Anni 1628-29-30-31

I GRANDI DISASTRI IN ITALIA
Sezione a cura di Michele Squillaci e Francomputer
( e altri liberali contributi di scrittori e giornalisti )


*** GLI ANNI DELL'APOCALISSE (con la peste di manzoniana memoria)


(Carrà: i 4 cavalieri dell'Apocalisse)

Guerra, Carestia, Peste, Disordini popolari
infine ci fu il risveglio e
l'eruzione del Vesuvio

1 – Premessa


Se c’è un periodo in cui tutti e quattro i cavalieri descritti dall’evangelista Giovanni nel libro dell’Apocalisse agirono di concerto in alcune zone d’Italia è certamente quello tra il 1628 ed il 1631.

Il Cavaliere biblico sul cavallo Rosso, la “guerra”, fece la sua apparizione nel 1628, quello sul Cavallo bianco rappresentante il “disordine civile” seguì nel 1629-1630; entrambi furono seguiti nel corso dello stesso periodo da quello montato sul cavallo nero, la “carestia” e furono comunque sempre accompagnati nella loro corsa da quello montato sul cavallo verdastro, rappresentate la “morte”.
La guerra si sviluppò a seguito dei contrasti intervenuti per la successione nei Ducati di Mantova e del Monferrato. Eserciti di varie nazionalità in lotta marciarono in lungo ed in largo in tutto il Nord Italia. Francesi, spagnoli, tedeschi e gli italiani stessi diedero prova della loro crudeltà e delle loro capacità distruttive, combatterono gli uni contro gli altri, coinvolsero le popolazioni civili e desolarono intere regioni e province. E ciò…..solo per ampliare i domini territoriali ed aggiungere allori di gloria ai monarchi dell’epoca assetati di potere e di ricchezza.
La carestia fu dovuta alla siccità nonché alle terrribili conseguenze della guerra. Nella loro ricerca di mezzi di sostentamento infatti i numerosi eserciti in lotta razziarono quanto più poterono causando il parziale abbandono delle campagne da parte delle popolazioni indifese ed il progressivo impoverimento del territorio soggetto alle loro esigenze di saccheggio.
La Morte colpì in tutte le combinazioni possibili in unione con la carestia, con la guerra, con i tumulti popolari e per il tramite del tremendo morbo della peste; portata secondo le cronache dalle masse mercenarie tedesche in avanzata lungo i territori dell’Alta Italia. Ne furono colpiti in particolare il Piemonte, la Lombardia, il Veneto nonché altre zone d’Italia.

Il disordine civile si manifestò attraverso i tumulti popolari che si verificarono a causa della carestia e della peste. A quei tempi non si manifestava …contro la guerra! Le masse popolari che già non se la passavano bene, furono gravemente danneggiate nei loro averi e nelle loro possibilità produttive. La fame strinse, con i suoi dolorosi crampi, le classi meno abbienti costituite per lo più da contadini per poi estendersi verso alcune città dell’Italia settentrionale. I primi moti di protesta si ebbero a Milano divulgandosi poi in altre zone del Nord Italia. La peste poi richiamò le più oscure presenze. La numerosità dei colpiti dal morbo nonché l’impotenza di quanti destinati a farvi fronte ebbero come risultato la ricerca quasi ossessiva di chi ne fosse resposabile; l’”Untore”. Manzoni nei suoi romanzi “Storia della Colonna Infame” e poi nei “ Promessi sposi “ narrò a questo proposito alcune vicende rendendole famose in tutto il mondo.

2 - I luoghi


L’Italia della prima metà del seicento risultò costituita da molti piccoli Stati sotto l’influenza dei potentati stranieri tra cui Francia, Spagna e Impero asburgico. A conclusione delle campagne medioevali fino all’inizio del 1600 nell’Italia nel Sud e nel Ducato di Milano si stabilizzò la dominazione degli Asburgo di Spagna; nel centro restarono in vita il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Mantova, malgrado la distanza territoriale, riuniti sotto i Gonzaga; il Ducato di Parma e Piacenza; il Ducato di Ferrara, Modena e Reggio sotto gli Estensi; la Toscana e lo Stato della Chiesa. La Repubblica di Venezia conservò intatta la sua dimensione territoriale a nord-est della Pianura Padana e nell'Adriatico; a nord-ovest prese consistenza il Ducato di Savoia, collocato a ridosso delle Alpi, tra Francia e Italia. In Liguria, la Repubblica di Genova ormai in declino.

3 – Gli eventi

3.1 - 1627 - Successione al Ducato di Mantova


Vincenzo e Guglielmo Gonzaga, particolare del quadro di Rubens

Morto il 26 dicembre 1627 Vincenzo II Gonzaga , Duca di Mantova e del Monferrato, con lui si estinse il ramo maschile e primogenito di casa Gonzaga. Quattro o cinque principi ne rivendicarono l’eredità: il Duca Carlo di Nevers e Ferrante Duca di Guastalla, come discendenti del ramo secondogenito per la successione del Mantovano; il Duca di Savoia per le sue precedenti pretese sul Monferrato; la principessa Maria sua nipote, figlia del Duca Francesco e Margherita, duchessa vedova di Lorena sorella degli tre ultimi duchi. Prima di morire Vincenzo Gonzaga designò come erede Carlo Gonzaga suo cugino, che trasferitosi in Francia e sposata l'unica figlia del Duca di Nevers, ereditò tra gli altri il Ducato di Nevers e di Rethel. Avuta notizia della ormai prossima fine di Vincenzo Gonzaga, inviò a Mantova suo figliò, il Duca di Rethel, che sposò Maria unica superstite della linea Guglielmina dei Gonzaga.

