ANNO 1982

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( dal calci in c... a calci in rete... )

COPPA DEL  MONDO 1982 IN SPAGNA


di BACCI ANDREA

Nel 1982, anno dei mondiali spagnoli, in sella alla Nazionale di calcio c’è sempre Enzo Bearzot, il presidente della Figc è Sordillo, Antonio Matarrese da Bari, detto Tonino, è il presidente della Lega. 
Bearzot raduna gli azzurri nel ritiro di Alassio. Deve registrare la rinuncia forzata a Bettega, infortunatosi gravemente nel novembre dell’81 in Coppa Campioni, ed ha una profonda crisi spirituale, riportata da Gigi Garanzini nel suo Il romanzo del Vecio, nel convocare Paolo Rossi, che ha appena finito di scontare la squalifica di due anni, ed ha contribuito con un gol all’ennesimo scudetto della Juventus del Trap, stavolta con un rocambolesco finale con un punto di vantaggio sulla Fiorentina di Antognoni, Bertoni, Pecci e Graziani. 

Giacché Rossi ha scontato il suo debito con la giustizia sportiva, Bearzot finisce per chiamarlo, anche se è in chiaro ritardo di forma. Il Ct tiene il posto anche a Bettega, ma quando è sicuro che non lo può recuperare in tempo, convoca un onesto attaccante del Cagliari, Franco Selvaggi, al posto del bomber del campionato, il romanista Pruzzo.

Il grosso del gruppo è sempre il solito, con le aggiunte dell’ala destra della Roma, Bruno Conti, che prende il posto di Causio, convocato lo stesso (il barone era passato dalla Juve all’Udinese, successivamente giocherà con Inter e Lecce), poi l’attaccante Altobelli, il ragazzino viola Massaro, più tre giovani difensori: il libero del Milan Franco Baresi, il granitico Pietro Vierchowod, passato dalla Fiorentina alla Roma, e il diciottenne dell’Inter Giuseppe Bergomi, detto “Zio” per quel bel paio di baffi che lo invecchia parecchio. Anche il magazziniere contrassegna i parastinchi di Bergomi non col nome ma col nomignolo “Zio”.

 Prima della partenza per il ritiro spagnolo di Pontevedra, in aeroporto il Ct schiaffeggia un ragazzina che lo apostrofa quale “scimmione bastardo”, visto che non ha convocato il suo idolo, la deliziosa mezzala dell’Inter, Beccalossi, che a Bearzot non è mai piaciuto. Il Ct si difende affermando di essersi comportato come un padre, un educatore, ed aver tenuto un comportamento che avrebbe evitato davanti ad un irrecuperabile adulto. 

Non siamo circondati da molti accrediti di vittoria finale. L’Istituto Gallup svolge un sondaggio in 19 paesi del mondo, da cui viene fuori che abbiamo l’1% di probabilità di successo finale, come Perù e Cile, mentre il Brasile è in testa col 24%. Fa sorridere anche Gentile, quando si fa crescere i baffi ed annuncia che li taglierà solo all’accesso in semifinale. Molti fanno notare che potrebbe restare baffuto a vita. Gentile è l’umorista della squadra. Dice: “Dopo dieci giorni senza vedere una donna, anche Bruno Conti sembra Ornella Muti”. 

E “se prima della partita col Camerun siamo messi male, carichiamo sul pullman anche le valigie, così poi partiamo per l’Italia sorprendendo tutti, evitando accoglienze troppo festose…” 
In realtà il ritiro nel temperato clima di Pontevedra (L’albergo è la “Casa del Baron”, con ovvi sberleffi a Causio) fa recuperare molte delle energie perse durante il campionato.

…………….Nell’amichevole con una squadra portoghese, lo Sporting Braga, vinciamo con un gol di Graziani, mettendo in mostra un gioco da far ridere anche i polli. Sordillo si lascia scappare la frase: “Se giochiamo così, ci conviene tornare subito a casa”. Bearzot risponde caustico: “Non è stata proprio una bella Nazionale”. La colpa era attribuita al preparatore atletico Vecchiet, reo di aver impostato la preparazione solo sul fondo, a scapito della velocità. In effetti, molti azzurri appaiono “imballati”. Il Ct rinuncia ad infoltire il centrocampo con l’impiego di Massaro al posto di una punta: “Mi va bene prendere un gol e farne due, siamo destinati a fare gioco d’attacco.” In realtà giocheremo sempre con la massima attenzione rivolta alla difesa. 

