-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

110 g - L'INTERVENTO NELLE DUE GUERRE MONDIALI


L'intervento in Europa nella 1ma Guerra Mondiale

Nell'estate del 1914, lo scoppio della guerra in Europa costituì un duro colpo per il popolo americano. Non c'è dubbio che dall'inizio del secolo gli Stati Uniti si fossero conquistata la posizione di Potenza Mondiale. Ma il loro interesse si era sempre concentrato su problemi interni, piuttosto che sulle forze che conducevano l'Europa al disastro.
All'inizio, la guerra sembrava qualcosa di lontano oltre che estraneo alla vita americana, ma alcuni eventi successivi, come la interferenza britannica sul commercio statunitense, e i complotti che i tedeschi, a quanto si diceva, ordivano ai danni dell'industria americana, finirono poco a poco col dare al conflitto una più concreta realtà. La spietata attività dei sottomarini tedeschi, infine, fu quella che determinò in gran parte l'atteggiamento definitivo degli Stati Uniti nei riguardi del conflitto: Nel febbraio del 1915, i tedeschi affermarono che avrebbero distrutto qualsiasi nave mercantile che avessero incontrato nelle acque territoriali delle Isole britanniche.

La replica del Presidente Wilson fu immediata: se tale decisione da parte tedesca avesse determinato la perdita di navi o di vite americane, egli ne avrebbe fatto ricadere la responsabilità sulla Germania, con tutte le conseguenze del caso.
Tre mesi dopo veniva affondato il transatlantico inglese Lusitania, il che comportò la morte di quasi 1200 persone, fra cui 128 cittadini americani. Gli Stati Uniti furono pervasi da un'ondata di sdegno così violenta, che la nazione sarebbe subito entrata in guerra, se alla Casa Bianca ci fosse stato un uomo che avesse avuto a cuore la pace meno del Presidente Wilson.

Nelle elezioni presidenziali del 1916, Wilson vinse ancora una volta, anche perché; era riuscito a tenere la nazione fuori dal conflitto. Al principio del 1917, però, i tedeschi, i quali speravano di prendere l'Inghilterra per fame entro sei mesi, annunciarono un'intensificazione della guerra sottomarina.
Nello spazio di poche settimane vennero affondate cinque navi americane, e il 2 aprile Wilson si presentò al Congresso per chiedere la dichiarazione dello stato di guerra. «Il mondo dev'essere reso sicuro per la democrazia» - affermò, tra l'altro, con una frase che fece in un lampo il giro del mondo.

Immediatamente il Governo americano si accinse al compito di mobilitare non solo le Forze armate, ma anche le risorse industriali, agricole e di mano d'opera. Ben presto grossi convogli salparono l'uno dopo l'altro dai porti americani, tanto che nell'ottobre del 1918 il Corpo di spedizione statunitense in Francia aveva raggiunto la forza di 1.750.000 uomini.
Il 15 luglio 1918 i tedeschi lanciarono da entrambe le parti del Reno la loro offensiva annunciata da tempo, che avrebbe dovuto aprire loro le porte di Parigi. Dopo un successo iniziale, si riversarono sulla Marna, dove però incontrarono le truppe Alleate e dove - secondo quanto ebbe ad affermare il generale americano John J. Pershing - «le sorti della guerra si volsero definitivamente in favore degli Alleati».

Nel settembre, un attacco Alleato spazzò via il saliente del S. Michele, con la cattura di 16.000 prigionieri tedeschi. Il mese successivo, un'Armata americana forte di oltre un milione di uomini prese parte preponderante, lungo la linea Meuse-Argonne, alla vasta offensiva che valse a sfondare la tanto esaltata linea Hindenburg.
Dal canto suo, il Presidente Wilson, con la sua eloquente definizione degli obiettivi di guerra della democrazia, aveva concorso forse non meno delle Forze Armate ad assicurare la vittoria.
Fin dall'inizio egli aveva insistito nel concetto che la lotta non era diretta contro il popolo tedesco, ma contro i suoi autocratici dirigenti. In un messaggio inviato al Congresso nel gennaio del 1918, egli presentò, come base per una pace giusta, i famosi «quattordici punti». Essi comprendevano l'abbandono degli accordi internazionali segreti, la garanzia della libertà dei mari, la soppressione delle barriere economiche fra le nazioni, la riduzione degli armamenti nazionali ed una sistemazione delle pretese coloniali, compatibilmente con gli interessi degli abitanti delle zone in questione.

Altri punti di carattere più specifico intendevano assicurare alle nazionalità europee il diritto di autogoverno e di libero sviluppo economico. Per l'applicazione dei suoi 14 punti, Wilson aveva concepito come pietra angolare del suo progetto la costituzione di una Società di Nazioni che fornisse «garanzie reciproche di indipendenza politica e di integrità territoriale agli Stati grandi e piccoli indifferentemente ».

Nell'estate del 1918, gli eserciti tedeschi vennero respinti e il loro morale fu annientato, mentre truppe americane fresche giungevano in numero sempre maggiore. Il Governo tedesco si rivolse a Wilson per iniziare le trattative sulla base dei quattordici punti. Dopo essersi assicurato che la richiesta proveniva da rappresentanti del popolo e non dalla cricca militare, il Presidente conferì con gli Alleati, i quali accedettero alle proposte tedesche. Su questa base venne concluso, l'11 novembre, un armistizio.

Durante la guerra il Presidente americano aveva svolto il compito di portavoce di tutto il mondo. Ma alla fine della guerra egli si trovava in condizioni tali da non poter più parlare nemmeno a nome della maggior parte dei suoi connazionali.
Gli Stati Uniti erano travagliati da sentimenti diversi, tra cui la stanchezza della guerra, nuovi sospetti sul conto dell'Europa, delusione e contese di partito. L'antagonismo degli avversari politici di Wilson ebbe come conseguenza, nel novembre del 1918, la elezione in entrambe le Camere del Congresso di una maggioranza repubblicana.

Imperterrito, il Presidente rivolse la sua attenzione ai prossimi negoziati di pace che avrebbero avuto luogo a Parigi. Senza tener conto di una ininterrotta tradizione, egli decise di recarsi personalmente alla conferenza della pace. Fu questo un gesto che dispiacque a molti americani, i quali ritenevano che il Presidente non dovesse mai lasciare il suolo nazionale. Inoltre, egli non incluse, nella sua Delegazione per la Conferenza della Pace, un rappresentante del partito repubblicano: il che fu un grave errore di tattica.

Successivamente il Presidente indisse una sessione straordinaria del Congresso, per l'esame e l'approvazione del trattato di Versaglia e della Lega delle Nazioni che ad esso era strettamente connessa. Ma quando ritornò a Washington da Parigi, trovò che era già in corso la discussione da parte del Congresso, i cui umori erano tali, da non far sperare in una pronta ratifica.

L'opposizione traeva alimento da motivi diversi: ostilità personale contro Wilson, divergenze di partito, indignazione di coloro che ritenevano troppo duro il Trattato di Versaglia, disapprovazione da parte di quelli che lo giudicavano troppo generoso; infine, c'era un'impressione generale secondo cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto evitare, in avvenire, di intervenire in Europa.

Wilson ricorse ad un giro per tutto il Paese, per rivolgere un diretto appello al popolo sulla questione della Lega delle Nazioni. Ma sebbene egli parlasse con superba eloquenza ed appassionata convinzione, conseguì modesti risultati. Il 25 settembre parlò a Pueblo, nel Colorado. Quando il treno riprese la sua corsa verso Est, egli soffrì di un collasso fisico dal quale non si sarebbe mai più ripreso, che segnò la fine delle sue coraggiose speranze per un'Organizzazione internazionale.

Nel marzo del 1920, il Senato, con votazione definitiva, respinse il trattato e la convenzione per la Lega delle Nazioni. In tal modo gli Stati Uniti si impegnavano per anni ad una politica di isolazionismo.

