ANNO 1963

DISASTRO IN ITALIA

VAJONT, la diga assassina

Contributo offerto gratuitamente
a "Storiologia" dal giornalista

Carlo Pompei


Dal messaggio di fine anno
del Presidente della Repubblica Antonio Segni agli italiani
Palazzo del Quirinale - 31 dicembre 1963

" L'anima della Nazione, nel corso del 1963, doveva essere crudelmente percossa da una terribile sciagura, nella quale migliaia di nostri fratelli persero la vita e i beni.
Alle vittime ed ai superstiti del disastro del Vajont vada, oggi, ancora il nostro commosso ed affettuoso pensiero; ai superstiti, in particolare, il rinnovato impegno che non saranno tralasciati gli sforzi per aiutarli a ricostruire la loro vita.
La immediata solidarietà dimostrata in quei tristi giorni dagli italiani, con indimenticabile slancio, ha dato la misura precisa di quanto affidamento si possa sempre fare sui sentimenti più nobili del nostro popolo, che si trova saldamente unito, soprattutto quando la sventura bussa alla porta."

Parole commoventi, peccato che una imprecisione e una promessa di risarcimento che ancora oggi non è stata onorata fino in fondo le rendano vane. L'imprecisione riguarda un sostantivo utilizzato nell'ultima frase: "sventura". Non si trattò, infatti, di catastrofe naturale, quindi imprevedibile. Fu un vero e proprio eccidio che ebbe luogo a causa del cinismo e della disonestà di persone senza scrupoli, le quali omisero documentazioni importanti nelle relazioni tecniche. Ne riportiamo alcune datate e firmate.

"Sotto il Monte Toc esiste una enorme massa in movimento dalla quale si possono staccare
frane a ripetizione, soprattutto riempiendo e svuotando il bacino del Vajont".

Franco Giudici ed Edoardo Semenza, geologi (luglio 1959).

" Non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento.
Il volume della massa di frana deve quindi essere considerato di circa 200 milioni di metri cubi La sola misura di sicurezza possibile è l¹abbandono del progetto".

Leopold Müller, geologo, fondatore della Scuola geologica di Salisburgo (febbraio 1961).

" Dal 15 al 28 febbraio 1962 si sono verificate cinque scosse di terremoto di variabile intensità".
Dal rapporto sismografico quindicinale della SADE per l'assistente del Governo.

" La caduta di una frana di 200 milioni di metri cubi potrebbe provocare conseguenze dannose accentuate gradatamente fino a divenire manifestatamente impressionanti al massimo invaso anche per la zona a valle della diga".
Augusto Ghetti, Titolare dell'Istituto di Idraulica dell'Università di Padova. Conclusioni tratte al termine degli studi effettuati su plastici nel Centro modelli idraulici di Nove di Vittorio Veneto (luglio 1962).

È stato scritto un libro, si tratta di "Sulla pelle viva" di Tina Merlin, da cui abbiamo preso spunti, date e situazioni.
Ricordiamo anche l'ottimo lavoro di Marco Paolini e Gabriele Vacis che, nella loro "Orazione civile", hanno riportato fedelmente gli avvenimenti prendendo una posizione molto dura nei confronti dei responsabili.
Abbiamo tentato di ricostruire i fatti condensandoli all'indispensabile, corredandoli con impressioni raccolte sul posto e con contributi di testimoni oculari: Mauro Corona, poliedrico cittadino di Erto, e il giornalista Angelo Frignani, allora inviato de "Il Tempo".

Buona lettura.
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La tragedia del Vajont Speciale in occasione del 40° anniversario (1963-2003)
Mauro Corona ci racconta la vita nella valle a quaranta anni dalla tragedia