L'Imperatore Ferdinando II e la Francia si mostrarono interessate alla successione; la Francia, in quanto sostenitrice di Carlo di Nevers, l’Imperatore trattandosi di feudi soggetti alla sua autorità. La Spagna non vide di buon grado l’elezione di un principe francese e cioè di Carlo di Nevers, in territori logisticamente importanti e posti ai confini del ducato di Milano. Carlo Emanuele di Savoia agì vantando diritti sulla successione in Monferrato, traendo spunto da quelli derivanti dalla figlia Margherita, moglie del duca di Mantova Francesco IV.
Le …..beghe di famiglia si trasformarono presto in una intricata questione internazionale, La Spagna sostenne presso la Corte imperiale i presunti diritti di Don Ferrante Gonzaga Principe di Guastalla, e di Margherita Gonzaga Duchessa di Lorena. Il Papa Urbano VIII, la Repubblica di Venezia ed altri principi italiani ritennero corretta la successione di Carlo Gonzaga Duca di Nevers, essendo egli l’erede più prossimo agli ultimi Duchi di Mantova, e riconobbero anche i diritti sul Monferrato di Maria Gonzaga. L’imperatore Ferdinando II decise quindi di intervenire sulla questione ereditaria invitando il Duca di Nevers a non assumere la sovranità dei domini di Mantova e del Monferrato senza il suo consenso e di restare in attesa di una sentenza da esprimersi da parte di una Corte di Giustizia. Vano risultò il tentativo effettuato da Carlo di Nevers nel gennaio 1628 che, tramite Vincenzo Agnello Vescovo di Mantova, chiese l’investitura dei Ducati di Mantova e del Monferrato facendo atto di sottomissione. L’imperatore infatti rimase fermo sulle sua scelta di attendere, prima esprimere qualsiasi decisione, il verdetto del tribunale.

Per giungere ad una soluzione conflittuale……ci si misero proprio tutti. La Francia promise aiuti; il Duca di Mantova in attesa di essere appoggiato da un esercito francese rifiutò di sottoporre i propri diritti ereditari al giudizio voluto dall’Imperatore; gli Spagnoli videro la possibilità di intervenire e di espandere i loro domini; il Duca di Savoia pensò bene di allearsi con Don Gonzalez di Cordova, nuovo Governatore di Milano per dividere con la Spagna i ricchi territori del Monferrato. Il Papa e la Repubblica Veneta pur avendo assunto una posizione vicina agli interessi del Duca di Mantova decisero di appoggiarlo ma senza intervenire a favore dello stesso con le loro armi.

3.2 – 1628 - Invasione del Monferrato

Ritratto di Carlo Emanuele di Savoia

In virtù degli accordi intercorsi tra la Corte di Spagna e quella di Casa Savoia fu deciso di muovere la guerra, invadere il Monferrato e di dividerne tra loro le spoglie. Metà con la città di Casale, alla Spagna, l’altra metà al Duca di Savoia. L’Imperatore….lasciò inizialmente fare.

Assunta la decisione di impadronirsi del Monferrato Don Gonzalez di Cordova, ed il Duca di Savoia iniziarono i loro preparativi bellici. Il Duca di Mantova, dal canto suo, ottenne solo promesse di aiuto. Il Re di Francia infatti si trovò impegnato con il suo esercito contro gli Ugonotti nell’assedio de La Rochelle; i Veneziani mobilitarono il loro esercito e concessero aiuti, senza però muoversi, in attesa di un intervento francese. Il Papa Urbano VIII ancorché favorevole alla causa del Duca di Mantova non assunse impegni limitandosi a ricercare soluzioni diplomatiche.“ Sicché esso Duca Carlo altro ripiego non ebbe, che di mettere in vendita molti de’ suoi Beni e Stati Oltramontani. Ne ricavò infatti alcune centinaia di migliaia di scudi , co’ quali fece leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidi e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quatto mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente di farne caso i Monferrini, perché delle cerne di quel paese: pure l’odio, che essi portavano al Duca di Savoia, e l’amore da lor professato agli antichi loro Principi, gli animava al mestier della guerra oltre all’essere stati non poco agguerriti nelle turbolenze passate.” (*)
Agli apprestamenti difensivi del Duca di Mantova seguirono quelli offensivi posti in essere dagli eserciti predisposti dagli spagnoli e dai Savoia: “Sul fine dunque di Marzo uscì in campagna il Governator di Milano, lusingandosi di far prodigi con soli sei mila fanti, e mille e cinquecento cavalli, che poté condur seco, giacché avea dovuto lasciar quattro altri mila fanti con alcune squadre di cavalleria a i confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila a i confini della Valtellina e de i Grigioni. Tuttavia da i Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel, che non s’era immaginato, cioè difensori, che coraggiosamente faceano sortite e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie: laonde non gli riuscì di privarli de’ Mulini del Po, né di Rossigliano, posto di confluenza per la comunicazione della Città con il resto del Monferrato.”
“Nello stesso tempo anche il Duca di Savoia con quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò d’insignorirsi della Città d’Alba sprovveduta di guarnigione. Passò di poi all’espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie, e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdé un momento il Duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella Terra, con formarne una regolare e possente Fortezza . Quella era la parte, che co’ suoi territori dovea, secondo i patti, restare al Duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese di poi Pantestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnoli, e ritenne per se Moncalvo con tosto intraprendere le fortificazioni anche di quella Terra. Si rodeva di collera D. Gonzalez a questo procedere del Duca, perché contrario alle fatte Capitolazioni; e pure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre, che il Duca voltasse casacca, e si unisse cò li Franzesi, i quali si ingrossavano a i confini d’Italia”. “….In questo stesso mentre D. Gonzalez, che nulla profittava dell’assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella Terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare né il Duca, né il Governatore per ché si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini dalla Corte Cesarea, non senza maraviglia de’ Politici, perché si desistesse dall’occupazione del Monferrato, pretendendo l’Imperador Ferdinando, che né Spagna, né Savoia avessero da padroneggiare ne i Feudi dell’Imperio“.(*)

Nel frattempo con il denaro messo a disposizione dal Duca di Mantova in Francia fu organizzato un esercito di circa 12.000 uomini e millecinquecento cavalli che, sotto il comando del Marchese di Uxelles, cercò di superare i confini ma scontratosi il 7 agosto 1628 con l’armata del Duca di Savoia a Sampeyre in Val di Vraita, ne uscì sconfitto e “forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l’armata sua”. (*)

