PIO IX

PIO IX

UN
ANTILIBERALE

 

Pontificato a due tempi: dall'esordio riformista al conservatorismo reazionario
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In vita, in morte o in beatitudine Giovanni Mastai Ferretti continua ad essere oggetto di accese esaltazioni e di odi profondi. Tra il 1846 e il 1848 incarnò le prime speranze risorgimentali, ma alla storia è passato come irriducibile avversario dello stato unitario. Glorificato come "Uomo di Dio" dalla Chiesa, denigrato con toni accesissimi da laici e repubblicani, oggi nel suo nome gli italiani continuano a dividersi tra guelfi e ghibellini.

di ALESSANDRO FRIGERIO

Discendente di famiglie di antica stirpe - i Mastai appartenevano alla nobiltà cremonese, mentre i Ferretti erano conti di Ancona - Giovanni Maria Mastai Ferretti fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi. Nacque a Senigallia il 13 maggio 1792 e venne battezzato lo stesso giorno della nascita. Compì gli studi classici nel Collegio dei Nobili a Volterra, diretto dagli Scolopi, ma dal 1803 al 1808, proprio quando sembrava aver ormai deciso di seguire la carriera ecclesiastica, dovette sospendere gli studi a causa di improvvisi attacchi epilettici.

Dal 1814 fu ospite a Roma dello zio Paolino Mastai Ferretti, Canonico di San Pietro, e qui poté proseguire gli studi di Filosofia e di Teologia presso il Collegio Romano. Nel 1815 si recò in pellegrinaggio a Loreto dove ottenne miracolosamente la guarigione dalla malattia. Poté quindi continuare i suoi studi e prepararsi al presbiterato. Nel 1817 ricevette gli Ordini Minori, l'anno successivo il Suddiaconato e il 10 aprile 1819 venne ordinato Sacerdote. Dal luglio 1823 al giugno 1825 fu tra i membri componenti la Missione apostolica in Cile, guidata da Monsignor Giovanni Muzi. A soli 35 anni, il 24 aprile 1827, fu nominato Arcivescovo di Spoleto. Il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola. Il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia. Il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con 36 voti su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Pontefice a soli 54 anni. Di lui si sapeva solo che aveva fama di moderato riformista. Ma nel clima di grande aspettativa di quegli anni tanto bastò a farne un idolo per molti italiani.

L'elezione di Pio IX suscitò un'atmosfera di entusiasmo popolare mai provata nei confronti di nessun altro Papa. I patrioti italiani lo acclamarono fin da subito, la folla romana pure. Il 19 luglio 1846, mentre rientrava a palazzo dopo una cerimonia, il popolo stacco i cavalli dalla carrozza papale e la trascinò a forza di braccia fino al Quirinale, tra grida di tripudio e una pioggia di fiori.

Sconfitto in conclave un osso duro come il cardinale Lambruschini, sinceramente avverso alle riforme e al liberalismo, dal giugno 1846 all'aprile del 1848 Mastai Ferretti sembrò incarnare quell'ideale neoguelfo ritenuto utopistico dal suo stesso teorico, il sacerdote Vincenzo Gioberti.

Personaggio dal temperamento un po' nervoso, ma di modi bonari e spiritosi, Pio IX un mese dopo l'elezione concesse un'amnistia generale per i reati politici. Nei venti mesi successivi fu artefice di alcune grandi riforme dello Stato Pontificio: l'istituzione di un Ministero liberale, la concessione di una seppur limitata libertà di stampa, l'istituzione di una Consulta di Stato e di una Guardia Civica, l'abolizione delle discriminazioni contro il ghetto ebraico. Sotto il suo pontificato nello Stato Pontificio si diede il via alla costruzione della ferrovia e alla bonifica delle paludi di Ostia e dell'Agro Pontino. Infine, nel 1848 concesse la Costituzione e consentì al suo esercito di partecipare alle fasi iniziali della prima guerra d'indipendenza contro l'Austria.
Anche Giuseppe Mazzini non rimase immune a quell'entusiasmo: nel 1847 scrisse al Papa una famosa lettera per esortarlo a prendere la guida del movimento per l'unità e l'indipendenza d'Italia.

Analogamente anche altri patrioti. Giuseppe Montanelli così descrive l'infatuazione neoguelfa dopo le prime "rivoluzionarie" aperture politiche di Pio IX: "L'utopia del papato rigeneratore mi schiudeva innanzi mirabile prospettiva, in cui tutti gli affetti di patria, di democrazia, di religione si sentivano copiosamente appagati. Italiano, vedevo finalmente le membra sparte della mia nazione riunite in un sol corpo, e l'anima di questo corpo a Roma, e capo d'Italia il capo di tutta la cristianità".

Tuttavia, ottenuta udienza alla fine del 1847 il Montanelli doveva già in parte ricredersi in merito alla saldezza dei propositi di Pio IX. Il pontefice aveva.... "l'occhio spento, la voce senza vibrazione affettuosa, il discorso più a ironia che a pietà sdrucciolevole […] ora mi appariva un prete di buona intenzione, più nervoso che amante, sbalzato in un mondo nel quale non si raccapezzava, furbetto, alla mano, contento di essere amato, e disposto a lasciarsi andare agli ambiti plausi popolari, più che ai consigli dei cardinali".
Montanelli, allora nella sua fase neoguelfa e democratica, in seguito si sarebbe spostato su posizioni socialiste e federaliste. Tuttavia, anche dopo il fallimento della prima guerra d'indipendenza, cui prese parte come comandante dei volontari pisani, egli volle salvare ugualmente quello scoppio di fervore papale perché nel nome di Pio IX si creò un primo embrione di coscienza nazionale. "Errammo, e nondimeno sia benedetto quell'errore; poiché, senza il 'Viva Pio IX', chissà quando le moltitudini italiane si sarebbero per la prima volta agitate nell'entusiasmo della vita nazionale, della quale, o volere o non volere, serbano oggi scolpita in mente l'immagine che, più presto o più tardi, sarà generatrice del fatto".
Giorgio Candeloro, storico assolutamente immune da simpatie clericali, nella sua monumentale Storia dell'Italia moderna ha scritto che "se è un errore considerarlo un patriota e un liberale e quindi definire un tradimento l'atteggiamento che assunse poi nel '48 nei riguardi della causa italiana, neppure si deve considerarlo estraneo o addirittura ostile, fin dal primo anno di pontificato, alle idee liberali moderate. In realtà […] le idee liberali e neoguelfe erano penetrate nel clero e anche nella prelatura; […] era logico perciò che il nuovo papa inclinasse al moderatismo e al neoguelfismo, sia per tendenza personale, sia per l'influenza esercitata su di lui da alcuni suoi consiglieri".

Il fatto è che i primi anni di pontificato di Mastai Ferretti si svolsero in un clima di grandi disorientamento e attesa: la Chiesa, soprattutto con il pontificato di Papa Gregorio XVI (1831-1846), si era rafforzata nella convinzione che i sommovimenti politici e militari che andavano scuotendo l'Europa e l'Italia non costituivano semplicemente la risposta a richieste d'indipendenza e di libertà, ma sottendevano una precisa volontà di scristianizzare popolazioni abituate da sempre a vedere nella religione e nelle tradizioni locali i caratteri costitutivi della propria civiltà.
Incline al moderatismo ma figlio del potere temporale e del tradizionalismo religioso, Pio IX nel 1848 assumerà atteggiamenti equivoci che lo faranno in seguito passare alla storia come il "traditore" della causa risorgimentale.

Equivoci e malintesi che toccarono il culmine con il famoso proclama del 10 febbraio 1848. Interpretato come un squillo di guerra dei popoli italiani contro gli oppressori stranieri, si trattò invece di una invocazione alla pace dello Stato Pontificio garantita, se fosse stato necessario, da armi straniere. A fare chiarezza definitiva giunse l'allocuzione del 29 aprile con cui il Papa - forse indotto dai gesuiti a scegliere una politica più tradizionalista o forse per sfuggire a una strumentalizzazione della parte liberale, ormai sempre più orientata verso una unificazione centralista e non federalista - dichiarò a chiare lettere di voler abbandonare la causa italiana.
Ancora oggi gli storici si chiedono se questa data ha rappresentato un "tradimento" del risorgimento italiano o il crollo di un mito creato artificiosamente per un fine politico. Nelle correnti patriottiche dell'epoca prevalse la prima ipotesi, ma non mancarono uomini che sostennero la seconda. Come Carlo Cattaneo, il quale scrisse che "Pio IX fu fatto da altri e si disfece da sé. Pio IX era una favola immaginata per insegnare al popolo una verità. Pio IX era una poesia".

Una cosa però è certa. Oltre le titubanze e le idiosincrasie del personaggio, era lo Stato Pontificio in sé ad essere incompatibile con le idee liberali, soprattutto in merito alla lotta antigesuitica e alla guerra contro la cattolica Austria. In breve, il moderatismo di Mastai Ferretti aveva limiti ben precisi e invalicabili, oltre i quali né lui né un altro pontefice in quel momento sarebbe potuto andare. Pena l'abbandono di una posizione ormai insostenibile e una involuzione in senso reazionario.
E così fu. Papa Pio IX dovette assistere all'insurrezione che portò alla costituzione della Repubblica Romana del 1848 - con l'assassinio del ministro dell'interno Pellegrino Rossi - che lo costrinse all'esilio di Gaeta. Ritornato a Roma nel 1850 diede vita a una vera e propria restaurazione politica, alla quale fece seguire una intensa opera religiosa (basti ricordare la definizione del dogma della Immacolata Concezione). Nell'aprile del 1860 caddero le Legazioni, nel settembre le Marche e l'Umbria furono annesse al Regno d'Italia.

(vedi qui l'enciclica del 19-1-1860 - CONDANNA DELLE USURPAZIONI )

Lo scontro con l'Italia giunse all'apice con la conquista di Roma e la fine della sovranità temporale dei Papi, passata indenne attraverso le alterne vicissitudini di mille anni di storia. La resistenza del Papa - che ordinerà agli zuavi un'opposizione formale allo scopo di evitare inutili spargimenti di sangue, nonostante pochi giorni prima avesse mandato a dire a Vittorio Emanuele II "che in Roma non entrerete" - rispondeva alla duplice esigenza di garantire alla Chiesa gli spazi minimi necessari per esercitare il suo ministero in piena libertà e alla volontà di difendere l'integrità e la sacralità della città di Roma, patrimonio di tutta la cristianità.

