziario, ognuno di essi controllato e controbilanciato dall'altro.

Mentre le tredici colonie originarie venivano così trasformandosi in stati e trovavano il loro equilibrio nelle nuove condizioni di indipendenza, nuovi territori liberi si venivano sviluppando nella vasta distesa di terra ad ovest delle colonie disseminate sulla costa. Attratti dal miraggio dei ricchi terreni e dell'abbondante caccia già scoperta in quelle zone, un gran numero di pionieri si riversava nelle pianure ad ovest dei Monti Appalachiani.
Verso il 1775, i lontani posti avanzati, disseminati lungo i corsi d'acqua, avevano già una popolazione di decine di migliaia di coloni. Separati da catene di montagne ed a centinaia di chilometri di distanza dei centri dell'est dove risiedevano le autorità politiche, i colonizzatori istituivano governi propri ed i centri prosperavano alacremente. Abitanti residenti negli stati costieri si allontanavano verso le fertili vallate, le dense foreste e le vaste praterie.
Verso il 1790, la popolazione della zona al di là degli Appalachíani ammontava a più di 120.000 persone.

Chiusosi il periodo della Rivoluzione, gli Stati Uniti avevano ereditato il vecchio problema ancora insoluto dell'ovest: il problema dell'«impero» con le sue complicate questioni di terre, commercio delle pellicce, indiani, colonizzazione e governo dei territori dipendenti. Prima della guerra numerose colonie avevano avanzato ampie e spesso contrastanti pretese sulle terre al di là degli Appalachiani. La prospettiva che questi stati potessero conquistare tali ricchi territori non sembrava affatto giusta a quelli che non potevano avanzare tali pretese. Il Maryland, portavoce di questo secondo gruppo, presentò una mozione secondo cui i territori occidentali avrebbero dovuto essere considerati proprietà comune da frazionare, ad opera del Congresso, in territori liberi e indipendenti, dotati di governi propri. Questa proposta non riscosse nessun entusiasmo. Ciononostante, nel 1780, New York dava l'esempio, rinunciando alle sue pretese che cedeva agli Stati Uniti.

Seguirono a breve distanza di tempo tutte le altre colonie e, alla fine della guerra, era ormai chiaro che il Congresso sarebbe entrato in possesso di tutti i territori a nord del fiume Ohio e probabilmente anche di quelli ad ovest degli Allegheny. Questo possesso comune di milioni di ettari era la prova più tangibile di uno spirito di nazionalità e di unità già esistente in questi anni tormentati, e conferiva un certo contenuto all'idea di una sovranità nazionale. Esso costituiva però, al tempo stesso, un problema per il quale s'imponeva una soluzione.

Questa soluzione venne raggiunta in base agli articoli di Confederazione, accordo ufficiale che univa con vincoli non molto stretti le colonie fin dal 1781. In base a detti Articoli, venne concesso ai nuovi territori occidentali una limitata forma di autogoverno, che gettava un ponte tra la vita incivile e la vita organizzata. L'Ordinanza del 1787 stabiliva che il Territorio nord occidentale venisse organizzato in un primo tempo in un solo distretto, sotto la guida di un governatore e di giudici nominati dal Congresso. Quando detto territorio avesse raggiunto una popolazione maschile di cinquemila abitanti, in età legale per esercitare il diritto di voto, esso avrebbe avuto diritto ad un corpo legislativo composto di due camere ed avrebbe eletto i suoi rappresentanti alla Camera bassa.
Esso avrebbe potuto inoltre inviare contemporaneamente un delegato, senza diritto di voto, al Congresso. Non più di cinque e non meno di tre stati avrebbero dovuto essere formati in detto territorio, e quando uno qualsiasi di essi avesse raggiunto una popolazione di sessantamila abitanti liberi, esso avrebbe avuto diritto di essere ammesso nell'Unione «su piede di parità, sotto qualsiasi aspetto, con gli altri stati originari». 6 « articoli di patto in comune tra gli stati originari e il popolo e gli stati in detto territorio » garantivano i diritti e le libertà civili, incoraggiavano l'istruzione, ed assicuravano che «in detto territorio non sarebbero esistite né schiavitù né servitù involontaria».

Una nuova politica basata sul principio dell'uguaglianza veniva così applicata per la prima volta nelle colonie. Essa ripudiava la dottrina rispettata per anni, secondo cui le colonie esistevano per il benessere della madre patria, alla quale erano politicamente subordinate e socialmente inferiori. Questo concetto veniva sostituito dal principio che le colonie non rappresentavano se non un'ampliarsi della nazione e loro spettava quindi, non come privilegio ma come un diritto, il beneficio della completa uguaglianza.
Gli illuminati provvedimenti dell'Ordinanza gettavano le basi durature del sistema territoriale e della politica coloniale americana e permettevano agli Stati Uniti di espandersi verso occidente in direzione dell'Oceano Pacifico, e nel contempo di salire da tredici a quarantotto stati attraverso difficoltà relativamente non troppo gravi.
Malauguratamente però, gli Articoli di Confederazione non si dimostrarono altrettanto efficaci nella risoluzione di altri problemi. Essi mancarono in particolare allo scopo di creare un vero governo nazionale per i tredici stati nei quali la tendenza all'unificazione era stata assai forte, fin da quando i loro delegati si erano riuniti per la prima volta nel Congresso continentale del 1774 per proteggere quelle libertà che il potere britannico minacciava di sopraffare.

La necessità di coalizzarsi contro l'Inghilterra aveva molto contribuito a mutare quell'atteggiamento che venti anni prima aveva fatto respingere, dalle assemblee coloniali, il progetto di unificazione detto « Albany Plan of Union ». Esse avevano rifiutato, a quel tempo, di cedere la benché minima parte della loro autonomia a qualsiasi altro organismo anche eletto da loro stessi; ma durante lo svolgersi della Rivoluzione la solidarietà in atto tra gli Stati si era dimostrata talmente efficace, che in alcune sfere quel timore di abbandonare la propria autorità individuale era andato diminuendo.

Gli articoli entrarono in vigore nel 1781. Per quanto essi costituissero un progresso rispetto ai provvedimenti piuttosto vaghi adottati dal Congresso Continentale, la nuova struttura governativa che essi creavano rivelava molti punti deboli. Esistevano divergenze sulle linee di demarcazione tra i vari Stati, e i tribunali emettevano sentenze che spesso contrastavano tra di loro. Gli organi legislativi del Massachusetts, della Pennsylvania e dello Stato di New York approvarono leggi tariffarie che pregiudicavano gli interessi degli stati vicini e minori.
Le restrizioni sul commercio tra gli stati provocavano molto risentimento; gli abitanti del New Jersey, ad esempio, che desideravano portare le verdure sul mercato di New York, erano costretti a pagare un forte pedaggio e diritti doganali per passare il fiume Hudson, il che ostacolava le vendite.

II governo nazionale, contrariamente a quanto avvenne, avrebbe dovuto avere l'autorità di fissare le tariffe, se necessario, e di regolare il commercio, nonché di imporre tasse per sopperire alle esigenze della nazione. Avrebbe dovuto inoltre essere il solo a regolare le relazioni internazionali, ed invece un certo numero di stati aveva già cominciato ad intavolare trattative individuali con nazioni straniere.
Nove di essi avevano organizzato piccoli eserciti locali e numerosi possedevano una propria marina. A ciò si aggiunga la enorme confusione di monete circolanti ed appartenenti ad almeno, una dozzina di Stati stranieri, e l'incredibile varietà di moneta cartacea emessa dai singoli Stati e dalla nazione federata, moneta che andava deprezzandosi ogni giorno di più.

Le difficoltà economiche, conseguenza della guerra, erano inoltre causa di malcontento tra gli agricoltori. I prodotti della campagna erano sovrabbondanti sul mercato e il segno d'inquietudine generale si accentrava soprattutto tra gli agricoltori indebitati, i quali chiedevano energici provvedimenti che assicurassero loro il riscatto delle ipoteche sulla loro proprietà e prevenissero le condanne alla prigione per debiti. I tribunali erano sovraccarichi di cause per morosità.

Durante tutta l'estate del 1786, assemblee popolari e riunioni private tenutesi in numerosi Stati chiesero a gran voce che venissero riformati i sistemi di governo degli Stati. Molti piccoli agricoltori, atterriti dall'idea di finire in prigione per debiti e di perdere la fattoria appartenente da anni alla famiglia, fecero ricorso alla violenza.
Nello Stato di Massachusetts, folle di agricoltori guidati da un ex capitano dell'esercito, Daniel Shays, cominciarono, nell'autunno del 1786, ad impedire con la forza che i tribunali di Contea tenessero le loro sedute, e che si svolgessero altri giudizi per debito prima delle prossime elezioni statali. Queste ribellioni incontrarono però l'energica resistenza governativa, e la tensione giunse ad un punto tale, che per alcuni giorni si temette che l'edificio del Governo a Boston venisse assediato dalla folla degli agricoltori infuriati. I ribelli però, armati principalmente di bastoni e di forche, furono respinti dalla milizia e dispersi verso le colline vicine. Solo dopo che la rivolta fu soffocata, l'organo legislativo si decise ad esaminare la legittimità delle rivendicazioni che l'avevano provocata e a compiere i passi necessari onde trovare un rimedio.

Washington scriveva in quell'epoca che gli Stati erano uniti tra loro solo da legami assai tenui, e che il prestigio del Congresso era sceso assai in basso. Le divergenze tra il Maryland e la Virginia a proposito della navigazione sulle acque del Potomac diedero luogo ad una conferenza fra i rappresentanti di cinque Stati, riunitasi ad Annapolis nel 1786. Alexander Hamilton, uno dei delegati, riuscì a convincere i suoi colleghi che al commercio si collegavano troppe altre questioni e che la situazione generale era troppo grave perché un organismo così poco rappresentativo come quello che essi formavano potesse porre rimedio a tutto. Egli li persuase a chiedere a tutti gli Stati di nominare dei rappresentanti onde « escogitare quei provvedimenti che sembrassero loro necessari per adeguare la Costituzione del Governo Federale alle esigenze dell'Unione ».

