DODICESIMO CAPITOLO

DODICESIMO CAPITOLO

Carteggio con Mazzini. - Garibaldi al comando della flottiglia di Montevideo.
- Sue gesta sul Parana. - La Legione italiana; sue prime prove.

In quei distretti della Repubblica, nelle quali la sua stessa esistenza era in pericolo, il governo e gli abitanti di Montevideo non doveano tardare a trarre partito della presenza di Garibaldi. Le sue gesta erano troppo note. In effetti, poco dopo il suo arrivo, gli venne offerto di prendere il comando dei pochi bastimenti che ancora rimanevano alla Repubblica; in quanto che il Vidal, ministro della guerra e della marina, trovando che la squadra era troppo onerosa per le finanze del piccolo Stato, aveva venduto per un nonnulla il maggior numero de' suoi legni, e lasciato disperderne il materiale.
A tutta prima Garibaldi rifiutò. Da una lettera che egli scrisse al Cuneo, un po' prima di giungere a Montevideo, si vede che fra loro due non si era mai smessa l'idea di effettuare un pronto sbarco in Italia.

« Il viaggio - egli scriveva - dobbiamo farlo insieme. Sì! fratello, assieme, per non separarci che colla morte. »
- Nella stessa lettera egli si mostra irritato che non tutti gli amici abbiamo compreso il senso riposto de' fatti suoi ed esclama:
«Son pronto, non a scolparmi, ma a confondere chiunque volesse ordire vili calunnie, ed a chiedere soddisfazione a chi volesse macchiarmi.»
Anche questa lettera è firmata "Borel" (Raccolta Zunini).

Come risulta dal copialettere di G.B. Cuneo, egli allora corrispondeva frequentemente con Mazzini, e in una lettera di risposta, Mazzini stesso esprime grande fiducia nella cooperazione di lui, di Antonini.... «di voi che avete tutti giurato alla Giovine Italia»

Diamo quasi per intero un' altra lettera inedita di Mazzini al G.B. Cuneo, perchè è un quadro perfetto di quei tempi, quando sembrava che l'Italia non vivesse che nel cuore degli esuli, i quali con febbrile ansietà adoperavano ogni mezzo per scuoterla dal sonno obbrobrioso e spingerla alla riscossa.

« 28 marzo, 42.
« Fratello mio,
« La vostra lettera e i numeri dell'Italiano giunsero tardi alle mie mani: il mercante al quale era diretto il plico falliva; le carte andavano disperse e rimanevano dimenticate parecchie settimane; quando Dio volle mi capitarono. Il plico costò una lira sterlina e quindici scellini, e se non veniva da Montevideo la si respingeva; ma eravamo ansiosi di avere vostre nuove e avremmo speso anche più.
Nondimeno, fate in modo che le cose vostre ci vengano più economiche. Giovatevi d' occasioni; se mandate stampati non timbrati non li ponete sotto fascia a uso giornali, ma fatene un pacco. Qualunque cosa mandiate per me all'indirizzo: Thomas and Chopenati. 9. New Broad Street, City. - London - mi verrà ricapitata. Quanto a lettere, potete anche inviarle con l' indirizzo: S. Hamilton, Es. 4. York Buildings, King'j Road, Chelsea, London, - senz' altra sotto-coperta. Non vi servite più dell'indirizzo Rosselli.

