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CAPITOLO NONO
Che cosa è aristocratico?

 

257.
Ogni elevazione novella del tipo « uomo » è stata sin qui l'opera di una società aristocratica, --- e così sempre sarà: vale a dire che sarà sempre inevitabilmente dovuta ad una società che ha fede nella necessità di una lunga scala gerarchica e di una profonda differenziazione del valore da uomo ad uomo e che per raggiungere il suo scopo non saprebbe fare a meno della schiavitù sotto una forma o l'altra. Senza il « patos » della distanza che nasce dall'incarnata differenza di classe dal costante guardare intorno a sè e sotto di sè della classe dominante sui propri soggetti ed istrumenti, e del suo costante esercizio nell'obbedire e nel comandare, nel tenere altri oppressi e lontani, non sarebbe nemmeno possibile l'altro misterioso « patos », il desiderio di sempre nuovi ampliamenti delle distanze entro l'anima stessa, lo sviluppo di stati sempre più elevati, più vari, lontani, più larghi, tendenti ad altezze ignorate, in breve l'elevazione dei tipo « uomo », l'incessante trionfo dell'uomo su sè stesso per adoperare in senso supermorale una formula morale. Sicuro: non bisogna farsi illusioni umanitarie intorno alle origini di una società aristocratica (dunque dalla base dell'elevazione del tipo « uomo »: la verità è dura. Diciamolo senza ambagi, come abbia cominciato sinora sulla terra ogni civiltà più elevata!
Degli uomini d'una natura ancor naturalmente primitiva, dei barbari nel più terribile senso della parola, degli uomini di rapina, ancora in possesso di una indomita forza di volontà ed asse
tati dal desiderio di dominare si precipitano sulle razze più deboli, più pacifiche che s'occupavano forse dei commerci o della pastorizia, oppure su altre civiltà più fracide, che mandavano gli ultimi guizzi di vita in razzi brillanti dello spirito e della corruzione. La casta aristocratica fu nei primordi sempre la barbara: la sua preponderanza e da ricercarsi non nella forza fisica, bensì in quella dell'animo, - erano gli uomini più completi (ciò che dovunque significa anche « le bestie più complete »).

258.
La corruzione, indizio manifesto che tra gli istinti minaccia l'anarchia, e che l'edificio fondamentale delle emozioni che si chiama « vita » é scosso; la corruzione, a seconda dell'organismo in cui si manifesta, é qualche cosa di fondamentalmente diverso. Se, per esempio, un'aristocrazia, come quella di Francia, al principio della rivoluzione, con una nausea sublime rinunzia ai suoi privilegi, e sacrifica se stessa ad un'esagerazione del suo senso morale, ebbene, questa è corruzione; - é l'ultimo atto di una corruzione secolare, mercè la quale, di passo in passo essa rinunziò alle sue prerogative padronali e si abbassò alle sole funzioni regie (per avvilirsi alla fine sino ad essere l'ornamento e la pompa della corte).
L'essenziale in una buona e sana aristocrazia si è però, che essa non senta se stessa quale funzione, sia di un re o di una comunità, bensì quale intimo significato e quale più alta giustificazione dei medesimi, - e che accolga perciò in buona coscienza il sacrificio d'innumerevoli individui, i quali per essa devono ridursi ad essere uomini incompleti, schiavi, strumenti. Il suo credo fondamentale deve compendiarsi in ciò, che la società non debba esistere per la società stessa, bensì unicamente quale base, quale impalcatura, per servire di sostegno, di mezzo di elevazione ad una specie eletta di esseri perché possano raggiungere i loro alti compiti ed in generale un'esistenza più elevata: al pari delle liane assetate di sole che trovansi nell' Isole di Giava - le Sipo Matador - e che si abbarbicano alla quercia per innalzarsi al disopra della medesima e per spiegare alla splendida luce del sole la pompa dei loro fiori ed esporre così al mondo la loro felicità.

259.
L'astenersi reciprocamente da ogni offesa, dalla violenza, dallo sfruttamento, equiparare la propria volontà a quella d'un altro: ciò può passare, in un certo senso grossolano, per una buona usanza tra singoli individui, quando si premettano certe condizioni (vale a dire una reale somiglianze di forze e di apprezzamento di valori). Ma se si volesse respingere più oltre questo principio e considerarlo persino quale principio fondamentale della società, esso si rivelerebbe subito per quel che é realmente: quale volontà della negazione della vita, quale principio di dissoluzione e di decadenza.
Qui conviene andare sino a fondo col pensiero e metter da parte ogni sentimentalismo: la vita é essenzialmente un'appropriazione, una violazione, un assoggettamento di tutto ciò che é estraneo e debole, significa oppressione, rigore, imposizione delle proprie forme, assimilazione, o per lo meno, nella sua forma più mite, uno sfruttamento, - ma perché poi dovremmo sempre far uso di cotali parole, cui da tempi più remoti e insita una intenzione calunniosa?
Anche una corporazione, nella quale, come più sopra accennammo, i singoli si trattano da pari - (ciò avviene in ogni aristocrazia sana) - deve, qualora rappresenti un corpo vivo e non un corpo moribondo, fare nei propri rapporti con gli altri corpi tutto ciò da cui sono costretti astenersi i singoli suoi componenti nei loro rapporti reciproci : essa dovrà essere l'incarnata volontà della dominazione, vorrà crescere, dilatarsi, attirare a se, acquistare un predominio, --- non già per forza della moralità o dell'immortalità, bensì unicamente perché « vive » e perché la vita è la volontà di dominare.

Ma in nessun punto più di questo la coscienza degli europei é generalmente più restia ad ogni suggerimento: si vaneggia dovunque, persino sotto travestimenti scientifici, di uno stato sociale venturo che sarà privo del « carattere dello sfruttamento » ; - ciò suona alle mie orecchie, come se qualcuno promettesse di inventare una vita, che dovesse astenersi dalle funzioni organiche. Lo « sfruttamento » non é già l'indizio, il carattere di una società corrotta od imperfetta e primitiva: esso è una parte intima della essenza di tutto ciò che vive, perché ne é una funzione organica, una conseguenza della vera volontà di dominare, che poi non é altro che la volontà di vivere. -- Ammetto che quale teoria ciò possa essere una cosa nuova, - in realtà essa è- il fatto sostanzialmente primitivo d'ogni storia: si abbia almeno in ciò il coraggio di esser sinceri verso sé stessi !

260.
Nel mio pellegrinaggio attraverso le morali più raffinate e più grossolane, che hanno regnato e ancora regnano quaggiù, ho constatato la ripetizione e la connessione di certi tratti caratteristici, di modo che sorto giunto a scoprire due tipi fondamentali ed una differenza fondamentale. Vi è la morale dei padroni e quella degli schiavi: - aggiungerò subito, che nelle colture più elevate ed incrociate si riscontrano dei tentativi di conciliazione tra le due morali, più spesso ancora una confusione delle medesime, frutto di reciproci malintesi, e talvolta la coesistenza dell'una accanto all'altra - ciò si riscontra anche in singoli individui, in un'anima sola.
Le distinzioni morali dei valori ebbero origine sotto una classe dominante la quale era conscia, con un sentimento d'intima soddisfazione della propria superiorità sulla classe dominata - oppure tra i dominati, gli schiavi ed i dipendenti di ogni grado. Nel primo caso, quando cioè i dominatori devono determinare il concetto « buono », gli stati superbamente elevati dell'anima saranno decisivi nel determinare i titoli di distinzione, nel classificarli. L' uomo aristocratico tiene lontani da sé gli esseri, nei quali si manifestano certi stati opposti dell'anima, egli li disprezza. Si osservi subito, che in questo primo genere di morale « buono»
e «« cattivo » significa unicamente aristocratico » e « spregevole » - i contrapposti « bene » e « male » - hanno un'altra origine. Si dispregia il vigliacco, il pauroso, il pedante, colui che non pensa che al proprio immediato vantaggio; così pure il diffidente, il cui sguardo non é da uomo libero, quegli che si umilia, la specie « cane » nell'uomo, che subisce qualsiasi maltrattamento, l'adulatore che mendica un'elemosina, e tra tutti il bugiardo - é una credenza fondamentale di tutti gli aristocratici, che il popolo basso sia mendace.