Ma il contrasto di fondo tra il Papa e lo Stato unitario non era solo in merito al potere temporale. Pio IX e Vittorio Emanuele II non erano due sovrani in lotta per una conquista territoriale. Quel che divideva i due personaggi era un profondo contrasto ideologico. Pio IX vedeva incarnato dal Regno d'Italia il peggiore spirito del secolo, lo spirito che attingeva al razionalismo e all'immanentismo, che faceva appello alla ragione contro la fede. In breve, il lascito più consistente e duraturo della Rivoluzione Francese.
Nell'enciclica Quanta cura, del 1864, che conteneva in appendice il famoso Sillabo degli errori del nostro tempo, il pontefice non lasciava alcuno spazio al compromesso. Occorreva resistere, ammoniva: "alle nefande macchinazioni di uomini iniqui, che schizzando come i frutti di procelloso mare la spuma delle loro fallacie, e promettendo libertà mentre che sono schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli e coi loro scritti dannosissimi, si sono sforzati di sconquassare le fondamenta della cattolica religione e della civile società, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depravare gli animi e le menti di tutti […] e massimamente la gioventù inesperta e di guastarla miseramente, di attirarla nei lacci degli errori, e per ultimo di strapparla dal seno della Chiesa cattolica".
Ma non è tutto. Nella stessa enciclica Pio IX stabiliva un legame tra le dottrine laiche e liberali e il "funestissimo errore" del comunismo e del socialismo, frutto di una uguale concezione della vita immanentistica e razionalistica. Come ha notato Giovanni Spadolini, è singolare "che il Papa condanni socialismo e comunismo non come dottrine economiche e neppure politiche, ma come concezioni della famiglia, come visioni della morale domestica antitetiche a quella cristiana, come strumento ""per ingannare e corrompere l'improvvida gioventù"", staccandola dal dominio della Chiesa e subordinandola ai soli interessi della vita sociale". Quel che la Chiesa non poteva tollerare era la libertà di culto e il concetto di libera Chiesa in libero Stato. Continua Spadolini: "Nessuno Stato può sopravvivere, nella visione del Papa, senza il conforto, l'illuminazione e la guida della Chiesa, depositaria di una verità assoluta e perenne".
Ulteriore elemento di acredine era poi l'interferenza dell'autorità laica nelle cose religiose e l'appoggio dato dallo Stato alle associazioni di stampo clerico-liberale. Anche la legge delle Guarentigie non smorzò i termini del contrasto. "Che giova proclamare l'immunità della persona e della residenza del Romano Pontefice -si chiedeva Pio IX - quando il governo non ha la forza di guarentire dagli insulti giornalieri cui è esposta la nostra autorità, e dalle offese in mille modi ripetute alla nostra stessa persona?".

In effetti dopo Porta Pia il clima divenne vieppiù incandescente, e all'integralismo cattolico andò ad opporsi un integralismo laico altrettanto intransigente. I circoli liberali ritenevano ogni tentativo di organizzazione dei cattolici come una manovra contro la nazione, mentre ci fu chi si chiese se fosse ancora lecito considerare i cattolici cittadini con pari diritti e doveri. Garibaldi, che già aveva definito Pio IX "un metro cubo di letame", suggerì nel 1873 che se "nessuna libertà vi deve essere per gli assassini, i ladri, i lupi e i compagni: ebbene, i preti non sono forse più dei lupi e degli assassini nocivi al nostro paese?".
( qui un altro brutto proclama....

Proclama di Garibaldi agli studenti di Pavia
Giovani studenti dell’Università di Pavia
(testo integrale, compresi gli errori)

"Se nel corso della vita v’è parola gradita al mio cuore e ineffabile, è quella che mi viene da voi in questi giorni. Eletti giovani!... vergine e pura speranza d’Italia, io vi rispondo tutto commosso... vedete!... tutto commosso di gratitudine e di rispetto... come se fossi alla presenza di un areopago ideale di uomini... che formeranno la grandezza avvenire della patria! di questa patria che uomini perversi vogliono nuovamente immergere nel fango, ma che s’incamminerà, malgrado di codesti malvaggi, al compimento dei grandi destini che le ha assegnato la provvidenza!... sì, alcuni malvaggi... sono quelli che si sforzano di fare ostacolo all’opera magnifica della nostra risurrezione!... e primi fra di essi sono quelli istessi che, nella storia del nostro paese, segnarono a fianco del loro stabilimento, l’abbassamento e i mali inenarrabili d’Italia; quelli stessi che, falsando le massime sublimi di Cristo, alle quali sostituirono la menzogna... hanno patteggiato coi potenti per far schiava l’Italia!... e si sono ridotti al mestiere abbietto di spioni e di ruffiani!... quelli stessi che per isfogare la loro libidine... dettero al mondo lo spettacolo spaventevole dei roghi!... che rinnoverebbero oggi, se il buon senso delle nazioni non li trattenesse;... roghi, ossia, nel loro linguaggio evangelico — auto-da-fé — che vuol dire bruciare vive povere creature innocenti!... coloro che inventarono la tortura, e l’impiegherebbero contro uomini liberi... se lo potessero. 

"Sì, anche oggi!... quelli stessi che, negando al più grande degli Italiani le sue meravigliose e sublimi scoperte, lo trascinarono all’orribile, infame tortura, e procurarono così di rapire all’Italia la maggiore delle sue glorie!... Oh! nel pensare alle torture di Galileo e a quelle di tanti secoli della nostra infelice Italia... ogni uomo nato su questa terra dovrebbe correre colla mano ai sassi delle strade... e vendicare su quei miserabili ipocriti dalla sottana nera i mali, le ingiurie, i patimenti di venti generazioni passate!... e ciononostante codesta razza maledetta siederà domani, protetta, accanto ai rappresentanti più illustri, e domanderà con insolenza la continuazione, la confermazione del potere opprimere qualche milione d’infelici Italiani!... come una calamità, una maledizione... la continuazione di un potere che non si occupa che a corrompere la nazione... che a rubare ai nostri poveri fratelli il loro oro... per gozzovigliare schifosamente e comprare mercenarî stranieri per combattere gli Italiani!... la continuazione di un potere che non ha amici se non tra i nemici d’Italia... e tra coloro che la vogliono dividere, ruinare e assoggettare!... un potere che ha scagliato l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratorî... sul Re prode e generoso che Dio ha dato agli Italiani come un angelo redentore, e che non può, per il momento... riscattare l’Italia, perché nel centro di quest’Italia vi è il canchero che si chiama il Papato!... l’impostura che si chiama il Papato!...

"Sì, giovani! voi, nei quali l’Italia spera, voi dovete conoscerne i mali per poterli combattere. E poiché mi avete mandato una parola affettuosa di fiducia, io sento il dovere di indicarveli. Grazie al sovrano guerriero che ci comanda!... grazie alla potente alleata che ci ha sorriso col sangue prezioso de’ suoi valorosi figli [*...]!... Grazie alle simpatie delle nobili nazioni inglesi e svedesi... e di tuttociò che vi ha di generoso in Europa, l’Austria non risorgerà più in Italia, e l’artiglio che ella tiene ancora sulla sventurata Venezia non è più l’artiglio dell’aquila, ma l’unghia del gufo... del gufo cadavere!

"...Ma un nemico terribile esiste ancora,... il più formidabile,... formidabile... perché è sparso nelle masse ignoranti dove domina colla menzogna; formidabile perché è sacrilegamente coperto del manto della Religione;... formidabile perché vi sorride col sorriso di Satanasso e si striscia come il serpente... quando vuole mordervi!... e questo nemico formidabile... sì formidabile!... o giovani!... è il prete!... eccettuati pochi, sotto qualunque forma si presenti a voi.

"...Nell’ora del combattimento... io sarò con voi... o giovani! e, siatene certi, sarà quella una grande epoca per l’Italia... Voi appartenete alla generazione dei liberi... e liberatori del vostro paese!... Dio non ha riunito invano tante virtù in un monarca!... tanto valore in una armata!... tanto valore in un popolo... che io ho già veduto combattere degnamente a fianco da’ primi popoli della terra... per abbandonarci all’ignominia della schiavitù... per non riscattarci a quella vita nazionale ridestata in noi con tanta potenza!...

"Il vostro obolo, deposto nella soscrizione nazionale, è un felice augurio per l’avvenire d’Italia, essa conta, orgogliosa! che il vostro braccio non verrà meno se si deve ritornare sui campi di battaglia.

"Fino, 24 decembre 1859.

"G. Garibaldi".


La fine traumatica del dominio temporale del papato e l'esplosione del conflitto fra la Chiesa e il nuovo Stato unitario italiano, noto come Questione Romana, assunse una gravità tale da produrre nel corpo sociale una lacerazione che verrà risanata diplomaticamente e giuridicamente, ma non culturalmente, solo nel 1929 con la stipulazione del Concordato e dei Patti Lateranensi.
A Pio IX toccò vivere questa lacerazione fino in fondo e anche dopo la morte, avvenuta il 7 febbraio 1878 nei Palazzi Vaticani, dai quali non era più uscito dopo il 20 settembre 1870. Il 13 luglio 1881 durante il trasporto della salma da San Pietro alla basilica di San Lorenzo per la sepoltura definitiva il corteo fu assalito da dimostranti massonici. Il carro fu sospinto dai facinorosi verso il parapetto del ponte Sant'Angelo al grido di "A fiume il papa porco", con contorno di canzoni ingiuriose o patriottiche. I cardinali del seguito sfuggirono a stento a una sassaiola e la salma giunse al Verano solo a tarda notte.

Del processo di beatificazione di Pio IX si iniziò a parlare solo molti anni dopo questi accesi furori. Nel 1907 venne introdotta la causa di beatificazione, che giunse a una fase decisiva negli anni '80. Con un decreto del 6 luglio 1985, la Congregazione delle Cause dei Santi ha riconosciuto l'eroicità delle virtù del Servo di Dio Papa Pio IX, al quale è attribuito il titolo di Venerabile. È il primo passo sulla strada dell'elevazione di Giovanni Maria Mastai Ferretti all'onore degli altari, avvenuta nel settembre di quest'anno. "Come Sacerdote, come Vescovo e come Sommo Pontefice - si legge nel decreto - il Servo di Dio, senza interruzione e in modo continuo, apparve e fu veramente "Uomo di Dio"; uomo di preghiera assidua, senz'altro desiderio che la gloria di Dio, il bene della Chiesa e la salvezza delle anime; e non cercava niente altro se non compiere in tutte le cose la volontà di Dio e a quella aderiva con tutta l'anima, per quanto grandi fossero le sofferenze che doveva sopportare. Questo solo fu sempre la regola principale della sua vita e della sua attività pastorale. Mirando solo a questo, egli cercò di risolvere problemi talvolta difficilissimi che nel più alto ministero pastorale non raramente fu costretto ad affrontare".