« Noi dunque siamo fratelli, interamente fratelli. Non mi aspettavo meno da voi e nondimeno ho provato una gioia rimirando lettere e giornali inviatemi da voi che non cercherò d' esprimervi a parole: ogni città Italiana n'è patria, pure ricordo Genova con amore e parmi che i Genovesi mi siano doppiamente fratelli, non tanto per il dialetto che un giorno sommergeremo nella lingua della Nazione, quanto per le memorie di dolore: il 1833 ha imposto a noi doveri più sacri che non a molti altri Italiani; Genova, mi duole il dirlo, li dimentica troppo; però mi giova poter offrire ai fratelli nostri come rappresentanti Genova e gli esuli genovesi; quando dico Genova immemore non parlo del principio che fermenta nelle moltitudini, parlo dei giovani educati, e di quelli che giurarono dare corpo al pensiero.
Veniamo a noi. Dalla Circolare che vi accludo, uniforme a quelle che costituiscono ogni Congrega Centrale, dovete intendere il mio pensiero. Costituiti che siate in C. C., datene avviso legale: trasmettetemi i nomi dei componenti la Congrega: scegliete un nome di guerra per il segretario e inseritelo nella circolare. Sotto quel nome corrisponderete sia con me, sia con le altre Congreghe Centrali all'estero. Con quel nome firmerete tutti gli atti, le circolari che darete ai vostri iniziati, le elezioni degli ordinatori, i registri di cassa, ecc.

Farete noto il vero nome del segretario o dei membri, a nessuno fuorchè a me come Centro Generale per obbligo. Semplificate quanto volete e potete l'amministrazione delle cose vostre; ma fissata una volta serbatela severamente. La nostra forza starà in proporzione della regolarità con la quale procederemo. Dobbiamo penetrarci non solamente dei doveri, ma anche dei poteri che la missione assunta ci conferisce. Finchè l'Italia è schiava, e non ha governo che la rappresenti, noi siano rappresentanza e governo legittimo, perché vogliamo il bene.
L'Associazione è l'Italia futura in germe. I doveri vostri principali, voi potete desumerli dalla Circolare. Costituite dovunque poteri ordinatori buoni: segnate la sfera dei loro poteri di organizzazione, oltre quella non diano che indicazioni, nomi, commendatizie e consigli, in quella eleggano, e amministrino, salvo il dovere di rendiconto. Insistete su quella regolarità dei registri degli iniziati, e sull'esattezza delle contribuzioni.
Al di sopra di una cifra uniforme tanto bassa che tutti possano senza inconvenienti pagarla, ognuno degli iniziati si tassi da per sè per una piccola contribuzione mensile in proporzione dei suoi mezzi all'atto dell'iniziazione. Le contribuzioni rifluiscano agli Ordinatori e dagli Ordinatori, salvo le loro spese di corrispondenza ed altre, a voi. Abbiate un libro di cassa: un modello di ricevuta per gli invii degli Ordinatori. Dividete l'ammontare delle contribuzioni in diverse parti, secondo le necessità del lavoro vi suggeriscono; ma con una norma fissa.
Il terzo della somma totale dovete spedirlo periodicamente qui a noi: un terzo dovrebbe bastare alle spese vostre; l' altro terzo può servirvi alle spese di propaganda stampata, o all'educazione. Se riuscite a ripubblicare "l'Italiano", tanto meglio, e non abbiamo allora bisogno di aiuto all' "Apostolato": dove no, l'"Apostolato" dovrà, secondo il numero delle copie che dichiarerete poter ritirare, essere pagato: si stampa con le contribuzioni di una sola Sezione degli Operai; ed è giusto che sia pagato.
Il danaro, frutto della vendita dell'"Apostolato", o, se non vorrete venderlo, quel tanto che crederete poter prelevare sul terzo della cassa consacrata all'educazione, dev'essere spedito qui a me per l'Unione degli Operai che ve ne manderà ricevuta. Il nome degli Ordinatori supremi nelle diverse città dev'essermi trasmesso.
L'Associazione ha un modo di riconoscimento: un amico che parte, credo, tra pochi giorni per Rio de Janeiro sarà incaricato di trasmetterlo; se mai non partisse l'avrete da me direttamente.

Vi trasmetterò gli indirizzi delle diverse Congreghe con lo stesso mezzo onde possiate corrispondere fraternamente, o raccomandare individui. Intanto importa che sappiate di due; da una riceverete forse una commendatizia per un Italiano, ed è la C. C. della G. I. per la Francia: il nome di guerra del segretario è R. Montecuccoli (Gius. Lambenti); coll'altra è necessario che vi poniate, se non vi hanno già prevenuto, in corrispondenza attiva e continua: è la C. C. di New York.
La C. C. di New York dirige in un modo esemplare i lavori della G. I. negli Stati Uniti, America del Nord. Il presidente è il dottor Felice Foresti, l'unico quasi dei prigionieri dello Spielberg che non abbia mutato di volontà e d'energia. La firma del segretario è Masaniello. I lavori di quella Congrega procedono così attivamente e con tanta regolarità che non potremmo desiderare meglio. Pagano cinquecento copie dell'Apostolato, mandano viaggiatori.

