ANNO 1928

Attentato al RE!! – Perduto il dirigibile Italia!!
Terremoto in Carnia!! – Allarme a Tien Tsin !! - Eruzione dell’Etna !!


Mascali sepolta dalla lava dell'Etna

1 – Premessa

Giornali e………… giornalisti, per quanto ormai in gran parte sottomessi alle direttive editoriali del partito fascista ed alle veline di regime, nel corso del 1928 furono parecchio indaffarati nel tentativo di portare a conoscenza dei rispettivi lettori i fatti e gli avvenimenti che si verificarono durante l’anno e dare altresì notizie sulle grandi linee di intervento programmate dal governo per gli anni successivi. Tra questi progetti quello di ottimizzare i rapporti internazionali e rafforzare il ruolo di potenza mediterranea dell’Italia, di impostare nuove relazioni con il Vaticano attraverso l’opera diplomatica svolta dal capo del governo e dallo staff del Ministero degli Esteri, proseguire infine nella realizzazione di grandi opere avviando interventi per il risanamento delle zone paludose tramite la “bonifica integrale”.

Nel 1928 molto inchiostro fu quindi utilizzato per informare l’opinione pubblica sull’andamento delle operazioni in Libia ed in altri teatri operativi, sulla guerra civile in Cina, sul terremoto in Friuli, sull’attentato al re avvenuto a Milano, sull’andamento delle olimpiadi, sulle manifestazioni organizzate dal regime, sulle condanne comminate agli oppositori, sui viaggi del Principe Umberto e su quelli del Re.
L'
inchiostro scorse però letteralmente a fiumi quando si trattò di illustrare la disastrosa avventura occorsa al dirigibile “Italia” ed ai suoi componenti. Qualche pagina fu inoltre dedicata alla situazione internazionale ed all’eruzione dell’Etna che devastò la cittadina di Mascali in Sicilia.


In tutti gli argomenti illustrati però la retorica del regime lasciò la sua impronta magnificando in ogni occasione le azioni poste in essere da capi e gregari e la loro proverbiale capacità di risolvere vantaggiosamente qualsiasi problema del paese, sia in Italia che all’estero.
La stampa, e la radio - attraverso l’Eiar - furono quindi mobilitate con tutte le loro strutture ed alimentate finanziariamente per stimolare l’opinione pubblica, indirizzarla ed ottenere il pieno consenso della stessa attraverso la diffusione amplificata e propagandata di notizie favorevoli al regime ed alla sua politica. Che era "Ama Iddio, la Patria, la Famiglia".
Quell' "Iddio", fu molto gradito in Vaticano

2 – Situazione nei possedimenti italiani oltremare

2.1 – Somalia ed Etiopia

Le informazioni provenienti dagli scacchieri dell’Africa Orientale mostrarono segni di distensione, infatti - anche se fu necessario costituire una fascia territoriale di sicurezza ai confini con l’Etiopia - le operazioni sviluppate in Somalia negli anni tra il 1925 ed il 1927, che portarono all’occupazione dei territori dei Migiurtini, del Nogal e di Obbia, consentirono di ottenere la pace. Anche con l’Etiopia i rapporti migliorarono tanto da portare nell’agosto 1928 alla firma di un trattato di amicizia ventennale stipulato ad Addis Abeba tra il ministro plenipotenziario Giuliano Cora e Ras Tafari reggente l’Impero Etiopico in nome dell’imperatrice Zoaditù. Gli accordi sottoscritti non evitarono comunque incidenti di frontiera data la difficoltà da parte del governo centrale abissino di mantenere sotto controllo i capi locali. (furono poi - gli incontrollati incidenti - il motivo pretestuoso per intervenire poi nel 1935).

2.2 - Libia

In Libia la campagna ormai in corso da lunghi anni non conobbe sosta; anche nel 1928 continuarono le operazioni di grande polizia coloniale. Le truppe della Tripolitania e della Cirenaica furono infatti impegnate in un ciclo di operazioni congiunto per procedere alla conquista delle oasi del 29° parallelo. Scopo dell’iniziativa quello di collegare territorialmente le due Colonie ed eliminare le sacche di ribellione ancora presenti sia con l’azione bellica sia occupando e presidiando punti strategici. L’avanzata dei reparti italiani verso gli obiettivi fissati, avviata a partire dal gennaio 1928, comportò una miriade di piccoli scontri con il nemico tra i quali assunse particolare rilievo quello avvenuto il 25 febbraio ai pozzi di Tegrift. Completata la prima fase delle operazioni con la conquista di Nufilia, si diede corso alla seconda con l’obiettivo di occupare le oasi della Giofra e cioè Socna, Hon, Uaddan. Le colonne della Tripolitania proseguirono la loro incursione avanzando verso Zella mentre le truppe della Cirenaica si impadronirono delle oasi di Augila, Gialo e di Gicherra facenti parte anch’esse del preordinato piano di intervento. All’occupazione delle oasi del 29° parallelo seguirono iniziative complementari per il consolidamento dei territori conquistati. Azioni di rastrellamento e di controguerriglia furono poi effettuate nella zona di Mizda-Garian contro tribù ribelli puntando verso l’oasi di Gheriat con il concorso dell’aviazione. Durante le operazioni militari, ed al fine di migliorare la rete di comunicazioni esistenti si svilupparono anche importanti lavori di riorganizzazione e sistemazione difensiva stradale del territorio compreso tra Nufilia, Tegrift, Zella, Bu Ngem e Buerat costruendo ponti strade e camionabili.
I costi – comunque elevati della guerra – in vite umane, approvvigionamenti, materiali e sopratutto il deleterio riflesso a livello internazionale di una campagna senza fine, decisero il Governo ad imprimere una svolta inviando in Libia il Maresciallo Pietro Badoglio in qualità di governatore e ponendo sotto la sua unica guida i territori della Tripolitania e della Cirenaica.

