ANNO 1978

CRONOLOGIA DELL'ANNO ( 2a PARTE )

 

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9 MAGGIO - Ore 13.30. Una telefonata anonima delle BR informa un amico della  famiglia Moro, che il corpo dello statista  si trova in via Caetani, vicino a Piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI). Questo luogo in cui é stato fatto ritrovare il cadavere di Moro é un  gesto di sfida  lanciato contro lo scudo crociato e i comunisti accusati di connivenza. (ma forse anche l'incontrario, con qualche "traditore" all'interno della DC)


Il suo corpo crivellato di colpi é dentro,  riverso, nel bagagliaio di una utilitaria Renault rossa. 
Si conclude così nel dolore e nello sdegno una delle pagine più oscure d'Italia, in questo 9 maggio 1978. Una data storica tristissima e atroce per ogni democratico che sente e sa di aver perso non soltanto Moro ma un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia e della vita civile italiana.

Le polemiche che sono poi seguite su questa vicenda non hanno esaurito l'attenzione di ogni cittadino  nel corso dei successivi anni.
Sono emerse mille verità, dentro la DC, nelle file del PCI, e negli altri partiti, e tante contraddizioni anche dentro i brigatisti e perfino nelle stesse istituzioni, negli inquirenti. 
Da molte (ma non tutte) carte venute alla luce, emergono responsabiltà e anche le possibili motivazioni di alcuni comportamenti ambigui e non certo trasparenti,   tenuti nel corso di questa emergenza o non tenuti affatto dai protagonisti e dai comprimari. Punti oscuri che subito sono stati tacciati da molti come fantasticherie dietrologiche.
Ma altrettanti affermano che ci sono risvolti inquietanti che condizionano ancora in questi ultimi anni del Duemila molte scelte politiche, e che l'intreccio va ben oltre la sola componente politica. Molti affermano che siano in molti a sapere, ma a non parlare, e quando lo fanno è solo per depistare. Su Moro, chi sa deve ancora parlare, sempre che ne abbia il coraggio. Molti inizieranno a farlo dopo alcuni mesi, ma, o sono scomparsi in modi misteriosi, alcuni perfino uccisi, o gli sono piovute addosso altre incriminazioni per farli tacere, o gli sono state date ricompense e favori per l'omertà.

Spulciando gli articoli del tempo (e anche con quelli degli ultimi anni '90) molti fatti hanno un inquietante intreccio fra Mafia e politica, economia e criminalità organizzata. Passato e presente, storie lontanissime apparentemente  tanto diverse fra loro, si intrecciano in un bizzarro gioco (troppo facile definirlo e così liquidarlo) di coincidenze.
Forse il filo d'Arianna parte dalla prima vittima del 18 maggio del 1974 (rapimento di SOSSI - dove  lo Stato, si piegò, trattò la liberazione di 8 terroristi) (vedi 1974) con fatti e nomi di infiltrati   dentro le bande terroristiche che s'intrecciano o si scambiano i ruoli: inquirenti con brigatisti e viceversa. Pur avendo questi ultimi una matrice di sinistra, l'ipotesi è quella che siano stati utilizzati - infiltrandosi - anche a loro insaputa da altri organismi. (il primo di questi infiltrati è un fantomatico confidente di quello che poi diventerà il superdecorato Generale).

Il 22 di quello stesso mese di maggio il generale dei carabinieri CARLO ALBERTO DALLA CHIESA riceve l'incarico di formare il primo  nucleo antiterroristico contro le BR (di cui abbiamo già parlato appunto nel maggio 1974). Un uomo che non solo vuole organizzare il "nucleo"  tutto da solo perchè non sopporta le interferenze burocratiche e gerarchiche, ma messo a capo di questa unità é perentorio "Mi avete fatto comandante? gli uomini me li scelgo io!".
Operando così, indubbiamente scontenta moltissimi, sia quelli che vorrebbero essere i protagonisti sia  quelli che  vorrebbero un Dalla Chiesa al loro proprio servizio.
Il successivo 28 maggio sempre del '74 (dieci giorni dopo) ci fu la Strage di Brescia. La teste chiave  dell'accusa é una ragazza, che indicò l'autore dell'attentato (dopo quasi un anno) "un povero disgraziato, ingiustamente perseguitato, e assassinato prima di venire assolto" - Dirà il Giudice Giovanni Arcai), poi la ragazza tentennò, la sua accusa sembrò una punizione troppo pesante a un bullo, e a una sua ingenua bravata: volendo impressionare la ragazza che respingeva le sue avances gli aveva detto  facendo forse lo spaccone "sono stato io a mettere la bomba". Poi di fronte a una accusa così tanto grave che avrebbe portato all'ergastolo il malcapitato, la ragazza  ritrattò, ma fu messa in galera per due mesi (!!) per reticenza. Messa sotto torchio da un emergente capitano, alla fine confermò, che il giovane, era un certo ERMANNO BUZZI. Un giovane per il quale, al processo di primo grado, venne chiesta dal pm la condanna  all'ergastolo, ma morirà in carcere strangolato. Il caso "strage di Brescia" fu chiuso. Il responsabile  morto. Giustizia  fatta.

Accanto alla ragazza scarcerata dopo aver "confessato", sui giornali apparirà il responsabile dell'indagine (Delfino)  che così per la brillante operazione ottenne una   promozione.  ("i giudici criticarono il modo come furono condotte le indagini, i lunghi interrogatori a cui aveva partecipato  Delfino e le continua minacce di arresto rivolte agli indagati. Lo scrive L. Offeddu, sul Corriere).  Nel primo caso e anche nel secondo compare  dunque la figura di quello che sarà poi il pluridecorato Generale dei Carabinieri,   FRANCESCO DELFINO.
(che nel '98 sarà coinvolto nella  vicenda del sequestro SOFFIANTINI, dove incredibilmente ritroviamo proprio quella ragazza, moglie dello stesso figlio di Soffiantini. E a quanto pare fu lo stesso Delfino (offertosi come mediatore) a incassare il riscatto del Soffiantini chiesto dai sequestratori, ma all'insaputa di questi).

Qui ora troviamo DELFINO a Roma nella vicenda Moro.  E dopo nemmeno un mese dalla tragica conclusione, il 6 giugno, lo troviamo promosso (ma non sappiamo per quale eclatante operazione), e sparisce dalla circolazione, inviato all'estero (dove?...)
A occupare l'intera scena é ora (con molte invidie) il Gen. DALLA CHIESA, come vedremo più avanti.

TORNIAMO INDIETRO, IN APRILE all "emergenza Moro"- Si era deciso agli Interni (a dieci giorni dal sequestro Moro) di utilizzare  la strategia di un Piano messo già a punto mesi prima, e far scendere in campo come unità operative dei "nuclei" molto speciali.
Era il Piano di COSSIGA, il cosiddetto Piano Paters, (''Victor'' e ''Mike'')  un vero e proprio piano antiterroristico, nello stile anglosassone, con una struttura nazionale, ma essenzialmente con nuclei speciali molto particolari (autonomi dalle strutture periferiche e centrali,  dalle prefetture e dalle questure) che il ministro degli Interni era già intenzionato formare a inizio anno (non dimentichiamo che il 24 ottobre dello scorso anno era stata varata la riforma dei Servizi segreti, e che nel gennaio di quest'anno con largo anticipo (rispetto alla data fissata, il 22 maggio) Cossiga  con un decreto ha  sciolto tutti i vecchi Servizi, dando vita all'Ucigos. (Uff. centr. invest. generale operazioni speciali).
Nello sciogliere e nel ricomporre le unità SISMI e SISDE, tra eliminazioni e promozioni di vecchi e nuovi incarichi non pochi  malumori si crearono nell'ambiente (alcuni noti, altri meno). Le nomine di uomini e la costituzione dei reparti erano del resto di  esclusiva competenza di Cossiga.
Si parla di circa 400 rimandati "a casa", cioè a fare la noiosa (per gente come loro) routine nei reparti.

L' anticipo di questo decreto  non fu sufficiente per creare con tempestività la struttura che in questa imprevista circostanza Moro, la situazione richiedeva. Cioè il pronto impiego. Si pensò prima ai Carabinieri. Poi alla Polizia. Poi Cossiga, decise di formare l'Unis, l'Unità d'intervento speciale  con un particolare battaglione di paracadutisti, il Consubin, e il Col Moschin.

Qui bisognerebbe chiederlo a Cossiga perchè !? - Come addestramento non esistevano in Italia "reparti" migliori come i Gis e i Nocs (che già esistevano). E il primo a saperlo doveva essere proprio lui, visto che lo sa perfino l'autore che scrive. I motivi delle preoccupazioni di Cossiga, dovevano essere ben altri.  Non l'impreparazione dei reparti fatti da uomini in gamba, ma i generali e i colonnelli che li comandavano, con qualche ambizione frustrata nelle  nuove strutture che Cossiga stava creando, o con la determinata ambizione di guadagnarsela sul campo in questa occasione in qualsiasi modo. (forse a qualcuno non gli andava proprio di fare il "disoccupato", di essere stato emarginato, si trovò così altri "capi".

Cossiga  e il "suo" Piano,  in questa "emergenza Moro"...............

....voleva renderlo subito operativo con i paracadutisti, quindi (come prevedeva la sua bozza) avrebbero operato "nuclei" in piena autonomia  rispetto a chi stava gestendo la crisi,  ma.... ("ingenuamente .... e si capisce anche perchè"   - lo afferma Cossiga - Corriere 15 marzo 1998) ...per correttezza lo sottoposi ad Andreotti per l'approvazione. "Piano che non diventò mai operativo, e gli uomini   non scesero  mai in campo (potevano intralciare i "disegni" degli altri"? Del capitano "Palinuro" in particolare? n.d.r.) per il rifiuto di Andreotti a firmare il famoso documento" (il M.I.G 1.78, che in seguito scomparve dalla circolazione).

questa le dichiarazioni di Cossiga fatte poi nel 1998

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Insomma i  paracadutisti allertati rimasero inattivi. Non così le normali varie unità che operarono con  la solita routine delle vecchie antiquate strutture come i commissariati di quartiere. Altrettanto vecchi erano i comandi pre-cossighiani. Si calcola che - durante il sequestro Moro - furono fatti in Italia in tutto il periodo 74.260 posti di blocco e 37.702 perquisizioni, di cui rispettivamente 6.296 a Roma con 6.933 identificazioni. 
Identificazioni molto blande che seguivano ancora un vecchio Piano di Ordine pubblico: il Piano Zero, creato ancora da Scelba al tempo della sua (patetica) lotta ai comunisti. Infatti, si tirarono fuori dagli schedari i  nomi di vecchi militanti comunisti e le  teste calde studentesche del '68, con un passato inquieto, e autori di fatti che neppure  loro se li ricordavano più.  Nelle perquisizioni altrettanta routine, basta ricordare quelle di via Gradoli o Via Montalcini (che poi risultarono i covi delle BR) . Bussarono due volte, non risposero, se ne andarono.
Ci fu insomma qualche retata, molti posti di blocco, ma nulla di veramente concreto. Roma non se ne accorse nemmeno di questa emergenza. E quello concreto quando veniva fuori (per caso) era inghiottito da un buco nero, si perdevano negli ufffici degli inquirenti (gli episodi sono tanti, alcuni anche plateali).

