ANNO 1948

Il 18 aprile di quest'anno
si fece la prima
campagna elettorale
dopo l'instaurazione della democrazia.
Fu una lotta all'ultima scheda,
e all'ultimo manifesto



IN ITALIA ACCADDE
UN MILLENOVECENTO...
proprio un "QUARANTOTTO"



di CARLO FEDERICO BATA'

Nella tarda primavera del 1947 si interruppe l'alleanza tra le forze che due anni prima avevano liberato l'Italia dalle truppe tedesche ed avevano posto fine alla caduca Repubblica Sociale Italiana. Finì la "coabitazione forzata", come era stata definita, dei tre principali partiti che governavano il paese, la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista ed il Partito Socialista: iniziava la lunga campagna elettorale, che dopo l'entrata in vigore della Costituzione all'inizio del 1948, avrebbe condotto milioni di elettori alle urne nella primavera dell'anno seguente.
Come poco prima era avvenuto in Francia, che sperimentava timorosa la Quarta Repubblica dopo cinque durissimi anni di occupazione militare, la situazione internazionale aveva imposto decisive scelte di politica interna ai due grandi paesi dell'Europa occidentale, così duramente provati dal conflitto mondiale. A nulla era servita la "svolta" di Palmiro Togliatti, che a Salerno nell'aprile del 1944 aveva confermato la scelta di rispettare le regole democratiche di partecipazione politica; a nulla era valsa la dichiarazione del segretario del Partito Comunista Francese, Maurice Thorez, a favore della via legalitaria per il raggiungimento del potere, accantonando quella insurrezionale. In entrambi i paesi, l'elettorato comunista costituiva circa un quarto della popolazione.

In Italia si giunse a questa rottura senza clamori: d'altronde il mondo era già cambiato rispetto a quello che aveva applaudito, stanco ma festoso, l'incontro sull'Elba tra l'Armata Rossa, arrivata spedita dalle aride steppe dell'Europa orientale, e gli eserciti alleati, che dalle coste atlantiche della Normandia e dal deserto dell'Africa settentrionale, avevano completato l'opera di liberazione. La guerra si era conclusa, infatti, con l'accordo tra Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, che avevano distrutto il sogno di Hitler di costruire un solido impero millenario.

Già a Yalta però, Stalin e Roosevelt, ignorando i diritti e le rivendicazioni dei paesi europei, avevano tracciato i confini e i futuri assetti del mondo, ben prima che Churchill, a Fulton, negli Stati Uniti, nel marzo del 1946, sancisse l'inizio della guerra fredda parlando di una Cortina di Ferro da Stettino sul Baltico a Trieste. Il leader sovietico, temendo che il proprio paese, in enormi difficoltà, potesse essere attaccato, ottenne la creazione di alcuni Stati cuscinetto, su cui imporre liberamente la propria egemonia. Al blocco anglo-americano sarebbe spettata l'Europa occidentale, compresa l'Italia e la Grecia, dove invano i comunisti tentarono, ingannati ed abbandonati presto anche dall'Unione Sovietica, di combattere la monarchia, appoggiata prima dal governo di Londra, poi da quello statunitense.

Verso la fine del 1945, a Roma nasceva il primo Ministero De Gasperi, che doveva traghettare il paese fuori da acque tempestose, ancora scosse dai lunghi anni di guerra: la Democrazia Cristiana, erede del Partito Popolare fondato poco prima dell'avvento di Mussolini da Don Luigi Sturzo, e i due grandi partiti della sinistra, il Partito Comunista e quello Socialista, si accordarono per guidare il paese verso il superamento definitivo del ventennio fascista e della traumatica esperienza bellica. L'Italia, su cui gravava ancora l'onta di essere un paese vinto, vedeva sul proprio territorio reparti di eserciti stranieri, che avrebbero lasciato il paese solo verso la fine del 1947, e viveva quotidianamente con la paura della fame.

Il 20% del patrimonio nazionale era andato distrutto, da quando Mussolini aveva dichiarato ad una Piazza Venezia gremita, che l'Italia avrebbe partecipato alla Seconda Guerra mondiale. La priorità era quindi quella di procedere nel minor tempo possibile alla ricostruzione economica.