Nel quadro politico interno, nel frattempo, l'attenzione del pubblico si era rivolta a due questioni principali: la proibizione delle bevande alcoliche, e la concessione del voto alle donne. All'epoca in cui gli Stati Uniti erano entrati in guerra, trentadue degli Stati avevano proibito il traffico dei liquori, come conseguenza di una continua campagna promossa principalmente da associazioni a carattere religioso.
Le condizioni del dopoguerra furono favorevoli perche si facesse del «proibizionismo» un problema a sfondo nazionale.
Nell'agosto del 1917 il Congresso, prendendo lo spunto dalla necessità di diminuire il consumo dei cereali e dei carbone, proibì l'impiego di materie prime alimentari nella distillazione degli alcolici, spianando così la via per l'approvazione del 18° emendamento alla Costituzione, che proibiva la produzione, il trasporto e la vendita di bevande alcoliche. Questo emendamento venne entusiasticamente ratificato da 46 Stati, 10 più del necessario.

Malgrado ciò, una volta che il proibizionismo cominciò ad essere attuato, esso venne combattuto in tutto il Paese. Un'ondata di illegalità, derivante dalla diffusa inosservanza della nuova legge, caratterizzò un periodo quale non si era mai avuto, né si ebbe poi mai nella storia americana. Nel 1932, i danni sociali del proibizionismo erano così evidenti, che persino i sostenitori del "regime asciutto" in seno al partito repubblicano si dichiararono favorevoli ad una revisione dell'emendamento, mentre i democratici ne richiedevano senz'altro l'abrogazione.

Dopo la vittoria democratica del 1932, il Congresso approvò il 21° emendamento alla Costituzione, con cui il proibizionismo veniva abolito come norma federale. Entro un anno, tale emendamento venne ratificato dalla prescritta maggioranza (di tre quarti degli Stati) e divenne legge.

La campagna per la concessione del voto alle donne, che per molti anni aveva costituito oggetto di particolare attività da parte delle più accese femministe, trovò ancora nel Presidente Wilson un valoroso campione. In un primo tempo egli riteneva che i diritti elettorali dovessero essere estesi alle donne con provvedimenti dei singoli Stati; ma, dopo lo scoppio della guerra, egli divenne sostenitore di un apposito emendamento federale, considerando la concessione del voto a tutti i cittadini non soltanto un atto di giustizia, ma anche un elemento essenziale della democrazia americana.
Fu così che nel giugno del 1919 il Congresso propose agli Stati il 19° emendamento della Costituzione, il quale, una volta approvato, permise alle donne di partecipare alle prossime elezioni nazionali.

A misura che si avvicinava la campagna presidenziale del 1920, l'opinione pubblica si mostrava sempre più propensa ad un cambiamento di governo, ed infatti venne eletto il candidato repubblicano, Warren G. Harding. La sua politica estera e quella dei suoi successori, Calvin Coolidge e Herbert Hoover, teoricamente impegnarono - dal 1921 al 1933 - il Paese all'isolazionismo. Pur tuttavia, gli Stati Uniti dovettero necessariamente partecipare alle deliberazioni prese su molti problemi internazionali. Tra queste, la questione dei debiti di guerra e delle riparazioni, del disarmo e dell'aggressione giapponese in Estremo Oriente. E quindi, anche se ligi al tradizionale concetto dell'isolazionismo americano, gli Stati Uniti, in pratica, presero una parte sempre maggiore nella condotta degli affari mondiali.

In effetti la Confederazione non poteva rimanere estranea a quanto avveniva nelle altre parti del mondo. Il Presidente Harding convocò una conferenza di nove potenze, che si riunì in Washington nel 1921, allo scopo di redigere un trattato che limitasse fortemente gli armamenti navali. Durante il Governo del suo successore, Calvin Coolidge (Harding morì nel 1923, prima del termine del suo mandato) sessanta nazioni si impegnarono a sostenere il Patto di Parigi, con il quale rinunciavano a ricorrere alla guerra come mezzo di politica nazionale.

Durante la guerra, gli Stati Uniti si erano trasformati da nazione debitrice in nazione creditrice, ed avevano crediti per oltre dieci miliardi di dollari nei confronti dei Paesi che essi avevano aiutato durante il conflitto. Nei dieci anni intercorsi fra il 1920 e il 1930, due progetti vennero elaborati negli Stati Uniti per facilitare la composizione dei debiti e delle riparazioni di guerra, dovuti rispettivamente a Charles Dawes ed a Owne D. Young.

L'interesse degli Stati Uniti all'Estremo Oriente risaliva alla fine del secolo, allorché essi avevano acquistato le Filippine ed avevano formulato la politica della «porta aperta» in Cina. Tale politica venne rispettata fino al 1915, anno in cui il Giappone iniziò una lunga serie di violazioni, contro le quali gli Stati Uniti elevarono di volta in volta le loro proteste. Con l'invio, nel 1917, di una missione giapponese negli Stati Uniti, venne riaffermato il principio della «porta aperta»: le due nazioni si impegnavano reciprocamente a rispettare l'indipendenza e l'integrità territoriale della Cina.
Ma tutti gli sforzi per far sì che il Giappone mantenesse le sue promesse si rivelarono vani. Malgrado avesse partecipato nel 1921 alla Conferenza di Washington, nella quale esso si era nuovamente impegnato a garantire i diritti della Cina ed a rispettarne la sovranità, il Giappone cominciò non molto tempo dopo la sua penetrazione in Manciuria. Anche contro questa mossa gli Stati Uniti protestarono, ma l'opinione pubblica del Paese non avrebbe permesso, in quel periodo, niente di più di una protesta.
Il ritiro degli Stati Uniti dall'Estremo Oriente, iniziatosi allora, ebbe carattere ancora più evidente nel 1934. Con l'approvazione della Legge per l'Indipendenza delle Filippine, venne promessa a quelle Isole la completa indipendenza dopo un periodo preliminare di dieci anni.

Nel campo della politica economica interna, i governi repubblicani di Warren Harding, Calvin Coolidge ed Herbert Hoover aderirono al principio del Conservatorismo. Tale orientamento aveva avuto l'approvazione della maggioranza dei popolo americano nelle elezioni del 1920, del 1924 e del 1928. II Governo Harding, impegnatosi ad un ripristino delle condizioni dell'anteguerra, si orientava verso il compito di incoraggiare lo sviluppo commerciale.
Convinto che le forti imposizioni fiscali avrebbero costituito un freno per l'iniziativa negli affari, ridusse successivamente le tasse tra il 1921 e il 1928. Contemporaneamente venivano aumentate le tariffe doganali. Ben presto il Congresso si accinse al compito di dare una protezione ancora maggiore all'industria nazionale. La legge Fordney-McCumber, del 1922, che aumentò le tariffe a livelli mai raggiunti prima, ebbe gravi conseguenze economiche, ed in particolare fece si che l'Europa non fosse in condizioni di saldare sotto forma di merci, i suoi debiti con gli Stati Uniti, provocando al tempo stesso rappresaglie economiche da parte di paesi stranieri.

In conseguenza di ciò, il commercio estero americano subì una tale riduzione, che alcuni industriali cominciarono ad impiantare all'estero delle succursali dei loro stabilimenti, e molti, per la prima volta, cominciarono a dubitare della saggezza del sistema protezionistico. Il permanere della prosperità economica contribuì però a consolidare la fiducia dei repubblicani nel sistema delle alte tariffe.
Nella campagna presidenziale del 1928 questa convinzione venne riaffermata da Herbert Hoover, e due anni dopo venne approvata la legge Hawley-Smoot, che contemplava le più alte tariffe che si fossero mai avute in tutta la storia americana. La reazione fu immediata: entro due anni, venticinque paesi adottarono tariffe di rappresaglia, ed il commercio estero americano subì un ulteriore declino.