Ma ad operare - perfino in parallelo - rimasero due vecchi gruppi, due protagonisti. Due nomi in particolare:  DALLA CHIESA e FRANCESCO DELFINO, entrambi con una fitta rete di infiltrati e confidenti in mezza Italia (il primo anche nelle carceri per la sua posizione di unico responsabile), che consentirono ad entrambi di ottenere  risultati investigativi tali, da diventare il secondo quasi un eroe (cioé Delfino, l'unico ufficiale dei carabinieri  insignito poi per meriti eccezionali guadagnati sul campo).
Mentre il primo, l'altro protagonista, al generale DALLA CHIESA,  il 10 agosto (vedremo dopo perchè e in quale singolarissima circostanza) ANDREOTTI con un decreto gli affidò l'incarico di "super-investigatore", cioè  "capo dell'anti-terrorismo", con Cossiga che aveva già dato le dimissioni il 10 maggio, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro.
Una nomina quella di Dalla Chiesa che sollevò molte polemiche in certi "ambienti"; cioè dentro il suo ambiente.
Un fatto è certo: DALLA CHIESA durante la  "crisi Moro" ha operato in un modo particolare e con un referente ben preciso; e DELFINO ha operato con altri metodi anche lui singolari ma (qui sta la singolarità)  con lo stesso referente politico, che così era informato da entrambi.

(Chi propose la promozione a Delfino? Perchè? Chi lo mandò all'estero? A cosa fare?
E chi lo promosse, lo fece su quali basi; e chi poi mandò a Roma in prescrizione l'accusa di cospirazione  contro lo Stato nei suoi confronti? E chi sono quelli che lo accusarono e su quali basi, per quali motivi? Nelle cronache non apparve più nulla, e qui la Storia ha un buco. n.d.r.)

Entramb i due, e sembra che non ci siano più dubbi, hanno utilizzato i loro uomini come infiltrati dentro i vari gruppi delle BR e AO, e quindi  molto informati sui movimenti  e le decisioni dei brigatisti, ognuno usando un suo metodo, in un modo disinvolto gli incarichi che ricoprivano e con i mezzi messi a loro disposizione (insomma due galli nello stesso pollaio).
Entrambi erano per la stabilizzazione della politica andreottiani. Che poi cercassero ricompense per i servigi, anche su questo non ci sono ormai dubbi, visto che si diedero molto da fare, e i premi li ricevettero entrambi.
Che loro due entrassero poi in antagonismo, anche questo sembra  accertato perché é poi emersa poca trasparenza nella vicenda, con un Dalla Chiesa  promosso  Capo dell'anti-terrorismo, e con Delfino anche lui promosso a un alto grado, ma poi (stranamente) scomparso (a 26 giorni dalla morte di Moro) perché inviato all'estero.
"Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, dice che il generale dei carabinieri Francesco Delfino ''e' stato uno dei personaggi chiave di quei settori che hanno "utilizzato-ascoltato" le Br per loro fini, usava mezzi anticonvenzionali contro di noi ed era   un personaggio importante in una certa parte della Dc: quella di Andreotti".

Quanto al generale Dalla Chiesa, lui scopre (in ritardo e non si sa ancora come - se per una spiata, un infiltrato, una casualità, un rapporto segreto) via Gradoli e quello che c'era d'interessante nel covo (ma in ritardo).
Poi, dopo la morte di Moro, il 10 agosto é promosso con la delega del capo del Governo Andreotti, "super-investigatore", "Capo dell'anti-terrorismo" (vedremo dopo perchè e in quale circostanza), ma subito dopo  il 21 agosto incontra sul suo cammino un giornalista.
E' MINO PECORELLI che dal giorno del sequestro Moro ha trasformato il suo foglio d'agenzia  in una rivista ("verità") d'assalto: OP, dalle sue colonne non aveva risparmiato in precedenza attacchi proprio al generale Dalla Chiesa, che non lo nominava ma lo indicava sempre come il generale "Amen".
Non di meno gli attacchi ad Andreotti con articoli e messaggi criptici su affari segreti, un rosario di presunti finanziamenti poco chiari (Sir, Scandalo petroli, Italcasse ecc. ecc.)

Subito dopo, il 1° ottobre, Dalla Chiesa punta (!) su Milano e scopre (!?) non solo il covo delle BR, in via Montenevoso, ma dentro vi trova le lettere di Moro mai pervenute ai destinatari, gli interrogatori,  il suo memoriale con impietosi giudizi espressi su autorevoli politici, e la schedatura di molti uomini di partito, dirigenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati, sindacalisti, imprenditori.
Elenco sufficiente per compromettere molta gente (ma la fantomatica   lista della P2 di Gelli verrà fuori molto più tardi, nell'81).
Stranamente dal memoriale di Moro (quello che il generale consegna alla magistratura) non si accenna minimamente al protagonista dell'"anno più tenebroso": GIULIO ANDREOTTI. Moro nei suoi scritti cita molti suoi colleghi ma Andreotti non lo nomina mai una sola volta. (Possibile? )

Pecorelli intuisce che da quel memoriale, manca qualcosa, e chi lo ha alleggerito ha sottratto il meglio: le parti più compromettenti e devastanti per la politica, cioè  quello del "mistero Moro" - E a togliere la parte interessante ovviamente dev'essere stato chi ha ritrovato il memoriale.
(Pecorelli non sbagliava. Il segretario di Andreotti, EVANGELISTI, in sede di confronto con il senatore,  il 21 settembre 1993, davanti il P.M. di Roma, deponendo dirà che in piena notte, alle ore 2,  Dalla Chiesa si precipitò a Roma portando ad Andreotti 50 fogli tolti dal memoriale ritrovato a Milano di cui solo una parte - quella che Pecorelli indicava "mal confezionato"   ha consegnato alla magistratura.
Ma altri  fogli  interessanti Dalla Chiesa non li consegna ad Andreotti , li ha trattenuti  per se (!!). Questo particolare, lo confermerà in una deposizione la suocera per una confidenza fattagli dalla figlia, la moglie di Dalla Chiesa, assassinata  con lui).

Dalla sua rivista, PECORELLI , già da maggio aveva lasciato intendere  che sapeva molte cose sul delitto Moro, lanciando ambigui messaggi. Ma questa volta va' giù duro nei suoi articoli, e come al solito non fa nomi, ma palesemente fa intuire i destinatari.  Nel numero 27, 28, 29 di OP di ottobre, il giornalista attacca!
In sintesi sui tre numeri Pecorelli scrive "Non credo all'autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote;  non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c'è dell'altro.  Cosi' ora sappiamo che ci sono memoriali falsi  e  memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato.  Ma con l'uso politico di quello vero, (poi insinua)....e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove "parla" a viva voce Moro,  ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti. Con questa parte recuperata, la bomba Moro non è scoppiata come molti si aspettavano. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato".

Ma fino a quando? E conclude in uno dei suoi numeri (il 27) con una presagio inquietante e molto allarmante per Dalla Chiesa: (che sintetizziamo)


"...Ora c'è solo da immaginarsi...quale sarà il Generale dei CC che sarà trovato suicida con la classica revolverata che fà tutto da sè .... o con il solito incidente d’auto radiocomandato nelle curve.... o la sbadataggine di un camionista... o l' incidente d'elicottero ... Purtroppo il nome del Generale dei CC è noto: AMEN"

Il "purtroppo" sembra già una condanna a morte.

Il generale si risente per gli attacchi portatigli in precedenza e lo incontra. E' il singolare inizio di un intreccio tra Pecorelli e Dalla Chiesa. Un intreccio fatale. Fatto forse di intese e di chissà quale reciproca collaborazione.
Ci sono altri scritti di Moro in circolazione, e Pecorelli è convinto che siano finiti nelle carceri  per farli arrivare ai brigatisti in galera. Spinge Dalla Chiesa in quella direzione, e infatti, queste carte verranno scovate con vari trucchi nelle carceri di Cuneo dove - guarda caso - soggiornano alcuni terroristi del processo alle BR di Torino.
Con un fatto singolare. Dentro gli "Ospiti" a Cuneo ci sono due boss:  BUSCETTA e TURATELLO. In contatto con i   "boss" siciliani  STEFANO BONTADE (capo di Cosa Nostra, l'imperatore delle Tv locali, nome che stranamente nel 1998 tornerà alla ribalta nei processi Rapisarda- Dell'Utri- Berlusconi - vedi 1973), poi BADALAMENTI, i cugini SALVO e altri.
Tutti hanno e avranno un ruolo importante, e alcuni finiranno morti ammazzati, meno il primo che diventerà  la gola profonda al processo di Palermo Lima-Pecorelli - contro Andreotti   che il 27 marzo 1993 dopo la domanda della Procura  di autorizzazione a procedere controdi lui,  il 21 aprile del 1994  é rinviato a giudizio. Per 26 volte le immunità parlamentari in passato lo avevano protetto. - Questo giorno, il 21 aprile, segue il 20,  che è il giorno in cui Berlusconi dopo aver vinto le elezioni ha ottenuto il voto di fiducia alla Camera  con il suo nuovo governo.
In Italia si volta pagina. E Andreotti pur non logorato dal potere, questo glielo hanno tolto.

Torniamo a DALLA CHIESA e non dimentichiamo che è il responsabile della sicurezza nelle carceri italiane in questo periodo. Tutto è nelle sue mani, e muove  (con infiltrazioni, spostamenti di detenuti da un carcere all'altro, compresa la gestione del personale carcerario) a suo piacimento  il  "gioco", i "pallini", gli "ometti" e le "bocce" di una grande "partita". Che diventerà drammatica.
Pecorelli e Dalla Chiesa vengono entrambi a conoscenza di grossi segreti di Stato, da entrambi i canali  quelli politici e quelli mafiosi, e diventano forse i veri depositari della verità dei mandanti del delitto Moro e dei tanti intrecci tra Terrorismo, Politica, Mafia, Grandi Affari, Tv e P2.

Pecorelli ha previsto lo scenario, cioè l'uso politico di quelle carte con i ricatti. Ma anche lui sta giocando col fuoco, si è esposto troppo.  Il 20 marzo prossimo verrà "fatto fuori", eliminato, prima ancora di Dalla Chiesa.
(Quando uscirà, BUSCETTA, trasformato in pentito,  nell'interrogatorio reso il 6 aprile 1993 dichiarerà che "L'omicidio di PECORELLI è stato deciso da Stefano BONTATE (poi morto ammazzato n.d.r.)  nell'interesse di Andreotti (di cui Lima in Sicilia é il suo maggior referente elettorale - poi ammazzato anche lui.  n.d.r.). Il giornalista di OP,  stava appurando "cose politiche" troppo collegate al sequestro MORO")

Torniamo ancora al generale DALLA CHIESA. Dopo i grandi successi dell "Operazione Moro" e il successivo smantellamento delle BR, nell'82 sarà inviato in Sicilia, a combattere la Mafia, ma questa volta ha pochi poteri. Più che una promozione sembra una punizione.
In pieno agosto - ha bisogno di parlare, di dire qualcosa- e chiama il giornalista Bocca di scendere in Sicilia col primo aereo; poi gli confida "faccia sapere al Paese che mi hanno lasciato solo, non mi telefona nessuno" "qui non ho nessun potere";  passano soli pochi giorni, il 3 settembre, con la moglie  e l'agente di scorta sono assassinati, crivellati di colpi.
I giornali riportano titoli cubitali: "Assassinato dalla Mafia"!!
Mentre in Sicilia ("ma quale mafia, ma chi lo conosce questo qui"). Infatti Dalla Chiesa non aveva ancora alzato nemmeno un dito contro la Mafia; i dirigenti dello Stato locale non lo avevano invitato nemmeno a prendere un caffè per collaborare con lui, proprio perchè era senza poteri.