Il Congresso Continentale protestò indignato contro questo passo audace, ma la notizia che la Virginia aveva eletto George Washington delegato, fece cadere ogni protesta e commento: nell'autunno e nell'inverno seguenti le elezioni si svolsero in tutti gli Stati, ad eccezione del Rhode Island.

Il Convegno Federale che ebbe luogo nel Palazzo del Governo di Filadelfia nel maggio 1787 si dimostrò una riunione di personaggi veramente notevoli: le varie Camere degli Stati avevano mandato uomini di primo piano ricchi di esperienza di vita politica, sociale e amministrativa. George Washington, considerato come primo cittadino di tutto il Paese per la sua condotta militare durante la rivoluzione e per la fama di assoluta integrità, venne scelto come Presidente. Beniamino Franklin, ottantunenne e affievolito dagli anni, lasciò che i giovani guidassero il dibattito, ma il suo spirito e la sua profonda esperienza diplomatica contribuirono ad appianare alcune difficoltà sorte tra i delegati.

Primi fra i membri più attivi si dimostrarono Gouverneur Morris, abile ed audace, che aveva una netta visione dei requisiti necessari per un Governo nazionale, e James Wilson, rappresentante anch'egli della Pennsylvania, che si adoperava indefessamente per l'idea nazionale. La Virginia aveva inviato James Madison, giovane statista dalle vedute pratiche, profondo conoscitore della politica e della storia e, a detta di uno dei suoi colleghi, « dotato di spirito di industriosità e di applicazione... l'individuo meglio informato su qualsiasi punto in discussione ».
Delegati del Massachusetts erano Rufus King e Elbridge Gerry, giovani intelligenti e pieni di esperienza; Roger Sherman, ex calzolaio divenuto giudice, era uno dei rappresentanti del Connecticut, e da New York era venuto Alexander Hamilton, appena trentenne e già famoso. Mancava uno dei più grandi uomini dell'America Coloniale, Thomas Jefferson, in missione ufficiale in Francia.
Nel convegno spirava un'aria di giovinezza: l'età media dei cinquantacinque delegati non superava infatti i quarantadue anni.

Il Convegno Federale era stato autorizzato soltanto a stilare alcuni emendamenti agli articoli di Confederazione, ma, come ebbe a scrivere Madison più tardi, i delegati « con virile fiducia nel proprio Paese » misero semplicemente da parte gli Articoli e si diedero ad esaminare la possibilità di una forma di Governo del tutto nuova.
Nel corso del loro lavoro i delegati riconobbero che era soprattutto necessario trovare una via di conciliazione tra i due poteri: quello locale, già esercitato dai tredici Stati semindipendenti, e quello di un Governo centrale.

Essi stabilirono il principio che le funzioni ed i poteri del Governo nazionale dovevano essere attentamente definiti e stabiliti poiché costituivano una questione nuova e di carattere generale, mentre le funzioni e i poteri locali dovevano essere considerati di pertinenza dei singoli stati. Essi riconobbero, pertanto, la necessità di conferire al Governo nazionale poteri effettivi, e stabilirono tra l'altro che questo avesse facoltà di battere moneta, di regolare il commercio, di dichiarare la guerra e concludere la pace. L'esercizio di queste funzioni richiedeva naturalmente che il governo nazionale poggiasse su di una efficiente struttura organizzativa.

Gli uomini di Stato che si riunirono a Filadelfia erano favorevoli alla teoria dell'equilibrio dei poteri in politica, propugnata da Montesquieu; questo principio era naturalmente sostenuto dall'esperienza coloniale e rafforzato dagli scritti di Locke, la cui lettura era assai familiare alla maggior parte dei delegati. Queste influenze fecero sì che si stabilisse di pieno accordo che il potere amministrativo dovesse essere suddiviso in tre anni, uguali ma indipendenti l'uno dall'altro.
I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario avrebbero dovuto essere equilibrati ed armonizzati in modo da permettere uno svolgersi regolare e ordinato delle attività: l'equilibrio perfettamente regolato non avrebbe permesso che l'uno potesse prendere il sopravvento sull'altro.
Era anche naturale che i delegati decidessero che il ramo legislativo, a somiglianza del potere legislativo nelle colonie e nel Parlamento britannico, dovesse essere formato da due Camere.

Su questi concetti ampi e di carattere generale si riscontrò una piena omogeneità di vedute: le divergenze, alcune delle quali assai gravi, sorsero invece quando l'assemblea passò ad esaminare i sistemi per tradurre in atto quanto auspicato. I rappresentanti degli Stati minori, come il New Jersey ad esempio, protestarono contro il principio, proposto in deroga agli Articoli di Confederazione, della rappresentanza proporzionale al numero di abitanti dello Stato, principio che avrebbe diminuito la loro influenza in seno al Governo federale.

D'altra parte i rappresentanti di Stati più grandi, come la Virginia, si battevano vivacemente in favore della rappresentanza proporzionale. Il dibattito minacciava di prolungarsi all'infinito, quando i delegati del Connecticut presentarono un'abile proposta conciliativa appoggiata da argomentazioni solide, secondo la quale gli Stati avrebbero dovuto avere rappresentanza proporzionale in una delle due Camere, ed un numero di rappresentanti fisso e uguale per tutti, nell'altra.

Lo schierarsi allora dei grandi Stati contro i minori scomparve; ogni nuova questione faceva però sorgere dei nuovi raggruppamenti, che solo nuovi compromessi riuscivano a dissolvere. Alcuni degli Stati membri desideravano che i rami del Governo Federale non fossero eletti direttamente dal popolo, altri invece ritenevano che il Governo dovesse avere una base popolare più vasta possibile.
Alcuni delegati desideravano che i territori dell'Ovest, in continuo accrescimento, fossero esclusi dalla possibilità di erigersi in Stato, altri invece sostenevano il principio di eguaglianza stabilito nell'Ordinanza del 1787. Non vi furono comunque divergenze serie su questioni economiche a carattere nazionale, come la moneta cartacea, le leggi riguardanti il pagamento dei debiti e i limiti legali alle volontà contrattuali. Ma era necessario equilibrare i vari interessi economici e sistemare argomenti che avevano suscitato molte discussioni, come i poteri, la durata e la scelta dei membri del potere esecutivo, nonché la risoluzione dei problemi riguardanti la durata della carica dei giudici ed il carattere dei tribunali da istituire.

LA COSTITUZIONE NELLA SUA SOSTANZA

Con molta coscienza e molta decisione, durante tutta un'estate assai calda, il Convegno cercò di appianare e risolvere tutti i problemi: esso riuscì finalmente a compilare uno schema soddisfacente, che in un documento brevissimo comprendeva l'organizzazione di un sistema di governo tra i più complessi fino allora escogitati da mente umana: un Governo concepito come autorità suprema nella sua sfera, ma con una sfera a sua volta ben definita e delimitata. Come il X emendamento nel 1791 stabiliva assai chiaramente, «i poteri che la Costituzione non aveva delegato agli Stati Uniti e , che non erano stati inibiti da questa ai singoli Stati erano riservati rispettivamente agli Stati stessi o al popolo»; la supremazia delle leggi federali era limitata a ciò che «avrebbe potuto essere fatto in osservanza della Costituzione».
Gli Stati hanno uguali poteri nell'ambito della loro sfera; in senso giuridico essi non sono degli Istituti subordinati, ed i Governi, sia quello federale che quello statale, posano entrambi sulla stessa solida base della sovranità popolare.

Negli anni che seguirono, la portata del potere federale venne ampliamente estesa a mezzo di emendamenti, interpretazioni analogiche o giudiziarie e per ovviare a situazioni critiche della nazione. Lo stesso fenomeno é avvenuto per quanto riguarda gli Stati.
Anche nel XX secolo il cittadino americano ha a che fare molto più spesso con il suo Stato, che non con il Governo nazionale. Allo Stato infatti spetta, non in virtù della Costituzione federale, ma del suo potere sovrano, il controllo delle amministrazioni municipali e locali, la polizia, la legislazione industriale e sindacale, la legislazione delle società, l'emanazione e l'applicazione di leggi civili e penali, il controllo dell'Istruzione e quello della Sanità, della sicurezza e del benessere della sua popolazione.

Nel conferire i poteri al Governo federale, il Convegno concesse liberamente e pienamente a questi la facoltà di imporre tasse, contrarre prestiti, stabilire dazi, imposte e diritti. Venne conferita al Governo federale facoltà di battere moneta, fissare pesi e misure, concedere brevetti ed esclusività, stabilire esercizi ed uffici postali. Esso poteva inoltre organizzare e mantenere un esercito ed una marina e regolare il commercio tra Stato e Stato.

Ad esso fu conferito inoltre la direzione completa delle relazioni con gli indiani nonché di quelle internazionali, e la facoltà di dichiarare la guerra. Tra i suoi poteri erano inoltre quelli di approvare le leggi per la naturalizzazione degli stranieri e inoltre, esercitando il controllo sui territori pubblici, poteva ammettere nuovi Stati su basi di assoluta parità con quelli più antichi.
I poteri concessigli per l'approvazione di tutte le leggi necessarie ed atte ad esercitare tali facoltà rendevano il governo federale abbastanza elastico nella sua amministrazione, sì da poter corrispondere alle necessità delle future generazioni e di un organismo politico destinato a svilupparsi enormemente.

La struttura di questa forma di governo dimostrava praticamente l'influenza della costituzione non scritta dell'impero britannico, ma non vi é, d'altra parte, neppure una clausola le cui origini non possano essere rintracciate nelle costituzioni di uno dei 13 stati americani, o nella consuetudine coloniale.

Il principio della separazione dei poteri era già stato sottoposto a buona prova nella maggior parte delle costituzioni degli Stati, e si era dimostrato efficace e sicuro. Il Convegno aveva così creato un sistema di Governo in cui il potere legislativo, l'esecutivo ed il giudiziario erano rami completamente separati e controllati l'uno dall'altro.
Le leggi approvate dal Congresso non diventavano operanti finché non fossero state approvate dal Presidente, e questi a sua volta doveva sottoporre le nomine più importanti da lui effettuate, e tutti i trattati da lui conclusi, alla ratifica del Senato. Egli poteva, a sua volta, essere posto in stato di accusa e dichiarato decaduto dal Congresso.

