QUINTO CAPITOLO

QUINTO CAPITOLO

GLI ESULI E LA "GIOVINE ITALIA".
Gli esuli. - Il partito della Giovine Italia. - Intriganti intorno a Carlo Alberto.
Atroci supplizi in Piemonte e in Genova. - Jacopo Ruffini. - Calunnie. -
Primo incontro di Garibaldi e Mazzini

"Tu lascerai ogni cosa diletta
Più raramente; e questo è quello strale,
Che l'arco dell'esilio pria saetta.
Tu proverai siccome sa di sale
Lo pane altrui, e come è duro calle,
Lo scendere e 'l salir per le altrui scale"
.


La lettera di Mazzini a Carlo Alberto suscitò un vero entusiasmo fra i giovani italiani che la leggevano in patria di nascosto. Il concetto dell'unità con la atmosfera di una terza missione rinovellatrice dell' Italia nella Storia, era per loro una rivelazione. Non così tra gli esuli che erano quasi tutti fautori di una confederazione di Principi, e in cui, salvo rarissime eccezioni, perdurava un'insuperabile diffidenza verso Carlo Alberto.

Ugo Foscolo era morto nel 1827. Egli aveva creato una vera corrente di benevolenza in favore dell' Italia in Inghilterra, già vergognosa della Santa Alleanza nella quale fu complice del mercato dei popoli. Egli con i suoi scritti nelle riviste inglesi, aveva sostenuto la dignità della patria Italiana e prima di morire aveva presentato quei nobili esuli del '21, quali Berchet, Santarosa, Panizzi e molti altri, ai suoi amici letterari d'oltre Manica, uomini di grande reputazione.

Il Santarosa toccò i lidi della Gran Bretagna nel 1822, e visse qualche tempo con Berchet che allora stava flagellando in versi un altro delitto degli inglesi, - il tradimento di Parga; e poi abitò la casa di Foscolo. Egli, che pur in precedenza aveva pubblicato a Parigi, in francese, la Storia della rivoluzione piemontese del 1821 e stretta amicizia fraterna col filosofo Vittore Cousin, meditava un'opera sul Congresso di Verona; ma mancandogli addirittura il pane, perché il governo di Piemonte gli aveva sequestrato i suoi beni, dovette scribacchiare per i giornali. Viveva grandemente sfiduciato, onde scriveva all'amico filosofo «I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono svaniti. Anche le mie speranze mi si sono estinte nell'anima; si volle essa ormai svincolare da questo terrestre suo carcere."

E in preda a questo scoramento scrivendo al Panizzi pronunciò le parole seguenti, di tempra antica: "Quando si ha un'anima forte conviene operare, scrivere o morire".

E coll'amico Giacinto Collegno partì per la Grecia, risoluto di offrire tutte le sue forze e la vita in pro di quella illustre nazione, scesa allora in campo contro i Turchi per riconquistare l' indipendenza. In Grecia contribuì ad ordinare la difesa di Atene minacciata di assalto; poi vestito da semplice soldato, - col nome di Derossi perché il governo greco temeva che quello di Santarosa potesse comprometterlo con la Santa Alleanza, - egli si diresse a Navarino e, dopo aver preso parte al fatto del 19 aprile contro le truppe di Ibrahim Pascià, fu mandato con cento soldati all'isola di Sfacteria che nonostante la gagliarda difesa cadeva in mano dei Turchi.
Qui cadeva il Santarosa, senza che più si potesse trovarne il cadavere, malgrado delle ricerche fattene dal Collegno che pur si era distinto nella difesa di Navarino come capo delle artiglierie, ed era stato pure lui fatto prigioniero.
Oggi di tanto uomo, uno dei caratteri più interi di quel periodo di rivolgimenti, non resta che una modesta lapide sulla cornice di una grotta, ove si crede che egli sia caduto, con la scritta: "Al Conte Santorre di Santarosa, ucciso il 9 maggio 1825. Questo pietoso ricordo volle eretto a proprie spese il Cousin , vero e fedele amico suo".