Badalamenti commentò "Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui: non aveva ancora fatto niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui, così tanto da ammazzarlo. La Mafia non è come il terrorismo, con le ideologie. La Mafia significa tanto denaro e tanti voti a chi da Roma  la protegge  con certe leggi".
I modi come fare per  eliminare Dalla Chiesa  erano stati già tutti indicati da Pecorelli nel suo N.27 di OP, ma questo "tipo di eliminazione" - per mano della mafia - non lo aveva proprio previsto.

Ma torniamo agli eventi di quella sera del'8 maggio, dove si sta consumando l'ultimo atto della tragedia di Moro. Non dimenticando cosa ha deciso di fare FANFANI  il mattino dopo...Riconoscere le BR, lo scambio di prigionieri, salvare insomma Moro. Abbiamo visto l'esito, ma....c'è dell'altro in quella famosa sera.

Si disse poi, che quest' "altro", era romanzato....voci di un "mitomane".

Nel febbraio successivo, l'11 maggio, su l'Espresso (N.6) comparve con grande risonanza giornalistica un servizio di GIANLUIGI MELEGA dal titolo:  "Quella sera che stavano per catturarli tutti".
Mise a rumore tutto il mondo politico per i tanti nomi che venivano citati e coinvolti. Sono rivelazioni (definite subito romanzesche, fatte da un mitomane) attribuite a un presunto brigatista, infiltrato, che,  nei giorni della prigionia di Moro, e dopo la sua morte, ha avuto contatti prima con il giornalista VIGLIONE (amico di vecchia data di Moro) e tramite questi con il senatore della DC CERVONE (anche lui molto amico di Moro) offrendosi di collaborare per salvare Moro e per far catturare l'intero stato maggiore delle Br durante una loro riunione.
Addirittura si parla in quelle righe della liberazione di Moro la sera dell'8 o la mattina del 9 maggio, ma che poi   "un ordine era venuto dall'alto" ordinò che Moro venisse ucciso" (le BR non potevano non sapere che nella serata Fanfani.....aveva deciso e si apprestava  per il giorno dopo a riconoscerli come gruppo politico. Vedi giorno 8 maggio)

Il giorno dopo la pubblicazione,  (la notizia comparve sul Corriere d.S. in prima pagina) PASCAL FREZZA, questo il  nome del "fantomatico" confidente, fu arrestato a Bordighera, per truffa, mitomania e fu querelato. Viglione anche lui ebbe delle grane per l'intervista a Melega, ma fu assolto in appello, mentre Cervone scrisse in seguito  un libro "Ho fatto di tutto per salvare Moro". Ma non è che dice molto. Resta abbottonato. Del resto molti protagonisti hanno scritto libri solo per mandare dei segnali criptici a chi sa, non a chi non sa e vorrebbe sapere.

Ma nell'articolo Melega (basta rileggerlo a distanza di tempo) riporta un dettagliato intreccio - del tutto nuovo e sconosciuto all'epoca - di molti protagonisti della politica che si erano fortemente attivati per appoggiare (ma anche altri per contrastare).
Il "mitomane" accenna fra l'altro nelle sue confidenze dette poi "romanzate", che in via Fani avevano operato due gruppi, uno, Moro voleva rapirlo, l'altro, ucciderlo. E che questi ultimi (quelli che intervennero in via Fani) erano elementi dell'arma travestiti che non lasciarono in vita nemmeno uno della scorta per non essere riconosciuti.

(Un particolare - ORESTE LEONARDI (il capo scorta) era stato fin dal 1957 l'istruttore principale onnipresente  della Scuola di Paracadutisti Sabotatori dei Carabinieri al Centro Militare di Viterbo. Sotto di lui sono passati in venti anni, tutti (compreso chi sta scrivendo questa cronologia) sottufficiali, ufficiali e ufficiali superiori.(Cioè tutti quelli che sfoggiano sul petto l'aquila argentata con il paracadute). Era, Leonardi, oltre che il migliore istruttore in circolazione, quasi sempre lui sgli aerei il direttore di lancio. Quindi conosceva tutti quelli che erano passati da Viterbo, unico Centro in Italia. Solo dopo venne creato il CMP di Pisa, ma dell'Esercito e non dei sabotatori Carabinieri che rimase sempre a Viterbo).

Poi il "mitomane" (e Melega ne parla nel suo articolo) accennò a nastri registrati di cui tutti ignoravano l'esistenza a quel tempo. E parlò di quella soggezione che nella prigione incuteva Moro ai loro carcerieri (dirà quasi le stesse cose la carceriera Braghetti vent'anni dopo), e  molti altri particolari che verranno alla luce solo in seguito; come i memoriali e le "carte compromettenti" che si trovavano nel covo, di cui tutti ancora ne ignoravano l'esistenza.

"...Alla notizia, Zaccagnini fu colto perfino da malore. L'operazione per acciuffare tutti nel covo doveva scattare l'11 agosto. Le sorprese, con quelle carte e i nastri nel covo non sarebbero certo mancate.
A guidare il blitz fu designato  improvvisamente  DALLA CHIESA con un reparto tutto suo. Il 10 agosto, dal governo Andreotti (!!!!!)   riceve l'incarico speciale di Capo dell'Antiterrorismo, con  la grande delusione del capo della Polizia PARLATO che aspirava  a quel posto. Tutto è pronto per l'operazione; ci si prepara a un vera azione  di guerra, e tutti gli "amici" di Moro sono d'accordo.
Qualcuno uscì fuori con la frase
"Anche Andreotti è d'accordo". Cervone trasalì. Pochi dovevano sapere di questa operazione.  C'è subito un brusco mutamento di atmosfera in poche ore.  Il fantomatico confidente manda a dire "non se ne fa più nulla".  Su tutto cala il silenzio.  Cervone e Viglione sono presi per "citrulli" e il presunto brigatista per "mitomane". Il piano d'azione è "bruciato" e che quella "soffiata" viene detto è solo una "panzana". (Melega, Espresso n. 6)

Ma - l'azione "bruciata" o no, DALLA CHIESA ora ha la nomina, e sembra che prenda  in mano seriamente l'operazione in una forma.... utonoma, fibo ad estromettere i promotori dell'operazione
Lui forse ci crede al "mitomane".
Forse prosegue da solo i contatti. Rimane il fatto - come abbiamo visto già sopra - che Dalla Chiesa dopo pochi giorni, il 13 settembre cattura ALUNNI,  il 1° ottobre (questa la data ufficiale !? ma era avvenuta prima- Strano ritardo) scopre il covo di via Montenevoso,  dove ci sono i famosi memoriali di Moro, trattiene quelli dove si parla di Andreotti, e inizia l'intreccio con Pecorelli (raccontato sopra)  e poi seguono tutte le altre operazioni famose (Peci, Cattin,  ecc.) che scompagineranno le BR.

Tutti le successive "fortunate" (!?) operazioni   hanno la genesi da quel contatto, detto  "romanzato" di un falso terrorista "mitomane"  "millantato confidente" "truffatore".
E Dalla Chiesa - abbiamo già letto sopra - al "mitomane" come risultato concreto, indirettamente deve la sua nomina. Su Viglione e Cervone cadde invece uno strano silenzio, il primo non scriverà più nulla, il secondo, prima chiederà insistentemente un'inchiesta parlamentare (mai fatta)  poi diventerà "muto". I motivi? sconosciuti.

Di questi personaggi non se ne parlò più. Scomparvero dalle cronache e da tutte le inchieste. Come non si parlò più di SERENO FREATO, CORRADO GUERZONI, NICOLA RANA; tutti amici intimi di Moro, il primo segretario particolare dello statista. Fin dal 4 maggio (pochi giorni prima dell'uccisione di Moro) furono convocati dai magistrati inquirenti, perchè risultava (come facevano a saperlo rimane proprio un gran mistero) che alcune modalità di ricevimento e successivi smistamenti dei messaggi autografi di Moro  partivano (!) dal "carcere del popolo" e arrivavano a destinazione,  e risultava (!!) che loro avessero un ruolo di collegamento ritenuto clandestino, complice e traversale.

Scomparvero dalla circolazione, e il primo (voleva dire forse qualcosa?) si ritrovò anche lui poi coinvolto in uno scandalo amministrativo per alcuni abituali favoritismi concessi (scandalo petroli). Si ritirò a vita privata e non ha mai più voluto incontrare nessuno. Vive in un silenzio tombale dopo aver acquistato alcune proprietà a Malta e lì trasferito.
La Braghetti, uno dei  testimoni dei 55 giorni del sequestro di Moro, sul Corriere dell'11 marzo 1998, affermerà  in una intervista, "quella sera potevamo essere presi tutti", che è poi lo stesso titolo dell'articolo del "mitomane" di Gianluigi Melega sull'Espresso di venti anni prima.

E sempre nello stesso giornale citato sopra, c'è la testimonianza messa a verbale di NICOLA D'AMATO, vice-capo di gabinetto per molti anni a Palazzo Chigi (dal '64 all'84) che afferma davanti al collegio, che per la distruzione del documento del Piano Paters "Quell'ordine era venuto dall'alto".
Che sono le stesse parole del "mitomane" di Gianluigi Melega, e le stesse  parole di Pecorelli che su OP dopo la tragedia scrisse  "Cossiga... il Ministro non poteva decidere nulla su due piedi... doveva sentire più in alto... e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?"  (Cossiga confermerà in seguito (vedi giornale sopra )  dopo anni,  chi non gli firmò il Piano Paters. 
Pecorelli e poi Melega, allora sapevano anche questo venti anni prima?)

MINO PECORELLI, anche se lui era iscritto alla P2 - ma della LISTA P2 non si sa in questo periodo (1978) ancora nulla, perchè verrà fuori il 21 maggio 1981-   proprio per questo suo allusivo accenno "loggia" molti indicheranno in seguito  "alcuni" personaggi di essere i veri o i presunti responsabili della morte di Moro e di essere in connivenza con le forze eversive, vista la numerosa presenza di tanti piduisti di Gelli dentro il Comitato di crisi Moro e nei servizi.
(Ma non dimentichiamo che un avviso di reato per l'assassinio di Pecorelli fu mandato proprio a GELLI considerato il capo della P2. Anche se........scopriamo sulla stampa dell' epoca, CARLO BORDONI,  braccio destro (oltre che genero) di MICHELE SINDONA (che Gelli ha difeso per la non estradizione dall'America per non farlo finire in carcere in Italia - quando ci arrivò finì morto  avvelenato). Bordoni  davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2 (il 29 settembre del '83) con rivelazioni shock provocò un gran clamore, infatti,  affermerà che "é GIULIO  ANDREOTTI  il vero capo effettivo della loggia segreta P2, e non LICIO GELLI". Andreotti sdegnato respingerà l'accusa.

"ALFREDO CARLO MORO, fratello dello statista, ricostruisce in un libro l'agguato di via Fani. Analizza il fronte della fermezza e quello delle trattative. Protagonista la DC. Sulle scelte del partito, su Andreotti, il giudizio sul memoriale di Moro "é assai pesante, come se alla base vi fosse il terribile sospetto di una sua diretta responsabilità in una strategia politica che, consciamente o inconsciamente, finiva con il risolversi nella sua eliminazione. Gli altri dirigenti della DC sono solo dei comprimari". Uno solo, per Carlo Moro, é il regista, "un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana" (Corriere d. S. 10.3.98, Corrado Stajano).