Al potere giudiziario spettava esaminare tutti i casi provocati da violazioni delle leggi e della Costituzione: i tribunali dovevano quindi interpretare ed applicare la legge costituzionale e quelle generali. Detto potere, nominato dal Presidente e confermato dal Senato, poteva a sua volta essere posto in stato d'accusa dal Congresso.

Prevedendo che in futuro potesse essere necessario apportare emendamenti od aggiunte al nuovo documento, il Convegno vi accluse un articolo in cui venivano specificamente stabilite le procedure da seguire per tali modifiche.

A proteggere, comunque, la Costituzione da alterazioni non ponderate, veniva stilato l'Articolo 5, cui si é ricorsi positivamente soltanto ventun volte. Esso stabilisce che gli emendamenti alla Costituzione possono essere proposti o da una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere del Congresso o da due terzi degli Stati riuniti in speciale Congresso. Perché le proposte di emendamenti si trasformino in legge debbono essere ratificate o dagli organi legislativi dei tre quarti degli Stati o da una Assemblea in cui siano rappresentati tre quarti degli Stati. Spetta al Congresso decidere, di volta in volta, quale delle due procedure debba essere seguita.

Il Convegno si trovò dunque ad affrontare il più importante tra tutti i problemi: con quale mezzo i poteri conferiti al nuovo Governo avrebbero dovuto essere applicati? In base ai vecchi Articoli di Confederazione, il Governo nazionale possedeva - almeno sulla carta - poteri vasti, anche se assolutamente insufficienti. In pratica però questi poteri si riducevano a zero, poiché gli Stati potevano anche non curarsene.
Quale mezzo poteva essere escogitato perché il nuovo Governo non si trovasse di fronte allo stesso ostacolo? All'inizio della discussione la maggior parte dei delegati non seppe dare che una risposta: l'uso della forza.

Ci si rese però ben presto conto che applicare la forza nei confronti degli Stati avrebbe portato alla distruzione della Unione. Con il progredire dei dibattiti venne deciso che il Governo non avrebbe agito sugli Stati, ma sui cittadini. Esso avrebbe emanato norme applicabili ai cittadini del Paese. Come base della Costituzione, il Convegno adottò una massima breve ma altamente significativa:
« Il Congresso avrà la facoltà... di emanare tutte le leggi che saranno necessarie a tradurre in atto... i poteri conferiti da questa Costituzione al Governo degli Stati Uniti ». (Art. I - Sezione VIII).
« La presente Costituzione e le leggi degli. Stati Uniti che saranno promulgate per l'attuazione di essa, e tutti i trattati stipulati o da stipulare in base all'autorità degli Stati Uniti, rappresenteranno la legge suprema del Paese; i giudici di ciascuno degli Stati saranno tenuti ad osservarle senza pregiudizio dì disposizioni in contrario sia nella Costituzione che nelle leggi di qualsiasi Stato ». (Art. VI).

Le leggi degli Stati Uniti venivano così rese applicabili nei tribunali nazionali da giudici e autorità di polizia federali ed ugualmente applicabili nei tribunali degli Stati da giudici ed autorità dello Stato.

Dopo sedici settimane di sedute, il 17 settembre 1787 la Costituzione ormai completa veniva firmata «con consenso unanime degli Stati presenti».
I delegati erano evidentemente impressionati dalla solennità del momento e Washington sedeva immerso in grave meditazione. Fu Franklin che con una delle sue uscite caratteristiche riuscì a disperdere la tensione del momento. Additando il sole dipinto a metà sullo schienale della sedia di Washington egli osservò che gli artisti trovavano sempre difficile rappresentare un sole che sorge distinguendolo da quello che tramonta.
«Molto spesso», - egli osservò - «nel corso di questa sessione, nell'alternativa di speranze e di timori sui suoi risultati, io ho fissato il mio sguardo su quel sole dipinto dietro il Presidente, senza riuscire a comprendere se esso stesse sorgendo o tramontando; ora finalmente ho la gioia di comprendere che si tratta di un sole che sorge, e non di un sole che tramonta ».

Il convegno aveva terminato il suo lavoro: i membri «si trasferirono alla "City Tavern" (Taverna della città) dove pranzarono insieme e si separarono poi salutandosi cordialmente». Ma la parte cruciale della lotta per una unione più perfetta era ancora da sostenere: perché il documento potesse entrare in vigore era necessaria l'approvazione delle varie assemblee elette negli Stati a suffragio popolare.
Il Convegno aveva deciso che la Costituzione sarebbe entrata in vigore non appena approvata dalle assemblee di nove dei tredici Stati. Alla fine del 1787, tre di essi l'avevano ratificata: come si sarebbero comportati gli altri sei? A molti degli individui più semplici il documento appariva pieno di pericoli: essi si domandavano se questo Governo centrale e forte, da essi istituito, non li avrebbe tiranneggiati e oppressi con numerose tasse, e trascinati in guerra.

Questi interrogativi portarono alla creazione di due partiti, quello dei federalisti e quello degli antifederalisti, a favore gli uni di un Governo forte, gli altri di un'associazione non troppo stretta fra Stati separati. La lotta divampava nei giornali, nei corpi legislativi e nelle assemblee politiche, sostenuta da entrambe le parti con argomenti vivaci ed appassionati. Fra i più efficaci vanno ricordati i Federalist Papers, oggi un classico in scienza politica, scritto da Hamilton, Madison e John Jay, a favore della Costituzione.

Una lotta particolarmente grave in atto nel Massachusetts, dove il malcontento degli agricoltori era ancora assai diffuso, fece sì che una Carta dei Diritti (Bill of Rights) fosse aggiunta alla Costituzione sotto forma di emendamento. Anche altri Stati riconobbero ben presto l'importanza di apporre tali aggiunte alla Costituzione, e i Diritti, che in un primo tempo erano stati inclusi nelle Costituzioni di tutti gli Stati, vennero incorporati in quella che era la suprema legge del Paese, formando i dieci emendamenti al documento originario.

La Costituzione contiene solo 8000 parole; consta di 1 preambolo, 7 articoli e 26 emendamenti.
Oltre i primi 10 emendamenti, gli altri 15 emendamenti furono ratificati: il 7 febbraio 1795, il 27 luglio 1804, il 6 dicembre 1865, il 9 luglio 1868, il 3 febbraio 1870, il 3 febbraio 1913, l'8 aprile 1913, il 16 gennaio 1919 (poi abrogato dal 21° em.), il 18 agosto 1920, il 23 gennaio 1933, il 5 dicembre 1933, il 27 febbraio 1951, il 29 marzo 1961, il 23 gennaio 1964, il 10 febbraio 1967.
Gli articoli della Costituzione e gli emendamenti (sopra non citati) sono - in lingua originale, riportati in altre pagine.


Questi emendamenti garantiscono ai cittadini degli Stati Uniti, tra gli altri diritti, libertà di religione, di parola, di stampa e di riunione; una milizia invece che un esercito permanente; il diritto ad essere processati e giudicati con regolare giuria; processi rapidi secondo la legge del Paese e proibizione di mandati di cattura generali. L'adozione della Carta dei Diritti fece sì che gli Stati ancora indecisi appoggiassero la Costituzione, che venne finalmente approvata il 21 giugno 1788.
Il Congresso della Confederazione organizzò la prima elezione presidenziale, dichiarò che il nuovo Governo avrebbe avuto inizio il 4 marzo 1789 e tranquillamente pose fine alla sua attività.

Un nome era sulle labbra di tutti a designare il nuovo Capo dello Stato, quello di Washington, il quale infatti venne eletto Presidente all'unanimità. Il 30 aprile 1789 egli giurava di impegnarsi fedelmente ad assolvere i suoi compiti di Presidente degli Stati Uniti nel modo migliore che gli fosse consentito dalla sua capacità, onde «preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti». (V. fig. in apertura pagina).

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UNA NOTA SINGOLARE

L'America degli USA con la sua Costituzione diventava così la più nuova delle grandi nazioni; ma, da molti punti di vista, la più interessante. Su essa, infatti, ha agito la maggior parte delle forze che hanno creato il mondo moderno: imperialismo, nazionalismo, immigrazione, industrialismo, scienza, religione, democrazia e libertà; ed essa è oggi, nonostante la giovine età, la più vecchia repubblica e la più vecchia democrazia, e si fonda sulla più antica Costituzione scritta del mondo, basata sul principio della libertà dell'individuo. 

Napoleone sarebbe oggi contento: 
Un magnate americano, residente a Parigi, scrisse a Napoleone proprio nell'ora in cui il cammino della Storia per un attimo si era arrestato (in quella notte del 24-25 giugno 1815 - quando decise di consegnarsi agli inglesi invece di fuggire). Quella notte alla Malmaison la Storia rallentò vistosamente, come se esitasse a proseguire o volesse mutar direzione. Sono questi i momenti in cui accadono grandi cose nella Storia e i personaggi sono davanti a un bivio. Lì il destino li fa decidere quale direzione prendere. Napoleone scelse quella sbagliata!
Gli scrisse l'americano:
"Sino a tanto che voi foste alla testa di una nazione, si potevano da voi aspettare qualunque miracolo, qualunque avventuristica e la più gigantesca lusinga, ma oggidì nulla più voi potete in Europa. Fuggite subito e riparate negli Stati Uniti. Mi è noto l'animo dei capi e le disposizioni del popolo: voi troverete colà una patria, ed una abbondante sorgente di vita"
"Napoleone non volle ascoltare questa sollecitazione, egli non credeva che il sentimento della propria dignità gli permettesse un travestimento o peggio una fuga. Si credeva obbligato a far vedere a tutta l'Europa intera la sua estrema devozione...egli sperava che alla vista dell'imminente pericolo, gli occhi si sarebbero riaperti, che il popolo sarebbe a lui tornato, ch'egli avrebbe potuta salvarla, l'Europa". 
"Fu questa lusinga a fargli prolungare di qualche minuto il suo soggiorno alla Malmaison, poi a fermarsi a Rochefort, poi a scrivere l'inutile lettera al reggente d'Inghilterra. E se si trova oggi a Sant'Elena è solo perchè non riuscì a discostarsi da questa idea, da quest'obbligo e da questa devozione" 
"Poi a Sant'Elena l'Imperatore amareggiato mi diceva che l'avveramento di questo sogno, la fuga in America, lo avrebbe riguardato come una sorgente di una gloria nuova e singolare. "L'America -proseguiva- sarebbe stato il vero nostro asilo sotto qualsiasi aspetto. Esso è un immenso continente, sede di una libertà intieramente particolare. Se voi siete malinconici, voi potete salire in vettura, correre mille leghe, e godere costantemente i piaceri della libertà...Voi siete colà uguale a tutti: voi vi confondete a piacer vostro nei rivolgimenti della folla, senza inconvenienti, serbando i vostri costumi, il vostro idioma, la vostra religione, ecc.... cittadino in tutti i paesi"
(Las Cases, Napoleone, Memoriale di Sant'Elena; (Originale, prima versione, tipog. Fontana, Torino 1844)