« Noi veritieri » ecco il nome che si davano i nobili della Grecia antica. È chiaro che le indicazioni dei valori morali furono dapprima applicate agli uomini ed appena per derivazione alle azioni umane: per cui commettono un errore grossolano quegli storici-moralisti, che partono da certe interrogazioni, come, ad esempio: « perché l'atto pietoso e stato lodato? ». La specie aristocratica dell'uomo sente se stessa quale determinatrice dei valori, essa non sente il bisogno di esser approvata, lodata; essa giudica « quello che nuoce a me, e nocivo per sé stesso » ; essa sente di esser quella che conferisce pregio alle cose, che crea i valori. Essa apprezza tutto ciò che di sé stessa conosce; é la morale dell'esaltazione di sé stessi. Predominano quasi traboccando i sentimenti di prosperità, di potenza; la felicità dell'alta tensione, la coscienza di una ricchezza che vorrebbe beneficare e darsi in dono: anche l'uomo aristocratico soccorre chi é sfortunato, ma non già, od almeno non sempre, per compassione, ma bensì per uno stimolo che gli viene dall'eccesso della sua potenza. L'uomo aristocratico rispetta in se stesso il potente, come quello che ha potere anche su di sé stesso, il quale sa parlare e sa anche tacere, che gode nell'usar rigore contro se stesso e sente rispetto per tutti i rigori. « Wotan si é posto in seno un cuore duro » leggasi in un'antica saga scandinava: parole sgorgate proprio dell'anima di qualche superbo Wichingo.

Uomini di tale specie vanno alteri di non conoscer la compassione! Per cui l'eroe della saga soggiunge: « Chi da giovane non ebbe duro il cuore, giammai l'avrà tale ». Uomini aristocratici e valorosi i quali pensano in tal modo, sono i più lontani da quella morale, che vede precisamente, nella compassione o nell'adoperarsi per gli altri, nel désintéressement, il distintivo della morale; la fede in se stessi, l'orgoglio di se stessi, un'avversione ingenita ed ironica per l'altruismo caratterizza la morale aristocratica del pari come un certo leggero disprezzo per ogni sentimentalismo.
I potenti sono quelli che sanno rispettare, questa é la loro arte, la loro prerogativa. La profonda venerazione per la vecchiaia e per la tradizione - ogni diritto si basa su questa doppia venerazione, - la fede ed il pregiudizio in favore degli antenati e in odio a quelli che vengono su dalla plebe é tipico nella morale dei potenti; gli uomini dalle « idee moderne » che credono quasi
istintivamente nel « progresso » e nell' « avvenire » e vanno sempre più perdendo il rispetto dell'età, tradiscono con ciò a sufficienza la volgare origine di quelle loro « idee ».
Ma più di tutto riesce strana ed avversa la morale dei dominanti al gusto odierno per il rigore della tesi fondamentale, che non si debba aver doveri che verso i propri pari solamente; che verso gli esseri di un rango inferiore, contro tutto ciò che e straniero, si possa agire a proprio beneplacito o come « ispira il cuore », ed in tutti i casi « oltre i confini del bene e del male » -: così anche relativamente alla compassione.
L'attitudine e l'obbligo ad una durevole riconoscenza, ad una vendetta lungamente covata - tra propri pari, beninteso - la raffinatezza nel vendicarsi, la delicatezza del concetto dell'amicizia, quella tale necessità di avere dei nemici (quali canali di sfogo per i sentimenti d'invidia, di desiderio di litigi, di tracotanza, -- ma in fondo per poter essere buoni amici), tutti questi sono caratteri tipici della morale aristocratica, la quale, come fu già accennato, non é la morale delle « idee moderne » e perciò quindi oggi difficilmente si può sentire a seconda della medesima ed anche dissotterrarla e scoprirla. - Ma é una cosa ben diversa, il secondo tipo della morale, la morale degli schiavi. Supponiamo che i violentati, gli oppressi, i sofferenti, gli schiavi, i malcontenti di se stessi, gli stanchi si mettono a moralizzare: che cosa sarà l'equivalente dei loro apprezzamenti morali?
Probabilmente si manifesterà in loro una diffidenza pessimista contro la situazione dell'uomo in generale, forse una condanna dell'uomo insieme alle sue condizioni. Lo schiavo guarda con occhio torvo le virtù del potente, egli è scettico e sospettoso, egli é raffinato nella sua diffidenza contro tutto ciò che dai potenti é rispettato e tenuto in conto di « buono » -- egli vorrebbe illudere se stesso forzandosi a credere, che anche la felicità che coloro godono non sia genuina. All'incontro farà risaltare e metterà in luce le virtù atte a rendere sopportabile l'esistenza ai sofferenti; per cui si terranno in onore la pietà, la mano sempre aperta e pronta a soccorrere, il cuore generoso, la pazienza, l'assiduità, l'affabilità - perché codeste sono delle virtù utili e rappresentano quasi l'unico mezzo per sostenere l'oppressione dell'esistenza.

La morale degli schiavi è essenzialmente una morale' utilitaria.
Qui é il vero centro dove ha origine il famoso contrapposto « bene » e « male »; al male si attribuisce istintivamente una certa potenza, una pericolosità, una certa terribilità, una raffinatezza, una forza, che non permettono di disprezzare. Secondo la morale degli schiavi il male incute dunque terrore » ; secondo la morale dei padroni e precisamente il « buono » che ispira terrore perché vuole, ispirarlo, mentre l'uomo « cattivo » é tenuto in conto di un essere spregevole. li contrasto raggiunge il suo apice, quando per inevitabile conseguenza della morale servile, anche ai « buoni », alla stregua di questa morale si attacca un tantino di disprezzo -- per quanto leggero e anche benevolo - poiché secondo la morale servile « buono » dev'essere precisamente l' individuo « innocuo » ; egli e bonario, può essere facilmente ingannato, forse un po' sciocco, insomma un bonhomme .
Dappertutto dove la morale servile prende il sopravvento, la lingua si mostra inclinata a fare della parola « buono » un sinonimo di « sciocco ». - Un'ultima differenza fondamentale: - il vivo desiderio di libertà, l' istinto della felicità e le raffinatezze del sentimento di libertà appartengono tanto necessariamente alla morale ed alla moralità degli schiavi, quanto l'arte e la sentimentalità nella venerazione, nell'abnegazione è l'indizio regolare d'un modo di pensare e d'apprezzare aristocratico. - Da ciò é facile comprendere senz'altro come l'amore quale passione - la nostra specialità europea - sia d'origine aristocratica: é noto che l'hanno inventata i cavalieri-poeti della Provenza, gli uomini stupendamente immaginosi dei « gai saber », ai quali l'Europa deve tanto e quasi persino sé stessa.

261.
Fra le cose, che ad un uomo aristocratico riescono difficili a comprendersi, si trova certamente la vanità: egli si sentirà tentato di negarla, anche là dove un uomo di un'altra specie sisentirà di toccarla con mano. Per lui è un vero problema quello d'immaginare degli uomini che cerchino di destare in altri una buona opinione sul proprio conto, che essi di se stessi non hanno, e per conseguenza non si « meritano » - e ciònondimenofiniscono per credere in quella buona opinione da altri sul loroconto concepita. Tutto ciò gli appare in parte tanto di cattivo
gusto e così irriverente verso se stessi, in parte tanto baroccamente irragionevole, che egli si sente quasi preso dalla voglia di considerare la vanità quale un'anomalia, e di dubitare che esista nella maggior parte dei casi. Egli dirà, per esempio: « io posso sbagliarmi nel giudicare del mio proprio valore, ma pretendere ciònondimeno che il mio valore sia riconosciuto da altri nella stessa misura da me, forse erroneamente, assegnata, - ma codesta non é vanità (potrà esser « presunzione », anzi, nei casi più frequenti, ciò che si chiama « umiltà » e anche « modestia »).

