ANNO 1926 (05)

"La personalità di Mussolini"
(scrive Margherita Sarfatti in "Dux" - Biografia di Mussolini - 1926 )


NOTA: Invece di ricorrere a una descrizione posteriore della personalità di Mussolini, questa, uscita dalla penna della Sarfatti (che è il capitolo conclusivo del libro con la biografia di Mussolini dalla nascita fino al 1926) ci sembra la più interessante (e sui tradimenti e le amicizie, la più profetica).
Questo libro-biografia del Dux, fu il più venduto in Italia - 16 edizioni dal 1926 al 1934.
 

Mussolini scrisse la "Prefazione" di questa biografia che gli dedicò la sua collaboratrice ma... anche amante Margherita Sarfatti. Ma quando iniziò il "regno" della Petacci, la Sarfatti sarà una delle poche donne capace di ritirarsi in disparte senza far chiasso. Nè gli diventò nemica.


PREFAZIONE di Mussolini
(abbozzata, in originale - qui mettiamo solo l'inizio- riportata poi sul libro)




"Prima, una confessione. Io detesto coloro che mi prendono a soggetto dei loro scritti e dei loro discorsi. Bene o male che essi mi trattino, non importa. Li detesto egualmente. Il grado di questa avversione aumenta se mi si esibisce in pubblico e ad un più vasto pubblico com'è precisamente il caso attuale; raggiunge poi le vette del parossismo, quando mi adatto a scrivere una prefazione.
E' questa la più alta prova di sopportazione umana ch'io possa offrire per l'edificazione morale dei miei simili: presentare me stesso.

"Ho talvolta meditato sul grottesco e sublime destino dell'uomo pubblico! Ma non sono arrivato a conclusioni di sorta, appunto perchè trattasi di destino. L'uomo pubblico nasce pubblico. Si tratta di una stigmata che lo accompagna dalla nascita. È un connotato morale. Si nasce uomini pubblici come si nasce intelligenti o deficienti. Nessun tirocinio riesce a far diventare «pubblico» un uomo che abbia tendenza alla «domesticità». L'uomo pubblico è come il poeta: nasce con quella maledizione. Non se ne libererà più. La sua tragedia ha una gamma infinita: va dal martirio all'autografo. La mia confessione è un capriccio. lo sono perfettamente rassegnato alla mia sorte di uomo pubblico. Accade talora che io ne sia entusiasta. Non già per le soddisfazioni che la pubblicità reca con sè: la fase della vanità dura dai venti ai venticinque anni.
Non già per la fama o la gloria o anche il busto che l'uomo pubblico finirà per avere - sulla piazza del villaggio natio - no. Il pensiero e la constatazione reale di non appartenermi più, di essere di tutti -amato da tutti, odiato da tutti - elemento necessario alla vita altrui, mi dà una specie di ebrezza «nirvanica ». E poi, quando si è di tutti, non si è di nessuno. Già fu detto che una folla può dare l'acre e pur tuttavia riposante gioia della solitudine più che un deserto.

"In questo libro c'è la mia vita. Almeno quella parte che si può conoscere, poichè ogni uomo ha segreti ed angoli d'ombra inesplorabili. C'è la mia vita come successione di eventi, come sviluppo di idee. In fondo non è gran cosa la mia vita. Non c'è niente di straordinario che possa colpire le fantasie. Non guerre vittoriose; non avventure eccezionali; non creazioni di nuovi sistemi. E' una vita movimentata, sì, ma meno interessante di quella di Savage, ad esempio, il grande esploratore inglese.

"Questo libro mi piace perchè mi proporziona nel tempo, nello spazio e negli eventi, senza ipertrofie malgrado l'amicizia e la comunità del lavoro e delle idee. Può darsi che l'avvenire alteri queste proporzioni; le riduca o le aumenti.
Ma di ciò si occuperà il mie biografo di domani".
( MUSSOLINI )



LA PERSONALITA' DI MUSSOLINI
Ultimo capitolo del libro (da pag. 300 a pag. 314)

"Fra contraddizioni e complessità - antagonismi apparenti e sostanziali coerenze -
ma che cosa è, insomma - e chi è - quest'uomo?