Le finaliste passano da sedici a ventiquattro, i gironi sono sei da quattro squadre, passano il turno le prime due, che vanno a comporre ulteriori quattro gruppi da tre, con i vincenti di ogni gironcino che vanno a comporre semifinali e finali. I sei gironi eliminatori sono composti da Italia, Polonia, Perù e Camerun; Algeria, Germania Ovest, Austria e Cile; Argentina, Belgio, Ungheria ed El Salvador; Inghilterra, Francia, Kuwait e Cecoslovacchia; Spagna, Irlanda del Nord, Jugoslavia e Honduras; Brasile, Scozia, Urss e Nuova Zelanda. Per le curiosità, il comune di Cerda, nei pressi di Palermo, dove si producono 50 milioni di carciofi l’anno, mette in palio 2500 bulbi di carciofi, più un aratro da collezione, per la difesa più battuta del torneo. E’ un invito, senza malizia, a “darsi all’agricoltura”. Il “premio” se lo aggiudica El Salvador (solo venti convocati per fare economia). Siccome, già alla vigilia, i centroamericani vengono sospettati di questo “successo”, il loro Ct, Mauricio Gonzales (che con un gol di dieci anni prima all’Honduras aveva provocato una breve ma sanguinosa guerricciola tra i due paesi), si affretta a dichiarare che il punto forte della sua squadra è la difesa: dieci gol li prenderà solo dall’Ungheria.

Il 14 giugno affrontiamo la Polonia del neo juventino Boniek, di Zmuda e del vecchio Lato con questi undici: Zoff, Gentile, Cabrini, Marini, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Lo stopper brasiliano Oscar, origini italiane, prevede la nostra vittoria per 1-0, invece, pur giocando benino, non andiamo oltre uno scialbo 0-0, con Tardelli che prende un palo. 
Boniek dichiara ingenuamente di essersi sentito bloccato quando si trovava davanti i futuri compagni della Juve, Bearzot la prende male, perché pensa, erroneamente, che ci sia di mezzo un accordo segreto. Con l’idea che lo scoglio maggiore per superare il turno sia passato, il 18 giugno affrontiamo il Perù, che ha pareggiato con il Camerun per 0-0.

Partiamo con la squadra confermata. Nel primo tempo non giochiamo male, e andiamo in vantaggio con un bel tiraccio di Conti che sorprende Quiroga. Rossi a parte, in versione fantasma, la nostra manovra scorre fluida. Nella ripresa Bearzot inserisce Causio per Rossi, e scatta improvviso il black out. Perdiamo ogni collegamento tra i vari reparti, e ci facciamo schiacciare in area dai modesti peruviani. Mostrando un gioco come quello delle ultime amichevoli, cioè da rappresentativa di Paperopoli, becchiamo alla fine il gol del pareggio per una sfortunata autorete di Collovati. Il primo a commentare a caldo è Tonino Matarrese: 

“Questa squadra è una vergogna, è vecchia per fantasia e voglia di vincere. 
Mi verrebbe voglia di scendere negli spogliatoi e prendere tutti a calci nel sedere.” 


Gli risponde proprio uno dei “senatori”, Causio: “Questo signore venga a dircele in faccia certe cose”. Intanto il Camerun fa 0-0 con la Polonia, dimostrando di non essere una squadra di picchiatori naif come si pensava, ma di avere degli atleti preparati ed una buona disposizione tattica. Dopo che la Polonia si è qualificata battendo il Perù per 5-1, il 23 giugno affrontiamo i Leoni Indomabili del Camerun, con l’interista Oriali in mediana al posto del compagno di club Marini. Tra gli africani spicca il bravo portiere N’Kono, forse il migliore di tutti i tempi del continente nero, il bravo Onana, ed un centravanti che gioca in Francia e che in patria è un autentico eroe nazionale, Roger Milla. 