Oppure: io posso avere molte buone ragioni per andar lieto del buon concetto, in cui gli altri mi tengono, forse perché provo rispetto per loro, perché li amo e mi rallegro nel vederli soddisfatti sul mio conto, forse anche perché la buona opinione che hanno di me mi rafforza e mi conferma nella mia, forse anche perché la buona opinione degli altri, anche quando non sia da me condivisa, mi é o può essermi utile, ma tutto ciò é ancor lontano dalla vanità .
L'uomo aristocratico non può immaginarsi sennonché con un grande sforzo, ed anzitutto con l'appoggio della storia, che da tempi immemorabili, in tutte le classi di popolo, in uno o nell'altro modo dipendenti, l'uomo volgare non sia stato se non quello, che lo dimostra l'apparenza: - non essendo nullamente abituato a stabilire dei valori da se stesso, questi non attribuiva a sé stesso altro merito all'infuori di quello attribuitogli dai propri padroni (é il vero diritto padronale quello di creare dei valori).
Si può concepire quale conseguenza d'un mostruoso atavismo il fatto, che ancor adesso l'uomo comune attende sempre l' opinione degli altri sul suo proprio conto e si assoggetta istintivamente alla medesima: e non soltanto alla « buona » opinione, ma anche ad una cattiva ed ingiusta (si pensi un po' alla maggior parte degli apprezzamenti e deprezzamenti del proprio essere, che le donne apprendono dai propri confessori, ed in generale il cristiano credente dalla sua Chiesa). Ed infatti a seconda del lento sopraggiungere di un ordine di cose democratico (e della sua causa, l' incrocio di razze padronali e servili), l'impulso, originariamente aristocratico e raro, d'attribuirsi da se stessi in valore e di «pensar bene » di se stessi, si sentirà incoraggiato ed andrà dilatandosi: ma egli avrà contro , di sé un'inclinazione più inveterata, più diffusa e più incarnata - ch'è il fenomeno della « vanità » e questa inclinazione più antica prenderà il sopravvento sull'altra. L'uomo vano gode d' ogni giudizio favorevole espresso sul di lui conto (e ciò anche indipendentemente dal punto di vista dell'utilità e della verità o falsità di quel giudizio), allo stesso modo ch'egli soffre di ogni giudizio che suona a lui sfavorevole, giacché egli si assoggetta a tutti e due, egli si sente sottomesso ai medesimi in virtù di quell'antichissimo istinto della soggezione, che ogni qual tratto in lui ricompare. - Vi è dello « schiavo » nel sangue dell'uomo vano, un residuo dell'astuzia servile, e quanta parte dello « schiavo » é ancor insita nella donna! - e ciò fa sì che egli cerchi di sedurre gli altri a tenerlo in buon conto; lo stesso « schiavo » che poi subitamente cade genuflesso dinanzi all'opinione altrui, da lui stesso provocata. - Diciamolo ancor una volta: la vanità é un atavismo.

262.
Una specie ha origine, un tipo acquista forza e vigore in una lunga lotta con condizioni essenzialmente costanti e sfavorevoli. All'incontro si sa benissimo, per le esperienze degli allevatori, che le specie che fruiscono di una alimentazione sovrabbondante o di cure eccessive, propendano in modo decisivo ad una variazione del tipo ed abbondano di esemplari portentosi e mostruosi (e così pure di vizi mostruosi).
Ora si consideri un po' una comunità aristocratica, per esempio un'antica « polis » greca oppure Venezia, sotto l'aspetto di un istituto volontario od involontario d'allevamento e miglioramento: vediamo riuniti insieme, ridotti alle proprie forze, degli uomini che vogliono far trionfare la proprie specie perché devono farla trionfare, ché altrimenti correrebbero tremendo pericolo d'essere distrutti. Qui faranno difetto le condizioni favorevoli, la sovrabbondanza, le maggiori cure, che favoriscono la variazione del tipo; la specie ha bisogno di esistere quale specie determinata, ed è costretta ad affermarsi esclusivamente in virtù della durezza, dell'uniformità, della semplicità delle sue forme, nella lotta incessante che deve sostenere coi vicini e con i sudditi ribelli o perennemente minaccianti la ribellione. Una molteplice esperienza insegna a quegli uomini in virtù di quali particola
rità precipuamente, abbiamo potuto, sfidando il cielo e gli uomini, sostenersi e vincere: queste particolarità essi nomano virtù e queste soltanto essi tendono ad accrescere. Lo fanno usando di rigore, anzi innalzando a legge il rigore: ogni morale aristocratica é intollerante, nell'educazione della gioventù, nel disporre delle donne, nelle costumanze matrimoniali, nei rapporti tra giovani e vecchi, nelle leggi penali (che non prendono in considerazione che i soli degenerati) ed annovera tra le virtù la stessa intolleranza col nome di "equità" .

Un tipo di uomini di pochi tratti, ma molto marcati, militarmente prudenti e taciturni, racchiusi in se stessi (e perciò accessibili a tutti gli incanti, a tutte le nuances della vita sociale (si forma in tal modo sfidando il vario succedersi delle generazioni l'incessante lotta in condizioni ugualmente sfavorevoli è la causa, come si é già detto, per cui un tipo diventa forte e rude. Ma poi alla fine giunge un'epoca di prosperità, l'immensa tensione si rallenta; forse tra i vicini non ci sono più nemici, ed i mezzi di vivere anzi di godere la vita sovrabbondano. D'un solo colpo il vincolo e la necessità dell'antica disciplina si spezzano: la disciplina cessa dall'esser l'unica e necessaria condizione dell'esistenza, non potrebbe continuare a sussistere che quale una specie di lusso, quale un gusto arcaico. La variazione, - sia come trasformazione (in qualche cosa di più alto, di più fino, di più raro), sia quale degenerazione e mostruosità, sorge improvvisamente in tutto il suo risveglio, in tutta la sua magnificenza; l'unico osa essere unico e staccarsi dagli altri.
In tali momenti critici della storia si riscontra un crescere, coordinato ed anche disordinato ed inesplicabilmente confuso, come in una foresta vergine, un tendere verso l'alto, una specie di « tempo » tropico nel gareggiare del crescere ed un immenso rovinare in perdizione, in forza degli egoismi ferocemente in lotta tra di loro, e per così dire esplodenti, i quali lottano per il « sole e la luce » e dell'antica morale non sanno più ritrarre alcun limite, alcun ritegno, alcuna pietà. Quella stessa morale che aumentò o scemò la forza, che tese l'arco in modo sì minaccioso - oramai non è più, essa ha « vissuto ». Si è raggiunto, il punto pericoloso e sinistro, dove la vita più grande, più molteplice, più voluminosa, si estrinseca sulle ceneri dell'antica morale: l' « individuo » si vede costretto ad inventare una nuova legislazione, nuove arti ed astuzie per
la propria conservazione, per la propria elevazione, per la propria liberazione. Si affacciano dei nuovi perché, dei nuovi come, le formule comuni sono scomparse, subentrano la falsa interpretazione in lega col disprezzo di ogni cosa, la decadenza, la corruzione e le brame più elevate strette insieme da un orribile nodo, si afferma il genio della razza traboccante da tutte le coppe del bene e del male in una fatale simultaneità di primavera e d'autunno, pieni di quelle nuove attrattive, di quei veli misteriosi che sono la prerogativa d'una corruzione incipiente, giovane, non peranco esaurita ed estenuata. Si affaccia nuovamente il pericolo padre, della morale, il grande pericolo, ma questa volta insito nell'individuo, nel prossimo, nell'amico, nella vita, nei propri figli, nel proprio cuore, in tutto ciò che di più proprio e di segreto hanno il desiderio e la volontà; che cosa dovranno predicare i moralisti in una simile epoca? Essi presentono, questi penetranti osservatori, che se ne stanno ritti all'incrocio delle vie, che tutto intorno a loro rovina e porta la rovina, che nulla durerà sino al posdomani, eccettuata un'unica specie di uomini, gli irremissibilmente mediocri.
I mediocri soltanto hanno speranza e probabilità di continuare se stessi, di propagarsi, essi sono gli uomini dell'avvenire, i soliti atti a sopravvivere; « siete com'essi, siate mediocri! » ingiunge allora l'unica morale che abbia ancora un senso, che trovi delle orecchie aperte, ma è ben difficile a predicarla, codesta morale della mediocrità! poiché essa non deve mai confessare quello che realmente è e quello che vuole! essa deve parlare di misura, di dignità, di doveri, di amore del prossimo, - e durerà non poca fatica a non far trasparire -
l'ironia!