L'Ordinatore di Boston ha già aperta una scuola come quella che il quarto numero dell'Apostolato parla. Il tenore della loro corrispondenza mi insegna che la G. I. (Giovine Italia) trarrà un giorno grandi vantaggi dall'America del Nord. Ho dunque pensato bene avvertire quella Congrega della missione che intendevamo affidarvi, ed esortarla a porsi immediatamente in contatto con voi. Credo lo avranno fatto; altrimenti fatelo voi: scrivete come C. C. e indirizzate le vostre lettere al sig. G. Albinola, 47 Warren Street, New York.

Trattate quei vostri fratelli con amore e riconoscenza per lo zelo delle loro opere: trattate Foresti con amore quasi filiale e come merita un uomo in età già avanzata, uscito da lunghi patimenti dello Spielberg più caldo e attivo di prima, e influente fra i suoi compagni. Dibattete con essi la circoscrizione della vostra sfera d'attività. Essi, specialmente un Avezzana, membro anch'esso della Congrega, hanno relazioni numerose nell'America spagnola, e avrebbero intenzione a ordinarvi l'associazione se io l'avessi concesso. Chiedete loro consigli, indicazioni, commendatizie.

La loro sfera, come fu determinata all'epoca della istituzione, comprende: venticinque Stati Uniti, più Cuba, l'Avana, le West-Indies, la repubblica di Granada, Equator e Venezuela: l'Ordinatore nostro in quest'ultima è il cap. Simone Sardi, residente in La Guaira. Fino a quel punto dovreste cercare di stendervi, se nel Messico non avete relazioni dovreste dichiararlo ad essi e chieder loro di assumersi l'incarico. Lo faranno con successo.
La raccomandazione che forse vi verrà dalla Congrega Parigina è a favore di un Giuseppe Mazzini (arrestato non ha molto in Lombardia perchè lo credevano me) medico di Novara, giovine, a quanto mi affermano, buono assai. Non fu tentato a Parigi, perchè temevano l' influenza negativa di un Dottor Jadini, che gli è zio, esule del 21, buono in fondo, ma sconfortato. E' intenzione dei nostri che cerchiate iniziarlo.
Mi varrò del nome che mi suggerite per la Spagna, e lo indicherò ai nostri di quelle parti. Suggeritemi via via quanti vi parranno capaci di bene. Andrò io pure aiutandovi per la patria che dovete dirigere. Conoscete un Ferraris, direttore del museo di storia naturale a Buenos Ayres ? io vi manderò, se occorrerà, un biglietto per lui.

Il quarto numero dell'"Apostolato" vi fu mandato verso la fine di febbraio sull'Arab A. I., comandante G. Ramsay: trenta copie e unite altre trenta del terzo: se non avete quel pacco, vogliate farne ricerca. Gli altri invii vi saranno fatti con le cure che indicate.
Harro Hassing, poeta Scandinavo, autore delle « Menroires de la Jeune Italie » e compagno nostro in tutti i nostri lavori, partirà forse per Rio Janeiro sui primi del mese venturo; di là egli si porrà in contatto con voi. Se vi giungesse dalla Danimarca una lettera per lui, vogliate serbargliela. -
Un Kalussocoski, polacco, viaggierà pure, credo, per le parti vostre; abbiategli tutta fede, s'egli si presenta a voi, giovatevi, occorrendo, dell'opera sua.