La nomina di Badoglio a capo indiscusso di tutta la colonia e l’attribuzione al Maresciallo da parte del re del titolo di Marchese del Sabotino furono notizie sapientemente pubblicizzate attirando ancora una volta il consenso popolare sulle scelte effettuate.

2.3 – Cina

Molteplici quindi le attività in cui il governo italiano si trovò coinvolto e tra queste anche quelle derivanti dalla complicata situazione politica cinese che portò alla guerra civile combattuta tra le opposte fazioni locali. L’atmosfera si appesantì notevolmente quando il conflitto limitato a lotte di potere interne, minacciò nel suo estendersi gli interessi di molte nazioni tra cui quelli dell’Italia.

Il fermento dell’opinione pubblica mondiale e lo scompiglio che fece seguito alle lotte ed ai massacri avvenuti nell’immenso territorio cinese, mise in stato di agitazione la comunità dei “Settlements” internazionali e quella italiana presente nelle concessioni di Tien Tsin, di Shangai e nella delegazione di Pechino tutte zone queste attribuite ed occupate dall’Italia nel settembre 1901. (quando voleva - come gli altri - anch'essa farsi delle colonie in estremo oriente)

Per consentire il monitoraggio della situazione e salvaguardare per quanto possibile gli interessi nazionali alla fine del 1924 si alternarono nelle acque cinesi varie navi da guerra tra cui l’incrociatore Libia, Il Calabria ed il San Giorgio, oltre la cannoniera Caboto e la stazionaria Carlotto. Considerando pericolosa la situazione per la piccola colonia locale, dalla R.N. Libia fu sbarcata una compagnia di “fanti di marina“ per la difesa della concessione di Tien Tsin.

Nel 1925, nel perdurare dei disordini ed in accordo con altre nazioni, fu inviato in Cina il Reggimento San Marco che fu impiegato in azioni presidiarie culminate nel 1927 nella difesa del “Settlement” di Shanghai.

La lotta tra nazionalisti ed antinazionalisti, oltre a comportare gravi ripercussioni interne, mise in stato di allarme anche le Potenze europee ed extra-europee preoccupate per la sopravvivenza delle loro concessioni territoriali e commerciali tanto da far pensare al Giappone di intervenire militarmente propagandando la scusa di voler tutelare i propri diritti e farsi garante dell’integrità delle proprietà straniere.

Il Governo italiano a seguito degli episodi che si verificarono ed in armonia con le posizioni assunte dalle altre comunità straniere, potenziò il contingente del San Marco cui fu affidata la protezione degli obiettivi d’interesse pubblico, i servizi di guardia e di rappresentanza presso la legazione ed altri importanti incarichi. Il battaglione fu alloggiato in una nuova caserma costruita appositamente a Tien Tsin ed intitolata a Ermanno Carlotto (1).

Nel maggio 1928 la guerra raggiunse la zona Pechino e quella di Tien Tsin, facendo temere saccheggi, rapine e la violazione territoriale delle concessioni. Quindi nel giugno il battaglione San Marco fu messo in stato di allarme e dislocato in difesa della concessione italiana. Alcuni contingenti furono inoltre utilizzati per garantire le comunicazioni tra Tien Tsin ed il mare nonché, unitamente a reparti di altri paesi, per difendere la Centrale Elettrica e la Stazione Ferroviaria.

Nel giugno 1928 la bandiera nazionalista fu innalzata a Tien Tsin e, dopo una serie di razzie e di massacri portati a termine contro la popolazione indigena da disertori della parte avversa, la situazione si calmò rapidamente. Nella seconda metà del mese fu quindi possibile ritirare le truppe italiane dalle linee predisposte per la difesa.