Per passare il turno ci basta un pareggio: avremmo così un gol segnato in più degli africani, a parità di differenza reti. Senza strafare, ma neanche senza soffrire, andiamo in vantaggio con Graziani al 61’, pareggia M’Bida un minuto dopo. Gli africani, chiaramente superiori dal punto di vista atletico, pare che tirino il freno, quando gli servirebbe cercare la vittoria per passare il turno. La partita non ha altre emozioni, finisce 1-1, noi passiamo il turno, i Leoni tornano a casa pur avendo mostrato un gran bel gioco, senz’altro migliore del nostro. Nell’84 Roberto Chiodi del settimanale “Epoca”, insieme ad Oliviero Beha, pubblica degli articoli in cui denuncia che quella gara fu il frutto di un accordo: italiani a passare il turno, contro l’imbattibilità degli africani. I due giornalisti scrivono anche un libro: Mundialgate, dietro la vittoria italiana in Spagna una clamorosa storia di corruzione, in cui sono raccontate, in terza persona, le peripezie dei due, tra Camerun e Corsica, alla ricerca della verità.
 Le loro prove vengono però smontate facilmente dalle polemiche. Vero è che i Leoni ci dettero il tragico sospetto di risparmiarci, visto che, famosi per il loro gioco duro, non ci dettero neanche un calcetto, ma, se proprio la partita doveva essere comprata, tanto valeva comprare la vittoria e seppellirli sotto un bel po’ di reti, cosa che ci avrebbe permesso di cadere poi in un gironcino più semplice. Certo è che, poi, ne avrebbe perso di fascino tutta l’avventura. Beha non ha mai ritrattato la sua versione, ma la Fifa non ha mai aperto un’inchiesta. Nell’ottobre del 1984, Roberto Chiodi di “Epoca” chiuse così lo scandalo: “Sulla partita Italia-Camerun è sceso l’ordine di fare silenzio. Gran parte della stampa si è allineata alla consegna: quei ragazzacci che avevano osato parlar male della nazionale sono stati messi in riga, hanno ricevuto la loro brava dose di bacchettate sulle mani, non ci riproveranno più.”

 Intanto, visto che siamo dilaniati dalle polemiche, Bearzot decide di chiudere la squadra in un clamoroso silenzio-stampa. Tra i motivi c’è anche il pettegolezzo di una amicizia “particolare” che legherebbe due azzurri (Cabrini e Rossi?), che fa imbestialire il Ct. La squadra delega solo il capitano Zoff a parlare con la stampa. 

I gironcini del secondo turno sono composti da Polonia, Urss e Belgio; Spagna, Inghilterra e Germania Ovest; Brasile, Argentina e Italia; Francia, Austria e Irlanda del Nord. Gli azzurri vanno a Barcellona, circondati dagli sberleffi della stampa e dal pessimismo generale, per affrontare un girone impossibile. Come possiamo fare a battere argentini e lo squadrone carioca giocando da Ridolini come abbiamo fatto fino ad adesso? E con un centravanti comico come Rossi? Ci vorrebbe un miracolo. L’unico che lo intuisce, oltre a Bearzot, che tira avanti per la sua strada e non la smette di incitare i suoi ragazzi, è Gianni Brera, che scrive articoli che fanno trapelare una certa speranzuccia.

Il 29 giugno davanti ai 43mila del Sarrià, lo stadio dell’Espanyol, affrontiamo l’Argentina di Maradona in un caldissimo pomeriggio con Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Diaz e Maradona a parte, gli altri nove sono tutti campioni del mondo in carica. Bearzot affida il fuoriclasse piccolo e bruttino alle cure di Gentile. La marcatura è di quelle da manuale del controllo a uomo nel gioco del calcio. Gentile picchia come un fabbro, si becca un cartellino giallo, secondo Brera appoggia sul fianco di Maradona anche qualcosa di cui è meglio tacere, ma riesce spesso a battere Diego sul tempo, e ad anticiparlo numerose volte, bloccando la manovra avversaria che quasi sempre passa per i piedi fatati del Pibe de Oro. Dall’altra parte Rossi dà segni di risveglio, con Conti e Graziani che si dannano l’anima per farlo partecipare alla manovra. 

Il primo tempo scivola via senza sussulti, vivendo sulle continue lamentele di Maradona, ossessionato da Gentile. Nella ripresa sono gli azzurri a prendere le redini del gioco, pressando gli avversari fin dalla loro trequarti, cercando di recuperare palla e partendo in veloci contrattacchi portati avanti con tutti gli effettivi. Graziani sfiora la rete, Tardelli impegna severamente Fillol.