Il Santarosa, benché più che chiunque altro abbia sofferto per colpa di Carlo Alberto, fu mitissimo nel giudicarlo ritraendolo così: "vuole e disvuole".

Gli esuli che vivevano in Londra spiando ogni segno di vita italiana, speravano poco in un moto italiano e tantomeno nell'opera di Carlo Alberto. Il solo Pecchio non disperava del tutto di quest'ultimo, e scriveva a Panizzi: "Quanto al principe di Carignano persisto in crederlo il migliore pis-aller e forse l'unico pis-alter che abbiamo".
Poi nel novembre del '29:
"Quanto ai progetti degli emigrati sono determinato di non prendervi alcuna parte, il cupo silenzio di Torino mi desta ancora orrore, le rivoluzioni si debbono fare dai popoli, gli individui non possono che guidarli, e ritorno al mio dilemma: o i popoli d'Italia sono pronti ad insorgere e, non hanno bisogno di noi, o non lo sono e noi pochi non faremo che cacciare sotto il patibolo quei pochi generosi che alzerebbero la testa mal secondati dalla nazione".

E in novembre 1830:
"Mi si vuole far credere che l' Italia sia tutta in fermento e pronta a scoppiare come un Mongibello, io però non ho il dono della fede, i miei dati e le mie congetture sono di una natura opposta. Se é pronta ad insorgere, che ha bisogno l'Italia di un Don Chisciotte dalla nostra parte?".

Però nel dicembre 1830 soggiungeva:
"Le ultime notizie di 15 giorni da Parigi sono propizie, l'epoca di agire si approssima".
E ancora in dicembre: "Se la rivoluzione di Varsavia si propaga, e segnatamente nella Polonia austriaca, ossia nella Gallizia, il momento della rigenerazione dell'Italia é giunto. Se gli italiani lasciano passare anche questa occasione, meritano il loro destino per quanto sia crudele".

Il 26 maggio 1831 scriveva ancora:
" Il principe di Carignano divenuto re andrà molto a rilento nelle sue idee; io credo che per qualche tempo non darà amnistia politica di sorta, tutt'al più leverà il sequestro alle proprietà degli emigrati, e ne lascerà entrare alcuni senza rumore e quasi di soppiatto. Egli non ha grande coraggio politico, ha da lottare d'altronde con una nobiltà ignorante ed ostinata, è legato in parentela con Austria e Toscana, e i recenti avvenimenti non che la pusillanimità della Francia lo renderanno ancora più pusillanime".

E più tardi:
"...ritenete che quattro quinti della popolazione di Bologna e Romagna è per il sistema costituzionale e per l' indipendenza d'Italia. Ciani é il Briarco dell'emigrazione, ha fatto guarentigia di 8 mila franchi per il
giornale di Mazzini, egli mi raccomanda di procurare associati per esso, cioè per l' Italia Giovane o la Giovine Italia, della quale solo il Mazzini sostiene le spese di redazione".

Come si vede, bisognava prescindere dai vecchi cospiratori del '21 a vantaggio di una nuova rivoluzione. In quanto ai patrioti, a cui bastava l'animo di ritentare per altre vie la prova che fallì nell' Italia Centrale, i più operosi, come Nicola Fabrizi, Celeste Menotti, fratello di Ciro, Angelo Usiglio, Lamberti, Gustavo Modena, L. A. Melegari, si accostarono a Mazzini a Marsiglia; ma erano nomi ignoti fuori delle proprie province.
Il giovane re di Piemonte si trovava dunque isolato sul trono, privo di quegli arditi che per sua colpa erano morti sul patibolo, in esilio o andavano raminghi per il mondo. Da una parte gli risuonavano sempre all'orecchio i tragici accenti del Berchet
« Esecrato, o Carignano,
Va il tuo nome ad ogni gente,
Non v'è clima sì lontano
Ove il tedio, lo squallor,
La bestemmia del fuggente
Non t'annunzi traditor. »


