UN DOCUMENTO POCO CONOSCIUTO

Mussolini - Lettera autografa (in brutta copia) a Hitler.
4 (10) Ottobre 1943
Sulle ingerenze tedesche al suo governo

E' una lettera angosciata, molto simile a quelle che Badoglio aveva inviato ai vincitori, così autoritari.
( si lamentava: "Qui non comandiamo nulla fanno tutto loro )
Erano entrambi impegnati a ricomporre l'unità dell'azione.
Ma che differenza di stile, di dignità, di passione.

Mussolini fa un reclamo a Hitler per le troppe ingerenze illecite dei comandi militari tedeschi,
che screditavano lui e il suo Governo e toglievano alle autorità civili italiane l'autonomia necessaria.
Deciso a ripristinare la situazione conforme all'alleanza, il 4 ottobre, scriveva questa lettera a Hitler,
consegnata poi il 10 ottobre a Graziani, in partenza per la Germania, affinchè gliela trasmettesse.




" Fuhrer,
approfitto della visita del Maresciallo Graziani per ragguagliarvi brevemente, ma esattamente sulla situazione italiana, così come mi appare dopo il mio ritorno dalla Germania. Situazione grave, e potrei dire tragica. Le ragioni non v'è bisogno di esporvele. Le immaginate facilmente. Ma più grave ancora della situazione materiale, è quella morale. Le grandi masse della popolazione sono ancora come stordite dagli avvenimenti che si sono svolti fra il 25 luglio e 1'8 settembre e sono oscillanti fra la volontà di ripresa e una specie di rassegnato fatalismo.
Come avrete visto, il Governo fascista-repubblicano ha tenuto la sua prima seduta e fatto dichiarazioni di carattere programmatico che hanno fatto una buona impressione. E' la figura del Maresciallo Graziani che dà un carattere al Governo


e suscita vaste speranze e simpatie.
Come ebbi già occasione di dirvi, Fuhrer, nei colloqui al vostro Q. G quando mi accordaste dopo la mia liberazione una così cameratesca ospitalità, i compiti fondamentali del mio Governo erano e sono:
a) riordinare la vita civile del Paese in modo che il retrofronte sia tranquillo e offra ogni possibile collaborazione ai comandi tedeschi;
b) preparare il nuovo esercito repubblicano.
Su questo punto B. il Maresciallo Graziani vi farà una esposizione sintetica e precisa che - sono sicuro - attirerà la vostra attenzione.
Per quanto riguarda il punto A. se si vuole riordinare la vita civile del Paese, occorre che il nuovo




Governo da me formato, abbia l'autonomia necessaria per governare, cioè per dare gli ordini alle autorità civili che da lui dipendono. Senza questa possibilità, il governo non ha prestigio, è screditato e quindi destinato a finire ingloriosamente. Questo non è nell'interesse comune; anzi ciò sarebbe fonte di gravi conseguenze e alimenterebbe le tendenze verso il governo - ora ricostituito - del traditore Badoglio.
Ho il dovere di segnalarvi, Fuhrer, le cause che impediscono una sollecita riorganizzazione della vita italiana e sono, Fuhrer, le seguenti:
a) i comandi militari tedeschi emanano ordinanze a getto continuo, in materie che interessano la vita civile.
Spesso queste ordinanze sono in contrasto




dall'una all'altra provincia. Le autorità civili italiane vengono ignorate e la popolazione ha l'impressione che il Governo fascista repubblicano non ha alcuna autorità, nemmeno in materie assolutamente estranee all'attività militare. Spesso le ordinanze del Comando nord sono in contraddizione col Comando sud. Potrei citarvi un'ampia documentazione, ma non è necessario. In tre province dell'Emilia Piacenza, Parma, Reggio le autorità militari tedesche si sono sostituite alle civili amministrative ed emanato un ordine per cuiogni domanda dei cittadini italiani dev'essere accompagnata dalla traduzione tedesca, il che, in province di contadini, come quelle, è praticamente impossibile. Lasciatemi dire, Fuhrer, che un Comando Unico eliminerebbe questi inconvenienti.