E’ il preludio del gol: al 57’ la palla scorre da Antognoni a Conti, suggerimento delizioso per il sinistro di Tardelli, non c’è scampo per Fillol, 1-0 per noi. La reazione degli uomini di Menotti è veemente: Bertoni impegna Zoff, Diego prende un palo su calcio franco. Dopo qualche istante il pareggio sembra cosa fatta, con un colpo di testa di Passarella che trova un grande Zoff.
Gli azzurri cercano di uscire dal guscio: al 67’ Tardelli lancia Rossi solo davanti a Fillol, ma il centravanti batte addosso al portiere. Il rinvio è preda di Conti, che ha seguito l’azione e, favorito da un rimpallo, si porta sul fondo e porge indietro per Cabrini, che scocca il sinistro: 2-0, argentini annichiliti. Entrano Marini e Altobelli per Oriali e Rossi, i sudamericani accorciano con una punizione di Passarella calciata prima che l’arbitro fischi, poi c’è l’espulsione del terribile Gallego, che ha martoriato Marini e Scirea. Finisce 2-1, con Menotti che la prende male ed inizia a sparlare: Gli azzurri giocano solo in difesa, dice, fanno un non-gioco, non sono una vera squadra. Con il successo le critiche della stampa si attenuano come per miracolo. Adesso la colpa delle brutte partite precedenti non è data alla squadra, ma alla Federazione che non è intervenuta a svolgere le sue funzioni dirigenziali, lasciando gli azzurri in un mare di difficoltà. 

Preparando la gara col Brasile, Bearzot dichiara di voler rinunciare agli “atteggiamenti tattici scriteriati” usati con gli argentini, ma di presentare un modulo più prudente, con copertura e contropiede manovrato. Il problema non era il solo Falcao, ma anche tutti gli altri verdeoro, che sono difficilissimi da marcare perché svariano per tutto il campo. Bearzot decide di marcarli a zona quando arretrano, a uomo quando hanno il possesso palla. Il perno della squadra di Bearzot, oltre una granitica difesa a uomo, è il centrocampo, con un mediano di rottura (Oriali o Marini), un cursore (Tardelli) ed il folletto Conti.
Il Ct chiede ai difensori chi se la sente di marcare Zico, il fuoriclasse con il numero 10 sulle spalle, Gentile fa un passo avanti. Il Ct ha l’illuminazione di capire che Santana usa Serginho come centro-boa, come appoggio per i compagni che entrano in area da dietro. Gli mette alle costole Collovati con l’ordine di tentare di anticiparlo sempre, altrimenti sono guai. Intanto i carioca battono l’Argentina con un eloquente 3-1, Maradona la prende male e si fa espellere per un brutto fallo. Il risultato è decisivo perché, per andare in semifinale, siamo costretti a battere i carioca, il pareggio regalerebbe a loro il passaggio del turno, per il gol in più fatto alla banda di Menotti. 

Lo stopper Oscar, che non c’aveva preso pronosticandoci con la Polonia, dichiara: “Vinciamo 1-0, il gol lo segno io.” Il 5 luglio, sempre al Sarrià affrontiamo la nostra Mission: Impossible con Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Il Brasile schiera Peres, Leandro, Junior, Toninho Cerezo, Oscar, Luisinho, Socrates, Falcao, Serginho, Zico, Eder. Fischia l’israeliano Klein, quello di Italia-Argentina del ’78. Cronaca: dopo 3’ Tardelli scodella al centro un cross che Rossi cicca come neanche fanno gli amatori, e tutti giù a bestemmiare contro Paolo e contro chi ce l’ha portato.

