SEDICESIMO CAPITOLO

SEDICESIMO CAPITOLO

LA SITUAZIONE ALL'ALBA DEL '48!

L'Austria e i suoi satelliti. - Nella sola Toscana, possibile il quieto vivere. - Mite natura dei Lombardi. - Seconda maniera di Mazzini: dovere e diritto. - I fratelli Bandiera. - Altri martiri. - La tragedia di Cosenza chiude la prima serie dei tentativi isolati. - Il partito moderato alla repubblica indivisibile sostituisce la confederazione dei principi - Libri e idee di Gioberti, Balbo, Durando, Capponi, Galeotti. - Carlo Alberto e i veri italiani. - Gli Albertisti. - La Venezia sola non dà loro retta. - Pio IX. - TUTTI I NOMI DEI PATRIOTI CADUTI

« La coscienza esplicata e solenne
d' una vita comune e nazionale
è fatto nuovo e proprio del secolo;
si svegliò in Italia appunto
sotto l'assidua doccia dell'austriaca importunità. »
(CARLO CATTANEO, Considerazioni. Archivio triennale).


Dal giorno che Garibaldi e i suoi compagni della spedizione di Savoia lasciarono la patria per la morte o per l'esilio, coloro che più efficacemente supplirono ad essi come fautori dell'idea nazionale, furono appunto l'Austria e i suoi satelliti nella penisola. I generosi precursori si appellarono a quanto vi era di più nobile, di più generoso ed ardito nella nazione: l'Austria, il governo piemontese, il Borbone, il Papa, toccarono tutti sul vivo, rendendo impossibile la durata delle cose quali erano, e necessario un mutamento radicale giacchè qualsiasi nuovo stato sarebbe parso meno insopportabile del presente.

L'Austria, per chi non si sentiva bruciare dalla vergogna di vivere sotto il giogo straniero, e per chi non aveva la forza di sacrificarsi all'altrui redenzione, poteva esser tollerata almeno in quegli anni nei quali uomini tenuti in alta fama per carità di patria e per ingegno predicavano, come Manzoni, la rassegnazione, o come i liberati dallo Spielberg (Foresti, unica eccezione) l'inutilità delle cospirazioni.
Cattaneo e un piccolo stuolo di colleghi e discepoli suoi, attendevano al progresso morale e intellettuale della gioventù, quale preparazione ai futuri eventi.
L'Austria poi poteva far bella mostra di sé accanto al Piemonte in piena balìa dei gesuiti, del fisco, dei carabinieri, della polizia, dei doganieri, dei magistrati venali o dei giudici spergiuri: accanto al regno delle due Sicilie ove non si sa se più abietta fosse o più brutale l'oppressione; agli Stati del Papa, ove la stessa religione non fu che un manto all'immoralità, asilo agli assassini, scherno ed obbrobrio delle moltitudini.
Poteva quel paterno imperatore aver approfittato dell'esempio dei granduchi di Toscana; essi con un po' di libertà annacquata e di progresso con la vettura Negri, ottennero che i
letterati si accontentassero di radunarsi nelle sale del vecchio Vieusseux e sognare una nuova repubblica delle lettere.
Gli spiriti più attivi si beavano nell'istituire casse di risparmio e nell'aprire strade nuove sull'Appennino dalla Lunigiana all'Urbania e a Val Montone, nel costruire ponti di ferro sull'Arno e nel prosciugare paludi. Vero è che epigrammisti come il Giusti deridevano il granduca, "toscano Morfeo che asciugava tasche e maremme", e che due marchesi rimandarono le chiavi di ciambellano quando per un articolo sulla Russia nell'Antologia, dietro rimostranza dell'ambasciatore moscovita, l'effemeride fu soppressa e Nicolò Tommaseo espulso.

E la gioventù s'impennava quando Guerrazzi per la "Battaglia di Benevento" era incarcerato in soddifazione dell'Austria. Ma vistolo liberato dopo 4 mesi, senza processo, tutto si quietò, e il modo di vivere e di lasciar vivere in Toscana pronosticava male per chi voleva sollevale il popolo in nome dell'indipendenza. Se non che la stirpe degli absburghesi, corta di mente, brutale d'indole, mai pronta ad approfittare dell' aura, giudicò ogni cosa dal suo punto di vista. Si credette sovrana assoluta e perpetua del Lombardo-Veneto, tutrice del resto dell'Italia, giacché regnava moralmente a Napoli, come vi regnò di fatto per tre anni dopo il 21; assecondava tutte le iniquità del Papa-Re, costringeva i minori Principi a rendere amarissima la vita ai sudditi (ancora non fu giudicato se peggiore la tirannia del duca di Modena o la corruttela di Maria Luisa) e teneva d'occhio Carlo Alberto, ricordandogli periodicamente come se egli fosse stato in procinto di perdere la sua corona.