Dall'altra lo agitava l'audace invito di Mazzini di rischiare la propria corona (con tante sofferenze ottenuta) per un'altra assai incerta, la quale non poteva altrimenti conseguirsi che fondendo le sei corone dei principi italiani da detronizzarsi. E in mezzo alle due parti, e a lui vicini dì e notte, intriganti, austriacanti, gesuiti che, coll' istinto dell'odio, dotato come l' amore di una seconda vista, antivedendo i destini di Casa Savoia giurarono di scavare un abisso fra Carlo Alberto e i liberali. Col carattere tetro, vacillante, sospettoso del Re, troppo facilmente si capisce a chi doveva egli darla vinta (*).


Il frontespizio del primo fascicolo della rivista mazziniana,
pubblicata a Marsiglia il 18 marzo 1832

Frattanto da Marsiglia arrivavano periodicamente i fogli della Giovine Italia, che la gioventù divorava, e dalla mano degli studenti passavano a qualche ufficiale che aveva cura di distribuirli a qualche sergente che poi di soppiatto li trasmetteva a caporali e soldati.
(*) Jacopo Ruffini, Federico Campanella, e Carlotta Benedettini (vero tipo della popolana patriota che per quarant' anni ancora e fino all' ultimo sospiro, povera e intemerata, attivamente lavorava col partito d'azione), ricevevano questi scritti per mezzo dell' unico vapore che allora viaggiava fra Genova e Marsiglia, ove la Giuditta Sidoli, nobile patriota anch'essa, serviva di intermediario fra essi e gli esuli.

Uno degli scrittori, Giovanni La Cecilia, avendo firmato nel primo fascicolo un articolo sulle rivoluzioni di Napoli, che narrava delle atrocità dei Borboni, il Re di Napoli fece arrestarne il padre ottuagenario; e la madre il 20 ottobre 1831 scrisse al figlio: "Tuo padre è in prigione da due mesi, e per tua colpa, per scritti pubblicati a Marsiglia. Noi siamo rovinati. Se vuoi notizie mie e di tuo padre, dirigiti al Console. Se puoi mandarci qualche soccorso tu farai una carità."

Quanti figli non avrebbero preferito la propria morte a questa freccia avvelenatrice di ogni gioia!
Impossessatisi di alcuni fogli della Giovine Italia, i nemici della patria li fecero pervenire fin nello studio dove il giovane Re di Piemonte passava lunghe ore meditabondo, taciturno, tormentato dagli spettri del passato, dai sogni ambiziosi dell'avvenire, e non è a dire la
soddisfazione e l'orribile esultanza che ne provarono.
Rileggendo a certa distanza di tempo alcune di quelle pagine si capisce l'entusiasmo che esse eccitavano nel popolo, lo sgomento che infondevano nei suoi oppressori; ma non così facilmente si capiscono le atroci vendette che ne seguirono.

La prima impressione prodotta in Carlo Alberto fu di sgomento e di ira. Ciò visto, un giudice infame disse: "È d'uopo far a costui (Mazzini) gustare il sangue". E una commissione criminale comparve in Torino per dare la stessa impronta a tutti i supplizi nel Piemonte.
Si violavano tutte le leggi comuni, si rifiutava agli accusati ogni regolare difesa; soltanto agli ufficiali era permesso per pura formalità di combattere le condanne a morte. E se essi, spaventati dalla tremenda responsabilità, mostravano a dotti e gravi giureconsulti i tronchi e mutilati processi, erano subito rimossi. Si spargeva la voce che i cospiratori avessero deciso di appiccare il fuoco in otto parti della città di Alessandria e di Genova, che nelle camere di due ufficiali subalterni si fossero rinvenute molte once di veleno, che nelle caserme si fosse praticato un passaggio per introdurre una miccia nella polveriera; e benché pochi credessero a certe accuse, e molti le avessero nesse in conto come favole, si sparse nondimeno nel pubblico un senso di arcano sgomento.