Passano due minuti, Cabrini mette un bel cross nel mezzo, stavolta Rossi ci mette la testa: 1-0, la gioia è pari all’incredulità. Però, abbiamo proprio un bel centravanti. Passano alcuni istanti e Junior mette Serginho davanti a Zoff, col portiere che si salva in uscita. Capiamo subito che sarà dura resistere. Al 10’ Zico, francobollato da Gentile, si libera del difensore e porge palla al capitano Socrates: il “dottore”, che è veramente laureato in medicina, entra in area e calcia tra Zoff ed il suo palo di sinistra. La palla si infila, 1-1. Un minuto dopo Gentile colpisce duro Zico, scatta il giallo. I carioca approfittano del nostro momento di sbandamento, e con un Falcao in stato di grazia, prendono le redini del gioco. Impressionano i tiri di Eder che filano a 114 Km/h. Incominciano però a sottovalutarci: al 25’ Cerezo e Junior, non due qualunque, sbagliano un disimpegno sulla loro trequarti, si piomba sulla palla Rossi, che fa qualche passo, poi batte Peres: 2-1, tra la sorpresa generale siamo di nuovo in semifinale. Si fa male Collovati, e Bearzot inserisce il ragazzo baffuto, Bergomi. Il tempo si chiude con un paio di occasioni per Zico e Socrates, con Zoff pronto a respingere, e le terribili punizioni di Eder che vanno sempre a finire sulla barriera. Gentile strappa la maglia di Zico.

 Il secondo tempo è tutta una palpitazione, vietatissimo ai malati di cuore. Al 48’ Falcao sfiora il palo, al 51’ Conti sbaglia un facile 3-1. Al 53’ Luisinho abbatte Rossi in area, il rigore ci poteva stare. Al 55’ una punizione di Zico (delizierà i tifosi dell’Udinese con la sua specialità) va fuori di un niente, un minuto dopo Zoff si tuffa sui piedi di Cerezo. Al 58’ lo stesso Dino respinge un tiraccio di Serginho, capovolgimento di fronte e Rossi, solo soletto, spedisce fuori. Ancora un minuto ed Eder, su punizione, supera la barriera ed esalta le infinite doti di Zoff.
Per dieci minuti non succede niente, con gli azzurri che sembrano poter controllare agevolmente. Di colpo, corre il 68’, Junior serve al limite Falcao, nessuno va a chiudere sul romanista che scocca il sinistro, Zoff è impotente: 2-2, qualificazione che ripassa ai brasiliani. I carioca non sanno però resistere alla loro vocazione offensiva, e continuano ad attaccarci senza badare al nostro contropiede. Grazie a questa specialità, al 74’ otteniamo un angolo, battuto da Antognoni, respinta di Luisinho, palla tra i piedi di Tardelli. Marco fa partire il sinistro, ma la palla è destinata sul fondo.

Solo che quel giorno si è svegliato un furetto che non si ferma neanche a fucilate. Rossi ci mette il piedino: 3-2, siamo di nuovo in semifinale. Marini entra per uno stanchissimo Tardelli. I brasiliani, frastornati, potrebbero pareggiare all’80’, ma Socrates è fermato da un dubbio fuorigioco. Diventa protagonista Klein all’87’: Rossi dà ad Oriali, da questi ad Antognoni, palla nel sacco. Sarebbe il 4-2, invece l’arbitro annulla per un inesistente fuorigioco. 

Finita? Macché. All’89’ Eder calcia un angolo, Oscar, il terzino dai grandi proclami, va a colpire di testa e la palla, beffarda, sembra infilarsi in rete alla sinistra di Zoff, senza dare scampo al nostro portiere. 3-3? Neanche per sogno: proprio sulla linea, con un balzo che non riesce neanche ai ragazzini, ci arrivano le manone del nostro numero 1. I brasiliani chiedono lo stesso il gol, Dino si alza facendo minacciosamente di no col dito verso l’arbitro. Klein non abbocca, dopo poco fischia la fine. 3-2, se vi capita la cassetta della gara, non lasciatevene sfuggire la visione. In Italia iniziano i festeggiamenti ed i cortei delle auto: Rossi, che è il primo calciatore a segnare tre reti tutte insieme al Brasile, è elevato ad eroe nazionale, in sudamerica diventa il nome di una febbre tropicale. 