b) Ho poi il dovere di dirvi che la nomina di un Commissario supremo di Innsbruck per le province di Bolzano, Trento, Belluno ha suscitato una penosa impressione in ogni parte d'Italia. Anche il distacco delle autorità giudiziarie italiane di quelle province dalla Corte d'Appello di Venezia - già ordinato dal Commissario - ha suscitato molte induzioni che non mancheranno di essere sfruttate dalla propaganda nemica, particolarmente attiva in questo momento. E il solo a profittarne, sarà il traditore Badoglio.
Il Governo repubblicano che ho l'onore di dirigere, ha un solo desiderio, una sola volontà: far sì che l'Italia riprenda il suo posto di combattimento il più presto possibile, ma per



raggiungere questo scopo supremo, è necessario che le Autorità militari germaniche limitino la loro attività al solo campo militare e per tutto il resto lascino funzionare le autorità civili italiane, le quali - naturalmente - presteranno la loro collaborazione alle autorità germaniche sempre e dovunque tale collaborazione sia richiesta.
Se questo non dovesse realizzarsi, l'opinione italiana e quella mondiale giudicherebbe il governo, come un governo incapace di funzionare e il governo stesso cadrebbe nel discredito e peggio ancora nel ridicolo.
lo sono sicuro, Fuhrer, che



voi, vi renderete conto della importanza delle considerazioni che vi ho esposto, della gravità dei problemi che io debbo affrontare e la cui soluzione rappresenta non soltanto un interesse italiano, ma anche tedesco.
Ed ora, Fuhrer, vi prego di ascoltare quanto vi esporrà il Maresciallo Graziani. Le sue idee sono chiare e sopratutto realizzabili. Anche in questo campo bisogna lasciare al Maresciallo Graziani e ai suoi collaboratori Ammiraglio Legnani e Colonnello Botto dell'Aviazione, la facoltà di raccogliere e inquadrare le forze che desiderano di tornare a combattere sotto le bandiere dell'Asse e bisogna sopratutto dare credito a questi uomini che hanno bruciato i vascelli dietro di sé



e sono soldati convinti del nuovo Stato repubblicano e amici sinceri della Germania nazional-socialista

Tante volte vi siete gentilmente interessato della mia salute. Nel complesso non va male, salvo la vista che va progressivamente indebolendosi.
Vi prego, Fúhrer, di accogliere insieme coi miei più cordiali saluti l'espressione del mio fedele cameratismo.

MUSSOLINI "
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La risposta non si conosce; ma di solito a questo tipo di lettere di Mussolini, Hitler rispondeva.
Sappiamo però che subito dopo, Rommel lasciò l'Italia, e il comando anche per tutte le truppe tedesche, fu unificato nelle mani dell'ambasciatore Rahn, nominato "Plenipotenziario del Reich". Diplomatico di carriera, di grande capacità, prudente- non era un fanatico hitleriano come viene descritto dagli antifascisti- Rahn era entrato spesso in contrasto con le autorità militari tedesche, che dopo il caos dell'8 settembre, si arrogavano il diritto di spadroneggiare in un modo selvaggio; i superiori non meno della truppa.
Assunto il comando, Rahn riuscirà a sgombrare questi contrasti e accontentare spesso i desideri che Mussolini esprimeva nella sua lettera a Hitler. Ai suoi dipendenti ripeteva spesso che era dannoso alla condotta della guerra in Italia, assumere certi comportamenti e che le angherie e le irrazionali distruzioni non favorivano la collaborazione dei cittadini italiani. Fra l'altro fu uno degli oppositori a certe tendenza sorte nel Reich, che volevano trasferire mezzi di produzione e forze lavoratrici in Germania.

Tuttavia, Rahn non riuscirà a fermare lo zelante generale Wolff, comandante delle S.S. (e per ordine di Hitler guardiano di Mussolini), né a eliminare certe arbitrii del generale Toussaint, capo dell'amministrazione militare e tanti altri ufficiali superiori e spesso anche inferiori, di fare il comodo loro, rendendosi così responsabili di gravi malesseri e continui incidenti.
Questo perchè gli ordini esecutivi diramati a questi ufficiali, provenivano da capi nazisti, che a Berlino, erano divisi da insanabili dissidi (Himmler, Ribbentrop, Gobbels e altri .
(Ricordiamo qui, che Rahn nell'aprile del '45, fu il promotore delle trattative che portarono alla resa delle truppe tedesche in Italia, siglata a Caserta il 29 aprile 1945. A Norimberga, comparve come testimone. Gli altri finirono con il cappio al collo, lui se la cavò con qualche mese di prigione, poi tranquillo tornò alla vita privata a scrivere libri sulla guerra).