Per capire al meglio Pio IX e la sua opera sacerdotale, ha scritto lo storico di matrice cattolica Roberto De Mattei, "occorre affrontare di petto il nodo centrale del suo pontificato, ovvero il problema del rapporto tra società e individuo, tra Chiesa e Stato o, in termini più pregnanti, tra politica e morale. […] Si tratta di un problema che affonda le sue remote radici nell'Italia rinascimentale, quando con Machiavelli, la politica si emancipa dalla morale per farsi mera tecnica del potere e la ragion di Stato diviene il criterio supremo degli uomini di governo. Cavour, che con cinica spregiudicatezza utilizza ogni mezzo per perseguire il fine dell'unificazione nazionale, personifica la concezione machiavellica della politica, fondata su una radicale autonomia della politica dalla morale. Il conte piemontese è in questo senso, come ha osservato Gramsci, non solo l'erede più coerente di Machiavelli, ma il vero "giacobino d'Italia", legittimo precursore dei "rivoluzionari di professione" del XX secolo che risolveranno, secondo la nota formula di Lenin, la politica nella morale. La cultura italiana post-risorgimentale, in nome della autonomia dalla morale, ribattezzata come "laicità", continuò a perseguire un progetto di secolarizzazione, descritto dallo stesso Gramsci come una "completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume", ovvero come "lo storicismo assoluto, la mondanizzazione e terrestrità assoluta del pensiero, un umanesimo assoluto della storia".

"A questa visione culturale - continua De Mattei -, egemone in Italia dopo l'unità, Pio IX contrappose una "scelta religiosa" che costituisce la chiave di lettura del suo pontificato. Egli combatté il processo di secolarizzazione della società che negava ogni azione di Dio sull'uomo e sul mondo e riconnettendosi ad una filosofia politica che attraverso Vico giunge a Dante e a san Tommaso d'Aquino, considerò politica e morale, ordine temporale e ordine spirituale, come realtà distinte ma non separate, cercando tra queste due sfere un equilibrio che non ne intaccasse i princìpi. […] Egli considerò, in tale prospettiva, il potere temporale come un mezzo ordinato al fine supremo, soprannaturale della Chiesa, maestra di fede e di morale anche nell'ordine civile e sociale".

Un altro storico di estrazione cattolica, Franco Cardini, ha ricordato invece che "elevando
Pio IX al rango di beato la Chiesa non ha avallato dal punto di vista storico e politico nemmeno uno dei suoi atti di governo, il giudizio sui quali spetta, appunto, alla storia. Essa ha semmai dato ragione al giudizio di uno studioso e uomo politico laicista doc, Giovanni Spadolini, secondo il quale Pio IX fu uno dei pontefici meno "politici" e più profondamente fedeli alla missione spirituale della Chiesa che la storia del papato abbia mai conosciuto".
Fatto sta che la recente beatificazione ha suscitato negli ambienti politici italiani, soprattutto in quelli contrari, reazioni d'altri tempi. "Finalmente l'integralismo cattolico esce dalle ambiguità e mostra la sua identità profonda", così i repubblicani dell'Emilia-Romagna si sono espressi su Pio IX, "distintosi a suo tempo per il dogma dell'infallibilità ed il disinvolto utilizzo della ghigliottina.
Il Partito repubblicano emiliano-romagnolo, dopo aver evidenziato la nuova "ideologia antirisorgimentale" di Comunione e liberazione, ha invitato tutti i circoli repubblicani d'Italia a esporre le proprie bandiere listate a lutto nel giorno della "beatificazione del capestro sacerdotale". "È bene che i nostri avversari abbiano cominciato a far sventolare la loro bandiera - scrivono gli esponenti regionali del Pri - perché sapremo finalmente contro chi dobbiamo combattere. È un bene che la reazione sia reazione, che si espliciti, che segni una demarcazione, che dica la verità. Ben venga la beatificazione se serve a chiarire, se serve a indignare, se può risvegliare un popolo che si è addormentato sugli allori della laicità ufficiale di uno Stato che fino in fondo laico non lo è stato mai".
Ugualmente inviperiti i nipotini di Mazzini, capitanati dal presidente dell'Associazione mazziniana romana: "La beatificazione di questo Papa è un'offesa alla morale. Com'è possibile beatificare l'uomo che ha provocato la morte di centinaia, forse migliaia, di persone? Lo considero un colpo all'Italia". E alla replica di chi asserisce che la morale di quasi un secolo e mezzo fa, fosse diversa dall'attuale risponde: "Poche storie! L'idea dei diritti umani, la sacralità della persona, il diritto dei popoli a disporre del proprio futuro non erano bagaglio d'uno sparuto gruppetto di uomini di cultura. Si trattava di idee che muovevano le masse e ciò spaventava enormemente Pio IX".

Un senatore Ds, per protesta, è andato a depositare una corona davanti alla lapide affissa al portone delle carceri della Rocca di Forlì. La lapide, infatti, è dedicata agli eroi garibaldini fatti fucilare proprio da Pio IX. "Il mio gesto, ha affermato, vuol essere una risposta allo scempio che dal palcoscenico del Meeting di Rimini si vuol far cadere sul nostro Risorgimento e su quanti si sono battuti per l'unità d'Italia, primi fra tutti Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso di Cavour".
Più caute le reazioni di parte liberale, di quella parte, per intenderci, che più litigò con Pio IX. La beatificazione, affermano gli eredi della tradizione liberale cavouriana, non può essere considerata una scelta politica, perché è intrinsecamente religiosa, anche se ha un significato culturale pure per i non cattolici. Certo, il Sillabo conteneva anche affermazioni di rilievo non religioso, ma politico, mentre il rapporto fra cattolici ed ebrei è stato pienamente risolto solo con Giovanni Paolo II. Tuttavia, concludono i liberali di oggi, la domanda che ritorna è: può un Papa antiliberale essere beato? Un interrogativo che non compete e non riguarda i laici liberali.

Un deciso pollice verso contro Pio IX è giunto invece da parte della Massoneria. La beatificazione ha suscitato "profonda inquietudine" nel Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani. "Questa beatificazione innalza a simbolo etico universale un uomo tetragono ad ogni forma di evoluzione e di progresso, tenacemente ostile al mondo moderno e per di più espressione degli interessi solo temporali della Chiesa". E continua: "Come massoni, come uomini liberi esprimiamo il nostro profondo rammarico per questa inopinata esaltazione di un uomo-simbolo del potere temporale, la cui beatificazione sembra preludere ad una svolta nella politica di comprensione reciproca e di pur cauta apertura fino ad ora condotta dalla volontà irriducibile di papa Wojtyla". "Tutto ciò - conclude il Gran Maestro - pone un enorme interrogativo sulle effettive finalità giubilari e sul magistero dell'attuale pontefice... Non può non intravedersi un chiaro disegno tendente a riaffermare un antistorico primato della Chiesa cattolica sull'imperium civile".

Perplessità sono state manifestate anche in ambito cattolico. Alcuni teologi progressisti hanno accusato Giovanni Paolo II di far beato un Papa "assolutista" e "antisemita". Contro si è pronunciato padre Giacomo Martina, gesuita settantaseienne, professore di storia della Chiesa moderna all'Università Gregoriana: "Questa beatificazione non mi pare la cosa più opportuna. Nei primi anni del suo pontificato Pio IX aveva troppo confuso la politica con la religione. In fondo era un emotivo che si era lasciato trascinare dal '48".
E poi c'è il mondo ebraico. Il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane ha voluto ricordare ciò che questo Papa è stato per gli italiani: "Dopo una prima fase, è stato duramente antinazionale e ha stabilito l'infallibilità del Papa, principio preoccupante per gente come noi abituata a discutere e a confrontarsi. Ma è stato anche il responsabile del caso Mortara (un bambino ebreo di Bologna sottratto alla famiglia perché battezzato di nascosto dalla domestica), che ha portato tanto dolore nelle nostre comunità".

Fin qui le polemiche per la beatificazione del 3 settembre, successivamente riprese e alimentate in occasione della ricorrenza di Porta Pia. Sorprende piuttosto che attorno alla controversa figura dell'ultimo Papa re, e al principio di libera Chiesa in libero Stato, gli italiani tornino ancora una volta a dividersi accanitamente in guelfi e ghibellini. La storia continua ad essere il nostro futuro preferito.


di ALESSANDRO FRIGERIO
Bibliografia
-Pio IX, di R. De Mattei - Ed. Piemme, 2000
-Il giovane Mastai. Il futuro di Pio IX dall'infanzia a Senigallia alla
Roma della Restaurazione (1792-1827), di C. Falconi - Ed. Rusconi, 1981
-Il Pontificato di Pio IX (1846-1878), di R. Aubert, - Ed. Paoline, 1990
-Il Sillabo e dopo, di E. Rossi - Kaos Edizioni, 2000
-Il Sillabo e la politica dei cattolici, di G. Pepe - Ed. Dedalo, 1995
-L'opposizione cattolica, di G. Spadolini - Ed. Mondadori, 1994
Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di Storia in Network
 