263.
Vi è un istinto per il grado di condizione, il quale più di ogni altra cosa e già l'indizio d'una condizione elevata; vi è un sentimento di gaudio per le gradazioni della venerazione, che permettono d'indovinare l'origine e le abitudini aristocratiche. La delicatezza, la bontà, l'elevatezza di un'anima si trovano messe ad una dura prova allorquando questa sente l'appressarsi di qualche cosa che appartenga ad un ordine più elevato, ma non ancor protetto dai brividi dell'autorità contro gli attentati goffi e insolenti: qualche cosa d'ancor indistinto, non ancora scoperto, incerto, forse arbitrariamente celato o travestito, come una vivente pietra del paragone. Colui che ha il compito e la professione di investigare le anime sotto varie forme si servirà per l'appunto di quest'arte per determinare il valore definitivo di un'anima, il grado innato ed immutabile cui appartiene: egli la metterà alla prova sulla base dell'istinto della venerazione. Différence engendre haine: la volgarità di molte nature erompe talora al pari di un'acqua putrida, quando qualche vaso sacro, qualche preziosa reliquia tolta da reconditi scrigni, qualche libro con i segni dei gran destino le passan vicino; e d'altra parte un involontario ammutolire, tino sguardo esitante, un'immobilità dei gesti, dimostrano che un'anima sente la vicinanza di cosa degna di venerazione. Il modo con cui in Europa vien mantenuta alta la venerazione della Bibbia é forse il più bel risultato di disciplina e di raddolcimento dei costumi che l'Europa debba al Cristianesimo: libri sì profondi e della più alta ed estrema importanza abbisognano d'esser protetti da una tirannia che viene dal di fuori, per poter acquistare quella durata millenaria che é necessaria per esaurirli ed interpretarli completamente. Si é già ottenuto molto coll'innestare alle grandi masse (agli spiriti superficiali dalle rapide digestioni) il sentimento che non si possa toccare ad ogni cosa; che vi sono degli avvenimenti sacri, dinanzi ai quali esse devono togliersi le scarpe e tener lontane le mani immonde - é là forse il passo più decisivo ch'esse possano fare verso l'umanità.
Viceversa nelle persone cosiddette colte, nei credenti nelle idee moderne nulla forse ispira tanta nausea, quanto la loro mancanza di pudore, la cinica impudenza dell'occhio e della, mano con cui toccano, squadrano, tastano ogni cosa : e può darsi che oggidì nel popolo, nel basso popolo, principalmente nei contadini, esista relativamente una maggior nobiltà di gusto e di tatto nella venerazione, che nel demi-monde dello spirito degli uomini dotti, che leggono i giornali.

264.
Non si possono sradicare dall'anima dell'uomo le più care e costanti abitudini dei suoi antenati: siano essi stati tutti intenti ai risparmi, burocratici o cassieri, modesti o borghesi nei loro desideri, modesti anche nelle loro virtù: oppure avvezzi a comandare da mane a sera, dediti ai rudi passatempi, e forse, in pari tempo sacrati a doveri e responsabilità più rudi ancora, rinunziando forse, a un dato momento, alle antiche prerogative della nascita e del possesso, alla propria fede - al proprio Dio -- quali uomini d'una coscienza inesorabile e delicata che arrossisce di ogni compassione.
Si deve escludere assolutamente la possibilità che un uomo non abbia le qualità e le predilezioni dei suoi genitori e dei suoi proavi, per quanto l'apparenza possa dimostrare il contrario.
È questo il problema della stirpe: quando sia noto alcunché sul conto dei genitori, é lecito trarre della conclusione sul conto dei figli; una qualche incontinenza ripugnante una bassa invidia, una indelicata propensione a dar sempre ragione a sé stesso -- tre cose che insieme hanno rappresentato in ogni tempo il vero tipo plebeo - tutto ciò deve perpetuarsi anche nel figlio tanto sicuramente come il sangue guasto; e la migliore delle educazioni, non servirà che a dissimulare un tale atavismo. - E che cos'altro vogliono oggi l'educazione e la coltura?

Nella nostra epoca democratica, anzi plebea, l'educazione e la coltura devono esser l'arte d' ingannare sul conto delle origini; l'arte d'illudersi sul plebeismo ereditario del corpo e dell'anima. Un educatore, che oggidì predicasse la veracità anzitutto, e che ammonisse costantemente i suoi allievi d'esser sinceri, naturali, di comportarsi secondo la loro vera indole, -- persino un simile asino virtuoso ed ingenuo dovrebbe ricorrere dopo qualche tempo alla < furca > d'Orazio, per naturam expellere , con quale risultato? La < plebe > usque recurret.

265.
Anche a rischio di riuscir poco accetto a certe orecchie innocenti, io sostengo: l'egoismo é parte essenziale dell'anima, aristocratica, e per egoismo intendo dire quella fede incrollabile, che ad un essere come < noi siamo >, altri esseri debbano esser soggetti, ed al nostro essere debbano sacrificarsi. L'anima aristocratica accetta questo fatto constatato dal suo egoismo senza apporvi alcun punto interrogativo, anche senza provare in ciò un senso di ripugnanza, di costruzione, di arbitrio, bensì l'accetta come qualcosa che ha il suo fondamento nelle leggi più primitive delle cose: se essa volesse darle un nome la chiamerebbe < la giustizia stessa > . In date circostanze, sulle prime si sente esitante e confessa a se stessa che esistono altre anime aventi uguale diritto: ma non appena ha risolto la questione del grado essa si comporta verso i suoi pari, privilegiati come lei, con la medesima sicurezza di pudore e di rispetto delicato nei suoi rapporti con sé stessa in conformità a un meccanismo celeste che é innato in tutte le stelle. È raffinamento d'egoismo codesta delicatezza e discretezza nei rapporti con i suoi pari - ogni astro é un consimile egoista -; essa onora sé stessa in loro e nei diritti, che loro concede, non dubita minimamente che lo scambio di onori e di diritti quale essenza di ogni rapporto appartenga ad uno stato naturale delle cose. L'anima aristocratica dà, come riceve, in forza dell'istinto appassionato e suscettibile del contraccambiare che le é profondamente insito. II concetto < grazia > inter pares non ha significato e fragranza: può darsi che ci sia una maniera sublime di lasciar cadere dall'alto su sé stessi i doni e d'assorbirli come l'assetato le gocce di rugiada: per codesta arte, per codesto atteggiamento l'anima aristocratica non possiede alcuna attitudine. Né la impedisce il proprio egoismo: in generale essa guarda malvolentieri < in alto > -- guarda dirittamente dinanzi a sé, orizzontalmente e lentamente, oppure al disotto « perché sa di trovarsi in alto ».

266.
« Non si può rispettare sicuramente che colui che non cerca sé stesso » . Parole di Goethe al consigliere Schlosser.

267.
Chinesi hanno un proverbio che le madri insegnano ai loro bambini: siao-sin « rendi il tuo cuore piccino! » È questa la vera inclinazione fondamentale nelle civiltà avanzate: non dubito che un greco dell'antichità anche in noi Europei moderni riconoscerebbe prima di ogni altra cosa il rimpicciolimento di noi stessi, - per ciò solo noi non saremmo "di suo gusto" ».

268.
Che cosa é infine la volgarità? - Le parole sono delle note musicali per i concetti; ma i concetti stessi sono più o meno dei geroglifici per certe sensazioni che ritornano spesso sole o insieme, quali gruppi di sensazioni. Non basta ancora per comprenderci reciprocamente d'usare le stesse parole; é necessario adoperarle per quella determinata specie d'avvenimenti interni, infine bisogna aver comune l'esperienza. Perciò gli individui che appartengono alla stessa nazione s'intendono meglio tra di loro di quelli di nazioni differenti, anche se questi si servono dello stesso linguaggio; o per meglio dire gli individui che hanno convissuto a lungo nelle identiche condizioni (del clima, del suolo, del pericolo, dei bisogni, del lavoro) formano qualche cosa che si comprende un popolo. In tutte quelle anime avrà il sopravvento lo stesso numero di fatti che sempre si ripetono, su quelli che si ripetono di rado; sui primi ci s'intende presto e sempre più presto - la storia del linguaggio è la storia d'un processo d'abbreviazione -; da codesta rapida comprensività ha origine un'unione, che diviene sempre più intima. Quanto maggiore è il pericolo, tanto maggiore é la necessità di andar d'accordo sollecitamente su ciò che fa bisogno : il non fraintendersi nel momento del pericolo, ecco quello che gli uomini cercano d'ottenere nei loro vicendevoli rapporti. Anche nell'amicizia e nell'amore si possono fare tali esperienze; e nessuna relazione può esser duratura, se l'uno dei due s'accorge che l'effetto delle medesime parole sull'altro non é quello ch'egli sente, crede, prevede, desidera e teme.
(Il timore d'un « eterno fraintendersi » ; ecco il genio benefico, che tante volte trattiene persone di senso diverso dall'unirsi inconsideratamente, per quanto i sensi ed il cuore lo suggeriscono - e non già il «
genio della specie » dello Schopenhauer!)
Quali gruppi di sensazione si destino per primi in un'anima, si facciano sentire, comandino: ecco ciò che decide di tutta la gerarchia dei suoi valori, ecco ciò che determina la sua bontà Gli apprezzamenti di valori, dell'individuo tradiscono qualche cosa della costruzione della sua anima, tradiscono ciò in cui essa ripone le sue condizioni vitali : la sua propria miseria.