Vajont, la diga assassina

di Carlo Pompei


Questa sera, alle 22 e 39, saranno trascorsi esattamente quaranta anni dal momento in cui il geometra Rittmayer, addetto all¹invaso dell¹impianto idrico della SADE (Società ADriatica Elettrica), si rese conto che il suo lavoro non avrebbe giovato ad alcuno. Anzi.
In quel momento una massa di terra, fango e pietra scivola nel bacino generato da quella che allora era considerata la più grande opera ingegneristica di convogliamento delle acque ai fini di produzione di energia elettrica: l'imponente diga ad arco del Vajont, alta 261,60 metri, larga 130 al coronamento e composta da 360.000 metri cubi di calcestruzzo (dati come da progetto SADE e relative modifiche in corso d'opera).
Il massiccio sfaldatosi porta tuttora un nome significativo per la gente del posto: Monte Toc. Da quelle parti Toc significa "pezzo", "marcio", pericolante, quindi pericoloso.
E Vajont, in ladino - più che un dialetto, una lingua a sé - significa "va giù". Premesse che, viste con il senno di poi, sembravano allertare e prevedere tutto quello che avvenne dopo.

Ma non si vuole ricostruire una storia tristemente nota, se non per sommi capi utili a comprendere cosa avvenne. Semplicemente ci siamo recati ad Erto, che, insieme a Casso, Longarone e frazioni minori, fu interessata dalla tragedia, per renderci conto di persona della vastità degli smottamenti e soprattutto per chiedere alla gente che lì vive cosa è cambiato in quaranta anni. Se si parla di perdono per i responsabili o se, invece, la rabbia è ancora forte per aver permesso che un'opera pur valida strutturalmente (resistette all'immane forza d'urto dell'onda ciclopica che vi si abbatté contro, riportando lesioni non compromettenti la stabilità) e finanche utile: avrebbe generato energia elettrica per 24 milioni di Kwh capaci di andare ben oltre il fabbisogno dell'area circostante, mettesse a repentaglio la vita di migliaia di persone che inevitabilmente la persero. Molti di essi non ebbero degna sepoltura, se non quella che l¹impeto della natura brutalizzata e ribelle donò loro.

Appunti di viaggio

Per riuscire nell'intento - che vuole essere esclusivamente un tributo alla memoria e un monito per quanti svolgono compiti che mettono a rischio le altrui vite umane - abbiamo una guida d¹eccezione: Mauro Corona. Poliedrico e schivo cittadino ertano, apprezzato scrittore, valente disegnatore (di suo pugno lo "schizzo" in questa pagina) e valente scultore del legno, nonché esperto scalatore, Corona conosce a menadito queste zone e ci ha illuminato su alcuni inevitabili equivoci creatisi in anni ed anni di cronache. Non si può definire un'intervista, né tantomeno un'inchiesta, poiché il nostro è stato un'incontro quasi casuale favorito da Emilio Del Bel Belluz (collaboratore di LINEA, n.d.a.) che di Mauro Corona è conoscente ed estimatore. Potremmo definirli "appunti di viaggio".
Corona ci accoglie nella sua Erto senza tante cerimonie, come è suo costume, ma cordialmente e in compagnia di un buon "rosso" della zona che ci offre. È un po' restìo a parlare della tragedia del Vajont, ma quando intuisce - cioè subito - che non siamo alla ricerca di scoop giornalistici, ma di impressioni e stati d'animo, la conversazione scorre piacevole tra un autografo ed una dedica concessi ai richiedenti, taluni garbati, altri decisamente invadenti, tutti comunque accontentati.


Il "prima" e il "dopo"

Emerge, ad esempio, non senza sorpresa - e Corona non fa eccezione -, che qui il tempo non si misura come nel resto d¹Italia o del mondo, con riferimenti storici comuni (a.C.-d.C., Medioevo, Grande Guerra, "tra le due guerre" o secondo dopoguerra), ma con "prima" e "dopo" il "Vajont". E dove sarebbe la sorpresa? si potrebbe obiettare.
Sta nel fatto che dieci, venti, trenta o quarant'anni non fanno alcuna differenza. Qui, per usare un dire inflazionato, "nulla è più come prima"; di più: il tempo si è fermato quella notte del 9 ottobre 1963. Ma non sotto un profilo di sviluppo urbanistico-industriale, intendiamoci, che sfiora - e a volte oltrepassa - il discutibile; si sa, le ricostruzioni.
Il Vajont si potrebbe definire "non-luogo geografico", "luogo temporale", permeato da un alone inquietante, comunque non sgradevole, anzi: lascia gentilmente intuire un desiderio di rispetto. Lo scorrere del tempo è però congelato: nei rapporti sociali, difficili tra gente vittima di un raggiro, tra figli e nipoti di persone oneste che lavoravano e credevano in ciò che facevano, ingannati e oltraggiati da una società di costruzioni, la SADE appunto, uno "Stato nello Stato" come fu definita - e vedremo perché - che dovette cedere alla neonata ENEL, a causa della nazionalizzazione delle imprese idroelettriche, un impianto non adeguato ai parametri di sicurezza, peraltro "comodi", di allora. «La diga è stata costruita a regola d¹arte, ma nel posto sbagliato. O meglio, poco a valle di una frana preistorica».