Sono in molti a voler salire, adesso, sul carro dei vincitori. Il primo è l’ineffabile Antonio Matarrese, che qualche giorno prima voleva prendere tutti a calci. Garanzini scrive di lui: “Tonino che…battuto il Brasile, in spogliatoio invece si presenta perché non si sa mai che ci scappi la foto ricordo, e mentre il vecio (Bearzot, ndr) si limita ad osservare, toh, ecco anche il galletto, due-tre giocatori dello zoccolo duro corrono a spalancare un finestrone urlando ma che puzza di merda qua dentro, e chissà se Tonino coglie la sottile ironia…Tonino che per una brutta sconfitta dell’under 21 vorrebbe prenderli tutti a calci nel sedere perché la fantasia è quella che è. Tonino innamorato perso di Sacchi che a ogni titolo dell’odiato Maldini (che vince tre campionati europei con i ragazzi dell’under, ma il cui gioco è sempre stato agli antipodi da quello del Pelatone di Fusignano, ndr) si scaraventa sul campo a sollevare la coppa in eurovisione.” 

Negli altri gironcini passa la Polonia, battendo con tre gol di Boniek il Belgio, e pareggiando 0-0 con L’Urss, che con il Belgio non va oltre l’1-0. Nella partita con l’Urss Boniek rimedia un’ammonizione assolutamente gratuita, che gli farà saltare la semifinale con l’Italia. Per Brera si tratta dell’aiuto di “Eupalla, nostra musa della Pedata”. Il Ct Piechniczek se la prende perché non troverà il Brasile: “I carioca sono forti davanti, ma fanno giocare, in difesa non sono gran ché e poi, quel portiere…”. 
Passa la Germania, che fa 0-0 con gli inglesi, poi batte 2-1 i modesti spagnoli. All’Inghilterra basterebbe un 2-0 per andare in semifinale, invece Arconada tira giù la saracinesca, finisce 0-0, gli inglesi tornano dalla loro Regina senza aver perso una partita, come il Camerun. Anche un’altra squadra che aveva fatto ridere nel girone eliminatorio, a riprova che nella prima fase è importante qualificarsi stando attenti più a risparmiare prezioso energie, più che sciuparle per vincere gare inutili, la Francia, batte l’Austria 1-0, poi gli irlandesi per 4-1. I galletti hanno un centrocampo talmente bello da non sembrare nemmeno vero. Lo formano Platini, il piccolo Giresse, il nero Tigana e l’arcigno Fernandez. Anche la loro prima riserva, Genghini, sarebbe titolare in molte delle squadre che partecipano al torneo. Le semifinali sono Polonia-Italia e Francia-Germania Ovest. A Bearzot manca Gentile, che è squalificato ma si è tagliato i baffi, e l’8 luglio, sempre a Barcellona, ma al Nou Camp, mette Bergomi al suo posto. Per il resto è la stessa formazione che ha iniziato con il Brasile. I polacchi, senza Boniek (che in Italia, oltre che essere la gioia dei tifosi juventini, guiderà il centrocampo di Eriksson nella Roma che sfiora il tricolore ’86), perdono parecchio. Li facciamo fuori senza molta poesia con due gol di Rossi, uno di rapina, l’altro chiudendo di testa un contropiede di Conti. 

Tra la gioia generale, siamo in finale. Unica nota stonata è l’infortunio di Antognoni, che ci lascia senza un regista. L’altra semifinale è molto più interessante: segnano i tedeschi con l’ala Littbarski, gambe storte, ciuffo ossigenato, ma grande dinamismo, pareggia un rigore di Platini, passato anche lui alla Juventus del Trap (dopo un anno di transizione, la squadra bianconera vincerà con lui sia in Italia sia in Europa). Nei supplementari vanno avanti i francesi col mitico Tresor e con Giresse, li raggiungono i tedeschi con Rumenigge e Fischer. I rigori, emozionantissimi, dicono Germania. Durante la partita, il portiere Schumacher entra duro sul libero francese Battiston, spaccandogli un bel po’ di denti, senza nemmeno chiedere scusa.

Prima della finale, Matarrese si addossa la paternità del nostro miracoloso cambiamento, e dice che “vi è stato un richiamo alla responsabilità e i giocatori l’hanno sentito. Questa nazionale ha insegnato parecchio ed ha ancora parecchio da insegnare a tutti. Merita rispetto e tanti onori, perché sta raccogliendo i frutti d’un lavoro ininterrotto”. Ma come? Non era vecchia per mentalità? 
Non meritavano tutti dei calci nel sedere? 