Se si ammette ora, che da quando il mondo esiste la necessità ha avvicinato sempre quegli individui, che con segni somiglianti sapevano indicare somiglianti bisogni ed avvenimenti, ne risulta in fondo che la facile comunicabilità del bisogno, vale a dire il ripetersi di avvenimenti volgari e comuni tra tutte le sue forze che hanno influito sull'uomo, sia stata la più potente.
Gli individui che rassomigliano, che sono più comuni, erano e saranno sempre in migliori condizioni degli individui più ricercati, delicati, singolari, più difficili ad essere compresi, i quali di frequente si isolano, facilmente soggiacciono agli accidenti d'ogni specie, e difficilmente si propagano. Bisogna invocare delle forze contrarie smisuratamente potenti per opporsi con successo a codesto naturale, troppo naturale « progressus in simile » , che é la degenerazione dell'uomo nel simile, nel comune, nel mediocre, nell'animale da gregge -- nel volgare!

269.
Quanto più psicologico - uno psicologo nato, incorreggibile, un indovinatore d'anime - si dà allo studio dei casi e degli uomini più ricercati, tanto più si accresce per lui il rischio di rimaner soffocato dalla pietà: egli ha maggior bisogno di insensibilità e di buon umore che qualsiasi altro uomo.
La corruzione, la rovina degli uomini più elevati, delle anime dissimili dalle volgari, sono la regola: è terribile l'aver sempre dinanzi agli occhi una simile regola. Il molteplice martirio dello psicologo che ha scoperto una tal corsa nell'abisso, che per la prima volta, e poi quasi sempre nuovamente intuisce tutta l'interna « incurabilità » dell'uomo superiore, l'eterno « troppo tardi » in tutti i sensi, attraverso tutta la storia può divenire un bel giorno la causa che egli si rivolti esasperato contro la propria sorte e arrivi al tentativo di distruggere se stesso che « vada in perdizione » egli stesso. Negli psicologi per la maggior parte si riscontrerà la propensione ed il diletto d'intrattenersi con individui volgari e regolati; lo psicologo lascia indovinar da ciò, ch'egli ha sempre bisogno d'una guarigione, ch'egli ha bisogno di fuggire, di dimenticare, di rigettare ciò che il suo sguardo, il suo scalpello, il suo « mestiere » gli ha messo sulla coscienza. La paura della sua memoria gli e caratteristica. Di fronte ai giudizi degli altri lo psicologo ammutolisce di sovente, sta ad ascoltare col volto impassibile, come chi veneri, ammiri, ami e trasfiguri ciò che egli - ha veduto, oppure nasconde il suo silenzio coll'approvare espressamente qualche opinione superficiale. Forse lo stato paradossale in cui si ritrova va sino all'orribile punto, che il volgo, le persone colte, i sentimentalisti, precisamente là, dove egli ha imparato a conoscere una grande pietà ed insieme un grande disprezzo, manifestino una grande venerazione - la venerazione per i « grandi uomini » e per gli animali portentosi, in virtù dei quali si benedisce e si tiene in gran conto la patria, la terra, la dignità dell'uomo, se stessi, e che si additano ai giovani perché servono loro di modello ....
E chi lo sa se finora in tutti i casi importanti non si sia avverata la stessa cosa: che la massa abbia adorato un Dio, - mentre quel « Dio » non era forse che una povera vittima destinata al sacrificio.
Il successo fu sempre il più grande bugiardo, e I'« opera » per sé stessa significa un successo; il grande statista il conquistatore, lo scopritore sono irriconoscibili sotto le vesti delle loro creazioni; l'« opera », quella dell'artista, del filosofo e quella che inventa l' imagine di colui che l'ha creata o che si suppone l'abbia creata: gli « uomini grandi » nel modo in cui s'adorano sono dei piccoli e cattivi poemi fabbricati dopo; nel mondo dei valori storici dominano i falsi monetari.
Certi grandi poeti, ad esempio, i Byron, i Musset, i Poe, i Leopardi, i Kleist, i Gogol (non oso far nomi più grandi, ma a loro penso) -- così corne sono, o forse come devono essere, uomini dal momento, entusiasti, sensuali, ingenui come bambini, spensierati e subitanei nella diffidenza e nella confidenza; con delle anime che di solito nascondono un tarlo che le rode: che talvolta si vendicano nelle loro opere di qualche macchia interna, e spesso cercano nei voli elevati la dimenticanza di una memoria troppo fedele, uomini talora smarriti nel fango e del fango innamorati, sino a diventare dei fuochi fatui oscillanti sui paduli che vogliono farsi credere stelle -- il popolo li chiama idealisti - talvolta lottanti con una lunga nausea, con lo spettro senza cessa ritornante dello scetticismo, che li rende freddi e li costringe ad anelare alla « gloria » e bere la « fede in sé stessi dalle coppe d'ebbri adulatori » quale martirio sono codesti grandi artisti e
gli uomini superiori in generale, per chi é giunto ad indovinarli! È tanto facile a comprendersi, che precisamente essi dalla donna - che ci vede più chiaro nel mondo dei dolori e che é portata per natura, purtroppo molto al di là delle sue forze, a soccorrere ed a salvare - vengono fatti segno di quella pietà illimitata e piena d'abnegazione, che il volgo, soprattutto il volgo che adora, non sa comprendere e interpreta a suo modo volgarmente ed egoisticamente. Quella pietà s'inganna regolarmente sul conto della propria forza; la donna vorrebbe poter credere che l'amore tutto possa, - é questo il suo vero pregiudizio. Oh! i sapienti del cuore indovinano quanto povero, perplesso, presuntuoso, facile ad errare, più facile ancora a distruggere che a salvare é anche il migliore, il più profondo amore! -- È possibile che la santa leggenda della vita di Gesù celi uno dei casi più dolorosi del martirio che proviene dalla scienza dell'amore: il martirio d'un cuore purissimo ed ardente che non si sentiva pienamente soddisfatto da alcun amore umano e che sempre domandava di essere amato ancora, che lo domandava ruvidamente, follemente con degli scatti terribili contro chi gli negava amore; la storia d'un povero assetato incapace a mai dissetarsi nell'amore, che doveva immaginare l'inferno per precipitarvi coloro che non volevano amarlo, - e che finalmente, avendo acquistato la scienza dell'amore umano, dovette immaginare un Dio tutto amore, tutto potenza d'amore, - il quale ha pietà dell'amore umano, perché é un amore tanto meschino, tanto ignorante ! Chi sente in tal modo, chi giunge a conoscere a tal punto l'amore, -- va in cerca della morte. Ma perché occuparsi di cose così dolorose? Semprecche non vi si sia costretti !

270.
L'orgoglio spirituale e la nausea di ogni uomo che ha sofferto molto - il grado sociale dell'uomo é quasi determinato dalla profondità della sua sofferenza -, la orribile certezza, da cui é tutto compenetrato, di poter in virtù delle sue sofferenze saper di più di tutti i saggi, di tutti i dotti di questo mondo, d'aver conoscenza di molti mondi remoti ed orribili, ch'egli conobbe per propria amara esperienza e dei quali voi nulla sapete! -- codesto orgoglio spirituale e muto di chi soffre, codesta superbia dell'eletto della conoscenza, dell' iniziato , della vittima in certo modo, trova necessarie tutte le forme di travestimento, onde tenersi lontano dal contatto di certe mani indiscretamente pietose, ed in generale di tutto ciò che non é suo pari nel dolore. Le profonde sofferenze rendono l'uomo aristocratico; lo separano dagli altri. Una delle forme più fini di travestimento é l'epicureismo, é una certa ostentata indipendenza del gusto, la quale prende il dolore alla leggera e si ribella fieramente a tutto ciò che é triste e profondo. Vi sono degli uomini serenamente « giocondi », nell'unico intento d'essere mal compresi; -- essi vogliono essere mal compresi. Vi sono degli « uomini scientifici » che si valgano della scienza, perché questa conferisce un aspetto ilare e sereno, e poi perché la scienza permette di concludere, che chi si dà a lei dimostri con ciò stesso d'esser superficiali : - essi vogliono sedurre il mondo ad una conclusione falsa. Vi sono degli spiriti insolentemente liberi, i quali vorrebbero nascondere e negare di essere dei cuori orgogliosi infranti, insanabili (il cinismo d'Amleto- - il caso di Galiani) e talvolta la stessa follia serve di maschera alla propria malaugurata chiaroveggenza. - Donde risulta che un umanesimo delicato deve provar venerazione « per la maschera » e non far della psicologia insanamente curiosa, fuor di luogo.