3.3 – 1628 – Assedio di Casale e problemi alimentari

La reputazione del Duca di Savoia salì alle stelle mentre il Duca di Mantova, confidando nell’appoggio dell’imperatrice Leonora sorella degli ultimi tre Duchi di Mantova, cercò di raggiungere un accordo con Ferdinando II. Le condizioni imposte dallo stesso e la convinzione di poter sostenere l’assedio di Casale in attesa di aiuti, non permise di raggiungere una tregua d’armi malgrado i tentativi di conciliazione effettuati anche dal Nunzio Pontificio. “Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnoli assedianti, i quali in fine s’avvidero, che volendo prendere quella Città colla fame conveniva espugnar prima Ponzone, S.Giorgio e Rossiglione; ed in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale e restringendo l’assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella Città che non si perdeano punto d’animo i difensori; e all’incontro nel Campo Spagnuolo si provava gran carestia, perché i grani andarono a male in quell’anno, e a cagion di ciò vi fu anche una sedizione in Milano”. (*)

La grave carenza alimentare che si manifestò in quel periodo di tempo fu influenzata da molteplici fattori: la guerra, che comportò riflessi anche in Lombardia, in Veneto, in Toscana ed in Liguria, ebbe come effetto quello di sottrarre forza lavoro all’agricoltura per valersi degli uomini, normalmente impiegati come braccianti e lavoranti, a scopi militari. La siccità con la mancanza delle piogge ridusse peraltro le capacità produttive dell’agricoltura facendo scarseggiare i raccolti. La possibilità di utilizzare le scorte accumulate, peraltro non eccessive dati i metodi di conservazione esistenti, supplì solo in parte alle esigenze delle popolazioni cittadine. Questo stato di precarietà alimentare sfociò rapidamente in forme di protesta che si concretizzarono con l'assalto della popolazione affamata ai luoghi di approvvigionamento, sia che fossero magazzini sia che fossero rivendite alimentari e, comunque, in ogni luogo dove fosse custodito il pane.

La situazione di crisi che si venne a verificare è “fotografata” da A. Manzoni nei
Promessi Sposi: “Era quello il second’anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperio della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ed essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da' contadini, i quali, invece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per carità.”(**)

L’abbandono delle campagne attraverso l’esodo delle popolazioni rurali verso le città comportò altri problemi. Dal punto di vista economico la ridotta capacità produttiva nonché i “blocchi” imposti dall’una o dall’altra fazione in lotta provocò notevoli difficoltà nell’approvvigionamento di derrate e materie prime e conseguentemente la crisi generalizzata dei commerci. Dal punto di vista sociale non mancarono riflessi negativi sia a causa del rincaro dei generi alimentari di prima necessità sia in quanto il poco disponibile fu utilizzato in gran parte per armare e rifornire gli eserciti le cui esigenze risultarono peraltro accresciute visto il maggior peso delle forze poste in campo.

3.4 – 1629 – Intervento Francese

Ritratto di Luigi XIII

In Francia nel frattempo Luigi XIII ed il Cardinale Richelieu, sconfitti gli Ugonotti e caduta la fortezza di La Rochelle, si trovarono in condizione, malgrado i contrasti insorti con la Regina madre Maria dei Medici, di intervenire in Italia e portare al Duca di Mantova l’aiuto promesso. La capacità e l’influenza del Richelieu permise di appianare gli ostacoli esistenti a Corte organizzando un potente esercito, destinato a liberare dall’assedio Casale, di cui Luigi XIII assunse direttamente il comando. “Aveva egli approntato un esercito di ventidue mila fanti, e di tre mila cavalli, tutta gente veterana; dato ordine che si allestisse un’Armata Navale in Provenza; gli davano a sperare i Veneziani di entrar anch’essi in ballo con dodici mila fanti, e cinquecento cavalli; e il Duca di Mantova facea credere di avere al suo soldo sei mila fanti e più di mille cavalli.

Avendo pertanto il Re Cristianissimo fatto chiedere al Duca di Savoia il passo per i suoi Stati, il Duca spedì il Conte di Verrua, e poscia il Principe di Piemonte al Cardinale, per trattare di qualche accordo. Propose il Porporato, che Sua Maestà si obbligherebbe di far dare al Duca, Trino con quindici mila scudi di rendita annua in tante Terre del Monferrato, e di questo si trovava appagato il Duca. Ma perciocché si chiedevano specificazioni maggiori intorno alle Terre, si tirava in lungo l’affare. Due gran cime d’uomini in accortezza ed astuzia erano il Duca di Savoia ed il Cardinale Richelieu, e l’uno non si fidava dell’altro. Ora il Porporato, che sospettò essere tutti questi artifizi del Duca, affinché intanto Casale si arrendesse agli Spagnuoli ruppe il Trattato, e nel dì 4 di Marzo mosse l’Esercito Franzese con ordine di assalir le barricate contrarie. Passato il Mon-Genevra al dispetto delle nevi e de’ ghiacci e superati i trincieramenti di Chaumont , calò quell’Armata nel dì 6 verso Susa, nella cui Valle avea il Duca tirato un trincierone, e messovi a difesa il Mastro di campo Bellone, e Girolamo Agostini, mandandogli in soccorso con quattro mila fanti dal Governator di Milano”. (*)

La sorte delle armi fu propizia al Richelieu che, presa Susa, obbligò il Duca a ritirarsi ad Avigliana dove fortificatosi si predispose a difesa. Vista però la supremazia dell’esercito francese Carlo Emanuele si affrettò a chiedere la pace. Lasciò quindi libero il passaggio attraverso i suoi stati cedendo in pegno la Cittadella di Susa ed il castello di San Francesco. Il Duca assunse l’obbligo di abbandonare la precedente alleanza e di coalizzarsi con il Papa, con Venezia e con il Duca di Mantova. Gli Spagnoli si trovarono costretti ad abbandonare l’assedio di Casale dove quindi entrarono truppe francesi al comando del Signor di Toiras e notevoli approvvigionamenti. Il Re e Richelieu tornarono poi in Francia per sedare la rivolta degli Ugonotti capitanati dal Duca di Roano.