Dopo qualche altro allarme dovuto al trascinarsi delle ultime operazioni belliche, la situazione si stabilizzò. Il governo nazionalista con a capo Ciang Kai-Shek, conquistata Pechino ed assunto il potere trasferì la capitale a Nanchino ed assunto l’impegno di non modificare lo “status” delle concessioni internazionali stipulò nuovi accordi di commercio con americani, francesi ed inglesi.
Nel novembre del 1928 anche l'Italia – interessata quanto le altre nazioni a quell’importante mercato - concluse un trattato preliminare di commercio e di amicizia per poi inviare come ministro plenipotenziario in Cina un importante esponente del regime: il Conte Galeazzo Ciano.

3 – Calamità naturali e disastri

Se il regime fascista riuscì a mantenere sotto controllo il paese invadendo con la sua presenza quasi tutti i campi, non riuscì però, ed ovviamente, ad impedire il verificarsi di numerose calamità naturali né di eventi tragici - tipo quello occorso al dirigibile “Italia” – che impedì al regime di raggiungere il successo sperato.
La macchina propagandistica non perse però colpi e riuscì a trasformare in un successo……i postumi delle catastrofi attraverso l’organizzazione degli interventi di soccorso e quelli, peraltro veloci, di ricostruzione delle località danneggiate dai numerosi flagelli che colpirono la nazione.
Ancora sotto choc a causa del movimento tellurico che interessò i dintorni di Roma alla fine del 1927, gli italiani nei primi mesi dell’anno subirono gli effetti di un nuovo evento sismico; questa volta nel nord Italia e precisamente in Friuli.

3.1 - Terremoto nel circondario di Tolmezzo

La scossa principale - sentita distintamente in tutta l'Italia nord-orientale e in alcune località della Slovenia e dell’Istria - si verificò il 27 marzo nelle prime ore del mattino e causò danni e vittime in alcune località del Friuli. Gravemente danneggiati molti piccoli centri del circondario di Tolmezzo tra cui, Cavazzo Carnico, Verzegnis, San Francesco e Tremonti di Sotto, Chiaicis e Pusea. Molte case furono temporaneamente abbandonate dagli abitanti in cerca di riparo e di salvezza già durante le prime avvisaglie del 26 marzo.

A Verzegnis, andarono in rovina molti fabbricati mentre in altri edifici si riscontarono crolli parziali di muri ed ampie fenditure. Dal palazzo del Comune gravemente lesionato e successivamente abbattuto, fuggirono per tempo 150 bambini della scuola ubicata nello stesso stabile. Nel comune di Cavazzo Carnico molte costruzioni strutturalmente compromesse furono considerate inagibili. Nella frazione di Chiaicis fortemente disastrata, parecchie persone si trovarono fortunatamente all’aperto essendo appena terminata la messa solenne in onore del Santo Patrono.

A Tolmezzo dove la popolazione fu presa dal panico, la scossa compromise la stabilità di alcuni edifici già lesionati da terremoti precedenti e tra questi, il Duomo, il Tribunale ed alcuni istituti scolastici. I malati ricoverati all'ospedale furono ospitati in vagoni appositamente attrezzati alla stazione; anche le carceri, seriamente danneggiate, furono sgombrate. Nella frazione di Caneva, alcune case crollarono e le altre subirono lesioni di vario genere.

Oltre a trasformare in macerie inutilizzabili molte vecchie case rurali, il terremoto distrusse anche alcune ville – relativamente recenti - alcune delle quali furono poi necessariamente demolite. In molte altre località il sisma provocò la caduta di comignoli, calcinacci, tegole e l’apertura di crepe nei muri. La modesta dimensione degli insediamenti dell’area colpita, limitò il numero delle vittime che furono complessivamente pari a 11 morti e 40 feriti.

Gravi i danni in quasi tutti i comuni dove furono immediatamente organizzati i soccorsi. La sera stessa del terremoto infatti i feriti più gravi furono inviati ad Udine dove furono inoltre trasferiti con un treno speciale anche 200 sfollati. Oltre a personale del Genio, alle operazioni di soccorso partecipò il battaglione Tolmezzo e la 72° compagnia del battaglione Gemona.
Gli alpini inviati sui luoghi disastrati dal comando dell’8° reggimento di stanza ad Udine, nel portare con sé automezzi, rifornimenti, viveri, materiali da tenda, e quanto necessario per far fronte alle più immediate esigenze, provvidero come già avvenuto in altre occasioni a sgombrare le macerie, a puntellare gli edifici pericolanti, a recuperare le vittime e prendersi cura dei superstiti. Ai reparti già in loco si aggiunse personale ospedaliero composto da 2 ufficiali medici e da un trentina di militari della sanità in forza all’Ospedale Militare di Udine.