271.
Ciò che più profondamente contribuisce a separare due individui, é la differente interpretazione, il differente grado della loro purezza. Che cosa vale mai l'onestà, che cosa contano la reciproca utilità, la buona volontà d'aiutarsi l'un l'altro: infine si giunge alla stessa conclusione non possono « sentir l'odore l'un dell'altro » ! Il più sublime istinto della purezza colloca quegli che lo possiede nella più strana e pericolosa solitudine come un santo: perché appunto questo é santità - la più alta spiritualizzazione dell'istinto su accennato. La consapevolezza dell'indicibile felicità di un bagno purificante, una qualche brama, una sete ardente che incessantemente spingono l'anima fuori delle tenebre alla luce del sole, dagli abissi della tristezza verso il sereno, verso lo splendore, verso tutto ciò che é profondo, delicato - : nello stesso modo che una tale inclinazione distingue -
perché é una inclinazione aristocratica - essa anche disgiunge. La compassione del santo é la pietà di tutto il fango che imbratta tutto ciò che é umano, troppo umano. E vi sono dei gradi e delle altezze in cui persino la compassione di sé medesimi si sente come una cosa impura, immonda.

272.
Indizi d'una natura aristocratica: non avvilire giammai i nostri doveri col pensare che siano i doveri di tutti ; non rinunziare giammai alla propria responsabilità, né volerne far partecipi gli altri ; mettere le proprie prerogative e l'esercizio delle medesime nel numero dei propri doveri.

273.
Un uomo che aspira a grandi cose, cunsidera chiunque trovi sul suo cammino, quale un mezzo oppure quale un ostacolo od un impedimento -- o talvolta quale un letto di riposo momentaneo. La bontà singolarmente elevata verso i suoi simili che gli é innata diviene possibile solo allorquando é giunto all'altezza e domina.
L'impazienza e la coscienza d'esser condannato ad un'eterna commedia, sino a tanto che non avrà raggiunto l'altezza da lui agognata - giacché anche la stessa lotta é una commedia e una maschera, siccome tutti i mezzi mascherano il fine - gli rendono insopportabile ogni rapporto sociale: una tale specie di uomo conosce profondamente la solitudine e quanto di più velenoso in lei si racchiude.

274.
Il problema di chi sta in attesa. - È speciale ventura se un uomo, in cui sonnecchia la soluzione di un problema arriva ad agire in tempo opportuno - , "a sfogarsi" per modo di dire. Nella maggior parte dei casi ciò non succede, ed in tutti i canti della terra vi sono di quelli che attendono, e che difficilmente sanno perché attendono e meno ancora, che attendono invano. Talvolta il grido di risveglio giunge troppo tardi, l'accidente che ne permette di agire si produce - quando la migliore gioventù, la forza per agire sono sciupate dalla lunga inerzia: e quanti si accorsero con terrore, quando stavano « per balzare in piedi », che le loro membra erano paralizzate e lo spirito grandemente appesantito «Troppo tardi !» - dissero a sé stessi come chi, ha perduto la fede in sé stesso e si sente divenuto inutile per sempre.
- Nel dominio del genio il « Raffaello senza mani ». Questa espressione, presa nel suo senso più largo, sarebbe forse non l'eccezione; ma la regola? - Il genio forse non é tanto raro quanto si crede: bensì son rare le cinquecento mani che gli sono necessarie per padroneggiare il mondo, il momento opportuno per afferrare la fortuna per capelli !

275.
Chi non vuole vedere quello che vi è d'elevato nell'uomo ricerca con sguardo tanto più penetrante ciò che in lui ha di basso e di superficiale, - e con ciò tradisce il suo proprio essere.

276.
Per ogni specie di ferita o di perdita l'anima inferiore e grossolana é meglio costituita che l'anima nobile: i pericoli di questa devono essere maggiori, la probabilità ch'essa si perda, che rovini completamente é anzi, per la molteplicità delle sue condizioni vitali, immensa. - Nella lucertola ogni dito perduto cresce nuovamente, ma non così é nell'uomo.

277.
Ecco ciò ché dispiace! Ancora la vecchia storia ! Quando si è finito di fabbricare la propria casa, ci si accorge sempre d'aver imparato qualche cosa, che si sarebbe dovuto conoscere prima d'accingersi ad edificare, é sempre quel malaugurato « troppo tardi ». La melanconia di ogni cosa compiuta.

278.
-
Viandante, chi sei tu? Ti veggo procedere per il tuo cammino, senza scherno, senza amore, con occhi imperscrutabili, umidi e tristi, come una sonda che insaziata esce alla luce dalle profondità delle acque, --- che cosa era andata a cercarvi? - Il tuo seno non ha palpiti, il labbro dissimula la nausea, la tua mano tasta lentamente: chi sei tu? che cosa hai fatto? Riposati qui ; questo é un sito per tutti ospitale, - ristorati ! E chiunque tu sia: che cosa brami in questo momento? Che cosa potrebbe esserti di ristoro? Dillo pure: quello che posseggo io l'offro a te! - Di ristoro? Di ristoro? - - Oh, essere curioso, che cosa dici mai! Ma dammi te ne prego -- Che cosa, che cosa, dillo?! -
«Una maschera di più, un'altra maschera! ».

279.
Gli uomini che hanno conosciuto la profondità della tristezza, si tradiscono quando sono felici: hanno un certo modo di comprendere la felicità che sembra quasi vogliano comprimerla e soffocarla, per gelosia -- perché sanno, ahimè, troppo bene che essa loro sfuggirà.

280.
« Male! Male! Come? non va egli - indietro? Si! Ma voi lo comprendete male, se. di ciò vi lagnate. Egli si fa indietro, come ognuno che stia per spiccare un gran salto ».

281.
- E mi si crederà? Ma io esigo, che mi si creda; io ho pensato sempre poco e male a me stesso, e soltanto in casi molto rari, per forza, e senza grande entusiasmo, sempre pronto ad allontanare il pensiero da « me » stesso, senza fede nel risultato in virtù di una invincibile diffidenza contro la possibilità della conoscenza di sé stessi, la quale mi ha ridotto al punto di sentire persino nel concetto « conoscenza immediata » una contradictio in adjecto: questo é quanto di più certo io mi sappia sul mio conto. Ci deve essere in me una specie di ripugnanza, di credere qualche cosa di determinato sul mio conto. -- Forse in ciò si nasconde un enigma? Probabilmente, ma fortunatamente non é per i miei denti. - Forse esso tradisce la specie cui appartengo? -- Ma non la tradisce a me; e di ciò sono molto lieto.

282.
- « Ma che cosa mai ti é occorso? - « Non lo so, disse esitando; -- forse le Arpie sono volate al disopra del mio tavolo - Avviene oggi talora, che un uomo pieno di moderazione e di ritegno sia preso improvvisamente da pazzia furiosa, al segno di spezzare i piatti, di rovesciare il tavolo, di gridare e dare in escandescenze, d'ingiuriare tutto il mondo, -- e si ritiri finalmente in un canto, vergognoso, infuriato contro sé stesso --- in un canto perché? Per morir affamato? Per restar soffocato dalla memoria? - Chi prova i desideri di un'anima elevata é scrupolosa nello scegliere e di rado trova apparecchiato il suo desco, preparato l'alimento di cui ha bisogno, correrà in tutti i tempi un grande pericolo: ma oggidì il pericolo é grande oltre ogni dire. Vedersi travolto da un'epoca chiassosa e plebea, con la quale egli non si sente di poter dividere il pasto, è facilissimo ch'egli perisca di fame o di sete -- e quando, puta caso, abbia trovato il coraggio d' « assaggiarne »- perisca d'una nausea subitanea. - Noi tutti probabilmente ci siamo trovati seduti a certi deschi che non facevano per noi; e precisamente i più spirituali tra noi, che sono i più difficili ad essere sfamati, conoscono molto bene quella « dyspepsia » pericolosa che nasce da un subitaneo accorgersi della cattiva qualità del cibo e della società che ne circonda - la nausea al dessert.