Prima o dopo verranno fuori dal Viminale tutti i faldoni relativi al rapimento di Moro, le relazioni, gli atti sulle BR e di AO di quel periodo, e quali strutture inquirenti operarono,  e forse scopriremo clamorosamente chi si nascondeva dietro il fantomatico nome di "Capitano Palinuro". Molto attivo durante la crisi, che poi diventò colonnello e infine generale.

29 MAGGIO - LEGGE ABORTO - Con una nuova votazione entra in vigore la LEGGE SULL'ABORTO. Contempla l'interruzione della gravidanza per motivi di salute, condizioni economiche, sociali, familiari. Il Senato vota 160 SI, 148 NO: la Camera 306 SI, 275 NO. Prossimo anno si registrano 187.752 aborti, il 25 % dei nati, e si inizia a correre verso "crescita ZERO". (vedi il prossimo settembre per una panoramica su alcune cifre sulla realtà italiana presente e futura)

 

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15 GIUGNO - LEONE, il PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, é costretto a dimettersi. La sua figura politica e morale  da tre mesi é al centro di crescenti insinuazioni, dopo la pubblicazione del libro della giornalista CAMILLA CEDERNA, su alcune presunte disinvolte speculazioni   finanziarie immobiliari  e per alcuni fatti legati allo scandalo Lockheed. La tragedia  Moro non ha attenuato la feroce campagna stampa nei suoi confronti. Formalmente il PCI chiede le dimissioni del Capo dello Stato senza aspettare gli ultimi sei mesi del suo mandato. Alla TV Leone fa un drammatico annuncio. Rivolto agli italiani afferma:  "In sei anni e mezzo avete avuto un uomo onesto!!! " poi annuncia le sue dimissioni.
In effetti Carlo Jemolo, insigne giurista laico e di tradizione azionista, affermò che, dal punto di vista puramente giuridico, la presidenza Leone era stata ineccepibile, anche se per la prima volta, per assecondare la volontà democristiana di evitare il referendum a favore dell’abrogazione del divorzio, Leone sciolse anticipatamente il Parlamento nel 1972, allontanandosi così dal suo ruolo di garante super partes.
Ma il libro della CAMILLA CEDERNA era uscito con il suo "La carriera di un Presidente" provocando un putiferio; sarcastica e concisa (nomi e cognomi) la giornalista si snodava veloce nelle sue 250 pagine, descrivendo l'uomo dal suo affacciarsi alla vita pubblica fino al suo declino. L'intero libro era uno spaccato dell'Italia di questi anni Sessanta e Settanta. Un intreccio vorticoso della politica, degli affari e dei grandi segreti.

Suscitò clamore , raccontando senza alcun ossequio alla grande  personalità dello Stato  i retroscena poco chiari del sesto presidente della Repubblica Italiana. Il libro accusato di diffamazione fu sequestrato, condannato al rogo, tolto dalla circolazione. Ma ottenne il suo scopo. Il Presidente si dovette dimettere quando al processo vennero fuori in modo più chiaro alcuni interessi privati (anche dei suoi figli) in operazioni finanziarie, risultate ineccepibili legalmente, ma moralmente scorrette.

Leone per il contenuto incandescente del libro, aveva querelato la Cederna e il direttore dell' Espresso ZANETTI; ma fu un boomerang, alcune rivelazioni su alcune disinvolte operazioni finanziarie causarono nei suoi confronti una feroce campagna di stampa ( anche popolar-emotiva)  che culminerà prima con plateali manifestazioni (Radicali) davanti al Quirinale invocando le sue dimissioni, poi il PCI le chiese formalmente. Avverranno il 15 giugno con un drammatico annuncio alla Tv già accennato sopra.

Un risvolto inquietante all'interno del libro. Vi si sita un singolare personaggio allora ai non addetti ancora ignoto: PECORELLI. Costui era un avvocato; 51 anni; un volontario della guerra di liberazione, insignito della più alta decorazione dal generale americano Anders. Nella sua rivista OP (un foglio quasi interno al Palazzo denominato "Osservatorio Politico") i titoli erano dei macigni lanciati addosso ai protagonisti della politica e della finanza italiana. Notizie riservate, scottanti, che facevano tremare i potenti.
Iniziò proprio lui a rivelare i particolari scabrosi (anche i minimi) sulla vita privata e sugli affari del presidente della Repubblica Leone e famiglia. Nel famoso libro che scatenò la guerra all'inquilino del Quirinale, Camilla Cederna, su Pecorelli, scriveva un capitolo: E' il Sid che spia? "L'agenzia di Pecorelli, da sempre passa per essere un'agenzia del Sid, una emanazione del generale VITO MICELI che ne era il capo dal 1970. Si dice che a Op diano notizie una certa fazione, attenzione, attenzione, alcuni dorotei di RUMOR"

Pecorelli oltre  a "non piacergli la famiglia Leone" (che cercò in tutti i modi per accordarsi con il giornalista)  lo ritroveremo poi protagonista di tanti fatti nel 1978 e nel 1979  (generale Dalla Chiesa, delitto Moro, Andreotti, Scandalo petroli, Scandalo Italcasse, Soldi a Forlani (che negò poi ammise), Scandalo Ambrosiano, Calvi, Sindona, Ambrosoli, Ior, P2, ecc. ecc. ecc. ecc.- vedi relativi anni e mesi  maggio 78, e... marzo 79,  quando infine fu assassinato mentre lavorava per un nuovo numero di OP proprio con qualcosa (si disse, ma lo aveva annunciato a chiare lettere la settimana prima) di clamoroso su Andreotti.
(Ovviamente tutti pensarono alle lettere di Moro sottratte (affermava Pecorelli) da Dalla Chiesa in via Montenevoso, a cui sempre Pecorelli aveva predetto una brutta fine: un suicidio-omicidio, un imprevedibile incidente, un elicottero caduto ecc. Fu assassinato prima lui, poi in circostanze oscure anche Dalla Chiesa. (lo vedremo più avanti)

Dopo l'uscita di scena di Leone, la corsa al Quirinale ha dunque inizio. E sarà laboriosa (17 scrutini) perchè in precedenza era stato tutto già deciso: con Moro candidato.
Ora tutti i "giochi" dovevano essere rifatti in un periodo dove in fibrillazione c'erano tutti i partiti; in prima linea i socialisti di Craxi, che non si faranno sfuggire l'occasione. Sarà lui a proporre l'ex segretario del PSI del dopoguerra, SANDRO PERTINI  che troveremo eletto il prossimo mese di luglio (vedi) e contemporaneamente nasce quasi all'unanimità un governo di centrosinistra;  come desiderava Moro.
E pensare che qualcuno (nella DC) sosteneva a destra e a manca che coinvolti al delitto Moro c'erano quelli della Cia!

11-12 GIUGNO - Alle urne gli italiani per il referendum  abrogativo sul FINANZIAMENTO PUBBLICO dei partiti. I votanti, 33.489.688 (81,2%)  si esprimono con 13.691.900 si e 17.718.478 no, rispettivamente con il 43,6% e il 56,4%.
Nella scheda anche l'abrogazione della legge REALE sull'ordine pubblico che riceve un secco NO con il 76,5% contro il 22,3% dei si.

29-30 LUGLIO - Uno stranissimo Consiglio della DC. - ZACCAGNINI nel meeting, fa uno strano discorso, dove ipotizza un coinvolgimento americano nella vicenda Moro. Subito dopo FRACANZANI lancia la proposta di istituire una commissione per far luce  sui servizi speciali stranieri; e ZAMBERLETTI  è ancora più esplicito, parla di un possibile coinvolgimento della  CIA americana.
Poi l'8 agosto (ma la rivista uscì il 1° agosto -due giorni dopo il "meeting" DC) su Panorama, Filippo CECCARELLI intitola un suo articolo "Moro come Kennedy?".
 
Di singolare in questo articolo - che attirò l'attenzione di molta stampa che recepì da quell'articolo quello che voleva (qualcuno riporto il titolo ma senza il punto interrogativo) è che non non c'era scritto che gli Usa hanno avuto una parte nell'eliminazione anche fisica di Aldo Moro attraverso le Brigate rosse.
Ma scriveva Ceccarelli e cercava  di documentare che una parte di democristiani aveva (anche) questo sospetto. Cosa di cui si potrebbe essere convinti o no, ma che pur essendo in quei giorni un argomento scomodo, trova conferma in un'ampia pubblicistica sviluppatasi poi anche in sede di inchieste parlamentari.

Quei sospetti erano che l'eliminazione fisica di Moro dalla scena politica era opera degli americani a causa dell'apertura ai comunisti nel governo. Va da sè che tale diffidenza da parte democristiana (e di alcuni giornali che davano risalto a quelle ipotesi)  poteva senz'altro fare il gioco dell'altra potenza, quella sovietica; ma forse anche per questo veniva espressa con un sovrappiù di preoccupazione.
Nel numero di domenica 6 agosto il giornale Alto Adige pubblicò il resoconto di una serie di ulteriori discorsi di Piccoli che riecheggiavano e approfondivano questo schema di sottintesi sospetti riportati dall'aticolo di Ceccarelli (il 2 agosto, ma col punto interrogativo):
"Sono assolutamente convinto
- sosteneva Piccoli - che tutto ciò che avviene in Italia non è che il risultato del prendere posizione dei grandi paesi sulla drammatica composizione del domani (...) Sono convinto che quando la verità su Moro rapito e ucciso verrà fuori, scopriremo che fu stroncato perché non volle che l'Italia fosse teatro di competizione, come lo fu nel primo conflitto mondiale e nel secondo, di manovre massoniche; fu stroncato perché negli ultimi tre mesi, nei colloqui con americani e russi, aveva mostrato questa sua capacità di iniziativa per dare sbocchi autonomi agli equilibri del nostro paese"

Nella cupa confusione - dirà poi Ceccarelli- e nella perdurante incertezza di quei giorni, emergeva a tratti nella dc anche un'area - e queste dichiarazioni di Piccoli in parte lo confermano - che non escludeva l'ipotesi secondo cui sulla vicenda Moro fossero intervenute, più o meno d'accordo, per motivi diversi ma convergenti, entrambe le potenze mondiali, interessate a mantenere un ordine che l'anomalia italiana, con il partito comunista invitato dalla Dc nell'area del governo, rischiava o forse aveva già messo a repentaglio.
Ma stranamente molta stampa italiana commentò questo articolo di Ceccarelli; che non era una sua tesi ma riportava solo i sospetti usciti dal Consiglio DC. 
Come in seguito farà notare Ceccarelli tirato in ballo, "...tra le due cose - 1. Gli Usa hanno contribuito all'eliminazione di Moro; 2. Alcuni dc pensano che ambienti americani potrebbero aver contribuito alla sua eliminazione - c'è una differenza concettuale e giornalistica niente affatto sottile, e la si può cogliere appunto leggendo l'articolo con la dovuta obiettività, senza tirarselo dalla propria parte per fare bella figura (i servizi russi), o prenderlo a pretesto (per giunta senza nemmeno leggerlo, anche in alcune relazioni delle Commissioni) per dimostrare che l'ala nera del Kgb si protese su uno dei più traumatici episodi della storia politica italiana".