Gli stessi dissidi esistevano pure in Italia, con alcuni fascisti filo-tedeschi, pronti con la faziosità ad assecondare l'ala più intransigente germanica, e perfino a complottare contro Mussolini; o ad emettere comunicati, bandi, proclami, e dare disposizioni vergognose, come le rappresaglie. Oppure facevano discorsi, inopportuni, fuori della realtà, come Pavolini : "...noi diciamo agli italiani: volgete lo sguardo a ricordare come nella rivoluzione dell'ottobre 1922 uscì una Italia che costituisce appunto la nostra indeclinabile fierezza, una Italia, grande, prospera, rispettata".
Chi ascoltava, volgendo lo sguardo attorno, vedeva fame, miseria, sofferenze, borsa nera, un alleato propotente, tante rovine, e allo sfascio tutto ciò che s'era costruito. Del passato la gente non voleva nemmeno più sentirne parlare. E, guardando quegli uomini colmi di livore, che volevano far rinascere gli entusiasmi, non poteva dimenticare che erano tutti tarati, tutti invischiati in responsabilità personali.

Parlavano di riscattare l'onore, parlavano di sacrifici, proprio quelli che il 25 luglio erano falliti, incapaci di fare nessun sacrificio per difendere il loro Capo o le loro idee.

Non è che -nel criticarli - mancasse gente di coraggio; perfino dentro lo stesso nuovo fascismo. Pistoni, su
"Il Fascio" del 18 dicembre 1943, così definiva il vecchio fascismo: "....quel sistema di governo che non governava, mentre il potere era esercitato da camorre manifeste o segrete, con o senza aquile in testa, ma sempre con un grosso conto corrente in banca...quel sistema di governo a grosso ingranaggio burocratico, ove più nessuno aveva il senso di una responnsabilità personale, quel sistema di gente che solo mirava ad avere uno stipendio e tradiva, e se ne fregava, e organizzava la disorganizzazione nei servizi e nelel coscienze e negli animi...".

Tuttavia, mirando a un grande movimento di riconciliazione, Eugenio Montesi (uscito dal carcere), pubblicava un manifesto, nel quale, pur reclamando la punizione di tutti i traditori affermava la "necessità di un'assoluta fratellanza fra gli italiani, senza distinzione di partito" e il "dovere di ricordare gli errori per ripararli, non per ricriminare o maledire"..."Di fronte a Dio e al Popolo noi tendiamo tutti fraternamente la mano, con cuore puro, giurando che abbiamo dimenticato ogni torto, come pensiamo lo abbiamo dimenticato tutti, perchè la Patria continui a vivere ad di sopra degli egoismi e delle passioni di parte, perché l'olocausto dei Caduti non sia stato vano, per non meritare la maledizione dei patrioti, dei grandi, dei martiri che ci hanno dato l'Italia e di fronte ai quali dovremo rispondere". Montesi si diede da fare, anche nei fatti, liberando dalle carceri ebrei e antifascisti; poi a Venezia convocò un'adunanza, alla quale parlarono liberamente uomini d'ogni partito, anche il comunista Giaquinto, discutendo la formazione di un fronte unico nazionale, che se realizzato certamente avrebbe mutato la situazione generale degli italiani settentrionali.


Aderirono i fasci del Veneto; il federale di Pisa che in una accorata lettera al prefetto scrisse "Da troppo tempo dura la tragedia delle famiglie italiane, perché nuovi dolori e nuove angoscie, oltre a quelli già gravi della Patria, siano loro arrecati". Stesse idee il federale di Verona.
L'Arena, diretta da Castelletti, sostenne la medesima tendenza; gli si affiancò Giorgio Pini tornato al Resto del Carlino. Fascisti e antifascisti di Modena giunsero ad un accordo simile a quello di Venezia. Bruno Bianchi da Savona espresse le stesse idee. Infine Carlo Borsani, a Milano, pur dirigendo "Repubblica fascista", mai nei suoi articoli nominerà il fascismo, ma solo la Patria.