Per la finalissima (dopo che la Polonia si aggiudica per 3-2 il terzo posto), da disputare al “Santiago Bernabeu” di Madrid l’11 luglio, arriva anche il presidente Pertini, che aveva già gioito freneticamente ai gol di Rossi al Brasile nella nostra ambasciata di Parigi. In quei giorni l’Italia è “sconvolta” dalla serie di concerti dei “Rolling Stones”. Il concerto di domenica 11 a Torino è corredato da un maxischermo, per permettere agli spettatori di poter vedere anche la partita.

Ad un certo punto, il leader del gruppo, Mick Jagger, indossa una maglia azzurra con il numero 20, quello di Rossi, e profetizza il 3-1 per noi: la folla va in visibilio. Bearzot sostituisce Antognoni con Oriali, ma preferisce il difensore Bergomi al mediano Marini. Ne esce un 5-3-2, anni prima che venga inventato tale modulo tattico. Queste le formazioni: Italia con Zoff, Gentile, Cabrini, Bergomi, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. Germania con Schumacher, Foester B., Briegel, Kaltz, Foester K. H., Stielike, Littbarski, Dremmler, Fischer, Breitner, Rumenigge. Arbitro il brasiliano Coelho. C’era stata una polemica su di lui, subito chiusa, perché sembrava essere stato beccato a piangere all’eliminazione del Brasile. Ne assume la difesa Artemio Franchi, presidente della Commissione internazionale Arbitri. Si fa subito male Graziani, sostituito da Altobelli. Le punte italiane sono francobollate dai terribili fratelli Foester, con Stielike libero, e possono vedere solo pochi palloni. Non ridono neanche le punte tedesche, Rumenigge, cui il ragazzino Bergomi, suo futuro compagno nell’Inter, non fa vedere palla, e Fischer, che se la vede con Gentile. 

Visto il trattamento subito dalle punte, le squadre si affidano ai centrocampisti, con tiri di Littbarski e le penetrazioni di Bruno Conti. Proprio il romanista, lanciato in area da Altobelli, al 24’ è steso da Briegel. Coelho fischia il solare rigore: Antognoni, rigorista della squadra, non c’è, Rossi guarda da un’altra parte, Altobelli si gira intorno facendo finta di niente, tocca a Cabrini. Il Bell’Antonio si fa ipnotizzare da Schumacher, il tiro esce a lato. Lo sconforto attanaglia gli azzurri, ma i tedeschi, chiaramente a corto di fiato per la terribile semifinale disputata, non ne approfittano.

Si va al riposo con Gentile e Bergomi che sono conciati per niente bene. Bearzot ha a disposizione un cambio solo, chiede ai due chi vuole uscire, nessuno fiata. Tutti fanno a gara per consolare Cabrini, che sta piagnucolando in un angolo, il Ct urla agli azzurri di rientrare e sbrigare subito la pratica. Entriamo in campo più convinti, e quando iniziamo a spingere non c’è più partita, con i difensori che si portano sempre più sovente davanti. Al 57’ Oriali, al quale il cantante Ligabue ha dedicato la sua canzone Una vita da mediano, è steso alla trequarti, con Tardelli che batte subito per Gentile, defilato sulla destra. Claudio scodella in mezzo un pallone che sembra avere un grosso neon rosso sul quale spicca la scritta “spingere”. Oriali arriva in ritardo, si gettano sulla palla Rossi e Cabrini, con Schumacher che non può far altro che guardare: tocca la testa di Pablito, 1-0, Rossi è il cannoniere del torneo con sei reti. 

I tedeschi hanno una reazione d’orgoglio, Zoff si deve impegnare su un colpo di testa del neo entrato Hrubesch, poi deve sedare una paurosa mischia seguita ad un cross del bravo Briegel. Al 69’ gli azzurri si rifanno sotto: parte Conti ed incrocia con Rossi, da Paolo a Scirea, incuneatosi nel vertice destro dell’area tedesca. Passaggio a Bergomi, anche lui dentro l’area. Due difensori nell’area avversaria, altro che catenaccio! Allo Zio la palla brucia, e la ripassa subito al povero Gaetano, deceduto nell’89 in un tragico incidente automobilistico in Polonia, dove era andato ad osservare una squadra che doveva giocare con la Juve allenata da Zoff in Coppa Uefa. Scirea non è pressato, alza la testa e vede Tardelli libero al limite dell’area: servito. Tardelli scocca il sinistro, Schumacher non si muove neanche, 2-0, con l’esultanza del centrocampista che ha fatto storia. La regia spagnola va ad inquadrare Pertini in tribuna d’onore, che scatta dalla poltrona e si mette ad agitare le braccia con la felicità di un ragazzino.