Enciclica Pontificia
DI PAPA PIO IX

che condanna le usurpazioni piemontesi
"Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 19 Gennaio 1860.
l'Enciclica,  con la quale il Pontefice Pio IX condanna gli
"atti tutti empiamente iniqui compiuti dalla rivoluzione anticristiana d’Italia".
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"Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione.
"Noi non possiamo certamente esprimervi a parole, o Venerabili Fratelli, quanto gaudio e quanta letizia, fra le nostre gravissime amarezze, ci abbia arrecato per parte di Voi tutti e sì dei fedeli commessi alle vostre cure la singolare e meravigliosa fede, pietà ed osservanza inverso di Noi e di questa Sede Apostolica, e l’egregio consentimento, l’alacrità, il fervore e la costanza nel difendere i diritti della medesima Sede e nel patrocinare la causa della giustizia. Imperciocché come prima dalle Nostre lettere encicliche a voi spedite nel dì 18 giugno dell’anno scorso, e quindi dalle due Nostre Allocuzioni concistoriali, con sommo dolore del vostro animo, conosceste i gravissimi mali, onde erano miseramente colpite le cose sacre e civili in Italia; e come prima comprendeste gl’iniqui moti e ardimenti di ribellione contro i legittimi Principi della stessa Italia, e contro il sacro e legittimo principato Nostro e di questa Santa Sede; Voi secondando tosto i Nostri voti e le Nostre cure, non frapponendo verun indugio, vi affrettaste con ogni studio ad ordinare nelle vostre diocesi pubbliche preghiere. Quindi non solo colle vostre lettere, piene di profondo ossequio e carità a Noi inviate; ma ancora, sia colle epistole pastorali, sia con altre scritture dotte e religiose, diffuse nel popolo, alzaste l’episcopale vostra voce, con lode insigne del vostro Ordine e del vostro nome, a propugnare strenuamente la causa della santissima nostra Religione e della giustizia, e a detestare con ogni vigore i sacrileghi attentati commessi contro il civile principato della Chiesa Romana. E, difendendo costantemente questo principato, vi siete recato a gloria di professare ed insegnare che esso, per singolare consiglio di quella divina Provvidenza, che regge e governa ogni cosa, fu dato al Romano Pontefice, acciocché questi, col non essere mai soggetto a nessun potere civile, possa esercitare sopra l’universo mondo, con libertà pienissima e senza niun impedimento, il supremo ufficio dell’Apostolico Ministero, a Lui dallo stesso Signor Nostro Gesù Cristo divinamente affidato.
"Dalle quali vostre dottrine ammaestrati, e dall’egregio esempio eccitati, i figliuoli a Noi carissimi della Chiesa Cattolica, con sommo studio gareggiano di significarci per parte loro i medesimi sentimenti. Conciosiacché da tutte le regioni dell’intero orbe cattolico ricevemmo quasi innumerevoli lettere sì di ecclesiastici e sì di laici d’ogni dignità, ordine, grado e condizione, e perfino lettere sottoscritte da centinaia di migliaia di Cattolici, colle quali tutte essi manifestano e confermano la loro venerazione e figliale devozione verso di Noi e verso la Cattedra di Pietro, e, detestando fortemente la ribellione e gli attentati commessi in alcune nostre provincie, sostengono che il patrimonio del Beato Pietro debba onninamente conservarsi intero ed inviolato, e difendersi da ogni offesa; e ciò non pochi tra loro dimostrarono con dottrina e sapienza in libri appositamente dati alla luce. Ora queste preclare manifestazioni sì vostre, e sì dei Fedeli, meritevoli certamente di ogni lode ed encomio, e degne che vengano iscritte nei fasti della Chiesa Cattolica a caratteri d’oro, talmente ci commossero, che non ci potemmo astenere dallo sclamare lietamente: Benedetto sia Dio e il Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che così ci consola in sì aspro travaglio. Imperocché in mezzo alle gravissime angustie, dalle quali veniamo oppressi, nulla poteva riuscirci più grato, nulla più giocondo, nulla più desiderato, che il vedere di qual concorde ed ammirabile premura voi tutti, o Venerabili Fratelli, siete animati ed accesi per difendere i diritti di questa Santa Sede, e con quale egregia volontà i Fedeli consegnati alle vostre cure in ciò vi secondano. Quindi Voi assai agevolmente potete da per voi stessi pensare quanto altamente la paterna Nostra benevolenza verso di Voi e verso gli stessi Cattolici ognidì di buon dritto e meritatamente si accresca.
"Senonché, mentre il nostro dolore veniva alleggerito da un così stupendo impegno ed amore sì vostro e sì dei Fedeli verso di Noi e di questa Santa Sede, una nuova cagione di tristezza ci venne da altra parte. Il perché noi vi scriviamo queste lettere, affinché in cosa di tanta importanza siano principalmente a Voi di bel nuovo manifestissimi i sentimenti del Nostro animo. Non ha guari, siccome la più parte di Voi già conoscerà, venne dal giornale di Parigi intitolato Moniteur, divulgata una lettera dell’Imperatore dei Francesi, colla quale egli rispondeva a una Nostra epistola, in cui con ogni calore pregavamo la Maestà Sua Imperiale a volere col validissimo suo patrocinio nel Congresso di Parigi mantenere intero ed inviolabile il temporale dominio Nostro e di questa Santa Sede, e rivendicarlo dalla iniqua ribellione. Or nell’anzidetta sua risposta quel supremo Imperatore, ricordando certo suo consiglio propostoci poco tempo innanzi intorno alle provincie ribelli del nostro dominio pontificio, Ci esorta a voler rinunziare al possedimento di quelle provincie, sembrando a lui che solo così possa ora rimediarsi al presente perturbamento delle cose.
"Ciascuno di Voi, Venerabili Fratelli, intende benissimo che Noi, memori del gravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere dopo ricevuta una tale lettera. Perciò senza frapporre dimora ci affrettammo a rispondere allo stesso Imperatore, dichiarando limpidamente e apertamente con Apostolica libertà dell’animo Nostro, che in nessun modo affatto Noi potevamo annuire al suo consiglio: perché esso presenta insuperabili difficoltà, avuta ragione della dignità Nostra e di questa Santa Sede, e del Nostro sacro carattere e dei diritti della Santa Sede, i quali non appartengono alla successione di qualche reale famiglia ma bensì a tutti i Cattolici; ed insieme abbiamo professato non potersi da Noi cedere ciò che non è Nostro, e bene da Noi intendersi che la vittoria, che si vorrebbe concessa ai ribelli nell’Emilia, sarebbe di stimolo agl’indigeni ed ai forestieri perturbatori delle altre provincie a fare il medesimo, vedendo la prospera fortuna toccata a quei primi. E fra le altre cose al medesimo Imperatore manifestammo non poter Noi rinunziare alle dette provincie dell’Emilia, appartenenti al Nostro pontificio dominio, senza violare i solenni giuramenti dai quali siamo legati, senza eccitare querele e moti nelle altre nostre provincie, senza recare ingiuria a tutti i Cattolici; in fine senza debilitare i diritti non solo dei Principi d’Italia, che furono ingiustamente spogliati dei loro dominî, ma ancora di tutti i Principi del mondo cristiano, i quali non potrebbero con indifferenza vedere introdotti certi perniciosissimi principî. Né abbiamo tralasciato di notare, che la Maestà Sua non ignorava per quali uomini, con quale pecunia, e con quali aiuti i recenti attentati di rivolture a Bologna, a Ravenna ed in altre città erano stati eccitati e compiuti; mentre la massima parte di quei popoli quasi attonita si rimase dal partecipare a quegli scompigli inaspettati, e si mostrò del tutto aliena dal volerli seguire
E poiché il Serenissimo Imperatore credeva che Noi dovessimo cedere quelle province pei moti di ribellione ivi di quando in quando suscitati, abbiamo risposto a tal proposito: questo argomento, siccome quello che prova troppo, non provar nulla. Imperocché moti non dissimili sì negli Stati d’Europa e sì altrove accaddero spessissimo; e niuno è che non vegga, non potersi da ciò ritrarre motivo di diminuire il civile dominio di un legittimo Principe. E non abbiamo omesso di esporre al medesimo Imperatore che dalla ultima sua lettera era molto diversa la prima, scritta a Noi avanti la guerra d’Italia e che ci recava non afflizione, ma consolazione. Avendo poi giudicato, per certe parole di codesta lettera imperiale, pubblicata nella mentovata effemeride, di dover temere che le predette Nostre province dell’Emilia già s’avessero a riguardare come staccate dal pontificio Nostro dominio; perciò abbiamo pregato, in nome della Chiesa, la Maestà Sua, di fare in modo, anche pel suo proprio bene e vantaggio, che tale nostro timore fosse pienamente dileguato. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere alla eterna salute di tutti, gli abbiamo richiamato alla mente, che da ciascuno si dovrà un giorno dare stretta ragione di sé al tribunale di Cristo, ed incontrare giudizio severissimo; e perciò dover ciascuno attesamente studiarsi di aver a provare gli effetti della misericordia anziché della giustizia.
"Queste sono le cose precipue che fra le altre abbiamo risposte al supremo Imperatore dei Francesi; le quali abbiamo giudicato di dover al tutto manifestare a Voi, o Venerabili Fratelli, affinché voi in prima, ed anche tutto l’Orbe Cattolico viemmeglio sappia che Noi, aiutandoci Dio, pel gravissimo debito dell’uffizio nostro, senza timore veruno facciamo ogni sforzo, e non tralasciamo verun tentativo per difendere fortemente la causa della religione e della giustizia, ed il civile principato della Chiesa Romana; e mantenere costantemente intere ed inviolate le sue possessioni temporali e i suoi diritti, i quali interessano tutto l’Orbe Cattolico; e provvedere altresì alla giusta degli altri Principi. Ed avvalorati dal divino aiuto di Colui che disse: Nel mondo sarete angustiati; ma abbiate fidanza, io ho vinto il mondo (Io: c. XVI V. 33); e beati quei che soffrono persecuzione per la giustizia (Matth: c. V, V. 10); siamo preparati a seguire le illustri vestigia de’ nostri Predecessori, ad emularne gli esempî, e patire ogni cosa aspra ed acerba, ed anche a dare la vita, anziché disertare in alcun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma ben di leggieri potete argomentare, Venrabili Fratelli, da quanto dolore siamo trafitti, vedendo da quale atrocissima guerra la santissima nostra Religione, con grandissimo detrimento delle anime, è combattuta, e da quali tribuni veementissimi è conquassata la Chiesa e questa Santa Sede. E facilmente ancora comprendete come gravissima sia la nostra angoscia, ben sapendo quanto è grande il pericolo delle anime in quelle sconvolte Nostre provincie; dove, per opera specialmente di pestiferi scritti diffusi nel pubblico, la pietà, la Religione, la fede e l’onestà dei costumi di giorno in giorno vengono scrollate.
"Voi dunque, Venerabili Fratelli, i quali siete chiamati a parte della Nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e virtù vi accendeste a propugnare la causa della Religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, continuate con maggior animo e impegno a difendere la medesima causa, ed ogni giorno infiammate vièmmaggiormente i Fedeli commessi alle vostre cure, acciocché essi sotto il vostro indirizzo non cessino mai di porre ogni opera ed ogni studio ed ogni consiglio per la difesa della Cattolica Chiesa e di questa Santa Sede, e per la conservazione del civile principato della medesima e del patrimonio del Beato Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i Cattolici.
"Quello però che massimamente, quanto sappiamo e possiamo, chiediamo da Voi, o Venerabili Fratelli, si è che insieme con Noi e unitamente ai Fedeli commessi alle vostre cure, porgiate senza intermissione fervidissime preghiere a Dio Ottimo Massimo, acciocché Egli comandi ai venti ed al mare, e col Suo potentissimo aiuto assista a Noi, assista alla sua Chiesa, e sorga e giudichi la causa Sua; ed oltreciò colla celeste sua grazia voglia, propizio, illuminare tutti i nemici della Chiesa e di questa Apostolica Sede, e colla onnipotente Sua virtù si degni di ridurli nelle vie della verità, della giustizia e della salute.
"Ed acciocché Iddio, supplicato da Noi, più facilmente porga l’orecchio alle preghiere Nostre e Vostre e di tutti i Fedeli, domandiamo sopra tutto, o Venerabili Fratelli, l’intercessione dell’Immacolata e Santissima Madre di Dio, Maria Vergine, la quale è di tutti noi amantissima madre e speranza fidissima, e potente tutela e sostegno della Chiesa, e del cui patrocinio niente è più valido presso Dio. Imploriamo altresì il suffragio del beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, che Cristo Signor nostro stabilì qual pietra fondamentale della sua Chiesa, contro cui le porte dell’Inferno non potranno mai prevalere; e chiediamo ancora il suffragio del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi che con Cristo regnano in Cielo. Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi, atteso la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, in che siete sommamente prestanti, vorrete secondare solertissimamente questi Nostri voti e queste Nostre richieste. E frattanto, come pegno dell’ardentissima Nostra carità verso Voi, impartiamo amantissimamente l’Apostolica Benedizione; la quale muove dall’intimo del Nostro cuore, sì a Voi, o Venerabili Fratelli, come a tutto il Clero, ed ai Fedeli laici commessi alla vigilanza di ciascun di Voi.
"Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 19 Gennaio 1860.
"Del Nostro Pontificato, Anno Decimoquarto".
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NEL DICEMBRE DEL 1864, PIO XI PUBBLICO' L'ENCICLICA
"QUANTA CURA" E IN APPENDICE IL "SILLABO"
Enciclica Pontificia
Di Sua Santità PIO IX