L'elezione di Hoover, avvenuta ad enorme maggioranza, diede a moltissimi uomini d'affari, ed al pubblico in genere, il segnale per lanciarsi in ulteriori investimenti, i cui proventi avrebbero consentito loro di godere di un tenore di vita ancora superiore. Per un certo tempo, il mercato interno si trovò in condizioni di assorbire titoli azionari in quantità illimitate.

Contemporaneamente la richiesta di mano d'opera nell'industria, il volume dei trasporti ferroviari, le vendite dei grandi magazzini, i contratti edilizi, il fido bancario, tutto contribuiva a manifestare una notevole fase ascensionale.
Il benessere goduto dall'economia americana negli anni successivi al 1920 non era, però, condiviso dall'agricoltura. Il reddito agrario era in declino, e i prezzi agricoli scendevano sempre più in basso. Le necessità alimentari dei tempo di guerra, ed il rialzo dei prezzi che esse avevano provocato, erano state cause di uno sviluppo eccessivo dell'agricoltura, che era arrivata a coltivare anche i terreni di scarso rendimento. I prestiti semplici e quelli ipotecari erano saliti, ma la prosperità dell'agricoltura non durò abbastanza perché gli agricoltori potessero estinguerli.

Nel frattempo, diminuivano i prezzi mondiali dei cereali e del cotone, ed i mercati stranieri erano praticamente in preda ad un collasso. L'adozione di tariffe che miravano ad aiutare l'agricoltura si dimostrò inefficace. Aderendo alle richieste dei ceti agricoli, il Congresso decise lo sviluppo del programma di credito agrario, di vendita cooperativa dei prodotti, di istruzione tecnica e di ricerche, già iniziato sotto il Governo di Wilson.
Il Presidente Hoover mirava ad intensificare questi sforzi con l' "Agricultural Marketing Act", una legge del 1929 sulla vendita dei prodotti agricoli, che autorizzava una Commissione Federale per l'Agricoltura a concedere prestiti alle Cooperative agricole, ed a creare società stabilizzatrici, aventi lo scopo di controllare le eccedenze produttive e di assicurare contro le perdite tanto le cooperative quanto se stesse.

Queste provvidenze non riuscirono però ad arrestare il continuo declino del potere di acquisto degli agricoltori, ed altri motivi di preoccupazione vennero ad aggiungersi a quelli preesistenti. La situazione economica mondiale era instabile. Non era possibile ottenere il rimborso dei debiti di guerra; il commercio con l'estero era in diminuzione, e gli investimenti privati, che ammontavano a miliardi di dollari, davano profitti inferiori al tasso d'interesse. Industrie come quella del carbone e dei tessili non avevano partecipato al benessere generale, mentre in altri settori i perfezionamenti tecnici avevano provocato una temporanea disoccupazione. Il crescente debito pubblico e privato, insieme con gli acquisti a rate e la speculazione, avevano inflazionato il credito in maniera preoccupante.

Il 21 ottobre 1929 si ebbe il primo collasso dei prezzi in borsa: una volta iniziatasi, la spirale la depressione economica precipitò in cerchi sempre più ampi. Dapprima il Governo era convinto che bastava ripristinare la fiducia perché si ottenesse il ritorno alla prosperità, e pertanto tutti gli sforzi vennero diretti a questo scopo. Rendendosi tuttavia conto che era necessario anche l'aiuto governativo, il Presidente Hoover, finì col presentare un programma di lavori pubblici.
Contemporaneamente, la Commissione Federale per l'Agricoltura accordò sussidi agli agricoltori che maggiormente risentivano del disagio economico. Particolarmente significativa fu, a questo riguardo, la creazione dell'Istituto per la Ricostruzione finanziaria, che ebbe dal Congresso facoltà di concedere prestiti straordinari fino all'ammontare di due miliardi di dollari. In nove mesi, esso concesse anticipi a quasi seimila banche, ad altri Istituti finanziari ed alle ferrovie; parimenti concesse prestiti per lavori pubblici ed attività assistenziali a trentasette Stati.

Malgrado tutte queste iniziative prese dal Governo per combattere la crisi economica, le condizioni del Paese non migliorarono. La popolazione era indotta a far ricadere la responsabilità del proprio disagio sul Partito che era al potere, e questo nel periodo in cui i leader politici si preparavano alle elezioni presidenziali del 1932.

Al congresso repubblicano, Hoover venne ancora una volta nominato candidato; due settimane dopo, nella stessa sala di Chicago, i democratici designarono come loro candidato Frânklin Delano Roosevelt, che a quell'epoca era governatore dello Stato di New York. Il loro programma politico, il più sintetico tra quanti siano stati mai formulati, prometteva misure integrali per eliminare la crisi e impegnava una «continua responsabilità del Governo per assicurare il benessere ai cittadini».

Roosevelt elettrizzò la nazione con l'audacia del programma da lui illustrato in una serie di discorsi pronunciati in quasi tutti gli Stati dell'Unione. Egli tracciò progetti di ricostruzione e di riforma, che andavano dalla lotta contro la disoccupazione all'assistenza, dalla gestione governativa delle fonti di energia, esercitata nel pubblico interesse, alla abrogazione del protezionismo, dalla riduzione delle tariffe alla legislazione in favore dell'agricoltura, dal potenziamento delle ferrovie alla protezione dei consumatori: si trattava, in sostanza, di un «Nuovo Programma» (« New Deal ») per i cittadini di tutto il Paese.

Alle elezioni, Roosevelt ebbe un'enorme maggioranza di suffragi popolari, paragonabile a quella con cui Hoover era stato eletto quattro anni prima alla stessa carica. Il nuovo Presidente univa, all'ingegno politico, una notevole capacità di valersi, per le sue attività innovatrici, della struttura amministrativa già esistente. Il suo grande ascendente personale non solo gli procurava amici devoti, ma riusciva a trascinare e a convincere un pubblico assai vasto.

Quanto al metodo, il «New Deal» costituiva un indubbio progresso, pur costruendo sulle idee e sui propositi che da tempo si erano andati affermando in America. Era stato Theodore Roosevelt, infatti, che aveva instaurato la politica di protezione delle risorse naturali ora rinnovata col «Nuovo Programma»; la disciplina dei trusts e delle ferrovie rimontava agli anni successivi al 1880; la riforma bancaria e monetaria era già stata sostenuta da Bryan, ed in parte attuata da Wilson; il programma di aiuti ai contadini prese molte idee da quelle dei Populisti; infine la legislazione sul lavoro si modellò in gran parte su consuetudini già in vigore presso alcuni Stati, come il Wisconsin e l'Oregon.

Quanto alla politica internazionale, in questo campo l'atteggiamento del « New Deal » era evidentemente una continuazione della tradizionale politica estera americana, che aveva sempre mirato a consolidare la sicurezza nazionale, proteggere la libertà dei mari, sostenere la legalità, assicurare la pace e difendere la democrazia.
All'interno, il Presidente affrontò la crisi con energia ed audacia. Il giorno stesso in cui entrò in funzione, il Governo Roosevelt fece chiudere le banche, che furono riaperte pochi giorni dopo sotto una stretta sorveglianza del Governo, il quale garantiva i depositi effettuati.
Il «gold standard» venne abbandonato e il dollaro venne svalutato, per provocare una lieve e controllata inflazione che avrebbe prodotto un aumento nei prezzi delle merci.

Pure sotto attenta vigilanza venne posta la vendita delle azioni, delle obbligazioni e degli altri titoli. Per porre termine ad una concorrenza spesso distruttiva, vennero fissate delle norme per le oneste relazioni commerciali. Fu aumentata la pressione fiscale sui redditi più alti e sulle società. Venne istituito l'Ente per il Bacino del Tennessee, allo scopo di sfruttare le risorse di uno dei più grandi bacini interni del Paese e di attuare, avvalendosi di dighe idroelettriche di proprietà governativa, un grandioso programma di bonifica economica ed agricola.
Anche nel campo dell'agricoltura furono attuate riforme di vastissima portata. La legge per il riordinamento dell'agricoltura (Agricultural Adjustment Act), approvata dal Congresso nel 1933, venne annullata tre anni dopo dalla Corte Suprema, per il fatto che nella sua elaborazione non erano state seguite le procedure costituzionali.