Le esigenze che portarono a ciò non stiamo qui ad elencarle: interessi enormi e penali altrettanto gigantesche orbitavano attorno a questo progetto in un¹Italia che si trovava a fare fronte a nuove richieste energetiche. Per motivi di spazio non parleremo neanche delle fasi processuali prima e dopo la sciagura e di Tina Merlin, la giornalista de l¹Unità che condusse una vera e propria battaglia scritta e non solo contro la SADE e a favore dei valligiani.
Corona vuole comunicare - spesso non dicendo - questo ed altro: gli ertani e i cassani divenuti buona parte della manovalanza della SADE non erano affatto «bifolchi sprovveduti» come qualche cronaca del tempo - e anche successiva - li dipinse; «Erano geometri, operai, carpentieri e mastri esperti, dotati di un¹esperienza generazionale nella costruzione di impianti idroelettrici in tutto il mondo, compresa la prima versione della diga di Assuan in Egitto».
Poi passa a raccontare un po' del "prima", quando suo nonno lo portava con sé a Longarone: «Percorrevamo dieci e più chilometri a piedi con i bastoni in mano per orientarci nell¹oscurità delle gallerie (le stesse che saranno illuminate a giorno soltanto oggi in occasione della visita del Presidente della Repubblica, n.d.a.) per acquistare, vendere o barattare mercanzia e attrezzi per allevare animali e lavorare la terra che ci bastava».

"Bastare", un termine ricorrente nella nostra conversazione, sta a significare fruire soltanto di ciò di cui si ha bisogno, e non come si vede fare spesso nei "buffet": «Si "arraffa" anche se non si ha fame, meglio gettare via piuttosto che lasciare ad altri; e non mi si venga a dire che è un retaggio di guerra: è unicamente malcostume».
La diga, con i suoi "appetiti" economici, oltre la morte violenta, fece conoscere questa triste realtà ai sopravvissuti.
Ora, finalmente, ci sembra di vederla quella valle isolata, ma rigogliosa e felice del "prima". Ora ci sembra di vederla quella Longarone operosa e instancabile, attiva e viva anche di sera con il suo cinema, i suoi bar con i televisori in bianco e nero dove ci si riuniva a vedere l'"Eurovisione", "prima" di essere trasformata in una inerte distesa di fango e cadaveri straziati.

Un errore di valutazione

Un'altra sorpresa, però, è la mancanza di acredine con cui Corona, totalmente rilassato - o, forse, rassegnato - ci parla dello stato d'animo dei suoi conterranei durante le lavorazioni dello sbarramento artificiale: «La diga era necessaria, in molti ci hanno guadagnato bene, anche se questo aveva già creato "fratture sociali" tra stipendiati e non; tutti erano convinti che le cose sarebbero finite nel migliore dei modi poiché rassicurati dai geologi e dagli ingegneri arrivati qui a testare e "tastare" il terreno».
Tra le manovalanze ci furono anche lutti per incidenti sul lavoro (sembra dieci o forse quindici, le fonti sono discordanti), ma ognuno continuava a svolgere il proprio incrociando le dita. Un semplice carpentiere, quindi, non poteva essere sicuro che il Toc sarebbe "venuto giù", ma probabilmente si chiedeva: "se fosse venuto giù, di Erto, di Casso e della lontana" Longarone, costruita proprio lì, all'uscita della gola, dove il torrente Vajont si getta nel Piave, cosa ne sarebbe stato?".