Il 2 giugno 1946 milioni di elettori (e per la prima volta di elettrici) furono chiamati alle urne per scegliere tra la repubblica e la monarchia, accusata da più parti di essere stata complice del governo fascista. In un clima di polemica e tensione (Vittorio Emanuele III, sperando di influenzare le votazioni, ai primi di maggio aveva abdicato a favore del figlio Umberto II, allora Luogotenente del Regno), la maggioranza del corpo elettorale scelse la repubblica, anche se larghi strati della popolazione rurale e tutto il Meridione votarono a larga maggioranza per il mantenimento della dinastia Savoia.

Il caso più eclatante fu forse in Campania, dove i voti a favore della repubblica furono un terzo rispetto a quelli a favore della monarchia. Proprio da Napoli partì tre giorni dopo la consultazione elettorale l'incrociatore Duca degli Abruzzi, che condusse la regina Maria Josè e i figli Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice verso Cascais, in Portogallo, sull'Oceano Atlantico. Una settimana più tardi, Umberto II raggiunse la famiglia, dopo aver constatato l'impossibilità di una revisione delle schede da parte della Corte di Cassazione. Sempre il 2 giugno venne eletta l'Assemblea Costituente, preposta all'elaborazione di una nuova Carta costituzionale.

Un seggio su tre fu occupato da esponenti della DC, mentre il PCI e il PSIUP di Pietro Nenni si attestarono ciascuno attorno al 20% dei suffragi. Le briciole, perché di briciole si trattò, andarono agli altri partiti.
L'incompatibilità tra i progetti politici della DC e quelli dei partiti della sinistra e quindi il loro forzoso accordo vennero alla luce chiaramente in seguito a tre fenomeni tra loro differenti, ma in qualche modo legati: il 10 febbraio 1947 il governo italiano accettava le condizioni del Trattato di Pace, imposto senza possibilità di discussione dalle potenze vincitrici. Nella Sala dell'Orologio del Ministero degli Esteri a Parigi, l'ambasciatore Lupi di Soragna depositò una dichiarazione formale, subordinata alla decisione dell'Assemblea Costituente, che in breve approvò il testo.
L'Italia cedette Briga e Tenda alla Francia, e la Venezia Giulia alla Jugoslavia, con cui divise in modo temporaneo il Territorio Libero di Trieste. I miseri possedimenti coloniali furono tutti perduti: l'Albania e l'Etiopia diventarono subito indipendenti, la Libia, l'Eritrea e la Somalia incominciarono il rapido processo di emancipazione; Rodi e il Dodecaneso passarono alla Grecia. Si poneva così la parola fine al ventennio fascista e a cinque lunghi anni di guerra: ciò permise di guardare finalmente verso il futuro. Un mese e mezzo dopo, i voti dei rappresentanti del PCI permisero l'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente dell'articolo 7 della Costituzione, che regolava i rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica, recependo i Patti Lateranensi, stipulati nel 1929 da Mussolini e Pio XI.

Togliatti argomentò tale scelta, dichiarando di non voler scatenare una guerra di religione tra le masse in un paese a maggioranza cattolica. Infine, verso la fine della primavera dello stesso anno gli Stati Uniti resero palese il proprio impegno globale, a livello politico-militare, con la Dottrina Truman, che prevedeva un concreto impegno per evitare ogni possibile espansione dell'Unione Sovietica, e a livello economico, con il Piano di aiuti economici promessi dal Segretario di Stato Generale George C. Marshall in un importantissimo discorso tenuto all'Università di Harvard, a quei paesi che avessero accettato l'influenza politico-economica statunitense.