Subito il Congresso approvò, per aiutare l'agricoltura, un'altra legge ancora più efficace, nella quale si stabiliva che il Governo avrebbe dato contributi in denaro a quegli agricoltori che avessero dedicato parte delle loro terre alle colture atte a proteggere la fertilità del terreno, o che comunque avessero collaborato alla realizzazione del vasto programma agricolo governativo.
Nel 1940, erano quasi sei milioni gli agricoltori americani che avevano aderito a questa iniziativa e che ricevevano sussidi governativi. Al tempo stesso, la nuova legge prevedeva prestiti per le eccedenze di produzione, onde garantire agli agricoltori ed al Paese di poter disporre di un «granaio sempre alla pari».
Tutti questi provvedimenti ebbero come conseguenza l'aumento dei prezzi agricoli e l'inizio di un regime di stabilità economica per gli agricoltori.

Di non minore importanza, in questo campo, fu la legge del giugno 1934 per gli accordi commerciali, che venne promossa dal Ministro degli Esteri Cordell Hull e in base alla quale venivano negoziati accordi di reciprocità con il Canadà, Cuba, la Francia, l'Unione Sovietica e circa altri venti Paesi.
Tipico era il trattato con il Canadà: in cambio di concessioni sull'importazione di bestiame e di formaggio da questo Paese, gli Stati Uniti ottenevano concessioni per l'esportazione nel Canadà di prodotti dell'industria suina, patate, granturco, uova e diversi altri prodotti. Nello spazio di un anno, il commercio con l'estero era sostanzialmente migliorato, e nel 1939 il reddito agrario era più del doppio di quello dei 1932.

Importanti progressi furono del pari conseguiti dai lavoratori dell'industria. La legge del 1933 per la ricostruzione nazionale, chiedendo una collaborazione su vasta scala di quasi tutte le industrie, cercò di combattere la disoccupazione e di aumentare i salari. Essendo ritenuta, sotto alcuni aspetti, monopolistica, questa legge fu ritenuta incostituzionale dalla Corte Suprema, e quindi annullata nel 1935; ma le norme in essa contenute per la protezione dei lavoratori vennero incorporate in due altre leggi fondamentali: la legge Wagner del 1935, e la legge del 1938 per le eque condizioni di lavoro.
La legge Wagner garantiva ai lavoratori il diritto di costituire dei sindacati e di trattare attraverso questi organi da loro prescelti; proibiva ai datori di lavoro qualsiasi discriminazione contro i membri dei sindacati, e fondava una Commissione per le Relazioni del Lavoro, detta «Labor Relations Board» intesa ad arbitrare le controversie, che sorgevano nel campo del lavoro.

Sotto gli auspici di questo comitato, la Federazione Americana del Lavoro venne vivificata e sorse altresì una nuova, vigorosa organizzazione: il Congresso delle Organizzazioni Industriali. Quest'organo ridiede vita al sindacalismo industriale e riuscì ad organizzare i dipendenti delle industrie dell'acciaio, di quelle tessili e di quelle automobilistiche, in seno alle quali i sindacati commerciali, fino allora, non avevano fatto, si può dire, alcun progresso. La legge per le eque condizioni di lavoro stabiliva per tutti un salario minimo di 40 cent. di dollaro all'ora e una settimana lavorativa di non più di 40 ore, al disopra delle quali i lavoratori avevano diritto ad un compenso straordinario, con la retribuzione di una volta e mezzo la paga base nei giorni feriali, e dei doppio la domenica.

Pure di fondamentale importanza fu la legislazione per la previdenza sociale, intesa a combattere la disoccupazione e le conseguenze degli, infortuni e della vecchiaia. Sino ad allora questi problemi erano stati lasciati alla cura dei singoli Stati, alcuni dei quali avevano adottato efficaci schemi per l'assicurazione contro la disoccupazione e la concessione di pensioni; ma era ormai chiaro che il problema era di portata nazionale, e che era necessario regolarlo in forma più completa.

Nel 1935, il Congresso, integrando le leggi già esistenti nei singoli Stati, approvò una serie di misure per la previdenza sociale, che comprendevano la concessione di pensioni ai vecchi, l'assicurazione contro la disoccupazione, la concessione di sussidi ai ciechi, alle madri bisognose, ai bambini minorati, e stanziamenti per opere di sanità pubblica. Questi programmi, che dovevano venire finanziati con contributi forniti in parte dai datori di lavoro e in parte dai lavoratori, erano amministrati dagli Stati sotto il controllo del governo federale. Il programma di previdenza sociale incontrò subito grande favore, onde negli anni successivi venne ampliato nella sua portata e reso più generoso nelle sue condizioni.

In nessun altro campo, tuttavia, il «New Deal» attuò cambiamenti così lungimiranti, come nei settori che disciplinavano l'uso delle fonti di energia e la conservazione ed utilizzazione delle risorse naturali. In quest'ambito, un'importante iniziativa fu quella della creazione di una Milizia Civile per la protezione delle risorse, la quale, in origine, aveva principalmente lo scopo di dare momentaneamente lavoro ai giovani disoccupati. Ben presto, però, essa seppe realizzare un'attività di vasta portata nel campo della protezione delle risorse, aumentando di 6.885.000 ettari il patrimonio forestale, esercitando la vigilanza sugli incendi delle foreste, combattendo le malattie delle pianta e del bestiame, allevando miliardi di pesci nei vivai, contribuendo ad impedire, con la costruzione di sei milioni di argini, la dispersione del terreno agricolo causata dalle erosioni, gettando migliaia di ponti, stendendo migliaia di chilometri di linee telefoniche ed iniziando ambiziosi progetti per la lotta contro gli insetti nocivi.

Le siccità periodiche del decennio 1930-1940 condussero all'approvazione di una legge per il controllo delle inondazioni, la quale prevedeva la costruzione di una serie di ampi bacini idrici e dighe idroelettriche, nonché di molte migliaia di dighe più piccole sui vari corsi d'acqua.

Per combattere le erosioni del suolo, e in particolare nelle pianure del Centro, venne messo in moto con ritmo accelerato un gigantesco programma protettivo, che comprendeva l'impianto di un'immensa barriera difensiva di alberi.
Altri importanti progetti comprendevano la eliminazione dell'inquinamento dei corsi d'acqua, la creazione di riserve di pesci, volatili e cacciagione, il mantenimento di depositi di carbone, petrolio, gas naturale, schisti bituminosi, sodio ed elio ed un ampio sviluppo dei patrimonio forestale nazionale, col divieto di concedere in proprietà privata taluni terreni da pascolo.

Fra tutti questi provvedimenti, il più importante per l'avvenire fu forse quello che istituì l'Ente per il Bacino del Tennessee, il quale divenne ben presto un vasto laboratorio di esperimenti economici e sociali. In aggiunta alle dighe principali di Muscle Shoals, nell'Alabama, venne costruita una serie di dighe sugli affluenti: Norris, Pickwick, Chickamauga, ed altri. Queste dighe servivano non soltanto per migliorare la navigazione fluviale, per il controllo delle inondazioni e per la produzione dei nitrati, ma anche per la fornitura di corrente elettrica.
Il governo fece costruire circa ottomila chilometri di linee di trasmissione, e vendeva l'energia elettrica ai vicini centri abitati ad una tariffa abbastanza bassa da assicurare il più ampio consumo. Venne anche creato un organismo associato all'Ente per il Bacino del Tennessee, il quale perseguiva il particolare scopo di finanziare e diffondere l'elettrificazione rurale. L'Ente per il Bacino del Tennessee, chiamato comunemente "TVA" (Tennessee Valley Authority), fece sì che venissero abbandonate le terre la cui coltivazione non era economicamente conveniente, aiutò gli agricoltori a procurarsi nuovo terreno più redditizio, e svolse esperimenti in agricoltura, specialmente per quanto riguarda un più ampio uso dei fertilizzanti fosfatici; inoltre si fece promotore di opere per la sanità pubblica, e di attività a carattere ricreativo.
La costituzione dell'Ente per il Bacino del Tennessee rappresenta un esperimento particolarmente meritevole di attenzione nel campo della produzione di energia idroelettrica e dello sviluppo d'intere regioni.