Vogliamo sperare che la domanda se la fosse posta anche l'ingegner Carlo Semenza, progettista della diga e conoscitore delle strutture morfologicamente idonee a progetti di questo tipo, quando nel 1929, insieme al geologo Giorgio Dal Piaz, fece il primo sopralluogo nel sito; nel 1940 il progetto era pronto; nel 1943, dopo l'8 settembre, profittando della caduta del Fascismo e del caos politico, la SADE ottiene l'approvazione del progetto in maniera illegale: soltanto 13 dei 34 membri componenti la Quarta Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici partecipano al voto; tra il 1948 e il 1955 si procede all'esproprio dei terreni interessati; nel 1956 viene aperto il cantiere; il primo aprile 1957 è apposto il timbro per una modifica in corso d'opera; il primo aprile 1958 viene nominata la Commissione di collaudo che non svolgerà mai effettivamente il proprio compito: i controllori erano stipendiati dai controllati, ecco perché uno "Stato nello Stato".


Tra "prudenza", speranza e negligenza

Nel 1959 accadde, però, qualcosa che congelò l'atmosfera di ottimismo attorno ai lavori: «Il 22 marzo, domenica di Pasqua, dalla parte opposta della vallata del Piave, più a sud di Longarone, sul torrente Maé in località Pontesei, una frana precipitò nel bacino artificiale sottostante - anch'esso opera di Carlo Semenza e della SADE - sollevando un'onda che tracimò di poco, ma che uccise il guardiano invalido della diga, Arcangelo Tiziani. Il suo corpo non fu mai ritrovato».

Il figlio di Semenza, Edoardo, geologo, mette in guardia chi giudica ora l'operato del padre e contesta, giustamente, chiunque ne dia giudizi superficiali: «Ai tempi del progetto non si avevano le conoscenze di oggi, è troppo facile definirli incompetenti con i dati che avevano a disposizione». Perfetto, condivisibile, ma nel dubbio che si fa? «O si ferma tutto, o si manda via la gente» afferma saggiamente Mauro Corona. Edoardo Semenza stesso fu, tra l'altro, colui che presentò una relazione su richiesta del padre dove si parlava di fratture profonde (500-600 metri) sul Toc e non superficiali (10-20 metri) come asseriva Dal Piaz; fu uno dei più perplessi sul buon esito dell'operazione. Atteggiamento, questo, che stride con quello successivo del "dopo".

La tesi delle fratture profonde andò a rinvigorire quella precedente di Leopold Müller, il geologo austriaco fondatore della scuola geologica di Salisburgo, interpellato per verificare la realizzabilità del progetto. Questi, dopo aver eseguito carotaggi stratimetrici sia sul Toc che sul versante erto-cassano, aveva già espresso forti dubbi. Fece di più: disegnò sul Toc la fenditura "M" senza peraltro essere a conoscenza degli esiti di altri esami orografici, ma non fu sufficiente a far bloccare i lavori (non ne aveva il potere, le sue raccomandazioni venivano puntualmente ignorate).

Intanto aveva luogo la prima prova di invaso. Lo stesso Dal Piaz, che era titolare della Cattedra di Geologia all¹Università di Padova, confutava le tesi del Müller e di Edoardo Semenza, confortato dalle conclusioni cui era giunto Pietro Caloi (un geosismico che aveva di nuovo scandagliato la composizione del monte Toc confermando - sbagliando - la scarsa profondità della fenditura), ma si era contraddittoriamente opposto all'innalzamento della quota di invaso oltre i 650 metri s.l.m.
Aveva intuito che, profonda o no, la frana era lì; e più l'acqua saliva, più aumentavano le probabilità che la sua base argillosa avrebbe svolto funzione di lubrificante per lo slittamento a valle: si parlò di "non bagnare i piedi del gigante".
Ma, soprattutto, aveva capito che era fondata la tesi "Müller" secondo la quale il bacino non si sarebbe più potuto svuotare una volta raggiunto il livello massimo dell'invaso, perché, a quel punto, la spinta idrodinamica dell'acqua stessa sarebbe stata indispensabile per tenere su il monoblocco pietroso. Questo è il particolare che caratterizzò tutta la vicenda.
Di queste supposizioni, che si rivelarono tragicamente corrette e che avrebbero dato altro peso alla tesi "Müller", si pensa che non ne fece menzione ad alcuno, o, se lo fece, non vennero presi provvedimenti.
Il 1960 era il termine ultimo per la lavorazione della diga, pena la perdita dei contributi statali. Si accelera.