Caddero intanto le prime vittime; primissima fu Giuseppe Tamburelli della brigata Pinerolo fucilato nelle spalle per aver letto o prestato a qualche soldato la Giovine Italia. Gli tennero dietro Domenico Ferrari, Giuseppe Menardi, Giuseppe Rigazzo, Armando Costa, Giovanni Marini, tutti sergenti nella brigata di Cuneo: i tre ultimi per aver avuto notizia della congiura senza denunziarla. Anche Francesco Miglio, sergente zappatore, e i cittadini Giuseppe Biglia e Antonio Gavotti e molti altri incontrarono lo stesso supplizio per semplice accusa di non rivelazione.
"Le parole (scrive il Brofferio) Invocante il divino aiuto", stavano a capo di tutte le sentenze e i giudici tutti, prima di condannare a morte, andavano a sentire la santa messa."

In Alessandria le stesse stragi. Da Genova, il vero focolare della Giovine Italia, molti dei principali cospiratori poterono salvarsi, in grazia del mare: ma contro quanti poté ghermire, il governo, che pagava l'odio dei genovesi per il Piemonte con interessi composti, adoperava le arti più sottili e ingannatrici.

Tutto ciò che l'immoralità, l'inverecondia, il rancore, la vendetta seppero inventare, fu posto in opera per estorcere ai prigionieri sciagurate rivelazioni, Con gli uni la corruzione, con altri la menzogna, con altri l'insidia, con tutti il terrore.
A coloro che erano presi da turbamento, gli si diceva: "Ci é nota la vostra colpa: rivelate, o fra ventiquattr'ore sarete fucilato". - Agli imperterriti si parlava nella seguente modo: "Voi siete onorati cittadini, lo sappiamo: ispirati da forti propositi e da sublimi speranze voi vi associaste a uomini protervi che abusarono della vostra fede. Coloro per cui volete morire vi hanno traditi con le loro denunce: costoro per i quali volete sacrificare vostra madre, i figli vostri, vi hanno venduti per salvare sé stessi. Eccovi le loro confessioni". E qui ponevano sotto i loro occhi inventate deposizioni, interrogatori falsificati, firme abilmente imitate.
E non vi era infamia a cui satanicamente non ricorressero.

"Con quelli ai quali volevano strappare qualche confessione per farne argomento di condanna non avevano ribrezzo!
Si chiudeva in carcere qualche agente di polizia. Costui con la maschera del cospiratore si acquistava a poco a poco la confidenza dei prigionieri e coglieva al volo ogni gemito, ogni sospiro"
. (Brofferio)

Con queste astuzie, Francesco Miglio, sergente zappatore nei Granatieri Guardie, fu indotto a confidare una lettera scritta col proprio sangue ad una spia, e il dì 15 giugno perì fucilato nelle spalle con Giuseppe Biglia e Antonio Gavotti.
Sulle mura delle carceri della torre a Genova oggi si legge la seguente iscrizione:

CONSACRÒ QUESTE CARCERI IL SANGUE
DI JACÓPO RUFFINI
MORTOVI PER LA FEDE ITALIANA
1833.