Né soddisfatta di tanto, volle far provare al Lombardo-Veneto tutto il peso del suo plebeo e rapace dispotismo. Nella sua smania per la centralizzazione, per l'unità forzata di razze differenti, e inconfondibili, essa feriva fino all'osso le suscettibilità delle province italiane violandone le leggi, danneggiandone gli interessi, contrariandone persino gli usi e i costumi; cercando insomma di assuefare il focoso destriero lombardo al pesante giogo dei suoi buoi di Boemia.
Non contenta di aver sbandato l' esercito del regno d' Italia, vestì 50.000 coscritti di bianco e di giallo, "divisa del vile" , e li disperse fra i reggimenti nelle diverse province. - Costringeva poi le province italiane, che formavano un'ottava parte dell'Impero, a pagare un terzo delle imposte. Infatti dal 1814 al 1848 il Lombardo-Veneto fu "munto" di due miliardi di lire per allattare la tesoreria di Vienna. Gli statuti municipali e amministrativi, tradizionale vanto dei comuni, furono cambiati, e i lombardi soggetti alle stesse leggi dei croati o dei moravi. A tal punto fu spinta la mania del comandare, che le istruzioni per i canali e i fiumi furono spedite da Vienna ad un popolo a cui Leonardo da Vinci aveva insegnato l'arte delle irrigazioni artificiali.

Bene inteso la stampa imbavagliata, le discussioni politiche proibite; nei processi civili la difesa scritta, nei processi criminali il metodo inquisitoriale. "Sudditi obbedienti, non cittadini illuminati" voleva l'austriaco Sire, e ciò dopo il cataclisma della repubblica e del bonapartismo. Della festosa e gentile Venezia basti dire che essa fu in tutto e per tutto immolata a Trieste, e l'orgoglio suo offeso in ogni momento.
Per tutto questo "...i popoli italiani furono iniziati - come disse Carlo Cattaneo - alla fratellanza dell'amore, alla comunanza dell'odio"
.

Assai lento però fu per i lombardi-veneti tradurre il sentimento in cosa reale, il pensiero in azione. "Così mite era la loro natura - nota sempre il Cattaneo - che in trent'anni non si levarono neppur una sola volta a tumulto", mentre andando più e più al sud una interrotta catena di rivolte e di rivoluzioni solcò e il Reno e la Romagna, e la gioventù più intollerante del giogo fra i settentrionali dovette se voleva agire cercare al sud il suo campo d'azione.

Mazzini in Londra, instancabile come sempre, sembrava però aver indovinato che, prima di emettere il grido di guerra, fosse necessario penetrare più dentro il popolo. Difatti ad esso quasi esclusivamente furono diretti gli appelli degli scrittori degli ultimi numeri della Giovine Italia e di tutti i numeri dell'Apostolato popolare. Né più parlava di speranze nella monarchia, chiaramente indicando la repubblica come unica via di salute.

 

(1) Quale saggio di questi ultimi scritti, diamo i seguenti estratti tolti dai fascicoli che furono disseminati in tutta la penisola, ma meno di tutto nel Lombardo-Veneto.

IL POPOLO. - Ecco il nostro principio: il principio sul quale deve poggiare tutto l'edificio politico: il Popolo: grande unità che abbraccia ogni cosa: complesso di tutti i diritti, di tutte le potenze, e di tutte le volontà: arbitro, centro, legge viva del mondo.
Il Popolo ! il Popolo ! - E quando noi ci strigemmo alla sua bandiera, e dicemmo, fin dalle
prime linee del nostro giornale: "Le Rivoluzioni hanno a farsi dal popolo e per il popolo", non era affettazione di calcolo politico, o detto gettato a caso: era la nostra "parola", tutta la nostra dottrina ridotta a formula, tutta la nostra scienza, tutta la nostra religione stretta in un solo principio: - era l'affetto delle nostre anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti: perciò noi siamo popolo, e la natura ci temprava a sentire tutto le gioie e i dolori del popolo; e quando noi guardiamo il popolo, com' è oggi, passarci davanti nella divisa della miseria e dell'ilotesmo politico, lacero, affamato; stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore ne' tumulti, o nell'ebbrezza d'una gioia stupida, rissosa, feroce, e pensiamo: là, su quel volti abbrunite sta pure la impronta di Dio, il segno di una stessa missione - quando, alzandoci dalla realtà al concetto che vede il futuro, intravediamo il popolo levarsi sublime, affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e d'amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte, potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei propri doveri - il popolo della Lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell, della federazione del 14 luglio, delle tre giornate - noi sentiamo battere il cuore di un palpito che non ha pari, di un palpito che geme sul presente e subisce sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a ricreare, traviano dietro a un principe, a una famiglia, a una classe sola. Quegli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni, e il segreto che le perpetua. L'epoca degl'individui si è consumata con Napoleone.