Le tendopoli montate nelle zone danneggiate si rivelarono però inadatte ad ospitare i terremotati a causa della stagione particolarmente piovosa. La popolazione cercò quindi di ottenere dalle autorità i materiali necessari per costruire baraccamenti in legno e nell’attesa alcuni abitanti di Verzegnis iniziarono a realizzare alloggiamenti più confortevoli di quelli messi inizialmente a disposizione dalla truppa.
Non mancarono proteste da parte degli abitanti di alcuni paesi poco disposti ad abbandonare case e frazioni per trasferirsi nei campi di raccolta profughi, ma il malcontento lasciò rapidamente posto alla calma e all’impegno lavorativo per il ripristino degli edifici meno danneggiati. Conclusa la loro opera e le attività assistenziali più urgenti gli alpini del Tolmezzo e del Gemona rientrarono il 10 aprile ai loro alloggiamenti.

Alle notizie sugli esiti del terremoto, sulle attività progettuali e finanziarie attivate per procedere alla ricostruzione, si sostituirono quelle sull’apertura della Fiera di Milano ed immediatamente dopo, le prime pagine, anziché riportare la cronaca mondana dell’inaugurazione, si riempirono di corrispondenze sul grave attentato terroristico avvenuto a Milano contro la persona del re.

3.2 - Attentato al Re

Costituita nel 1920 e poi trasformata in ente autonomo con decreto del luglio 1922, la Fiera Campionaria di Milano si rivelò immediatamente un successo internazionale dato l’interesse dimostrato dagli operatori alla manifestazione destinata a presentare al pubblico le ultime novità merceologiche dei più svariati settori. Come in altri importanti eventi alla cerimonia inaugurale fu richiesta la presenza del re.
Il 12 aprile, Vittorio Emanuele III giunto a Milano in treno si diresse poi in automobile verso le aree dell’esposizione salutato lungo il tragitto da ali di folla festante. Nei pressi della Fiera e quasi all’ingresso - pochi minuti prima dell’arrivo del corteo reale – fu avvertito alle dieci circa del mattino, un potente boato dovuto all’esplosione di una bomba.
Le indagini successive accertarono la natura dell’ordigno - ad orologeria – facendo peraltro constatare che il re e la sua scorta sarebbero sicuramente rimasti vittime degli attentatori ove il treno non avesse portato qualche minuto di provvidenziale ritardo. La deflagrazione avvenuta in prossimità di un lampione, causò molte vittime tra la numerosa folla in attesa di acclamare il sovrano: ventitré morti e circa quaranta feriti alcuni dei quali cessarono di vivere dopo il ricovero in ospedale.

Polizia e carabinieri cercarono di rintracciare i responsabili dell'attentato effettuando indagini e compiendo arresti tra gli anarchici e gli antifascisti di vario orientamento senza però ottenere come risultato la cattura dei colpevoli. I giornali italiani ed esteri nel riportare la notizia espressero disgusto ed esecrazione contro l’atto terroristico oltre ad esternare commozione per la presenza tra le numerose vittime innocenti di molti ragazzi e di alcuni bambini.

Le autorità di Milano organizzarono poi a spese pubbliche con la presenza del Re le esequie in forma solenne delle vittime dell’eccidio. Il corteo funebre, seguito ed affiancato da migliaia di persone in rispettoso silenzio, attraversò tutta la città sotto una pioggia di fiori.
Conclusa la cerimonia il re rientrò a Roma per preparasi al viaggio che sei giorni dopo lo portò a Tripoli in Libia assieme alla regina Elena ed alle figlie e dove fu accolto dal sindaco di Tripoli Hassuna Pascià

In Libia infatti si celebrarono vari avvenimenti a caratteristica…mondana: il primo alla fine del mese di marzo con il IV Gran Premio di Tripoli di cui riuscì vincitore Tazio Nuvolari su Bugatti alla velocità di oltre 120 chilometri l’ora, e l’altro nell’aprile con l’inaugurazione della seconda edizione della Fiera campionaria di Tripoli, caratterizzata dalla presenza di molti operatori di settore e da un folto pubblico. Qualche centinaio di chilometri più in là …si combatteva.

Questi avvenimenti per quanto importanti furono seguiti in maniera abbastanza marginale poiché la stampa cominciò a spostare il suo interesse sul generale Umberto Nobile che dopo aver già sorvolato il Polo Nord nel 1926 con un dirigibile di propria progettazione organizzò per il 1928 una nuova spedizione polare.

3.3 – Perdita del Dirigibile Italia

Umberto Nobile - ufficiale del Genio aeronautico e progettista - raggiunse l’apice della popolarità, dopo aver sorvolato il Polo col dirigibile “Norge” assieme all'esploratore norvegese Roald Amundsen e allo statunitense Lincoln Ellsworth, compiendo una traversata di oltre 5.300 km di volo ininterrotto. Promosso poi generale e pluridecorato, programmò una nuova spedizione, finanziata integralmente dall’Italia, progettando e costruendo un nuovo dirigibile.