Avvisaglie ignorate

Il 4 novembre 1960, con il procedere delle prove di invaso del bacino, alcuni smottamenti definiti "minori" (800.000 metri cubi di frana, relativa onda di due metri che divennero dieci all'impatto contro il muro della diga, nessuna tracimazione, scosse di terremoto in località Erto e Casso e acqua intorbidita nel bacino: una replica di quanto era avvenuto a Pontesei l'anno precedente) avevano evidenziato la sinistra frattura a forma di "M" sul monte Toc. La "M" non era l¹iniziale di Müller, ma era la linea di distacco della "slavina di pietra", da lui diagnosticata prima e da Edoardo Semenza poi, larga due chilometri e mezzo e alta settecento metri. Dimensioni tali che neanche di persona si riesce a contemplarne la vastità e ancor meno il peso.


la famosa "M" di Muller, poi evidenziata dalla gigantesca frana


Forse fu per questa difficoltà di valutazione e per il rinnovato ottimismo (si immaginava meno contiguo il piano inclinato di scivolamento) che, nonostante le avvisaglie non proprio trascurabili, l'acqua continuava a salire. Venne anche eseguito l'incremento di quota dal livello del mare previsto dal secondo progetto, quello datato 1957, dove si passava dai 677 metri del primo (1948) ai 722.5 metri - la diga misurava ora duecentosessantuno metri e 60 centimetri totali a causa della modifica progettuale, contro i duecentodue precedenti - senza peraltro prevedere alcuna evacuazione in caso di ulteriori, ben più gravi ed improvvise frane.

Il bacino, ora, al massimo livello di invaso, cioè 715 su 722.5 metri, avrebbe contenuto 168.715.000 di metri cubi d'acqua, quasi tre volte la capacità del progetto iniziale, 58.000.000 di metri cubi.
Un particolare: il Ministero dei Lavori Pubblici ed il Genio civile si basavano ancora sulle relazioni allegate al primo progetto approvato nel 1943 e "sanato" dal decreto n° 729-21/3/48 dell'allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi; erano state cambiate soltanto le date.


Non oltrepassare quota 655 mt!

Il Ministero, basandosi su quelle carte, ritenne opportuno attenersi alle quote del primo progetto e ordinò di non superare 655 s.l.m. di invaso, ma la SADE, con la diga più alta, fece calcoli per proprio conto e non li comunicò. Spieghiamo, quindi, l'altro particolare cui si accennava prima, quello della spinta idrodinamica: se Dal Piaz riteneva sicura quota 650 su 677, vale a dire 27 metri più in basso del coronamento della prima versione progettuale, come mai la SADE decise per un 715 su 722.5 nella seconda, cioè soltanto 7.5 metri di margine di sicurezza, considerando che il bacino aumenta di superficie (ed esponenzialmente di cubatura) man mano che si sale?
Semplice, più acqua immagazzinata, maggiore valutazione dell'impianto da parte dell¹ENEL.
Con l'aiuto di un plastico di simulazione fu stabilito un nuovo limite di sicurezza a 700 metri (approvato solo nel 1962 senza che il Ministero conosca i dati di reazione del bacino a tale quota, poiché la relazione giace in un cassetto degli uffici SADE).
Infatti, 12.5 metri (livello massimo d'invaso raggiunto) al di sotto del coronamento si rivelarono insufficienti a contenere l'onda causata dalla frana. Siamo alla fine del 1961. Carlo Semenza e Giorgio Dal Piaz non conobbero né gloria, né disonore della loro creatura: morirono a pochi mesi l¹uno dall¹altro.