E quando vedrete passare sopra quel volti un pensiero di vita, quando udrete levarsi, come un vento sul mare, il fremito popolare, - allora - ma allora soltanto, slanciatevi alla sua testa, stendete la mano alla terra Lombarda: là stanno gli uomini che perpetuano il vostro servaggio: stendetela all'Alpe: là stanno i vostri confini: - e mandate il grido di Fuori il Barbaro: guerra all'Austriaco: - Il popolo vi seguirà.

E vi è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro diritti, una scienza politica, intera in compendio, un programma di libere istituzioni. Il popolo ha fede in essa, perchè egli in quella parola intravede un impegno di miglioramento e d'influenza, - perché il suono stesso della parola parla di lui, perciò egli rammenta confusamente che se ebbe mai potenza e prosperità, le dovette a quella parola scritta sulla bandiera che lo guidava. I secoli hanno potuto rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento dei suoi diritti, tutto: non l'affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal fango d'inerzia ove ci giace, per sollevarlo ai prodigi d'azione.
Quella parola è repubblica!.

Repubblica, ossia cosa pubblica: governo della nazione tenuto dalla nazione stessa: governo sociale governo retto da leggi, che siano veramente l'espressione della volontà generale.
Repubblica, ossia quel governo, in cui la sovranità della nazione è principio riconosciuto, predominante ogni atto, centro e sorgente di tutti i poteri, unità dello Stato, - in cui tutti gli interessi sono rappresentati secondo la loro potenza numerica, - in cui il privilegio é rinnegato dalla legge, e l'unica norma delle pene e dei premi sta nelle azioni, - in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del necessario, in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl'inceppamenti alle arti, all'industria, al commercio son ridotti al minimo termine possibile, perché le spese, le esigenze, e il numero dei governanti e delle amministrazioni sono ridotti al maggior grado possibile d'economia, in cui la tendenza delle istituzioni é volta principalmente al meglio della classe più numerosa e più povera, in cui il principio d'associazione é più sviluppato, - in cui una via indefinita é schiusa al progresso con la diffusione generale dell'insegnamento, e con la distruzione di ogni elemento "stazionario", di ogni genere di immobilità, - in cui finalmente, la società intera, forte, tranquilla, felice, pacifica, e solennemente concorde, sta sulla terra come un tempio eretto alla virtù, alla libertà, alla civiltà progressiva, alle leggi che governano il mondo morale, sulla cui faccia possa scolpirsi a Dio il Popolo !

Il Popolo! Il Popolo! Torniamo al nostro grido. E' il grido del secolo: il grido dei milioni, che fremono moto; il grido d' un' epoca che s'inoltra veloce.
O italiani! giovani miei fratelli! - se volete intraprendere imprese generose - se avete in animo di tentare davvero il risorgimento: associatevi le moltitudini. Non v'illudete. Siete pochi e morrete. E' bello il morire per la propria contrada, ma la vostra contrada vi grida: morite lasciandomi libera, perchè io possa onorare almeno i vostri cadaveri.
Moltitudini, ed armi - eccovi il segreto delle rivoluzioni future.

Il Popolo! Il Popolo! - E quando noi cacceremo quel grido, - quando agitandogli agli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci slanceremo alla sua testa e incontreremo le prime palle austriache, credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli frutteranno; quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: "tu devi esser libero, non tiranno". - là é l'austriaco, - l'unico ostacolo allo sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e per i tuoi figli libera il suolo dei padri tuoi; nel nome di Dio e della patria, sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la vittoria;" credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i primi suoi passi, che egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe, la rivoluzione?

Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sé; le suggestioni dei suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà impadronirsene; ma siate voi quella: non vi ritraete; non lo sfiduciate con la freddezza; non rifiutate a guidarlo per codarde paure, o vanità di virtù inoperose: misuratevi con esso, assumetevi una influenza, una potenza di direzione, ciò senza questa, cadrà in mani perverse; e morite con lui, il popolo vi seguirà come voi vorrete. "


Un altro cambiamento notiamo anche nel metodo d'insegnamento di Mazzini. Parlava assai meno del diritto, più sempre del dovere. Aveva formato in associazione tutti gli operai italiani residenti in Londra, e, per i bambini derelitti rapiti o venduti dai loro genitori a crudeli padroni, con i suoi tenui mezzi stabilito una scuola in Londra. Fondata nel 1841, questa scuola durò fino al 1848; ed egli, ogni domenica, dava agli allievi una lezione di storia patria, o di astronomia elementare, mentre il direttore della scuola Filippo Pistrucci romano, il vicedirettore Beccalossi toscano, e il vecchio bresciano Celestino Vai istruivano e custodivano quei poveretti con affetto paterno.
E mentre l'apostolo lavorava per l' avvenire, italiani in patria cercavano di mettere in pratica i suoi antichi dettami. Nel decennio 1836-46 che ora qui percorriamo, l'episodio dei Bandiera é il più spiccato, perché moto spontaneo e indigeno, non suggerito, anzi quasi deprecato dagli esuli.