Quasi della stessa importanza fu il programma per il Bacino del Columbia. Nel 1933 il Governo iniziò i lavori per la costruzione della diga della Gran Coulée nello Stato di Washington, e nel 1937 quelli per la diga di Bonneville, pure sul fiume Columbia. Questi due progetti erano stati ideati allo scopo di produrre, insieme con alcune altre dighe sussidiarie, oltre due milioni di kilowatts di corrente elettrica, e per rendere possibile la bonifica e la irrigazione di più di 405.000 ettari di terreno, in precedenza non adatti alla coltivazione.

Per quanto sensazionale fosse il programma di politica interna di Franklin Roosevelt, esso era destinato, come più di dieci anni prima quello di Wilson, ad essere coperto dai clamori degli avvenimenti internazionali assai prima che
fosse trascorso il secondo periodo della sua permanenza al governo. Al di là dei mari, si era sviluppata, si può dire senza che l'americano medio se ne rendesse conto, una nuova minaccia alla pace, al diritto e in ultima analisi alla sicurezza americana.

Questa minaccia era il totalitarismo, il quale trovava la sua espressione nei regimi politici del Giappone, dell'Italia e della Germania. All'inizio della decade 1930-1940, la prima di queste nazioni si sentì abbastanza forte per colpire; già da tempo il Giappone era insofferente dei limiti impostigli dalla politica della «porta aperta», e nel 1931 invase la Manciuria, spezzò la resistenza cinese ed un anno dopo costituì lo Stato fantoccio del Manchukuo.
L'Italia, dopo aver occupato Fiume ed abbracciato il fascismo, allargò i suoi confini in Libia, e nel 1935-36 assoggettò l'Etiopia.
La Germania, dove Adolfo Hitler aveva organizzato un partito Nazional-socialista rivoluzionario, e preso in mano le redini del Governo, rioccupò la Renania ed intraprese un audace programma di riarmo su vasta scala.

Non appena divenne chiara la vera natura del totalitarismo, gli americani cominciarono sempre più a preoccuparsene, ed a misura che la Germania, l'Italia e il Giappone proseguivano nelle loro aggressioni, colpendo una dopo l'altra le piccole Nazioni, la preoccupazione si trasformò in indignazione.

Nel 1938 Hitler incorporò l'Austria nel Reich e, prima che il resto del mondo si fosse riavuto da questo colpo, chiese alla Cecoslovacchia la zona dei Sudeti. Non molto tempo dopo, in Europa divampò la guerra.

Il popolo americano, deluso del fallimento della crociata per la democrazia, che si era svolta dopo la prima guerra mondiale, annunciò al mondo che in nessun caso qualcuno dei belligeranti avrebbe potuto chiedergli aiuto.
La legislazione per la neutralità, approvata frammentariamente dal 1935 al 1937, proibiva il commercio o la concessione di crediti per qualsiasi belligerante. Lo scopo era quello di impedire, si può dire a qualsiasi costo, che gli Stati Uniti si trovassero impigliati in una guerra non-americana.

Tanto il Presidente Roosevelt che il Ministro degli Esteri Hull furono fin dall'inizio contrari a questa legislazione. Il Presidente ben presto si assunse il compito di far comprendere al popolo americano quanto fossero distruttive le forze che erano all'opera nel mondo, e la necessità di procedere al riarmo materiale e morale dell'America. Da tempo Roosevelt considerava con apprensione i problemi della sicurezza internazionale. Aveva fatta molto per rafforzare la Marina americana; si era rifiutato di riconoscere lo Stato fantoccio del Manchukuo e qualsiasi modifica della dottrina della «porta aperta».
In collaborazione con Cordell Hull, aveva compiuto progressi significativi verso il raggiungimento di una solidarietà fra le Nazioni dell'Emisfero Occidentale, attraverso la politica di buon vicinato. Gli Stati Uniti avevano perfino abrogato volontariamente un trattato che concedeva loro il diritto di intervenire a Cuba, quando ritenessero che ciò fosse necessario per il mantenimento dell'ordine.

Quando, nel 1935, vennero confermati i trattati commerciali negoziati da Hull, gli Stati Uniti conclusero con sei Paesi dell'America Latina patti di amicizia e non aggressione, che impegnavano i firmatari a non riconoscere cambiamenti territoriali effettuati con la forza.

Via via che la politica totalitaria diveniva più aggressiva, e che Hitler scagliava i suoi fulmini contro la Polonia, la Danimarca, la Norvegia, l'Olanda, il Belgio e la Francia, l'atteggiamento dell'America cominciava ad irrigidirsi. La caduta della Francia fece comprendere alla maggior parte degli americani qual'era la potenza della macchina militare tedesca; e quando, nell'estate del 1940, ebbe inizio l'assalto aereo sulla Gran Bretagna, pochi erano gli americani che si sentissero ancora neutrali nel loro intimo.

Gli Stati Uniti si unirono alle Repubbliche dell'America Latina, nell'intento di garantire protezione collettiva ai possedimenti delle Nazioni democratiche nell'Emisfero Occidentale. Gli Stati Uniti e il Canadà costituirono un Consiglio comune di Difesa. Il Congresso, di fronte all'acuirsi della crisi, accordò somme ingentissime per il riarmo. Nel settembre del 1940 venne approvata, per la prima volta nella storia americana, una legge per la coscrizione militare in tempo di pace.
Lo stesso mese, Roosevelt annunciò al Paese che era stato concluso un accordo in base al quale gli Stati Uniti trasferivano alla Gran Bretagna 50 cacciatorpediniere già messi in disarmo, ricevendone in cambio la cessione per novantanove anni di una serie di basi navali da Terranova alla Guiana Britannica.

Nel bel mezzo di questi avvenimenti si svolsero le elezioni presidenziali del 1940. Il Partito Democratico designò ancora una volta Franklin Roosevelt, quello Repubblicano Wendell Wilkie, uomo nuovo nell'agone politico. Nella campagna elettorale che ne seguì, i problemi della politica estera e nazionale vennero discussi con energia ed onestà. Ovunque parlassero, in tutta la Nazione, entrambi i candidati vennero accolti con immenso entusiasmo. Fu gran fortuna per l'unità nazionale che Wilkie confermasse la politica estera del Presidente, facendosi sostenitore della legge sulla coscrizione, approvando l'accordo con la Gran Bretagna per la cessione dei cacciatorpediniere e chiedendo, con la stessa eloquenza di Roosevelt, di "aiutare fino in fondo la Gran Bretagna".
Dato che poi egli approvava anche molte delle riforme interne del New Deal, la campagna elettorale mancava di un vero e proprio interesse polemico. Nelle elezioni di novembre, per la terza volta Roosevelt ottenne una impressionante maggioranza.

Appena il congresso tornò a riunirsi nel gennaio successivo, Roosevelt propose un programma mirante a porre immediatamente a disposizione delle democrazie impegnate nel conflitto dei materiale bellico americano. Nel marzo del 1941 venne applicata la legge «Affitti e Prestiti», in base alla quale, tra il 1940 e il 1947, gli Stati Uniti fornirono ai nemici del fascismo armi, generi alimentari e servizi per un valore di circa 40 miliardi di dollari, orientarono la loro produzione verso le esigenze di guerra con un anno di anticipo rispetto a quello che diversamente sarebbe stato possibile, e abbandonarono ufficialmente la neutralità, facendo causa comune con le nazioni democratiche del mondo.