Vi ho mandato, e vi giungerà da New York, "l'Assedio di Firenze", copia unica che io aveva: all'edizione vi è una prefazione mia. Conservatela, per ricordo mio.-- C*** è guasto, e brancola tra un cattolicesimo mentito e una adulazione sistematica (tanto più pericolosa quanto più riveste aspetto di libertà) al dominio Austriaco. Pellico è più guasto anch'egli che non credete. - Manzoni tace, e tacerà. In generale tutta quanta la scuola Manzoniana predica rassegnazione.

Non ho mai ricevuto la lettera che mi spediste per mezzo di Quinzio. Il suo nome mi ridesta l'idea d'un Soragni della Romagna che era con lui, e che alcuni mi dicono morto, altri vivo. Potreste darmene nuove certe?

L'articolo del "Nacional" riesce grato assai. Ringrazieremo l' editore nel quinto numero dell'"Apostolato". Continuate a diffondere germi di simpatia per la causa nostra, e inviate sempre le testimonianze che potrete averne.
Il Re di cui mi parlate va in ogni modo lasciato da parte. So tutto di lui, la colpa, le giustificazioni, il pentimento. Ma fu traditore, e il mondo lo conosce tale. Colpe siffatte si espiano, quando si vuole, coll'azione solitaria e individuale; e temo ch'egli non sia da tanto. La G. I. non deve giovarsi di lui: badate a non dimenticarlo.
Guai se il tradimento potesse cancellarsi con un po' di denaro! Del resto - e questo è nondimeno considerazione secondaria - la sua cooperazione screditerebbe voi tutti e l'Associazione.
Prima che mi giungesse la vostra lettera, si era sparso, per opera non so di chi, rumore in Parigi ch'egli lavorasse per le cose nostre in Montevideo: e n'ebbe rimproveri acerbi dalla Congrega nostra di Francia.
La stampa della G. I. è inoltrata. Manderò come dite. Se la cambialetta giungerà anticipata, come dite, gioverà a bilanciare le spese abbastanza gravi, e rese più gravi dal lungo ritardo che le distanze framettono al pagamento.

Non ho bisogno di dirvi quanto mi sarà cara la conoscenza dell'avvocato che mi nominate; altri Italiani m'hanno parlato onorevolmente di lui, ed io gli sono, pur prima di conoscerlo, grato dell'amicizia ch'egli vi ha dimostrato.
Lo Z. è a Bologna: ebbe ostacoli da principio al soggiorno; più tardi l'ottenne. Lo vidi qui in Londra. Si mantiene buono, benchè non quanto io sperava: vizio generale di quanti rimpatriano, pensare molto, parlare anche, ma concretare poco.
Dei Ruffini uno è in Edimburgo, l'altro in Parigi. Un abbraccio ai fratelli, ad Antonini, a Gallino, a a Cassarena se gli scrivete.


A GARIBALDI scrivo alcune righe qui dentro. Fra pochi giorni per mezzo di Harro, se egli parte, riscriverò; forse vi recherà il quinto numero dell'Apostolato. Addio, fratello, confortateci di vostre nuove, lavorate tanto e indefesso, e credette all'affetto del

« Vostro GIUSEPPE MAZZINI.
« PS. Dopo tanti rumori d'amnistie mal fondati, ho ragione di credere che nell'aprile un'amnistia piemontese avrà luogo, abbastanza estesa. Ditemi le intenzioni vostre e dei nostri in quel caso.


Come qui si vede, i rapporti fra Mazzini e Garibaldi erano diretti, e tanto l'Apostolato (giornale che si stampava in Londra) come i giornali inglesi a cui Mazzini poteva avere accesso, registrarono tutti i fatti d' armi che onorarono il nome di Garibaldi e dell'Italia sulle sponde dell'Atlantico. E Garibaldi si teneva pronto a rispondere al primo appello.

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In questo stesso anno, marzo 1842, Garibaldi si era congiunto in legittimo matrimonio con Anita, e forse un raggio di pace dopo sì tanta difficile vita era il giusto premio.

"Finalmente - scrive il Cuneo - cedendo alle istanze degli amici, alla sua propria inclinazione e alla simpatia che gli ispirava la giustizia della causa, egli assunse il comando di tre legni, e gli fu comandato di recarsi a Corrientes sulla destra del Parana, per assecondare una supposta insurrezione scoppiata in quella provincia contro Rosas.