Solo la gente della strada non ci capì più niente. Alcuni invece ci videro chiaro, altri intravedevano delle trame oscure. Quelli con i piedi per terra invece si dissero "Figuriamoci se la Cia faceva un rapimento del genere e si metteva ad aspettare 55 giorni per poi ucciderlo".
Documenti non c'erano, salvo veline di un servizio segreto, passata da un altro servizio segreto e annotati da un terzo servizio segreto.
La verità sulla "disinformazia" con un'interpretazione anche un po' oscura, se non capziosa, forse verrà fuori solo quando un giorno crollerà il "Muro" di Berlino. Ne sapremo forse qualcosa dopo il 2000. Forse, e se non funzioneranno i reciproci ricatti.

29 GIUGNO - Inizia il lungo percorso a Montecitorio per la scelta del nuovo presidente della Repubblica che richiederà ben 16   scrutini. Fra i candidati  GONELLA (DC), NENNI (PSI), CONDORELLI (MSI), PARRI (SI), GIOLITTI (PSI), LA MALFA (PRI). PERTINI non è ancora nella lista degli eleggibili. Mentre FANFANI che attende da anni questo riconoscimento non è preso dalla DC nemmeno in considerazione. Viene scaricato!

CRAXI prende contatti con Pertini, cercandolo di convincerlo a schierarsi come candidato unitario di tutta la sinistra. Ma Pertini rifiuta, vuole essere l'uomo di tutto l'arco costituzionale e non solo di un settore

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8 LUGLIO - SANDRO PERTINI  è  Presidente della Repubblica.
Il settimo presidente nella storia della Repubblica italiana. Dopo dieci giorni di votazioni viene eletto al sedicesimo scrutinio con i suffragi di tutti i gruppi parlamentari 832 su 995, eccetto i missini e i demoproletari. 
Ottiene l'83% dei voti.
Socialista, 82 anni, Pertini ha alle spalle come uomo politico una vita avventurosa. Nato a Stella (SV) nel 1896, a 19 anni partecipa alla Grande Guerra.  Al rientro  si laurea in legge e scienze sociali. Iscritto al partito socialista a Genova, inizia le sue battaglie politiche contro il fascismo, e messo in carcere con Gramsci,  é costretto a fuggire in esilio in Francia e rimanerci per  11 anni. Rientrato in Italia finisce nuovamente nelle carceri tedesche a Roma, dove evade nella primavera del  '44.   Raggiunto il Nord Italia diventa un esponente socialista di primo piano  nella Resistenza, indi a capo del CLNAI fino alla Liberazione del 25 aprile.

Successivamente ricoprì la carica di segretario del PSI, direttore dell'Avanti e del Lavoro di Genova. Il 5 luglio 1968 é eletto presidente della Camera che manterrà fino al luglio del 1976, quando sarà eletto il comunista Pietro Ingrao.

Craxi subito dopo le dimissioni di Leone, tempestivamente gli aveva proposto di essere il candidato unitario della sinistra, che Pertini però ha rifiutato, preferendo l'intero arco costituzionale, convinto che per il suo passato di padre della Patria avrebbe preso anche i voti della DC. Che infatti, vennero copiosi. Soprattutto per la sua ininfluenza politica - infatti non gli era stato mai dato in precedenza un incarico. Prima Saragat poi De Martino lo avevano sempre tenuto in disparte.
L'uomo, anziano (ottantaduenne, quindi ottimo come uomo della transizione - ma sbagliarono i conti) oltre che per questo è scelto per quella sua immagine di nonno burbero ma affettuso, spartano ma sempre attento a figurare bene sia quando  appare in televisione sia quando scende a bearsi nei bagni di folla.
Il  circo mediologico si è accorto di lui, ma anche lui  fa l'istrione, e non disdegnerà la demagogia quando rimprovera in TV pesantemente "ex cattedra" ministri, funzionari e lo Stato (famosa la sua filippica quando visitò i terremotati dell'Irpinia). Un capo dello Stato che denuncia pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza degli  uomini dello Stato non era mai accaduto. Sarebbe come se il Papa denunciasse  l'insufficienza storica della religione, sacerdoti, parroci e  vescovi.
Insomma rese ancora più complesse e difficile questo periodo della storia d'Italia. Ma in questo inizio del settennato lui serve per altri scopi.
E' l'uomo  che ci vuole ora, a capo di quella "Unità nazionale" di cui tutti parlano in questo periodo convulso e anche drammatico nella politica italiana ma che tutti scantonano perchè sembrano tutti impegnati semmai a disunire quella poca "unità" esistente.

Pertini doveva servire, e opportunisticamente  doveva essere usato, come punto di riferimento per riconquistare l'affetto degli italiani ai "simboli" puliti della politica. Pertini ci riuscì, le masse furono accontentate, ma la sua influenza nella politica fu blanda, in certi casi assente, e in altri perfino teatrale. Usando tanta retorica,  nell'infarcire  tutti i suoi discorsi col  patriottismo, antifascismo, giustizia, libertà, epopea della Resistenza, e con gli onnipresenti toccanti preamboli  che iniziavano sempre in ogni occasione "...ricordo quando ero nelle patrie galere...". Insomma l'operazione maquillage per varare alle sue spalle la politica più dura (e tenebrosa) degli ultimi anni riuscì in pieno. 
Alla Dc per far dimenticare la tragedia Moro e ai socialisti per guadagnare consensi.
(Proviamo invece a pensare a questi sette anni con MORO al Quirinale, oppure morto lui, l'altro "cavallo di razza" FANFANI, che alle votazioni  nella scheda hanno ripetutamente dileggiato, scrivendo  " i suoi amici":  "nano maledetto/mai sarai eletto". (prese solo 7 voti su 995).

Padre BAGET BOZZO già scriveva nel '77 di Gronchi che la sua elezione (nel 1955) era stata un atto di insubordinazione di alcune correnti democristiane nei confronti del segretario Fanfani: questa volta l'insubordinazione fu quasi totale, perfino umiliante per la grande statura politica di cui godeva Fanfani.
E non solo in Italia ma nel mondo (basterebbe ricordare il Muro di Berlino e l'offensiva Usa in Vietnam. Fu in quelle due occasioni l'uomo più lucido del mondo (e i fatti successivi gli dettero ragione!).

Con Moro o con Fanfani al Quirinale, tutta la politica degli anni Ottanta avrebbe avuto un altro corso.
E questo i maggiori politici del momento lo sapevano benissimo e proprio questo temevano i due.

La carica di Presidente della R. ora la si vuole far diventare "presidenzialista" anche se per il momento è solo patetica e teatrale.  Su questo terreno e verso questa direzione, proponendo Pertini, CRAXI inizia a muoversi, e arriverà a un passo dalla ambita meta nei primi anni '90, quando propose di chiamare i cittadini a pronunciarsi su una Repubblica presidenziale (naturalmente con lui Dux)
Ma troverà sulla sua strada il "picconatore" (COSSIGA), che non gradisce proprio per nulla "l'uomo che vuole raddrizzare l'Italia".

Craxi commise un grosso errore nell'attaccarlo l'8 dicembre del '90 (vedi marzo 1991). Cossiga poteva anche essere non "infallibile", ma il segretario del Psi e il suo vice Martelli  sbagliarono a considerarlo un mentecatto. Inoltre Cossiga non voleva certo farsi processare da un Craxi e da un Martelli qualsiasi, nè dai cinque saggi che i socialisti avevano proposto per giudicare la legittimità del suo operato e della sua creatura: la Gladio.
Cossiga quel giorno fu sul punto di dimettersi indignato di tanta arroganza ma anche di ignoranza su una "questione" di cui lui non doveva certo rendere conto a Craxi e compagni, ma semmai solo davanti agli italiani.
(A Cossiga toccategli la Gladio - lui che vi  ha dedicato una vita intera - e si salvi chi può. E' una questione di orgoglio (per Cossiga di "fede")  e Craxi non lo mise in conto. Prese la   stay behind per la banda dei "bassotti", quella che era invece una sofisticata struttura per la sicurezza dello Stato (come esiste in tutti i Paesi del mondo: rossi, neri o bianchi e con qualsiasi regime).

FINE LUGLIO
PAOLO VI - GIOVANNI PAOLO I

TRE PAPI IN UN ANNO

6 AGOSTO -  Muore Papa PAOLO VI. Nato a Concesio (BS)  nel 1897 avrebbe compiuto 81 anni un mese dopo, il 26 settembre.

Paolo VI, al secolo GIOVANNI BATTISTA MONTINI, apparteneva ad una cospicua famiglia borghese di forti tradizioni cattoliche; era figlio di Giorgio Montini, deputato del Partito Popolare per tre legislature. Compiuti gli studi preso il collegio Arici, entrò nel seminario di Brescia dove fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920.

Divenne quasi subito, nel 1924, uomo di Curia con la nomina di aiutante dentro la Segreteria di Stato del Vaticano. Parallelamente ebbe l'incarico di assistente sociale della F.U.C.I. Nel 1937 fu nominato sostituto della Segreteria di Stato.
Nel 1944 divenne con monsignor Tardini il collaboratore più stretto di Pio XII. Anche se come suo segretario formalmente non fu mai, il successivo ventennio di collaborazione con Papa Pacelli caratterizzò senza dubbio la formazione, la mentalità e l'azione del futuro cardinale e poi pontefice.
La sua epoca sarà segnata dal passaggio dall'era pacelliana a quella giovannea, dalla svolta mondiale della "guerra fredda" e dal successivo "disgelo", dal nuovo porsi della Chiesa Romana di fronte al mondo, dalla problematica sollevata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare.
Infine la questione ecumenica, il fenomeno della secolarizzazione e del dissenso cattolico, i rapporti nuovi ad alto livello politico tra la Santa Sede e i Paesi comunisti.

Nel 1952 veniva eletto prosegretario di Stato per gli Affari Ordinari.
Nel 1954 (stranamente e senza il cappello cardinalizio - sembrò quasi un allontanamento dalla Segreteria) fu nominato  arcivescovo di Milano proprio da Pio XII.
Cardinale fu nominato solo nel 1958 ma da Giovanni XXIII. E quando Papa Roncalli indisse il Concilio, Montini collaborò attivamente (Lettera Pastorale: Pensiamo al concilio, della Quaresima del 1962)

Alla morte di Giovanni XXIII, il 21 giugno 1963 Montini gli succedette e rimase sul soglio per 15 anni e 46 giorni. Primo compito del nuovo Papa fu la conduzione del Concilio, compito tutt'altro che semplice e che seppe portare a compimento manifestando una statura spirituale e culturale straordinaria.
La sua azione si caratterizzò subito per la volontà di portare a termine il discorso innovatore ormai iniziato, anche se essa non poteva prescindere dalla prudenza di un temperamento e di una personalità per molti aspetti diversi da quelli di Giovanni XXIII.
Uomo di grande carità e mitezza Paolo VI non riuscì ad inserirsi in pieno nel mondo dei mass media, spesso poco ben disposti nei confronti della sua figura.
Il Concilio Vaticano terminava l'8 dicembre 1965; cominciava quella che molti, forse impulsivamente, consideravano una nuova era della storia della Chiesa Romana. Papa Montini fu da una parte prudente in talune aperture d'ordine disciplinare o ecumenico e fu dall'altra molto sensibile ai problemi del Terzo Mondo e della pace mondiale. Ci basta qui ricordare e considerare la lettera enciclica "Populorum Progressio" del 26 marzo 1947 che ben si colloca accanto a quel coraggioso documento conciliare che è la "Gauduium er Spes" del 7 dicembre 1965)

Quella di Montini fu una successione difficilissima, perchè, lui uomo di curia, non possedeva la simpatia e il calore di quel "curato di campagna" com'era papa Roncalli.
Fu sempre considerato, gelido, amletico, dubbioso e pieno di tormenti, tanto da essere soprannominato "Paolo il Mesto" giocando sulle parole "Paolo Sesto". 
Dopo - le prime in assoluto - uscite di Papa Giovanni dalle mura vaticane per recarsi fuori Roma,  fu proprio Paolo VI ad inaugurare l'usanza dei viaggi anche all'estero, in ogni angolo del mondo.