Il governo di Washington aveva riconosciuto in Alcide De Gasperi, in visita nel gennaio del 1947 proprio negli Stati Uniti, un leader carismatico ed assolutamente affidabile, su cui contare per gestire la delicata situazione politica in Italia, crocevia strategico nel centro del Mar Mediterraneo. Il segretario della DC ottenne considerevoli aiuti economici, la concessione di crediti a condizioni molto favorevoli e l'assicurazione che non sarebbero mancati celeri rifornimenti di carbone e grano. Togliatti, su L'Unità, ammonì De Gasperi a non svendere l'indipendenza nazionale "per un piatto di lenticchie".
Inoltre la consumazione della scissione dello PSIUP, dovuta al crollo di consensi del partito nelle elezioni amministrative dell'autunno precedente, aveva spostato verso destra il baricentro politico del paese, rendendo non più determinante l'appoggio del PCI e dei socialisti di Nenni al governo. Giuseppe Saragat aveva infatti dato vita al PSLI, favorevole ad un accordo con De Gasperi e propenso ad appoggiare una politica filo-occidentale. Più nulla teneva ormai legati i partiti antifascisti nella stretta "coabitazione forzata". Le contraddizioni, dovute a compromessi e timori reciproci, erano ogni giorno più evidenti e la questione sociale ogni giorno più difficile.

Il clima politico era teso e confuso: in occasione del Primo Maggio, durante una manifestazione di lavoratori, la banda di Salvatore Giuliano compì una strage tra la folla a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. I morti furono cinquanta e da ogni parte si levarono reazioni di sdegno. De Gasperi riferì immediatamente a Togliatti che avrebbe istituito un comando apposito per la repressione del banditismo in Sicilia. Gli scontri tra forze dell'ordine e lavoratori e braccianti, inoltre, procurarono il ferimento e la morte di decine di manifestanti per le strade. Il ministro dell'Interno, Mario Scelba, decise di tenere una dura linea nell'affrontare la contestazione, che quotidianamente percorreva le strade del paese, con accese proteste contro l'inflazione e la disoccupazione.
Egli temeva infatti che un'insurrezione non avrebbe potuto essere fronteggiata dalle forze dell'ordine: le armi a disposizione del PCI erano ancora nascoste e pronte all'uso. In un'intervista rilasciata una volta andato in pensione, Scelba spiegò quale fosse stata la tattica seguita in "questa guerra psicologica. […]. Non ho mai creduto alla vittoria del Fronte e non ho mai nemmeno temuto una rivolta comunista. Ma credo di non aver sbagliato ad aver preso le misure preventive che ho detto".

La campagna elettorale, avvolta da sospetti e dalla paura di ripiombare nel caos della guerra, era infatti giunta al parossismo.
A buttare benzina sul fuoco contribuirono anche dichiarazioni come quelle di Padre Lombardi, che su Civiltà Cattolica di giugno del 1947 chiamò a raccolta tutti i cattolici contro il pericolo rosso. In un'accesa omelia, arrivò ad invocare un'ampia mobilitazione cattolica per plasmare le istituzioni, gli usi e i costumi secondo i principi del Vangelo.
Si giunse così alla rottura tra la DC e i partiti della sinistra: entrambe le parti furono impegnate ad aver la meglio in una competizione elettorale decisiva per il futuro del paese. Andarono in cantina la "solidarietà nazionale" e la "grande alleanza antifascista": il pericolo incombente diventò l'ingerenza straniera sul suolo nazionale e non vennero risparmiate accuse reciproche di servilismo a Mosca e a Washington.
Da una parte la DC, appoggiata economicamente dagli Stati Uniti e dal Vaticano, dall'altra il Fronte Popolare, fortemente voluto dal segretario del PSI Nenni, e sostenuto, soprattutto il PCI, dall'Unione Sovietica di Stalin. Togliatti, durante un comizio tenuto ad Imperia, accusò la DC di voler realizzare i "bramosi imperialismi americani".

La risposta di De Gasperi non si fece attendere: "sono i comunisti a tradire gli interessi del popolo italiano". Entrambi gli schieramenti capirono sin da subito che la vittoria sarebbe andata a chi avesse catalizzato il voto popolare, soprattutto nelle campagne e nelle piccole città: si procedette ad un'intensa propaganda capillare, per convincere l'elettorato delle proprie ragioni e, soprattutto, per screditare la parte avversa. Le forze della sinistra avevano il vantaggio di una maggiore esperienza organizzativa, ma esse dovevano riemergere dalle proprie ceneri, dopo oltre vent'anni di clandestinità. Inoltre, l'ambito di forte attrazione emotiva era ristretto ad una sola classe: i lavoratori delle fabbriche e in minor grado i braccianti ed i mezzadri delle campagne.