Tutti costoro criticarono l'annunciata costituzione dei Tribunali Speciali (puri strumenti di vendetta) e tutti pensavano che il popolo aveva bisogno di distensione, bisogno di trovare un cemento per unirlo e aiutarlo a risorgere, e non a incitarlo a vendette, attendersi negli angoli delle strade.
Perfino il ministro Biggini, con le stesse idee, rimetteva al suo posto Concetto Marchesi (noto antifascista, comunista) come rettore all'Università di Padova. (Mazzolini, Diario, inedito, 30 ottobre 1943)

Purtroppo questo movimento fu combattuto e stroncato da Farinacci (fermo ai suoi metodi del 1925) e da Pavolini che voleva fare piazza pulita di questi "fascisti pensanti". Entrambi volevano ritornare al sistema totalitario, combattivo, intransigente e rivoluzionario in modo spietato (nel puro stile squadristico farinacciano - quello che Mussolini, temendolo, aveva allora stroncato).

Pavolini insorse pure il 5 ottobre, inviando alle federazioni un'ordine contro i pacificatori.
"In materia di politica interna e di rapporti con gli avversari ed ex avversari, è per lo meno inutile che si continui a fare eco qua e là alle prese di posizioni già verificatisi nel Fascismo di alcune province fin dai primi giorni della ricostruzione" Prese alla lettera quanto aveva detto a caldo Mussolini al primo Consiglio dei Ministri circa le "severe sanzioni per i traditori" e continuava " E' ormai intervenuta la dichiarazione del Duce; essa serve da orientamento per tutti i Fasci Repubblicani, senza bisogno di chiose estensive e di troppo generici appelli all'abbraccio universale".

Mezzasoma (ministro della Cultura Popolare), pure lui fra gli intransigenti, pochi giorni dopo diede disposizioni ai giornali perché non publicassero più appelli alla pacificazione degli animi, definendoli "manifestazioni pietistiche e pusillamini"
(Amicuzzi, I 600 giorni di Mussolini. p. 122). Gli estremisti di Milano, Roma, Bologna, Torino, si affiancarono alla line dura dei tre gerarchi, incitando a far giustizia sommaria dei "traditori", gridando "Al muro! Al muro". Che era poi lo slogan che seguitava a gridare e a ripetere ogni giorno radio di Monaco.

Il 22 ottobre 1943, "
Fascio" organo del fascismo milanese scriveva: "Chi parla di dimenticare o accenna al pietismo e all'abbraccio universale commette un delitto di lesa Patria e un secondo tradimento verso il Fascismo. Non è questa l'ora della penna, ma della spada. Niente rispetto né tolleranza con gli assassini, niente indulgenza verso gli arricchiti elargitori del premio della cosiddetta libertà. Operando con energia si salveranno le nostre case, le nostre famiglie, il nostro onore e la Patria stessa".

Non si fermarono solo ai giornali, ai proclami, alle disposizioni; tanto livore, sete di vendette e dura intransigenza, venne fuori poi al Congresso di Verona. Non solo verso i "fascisti pensanti" pacifisti, ma anche contro gli avventurieri piombati attorno al Governo, contro Buffarini Guidi (ministro degli Interni
), e si gridò perfino di marciare su Gargnano, e non si risparmiò lo stesso Mussolini a causa della sua relazione con la Petacci.

Erano convinti di costruire così il futuro. Sicuri non della loro energia, delle loro idee, del loro programma, ma sicuri della vittoria della Germania. La Patria, insomma, l'avrebbe fatta lo straniero, non loro.

Fu il solito Farinacci a creare l'abisso fra il popolo italiano e il fascismo della Repubblica Sociale. Contestando la politica sociale del nuovo fascismo, disse che "se si doveva andare incontro al popolo, anche il popolo doveva andare incontro al fascismo. Che non meritava quanto ora gli si prometteva".

Purtroppo il popolo aveva davanti a sè quello spettacolo, che Mussolini stesso disse poi che "era stata una bolgia vera e propria". (e non aveva visto il dopo !! - PIAZZALE LORETO )