3.5 – 1629 – Intervento dell’Imperatore Ferdinando II


Stampa d’epoca - truppe mercenarie in sosta e intenti al saccheggio delle case

La presenza in Italia dell’esercito francese convinse la Repubblica di Venezia a sciogliere le sue riserve e ad aiutare in maniera più diretta il Duca di Mantova che, raccolti circa 5.000 armati, irruppe nel cremonese mettendo a sacco Casal Maggiore.

La Corte di Spagna dal canto suo, in accordo con quella di Vienna, non ratificò il Trattato di Susa e, inviando a Milano come Governatore il Marchese Antonio Spinola, diede anche l’ordine di proseguire la guerra in Monferrato. L’azione contro Casal Maggiore da parte del Duca di Mantova e le vittorie francesi in Piemonte, irritarono l’Imperatore che decise anche lui di porre mano alle armi. Organizzò quindi un corpo di spedizione inviandolo nei ducati per riportare all’obbedienza il Gonzaga e riaffermare per quanto necessario la propria autorità nei feudi contesi. “Ed ecco all’improvviso comparir la vanguardia di quella Cesarea Armata, consistente in dieci mila fanti e mille e cinquecento cavalli, al passo dello Steich; per cui si penetra nella Rhetia o sia ne’ Grigioni. S’impossessarono i Tedeschi di quel passo ed entrati anche in Coira, vi fecero prigione l’Ambasciatore di Francia, che fu poi da lì a non molto rilasciato. Calò poscia e venne ad unirsi tutto l’Imperiale Esercito, ascendente a ventidue mila pedoni e tre mila e cinquecento cavalli, secondo lo scandaglio del Capriata, e del Conte Gualdo Priorato, benché il Nani li faccia trentacinquemila fra cavalleria e fanteria. Giunse quest’Armata nello Stato di Milano sotto il comando di Rambaldo Conte di Collalto, Cavaliere d’antica Nobile Famiglia Furlana, ma pel suo valore nelle guerre di Germania divenuto caro all’Imperadore e portato a i primi gradi della milizia. Era già venuto l’Autunno; pure il Collalto verso la metà di Ottobre passò sul Mantovano, e non trovando resistenza, andò prendendo vari Luoghi circonvicini al Lago ed alla Città di Mantova; e finalmente si accostò al Borgo di San Giorgio dove essa Città più sta vicina alla Terra ferma. Entrati i Tedeschi in quel Borgo, alzarono senza ritardo varie batterie che faceano gran fuoco e rumore, ma niuna paura a i difensori della Città. Tenne fin qui la Repubblica Veneta in mezzo a questo incendio un contegno come di ausiliaria del Duca di Mantova, e non già come nemica dichiarata dell’Imperadore. A questo fine avea nel dì 8 d’Aprile firmata lega col Re Cristianissimo, ed aiutato di gente, di viveri e di contanti il Duca, e l’andava tuttavia rinfrescando secondo i bisogni, custodendo intanto i suoi confini con un esercito di circa sedici mila combattenti”. (*)

Contemporaneamente all’apparire delle milizie imperiali fu avviata la nuova fase della campagna in Monferrato. Il Marchese Ambrogio Spinola, con un esercito di circa 16.000 armati occupò Acqui, Nizza della Paglia, Ponzone ed i territori precedentemente abbandonati da Don Gonzalez di Cordova. Costrinse quindi le truppe francesi presenti nell’area a ritirarsi nella fortezza di Casale. La stagione invernale ormai avanzata e le difficoltà di procedere oltre nelle operazioni militari pose le premesse per giungere ad una tregua d’armi sia nel Monferrato sia nel Mantovano con lo scopo di agevolare l’azione diplomatica del Nunzio Pontificio Giulio Mazzarino, sviluppata per raggiungere, secondo i desideri di Urbano VIII, una pace concordata. Nel frattempo altre formazioni presero le armi. Infatti Francesco I Duca di Modena e Odoardo Farnese Duca di Parma inviarono le proprie truppe ai confini per contrastare l’eventuale ingresso delle truppe tedesche nei loro territori.

3.6 – 1629 – Carestia, peste e saccheggi

La ripresa delle operazioni belliche nel Monferrato ed in Piemonte nonché la calata dell’esercito tedesco in Italia portò i nefasti effetti della guerra in zone territoriali più ampie rispetto a quelle che ne furono precedentemente interessate, coinvolgendo nel transito delle milizie la Lombardia, i territori di confine nonché le campagne ed i borghi del Mantovano:”…perciocché insoffribili furono i danni cagionati al Monferrato e gli aggravi sofferti dal Piemonte, terribile ancora la penuria de’ grani in Lombardia. E pur nulla fu quello a petto delle calamità del bello e del ricco Paese Mantovano. Restò esso con tanta crudeltà defoliato dalla fiera, e mal disciplinata Nazione Tedesca, che le Ville intere andarono a sacco, rimasero incendiate, e desolate le case, tolti i bestiami, che non erano fuggiti, uccisi gli innocenti contadini per ogni piccola disubbidienza, o resistenza a quegli ospiti crudeli; e niun rispetto neppur s’ebbe a i Luoghi, ed arredi sacri. Dappertutto in somma si miravano segni della maggior barbarie che di più non avrebbero operato i Musulmani. A questi flagelli s’aggiunse quello eziandio della peste, portata dai medesimi Alemanni nella Valtellina e poscia nel Milanese e Mantovano, che per cagion del freddo non fece per ora gran progresso, ma giunse nell’anno seguente ad un terribile scoppio ed incendio”. (*)