La DC, ramificata sul territorio attraverso le ACLI e l'Azione Cattolica e beneficiando dell'appoggio della Confederazione dei coltivatori diretti e degli industriali, ebbe il sostegno decisivo dai Comitati Civici, sorti due mesi prima della consultazione elettorale del 18 aprile, per opera del Presidente degli Uomini di Azione Cattolica, Luigi Gedda, che aveva studiato con Pio XII, durante le numerose udienze avute, di solito appena dopo l'Angelus domenicale, lo strumento più idoneo a mobilitare l'elettorato cattolico e a risolvere a favore della DC il complicato rebus dell'astensionismo.

In un'udienza del gennaio 1948, il Pontefice, riferendosi alle imminenti elezioni, si era confidato con LUIGI GEDDA: "si tratta di una lotta decisiva. Perciò è il momento di impegnare tutte le nostre forze".
Trecentomila volontari, organizzati in oltre ventimila comitati parrocchiali, iniziarono a parlare con la gente e a spiegare a chi non sapeva né leggere né scrivere come votare, a coniare slogan di forte impatto emotivo, ad appendere sui muri delle città e dei paesi manifesti di ogni tipo. In molti di questi, l'avversario assumeva le sembianze animalesche ed erano dipinti scenari apocalittici in caso di vittoria dell'altra parte.
Molto utilizzata era la metafora dell'orso sovietico che si impadronisce di piazza Venezia, oppure dei Cosacchi che fanno abbeverare i cavalli nella fontana di Trevi. Ma capitava anche di vedere raffigurato il "trinariciuto" comunista, ideato dalla geniale matita di Giannino Guareschi, l'ideatore della saga paesana ambientata a Brescello, di Don Camillo e Peppone. Il trinariciuto era una sorta di uomo scimmia, dalla fronte bassa e dai capelli arricciati, con un naso a tre narici, poiché una era utilizzata "per scaricare tutto il fumo che aveva nel cervello". Esso era visto come la peste da estirpare dal corpo sociale ad ogni costo. Nenni coniò l'espressione "anticomunismo viscerale", che ben rende il clima di sospetto e timore, che serpeggiava tra la gente.

Spesso i manifesti erano attaccati, in molti casi con farina di grano data la scarsità di colla sintetica, gli uni sopra gli altri, in un rincorrersi tra le case in cerca in uno spazio libero su muri che molto spesso portavano ancora le ferite della guerra. Venivano distribuiti fumetti in cui, parafrasando il celebre romanzo di Collodi, si rifaceva la storia di Pinocchio, il popolo italiano, amato come un vero figlio da Geppetto-De Gasperi ed ingannato da Togliatti e Nenni, identificati con Gatto e la Volpe. Mangiafuoco aveva folti baffi neri e duri tratti somatici.
"Nel segreto della cabina, Dio ti vede, Stalin no", ricordavano quotidianamente i volontari dei Comitati Civici. Il Fronte Democratico diventava, dalle due sillabe iniziali, Fro-de. Dagli aerei furono lanciati oltre diciotto milioni di volantini; automobili munite di altoparlanti si aggiravano quotidianamente per le vie delle città, gridando slogan ai passanti. Vennero recapitate milioni di cartoline in cui, capovolgendo l'effigie di Garibaldi, simbolo del Fronte Popolare, appariva quella di Stalin, accusato da Guareschi sul Candido, una rivista satirica di enorme diffusione, di tenere rinchiusi nei gulag in Siberia decine di migliaia di prigionieri italiani.
Sofferenti e smagriti, da dietro un filo spinato essi imploravano: "Mamma, votagli contro anche per me". Togliatti, durante un comizio a La Spezia, definì in tono seccato Guareschi, "tre volte idiota moltiplicato per tre". Particolare presa faceva sulla coscienza delle persone l'immagine della diga, che doveva arginare la vittoria, o una forte affermazione, comunista. Oppure del bivio, cui il paese si trovava di fronte: una strada ampia che conduceva su di uno sfondo raggiante a valori fondamentali come Chiesa, famiglia e lavoro, ed un buio vicolo cieco che avrebbe fatto ripiombare il paese nella guerra, nella miseria e nella fame.