Così Mazzini ne narra la mesta e splendida storia:

"Attilio ed Emilio Bandiera, nati veneti, figli del barone Bandiera contrammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare nel 1831 degli uomini che imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona veleggiavano verso Francia, avevano fin dai primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, si adoperavano già da più anni al loro primo contatto con esuli e congiurati nell'interno d'Italia, a prepararsi le ore di tradurre il concetto in azione.

Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:
"Signore: é da diversi anni che ho preso a stimarvi ed amarvi, perché intesi esser voi da guardarsi quale capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide ed agli altri conseguenti vituperii che contaminano l'Italia. So che siete il creatore di una patriottica società che chiamaste della "Giovine Italia"; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma né d' esso né di alcuna altra vostra opera, mi fu mai possibile di procurarmi
una copia, ad onta dell'ardente mio desiderio; soltanto da pochi giorni giunsi ad avere i numeri primo e secondo del vostro "Apostolato Popolare", e mi riuscivano tanto più preziosi in quantoche alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principii politici, s'aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, di farvi giungere questa mia.

"Sono italiano, sono uomo di guerra e non proscritto. Ho quasi trentatré anni, sono di fisico piuttosto debole, fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze.
Studio quanto più posso, di seguire le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell' umano progresso; accomumo nei miei pensieri di progressivamente guardare all'umanità, alla patria, alla famiglia, all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia é la base di ogni diritto; e quindi conclusi che é già da tempo che la causa italiana non é che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inclusa verità, mi conforto intanto delle tristezze e difficoltà dei tempi, con la riflessione che giovare all'Italia è giovare all'umanità intera.
Avendo egualmente un temperamento ardito nel fare e quello di esser pronto nell'eseguire, e finendo dal convincermi della rettitudine degli accennati principi e risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo.


"
Ripensando alle nostre patrie condizioni, facilmente mi persuasi che la via più facile per riuscire a liberare l'Italia dal suo presente obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni.
Con quale altro mezzo infatti se non con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione?... Intanto fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di intraprendere qualcosa allo scoperto, studiare di entrare in relazione, di conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e conformare i propri pensieri a quella formula d'unità, senza la quale presto o tardi la dispersione rovina ogni fondata speranza.

"Ed è a per ciò che io anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro "Apostolato" mi confermò ancor di più questa determinazione. Io vengo a ripetervi le stesse vostre a parole: "Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente". Dunque non sdegnate la mia proposta.
Forse troverete in me quel braccio che - primo della lotta che si appresta - osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione"

Questa lettera era del maggiore dei due fratelli, Attilio. L'amico che lui aveva incaricato di una comunicazione verbale fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro nato egli pure in veneto, luogotenente sull'Adria, poi caduto martire in Cosenza coi suoi fratelli d'arme e di fede.
Il 28 marzo 44, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera dava l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui:


"A Mio fratello ed io - diceva - convinti dei doveri che ogni italiano ha da prestar tutto sé stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella "Giovine Italia" che sapevamo organizzare la patria insurrezione. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutile; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione in Savoia. Senza conoscere i vostri principi concordavamo con essi. Noi volevamo una patria unita, libera, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero, e gettare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevole rumori in Europa ».

E a queste idee intorno ai modi di redimere la nazione i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo che essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni che io qui trascrivo: -

"Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi vedevamo il popolo spagnolo e il portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno, e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita con l'Olanda e la Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generale Sobieski; la Russia divisa possibilmente in due; la Valacchia, la Serbia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenegro e la Dalmazia riunite in una nazionalità illirica o serba; l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia; la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania. della Romelia, di Candia e più tardi dello Ionio.
Da questo quadro, tralasciando l'occidente, dove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia e Italia, hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia, non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe presto di essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni polacco, ungherese, greco, serbo, italiano che ama il bene della propria patria, e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate sono tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le si apre dinanzi, ma fidare nelle proprio forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza e liberare dal malfermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincerà l'ornai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re, e per essa la vecchia Europa. sarà interamente rifusa. Allora gli assassinii di Rigas e Ypsilanti verranno dagli italiani vendicati; e forse gli ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli, allora laveranno l'onta del presente, aiutando a vendicare quei di Menotti e di Ruffni. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne di un apostata, ma riunite nei loro sforzi combatteranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità e per la patria".

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La corrispondenza fra Mazzini e i Bandiera proseguiva da quel giorno e si vede il passaggio dal loro pensiero all'azione.
"Il fermento insurrezionale in Italia - scriveva Attilio verso la fine del 43 - dura, se debbo credere alle voci che corrono, tuttavia; e pensando che potrebbe bene esser l'aurora del gran giorno di nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di cooperarvi per quanto gli é possibile. Sto dunque studiando il modo di potermi recare io stesso sulla scena d'azione... e se non vi i riuscirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe mio pensiero di costituirmi, giunto sui luoghi, condottiero di una banda politica, cacciarmi ne' monti, là combattere per la causa nostra fino alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo vedo, per questo fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale perché io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, fortificherei quindi la fiducia dei nostri, deboli, più per altro, per mancanza di fede nei propri mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche".