"Qualche tempo fa, il quotidiano fascista di una grande città, ebbe la trovata di un referendum tra i lettori per raccogliere le migliori definizioni del Mussolini. «Voglia chiamare quel direttore - telegrafò il presidente del Consiglio al prefetto - e lo preghi di chiudere il referendum con questa autodefinizione: - Poichè l'onorevole Mussolini dichiara di non sapere esattamente ciò che egli è, assai difficilmente lo possono sapere gli altri. - Fatta questa dichiarazione, e pubblicatasi, sospenda il referendum, che potrà essere ripreso, caso mai, fra cinquant'anni. F.to: Mussolini».
É un errore di psicologia letteraria, chè gli interpreti sempre la sanno una spanna più lunga dell'autore. Ma è un documento; forse, sincero.
Ai grandi industriali che vogliono per sempre escludere un noto agitatore da spinose controversie di lavoro e salari, chiede: «Perchè volete pregiudicare quest'uomo nelle sue possibilità avvenire? Nel Mussolini del '14, potevate prevedere il Mussolini d'oggi?»

"A un altro giornale amico, che a proposito di un volo rischioso, o di un attacco degli avversari, lo prega «di considerarsi sacro» scrive di suo pugno «atterrito», che gli si lasci intera «la sua sana profanità».
Una cosa, per lo meno, risulta da queste risposte: egli è - e rimane - un giornalista.
«Andando al governo» si confessa a un ricevimento di colleghi, «io non mi sono dimenticato di essere un giornalista e spesso e volentieri prendo dei fogli e scrivo qualche cosa che può interessare gli italiani; ciò ha l'apparenza solenne delle note ufficiose od ufficiali che dir si voglia. Sono invece dei piccoli articoli, sono ancora atti che rivelano la nostalgia del mestiere».

"Difatti, in un comunicato ufficiale designa «il signor X Z di professione deputato», in una lettera, che è un documento ufficiale a stampa, scrive: «Siamo circondati da pedagoghi e da mentori; ognuno ha il suo bravo dilemma da proporci». Parla della Società delle Nazioni e la definisce «un couvent de laiques, fantasques, impuissants, et par cela méme dangereux». Ai quattromila minatori delle cave di Monte Amiata, a quegli operai di cui si proclama «l'amico severo», confida: «Il giorno in cui le opposizioni uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, ne faremmo lo strame per gli accampamenti delle Camicie Nere».

"Gli propongono un grave signore, con assai autorevoli raccomandazioni, per il Senato, e scrolla le spalle: «Ma sì, ma sì; sa leggere e scrivere?» Al suo fido luogotenente fascista che gli invia un messaggio, invocando che il prossimo ministro delle comunicazioni sia soprattutto un fascista «della prima ora», risponde - per protocollo - che decide di promuovere a quel posto il suo autista Cirillo T., «che è al mio fianco dal '19, sa viaggiare ed è molto comunicativo».

"Di fronte a due alte dame forestiere che una sera a pranzo lo addottrinano a gara su ardui temi politici, taglia corto con l'insolenza del gran signore: «Lasciamo questi discorsi, che sono adatti per altri cervelli».
Scarti, estri, motti, da impronto fanciullo-terribile? No, appartengono in parte al sistema che io chiamo «della doccia scozzese» : un caldo, un freddo, improvvisi, e sempre inaspettati; scompigliano. La rapidità del colpo d'occhio nell'osservare, come la rapidità nel cogliere l'espressione breve e brillante, di immediata portata, sono istinti che il giornalismo coltiva e affina. E il giornalista irruente e caustico, talvolta iroso, il polemista senza agghindate prosopopee, prende la mano all'uomo di governo, non senza la inconfessata complicità di questi, nel suo segreto.