283.
È un modo delicato ed aristocratico di padroneggiar se stessi, quello di lodare, quando proprio si debba lodare, soltanto nei casi, che non si va d'accordo con gli altri; - nel caso contrario si loderebbe in fondo se stessi, ciò che e contrario al buon gusto. Un tale modo di padroneggiare se stessi dà certamente facile
adito ad essere costantemente fraintesi. Per potersi concedere questo lusso reale di buon gusto e di moralità, é necessario di non vivere beninteso in mezzo a dei cretini in linea spirituale, bensì tra individui, i cui malintesi e le cui conclusioni sbagliate divertano se non altro per la loro finezza, - in caso diverso si dovrà pentirsene amaramente! - Egli mi loda; quindi mi dà ragione ». Questa conclusione asinesca amareggia a noi solitari una buona metà della vita, perché rende gli asini nostri vicini ed amici.

284.
Vivere in un'indifferenza immensa ed orgogliosa : sempre al di là. - Avere e non avere, secondo il proprio arbitrio, le proprie emozioni, i propri pro e contro, degnarsi di scendere ad essi, per qualche ora; infocarli al pari dei cavalli, e spesso degli asini: - sapendo cioè approfittare della loro sciocchezza come si approfitta della loro focosità. Conservare a se stessi tutte le trecento superficialità; anche gli occhiali affumicati: giacché si dànno dei casi, nei quali nessuno deve legger nei nostri occhi, e tanto meno ancora nei nostri «buoni motivi ». Eleggere a nostro compagno inseparabile quel vizio birichino e giocondo, che si chiama cortesia. E restar padroni delle quattro virtù del coraggio, dell'avvedutezza, della compassione e della solitudine. Poiché la solitudine é per noi una virtù, in quanto propensione e bisogno di purezza, che indovina come dev'essere il contatto di uomo a uomo - « in società > - contatto inevitabilmente impuro. Ogni comunanza finisce col render in qualche modo, in qualche luogo, in qualche tempo « volgari ».

285.
I più grandi avvenimenti e le più grandi idee -- e le idee più grandi sono anche i più grandi avvenimenti - sono gli ultimi ad esser compresi: le generazioni contemporanee non li vivono - vivendo passano accanto a loro. Avviene nella vita come nel regno degli astri. La luce delle stelle più lontane giunge più tarda a noi; e sino a tanto che l'uomo non l'abbia percepita, egli nega che quelle stelle - esistano. « Di quanti secoli abbisogna uno spirito per esser compreso? --- Anche codesta é una misura, con ciò pure si crea una gerarchia, un'etichetta indispensabili per lo spirito come per l'astro.

286.
« Qui la vita é libera, lo spirito sollevato » (Celebre verso di Faust.). Ma esiste anche una specie diversa di uomini, la quale si trova anche in alto ed ha l'orizzonte libero - ma guarda all'ingiù.

287.
- Che cosa é aristocratico? Quale é oggidì il significato della parola « aristocratico » ? A che cosa si riconosce, s'indovina oggi, sotto questo cielo pesante e fittamente annebbiato dall'incipiente sovranità della plebe, che rende tutto impenetrabile e plumbeo l'uomo aristocratico? - Non sono già le azioni, che lo rivelino, - le azioni sono sempre soggette a molteplici interpretazioni, perciò impenetrabili; e nemmeno le « opere ». Tra gli artisti e gli scienziati troviamo oggidì molti che con le loro opere rivelano che un ardente desiderio li spinge verso quanto è nobile, ma precisamente questa brama, questa necessità dell'aristocratico é fondamentalmente diversa dai bisogni dell'anima propriamente aristocratica, ed anzi é la caratteristica più eloquente e pericolosa di ciò che ai primi fa difetto. Non le opere, la fede é in ciò decisiva, essa determina la gerarchia, per adoperare un'antica formula religiosa in un significato nuovo e più profondo; una qualche certezza fondamentale, che l'anima aristocratica possiede sul conto di se stessa, qualche cosa che non si può cercare e non si può trovare e forse nemmeno perdere.
- L'anima aristocratica ha la venerazione di sé stessa.

288.
Vi sono certi uomini condannati ad aver dello spirito, anche quando facciano il possibile per nasconderlo, anche se mettono le mani dinanzi agli occhi che li tradiscono (come se la mano non servisse essa pure a tradirli! -): infine si viene sempre a capo ch'essi vogliono nascondere qualche cosa, lo spirito. Uno dei mezzi più fini, almeno per poter ingannare il più alla lunga che é possibile, e farsi credere con maggior probabilità di successo più sciocchi di quanto si sia - cosa del resto desiderabile nella vita comune quanto un ombrello, - si chiama entusiasmo: con l'aggiunta degli accessori, per esempio della virtù. Giacchè, come dice Galiani, che doveva saperlo ----: vertu est enthousiasme ».

289.
Si avverte sempre negli scritti di un solitario qualche cosa come l'eco del deserto, come il mormorio e lo sguardo timido della solitudine; le sue espressioni più energiche, persino il suo grido, fanno risaltare anche una specie nuova e più pericolosa del tacere, il sottintendere. In chi per anni interi, di giorno e di notte, é sempre solo con l'anima sua e con lei amichevolmente discute od alterca; chi nella propria profondità - che può essere un labirinto od anche una miniera d'oro --- diventa l'orso delle caverne, il cercatore di tesori, od anche il custode del tesoro, il mostro che vieta l'accesso al tesoro, gli stessi concetti assumono col tempo un certo colore crepuscolare, sentono un odore di profondità e di ammuffito, hanno qualche cosa d'incomunicabile e di ripugnante, che ognuno che gli passa accanto sente come un soffio d'aria fredda. Il solitario non crederà mai che un filosofo - ammesso che un filosofo sia stato sempre in primo luogo un solitario - abbia espresso nei libri le sue vere opinioni finali: non si scrivono forse dei libri appunto per nascondere quanto si ha di più intimo? - Si, egli dubiterà, che un filosofo possa avere delle opinioni proprie e finali, e sospetterà che dietro ogni sua caverna si nasconda, si debba nascondere un'altra caverna ancor più profonda - un mondo più vasto, più strano, più ricco al disopra di una superficie, una profondità dietro ogni fondo, sotto ogni « fondamento ».
Ogni filosofia é una filosofia della superficie - questa é convinzione del solitario « vi è in ciò qualche cosa d'arbitrario se egli é arrestato proprio qui, guardando dietro, e intorno a sé, se qui non ha scavato più profondamente, se ha gettata via la vanga - e tutto questo genera diffidenza. Ogni filosofia nasconde un'altra filosofia: ogni opinione è un nascondiglio, ogni parola una nuova maschera.

290.
Il pensatore profondo teme maggiormente l'esser compreso che l'esser frainteso. In quest'ultimo caso ne soffrirà la sua vanità; ma nel primo il suo cuore, la sua compassione, che si ripetono: ma perché mai volete anche voi portate il mio peso?

291.
L'uomo, un'animale molteplice, bugiardo, artificioso ed impenetrabile, temibile agli animali meno per la sua forza che per l'astuzia e la prudenza, ha inventato la buona coscienza per poter infine godere della semplicità della sua anima; e tutta la morale é una falsità coraggiosa e perenne, mediante la quale soltanto é possibile un godimento nella contemplazione dell'anima. Da questo punto di vista nel concetto " arte " vanno comprese forse ben molte cose di più di quanto generalmente non si creda.

292.

Un filosofo é un uomo che vive, sente, ascolta, sospetta, spera e sogna sempre delle cose straordinarie; che viene colto dalle proprie idee come dal di fuori, dall'alto e del basso, come da una specie di avvenimenti a lui solo riservati e che gli giungono come altrettanti fulmini; e forse lui stesso è un uragano, gravido di fulmini; un uomo fatale, intorno al quale si sente incessantemente il rombo sinistro del tuono.
Un filosofo ahimè, é tavolta un essere che fugge da sé stesso che spesso ha timore di sé stesso -, ma che é troppo curioso, per non ritornare sempre a sé stesso.

293.
Un uomo che dice: « questa cosa mi piace, io me l'approprio e voglio proteggerla e difenderla contro tutti » : un uomo che si sente di poter sposare una causa di mandar a compimento
una risoluzione, di mantenere la sua fede in un'idea, di rendersi attaccata una donna, di punire e di abbattere un temerario; un uomo che ha la sua collera e la sua spada, e presso al quale i deboli, gli afflitti e gli oppressi amano rifugiarsi, del pari che gli animali, quali suoi tributari naturali, in breve un uomo che é « nato padrone », - se un tal uomo é toccato da pietà, ebbene, questa pietà ha un valore. Ma che importa la pietà di coloro che ispirano essi stessi pietà !
O di coloro che predicano la pietà! Quasi dappertutto in Europa si riscontrano oggidì un'irritabilità, una sensibilità morbosa per il dolore ed in pari tempo una incontinenza ributtante nel lamentarsi, un'effeminazione che vorrebbe darsi un'aria di superiorità sotto larva della religione e dell'orpello filosofico ; - si é decretato un vero culto alla sofferenza. La mancanza di virilità di ciò che si é battezzato col nome di « pietà » in certi cenacoli sentimentalisti, é sempre a mio avviso la prima cosa che salta agli occhi. - È necessario bandire energicamente e radicalmente questo cattivo gusto dell'ultima moda; - ed io desidero infine, che appeso al collo e al posto del cuore si porti il buon amuleto del « gai saber»-, - « la gaia scienza » per farmi comprendere più facilmente.