(Non dobbiamo dimenticare che Napoleone - che aveva bisogno di fondi - pochi anni prima (nel 1803) aveva proposto la vendita al governo americano la cessione di un territorio sconfinato, la Luisiana, che andava dal Mississippi alle Montagne Rocciose; di fatto apriva agli Stati Uniti la porta del Far West fino al Pacifico (1.500.000 kmq di territorio pari ai 13 States di allora). Jefferson nonostante la forte opposizione del governo federale per la ragguardevole spesa (ma che fu di soli 14,5 milioni di dollari!!) in un bilancio allora disastrato, corse perfino il rischio della destituzione per accarezzare questo progetto che a molti sembrava dovuto alla sua megalomania, ma sfidando gli oppositori, accettò con coraggio l'occasione insperata ma che era molto al di sopra delle sue aspettative; lui infatti inizialmente aveva chiesto alla Francia napoleonica solo New Orleans per navigare fino alla foce del Mississippi; ma la Costituzione americana (e lui ne era uno dei padri) - gli ricordarono gli oppositori- non gli consentiva di ingrandire il territorio dello Stato federale.
Ma la battaglia alla fine la vinse Jefferson agendo anche senza il consenso del Congresso.

Possiamo benissimo immaginare che se Napoleone fosse giunto negli States, che da allora in 12 anni avevano più che raddoppiato nel 1815 la propria popolazione, passando da 4 milioni a 10 milioni, sarebbe stato accolto con molta riconoscenza e con tutti gli onori. Se gli Stati Uniti erano nel 1815 grandi il merito era proprio suo; di Napoleone. Un fatto che pochi ricordano.

E nel resto d'Europa? e soprattutto in Italia cosa si scriveva? MALE !!!!

"La mera democrazia (questo indicibile bamboleggiare degli scrittori, in Francia, in Inghilterra, nell'America boreale dei dì nostri, che adorano le moltitudini, esaltano il principio di associazione, invocano e celebrano l'alleanza dei popoli - tale è la piaga principale, vezzo prediletto del secolo)
... non può sussistere, nè durare, perchè radicalmente inorganica...Il numero accresce la forza, ma non la crea... Un branco di pecore innumerabili è sempre men capace e men valido del mandriano...Mentre il diritto del Principe è divino, poichè risale a quella sovranità primitiva onde venne organato ed istituito il popolo di cui regge le sorti...La sovranità si riceve, ma non si fa e non si piglia...Ella importa la sudditanza, come un necessario correlativo; e il dire che il sovrano possa essere creato dai suoi soggetti (con il suffragio Ndr) e trarne i diritti che lo previlegiano, inchiude contraddizione. Insomma, il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano, perchè i suoi titoli ripugnerebbero alla sua origine... I sudditi dipendono dal sovrano, e non viceversa...L'obbligazione verso il sovrano deve dunque essere assoluta, altrimenti la sovranità è nulla..."La potestà è ordinata, e da Dio procede" a ciò allude l'Apostolo (Paul. ad rom., XII,1,2).
Sapete donde nasce il più grave pericolo? Dal predominio della plebe, la quale promette una seconda barbarie più profonda di quella dei Vandali e degli Unni e un dispotismo più duro del napoleonico. Guai alla civiltà nostra se la moltitudine prevalesse negli Stati".
(V. Gioberti, Studio della filosofia, cap. Della politica, vol III, Tipografia elvetica, Capolago 1849). (Nel '43 aveva scritto "Del primato morale e civile degli italiani" . Una tesi contro le aspirazioni rivoluzionarie dei democratici).

E proprio mentre Napoleone nel 1815, Sant' Elena dettava le righe citate sopra, in una sperduta capanna di tronchi, dentro in una sola stanza col pavimento in terra battuta, a Hodgensville, nel Kentuky, a un bambino di 6 anni, nato il 12 febbraio del 1809, il colono quacchero Thomas, sua moglie Namcy Hanks negli ultimi suoi quattro anni di vita utilizzando la Bibbia, insegnava a leggere e scrivere al figlioletto di sei anni; ABRAMO LINCOLN. A 10 anni si ritrovò orfano; a 11 boscaiolo, poi conducente di barche, commesso di drogheria, impiegato delle poste; intanto studiava e "non deluse se stesso";
E quando Gioberti scriveva le stupidaggini di sopra, questo figlio di un anonimo boscaiolo veniva nello steso anno eletto deputato a Washington, proprio da quella odiata "moltitudine":  poi divenne senatore, infine Presidente degli Stati Uniti.

Cosa aveva detto Napoleone di se stesso? "Tutti nascono anonimi come me, in una anonima Ajaccio, in un'anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontà divina si manifesta sull'uomo." (Napoleone) 

GIOBERTI NON AVEVA PROPRIO CAPITO NULLA!
DELLA VOLONTA' DIVINA, DELLA VOLONTA' DELL'UOMO, DELLA VOLONTA' DEI POPOLI.

C'era invece un altro tipo di Italiano in Virginia, un geniale e bizzarro pensatore fiorentino; fu uno dei protagonisti, forse di secondo piano, ma diede "lezioni di democrazia" ai primi 5 presidenti degli Stati Uniti.
Qui la singolare storia di un personaggio a molti - in Italia - sconosciuto, ma non in America !!!

FILIPPO MAZZEI
Ne facciamo qui sotto un breve riassunto
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L'ITALIANO CHE DIEDE LEZIONI DI DEMOCRAZIA...
... AI PRIMI CINQUE PRESIDENTI DEGLI STATI UNITI

Quell'italiano fu, infatti, un protagonista, seppur non di primo piano,
della rivoluzione americana.

Non fu un improvviso colpo di pazzia a spingere gli americani, nel 1980, a dedicare ad un avventuriero italiano del Settecento un francobollo, in occasione del 250° anniversario della sua nascita. Quell'italiano fu, infatti, un protagonista, seppur non di primo piano, della rivoluzione americana: FILIPPO MAZZEI

Conosciuto solo tra gli addetti ai lavori, il Mazzei fu chirurgo a Firenze, Livorno, Costantinopoli e Smirne; commerciante e insegnante di lingua a Londra; agricoltore e ribelle in Virginia; agitatore d'animi e diplomatico a Parigi; ciambellano di corte e consigliere intimo del Re a Varsavia. Un personaggio a dir poco interessante del quale Margherita Marchione, professore alla Fairleigh Dickinson University, e Giuseppe Gadda Conti, studioso di cultura e letteratura nord americana hanno ripubblicato "Le istruzioni dei proprietari della Contea di Albermale ai loro delegati in convenzione" nell'ambito del volume "Istruzioni per essere liberi ed eguali", edito da Cisalpino-Goliardica. Preceduto da un'introduzione del professore di Storia delle Dottrine Politiche nella Facoltà di Scienze Politiche della Università degli Studi di Milano Ettore A. Albertoni, l'opera consta di un'approfondita biografia del Mazzei e di un saggio bibliografico curato da Renata Brugnago.

CHI ERA FILIPPO MAZZEI?

Ma chi era questo italiano che aveva scelto la Virginia come patria adottiva e che vantava strette amicizie con i futuri primi cinque presidenti degli Stati Uniti, vale a dire George Washington, John Adams, Thomas Jefferson, James Madison e James Monroe?

Filippo Mazzei nacque a Poggio a Caiano, un paesino di Firenze (oggi in provincia di Prato) il giorno di Natale del 1730. Cominciò a studiare chirurgia all'ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova. Nel 1752, per la prima volta, lasciò Firenze, dopo aver litigato, prima di tante inimicizie, col fratello Jacopo, divenuto capofamiglia alla morte del padre. Nel 1754 accettò da parte di un medico ebreo in procinto di ritornare a Smirne, un certo Salinas, la proposta di accompagnarlo in qualità di chirurgo. Ma in Medio Oriente Mazzei non resse molto: trovato un passaggio come medico di bordo su un bastimento inglese, il 3 marzo 1756 giunse a Londra. Sulle rive del Tamigi, sostentandosi con l’insegnamento dell’italiano e il commercio, cominciò a frequentare persone altolocate. Dopo una parentesi italiana durante la quale ebbe noie con l'Inquisizione che lo accusava di contrabbandare libri proibiti, tornò a Londra nel 1767 e lì vi conobbe Benjamin Franklin, uno dei padri costituenti degli States, e Thomas Adams.

Furono Franklin e Adams a convincerlo a fare rotta verso l'America: "Era già del tempo che i miei nuovi amici americani (...) mi consigliavano di andare a vivere fra loro. Io dubitavo che il loro governo fosse una cattiva copia dell'inglese, e conseguentemente che le basi della libertà fossero anche meno solide; ma tanto Franklin quanto Adams mi dimostrarono che non vi era aristocrazia, che il popolo non aveva la vista abbagliata dallo splendore del trono; che ogni capo di famiglia dava il voto per l'elezione e poteva essere eletto; che avevano le loro leggi municipali, e che delle leggi inglesi avevano adottato quelle sole che lor convenivano..."