Subentrarono al loro posto, nel gennaio e aprile 1962, due ingegneri già dirigenti SADE. Due figure contrapposte caratterialmente: uno arrogante e senza scrupoli, l'ex vice di Semenza, "Nino" Alberico Biadene, direttore del "Servizio costruzioni idrauliche" a Venezia, già intervenuto nell'occultamento di documenti certificanti l'instabilità del Toc e dei rapporti sismografici della valle. Poche ore prima del disastro, non seppe fare di meglio che bofonchiare: "Che Iddio ce la mandi buona"; l¹altro era Mario Pancini, più sensibile e timoroso, tanto da morire suicida nel 1968 agli inizi del processo che lo vedeva imputato insieme a Biadene, a Francesco Sensidoni, membro della Commissione di collaudo e responsabile della "Sezione dighe" ai Lavori Pubblici, a Francesco Penta, consulente ministeriale e relatore del Progetto Vajont, nonché consulente privato della SADE per la diga di Pontesei (di nuovo lo "Stato nello Stato"), a Caloi e ad altri implicati.
Biadene e Sensidoni (nel frattempo Penta era morto) vennero condannati rispettivamente a 5 e a 3 anni e 8 mesi, entrambi ne ebbero 3 condonati. Biadene fu rimesso in libertà dopo un anno per buona condotta.

In molti sapevano

Ma chi premeva perché i lavori non venissero interrotti? Chi manovrava lo "Stato nello Stato"? La risposta probabilmente è morta insieme alle vittime nel 1963, o poco dopo. Forse qualcuno tra i 42 addetti deceduti sulla diga quella notte avrebbe saputo dirci di più? Non si sa, ci sembra di capire dallo scuotere della testa di Mauro Corona, che continua nelle sue descrizioni.
Un dato certo è che, il giorno precedente la sciagura, la direzione generale della SADE, informata dell¹intensificarsi dei fenomeni tellurico-tettonici, predispose - con un telegramma - l'interdizione della strada di circonvallazione che portava alla diga sul versante del Toc, già paurosamente deformata: gli alberi circostanti erano in posizione quasi orizzontale. Provvedimento minimale, peraltro inutile, visto che le amministrazioni di Erto-Casso impedivano da tempo quel passaggio (e comunque chiunque con un po' di cervello non vi sarebbe transitato), ma che ci garantisce che la situazione fosse monitorata: qualcuno sapeva che qualcosa vacillava e tremava.

Le prove di invaso proseguivano, come non mettere in relazione gli avvenimenti? «La diga e il suo collaudo offuscarono le menti: l'investimento fatto necessitava di ingenti ed urgenti riscontri economici, bisognava entrare in produzione. Non si pensò ad evacuare i paesi circostanti, non si pensò che l'acqua, scalzata da un grande massa franosa, avrebbe superato facilmente lo sbarramento, come già aveva tentato di fare nel 1960, quando però la cubatura dello slittamento e il livello dellìacqua nel lago artificiale erano nettamente inferiori. Più drammaticamente, non si pensò affatto a Longarone» dichiara il nostro interlocutore. E quindi.


Accade l'oramai inevitabile

Il 12 dicembre 1962 l'ENEL è realtà, la SADE deve vendere un impianto funzionante: si accelera di nuovo.
Siamo al 1963. Il 14 marzo avviene il passaggio di proprietà della struttura, in aprile ha luogo la terza ed ultima prova di invaso indispensabile per dimostrarne e garantirne il perfetto funzionamento e conseguente utilizzo. L'ingegner Biadene calca la mano e sbaglia: "Invasare fino a 715". In settembre si raggiungerà quota 710 (o 712, anche in questo caso le fonti sono discordanti). Da questi valori non ci si potrà più muovere, movimenti sismici al minimo mutare del livello terrorizzano tutti e paralizzano la SADE: se l'acqua scende, la frana cade; ma, se cade lo stesso, a questa quota provocherà la tracimazione.
8 ottobre. Biadene, visto il precipitare degli eventi, chiede un'ordinanza di sgombero della zona; troppo tardi.
Ha due alternative: commettere un errore in un senso o commetterlo nell'altro. Ordina lo svaso fino alla quota di sicurezza 700 metri: non ci si arriverà mai. La frana si muove ormai a vista d'occhio.

9 ottobre, 22.39. D'un tratto tutta la "M" sul Toc "venne giù" velocissima e compatta, "il gigante dai piedi bagnati era stato colpito alle ginocchia"; la diga sopportò, sì, l'impatto, ma non riuscì a contenere l¹acqua contenuta nel bacino. Questa venne proiettata contro la montagna di fronte, verso Casso, e poi, con un'onda alta duecentocinquanta metri e larga più della diga stessa, la scavalcò e precipitò giù per la gola, trecento metri più in basso. La percorse con una velocità stimata superiore ai cento chilometri orari, portando con sé pietre pesantissime, fango, detriti e poveri resti umani che aumentavano man mano che la devastazione e l'eccidio si compivano. Cinquanta milioni di metri cubi d'acqua erano stati messi in movimento.