"Perchè il giornalismo ha distrutto - insieme con tante profumate riservatezze - anche la diplomazia di vecchia scuola, sospirata dietro il ventaglio, e le semplicità dell'uomo politico d'oggi rispondono a una tattica sapiente e brutale di diplomazia vera: sillabare con voce chiara ciò che gli altri , sussurravano
smozzicato. Si é sicuri che la parola giunga a chi di ragione, perentoria e non deformata. E per le cose che non si vuol proprio che vengan ridette, altro mezzo semplice é il non confidarle assolutamente ad alcuno.
«Il giornalismo - afferma questo giornalista che mai se ne staccò tutto - il giornalismo ha formato il mio spirito, il giornalismo mi ha condotto a conoscere la materia umana con cui si fa la politica.
Prima di veder salire a Palazzo Chigi nel salone della Vittoria le commissioni che mi bombardano giornalmente con i loro memoriali, sacri perchè rappresentano interessi e giusti interessi, sono passati nel mio sgabuzzino di via Paolo da Cannobio e nel mio quasi sgabuzzino di via Lovanio migliaia di italiani di tutte le professioni, di tutte le età, di tutti i colori; sono passati, e ho avuto quasi dinanzi a me la visione plastica di un'ItaIia che tramontava e di una Italia che sorgeva.
Il giornalismo mi ha dato una certa resistenza al lavoro, poiché il governare non é una cosa trascendente, come si opinava da taluno, é una fatica. Bisogna stare al tavolo dalle 10 alle 12 ore, il tempo necessario per esaurire la fatica di un giorno.
Voi sapete che io rispetto il giornalismo e l'ho dimostrato. Desidero soltanto che il giornalismo si renda conto delle necessità storiche, di certe ineluttabilità storiche. Desidero che il giornalismo collabori colla Nazione.
Con molta simpatia e fraternità, vi dico di avere molto coraggio, perché non so se nel vostro zaino, ma nella vostra cartella di redazione vi può essere il bastone di maresciallo».


"Meditabondo e impulsivo; realista e idealista; frenetico e sagace; romantico nelle aspirazioni e classicamente concreto nei raggiungimenti pratici; l'equilibrio su un piano di superiorità risulta dall'insieme di questi squilibri. Una cosa si può dire con sicurezza, senza attenuazioni: ama il pericolo. Ha un'intolleranza fisica della viltà.
"Italia, Italia bella!"


... usa chiamare con una voce speciale di suggestiva dolcezza la superba leonessa fulva che gli han donato, e che alla voce del padrone gli balza addosso come impazzita. Quando era piccola, e la teneva in casa, in una cameretta, presso il suo studio, sui tetti di Roma, persino la cameriera, donnina quieta della campagna, malgrado le iniziali proteste, aveva assorbito il contagio dell'ambiente, e giocava con la belvetta.
«Badi, che adesso é grande, e gli altri quattro leoni adulti, nella gabbia, non la conoscono», ammonisce il direttore del Giardino zoologico di Roma, dove si trova adesso ricoverata, trepido per la propria responsabilità. Ma egli non ammette timore, innamorato di quella felina bellezza che é potenza e forza agile per ogni linea, gioca con essa, felice come un ragazzo.
Uomo energico, certo. E uomo italiano.

«Un uomo come voi», egli si sente, nel salutare fraternamente gli operai delle miniere, «con le vostre qualità, con i vostri difetti, con tutto ciò che costituisce l'elemento essenziale di quella speciale natura umana che é la natura « italiana ».