Nel frattempo, il Presidente Roosevelt aveva cercato di chiarire all'opinione pubblica americana quali fossero gli ideali di guerra degli Alleati, ottenendo che questi venissero formulati in una dichiarazione ufficiale. Il 14 agosto, egli s'incontrava in pieno Atlantico, su di un incrociatore, con Winston Churchill: insieme stilarono la Carta Atlantica, sulla quale fondarono le loro speranze «per un migliore avvenire del mondo».
I principi della Carta erano: nessun ingrandimento territoriale; nessun cambiamento territoriale contrario alle aspirazioni delle popolazioni interessate; concessione a tutti popoli del diritto di scegliersi la forma di governo a ciascuno più gradita; restituzione dell'autogoverno a quelli che ne erano stati privati; collaborazione economica fra tutte le nazioni; libertà dalla guerra, dalla paura, dal bisogno, per tutti i popoli; libertà dei mari; abbandono dell'uso della forza come strumento risolutivo delle controversie internazionali.

Si trattava, in sostanza, di una riaffermazione dei Quattordici Punti di Wilson.
Nel frattempo, la situazione si faceva sempre più tesa in Estremo Oriente.
Audacemente il Giappone annunciava la istituzione di un "Ordine nuovo", in base al quale avrebbe esercitato una egemonia su tutto l'Estremo Oriente e l'Oceano Pacifico. Nel 1940 strappò al Governo francese di Vichy talune concessioni, e particolarmente l'autorizzazione a costruire aeroporti nell'Indocina francese.

Quando il Giappone cominciò ad inviare truppe in Indocina, gli Stati Uniti posero un effettivo embargo sulle spedizioni di materiali bellici, bloccarono i patrimoni giapponesi negli Stati Uniti ed affrettarono i preparativi per la difesa delle isole Hawai e delle Filippine.
Tuttavia gli Stati Uniti erano ancora alla ricerca di una formula per la pace, ed i diplomatici giapponesi fingevano di avervi interesse. Nel mese di novembre, mentre l'Ambasciatore nipponico Saburu Kurusu si trovava a Washington per condurvi dei negoziati, per due settimane navi da trasporto giapponesi riversarono verso l'Indocina truppe nipponiche, che si schierarono lungo la frontiera thailandese. Il 6 dicembre, il Presidente Roosevelt inviò un messaggio personale all'Imperatore del Giappone.

La situazione era critica, ma molti americani erano convinti che si sarebbe trovata una soluzione. Al mattino di domenica, 7 dicembre, il Giappone entrò in azione. Squadriglie di aeroplani, partendo da portaerei, attaccarono con effetti rovinosi le isole Hawai, Midwai, Wake e Guam. La radio portò la ferale notizia, dell'attacco a Pearl Harbor, come qualcosa di incredibile e di drammatico, a milioni di americani, mentre stavano tranquillamente consumando il loro pranzo domenicale.
Un'ora dopo l'altra man mano che venivano comunicati i particolari del disastro, l'incredulità si trasformò in furore, e altresì nell'implacabile determinazione di vendicare quello che il Presidente Roosevelt definì un attacco «vile e non provocato
».

Il giorno successivo, il Congresso dichiarò la guerra al Giappone; tre giorni dopo, la Germania e l'Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti.
La nazione si accinse dunque alla guerra, che richiedeva la mobilitazione di tutta la popolazione e dell'intero potenziale industriale.

(vedi poi la RELAZIONE SULLA 2a GUERRA MONDIALE)

Il 6 gennaio 1942, il Presidente Roosevelt annunciò obiettivi di produzione che in tempi normali avrebbero fatto allibire il Paese. Egli chiese la consegna entro l'anno di sessantamila aeroplani, quarantacinquemila carri armati, ventimila cannoni antiaerei e naviglio mercantile per una stazza complessiva di 18 milioni di tonnellate.
Le principali energie del Paese vennero rapidamente rivolte ai compiti della guerra. Tutte le attività - agricoltura, industria, miniere, commercio, mano d'opera, finanza, comunicazioni e persino istituzioni culturali e di istruzione - vennero in un modo o nell'altro sottoposte a nuova e più vasta disciplina. Occorreva raccogliere enormi somme di denaro; reclutare ed addestrare un esercito che fosse circa il doppio di quello della prima guerra mondiale; occorreva fare ricorso ad enormi quantitativi di materie prime. Vennero cercate nuove grandi industrie, principalmente per la produzione del magnesio e della gomma sintetica. Impressionanti perfezionamenti tecnici vennero introdotti, come per esempio nella costruzione in serie di navi ed aeroplani. Il Far West, data la sua vicinanza al teatro di guerra del Pacifico, compì progressi inattesi nell'industrializzazione.

Si ebbero anche notevolissimi spostamenti di popolazione, e decine di città americane divennero molto più affollate di quanto non fossero state prima.
In base ad una serie di leggi sul reclutamento, le Forze Armate degli Stati Uniti raggiunsero ben presto un totale di 15.100.000 uomini. Altrettanto rapidamente procedette il reclutamento del personale per le industrie, i cantieri e le altre attività essenziali del Paese. Verso la fine del 1943, circa 65.000.000 di cittadini di ambo i sessi erano o in uniforme, o impiegati in attività essenziali per la guerra.

Enormi somme di denaro vennero destinate alla costituzione a allo sviluppo delle industrie belliche. In questo modo il Governo si trovò ad essere proprietario di grandi cantieri, di impianti per la produzione di 800.000 tonnellate di gomma all'anno, di un'importante industria del magnesio, di una notevole parte dell'industria nazionale dell'alluminio e di un gran numero di stabilimenti minori.
Praticamente, tutta l'industria dell'automobile venne trasformata per la produzione di aeroplani e di parti di ricambio, di carri armati o corazzati, e di altro materiale bellico. Contemporaneamente, malgrado il fatto che gli elementi giovani fossero stati sottratti alle fattorie dalla coscrizione, e che fosse sempre più difficile procurarsi i macchinari agricoli, la produzione dei generi alimentari venne mantenuta su di un livello che non era stato mai raggiunto prima. Essa superò tutte le punte massime del 1941, 1942 e 1943, e ciò costituì un'impresa il cui merito va, in parte, anche al programma attuato a suo tempo dal Governo per la protezione della fertilità del terreno.

Rendendosi ben conto che in quella guerra totale era in gioco la vita della nazione e l'avvenire della democrazia, il popolo degli Stati Uniti si sottopose ad un controllo governativo più rigido che in qualsiasi altro precedente periodo. Una serie di provvedimenti del Congresso conferì al Presidente l'autorità più ampia possibile sull'agricoltura, l'industria, la mano d'opera, i salari, i prezzi, le materie prime, i trasporti e gli stabilimenti industriali. Il Presidente indisse una Conferenza dei rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori, i quali assunsero l'impegno di non proclamare scioperi o serrate per tutta la durata della guerra. Venne istituito un Comitato del Lavoro in Tempo di Guerra, composto di dodici persone che rappresentavano in eguali proporzioni i datori di lavoro, i lavoratori ed il pubblico: esso si rivelò uno strumento efficace nel mantenere ad un livello minimo, per tutta la durata del conflitto, le controversie di lavoro.

Per quanto riguarda la condotta della guerra vera e propria, due decisioni fondamentali vennero prese fin dall'inizio dal Governo, con l'approvazione incondizionata dell'opinione pubblica. Esse erano: 1) che in principio lo sforzo massimo degli Stati Uniti sarebbe stato rivolto ai teatri di guerra dell'Europa e dell'Africa, riservando meno cura allo Scacchiere del Pacifico; 2) che le sole condizioni che potevano essere offerte alle potenze dell'Asse erano la resa incondizionata.