La calata in massa dei vari eserciti che si approvvigionarono, secondo i costumi dell’epoca in loco, e quindi con le derrate reperite nel corso del saccheggio di centri abitati e campagne e l’aggravarsi della carestia provocò a sua volta un più generale processo di emigrazione delle popolazioni rurali verso i centri urbani aggravando con ciò la già critica carenza di risorse alimentari. I contadini in cerca di difesa e di cibo si trasferirono terrorizzati nelle città portando con sé solo la povertà e la testimonianza delle violenze subite. “Ma forse il più brutto e insieme il più compassionevole spettacolo erano i contadini, scompagnati, a coppie, a famiglie intere; mariti, mogli, con bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi per la mano, con vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le loro case dalla soldatesca, alloggiata li o di passaggio, n'eran fuggiti disperatamente; e tra questi ce n'era di quelli che, per far più compassione, e come per distinzione di miseria, facean vedere i lividi e le margini de' colpi ricevuti nel difendere quelle loro poche ultime provvisioni, o scappando da una sfrenatezza cieca e brutale. Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma spinti da que' due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilità e le gravezze, più esorbitanti che mai per soddisfare a ciò che si chiamava i bisogni della guerra, eran venuti, venivano alla città, come a sede antica e ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza.” (**)
Il “volgo” delle campagne sfuggito alle immediate conseguenze della guerra trasferitosi negli agglomerati urbani si trovò però ad affrontare altre difficoltà e disgrazie. L’impossibilità di trovare un qualsiasi lavoro e mezzi di sostentamento fece lievitare oltre misura il numero degli emarginati e dei senza tetto. Ai loro stenti non fu possibile porre rimedio viste le ristrettezze già presenti nelle città a causa del languire dei commerci e delle attività produttive: “A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le strade un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere diventati ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l'elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l'avean ricevuta” (**). I mendicanti già numerosi in tempi normali divennero una folla, solo a Torino in quegli anni se ne contarono più di 10.000. A Milano fu deciso di procedere ad un loro rastrellamento e di trasferirli nei Lazzaretti, però l’indigenza e le malattie derivanti dalla sottoalimentazione e dalle condizioni igieniche assolutamente precarie, portarono ad indici di mortalità così elevati da costringere le autorità cittadine a revocare il provvedimento.
Alla generale indigenza delle popolazioni dovuta alla “fame”, ed alla fuga dagli orrori della guerra, si aggiunse quasi contemporaneamente un’altra calamità naturale, quella della peste che iniziò a fare le prime vittime: “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d'Italia”. “ Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall'esercito, s'era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de' viventi”. (**)

La classe medica e le autorità, nella loro assoluta ignoranza, non seppero o non vollero imputare immediatamente la causa diretta delle prime morti alla peste. Tardarono quindi i provvedimenti necessari tra cui quelli dell’organizzazione di cordoni sanitari per quanto gli stessi, considerata la situazione generale, fossero di difficile attuazione. In Lombardia, in Piemonte, nella Repubblica di Venezia e nel ducato di Mantova si continuarono inoltre ad armare milizie da inviare nei vari teatri di guerra aumentando così i flussi migratori ed accrescendo in maniera esponenziale le possibilità di contagio.

3.7 - 1630 – Intervento francese in Piemonte ed in Savoia

La Francia nel frattempo, domata la ribellione degli Ugonotti capitanati dal Duca di Roano e sistemate definitivamente le vicende interne, decise di ammassare nuovamente le sue truppe ai confini italiani per soccorrere il Duca di Mantova e liberare dall’assedio Casale. Al comando dell’esercito francese questa volta si pose il cardinale Richelieu: “Ecco dunque un Porporato divenuto Generale dell’Esercito Franzese in viaggio, con aver sotto di sé i Marescialli di Bassompiero, di Schomberg, e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di Gennaio s’incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll’Armata Reale, cominciò a trattare col Duca Carlo Emmanuele non già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il Duca, che il Cardinale erano dei più scaltriti uomini della Terra niun di essi si fidava dell’altro e negoziatore fra loro a nome del Nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie, e raggiri. Parve al Richelieu di essere burlato dal Duca, e tenuto a bada, affinché intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d’esso Duca, con giugnere a negargli soccorso di denaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche Piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di Marzo quando il Cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume con disegno di sorprendere il Duca il quale soggiornando in Rivoli, Luogo di delizie col figlio Principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a i pericoli più gravi”. (*)

Carlo Emanuele corse però il rischio di cadere in mano dei francesi in quanto il Richelieu ordinò al duca di Montmorency di catturare con ogni mezzo il Duca di Savoia cogliendolo di sorpresa nel castello di Rivoli. “Andò fallito il colpo perché da qualche amico avvisato il Duca si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le Porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro restando stranamente sdegnato, anzi inviperito, e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro disdicevole alla sua Dignità e alla pubblica Fede. Pertanto diede fuori un Manifesto in cui amaramente si dolse dei vari tradimenti del Cardinale verso la sua persona e verso i suoi Stati, senza nondimeno parlar di Rivoli.” (*)
il Duca di Savoia quindi si ricondusse all’alleanza con gli Spagnoli mentre il Richelieu, trovando i passi liberi, finse di marciare verso Torino per poi dirigersi con tutta l’armata sulla fortezza di Pinerolo che cadde dopo una breve resistenza. Al Duca di Savoia giunsero aiuti “..gli fu intanto spedito in aiuto dal Marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacché sette mill’altri n’erano calati allora dalla Germania: gente, che si diede ad esercitar la sua bravura non già contro i Franzesi, ma in desolar gl’infelici abitatori del Piemonte”. (*) I rinforzi sopraggiunti, come si legge, non diedero quindi particolari risultati come non diedero esito i nuovi tentativi diplomatici avviati per ottenere la pace. Il Marchese Spinola intanto, approfittando dell’impegno delle truppe francesi contro il Duca di Savoia proseguì la sua azione nel Monferrato. Occupò Pontestura, S. Giorgio e Rossigliano per poi cingere d’assedio Casale.