"Cesarista, militarista, dittatorio, imperialista?
Disse in un celebre discorso al Senato:
«Mi si imputa di andare a cavallo? sono - giovane! La giovinezza, divino male di cui si guarisce un po' tutti i giorni!».
E mentre la prima parte del discorso, le dichiarazioni sulla politica estera, erano lette e scandite con lenta meticolosità, giunto a questa veemente rivendicazione della giovinezza, che in lui non é un accidente di cronologia, ma un trionfale sistema di vita e un principio di saggezza politica - dinanzi a quei venerandi vecchi, i più illustri d'Italia - a questo punto si scatenò nell'improvvisazione con gioia selvaggia.
Teneva, a chi bene osservasse, l'attitudine di uno schermidore sulla pedana, non di sfida, di raccoglimento, pronto a scattare con quel fremito ritmico inconsapevole del piede destro, di cui trovai poi che parla Napoleone al Las Cases, quale inconscio sintomo di un suo eccitamento interiore.

"Chi vede e ascolta il Duce del Fascismo in privato, rimane colpito da questa sua giovinezza schietta, quasi affettuosa; e quando il visitatore o la visitatrice escono dall'udienza, li udrete dire: «Ma non é affatto quale lo dipingono! Non assomiglia ai ritratti, é assai più giovanile».
In una cerimonia pubblica, la voce si sparge ratti, sensazionale: Ha sorriso! Ed é uno scoppio d'indignazione contro i fotografi: «Così ispido, e scontroso, lo fanno sempre! lo gli ho parlato. È affabilissimo ».

E ciascuno o ciascuna crede che l'eccezione sia merito e gloria propria. Una popolana d'Abruzzo, della regione montuosa fra l'alta Maiella e il mare, si spinse un giorno tra la calca e lo fermò, audace e timida: «Ma perché i ritratti vi imbruttiscono tutti? Sempre con quel cipiglio!». Difatti gli americani, con la bella fantasia dei popoli giovani, gli hanno foggiato un epiteto omerico, « l'accigliato Figlio del Fabbro».

"Eppure la leggenda, che gli crea il ritratto, é vera più della verità.
Conosce gli uomini e sa il pericolo, e la ripugnanza, di avvicinarli troppo. La sua formula per un ritrovo ideale é «molto fine, molto distinto e niente gente», la brigata ideale é di quattro al massimo - di più, sconfina già verso la folla: «Non mi infliggete il refettorio» dice, se la mensa é numerosa. Al
Popolo d'Italia, se nelle grandi occasioni ammetteva una bicchierata, il suo sorso di vino andava a prenderselo dal bicchiere sul tavolo, dopo gli altri, da solo, buttandolo giù in fretta.

"Individualista anticonviviale e antisocievole per natura, sviluppa ancora questo istinto, lo educa e alleva, come un'arma per la sua difesa: d'onde, il cipiglio. Vi concorrono istinto, partito preso e volontà di attitudine: la posa é la confessione che un uomo fa, dei modo in cui vorrebbe apparire agli altri uomini.

"Nessuno lo trovò superbo o repellente, ma nessuno può vantarsi di essere con lui in confidenza. Un esempio chiarisce la sfumatura. Più volte vidi gente buttarglisi addosso, a baciarlo e abbracciarlo con trasporto. Per esempio, nell'ottobre del 1924, gli capitò di insignire di persona alcuni vecchi operai di un opificio lombardo con l'ordine della Stella dei Lavoro, e l'abbraccio di protocollo col bacio sulle due guance, tra lui e il primo vecchietto intimidito, si svolse formale, come una finzione di palcoscenico. Ma via via al secondo, al terzo, uno slancio di crescente espansione s'impadronì di quella brava gente entusiasta, trasformando il rito in affettuosità sonante. Un fratello, pareva avessero ritrovato in quel giovane: un loro maggiore, il padre. "Dess me lavi pu la faccia per un mes" (adesso non mi laverò più la faccia per un mese), fece uno, con soddisfazione convinta.