Dal 7 dicembre 1941, data in cui il Giappone bombardò Pearl Harbour, al 14 agosto 1945, giorno in cui esso riconobbe la vittoria degli Alleati in Estremo Oriente, la potenza civile e militare degli Stati Uniti fu tutta rivolta ad un solo fine: vincere nel più breve tempo possibile la lotta più titanica che la storia ricordi.
In Normandia come in Sicilia, in Tunisia come nel Belgio, a Guadalcanal come ad Okinawa, avvalendosi di linee di rifornimento che avvolgevano il globo, la Marina, l'Esercito e l'Aviazione degli Stati Uniti si trovarono impegnati in numerosissimi e violenti combattimenti ad enorme distanza dalle loro basi.

Dopo i disastri di Pearl Harbor e di Singapore, il Pacifico assistè ad un rapido riunirsi delle forze armate americane, inglesi ed australiane. Si procedette ad una fusione delle forze navali e si cominciò a creare una forza aerea, che era assolutamente mancata durante la rapida avanzata dei giapponesi. Respingendo gli attacchi aerei nipponici su Ceylon, i britannici salvarono il principale bastione dell'India. Quindi nel maggio, del 1942, si ebbe il primo importante scontro navale: la battaglia del Mar dei Coralli, avvenuta a nord dell'Australia e nella quale i giapponesi vennero respinti.

Poche settimane dopo, ebbe luogo una battaglia più importante: quella di Midway, nella quale la flotta giapponese venne sconfitta. In novembre, uno scontro ancora più diretto delle flotte, al largo di Guadalcanal, si concluse anch'esso con la rotta della Marina nipponica. Da quel momento in poi, la iniziativa della guerra nel Pacifico passò definitivamente alle armi americane.

Nel 1943, la flotta americana del Pacifico era più forte di quella giapponese, sia per numero che per efficienza. Al principio dell'anno, la guerra in quell'Oceano perdette il suo carattere difensivo per diventare offensivo. Il generale Douglas MacArthur, sfuggito alla cattura nelle Filippine, costituì in Australia il suo Quartier Generale. Qui vennero adunati forti contingenti di truppa, che costituirono un potente esercito misto di americani ed australiani.
Nella Nuova Guinea gli Alleati espugnarono in gennaio Buna e Capo Sanananda, e poco dopo scacciarono il nemico da Papua, iniziando i bombardamenti di Lae e Salamaua verso Ovest. Nel mese di marzo venne colpito dall'aria, e quasi totalmente distrutto, un grosso convoglio giapponese che recava rinforzi a Lae, e durante l'estate successiva tanto Lae che Salamaua furono conquistate, mentre gli australiani occupavano la Vallata del Ramu, nella Nuova Guinea settentrionale.

Alla fine del 1943 vennero lanciate delle offensive contro Boungainville e la Nuova Bretagna, in uno sforzo per eliminare la importante base giapponese di Rabaul. Nel frattempo, dal 20 al 23 novembre 1943, la Marina compì un formidabile passo avanti sulla strada di Tokio, attaccando Tarawa e due altre Isole del gruppo delle Gilbert. La fanteria da sbarco americana incontrò a Tarawa valide fortificazioni e tenace resistenza, ma finì col conquistare l'isola, con una delle più sanguinose battaglie di tutta la guerra.

In Europa - Nel 1942, le navi e gli aerei americani erano ininterrottamente all'azione nella battaglia dell'Atlantico, tenendo in scacco i folti gruppi di sottomarini tedeschi; le truppe americane si ammassavano in quantità sempre maggiori nelle Isole britanniche. II 4 luglio del 1942, i piloti americani compirono le loro prime incursioni sull'Europa occupata dai tedeschi. Nel mese di giugno, il Presidente Roosevelt ed il primo ministro Churchill, riuniti a Washington, tracciarono i piani per l'invasione dei territori dell'Asse.

L'8 novembre, grossi convogli di truppe americane ed inglesi, con l'appoggio delle forze navali ed aeree angloamericane, sbarcarono in numerosi punti della Costa del Nord-Africa francese, Sotto il comando del generale Dwight D. Eisenhower, gli Alleati, dopo una serie di duri combattimenti, conquistarono l'Algeria e si spinsero verso Tunisi. Qui, riunitisi all'Esercito del Generale Alexander, proveniente dall'Egitto e dalla Tripolitania, ben presto completarono l'occupazione di tutta l'Africa Settentrionale. Il 7 maggio 1943 vennero conquistate Tunisi e Biserta ed il 12 maggio si arresero le ultime forze dell'Asse nel Nord Africa.

Nel 1943, i capi delle Nazioni Alleate tennero una notevole serie di conferenze destinate ad avere importanti risultati. In agosto si svolse a Quebec una «Conferenza di Guerra Anglo-Americana» e nel settembre un altro importante incontro ebbe luogo a Mosca, con la partecipazione di Cordell Hull per gli Stati Uniti, V. M. Molotov per la Russia ed Anthony Eden per la Gran Bretagna. Essi istituirono una Commissione Consultiva per l'Europa, con sede principale a Londra e con il compito di elaborare progetti e proposte per un'azione comune nel campo internazionale; inoltre emanarono una dichiarazione la quale riconosceva la necessità di istituire non appena possibile "un'organizzazione internazionale generale, fondata sui principi della uguaglianza sovrana di tutti i Paesi amanti della pace ed aperta a tutti gli Stati, grandi e piccoli, animati dallo stesso desiderio di mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Ciò costituiva un importantissimo ritorno alle idee fondamentali della Lega delle Nazioni.
Alla fine di novembre 1943, Roosevelt, Churchill e Chang Kai-Shek, riuniti al Cairo, si accordarono sulla necessità di continuare con energia la guerra contro il Giappone e di scacciare questo Paese da tutti i territori occupati, tra cui la Manciuria, la Corea e Formosa.
Successivamente, recatisi a Teheran, Churchill e Roosevelt conferirono per diversi giorni con Stalin, ed emanarono in comune una dichiarazione in cui proclamarono che l'Unione Sovietica, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si trovavano perfettamente d'accordo sui loro obiettivi di guerra e di pace, ed erano decisi a collaborare in armonia, ansiosi di assistere al ritorno di una «famiglia mondiale delle nazioni democratiche».

Ma alla conferenza di Teheran non ci si limitò a discutere progetti per la pace mondiale: in essa vennero anche gettate le basi per una potente azione combinata delle forze sovietiche ed anglo-americane in Europa. Per tutto il 1943, l'Esercito Rosso aveva fatto continui progressi, liberando gran parte del territorio sovietico ed annientando cospicue forze tedesche. Verso la fine dell'anno, le truppe americane e britanniche erano sbarcate alla base della penisola italiana e lentamente si andavano facendo strada verso il nord.

Ma la battaglia dell'Europa non ebbe veramente inizio per le truppe americane, se non il 6 giugno del 1944. Quel giorno, i Comandi supremi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, sotto la guida del Comandante in Capo, Generale Eisenhower, lanciarono attraverso la Manica, per effettuare uno sbarco in Normandia, quattromila navi, undicimila aeroplani ed intere divisioni trasportate con mezzi navali ed aerei. Fin dai primi giorni essi aprirono delle brecce nel tanto decantato Vallo Atlantico di Hitler; in tre settimane catturarono Cherbourg e la maggior parte della penisola di Normandia, catturando più di cinquantamila prigionieri e mostrando una netta superiorità sulle forze tedesche che stavano loro di fronte. Quindi si rivolsero verso sud e verso est; ben presto completarono l'occupazione della Bretagna, e infine, verso la metà di agosto, avanzavano irresistibilmente verso Parigi.

Nel frattempo gli Eserciti Rossi avanzavano lungo tutto il fronte orientale, raggiungendo i confini della Prussia orientale ed i sobborghi di Varsavia e rimanendo in attesa di invadere il territorio tedesco. Per Hitler era suonata l'ora della fine ed i Capi dell'Organizzazione nazista, dopo quasi cinque anni di perdite irreparabili, si trovarono di fronte alla disperazione ed alla necessità di capitolare.
Nel settembre del 1944 la vittoria si avvicinava sempre più chiaramente.