C'era spazio anche per l'umorismo: i pesci d'aprile annunciarono nelle città di mare l'arrivo di bastimenti sovietici con generi alimentari per il popolo italiano. La propaganda del Fronte, meno convinta e convincente, giocava sulla certezza di una vittoria, a cui, si diceva, sarebbe stato imprudente non concorrere. Una famosa vignetta apparsa su Don Basilio, importante pubblicazione satirica fortemente critica nei confronti della DC, riportava il dialogo tra due signori sullo sfondo di un santuario mariano, sepolto sotto una selva di cartelli elettorali. "Hai visto? La Madonna ha aperto gli occhi", dice uno all'altro. "E poi che ha fatto?". "Li ha chiusi subito, disgustata".

In campagna elettorale tutti i temi di politica interna furono accantonati. L'agone politico si svolse su due trincee nettamente contrapposte, creando una frattura profonda e lacerante nel paese. "Tertium non datur", si disse già allora: o di qua o di là, nelle fauci fameliche del nemico. Lo scontro, frontale ed aggressivo, fu durissimo ed il clima ogni giorno più incandescente: promesse di forche ed impiccagioni sommarie da una parte, minacce di scomuniche dall'altra, riesumando, undici anni dopo, l'Enciclica Divini Redemptoris di Pio XI, che aveva definito il comunismo "intrinsecamente perverso".

Venti giorni prima delle elezioni, Pio XII, durante l'omelia pasquale, dichiarò che era suonata l'ora della coscienza cristiana, attaccata da ogni parte e sempre più in pericolo. "Non possumus non loqui", ripeté spesso il Pontefice con le parole degli Atti degli Apostoli.
Non era possibile rimanere indifferenti, di fronte all'elezione di un Parlamento con "il potere di legiferare in materie che riguardano così direttamente i più alti interessi religiosi e le condizioni di vita della Chiesa stessa in Italia".
"Il dilemma tra comunismo e anticomunismo",
scrisse Piero Calamandrei, "non è stato solo sussurrato dai confessionali, ma gridato dai pulpiti, come scelta perentoria tra inferno e paradiso".

Il Cardinale di Milano, Ildefonso Schuster rivolgeva appelli accorati ad opporsi alla "lotta del drago infernale contro il Cristo e la sua Chiesa".
L'Arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri enunciò otto punti cardine da tenere ben a mente al momento di entrare nell'urna elettorale: "Commette peccato mortale chi con il voto favorisce le dottrine materialistiche ed atee".
Iniziarono a comparire immagini di Cristo piangente o stillante gocce di sangue; fu promossa capillarmente la politica delle Peregrinationes Mariae, le Madonne Pellegrine itineranti sul territorio nazionale, per redimere i peccatori.
Ogni città, ogni piccolo centro ebbe la sua processione, e le madonne fecero concorrenza a Cristo, piangevano più di lui, in ogni angolo.



La reazione dei seguaci del Fronte Popolare fu spesso irruente, con violenze perpetrate nei confronti di parroci e con occupazioni di chiese. Indubbiamente la propaganda fu meno penetrante, poiché si additava negli Stati Uniti, le cui truppe erano state viste realmente liberare il paese, e nella Chiesa, da secoli presente sul territorio accanto alla gente, un nemico con subdoli intenti. Lo scontro ideologico ebbe facilmente la meglio su quello dei programmi e delle proposte. Si parlò in più occasioni di un "Piano K", ossia di un'insurrezione armata prevista per il 21 aprile da parte dei comunisti in caso di sconfitta.