"Ma se lo vidi ripetutamente essere baciato, e anche abbracciare lui qualche uomo; baciare la mano a qualche signora, accarezzare affettuosamente la testolina di un bimbo; in questo paese di facili cameratismi, che é il nostro, egli é l'uomo verso il quale mai alcuno si é avventurato al colpetto birbone sul petto; neppure si é arrischiato a porgli una mano sopra la spalla. Non quando era socialista - non quando era giornalista - non quando era deputato - e molto sarei curiosa di imaginare, quale specie di cataclisma ne sarebbe seguito. Persino chi lo chiama «Benito» - il fratello, i vecchi camerati - lo fa con una sfumatura involontaria, nella voce, di rispetto, quasi di riverenza.
Alieno da tutto e tutti quanti gli stavano intorno, si é sempre sentito, nella vita. Sul capo di chi é fatto per salire e comandare, si può pensare che si aggravi, consacrazione ed espiazione, una condanna biblica: «Tu, Uomo, sarai escluso dalla comunione con gli altri uomini».
Esistono, per questa specie di creature, dei superiori da ubbidire, da uguagliare e da superare; e un numero sempre crescente di subalterni da tutelare nell'onore e nella stretta necessità dei rischi ai quali é necessario esporli. Esistono commilitoni e camerati, dei seguaci e dei « fedeli » : la antica lode, come già dissi, che rifiorisce sulle labbra di questo Capo con speciale accento di virile fermezza: quasi un titolo.

"Sa essere fedele anch'egli. Non muta e non dimentica, e attraverso gli anni gli eventi, anche di piccole cose serba la gratitudine come un profumo. La figliola dell'oste che fu suo padrone a Losanna bambina di nove anni quando partì prigioniero, giovinetta quando tornò ministro, si ebbe da lui care accoglienze e fresche cortesie. Del bel termine "camerata" sente la portata e il valore; e anche - talora con troppo suo sacrificio - la solidarietà di compagno d'armi che implica.

"Ma «amico» nel senso banale che si dà al termine, no: non é amico di alcuno. E neppure nel significato intimo della fraternità spirituale. «Se il Padre Eterno mi dice: - ti sono amico - comincio subito con il prenderlo a pugni» esclama stizzoso nei momenti cattivi quando vede profilarsi nell'aria grevi l'ombra di un altro ancora tradimento o inganno. «Se torna al mondo il mio padre, non mi fido neppure di Lui!».

"Bisogna reagire contro l'ottimismo scorrevole e pigro, pericolosa seduzione italiana, che si esprime in tipici intercalari; il « nutro fiducia » dell'onorevole Facta, lo « stellone d'Italia » che deve automaticamente rimediare alle negligenze dei responsabili; e il monito abulico del lazzarone, al quale sta morendo la moglie e bruciando la casa: «Mastro Raffaele, non te n'incaricà". Bisogna reagire anche interiormente, restringendo a un numero di persone sempre più esiguo, e sempre più in fondo al cuore, ogni impulso di confidenza sentimentale.

«Nessuna amicizia intima, un minimo di sentimenti personali» : la legge dei seminari buddisti - e cristiani, di PortRoyal e di tutti i sacerdozi ascetici, egli la estende alle vicende della sua persona fisica. All'infuori del movimento di cose e di idee del quale é fulcro, si sbriga di tutto il resto, e specialmente di ogni forma di sofferenza individuale, con due parole di indifferenza asciutta:
« Male, sto molto male - questo non conta - non ha nessuna importanza ». E passa ad altro, domando la fatica con il lavoro, la febbre con lo strapazzo.
Ma vi é un dono, che negli asceti trascende la indifferenza per l'individuo, facendo loro riabbracciare nel Creatore la creatura da cui si sono staccati. È la simpatia - comune e mediocre dono nella mediocrità degli uomini - dono ineffabile negli artisti e nei mistici. Noné l'accostamento superficiale e amabile della vita corrente; é facoltà di trasfondersi, io in te! il tat twam asi - questo è te stesso - dell'antica Asia, quando per un attimo cadono le barriere personali tra me e te. E il poeta si sdoppia nel delitto di Macbeth e nella purità di Cordelia, e Santo Francesco assomma in sé l'essenziale fraternità del Creato.