Nei feudi sabaudi però i francesi ottennero nuovi successi, sconfiggendo dappertutto gli eserciti del Duca di Savoia “…verso la fine di Maggio entrato lo stesso Re Luigi XIII in Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s’impadronì di Sciambery e di tutto quel Ducato eccettuata la Cittadella di Mommegliano ben fortificata dalla natura, e dall’arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col Re, il quale appresso spedì il Duca di Memoransì con dieci mila fanti, e mille cavalli a rinforzare i Marescialli De La Force e Schomberg, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il Principe di Piemonte le assalì con vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo con occupar quella Terra e da lì a poco anche la Cittadella con altri Luoghi…”.(*)

La fame e la peste continuarono nel frattempo a mietere vittime. L’epidemia, in parte sopita alla fine del 1629 cominciò a diffondersi ulteriormente colpendo con grande virulenza alcune zone del Piemonte, della Lombardia e del Veneto. A Venezia la città risultò quasi paralizzata, i traffici cominciarono a languire mentre la popolazione si ridusse a vagare per la città chiedendo l’elemosina. Il governo agì comunque con decisione coordinando le attività sanitarie, l’eliminazione dei rifiuti, l’organizzazione dei lazzaretti e provvedendo al seppellimento dei cadaveri infetti utilizzando la calce. Le misure preventive attuate a Venezia come in altre città non impedirono però l’ulteriore diffondersi della pestilenza.

3.8 – 1630 - Caduta di Mantova

Mantova - In una stampa dell'epoca

L’impegno profuso dai francesi in Savoia e nel Piemonte non consentì loro di portare un sostanziale appoggio al Duca di Modena. Il maresciallo d’Etrè che vi giunse nei primi giorni di aprile non portò rinforzi ma solo parole e speranze. Aiuti furono pertanto richiesti dall’ambasciatore di Francia alla Repubblica di Venezia che tentò di introdurre nella città, ormai totalmente cinta d’assedio, vettovaglie ed armati. Concentrate le sue forze nella zona di Valeggio tentò di occupare alcune zone situate nel territorio di Mantova considerate essenziali per il transito i soccorsi. Il tentativo non riuscì in quanto i veneziani, affrontati da imponenti forze tedesche, furono costretti a ritirarsi e ad abbandonare nelle mani del nemico anche Valeggio. “Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e quelli atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano”. (*)

Mantova, impossibilitata ormai a ricevere aiuti, si accinse a resistere malgrado le difficoltà in essere. Contemporaneamente le truppe imperiali decisero di portare a termine la conquista della Piazza attaccandola di sorpresa. Qualcuno parlò poi di…tradimento. “Non ignoravano i Tedeschi l’infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla”….”Ora avendo i primari Ufiziali dell’Armata Cesarea, cioè i Baroni d’Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel Lago, nella notte precedente al dì 18 di Luglio quetamente s’accostarono al di sotto del Ponte S. Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu di poi attaccato il pettardo alla Porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del Palazzo Ducale.

"Francesco Orsino de i Duchi di Lamentana , ed il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, ed il secondo con altri Ufiziali restò prigione. Saltati dal letto il Duca e il Maresciallo d’Etrè, sostennero alquanto l’empito de’ nemici, ma conosciuto in fine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un Monistero la Principessa Maria col suo figliolino. Trovavasi Porto dalla parte della Città, sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli Ufiziali Cesarei spedito colà, per esplorar le intenzioni del Duca, il trovarono disposto per necessità a capitolar la resa. Incaricato dunque da lui il Marchese Strozzi conchiuse nello stesso giorno 18 di luglio , che fosse lecito al Duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, o pure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio, che aveano in Porto (ed era ben poco) senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il Maresciallo d’Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso Duca con tutti i suoi e il Maresciallo fino a Melara nel Distretto Ferrarese; e l’infelice Principe passò poi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senza che né egli né la duchessa avessero potuto portare seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno”.(*)
Uscito il Duca ed il suo seguito le truppe imperiali occuparono la città: “...O perché non si poté di meno o perché fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata il quell’acquisto, gl’infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera Città e durò per tre giorni quella barbarica lacrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza de’ Dominanti e de’ cittadini un delizioso e fioritissimo stato. Ma per la peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi venticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il Palazzo Ducale, dove i Principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, de’ quali nondimeno ne avea il Duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case, che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne, e verso i Luoghi sacri; alcuni nondimeno de’ quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pio Ferdinando Imperadore, che aveva appunto dato ordini di moderazione a tutti i suoi Generali, né si sarebbe mai aspettato un colpo si alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l’Imperatrice Leonora Gonzaga Consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della Patria sua. Succedette poi a tutti quegli assassini lo stesso, che avvenne per il sacco di Roma, perché in breve perirono tutti o per peste o per morti subitanee, né di quelle rapine goderono punto i loro Eredi”. (*)

Mantova ed il suo territorio pagò duramente non solo a causa della terribile conclusione dell’assedio, della peste che fece strage dei suoi abitanti e delle razzie cui fu sottoposta dalle milizie mercenarie, ma anche per effetto dei provvedimenti assunti dalle autorità imperiali che gravarono di tasse e balzelli vari i pochi cittadini ancora presenti sul territorio. Questi provvedimenti furono poi annullati per volere dell’Imperatore ma il Duca di Mantova quando rientrò in possesso del suo regno trovò ben poco della passata ricchezza.

3.9 – 1630 – Peste, tumulti popolari e trattative di pace

Ritratto di Urbano VIII del 1627 di Pietro da Cortona

Nell’infuriare della guerra la peste già ormai individuata alla fine del 1629 in Lombardia, in Valtellina e nel Piemonte cominciò fare strage diffondendosi anche a causa delle pessime condizione igieniche in cui versarono le popolazioni e dell’assenza di qualsiasi forma di cura. Escludendo Mantova che sotto assedio non poté fare altro che subire le nefaste conseguenze del morbo, nelle altre province questa volta, per quanto possibile, furono adottati provvedimenti restrittivi di vario genere limitando anche i movimenti migratori verso le città. Furono richieste patenti sanitarie e quant’altro, ma ormai….era troppo tardi. La pestilenza colpì la Toscana: a Firenze le conseguenze furono devastanti. Nel ducato di Modena in pochi mesi si ebbero oltre 4.000 morti. In Lombardia il morbo si diffuse a Bergamo dove imperversò fino all'autunno inoltrato, mietendo vittime ogni giorno. Nel periodo culminante dell'epidemia e cioè nei mesi estivi, il numero dei morti fu così elevato da renderne difficile la sepoltura. A Milano i decessi riguardarono 86.000 milanesi su di una popolazione di 150.000 persone, mentre a Brescia la peste causò non meno di undicimila morti. In Piemonte si diffuse a Torino, Susa, Pinerolo e Saluzzo. Nella Repubblica di Venezia, in 16 mesi in città e nei lazzaretti persero la vita quasi 50.000 cittadini cui si aggiunsero i 95.000 riscontrati nel cosiddetto Dogado, e cioè nelle frazioni di Murano, Malamocco e Chioggia.