Anche all'estero le iniziative in vista della consultazione elettorale italiana si moltiplicarono: Generoso Pope, attraverso il Progresso italo-americano, il giornale più diffuso tra l'emigrazione italiana negli Stati Uniti, diede il via all'invio verso l'Italia di migliaia di cartoline, lettere e messaggi di solidarietà per convincere l'elettorato a votare a favore della DC.
Il Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, si disse sicuro che, dopo aver superato momenti molto difficili, dopo le elezioni italiane il suo paese avrebbe continuato a "rimanere a fianco degli amici italiani, collaborare con essi nello sforzo comune che ha per meta la ricostruzione e la rinascita della libertà".

Gli eventi internazionali, intanto, fecero spostare l'ampio bacino degli astenuti e degli indecisi verso una decisa presa di posizione: la repressione sovietica e la morte del primo ministro Jan Masaryk (non venne mai chiarito se in seguito ad assassinio o ad omicidio) a Praga nel febbraio 1948, diedero la prova palese dei metodi autoritari con cui l'Unione Sovietica intendeva liquidare il dissenso interno nei paesi sotto la propria influenza. Dalla Bulgaria e dalla Romania giungevano ogni giorno notizie di condanne a morte e violenze. Stalin lanciò un duro ultimatum alla Finlandia per ottenere basi militari sul Mar Baltico.

Sulla prima pagina del quotidiano Roma notte, fatto uscire per espressa volontà e con i fondi della DC, nei giorni precedenti al voto si poteva leggere di "pressioni sovietiche su Berlino", dove l'accordo tra le potenze vincitrici iniziava a vacillare. Era data la notizia della circolare del Ministero dell'Educazione cecoslovacco, che ordinava di esporre il ritratto di Stalin in tutte le aule scolastiche oppure dell'espulsione a Capodistria delle suore dal loro monastero, trasformato in caserma dell'Ozna, la polizia di Tito. "Il 18 aprile 1948", ricorda Enzo Biagi, "è stato un momento decisivo per la nostra storia. C'era da scegliere tra due mondi e alle spalle avevamo esempi poco incoraggianti".

Praga era stato un durissimo colpo per il Fronte. Anche perché negli stessi giorni Marshall dichiarò che gli aiuti economici all'Italia sarebbero stati sospesi in caso di vittoria delle sinistre. La guerra fredda era già ben avviata e lasciava poco spazio a soluzioni ibride o diverse da quelle stabilite dalle due potenze mondiali.
Alla vigilia delle elezioni, cui si arrivò dopo violenze e continui disordini, soprattutto a Roma, Trieste e Milano, Scelba, chiudendo la campagna elettorale in piazza del Popolo a Roma, mentre De Gasperi si trovava a Napoli e Togliatti a poche centinaia di metri a piazza San Giovanni, chiese la convocazione del Consiglio dei Ministri per la mattina seguente, in modo da poter sospendere le votazioni in caso di disordini. La Gazzetta del Mezzogiorno titolava: "Libertà o nuova dittatura". L'Avanti!, il quotidiano del PSI, inneggiava: "La vittoria del Fronte è sicura".

Il responso delle urne, cui accorse oltre il novanta per cento degli aventi diritto, invece non diede adito a dubbi. Un elettore su due aveva indicato nello scudo crociato la propria scelta, rendendo evidente l'esistenza di un paese ancora culturalmente cattolico (decisivo fu il voto delle donne) e sentimentalmente legato all'Europa occidentale: la DC ottenne oltre il cinquanta per cento dei seggi sia alla Camera che al Senato. Il Fronte, sotto l'insegna di Garibaldi in una stella a cinque punte, subì un tracollo, attestandosi al 35% dei voti.

Soprattutto il PSI, con soli quarantuno deputati, accusò il colpo, pagando l'immagine di partito subalterno al PCI, nonostante il tentativo di Nenni di accreditarsi come forza neutrale. Gedda, gongolante, nelle sue memorie arrogò il merito di quel successo ai Comitati Civici, che avevano fatto guadagnare alla DC quasi cinque milioni di voti rispetto a due anni prima. E, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa, aggiunse che la vittoria non fu opera del partito, ma del Vaticano, che distribuì sapientemente gli aiuti ricevuti soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dall'Irlanda cattolica.