"L'uomo dell'azione e del comando - il condottiero - nasce corazzato per il duro compito entro il suo io centrale, e la volontà e la necessità di riuscire ve lo rinchiudono sempre più duramente. Sempre più viene a mancargli la comunione con gli uomini, quello, che il Poeta definisce « il latte dell'umana dolcezza ». Guai se nell'indurimento perde i contatti morali. La simpatia é trasfondere sé negli altri; ma anche intendere gli altri in sé.

«Il curriculum vitae delle persone che mi stanno intorno non mi interessa e non lo conosco; vedo anche loro sotto la specie dell'eternità» afferma il Duce.

«Molto ingegno - soggiungeva motteggiando, quando stava al Popolo - tutti i miei redattori hanno forte ingegno, sì, ve n'é degli scemi, ma la patente di ingegno preferisco dargliela sopra il conto, a tutti in blocco - é più semplice - come l'aumento del caro-vivere».
È uno dei lati enigmatici che rendono perplessi sul suo conto ammiratori e avversari: quest'uomo, conosce e sa scegliere gli uomini?
Se non possedesse questa facoltà, semplicemente non sarebbe Duce, Capo di Governo e Condottiero. Li conosce, così all'ingrosso, e sa giudicarli per il lato immediato, di attività pratica, che a lui preme. Non ha tempo morale perché non ha voglia - cioé non ha interesse umano - per conoscerli nel loro complesso di uomini. Suppone a priori che essendo uomini saranno mediocri e vili; e sa che saranno diversi, perché non crede alla unità e continuità degli sviluppi psicologici.

"È difficile conoscere gli uomini. Non agiscono quasi mai per la forza naturale del carattere, ma sotto l'impero di una segreta e momentanea passione, annidata nelle più nascoste pieghe del cuore. Non si può giudicarli che sulle azioni del momento, e solo per quell'istante», ammonisce Napoleone.
Il
curriculum vitae non entra nel conto del lavoro che hanno da assolvere: e i grandi meccanici badano solo al funzionamento della grande macchina. Se distingue, fra mille oscuri pezzi, un pezzo che caletti bene nell'ingranaggio, il Duce se ne vale subito.
Sennonché l'uomo é una rotella bislacca, con molte indentate imponderabili - come dovrebbe sapere l'alunno di Vilfredo Pareto e della vecchia Giovanna - e non si contenta di trasmettere l'energia cosmica da una puleggia a un motore.
Il trascurato
curriculum vitae si vendica, con risultati spesso sconcertanti: la rotella megalomane si crede nata a far da motore, e gira a folle, fuori del movimento a cui il provetto meccanico la sapeva adatta; o si lascia falsare da altri magneti; e lo strumento vile gli si rivolta tra mano, e deve buttarlo, senza rancore, con un gesto lieve di rabbia, per sostituirlo; spesso, in peggio.

"Nell'economia della sua attività, considera l'errore inevitabile, perché la vita é povera, non si può aspettare gli inesistenti uomini di primo ordine, bisogna prendere quello che c'é, rassegnati a trovarlo inferiore al bisogno. Gli avviene di trascorrere così nel rischio opposto, e di fallare il bersaglio oltrepassandolo. Una diffidenza generica e universale - satanica tentazione dell'orgoglio - conduce infine agli uguali errori della troppo rosea fiducia universale, smorzando le sfumature da uomo a uomo, e livellando gli abissi morali che li separano.
Dire che il Duce é alieno dalla sospettosa malignità, sarebbe affermare una verità assurda, tanto é meschina e sottintesa. La tendenza a dar corpo alle ombre, cadendo nelle despotiche iniquità, é propria dei paurosi, e d'altronde, la stessa sprezzante sfiducia lo porta a vagliare anche la persona e le parole dei malignatori, senza tener conto definitivo delle insinuazioni non documentate. Ma non è uomo da respingerne alcuna a priori, per impulso di incondizionata fede, neppure verso i suoi più prossimi.
Si stringe nelle spalle. «Peuh, dopo tutto, é impossibile. Perché no? Ne ho viste tante... ».
E le labbra si piegano alla smorfia nauseata: la smorfia puerile in fondo, tanto é vivace e spontanea, di quando racconta il tradimento, compiuto su lui ignaro dal suo compagno di giochi. Forse ancora assapora quel primo sangue.