294.
Il vizio olimpico. - A dispetto di quel filosofo, che da vero inglese cercò di calunniare il riso presso tutti i pensatori - «il riso é una grave infermità della natura umana, che ogni esser pesante dovrà saper vincere » (Hobbes) io mi permetterei di istituire persino una classificazione dei filosofi a seconda della classe cui il riso appartiene - sino ad arrivare a coloro che sono capaci del riso aureo. E supposto che anche gli Dei si occupino di filosofia, alla quale supposizione mi sento portato da varie ragioni - io non dubito, ch'essi sapranno ridere in un modo nuovo e superumano - in ispecie di tutte le cose le più serie! Gli dei sono inclini allo scherno: persino nelle cose sacre sembra non si possono trattenere dal ridere.

295.
Il genio dei cuore, come lo possiede quel grande incognito, il Dio-tentatore ed accalappiatore delle coscienze, la cui voce sa discendere sino nelle ultime tenebre dell'anima, del quale ogni parola, ogni sguardo, sono un allettamento, la cui maestria speciale é quella di saper apparire -- non ciò che egli é, bensì ciò che per coloro che lo seguono diviene una costruzione di più per avvicinarsi sempre più a lui per seguirlo sempre più intimamente e radicalmente : - il genio del cuore che fa ammutolire tutte le voci alte e vanitose ed insegna ad ascoltare il silenzio, che spiana le anime ruvide ispirando loro una nuova brama - di giacer silenziosi come le acque d'un lago, affinché il cielo possa specchiarvisi -; il genio del cuore, che sa trattenere ogni mano goffa e troppo frettolosa, insegnandole ad essere più delicata; che sa indovinare il tesoro nascosto e dimenticato, la goccia di bontà e di dolce spiritualità racchiusa sotto la crosta indurita del ghiaccio, che è una verga magica per ogni granello d'oro imprigionato a lungo nel fango e nella sabbia: il genio del cuore, al cui contatto ognuno si sente più ricco, non già sorpreso e beneficato, non felice ed oppresso per aver ottenuto una cosa non sua, ma più ricco di sé stesso o si sente rinnovato, sbocciato, baciato e compenetrato come dal soffio di uno zeffiro, più tenero; più fragile, più affranto di prima ma più ricolmo di speranze senza nome, di nuove volontà, di nuove energie, di nuovi sdegni, di nuovi apprezzamenti del passato -- ma che cosa faccio io mai, amici miei? Di chi vado a voi parlando? Fui tanto sconsiderato, da non dirvi nemmeno il suo nome? Qualora non abbiate di già indovinato voi stessi, chi sia codesto spirito, codesto dio misterioso, che vuole essere lodato in tal modo. Come succede a tutti coloro che sin dalla loro infanzia si trovarono sempre in cammino e tra estranei, anche la mia via fu spesso attraversata da spiriti di molte specie, singolari e talvolta pericolosi, ma primo anzitutto da quello di cui vi stava parlando e che é nientemeno che il dio Dioniso, il grande dio ambiguo e tentatore, al quale, come voi sapete, in tutta segretezza e venerazione in altro tempo ho sacrificato le mie primizie (l'ultimo forse che gli abbia sacrificato: giacché non trovai nessuno che avesse compreso ciò che
io allora io ho fatto).

Nel frattempo ho appreso molte, troppe cose sul conto della filosofia di questo dio, e, come ho detto, da labbro a labbro, -- io, l'ultimo discepolo, l'ultimo iniziato da dio Dioniso; e mi pare che m'abbia un certo diritto di dare a voi, amici miei, per quanto ciò mi é permesso, un piccolo saggio di questa filosofia? A mezza voce, come si conviene: giacché si tratta di molte cose segrete, nuove, estranee, strane, sinistre. Di già il fatto che che Dioniso sia filosofo, e che per conseguenza anche gli Dei si occupino di filosofia, mi sembra una. cosa nuova, che dà molto a pensare e che precisamente tra i filosofi sarà forse accolta con diffidenza.
Tra voi, amici miei, essa non incontrerà grande opposizione, o forse tutt'al più perché vi giunge in ritardo, fuori dell'ora opportuna: giacché oggi voi per quanto ho potuto indovinare, credete malvolentieri in Dio e negli Dei. Forse anche per la ragione, che nella sincerità della mia narrazione dovrei andare più lontano, di quanto possa garbare alle serie abitudini delle vostre orecchie?
È certo che il Dio prefato in tali colloqui andava più lontano, ma « molto di più e m'avanzava sempre di parecchi passi ».
Anzi, se fosse lecito conferirgli, ad usanza degli uomini dei begli epiteti solenni e virtuosi, io dovrei lodarmi molto del suo coraggio quale esploratore e scopritore, della sua pericolosa onestà ,della sua sincerità e del suo amore per la sapienza. Ma di tutte queste venerabili quisquilie un simile dio non saprebbe che farsi. « Conserva questo >, egli mi direbbe, « per te e i tuoi pari o chi ne ha bisogno! lo non ho alcun motivo di nascondere la mia nudità! ». -- Lo si indovina: forse codesta specie di divinità e di filosofi manca di pudore! Così un'altra volta egli disse « In certe circostanze amo l'uomo » - e così dicendo alludeva ad Ariadne ch'era presente - : « l'uomo mi sembra essere un animale amabile, valoroso ed ingegnoso, che sulla terra non ha suo pari, e che sa ritrovare il filo in tutti i labirinti ».
« Io gli voglio bene: penso talvolta come potrei farlo progredire ancor di più, e renderlo più forte, più maligno e più profondo, di quanto lo sia finora ».
« Più forte, più maligno, più profondo? domandai spaventato.
« Si - mi ripeté - più forte, più maligno, più profondo; ed anche più bello » soggiunse, il Dio-tentatore sorridendo del suo riso alcionico, come se in quel punto avesse detto una cosa estremamente gentile.
Per cui vediamo in pari tempo, che quella divinità non manca soltanto del pudore ; anzi, vi sono molte buone ragioni di ritenere, che per certe cose gli Dei, tutti insieme, potrebbero imparare molto dagli uomini. Noi uomini siamo più - umani.

296.
Ahimé, che n'é di voi, miei pensieri scritti e multicolori?! Non v'ha molto, voi eravate ancora tanto vari, giovani, maliziosi irti di punte, ripieni di droghe piccanti, tanto da farmi starnutare e ridere -- ed ora? Vi siete di già spogliati del manto della novità, ed alcuni di voi lo temo, sono pronti a tradursi in verità: e così noiosi! E la cosa fu mai diversamente?
Che cosa scriviamo, che cosa dipingiamo noi mai, noi mandarini dal pennello cinese, noi immortalatori delle cose, che si lasciano scrivere, che cosa possiamo noi mai dipingere da noi stessi? Ahimè, sempre ciò che già sta per avvizzire e comincia a perdere la sua fragranza.
Ahimé, null'altro che uragani, che vanno estinguendosi esausti; null'altro che sentimenti tardi e ingialliti! Ahimé, null'altro che uccellini, stanchi per aver volato, e per esser volati troppo alto, che ora si lasciano cogliere con la mano - con la nostra mano! Noi immortaliamo ciò che non potrà aver vita lunga, ciò che non potrà volare, delle cose stanche, fracide ! E per il vostro tramonto soltanto, ho miei pensieri, scritti e multicolori, io m'ho ancora dei colori, forse molti colori, molte tenerezze variopinte e cinquanta gradazioni di giallo e di bruno, di verde e di rosso; - ma da tutto ciò nessuno saprà' indovinare, quali voi m'appariste nel vostro mattino, o voi scintille improvvise, prodigi della mia solitudine, o voi miei antichi, adorati - miei cattivi pensieri!

segue

CONCLUSIONE

Dall'alto dei monti - Epodo >

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H.P. STORIOLOGIA