I finanziatori dell’iniziativa ottennero dall’aeronautica il dirigibile e parte del personale; dalla Marina una nave appoggio e tre ufficiali per completare l'equipaggio dell’aeronave: i capitani di corvetta Adalberto Mariano e Filippo Zappi, nonché il tenente di vascello Alfredo Viglieri. Anche l’esercito inviò proprio personale di supporto, selezionando alcuni alpini del 5° e del 6° reggimento.
Il 5°, di stanza a Milano, inviò il sergente maggiore Giuseppe Mandrini e gli alpini Silvio Pedrotti e Angelo Casari. Il 6° di stanza a Brescia, il capitano Gennaro Sora che assunse il comando del gruppo.

La nave appoggio un vecchio mercantile di 5.000 tonnellate, con 160 uomini di equipaggio attrezzato a nave idrografica ma poco adatto alle rotte tra i ghiacci, fu ribattezzata “Città di Milano” e posta al comando del capitano di fregata Giuseppe Romagna Manoja. Il piroscafo prese il mare nella primavera del 1928 con a bordo anche il piccolo contingente di alpini e raggiunse il 2 maggio - dopo lunga navigazione - la Baia del Re nelle isole Spitzbergen.

Quasi contemporaneamente alla nave appoggio, il generale Nobile lasciò la sua base raggiungendo anch’esso la baia del Re dopo aver effettuato alcuni scali. Il dirigibile tecnicamente in ordine, dopo aver effettuato due lunghi voli esplorativi, si distaccò con sedici persone a bordo dalla torre di ormeggio il 23 maggio dirigendosi verso il Polo Nord.

Durante il viaggio, gli scienziati continuarono ad effettuare rilievi ed esperimenti raccogliendo molta documentazione. Venti minuti dopo la mezzanotte fra il 23 e il 24 raggiunto l’obiettivo, furono lanciate sul Polo alcune bandiere ed una croce appositamente donata all’equipaggio da Pio XI. A causa delle avversità meteorologiche però il previsto sbarco sul pack di un gruppo esplorante a fini scientifici fu annullato e l’aeronave iniziò il viaggio di rientro seguendo la stessa rotta dell’andata.
Il dirigibile, appesantito da incrostazioni di ghiaccio e contrastato dal vento contrario che ne ridusse notevolmente la velocità divenne difficilmente manovrabile. Verso le dieci del mattino del 25 maggio a circa 400 chilometri dalla base, dopo aver inviato via radio vari messaggi alla “Città di Milano” informando sulle difficoltà incontrate, si verificò la catastrofe.

L’aeronave perduta improvvisamente quota precipitò verso il basso andando ad impattare con la navicella contro il ghiaccio. A causa dell’urto e della conseguente parziale distruzione della cabina uomini e materiali furono sbalzati sul pack. Morì sul colpo il motorista Pomella, altri rimasero fortunosamente incolumi mentre tra i feriti lo stesso generale Nobile ed il motorista Cecioni.
La carcassa del dirigibile invece, alleggerita, si risollevò per essere trasportata lontana dall’infuriare del vento. Del relitto non si trovò più alcuna traccia come non si trovò alcuna traccia dei sei uomini dell’equipaggio rimasti a bordo: l'ingegner Aldo Pontremoli, il sottotenente Ettore Arduino, il giornalista Ugo Lago, i motoristi Renato Alessandrini, Attilio Caratti, Callisto Ciocca.

Sbalzati sul pack, i superstiti cercarono di organizzarsi, curando i feriti con mezzi di fortuna e raccogliendo il materiale - viveri, armi e strumenti vari - caduto dalla navicella e sparso all’intorno. Seppellita la salma di Vincenzo Pomella i membri della spedizione recuperarono tra i rottami anche un piccolo apparecchio radio ed una tenda che, colorata di rosso, costituì la loro dimora. Nel frattempo il comandante della nave appoggio “Città di Milano” preoccupato per aver perduto i contatti con il dirigibile relazionò in proposito le autorità chiedendo aiuti ed istruzioni.

Con il passare del tempo ed al diffondersi della notizia i giornali di numerosi paesi decisero di inviare propri corrispondenti per seguire la circostanza e mantenere così informata l’opinione pubblica.

Per i sopravvissuti la situazione cominciò a divenire particolarmente precaria quando il disgelo estivo cominciò ad incrinare i lastroni di ghiaccio a breve distanza dalla “tenda rossa” obbligando i superstiti a spostarsi dal luogo originale dell’impatto ed a separarsi nel tentativo di trovare soccorsi. Tre uomini Adalberto Mariano, Filippo Zappi e il professor Finn Malgrem - meteorologo svedese - lasciarono i loro compagni di sventura ed il 30 iniziarono la loro marcia per raggiungere la terraferma. Il gruppo residuo rimasto presso la tenda rossa continuò ad inviare continui S.O.S via radio……la perseveranza portò fortuna!. Nei primi giorni di giugno, un radioamatore russo di Arcangelo riuscì a captare il segnale e nelle giornate successive individuata la frequenza fu possibile ripristinare il collegamento con la “Città di Milano”.