Di Jacopo Ruffini, Giuseppe Mazzini, volendo insegnare agli inglesi come gli italiani sapevano morire per la patria, scrisse la bella biografia di cui diamo gli estratti seguenti.
"Parecchi piegarono. Altri si mantennero fermi e perirono. Uno solo, l'autore dello scritto sul Giuramento militare, dotato d'anima pura e potente, che le seduzioni e le minacce di tutti i re della terra non avrebbero mai potuto appannare o atterrire, sottrasse lo spirito ai corruttori, e il corpo al carnefice. La notte, con un chiodo strappato all' uscio della prigione, Jacopo Ruffini si aprì una vena del collo, e si rifugiò , protestando, contro la tirannide, nel seno di Dio. Ed egli lo poteva, perché era incontaminato. Era il più dolce giovane, il più delicato e costante negli affetti, che io m'abbia veduto.
Amava la patria, della quale intendeva l'ampia missione, la madre, modello d'ogni virtù, i fratelli e me. Aveva vasto e pronto intelletto, ed era capace delle più grandi idee, però che le più grandi idee vengano dal cuore. Quelli che conobbero intimamente Jacopo Ruffini, venerano anche oggi la sua memoria, come quella di un santo.
.... Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri primi anni d'Università, fino
al 1831, quando prima la prigione, poi l'esilio, mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava medicina, io giurisprudenza; ma escursioni botaniche dapprima, poi entrambi l'amore alle lettere, le prime battaglie tra classicismo e romanticismo, e più di tutto, gl'istinti affini del cuore, ci attirarono l'un verso l'altro, finché venimmo ad una intimità, unica per me allora e anche dopo. Non credo di aver mai avuto conoscenza più compiuta e profonda di un' anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'immagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente, ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle valli (lilium convallium), che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E perfino il lieve piegarsi del collo sull'omero, che gli era abitudine, m'é ricordato dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.

"La perdita dei suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre, ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre ragioni non gli avevano fatto conoscere la vita fuorché per il dolore. Squisitamente, e quasi direi, febbrilmente sensibile, egli ne aveva raccolto una mestizia abituale, che s'inacerbiva, di tempo in tempo, a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioia dagli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere, e corne un giorno sarà. Forti tendenze religiose, combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla fatalità degli antichi, e al caso dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del cuore, fortificate di studi storici. Adorava l'Ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell' Ideale, il Genio come suo interprete, quasi sempre frainteso. Era mesto, perché sentiva la solitudine di chi sta avanti, e non vedrà vivo la terra promessa; ma era abitualmente tranquillo, perché egli sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non é la felicità, bensì l' adempimento di un dovere, l'esercizio di una "missione, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso.

"Il suo amore per l' Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale; ma era amore. Ciò che egli pativa non esercitava influenza sulle sue azioni, Jacopo comprese, dal primo inizio della persecuzione, che egli era perduto , e aspettò con serena fermezza i propri fati. Avvertito dell' ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui, rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, doveva soggiacergli primo. Preso e tormentato d' interrogatorii, minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni falsificate, e il linguaggio insidioso di un Ratti Opizzoui, auditore, lo ridussero a tale, da fargli temere che egli forse cederebbe un dì o l'altro. Allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole, come la condanna a pena di morte. La vita é cosa di Dio: non é concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come • non é concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpe si é abbandonato.
Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'innalzi all'altezza del sacrificio. E' l'atto di un uomo che dice a sé stesso: quando il tuo occhio sta per peccare, strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti sentii minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contro altri, poni sull' anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono"
(Scritti di G. Mazzini, pubblicati da Gino Duelli, III vol.).

Ma nemmeno tutti questi atroci supplizi acquietavano il terrore, saziavano la vendetta di Carlo Alberto. "Non è bastevole esempio il sangue dei soldati subalterni - disse Carlo Alberto - pensate a qualche ufficiale".
E il 13 giugno 1833 fu fucilato il tenente Effisio Tola.
Seguì un fatto più atroce a danno di un cittadino. L'avvocato Vochieri fu costretto di passare, andando a morte, sotto gli occhi della propria moglie, della sorella e dei figli. Ma ebbe la soddisfazione, non potendo altro, per le mani legate, di sputare in faccia al vile giudice Galateri, che lo aveva codardamente oltraggiato, e di morire gridando: Viva l'Italia!