"QUANTA CURA"
(in appendice il "SILLABO degli errori del nostro tempo"
"Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 8 dicembre 1864

Con quanta cura e pastorale vigilanza i Romani Pontefici Predecessori Nostri, eseguendo l’ufficio loro affidato dallo stesso Cristo Signore nella persona del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, e l’incarico di pascere gli agnelli e le pecore, non abbiano mai tralasciato di nutrire diligentemente tutto il gregge del Signore con le parole della fede, di educarlo con la salutare dottrina e di rimuoverlo dai pascoli velenosi, a tutti ed a Voi in particolare, Venerabili Fratelli, è chiaro e manifesto. Invero i predetti Nostri Predecessori dell’augusta Religione cattolica – difensori e garanti della verità e della giustizia, sommamente solleciti della salute delle anime – non ebbero a cuore niente di più che individuare e condannare, con le loro sapientissime Lettere e Costituzioni, tutte le eresie e gli errori i quali, avversando la divina nostra fede, la dottrina della Chiesa cattolica, l’onestà dei costumi e l’eterna salute degli uomini, spesso suscitarono gravi tempeste e funestarono in modo devastante la cristiana e la civile repubblica. Pertanto i suddetti Nostri Predecessori con apostolica forza continuamente resistettero alle nefande macchinazioni di uomini iniqui che, schizzando come i flutti di procelloso mare la spuma delle loro fallacie e promettendo libertà mentre sono schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli e con i loro scritti perniciosissimi si sono sforzati di demolire le fondamenta della Religione cattolica e della società civile, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depravare gli animi e le menti di tutti, di sviare dalla retta disciplina dei costumi gl’incauti, e principalmente la gioventù impreparata, e di corromperla miseramente, di imprigionarla nei lacci degli errori e infine di strapparla dal seno della Chiesa cattolica.

Intanto, come a Voi, Venerabili Fratelli, è ben noto, poiché per un’arcana decisione della divina provvidenza, non certo per qualche Nostro merito, fummo innalzati a questa Cattedra di Pietro, vedendo Noi con estremo dolore del Nostro animo l’orribile procella sollevata da tante prave opinioni e i gravissimi, e non mai abbastanza lacrimabili danni che da tanti errori ridondano sul popolo cristiano, per dovere del Nostro Apostolico Ministero, seguendo le vestigia illustri dei Nostri Predecessori, alzammo la Nostra voce e con parecchie Lettere Encicliche divulgate per mezzo della stampa, con le Allocuzioni tenute nel Concistoro e con altre Lettere Apostoliche condannammo i principali errori della tristissima età nostra, e stimolammo la Vostra esimia vigilanza episcopale, ammonimmo con ogni Nostro potere ed esortammo tutti i figli della Chiesa cattolica a Noi carissimi che avessero in sommo abominio l’infezione di una peste così crudele e la fuggissero. Specialmente poi con la Nostra prima Lettera Enciclica del 9 novembre 1846 e con due Allocuzioni (delle quali una fu tenuta da Noi nel Concistoro del 9 dicembre 1854, e l’altra in quello del 9 giugno 1862) condannammo le mostruose enormità delle opinioni che segnatamente dominano in questa nostra età, con grandissimo danno delle anime e con detrimento della stessa civile società, le quali non solo avversano la Chiesa cattolica, la sua salutare dottrina e i suoi venerandi diritti, ma altresì la sempiterna legge naturale scolpita da Dio nei cuori di tutti e la retta ragione; da tali opinioni traggono origine quasi tutti gli altri errori.

Ma quantunque non abbiamo omesso di bandire spesso e di riprovare i più capitali errori di tal fatta, nondimeno la causa della Chiesa cattolica, la salute delle anime a Noi divinamente affidate e il bene della stessa società umana richiedono assolutamente che di nuovo eccitiamo la Vostra pastorale sollecitudine a sconfiggere altre prave opinioni, che scaturiscono dai predetti errori come da fonte. Tali false e perverse opinioni tanto più sono da detestare, in quanto mirano in special modo a far sì che sia impedita e rimossa quella salutare forza che la Chiesa cattolica, per istituzione e mandato del suo divino Autore, deve liberamente esercitare fino alla consumazione dei tempi, sia verso i singoli uomini, sia verso le nazioni, i popoli e i supremi loro Principi: esse operano affinché sia tolta di mezzo quella mutua società e concordia fra il Sacerdozio e l’Impero, che sempre riuscirono fauste e salutari alle cose sia sacre, sia civili . Infatti Voi sapete molto bene, Venerabili Fratelli, che in questo tempo si trovano non pochi i quali, applicando al civile consorzio l’empio ed assurdo principio del naturalismo (come lo chiamano) osano insegnare che "l’ottima regione della pubblica società e il civile progresso richiedono che la società umana si costituisca e si governi senza avere alcun riguardo per la religione, come se questa non esistesse o almeno senza fare alcuna differenza tra la vera e le false religioni". Contro la dottrina delle sacre Lettere della Chiesa e dei Santi Padri, non dubitano di affermare "essere ottima la condizione della società nella quale non si riconosce nell’Impero il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica, se non in quanto lo chieda la pubblica pace".

Con tale idea di governo sociale, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente dannosa per la Chiesa cattolica e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio , cioè "la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società ed i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera". E mentre affermano ciò temerariamente, non pensano e non considerano che essi predicano "la libertà della perdizione" , e che "se in nome delle umane convinzioni sia sempre libero il diritto di disputare, non potranno mai mancare coloro che osano resistere alla verità e confidano nella loquacità della sapienza umana, mentre la fede e la sapienza cristiane debbono evitare questa nociva vanità, in linea con la stessa istituzione del Signor Nostro Gesù Cristo" .

E poiché nei luoghi nei quali la religione è stata rimossa dalla società civile o nei quali la dottrina e l’autorità della rivelazione divina sono state ripudiate, anche lo stesso autentico concetto della giustizia e del diritto umano si copre di tenebre e si perde, ed in luogo della giustizia vera e del diritto legittimo si sostituisce la forza materiale, quindi si fa chiaro il perché alcuni, spregiando completamente e nulla valutando i principi certissimi della sana ragione, ardiscono proclamare che "la volontà del popolo manifestata attraverso l’opinione pubblica (come essi dicono) o in altro modo costituisce una sovrana legge, sciolta da qualunque diritto divino ed umano, e nell’ordine Politico i fatti consumati, per ciò stesso che sono consumati, hanno forza di diritto". Ma chi non vede e non sente pienamente che una società di uomini sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia non può avere altro proposito fuorché lo scopo di acquisire e di accumulare ricchezze, e non può seguire nelle sue operazioni altra legge fuorché un’indomita cupidigia di servire alle proprie voluttà e comodità? Conseguentemente questi uomini, con odio veramente acerbo, perseguitano le Famiglie Religiose, quantunque sommamente benemerite della cosa cristiana, civile e letteraria, e vanno dicendo che esse non hanno alcuna ragione di esistere, e con ciò applaudono le idee degli eretici. Infatti, come sapientissimamente insegnava Pio VI, Nostro Predecessore di venerata memoria, "l’abolizione dei regolari lede lo stato di pubblica professione dei consigli evangelici, lede una maniera di vita raccomandata nella Chiesa come consentanea alla dottrina Apostolica, lede gli stessi insigni fondatori che veneriamo sopra gli altari, i quali non ispirati che da Dio istituirono queste società" . Ed affermano altresì empiamente doversi togliere ai cittadini e alla Chiesa la facoltà "di potere pubblicamente erogare elemosine per motivo di cristiana carità", e doversi abolire la legge "che per ragione del culto divino proibisce le opere servili in certi determinati giorni" con il fallace pretesto che quella facoltà e quella legge contrastano con i principi della migliore economia pubblica.

Né contenti di allontanare la religione dalla pubblica società, vogliono rimuoverla anche dalle famiglie private. Infatti, insegnando e professando il funestissimo errore del Comunismo e del Socialismo dicono che "la società domestica, cioè la famiglia, riceve dal solo diritto civile ogni ragione della propria esistenza, e che pertanto dalla sola legge civile procedono e dipendono tutti i diritti dei genitori sui figli, principalmente quello di curare la loro istruzione e la loro educazione". Con tali empie opinioni e macchinazioni codesti fallacissimi uomini intendono soprattutto eliminare dalla istruzione e dalla educazione la dottrina salutare e la forza della Chiesa cattolica, affinché i teneri e sensibili animi dei giovani vengano miseramente infettati e depravati da ogni sorta di errori perniciosi e di vizi. Infatti, tutti coloro che si sono sforzati di turbare le cose sacre e le civili, e sovvertire il retto ordine della società e cancellare tutti i diritti divini ed umani, rivolsero sempre i loro disegni, studi e tentativi ad ingannare specialmente e a corrompere l’improvvida gioventù, come sopra accennammo, e nella corruzione della medesima riposero ogni loro speranza. Pertanto non cessano mai con modi totalmente nefandi di vessare l’uno e l’altro Clero da cui, come viene splendidamente attestato dai certissimi monumenti della storia, tanti grandi vantaggi derivarono alla cristiana, civile e letteraria repubblica; e vanno dicendo che "il Clero, come nemico del vero ed utile progresso della scienza e della civiltà, deve essere rimosso da ogni ingerenza ed ufficio nella istruzione e nella educazione dei giovani".