A lui e a tutti, visto che l'ammiraglio Brown con la forte armata di Rosas si era ripresa l'isola di Martin Garcia, che Oribe con l'esercito di Rosas campeggiava a Boyada, e che era necessario percorrere 600 miglia di fiume senza possibilità di sbarco se non sulle isole o su coste deserte, quest'ordine pareva dettato da un ministro incapace o celare un'insidia; cioè che il Vidal, annoiato delle incessanti lodi a Garibaldi e che riecheggiavano a Montevideo, volesse disfarsene; e con lui o senza di lui volesse finirla con gli ultimi bastimenti. Ma il comando era già accettato, agli ordini bisognava obbedire.

Ecco dunque Garibaldi con la Costitucion di 18 pezzi, col brigantino Pereira di 2 e col trasporto-goletta la Procida, che risale il Parana fra due sponde nemiche. Appena fuori della rada di Montevideo dovette sostenere la prima tempesta delle batterie di Martin Garcia al confluente dei due grandi fiumi, il Parana e l'Uruguay, e alle quali dovette passare vicinissimo. Il valoroso ufficiale italiano Pocarobba ha la testa divelta da una palla di cannone; parecchi altri sono feriti; ma Garibaldi risponde gagliardamente e prosegue la sua via, quando a tre miglia di distanza la Costitucion si arena proprio nel momento che la marea abbassava; e nell'atto di trasbordare i pezzi sulla Procida, ecco comparire dall'altra parte dell'isola la squadra avversaria a gonfie vele, guidata dall'ammiraglio Brown in persona.

Garibaldi non ha che la Pereira per fronteggiare sette legni da guerra, giacchè il suo migliore è arenato e i suoi pezzi ammonticchiati sulla Procida rendevano anche questa inservibile. La Pereira capitanata dall'intrepido Conde fa il suo dovere e proprio nel momento che Brown si prepara per l' abbordaggio, anche il suo bastimento-bandiera investe in un banco, e mentre i suoi si affaticano a liberarlo, la Costitucion invece viene a galla; una densa nebbia copre mare e cielo. Garibaldi ne approfitta per insinuarsi nel Parana.

Brown, disimpacciato, lo insegne sull'Uruguay dove lo credeva fuggito. Lo scampo di Garibaldi non era che momentaneo, anche perchè senza pilota; ma s'impadronì subito di alcune barche mercantili e costrinse uno dei piloti a servirlo. In tal modo, obbligato di tratto in tratto a fermarsi per cercare vettovaglie, arrivò sotto a Bojada, paese a lui noto.
Ma qui le batterie argentine lo salutano, mentre il vento amico lo trasportava a Las Concas dove audacemente scese in cerca di viveri, ripartendone sotto vivo fuoco per incontrare altro fuoco di sessanta bocche al Cerrito. Lui risponde, ma per due miglia non può sottrarsi al tiro nemico perché il fiume fa troppi gomiti, e per giunta, alla Nuova Cava, il letto è quasi asciutto.

Garibaldi capisce che più in là non si va e che il Brown, accortosi dell'errore, è già sulle sue orme. - Ma ecco in buon punto comparire una flottiglia di barche speditagli da Corrientes; è un raggio di luce fra le tenebre. Egli ne arma alcune d'un cannone, prepara i brulotti, colloca nel centro la Pereira, alla destra la Costitucion, poi aspetta il nemico. Brown non tarda ad arrivare e fa fuoco subito; Garibaldi risponde e per tre giorni l' impari duello continua senza che il nemico osi venire all'abbordaggio. La mattina del terzo giorno mancano i proiettili e non resta che pochissima polvere. Garibaldi spezza le catene, quanto possiede, istrumenti e utensili di rame e di ferro e per tutto quel giorno può con essi mitragliare il nemico. Al tramonto è finita ogni munizione, gli equipaggi, più della metà, sono morti o feriti.
Fa scendere a terra, sotto un fuoco indiavolato della squadra e della milizia argentina, prima i feriti poi gli incolumi, ciascheduno armato di fucile e delle residue cartucce; poi dà fuoco con le proprie mani ai tre bastimenti, e mentre questi ardono sotto gli occhi dell' attonito Brown, si ricongiugne ai suoi sulla spiaggia nemica a duecento miglia da Montevideo.