Notizie, comunicati e servizi della stampa cominciarono a diffondersi creando un clima di attesa e di grande solidarietà umana. Per ritrovare i superstiti dell’”Italia” furono mobilitati uomini, navi ed aerei di molte nazioni organizzando sorvoli del pack ed esplorazioni tramite piroscafi rompighiaccio ed anche con slitte e cani. Ma a causa della deriva dei ghiacci e quindi del sistematico spostamento dei punti di riferimento, l’operazione di salvataggio si rivelò difficile.

Il 18 giugno, Amundsen che si era unito alle ricerche scomparve nel mare di Barents con il suo aereo, ma due giorni dopo la ricerca effettuata dai piloti ebbe il suo meritato epilogo. Il maggiore dell’aeronautica italiana Umberto Maddalena con un idrovolante “S55” ed il pari grado Pierluigi Penzo con il suo Dornier Wal Marina II, sorvolarono a bassa quota i naufraghi lanciando viveri e rifornimenti.

Il 23 giugno lo svedese Lundborg, con un piccolo Fokker riuscì ad atterrare sulla pista di neve e ghiaccio e trarre in salvo per primo il generale Nobile. Lundborg tornò poco dopo in aiuto degli altri cinque naufraghi, ma in fase di atterraggio il Fokker si capovolse divenendo inutilizzabile. Nel frattempo altre ricerche compiute da nuclei degli alpini e da guide locali a mezzo di slitte condotte da cani per rintracciare il gruppo di Adalberto Mariano e dei suoi compagni non ebbero esito.
Alla numerosa compagine di uomini navi ed aerei già impegnati nel tentativo di soccorrere i sopravissuti si affiancarono anche due rompighiaccio russi il Malyghin e il Krassin. Fu il Krassin dopo varie peripezie a raggiungere il 12 luglio Adalberto Mariano e Filippo Zappi ed essendo già deceduto Finn Malmgren, a portarli in salvo.

Alle 20 dello stesso giorno fu avvistata la Tenda Rossa: mezz'ora dopo il rompighiaccio iniziò il recupero dei cinque naufraghi rimasti, il professor Francesco Behounek, dell'istituto di Praga, il tenente di vascello Alfredo Viglieri, l'ingegner Felice Troiani, il capotecnico Natale Cecioni ed il radiotelegrafista Giuseppe Biagi. Tutti furono immediatamente rifocillati e curati mentre al Mariano colpito da congelamento fu amputato un piede dal medico di bordo del “Krassin”.

Concluse le operazioni di salvataggio, il 12 settembre 1928 tutti i membri della spedizione rientrarono in Italia a bordo della “Città di Milano” e con loro anche il piccolo raggruppamento degli alpini. Non rientrò invece uno dei piloti italiani impiegati durante le ricerche, infatti il maggiore Pierluigi Penzo il 29 settembre 1928 durante il viaggio di rimpatrio cadde con il suo aereo sul Rodano perdendo così la vita.

Sulle cause della tragedia del dirigibile “Italia” fu avviata un’inchiesta mentre si diede il via alle polemiche che colpirono in particolare Nobile accusato di aver contravvenuto al codice di onore del comandante, e cioè quello di mettersi al sicuro solo dopo gli uomini della cui sorte è responsabile. La campagna di stampa fu enorme mentre a causa delle conclusioni della Commissione di Inchiesta il generale rassegnò le dimissioni dall’Aeronautica trasferendosi nel 1931 all’estero pur continuando a difendersi attraverso la pubblicazione di libri e memoriali.

3.4 – Raid Aerei, Olimpiadi , Eruzione dell’Etna

3.4.1 – Primati Aerei ed Olimpiadi

La grande enfasi con cui la stampa ed il grande pubblico seguirono la disgraziata impresa del dirigibile “Italia” e le polemiche successive non ridussero lo spazio da dedicare ad altre iniziative che compensarono le tonalità negative legate all’impresa condotta dal generale Nobile.
Il successo riportato del luglio 1928 degli aviatori Arturo Ferrarin e Carlo del Prete che percorrendo il tragitto di 7.188 km tra Roma e Porto Natal in Brasile conquistarono il record mondiale di distanza in linea retta, riportò l’attenzione internazionale sulle capacità dell’aeronautica italiana, sugli aerei qualitativamente innovativi, sull’affidabilità dei motori e sulle capacità tecniche dei piloti.