IL VIRGINIANO

Accompagnato da un gruppo di contadini italiani, da Marie Petronille Hautefeuille, futura sposa, e dalla figlia di lei, giunse in Virginia nell'autunno del 1773. "...il Mazzei si mise ad organizzare un'azienda agricola cooperativa (...); tra i virginiani vi aderirono, oltre al governatore inglese Lord Dunmore, Washington, Jefferson, Mason e altri grossi proprietari terrieri..." L'intento era quello di dedicarsi esclusivamente all'attività agricola (importò dall'Italia colture inesistenti in Virginia) ma con soci di quel calibro fu irrefrenabile l'attrazione della politica.

Firmandosi "Furioso", Mazzei, nella scia del Jefferson, cominciò a pubblicare numerosi scritti rivoluzionari. In un linguaggio quanto mai popolare per farsi comprendere anche da chi non aveva avuto il vantaggio di "un'educazione studiosa",

"...Mazzei scrisse una serie di articoli per guidare le direttive della rivoluzione americana, uno dei quali fu tradotto dall'italiano in inglese da Jefferson."

Il fiorentino insisteva soprattutto nelle accuse di dispotismo contro il governo inglese e nella necessità per gli americani di liberarsi da questa schiavitù. Polemista di razza, il Mazzei rispecchiava le tendenze in voga all'epoca: l'illuminismo, gli ideali democratici, l'eguaglianza e la libertà. Le sue intuizioni e, su tutto, l'accento posto nei suoi scritti sui diritti dell'individuo influenzarono notevolmente Jefferson, che ne trasse ispirazione per la stesura della Dichiarazione d'Indipendenza.

ALLA CORTE DEL RE DI POLONIA - Il suo impegno come indipendentista fu sempre più forte così come la notorietà presso i virginiani, che lo scelsero addirittura come amministratore della contea di Albermale. Il Mazzei intraprese inoltre parecchi viaggi in Europa, durante i quali si impegnava in missioni diplomatiche per conto della Virginia, in incontri d'alto livello per convincere le potenze europee della convenienza economica ad allacciare relazioni commerciali con le colonie ribelli e in interventi giornalistici.

Nel 1788 pubblicò a Parigi i quattro volumi delle
"Recherches Historiques et Politiques sur les Etats-Unis de l'Amérique Septentrionale"

L'opera fu un fiasco. Ma, dietro l'angolo, la vita del Mazzei prevedeva un'altra svolta: in luglio divenne "agente segreto" del re Stanislao Augusto di Polonia. Quando gli fu offerto l'incarico, il Mazzei si mostrò molto riluttante: "Pregai (il Piattoli, colui che gli aveva offerto l'incarico) di venir meco a pranzo da Jefferson, temendo che il mettermi a servire un sovrano potesse pregiudicarmi nell'opinione dei miei concittadini; ma Jefferson mi assicurò del contrario, dicendo che il re di Polonia...era capo di una repubblica, e non un re dispotico, e che passava per essere il meglio cittadino della sua patria".

L'ascendente di Jefferson sul Mazzei era tale che il nostro non ebbe più dubbi e accettò. Lavorando a Parigi per conto del Re di Polonia, assistette in prima persona agli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese e si rivelò un attento osservatore: "Fu testimone oculare di episodi che tanti storici hanno più tardi riferito in termini sostanzialmente identici". Nel 1791 Mazzei lasciò Parigi per Varsavia, dove gli sarebbe stata conferita la cittadinanza polacca. Lasciata la Polonia l'anno seguente, rientrò definitivamente in Italia, a Pisa, dove trascorse gli ultimi 22 anni di vita, anelando con nostalgia a un possibile ritorno nella sua terra d'adozione, la Virginia. Morì nella città toscana il 19 marzo 1816.

LE "INSTRUCTIONS"

La lettura de "Le istruzioni dei proprietari della contea di Albermale ai loro delegati in Convenzione" (The instructions of the Freeholders of Albermarle County to their Delegates in Convention) è istruttiva per capire il pensiero e anche il carattere del Mazzei. Innanzitutto, è l'unica cosa commestibile che egli abbia scritto. Sia le già citate Recherches sia le "Memorie della vita e delle peregrinazioni del fiorentino Filippo Mazzei con documenti storici sulle sue missioni politiche come agente degli Stati Uniti d'America e del Re Stanislao di Polonia", pur offrendo numerosi spunti interessanti, sono di lunghezza spropositata, piene di divagazioni pedanti e anche un po' inutili. Le "Instructions" invece compendiano al meglio il pensiero politico del Mazzei, in uno stile sintetico e divulgativo.

La prima parte è datata 11 maggio 1776. Mazzei dà delle indicazioni ai delegati della Convention autoconvocatasi a Williamsburg il 6 maggio dopo che il Governatore inglese aveva sciolto l'Assemblea Legislativa della Virginia. La seconda parte fu scritta il 22 giugno e servì al Mazzei per meglio precisare la prima parte e per confutare obiezioni mosse da alcuni convenuti. La terza parte fu una polemica critica nei confronti delle scelte fatte dalla Convention, che a detta del Mazzei andavano contro gli ideali di una democrazia rappresentativa.

Nel testo emerge la visione tipicamente illuministica del Mazzei, il suo indipendentismo, il suo odio (esagerato) nei confronti degli inglesi e delle loro istituzioni, i progetti istituzionali innovativi. Indipendentista quando ancora molti coloni credono ad un accordo con la Gran Bretagna, Mazzei vagheggia una democrazia diretta ingenuamente perfetta e arriva a polemizzare con i progetti di democrazia rappresentativa della Convenzione:

"E' veramente inconcepibile che un piccolo numero di uomini nominati dal Popolo per gestire gli affari generali (...) debbano pretendere di non essere soggetti al sindacato di chi li ha assunti, e di arrogarsi persino l'autorità illimitata sugli stessi e che questi ultimi, nel caso che non siano contenti dell'arbitrarietà della loro gestione, non abbiano il potere di licenziarli prima del termine di un anno quando sarebbero autorizzati a scegliere nuovi agenti, ma con lo stesso arbitrario potere illimitato. Se questa è libertà, ci piacerebbe sapere cos'è la schiavitù."

Si è molto dibattuto su quanto il progetto del Mazzei abbia influenzato le successive opere del Jefferson. Sicuramente da alcuni la cosa è stata enfatizzata oltre misura, sta di fatto che il futuro Presidente degli Stati Uniti, come abbiamo già detto, raccolse numerosi spunti dall'opera del fiorentino.

MAZZEI NELL'OBLIO

Ci si chiede allora perchè un personaggio così affascinante sia in Italia caduto per tanti anni nell'oblìo, salvo riemergere dalla naftalina solo grazie al francobollo delle Poste d'oltre oceano. Non mancano certo le spiegazioni tecniche: la frammentarietà dei documenti da lui lasciati e la difficoltà di accesso al suo archivio, rimasto a lungo in mano privata. Sta di fatto che i primi timidi tentativi di approfondimento della vita del Mazzei avvengono solo dopo il 1915. Sarà poi con la pubblicazione in inglese del primo volume delle Recherches in occasione del bicentenario della Rivoluzione americana, nel 1976, che l'interesse per il nostro si rivitalizzò. Ma grande notorietà il "rivoluzionario" di Poggio a Caiano non l'ebbe mai, salvo che per l'episodio noto come "Mazzei's letter" (un giornale italiano pubblicò parte di una lettera del Jefferson al Mazzei del 24 aprile 1796 nella quale il futuro Presidente criticava alcuni capi federalisti delle colonie accusandoli di essere filo monarchici. Mesi dopo la lettera apparve mal tradotta in francese sulla "Gazette Nationale ou le Moniteur Universel" di Parigi e suscitò grandi polemiche).

Lo scritto sopra è di MARIAN CECCHI

_________________ fatta questa divagazione ___________________

______________ riprendiamo la nostra storia ____________________

La nuova Repubblica che iniziava la sua vita era un organismo giovane e pieno di vitalità. I problemi economici creati dalla guerra si venivano man mano risolvendo ed il Paese cresceva con ritmo costante. L'emigrazione dall'Europa aveva assunto proporzioni assai vaste: si potevano avere con una somma esigua dei buoni appezzamenti di terreno, e la mano d'opera era molto ricercata. Le ricche vallate che si estendevano nella parte superiore degli Stati di New York, della Pennsylvania e della Virginia divennero ben presto zone eminentemente cerealicole. Per quanto molti oggetti fossero ancora di produzione familiare, anche le industrie venivano ampliandosi e crescendo.

Nel Massachusetts e nel Rhode Island si venivano creando le basi di importanti industrie tessili; il Connecticut cominciava a produrre manufatti in latta ed orologi; il New Jersey, la Pennsylvania e lo Stato di New York producevano carta, vetro e ferro. I cantieri navali erano in piena attività ed il naviglio americano sui mari era secondo solo a quello inglese. Già prima del 1790 navi americane trasportavano in Cina pellicce e ne riportavano thé, spezie e seta.

La corrente principale di attività e di energia, dell'America tendeva però a dirigersi verso ovest. Abitanti della Nuova Inghilterra e della Pennsylvania si trasferivano nell'Ohio; dalla Virginia e dalle Caroline ci si muoveva verso il Kentucky ed il Tennessee. I carri coperti da bianche tende degli emigranti si arrampicavano lentamente lungo le pendici degli Allegheny, mentre cacciatori dalle gambe protette da pelli di animali catturati, e pionieri che avanzavano con carri colmi di mobilio, di sementi e di rudimentali attrezzi agricoli, si aggiravano nel Kentucky. In radure deserte l'uomo di frontiera ed i suoi vicini costruivano una capanna di tronchi, ne otturavano le, fessure con l'argilla, ne coprivano il tetto con rami di quercia.

Zattere e battelli, ogni anno più numerosi, solcavano il Mississippi diretti a Nuova Orleans, carichi di cereali, di carni salate e di potassa. Le città di frontiera divenivano di anno in anno più vaste e più importanti. Molti erano ancora i pericoli ed i disagi da affrontare, ma animali selvaggi, malattie ed altro non impedivano che mille rivoli di vita nuova avanzassero decisamente nelle terre ancora deserte. « Il corso dell'Impero si dirige verso ovest » : la parola d'ordine di giorni più antichi risuonava ancora nel Paese.