Ma quasi non bastasse uccidere il corpo, gli scellerati assassini vollero anche infamare la memoria delle vittime. Ecco con che loiolesca unzione la Gazzetta Piemontese del 15 giugno 1833 racconta queste strazianti tragedie:
"Il già luogotenente Tola Effisio della brigata Pinerolo, giunto sul terreno d'esecuzione, ottenuto il permesso di parlare, se ne valse per esortare i suoi antichi compagni d'armi a non lasciarsi distrarre mai, neppur un momento, dal sentiero della religione, del dovere e dell'onore, che unanimi si accordano nel prescrivere fedeltà al Sovrano, e lo invitò a mirare in lui un terribile esempio dell'abisso a cui guida un Primo passo falso, inconsideratamente dato in opposta via, che dimostrata viene in sul principio da chi l'addita come conciliabilis situa coi sacri doveri suddetti, ma ben presto spingendo l'incanto che vi cammina in tenebrosi e tortuosi giri, lo guida nella regione dei delitti anche più atroci, dai quali dato non gli é più di poter ritrarre il piede".

"Cotesta idea che sempre gli stava presente nell' atto che con esemplare pietà riceveva i soccorsi della religione, pareva essere la sola che l' angustiasse; non già la morte a cui riconosceva e confessava di essere stato giustamente sentenziato, e che ricevette difatti con maschio coraggio e cristiana esemplare rassegnazione".
E prosegue:
"Dopo avere pubblicato le sentenze profferite dai Consigli di guerra divisionari contro parecchie persone che parteciparono alla congiura tendente a sovvertire lo Stato e l'Italia, ci crediamo in dovere di riferire che quei disgraziati, i quali ebbero a subire il supplizio capitale al quale furono condannati , non solamente si disposero a confessare pubblicamente il loro reato, riconoscendo così la giustizia della loro condanna, ma mostrarono anche quel cristiano pentimento che nelle anime anche traviate, ma educate in età più felice nei sentimenti religiosi, viene sempre in soccorso dell' uomo abbattuto dalla coscienza del suo delitto. Le notizie giunte da Alessandria e da Genova ci dimostrano che quei disgraziati nell'atto della loro morte, erano penetrati da quegli stessi sentimenti che inducevano il luogotenente Effisio Tola a rivolgere ai suoi antichi commilitoni quelle commoventi parole, delle quali abbiamo dato contezza"
.

Più curiosa ancora é la giaculatoria posta in bocca al causidico Vochieri, che sappiamo così ben disposto verso i suoi giudici, specialmente col Galateri:
"Commoventi del pari erano le parole del condannato causidico Vochieri al suo difensore, il quale per l' incarico avutone dallo stesso condannato, le ha riferite puntualmente ai giudici del Consiglio di Guerra, ed al Governatore. "Io non posso (egli diceva) che baciare con la massima espansione dell'anima e del cuore la mano dei giudici che hanno segnata la mia sentenza, ed implorare sopra di essi la divina benedizione. Ritengano che non per salvare una miserabile vita, ma solo per non rendermi spergiuro presso l'Onnipotente, e per non tradire il mio simile, fui quasi sempre negativo nelle mie risposte. Io credo d'aver fatto il mio dovere, tuttavia chiedo scusa ai miei giudici se ho cercato con quelle mie risposte più volte d'ingannarli".

E rispetto all'infelice Giacomo Raffini
"Un fatto ben diverso, e che non compatimento sveglia nel nostro animo, ma orrore, è quello che stiamo per raccontare. Il medico Giacomo Ruffini, arrestato non ha uguali in Genova per la sua complicità in quelle trame e detenuto nelle carceri dette della Torre, ha distrutto sé stesso nella maniera più barbara, usando a tal uopo una lametta di ferro che gli era riuscito di strappare dall'armadura interiore della sua prigione, affilata quindi da lui nell'ammattonato della camera. Egli fu, alle due ore dopo la mezzanotte, al tempo della consueta visita delle carceri, ritrovato morto, ed immerso nel proprio sangue, che era largamente sgorgato da una ferita dell'estensione di due pollici, aperta con quell' istrumemto nella parte laterale sinistra del collo.
Intanto ogni fatto dei settari principali serve, venendo in luce, a loro maggior danno; se l'assassinio di Rhodez é buono a far conoscere in che conto essi tengano l'anima altrui, il suicidio di Genova mostra qual conto facciano dell'anima propria".