Invece di genti insorte contro Rosas, incontra le milizie provinciali dell'opposto campo; bisogna evitarle e internarsi volendo arrivare fra deserti e maremme ad Esquina ove è onestamente accolto e comincia a sperare bene della rivoluzione. Di qui scrive una lettera a Cuneo la quale dimostra come egli anche allora si occupasse del lato morale delle rivoluzioni. Dopo essersi lamentato del nessun aiuto dato e del nessun profitto tratto dal governo nella campagna del Parana, dice:
"La coscienza non mi rimprovera nulla; però con tante spese e tanti disagi poteva lo Stato Orientale ricavare qualche profitto da quella spedizione se ci avesse alquanto sostenuti. Pazienza! a me toccano sempre di tali imprese cavalleresche. Questi paesi più che mai hanno bisogno di educazione nel senso conciliativo. Io ti animo a manifestare ai nostri amici Orientali e Argentini tale mio voto e a procurar di scrivere un giornale che tenda solo a schiacciar il maledetto spirito di provincialismo, che fa la disgrazia di questo paese"

Dopo breve riposo ad Esquina riceve l'ordine di raggranellare quanti uomini può per sostenere Rivera, deciso adare battaglia a Oribe, proprio sul territorio a costui favorevole. Garibaldi si affretta, e conducendo le sue compagnie parte per mare parte per terra, arriva a San Francesco contemporaneamente alla notizia che l'ultima reliquia dell' esercito dell'Uruguay è totalmente disfatta ad Arroyo Grande, e che l'esercito di Rosas, di 114,000 nomini, si prepara ad invadere la Banda Orientale.

Ecco il momento che la storia sceglierà per giudicare il carattere dei repubblicani di Montevideo, per pronunciarsi se essi fossero o no, degni della libertà e dell'indipendenza, e se la simpatia che essi avevano ispirato a Garibaldi e agli esuli fosse giustificata.
Facile sarebbe stato venire a patti col vincitore Oribe, un giorno buon patriota, e che soltanto per stupida ambizione era divenuto nemico del suo paese. Ma alla sola idea di patteggiare con l'alleato e con l'amico di Rosas, si ribellava l'animo di quei valorosi.
Ecco la situazione della Repubblica al cadere di dicembre
* Battuta dal di fuori;
* Senza esercito;
* Senza soldati nell'interno;
* Senza materiale di guerra;
* Senza denaro;
* Senza rendite;
* Senza credito » (1).
Le tinte del lugubre quadro non sono qui abbastanza nere; ai 14,000 di Oribe non fu dato di opporre che 600 soldati condotti da Medina.
In Montevideo - non più città di difesa, perchè distrutte le sue mura nel 1833 - il governo decretò una leva in massa di tutti i cittadini fra i 14 e i 50 anni; liberò gli schiavi per farne soldati, e nominò generale il Paz, uomo però che ispirava poca fiducia essendosi rifugiato in città alla comparsa del nemico.