Altri poi, rinnovando le prave e tante volte condannate affermazioni dei novatori, ardiscono con rilevante impudenza sottomettere all’arbitrio dell’autorità civile la suprema autorità della Chiesa e di questa Sede Apostolica, ad essa affidata da Cristo Signore, e di negare alla Chiesa e alla Sede Apostolica tutti i diritti che a loro appartengono intorno alle cose che si riferiscono all’ordine esterno. Infatti costoro non si vergognano di affermare che "le leggi della Chiesa non obbligano in coscienza se non quando vengono promulgate dal potere civile; che gli atti e i decreti dei Romani Pontefici relativi alla Religione e alla Chiesa hanno bisogno della sanzione e dell’approvazione, o almeno dell’assenso, del Potere civile; che le Costituzioni Apostoliche con le quali sono condannate le associazioni clandestine, sia che in esse si esiga, sia che non si esiga il giuramento di mantenere il segreto, e con le quali sono fulminati di anatema i loro seguaci e fautori, non hanno vigore in quelle contrade dove siffatte associazioni sono tollerate dal governo civile; che la scomunica inflitta dal Concilio di Trento e dai Romani Pontefici a coloro i quali invadono ed usurpano i diritti e i beni della Chiesa si appoggia alla confusione dell’ordine spirituale col civile e politico, per promuovere il solo bene mondano; che la Chiesa non deve decretare nulla che possa costringere le coscienze dei fedeli in ordine all’uso delle cose temporali; che alla Chiesa non compete il diritto di reprimere con pene temporali i violatori delle sue leggi; che sia conforme alla sacra teologia ed ai principi del diritto pubblico attribuire e rivendicare al governo civile la proprietà dei beni posseduti dalle Chiese, dalle Famiglie Religiose e dagli altri luoghi pii".

Né arrossiscono di professare apertamente e pubblicamente le parole e i principi degli eretici, da cui nascono tante perverse sentenze ed errori. Essi ripetono che "la potestà ecclesiastica non è per diritto divino distinta ed indipendente dalla potestà civile, e che questa distinzione e questa indipendenza non possono essere mantenute senza che da parte della Chiesa non si usurpino i diritti essenziali della potestà civile". Né possiamo passare sotto silenzio l’audacia di coloro che, intolleranti della sana dottrina, pretendono "che si possa, senza peccato e pregiudizio della professione cattolica, negare l’assenso e l’obbedienza a quei decreti e a quelle disposizioni della Sede Apostolica che hanno per oggetto il bene generale della Chiesa, i suoi diritti e la sua disciplina, purché essi non tocchino i dogmi della fede e dei costumi". Quanto ciò grandemente contrasti con il dogma cattolico della piena potestà del Romano Pontefice, divinamente conferitagli dallo stesso Cristo Signore in ordine a pascere, reggere e governare la Chiesa universale, non è chi apertamente e chiaramente non vegga ed intenda. Noi dunque, in tanta perversità di depravate opinioni, ben memori del Nostro apostolico ufficio e massimamente solleciti della santissima nostra religione, della sana dottrina e della salute delle anime affidateci da Dio, e del bene della stessa società umana, abbiamo ritenuto di dovere nuovamente elevare la Nostra apostolica voce. Pertanto, tutte e singole le prave opinioni e dottrine espresse nominatamente in questa Lettera, con la Nostra autorità apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo; e vogliamo e comandiamo che esse siano da tutti i figli della Chiesa cattolica tenute per riprovate, proscritte e condannate.

Ma, oltre a queste, Voi ben sapete, Venerabili Fratelli, che nel presente tempo altre empie dottrine d’ogni genere vengono disseminate dai nemici di ogni verità e giustizia con pestiferi libri, libelli e giornali sparsi per tutto il mondo, con i quali essi illudono i popoli e maliziosamente mentiscono. Né ignorate come anche in questa nostra età si trovino alcuni che, mossi ed incitati dallo spirito di Satana, pervennero a tanta empietà da non paventare di negare con scellerata impudenza lo stesso Dominatore e Signore Nostro Gesù Cristo ed impugnare la sua Divinità. E qui non possiamo astenerci dall’elogiare con massime e meritate lodi Voi, Venerabili Fratelli, che in nessun modo tralasciaste di elevare con tutto zelo la Vostra voce episcopale contro tanta nequizia.

Pertanto, con questa Nostra Lettera riprendiamo con tanto affetto il discorso con Voi che, chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, Ci siete di sommo conforto, letizia e consolazione in mezzo alle gravissime Nostre angosce, per l’egregia religione e pietà per cui Vi siete segnalati, e per quel meraviglioso amore, per la fedeltà e per l’osservanza con cui, stretti a Noi ed a quest’Apostolica Sede con cuori concordi, Vi sforzate di adempiere strenuamente e diligentemente al Vostro gravissimo ministero episcopale. In verità, dall’esimio Vostro zelo pastorale Ci aspettiamo che, impugnando la spada dello spirito, che è la parola di Dio, e confortati nella grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, vogliate con rinforzate cure ogni giorno più provvedere a che i fedeli affidati alla Vostra sollecitudine "si astengano dalle erbe nocive che Gesù Cristo non coltiva perché non sono piantagione del Padre" . Né mancate d’inculcare sempre agli stessi fedeli che ogni vera felicità ridonda negli uomini dall’augusta nostra religione, dalla sua dottrina e dalla sua pratica: è beato quel popolo il cui Signore è il suo Dio (Sal 144,15). Insegnate "che sul fondamento della fede cattolica restano saldi i regni , e nulla è così mortifero, così vicino al precipizio, così esposto a tutti i pericoli, come il credere che ci possa bastare di aver ricevuto, quando nascemmo, il libero arbitrio, e non occorra domandare più altro al Signore: questo è dimenticare il nostro creatore e rinnegare, per mostrarci liberi, la sua potenza" . Né trascurate parimenti d’insegnare "che la reale potestà non fu data solamente per il governo del mondo, bensì soprattutto per il presidio della Chiesa , e nulla vi è che ai Principi e ai Re possa recare maggior profitto e gloria quanto, come un altro sapientissimo e fortissimo Nostro Predecessore, San Felice, inculcava a Zenone imperatore: lasciare che la Chiesa cattolica... si serva delle sue leggi, e non permettere che alcuno si opponga alla sua libertà... Giacché è certo che sarà loro utile che, quando si tratta della causa di Dio, si studino, secondo la Sua legge, non di anteporre ma di sottoporre la regia volontà ai Sacerdoti di Cristo" .

Ma se fu sempre necessario, Venerabili Fratelli, ora specialmente, in mezzo a così grandi calamità della Chiesa e della società civile, in tanta cospirazione di avversari contro il cattolicesimo e questa Sede Apostolica, e fra così gran cumulo di errori, è assolutamente indispensabile che ricorriamo con fiducia al trono della grazia per ottenere misericordia e trovare benevolenza nell’aiuto opportuno. Perciò abbiamo ritenuto giusto eccitare la devozione di tutti i fedeli affinché, insieme con Noi e con Voi, con fervidissime ed umilissime preci preghino e supplichino incessantemente il clementissimo Padre della luce e delle misericordie; nella pienezza della fede ricorrano sempre al Signore Nostro Gesù Cristo, che ci redense a Dio nel Sangue Suo; e caldamente e continuamente implorino il Suo dolcissimo Cuore, vittima della Sua ardentissima carità verso di noi, perché coi vincoli del Suo amore attiri tutto a se stesso, e tutti gli uomini, infiammati del Suo santissimo amore, camminino rettamente secondo il Cuore Suo, in tutto piacendo a Dio e fruttificando in ogni opera buona. Ed essendo, senza dubbio, più gradite a Dio le preghiere degli uomini se questi ricorrono a Lui con l’animo mondo da ogni macchia, perciò abbiamo creduto giusto aprire con apostolica liberalità i celesti tesori della Chiesa affidati alla Nostra dispensazione, perché gli stessi fedeli più intensamente accesi alla vera pietà e lavati dalle macchie dei peccati nel Sacramento della Penitenza, con maggiore fiducia volgano a Dio le loro preghiere e conseguano la Sua grazia e la Sua misericordia.

Dunque con questa Lettera, con la Nostra autorità Apostolica, a tutti e ai singoli fedeli del mondo cattolico di ambo i sessi concediamo l’Indulgenza Plenaria in forma di Giubileo per il periodo solamente di un mese, fino a tutto il prossimo anno 1865, e non oltre, da stabilirsi da Voi, Venerabili Fratelli, e dagli altri legittimi Ordinari, nello stesso modo e forma in cui all’inizio del sommo Nostro Pontificato lo concedemmo con l’apostolica Nostra Lettera in forma di Breve del 20 novembre 1846 e mandata a tutto il vostro Ordine episcopale, la quale comincia "Arcanae Divinae Providentiae consilio", e con tutte le stesse facoltà che con detta Lettera furono da Noi concesse. Vogliamo però che si osservino tutte quelle cose che sono prescritte in detta Lettera, e si eccettuino quelle che dichiarammo eccettuate. Ciò concediamo, nonostante le cose contrarie, qualunque siano, ancorché degne di speciale ed individua menzione e deroga. E perché siano eliminati ogni dubbio e difficoltà, abbiamo disposto che Vi si mandi copia di tale Lettera.