E di fatto, in quell'anno, grande fu il fermento nell'Italia centrale: alcune bande in Romagna condotte da Pasquale Muratori insorsero; frequentissime erano le risse fra militi papalini e il popolo. I due fratelli si persuasero che sarebbe stato facile mettersi alla testa degli insorti e condurli alla battaglia. Emilio poi attribuiva molta importanza al fatto del loro grado, dicendo che il tentativo sarebbe tornato utilissimo se non altro per l'esempio contagioso che la diserzione avrebbe messo dinanzi a 40 mila Italiani che amanti della patria stavano contro di essa vincolati da un vano giuramento.
Ma mentre essi cercavano mezzi, l'insurrezione di Romagna fu oppressa; il governo austriaco cominciò a insospettirsi; nel marzo 44 richiamò a Venezia Attilio, alfiere di vascello sulla "Bellona". Egli ritenne più prudente ripararsi a Smirne, e Emilio, avvertito, si riunì a lui in Corfù. Qui il governo austriaco temendo l'influenza di questi due egregi giovani sui loro colleghi, mandò ad essi la madre per indurli al ritorno con promessa d'impunità.

Durissima prova per Attilio.
"Mia madre agitata - scrive egli a Mazzini - accecata dalla passione, non mi intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un assassino, e le sue lacrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono punte di pugnale; ma la desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello sdegno spettano ai tiranni, e però se prima non era animato che dal solo amor di patria, ora potente quant'esso é l'odio che provo contro i despoti usurpatori che per l'infame ambizione di regnare sull'altrui, condannano le famiglie a simili orrori. Rispondetemi una parola di conforto; il vostro applauso mi varrà per lo mille ingiurie che mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi".

Fallito il tentativo, la madre ritornò a Venezia donde comunicò a Emilio la morte della giovanissima e adorata moglie, che aveva avuto la forza di acconsentire alla sua partenza, ma non di sopravvivere alla separazione. E il governo austriaco il 4 maggio pubblicava un cosiddetto editto di citazione ingiungendo ai fuggiaschi colpevoli del delitto di alto tradimento, di ritornare immediatamente a Venezia. A cui nobilmente rispondevano i due fratelli:

"La nostra scelta é determinata fra il tradire la patria e l'umanità o l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi alle quali ci si vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi con ognuno che sia giusto ed umano sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque altro modo, che sotto la bugiarda e infame loro egida. La forza é il loro solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per poi far trionfare il vero diritto.
Corfù, 19 maggio 44. -
ATTILIO-EMILIO BANDIERA. "


Intanto furono raggiunti da Domenico Moro luogotenente, di 22 anni, sull'Adria. Bellissima è altresì la lettera ond'egli si accomiatò dal suo comandante, italiano esso pure.
In quei giorni in Calabria avvenne una sommossa e in Sicilia un'altra, e l'Austria e il re di Napoli, mal sopportando quelle molestie, decisero di farla finita, dando ad intendere ai giovani Bandiera che tutto era pronto e che non mancavano se non i capi per render nazionali queste parziali insurrezioni.
Stratagemma indegno, ma ai tiranni naturalissimo. Non si spiega però come il governo inglese si prestasse a un così infame tradimento. Sir James Graham, allora alla testa del ministero degli esteri, non solo fece aprire le lettere fra Mazzini e i Bandiera, ma ne trasmise il contenuto al governo napoletano.

Tanto Mazzini in Londra, quanto Nicola Fabrizi a Malta, procurarono di dissuadere dall'impresa i Bandiera, avvertendoli essere esagerate le notizie trasmesse loro e miglior consiglio era attendere i più appropriati mezzi e aspettare un'occasione più propizia. Ma le notizie che i capitani dei bastimenti provenienti dalla Calabria recarono a Corfù li determinarono.
Il 12 giugno Attilio ed Emilio con 18 compagni si dilungarono da Corfù per le Calabrie prefiggendosi di liberare i prigionieri politici rinchiusi in Cosenza e di unire le bande di insorti imboscati sui monti. Giunti a San Severino, uno di loro, il còrso Boccheciampe, spia, disertò, e si affrettò a Cotrone per darne avviso alla Polizia.
A Spinello, settanta militi urbani li circondarono; essi però riuscirono ad ucciderne il capo ed un soldato e a metter in fuga gli altri. La mattina del 19 arrivarono a S. Giovanni in Fiore. Ma da Napoli, da Cosenza accorrevano le soldatesche borboniche per gettarsi sopra quei coraggiosi, e li oppressero col numero: un migliaio contro diciannove! Si difesero però come leoni.
Uno, Miller, vi lasciò la vita; molti riportarono ferite; gli altri, prigionieri, furono condotti a Cosenza. La Corte marziale li condannò alla fucilazione.