Nel frattempo un'altra ondata, minore, ma altrettanto distruttiva, si muoveva in direzione opposta, verso Erto, risparmiata nella parte alta grazie ad uno sperone di montagna che fece da sponda; per gli abitanti del fondo valle ertano, per le loro case e per i loro animali, però, non vi fu scampo.
Intanto l'onda più grande in meno di cinque minuti raggiunse Longarone: non più costretta dalle pareti della gola era ormai alta "soltanto" settanta metri, ma il suo fronte si era allargato a dismisura, probabilmente oltre un chilometro.


Più di un'esplosione nucleare

Un'onda d'urto - che neanche una bomba atomica come quella sganciata su Hiroshima è in grado di eguagliare - aveva preceduto l¹acqua compromettendo seriamente tutte le strutture e uccidendo smembrandoli quanti si trovavano all'aperto. Coloro i quali si accorsero che su, alla diga, qualcosa non era andato per il verso giusto non ebbero il tempo materiale di reagire, men che meno gli altri.
L'onda a Longarone si divise di nuovo: una parte risalì il letto del Piave, l¹altra, ancora molto alta e compatta, prese la direzione del mare continuando la sua opera devastatrice.
Con il riflusso delle acque il fiume livellò quanto restava di Longarone e delle frazioni limitrofe che sparirono sotto una spessa e piatta coltre di fango destinata a solidificarsi. In totale 1917 morti, dei quali 1450 nel fondo valle: l'80% dei presenti.

La scena che si palesò agli occhi dei primi soccorritori all¹alba del 10 ottobre 1963 è paragonabile soltanto alla città di Pompei dopo l'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.; ma se l'effetto fu simile, la causa fu totalmente diversa. Ricordare e fare luce su tragedie causate esclusivamente dalla cupidigia e l¹irresponsabilità dell¹uomo è un dovere nei confronti di coloro i quali quel giorno persero la vita e nei confronti dei sopravvissuti; ed è un impegno al fine di scongiurare simili disastri in futuro.


La ricostruzione

«Longarone e i suoi dintorni sono stati completamente ricostruiti cercando di rispettare persino la toponomastica delle strade e l¹ubicazione dei principali edifici, ma, ovviamente, nulla potrà restituire ciò che è stato devastato.
Erto è un paese in cui la ricostruzione ha snaturato completamente l'architettura del luogo e dove l'impatto ambientale con la natura circostante è fortissimo, mentre Casso è ormai un paese-fantasma con una ventina di abitanti o poco più, dove c'è un piccolo altare alla memoria che riporta la scritta: "Resisteva all'onda"».
Un brivido ci corre lungo la schiena; non proprio eroicamente, vorremmo fuggire via.
Mauro Corona termina il suo racconto e ci invita a rimanere a cena: c'è una festa ad Erto, la gente ha voglia di stare insieme, di parlare, di ricominciare a fidarsi e di non essere più ricordata negli anniversari funesti; ne siamo felici.
Torneremo ad Erto soltanto per bere un bicchiere di vino in buona compagnia, non disturberemo oltre.


Approfondimenti

Tina Merlin, "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" - Cierre Edizioni 2000;
Marco Paolini, Gabriele Vacis, "Vajont 9 ottobre1963"- Einaudi Stile libero (video con libro);
"Vajont, 9 ottobre 1963", documentario realizzato da Video+Media srl, Pordenone, per il Comune di Vajont, Piazza Monte Toc, 1 - 33085 Vajont (Pn);
Il Vajont su Internet: http://www.misteriditalia.com/altri-misteri/vajont (e siti collegati);
Mauro Corona su Internet: http://www.dispersoneiboschi.it.