Ma la ispirava un altro patriota, il colonnello Pacheco-y-Obes allora comandante generale del dipartimento di Mercédes, distretto che comprendeva tre piccole città di 9000 abitanti in tutto. Egli effettua davvero una leva in massa infervorando gli animi, improvvisando i mezzi di resistere; arma, reggimenta quelle torme, e venti giorni dopo la disfatta di Arroyo Grande si presenta davanti all'esercito vincitore e fa le prime prove.
A tale annunzio Montevideo vuole il valente al governo; e Rivera, il vinto, prima di ritornare al campo nomina un nuovo ministero: Pacheco-y-Obes, ministro di guerra e marina; Santiago Vasquez, ministro dell' interno e degli esteri; Munoz, delle finanze.
Obes si dedica intero ad apprestare la difesa della città ove ha accolto tutte le famiglie spaventate della campagna; e fatto appello alla gioventù, armati gli schiavi manomessi, gli riesce per i primi di febbraio 1843 di radunare una schiera di 6000 nomini sulle alture di Cerro, donde vede avvicinarsi baldanzoso l'esercito di Oribe. Nella città aveva ricomposto i battaglioni della guardia nazionale, affidandola a capitani che per la loro condotta onorarono il suo giudizio nello sceglierli: Batlle, Tase, Josè Maria Munoz, Solsona, Gelly-y-Obes, Francesco Munoz.

Nè all'occhio suo guerriero, al suo cuor di patriota, erano sfuggite le gesta prodigiose di Garibaldi sul Parana, il quale non potendo salvare i bastimenti della repubblica ne avea salvato almeno l'onore. Due uomini simili s'intesero. Obes non ebbe che a dire a Garibaldi «createmi una flottiglia» ed in meno di due mesi si vararono quattro piccoli bastimenti, Suarez, Munoz, Vasquez e Libertas, non volendo Obes che il quarto portasse il proprio nome.
Con sessanta marinai e 6 pezzi, ecco Garibaldi pronto alla rivincita contro l'ammiraglio Brown che avea 10 legni, mille marinai, cento artiglierie.
Nè basta, tutti gli stranieri in Montevideo vollero pagare l'ospitalità ricevuta divenendone altrettanti difensori. Gli Spagnoli e i Baschi spagnoli, i Francesi e i Baschi francesi, formarono separate legioni; i primi, purtroppo passarono poco dopo al nemico, e i secondi diedero meschino saggio di valore e di serietà.

Non mancarono gli Italiani che si adoperassero dal canto loro ad un ordinamento serio. Il 10 aprite 1843 per speciale decreto del ministro della guerra fu data autorità al colonnello Garibaldi, a Napoleone Castellani e a Origone di comporre una LEGIONE ITALIANA, aiutati da tre commissari. Alcuni volontari già riuniti dal maggior Giacomo Danuzio formarono il nucleo della prima divisione: il governo assegnò tre quartieri per l'arruolamento.
Ben presto le tre divisioni furono approntate: Danuzio ebbe il comando della prima; Serafino Ramella e Angelo Mancini, della seconda e della terza; il comando in capo, perchè Garibaldi occupatissimo della sua flottiglia non potè accettarlo, venne affidato a Davide Vaccarezza. Razioni e armi furono assegnate ai legionari, senza paga, con promessa di terreni e di mandrie, finita la guerra, ai superstiti o alle loro vedove e agli orfani.
( Per le date e i fatti della Legione mi servo unicamente del Diario tenuto dal 43 al 45 da Cuneo, poi delle lettere di Garibaldi inviate a lui. - Raccolta Zunini.).

Mosè coi suoi israeliti nel deserto non patì più aspri travagli di Garibaldi con i suoi compatrioti. Fin là egli avea avuta con se la parte più eletta dell'italica emigrazione, a cui di buon grado obbedivano i soldati indigeni. Ma al presente, in quel tumulto di cose, ai buoni elementi si mischiano i grami, il loglio minaccia di soffocare il buon seme, e non è l'ultimo dei meriti suoi, aver saputo in tale occasione far una buona cernita.
Comincia a cacciare via Vaccarezza per condotta immorale e indecorosa e gli sostituisce Giacomo Danuzio; ma individui interessati seminano dissapori e intrighi, e la prima volta che le divisioni si trovano radunate sul Molo sotto gli ordini del colonnello Torrea, capo dello stato maggiore dell'esercito regolare, la seconda e terza divisione abbandonano i posti e si rivoltano contro uno dei capi, un certo Mazzini. - Le commissioni si dimettono lasciando ad Angelo Mancini tutta la responsabilità della legione.