E il giorno 25 di luglio, cantando "Chi per la patria muore, vissuto é assai", e con il nome d'Italia per ultimo accento sulle labbra, spirarono intrepidi, lasciando nella storia il loro nome glorioso che é quello di Attilio ed Emilio Bandiera, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Anacarsi Nardi, Francesco Berti, Domenico Lupatelli, Nicola Ricciotti , Giovanni Venerucci , Miller.

Questa tragedia chiude la prima serie dei tentativi isolati.
(1) Non potendo narrare tutti i vari tentativi fra il 30 e il 48, e neppure tutte le condanne a morte alla galera e all'esilio, diamo soltanto il nome delle vittime che caddero sotto la scure dei carnefici dei vari tiranni d'Italia: (notare quanto numerosi furono quelli in Romagna e nel Sud)

Piemonte. - Andrea Vochieri. - Giuseppe Biglia - Efisio Tola. - Francesco Miglio. - Gavotti Antonio. - Costa Armando. - Marini Giovanni. - Ferrari Domenico. - Rigazzi Giuseppe. - Menardi Giuseppe. 'Tamburelli Giuseppe. - De-Gubernatis Alessandro.
Liguria. - Jacopo Raffini.
Lombardia. - Volonteri
Emilia. - Ippolito Lolli. - Ciro Menotti. - Vincenzo Borelli. - Enrichetta Castiglioni. - Giuseppe Ricci.
Romagna. - Angelo Reggiani. - Francesco Braccioletti. - Antonio Paganelli. - Domenico Bassi. - Maria Lagi. - Giuseppe Veronesi. - Raboni Giuseppe. - Gaetano Bentivoglio. - N. Spada. - Domenico Zannoni. - Lodovico Monari. - Fiori Alessandro. - Luigi Agelli. - Raffaele Landi. - Menichetti Luigi. - Ferdinando Gnocchi. - Giuseppe Rabbi. - Giovanni Colombani. - Giuseppe Minghetti. - Palmieri Pietro. - Francesco Maia. - Giuseppe Govoni. - Venturi Longanesi Agostino - Luigi Centoloni. - Giacomo Biagioli. - Viviani. - Matteo Girelli. - Francesco Casadio. - Giuseppe Ugolini. - Giuseppe Canali. - Giovanni Portolesi. - Giovanni Ortali. - Giovanni Carnaccini. - Giovanni Savoia - Giovanni Mattoni. - Matteo Valloresi.
Marche. - Vito Fedeli. - Simo Giorgio. - Grammatica Nicola - Fedeli Vincenzo. - Benedetti Pacifico. - Saglia Domenico.
Umbria. - Bellini Sante. - Sabatini Domenico. - Natali Natale.
Lazio. - Paccioni Rocco Antonio.
Abruzzi. - Petrarca Adamo. - Veccia Giuseppe. - Antonio Caponetti. - Emilio Antico. - Francesco D'Angelo. - Paolo Mandricchia. - Giuseppe D'Angelo. - Baldassare Carnassale. - Giuseppe Toppetta. - Gaetano Ciccarelli. - Ambrogio De-Cesaris - Raffaele Scipione. - Bernardo Brandizi.
Napoli. - Angelo Santilli.
Calabria. - Giuseppe Pancia. - Giuseppe Scozzara. - Domenico Tragalà. - Antonio Marchese. - Giovacchino Grillo. - Salvatore Lemme. - Giorgio Sergi-Leonardo Marmorato. - Felice Lombardo. - Giuseppe Rondinelli. - Giuseppe De Luca. - Maria Guzzo. - Maria Rosa Gullia. - Anna Cambria. - Vittoria Calafata. - Francesco Salfi. - Michele Musachio. - Emanuele Mosciaro. - Francesco Coscarella. - Giuseppe De Filippis. - Nicola Corigliano. - Antonio Rao. - Pietro Villacci. - Giuseppe Camodeca. - Giuseppe Franzese. - Santo Cesario. - Scanderbec Franzese. - Raffaelle Giuffrè Billa. - Giovanni Carezza. - Michele Bello. - Gaetano Buffa. - Domenico Salvatori. - Rocco Virducci. - Pietro Mazzoni. - Angelo Morelli. Giuseppe Mazzei. - Federico e Odoardo Serrao - Domenico e Saverio Musolino.
Sicilia
. - Domenico Di Marco. - Salvatore Zarzana. - Giuseppe Maniscalco. - Paolo Balucchieri. - Giovanni B. Vitali. - Vincenzo Balletta. - Ignazio Rizzo. - Francesco Larpinato. - Filippo Quattrocchi. - Gaetano Ramondini. - Girolamo Cardella - Salvatore Barbagallo Pittà - Giacinto Pinnetta. - Caudallo. Sgroi. - Pensabene. - Giuseppe Scarlata. - Concetto Lanza. - Mario Adorno e il figlio.