"Tranne i casi di tradimento o le defezioni all'italianità, mai lo intesi inveire contro alcuno per colpa alcuna. Evita rigorosamente la ingiustizia, e la reprime con severità, per ribrezzo personale e come norma di savio governo, ma non lo vidi mai sdegnarsi per l'abuso o il sopruso patito da un singolo, ne fosse egli stesso la vittima. In fondo al cuore sa che l'ingiustizia individuale é il canone attraverso il quale la natura realizza i giusti compensi verso la specie. L'ideale sociale deve attenuarla, non puo sterilmente infuriare a sopprimerla.
Questo insieme di tollerante indifferenza ha per radice un disprezzo inesorabile. Ha pesati gli uomini, e li trovo mancanti. È un tragedia interiore in cui risiede la patetica nobiltà del suo destino di uomo, nato per il comando.

"Persino tra le attività della sua cultura - vasta, esatta e profonda benché la dissimuli sotto la civetteria di «sono ignorante, sono molto ignorante» da quell'unico autodidatta non pedante che io abbia mai incontrato - e persino tra le forme dell'arte, predilige quelle a fondo politico: la storia, che é politica condensata; l'architettura, che é politica pratica per i suoi scopi sociali; il teatro e la musica drammatica, che nel momento della loro durata dànno intero in dominio l'animo delle moltitudini.
Agli artisti - non agli uomini d'azione - é dato sapere quanto Femio aedo, cieco solingo al remoto angolo della mensa ospitale, sia superiore al divo Ulisse nel suo seggio d'onore. La spada del re eroe é un mito incerto, la verità di Femio-Omero scalfisce i millenni, nel modo che solo dura. Questo lato dell'arte, la penetrazione in un mondo superiore a quello della contingenza dove la politica domina; questo lato sovrano, la rivelazione dell'inconsolabile e la presa di possesso dell'eterno: il contatto, religioso e diretto, dell'uomo con Dio; questo lato, l'uomo d'azione lo ignora con ironia benevola. Forse, é il suo dovere.

"E l'unica comunione profonda di questa entità chiusa con altre entità; il solo modo che le rimanga, di intendere addentro la parola asiatica della identità, é ancora attraverso gli esseri cari, che non considera suoi uguali, ma sue creature, intimamente sue: la donna, i bimbi. Benché abbia dato alle donne, con molta generosità, il diritto di suffragio amministrativo, al condottiero romagnolo la donna appare tuttavia sempre, da egoista maschile, in funzione di persona bella e destinata a piacere. «È il primo diritto di queste creature adorabili, per le quali solo vale la pena di stare al mondo. E se la donna non piace, é malinconica, e diventa nervosa a ragione», proclamo, eccitando ira e dispetto, nella conversazione con Lady M., la femminista inglese. «Con queste idee, non fareste fortuna in Inghilterra». "Io in Inghilterra non ci vengo, e del resto, non credo che neppure in Inghilterra le donne siano tutte quacchere politicanti. Guai se al mondo, noi uomini non avessimo il riposo delle anime femminili».
E nei bimbi, egli onora la potenza fragile e commovente del formidabile domani.
Al tempo della guerra, ricordo, il caporale Mussolini, a cui qualcuno faceva presente di non esporsi troppo «anche per i suoi bambini» rispondeva con brusca sincerità: «Che importa? Giusto perché ho i miei bimbi, posso morire. È questo il pensiero che mi dà la maggiore tranquillità: sono continuato".