Un altro successo fu riportato dalle squadre italiane durante la IX Olimpiade di Amsterdam nella quale per la prima volta e non senza polemiche parteciparono squadre femminili. L’esultanza per il quinto posto in classifica - su 46 nazioni partecipanti - conseguito dall’Italia e per l’aggiudicazione di sette medaglie d’oro, cinque d’argento e sette di bronzo, si trasformò qualche giorno dopo, per la Regia Aeronautica e per il paese, in sconforto e lutto. Il 16 agosto 1928 a Rio de Janeiro morì infatti il pilota Carlo del Prete gravemente ferito in un incidente aereo occorso a lui ed a Ferrarin, nel provare un nuovo tipo di idrovolante.
Non fu l’ultima notizia negativa, qualche mese dopo le cronache si occuparono ancora una volta di calamità naturali e questa volta a causa di una disastrosa eruzione dell’Etna.

3.4.2 – Eruzione dell’Etna

Le eruzioni dell’Etna nel corso dei secoli sono state innumerevoli tra cui, indimenticabile, quella del 1669 che investì la città di Catania, distruggendola in gran parte. Nel XX secolo il vulcano entrò in attività più volte, nel 1908, nel 1910, nel 1911, nel 1917 e nel 1923 quando danneggiò la zona del catanese tra Linguaglossa e Fiumefreddo. Nel novembre 1928 si verificò però la più violenta eruzione della prima metà del secolo.
In soli 18 giorni, 43 milioni di metri cubi di lava distrussero parzialmente la ferrovia Circumetnea, seppellirono quasi integralmente l'abitato di Mascali e danneggiarono circa 800 ettari di terreni coltivati.
Nel pomeriggio del 2 novembre 1928, un'enorme colonna di cenere e vapori si levò dal cratere di Nord-Est. Una serie di scosse sismiche furono il preludio all'apertura di fratture eruttive - tra i 2.600 ed i 2.300 metri di quota - su quel lato del cratere. Dalla frattura, tra il frastuono delle esplosioni, fuoriuscì una piccola colata lavica che essendo molto fluida si solidificò rapidamente.

L'evento considerato inizialmente quasi inoffensivo, divenne preoccupante nella giornata successiva quando si creò un’altra frattura lunga circa 3 chilometri verso Nord-Est. Dal cono del vulcano si innalzò un'enorme nube di scorie, ceneri e lapilli accompagnata da un tremendo boato mentre massi e materiali vulcanici, anche di grandi dimensioni, cominciarono a cadere nei pressi dell’osservatorio.
Inquietudine, insonnia ed angoscia cominciarono a diffondersi nella notte tra il 4 e 5 novembre; infatti un'altra frattura eruttiva si aprì tra i 1.400 ed i 1.200 metri fino a Ripa di Naca. Il magma emesso in grande quantità e suddiviso in due rami si diresse verso valle, raggiunse l’alveo del torrente Pietrafucile, proseguendo poi la sua corsa su un unico fronte in direzione dei paesi costieri. La colata lavica, nella giornata del 6 novembre, rese parzialmente inservibile la ferrovia Circumetnea che inaugurata il 10 luglio 1898 fu più volte interrotta proprio dalle eruzioni vulcaniche. Ricoperti i binari, il fronte magmatico superò Puntalazzo e si diresse su Mascali (nella foto sopra)

Il giorno 6, festa di San Leonardo (nella foto sottostante) patrono della città, la lava travolse la prima casa dell'abitato già evacuato dalla cittadinanza. Per Mascali - già più volte danneggiata nonché distrutta e ricostruita a seguito anche del lontano sisma del 1693 - la catastrofe si manifestò con devastanti effetti nella giornata del 7 novembre. In sole dodici ore, la colata avanzando lungo un fronte di circa 300 metri, seppellì 550 abitazioni risparmiando solamente un gruppo di case ed una chiesa nel lato settentrionale del paese.
Il giorno 11 la colata sommerse anche la linea ferroviaria Messina-Catania ma il giorno seguente l'afflusso cominciò a ridursi mentre il fiume rosseggiante proseguì il suo cammino sino a lambire l’abitato di Carrabba dove, il 16 novembre a poco più di un chilometro dal mare si arrestò.

Non appena la situazione sulle pendici del vulcano fu considerata critica e potenzialmente pericolosa, furono organizzati i primi interventi di soccorso. Al personale civile presente nelle località minacciate si affiancarono la 1° e la 5° compagnia del 4° Reggimento di Fanteria “Piemonte” che con i loro uomini, raggiunsero da Catania i comuni di Mascali, Nunziata, Carabba e Giarre. Da Siracusa partì invece un reparto del 75° fanteria “Napoli” che si diressero rapidamente verso le località di Giarre, Nunziata e Riposto.