Tornando alla tragedia dei Bandiera.
Fremevano gli italiani al funereo annunzio, inorridiva l'Europa, si vergognava l'Inghilterra. Ne approfittò in Italia quel partito che alla repubblica indivisibile della Giovine Italia sostituendo la confederazione dei Prìncipi, pigliò allora il nome di moderato.

E per la verità i casi di Rimini del 45 avvennero per suo impulso: il manifesto all'Europa, dettato da Farini domandava un'amnistia, codice civile, tribunali laici, consigli municipali elettivi, consigli di Stato con un voto deliberativo in materia, di finanze, diritto di discussione sopra tutte le altre questioni; secolarizzazione dell'istruzione pubblica, meno rigida censura sulla stampa, licenziamento degli svizzeri e sostituzione di una guardia civica.
In sostegno delle quali idee comparvero i libri politici di Gioberti, di Balbo, di Durando, di Capponi, di d'Azeglio, di Galeotti, di Torelli.
Costoro proponevano a scopo supremo l'espulsione degli austriaci,
e come mezzi pratici meno pericolosi, unione fra Prìncipi e popoli. Questi libri letti da Carlo Alberto e non biasimati, ravvivarono le speranze in lui.

Gioberti proponeva una lega di Prìncipi italiani presieduti dal Papa e dimostrava agli italiani la loro buona fortuna di possedere Prìncipi assoluti che volendo potevano operar bene e subito. Più tardi ammise la necessità di petizioni rispettose e giudiziose, soggiungendo che il render pubbliche le cause criminali e l'istituzione dei giurati basterebbero per coronar di gloria civile qualsiasi principe italiano.
Balbo unicamente incline all' indipendenza fece allegro sacrificio della libertà. Nel papa vedeva il cuore d'Italia, in Carlo Alberto la spada e proponeva che l'Austria in cambio del Lombardo-Veneto fosse compensata con le spoglie ottomane. Egli antivedeva la totale distruzione dell'impero Turco nell'anno 1860.

Durando invece coloriva il concetto della lega, assegnava al duca di Modena l'Istria, al duca di Lucca la Savoia, al granduca di Toscana la Sicilia, restringeva il dominio del papa a Roma e alle isole di Sardegna e d'Elba e spartiva il resto d'Italia fra i re di Piemonte e di Napoli. La lega doveva riservarsi il diritto di guerra all'Austria, appena questa potenza si fosse opposta ai loro disegni. Se i principi minori mormorassero, i due re alla testa della lega attirerebbero a sé queste province per mezzo del voto popolare, che toglierebbe a quelli ogni diritto di rivendicazione quando si sarebbe trattato della pace e del finale aggiustamento della penisola. Per il che l'Italia figurerebbe spartita in continentale, in peninsulare e in insulare; altrettanto avevano concepito Carlo Alberto e il conte Confalonieri nel 1821.

Galeotti e Capponi fondavano molte speranze sulla redimibilità del potere temporale del papa, e il primo resuscitava il concetto di Eugenio IV, il secondo sosteneva che il papa deve regnare, non governare.
Massimo d' Azeglio denunciava come semplice esagerazione alfieriana l'applicazione della parola tirannico al governo papale, raccomandava la calma, l'opposizione legale, e sostenevano Balbo e Gioberti dando consigli di fidarsi del Piemonte e del suo re.

Carlo Alberto, che come re assoluto ricordava ogni tanto di esser stato principe cospiratore, teneva d'occhio tutti questi indizi di cambiamenti necessari, e li discuteva tutti con i membri della "Società dei veri Italiani" istituita quale antidoto alla Giovine Italia a Brusselles nel 41, composta nella maggior parte di ricchi lombardi. Intorno a questi si raggrupparono i fuoriusciti di ogni parte della penisola, e attiva fra essi fu la propaganda per costituire un regno d'Italia con la dinastia di Savoia.


La società ebbe ramificazioni in Parigi, in Torino. Balbo e Castagneto ne erano i principali emissari in Piemonte, D'Azeglio in Toscana e Romagna, Mamiani in Genova, Ferretti e Giacomo Durando in Roma, Maurizio Farina in Lombardia. Altri emissari furono spediti in Sicilia e Napoli.
La Venezia sola non diede retta agli albertisti. D'Azeglio principalmente infieriva contro chi predicava la necessità di agire, additando sempre il re e l'esercito piemontese; diceva di non parlare alla ventura, potendo assicurare che Carlo Alberto non era ostile a opinioni ragionevoli, che la Lombardia si preparava per i grandi avvenimenti, che in Piemonte si accumulavano grandi risorse per la grande impresa, che se il re non avesse il coraggio dell'iniziativa, vi sarebbe chi inizierebbe per lui, e che se resistesse, cadrebbe dal trono.