Lelio Basso su Avanti!, affermò laconico: "Il Fronte Popolare, che sarebbe stato quasi sicuramente vittorioso se fosse sorto nella primavera del 1945, fu battuto nel 1948". Nenni ribadì: "Abbiamo sottovalutato l'influenza della Chiesa presso larghi strati della popolazione", riconoscendo a De Gasperi di essere stato miglior psicologo, poiché aveva opposto ad ogni discussione programmatica una netta dicotomia tra Bene e Male, tra Cristo e Mefisto, tra Civiltà e Barbarie. Togliatti, senza illusioni, si confidò con un compagno di partito: "E' il meglio che si potesse ottenere, va bene così".
La strategia a medio termine del segretario del PCI era stata, sin da Salerno, quella di conquistare il maggior spazio possibile nella società e di mettere radici profonde, tra i milioni di lavoratori e contadini che avevano creduto sino all'ultimo in un successo.
"Va bene così", poiché la vittoria del Fronte sarebbe stata contestata sicuramente, pensava, dal mondo occidentale e strenuamente difesa con le armi dal PCI. "Va bene così", poiché veniva confermata l'unica via praticabile di raggiungimento del potere da parte del Partito Comunista in un paese occidentale. "Va bene così", perché il segretario del PCI era a conoscenza della situazione in Grecia e ben sapeva quello che avevano concordato segretamente la diplomazia sovietica e quella statunitense. De Gasperi, forse timoroso a sobbarcarsi per intero la responsabilità di un governo monocolore, decise di allargare l'alleanza di governo, che ottenne la fiducia dei due rami del Parlamento a maggio, al Partito Liberale, al Partito Repubblicano e al Partito Socialdemocratico.

Il 14 luglio Antonio Pallante, un giovane siciliano di estrema destra si avvicinò a Togliatti, che dopo una seduta parlamentare stava uscendo da Montecitorio. Con un colpo di pistola, lo ferì gravemente. Per tre giorni in tutta Italia si ebbero sommosse, che in città come Torino, Genova e Milano assunsero carattere insurrezionale, blocchi stradali, occupazioni di fabbriche e scontri sanguinosi, che da alcuni vennero visti come la prima manifestazione del "piano K", precedentemente previsto per i giorni immediatamente seguenti al 18 aprile. Moltissime erano state le armi nascoste appena finita la guerra, sfuggite ai rastrellamenti delle forze dell'ordine. Le agitazioni ebbero vita breve, anche per l'appello dello stesso Togliatti a cessare ogni violenza. Rimasero senza vita per le strade sedici lavoratori.

La vittoria di Gino Bartali al Tour de France, si disse, aveva anch'essa contribuito a calmare le acque, facendo riflettere milioni di italiani sull'inutilità di ulteriori sofferenze e disagi. L'attentato al leader comunista fu l'ultimo sussulto di instabilità sociale: la pacificazione nazionale ebbe il sopravvento su possibili vendette o ritorsioni. Le principali forze politiche compresero quale fosse il proprio ruolo: una solida maggioranza per la DC; un vasto e compatto elettorato, assai fedele, e la fiducia di crescere e di poter realmente contribuire allo sviluppo del paese per il PCI e per il PSI.

CARLO FEDERICO BATA'
BIBLIOGRAFIA
Fronte Popolare. La sinistra e le elezioni del 18 aprile 1948, di Santi Fedele - Bompiani, Milano, 1978.
18 aprile 1948. Memorie inedite dell'artefice della sconfitta del Fronte Popolare, di Luigi Gedda - Mondadori, Milano, 1998.
18 aprile 1948. La grande svolta elettorale, di Lamberto Mercuri - Marzorati Editore, Settimo Milanese, 1991.
18 aprile 1948. Cosi ci salvammo, di Federico Orlando - Edizioni Cinque Lune, Roma, 1988.
Storia d'Italia. La repubblica (volume 5), a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Editori Laterza, Roma-Bari, 1997.

Questa pagina
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è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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