"Non è il pavido amore che serve di alibi alla conservazione personale; chi é molto pieno di vita e di forza non teme la morte. Sente, dentro di sé, che non può veramente venire annullato. .
Pensando alla morte, gli intesi esprimere, come già dissi, il rimpianto del sole, la terra, il cielo. Mai delle cose; mai di persone.
"Quando io battaglio fido nelle mie forze, solo nelle mie forze. Sono un individualista che non cerca compagni. Ne trova, ma non ne cerca. Disprezzo la paura dell'isolamento, questa tendenza a star bene nel branco».

"Per amare il prossimo, per compatirlo, bisogna considerarlo con indulgenza, e in qualche modo divertirsene, come di una perenne canzonatura pratica del Padre Eterno; o illudersi sul suo conto, o accettarlo imperfetto, così quale é.

"Ma come potrebbe egli amare gli uomini? Li vede quali sono, con spietata chiaroveggenza. E perché li governa pretende di migliorarli, e si é fatta dell'Italia, in astratto, una idea così grande e sublime, che noi poveri italiani vivi non possiamo non offenderla. I Profeti di Israello non potevano non vituperare i loro contemporanei del popolo eletto.

"Tre sono i caratteri della sua persona morale:
l'ambizione lo sostiene e divora;
la grandezza gli é metro ed essenza;
il disprezzo, ombra e remora.

"Nulla che sia meschino alligna in lui. E perché nella vita non mercanteggia, e il prezzo che per ogni cosa bisogna pagare, lo conquista e paga ad ogni costo, ottiene le cose grandi, le cose importanti, alle quali sole rivolge la sua ambizione di fama - l'illusione estrema delle immortali anime - il desiderio di scolpirci in gloria, che nobilita il bruto delle caverne. Sorride talora con ironia. «Se tutto sarà andato bene, fra trent'anni avrò forse un busto, per i convegni di balie e serve in qualche giardino. - Dietro il busto di Mussolini alle otto, diranno gli innamorati. Una bella soddisfazione!».

"Pausa e silenzio:
«Che cosa ho fatto, dopo tutto, sinora? Nulla. Sono un piccolo giornalista e un ministro, per ora, come tanti altri - dice l'incontentabile-. Bisogna dare un ordine a questo popolo. Allora avrò assolto un compito. Mi sentirò qualcuno».

"Altra pausa. Altro silenzio. E una lieve contrazione del volto:
«Eppure, sì!» dice quest'uomo d'azione tipico, divenendo grave. « Sì » , dice il Capo, e gli occhi sfavillano d'un fuoco interiore appena frenato dalla volontà.
«Sì. Sono posseduto da questa smania. Arde, mi rode e consuma dentro, quale un male fisico: incidere, con la mia volontà, un segno nel tempo, come il leone con il suo artiglio: così».
E le mani si affilano nel gesto diritto e rapido sul felino che ha accanto".

( Margherita Sarfatti, Dux. Anno 1926 )


--------------------------------

30 DICEMBRE 1926 - II fascio littorio è dichiarato emblema dello Stato.

31 DICEMBRE - La data del calendario fascista, assume come giorno di inizio il 28 ottobre 1922, per disposizione del capo del governo, deve essere aggiunta a caratteri romani a quella del calendario civile su tutti gli atti ufficiali delle amministrazioni dello Stato.
Starace in seguito, farà abolire la datazione in millesimi.

Si chiude l'anno. Ma i rapporti di Mussolini con il Re in questo periodo com'erano?


E' la prossima puntata
nell'iniziare la cronologia dell'anno 1927 > > >

OPPURE FAI RITORNO ALLA
TABELLA-INDICE CON IL BACK