Tali erano le condizioni quando Washington assunse la carica di Presidente. La nuova Costituzione, che a quel tempo era ancora soltanto un documento, non era appoggiata né da una tradizione né da una opinione pubblica matura. I due partiti, sorti quando si discuteva sulla ratifica, continuavano nel loro antagonismo:
i federalisti erano il partito che sosteneva un Governo centrale forte, un cerchio di affari in continuo aumento, nonché interessi commerciali;
gli antifederalisti si battevano per i diritti degli Stati e per gli interessi degli agrari.

Il nuovo Governo doveva creare la sua struttura organizzativa: non vi era ancora alcun gettito fiscale, e finché non fosse stato organizzato un sistema giudiziario non vi era modo di applicare le leggi. L'esercito era esiguo; la marina aveva cessato di esistere.


La saggia e lungimirante guida di Washington era in quel momento indispensabile alla Nazione. Quelle qualità che avevano fatto di lui il primo soldato durante la rivoluzione fecero di lui il primo uomo di stato nel paese di recente organizzato. Capace di progetti fecondi e di ampio respiro, e forte fino a poter sopportare innumerevoli preoccupazioni, egli sapeva ispirare rispetto e fiducia; era deciso più che abile, forte più che malleabile, dotato di grande dignità e di riserbo e al tempo stesso di timidezza, umiltà e di un controllo su se stesso che rasentava lo stoicismo.

L'organizzazione del Governo non era impresa da poco. Il Congresso istituì subito i Ministeri degli Esteri e del Tesoro; Washington nominò Thomas Jefferson capo del primo e Alexander Hamilton, suo aiutante durante la rivoluzione, Ministro del Tesoro. Contemporaneamente, il Congresso creava l'organizzazione giudiziaria federale, istituendo non solo una Corte Suprema con un Primo Presidente (carica cui fu nominato John Jay) e cinque magistrati, ma anche tre corti di circoscrizione e tredici corti distrettuali.

In questo primo. periodo vennero nominati anche un Ministro della Guerra ed un Ministro della Giustizia. Poiché Washington preferiva generalmente prendere decisioni solo dopo essersi consultato con gli individui nel cui giudizio aveva fiducia, venne in tal modo a crearsi un Gabinetto composto dei capi di tutti i ministeri che il Congresso poteva nominare, per quanto tale Gabinetto non fosse ufficialmente riconosciuto per legge fino al 1907.

Come l'America del periodo rivoluzionario aveva dato due figure eccezionali di fama mondiale, Washington e Franklin (nell'immagine a fianco), così la giovane repubblica ebbe due uomini dall'ingegno profondo e brillante, Hamilton e Jefferson, il cui nome doveva risuonare al di là dei mari.
Non furono tanto i loro provati meriti personali, per quanto grandi essi fossero, a conferire loro un posto nella storia, ma piuttosto il fatto che essi rappresentavano due forze potenti e indispensabili, anche se in un certo senso antagonistiche, della vita americana.

Hamilton sosteneva un'unione più stretta ed un governo nazionale più forte; Jefferson invece tendeva ad una forma di democrazia più ampia e più libera.

 

La nota caratteristica dell'opera svolta da HAMILTON in servizio dello stato fu il suo amore per l'ordine, l'organizzazione e l'efficienza : le prove tangibili di debolezza e di inefficienza che egli aveva constatato dal 1775 al 1789 spiegano in verità l'impulso irresistibile che lo muoveva a offrire i suoi servizi alla giovane nazione. Mentre altri non possedevano che nozioni piuttosto vaghe e principi assai cauti, Hamilton aveva concepito piani audaci e direttive ben definite.

La Camera dei Rappresentanti aveva sollecitato un progetto che permettesse «un appoggio adeguato al credito pubblico» e Hamilton lo concepì e preparò, sostenendo principi di pubblica economia non solo in quanto tali, ma perché basilari per un governo efficiente. L'America doveva aver credito per il suo sviluppo industriale, la sua attività commerciale ed il funzionamento del suo governo. Essa doveva anche riscuotere la completa fiducia e l'appoggio del suo popolo. Mentre molti tendevano a non voler riconoscere il debito nazionale o a volerne pagare soltanto una parte, Hamilton insisté perché il debito governativo dell'Unione fosse pagato per intero ed anche perché venisse attuato un progetto secondo il quale il Governo Federale avrebbe rilevato tutti i debiti insoluti a carico degli Stati, contratti per venire in aiuto alla Rivoluzione.

Egli progettò una Banca degli Stati Uniti cui spettava il diritto di aprire filiali in differenti luoghi del paese; si fece promotore di una zecca nazionale e propugnò tariffe basate sul principio protettivo onde favorire lo sviluppo delle industrie nazionali. Questa serie di provvedimenti ebbe effetto immediato e conferì al credito del Governo Federale basi solide ed al tempo stesso procurò i redditi ad esso necessari. Il commercio, l'industria trovarono nuovo impulso : si venne così a creare una solida schiera di uomini d'affari i quali appoggiavano il governo nazionale ed erano pronti a resistere a qualsiasi tentativo mirante ad indebolirne l'autorità.

THOMAS JEFFERSON era invece un uomo di pensiero più che di azione. Se le doti principali di Hamilton avevano come caratteristica l'azione, quelle di Jefferson erano invece di natura filosofica e frutto di meditazione: fra gli scrittori e pensatori politici suoi contemporanei non vi era chi potesse stargli a pari. Politicamente era spesso agli antipodi con Hamilton. Quando egli si recò in Francia come Ministro poté rendersi conto di cosa valesse, nel campo delle relazioni internazionali, un governo centrale e forte, ma egli non lo desiderava tale sotto molti aspetti, temendo soprattutto che esso potesse irreggimentare gli uomini.

Nato aristocratico, ma democratico e favorevole all'uguaglianza per tendenza e convinzioni, egli aveva sempre combattuto per la libertà, sia quando si era trattato di andare contro la Corona britannica, sia contro il controllo della Chiesa, la aristocrazia terriera e la sperequazione delle ricchezze.
Hamilton si proponeva di dare al Paese un'organizzazione più efficiente; Jefferson una maggiore libertà all'individuo, ritenendo che « ogni uomo ed ogni gruppo di uomini sulla terra possiede il diritto all'autogoverno ». Hamilton temeva l'anarchia e concepiva tutto sotto forma di ordine; Jefferson temeva la tirannia e pensava solo in termini di libertà. Agli Stati Uniti occorreva l'influenza di entrambi. Essi avevano bisogno di un governo nazionale più forte e, al tempo stesso, che gli uomini fossero liberi. Fu una provvidenza per il paese che esso possedesse entrambi questi uomini e potesse col tempo fondere e conciliare in grandissima parte i loro personali e caratteristici contributi.

La divergenza dei loro punti di vista si manifestò poco dopo che Jefferson ebbe assunto la carica di Ministro degli Esteri, e portò ad una nuova e più importante interpretazione della Costituzione. Quando Hamilton, infatti, presentò il suo progetto di legge per la costituzione di una banca nazionale, Jefferson vi si oppose, parlando non solo a nome di tutti coloro che ritenevano i diritti degli Stati paritetici rispetto a quelli nazionali ma anche di quelli che temevano il formarsi di grandi complessi economici. La Costituzione, egli dichiarò, enumerava tutti i poteri conferiti al Governo Federale e lasciava ai singoli Stati tutti quelli non specificati.
La facoltà di creare una banca non vi era stabilita in alcun punto. Hamilton a sua volta sostenne che i poteri del governo nazionale non potevano essere enumerati singolarmente, perché ciò avrebbe reso necessari lunghi ed insopportabili dettagli: le clausole generali rendevano implicita una vasta gamma di poteri, ed uno di questi autorizzava il Congresso a «promulgare tutte le leggi che saranno ritenute necessarie ed atte » per attuare altri poteri specificamente concessi.

La Costituzione dichiarava che il Governo nazionale avrebbe avuto facoltà di imporre e percepire tasse, pagare debiti e prendere in prestito denaro. Una banca nazionale avrebbe praticamente contribuito ad assolvere efficientemente queste funzioni, quindi il Congresso aveva pienamente diritto di istituire tale banca in base ai suoi « poteri impliciti ».
Washington ed il Congresso approvarono la proposta di Hamilton, e venne così creato un precedente. La giovane nazione, per quanto presa dai compiti iniziali miranti a rafforzare l'economia interna e a rinsaldare l'Unione, non poteva ignorare gli avvenimenti politici che si verificavano all'estero. La pietra angolare della politica estera di Washington fu il mantenimento della pace, una pace che desse al Paese il tempo necessario per risanare le ferite della guerra e permettere che proseguisse il lento lavorio delle forze di coesione all'interno del paese.

Gli avvenimenti d'Europa minacciavano però di pregiudicare il raggiungimento di questa meta. Molti americani seguivano col più profondo interesse e con molta simpatia lo svolgersi della rivoluzione francese. Nell'aprile del 1793 giunse una notizia per cui questo conflitto diventava argomento e questione della politica americana la Francia aveva dichiarato guerra alla Gran Bretagna ed alla Spagna, ed il cittadino Genêt sarebbe giunto negli Stati Uniti come Ministro della Repubblica Francese.

L'America era ancora ufficialmente alleata della Francia e la guerra avrebbe messo gli americani in grado di pagare a questa il loro debito di gratitudine ed al tempo stesso di dare sfogo al loro risentimento contro la Gran Bretagna. Ma quantunque la maggior parte di coloro che rappresentavano il potere esecutivo augurasse ogni successo alla Francia, il loro desiderio maggiore era quello di tenere l'America lontana dalla guerra.

Nell'aprile del 1793, Washington proclamava quindi ai belligeranti d'Europa la neutralità del suo paese, e Genêt, al suo arrivo, fu accolto con le regole del più severo e freddo protocollo. Urtato da questo trattamento, egli tentò di disobbedire ad un ordine che gli proibiva di servirsi dei porti americani quali basi d'operazioni per le navi armate francesi; dopo un certo periodo, pertanto, gli Stati Uniti chiesero al Governo francese il suo richiamo che venne senz'altro concesso.