Secondo la consolidata esperienza di intervento come operatori della Protezione Civile, i militari aiutarono la popolazione a sgombrare le case, distribuirono viveri e generi di conforto, diedero inoltre assistenza alle collettività ed agevolarono l’esodo degli abitanti verso zone considerate a minor rischio. Nei giorni immediatamente successivi giunsero altri uomini di rinforzo: da Catania, una trentina di soldati del 1° gruppo del 24° Artiglieria da Campagna furono inviati a Giarre mentre da Siracusa raggiunsero la zona Etnea altri uomini del 75° fanteria. Mascali fu raggiunta anche da un piccolo raggruppamento del Genio.

Il 20 novembre l’eruzione ebbe termine ed il fronte lavico non più alimentato dalla fuoriuscita del magma si arrestò definitivamente. Civili e militari continuarono nell’opera di primo intervento i reparti di fanteria collaborarono al ripristino delle comunicazioni stradali ed al riallacciamento della rotabile Catania-Messina, i militari del genio si impegnarono anche nel riattamento di linee telegrafiche e telefoniche interrotte dalla lava.
Concluse le operazioni più urgenti e rientrati in sede il 25 novembre alcuni scaglioni di soldati, il 26 giunse da Torino un distaccamento composto da oltre 120 uomini del Reggimento Ferrovieri del Genio per contribuire con il loro lavoro a ripristinare le comunicazioni ferroviarie sulla linea Messina-Catania.
Avviato il processo di ricostruzione, la città di Mascali, sepolta dalla lava, fu ricostruita in prossimità del mare.

Cominciarono nel frattempo a filtrare notizie sull’esito delle trattative diplomatiche avviate con il Vaticano per chiudere l’antico contenzioso risalente ai tempi di Pio IX.

4 – Concordato e Santi Patroni

Nel dicembre Pio XI, informò il Sacro Collegio sulla prossima e felice conclusione delle trattative tra Italia e Santa Sede per giungere al “Concordato”. Fedeli e comunità religiose accolsero con grande entusiasmo il mutamento dei rapporti tra Stato e Chiesa , si raccolsero in preghiera presso i luoghi di culto, celebrarono riti propiziatori e si rivolsero nell’occasione anche ai santi patroni.
Quasi tutte le città italiane, capoluoghi, paesi e frazioni hanno il loro Santo Patrono destinato a raccogliere le preghiere dei fedeli ed a proteggerli dalla sofferenze e dalle sciagure di qualsivoglia tipo. Feste e tradizioni popolari costituiscono in alcuni casi tracce di fatti avvenuti nel passato più o meno remoto che unite a celebrazioni e ricorrenze richiamano alla memoria l’intervento del Patrono per far fronte alle varie calamità cui furono soggette le popolazioni (epidemie, terremoti, eruzioni, inondazioni, incendi, carestie, guerre, invasioni, etc.).

Nell’elenco delle cittadine, frazioni e paesi dedite al culto del Santo Patrono non fecero eccezione quelle di Chiaicis e Mascali.

Nel 1928 si verificò un fatto singolare infatti il paesino di Chiaicis in Friuli e la cittadina di Mascali in Sicilia furono di fatto …. “gemellate” dal curioso avvenimento che in entrambe le località - colpite l’una dal terremoto e l’altra dall’eruzione dell’Etna - fossero in corso le celebrazioni del Santo Patrono.

Intervennero i Santi nel dare protezione ai loro fedeli? …Non si sa. Però la stampa riportò che un quarto d'ora prima della scossa del 27 marzo, si era conclusa la messa solenne celebrata per implorare la protezione dai terremoti del patrono locale.
Alle ore 19.00 del giorno 6 novembre 1928 - giorno in cui Mascali festeggiava san Leonardo (< nella foto a fianco) - la lava travolse la prima casa dell'abitato poi fece tutto il resto.

Comunque a Chiaicis non si contarono molte vittime e tanto meno a Mascali evacuata prima della sua distruzione. Malgrado qualche dubbio…..quasi “amletico”, nessuno alla fine se la prese col Patrono più di tanto…..i Santi rimasero al loro posto e la gente continuò ad invocarne l’aiuto….. L'aiuto ci fu? Sì dicono i devoti, salvarono i paesi da una catastrofe ben più grave!

Michele Squillaci

Bibliografia:
A. Espinosa – Vittorio Emanuele III. Le Astuzie di un Re – A. Mondatori editore , Milano 1990
D. Mack Smith – Storia d’Italia 1861-1969 – CDE S.p.A. – Milano, 1984
Istituto Geografico De Agostini – Storia d’Italia – Novara, 1978
L’Italia del XX secolo, Rizzoli Editore, Milano 1977
La Marina Militare nel suo primo secolo di vita (1861-1961) -
Ufficio Storico della Marina Militare Roma 1961.
C. Cesari – Manuale di Storia Coloniale – L. Cappelli Editore , 1937

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