Ma è anche il Papa che si è trovato a dover gestire i momenti più difficili e delicati del dissenso cattolico in Italia. Compresi  tutti gli altri fermenti dentro la società contemporanea.

Ma alcuni di questi fermenti avvengono proprio nella Chiesa: veri e propri atti di ribellione dei fedeli - senza precedenti -  alla struttura gerarchica e al potere della Chiesa che abbiamo accennato negli scorsi anni (
Don MAZZI Vedi 1963, don MILANI dal 1961 in avanti, e don GIUSSANI -(1967).
Da non dimenticare infine, col suo tradizionalismo ortodosso, nonostante tanti slanci di solidarismo, il travaglio vissuto da Paolo VI, nell'impervio cammino di due importanti e storiche leggi di questo periodo: quella del divorzio e quella dell' aborto.
Si evitarono delle vere e proprie  "guerre di religione"  nelle piazze (consenzienti anche i comunisti), ma le battaglie dentro le segreterie dei partiti furono all'ultimo sangue; le più feroci dentro lo stesso partito che aveva emblema proprio la croce cristiana. Paradossalmente i democristiani temevano di perdere non la semplice croce ma l'elettorato, mentre i comunisti pure.

Entrambe le due questioni, e soprattutto poi i risultati, hanno addolorato profondamente Paolo VI, Lui che voleva ad ogni costo avere un dialogo proprio con "il popolo di Dio" del mondo contemporaneo indicatogli da Giovanni XXIII (soprattutto con il contenuto della enciclica Mater et magistra e con la temeraria Pacem in terris, in cui fece crollare muraglie e preconcetti secolari appellandosi a intese e collaborazioni con i non credenti) dovette vivere il periodo forse più drammatico della Chiesa sul piano non solo dottrinale ma etico.
Una sua frase esprime in un modo non solo metaforico questo grande travaglio:  "Aspettavamo la primavera ed è venuta la tempesta".  (il 26 marzo del 1967 Paolo VI aveva promulgato l'enciclica  Populorum pregressio, chiaramente impostata sulla base offerta dalle due grandi encicliche giovannee. Vi ribadiva la "questione sociale" (persona umana, lavoro, proprietà) che riconsiderava alla luce delle nuove dimensioni "che è oggi mondiale".

La lettera apostolica "Octogesima Adveniens del 1971, rivela ulteriormente la condanna dell'ideologia marxista e del liberalismo capitalistico, ma anche la sua sensibilità sociale. Particolare coraggio e spirito pastorale animerà poi Paolo Vi nella questione della regolamentazione delle nascite (Eniclica "Humanae Vitae") e del problema della fede e dell'obbedienza alla gerarchia.

Uno dei momenti forti del suo pontificato fu l'anno giubilare, Anno Santo indetto nel 1975, che portò circa 8.500.000 di pellegrini a Roma.
Preoccupato delle dissidenze di destra e di sinistra in seno alla Chiesa, pervenne infine alla sospensione a divinis del vescovo tradizionalista M. Lefebvre e alla riduzione allo stato laicale dell'ex abate di San Paolo don Franzoni, fondatore di una Comunità di base di ispirazone socialista.

L'ultimo periodo della sua vita, reso difficile da una salute malferma, fu poi rattristato profondamente dal rapimento e poi uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro.
In quei drammaticoi giorni del sequestro intervenne con un accalorato appello lanciato ai sequestratari di Moro, e poi alle sue esequie apparve addolorato e visibilmente sofferente.

L'ultima volta che apparve in pubblico fu proprio per i funerali di Moro. Ma fu anche molto criticato da un certo clero che gli rimproverò fino all'ultimo questi suoi "atteggiamenti"  e di aver voluto portare la sua pietà a un uomo ribelle come Moro.
Il cardinale Siri (il "papa non eletto" come suo successore per soli 4 voti, che andarono invece a  Wojtyla) era il più irriducibile nemico di Aldo Moro.
Lo accusava di fare dei grossi e gravi danni alla Democrazia Cristiana. " I fedeli che pensano di essere con lui sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx" e aggiungeva "sulla questione, (i flirt con i comunisti) Moro è sfuggente, così evasivo e sgusciante che mi verrebbe voglia di dargli un pugno in faccia. Me lo impedisce la mia veste". 
Anselmi il direttore dell'ANSA, racconta in un suo recente "Diario", che quando nel '78 gli comunicò il rapimento di Moro, il cardinale gli rispose: "Ha avuto quel che si meritava". Infine criticò aspramente la decisione di PAOLO VI quando partecipò ai funerali dello statista ucciso: "Neppure il Papa dei Borgia si recò alle esequie del figlio Giovanni ucciso da Cesare".(Espresso n. 20, anno XLIV).

Paolo VI, oltre alle scatenanti dispute politiche (e nelle due leggi sopra accennate si andò molto vicino a una vera e propria "guerra di religione" - che temeva persino il PCI)  venne a trovarsi nel bel mezzo del "dissenso cattolico", dove la Democrazia Cristiana non prendeva più ordini dalla Chiesa (*);  dove c'era l'esodo di un terzo dei sacerdoti e delle religiose,  e i giovani dell'Azione Cattolica da 3 milioni erano scesi a seicentomila.
Pio XII lo aveva "tristemente" presagito -
Vedi COLLOQUI CON GEDDA

Molti - perfino i figli di grossi esponenti della DC - sono entrati nelle file della sinistra, in quelle più estremistiche e perfino nei gruppi terroristici. L'intellighenzia clericale (come il CIRCOLO MARITAIN
Vedi 1967 ) e diversi  cattolici praticanti abbandonano in massa le chiese, come nel caso di Don Milani e Don Mazzi, e clamorosamente perfino i seminaristi di Verona e 91 preti di Firenze esprimono al prete dell'ISOLOTTO - il "grande ribelle" - e alla sua   comunità, piena solidarietà con polemiche antitesi  nei confronti della vecchia gerarchia ecclesiastica, del tutto assente ai problemi reali; che scambiano molto frettolosamente i fermenti delle piaghe sociali come delle "minacce marxiste"; come le va etichettando la destra. Ma i ribelli non le esternarono solo in piazza queste antitesi, ma scrissero al Papa; e Paolo VI  rispose di suo pugno, ma per nulla sintonizzato a quegli umori e a quei disagi. Anche lui, in parte segue la linea di Pio XII che consigliava Gedda "di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali" (L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite, pag.147)

Non era mai accaduto nella storia della Chiesa che, mentre un cardinale celebrava la santa Messa, i parrocchiani uscissero per protesta dalla chiesa. Fu una lacerazione che ebbe poi un seguito, politicizzato, come la nascita del Socialismo cristiano, il "progressismo cattolico"; e infine lo sconquasso dell'ecumenismo conciliare. Fin dall'annuncio, il Concilio Vaticano II, era stato osteggiato dai conservatori e criticarono  Giovanni XXIII, poi convinti che morto lui non se ne sarebbe più parlato, ci fu la grande delusioni con l'avvento di Paolo VI. Infatti Papa Montini  riaprì i battenti, e le critiche si riaccesero.


Se Pio XII aveva molto sofferto intellettualmente per la guerra mondiale, prima, durante e dopo (e le polemiche su certi atteggiamenti non sono finite nemmeno nell'anno 2000), Paolo VI ( quand'era alla Segreteria- zittito dai nazisti in modo molto esplicito e con i ricatti) ha molto sofferto fisicamente anche lui per la Chiesa e soprattutto per l'intera società di questi ultimi anni: quella "finalmente", dissero in molti, "libera".
Libera  ma senza alcun altro punto di riferimento, allo sbando, con la politica di ogni schieramento, laico, marxista, cattolico, avviata su strade - pur con un retroterra culturale impregnato di ideologie storicamente diverse o meglio fino a pochi anni prima formalmente e sostanzialmente divergenti - che ora tutte viaggiavano in parallelo verso la stessa direzione, ognuna impegnata ad allargare il proprio "nuovo  regno" senza andare per il sottile. 

Evitando di usare il termine "materialistico" di concezione marxistica, il punto di arrivo di questo percorso (breve perchè accaduto tutto in pochi anni) è la nuova "dottrina" dei nuovi "sacerdoti" che stanno prepotentemente indicando, con ogni mezzo a loro disposizione, quello stile di vita i cui comportamenti stanno valorizzando il "dogma" del consumismo e spingono le masse alla ricerca, come oggetti di "culto", solo ai beni e ai piaceri materiali.
E nello spingere premono sull'antagonismo banale come se l'oggetto voluttuario fosse necessario, indispensabile e vitale, "da possedere se vuoi valere", "per pochi ma non per tutti", o bestemmie etiche come queste: "che vita é se non hai questo... o quello..." ....insomma  tutti esposti alla turlupinatura con una incessante ripetizione per abbattere tutte le fortezze della difesa mentale di quella massa giovane che biologicamente da sempre ha sempre avuto bisogno di un certo periodo di tempo per essere pronta ad apprendere realtà oggettive, per poi farsene una soggettiva.

La responsabilità non va ai giovani di questa generazione e nemmeno a quell'abisso generazionale che la divideva da quella precedente, ma semmai proprio a quest'ultima, a quella dei padri, abili nell'applicare un metodo molto semplice: di mettere in moto circuiti mentali lineari (di facile associabilità) dopo che per migliaia di volte le sono state ripetute le nozioni più semplici. "Divertitevi così", "vivete così", "amate così", "agite così", "questi sono i desideri di tutti", e perfino "ribellatevi così". (Hitler per diventare dittatore adottò anche lui questo metodo -  scrive Max Amann).

Come in tutte quelle passate, anche la generazione di questi anni sta assaporando la sua gioventù come un momento bello da vivere in tutta la sua pienezza. Ha solo il torto di essere nata in un periodo in cui le invenzioni dei padri, finora non sfruttate, hanno reso tutto mobile e consumabile, facilmente prendibile e godibile, e hanno procurato mille alternative di svago: auto, moto, radio, cinema, televisione, sport, musica, dischi, ecc. che letteralmente esplodono dentro la società modificandola alla sua base prima ancora di ogni indicazione politica e religiosa.
A dominare è quella economica. E' questa, quella che indica la direzione di marcia su strade facili a dieci corsie, mentre gli altri -quelli che dovrebbero essere i veri maestri - sono tutti impegnati a districarsi in viottoli di campagna su questioni banali, o peggio, a fare solo i propri interessi nei loro "feudali" collegi.