La testimonianza
10 ottobre 1963, il giorno dopo
di Angelo Frignani


"Il "lancio" dell'Ansa arrivò poco prima di mezzanotte. Da Roma, il Vajont appariva quasi un'entità astratta. Telefonata ai Vigili del Fuoco di Belluno. Il centralinista fu di poche parole: «Non so bene che cosa sia successo: sono tutti fuori. Ma se è caduta la diga, i morti sono migliaia». La diga non era caduta, ma i morti erano davvero tanti. Li tiravano su dal Piave, tornato alle sue dimensioni di piccolo fiume di montagna dopo la furia della notte precedente, e li allineavano sul fango secco della riva. Da Longarone a Fortogna, a Faè, fino al ponte della Priula e più giù ancora, verso il mare.
Come contarli? Fu necessaria una semplice, pur se macabra, sottrazione: gli abitanti risultati dal censimento del 1960, meno i pochi superstiti: il resto erano tutti là sotto. Sotto un metro o due di fango. Il primo impatto non fu impressionante: non c'erano macerie, non c'erano vistosi segni di distruzione. Poi, camminando verso la diga, ti accorgevi che l'assenza di macerie era proprio il segno dell'immensità del disastro. Dei paesi lungo la riva destra del Piave non c'era rimasta traccia: tutto liscio, levigato, "pulito". E il sole - in quelle eccezionali giornate di ottobre - colpiva implacabile.
Fu necessario seppellire in fretta le vittime, anche se ben poche erano ancora quelle identificate. La domenica successiva a quella del disastro, in un grande spazio spianato con le ruspe accanto all¹abitato di Fortogna, più di mille salme vennero inumate in lunghissime e profonde fosse, dopo essere state fotografate e contrassegnate da un numero.
Un alpino, all'ingresso di quello che stava diventando uno dei più grandi cimiteri d¹Italia, mi porse una mascherina imbevuta di disinfettante maleodorante. Cercai di respingere l'offerta. «La prenda - disse il ragazzo - più avanti ne sentirà il bisogno». Avanti, più che la visione di quei poveri corpi in attesa di sistemazione, impressionarono le cataste di bare appena assemblate nelle decine di fabbriche di mobili della zona, "mobilitate" dalla Prefettura. E, più che il sentore dei morti, colpiva l¹odore dolciastro del legno segato di fresco, ché ovviamente non c¹era stato il tempo della stagionatura.
Un pomeriggio, il pilota di uno degli elicotteri americani arrivati da Vicenza mi invitò a "fare un giro", ma - siccome sapeva che a destinazione avrebbe incontrato un suo severissimo superiore e poiché aveva il divieto di trasportare estranei - pensò bene di posarsi sulla diga e di invitarmi a scendere. «Poi vengo a prenderti».
Rimasi lassù, da solo, più di due ore: da una parte la parete vertiginosa della diga, che la gigantesca ondata non aveva spostato di un millimetro; dall'altra quello che restava del lago, con gli abeti del monte Toc radicati al terreno, ma in posizione orizzontale. Sullo sfondo i paesi-fantasma di Erto e Casso. L'elicottero tornò all'imbrunire, quando il freddo (ma non era questione di temperatura) cominciava a entrarmi nelle ossa.
Posso dire di aver - in quelle due ore - vegliato a modo mio i morti che avevo visto seppellire. Su di loro svettò fin dal primo giorno un'alta croce di tronchi d'abete fatta da una squadra di Vigili del Fuoco di Roma, alcuni dei quali, con i capelli bianchi, oggi saranno a Fortogna.
Chissà se ci sarà anche l'alpino che volle darmi per forza la provvidenziale mascherina, con premura. Come si rivolgesse a un fratello".

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Un "grazie" di "Storiologia"
a CARLO POMPEI

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Ndr. Ci piace qui - del grande bellunese Dino Buzzati- riportare le ultime frasi che concludevano il suo articolo "Natura crudele" sul Corriere della Sera dell'11 ottobre 1963: " ...il monte che si è rotto e ha fatto lo sterminio è uno dei monti della mia vita il cui profilo è impresso nel mio animo e vi rimarrà per sempre. Ragione per cui chi scrive si trova ad avere la gola secca e le parole di circostanza non gli vengono. Le parole incredulità, costernazione, rabbia, pianto, lutto, gli restano dentro col loro peso crudele"
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FINE

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