"Preghiamo, Venerabili Fratelli, dall’intimo del cuore e con tutta l’anima, la misericordia di Dio, perché Egli stesso disse: "Non disperderò la mia misericordia da loro". Domandiamo e riceveremo, e se vi saranno indugio e ritardo nel ricevere, poiché peccammo gravemente, bussiamo, perché a chi bussa verrà aperto, purché alla porta si bussi con le preghiere, con i gemiti e con le lacrime nostre, con le quali bisogna insistere e durare; e se sia unanime la nostra orazione... ciascuno preghi Dio non solamente per sé, ma per tutti i fratelli, così come il Signore ci insegnò a pregare" . E perché il Signore più facilmente si pieghi alle preghiere Nostre, Vostre e di tutti i fedeli, con ogni fiducia adoperiamo presso di Lui come interceditrice l’Immacolata e Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, la quale uccise tutte le eresie nell’universo mondo, e madre amantissima di tutti noi "è tutta soave... e piena di misericordia... a tutti si offre indulgente, a tutti clementissima; e con un sicuro amplissimo affetto ha compassione delle necessità di tutti" ; come Regina che sta alla destra dell’Unigenito Figlio suo, il Signore Nostro Gessù Cristo, in manto d’oro e riccamente vestita, nulla esiste che da Lui non possa impetrare. Domandiamo anche l’aiuto del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, e del suo Coapostolo Paolo e di tutti i Santi che, divenuti già amici di Dio, pervennero al regno celeste e, coronati, posseggono la palma; sicuri della loro immortalità, sono solleciti della nostra salvezza.

Infine, invocando da Dio, con tutto l’animo, su di Voi l’abbondanza di tutti i doni celesti, come pegno della singolare Nostra benevolenza verso di Voi, con tanto amore impartiamo l’Apostolica Benedizione che viene dall’intimo del Nostro cuore a Voi stessi, Venerabili Fratelli, ed a tutti i Chierici e Laici fedeli affidati alle Vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, 1’8 dicembre dell’anno 1864, decimo dopo la dogmatica Definizione dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria Madre di Dio, anno decimonono del Nostro Pontificato.


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Il appendice all'enciclica, seguiva il Sillabo, che condannava il razionalismo in quanto tendenza dello spirito umano a sotttomettersi all'autorità della rivelazione e al magistero della Chiesa, il laicismo in quanto rifiuto dell'influenza della Chiesa nella vita della società, l'indifferenza morale e religiosa in quanto conseguenza del primato del diritto dell'individuo su quello della verità. Secondo il Sillabo le idee socialiste sovvertivano il diritto naturale alla proprietà; il principio democratico della "volontà del popolo" violava i diritti divini di sovranità delle monarchie; allo Stato spettava non solo di governare il mondo ma anche di vegliare i diritti della Chiesa. La condanna si estendeva a libertà di coscienza, tolleranza religiosa, laicità della scuola, progresso scientifico, libertà di pensiero, di stampa, di ricerca. L'ultimo articolo respingeva in blocco il cattolicesimo liberale che auspicava una riconciliazione della Chiesa di Roma con il liberalismo e con la civiltà moderna.

SILLABO

DEI PRINCIPALI ERRORI DELL’ETÀ NOSTRA, CHE SON NOTATI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI, NELLE ENCICLICHE E IN ALTRE LETTERE APOSTOLICHE DEL SS. SIGNOR NOSTRO PAPA PIO IX

 

I - Panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto

I. Non esiste niun Essere divino, supremo, sapientissimo, provvidentissimo, che sia distinto da quest’universo, e Iddio non è altro che la natura delle cose, e perciò va soggetto a mutazioni, e Iddio realmente vien fatto nell’uomo e nel mondo, e tutte le cose sono Dio ed hanno la sostanza stessissima di Dio; e Dio è una sola e stessa cosa con il mondo, e quindi si identificano parimenti tra loro, spirito e materia, necessità e libertà, vero e falso, bene e male, giusto ed ingiusto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

II. È da negare qualsiasi azione di Dio sopra gli uomini e il mondo.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

III. La ragione umana è l’unico arbitro del vero e del falso, del bene e del male indipendentemente affatto da Dio; essa è legge a se stessa, e colle sue forze naturali basta a procurare il bene degli uomini e dei popoli.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

IV. Tutte le verità religiose scaturiscono dalla forza nativa della ragione umana; laonde la ragione è la prima norma, per mezzo di cui l’uomo può e deve conseguire la cognizione di tutte quante le verità, a qualsivoglia genere esse appartengano.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

V. La rivelazione divina è imperfetta, e perciò soggetta a processo continuo e indefinito, corrispondente al progresso della ragione umana.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

VI. La fede di Cristo si oppone alla umana ragione; e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce anzi alla perfezione dell’uomo.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

VII. Le profezie e i miracoli esposti e narrati nella sacra Scrittura sono invenzioni di poeti, e i misteri della fede cristiana sono il risultato di indagini filosofiche; e i libri dell’Antico e Nuovo Testamento contengono dei miti; e Gesù stesso è un mito.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

 

II - Razionalismo moderato

VIII. Siccome la ragione umana si equipara colla stessa religione, perciò le discipline teologiche si devono trattare al modo delle filosofiche.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.

IX. Tutti indistintamente i dommi della religione cristiana sono oggetto della naturale scienza ossia filosofia, e l’umana ragione, storicamente solo coltivata, può colle sue naturali forze e principi pervenire alla vera scienza di tutti i dommi, anche i più reconditi, purché questi dommi siano stati alla stessa ragione proposti.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Lett. al medesimo Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

X. Altro essendo il filosofo ed altro la filosofia, quegli ha diritto e ufficio di sottomettersi alle autorità che egli ha provato essere vere: ma la filosofia né può, né deve sottomettersi ad alcuna autorità.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Lett. al medesimo Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

XI. La Chiesa non solo non deve mai correggere la filosofia, ma anzi deve tollerarne gli errori e lasciare che essa corregga se stessa.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Gravissimas, 11 dicembre 1862.

XII. I decreti della Sede apostolica e delle romane Congregazioni impediscono il libero progresso della scienza.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

XIII. Il metodo e i principi, coi quali gli antichi Dottori scolastici coltivarono la teologia, non si confanno alle necessità dei nostri tempi e al progresso delle scienze.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

XIV. La filosofia si deve trattare senza aver riguardo alcuno alla soprannaturale rivelazione.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

N. B. – Col sistema del razionalismo sono in massima parte uniti gli errori di Antonio Günther, che vengono condannati nella Lett. al Card. Arciv. di Colonia, Eximiam tuam, 15 giugno 1847, e nella Lett. al Vesc. di Breslavia, Dolore haud mediocri, 30 aprile 1860.
III - Indifferentismo, latitudinarismo

XV. È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

XVI. Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salvezza, e conseguire l’eterna salvezza.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Ubi primum, 17 dicembre 1847.
Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.

XVII. Almeno si deve bene sperare della eterna salvezza di tutti coloro che non sono nella vera Chiesa di Cristo.
Alloc. Singulari quadam, 9 dicembre 1854.
Encicl. Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

XVIII. Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella quale egualmente che nella Chiesa cattolica si può piacere a Dio.
Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.

 

IV - Socialismo, comunismo, società segrete, società bibliche, società clerico-liberali

Tali pestilenze, spesso, e con gravissime espressioni, sono riprovate nella Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846; nella Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849: nella Epist. Encicl. Nostis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nella Alloc. Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nell’Epist. Quanto conficiamur, 10 agosto 1863.

 

V - Errori sulla Chiesa e suoi diritti

XIX. La Chiesa non è una vera e perfetta società pienamente libera, né è fornita di suoi propri e costanti diritti, conferitile dal suo divino Fondatore, ma tocca alla potestà civile definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti entro i quali possa esercitare detti diritti.
Alloc. Singulari quadam, 9 dicembre 1854.
Alloc. Multis gravibusque, 18 dicembre 1860.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

XX. La potestà ecclesiastica non deve esercitare la sua autorità senza licenza e consenso del governo civile.
Alloc. Meminit unusquisque, 30 settembre 1861.

XXI. La Chiesa non ha potestà di definire dommaticamente che la religione della Chiesa cattolica sia l’unica vera religione.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

XXII. L’obbligazione che vincola i maestri e gli scrittori cattolici, si riduce a quelle cose solamente, che dall’infallibile giudizio della Chiesa sono proposte a credersi da tutti come dommi di fede.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

XXIII. I Romani Pontefici ed i Concilii ecumenici si scostarono dai limiti della loro potestà, usurparono i diritti dei Principi, ed anche nel definire cose di fede e di costumi errarono.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

XXIV. La Chiesa non ha potestà di usare la forza, né alcuna temporale potestà diretta o indiretta.
Lett. Apost. Ad Apostolicae, 22 agosto 1851.

XXV. Oltre alla potestà inerente all’episcopato, ve n’è un’altra temporale che è stata ad esso concessa o espressamente o tacitamente dal civile impero il quale per conseguenza la può revocare, quando vuole.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XXVI. La Chiesa non ha connaturale e legittimo diritto di acquistare e di possedere.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.
Lett. Encicl. Incredibili, 17 settembre 1863.

XXVII. I sacri ministri della Chiesa ed il Romano Pontefice debbono essere assolutamente esclusi da ogni cura e da ogni dominio di cose temporali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

XXVIII. Ai Vescovi, senza il permesso del Governo, non è lecito neanche promulgare le Lettere apostoliche.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.

XXIX. Le grazie concesse dal Romano Pontefice si debbono stimare irrite, quando non sono state implorate per mezzo del Governo.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.

XXX. L’immunità della Chiesa e delle persone ecclesiastiche ebbe origine dal diritto civile.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

XXXI. Il foro ecclesiastico per le cause temporali dei chierici, siano esse civili o criminali, dev’essere assolutamente abolito, anche senza consultare la Sede apostolica, e nonostante che essa reclami.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.

XXXII. Senza violazione alcuna del naturale diritto e delle equità, si può abrogare l’immunità personale, in forza della quale i chierici sono esenti dalla leva e dall’esercizio della milizia; e tale abrogazione è voluta dal civile progresso, specialmente in quelle società le cui costituzioni sono secondo la forma del più libero governo.
Epist. al Vescovo di Monreale Singularis Nobisque, 29 sett. 1864.

XXXIII. Non appartiene unicamente alla ecclesiastica potestà di giurisdizione, qual diritto proprio e connaturale, il dirigere l’insegnamento della teologia.
Lett. all’Arciv. di Frisinga Tuas libenter, 21 dicembre 1862.