In campo ci sono solo gli azzurri, all’80’ parte in contropiede Conti, che poi appoggia a “Spillo” Altobelli, che si porta la palla dal destro al sinistro, e beffa Schumacher in uscita disperata: 3-0, per Conti è addirittura il quarto assist vincente in sette partite, più un gol personalmente segnato. A questo punto ci mettiamo ad aspettare il fischio finale, con Breitner, l’unico tedesco campione del ’74, che risolve una mischia per il 3-1. Entra Causio per Altobelli, giusto riconoscimento per tutto ciò che Franco ha fatto per la Nazionale. 

Senza recuperare nemmeno un minuto, il bravo Coelho fischia la fine impossessandosi della palla e slanciandola in alto con le mani (davvero una bella immagine), siamo Campioni del Mondo, Nando Martellini lo urla per tre volte. Il Bernabeu diventa un trionfo di tricolori, Pertini, raggiante, abbraccia e bacia tutti gli azzurri, primo tra tutti il serioso Zoff, che, per l’occasione, abbozza pure un timido sorriso. Schumacher non gli stringe la mano, Pertini non se la prende, anzi lo inviterà anni dopo a Roma, dove il portierone tedesco chiederà scusa al presidente. Il Re di Spagna, Juan Carlos, che indossa un’elegante cravatta azzurra, mette la Coppa nelle mani più sicure del mondo, quelle di Zoff. Il pittore Renato Guttuso immortala l’immagine delle mani di Dino che sollevano la Coppa, per il francobollo che festeggia la vittoria. Gli italiani si fanno prendere dal delirio sportivo, con la festa che dura per tutta la notte.

Paolo Rossi, oltre che essere eletto miglior giocatore del torneo, vince il Pallone d’Oro, davanti al francese Giresse, e diventa il quarto azzurro ad aver segnato in due edizioni mondiali, dopo Meazza, Pandolfini e Rivera. Pertini, che etichetterà poi quei momenti come i più felici del suo settennato, fa viaggiare la squadra sull’aereo presidenziale per il trionfale ritorno a Roma. 

Sull’aereo si consuma l’ultimo episodio curioso: Pertini e Zoff sfidano Bearzot e Causio a “scopone scientifico”, difficile gioco di carte di cui il presidente è appassionato giocatore. In mezzo al tavolo fa bella mostra di sé la Coppa. Alla fine, Pertini accusa vivacemente Zoff di aver sbagliato un paio di mani, con dovizia di particolari, e di aver provocato, lui solo, la sconfitta che rimediano i due. Zoff non può far altro che giustificarsi arrossendo. 


Autore:
  BACCI ANDREA

Il presente capitolo è un estratto di quello facente parte del libro:
 "Catenaccio. Uomini e storie del calcio: da Uruguay ’30 a Euro 2000"
 edito dalla Alberti & C. Editori (L. 25.000, Euro 12.9). 


.... è un racconto appassionato ed appassionante delle manifestazioni calcistiche che hanno coinvolto la Nazionale italiana, e non solo, nel secolo scorso. 
Esso comprende non solo i Mondiali, ma per la prima volta anche i campionati Europei, alcuni tornei olimpici, ed altre interessanti manifestazioni di cui si è persa la memoria. Non prescindendo da inquadrare ogni manifestazione intorno al suo contesto storico, Catenaccio è una storia dissacrante, divertente e divertita su tutti quegli aspetti che, oltre il risultato vero e proprio e l'evoluzione tecnico-tattica del calcio, hanno coinvolto i personaggi che se ne sono resi protagonisti, pur nella serietà e nella veridicità di informazioni. L’Autore ha infatti svolto un estenuante lavoro di archivio per scovare, in particolare, vicende interessanti ed inedite, che vanno anche a sfatare alcuni luoghi comuni della storia del calcio. Il libro è particolarmente indicato per quel pubblico giovanile che, amante del gioco, si avvicina alle sue vicende per la prima volta. Inoltre, può essere anche una fonte di lettura e di svago per un pubblico adulto, visto che si lascia leggere come un romanzo. 

FINE

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