Durante questo periodo intanto (1793-1795) l'opinione pubblica americana si veniva cristallizzando ai due estremi. La rivoluzione francese appariva ad alcuni come una lotta chiaramente delineata tra la Monarchia e la Repubblica tra l'oppressione e la libertà, tra l'autocrazia e la democrazia; agli altri invece come un nuovo risorgere della guerra tra l'anarchia e l'ordine, l'ateismo e la religione, la ricchezza e la miseria. I primi formarono il partito repubblicano, da cui deriva l'attuale partito democratico, i secondi, il partito federalista, progenitore dell'attuale partito repubblicano.

L'incidente di Genêt aveva raffreddato in un certo qual modo le simpatie dell'America verso la Francia: i rapporti con la Gran Bretagna erano però, al tempo stesso, tutt'altro che soddisfacenti. Le truppe britanniche presidiavano ancora i forti nella zona occidentale, i beni asportati dai soldati britannici durante la guerra d'indipendenza non erano stati restituiti e neppure pagati, e la marina britannica saccheggiava ed ostacolava il commercio americano.
Per porre fine a questo stato di cose, Washington mandò a Londra come inviato straordinario John Jay, diplomatico ricco di esperienza che copriva in quel momento la carica di Presidente della Corte Suprema. Agendo con tatto e moderazione, Jay riuscì a negoziare un trattato che assicurava il ritiro delle truppe britanniche dai forti occidentali ed alcune concessioni di carattere commerciale non molto importanti.

Non si parlò comunque di restituzione di beni né della cattura di navi americane da parte della flotta inglese né dell'arruolamento forzato dei marinai americani nella marina britannica.
Il trattato negoziato da Jay provocò malcontento generale, ma mentre si avvicinava lo scadere del secondo periodo della presidenza di Washington, ci si rendeva conto che notevoli risultati erano stati già raggiunti in altri campi: il governo era ormai organizzato, il credito nazionale saldamente stabilito, il commercio marittimo in pieno sviluppo, il territorio nord-occidentale riconquistato e la pace veniva mantenuta.
Washington si ritirò a vita privata nel 1797, rifiutando decisamente, dopo gli otto anni di presidenza, di conservare la carica di Capo della nazione. Venne eletto al suo posto John Adams, intelligente e capace, serio ed ostinato. Prima ancora di assumere la carica egli s'era guastato purtroppo con Hamilton, che tanto aveva dato della sua opera alla precedente amministrazione.
Si trovava così in condizioni di svantaggio, avendo dietro di sé un partito e accanto a sé un gabinetto ugualmente divisi.

A peggiorare la situazione, l'orizzonte internazionale si veniva di nuovo coprendo di nuvole. La Francia, seccata del trattato concluso da Jay con la Gran Bretagna, si rifiutava di accettare il Ministro inviato da Adams, e quando questi inviò altri tre commissari a Parigi essi furono accolti con nuove offese, il che fece salire l'indignazione americana al colmo.
Vennero arruolate truppe, rafforzata la marina e nel 1798, dopo una serie di scontri navali in cui le navi americane riportarono sempre la vittoria, la guerra sembrava inevitabile. In piena crisi, Adams rifiutò i consigli di Hamilton, che era favorevole alla guerra, ed inviò in Francia un nuovo Ministro.
Napoleone, che era appena salito al potere, lo ricevette cordialmente, ed il pericolo di un conflitto scomparve allora completamente.

Nel campo della politica interna Adams non seppe però rendersi popolare nel paese, che infatti nel 1800 si trovò maturo per un cambiamento. Sotto la presidenza di Washington e di Adams, i federalisti erano riusciti a dare salde basi al governo, ma dimenticando che il Governo americano deve rispondere del suo operato alla volontà popolare, essi avevano seguito criteri che avevano loro alienato le simpatie di larghe masse della popolazione.
Jefferson, dotato di innate qualità di capo, era riuscito ad attirare dietro di Sé una grande massa composta di piccoli agricoltori, bottegai ed artigiani, i quali dimostrarono nelle elezioni del 1800 qual fosse la loro forza. "I solidi fianchi della nostra nave sono stati saldamente collaudati" scriveva Jefferson ad un amico. "Noi la drizzeremo ora sulla sua rotta repubblicana ed essa dimostrerà con la bellezza della sua andatura l'abilità dei suoi costruttori".

All'immenso ascendente esercitato da Jefferson contribuiva quel suo fare continuamente appello all'idealismo dell'America, alla semplicità, alla giovinezza ed alle prospettive piene di speranza della nazione. Il modo stesso in cui egli prese possesso dell'altissima carica, nel 1801, sottolineò il fatto che la democrazia era veramente salita al potere: Jefferson, vestito come al solito piuttosto trascuratamente, uscì dalla modesta casa in cui viveva a pensione e s'incamminò verso il Campidoglio, accompagnato da alcuni amici.
Entrando nell'aula del Senato, strinse la mano al Vice Presidente Burr, suo rivale nelle recenti elezioni, e giurò nelle mani di John Marshall, nominato di recente Presidente della Corte Suprema.

Nel suo discorso per l'insediamento Jefferson promise «un'amministrazione saggia e frugale» che avrebbe mantenuto l'ordine fra gli abitanti, ma «li avrebbe d'altra parte lasciati liberi di regolare da loro stessi quanto riguardava il perseguimento di attività economiche volte al loro benessere».

La sola presenza di Jefferson alla Casa Bianca era un incoraggiamento a procedure democratiche. Per lui, il più umile dei cittadini era degno dello stesso rispetto dovuto al più alto dei funzionari; egli insegnava ai suoi dipendenti a considerarsi semplicemente incaricati dalla fiducia del popolo. Incoraggiò l'agricoltura e l'espansione verso occidente, nonché leggi assai larghe in materia di naturalizzazione, ritenendo che l'America dovesse rappresentare un rifugio per tutti gli oppressi.

Alla fine del 1809, il suo lungimirante Ministro del Tesoro, Albert Gallatin, era riuscito a ridurre il debito pubblico a meno di 60 milioni. I principi di Jefferson dilagarono in tutta la nazione: i requisiti del censo, necessari per esercitare il diritto di voto, venivano aboliti in uno Stato dopo l'altro, mentre leggi più umane venivano approvate in favore dei debitori e dei criminali.

 

Uno dei passi compiuti da Jefferson riuscì a raddoppiare la superficie della nazione. La Spagna possedeva da tempo il territorio ad ovest del Mississippi, con il porto di Nuova Orleans alle foci del fiume. Poco dopo che Jefferson era salito al potere, Napoleone aveva forzato il debole governo spagnolo a restituire alla Francia il largo tratto che portava il nome di Luisiana. Quando ciò avvenne, gli americani fremettero di timore e di indignazione, poiché Nuova Orleans rappresentava il porto indispensabile per lo sbocco dei prodotti coltivati nei bacini dell'Ohio e del Mississippi. I progetti di Napoleone miranti alla formazione di un vasto impero coloniale proprio ad occidente degli Stati Uniti minacciavano i diritti commerciali e la sicurezza stessa dei centri di colonizzazione all'interno (v. fig. pag. 80).

Jefferson affermava che qualora la Francia si fosse impossessata della Luisiana «in quello stesso momento noi dovremmo stabilire la più stretta delle unioni con la nazione e la flotta britannica»; e il primo colpo di cannone sparato in Europa sarebbe stato, secondo lui, il segnale di marcia per un esercito angloamericano destinato a muovere contro Nuova-Orleans.

Napoleone rimase colpito dal fatto che Stati Uniti e Inghilterra avrebbero preso le armi: egli sapeva che un'altra guerra contro la Gran Bretagna era all'orizzonte dopo la breve Pace di Amiens e che, una volta questa iniziata, egli avrebbe certamente perduto la Luisiana.
Decise quindi di riempire le casse del Tesoro, mettere la Luisiana fuori dalla portata di possibili conquiste della Gran Bretagna e guadagnarsi l'amicizia dell'America vendendo tutta la regione agli Stati Uniti.

Fu così che per quindici milioni di dollari tutto il vasto territorio passò in possesso della repubblica. Jefferson per effettuare l'acquisto dovette «tendere la Costituzione fino a farla scricchiolare» : nessuna clausola infatti autorizzava acquisti di territorio straniero ed egli agì senza il consenso del Congresso. Ne conseguì che gli Stati Uniti, nel 1803, ampliarono la loro superficie di oltre un milione e mezzo di chilometri quadrati ed acquistarono il porto di Nuova-Orleans, pittoresca città costruita alle foci del Mississippi, cui faceva da sfondo una fitta foresta di cipressi.

La nazione aveva così ottenuto una vasta estensione di ricche praterie, che ottant'anni dopo sarebbero diventate uno dei granai più ricchi del mondo. L'acquisto del nuovo territorio conferiva al Paese il controllo di tutto il sistema centrale fluviale del Continente. Nello spazio di pochi anni piroscafi sbuffanti avrebbero solcato in gran numero i corsi d'acqua occidentali trasportando emigranti desiderosi di colonizzare le nuove terre e riportando indietro sui mercati pellicce, cereali, carni salate ed affumicate e mille altri prodotti.

Si avvicinava ormai la fine del periodo di carica per il Presidente e Jefferson continuava a godere di una molto diffusa popolarità. La Luisiana aveva costituito senza dubbio un ottimo affare. Il Paese prosperava e il Presidente aveva fatto di tutto per accontentare tutti i settori della popolazione: la sua rielezione era cosa sicura. Durante il suo secondo periodo di presidenza, che ebbe inizio nel 1805, Jefferson per la seconda volta si servì in modo inconsueto dell'autorità federale, cercando di mantenere l'America in stato di neutralità mentre si svolgeva la lotta colossale tra Gran Bretagna e Francia.
Da entrambe le parti era stato proclamato il blocco e ciò aveva inferto duri colpi al commercio americano: i britannici miravano ad intercettare ed interrompere il ricco traffico commerciale dei vascelli americani che trasportavano merci dalle Indie Occidentali francesi, e dichiararono, con un proclama, sottoposte ,a blocco le coste dell'Europa da Brest alle foci dell'Elba; i francesi ordinarono a loro volta la cattura di qualsiasi nave americana che si lasciasse perquisire dai britannici, o toccasse un porto della nazione nemica.