Quindi spontanea promiscuità, vita di relazione facilitata, e in queste inviando forti stimoli all'antagonismo (latente ma innato in ogni specie, perfino in quella animale) con qualunque mezzo a disposizione, quindi maggiore libertà, e senza nessun controllo. Ognuno è ormai libero di offrire l'imprinting che vuole, che spesso è legato solo ai propri interessi economici.  
In questa spinta più genetica (perchè spontanea) che educativa, alcuni abili individui che proprio giovani non erano, hanno intuito  la possibilità di gestire queste libertà e hanno pensato di sfruttarle per il proprio vantaggio economico. L'industria, l'informazione,  gestita dagli adulti ha costruito certe idee fisse (la tecnica è quella del martello col chiodo- a piccoli colpi, ma continui)  fino a esasperare i consumi.

Il mito dei giovani nasce in questi anni, ma è costruito dagli adulti che sono abili a gonfiarlo come un pallone; la pubblicità di questi anni è indirizzata quasi totalmente ai giovani, tutto quello che deve essere venduto diventa improvvisamente giovane. Una ubriacatura che investe anche quelli che  non erano più giovani.
Senza l'abile e il furbo architetto Epstein, i Beatles sarebbero rimasti nella cantina di Liverpool, senza il sessantatrenne  Max Freedman, Bill Haley non sarebbe nato il rock; senza Crocetta il Piper non sarebbe mai nato a Roma, e senza Bernardini, la Bussola (i due nuovi "templi" "sacri" per eccellenza in questi anni). Senza lo stagionato Valletta la Fiat non avrebbe avuto la forza di andare su quella strada cui nessuno "giovane" manager credeva possibile avventurarsi: fare negli anni '50 "l'auto di massa" destinata a una "massa di denutriti, ignoranti e straccioni italiani", che mangeranno pane e mortadella per anni e faranno debiti,  pur di "farsi la macchina", "farsi il frigorifero", "farsi la Tv", ecc. Perchè questo era il nuovo "vangelo" che veniva dai nuovi "pulpiti".

E' insomma una società che ha avuto (in soli venti anni) il più storico e strabiliante cambiamento da Costantino in poi: diritto della famiglia, divorzio, aborto, liberazione della donna, consumismo voluttuario, che coincide con una stagione congiunturale favorevole e improvvisa, in tutto il mondo occidentale. Ma purtroppo lasciata all'individualismo e all'antagonismo più selvaggio, con molti esempi che verranno dall'alto. 
Spesso non sanno nemmeno i protagonisti verso dove corrono e per che cosa corrono. Molti soggetti, di queste libertà non  sono poi rimasti appagati, seguitano a cercarle con tanta angoscia e vivono una perenne depressione, pur avendo soddisfatto ogni capriccio nello stile di vita delle "cicale",  che i nuovi "profeti" della "comunicazione" con le loro nuove "dottrine"  hanno insegnato loro: di "non desiderare ma prendere", e spesso ad ogni costo e con qualsiasi compromesso che però provocano delle lacerazione interiore postume.
Per poi scoprire  i più "fortunati"  (ma alcuni non lo scopriranno mai) che ciò che hanno preso non è un possesso, ma che é la "cosa" che si è impossessata di loro. Quelli "sfortunati" invece, quelli che non pensavano al domani ma all'immediato facile e demagogico "banchetto", dopo aver contribuito al "miracolo" si sono ritrovati in questi anni 2000 con una pensione da fame. (3.742.000 nel 1998 percepiscono una pensione di 342.000 lire, 3.123.000 di 500.000 lire. E sono gli stessi che in un modo o nell'altro - anche lavando i cessi o facendo i facchini- hanno contribuito al "miracolo economico").

La "Morale" divulgata in questi anni da questi adulti, "produttori" e "registi" di questo "spettacolo" chiamato "mercificazione dei rapporti umani dei valori e della dignità"   le cui "locandine"  le abbiamo  anticipate lo scorso anno, fu una delle peggiori morali.
Nei gangli dello Stato iniziano a muoversi personaggi (non giovani!) che "pensano" e agiscono convinti che ogni uomo abbia un prezzo, e cartesianamente non "pensano" che...  il solo "pensarlo"  inconsapevolmente dichiarano a se stessi e agli altri di essere loro stessi in vendita, che hanno un prezzo, e che proprio per questo, moralmente spesso perfino i vestiti che indossano  messi a confronto con la loro dignità hanno un valore superiore. (Quando scoppierà negli anni Novanta Tangentopoli, molti italiani se ne resero conto. Fanfani all'indecoroso spettacolo offerto dalla Tv, fu lapidario "La colpa è nostra! Abbiamo allevato degli uomini mediocri")
.

Non meraviglia dunque, se la Populorum pregressio di Paolo VI sia rimasta inascoltata, diventata perfino fastidiosa nel nominarla, compreso il suo autore. Che anche come papa "Paolo il mesto" fu subito dimenticato.

PAPA GIOVANNI PAOLO I

Il 26 AGOSTO è eletto ALBINO LUCIANI, che volendo combinare le qualità progressiste e quelle tradizionali di Giovanni XXII e di Paolo VI scelse come nome quello di entrambi.

Era nato a Forno di Canale (oggi Canale d'Agordo) villaggio montano presso Belluno, il 17 ottobre 1912.
Proveniva da una povera famiglia della classe operaia: suo padre andava spesso a lavorare in Svizzera e la sua famiglia era nota come apertamente socialista. Dopo aver studiato nei seminari locali e aver prestato servizio militare, Luciani fu ordinato sacerdote il 7 luglio 1935. Compiuti gli studi conseguendo il dottorato nell'università Gregoriana, fu dapprima curato nella sua parrocchia natale e nell'autunno del 1937 divenne vice-rettore del Seminario di Belluno.
Per dieci anni insegnò le materie più importanti, ricoprendo anche la carica di vicario generale del vescovo di Belluno. Nel 1949 fu incaricato delle questioni catechistiche in occasione del congresso eucaristico di Belluno e descrisse le sue esperienze in un libro intitolato "Catechetica in briciole". A quel tempo mantenne un valido rapporto con i comunisti locali. Nel dicembre del 1958 Giovanni XXIII lo nominò vescovo di Vittorio Veneto, dove esercitò un ministero decisamente improntato a uno spirito pastorale adatto all'ambiente rurale.

Il 15 dicembre 1969, per espresso desiderio della chiesa locale, venne nominato patriarca di Venezia. In campo disciplinare era un riformista: trovava infatti inutile la pompa ecclesiastica; incoraggiò i parroci a vendere i vasi sacri e altri oggetti preziosi della Chiesa a beneficio dei poveri. Nel 1971 poi propose che le Chiese ricche dell'Occidente dessero l'uno per cento delle loro rendite alle Chiese povere del terzo mondo.
Pur essendo praticamente sconosciuto all'estero, fu eletto nel terzo scrutinio del primo giorno del conclave riunitosi TV nell'agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI. La sua candidatura si impose quando divenne evidente che la maggioranza dei cardinali voleva un Papa dallo stile completamente nuovo, senza relazioni con l'ambiente curiale.
Dopo l'elezione lo stato d'animo che prevalse fra gli elettori fu una gioia incontenibile; l'uomo che avevano scelto era "il candidato di Dio".
Si disse che l'avere scelto il nome di Giovanni Paolo esprimeva il desiderio di combinare le qualità progressiste e quelle tradizionali di Giovanni XXIII e di Paolo VI; il 27 agosto egli annunciò ai cardinali, leggendo un testo ufficiale precedentemente preparato, la sua intenzione di continuare a mettere in atto le deliberazioni del concilio Vaticano II, conservando intatta allo stesso tempo "la grande disciplina della Chiesa nella vita dei sacerdoti e dei fedeli".

Un atto genuinamente spontaneo fu quello di tenere una conferenza stampa durante la quale affascinò i mille giornalisti presenti. Sempre insofferente della pompa e delle manifestazioni puramente esteriori, e inoltre veramente umile, fece a meno della tradizionale incoronazione e nel giorno in cui entrò in carica (3 settembre, in Piazza S. Pietro) fu semplicemente investito del pallio, simbolo del suo ufficio pastorale.
Tre settimane più tardi, intorno alle undici di sera di giovedi 28 settembre, morì per un attacco cardiaco mentre era a letto intento a leggere delle carte contenenti appunti personali. La luce era ancora accesa quando fu trovato morto il giorno dopo, intorno alle cinque e mezza del mattino. Una morte che qualcuno definì "misteriosa", visto che appena salito sul soglio voleva approfondire quello che si andava sussurrando in giro sulla "allegra" banca Vaticana.
Fu il primo Papa di cui si può dimostrare che ebbe origine dalla classe operaia: un uomo dotato di buon senso pratico che attirava la gente con il suo sorriso cordiale. E' tuttavia impossibile indovinare che tipo di politica avrebbe seguito se fosse vissuto.

 I FATTI POLITICI DI QUESTO MESE

27 AGOSTO - In un mese dove l'attenzione é quasi tutta concentrata sui fatti religiosi, diciamo evangelici,   l'Espresso pubblica invece Il "Vangelo" Socialista di CRAXI.
Rispondendo a Berlinguer che pochi giorni prima aveva trattato l'argomento, Craxi si avventura in un lungo discorso dove espone il "suo socialismo" partendo e riallacciandosi alla tradizione socialista di PROUDHON. Tradizione libertaria e pluralistica, nulla a che vedere con il comunismo leninista e il socialismo reale di cui ha accennato Berlinguer; Craxi  dai due "sinistri" socialismi vorrebbe prendere a quanto pare le distanze, parlando anche lui di un nuovo socialismo. Ma quale?

Da alcuni interventi che poi seguirono sulla stampa, quello che più colpisce e che rispecchia la situazione di questa disputa che sembra delineare una certa incompatibilità tra i due leader, è quella di NORBERTO BOBBIO, su
La Stampa del 10 settembre. Con il titolo "Il socialismo non è un orologio" dove afferma che si discute troppo sulle parole:
" Mi stupisce come ci si possa appassionare per una questione di parole, com'è quella che divide la sinistra italiana sul Socialismo... Siccome il socialismo é inteso in diversi modi e in genere lo intendono in modo diverso coloro che discettano....i contendenti possono essere di parere  contrario ed aver ciascuno, dal proprio punto di vista, ragione....", e prosegue  "...Ingenuo pensare che una soluzione possa essere trovata attraverso la scoperta dell'unica possibile definizione di socialismo, oppure attraverso l'argomento, che ogni disputante sottintende, secondo cui la propria  definizione é la migliore di quella dell'altro. Ingenuo perché il socialismo non è una cosa determinata come un orologio, ma un sistema complesso di idee..."

Ma ormai questa discettazione è iniziata e comincia (sembra di essere ritornati ai primi anni del '900 - quando si cercava di definire il minimo e il massimo del socialismo - massimalisti ecc.) a scavare un solco tra i due partiti della sinistra. E' il primo colpo di vanga che dà Craxi per prendere le distanze non scava un solco ma un grande fossato. I socialisti pur essendo  apparentemente ancora impegnati dentro la DC a rimuovere le pregiudiziali anticomuniste, al  primo veto dei democristiani le accetteranno come un dato immutabile.
Dalla finestra di via Botteghe Oscure, Berlinguer  nell'80 dopo il "preambolo" di Piccoli (che esclude qualsiasi alleanza con il PCI) 
vedrà CRAXI entrare in via del Gesù a fare  alleanze con la destra democristiana. E' questo il modo che Craxi ha scelto per far crescere in fretta il suo partito, con uno scopo che è un'idea fissa: diventare  prima il terzo incomodo, poi l'ambizione è salire e sostituirsi, come numero di voti, al PCI. (Mica poco !!!)

a1978s.jpg (17568 byte)A Maggio il 29 - Con una nuova votazione sia alla Camera che al Senato era entrata  in vigore la LEGGE SULL'ABORTO, che disciplina l'interruzione volontaria della gravidanza non considerata più un reato.