Per garantirsi contro l'avvenire, Carlo Alberto emanò un decreto che proibiva "l'introduzione dall'estero nei nostri Stati di libri, giornali od altri scritti o disegni qualunque, tanto a stampa che a mano, contrari ai principii della religione, della morale e della nostra monarchia", prescrivendo questa introduzione, fra le altre, la pena corporale di carcere o di catena da uno sino ai tre anni, con facoltà di estenderla pure alla galera da due a cinque anni. - Ordinavasi inoltre che "chiunque li riceverà per la posta o per altro mezzo, anche senza sua partecipazione o consenso, sarà obbligato di rimetterli immediatamente ai rispettivi Governatori o Comandanti. I contravventori sarebbero puniti col carcere fino a due anni".
E finalmente si dichiarava che "la multa di scudi cento antichi... spetterà per metà allo scopritore o denunciatore della contravvenzione il quale, volendo, resterà ignoto."

Le nuove di queste spaventevoli catastrofi e l' eco del Vale "VIVA L' ITALIA"di Vochieri, giunsero all'orecchio di Giuseppe Garibaldi in Marsiglia ove sbarcò da un viaggio in Oriente. Egli ad un suo amico Covi apriva l' anima sua sdegnata e questi, già membro attivo della Giovine Italia, lo condusse da Mazzini , che con molti altri compromessi stava meditando e preparando il giorno della vendetta.
Quell' incontro fu la fortuna d' Italia. Può avere addolorato gli amici e gli ammiratori di quei due grandi, che, molti anni dopo, dissensi gravi abbiano divisi, e spesso anche dissensi fomentati ad arte da alcuni pigmei del loro seguito.
Ma non sempre il male viene per nuocere, e questa volta fu anzi fecondo di buoni risultati, perché ne fu salva la loro individualità. Se l'uno dall'altro fosse stato assorbito, l' Italia avrebbe avuto un soldato di più e un generale di meno.

Garibaldi e Mazzini erano nati per comandare, ciascuno nella propria sfera. In quel momento per altro, una sola passione li univa: liberare la patria vendicando i morti per essa. Ci vorrebbe il pennello d'Induno per darci il quadro di quell'incontro: quell'abbronzato marinaio dai capelli dorati e fluenti sulle spalle, i quali gli circondavano come un aureola la fronte; e del pallido e gracile studente, dalla vasta fronte onde irradiava l' idea che lo possedeva tutto intero, da gli occhi grandi e bruni, che ora dardeggiavano lampi di passione, ora s'illuminavano con una tenerezza infinita.
Ci sembra d'udire gli sdegni eloquenti, e le speranze e gli eccitamenti al fare senza timore, con quella voce vibrata, modulata, commovente del Mazzini; e la risposta sonora semplice di Garibaldi, "Sono pronto, fratello, ditemi dove, quando, come! "

Garibaldi prese il nome di Borel, accettò la sua parte nella spedizione disegnata per ribellare il Piemonte e liberare, prima di ogni altra cosa, le centinaia di amici incatenati e torturati nelle prigioni di Fenestrelle e di Alessandria.
Mentre le bande organizzate a Lione e a Ginevra dovevano tentare una sorpresa sopra una guarnigione piemontese a Saint-Julien in Savoia, Garibaldi, marinaio su una regia fregata, ove si era arruolato volontario nel 1833, assunse di fare propaganda fra i suoi compagni e all' occorrenza di mettersi tutti, con quel legno, al servizio della rivoluzione.

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