Verso la fine di maggio il ministro passa in rassegna tutta la legione: era forte di 400 uomini; e il 2 giugno sotto il colonnello Labaudera, essa riceve ordine per una sortita. La prima divisione sotto Danuzio avanza bravamente, la seconda e la terza si rifiuta adducendo per scusa la mancanza di munizioni, e mentre Dànuzio è impegnato col nemico, gli altri ritornano in città indifferenti agli insulti e agli scherni della soldatesca e del popolo di Montevideo. Il ministro minaccia un'inchiesta e procede a parecchi arresti. -

Garibaldi, punto sul vivo, e sapendo che i capi della legione francese avevano soffiato in quell'imbroglio, ottiene che le cose passino senza troppo rumore.

Intanto nonostante che il governo con la sua energia avesse trasformato Montevideo in una piazza di guerra, forte abbastanza per tenere in rispetto l'Oribe, questi la stringeva sempre di più con buon nerbo di soldati; aveva occupato il Cerrito e qui fortificatosi avanzava sotto il Cerro. Sloggiarlo era per i Montevideani questioni di vita o di morte.
L'otto giugno la legione s'incammina alla volta del Cerro, e 120 legionari sono spediti alla Polveriera in osservazione del nemico che dopo qualche colpo si ritira: il 9, parte della legione è posta in una casa avanzata in faccia del Saladero di Douanel per proteggere lo sbarco di alcuni cavalli che Garibaldi con la sua piccola flottiglia aveva predati sull'opposta riva. Il nemico s'accinge ad impedirlo con frequenti tiri, ma i 120 fanno scudo allo sbarco poi stanno imboscati tutta la notte.

Il giorno 10, tre battaglioni e due artiglierie mettono piede a terra, duce il Bauzè. Questi con Garibaldi (che dal fatale 2 giugno aveva assunto il comando della legione) e un picchetto della guarnigione del forte, deve tentare un colpo di mano sopra il nemico che si dirigeva alla Punta Yegua. Il nemico spinge l'ala destra fino ad una altura protetta da una larga fossa, che a sinistra del Saladero di Douanel mette alla Polveriera, poi manda gli avamposti ad una casa dirimpetto. Le genti di Bauzè si battevano bene, ma il nemico si beffava di loro; Garibaldi aveva a tutta prima scoperto il punto debole e alla fine si decise di domandare al Bauzè il permesso di approfittarne. - Ciò ottenuto, egli che aveva già chiuso la legione in colonna, grida: "passo di carica, baionette calate, prendetemi quella casa" -

Espugnata la casa, la legione si lancia sopra il nemico radunato nella fossa, e sloggia gli Oribeani che cessano il fuoco e scappano.
Manda allora il capitano Buttaro con una quarantina di bersaglieri a molestare il nemico sul fianco sinistro, poi col maggiore Danuzio conduce altri fiancheggiatori in sostegno dei primi. Senza tirare un sol colpo, col magisterio della baionetta essi uccidono e feriscono alcuni, ne pigliano 43 prigionieri e mettono in precipitosa fuga tutto il restante.

Gli onori della giornata, scrisse Garibaldi nella relazione, sono dovuti al capitano Buttaro. Si distinsero anche i sottotenenti Leone Savoja e Giusti. La legione perdette un sergente ed ebbe otto feriti.
Tutti tornarono in città la sera, e Garibaldi che agli amici suoi aveva detto in precedenza "di sentirsi morire di vergogna" fu visto con una più lieta cera, ma non ancora rasserenato.
Egli aveva sofferto doppiamente e per la ribellione del giorno 2 giugno e perchè la condotta di quelle due divisioni sembrava giustificare quel francese, il quale, quando in aprile gli italiani chiesero le armi, persuase il generale Paz "non d'altro essere capaci costoro che di ferire nelle spalle di notte e a tradimento, e quindi tempo, danari per reggimentarli e fiducia di valido aiuto, tutto si sarebbe risolto in nulla; e ciò, egli seguitava, poterlo affermare per la pratica che ne aveva" (Biografia di G. Garibaldi, per G. B. Cuneo
).

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