"Questi consigli prudenti - scrive il Farini - persuadevano molti".
Tanto che parecchi movimenti preparati furono abbandonati, e se scoppiati, immediatamente impediti. E - come prova nella fede sabauda - si dimostrava trionfalmente la resistenza di Carlo Alberto all'Austria in una questione doganale, onde a Torino per tale occasione si prepararono luminarie e feste e si stabilì per un certo giorno, al suo passaggio, di salutarlo Re d'Italia.
Ma egli, avvertito minacciosamente dall'ambasciatore austriaco, rimandò il cavallo già insellato alla scuderia e se ne stette in palazzo tutto quel giorno.

Accanto a questa instancabile e abile propaganda piemontese, altri gruppi cospiravano per Murat, per Leuchtenberg, e anche per l'Austria nelle Legazioni e per il re di Napoli nelle Marche. Ma tali correnti opposte agitando la superficie lasciarono il fondo della nazione italiana non turbato.
Incredibile, ma pur vero! La parola che scosse l'inetta ed indifferente moltitudine, che le accese il petto di patrio amore, cadde dalle labbra di un papa, di Pio IX - Giovanni Maria Mastai Ferretti, che ascese al trono papale il 17 giugno 1846.

Nei primi diciotto mesi del suo pontificato, Pio IX attuò una serie di iniziative profondamente innovative, e nacque ben presto il mito di un "papa liberale". Che mise in moto nella vita politica italiana un processo di accelerazione che costrinse Leopoldo II in Toscana e poi il riluttante Carlo Alberto a concedere quanto il papa stava già concedendo ai suoi sudditi.

Dopo appena un mese (16 luglio), l'amnistia per i prigionieri e gli esiliati politici dello Stato Pontificio, accompagnata da promesse di riforme, fu la scintilla che suscitò la grande fiamma. I romani la interpretarono come segno di risorgimento nazionale (vedi l'inno che gli dedicarono) , e il pontefice inebriato dall'entusiasmo popolare accordò la guardia civica e permise tacitamente una certa libertà alla stampa; e così i giornali pubblicati in Roma divulgavano la fenomenale novella di un papa liberale e italiano.
L'invasione austriaca di Ferrara (17 luglio 1847), la protesta del cardinal Ciacchi, la scelta del cardinal Ferretti, liberale, a segretario, l' istituzione del consiglio di Stato laico, il favore con cui il papa riguardava la lega doganale mascheratrice della lega politica, il rumore che egli presto avrebbe montato la "mula bianca" leggendaria per bandire la guerra all'Austria, il campo dei pontifici stabilito a Forlì, alimentavano l'incendio negli animi.
Nello stesso anno in cui fu eletto Pio IX ricorreva il centenario della cacciata (con il famoso Balilla) degli austriaci da Genova, e fu questo celebrato con giubilo immenso e con fuochi sugli Apennini. A tanto entusiasmo per il nuovo papa gli albertisti s'impensierirono, e chiaramente fecero capire al tentennante re che, non scendendo egli per primo in campo, gli sarebbe poi stato difficile tornare a cingere la sua corona di torri.

Pio IX era ormai considerato l'uomo della Provvidenza, quello che ci voleva in Italia, per riunire tutti gli Stati italiani in una grande confederazione.

 

Il 30 marzo del 1848, oltre che dare la sua benedizione, il Papa diede il seguente indirizzo:

PUS PP. IX.
« Ai POPOLI D'ITALIA
« Salute e Apostolica Benedizione,
« Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi, non sono opera umana. Guai a chi in questo vento che agita, schianta e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all' umano orgoglio se a colpa o a merito d' uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece dl adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola é data per interpretare la muta eloquenza delle opere dl Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderii, al timori, alle speranze, che agitano gli animi del figliuoli nostri.
E prima dobbiamo manifestarvi che se il Nostro cuore fu commosso nell' udire come in una parte d'Italia si prevennero col conforti della religione i pericoli del cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo peraltro né possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate ai ministri di questa religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il nostro silenzio che non diminuissero l'efficacia delle nostre benedizioni.
Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria é più grande e più difficile cosa che il vincere. Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino al nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità, ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo é quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima; che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell'ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica, le passioni distruggono; e quegli che prende il nome di Re dei Re, s'intitola ancora il dominatore del popoli.
Possano le nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra dl voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza di cui é principio il temere Iddio: affinchè gli occhi nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d'Italia, che se nella nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a Noi la più vicina.
« Datum Roma;
apud S. Mariam Majorem
die XXX Martii MTDCCCXLVIII Pontificatus Nostri Anno secundo.
« Pius PP. IX ».

Ma prima dei fatti che seguirono (e che riprenderemo più avanti) dobbiamo tornare a Giuseppe Garibaldi, quando a Montevideo riceve - ovviamente con molti giorni di ritardo - queste prime tanto insperate notizie che illustrano il clima euforico filo-papalino che in Italia si è ormai acceso tra i moderati, i repubblicani, i monarchici, i cattolici, gli italiani tutti. E perfino Mazzini.

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