L’imperversare del morbo e la carestia sempre presente alimentò le forme di protesta. Nelle grandi città la popolazione affamata assalì magazzini e rivendite alimentari nonché i convogli di grano e di farina. Alle accuse lanciate contro presunti incettatori seguì il saccheggio dei depositi posto in essere dalla folla tumultuante. I moti popolari furono duramente repressi ed alcuni cittadini..…più o meno colpevoli finirono impiccati sulle pubbliche piazze a monito ed esempio per gli altri. Agli abitanti delle città, già facilmente irritabili a causa delle dure condizioni di vita, dell’indigenza, dell’ignoranza e delle molteplici malattie, giunsero in occasione della peste anche “voci” sulle presunte cause della malattia dovuta, secondo le stesse, allo spargersi di unguenti velenosi. Le autorità civili e religiose, altrettanto ignoranti, non furono all’altezza della situazione. Non riuscirono quindi a porre alcun freno alla pubbliche credenze sull’esistenza degli “Untori”. Questi tristi personaggi, tratti dalla fervida immaginazione di qualcuno, diventarono reali attraverso le “dicerie” e colpirono con false accuse, lanciate da popolani rozzi e terrorizzati, uomini e donne assolutamente innocenti che si trovarono a passare in atteggiamento sospetto … per di là.
Tra una processione e l’altra, crebbe quindi la psicosi popolare, le storie diaboliche e fantasiose sussurrate da persona a persona aggravarono lo svilupparsi della specifica sindrome collettiva. L’accusa di “Untore” colpì quindi chiunque fosse trovato in atteggiamento sospetto o comunque considerato tale. Il terribile grido di “dagli all’untore” cominciò perciò a risuonare sinistramente in molte piazze d’Italia comportando l’immediato accorrere di folle tumultuanti pronte a linciare il presunto colpevole. Pur avendo ben altro a cui pensare, la gente diede corpo alle voci e quindi si scatenò. Chissà fu forse un modo come un altro per scaricare su qualcuno … la rabbia e la tensione accumulata in tanti mesi di ristrettezze, di paura, di fame e di odio. Alcuni scoperti in “atteggiamento equivoco” furono colpiti dall’ira funesta della folla e barbaramente trucidati altri invece catturati ed imprigionati furono lasciati alle cure dei tribunali che ne provarono…senza ombra di dubbio la colpevolezza. La confessione dei “rei” ottenuta da parte dei magistrati dopo aver utilizzato, secondo il costume dell’epoca, tutte le arti della tortura fu un toccasana per le autorità costituite; e ciò in quanto fu loro possibile dimostrare come esse fossero presenti, attente alle esigenze del popolo e quindi in condizione di far fronte e …con giustizia alla specifica esigenza, condannando e giustiziando gli “avvelenatori”.
Sulle vittime causate dall’indigenza, dai tumulti popolari, dai provvedimenti di polizia e dalla guerra le cronache hanno riportato solo pochi dati, numeri in ogni caso pressoché irrilevanti rispetto a quelle catastrofiche provocate dall’epidemia. Anche gli eserciti contrapposti ne furono falcidiati ma la guerra continuò spostandosi nuovamente nel Monferrato ed in Piemonte. Il Duca di Savoia, colpito duramente nel suo prestigio e nella sua fortuna, si accinse con il Principe di Piemonte, suo figlio, a riconquistare i territori perduti ma, minato nella salute, nel luglio 1630 mentre si trovava a Savigliano fu colpito da una febbre fortissima dovuta, secondo alcune maldicenze, alla peste. Apparsi i primi sintomi della morte Il duca chiese il viatico e scese dal letto, malgrado le proteste dei figli, per riceverlo: “Dio non voglia — esclamò — che io accolga un tanto re in letto!”. Si cinse la spada, si pose il collare dell'Ordine dell'Annunziata, si coperse con un manto di porpora e, ricevendo il sacramento, spirò.
A succedergli fu chiamato il figlio Amedeo Vittorio di Savoia che mantenendo l’alleanza con Spagnoli e Tedeschi, continuando la lotta, percorse con quegli eserciti e con alterna fortuna i territori del Piemonte e del Monferrato. L’ennesimo tentativo di Urbano VIII, attraverso il Mazzarino, riuscì però finalmente a conciliare le posizioni contrapposte e nel mese di ottobre nella Dieta di Ratisbona fu stipulato il Trattato di pace. A Carlo Gonzaga restò la signoria del Ducato di Mantova e del Monferrato ancorché ridotta attraverso la cessione al Duca di Savoia di Trino e di alcune terre del Monferrato. La Francia si obbligò a restituire ai Savoia le città e le fortezze conquistate, tenendovi soltanto una guarnigione per l'attuazione del trattato.