In quel mese, le armate americane e britanniche avevano quasi completato la liberazione della Francia, scacciato i tedeschi dal Belgio e spinto le loro avanguardie nelle regioni orientali dell'Olanda. Le perdite tedesche ammontavano a più di un milione di uomini uccisi, feriti o fatti prigionieri nell'Europa occidentale sin dall'inizio dell'invasione. Le truppe Alleate erano penetrate in territorio tedesco ad Aachen ed in altri punti e si preparavano all'assalto della linea Sigfrido, che si doveva svolgere contemporaneamente ad un movimento aggirante a nord della linea stessa. Le forze aeree alleate martellavano giorno e notte le ferrovie, le vie di comunicazione e i centri industriali della Germania.

Nello stesso mese l'esercito russo, vittorioso anch'esso nell'Europa orientale, costrinse la Finlandia ad abbandonare la guerra, isolò la Bulgaria e costrinse la Romania a prendere le armi contro la Germania. Sin dall'inizio di ottobre, Corpi d'armata sovietici avevano invaso in forze l'Ungheria. In Italia, gli Alleati avevano superato la munita linea Gotica e si spingevano a nord in vista di Bologna, preparandosi ad invadere le pianure della Lombardia, ad occupare Torino e Milano ed a costringere i tedeschi a ritirarsi oltre il Brennero.

Era ancora impossibile predire quando la guerra sarebbe terminata, ma intanto gli Alleati preparavano nei particolari i loro piani per l'occupazione della Germania e a Dumbarton Oaks, una conferenza gettava le basi di un accordo per un'Organizzazione internazionale.

Nel Pacifico, nel frattempo, le difese esterne del Giappone venivano infrante in diversi punti, mentre sempre più evidente diveniva la superiorità navale ed aerea degli Alleati. Verso la metà dell'estate 1944, le forze americane ed australiane avevano respinto il nemico da tutta la Nuova Guinea, salvo l'estremità nordoccidentale. Con la conquista di una base aerea nell'Isola di Numfor, al largo della costa della Nuova Guinea, il Generale MacArthur si era creato una base da cui poteva efficacemente bombardare Davao, nelle Filippine meridionali.
Più a nord, con un audace colpo di mano, la Marina occupava dapprima Saipan, nell'Arcipelago delle Marianne, distante 2.357 chilometri da Tokio, e poi procedeva alla rioccupazione di Guam, ponendosi così nettamente a cavalcioni della ipotetica linea retta che unisce per via di mare il Giappone alla grande base nipponica di Truk, nelle Isole Caroline. Questi successi aprivano la strada ad una rapida invasione delle Filippine, e infatti nell'agosto del 1944 il Presidente Roosevelt promise che ciò sarebbe presto avvenuto.

Nella campagna presidenziale del 1944, per la quarta volta Roosevelt fu eletto Presidente degli Stati Uniti. Era ormai chiaro che il suo governo avrebbe dovuto risolvere, oltre che i problemi della guerra, anche quelli non meno complessi della pace. Pochi giorni dopo l'inizio del suo quarto mandato presidenziale, Roosevelt lasciò gli Stati Uniti per recarsi a Yalta in Crimea, dove ebbe un abboccamento con il Primo Ministro Churchill ed il Generalissimo Stalin. Questo incontro, che era il primo dopo quello di Teheran del dicembre 1943, sarebbe stato anche l'ultimo.

I Capi si accordarono per un'occupazione tripartita della Germania dopo la sua sconfitta, esprimendo altresì la loro determinazione di sciogliere e disarmare le forze armate tedesche e di sottoporre a processo i criminali di guerra nazisti. Si accordarono anche per indire il 25 aprile a San Francisco, in California, una conferenza delle Nazioni Unite col compito di redigere lo Statuto di un'Organizzazione intesa a garantire la sicurezza internazionale e basata sulle proposte avanzate nel 1944 alla Conferenza di Dumbarton Oaks.

Verso la fine di marzo, un mese dopo il suo ritorno da Yalta, il Presidente lasciò ancora la capitale, questa volta per recarsi alla «piccola Casa Bianca», in Georgia. Nel pomeriggio del 12 aprile egli se ne stava seduto davanti al suo caminetto, e lavorava, mentre un pittore dipingeva il suo ritratto. Improvvisamente lamentò un forte mal di testa : dopo due ore era morto. Fu un colpo tragico per la Nazione e per il mondo. In milioni di case americane, nelle botteghe, per le strade, nelle fabbriche, nelle fattorie, nei villaggi come nelle città, si diffuse un senso di profondo dolore e di cordoglio. Malgrado questo smarrimento, il popolo americano, che sotto la guida di Roosevelt si era dedicato con costanza incrollabile al perseguimento degli scopi di guerra, promise con rinnovato impegno di continuare a dare il suo appoggio al Vice Presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, il quale la sera stessa prestò giuramento come nuovo Presidente.

Egli promise che non ci sarebbe stata una a vittoria parziale, e rese noto che la conferenza per la sicurezza mondiale sarebbe stata convocata così com'era stato previsto da Roosevelt.

Nel frattempo, sui teatri di guerra europeo e del Pacifico, il conflitto era giunto al culmine. I tedeschi erano stati risospinti al Reno nella prima settimana di marzo; dopo di che, l'impeto degli Alleati fu così rapido e vigoroso, che la barriera del fiume offrì scarsa resistenza. A corto di benzina, di aeroplani e di uomini, la già potentissima Lufwaffe e le Wehrmarcht, una volta ritenute invincibili, caddero nella disintegrazione e nel collasso.

Analoghe sconfitte subirono ad Oriente, dove i russi nei giorni fra il 15 e il 20 aprile, sfondarono le difese dell'Oder. Il giorno stesso in cui si riunì la conferenza di San Francisco, le forze russe e quelle americane si congiunsero nella cittadina di Torgau, tagliando in due il Reich. Due milioni di tedeschi si arresero il 2 maggio, e lo stesso giorno Berlino capitolò alle forze sovietiche. L'8 maggio, emissari dell'Ammiraglio Karl Doenitz firmarono in una scuola di Reims la resa al Generale Eisenhower.

Nel Pacifico la guerra doveva invece continuare oltre la conclusione della conferenza per le Nazioni Unite. L'Isola di Luzon, nelle Filippine, venne in gran parte rioccupata nei mesi di gennaio e febbraio 1945. In quest'ultimo mese venne conquistata Iwo Jima, e nei mesi di aprile, maggio e giugno Okinawa, che erano altrettanti pilastri dell'edificio giapponese.
Dalle Marianne venne lanciato un potentissimo attacco aereo di fortezze volanti, che culminò, nel mese di agosto, con il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. Il 10 agosto il governo giapponese chiese la pace, ed il 14 agosto il Presidente Truman annunciò che il Giappone aveva accettato le condizioni degli Alleati.

Quattro mesi prima, assolutamente convinti della vittoria finale, più di trecento delegati si erano riuniti a San Francisco per iniziare il compito di gettare le basi della pace. Essi rappresentavano cinquantuno nazioni, la cui collaborazione, ottenuta proprio in quel momento, costituiva un altro trionfo degli Alleati.

In otto settimane venne redatto lo Statuto delle Nazioni Unite, futura salvaguardia della pace mondiale, che avrebbe dovuto essere poi ratificato da tutti gli Stati partecipanti. Esso fu ratificato dal Congresso degli Stati Uniti il 28 luglio. Tre settimane più tardi, quando fu annunciata anche la ratifica sovietica, esso divenne legge per tutto il mondo.

 

< < QUI - LA RELAZIONE UFFICIALE DELLA 2nda GUERRA MONDIALE
REDATTA DAL COMANDO SUPREMO AMERICANO

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