Il conflitto aveva fatto sì che nessuna nave americana potesse commerciare con la vasta regione controllata dalla Francia, senza rischiare di essere catturata dai britannici, o trafficare con la Gran Bretagna, senza incorrere in pericoli da parte della Francia. In condizioni simili il commercio era completamente paralizzato.

Ma vi era ancora un altro motivo di risentimento contro la Gran Bretagna da parte della popolazione americana. Per vincere la guerra i britannici stavano allestendo una marina che già superava le 700 navi da battaglia i cui equipaggi ammontavano a circa 150 mila uomini tra marinai e fanteria da sbarco. Questo baluardo teneva la Gran Bretagna sicura, ne proteggeva il commercio e ne assicurava le comunicazioni con le lontane colonie.
Gli equipaggi però erano così mal pagati, mal nutriti e duramente comandati, che era quasi impossibile coprire il fabbisogno con un reclutamento volontario. Molti marinai disertavano per rifugiarsi sulle navi americane dove l'esistenza era più sicura e più piacevole; in tali casi gli ufficiali britannici consideravano loro indiscutibile diritto di ispezionare le navi americane e di prelevarne i sudditi britannici.
Prima di allora, quando ogni marinaio che parlasse inglese era un suddito britannico, l'azione di forza di rado implicava l'errore; ma ora che gli Stati Uniti si erano costituiti in nazione indipendente la situazione era cambiata. Era veramente umiliante per le navi americane dover restare ferme sotto il tiro dei cannoni di un incrociatore britannico mentre un ufficiale di grado inferiore seguito da un gruppo di fanti di marina allineava l'equipaggio per ispezionarlo.

Gli ufficiali britannici inoltre venivano accusati di maniere insolenti e poco scrupolose, ed essi catturavano regolari cittadini americani all'inizio a centinaia e poi, si diceva, addirittura a migliaia.
Per costringere, senza ricorrere alla guerra, Gran Bretagna e Francia ad agire più correttamente, Jefferson riuscì a persuadere il Congresso onde approvare la Legge sull'Embargo con la quale si proibiva del tutto il commercio estero. Gli effetti furono disastrosi. Da una parte, il commercio navale, fu quasi completamente rovinato da questo provvedimento, ed il malcontento divampò nella Nuova Inghilterra ed a New York.

Dall'altra gli agricoltori poterono constatare che le ripercussioni erano molto gravi anche per loro, in quanto i prezzi precipitarono quand'essi non furono più in condizioni di spedire oltremare la loro sovrapproduzione di cereali, carni e tabacco. Nello spazio di un anno le esportazioni americane scesero ad un quinto del loro volume precedente.

D'altra parte, la speranza che l'embargo affamasse la Gran Bretagna e la costringesse a mutare direttive, si rivelò illusoria. Poiché il malcontento all'interno andava crescendo, Jefferson ripiegò su misure meno draconiane per venire incontro agli interessi del traffico commerciale marittimo del Paese.
Alla Legge sull'Embargo venne sostituita quella della neutralità commerciale che permetteva gli scambi con tutti i paesi, ad eccezione della Gran Bretagna, della Francia e dei territori da queste dipendenti; il provvedimento lasciava inoltre la via a negoziati, in quanto autorizzava il Presidente a sospendere l'applicazione nei confronti di quella delle due nazioni che avesse a sua volta abolito le restrizioni sul commercio americano.

Nel 1810 Napoleone annunciò ufficialmente che egli aveva abolito i provvedimenti, nonostante in realtà continuasse a mantenerli in vigore. Ma gli Stati Uniti credettero a quanto egli annunciava e limitarono quindi la loro cessazione di commercio alla Gran Bretagna.
Scaduto il secondo periodo di presidenza di Jefferson, James Madison salì in carica nel 1809. Le relazioni con la Gran Bretagna erano peggiorate ed i due Paesi si avviavano molto rapidamente alla guerra. Il Presidente presentò al Congresso una relazione dettagliata, nella quale si dimostrava come in ben 6057 casi, nello spazio di tre anni, i britannici avessero catturato cittadini americani.
A ciò si aggiunga che i colonizzatori della zona nord-occidentale erano stati sottoposti a continui attacchi da parte degli indiani, che si riteneva trovassero appoggio presso agenti inglesi nel Canadà. La guerra alla Gran Bretagna venne dichiarata nel 1812.

Gli Stati. Uniti nel frattempo erano travagliati da gravi divisioni interne: mentre il sud e l'ovest erano favorevoli alla guerra, New York e la Nuova Inghilterra erano generalmente contrarie. La guerra era stata dichiarata senza che la preparazione dell'esercito fosse stata benché minimamente completata: vi erano meno di 7 mila soldati regolari, dislocati qua e là in posti assai distanti l'uno dall'altro: lungo la costa atlantica, in prossimità del confine canadese e in zone lontane dell'interno. Queste truppe regolari avrebbero dovuto essere appoggiate dalla milizia dei diversi Stati, la quale però era male equipaggiata e scarsamente disciplinata.

Le ostilità vennero iniziate con un triplice movimento mirante ad invadere il Canadà, movimento che avrebbe provocato qualora fosse stato eseguito tempestivamente, un'azione unita contro Montreal. Ma l'intera campagna fallì ed ebbe termine con l'occupazione di Detroit da parte dei britannici.
Mentre le azioni terrestri proseguivano malissimo, la marina invece era riuscita in un certo modo a rincuorare la fiducia del Paese. La fregata Constitution, comandata dal Capitano Isaac Hull aveva incontrato la nave britannica Guerrière a sud-est di Boston, il 19 agosto, e l'aveva catturata dopo trenta minuti di battaglia durante i quali Hull aveva colpito a morte la nave nemica.

Due mesi più tardi il veliero americano Wasp aveva incontrato il veliero britannico Frolic, e lo aveva distrutto. Queste eloquenti imprese della marina sorpresero il mondo intero. Come se ciò non bastasse, navi private armate sparse sull'Atlantico erano riuscite nell'autunno e inverno 1812-1813 a catturare 500 navi britanniche. La regione del Lago Erie, nello Stato di New York, fu il teatro della campagna del 1813. Il generale William Henry Harrison a capo di un esercito composto di miliziani, di volontari e di truppe regolari si era mosso da Kentucky avendo come obiettivo la riconquista di Detroit.

Il 12 settembre, mentre si trovava ancora nella vallata superiore dell'Ohio, ebbe notizia che il Commodoro Oliver Perry aveva distrutto la flotta nemica sul lago Erie. Due giorni prima Perry si era scontrato con le navi britanniche e dopo due ore e mezza di accaniti combattimenti aveva potuto lanciare al paese quel messaggio che avrebbe sollevato ondate di entusiasmo:
«Abbiamo incontrato il nemico ed esso è in nostra mano».

Anche il lago restava così in possesso degli Americani; Harrison poteva passare all'offensiva e, in meno di un mese, anche il Canadà superiore cadeva sotto il controllo americano. Alla fine dell'anno, tuttavia, gli inglesi erano ancora padroni del lago Ontario, e nei seguenti diciotto mesi una serie di scontri alterni sia in terra che in mare mantenne la situazione militare presso che immutata.

Alla guerra fu posto fine con il Trattato di Ghent, approvato dagli Stati Uniti nel febbraio del 1815. Durante lo svolgersi dei negoziati, Stati Uniti e Inghilterra erano venuti man mano cedendo nelle rispettive richieste tanto che, strano a dirsi, alla conclusione del trattato entrambe non avevano guadagnato né perduto.
Si provvedeva nel patto alla cessazione delle ostilità, alla restituzione di quello che era stato conquistato e alla costituzione di una commissione che avrebbe esaminato e conciliato le questioni di frontiera. Non si faceva parola, invece, della cattura forzata dei cittadini né dei diritti di neutralità, che pure rappresentavano le indubbie cause per cui la guerra era stata così a caro prezzo combattuta.

La splendente vittoria che uno strano ma formidabile esercito di uomini di frontiera, al comando di un valoroso soldato come Andrew Jackson, aveva riportato a Nuova Orleans contro un agguerrito corpo britannico fu causa di giusto orgoglio per gli Stati Uniti. Ma, ironia della sorte, essa ebbe luogo l'8 gennaio 1815, quando cioè il trattato di pace era stato già firmato, ma non ne era ancora stata data notizia al Paese.

Come accade in ogni guerra, le perdite furono enormi. Particolarmente gravi per una nazione giovane e in fase di crescenza, quelle di 21.000 marinai e 30.000 soldati caduti o feriti in combattimento.
Alle perdite in vite umane vanno aggiunte la distruzione di 1.400 navi e le gravi conseguenze economiche. Tutti gli storici concordano però nel ritenere che, nonostante tali gravi perdite, la guerra del 1812 conseguì un importante risultato di ordine positivo, e cioè il rafforzamento dei sentimenti di unità nazionale e di patriottismo, come basterebbe a dimostrare il fatto che uomini appartenenti a Stati differenti combatterono gli uni accanto agli altri e che il miglior comandante delle truppe settentrionali fu Winfield Scott, che era nato in Virginia.

Soldati appartenenti a corpi delle zone occidentali divisero la sorte delle armi con i loro compatrioti della costa orientale e da allora in poi, l'ovest, sentitosi sempre parte integrante della nazione, aumentò d'importanza nella vita americana.
Albert Gallatin, ministro del Tesoro dal 1801 al 1813, affermava che prima del conflitto gli Americani stavano divenendo troppo egoisti e troppo inclini a giudicare ogni cosa con il metodo degli interessi locali.

« La guerra, egli ebbe a dire, ha rinnovato e posto su più salde basi il sentimento nazionale e quel carattere che la Rivoluzione aveva impresso, ma che andava ogni giorno più affievolendosi. Il popolo dispone ora di un numero maggiore di obiettivi generali cui é attaccato e cui si connettono il suo orgoglio e le sue opinioni politiche. Vi sono più americani; essi sentono ed agiscono non più da singoli ma come nazione. Spero quindi che la saldezza e la durata dell'Unione ne risulteranno rafforzate e assicurate».

L'era dei buoni sentimenti era iniziata,
ma non erano terminate le lotte locali, né l'egoismo di alcuni Stati

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