“In quella maniera terminarono se non in tutto almeno in buona parte, le tante brighe per il Monferrato, e insieme l’anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti d’Italia. Imperocché dilatatasi la peste già cominciata e prevalendosi del buon veicolo della guerra che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece di poi innumerabile strage in tante Armate, e più senza paragone negl’innocenti Popoli. Passato quel terribile malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto, che perissero più di cinquecento mila nell’altre Città e Ville di Terra ferma, sottoposte a quella Repubblica. Passò a Modena, Reggio Bologna, Firenze, e più tardi poi nell’anno seguente ad altre città della Toscana, Romagna, Piemonte, e Lombardia dove lasciò un orrido guasto di viventi e specialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell’incessante ambizion de’ Monarchi che oltre a tanti mali cagionò anche quello”. (*)

La peste quindi continuò a mietere vittime un po’ dappertutto ma, fortunatamente a dicembre, grazie al freddo, il contagio cominciò a perdere vigore e, a partire dai primi mesi del 1631, l'epidemia cominciò a regredire per poi esaurirsi del tutto. La gente superata la fase critica tornò a vivere e qualcuno anche appartenente alle classi più povere riuscì finalmente anche a trovare casa, occupando più o meno definitivamente alcune di quelle, tra l’altro numerosissime, lasciate libere dalle vittime della peste.

4.0 – 1631 – Fine della guerra ed Eruzione del Vesuvio


Ritratto di Giulio Mazzarino

Nel 1631, passata la grande ventata della guerra e con il finire dell’anno anche l’angosciosa presenza della pestilenza, molti cominciarono a rientrare nelle campagne, nei borghi e nelle cittadine di provincia avviando l’opera di ricostruzione. La guerra però sullo scenario più limitato del Piemonte e del Monferrato, malgrado il Trattato di Ratisbona, si mantenne potenzialmente vitale dati gli interessi contrapposti delle varia fazioni in lotta. Ad evitarne la ripresa contribuì l’opera politico-diplomatica svolta instancabilmente da Monsignor Giulio Mazzarino, divenuto poi Cardinale. Il Mazzarino inviato dal pontefice, riuscì infatti a conciliare le parti in causa portandole a raggiungere accordi definitivi che trovarono la loro ratifica con il trattato di Cherasco. il Duca di Savoia perse alcuni territori tra cui la fortezza di Pinerolo, ceduta alla Francia, ma la pace fu finalmente conclusa.

Terminata la guerra che insanguinò il Nord Italia, esaurita salvo qualche caso sporadico l’epidemia di peste, cessata la carestia e ritornate poco alla volta le popolazioni alle attività ordinarie la situazione cominciò a migliorare, Al sud invece, risparmiato dalla guerra ma toccato dalla peste che si diffuse tra l’altro a Benevento, le calamità naturali continuarono a colpirne il territorio. Nel Regno di Napoli, infatti il Vesuvio tornò in attività, devastando buona parte dell’area vesuviana.


Dipinto sull’eruzione del Vesuvio del 1631 di Claude Lorraine

L'eruzione dopo un periodo di quiescenza durato circa cinque secoli si verificò il 16 dicembre 1631 a seguito dell'apertura di una frattura nel fianco sud-occidentale del vulcano. La colonna eruttiva raggiunse un'altezza compresa tra 13 e 19 km. preceduta da fenomeni tellurici e da deformazioni del terreno. Alla fase esplosiva seguì immediatamente dopo quella della caduta di scorie, massi e lapilli nelle aree ad est e nord-est del Vesuvio. Anche su questa eruzione troviamo notizie sugli Annali d’Italia di L.A. Muratori che così ne sintetizzò gli avvenimenti:
“….nel di poi 16 Dicembre ebbe inicio l’incendio del Monte Somma, o sia del Vesuvio, che fu uno de’ più spaventevoli e memorabili, che mai abbia patito la Regal Città di Napoli. L’interno orribile ruggito del Monte scoppiò in terribili tuoni, in fiamme, e in fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli e portata dal vento si sparse sin sopra le Città della Dalmazia e dell’Arcipelago. I sassi di quella bocca infernale gittati in aria, furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch’esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il Molo, e un lungo tratto di quelle spiagge. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido".

"Oltre a ciò, frequenti erano le scosse de’ tremuoti e giunse quel baratro finalmente a vomitare un’immensa copia di bitume acceso, che scendendo in vari torrenti dalla montagna, atterrò quante Case e quante Ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie; e col rendere incolta la campagna tutta dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del Mondo, e si aspettava a momenti l’ultimo eccidio, né altro s’udiva per quella città, che urli e grida di pentimento , correndo ognuno ad accomodar le partite dell’anima sua, e alle devote processioni, che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del Monte, seccò l’indicibile spavento; e tornò a poco a poco la gente a i soliti affari, e alla consueta allegria: se non che si trovò molta gente mendica di ricca che era prima, per la defoliazione di molti poderi, continuando in essi motivi di piagnere”. (*)

L'eruzione del 1631, provocando più di 4.000 vittime e la distruzione di quasi tutti i paesi posti alle falde del vulcano, fu l'evento più violento e distruttivo dell’epoca e forse tra quelli della storia più recente del Vesuvio. L'eruzione durò sole 48 ore e le fasi esplosive, responsabili della formazione dei flussi piroclastici che raggiunsero il mare presso Torre del Greco e Torre Annunziata, determinarono la parziale distruzione del cono del Vesuvio che si abbassò di oltre 450 metri. Il Vulcano poi si riaddormentò per risvegliarsi, escludendo altre eruzioni di minore entità, in maniera violenta nel 1794.

M.Squillaci

Bibliografia

(*) L.A. Muratori – Gli Annali d’Italia – Napoli 1783
(**) A. Manzoni – I promessi Sposi – Edizione fuori commercio - Torino 1989
Cesare Cantù – Storia di cento anni – Felice Le Monnier, Firenze, 1855
B.Cognetti – La storia d’Italia – Sacra Civile e letteraria – Napoli 1876
L. Cappelletti – Storia d’Italia (476-1900) – Vallardi Editore – 1932
Storia d’Italia – Istituto Geografico de Agostini – Novara, 1980
A. Manzoni – Storia della Colonna Infame – Fabbri Editori – Milano, 1995
Epopea di Savoia – Libreria del Littorio – Roma 1930
Guide Treves – Italia - F.lli Treves Editori, Milano 1911
Touring Club Italiano – Campania – Milano, 1936
Siti internet : Franco Gonzato - www.storiologia.it
Cronache e documenti vari

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Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
L.A. MURATORI - Annali d'Italia

STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
 
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