La legge era stata promulgata al fine di evitare il referendum promosso dai radicali. Ma si insiste per una consultazione, e non sono risparmiati i primi dati che emergono dalla nuova disciplina dell'interruzione volontaria della gravidanza in questi primi quattro mesi; più di 70.000 aborti in 100 giorni.

Il prossimo anno si registreranno ufficialmente 187.752 aborti, il 25 % dei concepiti;  a parte il fatto etico e le motivazioni di queste scelte,  con la bassa natalità si inizia a correre verso "crescita ZERO"

Gli aborti si assesteranno sulla media di 180.000 l'anno fino al 1995 per un totale di circa 3.500.000 di non nati. Coincidono subito e sono la prima causa del calo delle nascite, e della costituzione della famiglia tipo, in una forma esponenziale negativa (all'incontrario).
Meno figli, meno famiglie, e i pochi generati che ne formano una, se conservano lo stesso coefficiente di natalità dei loro genitori fanno essi stessi meno figli che faranno ulteriormente calare a loro volta ancora di più le famiglie e via di questo passo. In un programma di simulazione al computer, con il coefficiente natalità attuale, in otto/nove  generazioni  scompaiono tutti gli italiani. (salvo considerare italiani gli stranieri che stanno da un po' di anni registrando all'anagrafe come cittadini italiani  i numerosi figli (media 3,8-4,2 x famiglia). 
(In alcuni paesi del vicentino- nel 2010 - rappresentano già il 50% delle nascite).

 

un CARLI "VA E VIENI"

Molte cose sembra che stiano cambiando in Italia. Basta il titolo che appare quest'anno su Repubblica con un GUIDO CARLI   dall'altra parte della staccionata (Presidente alla Confindustria succeduto a Gianni Agnelli - dopo essere stato Governatore della Banca d'Italia per 15 anni). Il suo duro intervento è una sorpresa per tutti.
Il preambolo è già tutto un programma: "Il sistema politico, sociale, economico, é andato degradando verso forme di anarchia incompatibile con l'esercizio della libertà   conciliabili con quelle di tutti": Inizia così,  parlando all'assemblea degli industriali a Roma, davanti a otto invitati ministri in prima fila che lo ascoltano. Nella sala le sue parole, seguite da un fragoroso applauso, sono risuonate come tanti   schiaffi diretti proprio ai politici presenti, con un Donat Cattin polemico che ha risposto per le rime infuriato.

Ma Carli ha proseguito "La composizione del conflitto fra le diverse culture che ha lacerato la società italiana é avvenuta sul terreno del populismo, ossia su quello nel quale classi dirigenti prive di autorità conservano il potere accogliendo domande di tutti e, in ultima istanza, ricomponendole nell'inflazione." Gelo in sala con i ministri in forte imbarazzo, perché tutti osservano le loro facce.
Alla fine Carli ha un po' sgomentato i suoi colleghi presenti "Non siamo alla fine della crisi, ma al suo principio".

Ripercorrendo la sua carriera, con una buona approssimazione il governatorato di Carli alla Banca d'Italia, ha coinciso con la storia d'Italia di 15 anni (dal 1960) e del più bizantino e clientelare malgoverno.
Non è stato immune Carli  da responsabilità, almeno per certi aspetti  di quella degenerazione di cui ora si lamenta. Anzi ha contribuito alla cristallizzazione e alla stratificazione degli squilibri, di dimensioni tali da sembrare ora  irrisolvibili. L'ingigantimento del reddito fisso, ad esempio,  si è verificato sotto la sua benevola approvazione, sebbene significasse un crescente indebitamento dello Stato. L'accesso privilegiato al credito degli enti anche a spese dell'economia produttiva è una sua invenzione. Un accesso che egli ha favorito, o quanto meno facilitato, facendo il gioco del clientelismo e del parassitismo, delle disfunzioni amministrative, che ormai sono diventate una norma in molti enti, soprattutto territoriali.
Non dimentichiamo infine, che come pochi altri, in virtù dei meriti propri e della pochezza altrui, ha avuto Carli sempre carta bianca, che però non ha mai usato per richiamare sindaci e presidenti a una buona amministrazione, ma li ha trascinati lui ai debiti, con una finanza sempre più allegra e permissiva.

Altrettanto nelle imprese. Carli s'inventò la "copertura con mezzi monetari dei fabbisogni di capitali per investimento": le imprese cercavano ossigeno nel reddito fisso, le banche assorbivano le obbligazioni fin che potevano, e quelle che poi avanzavano non riuscendo a collocarle presso i risparmiatori privati  le sottoscriveva il Tesoro o la Banca d'Italia, con il debito pubblico trasformato in montagne così alte da rendere nei successivi cinquant'anni inaccessibili le sue vette alle innumerevoli "spedizioni alpinistiche di  risanamento.
L'intreccio  tra affari  e politica ha avuto l'inizio proprio sotto la sua gestione. Le emissioni di obbligazioni dal governo dovevano essere autorizzate, e da Carli firmate, e questo ha innescato il baratto e il saccheggio del denaro pubblico per alimentare un'economia sovvenzionata, e tutta quella caotica e convulsa fioritura di piccoli e grandi soggetti rampanti  nella feudalizzazione dello Stato dove il management (con uomini mediocri) a un certo punto non rispondeva più a nessuno. Fu quella la data di nascita della "razza padrona".

Si conclude (in apparenza - vedremo in fondo perché - questa apparenza) una fase storica. Ma alle sue spalle, Carli,  ora, schierandosi contro il "sistema" che lui stesso ha creato, pur ottenendo grandi successi nei prossimi anni nell'indicare gli strumenti e i modi della ripresa economica, e come affrontare la crisi,  riuscirà solo in parte a eliminare l'anarchia, anche se darà  nuovamente prestigio e voce agli imprenditori da dieci anni tenuti nel limbo per i motivi che abbiamo letto nei precedenti anni. 
La mutazione è in atto, e nei primi anni Ottanta, il liberismo nel sistema economico non solo verrà rilanciato ma inizia a conoscere la sua stagione migliore. Anche fin troppo! I baratti e il nepotismo politico, gli intrecci tra affari e politica, dalle aziende pubbliche scende a quello privato, e permettono di creare grandi imperi privati (si pensi alla Tv)  non più con le sovvenzioni di denaro, ma con le concessioni, leggi e decreti, creati a doc, per ottenere poi i partiti non pochi e pingui benefici economici.

Si inizia con le regalie; dopo, queste si trasformeranno in una vera e propria tassa; in una tangente; così diffusa, che verrà perfino codificata, percentualizzata, sistematicamente applicata in quasi tutti i settori economici. In seguito quando scoppierà Tangentopoli, avrà un nome preciso: "dazione ambientale"
Un testimone al processo confesserà che "per lavorare si pagava tutti, di giorno e di notte, in cielo e in terra, e in ogni luogo".
Altrettanto dirà Craxi in Parlamento rivolto invece ai politici:  "Non fate gli ipocriti, era una prassi consolidata, diffusa, a cui nessuno, tutti voi, è mai sfuggito".

Ritornando a GUIDO CARLI, l'uomo sorprenderà ancora. Dopo il disprezzo espresso nell'Assemblea,  alla partitocrazia, al clientelismo, al degrado, all'anarchia, alla degenerazione, dieci anni dopo lo ritroviamo il 23 luglio del 1989, dentro nel governo Andreotti IV, come ministro del Tesoro, a sedere accanto a quelli che aveva "schiaffeggiato" all'assemblea di Roma; proprio a fianco di Donat Cattin e altri.
Ed è il periodo in cui i mali che aveva sottolineato si accentuano, diventano un cancro quasi inestirpabile. Dovremo aspettare il 1992 e Tangentopoli per conoscere ogni particolare. Rileggendo la requisitoria di Carli fatta quest'anno, ognuno può fare le sue considerazioni e trarre delle conclusioni.

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14 DICEMBRE - A conclusione del dibattito sull'ingresso dell'Italia nello SME, la Camera ha ieri approvato una risoluzione presentata dal capogruppo della DC. Sul documento si é registrata l'astensione globale dei socialisti; i comunisti hanno votato contro l'approvazione dell'adesione immediata. Voto favorevole oltre la DC, i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Hanno votato no, il Pdup i radicali  e i missini.
La decisione del governo di aderire  allo Sme  é passata con 270 sì, 228 no e 53 astensioni.
NAPOLITANO del PCI nel suo intervento, pur escludendo qualsiasi  volontà del partito di giungere ad una crisi, ha affermato "Questa volta il governo si  deve assumere interamente le sue responsabilità di una scelta rischiosa che i comunisti non si sentono di condividere".

Fra i più seccati CRAXI in grosse difficoltà, visto che dentro il PSI sono emerse posizioni diversificate. Addirittura tre: una per il no secco, un'altra per il sì, e la terza per l'astensione in linea con il segretario Craxi, che poi è prevalsa, ma ha aperto una crisi dentro il partito tanto da far rinviare il consiglio del partito.
Due posizioni dentro anche il PCI: la linea di Berlinguer per il no in linea con Napolitano, e quella di Chiaromonte che indicava realisticamente di prendere atto   della frattura verificatasi dentro la maggioranza e quindi indicava la strada della crisi.

"ANDREOTTI è un abile navigatore e un ancora più abile incassatore. Ma nella sua replica finale, tutta tesa a dimostrare che la scelta del governo è stata fatta tenendo in esclusivo conto gli interessi del Paese, con uno sdegno che non gli é congeniale ha parlato di "accuse ingiuste e immotivate e che é fuori strada chi pensa di attribuire al governo questa decisione come una scelta conservatrice". Scrive Alò su 24 Ore.

Per la firma ufficiale dell'adesione italiana allo SME, il ministro PANDOLFI  sarà a Bruxelles il 18 dicembre. L'avventura verso l'Europa Unita inizia.

I posteri diranno se questa fu  una scelta giusta o sbagliata. Chi aveva ragione e chi no.

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Il 1978, il tenebroso anno, termina con un numero impressionante di vittime cadute sotto i colpi dei terroristi. Un lungo elenco che riuniremo fra breve su una di queste pagine. Il delitto Moro è stato al centro dell'attenzione, ma molti altri, fra cui molti innocenti, avranno anche loro qui un piccolo ricordo fin quando queste pagine saranno in rete.

L'ultimo delitto, folle, osceno, incomprensibile, inutile, come lo scorso anno, e prima del Natale, fu quello di due "proletari", sardi,  giovani di venti anni che avevano la sola colpa di essere soldati di leva a Torino. SALVATORE LANZA e SALVATORE PORCEDDU, sono uccisi mentre fanno il loro servizio di guardia davanti alle carceri Nuove di Torino. (ripetiamo: due giovani soldati leva !!)
Cosa c'entravano loro con la guerra  armata, contro le multinazionali, la lotta di classe,  le BR non lo hanno mai spiegato. Rappresentanti del simbolo del potere da colpire?  Ma per carità! Non diciamo fesserie!

 

FINE

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