XXXIV. La dottrina di coloro che paragonano il Romano Pontefice ad un Principe libero che esercita la sua azione in tutta la Chiesa, è una dottrina la quale prevalse nel medio evo.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XXXV. Niente vieta che per sentenza di qualche Concilio generale, o per opera di tutti i popoli, il sommo Pontificato si trasferisca dal Vescovo Romano e da Roma ad un altro Vescovo e ad un’altra città.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XXXVI. La definizione di un Concilio nazionale non si può sottoporre a verun esame, e la civile amministrazione può considerare tali definizioni come norma irretrattabile di operare.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XXXVII. Si possono istituire Chiese nazionali non soggette all’autorità del Romano Pontefice, e del tutto separate.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Iamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

XXXVIII. Gli arbìtri eccessivi dei Romani Pontefici contribuirono alla divisione della Chiesa in quella di Oriente e in quella di Occidente.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.
VI - Errori che riguardano la società civile, considerata in sé come nelle sue relazioni con la Chiesa

XXXIX. Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode un certo suo diritto del tutto illimitato.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

XL. La dottrina della Chiesa cattolica è contraria al bene ed agl’interessi della umana società.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

XLI. Al potere civile, anche esercitato dal signore infedele, compete la potestà indiretta negativa sopra le cose sacre; perciò gli appartiene non solo il diritto del cosidetto exequatur, ma anche il diritto del cosidetto appello per abuso.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XLII. Nella collisione delle leggi dell’una e dell’altra potestà, deve prevalere il diritto civile.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

XLIII. Il potere laicale ha la potestà di rescindere, di dichiarare e far nulli i solenni trattati (che diconsi Concordati) pattuiti con la Sede apostolica intorno all’uso dei diritti appartenenti alla immunità ecclesiastica; e ciò senza il consenso della stessa Sede apostolica, ed anzi, malgrado i suoi reclami.
Alloc. In Concistoriali, 1° novembre 1850.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

XLIV. L’autorità civile può interessarsi delle cose che riguardano la religione, i costumi ed il governo spirituale. Quindi può giudicare delle istruzioni che i pastori della Chiesa sogliono dare per dirigere, conforme al loro ufficio, le coscienze, ed anzi può fare regolamenti intorno all’amministrazione dei Sacramenti ed alle disposizioni necessarie per riceverli.
Alloc. In Concistoriali, 1° novembre 1850.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

XLV. L’intero regolamento delle pubbliche scuole, nelle quali è istruita la gioventù dello Stato, eccettuati solamente sotto qualche riguardo i Seminari vescovili, può e dev’essere attribuito all’autorità civile; e talmente attribuito, che non si riconosca in nessun’altra autorità il diritto di intromettersi nella disciplina delle scuole, nella direzione degli studi, nella collazione dei gradi, nella scelta e nell’approvazione dei maestri.
Alloc. In Concistoriali, 1° novembre 1850.
Alloc. Quibus luctuosissimis, 5 settembre 1851.

XLVI. Anzi, negli stessi Seminari dei Chierici, il metodo da adoperare negli studi è soggetto alla civile autorità.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

XLVII. L’ottima forma della civile società esige che le scuole popolari, quelle cioè che sono aperte a tutti i fanciulli di qualsiasi classe del popolo, e generalmente gl’istituti pubblici, che sono destinati all’insegnamento delle lettere e delle più gravi discipline, nonché alla educazione della gioventù, si esimano da ogni autorità, forza moderatrice ed ingerenza della Chiesa, e si sottomettano al pieno arbitrio dell’autorità civile e politica secondo il placito degli imperanti e la norma delle comuni opinioni del secolo.
Epist. all’Arciv. di Frisinga Quum non sine, 14 luglio 1864.

XLVIII. Può approvarsi dai cattolici quella maniera di educare la gioventù, la quale sia disgiunta dalla fede cattolica, e dall’autorità della Chiesa e miri solamente alla scienza delle cose naturali, e soltanto o per lo meno primieramente ai fini della vita sociale.
Epist. all’Arciv. di Frisinga Quum non sine, 14 luglio 1864.

IL. La civile autorità può impedire ai Vescovi ed ai popoli fedeli di comunicare liberamente e mutuamente col Romano Pontefice.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

L. L’autorità laicale ha di per sé il diritto di presentare i Vescovi e può esigere da loro che incomincino ad amministrare le diocesi prima che essi ricevano dalla S. Sede la istituzione canonica e le Lettere apostoliche.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.

LI. Anzi il Governo laicale ha diritto di deporre i Vescovi dall’esercizio del ministero pastorale, né è tenuto ad obbedire al Romano Pontefice nelle cose che spettano alla istituzione dei Vescovati e dei Vescovi.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

LII. Il Governo può di suo diritto mutare l’età prescritta dalla Chiesa in ordine alla professione religiosa tanto delle donne quanto degli uomini, ed ingiungere alle famiglie religiose di non ammettere alcuno ai voti solenni senza suo permesso.
Alloc. Nunquam fore, 15 dicembre 1856.

LIII. Sono da abrogarsi le leggi che appartengono alla difesa dello stato delle famiglie religiose, e dei loro diritti e doveri; anzi il Governo civile può dare aiuto a tutti quelli i quali vogliono disertare la maniera di vita religiosa intrapresa, e rompere i voti solenni; e parimenti, può spegnere del tutto le stesse famiglie religiose, come anche le Chiese collegiate ed i benefici semplici ancorché di giuspatronato e sottomettere ed appropriare i loro beni e le rendite all’amministrazione ed all’arbitrio della civile potestà.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Probe memineritis, 22 gennaio 1855.
Alloc. Cum saepe, 27 luglio 1855.

LIV. I Re e i Principi non solamente sono esenti dalla giurisdizione della Chiesa, ma anzi nello sciogliere le questioni di giurisdizione sono superiori alla Chiesa.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

LV. È da separarsi la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

 

VII - Errori circa la morale naturale e cristiana

LVI. Le leggi dei costumi non abbisognano della sanzione divina, né è necessario che le leggi umane siano conformi al diritto di natura, o ricevano da Dio la forza di obbligare.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

LVII. La scienza delle cose filosofiche e dei costumi, ed anche le leggi civili possono e debbono prescindere dall’autorità divina ed ecclesiastica.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

LVIII. Non sono da riconoscere altre forze se non quelle che sono poste nella materia, ed ogni disciplina ed onestà di costumi si deve riporre nell’accumulare ed accrescere in qualsivoglia maniera la ricchezza e nel soddisfare le passioni.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.
Epistola encicl. Quanto conficiamur, 10 agosto 1863.

LIX. Il diritto consiste nel fatto materiale; tutti i doveri degli uomini sono un nome vano, e tutti i fatti umani hanno forza di diritto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

LX. L’autorità non è altro che la somma del numero e delle forze materiali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

LXI. La fortunata ingiustizia del fatto non apporta alcun detrimento alla santità del diritto.
Alloc. Iamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

LXII. È da proclamarsi e da osservarsi il principio del cosidetto non-intervento.
Alloc. Novos et ante, 28 settembre 1860.

LXIII. Il negare obbedienza, anzi il ribellarsi ai Principi legittimi, è cosa logica.
Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quisque vestrum, 4 ottobre 1847.
Epist. Encicl. Nostis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.
Lett. Apost. Cum catholica, 26 marzo 1860.

LXIV. La violazione di qualunque santissimo giuramento e qualsivoglia azione scellerata e malvagia ripugnante alla legge eterna, non solo non sono da riprovare, ma anzi da tenersi del tutto lecite e da lodarsi sommamente, quando si commettano per amore della patria.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.
VIII - Errori circa il matrimonio cristiano

LXV. Non si può in alcun modo tollerare che Cristo abbia elevato il matrimonio alla dignità di Sacramento.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXVI. Il Sacramento del matrimonio non è che una cosa accessoria al contratto, e da questo separabile, e lo stesso Sacramento è riposto nella sola benedizione nuziale.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXVII. Il vincolo del matrimonio non è indissolubile per diritto di natura, ed in vari casi può sancirsi per la civile autorità il divorzio propriamente detto.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

LXVIII. La Chiesa non ha la potestà d’introdurre impedimenti dirimenti il matrimonio, ma tale potestà compete alla autorità civile, dalla quale debbono togliersi gl’impedimenti esistenti.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

LXIX. La Chiesa incominciò ad introdurre gl’impedimenti dirimenti, nei secoli passati non per diritto proprio, ma usando di quello che ricevette dalla civile potestà.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

LXX. I canoni tridentini, nei quali s’infligge scomunica a coloro che osano negare alla Chiesa la facoltà di stabilire gl’impedimenti dirimenti, o non sono dommatici, ovvero si debbono intendere dell’anzidetta potestà ricevuta.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXXI. La forma del Concilio Tridentino non obbliga sotto pena di nullità in quei luoghi, ove la legge civile prescriva un’altra forma, e ordina che il matrimonio celebrato con questa nuova forma sia valido.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXXII. Bonifazio VIII per primo asserì che il voto di castità emesso nella ordinazione fa nullo il matrimonio.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXXIII. In virtù del contratto meramente civile può aver luogo tra cristiani il vero matrimonio; ed è falso che, o il contratto di matrimonio tra cristiani è sempre sacramento, ovvero che il contratto è nullo se si esclude il sacramento.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.
Lett. di S. S. Pio IX al Re di Sardegna, 9 settembre 1852.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

LXXIV. Le cause matrimoniali e gli sponsali di loro natura appartengono al foro civile.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
N. B. – Si possono qui ridurre due altri errori, dell’abolizione del celibato dei chierici, e della preferenza dello stato di matrimonio allo stato di verginità. Sono condannati, il primo nell’Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846, il secondo nella Lettera Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

 

IX - Errori intorno al civile principato del Romano Pontefice

LXXV. Intorno alla compatibilità del regno temporale col regno spirituale disputano tra loro i figli della Chiesa cristiana e cattolica.
Lett. Apost. Ad apostolicae, 22 agosto 1851.

LXXVI. L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

N. B. – Oltre a questi errori censurati esplicitamente, molti altri implicitamente vengono riprovati in virtù della dottrina già proposta e decisa intorno al principato civile del Romano Pontefice: la quale dottrina tutti i cattolici sono obbligati a rispettare fermissimamente. Essa apertamente s’insegna nell’Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nell’Alloc. Si semper antea, 20 maggio 1850; nella Lett. Apost. Cum catholica Ecclesia, 26 marzo 1860; nell’Alloc. Novos, 28 settembre 1860; nell’Alloc. Iamdudum, 18 marzo 1861, e nell’Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

 

X - Errori che si riferiscono all’odierno liberalismo

LXXVII. In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si vogliano.
Alloc. Nemo vestrum, 26 luglio 1855.

LXXVIII. Però lodevolmente in alcuni paesi cattolici si è stabilito per legge che a coloro i quali vi si recano, sia lecito avere pubblico esercizio del culto proprio di ciascuno.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

LXXIX. È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

LXXX. Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà.

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